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GenerazioneOver2026_Maggio_Giugno_1

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UNA SFERZATA DI ENERGIA PER QUESTO TORRIDO INIZIO ESTATE, CON UN NUMERO DOPPIO TUTTO DEDICATO ALLE SFIDE: QUELLE CHE SI GIOCANO NEL MONDO DELLO SPORT MA ANCHE NELLA SCIENZA E, SOPRATTUTTO, QUELLE IN CUI METTIAMO ALLA PROVA NOI STESSI, SUPERANDO I NOSTRI LIMITI PER RAGGIUNGERE UN OBIETTIVO.

SALUTE

SPORT

STILE OVER

STORIE

LA RIVOLUZIONE DELLA MEDICINA DI PRECISIONE

BOB BEAMON: L’UOMO VOLANTE SE LA SFIDA SI TRASFORMA IN MAGIA

LA GINNASTICA IMPOSSIBILE E LA SCOPERTA DELLA DANZA

DIVENTARE GIORNALISTA

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UNA SFIDA LUNGA UNA VITA


Maggio Giugno 2026

Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: n°258 del 17/10/2018 ANNO 8, n. 5/6

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Le rubriche

EDITORIALE Bellezza Cambia- menti Da leggere Da vedere Di tutto e niente Health Il personaggio Incursioni In viaggio Le interviste di MEDIcA Pet Psicologia Scienza Sessualità Stile Over Versi di...versi Volontariato & Associazioni

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DIRETTORE RESPONSABILE Minnie Luongo

GenerAzione Over 60 nasce dall’impegno di Minnie Luongo e di un gruppo di amiche/amici, soprattutto colleghi giornalisti, che dopo una vita dedicata alla professione hanno deciso di impegnarsi. Per che cosa? Per promuovere un visione dell’età matura al di fuori dei luoghi comuni, raccontando una generazione che non smette di impegnarsi e di seguire quanto avviene nel mondo.

Sito web: https://generazioneover60.com/ Email: generazioneover60@gmail.com Issuu: https://issuu.com/generazioneover60 Facebook: https://www.facebook.com/generazioneover60 Youtube: https://www.youtube.com/channel/generazioneover60


Generazione Over 60 MINNIE LUONGO DIRETTORE RESPONSABILE Classe 1951, laureata in Lettere moderne e giornalista scientifica, mi sono sempre occupata di medicina e salute preferibilmente coniugate col mondo del sociale. Collaboratrice ininterrotta del Corriere della Sera dal 1986 fino al 2016, ho introdotto sulle pagine del Corsera il Terzo settore, facendo conoscere le principali Associazioni di pazienti.Ho pubblicato più libri: il primo- “Pronto Help! Le pagine gialle della salute”- nel 1996 (FrancoAngeli ed.) con la prefazione di Rita Levi Montalcini e Fernando Aiuti. A questo ne sono seguiti diversi come coautrice tra cui “Vivere con il glaucoma”; “Sesso Sos, per amare informati”; “Intervista col disabile” (presentazione di Candido Cannavò e illustrazioni di Emilio Giannelli).

Foto Chiara Svilpo Autrice e conduttrice su RadioUno di un programma incentrato sul non profit a 360 gradi e titolare per 12 anni su Rtl.102.5 di “Spazio Volontariato”, sono stata Segretario generale di Unamsi (Unione Nazionale Medico-Scientifica di Informazione) e Direttore responsabile testata e sito “Buone Notizie”. Fondatore e presidente di Creeds, Comunicatori Redattori ed Esperti del Sociale, dal 2018 sono direttore del magazine online Generazioneover60. I due libri più recenti: “Ho vinto una biopsia”, con il contributo di Paola Emilia Cicerone e la prefazione del prof. Paolo Veronesi (2022); “Questione di misure”, assieme al prof. Alessandro Littara (2024). Quanto sopra dal punto di vista professionale. Personalmente, porto il nome della Fanciulla del West di Puccini (opera lirica incredibilmente a lieto fine), ma non mi spiace mi si associ alla storica fidanzata di Topolino, perché come Walt Disney penso “se puoi sognarlo puoi farlo”. Nel prossimo detesto la tirchieria in tutte le forme, la malafede e l’arroganza, mentre non potrei mai fare a meno di contornarmi di persone ironiche e autoironiche. Sono permalosa, umorale e cocciuta, ma anche leale e splendidamente composita. Da sempre e per sempre al primo posto pongo l’amicizia; amo i cani, il mare, il cinema, i libri, le serie Tv, i Beatles e tutto ciò che fa palpitare. E ridere. Anche e soprattutto a 60 anni suonati.

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Chi siamo DOTTOR MARCO ROSSI SESSUOLOGO E PSICHIATRA

È presidente della Società Italiana di Sessuologia ed Educazione Sessuale. Inoltre è responsabile della Sezione di Sessuologia della S.I.M.P. Società Italiana di Medicina Psicosomatica. Partecipa a numerose trasmissioni televisive e svariati programmi radiofonici, nelle vesti di esperto di sessuologia. Per la carta stampata, i suoi interventi sono pubblicati da varie riviste per cui collabora.

PROFESSOR ANTONINO DI PIETRO DERMATOLOGO PLASTICO

Presidente Fondatore dell’ISPLAD (International Society of Plastic – Regenerative and Oncologic Dermatology), fondatore e Direttore dell’Istituto Dermoclinico Vita Cutis, è anche direttore editoriale della rivista Journal of Plastic and Pathology Dermatology, nonché Professore a contratto in Dermatologia Plastica all’Università di Pavia (Facoltà di Medicina e Chirurgia).

ANDREA TOMASINI GIORNALISTA SCIENTIFICO

Dopo aver girovagato per il mondo inseguendo storie di virus e di persone, oscilla tra Roma e Spoleto, collaborando con quelle biblioteche e quei musei che gli permettono di realizzare qualche sogno. Lettore quasi onnivoro, sommelier, ama cucinare. Colleziona corrispondenzecarteggi che nel corso del tempo realizzano un dialogo a distanza, diluendo nella Storia le storie, in quanto “è molto curioso degli altri”.

PAOLA EMILIA CICERONE GIORNALISTA SCIENTIFICA

Classe 1957, medico mancato per pigrizia e giornalista per curiosità, ha scoperto che adora ascoltare e raccontare storie. Nel tempo libero, quando non guarda serie mediche e non cura le piante del suo terrazzo, pratica danze e Qi Gong. Per Generazione Over 60 ha dato vita alla rubrica di ricordi e riflessioni “Stile Over”.

DOTTOR MAURO CERVIA MEDICO VETERINARIO

È sicuramente il più conosciuto tra i medici veterinari italiani, autore di numerosi manuali di successo. Ha cominciato la professione sulle orme del padre e, diventato veterinario, ha “imparato a conoscere e ad amare gli animali e, soprattutto, ad amare curare gli animali”. È fondatore e presidente di Amoglianimali, Onlus nata per aiutare i cani più sfortunati, quelli ospitati nei canili, e per sterilizzare gratis i randagi dove ce n’è più bisogno.

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Chi siamo DANILO RUGGERI GIORNALISTA MEDICO-SCIENTIFICO

Giornalista professionista, medical writer certificato con formazione universitaria in Medicina e Chirurgia, si occupa da più decenni di informazione e comunicazione in ambito medico sia per un pubblico laico sia per un pubblico specializzato di medici generalisti e specialisti. Collabora con i principali media che trattano di salute e medicina, È socio dell’Unione nazionale di informazione medico-scientifica (Unamsi), dell’European medical writer association (Emwa) e della Sala stampa nazionale di Milano. Docente di corsi di giornalismo medico-scientifico e di medical writing, è consulente delle principali agenzie italiane di comunicazione scientifica.

FLAVIA CAROPPO GIORNALISTA, ESPERTA DI STRATEGIE DI

COMUNICAZIONE SUI NUOVI MEDIA Nasce a Bari il giorno dell’allunaggio (fate voi i conti), perfetta giustificazione per essere lunatica e sognatrice. Dopo la laurea si trasferisce a Milano, diventa giornalista e lavora per le più importanti testate RCS e Mondadori, con un passaggio in redazione a Studio Aperto, il telegiornale di Italia1. Negli ultimi 13 anni ha vissuto a New York dove, oltre all’impegno di manager della comunicazione multilingue per un’azienda internazionale, ha rispolverato la sua passione per la recitazione, calcando più di un palcoscenico a Manhattan e frequentando vari set cinematografici. In attesa dell’Oscar (e di tornare “a casa” nella Grande Mela), al momento vive lì dove tutto è cominciato, la Luna Bari.

