I PENSIERI IN LIBERTA SONO IL FILO CONDUTTORE DI QUESTO NUMERO DOPPIO NATO NELL’ESTATE PIU’ CALDA DI SEMPRE: I NOSTRI AUTORI HANNO COLTO L’OCCASIONE PER RACCONTARE LE LORO PASSIONI, DAI VIAGGI ALL’ARTE, ALLA LETTERATURA E ALLA MOTOCICLETTA E AD ALTRO ANCORA. SENZA DIMENTICARE LA POESIA E LE RIFLESSIONI SU SALUTE E LONGEVITA’.
ANNIVERSARI
SUPEREROI
MOSTRE
VACANZE
LE CELEBRAZIONI PER GRAZIA DELEDDA A 100 ANNI DAL NOBEL
MITOLOGIA DI SPIDERMAN TRA POTERI E FRAGILITÀ
INCONTRO CON ROTHKO RIFLESSIONI SULL’ARTE CONTEMPORANEA
LA SCELTA DI NON PARTIRE PER POTERSI RITROVARE
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mente Pe a t ns uie a ANNO 8, n. 7/8
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Luglio Agosto 2026
“ Il pensatore” (scultura di Auguste Rodin)
Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: n°258 del 17/10/2018 ANNO 8, n. 7/8
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Le rubriche
EDITORIALE Bellezza Cambia- menti Da leggere Da vedere Di tutto e niente Health Il personaggio Incursioni In viaggio Le interviste di MEDIcA Pet Psicologia Scienza Sessualità Stile Over Versi di...versi Volontariato & Associazioni
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DIRETTORE RESPONSABILE Minnie Luongo
GenerAzione Over 60 nasce dall’impegno di Minnie Luongo e di un gruppo di amiche/amici, soprattutto colleghi giornalisti, che dopo una vita dedicata alla professione hanno deciso di impegnarsi. Per che cosa? Per promuovere un visione dell’età matura al di fuori dei luoghi comuni, raccontando una generazione che non smette di impegnarsi e di seguire quanto avviene nel mondo.
Sito web: https://generazioneover60.com/ Email: generazioneover60@gmail.com Issuu: https://issuu.com/generazioneover60 Facebook: https://www.facebook.com/generazioneover60 Youtube: https://www.youtube.com/channel/generazioneover60
Generazione Over 60 MINNIE LUONGO DIRETTORE RESPONSABILE Classe 1951, laureata in Lettere moderne e giornalista scientifica, mi sono sempre occupata di medicina e salute preferibilmente coniugate col mondo del sociale. Collaboratrice ininterrotta del Corriere della Sera dal 1986 fino al 2016, ho introdotto sulle pagine del Corsera il Terzo settore, facendo conoscere le principali Associazioni di pazienti.Ho pubblicato più libri: il primo- “Pronto Help! Le pagine gialle della salute”- nel 1996 (FrancoAngeli ed.) con la prefazione di Rita Levi Montalcini e Fernando Aiuti. A questo ne sono seguiti diversi come coautrice tra cui “Vivere con il glaucoma”; “Sesso Sos, per amare informati”; “Intervista col disabile” (presentazione di Candido Cannavò e illustrazioni di Emilio Giannelli).
Foto Chiara Svilpo Autrice e conduttrice su RadioUno di un programma incentrato sul non profit a 360 gradi e titolare per 12 anni su Rtl.102.5 di “Spazio Volontariato”, sono stata Segretario generale di Unamsi (Unione Nazionale Medico-Scientifica di Informazione) e Direttore responsabile testata e sito “Buone Notizie”. Fondatore e presidente di Creeds, Comunicatori Redattori ed Esperti del Sociale, dal 2018 sono direttore del magazine online Generazioneover60. I due libri più recenti: “Ho vinto una biopsia”, con il contributo di Paola Emilia Cicerone e la prefazione del prof. Paolo Veronesi (2022); “Questione di misure”, assieme al prof. Alessandro Littara (2024). Quanto sopra dal punto di vista professionale. Personalmente, porto il nome della Fanciulla del West di Puccini (opera lirica incredibilmente a lieto fine), ma non mi spiace mi si associ alla storica fidanzata di Topolino, perché come Walt Disney penso “se puoi sognarlo puoi farlo”. Nel prossimo detesto la tirchieria in tutte le forme, la malafede e l’arroganza, mentre non potrei mai fare a meno di contornarmi di persone ironiche e autoironiche. Sono permalosa, umorale e cocciuta, ma anche leale e splendidamente composita. Da sempre e per sempre al primo posto pongo l’amicizia; amo i cani, il mare, il cinema, i libri, le serie Tv, i Beatles e tutto ciò che fa palpitare. E ridere. Anche e soprattutto a 60 anni suonati.
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Chi siamo DOTTOR MARCO ROSSI SESSUOLOGO E PSICHIATRA
È presidente della Società Italiana di Sessuologia ed Educazione Sessuale. Inoltre è responsabile della Sezione di Sessuologia della S.I.M.P. Società Italiana di Medicina Psicosomatica. Partecipa a numerose trasmissioni televisive e svariati programmi radiofonici, nelle vesti di esperto di sessuologia. Per la carta stampata, i suoi interventi sono pubblicati da varie riviste per cui collabora.
PROFESSOR ANTONINO DI PIETRO DERMATOLOGO PLASTICO
Presidente Fondatore dell’ISPLAD (International Society of Plastic – Regenerative and Oncologic Dermatology), fondatore e Direttore dell’Istituto Dermoclinico Vita Cutis, è anche direttore editoriale della rivista Journal of Plastic and Pathology Dermatology, nonché Professore a contratto in Dermatologia Plastica all’Università di Pavia (Facoltà di Medicina e Chirurgia).
ANDREA TOMASINI GIORNALISTA SCIENTIFICO
Dopo aver girovagato per il mondo inseguendo storie di virus e di persone, oscilla tra Roma e Spoleto, collaborando con quelle biblioteche e quei musei che gli permettono di realizzare qualche sogno. Lettore quasi onnivoro, sommelier, ama cucinare. Colleziona corrispondenzecarteggi che nel corso del tempo realizzano un dialogo a distanza, diluendo nella Storia le storie, in quanto “è molto curioso degli altri”.
PAOLA EMILIA CICERONE GIORNALISTA SCIENTIFICA
Classe 1957, medico mancato per pigrizia e giornalista per curiosità, ha scoperto che adora ascoltare e raccontare storie. Nel tempo libero, quando non guarda serie mediche e non cura le piante del suo terrazzo, pratica danze e Qi Gong. Per Generazione Over 60 ha dato vita alla rubrica di ricordi e riflessioni “Stile Over”.
DOTTOR MAURO CERVIA MEDICO VETERINARIO
È sicuramente il più conosciuto tra i medici veterinari italiani, autore di numerosi manuali di successo. Ha cominciato la professione sulle orme del padre e, diventato veterinario, ha “imparato a conoscere e ad amare gli animali e, soprattutto, ad amare curare gli animali”. È fondatore e presidente di Amoglianimali, Onlus nata per aiutare i cani più sfortunati, quelli ospitati nei canili, e per sterilizzare gratis i randagi dove ce n’è più bisogno.
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Chi siamo DANILO RUGGERI GIORNALISTA MEDICO-SCIENTIFICO
Giornalista professionista, medical writer certificato con formazione universitaria in Medicina e Chirurgia, si occupa da più decenni di informazione e comunicazione in ambito medico sia per un pubblico laico sia per un pubblico specializzato di medici generalisti e specialisti. Collabora con i principali media che trattano di salute e medicina, È socio dell’Unione nazionale di informazione medico-scientifica (Unamsi), dell’European medical writer association (Emwa) e della Sala stampa nazionale di Milano. Docente di corsi di giornalismo medico-scientifico e di medical writing, è consulente delle principali agenzie italiane di comunicazione scientifica.
FLAVIA CAROPPO GIORNALISTA, ESPERTA DI STRATEGIE DI
COMUNICAZIONE SUI NUOVI MEDIA Nasce a Bari il giorno dell’allunaggio (fate voi i conti), perfetta giustificazione per essere lunatica e sognatrice. Dopo la laurea si trasferisce a Milano, diventa giornalista e lavora per le più importanti testate RCS e Mondadori, con un passaggio in redazione a Studio Aperto, il telegiornale di Italia1. Negli ultimi 13 anni ha vissuto a New York dove, oltre all’impegno di manager della comunicazione multilingue per un’azienda internazionale, ha rispolverato la sua passione per la recitazione, calcando più di un palcoscenico a Manhattan e frequentando vari set cinematografici. In attesa dell’Oscar (e di tornare “a casa” nella Grande Mela), al momento vive lì dove tutto è cominciato, la Luna Bari.
BRUNO BELLETTI AUTORE
Preside in pensione, è formatore di corsi per docenti e consulente scolastico per scuole paritarie. Ha svolto attività di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università Cattolica di Milano ed è autore di parecchi contributi filosofici e pedagogici. In ambito poetico ha pubblicato due sillogi di poesie, vincendo due importanti concorsi di poesia e risultato finalista in premi nazionali e internazionali. Scrive su alcune riviste di letteratura, nonché sul suo blog.
