Skip to main content

GenerazioneOver2026_Settembre_3

Page 1

PER QUALCUNO È UNA SOFFERENZA, ALTRI LA VEDONO COME UN RIFUGIO SICURO CONTRO GLI IMPREVISTI DELLA VITA: STIAMO PARLANDO DELLA ROUTINE QUOTIDIANA, DELLE ABITUDINI, CHE SONO IL TEMA DI QUESTO NUMERO DI SETTEMBRE DI GENERAZIONEOVER60. SENZA DIMENTICARE CHI È INSOFFERENTE A QUALSIASI ROUTINE...

ABITUDINI

STILE OVER

POESIA

RIFLESSIONI

IL LAVORO CHE NON È ROUTINE MA DIVENTA RAGIONE DI VITA

GIOVANNI PASCOLI, IL CANTORE DELLE PICCOLE COSE

QUANDO LA RIPETIZIONE DI GESTI INDUCE A UN’IDEA DI SALVEZZA

L’ANSIA BIZZARRA PRIMA DELLA ROUTINE

Q n I

mente Pe a t ns uie a ANNO 8, n. 9

nt e


Settembre 2026

Virginie Monange, “Au coin du feu”

Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: n°258 del 17/10/2018 ANNO 8, n. 9

-2-


Le rubriche

EDITORIALE Bellezza Cambia- menti Da leggere Da vedere Di tutto e niente Health Il personaggio Incursioni In viaggio Le interviste di MEDIcA Pet Psicologia Scienza Sessualità Stile Over Versi di...versi Volontariato & Associazioni

-3-


DIRETTORE RESPONSABILE Minnie Luongo

GenerAzione Over 60 nasce dall’impegno di Minnie Luongo e di un gruppo di amiche/amici, soprattutto colleghi giornalisti, che dopo una vita dedicata alla professione hanno deciso di impegnarsi. Per che cosa? Per promuovere un visione dell’età matura al di fuori dei luoghi comuni, raccontando una generazione che non smette di impegnarsi e di seguire quanto avviene nel mondo.

Sito web: https://generazioneover60.com/ Email: generazioneover60@gmail.com Issuu: https://issuu.com/generazioneover60 Facebook: https://www.facebook.com/generazioneover60 Youtube: https://www.youtube.com/channel/generazioneover60


Generazione Over 60 MINNIE LUONGO DIRETTORE RESPONSABILE Classe 1951, laureata in Lettere moderne e giornalista scientifica, mi sono sempre occupata di medicina e salute preferibilmente coniugate col mondo del sociale. Collaboratrice ininterrotta del Corriere della Sera dal 1986 fino al 2016, ho introdotto sulle pagine del Corsera il Terzo settore, facendo conoscere le principali Associazioni di pazienti.Ho pubblicato più libri: il primo- “Pronto Help! Le pagine gialle della salute”- nel 1996 (FrancoAngeli ed.) con la prefazione di Rita Levi Montalcini e Fernando Aiuti. A questo ne sono seguiti diversi come coautrice tra cui “Vivere con il glaucoma”; “Sesso Sos, per amare informati”; “Intervista col disabile” (presentazione di Candido Cannavò e illustrazioni di Emilio Giannelli).

Foto Chiara Svilpo Autrice e conduttrice su RadioUno di un programma incentrato sul non profit a 360 gradi e titolare per 12 anni su Rtl.102.5 di “Spazio Volontariato”, sono stata Segretario generale di Unamsi (Unione Nazionale Medico-Scientifica di Informazione) e Direttore responsabile testata e sito “Buone Notizie”. Fondatore e presidente di Creeds, Comunicatori Redattori ed Esperti del Sociale, dal 2018 sono direttore del magazine online Generazioneover60. I due libri più recenti: “Ho vinto una biopsia”, con il contributo di Paola Emilia Cicerone e la prefazione del prof. Paolo Veronesi (2022); “Questione di misure”, assieme al prof. Alessandro Littara (2024). Quanto sopra dal punto di vista professionale. Personalmente, porto il nome della Fanciulla del West di Puccini (opera lirica incredibilmente a lieto fine), ma non mi spiace mi si associ alla storica fidanzata di Topolino, perché come Walt Disney penso “se puoi sognarlo puoi farlo”. Nel prossimo detesto la tirchieria in tutte le forme, la malafede e l’arroganza, mentre non potrei mai fare a meno di contornarmi di persone ironiche e autoironiche. Sono permalosa, umorale e cocciuta, ma anche leale e splendidamente composita. Da sempre e per sempre al primo posto pongo l’amicizia; amo i cani, il mare, il cinema, i libri, le serie Tv, i Beatles e tutto ciò che fa palpitare. E ridere. Anche e soprattutto a 60 anni suonati.

-5-


Chi siamo DOTTOR MARCO ROSSI SESSUOLOGO E PSICHIATRA

È presidente della Società Italiana di Sessuologia ed Educazione Sessuale. Inoltre è responsabile della Sezione di Sessuologia della S.I.M.P. Società Italiana di Medicina Psicosomatica. Partecipa a numerose trasmissioni televisive e svariati programmi radiofonici, nelle vesti di esperto di sessuologia. Per la carta stampata, i suoi interventi sono pubblicati da varie riviste per cui collabora.

PROFESSOR ANTONINO DI PIETRO DERMATOLOGO PLASTICO

Presidente Fondatore dell’ISPLAD (International Society of Plastic – Regenerative and Oncologic Dermatology), fondatore e Direttore dell’Istituto Dermoclinico Vita Cutis, è anche direttore editoriale della rivista Journal of Plastic and Pathology Dermatology, nonché Professore a contratto in Dermatologia Plastica all’Università di Pavia (Facoltà di Medicina e Chirurgia).

ANDREA TOMASINI GIORNALISTA SCIENTIFICO

Dopo aver girovagato per il mondo inseguendo storie di virus e di persone, oscilla tra Roma e Spoleto, collaborando con quelle biblioteche e quei musei che gli permettono di realizzare qualche sogno. Lettore quasi onnivoro, sommelier, ama cucinare. Colleziona corrispondenzecarteggi che nel corso del tempo realizzano un dialogo a distanza, diluendo nella Storia le storie, in quanto “è molto curioso degli altri”.

PAOLA EMILIA CICERONE GIORNALISTA SCIENTIFICA

Classe 1957, medico mancato per pigrizia e giornalista per curiosità, ha scoperto che adora ascoltare e raccontare storie. Nel tempo libero, quando non guarda serie mediche e non cura le piante del suo terrazzo, pratica danze e Qi Gong. Per Generazione Over 60 ha dato vita alla rubrica di ricordi e riflessioni “Stile Over”.

DOTTOR MAURO CERVIA MEDICO VETERINARIO

È sicuramente il più conosciuto tra i medici veterinari italiani, autore di numerosi manuali di successo. Ha cominciato la professione sulle orme del padre e, diventato veterinario, ha “imparato a conoscere e ad amare gli animali e, soprattutto, ad amare curare gli animali”. È fondatore e presidente di Amoglianimali, Onlus nata per aiutare i cani più sfortunati, quelli ospitati nei canili, e per sterilizzare gratis i randagi dove ce n’è più bisogno.

