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Hamingway Days 2019 - Istant Book

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HEMINGWAY DAYS - www.hemingwaydays.it © 2019 Associazione Culturale CONTATTI Le illustrazioni sono di Gianfranco Uber. La riduzione dei testi di Hemingway e Melville è di Barbara Garassino. Agenzia di Comunicazione - www.gC.guru / info@gc.guru La stampa di questo libro è stata resa possibile grazie a Fabrizio Giovanardi della Giovanardi Farmaceutici www.giovanardifarmaceutici.com

V01 - Marzo 2019


Hemingway all’Hotel Savoia Beeler, Genova Nervi 6


Introduzione

La seconda edizione degli Hemingway Days è caratterizzata, oltre che dalle parole e dalle suggestioni liguri che fanno parte dell’esperienza letteraria ed esistenziale di Ernest Hemingway, anche dal rapporto che intercorre tra Hemingway e altri due giganti della letteratura americana, e di ogni tempo e paese, Hermann Melville e Walt Whitman. Di entrambi questi sommi scrittori, nel 2019 ricorre il bicentenario della nascita: un’occasione rara per portare all’attenzione del pubblico, nel segno di Hemingway, due visioni del mondo ricchissime di umanità, e cariche di passione anche civile. L’idea di dar vita agli Hemingway Days - un’iniziativa unica nata, lo scorso anno, dal nostro convincimento che la grande letteratura internazionale abbia qualcosa d’importante da insegnarci, e possa avere la medesima fruibilità di altre, più immediatamente “spettacolari” espressioni artistiche. 7


Da qui, l’azzardo di provare a dar vita a un appuntamento a cadenza almeno annuale in grado di fungere da stimolo dell’immaginazione letteraria soprattutto nelle generazioni più giovani. Concepiti come un momento d’incontro per gli appassionati di Hemingway e del suo genio indocile e ingombrante, gli Hemingway Days ancor più che un festival letterario voglionimento educativo; l’apertura, da noi fortemente voluta, al mondo della scuola e alla presenza e alla partecipazione iticendo un evento formativo originale, di prospettiva e qualità nazionale. In questo senso, va anche il lavoro svolto nei mesi antecedenti alla manifestazione con gli studenti degli Istituti Nautici liguri, di alcuni licei e della scuola interna dell’ospedale Gaslini, che ci ha portati a condividere un percorso di scritture e diverse creatività incentrato su Il vecchio e il mare di Hemingway e Billy Budd di Melville. Il mare, protagonista di tutti e due i celeberrimi racconti, è la parola tematica del Festival di quest’anno, che non a caso è ambientato quasi nella sua interezza in diversi spazi del Galata Museo del Mare. Ciò, in considerazione anche della storica funzione di Genova come “ponte” naturale fra le sponde del Mediterraneo e 8


quelle degli States - dall’epopea di Colombo evocata (fra l’altro) in una toccante poesia di Whitman, a quella dei migranti italiani d’inizio Novecento, anche in un’ottica di supporto al nascente Museo Nazionale dell’Emigrazione. - e che ci rendono felici e orgogliosi - ci piace sottolineare quello di essere riusciti a coinvolgere varie e importanti realtà del territorio. L’obiettivo, nel nostro “piccolo”, di fare sistema di alto livello è stato pienamente centrato. Tra le novità e le “carte di credito” di questa seconda edizione del Festival vale la pena di ricordare perlomeno: un sempre più ampio coinvolgimento delle scuole, con grande partecipazione di partecipazione alla nostra iniziativa di scrittori anglo-americura della Fondazione Bogliasco; la conferma della partnership attivata con la Fondazione Campiello, che ci consente di ni di quest’anno e la vincitrice dell’anno scorso, Elettra Solignani; l’estensione degli Hemingway Days anche al di là dei la realizzazione, anche quest’anno, del Premio Hemingway Days Junior e di una lettura pubblica corale (dedicata alle Fo9


glie d’erba di Whitman, in occasione della Giornata nazionale per la promozione della lettura), che speriamo possa diventare una “tradizione” dal forte valore simbolico. nora raggiunti sono lusinghieri, e ci esortano a continuare nel cammino che abbiano intrapreso, nonostante la monfar fronte. Sappiamo bene che per crescere, in cultura, occorre faticare. E mettere a disposizione della res publica i prodi ritrovarvi numerosi a bordo con noi, compagni di viaggio lungo la scia dell’opera di Hemingway, naviganti per “l’alto mare aperto” di questa stimolante avventura.

Barbara Garassino e Massimo Morasso co-direttori degli Hemingway Days

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Ernest Hemingway

Ernest Hemingway (Oak Park, Illinois, 1899 - Sun Valley, Idaho, 1961) è considerato uno dei maggiori romanzieri del alla morte, carattere distintivo anche di un percorso di vita singolare, costellato di abusi alcoolici e passioni discutibili, conclusosi con il suicidio. In posizione polemica contro ogni abbandono emotivo, con i suoi laconici dialoghi e il tono verbale sempre un po’ al disotto della situazione, volontariamente implicante più di quanto dice (understatement), Hemingway è considerato tra i padri fondatori del “minimalismo” narrativo. Fu autore del più importante romanzo sulla Prima guerra mondiale, Addio alle armi (1929), ispirato dalla sua esperienza sul fronte italiano. Tra le sue opere principali occorre citare almeno anche Per chi suona la campana (1940) e il racconto Il vecchio e il mare (1952). Hemingway ha vinto il premio Nobel per la Letteratura nel 1954. 13


Coltivo da decenni la passione per gli Studi Americanistici e non potevo quindi non aderire con entusiasmo ad una edizione genovese degli Hemingway Days. Prendendo spunto dal titolo e dalla visione sottesa alla mostra su Niccolò Paganini appena terminata a Palazzo Ducale, anche io utilizzo per Ernest Hemingway la stessa parola in funzione aggettivale, rockstar. Hemingway è stato una rockstar per i modi e le modalità con cui ha interpretato la sua vita e la sua carriera di giornalista, saggista, scrittore di romanzi e di novelle. Un artista larger than life come pochi ce ne sono stati e con un stile innovativo proprio perché distillato apparentemente semplice ed essenziale della complessità, della grandezza, della solennità e della pesantezza dei temi di quel Novecento che Hemingway ha davvero “vissuto”. 15


Una lezione di vita e di stile imprescindibile se si vuole comprendere la letteratura, in particolare ma non solo americaa maggior ragione quest’anno. Il 2019 è infatti un po’ una epiphany, di joyciana memoria, per la letteratura americana, ricorrendo il bicenteraio della nascita di due altri autori di inconfutabile grandezza: Herman Melville e Walt Whitman. L’occasione per una triangolazione di tematiche e di stili sarà ti a cui gli Hemingway Days dedicano una attenzione partisui modi con cui descriverla e comunicarla in un momento storico in cui la comunicazione sembra essere... semplice ed essenziale...

Anna Maria Saiano

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Illustrazione di Gianfranco Uber 18


Il vecchio e il mare in breve

Le pagine che seguono non riportano integralmente il testo de Il vecchio e il mare, ma ne raccontano la storia. Sono tutte parole di Hemingway nella prestigiosa traduzione di Fernanda Pivano. Il vecchio e il mare in breve è una forma ridotta del libro di Hemingway, da assaporare, magari, in un momento di pausa fra un evento del Festival e l’altro.

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Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Il vecchio era magro e scarno e aveva rughe profonde alla nuca. Sulle guance aveva le chiazze del cancro della pelle, provocato dai due lati del viso e le mani avevano cicatrici profonde che gli erano venute trattenendo con le lenze i pesci pesanti. Ma nessuna di queste cicatrici era fresca. Erano tutte antiche come erosioni di un deserto senza pesci. Tutto in lui era vecchio tranne gli occhi che avevano lo stesso colore del mare ed erano allegri e indomiti. … Il vecchio mentre dormiva sentiva l’odore del catrame e della stoppa del ponte e sentiva l’odore dell’Africa recato al mattino dal vento di 21


terra. Di solito quando sentiva l’odore del vento di terra si svegliava e si vestiva per andare a svegliare il ragazzo, suo compagno e allievo di mare. Ma stanotte l’odore del vento di terra giunse molto presto e nel sogno capì che era troppo presto e continuò a sognare per vedere i picchi bianchi delle isole che sorgevano dal mare e poi sognò i porti e le rade delle Isole Canarie. Non sognava più tempeste, né donne, né grandi avvenimenti, né sognava soltanto luoghi, e i leoni sulla spiaggia. Giocavano come gatti nel crepuscolo e gli piacevano come gli piaceva il ragazzo. Non sognava mai il ragazzo. Si svegliò, guardò la luna attraverso la porta aperta e srotolò i calzoni e li indossò. Orinò fuori della capanna e poi risalì la strada per svegliare il ragazzo. Il freddo del mattino lo fece rabbrividire. Ma il vecchio sapeva che rabbrividendo si sarebbe scaldato e che presto avrebbe dovuto remare. La porta della casa dove dormiva il ragazzo non era chiusa a chiave, e il vecchio l’aprì ed entrò in silenzio a piedi scalzi. Il ragazzo dormiva su un lettino nella prima stanza, e il vecchio lo vide distintamente alla luce della luna morente. Gli prese con garbo un piede e gli fece un cenno col capo, e il ragazzo prese i calzoni dalla sedia Il vecchio uscì e il ragazzo gli andò dietro. … 22