ENRICO FOVANNA GIORNALISTA
Classe 1961, giornalista per 35 anni in un quotidiano milanese, “Il Giorno”, dove si è occupato soprattutto di sociale. Inoltre, ha realizzato reportage all’estero, per esempio da Iraq e Afghanistan. È anche scrittore. Nel 1996 ha pubblicato “Il pesce elettrico”, con Baldini e Castoldi, premio Stresa 1996. Con Giunti ha pubblicato la nuova edizione dello stesso romanzo nel 2019, quindi “L’arte sconosciuta del volo”, nel 2020, e “Lunedì mi innamoro”, nel 2023. Ha pubblicato anche per E/L (“Tra Fès e Meknès”, 1999) e Utet (“L’inventore dell’invisibile”, 2011).
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Chi siamo MARCO VITTORIO RANZONI GIORNALISTA
Milanese DOC, classe 1957, una laurea in Agraria nel cassetto. Per 35 anni nell’industria farmaceutica: vendite, marketing e infine comunicazione e ufficio stampa. Giornalista pubblicista, fumatore di Toscano e motociclista della domenica e -da quando è in pensione- anche del lunedì. Guidava una Citroen 2CV gialla molto prima di James Bond.
ROSA MININNO PSICOTERAPEUTA
E’ Presidente Scuola Italiana di Biblioterapia, Accademica Ordinaria Tiberina, e Membro del Consiglio Direttivo della Cattedra delle Donne. Divulgatrice scientifica con oltre 40 anni di attività professionale clinica e didattica, ha all’attivo più di 300 eventi in qualità di relatrice e moderatrice. Forte lettrice, scrive, dipinge e ascolta musica jazz. Il suo motto è: “Leggere è il respiro della mente, scrivere il suo sguardo”.
CARLO UBEZIO
Grafico e illustratore, già Art Director al Corriere della Sera
WALTER CALABRESE
Grafico impaginatore “amatoriale” per GenerazioneOver60
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Sommario -11Generazione F Volo…Ergo sum Editoriale di Minnie Luongo -12Stile Over Arte contemporanea tra emozioni e perplessità Di Paola Emilia Cicerone -17MEDIcA Siamo stati tutti Peter Parker Di Edoardo Rosati -22Leone ascendente giornalista Alla ricerca di Matusalemme Di Luciano Ragno -26Health Il Servizio Sanitario Nazionale è giunto ad un bivio cruciale Di Danilo Ruggeri -30Cambia-menti Grazia ritrovata: cento anni dopo il Nobel, Deledda torna al presente (passando per Rebeccu e New York) Di Flavia Caroppo
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Sommario -32Riflessioni Libertà d’estate: partire, restare, sopravvivere Di Dario Francolino -35Riflessioni Vivere l’estate in piena libertà: la geografia della rigenerazione Di Dario Francolino -38Versi di...versi Raccolta poetica Di Bruno Belletti -42Da leggere Il tempo dei semplici Di Enrico Fovanna -45Incursioni La moto massaggia la mente Di Marco Vittorio Ranzoni -46Psicologia Safety Covers, ne abbiamo bisogno o sono una forma mascherata di censura? Di Rosa Mininno -50Di tutto e niente Un riflesso Di Andrea Tomasini
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Generazione F VOLO…ERGO SUM EDITORIALE Il tema di questo numero è “Pensieri in libertà”. Da qui mi è venuto naturale chiedermi: ” Visto che stanno per finire le vacanze e sono un po’ stanchina, per dirla alla Forrest Gump, e considerato che nessuna regola impone la lunghezza di un Editoriale, perchè non affidarmi alla celeberrima locuzione latina Cogito ergo sum di Cartesio (René Descartes)?” Parafrasandola in italiano, da “Penso, quindi sono” è diventata ” Volo, pertanto esisto”. Tuttavia, non avrei mai potuto spiegare il sentirsi liberi e vivi se non ricorrendo al nostro impareggiabile Carlo Ubezio che, grazie anche alla IA, è riuscito a rendere esattamente quanto con le parole non avrei saputo esprimere altrettanto bene. Certo, l’Intelligenza Artificiale non è sufficiente se non gestita da un artista come il nostro, che vanta 40 anni da Art Director al “Corriere della Sera”. Un solo particolare che denota la bravura e l’attenzione del nostro collaboratore: l’orologio è al mio polso destro dove lo porto da sempre, pur non essendo mancina. Non sono meri dettagli: sono la prova che, pur in pensione, quando si è amato davvero il proprio lavoro, lo si continua a fare al meglio. E non in modo sciatto come chi, pur scrivendo su quotidiani e riviste importanti, lascia bellamente scritto un amico con l’apostrofo o non controlla ripetizioni e refusi e, ahimè, fa spesso veri e propri errori /orrori. Per non parlare della punteggiatura, questa ormai sconosciuta. Motivo di più per essere orgogliosa dei miei colleghi solo anagraficamente meno giovani, ma tanto più concentrati e scrupolosi nel loro lavoro. Grazie a tutti e ricordate di lasciar volare liberi i pensieri!
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Stile Over ARTE CONTEMPORANEA TRA EMOZIONI E PERPLESSITÀ Considerazioni intorno alla mostra di Rothko a Palazzo Strozzi Di Paola Emilia Cicerone – giornalista scientifica
“Lo potrebbe fare anche un bambino … ”. Quanti di noi, di fronte a un quadro fatto di poche linee o macchie di colore, hanno avuto la tentazione di dire una cosa del genere? Non sempre un’opera moderna o contemporanea “arriva” facilmente alla nostra mente e al nostro cuore, e non vale solo per la pittura ma anche per la musica. Però sarebbe banale liquidare sbrigativamente anche le sperimentazioni più ardite. Lo conferma il successo ottenuto dalla mostra di Mark Rothko, a Firenze presso la sede di Palazzo Strozzi fino al 23 agosto (info e biglietti www.palazzostrozzi.org ). In sintesi : se potete andateci, e preparatevi a emozionarvi. A poco meno di un mese dalla chiusura la mostra, con oltre 200mila presenze, ha superato il numero di visitatori dell’esposizione precedente dedicata al Beato Angelico, una strepitosa raccolta di capolavori rinascimentali perfettamente inseriti nella cornice fiorentina e in grado di entusiasmare anche i visitatori meno attenti .
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Stile Over
Foto Mark Rothko (Consuelo Kanaga) Anche le sale dedicate a Rothko, però, raccontano l’interesse dell’artista per la tradizione rinascimentale, che trovava profondamente affine al suo lavoro, e alla città di Firenze che conosceva bene.
E il percorso fiorentino – accanto a Palazzo Strozzi che è la sede principale della mostra ci sono sezioni speciali al Museo di San Marco e alla Biblioteca Medicea Laurenziana -propone una settantina di opere provenienti da musei e collezioni private, dalle prime opere figurative o ispirate al surrealismo ai grandi riquadri colorati per cui Rothko è soprattutto famoso.
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Stile Over Che l’arte astratta, o altre forme pittoriche non figurative, siano una scappatoia per chi non sa dipingere è una banalità che davvero non vale la pena di ripetere, e basta visitare qualche museo per rendersene conto. Ci sono artisti che non amo affatto, come Picasso, la cui lunga carriera artistica mostra chiaramente come certe forme che ancora oggi ci sconcertano siano un’evoluzione e non una facile scappatoia. Lo stesso vale per Rothko, nato nell’attuale Lettonia nel 1903 e arrivato bambino negli Stati Uniti dove morirà suicida, a New York, nel 1970. Cominciò a dipingere solo verso i venticinque anni, dopo avere accompagnato un amico a una lezione di disegno dal vero, ma rimarrà in gran parte autodidatta formandosi autonomamente attraverso la lettura dei critici e le visite al Metropolitan Museum of Art di New York. Ed esplorando vari stili, fino ad arrivare ai grandi rettangoli colorati che oggi associamo al suo nome, ottenendo riconoscimenti crescenti. Il che non gli impedì di rimanere piuttosto schivo e interessato soprattutto alla sua arte, come scrive il figlio Christopher che è tra i curatori della mostra fiorentina. “Un dipinto non è l’ immagine di un’esperienza, é un’esperienza con cui entrare in contatto”, affermava l’artista, invitando il pubblico a osservare i suoi quadri da vicino. E guardandoli ho avuto davvero la sensazione di immergermi nel colore e nelle emozioni che questo trasmette. Facile? Onestamente non lo so, e non so neanche dire se questa impressione valga per tutti. Però credo che valga la pena provare. Io, che non ho una particolare formazione artistica, ho sempre amato Rothko, come amo – per citare artisti accusati a volte di “ farla facile” – Lucio Fontana e i suoi tagli, o i sacchi di Burri. E tra le opere più vicine a noi confesso una predilezione per quelle con cui si può interagire avvicinandole o camminandoci dentro: per esempio, ricordo con emozione Maman, la gigantesca scultura a forma di ragno realizzata in varie copie da Louise Bourgeois, di cui ho visto la versione che si trova a Bilbao, fuori dal Museo Guggenheim.
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Stile Over Non so dire però se emozionarsi sia sufficiente per dire che si è compresa un’opera d’arte. Vale forse per Rothko che invitava a vivere le sue opere senza filtri, meno per autori più lontani da noi, del cui lavoro è difficile cogliere interamente il significato a meno di conoscere a fondo quel periodo storico: penso alla complessità di certe opere rinascimentali per le quali senza una formazione specifica è difficile andare oltre un immediato apprezzamento estetico. Ma chi decide, e come, che cosa sia davvero arte? Negli stessi giorni in cui ho incontrato Rothko, ho visitato, sempre a Firenze, nei bellissimi spazi dell’ex carcere delle Murate, Pensare & Comunicare: Il Segno toscano, una mostra di manifesti dedicata alla comunicazione visiva come strumento di crescita culturale e sociale. Un esempio interessante di come un’espressione artistica possa servire a informare e veicolare messaggi (la mostra si è conclusa, ma molti dei manifesti si trovano al MAGMA – Museo Archivio della Grafica e del Manifesto di Civitanova Marche https://www.museomagma.com/ ) .