-6-


Chi siamo DANILO RUGGERI GIORNALISTA MEDICO-SCIENTIFICO

Giornalista professionista, medical writer certificato con formazione universitaria in Medicina e Chirurgia, si occupa da più decenni di informazione e comunicazione in ambito medico sia per un pubblico laico sia per un pubblico specializzato di medici generalisti e specialisti. Collabora con i principali media che trattano di salute e medicina, È socio dell’Unione nazionale di informazione medico-scientifica (Unamsi), dell’European medical writer association (Emwa) e della Sala stampa nazionale di Milano. Docente di corsi di giornalismo medico-scientifico e di medical writing, è consulente delle principali agenzie italiane di comunicazione scientifica.

FLAVIA CAROPPO GIORNALISTA, ESPERTA DI STRATEGIE DI

COMUNICAZIONE SUI NUOVI MEDIA Nasce a Bari il giorno dell’allunaggio (fate voi i conti), perfetta giustificazione per essere lunatica e sognatrice. Dopo la laurea si trasferisce a Milano, diventa giornalista e lavora per le più importanti testate RCS e Mondadori, con un passaggio in redazione a Studio Aperto, il telegiornale di Italia1. Negli ultimi 13 anni ha vissuto a New York dove, oltre all’impegno di manager della comunicazione multilingue per un’azienda internazionale, ha rispolverato la sua passione per la recitazione, calcando più di un palcoscenico a Manhattan e frequentando vari set cinematografici. In attesa dell’Oscar (e di tornare “a casa” nella Grande Mela), al momento vive lì dove tutto è cominciato, la Luna Bari.

BRUNO BELLETTI AUTORE

Preside in pensione, è formatore di corsi per docenti e consulente scolastico per scuole paritarie. Ha svolto attività di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università Cattolica di Milano ed è autore di parecchi contributi filosofici e pedagogici. In ambito poetico ha pubblicato due sillogi di poesie, vincendo due importanti concorsi di poesia e risultato finalista in premi nazionali e internazionali. Scrive su alcune riviste di letteratura, nonché sul suo blog.

ENRICO FOVANNA GIORNALISTA

Classe 1961, giornalista per 35 anni in un quotidiano milanese, “Il Giorno”, dove si è occupato soprattutto di sociale. Inoltre, ha realizzato reportage all’estero, per esempio da Iraq e Afghanistan. È anche scrittore. Nel 1996 ha pubblicato “Il pesce elettrico”, con Baldini e Castoldi, premio Stresa 1996. Con Giunti ha pubblicato la nuova edizione dello stesso romanzo nel 2019, quindi “L’arte sconosciuta del volo”, nel 2020, e “Lunedì mi innamoro”, nel 2023. Ha pubblicato anche per E/L (“Tra Fès e Meknès”, 1999) e Utet (“L’inventore dell’invisibile”, 2011).

-7-


Chi siamo MARCO VITTORIO RANZONI GIORNALISTA

Milanese DOC, classe 1957, una laurea in Agraria nel cassetto. Per 35 anni nell’industria farmaceutica: vendite, marketing e infine comunicazione e ufficio stampa. Giornalista pubblicista, fumatore di Toscano e motociclista della domenica e -da quando è in pensione- anche del lunedì. Guidava una Citroen 2CV gialla molto prima di James Bond.

ROSA MININNO PSICOTERAPEUTA

E’ Presidente Scuola Italiana di Biblioterapia, Accademica Ordinaria Tiberina, e Membro del Consiglio Direttivo della Cattedra delle Donne. Divulgatrice scientifica con oltre 40 anni di attività professionale clinica e didattica, ha all’attivo più di 300 eventi in qualità di relatrice e moderatrice. Forte lettrice, scrive, dipinge e ascolta musica jazz. Il suo motto è: “Leggere è il respiro della mente, scrivere il suo sguardo”.

CARLO UBEZIO

Grafico e illustratore, già Art Director al Corriere della Sera

WALTER CALABRESE

Grafico impaginatore “amatoriale” per GenerazioneOver60

-8-


Sommario -11Generazione F Routine & abitudini. Ma perché mai? Editoriale di Minnie Luongo -14Stile Over Il mio Pascoli Di Paola Emilia Cicerone -18Versi di...versi Abitudini Di Bruno Belletti -19Leone ascendente giornalista Quel guardare intorno e raccontarlo. Un’abitudine diventata ragione di vita Di Luciano Ragno -22In viaggio Walter Zerla: a 65 anni il fotografo dell’acqua riscopre la lentezza Di Enrico Fovanna

-9-


Sommario -25Da leggere Gli anni che passano senza chiedere permesso Di Dario Francolino -27Health La nuova stagione della lotta all’Alzheimer: tra medicina di precisione, prevenzione e tutela delle famiglie Di Danilo Ruggeri -31Riflessioni Il countdown del lunedì Di Dario Francolino -35Dal nostro archivio IL MUSEO DI NYC PER NON DIMENTICARE Di Minnie Luongo

-10-


Generazione F ROUTINE & ABITUDINI. MA PERCHÉ MAI? EDITORIALE

Capita spesso mi venga chiesto qual è la mia giornata tipo . Non ho una risposta, semplicemente perché ho sempre evitato di avere uno standard di giornata . Se escludiamo il periodo della scuola, in cui l’orario d’entrata di noi alunni era necessariamente lo stesso, una volta diventata insegnante e passata dall’altra parte della cattedra, non è più stato così, visto che il lunedì potevo iniziare alla prima ora e continuare per altre quattro consecutive, mentre un altro giorno potevo aver lezione solo le ultime due ore e magari avere uno strascico nel pomeriggio . Né si poteva fare affidamento sulla regolarità delle “ore buche”, in quanto c’era la possibilità di dover sostituire un collega . Possibilità accentuatasi drammaticamente con l’entrata in vigore dello straordinario obbligatorio. Ma qui sarebbe da introdurre una lunga e accesa polemica su quella che era una contraddizione in termini . Inutile arrampicarsi sugli specchi… Le abitudini mi infastidiscono semplicemente perché trasformano la vita in un programma già scritto . Insomma, le consuetudini quotidiane non sono per me, anche se non saprei spiegare esattamente il motivo : non ho nulla contro la ripetizione in sé, e non è che ogni mattina mi svegli con il desiderio di rivoluzionare la mia esistenza . Semplicemente, l’idea di fare qualcosa perché “si fa così” mi mette un po’ a disagio . E più che altro mi fa tristezza . Forse è la sensazione di essere già arrivati a domani prima ancora che sia finito oggi. Sapere che lunedì farò la stessa cosa di martedì, e che martedì farò più o meno quello che ho fatto lunedì, mi sembra il modo perfetto per trasformare una settimana in una fotocopia. Preferisco lasciare spazio all’imprevisto. Anche alle piccole cose: cambiare strada, mangiare qualcosa di diverso, decidere all’ultimo momento. Non perché sia particolarmente avventurosa, ma perché mi piace l’idea che una giornata possa, almeno ogni tanto, prendermi alla sprovvista. Non a caso il mio primo pensiero del mattino, fino a qualche anno fa, era “Oggi può succedere qualsiasi cosa”. Ora non lo faccio più perché mi sono resa conto che mi riferivo a qualcosa di positivo, ma l’età e la realtà mi hanno rivelato ben presto l’altra faccia di questa affermazione. Vuoi vedere che non amare le abitudini è stata la causa scatenante della durata del mio matrimonio? Sei ore esatte. Dopo il sì fatidico, al caffè pronunciai davanti agli ultimi invitati rimasti, guardando il mio neosposo, quella che all’inizio fu ritenuta una battuta: “Ma io devo invecchiare con te?”. Una volta aver firmato, nonostante una convivenza durata un anno e mezzo, mi resi conto

