«Non dovrebbe essere già così buio» dice Dreamy a mezza voce. Ha l’aria preoccupata. Guardo su anch’io. C’è qualcosa che non va. Saranno al massimo due ore che siamo nel bosco. Il sole non tramonta fino alle nove e non può essere già così tardi. O sì? «Magari c’è un nuvolone che nasconde il sole» dico. Ma lui scuote la testa. «Non senti?» Sto immobile, inclinando un poco la testa, ma avverto solo un grande silenzio. «Non sento niente» «Appunto» dice lui. «Gli uccelli hanno smesso di cantare».
UAO Universale d’Avventure e d’Osservazioni
Christopher Edge La lunga notte di Charlie Noon traduzione dall’inglese di Paola Mazzarelli ISBN 978-88-3624-015-9 Prima edizione italiana marzo 2021 ristampa 9 8 7 6 5 4 3 2 1 0 anno 2025 2024 2023 2022 2021 © 2021 Carlo Gallucci editore srl – Roma Titolo dell’edizione originale inglese: The Longest Night of Charlie Noon Pubblicato in accordo con Nosy Crow Ltd Testi © Christopher Edge, 2019 Copertina e disegni in apertura dei capitoli © Matt Saunders, 2019 Altri disegni © Christina Edge, 2019
g a l l u c c i e d i t o r e. c o m Il marchio FSC® garantisce che questo volume è realizzato con carta proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile e da altre fonti controllate, secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. L’FSC® (Forest Stewardship Council®) è una Organizzazione non governativa internazionale, indipendente e senza scopo di lucro, che include tra i suoi membri gruppi ambientalisti e sociali, proprietari forestali, industrie che lavorano e commerciano il legno, scienziati e tecnici che operano insieme per migliorare la gestione delle foreste in tutto il mondo. Per maggiori informazioni vai su https://ic.fsc.org/en e https://it.fsc.org/it-it Tutti i diritti riservati. Senza il consenso scritto dell’editore nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma e da qualsiasi mezzo, elettronico o meccanico, né fotocopiata, registrata o trattata da sistemi di memorizzazione e recupero delle informazioni.
Christopher Edge
La lunga notte di Charlie Noon
traduzione dall’inglese di Paola Mazzarelli
A chi si è sentito, almeno una volta, perso nel bosco. E a Chrissie, Alex e Josie, come sempre.
“Where am I going? I don’t quite know. What does it matter where people go? Down to the woods where the blue-bells grow — Anywhere, anywhere. I don’t know.”*
A.A. Milne, Spring Morning
* Dove sto andando? Proprio non so. / In fondo che importa dove si va? / Laggiù nel bosco, tra le campanule in fiore. / O altrove. Ovunque. No, non lo so.
C’erano una volta tre ragazzini che si persero nel bosco. Sembra l’inizio di una fiaba, vero? Ma cosa significa una volta? Un secondo, un minuto, un’ora, un giorno fa? O stiamo parlando di una settimana, di un mese, di un anno, o magari di una vita intera? Un battito di palpebre dura un decimo di secondo e gli scienziati ritengono che l’universo abbia 13,8 miliardi di anni. Tic. Tic. Tic. Ti svelo un segreto.
Una volta non significa nulla. Questa storia comincia adesso.
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1 Johnny Baines dice che qui c’è un mostro. Dreamy invece pensa che si tratti di una spia. Ma quando mi arrampico sulla scarpata fiorita di campanule al margine del bosco, mi è difficile credere che qui si nasconda qualcosa di malvagio. Il sole filtra tra gli alberi inondando l’erba di mutevoli chiazze di luce. La brezza che mormora tra le fronde fa danzare le ombre come increspature sul fiume immaginario che corre lungo il sentiero nel bosco. Dreamy l’ha già imboccato e con quel suo modo di camminare sghembo, come a singhiozzo, pare debba rotolare a terra da un momento all’altro.