BRUNO BELLETTI AUTORE

Preside in pensione, è formatore di corsi per docenti e consulente scolastico per scuole paritarie. Ha svolto attività di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università Cattolica di Milano ed è autore di parecchi contributi filosofici e pedagogici. In ambito poetico ha pubblicato due sillogi di poesie, vincendo due importanti concorsi di poesia e risultato finalista in premi nazionali e internazionali. Scrive su alcune riviste di letteratura, nonché sul suo blog.

ENRICO FOVANNA GIORNALISTA

Classe 1961, giornalista per 35 anni in un quotidiano milanese, “Il Giorno”, dove si è occupato soprattutto di sociale. Inoltre, ha realizzato reportage all’estero, per esempio da Iraq e Afghanistan. È anche scrittore. Nel 1996 ha pubblicato “Il pesce elettrico”, con Baldini e Castoldi, premio Stresa 1996. Con Giunti ha pubblicato la nuova edizione dello stesso romanzo nel 2019, quindi “L’arte sconosciuta del volo”, nel 2020, e “Lunedì mi innamoro”, nel 2023. Ha pubblicato anche per E/L (“Tra Fès e Meknès”, 1999) e Utet (“L’inventore dell’invisibile”, 2011).

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Chi siamo MARCO VITTORIO RANZONI GIORNALISTA

Milanese DOC, classe 1957, una laurea in Agraria nel cassetto. Per 35 anni nell’industria farmaceutica: vendite, marketing e infine comunicazione e ufficio stampa. Giornalista pubblicista, fumatore di Toscano e motociclista della domenica e -da quando è in pensione- anche del lunedì. Guidava una Citroen 2CV gialla molto prima di James Bond.

ROSA MININNO PSICOTERAPEUTA

E’ Presidente Scuola Italiana di Biblioterapia, Accademica Ordinaria Tiberina, e Membro del Consiglio Direttivo della Cattedra delle Donne. Divulgatrice scientifica con oltre 40 anni di attività professionale clinica e didattica, ha all’attivo più di 300 eventi in qualità di relatrice e moderatrice. Forte lettrice, scrive, dipinge e ascolta musica jazz. Il suo motto è: “Leggere è il respiro della mente, scrivere il suo sguardo”.

CARLO UBEZIO

Grafico e illustratore, già Art Director al Corriere della Sera

WALTER CALABRESE

Grafico impaginatore “amatoriale” per GenerazioneOver60

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Sommario -11Generazione F La mia sfida più temeraria: correre sulla pista di volo, trascinando un’impegnativa valigia, per raggiungere un aereo Editoriale di Minnie Luongo -14Stile Over Quella ginnastica impossibile Di Paola Emilia Cicerone -18Leone ascendente giornalista La mia sfida inseguendo un sogno Di Luciano Ragno -22MEDIcA Quando il film entra in corsia: la sfida di MediCinema Di Edoardo Rosati -26Cambia-menti Sessanta non è un limite. È un punto di partenza Di Flavia Caroppo

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Sommario -32Health La rivoluzione della Medicina di Precisione Di Danilo Ruggeri -35Il personaggio La Sfida delle Sfide Di Dario Francolino -38Versi di...versi Sfida Di Bruno Belletti -39 Per ricordare La leggenda di Bob Beamon, l’uomo volante Di Enrico Fovanna -43Riflessioni Se si smette di sfidare si smette di vivere pienamente Di Dario Francolino

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Generazione F LA MIA SFIDA PIÙ TEMERARIA: CORRERE SULLA PISTA DI VOLO, TRASCINANDO UN’IMPEGNATIVA VALIGIA, PER RAGGIUNGERE UN AEREO EDITORIALE

Mi sembrava impossibile. Per una volta tanto non mi ero ridotta all’ultimo momento per preparare bagagli, documenti e quant’altro. Probabilmente dipendeva dal fatto che stavo per iniziare un viaggio atteso da mesi: un volo con destinazione Melbourne, come unica giornalista italiana, in mezzo a tantissimi colleghi stranieri più medici di ogni nazionalità, per partecipare a un convegno sull’ictus. Mi attendevano dieci giorni per scoprire una località in cui probabilmente non sarei più tornata, conoscere le novità sullo “stroke” e, non da ultimo, godermi due viaggi di oltre 20 ore l’uno (come ho già avuto modo di dire, le rotte aeree lunghe mi rilassano e mi ritemprano al tempo stesso). E questa volta non potevo proprio lamentarmi, pensai chiudendomi la porta alle spalle per raggiungere l’aeroporto. Sì, ero quasi in anticipo sul mio programma di marcia per prendere il treno- navetta che porta a Malpensa, per poi salire su un secondo aereo a Roma e di qui… il sogno. L’Australia. Era il primo dicembre 2000 (l’anno si rivelerà fondamentale in questa storia) e viaggiavo in compagnia di una grossa valigia rossa con le rotelle. Dimenticate i trolley attuali con quattro ruote: allora si trattava di un ba-

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Generazione F gaglio con due sole rotelline che, per guidare, richiedevano allenamento ed esperienza. Mi sentivo euforica e soprattutto soddisfatta di me stessa per la mia insolita puntualità, quando- mentre sedevo sulla navetta diretta a Malpensa- squillò il cellulare. Era un amico medico che mi chiedeva dove fossi. Alla mia risposta scoppiò a ridere e disse di affrettarmi. Fu in quel momento che “vidi” davanti agli occhi, senza bisogno di leggere il biglietto che custodivo in borsa, la scritta “Partenza: Milano Linate”. A quel punto rimasi seduta al mio posto e aspettai che la carrozza ripartisse per il percorso inverso. Dopo aver spiegato per telefono all’amico incredulo che la mia non era stata una battuta, a Cadorna (capolinea della navetta su cui avevo viaggiato per più di un’ora e mezza fra andata e ritorno) aspettai un taxi e gli dissi di volare (sì, gli dissi così) e di recapitarmi a Linate. Naturalmente, a quel punto il mio aereo era già bell’e partito (forse già arrivato a Roma, chissà) e chiesi di salire sul primo disponibile. La signorina del check-in mi fece presente che comunque, una volta arrivata alla Capitale, non avrei mai e poi mai fatto in tempo a prendere quello prenotato per Melbourne. Lo sapevo ma volli comunque provare. Seguita da più sguardi accorati mi imbarcai. A quei tempi andavo a Roma un paio di volte la settimana e pertanto ne conoscevo bene l’aeroporto. Purtroppo non avevo messo in conto un particolare non da poco: avevano iniziato una ristrutturazione e improvvisamente mi ritrovai davanti a un percorso sconosciuto, fatto di frecce e di indicazioni nuove. Nonostante fosse dicembre sudavo a più non posso, sempre pilotando come una disperata la valigia rossa. Non so come ma infine mi ritrovai all’imbarco, dove una gentile signora non più giovane, diciamo Over, mi disse che l’aereo per Melbourne stava per decollare e quindi la mia trasferta finiva lì… “Ma io devo prendere quell’aereo!” urlai. Mi guardò- lei – con occhi lucidi e poi mi chiese a bruciapelo: “Sa correre?” In quel momento mi sentivo in grado di saper fare tutto. In breve: chiamarono il pilota e gli dissero che una poverina con una valigia rossa stava per raggiungere il velivolo… a piedi sulla pista. Era il 2000, come ho detto, e non c’erano ancora tutte le misure di sicurezza obbligatorie che sarebbero scattate l’anno successivo. Così, mi fu consentito di non imbarcare l’ingombrante bagaglio, senza neppure esaminarlo, ma di portarlo con me. Credo che sia stata la sfida più disperata mai fatta con me stessa: raggiungere quell’aereo trascinando una maledetta valigia che ondeggiava ovunque su due minuscole rotelline. In quei lunghi minuti di corsa capii che cosa si prova quando si ha un infarto, ma la posta in gioco era troppo alta. Per dabbenaggine mi ero ritrovata in quella situazione e solo vincendo la mia personale sfida podistica ne potevo venir fuori. Arrivata a bordo mi accasciai sulla valigia, mi portarono prontamente un bicchiere d’acqua e mi sedetti in una zona dell’aereo occupata da tanti giapponesi che mi osservavano perplessi.

