L’ABBRACCIO 58
Rivista trimestrale di informazione del Centro Solidarietà Genova
Buon Natale di Solidarietà
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iamo qui perché non c’è alcun rifugio dove nasconderci da noi stessi.
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Dove altro se non nei nostri punti comuni possiamo trovare un tale specchio? Qui insieme una persona può alla fine manifestarsi chiaramente a se stessa non come il gigante dei suoi sogni né il nano delle sue paure, ma come un uomo parte di un tutto con il suo contributo da offrire. Su questo terreno noi possiamo tutti mettere radici e crescere non più soli come nella morte, ma vivi a noi stessi e agli altri.
L’ABBRACCIO EDITORIALE
Il futuro delle Comunità è già iniziato di Enrico Costa*
U
na sera, era il 1973, si presentarono due giovani, molto hippie, lei era incinta e chiedevano un aiuto perché erano tossicodipendenti. (Bianca Costa) Con queste parole, ho aperto i lavori del Convegno “esordi e percorsi riabilitativi” organizzato dal Centro di Solidarietà lo scorso 19 ottobre al Galata Museo del Mare (troverete approfondimenti all’interno del giornale). Parole importanti perché quella fu la molla che fece nascere il Centro, ma assolutamente attuali perché, oggi come ieri, l’aiuto viene chiesto solamente quando la situazione è già critica; bisogna invece affrontare il problema della tossicodipendenza agli esordi anzi- prima ancoracon la prevenzione e in tutte le fasi f ino al reinserimento sociale e lavorativo. Un tempo si diceva che la tossicodipendenza fosse frutto dell’emarginazione, quindi un rischio solo per determinate fasce sociali. Oggi sappiamo benissimo che la realtà è un’altra: un fenomeno sociale presente in tutte le fasce di età, di ceto sociale, spesso con patologie psichiatriche o AIDS; da qui la necessità di interventi articolati e specialistici. Le risposte devono essere veloci e personalizzate, ecco perché è vincente lo spirito volontaristico- che anche il Presidente della Repubblica ha valorizzato- le norme invece rincorrono il fenomeno con un certo ritardo. Le risposte devono venire da tutta
la società: dalla scuola, dalla sanità, dal mondo del lavoro, dalle Istituzioni Locali, dalla Giustizia e dalle Forze dell’Ordine, dalla Chiesa e dalle Istituzioni Religiose, per non dimenticare il ruolo fondamentale della famiglia. E queste risposte devono essere ben coordinate; oggi gli interventi sono articolati in pluralità di rapporti con ognuno di questi mondi e anche se esiste un buon affiatamento tra questi mondi e soprattutto tra gli operatori del settore, si sente la necessità di un coordinamento e di una responsabilità globale sostenuti da adeguate risorse per affrontare la tossicodipendenza, oggi assolutamente insuff icienti. I lavori della giornata sono stati intensi e molto partecipati, i relatori rappresentavano il mondo dei servizi e delle comunità dell’intera regione, quindi le diverse analisi e gli stimoli sono stati ancora più irilevanti. Dalle relazioni sono emerse anche piste di lavoro per il futuro. Riporto solo alcuni punti interessanti che sono stati evidenziati dai diversi relatori. Parlando delle comunità si è ricordata l’importanza di poter seguire i pazienti nell’arco delle 24 ore, monitorando lo stato di salute e lavorando su motivazione al cambiamento e assunzione di responsabilità, si è anche evidenziato come una congrua persistenza nel trattamento comunitario dia un out-come positivo. In un passaggio del suo intervento, la Dott.ssa Renata Canini, Direttore Generale dell’ASL 3, ha ricordato come la comunità, oltre al lavoro riabilitativo, “ svolge anche un’importante opera di controllo e contenimento sociale, nonché di risparmio economico rispetto ai trattamenti erogati in ambito ospedaliero e carcerario…” Analizzando il fenomeno e i biso-
gni, con uno sguardo alle prospettive future, diversi relatori hanno concordato sull’esigenza di attrezzare servizi per adolescenti (spesso con doppia diagnosi), per le coppie, per i poliabusatori, per persone over 45 anni, per mamme con bambino e percorsi di uscita dal carcere. Senza dimenticare i nuovi stili d’abuso e le nuove dipendenze: eroina fumata, cocaina, alcool, gioco d’azzardo, dipendenze informatiche. E’ notizia recente quella del boom nei consumi di cocaina in Europa (l’Italia è al quarto posto tra i paesi membri) e l’apertura al Gemelli di Roma di un ambulatorio per persone affette da “Internet Addiction Disorder”, in altre parole una dipendenza dalla frequentazione della rete, dai social network, dalle chat… un abuso che crea crisi di ansia, astinenza e depressione come qualsiasi altra sostanza d’abuso. Quindi, come vedete, la situazione ligure rispecchia quella del resto della nazione. Si è convenuto che è necessario creare un sistema che superi la frammentazione di offerte terapeutiche, porre una maggiore attenzione alla cronicità, altrettanto importanti sono una diagnosi precisa una presa in carico precoce ed una valutazione degli interventi. Insomma… c’è un sacco di lavoro dare! Tra un anno si svolgerà a Genova (la nostra città è stata scelta per la sua nota sensibilità sociale) il Convegno Mondiale delle Comunità Terapeutiche per ridefinire i cardini dell’intervento terapeutico comunitario per gli anni a venire, molti dei temi dibattuti al Galata potranno essere confrontati a livello mondiale, è quindi ancora più urgente attuarli e verificarli per arrivare all’appuntamento preparati. *Presidente Centro di Solidarietà di Genova 3
L’ABBRACCIO PER SAPERNE DI PIÙ
Il carcere: non solo punizione ma opportunità di cambiamento di Ramon Fresta
L
o scorso mese di novembre sono stati ospiti del Centro di Solidarietà Tony Gelormino e Ron Williams, figure di primo piano della Federazione mondiale delle Comunità Terapeutiche (WFTC). Sono venuti per procedere nei preparativi dell’incontro che la WFTC terrà a Genova nell’ottobre del 2010. Sono stati giorni densi di confronto e suggestioni reciproche. Tra i vari argomenti di cui si è discusso, sicuramente uno dei più interessanti è stato quello riguardante il lavoro delle comunità inserite all’interno del carcere. Nella sola prigione di Stato (Tony ha tenuto a precisare che è solo una delle quattro esistenti: Federale, di Stato, della Contea e Cittadina) di New York ci sono 65.000
detenuti (oltre 2 milioni negli States), numero sceso di 15.000 unità in quattro anni grazie ad una serie di progetti volti a ridurre la recidiva. Per dare la dimensione del livello di crimini, vale la pena ricordare che- oltre ai carceratinella città di New York ci sono circa 110.000 persone in regime di “probation”, ovvero persone che godono di misure alternative. Ron Williams è il fondatore di “Stayin’ out” (stare fuori), una delle prime comunità operanti all’interno di una struttura carceraria. Curiosa la storia del nome dell’iniziativa: fu suggerito dagli stessi detenuti quando, 32 anni fa, Ron presentò alla popolazione carceraria il progetto e le sue finalità. Nel lavoro sono fondamentali