tutto il giorno e sapeva che gli era indispensabile berlo. Da molto tempo non gli andava di mangiare e non portava mai la colazione con sé. Aveva una bottiglia d’acqua a prua della barca e non aveva bisogno di altro per tutto il giorno. Il ragazzo ritornò con le sardine e le due esche avvolte in un giornale e scesero la stradicciola che conduceva alla barca, sentendosi la sabbia ghiaiosa sotto i piedi, e alzarono la barca e la misero in acqua. Il vecchio adattò gli stroppi dei remi agli scalmi e sporgendosi in avanti a spingere le pale nell’acqua, incominciò a remare al buio per uscire dal porto. Il vecchio intendeva dirigersi al largo e si lasciò l’odor della terra alle spalle e remò nel fresco odor dell’oceano del primo mattino. … Remava con regolarità e non faceva fatica perché non alterava la quando per qualche mulinello della corrente. Lasciava fare un terzo del lavoro alla corrente e allo spuntare dell’alba si accorse di essere già più al largo di quanto avesse sperato. Ho lavorato nei pozzi profondi per una settimana e non ho combinato niente, pensò. Oggi voglio lavorare fuori dove ci sono i banchi di palamite e di alalonghe e forse lì in mezzo ci sarà qualcosa di grosso. Prima che fosse giorno chiaro aveva gettato le esche e si la23


sciava trasportare dalla corrente. Il sole sorse lieve dal mare e il vecchio vide le altre barche basse sull’acqua e vicino alla riva, sparse nel corso della corrente. Poi il sole divenne più luminoso e abbagliò l’acqua e poi, mentre sorgeva limpido, il mare liscio lo fece rimbalzare negli occhi del vecchio dandogli un dolore acuto, per cui continuò a remare senza guardarlo. Guardò giù nell’acqua e sorvegliò le lenze che scendevano diritte nel buio dell’acqua. Ora il sole era alto da due ore e non gli faceva più tanto male agli occhi guardare verso oriente. Il primo sole mi ha sempre fatto male agli occhi da quando sono al mondo, pensò. Però ho ancora gli occhi buoni. La sera posso guartina fa male. … Ora il sole era caldo e il vecchio lo sentiva sulla nuca e sentiva il sudore scorrergli nella schiena mentre remava. Proprio in quel mosporgente. Si sporse a prendere la lenza e la tenne con delicatezza tra il pollice e l’indice della mano destra. Il vecchio tenne la lenza con attenzione, e teneramente, con la mano sinistra, la sciolse dal bastoncino. Ora poteva lasciarla scorrere tra le dita senza che il pesce sentisse alcuna pressione. 24


Così al largo dev’essere un pesce enorme in questo mese, pensò. Sentì il lieve strappo delicato e poi uno strappo più forte. Poi più nulla. Poi sentì di nuovo il lieve strappo alla lenza e fu la felicità. Fu la felicità sentire lo strappo lieve e poi qualcosa di duro e incregiù, giù la lenza mentre si svolgeva la prima duglia di riserva. Mentre la lenza scendeva sdrucciolandogli lieve tra le dita, il vecchio continuava a sentire il gran peso, nonostante la pressione del pollice e dell’indice fosse quasi impercettibile. Sapeva com’era grosso questo pesce e lo immaginava mentre si allontanava nel buio col tuna tenuto di traverso in bocca. In quel momento sentì che il pesce si fermava ma il peso c’era ancora. Poi il peso aumentò e il vecchio diede altra lenza. Aumentò per un attimo la pressione del pollice e dell’indice e il peso crebbe e si diresse in profondità. Ora era pronto. Mangia in modo che la punta dell’amo ti entri nel cuore e ti uccida, pensò. Sali con comodo e lascia che ti metta nel Diede uno strappo violento con tutt’e due le mani, ricuperò un metro di lenza e poi tornò a tirare più e più volte, abbattendo alternamente le braccia sul cavo con tutta la forza delle braccia e il peso del corpo rotato. Non accadde nulla. Il pesce si limitò ad allontanarsi lentamente e il vecchio non riuscì a sollevarlo di un centimetro. La lenza era forte e adatta ai pesci pesanti ed egli la resse con la schiena

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Poi incominciò a fare un lieve rumore sibilante nell’acqua ed egli continuò a reggerla tenendosi in equilibrio contro il banco dei remi e curvandosi all’indietro per resistere alla pressione. Continuò a reggere la lenza sulla schiena e ne osservò l’inclinazione nell’acqua e guardò la barca che si spostava con regolarità in direzione nord-ovest. Così morirà, pensò il vecchio. Non può andare avanti così per sempre. Ma quattro ore dopo il pesce stava ancora nuotando con regolarità verso il largo, rimorchiando la barca, e il vecchio stava ancora saldamente in equilibrio con la lenza attraverso la schiena. … Il pesce non cambiò mai percorso né direzione, per tutta quella notte, almeno per quanto poteva saperne il vecchio guardando le stelle. Dopo la calata del sole scese il freddo e il sudore del vecchio gli si asciugò sulla schiena e le braccia e le vecchie gambe. Ora procedevano più lentamente e le luci dell’Avana non erano molto forti, per cui capì che la corrente li stava trascinando verso oriente. Il vecchio cominciò a sentire la solitudine e avrebbe voluto che con lui ci fosse il ragazzo. Nessuno dovrebbe mai restare solo, da vecchio, pensò. Ma è inevitabile. Poi cominciò ad avere pena del grande pesce che aveva abboccato. È meraviglioso e strano e chissà quanti anni ha, pensò. Non mi è mai capitato un pesce così forte e che si sia comportato in modo così 26


strano. Forse è troppo saggio per saltare. Potrebbe uccidermi se saltasse o se si mettesse a correre forte. Ma forse ha già abboccato molte volte e sa che la sua battaglia va combattuta in questo modo. Non può sapere che c’è un uomo soltanto contro di lui, e che quest’uomo è un vecchio. Ma come dev’essere grosso, e chissà quanto ne farò al mercato se la carne è buona. Da come ha preso l’esca sembra un maschio e tira come un maschio e non c’è panico nella sua lotta. Chissà se ha qualche piano o se è disperato come me? Sentì la forza del grosso pesce che procedeva regolarmente nella direzione che aveva scelto, quando il mio inganno lo ha costretto a scegliere, pensò il vecchio. Aveva scelto di restare nell’acqua profonda e scura al largo, fuori di tutte le trappole e le reti e gli inganni. La scelta del vecchio era stata quella di andare laggiù a scoprirlo al di là di tutta la gente. Al di là di tutta la gente del mondo. Ora erano legati l’uno all’altro e lo erano da mezzogiorno. E nessuno dei due aveva qualcuno ad aiutarlo. … Il grosso pesce dette uno scrollone inaspettato. Chissà perché ha dato schiena. Certo la schiena non può fargli male come la mia. Ma non è possibile che tiri questa barca in eterno, per grande che sia. … Il vecchio aspettò che sorgesse la luce. Faceva freddo adesso, prima 27


ché ce la farà lui, pensò. E alla prima luce la lenza era tesa lontana, profonda nell’acqua. La barca procedeva regolarmente e quando il primo sole sorse, fu sulla spalla destra del vecchio. Quando il sole fu più alto, il vecchio si rese conto che il pesce non si stancava. Vi fu un unico segno favorevole. L’inclinazione della lenza rivelò che il pesce nuotava a una profondità minore. Questo teva farlo. … Quale sarà il suo piano? E qual è il mio? Pensò il vecchio. Il mio devo improvvisarlo sul suo, per via della sua dimensione. Se fa un salto posso ucciderlo. Ma lui sta a fondo per sempre. Allora starò a fondo con lui per sempre. … rivano larghe, di un lavanda leggero. La spada era lunga come una mazza da baseball e appuntita come un’alabarda e il pesce si alzò in tutta la sua lunghezza dall’acqua e poi vi rientrò, dolcemente,

