paolo mieli
UN SAGGIO, DA UN MAESTRO DEL GIORNALISMO ITALIANO, PER CONOSCERE LA STORIA DEL COMUNISMO ATTRAVERSO I FATTI E LE VITE DEI SUOI PROTAGONISTI, CON ILLUSTRAZIONI INEDITE E ORIGINALI.
del PAOLO MIELI , giornalista e storico, negli anni Settanta allievo di Renzo De Felice e Rosario Romeo, è stato all’ Espresso, poi alla Repubblica e alla Stampa , che ha diretto dal 1990 al 1992. Dal 1992 al 1997 e dal 2004 al 2009 è stato direttore del Corriere della Sera . Dal 2009 al 2016 è stato presidente di RCS Libri. Nel 2017, con grande successo di pubblico, ha presentato in vari teatri italiani il suo spettacolo Era d’ottobre, un omaggio alla Rivoluzione russa, da cui è nata l’idea di questo libro.
LA STORIA DEL COMUNISMO IN 50 RITRATTI PAOLO MIELI Illustrazioni di IVAN CANU
in
ritratti
© 2018 Centauria srl – Milano Publisher Balthazar Pagani Graphic design Studio Dispari – Milano Proprietà artistica letteraria riservata per tutti i Paesi. Ogni riproduzione, anche parziale, è vietata. Prima edizione aprile 2018 Isbn 9788869212710
paolo mieli
Il mio grazie va a Giorgio Ferrara la cui proposta di portare “Era d’ottobre” al festival dei due mondi di Spoleto è all’origine di questo libro e a Francesco Cundari i cui suggerimenti e aiuti mi sono stati preziosi.
SOMMARIO
ER A D’OTTOBRE Gli ultimi anni di Lenin Il terrore rosso Il poligono di Butovo La cortina di ferro I segreti della Guerra fredda Dopo la caduta
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50 RITR ATTI Giorgio Amendola Louis Aragon Enrico Berlinguer Amadeo Bordiga Bertolt Brecht Leonid Breznev Italo Calvino Santiago Carrillo Fidel Castro Nicolae Ceausescu Álvaro Cunhal Angela Davis Georgi Dimitrov Giuseppe Di Vittorio Alexander Dubcek Sergej Eisenstein Yuri Gagarin Michail Gorbaciov Antonio Gramsci Ernesto Che Guevara Renato Guttuso Ho Chi Minh
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Dolores Ibárruri Pietro Ingrao Víctor Jara Wojciech Jaruzelski Nikita Krusciov Lenin Gyorgy Lukacs Patrice Lumumba Rosa Luxemburg Vladimir Majakovskij Imre Nagy Pablo Neruda Pier Paolo Pasolini Kim Philby Pablo Picasso Pol Pot Dmitri Shostakovich Aleksandr Solgenitsin Stalin Kim II Sung Maurice Thorez Tito Palmiro Togliatti Mao Tse-tung Trotzkij Luchino Visconti Deng Xiaoping Andrej Zdanov
99 101 103 105 107 109 111 113 115 117 119 121 123 125 127 129 131 133 135 137 139 141 143 145 147 149 151 153
INDICE DEI NOMI
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INTRODUZIONE
ERA D’OTTOBRE
In occasione dei cento anni dalla Rivoluzione d’ottobre (1917-2017), ho messo in scena uno spettacolo che ha debuttato al Festival dei Due Mondi di Spoleto dal titolo “Era d’ottobre”. La scena si apriva con le immagini delle esequie del segretario del Pci nell’agosto 1964 e, successivamente, con il quadro I funerali di Togliatti di Renato Guttuso. È da quel dipinto, realizzato all’incirca quando di anni dalla presa del Palazzo d’Inverno ne erano passati cinquanta, che, per raccontare il secolo trascorso dalla Rivoluzione russa, ho preso spunto nel tentativo di spiegare – quantomeno per ipotesi – perché alcuni dei grandi protagonisti della storia del comunismo mondiale (Lenin, Stalin, Togliatti, Dolores Ibarruri, Ho chi Minh) venivano rappresentati, mentre altri (Trotzkij, Krusciov, Mao, Fidel Castro, Che Guevara, Solgenitsin, Dubcek) non lo erano. A ognuno di questi personaggi ho dedicato un ritratto nel corso di un racconto che incrociava gli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione, la guerra civile spagnola, i gulag, il secondo conflitto mondiale, la destalinizzazione, il dissenso sovietico, le lotte di liberazione, la Rivoluzione cinese, quella cubana, la rivolta d’Ungheria, la Primavera di Praga, la guerra di Corea e quella del Vietnam. Per concludere il tutto con la breve stagione di Gorbaciov conclusasi con il crollo del muro di Berlino (1989).