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Stile Over Durante la visita mi è successo però di ammirare un oggetto – una superficie sbreccata in un curioso alternarsi di colori – che mi pareva interessante ma fuori contesto. Fin quando il curatore della mostra che mi accompagnava non mi ha fatto notare che si trattava dello sportello piuttosto rovinato di un armadietto per contatori. Osservando divertito, di fronte al mio imbarazzo, che non ero l’unica ad averlo scambiato per una delle opere esposte, e che questo gli aveva ispirato qualche riflessione: può esistere un’arte involontaria? E come definire un oggetto che, in modo assolutamente imprevedibile, ci trasmette emozioni?
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SIAMO STATI TUTTI PETER PARKER Con il recente Spider- Man si compie una metafora cominciata oltre sessant’anni fa, e che in qualche modo riguarda ognuno di noi Di Edoardo Rosati – giornalista medico – scientifico
Il sottoscritto è un inguaribile cultore del fumetto. E dunque difficilmente avrei potuto sottrarmi al richiamo dell’ultimo cinecapitolo (macina-soldi!) dedicato a Spider-Man, Brand New Day. E nel seguire Peter Parker piroettare tra i palazzi di New York, ho puntualmente riassaporato una convinzione da tempo maturata: che dietro l’apparente celebrazione culturale del fisico invincibile e sovrumano, il fumetto supereroistico continui in realtà a narrarci una storia assai più intima e universale, quella di un corpo che cambia, soffre, sanguina e deve imparare ogni volta ad abitare la propria trasformazione.
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Achille, Ercole, Sansone e Superman appartengono naturalmente a mitologie diversissime, ma custodiscono il medesimo, antichissimo desiderio: immaginare che la carne possa trascendere la propria fragilità. Eppure il supereroe moderno, soprattutto quello costruito dalla grande stagione Marvel a partire dagli anni Sessanta, introduce in questa visione una crepa decisiva. Quello iperumano non è più necessariamente il corpo perfetto. Anzi, molto spesso è uno alquanto problematico. Il superpotere, in altre parole, arriva quasi sempre assieme a una ferita. È qui che la straordinaria intuizione di Stan Lee e di Casa Marvel resta ancora oggi sorprendentemente moderna. Perché essere stupefacenti, nell’universo Marvel, raramente significa… “stare bene”. Vuol dire piuttosto imparare a convivere con qualcosa che è accaduto al proprio corpo e, attraverso quei tessuti organici mutati, ricostruire la propria identità. Il superman marvelliano non è l’icona perfetta della statuaria classica innestata nella cultura pop. Al contrario, è frequentemente un organismo piagato, contaminato, irradiato, amputato, rimarginato. Chiamato a ricostruire il senso di sé attorno a una nuova situazione biologica. È forse questo il motivo per cui Peter Parker continua imperterrito a incantarci da più di sei decenni .
Spider-Man nasce nel 1962 e possiede fin dall’origine una peculiarità rivoluzionaria: prima di essere un supereroe, Peter è un adolescente. E l’adolescenza è probabilmente la più vertiginosa esperienza di metamorfosi biologica che ciascuno di noi attraversi. A un certo punto l’assetto corporeo che conoscevamo comincia a modificarsi senza chiederci il permesso. Crescono i fusti dei peli, la voce si riorganizza, emergono come tanti microvulcani i brufoli, si sviluppano il seno e gli organi sessuali, cambiano la distribuzione del grasso e la massa muscolare, sopraggiungono le mestruazioni, le erezioni, il desiderio… Gli ormoni modificano contemporaneamente il corpo, la sfera emotiva, l’immagine che abbiamo di noi stessi. Ci si guarda allo specchio
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e ciò che restituisce la superficie riflettente sembra precederci: il corpo sa già che cosa sta diventando, mentre noi dobbiamo ancora capire chi vogliamo essere! Ecco, allora, il ragno radioattivo che morde Peter Parker. È difficile non intravedere in questa origine una gigantesca metafora della pubertà. Peter si addormenta ragazzo e si risveglia dentro un organismo che possiede caratteristiche inedite. È incredibilmente prestante. Più agile. Percepisce il mondo diversamente. L’organismo reagisce a stimoli che prima neppure avvertiva. Deve apprendere che cosa può fare, fin dove può spingersi e, soprattutto, chi è diventato. Spider-Man porta insomma alle estreme conseguenze fantastiche un’esperienza che conosciamo tutti: ritrovarsi di punto in bianco in un corpo rinnovato e dover imparare a riconoscersi in esso. Certo, il morso del ragno è immaginazione. La metamorfosi, invece, tocca tutti noi. Ed è per questo che la scelta, in Spider-Man: Brand New Day, di indugiare sul terreno della biologia di Peter appare così intrigante. La mitica ragnatela, infatti, diventa parte integrante della sua fisiologia: non più soltanto il prodigioso fluido sintetizzato dallo scienziato Parker e sparato attraverso un dispositivo meccanico, ma una secrezione prodotta da tessuti ghiandolari sviluppatisi ex novo. Più che un semplice aggiornamento spettacolare del superpotere, sembra il compimento di una metafora cominciata oltre sessant’anni fa. Peter non è più soltanto atletico, scattante, vigoroso, capace di acrobazie impossibili: dentro di lui sta accadendo qualcosa di totalmente sconosciuto, che sfugge alla volontà. E mentre assiste a questa inattesa autonomia del proprio corpo, il ragazzo torna inevitabilmente a confrontarsi con la domanda che accompagna ogni autentica metamorfosi: che cosa mi sta succedendo? Che è poi l’interrogativo adolescenziale per eccellenza . Forse è questa la più grande modernità del supereroe : averci fatto credere che celebrasse le facoltà di un corpo no limits mentre, sotto la maschera (letteralmente!), continuava ostinatamente a raccontare i misteri del nostro .
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E che dire dello scienziato Bruce Banner, alias Hulk, la cui presenza in Brand New Day appare, a questo punto, tutt’altro che casuale? Forse il “caso clinico” più clamoroso dell’intero universo Marvel, quello che porta alle estreme conseguenze il conflitto tra identità e trasformazione . Hulk non è semplicemente un “gigante di giada” dotato di una forza smisurata: è la manifestazione di un corpo che sfugge al controllo di chi dovrebbe governarlo. In lui emozione e trauma acquistano letteralmente… un’anatomia: la rabbia diventa massa muscolare, la sofferenza psichica si fa carne, l’incontrollabile acquisisce forma e volume. Quello tra Banner e Hulk, allora, non è soltanto il conflitto fra due personalità, ma una lacerante contesa sull’identità corporea, condensata in una domanda tanto fantastica quanto profondamente umana: chi sono io quando il mio corpo diventa qualcosa che non riconosco più?
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È difficile, allora, continuare a considerare il fumetto supereroistico soltanto come una glorificazione della potenza. Forse racconta anche il suo contrario. La straordinarietà del corpo non coincide giocoforza con la sua integrità, con la bellezza o l’assenza di malattia. Tutt’altro. Può emergere proprio dalla vulnerabilità, dalla capacità di attraversare il danno e trovare, dopo essere stati travolti, un nuovo equilibrio. In fondo è uno dei principi più elementari e affascinanti della biologia: l’organismo vivente non è una statua destinata a conservarsi identica. È un sistema dinamico, che reagisce, si rimodella, cerca incessantemente nuove soluzioni pur di continuare a esistere. A dispetto delle tempeste e delle cicatrici. Ed è forse questo il motivo per cui, dopo più di sessant’anni, quel ragazzo in calzamaglia continua a saltellare da un grattacielo all’altro e noi non ci stanchiamo di seguirlo. Confessiamolo: vorremmo davvero essere Spider-Man, ma almeno una volta nella vita siamo stati tutti Peter Parker.