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nava in fretta ma regolarmente e il pesce non era preso dal panico. Il vecchio cercò con tutt’e due le mani di tenere la lenza in modo che non si spezzasse. Sapeva che se non riusciva a far rallentare il pesce con una pressione regolare, il pesce poteva prendere tutta la lenza e spezzarla. È un pesce grosso e devo vincerlo, pensò. Devo impedirgli di rendersi conto della sua forza e di quello che potrebbe fare fuggendo. Se fossi al suo posto, è adesso che ce la darei tutta sono intelligenti come noi che li uccidiamo; anche se sono più nobili e più capaci. Il pesce aveva di nuovo rallentato e procedeva all’andatura consueta. Chissà perché ha fatto quel salto, pensò il vecchio. Pareva quasi che volesse farmi vedere quant’era grosso. … Stava incominciando il pomeriggio e la barca continuava a spostarsi lentamente e regolarmente. Ma veniva un nuovo intralcio adesso dal vento che giungeva da est, e il vecchio procedeva piano con la maretta e il dolore della lenza sulla schiena gli giungeva facile e dolce. Una volta nel pomeriggio la lenza ricominciò a salire. Ma il pesce si limitò a continuare a nuotare a un livello leggermente più alto. Il vecchio aveva il sole sul braccio e sulla spalla sinistra e sulla schiena. 29


Così sapeva che il pesce aveva voltato a est da nord. … Il vecchio non si sentiva bene, perché il dolore della corda attraverso la schiena aveva quasi oltrepassato il dolore ed era diventato una venta buio in fretta quando tramonta il sole in settembre. Il vecchio si stese sul legno consunto della prua e si riposò più che poté. Spuntarono le prime stelle. Come sarebbe semplice se potessi dar di volta alla lenza, pensò. Ma il primo strattone la potrebbe spezzare. Devo trattenere col corpo la pressione della lenza ed essere pronto da un momento all’altro a dare lenza con tutt’e due le mani. Si diresse in avanti rannicchiandosi contro la lenza con tutto il corpo, appoggiando tutto il peso alla mano destra, e si addormentò. Si svegliò al sobbalzo del pugno destro che lo colpì in faccia mentre la lenza si svolgeva scottante nella mano destra. Proprio in quel momento, il pesce saltò in una grande esplosione d’acqua e poi ricadde pesante. Poi tornò a saltare più e più volte, e la barca andava veloce nonostante la lenza che continuava a svolgersi e il vecchio continuava a portare la tensione al punto massimo. Non vedeva i salti del pesce, ma udiva il fendersi dell’oceano e il tonfo del pesce quando cadeva. La velocità della lenza gli faceva tagli profondi nelle mani, ma lui aveva sempre saputo che questo sarebbe successo e si sforzò di esporre ai tagli le parti callose e di non lasciar 30


scivolare la lenza sul palmo della mano e di non tagliarsi le dita. La lenza continuò a svolgersi e svolgersi e svolgersi, ma ora stava rallentando e il vecchio costringeva il pesce a conquistarsene ogni centimetro. Ora ha già fatto più di una decina di balzi e si è riempito d’aria le sacche della schiena e non può andare a morire a fondo senza lasciarsi tirare a galla. Presto incomincerà a rotolare e allora devo mettermi al lavoro. Chissà cos’è stato a farlo balzare così d’improvviso? Che sia stata la fame, a renderlo così disperato? O che l’abbia spaventato qualcosa nella notte? Forse ha provato una paura improvvisa. Ma era un pesce così calmo, forte, e pareva così pieno di la corrente. Presto dovrà mettersi a ruotare. Allora incomincia il lavoro vero. Quando il pesce incominciò a girare il sole si stava levando per la terza volta da quando il vecchio aveva preso il mare. Non fu dall’inclinazione della lenza che il vecchio si accorse che il pesce stava girando. Era troppo presto, per questo. Ma sentì che la pressione della lenza diminuiva lievemente, e incominciò a tirarla piano con la mano destra. Si irrigidì come prima, ma proprio quando giunse al punto in cui avrebbe potuto spezzarsi, incominciò a cedere. Il vecchio fece passare le spalle e la testa sotto la lenza e incominciò a tirarla con regolarità e cautela. Usò tutt’e due le mani in un movimento oscillante e cercò di tirare più che poteva col corpo 31


e le gambe. Le vecchie gambe e le vecchie spalle rotarono nell’oscillazione. Il pesce continuò a girare lentamente e due ore dopo il vecchio era bagnato di sudore e aveva le ossa molto stanche. Ma ora i giri erano molto più stretti e dall’inclinazione della lenza si capiva che il pesce era salito con regolarità mentre nuotava. Fu alla terza svolta che vide il pesce per la prima volta. Lo vide dapprima come un’ombra scura che impiegò tanto tempo a passare sotto la barca da non far credere al vecchio che potesse essere tanto lungo. metri soltanto di distanza e il vecchio gli vide la coda fuori dell’acqua. Era più alta della lama di una grossa falce e di un color lavanda molto pallido sull’acqua azzurro scuro. Raccolse tutto il dolore e ciò che gli restava della sua forza e dell’orgoglio da tanto tempo sopito e lo pose contro l’agonia del pesce e il quasi col rostro il fasciame della barca e si avviò a oltrepassarla, lungo, profondo, largo, argenteo e striato di viola interminabile nell’acqua. Il vecchio lasciò cadere la lenza e vi posò sopra il piede e alzò la grande pinna pettorale che si alzava nell’aria giungendo all’altezza e lo immerse più profondamente e poi lo spinse con tutto il peso del 32


suo corpo. Allora il pesce tornò in vita, recando in sé la sua morte, e si librò alto fuori dell’acqua mostrando tutta la grande lunghezza e larghezza e tutta la sua forza e la sua bellezza. Parve restare sospeso nell’aria sul vecchio nella barca. Poi precipitò in acqua in un crollo che coprì di spuma il vecchio e tutta la barca. Il vecchio si sentiva debole e nauseato, e non riusciva a vedere. Ma mani sanguinanti, e, quando riuscì a vedere, vide che il pesce era sul dalla spalla del pesce formando un angolo e il mare si colorava del sangue rosso che gli sgorgava dal cuore. Anche se fossimo in due, su questa barca, non potremmo issarlo a bordo, pensò il vecchio, il pesce non ci starebbe dentro. Devo preparare tutto, poi avvicinarlo, attraccarlo bene e armare l’albero e salpare verso terra. modo da poter passare una lenza attraverso le branchie e la bocca e legargli la testa alla prua. Legò il pesce a prua e a poppa e al banco centrale. Era così grosso armò l’albero e la vela rattoppata si rizzò, la barca si mise in moto e, mezzo sdraiato a poppa, il vecchio salpò in direzione sud-ovest. La barca procedeva bene tenuto conto del carico e il vecchio la pilo33


tava tenendo la barra del timone sotto il braccio. Vedeva il pesce e gli bastava guardarsi le mani e sentirsi la schiena contro la poppa per sapere che tutto era veramente avvenuto e non era un sogno. Il vecchio guardava continuamente il pesce per essere certo che fosse vero. Passò un’ora prima che il primo pescecane lo azzannasse. Il pescecane non fu un caso. Era salito dal fondo del mare quando la nube scura di sangue si era allargata e dispersa nel mare profondo un miglio. Era salito così in fretta e con così assoluta mancanza di esposto al sole. Poi era ricaduto in mare e aveva trovato la scia, e aveva incominciato a nuotare nella direzione tenuta dalla barca e dal pesce. Quando il vecchio lo vide giungere capì che questo era un pescecane che non aveva la minima paura e avrebbe fatto esattamente tutto pensò. Diede un’altra occhiata al grande pesce mentre guardava il pescecane che si avvicinava. Potrebbe anche essere stato un sogno, pensò. Il pescecane si accostò alla poppa e quando lo colpì il vecchio vide la bocca che si apriva e gli strani occhi e il colpo tintinnante dei denti quando si immersero nella carne poco sopra la coda. La testa del pescecane era fuori dell’acqua e la schiena ne sporgeva e il vecchio udì il rumore della pelle e della carne che si lacerava nel grosso pein cui la linea tra gli occhi si intersecava con la linea che gli saliva 34


dal naso. Quello era il punto in cui si trovava il cervello e il vecchio lo colpì. Il vecchio sapeva che era condannato, ma non si sarebbe rassegnato. Non gli piaceva più guardare il pesce da quando questo era stato mutilato. Quando il pesce era stato colpito fu come se fosse stato colpito lui stesso. Ora il vento era fresco e la barca procedeva bene. Il vecchio guardava soltanto la parte anteriore del pesce e gli ritornò qualche speranza. Era in navigazione da due ore, riposando a poppa e masticando ogni tanto un pezzetto di carne del marlin, cercando di riposare e di restare forte quando vide uno dei due pescecani. Avevano trovato la scia ed erano eccitati e nella stupidità della loro grande fame dall’eccitamento continuavano a perdere e ritrovare la scia. Ma continuavano a stare vicini. aveva legato il coltello e osservò i pescecani che si avvicinavano. Erano pescecani odiosi, puzzolenti, divoratori di cadaveri oltre che assassini e quando avevano fame azzannavano un remo o il timone delle barche. Erano questi pescecani che tagliavano le gambe e le natatoie delle tartarughe quando le tartarughe dormivano alla se l’uomo non aveva addosso odore di sangue di pesce né viscosità di pesce. Vennero. Uno si voltò e scomparve sotto la barca e il vecchio sentì la barca tremare per gli strattoni che diede al pesce. L’altro guardò il 35