-11-


Generazione F che avrei trascorso ogni festa comandata, ogni ritrovo familiare, ogni… tutto con la medesima (per quanto adorabile) persona. Insomma, non mi sarei più svegliata con l’idea che nelle successive ore sarebbe potuto accadere qualsiasi cosa…leggasi incontrare Brad Pitt al supermercato e fuggire sul suo cavallo bianco. A questo punto mi si potrebbe obiettare: hai sempre avuto animali, e questo dovrebbe scandire la tua giornata. Macchè… anche adesso posso portare fuori Holly per la prima pipì alle sette del mattino, come a mezzogiorno, quando sonno arretrato e/o depressione mi immobilizzano a letto. Lo stesso vale per i pasti, che somministro alla mia adorata pelosa talvolta prima, e altre volte dopo la passeggiata. So bene che i cani sono animali molto abitudinari, ma è anche vero che finiscono per assomigliare ai loro padroni e, quindi - ringraziando la vescica d’acciaio dei miei compagni di vita - (Mister e Otto prima, come ora Holly) constato come si siano adeguati tutti alla vita disordinata della loro padrona. A questo punto la confessione: ho anch’io un’abitudine, e irrinunciabile. La mattina mi faccio due caffè. Uno di seguito all’altro. Possiedo macchinette (rigorosamente Moka, nessuna cialda o altro) da una tazza, due, tre, sei…ma uso sempre quella da una. Perché? Bevo il primo pregustando la gioia di gustare il secondo. Forse è questa la mia unica concessione alla routine: due caffè per iniziare la giornata, prima che la giornata inizi davvero. Per il resto, preferisco non sapere troppo bene quale sarà il passo successivo..

-12-


Generazione F P.S. Perché ho voluto l’immagine di copertina- bellissima- realizzata da Carlo Ubezio, che come pochi sa gestire la IA? Perché, anche qui, io per scrivere o studiare o correggere, non mi siedo al tavolo, ma preferisco decisamente sdraiarmi sul divano se non sul letto… tenendo il pc (in passato, una pesante macchina da scrivere ereditata da mio nonno) sulle gambe. Per cui solo in un futuro avveniristico posso sperare di lavorare come fanno i comuni mortali. Seduta a una scrivania.

-13-


Stile Over IL MIO PASCOLI Affetti e conflitti in un nuovo saggio sul poeta delle piccole cose Di Paola Emilia Cicerone – giornalista scientifica

Devo confessarlo: io, il Pascoli, l’ho sempre amato. Da quando a scuola ci imponevano lunghe poesie da imparare a mente e io, che di memoria ne ho sempre avuta pochina, preferivo comunque le sue agli altri classici che popolavano i programmi scolastici di quella lontana stagione. Alcuni versi mi sembravano anche allora un po’ retorici: oddio, la rondine che cade morta portando nel becco l’insetto per i suoi piccoli … Per non parlare di una cavalla in grado di dialogare a suon di nitriti. Ma poi, alla fine mi emozionavo. E quell’“atomo opaco del male” che chiude “X agosto”- il riferimento è al nostro pianeta- mi faceva accettare senza discutere tutto quello che veniva prima. Senza dimenticare le meravigliose descrizioni della natura, con cui Pascoli trasmette non solo emozioni ma anche colori e profumi: “Gemmea l’aria, il sole così chiaro che tu ricerchi gli albicocchi in fiore, e del prunalbo l’odorino amaro, senti nel cuore” (Novembre).

-14-


Stile Over

Persino mio padre, che alla poesia era sicuramente refrattario, comprese la mia passione tanto da regalarmi, per non ricordo quale festività, l’opera omnia del poeta. Dove ho ritrovato i versi che ricordavo di aver letto bambina: la poesia “campestre, tenue, umile”, secondo una definizione dello stesso Pascoli che lamentava i maggiori successi del più altisonante Carducci. Ma anche molto altro, la cupezza, le inquietudini da cui i professori avevano cercato di tenerci lontani, l’assiuolo col suo canto di morte, e la nebbia che nasconde le cose lontane. Versi che raccontano un uomo per cui la natura, le abitudini, i luoghi familiari trasmettono serenità e sicurezza. Ho provato la stessa sensazione visitando in tempi recenti i due luoghi cui è più legata la poetica pascoliana: la casa natia di San Mauro (oggi San Mauro Pascoli), dove sono stata lo scorso agosto, e il buen retiro di Castelvecchio in Garfagnana che ho visitato cinque anni fa . Edifici diversi eppure in qualche modo simili, semplici e confortevoli, che mi hanno fatto rivivere dettagli e profumi della casa toscana di mia nonna, in Val di Chiana.

-15-


Stile Over

San Mauro Pascoli

Castelvecchio

Osservando gli arredi, le fotografie e i documenti si prova una stretta al cuore nello scoprire che il poeta, che immaginavamo saggio e maturo, è morto ad appena cinquantasei anni, un’età in cui oggi in genere siamo più che disposti a costruire, o ricostruire, una vita e una famiglia. Quella famiglia che Pascoli avrebbe voluto e che le circostanze e la sua storia familiare gli impedirono di formare. Lo conferma il recente “Pascoli inedito Nuove lettere e carteggi familiari”, un saggio a cura di Rosita Boschetti e Jessica Magalotti (Carocci 2026), che ripercorrendo epistolari e testimonianze contribuisce a disegnarne l’immagine di poeta contemporaneo e fanno in qualche modo piazza pulita di tante ipotesi in favore di uno scenario malinconico quanto realistico. Quello di una famiglia segnata da ripetute disgrazie – l’assassinio del padre del poeta seguito a breve dalla morte della madre e della sorella maggiore- in cui il maggiore più capace dei figli, e forse anche il più sensibile, ha finito col sacrificarsi per tutelare i fratelli e soprattutto le sorelle minori Ida e Maria, a prezzo di sacrifici economici ma soprattutto esistenziali. Partendo dalle tante lettere scritte dal poeta alla famiglia e agli amici, il saggio racconta un uomo cui la famiglia ha sempre creato problemi economici costringendolo a fare i conti con debiti non suoi. Senza dimenticare il peso anche emotivo della convivenza con le sorelle e poi, dopo il matrimonio di Ida, con la sola Maria, una scelta che ha spesso suscitato fantasie e sospetti senza troppi fondamenti. Ma dalle foto e dai carteggi esposti e pubblicati emerge anche altro. La storia inimmaginabile di un Pascoli ragazzo, magro e attraente, che nella Bologna universitaria stringe amicizie destinate a durare una vita e non rinuncia a mettersi nei guai pe le sue idee socialiste se non anarchiche. Un giovane contestatore insomma, ben diverso dal serioso professore che siamo abituati a vedere, raccontato in modo delicato e un po’