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Ma partiamo dal quadro. Dopo la morte del leader comunista a Yalta, Renato Guttuso si mette al lavoro e dipinge, sia pure in modo discontinuo, a Velate (Varese). Il suo impegno si protrae in un arco di tempo che va dalla fine degli anni Sessanta al 1972. All’origine, avrebbe dovuto essere un quadrato di due metri per due, ma alla fine è diventato un rettangolo di quattro metri e quaranta per tre e trenta. Nel dipinto compaiono centoquarantaquattro facce, tutte in bianco e nero. A essere ritratte non sono – se non in minima parte – le personalità realmente presenti a Roma nel giorno delle esequie del leader comunista (25 agosto 1964): alcune, come Antonio Gramsci, erano morte da tempo, altre, come Angela Davis, non solo non parteciparono a quella grande manifestazione di lutto, ma in quel momento non erano neanche ancora conosciute. Rosse sono nel quadro le bandiere (sedici in primo piano e cinque di sfondo) e rossi i fiori (ripresi da un catalogo del fioraio romano Sgaravatti). Il dipinto viene esposto a Mosca all’Accademia delle belle arti il 18 ottobre 1972. Nell’occasione, dalle autorità brezneviane viene conferito all’artista il premio Lenin (venticinquemila rubli) che Guttuso gira al Vietnam del Nord per la ricostruzione del Paese reduce (vittorioso) dalla lunga guerra contro il Vietnam del Sud (e gli Stati Uniti). Il dissidente sovietico Victor Zaslavsky – in merito all’esposizione del quadro in una mostra all’Hermitage di Leningrado – ricorda la sorpresa di alcuni astanti: “Si deve capire che per moltissime persone quei simboli, quelle facce significano oppressione, terrore, ricordi di morte, di amici scomparsi, parenti uccisi, la cancellazione totale di ogni giustizia e legalità”. Lev Razgon (che aveva trascorso diciassette anni da internato in un gulag, dal 1938 al 1955) chiede a Guttuso perché Stalin compaia nel quadro e Krusciov no. Guttuso non risponde. In realtà il quadro ha – per la sua parte politica – la valenza di un omaggio a Enrico Berlinguer, eletto proprio quell’anno (1972) a segretario del Partito comunista italiano. Partito del quale, peraltro, lo stesso Berlinguer – come vicesegretario – era alla guida già dal 1969, allorché il successore di Togliatti, Luigi Longo, era stato colpito da un malore. Il quadro si propone di offrire a Berlinguer una rappresentazione del campo ideale a cui dovrà fare riferimento: quali le personalità a cui dovrà ispirarsi e
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conseguentemente quelle di cui potrà non tenere conto. È significativo, a tale proposito, che nel dipinto compaiano i volti di Stalin – erano trascorsi oltre dieci anni dal ventesimo congresso del Pcus (1956) in cui Krusciov ne aveva denunciato i crimini – ma non quello di Trotzkij, evidentemente ancora considerato alla stregua di uno scomunicato. Compare poi quello di Breznev ma non quello di Krusciov. Ed è altrettanto significativo che non figurino i volti di Pasternak e Solgenitsin, scrittori insigniti del premio Nobel (nel 1958 e nel 1970) che avevano denunciato contraddizioni e orrori dei primi cinquant’anni di storia del comunismo realizzato in terra. E neanche quelli di Imre Nagy, leader della Rivoluzione ungherese del 1956, e di Alexander Dubcek, l’uomo della Primavera di Praga (1968), esperienze represse entrambe dai carri armati sovietici. Così come dice qualcosa la circostanza che, tra quei centoquarantaquattro volti, non sia stato trovato spazio per personalità come Mao, Fidel Castro o Ernesto Che Guevara, protagonisti di esperienze della storia del comunismo che, in parte o del tutto, si discostarono da quel filone fondamentale che ebbe come faro Mosca e il Cremlino. Va a questo punto precisato come lo spettacolo (e così anche questo libro) sia dedicato esclusivamente al “comunismo in terra”, detto anche “socialismo realizzato”, e non ai teorizzatori che precedettero la Rivoluzione d’ottobre (neanche Karl Marx) né ai molti che ebbero ideali o sentimenti comunisti di qualsiasi genere ma scelsero di tenersi lontani dalla militanza e dal cimento politico diretto. Il punto di partenza è dunque la presa del potere da parte di Lenin, i primi anni di vita della Rivoluzione, la guerra civile contro i russi bianchi – i controrivoluzionari –, il “terrore rosso” e poi la Nep, la nuova politica economica con la prima timida reintroduzione della proprietà privata. Fino al 1924, alla scomparsa dell’uomo che, nel 1917, aveva guidato l’assalto al Palazzo d’Inverno.