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Leone ascendente giornalista ALLA RICERCA DI MATUSALEMME Un’inchiesta nel mondo per scoprire l’elisir di lunga vita Di Luciano Ragno – giornalista
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Leone ascendente giornalista Metà degli anni ’80. Biglietto per Kiev via Sofia. Vado a scoprire il segreto che consente a gran parte degli abitanti di alcuni villaggi dell’Ucraina di arrivare a vivere fino a cento anni . Una tappa dell’inchiesta nel mondo per “Il Messaggero” sui “Santuari dell’eterna giovinezza” . Chissà che ne pensa, da lassù, il grande Fedor Dostoevskij che un giorno ha detto: “ Vivere fino a 40 anni è immorale”. Arrivo a Kiev. È terra sovietica . I giornalisti sono tenuti d’occhio, controlli a raffica . Vai a spiegare che non cerco retroscena della politica, ma il segreto per arrivare a cento anni . E ci sono venuto apposta da Roma . Il risultato è che mi creano tante difficoltà per arrivare a Vinnycja, la mia meta, uno dei villaggi dove quasi tutti arrivano a tardissima età . Molti fino a cento anni . Non mi arrendo . Troverò certo qualcuno che vive da quelle parti e mi racconta il segreto . Lo trovo, prezioso l’aiuto del direttore dell’albergo . Mi dice che in hotel è ospite un signore, molto avanti con gli anni, che viene da uno dei villaggi all’interno dell’Ucraina dove il tempo si è fermato . E’ a Kiev perché in mattinata deve prendere un treno per Mosca . Arriva il vecchio. E’ in ritardo . Salgo con lui sul taxi . Con noi un impiegato dell’hotel, che si è offerto come interprete . Arriviamo in stazione . Nevica . E’ quasi una bufera, i treni subiranno un ritardo . Tappa d’obbligo al bar . Da una grande finestra che sta diventando opaca per i fiocchi, vedo possenti matrone sotto la pelliccia ma anche bellissime ragazze, contadini con le ceste e tanti soldati . Umanità abbracciata dalla nuvola di fumo che viene da una locomotiva impaziente di partire. Il vecchio è alto, una montagna sotto il colbacco, una grande barba . Regge una pesante valigia . E’ salito e sceso agevolmente dal taxi . Gli chiedo gli anni . “ Fra cinque sarà un secolo”, mi risponde . Viaggia sempre da solo . Domanda scontata : “Qual è il segreto per vivere così a lungo dalle sue parti? Un’erba, un’acqua, un infuso, un elisir che si tramanda nel tempo?” E lui : “Il segreto è stare tutta la vita assieme agli altri . Sempre d’accordo” . Non mi convince . Anche dalle mie parti conosco gente che non ha mai bisticciato, vive in serenità in famiglia, eppure non arriva a cento anni . Ci deve essere dell’altro in quei villaggi ucraini . Lui continua : “Nelle famiglie della mia terra si vive tutti insieme . Il padre con i figli, con i figli dei figli, rispettando l’un l’altro . Il giovane sa ascoltare i consigli di chi ha i capelli bianchi e il vecchio sta a sentire il ragazzo che gli racconta la scoperta, attimo dopo attimo, della vita . Vivere fra la gente, con la gente”. La ricetta del convivere . E’ solo una parte del segreto .
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Leone ascendente giornalista “E poi mangiare cibi cotti con olio di oliva, non fumare e bere solo vino, dormire, camminare, discutere, anche fantasticare. Tutto con equilibrio . Senza mai esagerare. E cercare di stare allegri . Dalle mie parti si canta, si balla, si racconta e si ascolta . E si fa all’amore . Ho avuto due mogli, quella di adesso ha 60 anni” . D’accordo, replico, ma qualche volta vi colpisce una malattia . E lui : “Lei quando si sente male prende una medicina perché non vuol più soffrire ma anche perché deve andare al lavoro . Il tempo per voi è prezioso, non va sprecato per un mal di denti . Dalle mie parti ci si ferma dal lavoro e si aspetta che il dolore finisca. Ma se si va d’accordo come fanno i dolori ad arrivare?”. Il suono della sirena . Il treno del vecchio è in partenza . Il contadino / filosofo deve andare . L’attendono i nipoti a Mosca . Tante serate tutti insieme . Il segreto: tutti insieme in armonia . Attenti alla salute . E fare all’amore . Non mi basta . Mi occorre una conferma . La trovo all’Istituto di Geriatria e Gerontologia di Kiev, dove il “fenomeno” dei 100 anni è studiato a lungo . La conferma di quello che mi aveva detto il vecchio alla stazione : vivere insieme, possibilmente in campagna, ascoltare i consigli degli anziani ma anche rispondere alle domande dei giovani, cercare di stare in armonia. Attendere che il dolore passi da solo . Ma anche una corretta alimentazione . Altro tassello . In quei villaggi i piatti a tavola sono più sciapiti che salati, poca carne, tanto pesce, il condimento d’obbligo è l’olio di oliva . Tre pasti : mattino, mezzogiorno e sera . Non dormire più di sette ore e d’obbligo un riposino dopo pranzo . Forse un’abitudine presa dalle legioni romane quando vennero da queste parti . Regole uguali per tutti : uomini e donne . Con un’eccezione : il dormire . Lui sette ore, lei cinque . “ Perché la donna si deve dedicare alla casa e non al sonno” mi aveva detto il vecchio alla stazione . Salutista ma maschilista . La lunga età della gente di alcune zone dell’Ucraina è al centro di un dossier . Me ne parla, dopo due giorni a Mosca, il professor Anatoliy Tokar, segretario scientifico dell’Istituto di Geriatria e Gerontologia dell’Accademia Medica delle Scienze dell’Unione Sovietica. Insieme con altri studiosi cerca di dare una risposta alla domanda più antica del mondo: perché si invecchia? Studiano questo traguardo di vita perché i centenari sono molti, non solo in alcune regioni dell’Ucraina ma anche in Caucaso, Georgia e Crimea . E’ falsa la notizia, mi dicono gli studiosi, che qualcuno arrivi fino a 120- 130 anni . Arrivano in molti a 100 . Anni ben portati : un camminare eretto, sguardo attento, buona salute . E soprattutto lucidità di mente . C’è una spiegazione scientifica : il ruolo del fattore genetico, valutato intorno al 20 per cento . Quelle popolazioni nascono, crescono, si sposano, fanno figli sempre nello stesso posto . Di conseguenza il fattore
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Leone ascendente giornalista genetico non esce dai confini . D’obbligo chiedere : ma non si ammalano? Certamente- è scritto nel dossier- si ammalano di quei guai della vecchiaia : enfisema, bronchiti anche forti, e osteoporosi . Ma sono rare quelle frustate che l’Occidente conosce purtroppo bene e che mettono in crisi cuore e cervello . Questo perché la corretta alimentazione e la grande attenzione a non mangiare molto, e soprattutto fuori dei pasti, non provocano obesità . Fra Kiev e Mosca ho scoperto il segreto dell’invecchiare a lungo e bene . L’ho appreso dal vecchio alla stazione e dagli studiosi degli istituti ucraino e sovietico . Ma lo leggo nella gente che incontro la sera nel bar pieno di luci in piazza Majdan, al centro di Kiev. Gente serena, pacata, che conversa senza mai alzare la voce davanti a un bicchierino di Soplica vodka alla ciliegia. Tanto forte. Ho ancora il ricordo di quel sapore e di quel profumo. Finisco di scrivere questo mio ricordo di tanti anni fa . E non posso non sentirmi triste . Quella Kiev elegante, quel caffè su piazza Majdan piena di luce, quella gente che stava tanto bene insieme ora non ci sono più. Ora non si pensa ad arrivare a cento anni, ma a sopravvivere alla follia di un dittatore che sta infrangendo vite e sogni .
_______________________________________________________________________________________ Questo articolo si ispira – e nel colloquio con il vecchio alcuni passi sono identici- a un mio servizio pubblicato su “Il Messaggero” nella seconda metà degli anni ’80. Faceva parte di un’inchiesta condotta in tutto il mondo alla ricerca dei segreti dell’eterna giovinezza. Il titolo era proprio “I Santuari dell’ Eterna Giovinezza”. I servizi pubblicati in terza pagina sono stati raccolti nel 1990 in un bellissimo volume con lo stesso titolo, edito da “ Longanesi/Il Messaggero”. Un meraviglioso ricordo di anni meravigliosi .
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Health IL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE È GIUNTO AD UN BIVIO CRUCIALE Cronicità, innovazione e il paradosso della prevenzione Di Danilo Ruggeri – giornalista medico-scientifico
Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) italiano, pilastro di universalità e coesione sociale sin dalla sua fondazione nel 1978, sta attraversando una fase critica in cui il progresso della scienza medica sembra aver superato la capacità di adattamento delle istituzioni. Se da un lato l’innovazione tecnologica è stata il motore principale dell’allungamento della vita negli ultimi cinquant’anni, dall’altro l’attuale quadro organizzativo è rimasto ancorato a modelli del passato, generando inefficienze e crescenti disparità. La sfida demografica: gestire l’epidemia di cronicità Negli ultimi quattro decenni l’aspettativa di vita è aumentata al ritmo di circa un anno ogni quattro. Questo successo straordinario ha però trasformato radicalmente il panorama epidemiologico: non siamo più di fronte a un sistema che deve rispondere principalmente ad eventi acuti e isolati, ma a una vera “epidemia di cronicità”. Patologie cardiovascolari, diabete e disturbi respiratori richiedono oggi interventi prolungati e costosi, che mettono a dura prova la sostenibilità economica e organizzativa. Il dato più allarmante riguarda il paradosso della prevenzione. Nonostante l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stimi che ogni dollaro investito in strategie preventive possa generare benefici sanitari e risparmi economici fino a 16 dollari, l’Italia destina a quest’area meno dell’1% della sua spesa sanitaria,
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Health contro una media OCSE del 3% . Il mancato investimento in prevenzione primaria e “medicina d’iniziativa” genera diagnosi tardive e riduce l’efficacia terapeutica, aumentando i costi di gestione delle malattie in fase avanzata. Digital Disruption: oltre la “scorciatoia” tecnologica La trasformazione digitale, che comprende l’intelligenza artificiale, i Big Data e la telemedicina, rappresenta un’opportunità straordinaria per migliorare l’efficienza e la qualità delle cure. Tuttavia, le fonti avvertono: la digitalizzazione non è una “scorciatoia tecnica”. L’Italia soffre di una frammentazione infrastrutturale e di una governance multilivello che ostacola l’interoperabilità dei dati tra le diverse regioni. Un nodo tecnico cruciale è il cosiddetto “data gap”. Le attuali interpretazioni restrittive delle normative sulla privacy (GDPR) in Italia rendono difficile il riutilizzo dei dati sanitari per scopi di ricerca scientifica e programmazione sanitaria. Al contrario, modelli come quelli di Finlandia e Danimarca dimostrano che è possibile bilanciare la protezione dei diritti individuali con un accesso strategico ai dati per migliorare la salute pubblica .