la motivazione e l’assunzione di responsabilità dei detenuti coinvolti; parte volutamente proprio dal carcere, perché li dentro le persone non possono più negare di avere problemi (motivazione) ed è il luogo dove “pagano” il loro debito con la società (responsabilità). Nel progetto Stayin’ out non si parla di riabilitazione ma di abilitazione, intendendo con questo che le persone devono fare un progetto di vita ex novo, che sfrutti le loro potenzialità e sia basato sull’assunto che il circolo vizioso droga- delinquenza- carcere va interrotto, adottando uno stile di vita basato sulle regole della società dimenticando quelle delle bande. Per fare ciò è importante che la società mostri un modello
Nella foto Anthony Gelormino (a sinistra) e Ron Williams (a destra) passano il testimone a Enrico Costa per il 2010
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L’ABBRACCIO PER SAPERNE DI PIÙ
virtuoso e appagante, da contrapporre al modello dominante in carcere: quello delle bande (fortissime all’interno e divise secondo il paese di provenienza). I nostri interlocutori ci raccontavano come sia diversa (migliore) la qualità della vita nei penitenziari dove esistono le Comunità rispetto a quelli dove tale realtà non è presente; le persone si adeguano alle “regole” del posto in cui vivono, e dove le regole le danno le bande le persone rinforzano la loro appartenenza a questi gruppi, in una sorta di frequentazione di “università del crimine”. L’uomo è un “animale sociale” con bisogni relazionali e affettivi, se si rende conto di poter vivere bene anche con le regole di un altro gruppo di riferimento, è possibile che faccia scelte di vita diverse e più sensate. A diversità di alcune proposte fatte nel nostro paese, Ron e Tony, concordavano nel dire che un “passaggio” in carcere- seppur breve- è
fondamentale per il lavoro motivazionale e l’assunzione di responsabilità riguardo a fare scelte diverse per la vita futura: non vuoi tornare? Bene, ti do’ stimoli e ti mostro che strada seguire per farlo, ma sei tu che devi agire! Un ulteriore dato su cui riflettere è quello che riguarda l’aspetto economico: nello Stato di New York una persona in carcere costa 45.000 dollari l’anno, se è in Comunità la spesa si abbassa di un terzo, a 15.000 dollari. Sono convinto che sviluppando maggiormente una sinergia tra magistratura, servizi territoriali e comunità terapeutiche, anche qui da noi i risultati dell’intervento ne trarrebbero giovamento. Si potrebbe pensare ad una sorta di progetto di salute pubblica con ricadute positive su più fronti: economicola società avrebbe a disposizione nuove forze produttive che, finchè sono inserite nel circuito drogadelinquenza- carcere, sono solo un
costo; sicurezza- è lecito pensare ad una riduzione nel numero dei reati; sanitario- con il nuovo stile di vita , aumenterebbe l’eliminazione di comportamenti potenzialmente nocivi per la salute della collettività. In questa operazione sinergica è fondamentale che il processo sia monitorato e valutato, con le prove del successo del reinserimento sociale (follow-up a 3-5 anni?) per evitare che persone non realmente motivate a cambiare vita possano approf ittarne per sfuggire il carcere. Chiaramente è una operazione che richiede molto equilibrio (bisogna evitare gli estremismi: né forcaioli né liberi tutti), scientificità e verifica del lavoro fatto; ma se si vuole cambiare la finalità della carcerazione da mero periodo di reclusione a una opportunità di riabilitazione e reinserimento sociale, penso sia una via da valutare con attenzione e sulla quale aprire un confronto a tutti i livelli.
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L’ABBRACCIO SPECIALE CONVEGNO
La situazione attuale e le prospettive per il settore delle dipendenze. Rispondono il pubblico e il privato di Ramon Fresta
A
margine del convegno “esordi e percorsi riabilitativi” abbiamo fatto una serie di domande al Prof. Luigi Ferrannini Direttore del Dipartimento delle Dipendenze e della Salute Mentale della ASL 3 genovese - e al Dr. Giovanni Lizzio - responsabile terapeutico del Centro di Solidarietà-. L’intento era quello di sentire il parere delle due componenti- pubblico e privato sociale- che formano il Dipartimento delle Dipendenze della ASL 3, sulla situazione attuale e sulle prospettive future del settore. Ecco le loro risposte.
Dal tuo punto di vista quali sono state le evoluzioni maggiori nel settore delle dipendenze da quando tu hai iniziato a lavorarci ? (F) Devo innanzitutto segnalare che la mia esperienza diretta nel settore è stata fortemente discontinua e pertanto non mi consente di avere una visione completa dei problemi in campo e soprattutto una identità professionale specifica. Ho infatti lavorato direttamente nel settore delle dipendenze negli anni in cui esso era affidato integralmente ai Servizi di Salute Mentale, quindi per quanto mi riguarda dal 1980 al 1994 in quanto Responsabile del SSM e Coordinatore Sanitario della USL 15 (Genova Val Bisagno - Val Trebbia). Erano gli anni del “dopo 180” - ed anche della applicazione della Legge 685 che aveva impedi6
to il ricovero negli Ospedali Psichiatrici dei tossicodipendenti ed avviato l’istituzione di servizi specifici - i CMAS - per la diagnosi, il trattamento ed il recupero sociale, anche attraverso una originale sperimentazione di “contratti vincolanti di cura”, in accordo con la Sezione Specializzata per le Tossicodipendenze del Tribunale. Lavoro quindi sulle dipendenze da cannabinoidi e soprattutto da eroina, sull’esplosione dell’AIDS con il suo carico di malattia e di morte, sui trattamenti metadonici e sulle politiche di riduzione del danno, sui ricoveri programmati per disintossicazione , sugli interventi nel sociale e nella scuola, sull’impegno del territorio attraverso i Consigli di Quartiere come allora si chiamavano - e le Associazioni di volontariato penso all’esperienza esemplare del Centro per l’ Educazione Permanente (CIEP) della Val Bisagno. Altri tempi, quindi, ai quali si sono succedute le esperienze frammentate e solo cliniche con i pazienti sempre più frequentemente ricoverati in Ospedale ed in SPDC per comportamenti d’abuso acuti e gravi e per cd “doppia diagnosi”, con problematiche cliniche e sociali di grande complessità. Ed anche, dal 1999 al 2007, l’esperienza come Componente Esperto del Tribunale di Sorveglianza di Genova. Storia professionale discontinua quindi, che tuttavia mi ha consen-