-16-


Stile Over fantasioso nel recente film “Zvanì Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli” di Giuseppe Piccioni. Non sappiamo, e non sapremo mai davvero, quanto abbia pesato sulle scelte del poeta la necessità di prendersi cura delle sorelle e soprattutto di Maria, detta Mariù. «Trovai la bellezza fresca e giovanile, che mi si offriva: non la volli: ho le mie sorelle da maritare, trovai la ricchezza: non la volli: avevo le mie sorelle. Ora le mie sorelle si maritano, ed io? “, scriveva Pascoli al fratello nel 1895. E la domanda “E Mariù?”diventa la risposta automatica a chi gli segnali potenziali fidanzate. Non possiamo sapere se si sia trattato solo di senso del dovere, o di un paravento per nascondere altre fragilità. Ma sappiamo che Pascoli aveva amiche e corrispondenti con cui dialogava: il carteggio con Emma Corcos, la bella moglie del pittore livornese, è stato ricostruito da Francesca Sensini in “Non c’è cosa più dolce. Giovanni Pascoli ed Emma Corcos, lettere” (Il nuovo melangolo 2022) ed è la testimonianza romanzata di un’amicizia durata una vita, e osteggiata da Mariù che nascose al poeta le ultime lettere dell’amica. E sappiamo che Pascoli ha provato e suscitato sentimenti di amore, ha sognato la possibilità di un “avvenire gentile” ed ha progettato di fidanzarsi con la cugina Imelde, progetto poi naufragato a causa dell’intromissione di Maria. E anche che, nonostante le vicissitudini familiari, Pascoli aveva nei confronti delle donne un atteggiamento di rispetto e di considerazione non proprio comune per quei tempi. A uccidere il poeta a soli cinquantasei anni è stata la malattia, probabilmente un tumore. Ma è pensabile che la poca cura che aveva per se stesso e una malinconia che sconfinava nella depressione abbiano contribuito ad affrettarne la fine. Eppure dai suoi scritti, accanto ai mille problemi quotidiani, emerge con forza la capacità di trarre gioia dagli affetti familiari e da una solida rete di amicizie ma anche dalla natura, “gran consolazione”, e dall’amatissimo cane Gulì che gli fu accanto per quasi vent’anni. Oltre che naturalmente dalla lettura e dalla poesia, “gli unici palpiti che mi permetto” come li definì lo stesso Pascoli, che saranno sempre la sua consolazione e il punto fermo di un’esistenza travagliata.

-17-


Versi Di...versi ABITUDINI Di Bruno Belletti – autore

Geometrie parallele, sequenze di giorni difformi variazioni di uguali copioni. Ripetere i gesti e cogliere, arcana e suadente, una vaga salvezza che ti conduce fra pieghe di veglie e silenzi. Ti attende il ritorno continuo e il domani è pur sempre solito, come un amico in attesa, nel dispiegarsi verso nuove occasioni.

Illustrazione di Carlo Ubezio realizzata con IA

-18-


Leone ascendente giornalista QUEL GUARDARE INTORNO E RACCONTARLO. UN’ABITUDINE DIVENTATA RAGIONE DI VITA La mia abitudine? Il lavoro Di Luciano Ragno – giornalista

“Nessuno osa dire addio alle proprie abitudini. Più di un suicida s’è fermato sulle soglie della morte pensando al caffè dove andava a giocare tutte le sere la sua partita a domino”. L’ha detto un giorno Honoré de Balzac. L’abitudine non si tradisce. “Si cambia più facilmente religione che caffè”, diceva Georges Courteline. Io non ho cambiato religione e invece più volte caffè. Infatti, rimango fedele a quella che considero la mia abitudine che è diventata il “marchio di fabbrica”: lavorare. Cioè impegnarmi. Un lavoro, l’ammetto, non di grande fatica. È consistito nel guardare intorno. Da solo, quel guardare, avrebbe portato solo una collezione infinita di immagini, a colori e in bianco nero, vivide e sbiadite, tante da far soffrire, alcune da strappare un sorriso, un paio forse una riflessione.

-19-


Leone ascendente giornalista Invece ho avuto un compagno di viaggio: il desiderio di raccontare quello che avevo visto. Non tenere per me le sensazioni. Ma comunicarle. Nel tempo quel desiderio sarebbe diventato abitudine. Ma all’inizio è stato apprendistato. Mi affretto a raccontare a mia madre le mie sensazioni di quando- torno molto indietro nel tempo- vestito da figlio della lupa (ammetto, ne ero fiero) sfilo in strada con altri compagni in divisa. Quando- lo ricordo con commozione- vivo l’ansia di correre a casa e dire a mia madre, lei maestra, di quanto ero stato orgoglioso nel vedere mio padre diventare mio maestro in quinta elementare. Tutti i miei compagni lì ad ascoltarlo. E lentamente l’abitudine diventa, se non ancora lavoro, un impegno. Frequento il liceo classico. Un pomeriggio nella palestra della mia città, Foligno, ascolto un pugile che si lamenta di non aver visto con il giusto rilievo la notizia della sua vittoria su un affermato campione. D’impulso mi appunto quello che il pugile sta dicendo. A casa scrivo quello che per me è un articolo, salgo sulla bici e mi presento alla redazione de “Il Messaggero”. A un passo dal mio Liceo. “Avrei scritto questo”, dico emozionato, consegnando il foglio al capo della redazione, l’avvocato Giuseppe Galligari, che mi accoglie con un sorriso: “ Lo leggerò, grazie”. E’ stato il mio primo maestro. Lo ricordo con affetto. Il giorno dopo mio padre rientrando a casa: “Sul Messaggero c’è una persona che si chiama Luciano Ragno”. È l’inizio di quando l’abitudine diventa lavoro . Da Foligno qualche anno dopo a Roma, nella casa de “Il Messaggero”. Un bel salto. E da Roma in giro per il mondo, andando a vederlo di persona. E raccontarlo. Già, l’abitudine. Quel Sole che, d’improvviso, tramonta all’Equatore non è per me solo uno spettacolo della Natura ma una notizia da scrivere. Spiegare perché qui il Sole va via in un attimo e a Roma impiega un paio d’ore. Come quel gruppo di berberi a cavallo sul deserto del Sahara. Non un quadro di uomini in costume su uno sfondo in giallo. Ma scrivere una notizia su dove vanno quelle persone: c’è una guerra nei pressi? E poi il guardare ma anche l’ascoltare che diventano obbligatoriamente notizia, quindi lavoro vero e proprio: gli annunci in un congresso sulla salute o sull’economia, i goal in un incontro di calcio, i drammi dopo un terremoto, l’uomo sulla Luna, i danni di un bombardamento, i risultati di un’elezione politica o la crisi che fa tremare i partiti , la premiazione di un Nobel. Abitudine a lavorare anche fuori della professione di giornalista. Se in strada mi imbatto in un incidente, il primo impulso è di aiutare chi si è fatto male. Ma un attimo dopo un secondo impulso: scrivere la notizia. Se ascolto un pettegolezzo, penso a che cosa nasconda. Forse quel “cosa” potrebbe diventare di dominio pubblico. Ma quel lavoro di guardare e raccontare è stato solo un mio appagamento? Ci rifletto. E in un attimo di orgoglio mi dico che ho anche dato. A chi mi leggeva ho raccontato quello che non vedeva fuori della finestra. Gli ho svelato il volto della politica nascosto dalla sete di potere. Il “che c’è dietro” certe decisioni dei governanti. Gli ho indicato la via per tirarsi fuori da un guaio con la Salute. L’ho aiutato a comprendere i