Il finanziamento: il peso crescente sulle famiglie L’analisi dei flussi finanziari rivela un SSN cronicamente sottofinanziato rispetto alla media dei partner europei. I vincoli di finanza pubblica e l’inflazione hanno spinto la spesa privata (“out-of-pocket”) a raggiungere quasi un quarto della spesa sanitaria complessiva. Questa dinamica crea barriere all’accesso drammatiche: gli individui nel quintile di reddito più basso hanno tre volte più probabilità di ritardare o rinunciare alle cure per motivi economici rispetto ai gruppi più
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Health abbienti . Inoltre, i dati mostrano una polarizzazione territoriale marcata: il Mezzogiorno è l’area più colpita sia in termini di rinuncia alle prestazioni che di insoddisfazione per l’offerta sanitaria . Verso un nuovo paradigma: “One Health” Per affrontare queste crisi interconnesse, emerge la necessità di adottare l’approccio “One Health” (OH). Questo paradigma considera la salute come una proprietà emergente dalle interdipendenze tra esseri umani, animali e ambiente. In quest’ottica, la salute non è solo l’assenza di malattia, ma un bene pubblico sistemico. Investire nella sorveglianza delle zoonosi e nel contrasto all’antimicrobico-resistenza (AMR) non è solo una strategia sanitaria, ma una cornice concettuale necessaria per garantire la resilienza del sistema di fronte a shock futuri, come nuove pandemie. L’approccio One Health (OH) viene presentato nelle fonti come una nuova epistemologia della salute, concepita per affrontare in modo integrato le sfide contemporanee alla sostenibilità economica e operativa dei sistemi sanitari. Questo modello supera le visioni settoriali e riduzioniste, interpretando la salute come una proprietà emergente dalle interdipendenze tra esseri umani, animali e ambiente. In questa prospettiva, la salute viene ridefinita come un bene pubblico sistemico e non-rivale, i cui benefici per la collettività aumentano proporzionalmente alla partecipazione e alla collaborazione tra i diversi settori. I principali benefici derivanti dall’adozione del modello One Health includono: Riduzione dei costi sanitari: L’OH promuove azioni preventive strategiche, come la sorveglianza delle zoonosi (malattie trasmesse dagli animali all’uomo) e il contenimento dell’antimicrobico-resistenza (AMR), che permettono di evitare spese ingenti legate alla gestione di crisi conclamate. Maggiore resilienza del sistema: Il modello rafforza la capacità del sistema sanitario di resistere a shock inaspettati e su larga scala, come le pandemie, migliorando al contempo la preparazione (preparedness) per future emergenze sanitarie. Efficienza nell’allocazione delle risorse: Attraverso approcci integrati e intersettoriali, l’OH favorisce un uso più razionale delle risorse disponibili, riducendo il carico complessivo delle malattie — incluse quelle non trasmissibili (NCD) — e consentendo di concentrare i fondi dove sono più necessari durante le crisi . Sinergia con le politiche globali: L’approccio OH è coerente con le grandi strategie internazionali ed europee, come il Green Deal, la strategia Farm to Fork e i piani di contrasto alla resistenza antibiotica, offrendo una cornice concettuale per una progettazione politica più efficace . Nonostante i chiari vantaggi, l’implementazione attuale dell’OH è limitata dalla mancanza di modelli economici robusti, strumenti decisionali integrati e indicatori condivisi per misurarne l’efficacia nel lungo periodo. Tuttavia, resta considerata una visione trasformativa necessaria per garantire equità e sostenibilità nel XXI secolo . Conclusioni: una riforma su tre orizzonti temporali
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Health Per salvare il SSN è necessaria una riforma radicale e completa che allinei l’erogazione dei servizi alle moderne capacità mediche. Gli esperti propongono una strategia articolata su tre orizzonti temporali (breve, medio e lungo periodo) basata su cinque priorità: Rafforzamento del personale sanitario; Espansione dei servizi preventivi; Trasformazione digitale trasparente e interoperabile; Maggiore partecipazione dei cittadini; Revisione profonda dei modelli di finanziamento. Solo attraverso cambiamenti audaci e una visione sistemica, l’Italia potrà preservare i principi di universalismo ed equità, trasformando un sistema che oggi fatica a “riparare” i malati in un modello che “produce” salute lungo tutto l’arco della vita. Fonte: Le sfide per il Sistema Sanitario Nazionale. Economia Italiana.
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Cambia-menti GRAZIA RITROVATA: CENTO ANNI DOPO IL NOBEL, DELEDDA TORNA AL PRESENTE (PASSANDO PER REBECCU E NEW YORK) L’unica italiana premiata a Stoccolma per la Letteratura è anche una delle meno lette. Un autunno di residenze artistiche, cori, traduzioni e riti di Ognissanti prova a rimediare, dal Meilogu a Manhattan. Ritratto di una scrittrice che non ha chiesto il permesso Di Flavia Caroppo – giornalista C’è una signora di Nuoro, morta nel 1936, che quest’autunno terrà occupati un villaggio medievale della Sardegna, due università di New York, un premio Pulitzer, una traduttrice americana, un sassofonista che suona dentro le tombe preistoriche e un intero paese che impasta il pane per i morti. Si chiama Grazia Deledda e resta l’unica donna italiana ad aver vinto il Premio Nobel per la Letteratura. A cento anni da quel riconoscimento, un progetto intitolato Grazia ritrovata la riporta al centro della scena, da Rebeccu, borgo del Meilogu, fino a Manhattan. Prima del progetto, però, conviene fermarsi su di lei. Grazia Deledda nasce a Nuoro nel 1871, quarta di sette figli di una famiglia benestante. Frequenta la scuola solo fino alla quarta elementare; il resto lo fa da sola, con un precettore, la biblioteca di casa e una testardaggine fuori misura. La sua prima lingua è il sardo logudorese; l’italiano, quello in cui scriverà tutto, lo conquista come una lingua quasi straniera. Comincia a scrivere a tredici anni («fui contrariata dai miei», ricorderà a Stoccolma): a Nuoro una ragazza che scrive di passioni è uno scandalo. Nel 1900 sposa Palmiro Madesani e si trasferisce a Roma, dove costruisce una vita di disciplina quasi monastica: lettura al mattino, riposo, poche ore di scrittura al pomeriggio, quattro pagine a mano al giorno. Il risultato sono una quarantina di romanzi e moltissimi racconti, fra cui Elias Portolu, Cenere (da cui nel 1916 fu tratto il film muto con Eleonora Duse, unica apparizione cinematografica dell’attrice), Canne al vento, La madre e il postumo Cosima, il romanzo autobiografico uscito dopo la sua morte, avvenuta a Roma nel 1936. Il Nobel arriva con un giallo di calendario. Il premio le viene attribuito per il 1926, anno in cui l’Accademia svedese aveva deciso di non assegnarlo; l’annuncio e la cerimonia slittano così al 1927, e il 10 dicembre di quell’anno Deledda ritira a Stoccolma il riconoscimento «per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto
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Cambia-menti ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano». È la seconda donna al mondo a riceverlo, dopo la svedese Selma Lagerlöf. Non tutti applaudono: parte della critica italiana la tratta con sufficienza e Luigi Pirandello, secondo una lettura ormai consolidata fra gli studiosi, l’aveva già presa di mira nel romanzo Suo marito, ritratto poco generoso di una scrittrice di successo e del suo consorte. Il paradosso, cento anni dopo, è che proprio il Nobel «l’ha consacrata nel canone letterario, ma forse ne ha cristallizzato l’immagine, incastonandola nell’arcaico paesaggio sardo». A dirlo è Valeria Orani, produttrice teatrale, direttrice artistica dell’impresa culturale 369gradi e ideatrice di Grazia ritrovata. Sotto la cartolina della Sardegna di pecore e destino, i romanzi parlano d’altro: desiderio e colpa, servi e padroni, donne che decidono e pagano il prezzo delle proprie scelte. «L’opera deleddiana continua a parlare con precisione al mondo contemporaneo», osserva Orani. Eppure resta «mai abbastanza letta, spesso assente dai programmi scolastici». Il progetto, sostenuto dal Ministero della Cultura come Progetto Speciale 2026, occupa l’autunno fra la Sardegna e New York. Base operativa è Rebeccu, frazione quasi disabitata di Bonorva dove 369gradi ha sede dal 2025. Si comincia il 2 settembre con Ischeliu («richiamo» in sardo), residenza per dieci artisti sardi emigrati o figli di emigrati, dedicata al vento dell’immaginario deleddiano: «richiama, separa, preme, resiste, trasforma». A ottobre Ermanna Montanari e Marco Martinelli del Teatro delle Albe accostano Deledda a Pia de’ Tolomei, la donna che nella Divina Commedia chiede a Dante di essere ricordata, con un’azione corale al Parco dei Petroglifi di Cheremule, fra i siti delle domus de janas riconosciuti patrimonio Unesco nel 2025; alla necropoli di Sant’Andrea Priu suona Gavino Murgia, fra jazz e canto arcaico. Nelle biblioteche dei Comuni si legge Cosima, la traduttrice americana Martha Witt racconta la sua versione inglese de La madre e guida laboratori di scrittura, mentre Grazia con parole mie chiede a chi nel Meilogu è arrivato da altri Paesi di riscrivere Deledda partendo dalla propria esperienza di distanza e nostalgia. Il finale sardo coincide con i riti di Ognissanti: tavole dei morti, mostra del pane rituale, e la notte del 31 ottobre una veglia di letture alla fonte sacra di Su Lumarzu. «Una comunità fatta da chi è nato nel territorio, da chi lo abita arrivando da altrove, da chi appartiene alla diaspora», la descrive Orani. «Una comunità riunita in nome di Grazia». Il 10 dicembre il percorso approda a New York con un simposio internazionale al Martin E. Segal Theatre Center del CUNY Graduate Center, dedicato a Deledda come «figura radicale di emancipazione femminile»; il giorno dopo la Casa Italiana Zerilli-Marimò della New York University proietta Quasi Grazia di Peter Marcias, tratto dal libro di Marcello Fois. Nel comitato scientifico, con Fois, anche la drammaturga premio Pulitzer Sanaz Toossi. Chi vuole vedere i luoghi non deve aspettare un festival: le case restaurate di Rebeccu e l’ostello sono aperti tutto l’anno e i pernottamenti finanziano le attività culturali del borgo (qui il progetto), in un territorio dove lo spopolamento resta il problema di fondo. «La speranza», ha detto Orani a Radiolina, «di poter […] costruire qualcosa che possa rimanere». Quanto a Deledda, il punto di partenza più semplice resta uno scaffale di biblioteca: Canne al vento per il paesaggio e il destino, La madre per il conflitto morale, Cosima per incontrare la ragazza di Nuoro che voleva scrivere e non ha chiesto il permesso.