tito di osservare (ma non di essere nel campo come tecnico) le modificazioni avvenute in questi anni, in particolare le persone e le storie , intrecciate con i cambiamenti dei comportamenti, delle sostanze, dei fattori di rischio e di protezione, dei contesti , delle culture e quindi dei trattamenti territoriali e residenziali. Ma anche i cambiamenti degli strumenti di intervento, delle tecniche (anche se è termine che spesso non piace) e della identità stessa dei professionisti. Settore quindi specifico e particolare, spesso non omologabile per regole e culture ad altri settori della sanità ed anche differenziatosi dalla radice comune della psichiatria di comunità e della salute mentale. Settore di confine, e quindi di innovazione , anche rispetto agli assetti organizzativi e normativi che andavano definendosi nel Servizio Sanitario Nazionale, in particolare per quanto riguarda i livelli essenziali di assistenza , l’integrazione socio-sanitaria, l’accreditamento istituzionale, i servizi a bassa soglia, le professionalità coinvolte. (L) La mia esperienza nel mondo delle dipendenze inizia 12 anni fa proprio in questo Ceis. Un orizzonte temporale che mi ha permesso, da un lato, di vedere ancora la comunità terapeutica strutturata “vecchio stile” ma, dall’altro, già grandissimi segni di cambiamento e di adeguamento al tossicodipendente “moderno”. Ad esempio, la comunità di Trasta, appena riunificata dalle due precedenti CT Boschetto e Mulinetti, ancora ospitava circa 70-80 ragazzi in programma, segno ancora di un passato in cui i SerT non esistevano ancora (fino al 1984), le persone bussavano direttamente alle porte delle comunità e i “numeri”
L’ABBRACCIO SPECIALE CONVEGNO
erano maggiori. Oggi la comunità è, tecnicamente parlando, uno dei trattamenti possibili nella riabilitazione dall’uso di sostanze ed il SerT ha il mandato istituzionale di def inire il trattamento per il paziente sulla base della valutazione della sua storia di dipendenza, sulla sua motivazione al cambiamento e, non ultimo, sulla base dell’impatto economico che tale scelta comporta nel governo della spesa pubblica. Altro segno di cambiamento, di evoluzione rispetto al passato, sono state l’introduzione del concetto di “doppia diagnosi” e l’apertura delle case alloggio per malati di AIDS. Definire clinicamente il concetto di “doppia diagnosi” ha permesso di progettare e realizzare nuovi percorsi riabilitativi per quelle persone che, soffrendo anche di una patologia psichiatrica, non riescono a sostenere un percorso riabilitativo “classico”, quelli che un tempo non “reggevano” il percorso standard e abbandonavano le comunità dopo poco tempo. E’ una visione più moderna e multidisciplinare della tossicodipendenza e delle patologie ad essa correlate che unisce il lavoro clinico della medicina alle potenzialità educative e riabilitative delle comunità terapeutiche. Anche l’istituzione delle case alloggio per i malati di AIDS è segno di un’attenzione più moderna e diversificata alle conseguenze della dipendenza da sostanze ed alle patologie ad essa correlate. La casa alloggio risponde al bisogno di cura e di sostegno per il reinserimento delle persone che non sono così gravi da stare in ospedale ma nemmeno così autonome per tornare a vivere a casa propria. Anche qui l’integrazione con la
Sanità pubblica ha permesso di realizzare un progetto ad alta cura della persona e a ridotto costo per la spesa pubblica. Qual è la situazione oggi? Secondo te quali sono le criticità e quali i punti di forza? (F) Dire che la situazione è complessa ed in movimento mi pare solo un ovvio punto di partenza. I mutamenti infatti hanno riguardato le varie prospettive attraverso cui si può cercare di comprendere le persone ed i sistemi di cura: a) il concetto di dipendenza, sempre più ponte tra il comportamento a rischio e la malattia conclamata ma anche tra il rischioso ed il patologico, tra il lecito e l’illecito; b) il concetto di comunità, sempre meno prossimale ed organizzata e sempre più anomica e sfuggente; c) i paradigmi della terapia , tra evidenze scientifiche (penso a quanto dobbiamo oggi alle Neuroscienze per comprendere i rischi ed i danni dei comportamenti d’abuso) ed i trattamenti possibili, dei quali non vanno sottovalutati mai gli aspetti etici - il rispetto della persona e dei suoi diritti -, quelli motivazionali - per non ricadere nella trappola di una diffusione dei trattamenti senza consenso - e quelli squisitamente tecnici, connessi alla efficacia di trattamenti integrati ed alla professionalità per erogarli in modo appropriato alle persone giuste (il focousing) ed al momento giusto (il coverage); d) il concetto di servizio pubblico, cioè di ogni soggetto/luogo (indipendentemente dalla natura giuridica) che assume una responsabilità di fare e di farsi
verificare sul saper fare, in una sinergia nuova e feconda tra professionisti (non credo sia all’orizzonte una “tirannide del tecnico”, in quanto le tecniche moderne nel nostro settore hanno sempre bisogno di persone e contesti alleati per poter essere utili) e reti non professionali, ma non per questo meno utili ed efficaci. Partita complessa quindi, ma che si basa su punti di forza connessi alle pluriennali esperienze, al lavoro di rete, alla presenza di culture, approcci e soggetti diversificati - dal volontariato al terzo settore - alla multidisciplinarietà e multiprofessionalità degli operatori pubblici del Sert, ai servizi diffusi sul territorio reale - da quelli di accoglienza e presa in carico a quelli residenziali e semiresidenziali-, al pionieristico lavoro nelle
Giovanni Lizzio, durante il suo intervento al convegno 7
L’ABBRACCIO SPECIALE CONVEGNO
strutture penitenziarie, al sistema informativo di alta qualità ed affidabilità. Le criticità si collegano alle specificità,trasformate in eccezione ed isolamento, se penso ai ritardi nell’organizzazione su base distrettuale , alla diffusione di strumenti di valutazione dei trattamenti e degli outcome, al rapporto con gli altri servizi sanitari, territoriali ed ospedalieri. Tuttavia, non vi sono servizi senza punti di criticità: l’importante è lavorare per valorizzare le buone pratiche e contenere i processi di frammentazione, dispersione ed isolamento.
Ma questo è stato anche uno sprone per noi del Centro per rinsaldare i rapporti di collaborazione con il SerT e gli altri attori del Pubblico per la gestione del percorso riabilitativo delle persone a noi affidate. Bianca stessa, da che l’ho conosciuta, ha sempre spinto per una gestione condivisa con il SerT del percorso terapeutico della persona in Comunità: la Comunità da sola non basta! Questo è un dato di realtà importante, che ci permette oggi di avere pari dignità con il Servizio Pubblico nel comparto delle Dipendenze: non servizio ma strumento!
(L) Oggi il fenomeno emergente è la dipendenza patologica dei giovani, degli adolescenti, sia da stupefacenti che da alcool. Ben più grave poi è il problema della “normalizzazione” della ricerca dello sballo e del consumo “controllato” di sostanze: il messaggio che ci sta dietro è estremamente preoccupante perché dice “ fai quello che vuoi basta che non ti fai troppo, tanto lo fanno tutti”. Lo trovo estremamente diseducativo e deresponsabilizzante, in un’età (l’adolescenza) in cui si costruisce il senso di responsabilità, di rispetto delle regole e, soprattutto, il proprio futuro di adulto. E tutto ciò vale anche per l’abuso di alcool, smodato nei giovani ed anch’esso estremamente “normalizzato” e banalizzato. Altra criticità è la minor disponibilità economica della Sanità Pubblica, elemento con il quale dobbiamo necessariamente fare i conti e che ci ha obbligato, pubblico e privato, a riorganizzare ciascuno i propri servizi, le proprie procedure e i relativi trattamenti.