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GLI ULTIMI ANNI DI LENIN Come riuscì Stalin a impadronirsi, dopo la morte di Lenin (21 gennaio 1924), del Partito comunista dell’Unione sovietica a dispetto della diffidenza manifestatagli negli ultimi mesi di vita dal leader stesso della Rivoluzione d’ottobre? È uno dei temi che, direttamente o indirettamente, si è imposto in molti libri usciti in occasione dei cento anni dalla presa del Palazzo d’Inverno: quelli di Marcello Flores, La forza del mito (Feltrinelli); Vittorio Strada, Impero e rivoluzione (Marsilio); Ezio Mauro, L’anno del ferro e del fuoco (Feltrinelli); Victor Sebestiyen, Lenin (Rizzoli); Guido Carpi, Russia 1917. Un anno rivoluzionario (Carocci) e da Stephen A. Smith in La Rivoluzione russa – Un impero in crisi 1890-1928 (Carocci). La scena in cui si svolge la lotta per la successione a Lenin è quella nota dei conflitti interni alla Russia successivi alla fine della Prima guerra mondiale. Conflitti che si svilupparono in un contesto di crisi economica da brividi: la produttività lavorativa scese al 18 per cento dei valori prebellici; il tasso di furti e omicidi aumentò di dieci o quindici volte rispetto a quello di prima della guerra; la popolazione di Pietrogrado passò da 2,4 milioni a 722.000 abitanti (i mancanti erano fuggiti in campagna pensando di trovare qualcosa di cui nutrirsi; ma fu un’illusione). L’Ucraina si sottrasse al potere bolscevico e con essa venne meno il 35 per cento della produzione cerealicola. Le ventuno regioni consumatrici di grano restarono tutte in mano ai comunisti, che però – sul versante opposto – delle ventiquattro esportatrici ne controllavano solo cinque. Il degrado delle linee ferroviarie era all’epoca inimmaginabile: nel 1920, dei 1.605 milioni di chili di patate trasportate dagli Urali, solo 81,9 giungono a destinazione, alla popolazione urbana. Il resto viene rubato o lasciato marcire. Insieme a quella civile, si proclama la guerra alla “borghesia rurale”, ai kulaki, piccoli possidenti sospettati di nascondere il grano anche per trasformarlo in liquore. È tempo di carestia. Grigorij Zinov’ev, rivoluzionario e politico sovietico, proclama che alla borghesia può essere lasciata “una quantità di pane appena sufficiente per non dimenticarne il profumo”.