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Generazione F Dopo venti minuti abbondanti, ripresa una respirazione normale, andai in bagno, lavai la faccia e mi rifeci accuratamente il trucco; poi, con tutta la calma e l’imperturbabilità che riuscii a simulare, arrivammo sorridenti – io e la mia valigia- al posto assegnato, fra alcuni medici che conoscevo, compreso il mio amico, ormai convinto che fossi a casa, a Milano… “Ma come hai fatto? “ balbettò sbalordito. In modo sibillino risposi solo questo: “So correre”. P. S. Un ringraziamento particolare a Carlo Ubezio che, ricorrendo all’Intelligenza Artificiale, con la sua bravura è riuscito a rendere al meglio la scena in cui io correvo- anzi, volavo- sulla pista per salire sul “mio” aereo.

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Stile Over QUELLA GINNASTICA IMPOSSIBILE Sfide ginniche e ricordi tra ironia e nostalgia Di Paola Emilia Cicerone – giornalista scientifica Che cosa ci viene in mente quando parliamo di sfide? Non sono mai stata interessata allo sport, per cui le immagini che affiorano alla mia mente hanno il sapore rétro di un duello cavalleresco, o al massimo di due cowboy che si affrontano in una strada polverosa del vecchio West.

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Stile Over Ma in realtà le sfide più interessanti sono quelle in cui ci mettiamo in gara con noi stessi, e riusciamo, come si usa dire oggi, a uscire dalla nostra comfort zone per affrontare qualcosa che ci fa paura o ci mette a disagio. Ecco, per me la bestia nera da affrontare è sempre stata l’attività fisica . Quando ero piccola mia madre – che vedeva ogni attività come un’opportunità per risolvere drasticamente un problema più che come occasione di svago – m’iscrisse a un corso di ginnastica ritmica . E devo dire che l’idea non mi dispiaceva; il trauma venne dallo scontro con la realtà e dal confronto tra la mia goffaggine e la grazia apparentemente innata delle mie compagne di corso che mi sembravano -e forse erano – tutte più magre, più alte, più bionde e soprattutto più agili di me . Non che ci volesse molto, perché il coordinamento motorio non è mai stato il mio forte . E se, come la maggior parte delle bambine, guardavo con aria sognante le future ballerine in tutù, avevo abbastanza senso critico da capire che quello era certamente al di fuori dalla mia portata, complice un assetto non proprio ottimale delle caviglie e qualche problema di equilibrio . Però sono cresciuta in un’epoca in cui l’attività motoria non doveva essere divertente ma FORMARE .

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Stile Over Nessuno si pose il problema di trovare un’attività più adatta a me, che forse all’epoca non esisteva nemmeno, e con la ginnastica ritmica per un paio di anni dovetti fare i conti. Non ricordo come e perché finì, ma con l’arrivo alle scuole medie – alle elementari l’unica attività fisica proposta era la ricreazione in giardino – il problema assunse la fisionomia inquietante dell’ora di educazione fisica. Un altro disastro, e non mi consolava che fosse- insieme ad applicazioni tecniche che all’epoca richiedeva abilità per me esoteriche come maglia e cucito – l’unica materia in cui andavo davvero male. Anche se devo ammettere che le insegnanti qui si impegnarono, anche se facevano fatica a capire che il quadro svedese fosse per me un ostacolo insormontabile e l’asse di equilibrio, a pochi centimetri da terra, assolutamente impraticabile, non solo perché avevo paura di farmi male ma anche perché – come dimostrai alla prof incredula provando a camminare sulla riga che delimitava il campo da pallavolo- ero proprio incapace di mettere un piede davanti all’altro.

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Stile Over Ricordo ancora i tentativi della professoressa di terza media di farmi partecipare a qualche garetta, sfida insormontabile perché essere ansiosi e poco competitivi non è un bel mix: non sapremo mai se avrei potuto correre, perché al “via” semplicemente non partii, e la prova di lancio del peso convinse tutti che per l’incolumità mia e altrui sarebbe stato meglio desistere. Insomma, un disastro, cui ha sicuramente contribuito l’atteggiamento non proprio solidale delle compagne di classe, per cui la secchiona imbranata era un facile oggetto di scherno. Alla fine, arrivata alle superiori decisi di prendere in mano la situazione, con la complicità del mio medico di famiglia che si convinse facilmente come, visto il precario riscaldamento del mio edificio scolastico e la mia tendenza a beccarmi una bronchite al minimo filo d’aria, un esonero avrebbe diminuito la quantità di antibiotici che ero costretta a ingurgitare ogni anno. E questo concluse definitivamente il mio rapporto con l’educazione fisica. Avrei dovuto accettare la sfida? Forse, diciamo che ho accettato e vinto sfide di tipo diverso, in cui la motivazione mi faceva dimenticare le mie ansie. I conti con l’attività fisica- anche se non proprio con lo sport – li ho fatti anni dopo, grazie alla combinazione tra insegnanti motivati e attività che mi piacevano davvero. Come il tai chi chuan, e soprattutto le danze meditative, che mi hanno permesso di vivere la mia passione per la danza senza competitività e senza ansie: perché si danza per se stessi, e come ama ripetere la mia maestra Joyce, “nelle danze meditative non si può fare sbagliato, si può solo fare diverso”. E anche se in realtà non è proprio così, questa frase mi ha dato il coraggio di mettermi alla prova con questa e altri generi di danza, sino alla scoperta- già raccontata su Generazione Over 60- delle danze rinascimentali. Così, la prossima sfida-con me stessa- sarà quella di indossare un costume d’epoca e, chissà, forse di danzare in pubblico. Dove il problema non sono gli spettatori – ho fatto politica troppo a lungo per sentirmi in imbarazzo a fare qualcosa davanti agli altri- ma l’emozione di fare qualcosa che mi piace molto e che per anni ho sentito come irraggiungibile.

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Leone ascendente giornalista LA MIA SFIDA INSEGUENDO UN SOGNO Una scommessa durata una vita intera Di Luciano Ragno -giornalista Un giorno, tanti anni fa, con il professore Fernando Aiuti, incontrai Madre Teresa di Calcutta . Si discuteva sulla realizzazione a Roma di una Casa alloggio finanziata dall’Anlaids per donne malate di Aids, da ospitare assieme ai loro figli . Aiuti : “ Madre, è una grande sfida, non so ci riusciremo” . Madre Teresa: “ La vita è opportunità, coglila . La vita è bellezza, ammirala . La vita è beatitudine, assaporala . La vita è un sogno, fanne una realtà . La vita è una sfida, affrontala” . Segnai queste meravigliose parole sul mio taccuino. E spesso le ho rilette. E oggi, riflettendo, mi chiedo: “Luciano, se la vita è una sfida, l’hai affrontata? E com’è andata?”. Allora riavvolgo il nastro della mia lunga esistenza e vado a vedere se e come ho sfidato la vita . Metà anni ’50 a Foligno, la mia città . Frequento il Liceo Classico . In una chiesa sconsacrata e trasformata in palestra ascolto un pugile che racconta la vittoria contro un forte avversario. Aggiunge : “ Purtroppo nessun giornale ne ha parlato” . Ascolto e memorizzo . A casa un’idea : racconto io quella vittoria . Un foglio a quadretti e la biro . E nasce un articolo . E adesso? Altra idea, un azzardo : porto l’articolo alla redazione di Foligno de “Il Messaggero”, il quotidiano sempre presente in casa . Arrivo in bicicletta alla redazione . In tre nella grande stanza del bellissimo palazzo a scrivere davanti alle maestose “Remington”. Già questo mi affascina. Un signore- è l’avvocato Giuseppe Galligari, sarà il mio maestro- mi accoglie sorridente, senza nascondere la sorpresa. “ Se le interessa, avrei scritto questo…” . Saluto e vado via . Il giorno dopo mio padre mentre legge “Il Messaggero” : “ Luciano, sul giornale

Una bellissima illustrazione di Claudio Ronchetti, compianto disegnatore e grafico de “Il Messaggero”, che simboleggia al meglio la sfida dell’autore.