Che azioni bisogna intraprendere per offrire una risposta in linea con i bisogni del territorio ? (F) In modo simbolico, ma non solo, utilizzo la metafora di R. Castel: “monter et dèmonter sance cesse!” E’ in questa opera di continuo montaggio/smontaggio, continuità ed innovazione, standardizzazione e personalizzazione che si trova il punto di incontro tra una medicina evidence-based e quella patientcentred, cioè tra il miglior utilizzo delle conoscenze scientif iche che non vanno scartate o peggio ancora non conosciute - e la capacità di ascolto e relazione con la singola persona, per costruire con essa una nuova storia di cura, di trattamento e di cambiamento.
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Lavorare quindi ancora sui confini, ma con un aggancio più solido alle culture cliniche (riconoscimento precoce e diagnosi accurata), alla appropriatezza dei trattamenti ed alla loro accountability, al rilancio del lavoro in èquipe, alla “care” non solo del comportamento/sintomo/malattia ma di tutta la persona e dei suoi bisogni, al rispetto e difesa dei diritti individuali e di cittadinanza, al lavoro di comunità umile, attento e continuativo ed alla costruzione in essa di nuove e solide alleanze; alla promozione e sostegno di reti di famigliari ma soprattutto di utenti, quali protagonisti del cambiamento non solo personale ma anche delle istituzioni di cura; alla capacità di cogliere e lavorare sui nessi tra malattia e cultura, spiritualità, dimensione valoriale senza della quale non si costruisce un’idea di malattia compatibile con la cura ed il cambiamento; alla necessità di fare comunicazione a tutti i livelli, comunicazione vicina ai soggetti in campo, non ideologica, non banalizzante , non subalterna, ma capace di difendere o restituire senso alle esperienze di sofferenza e di malattia ed ai setting di trattamento. (L) Bisogna prima di tutto conoscere i bisogni del ter ritorio! Sembra scontato ma per noi significa aprirsi al territorio e confrontarsi con esso e con gli altri attori (altre CT, servizi ambulatoriali, gruppi territoriali di volontariato..). Perdendo quell’autoreferenzialità oggi ormai limite piuttosto che protezione! Bisogna poi mantenere alta la professionalità e l’aggiornamento: le neuroscienze oggi ci permettono di interpretare la dipendenza
L’ABBRACCIO SPECIALE CONVEGNO
anche dal punto di vista organico e funzionale e ci forniscono utili informazioni rispetto ai protocolli di cura: si tratta di un’integrazione necessaria ed utile a fornire una risposta di trattamento più completa ed eff icace che non nega anzi, a mio avviso, rinforza il valore aggiunto del percorso riabilitativo che una persona fa in comunità. Bisogna infine intensificare le azioni di prevenzione e di promozione di stili di vita sani e liberi da sostanze: è la sfida maggiore perché non da’ risultati subito visibili ma è come seminare bene il proprio campo in vista di un buon raccolto. Quali pensi che siano le prospettive per il futuro dei servizi per le dipendenze? (F) Credo che dalle mie precedenti considerazioni si veda che ritengo fondamentale lo sviluppo dei processi di integrazione, di contaminazione, di collegamento, di raccordo a tutti i livelli, non mettendo in gioco le specificità e le professionalità acquisite, ma rilanciando coerentemente le connessioni, i percorsi, le reti. I servizi di confine - come sono quelli di salute mentale e delle dipendenze, ma anche in altri campi quelli consultoriali, di neuropsichiatria infantile, delle disabilità e degli anziani - hanno sempre più bisogno di credibilità, rinforzo e stabilità (anche in termini di risorse), assunzione di responsabilità che altro è dalla accettazione di deleghe spesso ambigue e non coerenti con i compiti professionali, alleanze a vari livelli. Se la sfida dei nostri servizi degli anni 60-70 è stata quella della deistituzionalizzazione, che voleva dire centralità dei diritti e cura personalizzata, la sfida di oggi è
con essa in continuità, e si gioca ancora sul terreno della lotta ad ogni forma di neoistituzionalizzazione, della centralità della persona, della relazione terapeutica, delle reti interservizi ed interprofessionali, dell’accessibilità, del superamento delle disuguaglianze e delle deprivazioni sociali che costituiscono specifici fattori di rischio di salute, dell’intelligente utilizzo delle nuove tecniche, dello sviluppo della ricerca in public health, della formazioni continua, interprofessionale e soprattutto indipendente. Servizi, e professionisti, catalizzatori di cambiamento - individuale e sociale, sanitario e culturale - e, soprattutto, che innescano e sostengono speranza, senza della quale non ci si cura, non si guarisce e non si cambia. (L) La sostenibilità economica dei servizi pubblici è sempre più oggi messa in crisi dalla diminuzione delle finanze a disposizione. Questa riflessione mi porta a valorizzare ed auspicare per il futuro una sempre maggiore collaborazione e partecipazione tra i servizi pubblico- privato: spendere meno spendendo meglio. Nel futuro vedo comunque la comunità come luogo privilegiato per aiutare il cambiamento e la riabilitazione della persona tossicodipendente:
una comunità però più aperta e flessibile, in grado di progettare percorsi personalizzati che, come anche oggi, non perdano di vista la centralità della persona; una comunità che è parte di un percorso e non l’unica soluzione per uscire dalla droga. La comunità diventa “Centro” dell’osservatorio del disagio giovanile e si presta a dialogare con le altre realtà territoriali in un’ottica di educazione condivisa e di gestione “a più mani” del disagio: con scuola, promuovendo sani stili di vita senza uso di sostanze ed occupandosi di progettare insieme anche percorsi di recupero scolastico per le persone in comunità, con i SerT e gli altri servizi della Salute per progettare e realizzare insieme i percorsi di cura delle persone, con le aziende sul territorio per progettare efficaci percorsi di reinserimento lavorativo che mirino a restituire un posto nella società alle persone che escono dalla comunità. Vedo poi la necessità di offrire servizi per le nuove dipendenze, ancora poco conosciute ma che causano fortissimi disagi alle persone e al loro contesto familiare: mi riferisco al gioco d’azzardo patologico e alla dipendenza da internet, piaghe emergenti della nostra società del “tutto è possibile”!