-20-


Leone ascendente giornalista mutamenti della Natura e i segreti della Scienza. E forse l’ha abituato a quel rito del mattino: andare all’edicola e acquistare il giornale. E poi seduto al caffè o a casa sul divano a sfogliarlo. E a sapere cosa è successo nel mondo e forse cosa accadrà. Ma anche ad abituarsi alla valutazione dei fatti. Specie quelli politici, dando le versioni contrapposte. Chissà, ho dato una mano alla Società, se non a crescere, a riflettere. L’abitudine di lavorare non mi lascia. Anche ora che non ho obblighi professionali, continuo a guardare intorno e ogni mattina da sei anni su Facebook scrivo una riflessione. E dialogo con gli amici. Le abitudini non si perdono, come la partita a carte o il caffè in quel solito bar. Io non ho perso quella del lavoro. A questo punto smetto di scrivere e rifletto su quanto ho perduto seguendo l’abitudine di guardare per raccontare. Me ne rendo conto. Ho tolto giorni alla famiglia, sarei dovuto rimanere di più accanto a moglie e figlie, vivere la loro esistenza. Il mio lavoro è stato appagante proprio per merito della famiglia, sempre accanto a sostenermi nei momenti difficili e a gioire in quelli felici. E ho visto passare davanti agli occhi, senza fermali, eventi che ho ritenuto non degni di notizia, mentre erano volti della vita. Non li avevo compresi. Ho trascurato le amicizie. Che invece vanno coltivate, ma io avevo fretta. Mi consolo. Ho lavorato, mi sono impegnato, mi sono privato di molto ma mi sono anche divertito. Il lavoro mi ha dato un sorriso continuo, che, questo sì, ho condiviso con chi mi ha accompagnato nell’abitudine di lavorare: la professione. E grazie a una signora, elegante, sempre giovane, sempre attenta: la signora Curiosità.

-21-


In viaggio WALTER ZERLA: A 65 ANNI IL FOTOGRAFO DELL’ACQUA RISCOPRE LA LENTEZZA Un viaggio nei luoghi in cui è cresciuto, privilegiando l’osservazione, l’ambiente e il pensiero per immagini Di Enrico Fovanna – giornalista L’idea è tanto semplice quanto ambiziosa: documentare il territorio in cui è nato, 65 anni fa, nei suoi angoli più remoti e dimenticati, portandone bellezze, segreti e curiosità a chi li ignora. Un tour di due anni attraverso il Verbano- Cusio- Ossola, viaggio volutamente lento e quindi consapevole, percorrendo il territorio utilizzando solo la mobilità elettrica — bicicletta, moto e van — e privilegiando permanenze leggere in piccoli rifugi, campeggi e strutture locali. La scelta, spiega l’ideatore, non è estetica o ideologica, ma funzionale al racconto: vivere i luoghi senza aggredirli, fermarsi abbastanza a lungo per viverne la luce, le atmosfere, il ritmo naturale.

-22-


In viaggio Si chiama “Verbano Cusio Ossola – Un viaggio lento e sostenibile” il nuovo progetto fotografico ed editoriale di Walter Zerla, noto fotografo pubblicitario di Omegna, una cittadina sul suggestivo Lago d’Orta, con la passione del territorio e delle radici. L’obiettivo non è costruire una guida turistica tradizionale, né mettere in campo un’operazione promozionale. Lo scopo, per Walter, è più profondo: creare una documentazione contemporanea del VCO, capace di raccontarne identità, contraddizioni, silenzi, trasformazioni e bellezza, mediante uno sguardo personale. Il progetto, già avviato grazie anche a Kia, Scott Knutti, Talaria Italia e Sportway, si dipanerà tra il 2026 e il 2028, e coinvolgerà l’intera provincia del VCO, con naturale estensione verso il Novarese e il sistema dei laghi. “Vorrei costruire una vera memoria visiva contemporanea del territorio”, dice Zerla. “In un’epoca segnata dal cambiamento climatico e dalle trasformazioni ambientali, fotografare oggi il Verbano – CusioOssola significa anche lasciare una testimonianza per il futuro: un archivio culturale capace di raccontare come erano i paesi, i laghi, le montagne, i boschi e le presenze umane in questo preciso momento storico”.

Laghi L’idea è anche trasformare il silenzio, o se volete la quiete, in punto di forza. A differenza di alcune sue imprese passate, vissute in solitudine, questa volta Zerla introduce un elemento nuovo. Il percorso sarà accompagnato da una comunicazione continua: contenuti social, video di backstage, incontri pubblici, giornate formative e collaborazioni con enti, istituzioni ed esperti del territorio. Il racconto nascerà quindi passo dopo passo, trasformando il viaggio stesso in parte integrante dell’opera. Il risultato finale sarà un grande volume fotografico inedito, pensato non soltanto come libro d’autore ma come strumento culturale condiviso, capace di restituire una visione unitaria e contemporanea del VerbanoCusio- Ossola. Certo, l’amore per il territorio è un motore antico per Walter, che in passato decise di vivere per due anni in barca a vela sul Lago d’Orta e sul Lago Maggiore, monitorando anche lo stato delle acque, per raccontare attraverso le immagini i paesaggi visti dall’acqua, quindi le terre, ma anche i cieli, le nuvole,