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Trotzkij ha un ruolo di primo piano in questa stagione. “L’obbligo e la coercizione sono condizioni essenziali per il rovesciamento dell’anarchia borghese”, scrive in Terrorismo e comunismo. Si sviluppa il fenomeno dei “disertori del lavoro”: nei primi nove mesi del 1920, il 90 per cento dei 38.514 operai mobilitati per lavorare nelle trentacinque fabbriche di armamenti abbandona il proprio posto. Quelli che sono riacciuffati, vengono rinchiusi in campi di concentramento predisposti alla bisogna. La carestia (assieme a febbre tifoidea, colera, peste bubbonica e vaiolo) uccide cinque milioni di persone. Il commissariato per l’Istruzione riceve rapporti significativi (ancorché poco verosimili) secondo i quali le madri “legavano i propri figli ad angoli opposti delle abitazioni per paura che si mangiassero l’un l’altro”. Colpa di avversità direttamente riconducibili ai bolscevichi? Sì. Per portare soccorso alle popolazioni intervengono l’American Relief Administration e la Croce Rossa Internazionale, i cui operatori umanitari – provenienti da tutto il mondo – scrivono che i funzionari del partito nelle aree colpite dalla carestia sono “persone terribili, suscettibili, che diventavano violente alla minima provocazione”. Ma perché? “La posizione di questi funzionari era così poco salda”, misero per iscritto i tecnici stranieri nei suddetti rapporti, “che anche gli atti più innocenti suscitavano il loro sospetto.” Dei nobili non si salvò nessuno, venivano definiti, come più o meno ogni superstite dell’antico regime, “ex persone”. Si sottrasse a un destino tragico solo il rampollo di una famiglia georgiana, Michail G. Gelovani, che, grazie alla somiglianza con Stalin, fu chiamato a interpretarne la figura in numerosi film del regista, anch’egli georgiano, Michail Ediserovic Ciaureli. La persecuzione contro la Chiesa fu spietata: sui manifesti i sacerdoti apparivano come etilisti e crapuloni, frati e monache come “corvi neri”. Le stime degli ecclesiastici uccisi sono ancora oggi incerte. Il malcontento operaio cominciò a manifestarsi alle acciaierie Sormovi, nei pressi di Niznij Novgorod, dove i bolscevichi furono messi in minoranza. Questi reagirono sciogliendo i soviet dove si era avuto un voto a loro sfavorevole. Il 10 marzo 1919 gli operai delle officine Putilov approvarono una risoluzione dei socialisti rivoluzionari di sinistra nella quale veniva denunciato “il giogo schiavistico dei lavoratori nelle fabbriche” e si chiedeva
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l’abolizione della “commissariocrazia”. Si unirono nella denuncia gli operai della fabbrica di scarpe di Skorokhold e quelli delle officine ferroviarie di Aleksandrovskie. Lunacarskij, commissario del popolo per l’Istruzione, andò ad arringare i lavoratori del deposito tranviario di Rozdestvenskij e fu accolto dalle urla: “Sei un damerino!”, “Levati di dosso quella pelliccia!”. A ristabilire l’ordine, le autorità fecero intervenire i marinai di Kronstadt, base navale sull’isola di Kotlin nel golfo di Finlandia a una trentina di chilometri da Pietrogrado. Zinov’ev definì quei lavoratori “arretrati”. Il comandante dell’esercito Tukacevskij avvertì Lenin che quegli operai andavano considerati “inaffidabili”. Siamo nel 1921 e i “bianchi” sono riusciti a “liberare” un milione e mezzo di chilometri quadrati. Nel corso dell’anno si sviluppano oltre cinquanta insurrezioni contadine in regioni tra loro distanti come l’Ucraina, la Bielorussia, il Caucaso settentrionale, la Carelia. La Rivoluzione scricchiola. La reazione bolscevica, scrive Smith, è di una “spietatezza scioccante persino a paragone dei terribili standard di una guerra civile”. A fine febbraio 1921 si ribellano i soldati e i marinai di Kronstadt che chiedono la cancellazione di “tutti i privilegi dei comunisti” e lo smantellamento della dittatura di un partito unico. Lenin lo definisce un “complotto delle Guardie bianche” (non fu mai trovato, però, alcun riscontro a questa accusa) e ordinò a quarantacinquemila soldati di stroncare la rivolta. Ciò avvenne all’alba del 17 marzo. Successivamente, Lenin disse, in termini più ambigui, che Kronstadt era stata “un lampo che aveva illuminato la realtà come meglio non sarebbe stato possibile”. Il 1921 è l’anno più importante per l’assestamento della Rivoluzione. In maggio, Gavrijl Mjasnikov, un operaio delle officine Motovilica membro del partito da un quindicennio, scrive un articolo per chiedere la libertà d’espressione per operai e contadini, “dagli anarchici ai monarchici”. Tutti. Lenin chiede che sia sanzionato, il partito esegue. I suoi compagni, invece, sono solidali con l’operaio: “a parte le bugie, la diffamazione e gli insulti, il comitato provinciale”, si lamentano, “non conosce altra maniera di trattare con coloro che la pensano diversamente che ricorrere alla repressione”. Niente da fare: Mjasnikov viene espulso. Le epurazioni che iniziarono nel gennaio di quell’anno, annota Smith, rimossero dal partito