Da sinistra Enrico Costa, l’Assessore Regionale alla Sanità Claudio Montaldo e il Prof. Luigi Ferrannini al tavolo dei relatori 9
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I cambiamenti interni alla comunità terapeutica di Marco Boeri*
N
el 1965 nasce in Italia la prima comunità terapeutica in campo psichiatrico, Villa Serena, a Milano. Nel 1974 nascono le prime due realtà comunitarie che si occupano di tossicodipendenza: una a Rivalta Torinese, aperta dal Gruppo Abele, e una a Milano, Cascina Verde. A Roma don Mario Picchi fonda nel 1971 il Centro Italiano di Solidarietà (Ce.I.S.) che aprirà la prima CT nel 1979. In quegli anni si costituiscono anche a livello ligure le prime associazioni che intendono occuparsi del problema delle tossicodipendenze, allora in preoccupante espansione, tra cui i primi protagonisti erano Don Gallo e Bianca Costa. Verso la fine del 1979 Vincenzo Muccioli fonda sulla collina riminese San Patrignano, che inizia con 30 ragazzi e ne conta oggi circa tremila. L’Ancora si costituisce nel 1984 e apre la prima CT nel 1985. Questi movimenti avevano spesso una forte spinta ideale e una forte motivazione volontaristica, unita a contenuti molto spesso caratterizzati ideologicamente, in contrasto più o meno evidente con il modello medico tradizionale. Verso la fine degli anni 90 inizia un processo di dialogo fra le comunità e i servizi per le tossicodipendenze che più tardi darà impulso anche alla creazione dei dipartimenti per le dipendenze, organismi funzionali ai quali possono accedere anche gli enti ausiliari del privato sociale. Il modello moderno di comunità terapeutica può essere 10
ricondotto, molto a grandi linee, fondamentalmente a due filoni: - Quello delle “C.T. democratiche”, basate sui lavori di Tom Main e di Maxwell Jones, nelle quali vi è una gerarchia appiattita, dove si considera il contributo dei pazienti e del gruppo dei pari come parte integrante del trattamento e della costruzione dell’alleanza terapeutica - Il secondo modello di trattamento è invece quello delle comunità comportamentali (concept based TC’s), basate sul lavoro di Charles Dederich. Caratterizzate da una struttura gerarchica, da un sistema di ricompense e sanzioni, da incontri di gruppo e da una spiegazione piuttosto semplice del modello delle dipendenze e del loro trattamento. Nonostante le sostanziali differenze tra i due modelli, entrambi si prefiggevano lo scopo di migliorare i comportamenti tramite l’incoraggiamento dei pazienti ad assumere responsabilità per sé stessi e nei confronti degli altri, l’aspirazione al rinnovamento e all’uscita dalla condizione di emarginazione, e lo facevano attraverso il superamento del modello medico-paziente, la circolarità del setting, la richiesta di
onestà, potendo contare sul gruppo dei pari come risorsa. Le caratteristiche utili al trattamento del disagio che costituiscono elementi di forza della comunità terapeutica sono principalmente: La Comunità Terapeutica presenta almeno tre caratteristiche distintive: - la CT fornisce un tipo di trattamento sistematico che è guidato da una lettura peculiare sulla natura dei disturbi di dipendenza, sulla persona, sul processo di guarigione. Per questo la gestione della vita quotidiana e gli interventi di tipo più specifico e specialistico sono costantemente saldati in una circolarità che non dovrebbe conoscere soluzioni di continuità. - Il principale terapeuta e maestro nella CT è la comunità stessa, col suo microcosmo sociale, il gruppo dei pari, il personale (modello di ruolo del cambiamento positivo e guida del processo di guarigione) - La Comunità è sia il luogo (strutturato, accogliente e contenitivo) dove si verifica il cambiamento, sia il metodo e lo strumento per facilitare il cambiamento (un clima terapeutico in un certo senso non-stop, nel quale ‘tutto è educativo’) e l’ospite non è mai visto soltanto come destinatario passivo di prestazioni, ma anche come cooperatore di un processo che si avvale di competenze diversificate e di strumenti diversi (attività animative, i gruppi, la psicoterapia, i laboratori di lavoro, la gestione della quotidianità, ecc.) che rimanda tutte contemporaneamente a quel complesso intreccio tra responsabilità individuale e reciproca (auto-mutuo aiuto), giocato nelle continue relazioni con gli altri.
L’ABBRACCIO SPECIALE CONVEGNO
L’abuso di droghe è visto quindi come costituente di un disturbo della persona nel suo complesso, e non solo un problema di singoli sintomi o comportamenti-sintomo. L’abuso coinvolge infatti, indipendentemente dal tipo di sostanza, molte o anche tutte le aree di funzionamento (cognitiva, comportamentale, dell’umore, ecc.). La dipendenza è quindi vista come sintomo di un disagio più ampio della persona, non l’obiettivo del trattamento. All’interno della CT gli individui si distinguono semmai per la portata delle difficoltà relazionali-emotive e per i deficit sociali e relazionali piuttosto che per la modalità di uso delle droghe. La scommessa è quindi aiutare la persona a creare le condizioni per cui non sia più necessario l’uso di sostanze. La comunità è però un sistema complesso, interagente con altri sistemi dai quali però è distinta. In quanto “Comunità” è a tutti gli effetti una molecola societaria, e questo aspetto è però di cruciale importanza, perché uno dei principali strumenti di lavoro che vengono utilizzati sono le relazioni
che si instaurano all’interno di questo contesto, dove emergono i comportamenti, gli atteggiamenti, le convinzioni delle persone, gli approcci, le similitudini, le diversità, la gestione del tempo di lavoro e di quello libero, ecc. Mi viene in mente la metafora biologica, immaginando la CT un po’ come un organismo vivente: ha un’organizzazione interna complessa, dei confini definiti, ha dei sistemi di autoregolazione per garantire l’omeostasi indispensabile al proprio funzionamento, ma ha anche una capacità di adattamento agli scambi che immancabilmente ha con il mondo esterno, scambi che deve saper modulare, utilizzando le informazioni di feedback che riceve valutando l’utilità di eventuali ritarature dell’intervento. Se questi scambi si riducono troppo, si creano problemi di autoreferenzialità, contrapposizione, isolamento, ma se questi diventano troppi, confusi, rapidi o e incontrollati, si rischia di minarne l’identità e il sistema rischia di saltare. I cambiamenti di contesto normativo, di situazione sociale, di programmazione dei servizi, e naturalmente di
evoluzione della tossicodipendenza hanno spinto le comunità a riprogettarsi, ad apportare cambiamenti, a cercare di rispondere alle nuove esigenze, magari non sempre con prontezza, ma con una buona dose di disponibilità al cambiamento, pur all’interno della loro identità. La comunità terapeutica non deve però permettersi il rischio di assomigliare né a una clinica o a una sorta di piccolo e accogliente reparto psichiatrico, né ridursi a luogo di mera custodia del disagio. È necessario fare attenzione a tutte quelle configurazioni - normative, organizzative, ecc. - che possono condurre la CT a scivolare, magari senza accorgersene, in una pratica custodialistica o puramente assistenziale, perché ciò vorrebbe dire farla diventare un’altra cosa, perdendone molte delle funzioni riabilitative che le sono proprie. Ho tentato quindi di osservare - nel mio contesto di riferimento . come alcuni aspetti sono mutati nel tempo, e li ho raccolti nello schema comparativo a pagina seguente. *Presidente del Centro l’Ancora di Sanremo
Nella foto di sinistra Marco Boeri; a destra la platea del Galata Museo del Mare segue con attenzione i relatori 11
L’ABBRACCIO SPECIALE CONVEGNO
Tavola comparativa fra la CT di ieri e quella di oggi
Criteri di ammissione
Ieri Disintossicazione da completare all’esterno, prima dell’ingresso nella struttura residenziale. Fase preparatoria (detta di “accoglienza”) nella quale: - sospendere l’uso di sostanze - la raccolta di dati anamnestici - Esplorare e sollecitare la motivazione al cambiamento - coinvolgere nel trattamento la famiglia e altre figure di riferimento Ingresso in comunità subordinato al superamento di una verifica motivazionale con operatori e ospiti della CT. Primi contatti spesso diretti tra l’utente e/o la sua famiglia e il Centro. Successiva autorizzazione del CIM/SerT.
