“Quando tornai in me, ero seduto sotto una quercia, sull’erba, con un vasto e bel paesaggio di campagna tutto per me… o quasi. Non del tutto; poiché c’era un tipo a cavallo che mi guardava… un tipo uscito di fresco da un libro illustrato. Era vestito da capo a piedi di un’armatura dei tempi antichi e aveva in capo un elmo a forma di barattolo, con delle fessure tutto in giro; e aveva uno scudo, una spada e una lancia fenomenale; e anche il cavallo aveva un’armatura e un corno d’acciaio che gli sporgeva dalla fronte e una spettacolosa gualdrappa di seta rossa e verde che gli pendeva tutto in giro come una trapunta da letto, fin quasi a terra. «Bel sere, vuoi tu giostrare?» disse quel tipo. «Voglio che?» «Vuoi tu scontrarti a singolar tenzone per la tua terra, o per la tua donna, o per…» «Cosa mi vai cantando?» dissi io. «Tira via, torna al tuo circo, se no chiamo una guardia». E allora, cosa fa quel tale? Indietreggia di un paio di centinaia di metri e poi mi si scaraventa addosso a gran carriera, con il suo barattolo chino fin quasi sul collo del cavallo e la sua lunga lancia puntata dritto in avanti. Vidi che faceva sul serio, e così mi feci trovare sull’albero, quando arrivò.”
UAO Universale d’Avventure e d’Osservazioni
Mark Twain Uno yankee alla corte di Re Artù disegni di AntonGionata Ferrari traduzione di Oriana Previtali L’editore ha cercato in ogni modo i titolari del diritto d’autore della traduzione di Oriana Previtali, senza riuscire a rintracciarli. Si dichiara comunque a piena disposizione per l’assolvimento di quanto occorra nei loro confronti.
ISBN 978-88-3624-127-9 Prima edizione luglio 2011 Nuova edizione aprile 2021 ristampa 7 6 5 4 3 2 1 0 anno 2025 2024 2023 2022 2021 © 2011 Carlo Gallucci editore srl - Roma Titolo originale dell’opera: A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court pubblicata per la prima volta nel 1889 galluccieditore.com
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Mark Twain
Uno yankee alla corte di Re Artù
disegni di AntonGionata Ferrari traduzione di Oriana Previtali
Prefazione dell’autore
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e barbare leggi e usanze cui si accenna in questo racconto sono storiche: e sono storici anche gli episodi che servono a illustrarle. Non si vuole affermare che tali leggi e usanze esistessero nell’Inghilterra del VI secolo; no, si afferma soltanto che, poiché esistevano nella civiltà inglese (e in altre civiltà) di epoche molto più recenti, si può tranquillamente non considerare calunnia al VI secolo la supposizione che siano state in vigore anche a quei tempi. Si è quindi perfettamente autorizzati a dedurne che, se alcuna di quelle leggi e usanze mancava a quell’epoca remota, il suo posto doveva essere occupato con competenza da una peggiore. La questione dell’esistenza di quella cosa che si chiama il diritto divino dei re non è stata risolta in questo libro. È stata trovata troppo difficile. Che il capo esecutivo di una nazione debba essere una persona di qualità superiori e di abilità straordinaria, ci sembrava cosa palese e indiscutibile; che nessuno, all’infuori della Divinità, possa scegliere infallibilmente un tal capo, ci è sembrata ugualmente cosa palese e indiscutibile; che sia, quindi, compito della Divinità fare tale scelta, ci sembrava parimenti palese e indiscutibile; di conseguenza, che Dio la faccia, come si afferma, era l’inevitabile dedu-
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zione. Inevitabile, intendo, fino a che l’autore di questo libro non s’imbatté nella Pompadour e in lady Castlemaine e in alcuni altri capi esecutivi di questo genere; i quali risultarono così difficili da inserire nello schema, che abbiamo giudicato cosa migliore seguire un altro corso, in questo libro (che deve uscire questo autunno); e poi cominciare ad allenarci per risolvere la questione in un altro libro. Si capisce che è una faccenda che va risolta; del resto, non avrò da fare niente di speciale, l’inverno prossimo. Mark Twain Hartford, 21 luglio 1889
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Una parola di spiegazione