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diverse centinaia di migliaia di “elementi ostili ed estranei” ma, “nonostante il linguaggio dell’infiltrazione e della cospirazione, la maggior parte venne espulsa per passività, carrierismo o ubriachezza”. Nella seconda metà dell’anno, le condizioni di salute del leader della Rivoluzione si aggravano. Di qui al gennaio del ’24, quando morirà, conoscerà un costante peggioramento. Ma l’errore, se così lo si può definire, Lenin lo aveva commesso già nel 1920 quando, per bilanciare l’influenza di Trotzkij, aveva attribuito grande potere alla troika costituita da Zinov’ev, Stalin e Kamenev, presidente del soviet di Mosca. La scalata di Stalin era iniziata molti anni prima, tant’è che, nell’aprile del 1922, il leader georgiano si trovò a essere l’unico bolscevico ad aver trovato collocazione contemporaneamente e a pieno diritto nel Politburo – l’ufficio politico del comitato del partito –, nella Segreteria e nell’Ufficio organizzativo. Aveva percepito che Lenin da tempo non si fidava più di lui, ma aveva altresì intuito che – come sarebbe emerso dal suo testamento politico scritto nel dicembre del ’22 – il capo rivoluzionario nutriva sentimenti di diffidenza anche nei confronti di Trotzkij. Lenin aveva elogiato Trotzkij per le sue eccezionali capacità, ma gli rimproverava l’eccessiva sicurezza di sé e “l’ossessione per le questioni amministrative”. Del resto Trotzkij, scrive Smith, “era di gran lunga il più dotato e carismatico dei luogotenenti di Lenin” ed era assai popolare, ma il gruppo dirigente del partito lo “detestava” e “questa fu una delle ragioni per le quali esitò a proporsi come successore”. Timoroso di apparire frazionista, “si lasciò sfuggire numerose opportunità di consolidare la propria posizione declinando addirittura, nell’aprile 1923, l’invito a redigere il rapporto politico per il XII congresso del partito”. Stalin colse al volo queste esitazioni del suo antagonista. E ne approfittò. Lenin giudicava Stalin un lavoratore che non aveva eguali. Però lo considerava anche “rozzo, intollerante, incostante”; criticò il modo con il quale aveva trattato i comunisti georgiani che si erano opposti al suo desiderio di annessione della propria terra natia; dopo che un giorno di marzo del ’23 Stalin insultò “furiosamente e rozzamente” la moglie di Lenin, Nadezda Krupskaja, quest’ultimo tornò a insistere perché l’uomo che lui stesso aveva scelto per il vertice del partito fosse immediatamente esautorato. Ma era tardi. Il futuro dittatore lo aveva isolato dal resto del mondo.
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Quando Lenin morì, per far dimenticare le perplessità nei suoi confronti sollevate dal leader della Rivoluzione d’ottobre, Stalin diede alle stampe i Fondamenti del leninismo, un’opera abbondantemente plagiata da un lavoro di Filipp Ksenofontov, nella quale la dottrina del capo bolscevico, appena defunto, veniva presentata come “l’intoccabile pietra di paragone della rettitudine ideologica”. Nei due anni che precedettero la morte di Lenin, Stalin aveva saputo sfruttare a proprio vantaggio il distacco dello stesso Lenin da Trotzkij. E lo aveva fatto con un capillare reclutamento in ogni angolo del partito. Oltre che con un’intelligente campagna per sfruttare i successi, ma soprattutto gli insuccessi, dei bolscevichi. In che senso? Trotzkij, come è noto, proponeva la teoria della “rivoluzione permanente”, secondo la quale il socialismo avrebbe conosciuto la propria realizzazione solo se il moto insurrezionale si fosse allargato dalla Russia ai Paesi più evoluti d’Europa. Ciò che non avvenne. E a quel punto, Stalin, teorico del “socialismo in un Paese solo”, accusò Trotzkij di aver sostenuto le proprie tesi per mancanza di fiducia nelle potenzialità della Rivoluzione d’ottobre, costringendolo alla celebre autodifesa al tredicesimo congresso (nel maggio 1924), quando dovette pronunciare le parole “so che non si deve avere ragione contro il partito perché il partito in ultima analisi ha sempre ragione”. Ma in quel momento – anche se alcuni storici hanno sostenuto che ci sarebbero stati ancora margini per una rimonta degli oppositori – il partito era già