Interruzioni del percorso
L’abbandono e l’allontanamento erano vissuti come eventi piuttosto drammatici, su cui riflettere e interrogarsi profondamente. Dopo un abbandono il rientro era valutato con attenzione e i tempi di riammissione potevano anche non essere brevi. La richiesta di adesione al programma (compliance) era molto alta. Un primo passo avanti fu fatto attraverso l’accoglienza residenziale, che aveva criteri più elastici.
Lavoro terapeutico educativo
Adesione a un preciso modello terapeutico, formazione di base comune per tutti gli operatori. Applicazione del metodo in modo poco individualizzato, centrato sul lavoro di gruppo e al sostegno reciproco che ne può derivare (auto-mutuo aiuto), e conseguente forte senso di appartenenza. Pressione elevata al cambiamento, attraverso il confronto delle contraddizioni, la sanzione dei comportamenti non adeguati, lo sviluppo della capacità di tolleranza alla frustrazione. Incoraggiata la condivisione e l’espressione delle emozioni (in appositi spazi terapeutici). Le terapie farmacologiche, di qualunque tipo, venivano utilizzate su stretta sorveglianza del medico, verificando con attenzione anche eventuali simulazioni e tendenze ipocondriache
Personale
Reinserimento sociale
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Lavoro integrato d’èquipe. Presenza di operatori provenienti sia dal volontariato, sia ex-pazienti che hanno terminato il percorso terapeutico con successo. Formazione di base comune, prevalentemente esperienziale. Presenza quasi esclusiva di figure di educatore, e di qualche psicologo.
Il concetto di guarigione
In una struttura a sé stante (comunità di reinserimento), avente finalità di comunità aperta, nella quale i pazienti affrontavano il processo di risocializzazione (lavoro protetto, ricerca di lavoro esterno, ripresa dei contatti sociali, gestione del denaro e del tempo libero, relazioni affettive,ecc Non soltanto l’abbandono dell’uso di stupefacenti, ma anche uno stile di vita positivo, strutturato e volto all’autonomia
Valutazione dei risultati
Numero di persone che terminavano il programma terapeutico con successo, rispetto al numero di inserimenti
O ggi Progressiva flessibilizzazione nella presa in carico: - disintossicazione ora svolta in comunità (si tratta di solito della sospensione di farmaci agonisti i cui dosaggi spesso elevati prolungano a volte questa fase anche per vari mesi). - Percorsi maggiormente individualizzati con obiettivi differenziati - Abolizione della fase diurna - Ingresso preceduto da valutazioni psichiatrica e psicosociale, per individuare la struttura più idonea L’invio di utenti avviene quasi esclusivamente attraverso il SerT. L’abbandono con conseguente ricaduta è spesso vissuto come evento rischioso ma potenzialmente “utile”, sia per riformulare il contratto terapeutico che per riflettere sulle difficoltà specifiche del paziente e della fase che sta attraversando. Non ci sono più molti limiti al numero di uscite/rientri dalla CT, quanto piuttosto una valutazione sul significato degli abbandoni nel quadro generale del paziente. L’allontanamento è raramente definitivo (salvo valutazione di inadeguatezza della struttura a gestire una determinata problematica). Ciò sembra essere maggiormente funzionale alla tipologia di persone che vengono oggi inviate nella comunità. Per i casi di comorbidità psichiatrica, le interruzioni più frequente riguardano ricoveri ospedalieri Il modello è diventato maggiormente eclettico e flessibile e il metodo evolve nel tempo insieme alle tipologie di utenti. L’approccio tende ad essere molto più individualizzato, il baricentro del rapporto terapeutico si è riposizionato sul ruolo dell’operatore e meno sul gruppo dei pari. La pressione sociale al cambiamento viene maggiormente modulata. L’approccio alle emozioni è molto più cauto, attento e contenitivo (a maggior ragione per i cadi di comorbilità). L’auto-mutuo-aiuto tra pari si è ridotto, in alcuni casi anche moltissimo. E’ stata abbandonata l’idea che sia necessario far breccia nelle difese psicologiche per far emergere il vero Sè. Lo sviluppo della capacità di tolleranza alla frustrazione ha assunto una connotazione molto meno spinta. Interventi di recupero di social skills e laboratori creativi per le persone in comorbidità psichiatrica. Colloqui individuali con psicologo, psichiatra, psicoterapeuta. L’utilizzo di farmaci – naturalmente sempre su prescrizione medica - è prassi quotidiana. Lavoro d’équipe di tipo multidisciplinare integrato Prevalenza (o tendenza alla prevalenza) di operatori professionali (educatori, psicologi, pedagogisti, medici, infermieri, psichiatri) rispetto agli operatori non qualificati. Difficoltà a valorizzare i più qualificati a causa di retribuzioni basse. Difficoltà a garantire il posto al personale non qualificato perché nel tempo i criteri del personale sembrano gradualmente alzarsi. Una prima fase è oggi attivata direttamente all’interno della comunità terapeutica, alla quale può seguire l’eventuale inserimento presso piccole strutture intermedie (alloggi protetti) o direttamente presso alloggi autonomi. Molto più raramente, presso la famiglia di origine. Al concetto precedente, sempre auspicabile, si è aggiunto il concetto di miglioramento della qualità della vita, nella più realistica consapevolezza che non tutte le situazioni sono uguali e non è sempre possibile raggiungere e soprattutto mantenere una autonomia completa, senza l’attivazione di una rete sociale e di servizi. Oltre al criterio precedente, anche il numero di dimissioni anticipate o precoci. Alcune realtà sviluppano le prime forme di valutazione attraverso indicatori, profili di funzionamento in ingresso e in dimissione, ecc.
L’ABBRACCIO
Ringraziamo il Maestro Giorgio Oikonomoy per la realizzazione dell’opera “... e poi la Bianca Colomba posò su Genova” e per averci donato le immagini di alcuni suoi quadri per il nuovo calendario.
OPUSCOLI - RIVISTE LOCANDINE- MANIFESTI IMMAGINE COORDINATA VOLANTINI - PIEGHEVOLI BROCHURE - CARTELLINE MODULISTICA - CALENDARI CATALOGHI - LIBRI Via Romairone, 42 E r. - 16163 Genova San Biagio tel. 010.726.95.41 - info@totalprint.it - www.totalprint.it 13
L’ABBRACCIO AIUTARE IL CENTRO
ANCHE QUEST’ANNO L’AZIENDA DEI TRASPORTI GENOVESE CI HA FATTO DONO DI UN BUON NUMERO DI BIGLIETTI PER I VIAGGI DEI NOSTRI OSPITI
GRAZIE AMT!