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u nel castello di Warwick che incontrai il bizzarro sconosciuto di cui mi accingo a parlare. Mi attrasse per tre ragioni: la sua candida semplicità, la sua mirabile conoscenza delle armi antiche, e la sua riposante compagnia… poiché parlava sempre lui. Attaccammo discorso, come fa la gente modesta, in coda al gregge che visitava il luogo, ed egli cominciò subito a parlare di cose che mi interessavano. Mentre parlava, con voce piana, grata, scorrevole, pareva scivolare impercettibilmente fuori da questo mondo e da questi tempi, per addentrarsi in chissà quale era remota e chissà quale antico paese dimenticato; e così, piano piano, mi intessé intorno una atmosfera incantata, per cui mi pareva di muovermi fra gli spettri e le ombre, fra la polvere e la muffa di una grigia antichità, a colloquio con una reliquia dell’epoca! Proprio come io parlerei dei miei amici più intimi, o dei miei nemici personali, o dei miei vicini più prossimi, egli parlava di ser Bedivere, di ser Bors de Ganis, di ser Lancillotto del Lago, di ser Galahad e di tutti gli altri grandi nomi della Tavola Rotonda… E come appariva vecchio, vecchio, indicibilmente vecchio e avvizzito e rinsecchito e muffito e sempre più antico, via via che proseguiva! A un certo punto, si voltò
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Uno yankee alla corte di Re Artù
verso di me e disse, proprio come chi parli del tempo o di qualsiasi altra cosa normale: «Lei avrà sentito parlare della trasmigrazione delle anime… Sa niente della trasposizione delle epoche e dei corpi?» Dissi che non ne avevo mai udito parlare. Le mie parole lo interessarono così poco (proprio come quando la gente parla del tempo), che non si accorse neppure se gli avevo dato risposta o no. Ci fu un breve momento di silenzio, immediatamente interrotto dalla voce monotona del cicerone salariato: «Antica cotta di maglia, data VI secolo, tempo di Re Artù e della Tavola Rotonda; dicesi abbia appartenuto al cavaliere ser Sagramor il Desioso; osservino il foro rotondo nella maglia d’acciaio, sul lato sinistro del petto; non si spiega: si suppone sia stato fatto con un proiettile dopo l’invenzione delle armi da fuoco, forse per spregio, dalla soldataglia di Cromwell». Il mio conoscente sorrise (non di un sorriso moderno, ma di un sorriso che doveva essere fuori uso già da tanti e tanti anni) e bofonchiò, apparentemente fra sé. «Non sai tu ch’io il vidi fare». Quindi, dopo una pausa, soggiunse: «Io stesso il feci». Prima che mi fossi rimesso dalla sorpresa fulminante di quella osservazione, egli si era allontanato. Tutta la sera rimasi seduto presso il camino della locanda “Allo stemma” di Warwick, sprofondato in un sogno dei tempi antichi, mentre la pioggia batteva alla finestra e il vento ululava agli angoli della casa e intorno alle grondaie. Di quando in quando mi immergevo nell’incantevole libro di ser Thomas Malory e mi nutrivo al
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Una parola di spiegazione
ricco banchetto di prodigi e di avventure, aspiravo la fragranza di quei nomi antiquati e ricominciavo a sognare. Giunta alfine la mezzanotte, lessi un altro racconto, a mo’ di tisana… quello che segue, verbigrazia:
COME SER LANCILLOTTO UCCISE DUE GIGANTI E IN COTAL GUISA LIBEROE UN CASTELLO E tosto incontraronlo dua grandi giganti, bene armati tutti, tranne il capo, e aveano dua orribili mazze in lor mano. Ser Lancillotto, messosi innante lo scudo e schivato il colpo di uno di que’ giganti, con la sua spada fendette a quello il capo in dua. Quando ciò vide il suo compagno, via fuggissene come dissennato per timore di quelli orribili colpi, e ser Lancillotto dietrogli con tutta sua possa e menogli un colpo in sull’omero e quello fesse infino a mezzo il corpo. Poscia andossene ser Lancillotto nella sala e quivi incontraronlo gran numero di dame e damigelle e tutte innante a lui inginocchiorsi e grazie rendettero a Dio e a esso lui per cotal liberazione. «Imperocché, sire» dissongli «la più gran parte di noi è qui prigione da sette anni e abbiam noi per sostentarci lavorato ogni sorta di serici panni e tutte noi siamo damigelle d’alto lignaggio e benedetta fia l’ora, cavaliere, che tu fosti generato; imperocché tu oggi hai compiuto gesta la più onorata che mai cavaliere al mondo facesse, e di questo noi serberemo rimembranza e tutte ti preghiamo che tu dica il tuo nome acciocché noi dir possiamo a’ nostri amici chi fu colui che ci trasse fuor di prigione». «Belle damigelle» ei disse «io mi appello ser Lancillotto del Lago». E così dipartissi da coloro e raccomandolle al Signore. E poscia montato in ar-