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Riflessioni LIBERTÀ D’ESTATE: PARTIRE, RESTARE, SOPRAVVIVERE Piccolo memorandum per chi resta e chi va Di Dario Francolino
Milano Che cosa significa davvero partire? Non è solo prendere un treno o chiudere una valigia: è concedersi, per qualche settimana, il permesso di essere un’altra versione di sé. Viaggiare d’estate somiglia a un piccolo esilio scelto, un modo per capire se la vita che ci siamo costruiti ci appartiene ancora, o se ci siamo semplicemente abituati ad indossarla. E poi c’è l’altra opzione, meno raccontata ma altrettanto dignitosa: restare. Restare soli in città, quando tutti se ne vanno, non è una sconfitta. È un esperimento di silenzio. I vantaggi del restare sono sottili ma concreti: la città cambia ritmo, si svuota, i bar diventano più intimi, si ritrova il tempo per il libro rimandato da mesi, per una passeggiata senza meta, per un cinema all’aperto o una libreria di quartiere che d’inverno non si aveva mai il tempo di visitare. Lo svantaggio ha un nome preciso: la solitudine improvvisa che arriva la sera, quando il telefono tace e la casa sembra più grande di quanto sia davvero. È qui che il discorso si fa personale, e forse più urgente per chi ha superato una certa soglia dell’esistenza . Che cosa succede quando sei divorziato, e l’estate porta via anche gli affetti rimasti — la moglie di un tempo, i figli ormai grandi con vite proprie, i fratelli con le loro famiglie -? Si può sopravvivere a un’estate così? La risposta, con onestà, è sì — ma non per default : va costruita, come un mestiere.
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Riflessioni
Il primo passo è non aspettarsi che la libertà arrivi da sola: va inventata. Significa darsi un progetto piccolo e concreto: imparare un piatto nuovo ogni settimana, riprendere uno strumento musicale abbandonato, scrivere ogni giorno anche solo mezza pagina. Significa anche reinventare le relazioni: non aspettare la chiamata dei figli, ma coltivare amicizie orizzontali, nate per affinità e non per obbligo, come il vicino di casa, il compagno di tennis, il gruppo di lettura del quartiere. Sono legami meno automatici di quelli familiari, ma proprio per questo scelti, e la libertà, in fondo, è sempre una questione di scelta. Con chi parlare, allora? Con chiunque non richieda spiegazioni continue. Un amico vero, d’estate, si riconosce da quanto poco bisogna giustificarsi con lui. E se non c’è nessuno a portata di mano, vale la pena considerare che parlare con un professionista — uno psicologo, un counselor — non è un segno di debolezza ma di cura verso se stessi, esattamente come lo è allenare il corpo.
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Riflessioni
L’estate, per chi resta solo, può diventare un laboratorio di identità invece che un tribunale della memoria. Non sostituisce chi manca, ma insegna qualcosa che nessuna famiglia riunita è in grado di fare: si può stare bene anche nel silenzio, se lo si abita con intenzione. E sopravvivere, alla fine, è solo il primo passo: il vero traguardo è scoprire che si può persino essere felici.
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Riflessioni VIVERE L’ESTATE IN PIENA LIBERTÀ: LA GEOGRAFIA DELLA RIGENERAZIONE Tra Galizia, Asturie e Costa Verde del Portogallo, in cerca di pace Di Dario Francolino C’è un momento, ogni estate, in cui il corpo chiede una cosa sola: decelerare. Non l’ennesima meta “instagrammabile”, non l’affollamento delle capitali balneari, ma un paesaggio che lavori in silenzio sul sistema nervoso. Gli esperti di viaggio lo chiamano “turismo rigenerativo”: non semplice riposo, ma un vero e proprio reset percettivo, dove il paesaggio diventa terapia. E l’Europa atlantica, quella meno mediterranea, offre alcuni dei laboratori più efficaci al mondo per questo tipo di libertà.
La Galizia, in Spagna, è il primo indirizzo da segnare in agenda. Terra di rias, foreste di eucalipti ed Ecuceli marittimi, la Galizia ha un clima temperato che smentisce l’idea stessa di estate rovente: qui si cammina, si respira salsedine, si assaggiano polpo alla galiziana e vini albariño gelati in tavernette di pietra. Chi viaggia solo trova nel Cammino di Santiago — anche solo negli ultimi cento chilometri — una forma di libertà quasi monastica: ore di cammino, pensieri che si diradano, incontri casuali con altri pellegrini che diventano compagnia leggera, mai invadente. Le coppie, invece, trovano nei villaggi di pescatori come Combarro o Cambados un romanticismo sobrio, fatto di tramonti sull’oceano e cene lunghe.
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Riflessioni
Le Asturie, poco più a est, sono la Galizia meno conosciuta e più selvaggia: i Picos de Europa regalano trekking alpini che si affacciano, in poche ore, su spiagge atlantiche. È una regione perfetta per chi cerca la libertà come alternanza — montagna la mattina, mare il pomeriggio — e per chi, dopo un divorzio o una perdita, ha bisogno di ricostruire un ritmo personale lontano dagli schemi familiari. Il sidro asturiano, versato nei bar locali, è un rito sociale semplice: basta un bicchiere per sedersi accanto a sconosciuti e sentirsi, per un’ora, parte di una comunità senza obblighi.
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Riflessioni
La Costa Verde, in Portogallo, tra Porto e Viana do Castelo, è forse la scoperta più recente per i viaggiatori europei. Meno battuta dell’Algarve, offre spiagge immense e semideserte, pinete che arrivano fino alla sabbia, e cittadine come Viana do Castelo dove il tempo sembra essersi fermato agli anni Sessanta. È il luogo ideale per chi viaggia solo e non vuole sentirsi tale: la gente qui parla, invita, condivide il pescato del giorno. Per le coppie, il Minho offre agriturismi (“turismo rural”) immersi tra vigneti di vinho verde, con un’intimità che non ha bisogno di lusso per essere autentica. C’è un filo comune tra questi tre territori: nessuno impone ritmi. Non ci sono le folle della Costa Azzurra né la mondanità delle Baleari. Ci si può svegliare senza sveglia, camminare senza meta, mangiare quando si ha fame e non quando lo impone l’orario del resort. È esattamente questa assenza di struttura a restituire la libertà più difficile da trovare oggi: quella del tempo non pianificato. Per chi viaggia da solo, il consiglio degli esperti è uno solo: scegliere alloggi piccoli, a conduzione familiare, dove il proprietario diventa naturalmente un interlocutore. Per le coppie, invece, il segreto è alternare momenti insieme a momenti di autonomia: anche in vacanza, la libertà individuale resta preziosa quanto quella condivisa. Alla fine, che si scelga la Galizia, le Asturie o la Costa Verde, la vera rigenerazione non sta nel paesaggio in sé, ma nella decisione di lasciarlo “agire” senza fretta.
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Versi Di...versi RACCOLTA POETICA Di Bruno Belletti – autore Illustrazione di Carlo Ubezio
Color caldo Profumo di pelle, sapore di carne, trascende la notte, incanta l’oblio: è il magico sogno che assume carezze e dona piacere, incredulo e vago.
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Versi Di...versi
Rinascenza Pulsare di arterie, scrosciare di Eros sentirti come sole che prosciuga mestizie. Trattieni profumi di terra riarsa e segui l’impronta di fiere selvagge. Scolpisci profili di nitidi visi che adombrano, inquieti, spirali di eterno, diagrammi di cielo. Umbratili cifre di chiare ed oscure assonanze di vita sopita, di vita rinata alla vita presente .
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Versi Di...versi
Tenerezza Scorze di frutta candita e amarti con raggi caduchi di luna smarrita, ora, mentre la brezza confonde gli aromi di suoni e fragranze di lidi lontani.