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Leone ascendente giornalista c’è un signore che si chiama come te” . Leggo, salgo sulla bicicletta , torno in redazione . Ringrazio . Poi un altro azzardo : “ Mi prendete? Voglio diventare come voi, un giornalista” . E lui, Giuseppe Galligari, sorridendo: ” E’ una sfida, prova a vincerla. Voglio darti fiducia perché hai entusiasmo. Sei dei nostri”. E’ l’inizio della sfida . Durata una vita . Ragazzo di provincia davanti al mondo . Sognando di raccontare il mondo . Intanto racconto Foligno . Ma diventa molto difficile far coincidere scuola, studio, ricerca di notizie e il tempo per raccontarle sulla “Remington”. Non mi arredo. Avverto che sto diventando grande . Entro nel cuore della mia città . Non è solo strade, bar, monumenti, gente anonima, negozi . E’ storia di persone che piangono al pronto soccorso mentre mi raccontano l’incidente stradale . E di quel signore che ha fatto 13 al Totocalcio . E anche di quell’uomo politico che promette e chissà se manterrà . Scopro la vita . Diversa da quella fino ad ora vissuta : casa- scuola- amici -stadio- bar . La ma vita quotidiana è stravolta. La sfida va avanti. E un giorno gioco la carta dell’azzardo. Mi devo iscrivere all’Università. Davanti a mio padre e mia madreAndreina è maestra elementare, Rinaldo, direttore didattico- in salotto. Un sospiro profondo: “Mandatemi a Roma, lì c’è il Messaggero”. Andreina e Rinaldo mi guardano negli occhi: vedono forza, entusiasmo e convinzione. Non mi deludono. E il ragazzo di provincia sale sul treno per Roma. La Capitale. Così vicina e così lontana. Non sono solo. E’ con me una paziente ragazza, Marisa. Anche lei ha letto nei miei occhi la sincerità, la forza, la passione, la convinzione. Ha fiducia in me. La mia sfida diventa la sua sfida. Sarà- con le mie figlie Andreina e Claudia- il sostegno, l’incitamento, il ‘bravo !’ nei successi e la consolazione nelle delusioni. Per tutta la vita. Dov’ero rimasto ? Ah, sul treno. Mi presento al “Messaggero” in via del Tritone. La Reggia. Mi riceve il caporedattore della redazione Province, Lorenzo Focolari . “ Sono Luciano Ragno, faccio parte della redazione di Foligno. Mi trovo a Roma perché seguo le lezioni all’Università; posso venire qualche volta qui al giornale ?“. E Focolari: “ Mi piace il tuo coraggio. Va bene, quando sei libero dalle lezioni, vieni qui”. Ancora grazie, grande capo.

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Leone ascendente giornalista Da quel giorno più al “Messaggero” che a lezione. I colleghi mi accolgono con grande affetto. Cominciano ad affidarmi articoli da correggere. E scopro quello che, in seguito, vedrò raramente: l’incoraggiamento. Che diventa fiducia. E la fiducia diventa forza. I giornalisti, specie quelli con i capelli bianchi, mi invitano a non mollare, assicurano il sostegno. E mi insegnano la professione. Ora sento colleghi che, se non scoraggiano, mettono in guardia i giovani con la voglia di diventare giornalisti: “ La carta stampata è in crisi, la possibilità di essere assunti è molto bassa, meglio tentare altre professioni”. Passano mesi. Anche due anni. Nel giornale sono uno di loro. Mi stimano e mi vogliono bene, mi incoraggiano. Ho la responsabilità di una pagina di una regione del Sud. Un dettaglio: non prendo alcun compenso, lavoro gratis. Vivo in una pensione dove sconvolgo i ritmi perché rientro alle tre di notte. Per rientrare l’auto di un collega o il tram. Impossibile una moto, figuriamoci un’auto. Finalmente un giorno il primo compenso: 50 mila lire al mese. Che gioia e che sospiro di sollievo. E accade un miracolo, primo di tanti . I miei genitori e quelli di Marisa si consultano : “ Luciano è solo a Roma, vive in una pensione, lavora tanto, anche di notte . Aiutiamolo . Perché non facciamo sposare Marisa e Luciano ? Pensiamo a tutto noi” . Marisa e Luciano si sposano . Piccolo grazioso appartamento al quartier Appio . Un altro miracolo : dopo un anno nasce Andreina . Dopo altri sei anni nascerà Claudia . E poiché i miracoli si danno una mano ne arriva un altro : il contratto di assunzione al giornale . Luciano diventa un giornalista del “Messaggero” . Ma c’è un problema, non piccolo . La legge prevede che bisogna sostenere un esame per essere iscritti all’Ordine dei Giornalisti, preceduto da 18 mesi di praticantato al giornale . Non mi rassegno . Il tempo passa velocemente . Tanto impegno, grandi soddisfazioni, primi articoli a mia firma . Ritorno a casa che è quasi l’alba, tutti i i giorni, domenica compresa. Reggo il ritmo, il sostegno di Marisa è immenso. Ancora e sempre grazie. Arriva il giorno dell’esame . Superato . Sono un giornalista professionista . I primi pensieri . A quel pugile nella chiesa sconsacrata . All’avvocato Galligari: “Ti aiuto, sei coraggioso”. A mio padre in quel pomeriggio “ Luciano, c’è una persona che sul giornale si chiama come te”. A Lorenzo Focolari: “ Il giornale ti apre le porte”. Passo dalla redazione Province a quella Esteri, con un capo indimenticabile, Maurizio Montefoschi. Dal semaforo che non funziona in quella cittadina del Sud alla guerra fredda Stati Uniti/ Unione sovietica. Poi vado alla redazione Interni con un altro caporedattore indimenticabile, Giuliano Capriotti. E’ tempo delle stragi che sconvolgono l’Italia.

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Leone ascendente giornalista Fino a un altro miracolo . Il direttore, un grande direttore, Vittorio Emiliani , mi nomina inviato . Da redattore semplice a inviato . Un salto da primato olimpico . Grazie Vittorio, un abbraccio . E tutto diventa magia . In viaggio per il mondo : vederlo e raccontarlo. Addirittura in prima pagina . L’uomo sulla Luna, i primi passi dell’ Italia nello Spazio, le conquiste della Medicina ( intanto seguo anche le notizie di Scienza), le crisi di governo in casa nostra e fuori, guerre e tragedie legate al clima, iniziative culturali . Sempre in viaggio con accanto la mitica “Olivetti Lettera 22” con quel foglio bianco da riempire . Poi verrà il computer portatile, ma la ”22” era magica . Viaggio, raccontando il mondo, anche quando divento caporedattore della redazione Province ( là dove avevo iniziato) . In giro per il mondo scopro che non ha pace . Non ama i deboli . Non ha pietà . Ma conosco anche il volto più bello : persone dal cuore grande che aiutano chi è in difficoltà, soprattutto gli invisibili . Senza soste, per anni . In Mali, Giappone, Filippine, Alaska, Muraglia cinese, India, Stati Uniti ( fin lassù, l’Alaska), e ancora più su : Polo Nord . Ma anche Argentina, Guyana Francese . Ovviamente tutta Europa : dalla Piazza Rossa al Tamigi, fino al Mar Caspio . E tanto, proprio tanto, altro mondo… Giro con il mappamondo in tasca . Adesso che sono in pensione non smetto di ’leggere’ il mondo . E vedo che non ha imparato la lezione . Non ha pace, non ama i deboli , non ha pietà . Lo seguo davanti al computer . E prendo appunti . Mi servono per il mio colloquio quotidiano con gli amici in uno spazio di riflessioni su Facebook. Così da cinque anni. E per i miei libri. Sempre con la voglia di guardare intorno e raccontare . Non c’è più il sogno . E’ diventato realtà . E’ accaduto . “Niente accade se non è preceduto da un sogno”, ha detto un giorno il grande poeta americano Carl Sandburg.