interamente nelle mani di Stalin. Nel corso del 1924, Stalin e Zinov’ev lanciarono una “campagna di diffamazione” contro l’Opposizione di sinistra spingendosi a contestare le “credenziali bolsceviche” di Trotzkij e riportando alla luce i molteplici conflitti tra lui e Lenin degli anni che avevano preceduto la Rivoluzione. Nel gennaio del 1925, Totzkij venne rimosso dalla presidenza del Consiglio militare rivoluzionario. Zinov’ev e Lev Kamenev attaccarono Bucharin, grande difensore della Nep che godeva del sostegno di Stalin. Il quale consentì che Trotzkij e Zinov’ev restassero nel Politburo, ma fece entrare anche i “suoi” Molotov, Kalinin e Vorosilov. Nell’estate del 1926, Zinov’ev e Kamenev formarono con Trotzkij l’Opposizione unita. Ma era tardi: in ottobre, Stalin – sempre alleato con Bucharin – li fece cacciare dal Comitato centrale e, nel
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novembre del ’27, li fece espellere dal partito. Nel gennaio del 1928 Trotzkij fu esiliato ad Alma Ata. Personaggi come Trotzkij (e anche Kamenev) in principio erano considerati molto superiori a Stalin, lo avevano, sostiene Smith, “eclissato intellettualmente”. Ma lui li sconfisse facendo leva su un indubbio talento organizzativo e anche su virtù che in genere gli vengono scarsamente riconosciute: “socievolezza, senso dell’umorismo, apparente semplicità”. In molti ne hanno ricordato l’eccellente memoria, la straordinaria capacità di lavoro, la sapienza tattica, l’inclinazione “caucasica” alla violenza. Pochi, invece, si sono soffermati sulle doti di cui parla Smith contrapponendole all’alterigia di Trotzkij. Alterigia ben descritta da Anatolij Lunacarskij, che ne parlò come di una “tremenda imperiosità” denunciandone nel contempo “l’incapacità o la riluttanza a mostrarsi minimamente gentile e premuroso con le persone”. Difetti che provocarono attorno a Trotzkij un progressivo isolamento (ancorché fosse circondato da persone che per lui avrebbero dato la vita). E fu anche a causa di questo isolamento che, nel 1940, si ritrovò inerme di fronte al piccone staliniano che (per mano di Ramon Mercader) gli avrebbe tolto la vita.
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50 RITRATTI Qui ho selezionato nomi e vite per me rappresentative del Comunismo mondiale nelle sue infinite e molteplici sfumature (ma avrebbero potuto essere anche cinquecento o cinquemila). Paolo Mieli
A Pintér e a Libero, ai maestri e agli amici. Ivan Canu
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GIORGIO AMENDOLA (Roma, 1907; Roma, 1980)
Figlio del parlamentare liberale Giovanni Amendola e della scrittrice lituana Eva Kühn, cresciuto tra intellettuali del calibro di Benedetto Croce e Giustino Fortunato, Giorgio Amendola avrebbe quasi certamente seguito le orme paterne, se lo sbocco naturale cui sembravano destinarlo l’ambiente famigliare e la formazione culturale non fosse stato improvvisamente deviato dalla tragica fine del padre, vittima di un’aggressione fascista. La notizia decide irrevocabilmente il destino del figlio appena ventenne, spingendolo a compiere la sua “scelta di vita”, come la definirà lui stesso, a favore del Partito comunista. A fare la differenza è l’intima necessità di combattere il fascismo: di qui l’adesione all’unico partito effettivamente organizzato per la lotta clandestina. Ai vertici del Cln durante la Resistenza, è l’ideatore dell’attentato di via Rasella, cui farà seguito la terribile rappresaglia nazista delle Fosse Ardeatine. Deputato e membro influente del gruppo dirigente comunista, attorno a lui si formerà, in contrapposizione all’ala sinistra guidata da Pietro Ingrao, quella corrente che sarà detta “migliorista” (in quanto si accontenterebbe di piccoli miglioramenti invece di puntare al rovesciamento del sistema), di cui faranno parte l’intellettuale napoletano Gerardo Chiaromonte e il futuro presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Emanuele Macaluso e Paolo Bufalini, pur essendo avversari di Ingrao, in senso stretto non furono mai amendoliani). Negli anni Cinquanta, dopo l’emarginazione di Pietro Secchia, fautore di una linea più radicale, Amendola è nominato responsabile dell’organizzazione, e anche per questo sarà considerato a lungo un possibile successore di Togliatti. Ma da un lato il suo carattere irruento e poco incline alla diplomazia – alla morte di Togliatti desta scandalo, proponendo nientemeno che la riunificazione con il Psi –, dall’altro il dualismo con Ingrao finiscono per spianare la strada prima al vecchio e glorioso comandante partigiano Luigi Longo, e poi al giovane Enrico Berlinguer.