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Versi Di...versi Provando Queste scaglie di sole marino saliranno da scogli scolpiti nei cupi fondali del mio smarrimento, mentre ricerco scommesse e tensioni, stringendo quel fiore reciso che ancora mi ispira.
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Da leggere IL TEMPO DEI SEMPLICI L’ultimo libro di Luigi Nacci spiega come la semplicità non sia assenza di complessità, ma una forma diversa e più profonda di guardare la realtà Di Enrico Fovanna – giornalista
Il tempo dei semplici, per molti di noi, era quello dell’infanzia. La stagione senza computer, social, algoritmi, intelligenze artificiali e altre diavolerie, come le definirebbero alcuni boomer miei coetanei. La complessità, allora, esisteva certamente nelle nostre vite, ma aveva una natura diversa. Per molti poteva consistere nella fatica di mettere insieme il pranzo con la cena, di avere una casa, di trovare ogni giorno la propria quadra. Non era certo uguale per tutti la fatica del vivere: anche nei primi decenni del dopoguerra
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Da leggere c’era chi stava bene, chi si era arricchito, chi abitava in splendide ville. Ma, in generale, il contesto sociale sembrava conservare una sorta di fluidità che oggi appare in gran parte scomparsa. Anche, e soprattutto, nei rapporti personali. Il tempo dei semplici, forse, non è mai esistito per tutti. Qualcuno non ha avuto il privilegio di sottrarsi alle ipocrisie e ai meandri del quotidiano, agli incredibili slalom che oggi molti di noi sono costretti a compiere per restare in equilibrio, o semplicemente per stare nella società. Era il tempo delle famiglie riunite attorno a un desco, dei figli costretti a inventarsi un futuro, soprattutto quando le risorse erano poche: partire per una città, tentare la sorte con l’università, affrontare la fatica, cercare un lavoro. Un tempo difficile, certo, ma nel quale forse i desideri erano più nitidi e le cose, almeno in apparenza, più semplici. Il tempo dei semplici è anche il titolo di un libro straordinario, uscito da poco per Einaudi, nella collana Supercoralli. L’autore è il triestino Luigi Nacci, poeta, scrittore e camminatore, conosciuto per i suoi libri e per la sua attività intorno al tema del viaggio a piedi. Nacci è un viaggiatore instancabile e una delle voci più autorevoli della cultura del camminare, che racconta come esperienza fisica, filosofia di vita ed educazione sentimentale. Questa volta, però, il cammino non conduce in un luogo geografico. Conduce dentro la memoria. In una sua area profonda e segreta, alla ricerca di uno dei sentimenti più universali: l’amore. In questo caso, quello tra un figlio e i suoi anziani genitori. Il libro non è un romanzo, ma una raccolta di episodi, aneddoti e ricordi di una giovinezza vissuta a Trieste, accanto alla propria famiglia. Il padre e la madre sono i “semplici” del titolo. Semplice è il loro mondo, il contesto nel quale Luigi è cresciuto: la Trieste di allora, la modestia e le ombre di un rione popolare, una quotidianità fatta di gesti minuscoli e di rapporti autentici, sinceri, carichi di sentimento. In questo viaggio c’è di tutto: la malattia, la fatica del quotidiano, la gioia del ritrovarsi, la volontà di affrontare insieme le contraddizioni e gli ostacoli dell’esistenza. E c’è soprattutto il dono di una consapevolezza che, con il passare degli anni, accompagna chi ha davvero vissuto. Il libro ruota dunque quasi per intero attorno al rap-
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Da leggere porto di un figlio con i suoi genitori anziani, ancora in vita ma già segnati dallo scorrere del tempo e dalla fragilità dell’età. È un omaggio a due figure umili: un padre arrivato dal Sud, con alle spalle una storia di sacrifici, e una madre nata in un quartiere povero triestino. «Siamo cresciuti in un rione di case popolari dove il tempo sembrava scorrere con una calma antica . Non c’era la fretta di dover dimostrare niente a nessuno : bastava la sera sul balcone, il saluto ai vicini, la cura per le piccole cose di ogni giorno .» Sullo sfondo di ogni sguardo c’è una Trieste lontana dai fasti imperiali e dall’immagine turistica di oggi: una città di rioni periferici, operai, famiglie e piccoli microcosmi popolari, restituiti attraverso una prosa poetica, lineare ed essenziale.
È un libro delizioso, da leggere d’un fiato oppure, forse meglio, da centellinare lentamente . La scrittura fluida e magnetica di Luigi non cerca effetti speciali : proprio attraverso la sua semplicità riesce a ipnotizzare, assorbire e conquistare . Insegnante, poeta e guida escursionistica, Luigi Nacci ha iniziato la sua carriera letteraria con la poesia, per poi dedicarsi alla narrazione del viaggio a piedi e della viandanza. Tra i suoi saggi e resoconti narrativi più noti si ricordano Alzati e cammina (Ediciclo, 2014), Viandanza. Il cammino come educazione sentimentale (Laterza, 2016), Trieste selvatica (Laterza, 2019) e Non mancherò la strada (Laterza, 2022). Per Einaudi due anni fa era uscito il romanzo “I dieci passi dell’addio” . Il senso del suo ultimo lavoro è racchiuso, forse, nelle parole dello stesso autore: «Mio padre e mia madre sono stati due semplici. Semplici erano i loro gesti, le loro parole, il loro modo di stare al mondo e di guardare alle cose senza sovrastrutture, senza l’ambizione di apparire diversi da ciò che erano». Forse è proprio questo che resta, alla fine, del libro di Luigi Nacci: la sensazione che non sia la semplicità affatto l’assenza di complessità, ma una forma diversa, e forse più profonda, di guardare alle cose. Un modo di stare al mondo che rischiamo di perdere e che, qualche volta, i ricordi ci permettono ancora di ritrovare.
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Incursioni LA MOTO MASSAGGIA LA MENTE Guidare una moto (o una barca) può essere il momento migliore da dedicare a pensieri & introspezione Di Marco Vittorio Ranzoni – giornalista
Infili il casco e già ti isoli un po’ da tutto e poi c’è il rumore del motore che ti coccola, e molto presto entri in maggiore confidenza con te stesso. Io, ad esempio, faccio delle lunghe chiacchierate in una dimensione tra realtà e sogno. Che dire di chi ha il casco con l’interfono per essere connesso col mondo anche quando va in moto? Probabilmente soffre di quell’ “horror vacui” che è uno dei tristi mali di questo strano presente.
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Psicologia SAFETY COVERS, NE ABBIAMO BISOGNO O SONO UNA FORMA MASCHERATA DI CENSURA? Partendo dalle recenti “copertine di sicurezza” usate in editoria, l’Autrice amplia il discorso per manifestare la propria opinione su altri temi legati ai libri e alla lettura Di Rosa Mininno – psicoterapeuta, presidente della Scuola Italiana di Biblioterapia
Alcuni giorni fa, mentre aspettavo, in un grande centro medico di Roma, ho preso dalla mia borsa il libro che avevo portato con me in previsione dei tempi d’attesa. Mi sono guardata intorno: la sala era gremita, ci saranno state almeno 40 persone e ho notato che quasi tutte erano immerse, con il capo chino, a guardare qualcosa sul loro cellulare. Pochissime parlavano fra loro o guardavano chissà dove, perse nei loro pensieri. Soltanto io avevo un libro. E poi ho notato un’altra signora che ha tratto dalla sua borsa un gomitolo di filo di cotone e ha cominciato a lavorare all’uncinetto. Io tenevo Il libro davanti a me, aperto all’altezza degli occhi, proprio per non abbassare il capo per leggere. Ero seduta in una poltrona abbastanza comoda e ho letto diverse pagine. Il libro era “Il gabbiano Jonathan Livingston”.