vecchio dalle fessure degli occhi gialli e poi si avvicinò in fretta col semicerchio delle mandibole spalancate per azzannare il pesce nel punto in cui era stato colpito. La linea era chiaramente visibile in cima alla testa bruna e giù dove il cervello si congiungeva al midollo spinale e il vecchio spinse il coltello legato al remo nel punto di congiuntura, lo ritirò, e tornò a immergerlo negli occhi gialli da gatto tendo mentre moriva ciò che aveva rubato. La barca era ancora scrollata dalla rovina che l’altro squalo stava compiendo sul pesce, quando il compagno salì in fretta scoprendo la testa e il vecchio lo colse esattamente nel centro della testa appiattita nel momento in cui il naso uscì dall’acqua e si posò sul pesce. Il vecchio ritirò la lama e tornò a colpire lo squalo esattamente nello stesso punto. Lo squalo rimase attaccato al pesce con le mascelle chiuse e il vecchio lo pugnalò nell’occhio sinistro. Lo squalo continuò a tenere la presa. Il vecchio rovesciò il remo e mise la lama tra le Il vecchio pulì la lama del coltello e posò il remo. Poi riprese la dravecchio non volle più guardare il pesce. Ma verso mezzanotte combatté di nuovo e questa volta sapeva che il combattimento era inutile. Giunsero in una frotta, e il vecchio riuscì a vedere soltanto le linee fatte nell’acqua dalle pinne e la loro fosforescenza quando si gettarono sul pesce. Prese a mazzate le teste e udì le mascelle serrarsi e la barca scrollata mentre gli squali 36


attaccavano da sotto. Colpì disperatamente qualcosa che si poteva soltanto sentire e udire e sentì qualcosa impadronirsi della mazza e la mazza scomparve. Strappò dal timone la barra e ricominciò a sferrare mazzate, stringendola con tutt’e due le mani e abbattendola più volte. Ma ormai erano già arrivati a prua e si ammassavano l’uno dopo l’altro e tutti insieme, e mentre si voltavano per ritornare subito, i pezzi di carne strappati si vedevano luminosi sott’acqua. té la barra sulla testa dello squalo mentre le mascelle erano serrate nella testa del pesce, che non si lasciava staccare. Colpì una e due e più volte. Udì la barra che si spezzava e batté lo squalo con l’impugnatura scheggiata. La sentì penetrare e sapendo che era tagliente, la immerse di nuovo. Lo squalo lasciò la presa e si staccò rivoltandosi. Fu l’ultimo squalo della schiera ad avvicinarsi. Non c’era più niente da mangiare, per loro. Il vecchio ora respirava a stento, e sentiva un sapore strano in bocca. ritornò a poppa e vide che l’estremità scheggiata della barra riusciva a entrare nel suo foro abbastanza da permettergli di pilotare la barca. Navigava senza fatica, adesso, e il vecchio non aveva pensieri né sensazioni di alcun genere. Ormai era al di là di tutto e pilotava la barca per ritornare al suo porto meglio e con più intelligenza che poteva. Durante la notte gli squali azzannarono la carcassa come si possono raccogliere le briciole sulla tavola. Il vecchio non vi badò e 37


non badò a nulla fuori che al timone. Notò soltanto come navigava leggera e bene la barca, adesso che non aveva quel gran peso accanto. … Quando entrò nel piccolo porto il vecchio sapeva che tutti erano a letto. Non c’era nessuno ad aiutarlo, così issò la barca meglio che poté. Si fermò un momento e si voltò a guardare e vide alla luce delle lampade sulla strada la grande coda del pesce, che sorgeva ritta dietro alla poppa della barca. Vide la bianca linea nuda della colonna vertebrale e la massa scura della testa col rostro sporgente e tutta la nudità in mezzo. … Nella capanna trovò una bottiglia d’acqua e bevve un sorso. Poi si distese sul letto. Si ritirò la coperta sulle spalle e poi sulla schiena e sulle gambe e dormì a faccia in giù. Il ragazzo vide che il vecchio respirava e poi vide le mani piagate del vecchio e si mise a piangere. Uscì senza far rumore per andare a … un bicchiere. Il vecchio lo prese e lo bevve. … 38


Quando il ragazzo uscì dalla porta per far riposare il vecchio, ricominciò a piangere. Quel pomeriggio arrivò una comitiva di turisti al porto, e mentre guardavano nell’acqua, una donna vide una lunga, grande spina dorsale bianca con una coda enorme, che si alzava e dondolava con la corrente mentre il vento di levante sollevava un gran mare pesante fuori dell’ingresso del porto. “Che cos’è?” chiese al cameriere, indicando la lunga colonna vertebrale del grande pesce, ormai spazzatura che aspettava di essere portata via dalla corrente. “Tiburón” disse il cameriere. “Pescecane”. Voleva spiegare cosa era successo. “Non sapevo che i pescecani avessero la coda così bella, così ben fatta”. “Neanch’io” rispose il suo compagno. In cima alla strada, nella capanna, il vecchio si era riaddormentato. Dormiva ancora bocconi e il ragazzo gli sedeva accanto e lo guardava. Il vecchio sognava i leoni.

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Herman Melville

Herman Melville (New York, 1819 - ivi, 1891) è tra gli scrittori più grandi dell’Ottocento americano. Nei suoi libri esplorò problematiche basilari dell’esistenza quali il rapporto tra l’uomo e la natura, i limiti della morale comune, l’essenza del male. Le sue ardue tematiche sono compiutamente espresse in Moby-Dick (1851), che solo a distanza di molti decenni dalla sua pubblicazione è stata riconosciuta come una delle maggiori opere della narrativa di tutti i tempi. In questo monumentale romanzo, la dissennata caccia del capitano Ahab alla balena bianca acquista i contorni di un dramma faustiano in cui l’uomo, nel tentativo folle di trascendere i limiti propri della sua condizione, condanna se stesso e i suoi seguaci al baratro morale, all’annichilimento della ragione, alla morte. Gli altri capolavori di Melville sono il breve racconto Bartleby lo scrivano (1853) e Billy Budd, scritto tra il 1889 e il 1891, anno della morte dell’autore. 43


Melville, cannibali e cristiani

“Chiamatemi Ismaele.” Herman Melville aveva 32 anni quando uscì Moby-Dick, il supremo romanzo che inizia con queste Abramo, cacciato bambino con la madre. È dunque un esule, un orfano, uno sfortunato che pure rivendica il suo nome e compie il suo cammino. Simbolismo, cultura giudaico-cristiana e la nuova America, orfana orgogliosa dell’Europa a cui oppone un nuovo mito. È nato un grande scrittore che concilia i più arditi voli dell’immaginazione letteraria con la quotidiana realtà del lavoro già industriale (la caccia alla balena), i rapporti di gerarchia così importanti a bordo, e i rapporti etnici. Fin dal primo libro, Typee, Melville incontra l’indigeno, il polinesiano e l’amorosa polinesiana, e lo sente vicino ma anche complesso, non riducibile a una categoria ideologica (il selvaggio buono, il nemico, il cannibale). La realtà è complessa, Shakespeare insegna a descriverla come 45


una vicenda in cui ogni persona ha il suo destino “su questa sponda e secca del tempo”. Duecento anni sono passati da quel 1° agosto 1819 in cui Herman Melville nacque a New York, l’America era in espansione tenò la Guerra Civile. In Moby-Dick Ishmael contrae un patto fraterno col “cannibale” Queequeg, lo “sposa”, indicando una via di comune umanità nella grande impresa di conoscere il bile e inconoscibile che è l’immenso capodoglio Moby Dick. (Nota per i curiosi: il nome della balena si scrive senza trattino, il titolo del romanzo col trattino.) Nel romanzo breve Benito Cereno che come Moby-Dick fu tradotto da Cesare Pavese, Melville racconterà una sanguinaria rivolta di schiavi su una nave negriera spagnola, sedata da uno yankee sempliciotto – parabola degli errori di lettura legati al colore della pelle e del ruolo spiccio degli Yankee nel mondo, dagli esiti secondo i casi felici o funesti. Un altro aproblematico newyorkese, avvocato, si troverà in un bel pasticcio quando un certo battuta proverbiale: “Preferirei di no”. (Bartleby è un geniale racconto non sul mare ma sulla città alienata.) Per Melville bisognava saper dire no, non tollerava le con46


traddizioni morali e l’ipocrisia della società moderna, la povertà e lo sfruttamento accanto al lusso sfacciato. Diceva no alla complicità e alla letteratura di consumo, tanto che dopo i 40 anni praticamente smise di scrivere accontentandosi di fare il doganiere nel porto di New York, sui cui traghetti magari avrà incrociato il coetaneo e concittadino Walt Whitman. Solo negli ultimi anni di vita Melville tornò alle storie di mare e al confronto eterno del male e del bene nel romanzo breve Billy Budd – le ragioni della poesia che si incontrala loro esportazione). Ma non dimentichiamo il sarcasmo e tutte queste opere meravigliose e ci invitano a leggerle come compagni d’avventura: “Questo mondo è una società con un capitale in cooperativa, in tutti i meridiani. Noi cannibali dobbiamo aiutarli, questi cristiani”.

