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La stagione della Strega

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EN ES

Dall’autore di Un uomo da marciapiede

James Leo Herlihy La stagione della Strega

traduzione di Massimo

romanzo
Gardella FR

“Temevo che avrei cominciato ad avere allucinazioni di noi due che facevamo l’amore dappertutto. […] Vedere Archie sotto acido, nudo o vestito che fosse, ebbe su di me l’effetto opposto. Afrodite saltò fuori dalla finestra, e Madre Terra entrò dall’ingresso principale. Non lo desideravo più, e credo che sarà così per sempre d’ora in poi. Corpo e viso restavano fantastici, ma l’acido me lo mostrava disperato e solo. Forse l’acido mette in risalto ciò che è importante più per l’anima che per il corpo. […] Ho provato a trascrivere queste visioni ieri sera ma non ce l’ho fatta. Credo ci siano certe cose che si rifiutano di essere scritte. O forse il mio vocabolario è troppo limitato. A ogni modo, quando sei in acido non puoi nasconderti. Riveli ciò che sei”.

James Leo Herlihy

La stagione della Strega traduzione dall’inglese di Massimo Gardella

ISBN 979-12-221-1444-6

Prima edizione italiana luglio 2026

ristampa 9 8 7 6 5 4 3 2 1 0

anno 2030 2029 2028 2027 2026 © 2026 Gallucci editore srl - Roma

Titolo originale: The Season of the Witch © 1971 James Leo Herlihy

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Tutti i diritti riservati. Senza il consenso scritto dell’editore nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma e da qualsiasi mezzo, elettronico o meccanico, né fotocopiata, registrata o trattata da sistemi di memorizzazione e recupero delle informazioni.

James Leo Herlihy

La stagione della Strega

romanzo

traduzione di Massimo Gardella

Un ringraziamento speciale a Evan Rhodes per il prezioso aiuto nella revisione del manoscritto.

Belle Woods, Michigan

Nel mio letto, 2 settembre 1969

A volte credo che mia madre ci azzecchi proprio quando mi definisce un biscotto freddo. Ho appena passato cinque minuti interi a osservare gli oggetti nella mia stanza sforzandomi di pensare a cose tristi tipo: oddio, quanto mi mancherà la bambola della principessa, oppure a ripetermi: “Gloria, questa sarà l’ultima notte che passerai qui” e cose così.

Ma non succede niente. Magari penserete che abbia versato una lacrimuccia striminzita da ragazzina, giusto per la circostanza, ma i miei occhi sono asciutti come sassi. Provo soltanto sollievo, un senso di aspettativa, e mi sento così su di giri che potrei stare sveglia per il resto della mia vita.

A meno che…!

Ecco. Così va meglio. Ho appena trovato una cima d’erba nella borsa e ne ho staccati due bei tocchetti. Grazie al presidente e alla sua campagna proibizionista al confine con

il Messico quest’estate stiamo patendo una terribile carestia di marijuana, e questa è la prima che fumo da giorni. Mi ero quasi scordata quanto mi piaccia. (Non è vero.)

Ora torniamo al Blues della Partenza, in memoria di Nel medioevo della mia giovinezza ero convinta che avrei dovuto sposarmi per scappare da questa prigione di bambagia, invece non è andata affatto così, cari miei. John, l’amico con cui sto per fuggire, è omosessuale. Abbiamo fatto il punto sulla nostra relazione la prima volta che abbiamo preso insieme l’LSD.

È davvero molto semplice: lui è il mio Guru, io la sua Madre Terra. Ciò significa che domani me ne andrò da qui senza essere schiava di qualcuno ma con un magnifico compagno spirituale. Senza equivoci, senza condizioni, senza stronzate, solo due anime libere (entrambi Pesci!) dedite soltanto alla purezza e libertà reciproca, che intraprendono insieme il loro viaggio verso la realtà.

La realtà. Wow. E pensare che inizierà domani! Se non fossi vagamente fatta probabilmente perderei i sensi e mi trasformerei in una statua.

È stata un’estate davvero tetra, con John che controllava ogni giorno nella posta l’arrivo della cartolina con il ditone

dello Zio Sam che lo chiamava alle armi, io che cercavo di aiutarlo a decidere cosa fare e nessuno di noi due in grado di trovare una soluzione.

Poi, di colpo, venerdì mattina l’attesa è finita.