«Di qua, Charlie» dice, voltandosi un attimo indietro. «È qui che ho visto il primo». Faccio un cenno di assenso, ma non ho nessuna fretta di raggiungerlo. È la prima volta che vengo nel bosco e per qualche istante resto immobile, in modo da percepire questo posto con tutti i miei sensi. Il bosco è dietro la scuola e a guardarlo da lì sembra così vicino che lo puoi toccare: una muraglia verde scuro che riempie metà dell’orizzonte. Pensavo ci volessero solo dieci minuti per arrivarci, ma non avevo tenuto conto dello strano percorso zigzagante che ha preso Dreamy lungo i margini dei campi tra il paese e il bosco. Per un bel po’ non sembrava neanche che andassimo nella direzione giusta: abbiamo girato a destra, poi a sinistra, poi di nuovo a destra, e poi abbiamo fatto un lunghissimo giro attorno alla cascina che sta a metà strada tra il paese e la prima fila di alberi. Quando ho chiesto a Dreamy perché non tiravamo dritto, prendendo la carraia che dalla cascina arriva fino all’angolo del bosco, lui mi ha rivolto uno sguardo preoccupato. «Tu non lo conosci Jukes, vero? Il proprietario della cascina». No, non lo conosco. Siamo arrivati da Londra solo due mesi fa. È successo tutto così in fretta. Papà ha per-
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so il lavoro, e poi è morto nonno Noon, lasciandoci in eredità la sua casa. Allora mamma e papà hanno deciso di scappare dalla città e venire a vivere in questo paesino, dov’è cresciuto papà. Non hanno chiesto il mio parere. Ho dovuto fare come hanno deciso loro. Avevo tanti amici a Londra, qui invece ho solo Dreamy. «Quello chiama la polizia, se ti becca nella sua proprietà» ha detto, lanciando un’occhiata nervosa alla cascina. «Oppure ci sguinzaglia contro il cane». In quel momento abbiamo sentito un latrato dietro il lungo edificio del fienile. Non ci è voluto altro per convincermi. Non volevo certo farmi mordere da un cagnaccio tignoso. Poi magari mi becco la rabbia e muoio. Se c’è una cosa che ho imparato, da quando siamo arrivati qui, è che in campagna ci sono microbi dappertutto. Così, quando finalmente abbiamo raggiunto il margine del bosco e ci siamo arrampicati su per la scarpata, sparendo alla vista della cascina, ho tirato un sospiro di sollievo. Dico un sospiro di sollievo, ma in verità sembrava più un rantolo, perché dopo quella camminata ero senza fiato. È tutta la settimana che fa un caldo spaventoso, ma oggi è la giornata più torrida. Non siamo ancora a giugno, ma al telegiornale hanno detto che, se
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continua così, sarà l’estate più calda da quando si sono cominciate a registrare le temperature. Vorrei fermarmi a riprendere fiato, ma Dreamy è già andato avanti. «Dai!» grida di nuovo. Dreamy non è il suo vero nome. Si chiama Dylan, ma lo chiamano tutti Dreamy, anche la professoressa James. Dice che lo chiama così perché ha sempre la testa tra le nuvole, e in classe non fa altro che guardare gli uccelli in volo fuori dalla finestra. Adesso che si addentra nel bosco e cammina in quel suo modo tutto strano, però, tiene gli occhi ben puntati a terra. Non voglio restare indietro, perciò corro a raggiungerlo. Gli alberi fiancheggiano come sentinelle il sentiero chiazzato di sole: lunghe file serrate, fin dove arriva la vista. Tra un tronco e l’altro intravedo macchie di viola, di bianco, di giallo, ondate multicolori di fiori selvatici che tappezzano il sottobosco. L’aria è calda sotto il baldacchino di rami e il folto tappeto d’erba cede elastico sotto i miei piedi. «Ma cos’è che cerchi, esattamente?» «Un segno» risponde lui, alzando gli occhi. «Quello che ti ho detto di aver trovato».
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Dreamy viene nel bosco tutti i giorni dopo la scuola. Dice che ha un posto speciale dove va a disegnare gli uccelli che vivono qui. Prima di venire ad abitare in campagna, uccelli non ne avevo mai visti, a parte i piccioni nel parco. Ratti volanti, li chiamava papà. Dreamy invece ha riempito le due pagine bianche in fondo al libro di scuola con disegni di tanti uccelli diversi, più di quanti pensavo ne esistessero. Picchi, cutrettole, capinere, tordi. Ogni volta che ci sediamo in fondo al campo della scuola, mi indica quelli che vede passare in volo e mi dice come si chiamano. Eravamo là anche oggi, quando mi ha raccontato che cosa aveva trovato nel bosco. Gli altri stavano giocando a calcio. Io avrei dovuto stare in attacco, ma dato che nessuno mi passava mai la palla, avevo deciso di andare a sedermi sull’erba con lui. Dreamy è esonerato dall’ora di ginnastica perché ha preso la poliomielite da piccolo e ha una gamba più corta dell’altra. Perciò la professoressa lo lascia stare seduto a guardarci, anche se in realtà lui passa quasi tutto il tempo a disegnare uccelli. È quello che stava facendo anche oggi. «Che cosa stai disegnando?» «Sssh» ha risposto, indicando con la matita la recinzione del campo.