Massimo Bacigalupo

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Illustrazione di Gianfranco Uber 50


Billy Budd in breve

Le pagine che seguono non riportano integralmente il testo di Billy Budd, ma ne raccontano la storia. Sono tutte parole di Melville nella storica traduzione di Eugenio Montale. Billy Budd in breve è una forma ridotta del libro di Melville, che può valere per fare la conoscenza di trama e personaggi di questo non facile, insondabile capolavoro.

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L’anno di questa storia, il 1797, appartiene a un periodo che, come ormai sanno gli studiosi, rappresenta una crisi per la cristianità, non superata nella sua importanza, allora indeterminabile, da nessun’altra a memoria d’uomo. … aveva un aspetto ancora più giovane della sua età. E ciò accadeva per la languida espressione di adolescente di quel viso ancor liscio, quasi femmineo nella sua purezza, se non fosse che su di esso la vita Forgiato in quel particolare stampo dei migliori modelli inglesi nei quali il sangue sassone non sembra avere alcuna mistura estranea, neppure di parte normanna, egli aveva il riposante e sicuro aspetto che gli scultori greci hanno dato a qualche loro Ercole. Ma tale 53


l’orecchio, piccolo e ben formato, l’arco del piede, la curva della bocca e delle narici e anche la dura mano tinta di un color olivastro da uccello tropicale, una mano che parlava di funi e di buglioli di catrame. Sì, Billy Budd era un trovatello, un infortunio, probabilmente, e non certo di cattiva qualità. Una nobile origine era evidente in lui come un purosangue. Quanto al resto, senza aver nulla dell’acuita furberia del serpente, e nemmeno nulla della colomba, egli aveva quella certa intelligenpomo della sapienza. Era analfabeta. Non sapeva leggere ma poteva cantare, e come l’indotto usignolo era spesso il compositore dei suoi propri canti. Coscienza di sé pareva averne punta o poca, o almeno non più di quanta possiamo ascriverne a un cane San Bernardo. … Al tempo dell’arbitrario arruolamento di Billy sull’Indomita, questa molto tempo che essa fu a destinazione. … Il comandante, l’onorevole Edward Fairfax Vere, per chiamarlo 54


coi suoi titoli, era uno scapolo sui quarant’anni e un assai distinimparentato con la maggiore nobiltà, non doveva la sua carriera sollecito del benessere dei suoi uomini ma intollerante di infrazioni temerarietà, ma mai sconsiderato. Fuori di servizio aveva modi garbati di un civile e nessuno l’avrebbe preso per un marinaio, dato che non abbelliva di termini marittimi i suoi discorsi extraprofessionali e, grave nel portamento, mostrava poca attitudine all’umor faceto. In certe occasioni, anzi, nelle quali nessuna delle sue preminenti qualità era richiesta, egli poteva passare per l’uomo più riservato del mondo. In verità questa discrezione di maniere procedeva da quell’autentica modestia che si accompagna a una natura risoluta e che in ogni campo della vita, quando non si renda necessaria una spiccata azione, rivela una tempra aristocratica. pochi reputati marinai inglesi, il lungo e arduo servizio compiuto Egli aveva un notevole trasporto per tutto ciò che fosse intellettuale. Amava i libri e non si metteva mai in mare senza averne una buona raccolta, e dei migliori. L’isolamento e l’ozio, talora così tediosi, a cui vanno incontro gli uomini di mare, spesso anche nel corso di 55


una crociera bellica, non erano mai un fastidio per il capitano Vere. Senza nulla di quell’attitudine letteraria che si indugia più sulla forma che sulla cosa espressa, le sue inclinazioni andavano a quei libri verso i quali propende ogni uomo di mente severa e che occupi un posto attivo e autorevole nella vita. … ria e deve perciò essere presentato. Era John Claggart, maestro d’armi. Questo è un titolo che a gente non di mare può sembrare equivoco. Non c’è dubbio che in origine delle armi, della spada o della sciabola. Ma da molto tempo, avendo l’uso delle armi da fuoco reso meno frequenti i corpo a corpo, e data la preminenza del salnitro e dello zolfo sull’acciaio, queste mansioni erano cessate; e il maestro d’armi di una grande nave da guerra era una sorta di capo di polizia incaricato, tra l’altro, di mantenere … to, era ben modellato. Requisiti ai quali egli non pareva insensibile, poiché si mostrava non solo vestito con proprietà ma anche con accuratezza. Ma il corpo di Billy era quello di un eroe, e il suo volto, seppure non aveva l’aspetto intellettuale di quello di Claggart, ema56


nava una luce interna, benché di origine diversa. Il fuoco del cuore rendeva luminose le sue guance abbronzate. Circa il contrasto fra i nostri due uomini è probabile che quando il maestro d’armi nell’episodio riferito disse al marinaio: “Sono i bei ragazzi che fanno bei pasticci”, si lasciò sfuggire un’ironica allusione, non raccolta da quei giovani, a quello che era il movente che in primo luogo l’aveva spinto contro Billy, e cioè la bellezza di lui. Ora l’invidia e l’antipatia, per quanto sembrino inconciliabili all’analisi della ragione, nondimeno sorgono congiunte, come Chang ed Eng, a un sol parto. È dunque l’invidia un tale mostro? Ebbene, per quanto spesso gli uomini colpiti da un’accusa abbiano confessato azioni orribili nella speranza di mitigare la punizione che dovevano avere, c’è forse chi abbia mai confessato seriamente l’invidia? In essa vi è qualcosa che l’universale sente più infamante del crimine peggiore. E non solo è sconfessata, ma anche i migliori mostrano qualche incredulità se la vedono attribuita davvero a un uomo intelligente. Ma poiché si annida nel cuore, non nel cervello, nessun grado d’intelligenza può fornire un riparo contro quel male. Quella di Claggart non era poi una specie volgare di questa passione; né, per quanto diretta contro Billy Budd, si tinse mai di quella preoccupata gelosia giovinetto David. L’invidia di Claggart andava molto più a fondo. Se guardava di traverso il bell’aspetto, la salubre esuberanza e l’aperta gaiezza che 57


la gioventù dava a Billy Budd, era perché tali doti gli apparivano appartenere a una natura che nella sua semplicità – Claggart lo sentiva magneticamente – non conosceva la malizia e non aveva mai provato il ributtante morso di quel serpente. Per lui lo spirito che Billy aveva in sé, e che trapelava dai suoi occhi ceruli come da guance asciutte, dalle svelte giunture e si muoveva nei suoi riccioli biondi, era proprio quella soprattutto a farne il tipo del Bel Marinaio. Il maestro d’armi era forse, con l’eccezione di un’altra persona, il solo uomo a bordo che potesse intellettualmente apprezzare al giusto il fenomeno morale rappresentato da Billy Budd, e ciò non talvolta quella di un freddo disprezzo, disprezzo dell’innocenza. Un uomo che era innocente e nient’altro! Se sotto un riguardo del tutto estetico egli sentiva il fascino di questo fatto e avrebbe voluto partecipare di quella libera, spontanea e coraggiosa natura, tutto ciò era senza alcuna speranza. Senza la facoltà di annullare il male che aveva in sé, benché abile nel nasconderlo, conscio del bene ma incapace di farlo, un uomo come Claggart, carico di energia come sono sempre i suoi simili, non aveva altra possibilità che di ripiegarsi in sé e, come lo scorpione del che aveva sortito. …