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QUANDO IL FILM ENTRA IN CORSIA: LA SFIDA DI MEDICINEMA La cineterapia scende in campo a fianco del paziente Di Edoardo Rosati – giornalista medico- scientifico

http://www.medicinema-italia.org Ci sono luoghi in cui la parola «cura» sembra appartenere esclusivamente al linguaggio della tecnica. Reparti ospedalieri scanditi da esami, protocolli, monitor, parametri biologici e decisioni terapeutiche. Verrebbe da pensare che qui non ci sia molto spazio per altro. Eppure, proprio in questi ambienti dominati dalla medicina più concreta, da qualche anno sta trovando posto uno strumento che appartiene apparentemente a un altro universo: il cinema. Può sembrare un paradosso. Che cosa c’entra una sala cinematografica con una terapia? Che relazione potrà mai esistere tra una pellicola e un percorso di cura? La risposta è meno sorprendente di quanto sembri: il cinema non è soltanto intrattenimento, ma una delle forme più sofisticate di esperienza umana condivisa. Del resto, la parola stessa deriva dal greco kinema:

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movimento. E forse è proprio qui che alberga il suo potenziale terapeutico. Perché il moto delle immagini sullo schermo muove qualcosa dentro di noi . Emozioni . Ricordi . Pensieri che spesso rimangono bloccati . Parole che non trovano il coraggio di erompere . Muove parti di noi che la malattia, il dolore o la sofferenza psicologica tendono a cristallizzare .

http://www.medicinema-italia.org Le neuroscienze ci hanno insegnato che guardare un film è un’esperienza assai più complessa di quanto immaginiamo. Mentre seguiamo una storia, si attivano contemporaneamente reti cerebrali coinvolte nell’attenzione, nella memoria, nell’elaborazione emotiva e nell’empatia. Non assistiamo semplicemente a una narrazione: la viviamo. In un certo senso, il cervello collabora con il film. Colma gli spazi vuoti, connette le scene, attribuisce significati, anticipa sviluppi. Costruisce continuamente ponti tra ciò che osserva sullo schermo e quello che custodisce nella propria storia personale. Entriamo in sala convinti di guardare una storia e alla fine ne usciamo portandocene addosso un’altra. Formalmente non è successo nulla. Nessuno ci ha interrogati o chiesto di raccontare qualcosa di personale. Eppure, mentre scorrevano i titoli di coda, dentro di noi è emerso un ricordo dimenticato, una ferita mai del tutto rimarginata, una domanda che credevamo archiviata.

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Da questo nucleo profondo nasce l’interesse della medicina per il grande schermo. Perché un film riesce spesso dove noi falliamo: rende visibile ciò che fatichiamo a riconoscere. Accade attraverso i personaggi. Ci avviciniamo alle loro fragilità, sconfitte e speranze. A volte basta una scena, uno sguardo o una battuta pronunciata nel momento giusto per riconoscere un tratto che ci appartiene. Non diciamo ancora: «Sta parlando di me». Affermiamo semplicemente: «Capisco quel personaggio». Ma la distanza, in realtà, si sta già accorciando. È in questo spazio intermedio che il cinema esercita una delle sue funzioni più preziose . Le emozioni che nella vita reale tendiamo a schivare, minimizzare od occultare, trovano una strada alternativa per affiorare . La paura, il senso di perdita, la rabbia, il desiderio di riscatto diventano improvvisamente osservabili . Nessuno ce li spiega: semplicemente li vediamo incarnati da qualcun altro . Così, ciò che apparteneva alla finzione rientra di soqquatto nella nostra biografia. La storia sullo schermo diventa uno specchio obliquo. Non riflette la nostra immagine in modo diretto; la restituisce trasformata, abbastanza distante da poter essere squadrata senza timore, a sufficienza vicina da venire riconosciuta.

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È qui che il cinema smette di essere soltanto spettacolo e diventa esperienza : uno spazio protetto in cui possiamo attraversare sentimenti complessi senza esserne travolti . Sperimentiamo il lutto senza averlo subito, la paura senza esserne minacciati, la speranza senza doverla necessariamente conquistare. Possiamo esercitare l’empatia, esplorare prospettive diverse dalla nostra e allenare quella flessibilità emotiva che spesso la sofferenza tende a irrigidire. Non stupisce, allora, che negli ultimi anni la comunità scientifica abbia iniziato a osservare con crescente interesse ciò che accade tra uno schermo e uno spettatore. La cosiddetta cineterapia nasce proprio da questa intuizione : cavalcare consapevolmente il potere delle storie audiovisive per favorire processi di elaborazione emotiva e psicologica . Non si tratta di un’idea romantica né di una suggestione priva di fondamento . Numerosi studi hanno documentato benefici in contesti molto diversi : dall’oncologia ai disturbi dell’umore, dalla salute mentale alle condizioni caratterizzate da isolamento sociale e fragilità relazionale . Gli effetti più frequentemente osservati? Una riduzione dell’ansia e dello stress, un miglioramento del benessere psicologico, una minore percezione del dolore e una maggiore capacità di gestire ed esternare le proprie emozioni . Naturalmente, sarebbe un errore attribuire al cinema poteri che non possiede. Nessuna pellicola sostituisce una psicoterapia, così come nessuna storia può rimpiazzare un trattamento medico. Il cinema non cancella la patologia. Può però modificare il modo in cui una persona la attraversa. E questa differenza è tutt’altro che marginale. Su questa esatta premessa si fondano l’esperienza di MediCinema Italia e la sfida che questa realtà porta avanti da oltre dieci anni: introdurre le sale cinematografiche all’interno degli ospedali italiani, trasformando la visione di un film in un intervento complementare integrato nei percorsi di cura. La forza di questo progetto non risiede semplicemente nella proiezione di una pellicola tra le mura ospedaliere. Sarebbe riduttivo considerarlo un modo per riempire il tempo o alleggerire una giornata difficile. L’idea è decisamente più ambiziosa: creare un habitat in cui il paziente possa tornare, almeno per qualche ora, a essere qualcosa di diverso dalla propria diagnosi. Perché purtroppo la malattia tende a restringere il mondo. Riduce le occasioni di incontro, ridefinisce i ruoli, a volte finisce per far coincidere l’identità di una persona con il suo problema clinico. La sala cinematografica interrompe questo processo. Nel buio partecipato di una proiezione non ci sono soltanto pazienti, caregiver od operatori sanitari. Siedono persone. Che ridono e si commuovono insieme. E trattengono il fiato davanti alla stessa scena. Dettagli? Nient’affatto. Perché una parte importante della sofferenza nasce proprio dal sentirsi soli nella propria storia. Le narrazioni condivise, invece, ci mostrano che altri hanno conosciuto la paura e trovato la forza per ricominciare. Ed è questa consapevolezza la forma più profonda di cura che il cinema sa offrirci.

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Cambia-menti SESSANTA NON È UN LIMITE. È UN PUNTO DI PARTENZA Dalla tragedia dei sub alle Maldive a Geraldine che gira il mondo con la pensione: perché la generazione più vitale della storia ama le sfide e non ha nessuna intenzione di fermarsi. Di Flavia Caroppo – giornalista

Geraldine aveva 65 anni quando ha comprato un biglietto di sola andata per Bangkok, ha fatto le valigie e ha detto addio alla famiglia. Nessun progetto, solo una certezza: voleva viaggiare. Sette anni dopo era ancora in giro per il mondo, dormendo negli ostelli della gioventù e pagandosi tutto con la pensione. “Non avevo piani”, ha raccontato al Sydney Morning Herald. “Sapevo solo che volevo viaggiare”. Non è un caso eccezionale. È il ritratto di una generazione che ha deciso di non stare ferma.

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Geraldine, la donna australiana Over60 che ha deciso di partire per il giro del mondo. (foto cortesia di Viaggiare con lentezza)

La cronaca che fa riflettere

A maggio 2026 cinque sub italiani sono morti alle Maldive durante un’immersione tecnica a cinquanta metri di profondità . Erano esperti, preparati, appassionati . Tra loro una docente universitaria di ecologia marina . Non stavano improvvisando : stavano facendo quello che amavano da anni, spingendosi un po’ più in là del solito . La domanda che quella notizia lascia aperta non è solo “che cosa è andato storto”. È: perché persone mature, consapevoli dei rischi, continuano a spingersi oltre? La risposta non è incoscienza. È qualcosa di più interessante.

La generazione che ha cambiato tutto (e ora cambia se stessa) I baby boomer italiani hanno attraversato il boom economico, il Sessantotto, l’AIDS, la rivoluzione digitale, la crisi finanziaria. Sono abituati a reinventarsi. Secondo i dati ISTAT, al 1° gennaio 2023 il 24% della popolazione italiana aveva più di 65 anni. A partire dal 2025, i baby boomer stanno entrando in massa in questa fascia d’età. I-com Non è un’emergenza. È una trasformazione.

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Cambia-menti Secondo una ricerca dell’Osservatorio Salute gli over 65 di oggi si differenziano notevolmente da quelli di qualche decennio fa : sono più propensi a mantenere uno stile di vita attivo, partecipando ad attività sociali, culturali e sportive, e spesso continuano a contribuire in maniera significativa alla società .

L’alpinista italiano Walter Bonatti dopo la salita in solitario della parete Nord del Monte Cervino nel 1965.