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cione, partissi per istrane e selvagge contrade e per acque e per valli e male era alloggiato. E infine per sua buona sorte gli avvenne una notte di giugnere a una bella magione e quivi una dama trovoe di grave etade la quale con molta caritade ospitollo e quivi trovoe buona mensa per sé e per il suo cavallo. E come fu venuta l’ora, guidollo la dama a una bella camera che erasi sopra alle porte, al suo riposo. Quivi depose ser Lancillotto la spada e posevi presso l’armatura e posesi in letto e incontanente addormentossi. E tosto giugnea un uomo a cavallo, e batteva a quella porta in grande furia. E come udillo, ser Lancillotto levossi e guardoe fuori della finestra e al lume della luna vide tre cavalieri in arme cavalcando venire dietro quell’uomo che solo era e tutti tre menargli con le spade, e detto cavaliere che solo era valorosamente voltarsi e difendersi. «Or dunque» disse ser Lancillotto «cotal cavaliere degg’io soccorrere, imperò che grave onta per me saria vedere tre cavalieri incontra a un solo, e se colui soccombe avrei io biasmo della sua morte». E immantinente prese l’arme e uscitosene per la finestra con un lenzuolo giù discese ove stavansi li quattro cavalieri e disse ser Lancillotto a gran voce: «Olà, a me vi volgete, cavalieri, e abbandonate la vostra tenzone con codesto cavaliere». Ed ecco tutti e tre lasciaron ser Kay e volsersi a ser Lancillotto e cominciorno grande tenzone, imperò che tutti smontarono e vibrarono gran colpi a ser Lancillotto e da tutte le bande lo assalirono. Ora ser Kay apprestavasi a soccorrer ser Lancillotto. «No, messere» diss’egli «non vogl’io da voi soccorso veruno, e dunque se volete voi soccorso da me, lasciate ch’io mi batta solo con costoro». Ser Kay, per compiacere il cavaliere, soffrì ch’ei facesse il piacer suo e così trassesi in disparte. E tosto con sei colpi ser Lancillotto tutti li atterroe. E tutti e tre gridorno: «Messer cavaliere, a voi ci rendiamo siccome a uomo di mirabil potere». «Ma»,
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Una parola di spiegazione
disse ser Lancillotto, «non a me render vi dovete, anzi vi renderete a ser Kay senescalco, e a tal patto salva avrete la vita e non ad altro patto». «Bel cavalier» quei dissero «di far ciò non siam noi contenti, imperò che ser Kay abbiam noi inseguito fin qui e per certo sopraffatto l’avremmo sanza di voi; or dunque a lui renderci non saria buona ragione». «Orsù dunque», disse ser Lancillotto, «siate ben consigliati imperò che sceglier potete fra morte e vita; con ciò sia cosa che, se voi vi rendete, render vi dovete a ser Kay». «Bel sere» dissero coloro «acciò che abbiam salva la vita, così faremo siccome voi comandate». «Dunque ne andrete» disse ser Lancillotto «alla prossima festa di Pentecoste, alla corte di Re Artù, e ivi vi renderete alla regina Ginevra e daretevi in di lei grazia e mercé e direte che ser Kay a lei mandavi siccome di lei prigioni». Di buon mattino levossi ser Lancillotto e lascioe ser Kay pur anco dormiente; e ser Lancillotto prese l’armatura di ser Kay e il suo scudo e armossi, e poscia nella stalla andoe e presegli il cavallo e dalla dama accomiatossi e dipartissi. E incontanente levossi ser Kay e non vide ser Lancillotto e poscia vide che preso aveagli l’arme e il cavallo. «Affè mia, ora ben so ch’ei farà penare taluni alla corte di Re Artù, imperò che seco lui arditi saranno i cavalieri e crederanno ch’ei sia io e da ciò ingannati si rimarranno; et io, con la sua armatura e il suo scudo, sicuramente cavalcherommi in pace». E incontanente dipartissi ser Kay e rese grazie alla dama che ospitato l’avea. Mentre posavo il libro, udii bussare alla porta e poi vidi entrare il mio sconosciuto. Gli detti una pipa e una seggiola e gli feci buona accoglienza. Gli offersi il conforto di un whisky caldo; gliene detti un altro; poi un altro ancora… sperando sempre che mi narrasse la
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sua storia. Dopo un quarto argomento persuasivo, si lasciò scivolare da solo nel racconto, in modo del tutto naturale:
STORIA DELLO SCONOSCIUTO Sono americano. Sono nato e cresciuto a Hartford, nello Stato del Connecticut… Beh, proprio al di là del fiume, in campagna. Perciò sono uno yankee fra gli yankees… e sono una persona pratica; sì, e pressoché privo di sentimento, immagino… o, in altre parole, di poesia. Mio padre era fabbro, mio zio era veterinario e io ero tanto l’uno che l’altro, in principio. Poi passai alla grande fabbrica d’armi e imparai il mio vero mestiere; imparai tutto quello che c’era da imparare; imparai a fare tutto: fucili, revolver, cannoni, caldaie, motori, ogni tipo di macchinario per risparmiare fatica. Potevo fare tutto quello che si voleva, qualunque cosa al mondo: per me era indifferente; e se non esisteva una nuova maniera di fare una cosa alla svelta, ero capace d’inventarla… e con la stessa disinvoltura con cui si farebbe ruzzolare un pezzo di legno. Diventai capo sorvegliante e avevo un paio di migliaia di uomini alle mie dipendenze.