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LOUIS ARAGON (Parigi, 1897; Parigi, 1982)
Figlio naturale dell’ex prefetto e deputato Louis Andrieux, che gli dà quel nome in ricordo dell’Aragona conosciuta al tempo in cui era stato ambasciatore in Spagna, Louis Aragon è dichiarato alla nascita, per evitare scandali, figlio adottivo della nonna materna, dunque fratello di sua madre. Lui stesso scoprirà la verità solo poco prima di partire per la Prima guerra mondiale, dalla viva voce di quella che credeva sua sorella. Romanziere e poeta, negli anni Venti è tra i fondatori del movimento surrealista insieme al suo grande amico André Breton, ed è anche il primo del gruppo ad aderire al Partito comunista. Al ritorno da un viaggio in Urss, pubblica la poesia Front rouge, carica di ardore militante per la causa sovietica, che nel 1932 gli costa l’incriminazione per istigazione all’omicidio. Breton lo difende in nome della libertà d’espressione, ma Aragon ne prende le distanze per le sue critiche al Partito comunista. Si consuma così, in modo non poco surreale, la rottura in seno al gruppo surrealista. Figura di primo piano dell’antifascismo, sostenitore dei fronti popolari e della Repubblica spagnola, in prima linea nella Resistenza francese durante l’occupazione nazista e promotore del movimento dei partigiani della pace negli anni Cinquanta – dove per qualche anno si troverà al fianco dell’altro grande punto di riferimento degli intellettuali engagé del suo tempo, Jean-Paul Sartre – Aragon è stato il portabandiera dell’egemonia comunista sulla cultura francese. Durante la Guerra fredda dimostra non minore ortodossia di quella che negli anni Trenta lo aveva spinto a difendere i processi di Mosca, o a scrivere un’ode alla Gpu, la polizia politica staliniana. Con la destalinizzazione ha qualche ripensamento (dirà: “Posso forse tagliarmi la mano con cui ho scritto quelle cose?”), ma non abbandonerà mai il partito. Alla morte della moglie, nel 1970, rivelerà l’ultimo grande non detto della sua tormentata esistenza: la sua omosessualità.
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ENRICO BERLINGUER (Sassari, 1922; Padova, 1984)
Nato in una famiglia di origini aristocratiche e idee antifasciste, cugino dei leader democristiani Antonio Segni e Francesco Cossiga, iscritto al Pci dal 1943 e presentato dal padre direttamente a Palmiro Togliatti, Enrico Berlinguer comincia presto la sua carriera da funzionario di partito. Diverse testimonianze lo dicono juventino, sebbene lui, forse per ragioni politiche, protestasse di tifare soltanto per la Torres. Nominato vicesegretario nel 1969, per affiancare un leader, Luigi Longo, colpito da ictus e non più in grado di svolgere appieno i suoi compiti, è eletto segretario nel 1972. L’anno dopo, sull’onda della commozione per il golpe di Pinochet in Cile, lancia la strategia del compromesso storico, in cui propone un’intesa con la Dc. L’aspetto internazionale di questa politica (che probabilmente, per lui, è quello più importante) si traduce in una serie di prese di posizione eterodosse: dal riconoscimento del valore universale della democrazia all’accettazione della Nato, dal progetto dell’“eurocomunismo” fino all’ultimo strappo da Mosca, quando dichiara esaurita la “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’ottobre (1981). Parole che oggi suonano fin troppo diplomatiche, ma allora il leader del Pci doveva fare i conti con gli equilibri del mondo diviso in blocchi e con un’agguerrita componente filosovietica guidata da Armando Cossutta. Sta di fatto che il rapimento e la morte di Aldo Moro da un lato, dall’altro la chiusura dell’Urss di Breznev a ogni ipotesi di rinnovamento, lasciano il Pci in un vicolo cieco. Dopo il deludente risultato elettorale del 1979, Berlinguer radicalizza quindi l’opposizione del partito, con la denuncia della “questione morale”, in particolare contro il leader del Psi, Bettino Craxi. La battaglia intorno al referendum sulla scala mobile è anzitutto uno scontro tra due visioni antitetiche della sinistra (Antonio Tatò, braccio destro di Berlinguer, nelle sue note per il segretario del Pci definisce Craxi un “bandito politico”). L’esito sarà una dura sconfitta, che Berlinguer però non vedrà, stroncato da un’emorragia cerebrale durante un comizio per le europee del 1984.