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L’ABBRACCIO AIUTARE IL CENTRO
Grazie per averci accompagnato tutto l’anno Restate con noi anche nel 2010 IL CENTRO HA BISOGNO DEL VOSTRO AIUTO. BASTANO 1.000 EURO ALL’ANNO PER SOSTENERE LE ATTIVITÀ DI PREVENZIONE E RECUPERO CHE IL CENTRO OFFRE ALLA CITTÀ DA PIÙ DI TRENT’ANNI. I nostri preziosi compagni di viaggio: AGENZIE CAUVIN S.R.L. - ANSALDO ENERGIA S.P.A. AON S.P.A. - FONDAZIONE FRANCESCO ANGELINI BOERO BARTOLOMEO S.P.A. - CAMISASCA ENRICO CATTANEI COLONNELLI S.A.S. COSTA EDUTAINMENT - COSTA ENRICO FILIPPO ERG POWER E GAS S.P.A. - ERG S.P.A. - ERG PETROLI S.P.A. ERG RENEW - ERG RAFFINERIE MEDITERRANEE S.P.A. FINAL FINANZIARIA LIGURE S.P.A. - GASTALDI & C. S. P. A. MADI VENTURA S.P.A. - M.BEATRICE MOSCA 5P S.R.L. EMANUELE REMONDINI RIMORCHIATORI RIUNITI PORTO DI GENOVA S.R.L. SAAR DEPOSITI PORTUALI S.P.A. STUDIO BUFFONI - STUDIO OTTONELLO TOTALPRINT S.R.L. Un particolare ringraziamento va a SAMPDORIA e GENOA e all’iniziativa “Un cuore grande così…” per averci donato gli abbonamenti allo stadio per i nostri ragazzi.
IL CONTRIBUTO È TOTALMENTE DEDUCIBILE. POTETE VERSARLO IN QUESTO MODO: BONIFICO BANCARIO A FAVORE “FONDAZIONE CENTRO DI SOLIDARIETÀ ONLUS” BANCA PROSSIMA SPA IBAN IT85 B033 5901 6001 0000 0007 632 CAUSALE “100 X CENT(R)O” Deducibilità per le imprese: Ai sensi art 13 Dlgs 4/12/97 n° 460 le offerte alle ONLUS sono deducibili dalla dichiarazione dei redditi fino ad un importo di € 2.065,83 annui o il 2% del reddito d’impresa, come documentazione è valida la ricevuta del bonifico bancario. 15
L’ABBRACCIO VITA DEL CENTRO
LE FOGLIE DI TRASTA
RACCONTO “VIAGGIO EXTRA-CORPOREO” Dormo sdraiato sul letto, avvolto dal tepore delle coperte e mi sento al sicuro, protetto come se fossi chiuso in una roccaforte. Improvvisamente, apro gli occhi e vedo tutto scuro, non riesco a capire cosa stia accadendo e allora accendo la luce; continuo a non vedere niente, mi alzo di scatto impaurito come per difendermi da qualcosa che non vedo. Una strana luce spunta dietro di me; mi giro lentamente, mentre la paura mi avvolge e sono sempre più terrorizzato, non riesco più a respirare, mi manca l’aria e soffoco. Ad un tratto, vedo me stesso sdraiato sul letto, le calde coperte mi avvolgono come un bambino in fasce e vedo che sono tranquillo; ho il viso sereno e rilassato, mentre sento che dentro di me, nasce una sorta di agitazione. Mi arrabbio, sono confuso e tutto questo rapisce la mia tranquillità. Non lo sopporto e continuo sempre ha fissare me stesso lì, sdraiato sul letto, cercando di toccare il mio corpo, ma non ci riesco; lo sfioro e sotto i miei polpastrelli, escono delle strane scintille colorate che mi creano un leggero formicolio. Esso mi sale pian piano su per tutte le dita della mia mano, vedo me stesso in piedi, quella che è la mia immagine, si abbassa per sedersi sul letto su cui il mio corpo giace. Mentre io - disteso sul letto - grido per la paura d’essere schiacciato, mi dimeno cercando di farmi sentire,ma non ci riesco e intanto continuo a vedere quella immagine che in tutto e per tutto mi assomiglia, accasciarsi su di me; al contatto dei due corpi si scatena una immensa esplosione: mille sono le scintille colorate che invadono la stanza come fosse una festa di quartiere. 16
I due corpi incominciano ad incastrarsi, sovrapponendosi e diventando un unico essere e l’emozione che provo è incredibilmente piacevole. Quella forza misteriosa, mi schiaccia sempre più verso il basso ed io, rientrando faticosamente nel mio corpo, quasi sono dispiaciuto. Sento che mi allontano da questo mio incubo di terrore o sogno d’inestimabile valore. Non dimenticherò mai l’esperienza non già rara, ma in verità unica! E svegliandomi, rientro nella routine di tutti i giorni; é il suono della sveglia che ha interrotto questo viaggio all’esterno di me stesso e chissà se un giorno riuscirò - in qualche modo - a sapere cosa sarebbe successo, se così di colpo non mi fossi destato. M.
“Le Foglie di Trasta” è il mensile che dà voce alla Comunità di Trasta. L’Abbraccio gli dedica quattro pagine. La scelta è motivata dal desiderio di far conoscere lo sforzo e l’impegno dei ragazzi della comunità. Gli articoli che L’Abbraccio ospita in questo numero sono stati selezionati dalla redazione de “Le Foglie di Trasta”.
L’ABBRACCIO VITA DEL CENTRO
LE FOGLIE DI TRASTA
UNO SPETTACOLO “RIVELAZIONE” L’evento di “Casa aperta” è una giornata, dove le porte della Comunità sono aperte a tutti, parenti e non… e va in scena uno spettacolo realizzato interamente dai ragazzi che sono coordinati da un’operatrice “dedicata”. Voglio fare una premessa: io sono stata quattro mesi qui per cercare di rimettere ordine dentro e fuori di me, ma all’inizio del “lavoro vero e proprio” me ne sono andata via, pensando d’avere a casa un figlio diciottenne ed un marito che avevano bisogno di me. Questo è vero, loro avevano bisogno di me ed io mi sono adoperata in tutti i modi possibili per restituire, ciò che la mia assenza aveva fatto mancar loro; dentro di me, però, pensavo a quel che avevo lasciato in sospeso e continuavo a star male a causa di questo. Sentivo un malessere che in qualche modo mi riportava ai doveri di tutti i giorni, ma lasciava aperta una ferita nel cuore che continuava a farmi vivere isolata nella mia solitudine, seppur sobria. Per non cadere nello stesso inferno da cui ero riemersa con l’aiuto della Comunità che avevo lasciato, stavo ferma e aspettavo, aspettavo fino a quando non sarei esplosa di nuovo perché sapevo che così sarebbe successo. Poi “Casa aperta” e sono tornata per la prima volta
dopo molti mesi in Comunità ed ho rincontrato tutti i ragazzi con cui passavo le mie giornate… erano sereni, soprattutto in pace con loro stessi; complice di ciò magari quella giornata di gioia, diversa da tutti gli altri giorni. Allora mi ha preso la nostalgia d’aver davvero perso qualcosa, d’aver lasciato un’opportunità che mi avrebbe permesso di percorrere un cammino interiore. Ho avuto letteralmente una “Rivelazione”. Dovevo tornare, il teatro aiutava la mia mente e la metteva in contatto col mio cuore, come fosse un tramite indispensabile; ho visto i ragazzi recitare e mi sono scoperta a sorridere avendo la consapevolezza che da lungo tempo non lo facevo. Il luogo, i ragazzi, lo spettacolo mi hanno fatto riacquisire la voglia e la forza di combattere e lottare, con quelle stesse persone con cui avevo cominciato il percorso mesi prima. Eccomi di nuovo qui! Con la certezza di lavorare per me stessa, questa volta con tutte le difficoltà del caso, ma pensando solo a me per essere, un giorno, in grado di dare davvero qualcosa di più a chi mi ama. Insomma è come aver ritrovato le chiavi di quella casa che avevo chiuso, senza però aver dato le mandate per avere così la possibilità di rientrarci e continuare a lavorare dentro “Casa aperta”, la mia. C.