Una parola di spiegazione
Beh, a un uomo così non mancano le occasioni di menare le mani… non c’è bisogno di dirlo. Con un paio di migliaia di uomini rudi alle proprie dipendenze, se ne ha parecchio di questo genere di divertimento. Io, per lo meno, ne avevo. Ma alla fine trovai pane per i miei denti e ne toccai la mia parte. Fu nel corso di un malinteso discusso a suon di leve di ferro con un tale che noi chiamavamo Ercole. Mi stese con una mazzata sulla testa che mi fece scricchiolare ogni cosa, e mi parve che ogni giuntura del cranio mi si scardinasse e si sovrapponesse a quella vicina. Poi il mondo scomparve nell’oscurità e io non sentii e non seppi più nulla… almeno per un po’ di tempo. Quando tornai in me, ero seduto sotto una quercia, sull’erba, con un vasto e bel paesaggio di campagna tutto per me… o quasi. Non del tutto; poiché c’era un tipo a cavallo che mi guardava… un tipo uscito di fresco da un libro illustrato. Era vestito da capo a piedi di un’armatura dei tempi antichi e aveva in capo un elmo a forma di barattolo, con delle fessure tutto in giro; e aveva uno scudo, una spada e una lancia fenomenale; e anche il cavallo aveva un’armatura e un corno d’acciaio che gli sporgeva dalla fronte e una spettacolosa gualdrappa di seta rossa e verde che gli pendeva tutto in giro come una trapunta da letto, fin quasi a terra. «Bel sere, vuoi tu giostrare?» disse quel tipo. «Voglio che?» «Vuoi tu scontrarti a singolar tenzone per la tua terra, o per la tua donna, o per…» «Cosa mi vai cantando?» dissi io. «Tira via, torna al tuo circo, se no chiamo una guardia». E allora, cosa fa quel tale? Indietreggia di un paio di centinaia di metri e poi mi si scaraventa addosso a gran carriera, con il suo ba-
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rattolo chino fin quasi sul collo del cavallo e la sua lunga lancia puntata dritto in avanti. Vidi che faceva sul serio, e così mi feci trovare sull’albero, quando arrivò. Egli affermò che io ero sua proprietà, prigione della sua lancia. C’erano argomenti in suo favore (oltre a un complesso di vantaggi) e così giudicai che fosse meglio assecondarlo. Fissammo un accordo, in forza del quale io sarei andato con lui e lui non mi avrebbe fatto alcun male. Scesi e ci avviammo, io a piedi a fianco del cavallo. Marciammo tranquillamente, traversando radure e ruscelli che non ricordavo di aver mai veduti (il che mi rese perplesso e mi meravigliò) e ancora non si arrivava al circo, né a tracce di circo. Così rinunciai all’idea del circo, e conclusi che colui veniva da un manicomio. Ma non arrivavamo neppure a un manicomio… e perciò io ero in alto mare, per così dire. Gli domandai a che distanza eravamo da Hartford. Rispose che non aveva mai sentito nominare un luogo simile, il che mi parve una bugia, ma lasciai correre. In capo a un’ora, vedemmo in distanza una città addormentata in una valle, presso un fiume dal corso tortuoso; e al di là, su di un colle, una vasta fortezza grigia, con torri e torricelle, la prima che vedevo fuori di una illustrazione. «Bridgeport?» domandai indicandola. «Camelot» rispose quello. Il mio sconosciuto cominciava a dar segni di sonnolenza. Si sorprese a ciondolare del capo e sorrise di quel suo sorriso commovente e antiquato; poi disse: «Vedo che non posso continuare; ma venga con me; ce l’ho tutto scritto, e lei lo può leggere, se vuole».