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AMADEO BORDIGA (Ercolano, 1889; Formia, 1970)
Capo della corrente astensionista del Psi e primo segretario del Partito comunista d’Italia, poco dopo avere guidato la scissione di Livorno in linea con le direttive del Comintern entra in conflitto con lo stesso Lenin, guadagnandosi così ampie citazioni polemiche nel suo celebre L’estremismo, malattia infantile del comunismo. Ingegnere napoletano dal carattere forte, intransigente e dogmatico, rifiuta qualunque idea di accordo con gli ex compagni socialisti, cui non accondiscende nemmeno per fare fronte comune contro il fascismo nascente. Emarginato dalla direzione del Pcd’I, ma deciso a far valere le sue posizioni, non esita a schierarsi nello scontro che dilania il gruppo dirigente sovietico, tra chi considera prioritario lavorare per la rivoluzione mondiale (come Trotzkij, e lo stesso Bordiga) e chi, come Stalin, propone la linea del “socialismo in un paese solo”. Nel 1926, in una drammatica riunione a Mosca, Bordiga non si esime dal domandare a Stalin in persona, provocatoriamente, se pensa o no che “lo sviluppo dei problemi russi” sia “legato allo sviluppo del movimento proletario internazionale”. La risposta è secca: “Questa domanda non mi è mai stata rivolta. Non avrei mai creduto che potesse farmela un comunista. Dio vi perdoni per averlo fatto”. Nel 1930, mentre si trova al confino nell’isola di Ponza come antifascista, Bordiga sarà espulso dal Partito comunista, nell’ambito della lotta “per la liquidazione definitiva dei residui dell’infantilismo sedicente estremista”. Condannato per decenni alla damnatio memoriae dagli ex compagni di partito e a lungo ignorato dalla stessa memorialistica comunista, almeno fino alla Storia del Partito comunista pubblicata da Paolo Spriano alla fine degli anni Sessanta, non tornerà più alla politica attiva, ma resterà a lungo un riferimento ideologico delle correnti che contesteranno da sinistra la linea del Pci.
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Finito di stampare nel mese di aprile 2018 presso Errestampa S.r.l., Orio al Serio (Bg)
paolo mieli
UN SAGGIO, DA UN MAESTRO DEL GIORNALISMO ITALIANO, PER CONOSCERE LA STORIA DEL COMUNISMO ATTRAVERSO I FATTI E LE VITE DEI SUOI PROTAGONISTI, CON ILLUSTRAZIONI INEDITE E ORIGINALI.
del PAOLO MIELI , giornalista e storico, negli anni Settanta allievo di Renzo De Felice e Rosario Romeo, è stato all’ Espresso, poi alla Repubblica e alla Stampa , che ha diretto dal 1990 al 1992. Dal 1992 al 1997 e dal 2004 al 2009 è stato direttore del Corriere della Sera . Dal 2009 al 2016 è stato presidente di RCS Libri. Nel 2017, con grande successo di pubblico, ha presentato in vari teatri italiani il suo spettacolo Era d’ottobre, un omaggio alla Rivoluzione russa, da cui è nata l’idea di questo libro.
LA STORIA DEL COMUNISMO IN 50 RITRATTI PAOLO MIELI Illustrazioni di IVAN CANU
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ritratti