-23-


In viaggio i contrasti, le popolazioni. Oggi quel viaggio ideale lascia l’acqua per proseguire sulla terra, con lo stesso spirito di osservazione e di scoperta, mantenendo un’attenzione costante ai canali social. Zerla vanta una lunga carriera sia nella fotografia pubblicitaria e di reportage che nell’editoria d’autore dedicata al territorio piemontese e prealpino. II volume e i progetti principali focalizzati sul Lago d’Orta e sul Verbano- Cusio- Ossola includono anzitutto “Lago Maggiore e d’Orta in barca a vela”, uno dei suoi libri e progetti di maggior successo. Il volume nasce da un lavoro durato anni di navigazione a bordo di un’imbarcazione a vela, usata come laboratorio fotografico e casa galleggiante. La scelta di scattare direttamente dall’acqua (e con speciali supporti e prospettive aeree) permette di documentare borghi, insenature, la nebbia invernale e i riflessi dell’Isola di San Giulio da un punto di osservazione dinamico e poco convenzionale. Zerla ha pubblicato poi diversi volumi fotografici eleganti e di grande formato dedicati specificamente al Cusio. Le sue opere (spesso bilingui, italiano/inglese) mettono al centro le quattro stagioni del lago. Un tema ricorrente nei suoi scatti è la luce invernale, il silenzio della neve sul pontile e la poesia dell’acqua nei momenti di quiete assoluta. Nei suoi libri si trova un’alternanza tra vedute panoramiche e scorci intimi: dalle rive di Orta San Giulio alle passeggiate lungo il lago, fino ai rilievi circostanti (come il Mottarone). Oltre al paesaggio locale, Zerla unisce la fotografia a tematiche sociali, industriali e ambientali: l’acqua è il filo conduttore di quasi tutta la sua produzione (dalla serie visiva Water fino ai reportage legati all’impatto ambientale). Nel corso degli anni ha affiancato alle pubblicazioni locali anche mostre e reportage di viaggio all’estero (tra cui Mal d’Africa e progetti documentaristici in India). I suoi volumi d’arte territoriale sono solitamente distribuiti da case editrici locali (come Alberti Libraio Editore) e venduti attraverso il suo circuito espositivo ed editoriale.

-24-


Da leggere GLI ANNI CHE PASSANO SENZA CHIEDERE PERMESSO A proposito de “Gli anni” di Annie Ernaux Di Dario Francolino

-25-


Da leggere Annie Ernaux non racconta la sua vita, in “Gli anni”. Racconta il tempo. Attraverso gli oggetti, le canzoni, gli elettrodomestici, i gesti ripetuti fino a diventare invisibili. È un libro scritto quasi sempre al “si” : si faceva così, si diceva così . Come se l’autrice avesse capito, prima di tanti sociologi, che l’identità di una persona si costruisce soprattutto sulle abitudini collettive di un’epoca . Il modo in cui una generazione intera ha imparato ad usare la lavatrice . A guardare la televisione la domenica sera. A fare la fila al supermercato, senza pensarci, esattamente come si respira .

È il libro sulla routine più lucido che abbia mai letto . Più di qualsiasi manuale di self-help . Perché non giudica mai . Ernaux osserva come le abitudini di una vita si depositino senza che nessuno le scelga davvero. E come proprio quel deposito — non l’evento straordinario, non la svolta — sia il vero materiale di cui siamo fatti. Non c’è nostalgia, nel suo sguardo. Non c’è nemmeno consolazione. C’è una constatazione quasi clinica: si diventa qualcun altro ripetendo un gesto alla volta, senza accorgersene, finché un giorno ci si guarda allo specchio, e non si riconosce più l’abitudine che si è diventati. Chi cerca una risposta — la routine fa bene, la routine fa male — resterà deluso. Ernaux non prende posizione. Restituisce solo il tempo, così com’è passato: fatto di ripetizioni che sembravano eterne, e che viste da lontano formano un’unica, lunghissima frase. Si chiama vita. Ed è forse per questo che il libro, quasi vent’anni dopo, si continua a citare ogni volta che si prova a capire che cosa significhi davvero invecchiare dentro le proprie abitudini. Invece che nonostante esse.

-26-


Health LA NUOVA STAGIONE DELLA LOTTA ALL’ALZHEIMER: TRA MEDICINA DI PRECISIONE, PREVENZIONE E TUTELA DELLE FAMIGLIE Questa malattia non è un destino inevitabile della vecchiaia, ma una condizione medica complessa da affrontare su più fronti Di Danilo Ruggeri – giornalista medico-scientifico

In occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer, che si celebra ogni 21 settembre, emerge un quadro dell’Italia in profonda trasformazione. Non siamo più di fronte a una sfida puramente medica, ma a una vera e propria urgenza sociale che richiede consapevolezza, prevenzione e una nuova, decisa difesa dei diritti legali dei cittadini e delle loro famiglie. Il panorama in Italia: più che semplici numeri, una sfida sociale La demenza non è un fenomeno isolato, ma una realtà che tocca l’anima del nostro Paese. I dati più recenti dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e di Alzheimer Europe delineano uno scenario che richiede attenzione

-27-


Health immediata: 1,2 – 1,43 milioni: le persone che convivono con una forma di demenza in Italia. 600.000: i casi specifici riconducibili alla malattia di Alzheimer. 950.000: le persone che presentano un declino cognitivo lieve (MCI). 24.000: i casi di demenza a esordio giovanile. Queste cifre non sono semplici statistiche: l’impatto economico totale è stimato in circa 23 miliardi di euro l’anno. Il dato più doloroso è che il 63% di questi costi ricade direttamente sulle spalle delle famiglie. Non si tratta solo di numeri, ma del peso psicologico di vedere i risparmi di una vita o l’eredità familiare svanire per coprire costi di assistenza che dovrebbero essere garantiti. È un carico che grava in gran parte sulle donne — poiché 2 pazienti su 3 sono di genere femminile — e coinvolge circa 3 milioni di caregiver familiari, pilastri spesso invisibili di un sistema di cura faticoso . Questa vasta pressione sociale rende oggi imprescindibile la transizione verso nuove soluzioni cliniche capaci di cambiare radicalmente il corso della malattia. La svolta della neurologia di precisione: fermare il tempo, non solo i sintomi Siamo testimoni di quello che il professor Mario Zappia, presidente della Società Italiana di Neurologia (SIN), definisce un vero “cambio di paradigma”. La ricerca ha finalmente aperto le porte alla neurologia di precisione. Perché oggi è diverso? In passato, la medicina si limitava a gestire i sintomi, agendo come un “cerotto” su una ferita ormai aperta. Le nuove terapie biologiche rappresentano invece un salto di qualità: esse mirano a intervenire direttamente sul “fuoco” biologico della malattia, i meccanismi che causano il danno neuronale. Sebbene non si parli ancora di una cura definitiva, queste terapie possono rallentare la progressione, preservando per molto più tempo l’autonomia e la dignità della persona. Perché questa rivoluzione funzioni, la gestione clinica deve poggiare su tre pilastri: diagnosi precoce (riconoscere la malattia quando i sintomi sono lievi), accesso ai biomarcatori e potenziamento dei Centri per i disturbi cognitivi e le demenze (CDCD). I biomarcatori sono vere e proprie “impronte biologiche” lasciate dalla malattia nel corpo. Permettono di individuarla molto prima che i danni siano visibili a occhio nudo o attraverso i sintomi. I Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze sono le strutture specializzate del Servizio Sanitario Nazionale dove l’esperto neurologo guida il paziente nel percorso di diagnosi e cura. Agire tempestivamente sulle basi biologiche permette di intervenire prima che la perdita di autonomia diventi irreversibile, collegando la medicina d’avanguardia a ciò che possiamo fare ogni giorno a casa. Prevenzione: il 45% del futuro è nelle nostre mani Un dato straordinario emerge dall’ultimo rapporto della Commissione di The Lancet: circa il 45% dei casi di

-28-


Health demenza può essere prevenuto o ritardato agendo su 14 fattori di rischio modificabili. La salute del cervello non è un destino già scritto, ma un patrimonio da coltivare. Un ruolo centrale è svolto dall’igiene del sonno. Non è solo riposo: durante la notte, il cervello svolge un’attività di manutenzione attiva, rimodulando le connessioni e operando una sorta di “pulizia biochimica” dai residui tossici prodotti durante il giorno. Ecco come proteggere attivamente il nostro capitale cognitivo attraverso la prevenzione: Categoria

Fattore di Rischio

Azione Protettiva

Salute Cardiovascolare

Ipertensione, Diabete, Obesità, Colesterolo LDL elevato

Monitoraggio costante dei parametri ematici e controllo del peso.