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Una parola di spiegazione
In camera sua, disse: «In principio tenevo un diario; poi, un po’ alla volta, dopo anni presi il diario e ne feci un libro. Quanto tempo fa!» Mi porse il manoscritto e m’indicò il punto in cui avrei dovuto incominciare: «Cominci qui… le ho già raccontato quello che è successo prima». Ormai era già immerso nel suo sopore. Mentre uscivo, alla porta della camera, lo udii mormorare in tono sonnolento: «A voi la buona notte, mio bel messere». Sedetti presso il fuoco ed esaminai il mio tesoro. La prima parte (la maggior parte) era di pergamena, ingiallita dall’età. Osservai con attenzione un foglio, e vidi che era un palinsesto. Sotto la vecchia e sbiadita scrittura dello storico yankee apparivano tracce di una calligrafia ancora più antica e sbiadita… Parole e frasi latine, frammenti di vecchie leggende, fratesche, evidentemente. Voltai le pagine fino al punto indicatomi dallo sconosciuto e cominciai a leggere… quello che segue:
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STORIA DELLA TERRA PERDUTA
1 Camelot
«C
amelot… Camelot…» dicevo fra me. «Non mi pare di averlo mai sentito nominare prima d’ora. Probabilmente sarà il nome del manicomio». Era un paesaggio estivo, dolce e riposante, bello come un sogno, solitario come una domenica. L’aria era piena del profumo dei fiori e del ronzio degli insetti e del cinguettio degli uccelli; e non c’erano persone, né vetture, non c’era segno di vita, non succedeva niente. La strada era più che altro un sentiero tortuoso con tracce di zoccoli di cavalli e, in qualche punto, una lieve traccia di ruote ai due lati, nell’erba… ruote che, secondo ogni apparenza, dovevano avere dei cerchioni larghi come una mano. Di lì a poco si fece avanti una bella ragazzina di dieci anni circa, con una cascata di capelli d’oro sciolta sulle spalle. Intorno al capo aveva una ghirlanda di papaveri rosso fiamma. Era il capo di vestiario più grazioso che avessi mai visto, se vestiario si poteva chiamare. Ella camminava con indolenza, con l’animo in pace, e quella pace si rifletteva sul suo volto innocente. L’uomo del circo non fece caso a lei; si sarebbe detto che non l’avesse nemmeno vista. E lei… lei non fu affatto sorpresa della sua fantastica acconciatura; come se fosse
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stata avvezza a quella razza di gente da quando era al mondo. Ci passò accanto con la stessa indifferenza con cui sarebbe passata accanto a un paio di buoi; ma quando le avvenne di scorgermi, allora sì che le cose cambiarono! Alzò le mani e rimase impietrita; con la bocca aperta, con gli occhi spalancati e timorosi; sembrava il ritratto della curiosità stupefatta e con un tocco di paura. Restò a guardarci, con una specie di stupore incantato, finché non svoltammo l’angolo del bosco e sparimmo al suo sguardo. Che fosse rimasta trasecolata nel veder me, invece dell’altro, era un po’ grossa per me; non riuscivo a capacitarmene. E che avesse avuto l’aria di considerarmi uno spettacolo insolito, trascurando completamente i propri meriti in questo campo, era un’altra cosa curiosa; e, inoltre, una prova di magnanimità sorprendente in una persona tanto giovane. La cosa dava da pensare. Proseguii il cammino come un sonnambulo. Via via che ci si avvicinava alla città si cominciavano a vedere segni di vita. Ogni tanto passavamo vicino a una misera capanna col tetto di paglia e con intorno campicelli e appezzamenti d’orto mediocremente coltivati. C’era anche gente: uomini abbronzati con i capelli lunghi, incolti, spettinati che ricadevano loro sul viso e li facevano somigliare ad animali. Uomini e donne indossavano, per lo più, una veste di tela di canapa grossolana che scendeva fin sotto il ginocchio e un rozzo tipo di sandali; e molti portavano un collare di
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Camelot