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C’era un uccellino rotondetto, marrone-rossiccio, appollaiato su un palo. «Che cos’è?» «Sssh!» ha bisbigliato di nuovo. «Un usignolo». Ha ricominciato a disegnare, e io non ho più aperto bocca. Un tratto dopo l’altro, vedevo l’uccellino prendere vita sulla pagina del quaderno. La curva appena accennata del becco, il grano nero dell’occhio, le linee scalate delle penne delle ali chiuse ai lati del corpo. Era come se Dreamy vedesse la forma dell’usignolo nascosta nel foglio e ne seguisse con la matita i contorni invisibili. Poi l’usignolo si è messo a cantare. Ha spalancato il becco e da quel corpicino minuscolo è uscita una stupefacente cascata di fischi e gorgheggi. Poi è venuta una seconda serie di note, ancora più rapida della prima: un canto melodioso che saliva in crescendo. Dopodiché ha smesso, scuotendo la testolina di qua e di là, come se tendesse l’orecchio alla risposta. Ma l’unico rumore che si sentiva era la matita di Dreamy che grattava sul foglio. Ho dato un’occhiata all’uccellino muto sul quaderno, poi ho sollevato di nuovo lo sguardo ma non ho visto altro che un frullo, ed era l’usignolo vero che volava via, verso il bosco.
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Dreamy ha alzato il viso contro il sole, per seguirne la traiettoria. Quando l’usignolo è scomparso nel verde degli alberi, si è voltato. «Ho trovato una cosa, ieri sera, nel bosco». Anche se l’usignolo ormai era volato via, parlava in un bisbiglio, come per dire un segreto. Dall’altra parte del campo è giunto un coro lontano di «Dai! Dai!» seguito da urla selvagge, sicché ho dovuto piegarmi verso di lui per capire cosa diceva. «Credo che l’abbia lasciata una spia». A quella parola, “spia”, mi sono venuti in mente i libri che papà teneva su uno scaffale nel corridoio di casa nostra, a Londra. L’agente segreto, L’enigma delle sabbie, I trentanove gradini, La valle della paura. Io non ho libri miei, perciò prendevo i suoi di nascosto e me li portavo in camera. Poi, quando mi mandavano a dormire, infilavo la testa sotto le coperte e leggevo alla luce di una torcia elettrica; mi rifugiavo in quelle storie di spie straniere e sinistri misfatti per non sentire le male parole che rimbalzavano contro i muri, quando mamma e papà litigavano al piano di sotto. «Cos’era?» ho chiesto, con la testa che già immaginava documenti segreti e lingotti rubati. Dreamy ha chiuso il quaderno.
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Stampato per conto di Carlo Gallucci editore srl presso Grafica Veneta spa (Trebaseleghe, PD) nel mese di febbraio 2021
CHRISTOPHER EDGE
è un autore di romanzi per ragazzi tradotti in più di venti lingue e un divulgatore scientifico pluripremiato. Vive nel Gloucestershire, in Inghilterra, con la moglie e due figli e passa gran parte del tempo in biblioteca, a inventare storie.
«L’insegnante di scienze che tutti rimpiangono di non aver avuto» The Times
«Un romanzo di scienza e mistero che spezza il cuore e fa girare la testa, firmato dall’impareggiabile Christopher Edge» The Guardian
Segreti, spie e forse anche un mostro… Cosa si celerà tra gli alberi? Charlie, Dreamy e Johnny sono determinati a scoprirlo, ma quando all’improvviso cala il buio, si sentono persi e la paura li assale. Gli unici indizi per salvarsi sono enigmatici messaggi in codice. E mentre la cognizione del tempo comincia a giocargli brutti scherzi, alcuni eventi apparentemente inspiegabili si susseguono l’uno dopo l’altro…
Riusciranno i tre amici a svelare il mistero che aleggia nella foresta? In gioco c’è il futuro, ma…
E se questa notte non avesse mai fine? UN’AVVENTURA TRA LE PIEGHE DEL TEMPO CHE TI TOGLIERÀ IL FIATO
Consigliato dagli ai anni
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