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Cambia-menti Walter Bonatti, che negli anni Cinquanta trasformò l’alpinismo italiano in una pratica quasi filosofica — e che bivaccò a 8.100 metri sul K2 portando le bombole di ossigeno, senza il cui sacrificio la spedizione italiana del 1954 non avrebbe conquistato la vetta — scrisse: “Chi più in alto sale, più lontano vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna.” Non parlava solo di montagne . L’8 maggio 1978 Reinhold Messner e Peter Habeler salirono per primi l’Everest senza ossigeno supplementare, un’impresa ritenuta impossibile che cambiò l’alpinismo himalayano e spostò in avanti i limiti di ciò che l’uomo può fare. Messner ricorda: “Ci dicevano che eravamo matti con tendenze suicide. Noi invece siamo saliti a quasi 8.900 metri e siamo scesi al campo base sani e salvi”. Stessa spinta, scale diverse. Vale per chi scala l’Everest e per chi a sessantacinque anni decide di imparare il portoghese, aprire un bed and breakfast o comprare un biglietto di sola andata.

Reinhold Messner in un’immagine del 2024.

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Cambia-menti Tre sfide, tutte (in)vincibili Sfida n°1 – Il digitale: non un nemico, una chiave Il rapporto State of the Digital Decade 2025 della Commissione Europea è chiaro : nonostante i progressi, restano ampie sacche di esclusione digitale, in particolare tra pensionati e over 60 . Solo il 55,6% degli adulti europei possiede competenze digitali di base . Anap Confartigianato In Italia solo il 33% degli over 65 usa internet regolarmente, collocando il Paese tra quelli con maggiore esclusione digitale nella fascia anziana. L’indipendente Ma la direzione sta cambiando. Nelle zone dove sono stati implementati progetti di inclusione digitale si è registrata una riduzione del 30% nei tassi di solitudine tra gli anziani. Imparare a usare uno smartphone non è solo questione di tecnologia: è restare connessi al mondo. Il Plurale Sfida n° 2 – Il corpo: movimento consapevole, non agonismo La quota di persone anziane che si percepisce in buona salute è aumentata significativamente, passando dal 29,4% nel 2009 al 37,8% nel 2023. È inoltre più che raddoppiata, nell’arco di vent’anni, la percentuale di over 64 che praticano sport: dal 6,7% nel 2003 al 16,4% nel 2023. Trendsanita Tra il 2015 e il 2024, l’incremento della pratica sportiva più marcato in Italia si è registrato proprio tra gli adulti e gli anziani over 60. Più anni non significa meno movimento. Significa movimento diverso: più consapevole, più scelto, più goduto. Istat Sfida n° 3 – Il senso: la pensione come pagina bianca La vera sfida non è sopravvivere alla pensione. È capire cosa si vuole davvero fare adesso. L’allungamento della vita e gli stili di vita più salutari hanno ampliato gli orizzonti delle generazioni, ma hanno anche introdotto nuove sfide: vivere a lungo non è uguale per tutti, né ovunque. Anap Confartigianato David Le Breton, professore di Sociologia e Antropologia all’Università di Strasburgo e autore di Sociologia del rischio (Mimesis, 2017), sostiene che in una società sempre più virtuale e anestetizzata le sfide personali nascono dal bisogno profondo di sentire la propria esistenza. Non è fuga dalla realtà: è il contrario.

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Il sociologo francese David Le Breton alla presentazione del suo libro Esperienze del dolore.

Il vantaggio che non ti aspetti Chi ha vissuto sa stare nell’incertezza. Sa che le cose non vanno sempre come previsto — e sa comunque andare avanti. Samuel Beckett lo sintetizzò con brutalità elegante: Try again. Fail again. Fail better. (Riprovaci. Sbaglia di nuovo. Sbaglia meglio). La prossima sfida, qualunque essa sia, è già lì che aspetta. La domanda è solo una: siete pronti ad accettarla?

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Health LA RIVOLUZIONE DELLA MEDICINA DI PRECISIONE Una sfida impegnativa ma possibile: realizzare un Sistema Sanitario a misura di individuo Di Danilo Ruggeri – giornalista medico-scientifico

Credit: Sangarsh LohaKare Nel 1999 un editoriale del Wall Street Journal profetizzava l’inizio di una “nuova era della medicina personalizzata”, in cui i farmaci sarebbero stati mirati sul profilo genetico unico di ogni individuo . Quella che allora appariva come una suggestione futuristica alimentata dal Progetto Genoma Umano è oggi diventata la colonna portante di una trasformazione epocale : la Medicina di Precisione (MP). Questo paradigma non rappresenta solo un’innovazione tecnologica, ma un cambiamento ontologico che supera il modello tradizionale “one-size-fits-all” (una cura uguale per tutti), per considerare ogni paziente come un sistema biologico unico, le cui variabili genomiche, ambientali e comportamentali sono irriducibili a una media statistica. Dalla diagnosi alla “Prescrittomica” La Medicina di Precisione non si limita a identificare la malattia, ma mira a integrare ogni fase della cura in un approccio multidisciplinare. In questo contesto l’attività del medico evolve in quella che l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) definisce “prescrittomica”. Si tratta di una vera e propria scienza dei sistemi che studia il processo prescrittivo nella sua interezza, armonizzando la scelta del farmaco con i bisogni, le preferenze e le convinzioni del soggetto curato. Per attuare questa visione, la MP si avvale di strumenti complementari di altissimo rigore scientifico: Farmacogenomica: Superando la vecchia farmacogenetica basata su singoli geni, oggi è possibile analizzare pannelli multigenici complessi per prevedere come le varianti del DNA influenzino l’efficacia e la tossicità di

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Health un trattamento. L’obiettivo è dotare ogni cittadino di un vero e proprio “passaporto farmacogenomico” che lo accompagni per tutta la vita clinica . Therapeutic Drug Monitoring (TDM): Una tecnica rapida ed economica che permette di misurare la concentrazione effettiva del farmaco nel sangue . Questo è fondamentale per i farmaci con un “intervallo terapeutico ristretto”, dove la differenza tra una dose inefficace e una tossica è minima . Il motore dell’innovazione: Intelligenza Artificiale e Bioinformatica Se la genomica fornisce i dati, l’Intelligenza Artificiale (IA) e la Bioinformatica costituiscono l’architettura della conoscenza necessaria a interpretarli . L’IA non è più un mero strumento di calcolo, ma un “ponte metodologico” capace di estrarre significati da una mole imponente di dati clinici, radiologici e molecolari . Attraverso algoritmi avanzati — come le Random Forests per la classificazione del rischio o i Transformer per l’analisi dei testi medici — è oggi possibile costruire modelli predittivi capaci di anticipare l’evoluzione di una malattia . Una delle frontiere più affascinanti è lo sviluppo dei cosiddetti “gemelli digitali” (digital twin): rappresentazioni computazionali dei pazienti che permettono di simulare la risposta a una terapia in un laboratorio virtuale (in silico) prima ancora di somministrarla, riducendo rischi ed errori.

Credit: Adam Bezer La sfida della cronicità e il “paziente complesso” La MP trova la sua applicazione più urgente nella gestione delle patologie croniche e dell’invecchiamento della popolazione. In Italia circa il 40% della popolazione soffre di almeno una malattia cronica e, tra gli Over 65, il 68% assume contemporaneamente almeno cinque diversi farmaci (polifarmacoterapia). In questi soggetti fragili il rischio di interazioni pericolose tra farmaci o tra farmaci e alimenti è elevatissimo. La Medicina di Precisione risponde a questa sfida attraverso la riconciliazione farmacologica e la depre-