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E la coscienza di Claggart, ci si dirà? Sebbene le coscienze siano disuguali come le fronti, ogni intelligenza, non esclusi i demoni della Scrittura che “credono e tremano”, ne ha una. È che la coscienza di Claggart era solo l’interprete della sua volontà: rendeva mostruose certe cosette da nulla e gli permetteva di concludere, ad esempio, che la colpa attribuita a Billy, l’aver rovesciato la gavetta, insieme con gli epiteti riportati, erano imputazioni abbastanza forti contro sorta di giustizia retributiva. In nature come quella di Claggart, il fariseo nelle zone più nascoste dell’animo è una specie di predace Guy Fawkes e non sospetta neppure una malizia che non sia ricambiata. Probabilmente la segreta persecuzione di Billy fu iniziata dal maestro d’armi per metterlo alla prova; ma non avendo essa prodotstessa, l’incidente del rancio, per piccolo che fosse, era stato il benvenuto per quella strana forma di coscienza che fungeva da mentore privato di Claggart; e lo spinse, si può esserne certi, a tentare nuovi esperimenti. … Ci sono zone nelle quali alcuni marinai, anche in età matura, restano abbastanza ingenui. E un giovane marinaio che pure abbia la robusta corporatura del nostro gabbiere Billy, è per molti riguardi ancora un bambino. Anzi, in un bambino l’assoluta innocenza è in rapporto all’ignoranza, e l’innocenza svanisce quando l’intelli59


genza cresce. Nel caso di Billy Budd l’intelligenza aveva progredito senza che la sua semplicità di cuore ne fosse minimamente toccata. L’esperienza è una maestra, e l’età di Billy faceva sì che essa fosse molto limitata. Inoltre gli mancava quell’intuitiva conoscenza del male che in nature non buone, o comunque non così buone, precorre l’esperienza, e che può appartenere, come molti fatti dimostrano, anche alla gioventù. … Benché alcune delle persecuzioni di Claggart non potessero sfuggire a chi ne era l’oggetto, esse non erano accessibili a una natura come quella di Billy. Non era nella sua conformazione quell’istintiva sensibilità che in certi casi costituisce per l’ignaro una premonizione dell’accostarsi del maligno. Gli pareva che il maestro d’armi si comportasse curiosamente con lui; nient’altro. E l’aria amichevole, giovane marinaio, che non conosceva l’adulazione. Se il gabbiere avesse avuto coscienza di aver fatto o detto qualcosa andate diversamente e il suo sguardo sarebbe stato più acuto, o alcieco. …

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parlò al capitano Vere. Ciò che egli disse, con parole di uomo non incolto, era per sommi capi quel che segue: durante l’inseguimento e la preparazione al possibile scontro ne aveva viste abbastanza per convincersi che c’era almeno un marinaio a bordo che era assai pericoloso in una nave la quale imbarcava non solo uomini che avevano partecipato all’ultima grave sedizione ma anche altri che, come l’uomo in parola, erano entrati al servizio di Sua Maestà seguendo una particolare via di arruolamento. A questo punto il capitano Vere lo interruppe con impazienza: “Parlate chiaro; dite arruolati per forza.” Claggart fece un gesto di ottemperanza. Aveva osservato da poco, lui Claggart, che qualcosa come una sedizione, provocata dal marinaio in parola, covava sotto la cenere, ma si era ben guardato dal aveva osservato, il sospetto che quell’uomo portasse avanti qualcosa di clandestino era giunto a essere vicino alla certezza. Sentiva, egli aggiunse, quant’era grave la responsabilità che si assumeva con un rapporto che portava con sé gravi conseguenze per l’individuo in questione. … 61


lo scovare un così bel modello del genus homo, che avrebbe potuto, nudo, posare per una statua del giovane Adamo prima della caduta. … Benché l’eccezionale tempra morale del capitano Vere facesse di lui una pietra di paragone del valore essenziale di un uomo col quale egli dovesse avere seri rapporti, la sua impressione di Claggart e di ciò che realmente passava in lui non era tanto un fatto intuitivo quanto un sospetto reso incerto da strani dubbi. E la perplessità nella quale ora si trovava dipendeva meno dall’accusato – anche Claggart se ne accorgeva senza dubbio – che dall’informatore, e dal modo di comportarsi con costui. Pensò dapprima di chiedere a Claggart di tirar fuori quelle prove delle quali egli si era detto in possescattiva ripercussione sull’equipaggio. Se Claggart era un falso testimone, il caso sarebbe stato chiuso. … Convocato il gabbiere a rapporto di fronte al maestro d’armi e al capitano stesso, la sorpresa dell’accusa che ricadeva così di colpo sulla sua inesperta gioventù, e lo stesso orrore ispirato dall’accusatore, dipinsero sul volto di Billy l’espressione di una vestale condannata,

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notte, il suo braccio destro scattò e Claggart cadde sul ponte. Fosse stato intenzionale, o solo in conseguenza della statura superiore del giovane atleta, certo è che il colpo aveva raggiunto in pieno la fronte, così ben fatta e intelligente d’aspetto, del maestro d’armi; e così il corpo cadde per il lungo come una trave che piombi dall’alto. Dette un guizzo o due e poi restò immobile. …

quale punto l’uno entra esattamente nell’altro? Così è della pazzia e della ragione. Nei casi estremi non c’è dubbio alcuno. Ma nei casi cessibile a pochi, a meno che non si ricorra a professionisti esperti e pagati. Non c’è nulla al mondo che non si possa intraprendere dietro compenso. In altri termini, ci sono casi nei quali è impossibile dire se un uomo è sano di mente o comincia a sgragionare. Se il capitano Vere fosse veramente vittima di un’aberrazione ciascuno lo deciderà da sé alla luce di questo racconto. Il fatto è che il disgraziato avvenimento che abbiamo riferito non poteva giungere in una contingenza peggiore. Esso veniva a breve distanza da un’insurrezione repressa, in un periodo critico per le autorità navali, nel quale a ogni comandante inglese erano richieste due qualità non facilmente conciliabili, la prudenza e la severità. Per di più il 63


caso era cruciale. Nella ridda di circostanze che avevano preceduto e accompagnato il fatto svoltosi a bordo dell’Indomita e alla luce del codice di guerra secondo il quale doveva essere giudicato, l’innocenza e la colpevolezza erano impersonate in Claggart e Billy Budd, mentre nella realtà si scambiavano di posto. Dal punto di vista legale l’apparente vittima della tragedia era colui che aveva cercato di infamare un uomo senza macchia; e dal punto di vista militare l’atto innegabile di quest’ultimo costituiva il più odioso dei delitti. Meglio peggiore diventava la responsabilità di un leale capitano di mare che non era tenuto a determinare l’accaduto su quelle basi di fatto. Non fa meraviglia, quindi, che il capitano dell’Indomita, benché fosse in genere un uomo di pronta decisione, sentisse che la circospezione non era meno necessaria della prontezza. … I giudici, turbati, sedevano in silenzio. Subalterni leali, semplici, e pratici, benché in fondo non del tutto convinti dagli argomenti del capitano Vere, essi non avevano la capacità di contraddire un uomo di cui sentivano la serietà, e che era per giunta loro superiore d’intelligenza e di grado. Non è poi improbabile che, per quanto le sue

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il fatto che l’uccisore di un superiore a bordo di una nave da guerra, crimine passibile della pena capitale, fosse lasciato impunito. … Lo stesso capitano Vere, di propria iniziativa, comunicò al prigioniero il verdetto della corte. … Il cappellano andò a visitare il condannato. Il brav’uomo cercò di infondere in Billy il sacro sentimento che egli doveva morire, e all’alba. In realtà Billy accennava alla propria morte come a una cosa imminente; ma era un poco come quando i bambini parlano in genere della morte, e un funerale con catafalchi e becchini è per essi un gioco come un altro. Non già che Billy fosse incapace, come i bambini, di concepire la morte; ma gliene mancava ogni timore che in quelle dette barbare, assai più vicine alla natura genuina. … Gli ultimi preparativi furono condotti rapidamente da due nostromi e l’esecuzione stava per compiersi. Billy era in piedi col viso rivolto a poppavia. Al momento estremo, le sue sole parole, pronunciate senza alcun impedimento, furono queste: “Dio benedica il capitano Vere!” A quelle parole che l’eco spontanea ingigantiva, il capitano Vere, o per padronanza di sé o per una sorta di paralisi momentanea pro65


dotta dalla commozione, si tenne in piedi rigido come un fucile nella rastrelliera dell’armeria. rollio, riprendeva un’andatura normale quando il segnale ultimo, il previsto sordo segnale, fu dato. Nello stesso momento il vaporoso vello che pendeva a oriente fu percosso da una dolce luce gloriosa come in una mistica visione dell’Agnello di Dio, e Billy, guardato dalla massa dei visi rivolti in alto, salì lassù e si colorò della luce rosa dell’alba. ebbe movimenti al di fuori dell’oscillazione dovuta al rollio dello scafo, così maestoso, se il tempo è tranquillo, in una grande nave armata di cannoni pesanti. … Ogni incidente lascia per qualche tempo memoria di sé nelle marinerie. Ogni oggetto tangibile che sia unito a qualche fatto notevole della vita di mare è presto mutato in un monumento. Del pennone al quale era stato impiccato il gabbiere le giacche blu conservarono precisa memoria per anni. E, seguito da questo ricordo, esso andò da nave a cantiere e da cantiere a nave, sempre attaccato a quella memoria, anche quando non fu più che un semplice avanzo di cantiere. Agli occhi dei marinai un pezzetto di quel legno era come un pezzo della Croce. Ignoranti com’erano dei fatti reali, e non sapendo altro che la condanna era inevitabile dal punto di vista militare, essi 66