Sensi e Relazioni

Perdita udito, Deficit visivi non trattati, Isolamento sociale, Depressione

Uso di ausili (occhiali/apparecchi acustici), partecipazione attiva a gruppi sociali e cura della salute mentale.

Stile di Vita

Fumo, Alcol eccessivo, Inattività fisica, Trauma cranico

Addio al fumo, attività fisica quotidiana e protezione del capo in attività a rischio.

Ambiente e Mente

Inquinamento atmosferico, Bassa istruzione

Stimolazione intellettuale continua (lettura, corsi) e scelta di ambienti salubri.

Ricordare che la protezione della salute del cervello è un dovere verso se stessi è fondamentale, ma è altrettanto cruciale sapere che la salute è un diritto che va difeso anche sul piano legale. Diritti e RSA: smontare i falsi miti sulle rette Quando la malattia richiede un ricovero in RSA, le famiglie si trovano spesso ad affrontare costi insostenibili. Il network Consulcesi & Partners sottolinea come molte di queste spese, in realtà, non spettino ai cittadini . Il principio cardine è l’inscindibilità delle prestazioni : se l’assistenza è necessaria per garantire la cura medica del paziente, la quota sanitaria deve essere a carico del Servizio Sanitario Nazionale . Ecco i 4 falsi miti da sfatare alla luce delle sentenze del 2026: Mito: “La retta deve essere sempre pagata dalla famiglia.” Verità Legale: Se le cure mediche e l’assistenza quotidiana non sono separabili, la quota sanitaria non deve gravare sulla famiglia. Mito: “Se ho firmato il contratto, devo pagare per forza.” Verità Legale: Una firma non può trasformare un onere pubblico in privato. Anche gli impegni già sottoscritti possono essere contestati e verificati. Mito: “Quello che ho già pagato per anni è ormai perso.”

-29-


Health Verità Legale: Le famiglie che hanno pagato per anni senza sapere di averne diritto possono richiedere il rimborso delle somme versate, rispettando i termini di prescrizione. Mito: “Basta la non autosufficienza per non pagare.” Verità Legale: Non è sufficiente l’invalidità; è necessario dimostrare, tramite la documentazione clinica, che le prestazioni ricevute sono di natura prettamente sanitaria o ad essa collegate. L’efficacia di questa tutela è provata da sentenze storiche del 2026: la Corte d’Appello di Venezia (n. 1151/2026) ha ordinato una restituzione di 129.000 euro; il Tribunale di Firenze (n. 3413/2026) ha riconosciuto oltre 67.000 euro, mentre quello di Catanzaro (n. 3257/2026) ha disposto un rimborso di 36.934 euro. Checklist: Documenti per far valere i propri diritti Cartelle cliniche complete e Piani Assistenziali Individualizzati (PAI). Certificazioni sanitarie specifiche sulla patologia. Documentazione di ammissione alla struttura. Ricevute e fatture di tutti i pagamenti effettuati negli anni. La salute è un diritto inviolabile che si difende con determinazione sia nelle corsie degli ospedali che nelle aule di tribunale. Conclusioni: un messaggio di speranza e azione La lotta all’Alzheimer sta vivendo una rivoluzione silenziosa. Comprendiamo il timore che questa diagnosi incute, ma oggi abbiamo strumenti che fino a poco tempo fa sembravano irraggiungibili. Questa malattia non è un destino inevitabile della vecchiaia, ma una condizione medica complessa che può e deve essere affrontata su più fronti. Il mio invito, rivolto con profonda empatia a chi ha superato i 60 anni, è di non sottovalutare i piccoli segnali. Se notate incertezze nella memoria, nel linguaggio o cambiamenti nel comportamento, non lasciatevi vincere dalla paura o dalla rassegnazione. Rivolgetevi con fiducia a un neurologo: una diagnosi precoce oggi non è solo una parola medica, ma la chiave per accedere a terapie e diritti che possono cambiare radicalmente la storia del vostro domani.

-30-


Riflessioni IL COUNTDOWN DEL LUNEDÌ L’ansia che non teme la routine Di Dario Francolino C’è un’ora esatta, la domenica, in cui il tempo cambia colore. Non lo vedi arrivare. Lo senti. Le sei del pomeriggio. Il telefono smette di essere un oggetto e diventa un tribunale: trenta email che ti aspettavano senza dirtelo, un calendario che si è riempito da solo, mentre tu eri altrove, magari felice, e non lo sapevi ancora. C’è un gesto che conosciamo tutti e che nessuno ha mai raccontato bene: la mano che scorre da sola verso l’app del meteo di lunedì. Come se il tempo previsto potesse dirci qualcosa sul nostro umore, prima ancora che l’umore sia arrivato. Chiamatela “sindrome della domenica sera”. Io la chiamerei nostalgia anticipata: si rimpiange un weekend che non è ancora finito, per un lunedì che non è ancora cominciato. È un’ansia strana, quella della routine che ricomincia. Non teme l’ignoto. Teme il contrario. Sa già tutto. Sa delle 8.40, della coda in stazione, della battuta del collega del terzo piano, del caffè bruciato del distributore che nessuno ripara mai. E poi arriva il martedì. E la stessa prevedibilità che la domenica sembrava una condanna, il martedì è già un esoscheletro. Ci tiene dritti senza che dobbiamo pensarci. Gli algoritmi lo sanno meglio di noi. Spotify ci restituisce lo stesso ordine di canzoni della settimana scorsa. Duolingo ci ricatta con trecentoquaranta giorni di fila. L’app della palestra disegna un grafico della nostra costanza, come se la costanza fosse una virtù e non, semplicemente, la cosa più facile da misurare. Forse la domanda giusta non è se la routine rassicuri o metta ansia. La domanda giusta è: a che ora del giorno la stiamo giudicando?