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Health scrizione, processi volti a eliminare i farmaci inappropriati e a ottimizzare i dosaggi in base alla funzionalità renale o epatica del singolo anziano. Oltre la tecnologia: Medicina di Genere e Partecipativa Il nuovo paradigma non può prescindere da una profonda riflessione etica e sociale. Due sono i pilastri fondamentali: Medicina di Genere: È emersa la necessità di colmare il “gender gap” nella ricerca, poiché per decenni il sesso femminile è stato sottorappresentato nei trial clinici, ignorando che le differenze biologiche e socioculturali influenzano drasticamente la risposta alle cure . Medicina Partecipata: Il paziente deve cessare di essere un “oggetto” passivo di cure per diventare un “soggetto” attivo . Questo richiede un cambiamento culturale che valorizzi il tempo della comunicazione e l’ascolto della “medicina narrativa”, trasformando il racconto del vissuto del paziente in uno strumento diagnostico e terapeutico . Gli ostacoli alla realizzazione del modello Nonostante le potenzialità, il percorso verso una Medicina di Precisione universale in Italia presenta barriere significative: Accessibilità disomogenea: Esiste una disparità territoriale nella disponibilità di laboratori avanzati, con una carenza più marcata nel Sud Italia e nelle isole . Infrastruttura dei dati: I flussi informativi sanitari sono spesso frammentati tra le diverse Regioni, limitando l’interoperabilità dei dati necessaria per addestrare gli algoritmi di IA . Privacy e normative: La gestione di dati sensibili richiede una governance rigorosa, in piena conformità al GDPR e all’AI Act europeo. Una scelta di civiltà: il modello italiano Il futuro della sanità italiana passa per la creazione di un “National Health Dataset”, un archivio unificato che armonizzi dati clinici e biologici per modelli decisionali trasparenti e riproducibili. Questo sforzo richiede la formazione di nuove figure professionali ibride attraverso i percorsi BRIA (Bioinformatica, Realtà Immersiva e Intelligenza Artificiale). Infine, l’Italia punta a una leadership etica attraverso il Teorema di Assisi, un principio che impone di valutare l’impatto energetico e ambientale dei grandi calcoli computazionali, promuovendo una medicina che sia non solo precisa, ma anche ecologicamente sostenibile. La Medicina di Precisione, in definitiva, non è solo una rivoluzione tecnologica, ma una vera e propria scelta di civiltà per rimettere l’unicità della persona al centro del sistema di cura . Fonte: AIFA. POSITION PAPER: Medicina di precisione e appropriatezza della prescrizione farmacologica. 2026

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Il personaggio LA SFIDA DELLE SFIDE Mettersi in gioco, superare i limiti, riscrivere le regole. Qui inizia ciò che ci trasforma davvero Di Dario Francolino La sfida delle sfide? È quella contro noi stessi. C’è una data che vale più di un titolo: il 13 aprile 2026. Quel lunedì Jannik Sinner è tornato numero 1 del mondo. Non era un recupero. Era una dichiarazione. Prima Indian Wells, poi Miami, poi Montecarlo, poi Madrid. Una striscia che i commentatori più anziani faticavano a ricordare. E poi Roma, il 17 maggio: gli Internazionali d’Italia vinti per la prima volta, cinquant’anni esatti dopo Adriano Panatta. Una sfida con la storia, queJannik Sinner in campo sta, non solo con gli avversari in campo. Una sfida con il tempo, con la memoria collettiva di un Paese che aspettava quel momento da mezzo secolo. Ma la sfida che mi ha colpito di più non era quella in campo. Era quella che Sinner ha dovuto affrontare dentro se stesso nei mesi precedenti, quando il caso doping, archiviato ma non dimenticato, pesava su ogni conferenza stampa, su ogni intervista, su ogni sorriso che doveva sembrare normale. Björn Borg, negli anni Settanta, si ritirò a 26 anni perché la pressione mediatica e il peso di essere sempre il migliore lo avevano svuotato. McEnroe ha raccontato decine di volte la sfida quotidiana con la propria rabbia, più difficile da gestire degli avversari in campo. Sinner ha scelto il silenzio. E ha continuato a vincere. E poi è arrivata Parigi. Al secondo turno del Roland Garros, eliminato dall’argentino Juan Manuel Cerundolo. Una sconfitta che ha attraversato l’Italia come una scossa. Inspiegabile, a prima vista. O forse no.

Roger Federer

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Il personaggio Jannik aveva corso per cinque settimane senza mai fermarsi davvero. Il corpo dice stop quando la mente non vuole sentire ragioni. È una sfida antica quanto lo sport stesso: quella tra la volontà di continuare e il limite fisico che non chiede permesso. Federer la conobbe bene: vinse Wimbledon 2017 dopo sei mesi di stop forzato, tornando a 35 anni quando tutti lo davano finito. La sfida più bella della sua carriera non fu nessuna finale. Fu la decisione di tornare in campo. Alcaraz, nel frattempo, era fermo per un infortunio al polso. La rivalità che doveva accendere Parigi si è spenta prima ancora di cominciare. E questa assenza ha reso tutto più solitario. Perché la grandezza ha senso pieno solo se c’è qualcuno all’altezza di guardarla in faccia. Anche Ali lo sapeva: senza Frazier, senza Foreman, senza la sfida che brucia, il campione rischia di diventare una statua.

Carlos Alcaraz Qui sta il paradosso che il tennis ci mette davanti con una chiarezza rara: la sfida vera non è mai quella con l’avversario. È quella con se stessi, con il momento in cui corpo e mente smettono di parlare la stessa lingua. Sinner lo sa. Ed è forse per questo che, dopo Parigi, non ha cercato alibi. Ha detto solo che non era

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Il personaggio al cento per cento. Una frase semplice, ma che vale più di molte spiegazioni elaborate. La sfida più difficile non è quella che si gioca davanti a sessantamila spettatori. È quella silenziosa, che si consuma negli spogliatoi, nei momenti di dubbio, quando nessuno guarda. Ayrton Senna la chiamava “il dialogo con i propri demoni”. Ogni mattina, diceva, devi convincerti di nuovo che ne vale la pena.

Ayrton Senna (1960- 1994) Il tennis è uno sport radicalmente solitario. Sul campo si è da soli, come nelle decisioni che contano davvero. Nessuno può giocare al posto nostro. Ed è forse per questo che ci affascina: perché in quel rettangolo di terra rossa si recita, senza maschere, la commedia e la tragedia della condizione umana. La sfida non finisce mai. Cambia solo avversario.

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Versi Di...versi SFIDA Di Bruno Belletti – autore

Soglia dischiusa dove il vento ti sferza e il passo trema incedendo. Il cuore sobbalza ma non la fermezza. Ponte proteso verso l’ignoto, alba nuova e nuovi colori. Nel sentiero in salita la forza imprevista, la vetta sorride e attende il tuo approdo.

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Per ricordare LA LEGGENDA DI BOB BEAMON, L’UOMO VOLANTE Quando una sfida sportiva diventa magia Di Enrico Fovanna – giornalista

Un record da capogiro: 8,90 metri di salto in lungo per Bob Beamon

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Per ricordare Utah, aprile 1968: si tiene un meeting di atletica universitario dedicato a Brigham Young, un politico americano del secolo precedente che sosteneva la schiavitù e l’inferiorità dei neri. Siamo nell’anno dell’omicidio di Bob Kennedy e di Martin Luther King, a Memphis, pochi giorni prima. Tra gli atleti invitati c’è un certo Bob Beamon, un nero non ancora 22enne, già tra i migliori saltatori in lungo d’America. Beamon non ci andrà mai, per protesta contro il razzismo dell’ateneo mormone. La sua vita spiega perché. Bob è cresciuto tra gli afroamericani ad Harlem. Con la nonna, perché la madre Naomi Brown, infermiera spesso picchiata dal marito, è morta giovanissima di tubercolosi. Come molti coetanei di colore, per anni Bob fa a botte con le gang del quartiere e gioca a basket nei campetti d’asfalto. Un giorno picchia anche lui un insegnante e finisce in riformatorio. A 18 anni ne esce e la nonna lo fa sposare con una certa Bertha, fingendo sia incinta, ma sarà un matrimonio senza amore. La vita di Bob svolta quando una stella della nazionale di atletica Usa, Ralph Boston, recordman mondiale del lungo con 8 metri e 35, lo nota, lo testa e lo spedisce a El Paso, nel campus universitario La scelta di non andare al meeting razzista rischierà di rimandarlo nel ghetto: l’università gli toglie il sussidio e l’allenatore, a quattro mesi dai trials Usa che sceglieranno i lunghisti da spedire alle Olimpiadi. Sul ragazzo di Harlem cala lo stigma dei suprematisti bianchi, ma Bob se ne frega, si prepara con Ralph, e si presenta alle preselezioni, dove salta 8 metri e 39, quattro centimetri più del record del mondo. Troppo vento a favore e record non omologato, ma a quel punto nessuno alla Federazione se la sente di non mandarlo alle Olimpiadi. Mexico City, sei mesi dopo: poco ossigeno nell’aria e 2.250 metri in altura, è il 17 ottobre 1968. Quel giorno d’autunno Bob, Ralph e altri provano la qualificazione per la finale del lungo. Lui comincia con due nulli e ha una sola prova a disposizione. La spunta per miracolo e torna in albergo. Mentre Bertha lo cerca invano in città, lui si infila sotto le lenzuola con l’amante Gladys e una bottiglia di tequila. Il mattino dopo il cielo è plumbeo e lui è consapevole di avere fatto una grossa sciocchezza. Ha il tipico mal di testa post sbornia e riflette sui fallimenti, dal matrimonio ai debiti, dall’infanzia disperata all’ostilità di una certa America bianca e suprematista Sono le 15.49 quando tocca a lui e Boston gli urla: “Attento al nullo”. Poi ricorda le parole del suo amico: “Il segreto del lungo è uno solo, la velocità. Pensa agli aerei, che per decollare corrono”. Chiude gli occhi, abbassa la testa alle ginocchia e parte come un’antilope. Diciannove passi nelle Adidas chiare, 38 chilometri l’ora e lo stacco, a un centimetro dalla riga bianca. Volerà a un metro e 78 sopra la terra, pedalando nell’aria come una renna di Babbo Natale, e con un ultimo colpo d’anca ritarderà la caduta nella sabbia. Nello stadio si fa il silenzio. I giudici in giacca rossa, cappellino di paglia e Ray-Ban, alzano la bandiera bianca. Salto valido. Lui si alza e li guarda compiaciuto, ma gli sguardi si incrociano, confusi. Lo strumento ottico per misurare i salti non arriva al punto di caduta. Il binario si ferma 25 centimetri oltre il vecchio record del mondo di 8,35.