Sento la voce di John dal cortile accanto, mi chiama alla finestra. Sbircio fuori. È appoggiato alla recinzione e agita una busta in mano. La riconosco subito.

«Quando?» chiedo.

«Lunedì, il ventidue»

«Come ti senti?»

«Ho deciso di scappare. Vieni con me?»

«Sì».

Quanto mi è piaciuto rispondere senza un attimo di esitazione. Mi sembrava davvero fico. Anche a John, come mi ha confessato dopo.

Scappare dove, però?

Ne discutemmo con Delano, perché Delano sa tutto. Dico sul serio. Ho scoperto quel dettaglio quando eravamo amanti.

L’idea di John era di vivere per un po’ in clandestinità proprio qui negli Stati Uniti. Poteva sempre andare in Canada in un secondo momento. L’unica domanda, perciò, era dove negli Stati Uniti. Proposi New York perché è dove vive il mio vero padre e dove muoio dalla voglia di conoscerlo da quando ho scoperto della sua esistenza a dodici anni.

Delano pensava che New York fosse un’idea geniale. Disse che era l’unico posto in tutto il Paese dove potevi davvero far perdere le tue tracce. Era deciso, il luogo perfetto per entrambi. Ma si sono compiuti altri miracoli.

Un’ora fa, per esempio, mentre ero nel seminterrato di John a ripassare per la novantanovesima volta i nostri piani super semplici, Delano ha telefonato per avvisarci di avere trovato un acquirente per la Vespa. Questa sì che è una notizia. Significa che viaggeremo in posti di lusso sull’autobus invece di fare l’autostop. Sappiamo entrambi che un colpo del genere non può essere solo fortuna. È fin troppo inquietante. È chiaro che il nostro viaggio raccolga il favore di entità superiori. Io e John dobbiamo solo mantenere la rotta, essere sempre un po’ fatti e lasciarci trasportare.

Domani ci sveglieremo con calma, prenderemo i nostri zaini e ci dirigeremo verso il cottage di zia June a bordo della Vespa. Poi, all’incrocio con Jefferson Avenue svolteremo a destra invece che a sinistra. Il compratore della Vespa ci aspetterà da Delano. Da lì, dopo esserci rilassati per un paio d’ore e avere corroborato le nostre splendide intenzioni con un po’ del sacrosanto hashish di Delano, proseguiremo fino in centro per prendere il Greyhound delle 16:30, e nessuno avrà più nostre notizie.

Questo non è vero. Ogni tanto scriveremo a casa. Altrimenti ci sentiremmo in colpa.

A proposito, sarà meglio buttare giù una lettera da lasciare sul tavolo in cucina.

Oppure.

Potrei mettere i Beatles sul giradischi al piano di sotto e suonare a ripetizione

She’s leaving home after living alone for so many years1

Non è una buona idea, tutto sommato. Arrivata al verso “per incontrare un commerciante d’auto” mia madre esclamerebbe: “Ah, quella sgualdrina è scappata con un venditore d’auto usate!”

Ma perché divago tanto? Forse per evitare qualcosa?

Certo, la lettera d’addio. D’accordo. Ecco qui.

Cara mamma, sono andata via.

Che incipit mozzafiato. Più banale di così è possibile?

Cara mamma, quando leggerai queste righe

E questo sarebbe un miglioramento?

1 “Lei se ne va di casa, dopo avere vissuto da sola per così tanti anni”. (N.d.T.)

Cara mamma,

all’inizio non volevo lasciare una lettera perché tanto non credi mai a niente di ciò che dico, eppure ti devo una spiegazione anche se per te sono solo stronzate. Tanto per cominciare, non sono arrabbiata. Ti voglio bene, sul serio. Ero arrabbiata perché mi hai proibito di andare a Woodstock, ma adesso è acqua passata. Anche se perdere Woodstock è la ragione per cui me ne vado ora invece di aspettare di compiere diciotto anni, come abbiamo stabilito. È difficile da spiegare, forse impossibile. Woodstock non era solo un concerto, è il futuro e io devo andare a incontrarlo da qualche parte. Non ho dubbi che sarà pieno di fango e affollato, con poco cibo e senza un posto dove fare pipì, ma sono sicura che dove ci sono i miei compatrioti sarà pieno d’amore e pace, ecco perché devo andare a cercarli e vivere con loro e cercare di fare una vera

Non va ancora bene. Non abboccherà mai. Per lei amore e pace equivalgono a sesso e droga. D’altronde chi voglio prendere in giro scrivendo di non essere arrabbiata?

