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SOS Veleni in mare. I ragazzi della Quercia Storta

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UAO Universale d’Avventure e d’Osservazioni


Sabina Colloredo SOS Veleni in mare. I ragazzi della Quercia Storta disegni di Sara Not della stessa serie: Fuoco nel bosco della stessa autrice: Non chiamarmi strega Quando diventammo streghe ISBN 978-88-3624-394-5 Prima edizione gennaio 2022 ristampa 9 8 7 6 5 4 3 2 1 0 anno 2026 2025 2024 2023 2022 © 2022 Carlo Gallucci editore srl - Roma Pubblicato in accordo con Grandi & Associati, Milano Gallucci e il logo

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Sabina Colloredo

SOS Veleni in mare I RAGAZZI DELLA QUERCIA STORTA

disegni di Sara Not


I personaggi Devin Ha undici anni e vive negli Stati Uniti. Adora l’Italia e soprattutto le cotolette, il risotto giallo e le lasagne. Va d’amore e d’accordo con la cugina Olivia.

Luca È il fratello maggiore di Devin, ha tredici anni e vuole fare l’avvocato ambientalista. Battibecca di continuo con la cugina Zoe, perché per lui come si fa in America è sempre meglio di come si fa in Italia.

Emma È la mamma di Luca e Devin. Se li è portati avanti e indietro dall’Italia agli Stati Uniti da quando erano in fasce. È insegnante di italiano in un’università americana. Fa jogging ogni mattina.


Olivia Ha dieci anni, ama e comprende più di tutti la natura e gli animali. Forma una coppia indistruttibile con il cugino Devin, che la fa ridere molto con le sue battute.

Zoe Ha quattordici anni ed è un’ambientalista convinta. Compete con il cugino Luca e dice a tutti cosa devono fare. Legge molto, l’unico momento in cui riesce a stare ferma.

Lavinia È la sorella di Emma, mamma delle due ragazze. Vive per le sue figlie, è molto miope e ha una gran paura di tutto. Lei e la sorella sono legatissime e litigano solo per il gusto di fare pace.


Capitolo uno

L’ombrina nuotava alla ricerca di un nascondiglio tranquillo, ma le grida dei bagnanti la inseguivano ovunque. Li vedeva sbattere le gambe appena sotto il pelo dell’acqua e tuffarsi e strillare come se fossero i padroni assoluti del mare. Anche quando aveva cercato di sfuggire a quel caos ed era discesa negli abissi dove regnano silenzio e mistero, si era imbattuta in un umano. Era apparso all’improvviso, guizzando fuori da una cavità tra gli scogli, e nel momento in cui se l’era trovato davanti, gigantesca ombra scura, l’aveva scambiato per una cernia e si era sentita morire. Ma il sub l’aveva solo sfiorata ed era scomparso nelle profondità del mare, dove neppure lei osava avventurarsi. Questi umani! Folli e coraggiosi. Crudeli. Sorridenti.

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Pensava a tutto questo l’ombrina, e intanto nuotava lieve, cercando di tenersi lontana dai piedi che si agitavano in alto e, peggio del peggio, dalle eliche delle barche che potevano farla a pezzi. Incrociò un sarago e un gruppetto di sgombri che puntava deciso verso il largo. Anche loro dovevano essere spaventati da quella gran confusione. Ci voleva pazienza. L’importante era arrivare fino a sera, quando tutta quella folla, come per incanto, spariva. E il mare finalmente tornava ai pesci. Anche se per poco, perché poi arrivavano i pescatori con le reti a strascico che strappavano le viscere dei fondali. Ma l’ombrina aveva i suoi accorgimenti e fino a quel momento neppure i pescatori con le loro reti mortali erano riusciti a catturarla. Una corrente fredda la portò verso gli scogli, dove si trovava la sua tana. Lì avrebbe deposto le uova. Era felice di dare vita a nuove generazioni di ombrine che avrebbero solcato fiere i mari. Erano pensieri di un futuro.

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Qualcosa increspò le acque e lei guizzò di lato, infilandosi velocissima nella fessura di una roccia. Ben nascosta, vide una grossa cernia che si allontanava con il suo carico di morte. Si rallegrò di esserle sfuggita. Al sicuro nella fessura scura e umida, si sentiva bene, coccolata dalle alghe che allungavano i loro filamenti per accarezzarle il pancino. Attese che la luce si abbassasse e che i raggi del sole si smarrissero sulle onde. Aspettava l’ora in cui il mare tornava del suo solito profumo, che non era quello delle creme solari degli umani. Quando l’istinto le disse che in superficie la situazione era tornata tranquilla, intercettò una corrente ascensionale. La distesa del mare era argentea e vuota fino all’orizzonte. Quando vide la piccola vescica bianca venirle incontro, si rallegrò. Era un calamaro e lei se lo sarebbe mangiato al volo. Un gustoso spuntino serale, dopo tutto quel gran movimento. Il calamaro galleggiava verso di lei e l’ombrina si mise di traverso alla sua traiettoria con la