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LE FOGLIE DI TRASTA
LE COLTIVAZIONI DI TRASTA Il mio nome è Marcello e vivo qui nella Comunità di Trasta da circa cinque mesi. Non posso propriamente affermare che io stia facendo il percorso o programma comunitario, come tutti gli altri; piuttosto direi che vivo le mie giornate, lavorando nell’orto che è il mio settore e quindi - almeno in questo - mi sento uguale ai miei compagni, presenti come me in Comunità. Dovete sapere che il mio mestiere - che ho sempre svolto con passione - è fare il giardiniere; lavorare nell’orto invece non è soltanto una cosa assai differente, ma è anche di gran lunga più faticoso: “Non per niente si suol dire che la terra è bassa!”. Poco più di un paio di mesi fa, mi è stato proposto quando ancora lavoravo con l’accoglienza - di entrare nel settore orto e di occuparmene a tempo pieno; ricordo che c’era soltanto un ragazzo che con molta solerzia, portava avanti quest’iniziativa. Mi riferisco a Giuseppe il quale - come me - possiede la stessa passione, nonché la conoscenza di tutto ciò che concerne l’orto e le sue problematiche. Così è che ho cominciato a lavorare con lui avendo di quando in quando - a disposizione qualche ragazzo dell’accoglienza per i lavori più grossolani o di fatica. Con questo mio dire, non voglio certo denigrare nessuno, ma si deve pur capire che un mestiere bisogna acquisirlo pienamente, prima di poter mettere mano sul lavoro vero e proprio, altrimenti sono danni e guai. Comunque sia è nata subito un’amicizia fra me e Giuseppe e dico questo per un sacco di ragioni diverse, una fra queste è ovviamente la passione per questo benedetto orto che ci accomuna e lo definisco “benedetto”, perché il cammino per raggiungere i risultati che abbiamo ottenuto è stato assai duro e faticoso; basti pensare solamente al ripristino delle fasce coltivabili che implica: “ ‘na pulizia mica da ride”. 18
Tra i molti problemi che abbiamo dovuto affrontare, ce ne sono stati alcuni veramente ardui da oltrepassare, ma noi non ci siamo affatto demoralizzati ed è così che siamo riusciti a far fruttare le nostre fasce coltivate, dove abbiamo piantato e poi raccolto un po’ di tutto: dai pomodori alle melanzane e poi ancora zucchini e zucche trombetta, in questo periodo ho messo anche i fagiolini. Tutto sommato fra i ragazzi più giovani, vedo che sta nascendo una certa passione per quest’orto e quindi io spero di riuscire ad insegnare qualche cosa anche a loro; partendo dalle cose più banali o semplici, portandoli - almeno una volta - dalla semina al prodotto vero e proprio. A me fanno bene le soddisfazioni che riesco a trarre da questo lavoro; certo è faticoso, ma come nei grandi amori in qualche modo si soffre, anche questa passione ti assorbe molta energia, senza la quale non si potrebbero ottenere i risultati tangibili che già abbiamo avuto. Spero solo che questa passione per l’orto, fra i ragazzi possa continuare e prosperare sempre di più; questo è l’augurio mio personale che voglio fare a tutte le foglie di Trasta. M.
L’ABBRACCIO VITA DEL CENTRO
LE FOGLIE DI TRASTA
INTERVISTA A GRETA U. ASPIRANTE DIRIGENTE DI COMUNITÀ Chi è Greta? “Greta è una donna, una mamma ed una compagna.” Com’è stato l’impatto col mondo esterno, dopo aver fatto il percorso riabilitativo? “Sotto il punto di vista delle difficoltà è stato molto arduo, affrontare la realtà esterna come una persona che comincia una nuova vita. D’altro canto, però sono contenta d’essermi distaccata dalla Comunità in un momento che - io stessa - ho ritenuto essere quello giusto”. Che cosa ti ha spinto a scegliere come indirizzo scolastico - dopo il percorso riabilitativo - la qualifica di dirigente di Comunità? “Perché è un indirizzo che mi permette di lavorare nel sociale ed al tempo stesso, mi consente di iscrivermi all’università. Ti dirò che comunque all’inizio avevo l’intenzione di diventare un’infermiera”. Quali sono le difficoltà che riscontri, affrontando la scuola che hai intrapreso? “Riuscire ad organizzare la mia vita in modo tale da farla coincidere con gli impegni scolastici che periodicamente devo sostenere”.
Quali sono le possibilità oggettive che tu pensi di trovare in quest’ambito lavorativo? “Non ho un’idea chiara in merito a questo. Posso solo esprimere la mia speranza di poter lavorare a “Casa bella” dove ho già avuto la possibilità di confrontarmi con questa realtà”. Non pensi che intraprendere questo tipo lavoro, sia comunque un modo per mettere la tua esperienza al servizio del tuo prossimo? “Senza alcun’ombra di dubbio”. Quali sono le ragioni per cui non hai scelto altri indirizzi scolastici e/o mestieri differenti, al di fuori del problema della tossico-dipendenza? “Ho fatto questa scelta, basandomi sulla conoscenza delle mie attitudini caratteriali; di conseguenza ho cercato di conciliare le materie umanistiche - per le quali sento d’essere portata - con la possibilità di iscrivermi all’università. Per quanto riguarda il mio futuro lavorativo, i miei desideri non coincidono ancora con un lavoro concreto. Al fine, desidero ringraziare tutte le persone che mi hanno aiutato e che tuttora continuano ad aiutarmi”. R.
Il tuo percorso riabilitativo, ti aiuta in qualche modo ad affrontare il corso scolastico? “Assolutamente si! Il mio percorso riabilitativo, mi consente tuttora di affrontare le responsabilità di cui mi faccio carico, riuscendo a portarle a termine con esito positivo”. Ritieni che il corso scolastico che stai affrontando, sia - in qualche modo - un’estensione del percorso riabilitativo che hai terminato qui in Comunità? “Si. Perché ancora adesso frequento - con una certa costanza - sia il Centro di Solidarietà sia la Comunità stessa dove faccio le notti come volontaria, i quali sono diventati parte integrante della mia vita”.
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