Cara mamma, me ne vado di casa perché sono incazzata. Ho perso l’appuntamento con Woodstock ma non perderò quello con la mia vita, non importa se non sei d’accordo. Prima di tutto, la ragione stessa per cui è nato quell’evento siete tu e altre cento milioni di madri come te. È improrogabile che la Terra si salvi dalle vostre grinfie letali e conservatrici prima che riusciate a devitalizzarla comple-

tamente. Sono stufa marcia di abitare in questa casa e fingere di essere tua figlia solo perché mi hai dato alla luce. Ho visto chiaramente sotto effetto dell’acido che io sono tua madre e tu una ragazzina perfida, sconsiderata, viziata ed egoista. Ne ho fin sopra i capelli del tuo atteggiamento cieco, criminale, fasullo, aggressivo e dominante, così ho deciso di lasciarti da sola a crogiolarti in questo palazzo di plastica, che ha sempre rappresentato qualcosa più per te che per me.

Brava, Gloria, adesso che hai sfogato la bile vuoi tentare di scrivere qualcosa di carino? Provaci!

Cara mammina,

La tua bambina scappa di casa perché è birichina. Ma ama tanto la sua mamma e promette di non assumere più sostanze brutte e cattive, perciò per favore non stare in pensiero per lei.

Adesso è diventata grande, e se qualche capellone disgraziato cerca di infilzarla con il suo arnese lei chiamerà a gran voce i Berretti

Verdi perché corrano a salvarla. Con amore, baci.

Gloria

Forse domattina mi uscirà qualcosa di meglio.

Buona notte, stanza. Buona notte, bambola di principessa. Buona notte fanciullezza, tu, povero relitto. Non so come, ma in qualche modo sono riuscita a uscirne viva.

Stampato e fabbricato per conto di Carlo Gallucci editore srl presso Grafica Veneta spa (Trebaseleghe, PD) nel mese di giugno 2026

JAMES LEO HERLIHY (Detroit, 1927 – Los Angeles, 1993) è stato scrittore, drammaturgo e attore. Ha raggiunto la celebrità con il romanzo da cui è tratto il film Un uomo da marciapiede con Dustin Hoffman e Jon Voight, vincitore di tre Premi Oscar, sei BAFTA e due David di Donatello. È autore anche di E il vento disperse la nebbia, trasposto nel 1962 in un film del regista John Frankenheimer con Warren Beatty e Angela Lansbury. La stagione della Strega, il suo ultimo romanzo, affronta i temi cui ha dedicato gran parte del suo lavoro, quelli della perdita dell’innocenza, dell’emarginazione, della controcultura.

In copertina: © Tyler Spangler

Art director: Francesca Leoneschi

Graphic designer: Pietro Piscitelli / theWorldofDOT

Nel 1969 Gloria ha diciassette anni. Il mondo fuori dalla sua cittadina di provincia è in fiamme, ma a lei sembra di essere bloccata nel medioevo della sua giovinezza. Così decide di scappare di casa assieme al suo migliore amico, un omosessuale renitente alla leva. I due si mettono in viaggio con pochi soldi e molte aspettative per New York, dove abita anche il padre biologico della ragazza, che lei non ha mai conosciuto.

Convinta di scrivere un’autobiografia che diventerà l’emblema della sua generazione, la Strega inizia a tenere un diario senza filtri della loro avventura a base di amore libero, droga, spiritualità, pacifismo, al quale confessa anche che la vita nella grande città si è rivelata ben più sconvolgente di quanto pensasse e l’incontro con l’idealizzato genitore piuttosto deludente. Almeno prima che il rapporto prenda una piega inattesa.

Come interprete dello spirito degli Anni Sessanta, J. L. Herlihy racconta senza pudori un’epoca piena di vivacità e contraddizioni attraverso le vicissitudini di una giovane ingenua e temeraria.

Gli ideali del suo percorso di formazione sono più che mai attuali e in grado di cambiare il mondo anche oggi.

“Una educazione sentimentale on the road”

Io Donna

“Uno dei libri più significativi della controcultura americana, su come la giovinezza divenne una condizione politica, uno strumento di lotta, quella lotta che sognava e agiva in grande”

Simonetta Sciandivasci, Il Foglio

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