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Per ricordare

Bob Beamon, campione olimpico a Città del Messico del salto lungo maschile (1968) Qualcuno si procura un decametro, una bindella da muratore, insomma. Ci vogliono 20 minuti, alla fine dei quali la scritta compare sul tabellone luminoso: 8,90, ben 55 centimetri oltre il primato del mondo. Bob sgrana gli occhi, poi si inginocchia e piange. Quindi si rialza e comincia a correre, come un gatto con la coda in fiamme. Quel 17 ottobre a Mexico City il ragazzo di Harlem ha trovato, in dieci secondi di magia, la più grande occasione di riscatto sociale, diventando la leggenda di tutti i neri d’America. Alla premiazione, imiterà Tommie Smith e John Carlos, i due atleti neri che hanno vinto i 200 metri e alzano il pugno coperto da un guanto nero: Tommie il destro, John il sinistro. Entrambi hanno i calzini neri, simbolo di povertà, Smith ha la sciarpa, Carlos la tuta slacciata, come i lavoratori americani, e indossa una collana di perle, simbolo delle pietre usate per linciare gli afroamericani.

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Per ricordare Un’immagine che resterà nella Storia, come il gesto di Jessie Owens a Berlino, nel 1936. Da quel giorno il giovane Bob Beamon sarà travolto dal suo stesso successo. Si compra una Cadillac rosa, sette televisori e una trentina di paia di scarpe. Perde confidenza con la pista e negli anni successivi non riuscirà nemmeno a qualificarsi per i Giochi di Monaco ’72, quelli della strage della nazionale israeliana. Si perde nei meandri del proprio mistero e sperpera quel che ha guadagnato, tanto che lo scopriranno a narrare la propria storia per le strade, come un cantore d’altri tempi, per raccattare qualche dollaro. Passeranno comunque 23 anni prima che un altro nero, Mike Powell, un fascio di muscoli con scarpe tecnologiche e un sacco di ormoni in corpo, riesca a superare (di 5 centimetri) quel volo, il 30 agosto 1991, a Tokyo. Ma il primato del mondo di Beamon resta tuttora inviolato come record olimpico, e la seconda prestazione di tutti i tempi.

Bob Beamon al Festival dello Sport , 22 settembre 2022 (Sala Depero Trento, settembre 2022, Daniele Paternoster Archivio Ufficio Stampa Provincia autonoma TN)

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Riflessioni SE SI SMETTE DI SFIDARE SI SMETTE DI VIVERE PIENAMENTE Da Malala e da Greta Thunberg fino all’intelligenza artificiale: la sfida è la condizione permanente dell’essere umano Di Dario Francolino C’è un momento preciso in cui l’essere umano si rivela per quello che è davvero. Non è quando vince. È quando decide di non mollare, nonostante tutto: la stanchezza, la paura, il buonsenso. La sfida non è un episodio della vita. È la sua ossatura. Toglietela, e resterà soltanto routine. Il 9 ottobre 2012, su uno scuolabus nella valle dello Swat, in Pakistan, un uomo salì e chiese: “Chi è Malala?” Poi sparò. Lei aveva quindici anni. Aveva osato sostenere il diritto delle bambine all’istruzione in un territorio controllato dai talebani. Il proiettile la colpì alla testa. Sopravvisse. Due anni dopo era la persona più giovane a ricevere il Premio Nobel per la pace. Ma il Nobel non è la storia . La storia è quello che successe dopo il proiettile : la decisione, lucida e silenziosa, di continuare a parlare . Come un albero che cresce piegato dal vento e poi raddrizza il tronco quando il vento si ferma, Malala trasformò la violenza subita nell’argomento più potente della sua vita. La sfida più grande non fu sopravvivere; fu non lasciare che sopravvivere diventasse il suo unico traguardo. Nell’agosto 2018 una ragazzina svedese di quindici anni con sindrome di Asperger si sedette da sola davanti al Parlamento di Stoccolma con un cartello scritto a mano: “Skolstrejk för klimatet”, “Sciopero scolastico per il clima”. Non aveva un partito. Non aveva denaro. Non aveva una strategia di comunicazione. Aveva solo una convinzione, talmente radicata da sembrare ingenua. Tredici mesi dopo Greta Thunberg stava parlando all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite davanti ai leader del mondo con una frase rimasta nella storia: “How dare you.” Come osate. Non era retorica. Era la sfida più diretta che un essere umano avesse rivolto al potere organizzato in anni recenti. Senza esercito, né denaro né una struttura organizzata,

Malala Yousafzai

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Riflessioni disponeva però dell’idea e della determinazione di non fare finta di non aver capito. Già, perché alcune sfide non si vincono con i numeri, ma con la coerenza. Nel novembre 2022 OpenAI lanciò ChatGPT, che in soli cinque giorni raggiunse un milione di utenti, qualcosa che a Facebook era costato dieci mesi, a Netflix tre anni. Il mondo si fermò un istante, come chi vede qualcosa che non si aspettava e non sa ancora se temere o fare proprio. Ma la sfida vera dell’intelligenza artificiale non è tecnologica. È antropologica. Per la prima volta nella storia una macchina sembra pensare. E l’umanità si Greta Thunberg trova davanti alla domanda più antica di tutte: ridefinire che cosa significa essere- e restare- umani, quando qualcosa di non umano inizia a somigliarci. Non è una sfida che si vince con un brevetto o un algoritmo. Richiede saggezza, tempo, più il coraggio di guardare in faccia qualcosa di scomodo senza voltarsi dall’altra parte. Ma che hanno in comune Malala sul letto di ospedale nel 2012, Greta davanti al Parlamento svedese nel 2018, e i ricercatori che oggi tentano di capire dove finisce la macchina e dove inizia il pensiero? Il momento in cui avrebbero potuto fermarsi, e non si sono fermati. Non per eroismo. Per qualcosa di più semplice e più profondo: perché smettere avrebbe significato tradire la parte più autentica di sé. Viviamo in un’epoca che celebra la sfida come spettacolo -i talent show, le maratone urbane, i reality che trasformano la resistenza in intrattenimento-, tuttavia la sfida vera raramente ha pubblico. Accade in privato, nel momento in cui si decide se alzarsi o restare a terra. Accade quando si ricomincia dopo un fallimento. Quando si sceglie di essere fedeli a se stessi in un mondo che chiede continuamente di compiacere, ammorbidire, adattarsi.

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Immagini e fotografie

Copyright Dove non espressamente indicato le foto o le immagini presenti attualmente nella rivista sono situate su internet e costituite da materiale largamente diffuso e ritenuto di pubblico dominio. Su tali foto ed immagini la rivista non detiene, quindi, alcun diritto d’autore e non è intenzione dell’autore della rivista di appropriarsi indebitamente di immagini di proprietà altrui, pertanto, se detenete il copyright di qualsiasi foto, immagine o oggetto presente, oggi ed in futuro, su questa rivista, o per qualsiasi problema riguardante il diritto d’autore, inviate subito una mail all’indirizzo generazioneover60@gmail.com indicando i vostri dati e le immagini in oggetto.

Tramite l’inserimento permanente del nome dell’autore delle fotografie, la rimozione delle stesse o altra soluzione, siamo certi di risolvere il problema ed iniziare una fruttuosa collaborazione.

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ILLUSTRAZIONE DI CARLO UBEZIO


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