ferro. I bambini e le bambine erano tutti nudi; ma nessuno pareva accorgersene. Tutta questa gente mi guardava con tanto d’occhi, parlava di me, correva dentro le capanne e ne conduceva fuori i membri della famiglia perché mi guardassero a bocca aperta; ma nessuno faceva mai caso a quell’altro tipo, se non per fargli umili riverenze senza ricevere alcuna risposta per il disturbo. In città c’era qualche solida casa di pietra, senza finestre, sparsa fra una desolazione di capanne dai tetti di paglia; le vie erano stradine contorte e non pavimentate; orde di cani e di ragazzini nudi giocavano al sole facendo rumore e portando animazione; i porci vagavano e grufolavano in giro soddisfatti e una scrofa, sdraiata in un fetido rigagnolo nel mezzo della via principale, allattava i suoi piccoli. Di lì a poco, si udì in distanza una fanfara militare che si avvicinò sempre più; e ben presto davanti ai nostri occhi sfilò una nobile cavalcata, sfolgorante di elmi piumati e di splendenti armature e di bandiere sventolanti e di ricchi farsetti e di gualdrappe e di punte dorate di lance; e, fra il sudiciume e i porci e i marmocchi nudi e i cani gioiosi e le misere capanne, caracollò festosamente e noi seguimmo nella scia. La seguimmo per un viottolo tortuoso e poi un altro (in salita, sempre in salita) e finalmente giungemmo sul sommo ventoso del
Uno yankee alla corte di Re Artù
colle su cui si ergeva l’enorme castello. Ci fu uno scambio di squilli di corno; poi, un parlamentare dall’alto delle mura dove uomini armati, in corazza e morione, marciavano avanti e indietro con l’alabarda in spalla, sotto sventolanti stendardi sui quali era rozzamente raffigurato un drago; poi le grandi porte si spalancarono, il ponte levatoio fu abbassato e l’avanguardia della cavalcata entrò caracollando sotto le tetre arcate; e noi, seguendola, ci trovammo tosto in un gran cortile selciato, con torri e torricelle che si levavano contro l’aria azzurra da tutti e quattro i lati; e tutto intorno c’era uno smontar da cavallo, con gran saluti e cerimonie, e un correre su e giù e un gaio spiegamento di colori che si muovevano e si mescolavano, e un movimento, un rumore, una confusione piacevolissimi.
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Stampato per conto di Carlo Gallucci editore srl presso Rotolito spa (Pioltello, MI) nel mese di marzo 2021
Mark Twain (pseudonimo di Samuel Langhorne Clemens) nacque a Florida (Missouri) nel 1835 e morì nel 1910 a Redding (Connecticut). Costretto ancora ragazzo a guadagnarsi da vivere, fu dapprima tipografo e poi pilota di battello sul Mississippi. Perciò, quando cominciò a scrivere, adottò come nome d’arte le parole “mark twain”, che i piloti fluviali usavano per indicare la profondità dell’acqua. Umorista straordinario e appassionato difensore dei diritti civili, scrittore privo di riverenza verso le tradizioni della vecchia Europa e in quanto tale fondatore della letteratura autenticamente americana, Twain pubblicò Uno yankee alla corte di Re Artù subito dopo Le avventure di Huckleberry Finn, il suo libro più noto insieme a Le avventure di Tom Sawyer. Lo spirito e l’arguzia dell’autore sono qui sottolineati dai disegni che AntonGionata Ferrari (Brescia, 1960) ha realizzato appositamente per questa nuova edizione.
E se una mattina ti capitasse di risvegliarti a Camelot, addirittura nel castello del leggendario Re Artù? È quanto succede incredibilmente al protagonista di questa storia: catapultato dal XIX secolo nell’Inghilterra dei Cavalieri della Tavola Rotonda, tra maghi e damigelle, superstizioni e miseria, farà vedere di cosa è capace un vero americano, affrontando le avventure più assurde e irresistibili con lo spirito pratico e positivo di un cittadino moderno del Nuovo Mondo. Con questo romanzo Mark Twain ha scritto una delle più feroci e divertenti requisitorie contro l’arretratezza di quell’Europa che chiamava spregiativamente yankee i cugini d’Oltreoceano.
Mi accorgevo di essere proprio un nuovo Robinson Crusoe gettato su di un’isola deserta, senza compagnia, all’infuori di qualche animale più o meno domestico; e, se volevo rendere sopportabile la vita, dovevo fare precisamente come aveva fatto lui: inventare, escogitare, creare, riorganizzare le cose; mettere mani e cervello all’opera e tenerli occupati. Beh, in fondo, quello era il mio genere.
Consigliato dai ai anni
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