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Psicologia Leggevo, o meglio rileggevo, questo libro che mi è sempre piaciuto e che ho utilizzato anche nei percorsi di biblioterapia con i miei pazienti. Ogni tanto alzavo lo sguardo e riflettevo su una notizia che avevo letto alcuni giorni prima: una casa editrice londinese, della quale non voglio fare il nome per non procurarle pubblicità, ha lanciato una iniziativa che io trovo molto discutibile: le safety covers per i libri, le copertine, per intenderci. Ecco le motivazioni che vengono addotte: far sì che la persona che legge su un mezzo pubblico (una rarità ormai), su un treno, un autobus oppure seduta su una panchina, o appunto in una sala d’attesa come quella in cui mi trovavo, possa essere protetta dallo sguardo invadente, ma anche giudicante degli altri. Trovo questa iniziativa un’ennesima operazione commerciale, non culturale . I libri possono essere protetti da una copertina un po’ come quando andavamo a scuola, per non sciuparli, ma il discorso qui è molto controverso e profondo . La casa editrice alla quale ho accennato è una casa editrice specializzata in testi su malattie mentali, LGBTQIA+, adozioni, autismo e i fautori di questa Iniziativa sostengono che, appunto, le persone in questo modo, con copertine anonime che coprono un titolo di un libro, un’illustrazione, l’autore, l’argomento, si sentono più libere di leggere i libri che vogliono, senza pensare agli eventuali giudizi di chi li osserva . Sembra che in Giappone questa pratica sia ormai in vigore da molti anni e che sia interpretata come una questione di riservatezza . Invece, oltre ad essere un’operazione meramente commerciale, a mio parere – basandomi sulla quarantennale esperienza che ho – diventa anche una operazione pseudoculturale . Un’iniziativa di questo genere tende più a nascondere e a censurare la scelta delle persone di leggere ciò che vogliono, dove vogliono, infischiandosene del giudizio di quelli che notano il titolo e l’autore del libro che stanno leggendo . Insomma, ritengo che ciascuno debba essere libero di leggere ciò che vuole senza temere di essere giudicato. Si può leggere per curiosità, per interesse professionale, personale, per interesse culturale…Per scelta, appunto . Non è obbligatorio mettere la copertina al libro, ma allora perché farlo? Mi sembra veramente ingannevole questo celare le proprie letture. Al contrario, un libro può incuriosire,
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Psicologia aprire anche un dialogo con una persona, se abbiamo voglia di scambiare due chiacchiere con chi abbiamo di fronte o accanto, parlare con qualcuno che quel libro lo ha anche letto e che condivide magari i nostri interessi. Perché nasconderci? Io non credo che questa sia una operazione “protettiva”. Molto più banalmente, si tratta di un’operazione commerciale che però ubbidisce ad un subdolo potere: quello della censura, che trovo oltremodo pericoloso. Sono convinta che la libertà di una persona si può esprimere civilmente in modi diversi, compresa la lettura di un libro in pubblico, senza dover nascondere titolo e autore. Un libro può essere, invece, motivo e veicolo di socializzazione . Il paradosso è che sui social spesso si mostra molto, anche troppo, di se stessi a degli sconosciuti, sbandierando la propria vita privata . Allora : ci troviamo chi da una parte si espone totalmente, mentre dall’altra abbiamo questa iniziativa che intende nascondere addirittura un libro, alimentando anche il pregiudizio, perché la vera cultura, come la vera conoscenza, non si nasconde . Ma deve essere palese, chiara, diretta . Non ha bisogno di nessuna copertura. La si dichiara con il proprio comportamento, con I propri discorsi, con le proprie idee . Nessuno ha il diritto di giudicare l’altro in base a ciò che legge . Tra l’altro, il paradosso è che In Italia la lettura non è proprio praticata a livelli altissimi, siamo anzi un fanalino di coda in Europa e non è un caso che in Italia l’analfabetismo funzionale sia così evidente . E non è un caso, nonostante tutti gli sforzi fatti da librerie, biblioteche, soggetti pubblici o privati . Perché? Perché i social hanno preso il sopravvento condizionando quasi totalmente la nostra vita, dedicando molto del nostro tempo prezioso a scrollare sul cellulare, senza veramente capire , scegliere di che cosa tenere conto e di che cosa no . Mi sarebbe piaciuto in quella sala d’attesa che qualcuno mi avesse chiesto: “Cosa legge di bello ?” E invece niente. E se avessi letto un libro con la copertina? Sarebbe stato lo stesso? Oppure avrei incuriosito qualcuno? Pertanto, la copertina che nel dichiarato intento della casa editrice dovrebbe tutelare soggetti fragili, la privacy del lettore, la sua libertà, a mio avviso non fa altro che alimentare il pregiudizio, la solitudine, l’emarginazione, la censura, il potere discriminatorio di chi giudica e di una società che involve invece di evolvere. Dobbiamo combattere il pregiudizio, non mascherarlo. Aprire discorsi, confrontarsi dialetticamente, rispettare l’opinione altrui, la comunicazione assertiva sembrano essere diventati utopie . Il livello di degrado etico, sociale, culturale della nostra società ha ormai raggiunto livelli preoccupanti soprattutto per le nuove generazioni, così vulnerabili ai social, ma anche per soggetti facilmente influenzabili dalla propaganda politica o dai media . Manca lo spirito critico, così come la capacità di incontrarsi su un terreno di confronto pacifico, educato, rispettoso della diversità di ciascuno . I social sono sempre più di sovente colmi di aggressività verbale, di volgarità, di giudizi gratuiti . Specchio di un imbarbarimento morale e culturale . Certo, esistono delle isole felici anche sui social, che comprendono belle iniziative . Ma bisogna saperle individuare . E’ necessario essere in grado di leggere tra le righe, capire, esercitare il proprio diritto alla libertà che non è
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Psicologia mai assoluta, in quanto comporta il rispetto delle regole sociali . Ci sono diverse belle iniziative condivise in cui, appunto, è bello, utile, interessante leggere insieme ad alta voce in un gruppo di lettura, in un gruppo di psicoterapia, in una piazza, fare delle maratone di lettura . Iniziative notevoli, come per esempio quella recentissima a Roma della “Tempesta silenziosa” promossa dallo scrittore Baricco . Un’ iniziativa che ha coinvolto migliaia e migliaia di lettori, una lettura silenziosa di gruppo che però ha invaso, letteralmente, tanti spazi, tanti luoghi della città . C’è stata una eccezionale partecipazione delle persone che in silenzio si sono ritrovate a leggere, tutte insieme, “Le notti bianche “ di Dostoevskij . Una dimostrazione di quanto invece si abbia voglia e bisogno di incontrarsi, fisicamente, in presenza, anche attraverso la condivisione della lettura di un libro . Allora perché nascondere ciò che leggiamo? Se questo invece può mutarsi in un pretesto proprio per approcciarsi e conoscere l’altro, nonchè per conoscere noi stessi? Perché avere paura di mostrare ciò che leggiamo e rivelare i nostri interessi e le nostre passioni? Si può leggere tutto, anche ciò che non condividiamo. Parlarne insieme è meglio che isolarsi. Bisogna sempre distinguere l’isolamento, negativo, dalla solitudine positiva, che coltiva il dialogo interiore e aiuta a conoscersi. C’è un’altra bella iniziativa che voglio segnalare: quella fondata a Porto, in Portogallo, che ha inaugurato recentemente una nota cantante, Dua Lipa. Si tratta della“ Manifesto Library”, una biblioteca permanente nata dalla collaborazione tra il Service95 Book Club fondato da Dua Lipa e dalla storica “Livraria Lello”. Comprende 100 opere selezionate. I libri non sono ordinati per autore, ma seguono quattro grandi temi: potere, controllo, voce, memoria. La Manifesto Library contrasta la censura, dà voce a storie di autori non graditi al potere e che il potere vorrebbe cancellare, coltivando invece la memoria. È visitabile con il normale biglietto d’ ingresso alla libreria. Ben vengano allora attività che fanno incontrare le persone attraverso il libro e la lettura, che non isolano, che promuovono invece nel tessuto sociale iniziative tese a far crescere la cultura nella nostra società, tese ad arginare, frenare, combattere la deriva culturale, morale, economica, anche politica, in cui la nostra società sta cadendo. Il libro, come l’arte, la musica, è il mezzo attraverso il quale la nostra mente può aprirsi e confrontarsi con noi stessi e con l’altro. Può essere un veicolo proprio di socializzazione. Non dobbiamo nasconderci. Non dobbiamo nascondere le nostre letture. Leggere è il respiro della mente, scrivere il suo sguardo.
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Di tutto e niente UN RIFLESSO Pensieri, riflessi di emozioni, senza nessi solidi né fondamento Di Andrea Tomasini – giornalista scientifico Anche oggi giornata di lavoro. Ieri, di ritorno da serata piacevole, ho appoggiato in salotto, sul tavolo che sta di fronte all’ampia finestra, il bottino di un’incursione in una libreria di volumi e titoli esauriti e rari. Il tavolo era ingombro di molto altro per cui per far spazio ho spostato alcuni oggetti, senza altra intenzione che far stare sul ripiano i libri nuovi giunti. Che per altro concernono altre vicende rispetto a quelle su cui sto lavorando in queste giornate. Cerco vanamente Foto dell’Autore di coibentarmi per proteggermi dalle emozioni più acri, immaginando di riuscire a immergermi nelle cose da fare per isolarmi dai pensieri e dalle preoccupazioni. L’anziana genitrice con le sue impuntature e la consueta cronica attitudine autolesionistica in tre mesi ha perso 4 chili… ma questa è solo una delle cavità in cui rimbomba la mia angoscia. Sono sveglio da prima delle 5. Mi sono messo alla tastiera subito e attorno alle 8 mi sono assopito. Poi, da sveglio ho ripreso il filo del discorso… e mi sono messo in piedi. Mi sono ricordato delle cose della vita e sono andato a dare il buongiorno a mia madre. Ripassando per la stanza con il tavolo ingombro e la grande finestra, sulla parete è proiettato il riflesso della luce che entra e batte sul pavimento lucido. Si sagoma così una porzione di pianta, silhouette che si riconosce sullo schermo bianco del muro. Nel complesso il riflesso è articolato, privo di forma compiuta, irreale e senza senso. Ma è fatto di sola luce, abbagliante e dorata. Mi ha fatto pensare a quando sbircio dentro un caleidoscopio. All’involontarietà della composizione, al caso con cui le cose si aggregano e alla plasticità dell’animale uomo… Pensieri, riflessi di emozioni, senza nessi solidi né fondamento. Non so neanche come spiegare… Ma il riflesso è così grande e bello e imprevisto che l’ho fotografato perché secondo me in bianco e nero diventa ancora più evocativo, e con la logica del dopo qualcosa mi suggerirà. E se non dovesse accadere, quando la pellicola sarà sviluppata saprà comunque dirmi della meraviglia che per qualche momento mi ha incantato -nonostante tutto.
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Immagini e fotografie
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