sentivano nondimeno che Billy non era stato un uomo capace di ribellione e di assassinio premeditato. Si ricordarono della giovanile e fresca immagine del Bel Marinaio, di quel volto che mai avevano venisse dal cuore! Sui ponti di coperta dell’Indomita la stima che si faceva del suo caaltro gabbiere che era appartenuto al suo quarto di guardia ed era dotato, come sono talvolta i marinai, di un certo rozzo temperamento poetico. Quelle mani annerite scrissero pochi versi che dopo aver circolato per qualche tempo fra la gente della nave furono poi stampati alla meglio a Portsmouth in forma di ballata. Il titolo fu dato dallo stesso marinaio. Billy in catene Il cappellano è entrato nella cella, s’è curvato sull’ossa midollose e ha pregato per quelli, come me. Ma guarda, Billy, il chiar di luna viene e inargenta la daga del guardiano e il mio cantuccio. (Morrà lui pure all’ultima alba di Billy Budd). Un gioiello faran di me domani, 67


un bel pendant di perle dal pennone, come il par d’orecchini che un giorno detti a Molly. Sospenderanno me, non la sentenza! Ahi, ahi, ché tutto è pronto e domattina presto risalirò tra le mie gabbie. E sarà questa volta con lo stomaco vuoto o forse mi daranno da rosicchiare un pezzo di galletta E Dio sa chi dovrà tirarmi in alto torcendo il capo dalla cerimonia! un brutto sogno fatto a occhi aperti. Me n’andrò alla deriva, suonerà la chiamata pel grog senza di me? Donald m’ha garantito d’essere sulla plancia. Gli stringerò la mano prima di andare giù. (Ma ora mi ricordo che allora sarò morto). E io... io sarò avvolto in un’amaca, e giù, sempre più giù, in un fondo sonno sarò calato. E il sonno viene. Sei tu, sentinella? Allenta un poco le manette e poi 68


Ho sonno e l’alghe viscide faranno presto ad attorcigliarsi su di me.

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Walt Whitman

Walt Whitman (West Hills, Long Island, 1819 - Camden, New Jersey, 1892) è fra i “padri fondatori” del modernismo del Novecento. Fortemente legato a una visione armonica dell’universo naturale, che trova nei fondamenti progressisti del trascendentalismo di R. W. Emerson ispirazione e sostegno, Whitman dà vita nelle Leaves of grass, la sua opera principale (edita dal 1855), a una poesia vibrante di passione civile e animata da un ideale visionario. Cantore di quello che diventerà il “sogno americano”, Whitman fonde i tratti più vari della taminazioni e di neologismi, di ripetizioni e di allitterazioni che, assumendo i registri e i moduli della tradizione orale, conferiscono al verso libero un andamento spiccatamente musicale. Messe a punto nel 1892, attraverso quarant’anni di ininterrotto, esaltante travaglio creativo, le Foglie d’erba sono la Bibbia della lirica americana. 73


Prendere in mano Foglie d’erba di Walt Whitman nel 2019 è un atto liberatorio ed eversivo. Liberatorio, perché quel libro è un inno dedicato sì alla natura, all’amore, all’anima e al corpo, ma anche all’homo faber, alle idee innovative, alla solidarietà umana e alla giustizia: un’opera totalizzante e avvolgente come una spirale ascendente che parte dall’individuo e arriva all’universo attraverso versi veramente liberi. Eversivo, perché in un’epoca anestetizzata e di desideri sopiti, c’è bisogno dello squillo di versi quali “Attraverso di me voci proibite,/ voci di sessi e lussurie, voci velate e io sollevo il premo l’indice sulla bocca/ Io tratto delicatamente le budella come la testa o il cuore/ La copula per me ha la stessa dignità della morte (...) credo nella carne e negli appetiti.” oppure 75


ascoltare manifesti di giustizia sociale nella forza semplice di pochi versi: “Io non sono né servo né padrone,/ accetto senza distinzioni un prezzo alto come uno basso – pretendo quanto mi spetta da chiunque si serve di me,/ E sarò in pari con te come tu lo sarai con me”. Walt Whitman è senza dubbio uno degli autori-chiave della poesia moderna, prova ne sia l’ammirazione che la sua opeCarducci, da Marinetti a D’Annunzio, a tutta la Beat GeneraLavorò per tutta la vita alla sua opera, Foglie d’erba appunto, come costruisse una cattedrale, similmente al Gaudì della Sagrada Familia, lavorando di scalpello e aggiungendo poquale non c’è solo uno stile o una sensibilità poetica ma una visione ontologica della vita umana, delle relazioni interpersonali, dell’etica, del cosmo, della trascendenza attraverso un

Dovrebbe essere insegnato nelle scuole, perché se letto nell’adolescenza può scatenare idee, infondere coraggio nell’osare, nell’andare al di là delle comodità e delle barriere mentali, dando la giusta benzina a un’età esplosiva. 76


dormentati e un’ascensore siderale per le nostre menti incollate al suolo.

Claudio Pozzani

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Illustrazione di Gianfranco Uber


Un po’ di Foglie d’erba

Le poesie che seguono sono un appetizer di Foglie d’erba di Walt Whitman nella versione poetica di Giuseppe Conte. Quest’anno Foglie d’erba è protagonista della “tradizionale”

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MENTRE IO RIFLUIVO CON L’OCEANO DELLA VITA I mentre andavo per le rive che conosco, mentre camminavo dove le onde continuamente ti lavano, Paumanok, dove frusciano roche e sibilanti, naufraghi, intensamente verso sud, tenuto da questo io elettrico fuori da quell’orgoglio di cui faccio poesie, 83


piedi, l’orlo, il sedimento che sta per tutta l’acqua e tutta la terra del globo. per seguire quelle labili tracce del vento, schiuma, scaglie di rocce scintillanti, foglie di alghe lasciate dalla marea, camminando per miglia, il suono dei frangenti dall’altra parte di me, Paumanok là, allora, come pensai l’antico pensiero della somiglianza, questi tu mi presentasti, isola dalla forma di pesce, mentre andavo per le rive che conosco, mentre camminavo con quel mio io elettrico in cerca di modelli. III Voi ambedue oceani, io mi avvicino a voi, mormoriamo simili e rimproveranti volgendo sabbie e

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questi piccoli frammenti davvero stanno per voi, per me e per tutti. Tu friabile riva con tracce di relitti, tu isola dalla forma di pesce, prendo ciò che è sotto i miei piedi, ciò che è tuo, mio padre. Anch’io Paumanok, e sono stato gettato sulla riva, anch’io lascio piccole rovine su di te, isola dalla forma di pesce. Mi scaglio sul tuo petto di padre, mi avvinghio a te con un abbraccio che tu non possa slacciartene. Ti stringo così forte sinché non mi risponderai qualcosa. Baciami padre, toccami con le tue labbra come io tocco quelli che amo, infondimi mentre ti abbraccio il segreto di quel mormorio che ti invidio.

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IV non cessare il tuo lamento tu feroce antica madre, non respingermi, non frusciare cosÏ roca e adirata contro i miei piedi appena ti tocco o raccolgo qualcosa da te. Io intendo essere gentile con te e con tutti, raccolgo per me e per questo fantasma che guarda giÚ dove ci dirigiamo, e segue me e i miei canti. Me e i miei canti, libere tracce di vento, piccoli cadaveri, schiuma, bianca come neve, e bolle, vedi, i colori del prisma che brillano e rotolano) portati qui a galla da molti umori, uno in contrasto con l’altro, onde, un po’ di liquido o di terra, su come da insondabili trasformazioni fermentate e 86


scagliate, ugualmente per noi quel singhiozzante lamento della Natura, ugualmente da dove noi veniamo quello squillo di trombe annuvolate, noi, capricciosi, portati qui non sappiamo da dove, sparsi davanti a te, tu lassĂš che cammini o stai seduto, chiunque tu sia, anche noi siamo relitti ai tuoi piedi.

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SULLA SPIAGGIA DI NOTTE Sulla spiaggia di notte sta una bambina con suo padre guardando l’est, il cielo autunnale. Attraverso l’oscurità, mentre depredanti nuvole, funeree nuvole, in nere masse sgorgando, più basse cupe e veloci di traverso al cielo, in mezzo a una trasparente chiara cintura di etere lasciata libera a oriente, ascende vasto e calmo Giove, signore degli astri, e vicino a lui, solo poco più in alto, nuotano le delicate sorelle, le Pleiadi.


Sulla spiaggia la bambina che tiene la mano del padre, quelle nuvole funeree che si abbassano vittoriose per divorare tutto, guardando, piange in silenzio. Non piangere, bambina, non piangere, mia cara, con questi baci ch’io allontani le tue lacrime, le nuvole depredanti non saranno più a lungo vittoriose, non avranno a lungo il possesso del cielo, divorano le stelle soltanto in apparenza, Giove riemergerà, sii paziente, guarda ancora un’altra notte, le Pleiadi emergeranno, sono immortali, tutte quelle stelle dorate e inargentate brilleranno ancora, le stelle grandi e le piccole brilleranno ancora, durano, ancora. Allora mia cara piangerai tu sola per Giove? Consideri tu sola la sepoltura delle stelle? Qualcosa c’è, 89


(con le mie labbra calmandoti, io aggiungo in un sussurro, ti do il primo consiglio, il primo inganno), qualcosa c’è di più immortale anche delle stelle, (molte le sepolture, molti i giorni e le notti che passano e svaniscono) qualcosa che durerà più a lungo anche del luminoso Giove, più a lungo del sole e di ogni ruotante satellite, o delle irradianti sorelle, le Pleiadi.