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bocca spalancata, pronta ad ingoiarlo. E infatti le finì dritto tra i denti. Ma in quel momento l’ombrina si accorse che qualcosa non andava: il calamaro era senza sapore e aveva una consistenza strana. Forse era un mollusco sconosciuto, ma no, neppure quello! Non sembrava qualcosa di vivo, ma qualcosa di cui lei non aveva memoria. Fece per sputarlo fuori, ma ormai le si era allargato dentro, occupando ogni spazio del suo corpo, morbido come un’ostrica, ma insapore e inodore come… come…? Nessun ricordo le venne in aiuto, mentre quella cosa che aveva ingoiato si gonfiava, e le toglieva il fiato, la luce e il respiro.

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Capitolo due

I ricciolini di Olivia scintillavano sotto i raggi del sole al tramonto, mentre declamava la sua poesia al cugino Devin, che la ascoltava estasiato, disteso sul bagnasciuga: Ci sono montagne nel mare, e praterie di alghe, tempeste di scogli da superare ma il mare lo devi amare e rispettare. Olivia tacque e lo sciabordio delle onde mise la parola fine alla sua ultima fatica letteraria.

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«Ti piace?» chiese al cugino. «Bellissima!» la incoraggiò Devin. «Sei una vera poetessa» «Non illuderla!» si intromise Zoe, la sorella di Olivia. «È una rima pessima. Poetare non è un gioco. È sudore e sofferenza. Frustrazione e zero quattrini. Lo sconsiglierei a chiunque» «Eh, ma come sei negativa!» saltò su Luca, il fratello di Devin. «La vita non è solo business e denaro!» «È inutile che dici business in quel modo per far pesare che sei americano!» replicò Zoe. «Se sono americano, perché dovrei nasconderlo? Piuttosto sei invidiosa perché io parlo bene l’italiano e tu l’inglese lo farfugli appena!» Zoe era stanca e accaldata. Balzò in piedi, gli occhi azzurri che lampeggiavano. «Sei un bugiardo! Io parlo inglese molto meglio della gran parte dei miei coetanei che balbettano giusto qualche parola delle canzoni. E tu non sai l’italiano bene come credi. Hai una pronuncia che fa schifo!»

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«Senti chi parla!» «Puoi ben dirlo!» «Certo» «Certo!» Anche Luca si era alzato e fissava la cugina, pronto alla disputa giornaliera. Si amavano, i due cugini, ma erano sempre in polemica, perché nessuno dei due voleva avere torto, qualsiasi fosse l’argomento della discussione. «Guardate! Lì!» La vocina spaventata di Olivia interruppe il battibecco. Tutti e tre i cugini si voltarono verso il punto indicato da Olivia. Un pesce galleggiava a pancia in su sulla superficie del mare. «Un’ombrina!» esclamò Zoe. «A me sembra un saraggo!» replicò Luca. «Intanto si dice sarago» lo corresse Zoe, entrando in acqua. «E poi cosa importa: ombrina o sarago, sembra morto». Devin arrivò di corsa con un grosso secchiello, lo riempì d’acqua di mare e con gesti gentili vi immerse l’ombrina.

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«Non è morta!» disse. «Guardate! Ha ingoiato qualcosa che la sta soffocando» «Oh, mamma!» gridò Zoe. «Aiuto! E adesso cosa facciamo?» Devin si inginocchiò a fianco di Olivia e prese delicatamente il pesce tra le mani. «Tiriamo fuori questa cosa che le esce dalla bocca!» propose alla cugina. Olivia non se lo fece ripetere due volte. «Stai tranquilla!» sussurrò all’ombrina. «Ci pensiamo noi». Con una mano la accarezzò e con l’altra prese il lembo biancastro e lo estrasse. «È plastica!» disse, e poi rivolta all’ombrina: «Ora sei libera. Puoi respirare! Vai, vai libera nella tua tana!» Devin rovesciò l’acqua del secchiello nel mare. L’ombrina guizzò via veloce tra le onde, si girò un’ultima volta a ringraziare quei ragazzini di varie età e statura che le sorridevano e poi, rapida e silenziosa, scomparve. I cugini rimasero a guardare la distesa del mare.

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«Abbiamo salvato una vita…» commentò Zoe, commossa. «Abbiamo? Ha, vorrai dire. È stata tua sorella ad avere la prontezza di toglierle quella plastica dalla gola!» precisò Luca. «Sì, ma io ho dato l’allarme!» «E con che risultato? Nessuno!» «Lo dici tu!» «Certo. Chi vuoi che lo dica?» Olivia sospirò. Quanta pazienza con i fratelli maggiori!

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Lei e Devin si scambiarono un’occhiata, raccolsero gli asciugamani e li misero negli zaini. Le mamme li stavano aspettando al bar della spiaggia. Era l’ora del gelato. L’ora più dolce del giorno.

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