-31-


Dal nostro archivio IL MUSEO DI NYC PER NON DIMENTICARE Oggi ricorre il 25° anniversario da quell’11 settembre che, nel mondo intero, segnò lo spartiacque radicale fra il “prima” e il “dopo”. Ecco le mie riflessioni a caldo del 2019, con la visita al National September 11 Memorial di New York Di Minnie Luongo -giornalista scientifica 11:29:13 AM “Sono a posto. Ho visto tutto. Ero sul tetto che guardavo le fiamme del primo schianto quando ho visto il secondo aeroplano entrar nella seconda torre. Incredibile, davvero… Ero dentro quando sono caduti. Ancora nel mio appartamento, nessun posto dove andare… Questa è la fine del mondo come lo conosciamo…”

-32-


Dal nostro archivio I più si mettono le mani davanti alla bocca, forse per impedire di urlare davanti ad un evento inimmaginabile fino a quel momento; altri si prendono la testa fra le mani. “Oh my God”, invece, è l’espressione di incredulità assoluta maggiormente pronunciata da chi, quell’11settembre 2001, assiste alla tragedia. Sono i particolari che mi hanno subito colpito osservando le foto e i filmati all’interno del National September 11 Memorial. Una delle frasi che poteva sembrarmi retorica fino ad oggi – Dopo l’11 settembre 2001 il mondo non è stato più lo stesso– entrando qui diventa invece dannatamente autentica, come riporta il commento di chi fu testimone della tragedia: “Questa è la fine del mondo come lo conosciamo”. Il primo posto in cui sono voluta andare, nella mia settimana a New York, è stato questo: all’inizio del 2008 mi aveva accompagnato Liset nel luogo diventato drammaticamente famoso come Ground Zero, l’area nella parte meridionale di Manhattan sulla quale sorgevano gli edifici WTC1 e WTC2, ovvero le Torri Gemelle. Undici anni fa c’era un unico steccato attraverso cui avevo sbirciato per vedere l’enorme buco all’interno. Ora è tutt’altro. A 10 anni esatti dagli attentati, l’11 settembre 2011 è stato aperto un Centro per la memoria delle vittime, mentre il Museo vicino ha aperto i battenti nel 2014. La mia amica americana ci è stata una volta sola dalla ricostruzione: dice che si avverte aria di morte, e non intende tornarci, e come lei molti cittadini di NY. La mia sensazione (ma è il punto di vista di una semplice turista) è stata l’opposto. Ho visto la rinascita, il desiderio di tornare a vivere senza per questo dimenticare. Anzi. Un’altra cosa che mi ha positivamente colpito è la sobrietà con cui il Memorial si presenta. Tutt’altro che un’americanata, vien da dire, ma una visita che si consiglia di fare in punta di piedi, con rispetto e silenzio. Il Museo è un luogo commemorativo sotterraneo dove trovano posto alcuni dei reperti recuperati subito dopo gli attacchi, e pezzi di acciaio che formavano le Torri Gemelle, come l’ultimo pezzo di acciaio che ha lasciato Ground Zero nel maggio del 2002 . Nel luglio 2008, la cosiddetta “Scala dei sopravvissuti”, composta dalla struttura originaria che permise a molti di salvarsi dalle conseguenze dell’attentato, fu il primo manufatto a essere spostato nel museo ed alla fine dell’agosto seguente la costruzione delle fondamenta era terminata. Il 2 settembre gli operai innalzarono la prima colonna del memoriale, pesante 7700 chili, presso l’angolo destro dell’impronta della Torre Nord. In tutto, saranno 9.100 le tonnellate di acciaio installate presso il sito del monumento. Uscire all’aperto dopo la visita, complice forse il sole inaspettato di quella mattina, ha rappresentato per me la vera sorpresa. Infatti, il fulcro del 9/11 Memorial è costituito da due enormi piscine artificiali a pianta quadrata, le “Reflecting Pools”, ricavate da quelle che una volta erano le fondamenta delle Twin Towers, ed attorno alle quali sono stati piantati oltre 400 alberi di quercia che rendono questa enorme piazza una delle più ecologiche mai costruite al mondo. I nomi delle 2.983 vittime sono iscritti su 76 placche di bronzo attaccati che formano i bordi delle piscine

-33-


Dal nostro archivio del Memorial. Sono compresi i nomi delle 2.977 vittime degli attacchi dell’11 settembre a New York, Arlington (Virginia) e Shanksville (Pennsylvania), così come i nomi delle sei vittime che sono state uccise nell’attentato del 1993 al World Trade Center. I nomi sono stati disposti secondo un processo e un algoritmo che è stato usato per creare una “relazione” proprio tra loro. Ad esempio, i nomi delle vittime che si trovavano nella Torre Nord (WTC 1), dei passeggeri e dell’equipaggio del volo American Airlines 11 (che ha colpito la Torre Nord) si trovano attorno al perimetro della North Pool . I nomi delle vittime che si trovavano nella Torre Sud (WTC 2), dei passeggeri e dell’equipaggio del volo United Airlines 175 (che ha colpito la Torre Sud) si trovano attorno al perimetro della South Pool . Qui si trovano anche i nomi delle vittime che si trovavano nelle immediate vicinanze delle Torri Gemelle, dei primi soccorritori che morirono durante le operazioni di salvataggio, dei passeggeri e dell’equipaggio del volo United Airlines 93 (che si schiantò vicino a Shanksville, Pennsylvania), del volo American Airlines 77 (che ha colpito il Pentagono), delle vittime che erano al Pentagono, e delle vittime dell’attentato dinamitardo del 1993 al World Trade Center. Da ultimo ma certo non per ultimo sorprende il “survivor tree”, l’albero( un pero) diventato un simbolo nel simbolo . Aveva alcune radici strappate, il suo tronco era annerito dalle fiamme, dal fumo, dalla polvere e dal cemento del World Trade Center. Era rimasto per quasi un mese senza vedere la luce del sole, respirando l’aria avvelenata che per mesi dopo l’attentato era ristagnata nella punta Sud di Manhattan. Però era vivo. Ed è sopravvissuto: allora alto poco più di 2 metri, è stato portato nel Parks Department della città di New York, curato per anni e il 23 dicembre del 2010 è tornato a Ground Zero, per essere trapiantato nella terra di New York come un simbolo e sfidare di nuovo il cielo l’11 settembre 2011. Ora è alto più di 9 metri ed è secondo me il simbolo più forte della rinascita e della vita in quest’area di Manhattan. A questo punto, sono pronta ad avviarmi con animo più lieve a visitare per l’ennesima volta la vicina Statua della Libertà.

-34-


Immagini e fotografie

Copyright Dove non espressamente indicato le foto o le immagini presenti attualmente nella rivista sono situate su internet e costituite da materiale largamente diffuso e ritenuto di pubblico dominio. Su tali foto ed immagini la rivista non detiene, quindi, alcun diritto d’autore e non è intenzione dell’autore della rivista di appropriarsi indebitamente di immagini di proprietà altrui, pertanto, se detenete il copyright di qualsiasi foto, immagine o oggetto presente, oggi ed in futuro, su questa rivista, o per qualsiasi problema riguardante il diritto d’autore, inviate subito una mail all’indirizzo generazioneover60@gmail.com indicando i vostri dati e le immagini in oggetto.

Tramite l’inserimento permanente del nome dell’autore delle fotografie, la rimozione delle stesse o altra soluzione, siamo certi di risolvere il problema ed iniziare una fruttuosa collaborazione.

-35-


ILLUSTRAZIONE DI CARLO UBEZIO


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
GenerazioneOver2026_Settembre_3 by generazioneover60 - Issuu