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da IL CANTO DI ME STESSO XXII vedo dalla spiaggia le tue curve dita invitanti, dobbiamo fare un giro insieme, mi spoglio, portami di corsa lontano che non veda piĂš la terra, spruzzami amorosamente, io posso ripagarti. Mare dalle lunghe risacche,

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mare del salino della vita e delle mai scavate e già pronte tombe, mare, io sono parte integrale di te, io anche sono di una fase e di tutte le fasi. che esalto l’odio e la riconciliazione, che esalto gli amanti e quelli che dormono gli uni tra le braccia degli altri. Io sono colui che testimonia la simpatia, (farò la mia lista delle cose che sono nella casa e salterò la casa che le sorregge tutte?) anche il poeta del male. Che fandonia è questa intorno a virtù e vizi? Il male mi spinge e la correzione del male mi spinge, io il mio passo non è il passo di chi censura, di chi respinge,

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Temete qualche scrofola da questa infaticabile fecondità?

Io trovo da un lato il peso, e al lato agli antipodi il suo contrappeso, morbide dottrine sono un fermo aiuto come stabili dottrine, pensieri ed atti del presente sono la nostra sveglia e la nostra mattiniera partenza. Questo minuto che viene a me dalle miriadi di minuti passati, non c’è niente di meglio che qui, ora. Di ciò che andò bene nel passato o va peggio oggi non c’è da meravigliarsi, la meraviglia è sempre, sempre come possano esserci uomini meschini, o empi.

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O CAPITANO! MIO CAPITANO!

la nave ha scapolato ogni tempesta, il premio che cercavamo ottenuto il porto è vicino, sento le campane, la gente esulta, mentre gli occhi seguono la solida chiglia, il vascello severo e audace: ma, o cuore, cuore, cuore! Gocce rosse di sangue dove sul ponte il mio Capitano giace caduto freddo morto. O Capitano! Mio Capitano! Alzati a sentire le campane, alzati – per te la bandiera è gettata – per te la tromba 94


suona, folla per te urlano, in massa, oscillanti, i volti accesi verso di te; ecco Capitano! Padre caro! Questo mio braccio sotto la nuca! Ăˆ un sogno che sulla tolda sei caduto freddo, morto. Il mio Capitano non risponde, esangui e immobili le sue labbra, non sente il mio braccio, non ha battiti, volontĂ , dal duro viaggio la nave vincitrice torna, raggiunta la meta; esultate rive, suonate campane! Ma io con passo funebre cammino sul ponte dove il Capitano giace freddo, morto.

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PAUMANOK Bellezza marina! Sdraiata a scaldarti! Da un lato ti bagna il tuo intero oceano, largo, pieno di dall’altro ti accarezza il vento dell’Atlantico, feroce o Isola dei dolci ruscelli d’acqua buona – d’aria e terreno salubre! Isola della spiaggia salmastra, della brezza, e del mare!

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L’ULTIMA INVOCAZIONE

dai ganci di serrature solide, dalla guardia di porte ben chiuse, lascia che io mi espanda. Lasciami scivolare fuori senza rumore con chiavi di tenerezza gira le serrature – con un sussurro apri le porte, o anima. Dolcemente – non essere impaziente (forte è la tua presa, carne mortale, forte è la tua presa, amore).

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Lo sapevi che

Hemingway non amava le interpretazioni simboliche de Il vecchio e il mare. Infastidito dai critici, che facevano a gara surdi), chiarì il suo punto di vista in una lettera all’amico e critico d’arte Bernard Berenson, nel settembre del 1952: “… non c’è alcun simbolismo. Il mare è il mare. Il vecchio è un vecchio. Il ragazzo è un ragazzo e il pesce è un pesce. Gli squali sono tutti gli squali né peggio né meglio. Tutti i simbolismi che la gente dice di vederci sono merda. Ciò che succede più in là è ciò che si vede più in là quando si conoscono le cose. Uno scrittore dovrebbe saper troppo.”

Le avventure marinaresche di Melville datano dal 1839 al 1847. Nel giugno 1839, ventenne, il futuro scrittore si imbarcò per la prima volta come mozzo su una nave ancorata al porto 99


di New York, la St. Lawrence, in partenza per Liverpool. Il 4 agosto 1847, Melville sposò Elizabeth Shaw, donna intellipremorti al padre, e due femmine.

La prima edizione di Leaves of Grass (Foglie d’erba) risale al 1855. Pubblicata in 795 copie a spese di Whitman presso Rome Brothers di Brooklyn, è un volumetto di novantaquattro pagine in quarto, contenenti solo dodici composizioni. Le poesie non hanno titolo, e sul frontespizio, curiosamente, non c’è nessuna indicazione sull’autore.

Pur punzecchiandosi spesso, Hemingway e Faulkner si ammiravano. Faulkner riteneva che Il vecchio e il mare fosse l’opera più riuscita di Mr. Papa. Ne scrisse con toni entusiastici: «Il tempo forse mostrerà che è stato lo scrittore migliore di tutti noi, intendo dire dei suoi e miei contemporanei… Lode a Dio che qualunque sia la cosa da lui creata ad amare e aver pietà di Hemingway e di me lo abbia trattenuto dal ritoccare il suo scritto.»

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Durante il viaggio in Italia che intraprese nel 1857, Melville tenne un diario, che intitolò Journal of A Visit to Europe and the Levant by Herman Melville, Nella pubblicazione italiana (Robin, 2011) quel “Journal” si intitola Diario italiano. A Genova stanziò solamente tre giorni, dall’11 al 14 aprile, all’hotel Croce di Malta di Vico Morchi, un caruggio che da Sottoripa porta in via San Luca.

O Capitano! Mio Capitano! (O Captain! My Captain!) è una poesia che Whitman scrisse dopo la morte del presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln, avvenuta il 15 aprile 1865. Fu pubblicata per la prima volta nell’ottobre dello stesso anno nell’opuscolo Sequel to Drum-Taps. Fu poi inserita nella quarta edizione di Foglie d’erba, del 1867. È una dei riferimenti prinL’attimo fuggente, del 1989.

Fra i racconti di Hemingway ce n’è uno, Gatto sotto la pioggia (1923), nel quale lo scrittore descrive una piovosa giornata invernale trascorsa nell’hotel Riviera Splendida di Rapallo. Nel 1927, giunto nuovamente a Rapallo, Hemingway ritrovò don Giuseppe Bianchi, il cappellano militare che nel 1918 101


l’aveva battezzato cattolico e che, forse, gli aveva impartito l’estrema unzione quando il giovane Ernest era rimasto ferito sul Piave.

Il romanzo breve Billy Budd è l’ultima opera di Melville. Scritto dopo circa trenta anni da Moby Dick, rimase inedito e del 1891. È stato pubblicato solo nel 1924. Ne esistono due versioni per il teatro musicale. Una, quella del compositore inglese Benjamin Britten (1951) è celeberrima. L’altra, meno nota, è del compositore italiano Giorgio Federico Ghedini (1949), ed è basata su un testo ispirato a Melville del poeta premio Nobel Salvatore Quasimodo.

Whitman è morto a 73 anni il 26 marzo del 1891, lo stesso giorno nel quale sono morti anche Ludwig van Beethoven (nel 1827) e Roland Barthes (nel 1980). Un’autopsia rivelò che co già fortemente minato. Quasi vent’anni prima, nel 1873, lo scrittore era stato colpito da una paralisi a una gamba. Nella sua ultima settimana, la sua costituzione era talmente debole da non consentirgli neanche di reggere le posate: ne scrisse 102


fugaÂť.

Nonostante le sue sregolatezze, Hemingway era uno stakanovista della scrittura. Quando scriveva, annotava i suoi progressi quotidiani su un cartone appeso al muro in cui segnava le parole che aveva scritto quel giorno: in media tra le 450 e le 512. Se ne scriveva di piĂš lo considerava lavoro extra, e questo gli consentiva il giorno dopo di svagarsi senza sentirsi in colpa.

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Illustrazione di Gianfranco Uber 106


Indice Introduzione di Barbara Garassino e Massimo Morasso Ernest Hemingway Coltivo da decenni la passione... di Anna Maria Saiano Il vecchio e il mare in breve Herman Melville Melville, cannibali e cristiani di Massimo Bacigalupo Billy Budd in breve Walt Whitman Prendere in mano Foglie d’erba... di Claudio Pozzani Un po’ di Foglie d’erba Lo sapevi che...

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