Ana disse: «Ci è voluta una settimana per sposarci in Polonia. E qui, in Terra d’Israele, solo un minuto per divorziare». Le loro teste erano vicinissime e io non ero più tanto sicuro che lei fosse più alta di Imri. Sussurrai al mio cane che ecco, avevano divorziato. Era tutto finito. Tra poco lei se ne sarebbe andata. Il pezzo di carta sul tavolo, nemmeno troppo grande e con solo poche righe, quello che zia Miriam aveva chiamato “il documento”, era la prova che ora Ana non era più niente per me. Nemmeno per finta.
UAO Universale d’Avventure e d’Osservazioni
Nava Semel La sposa di carta traduzione dall’ebraico di Alessandra Shomroni ISBN 978-88-3624-010-4 Prima edizione italiana novembre 2020 ristampa 9 8 7 6 5 4 3 2 1 0 anno 2024 2023 2022 2021 2020 © 2020 Carlo Gallucci editore srl – Roma Titolo dell’edizione originale ebraica:
Testo © the Estate of Nava Semel Pubblicato in accordo con The Institute for the Translation of Hebrew Literature
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Nava Semel
La sposa di carta traduzione dall’ebraico di Alessandra Shomroni
Uzik
“Non vivrò per sempre. Non c’è modo di vivere per sempre”. Questo pensiero, apparentemente ovvio, mi folgorò mentre provavo a scattare la mia prima fotografia. Da dietro l’obiettivo scorgevo un paesaggio imperfetto e crudele che, da allora, cerco in qualche modo di correggere. Lo so, è un tentativo ridicolo di compensare piccole ingiustizie, eppure non riesco a rinunciarci. Io non sono il personaggio principale di questa storia. Per tutta la vita ho preferito osservare le cose attraverso uno scudo trasparente, a mo’ di protezione. Non pretendo di includere tutto qui, la pellicola del tempo è ben stretta intorno alla bobina, però ho trovato un modo – per quanto non particolarmente originale – di allentarla, di alterare il flusso arbitrario della proiezione. Talvolta mi chiedo se questa sia stata davvero la mia vita e temo di scoprire, un giorno, di avere lasciato le cose più importanti sul pavimento della sala di montaggio. Alla fine non sono riuscito a trovare un’inquadratura adeguata alle grandi parole. Ho chiuso gli occhi mille volte, dispe5
rato, nel tentativo di trasmettere un’immagine tangibile dell’amore, o della patria. Le parole, in fondo, non sono mai state il mio forte. Anche quando le organizzo in questa o in quella maniera non raccontano mai esattamente la storia che vorrei e anche questo film, per quanto sia fedele agli avvenimenti, cambia sotto i miei occhi, come se un altro regista interferisse nel mio lavoro. Ciò che ho descritto è avvenuto realmente? Io, proprio come tutti gli altri, dovrei dubitarne. Com’è arrogante muoversi nel tempo quasi mi appartenesse: espropriarmi della mia storia, strappare brandelli di ricordi altrui, intervallarli con spezzoni di pellicola bruciata, opaca. Le apparecchiature si sono fatte più sofisticate. Ogni giorno spunta qualcosa di nuovo, di entusiasmante, che non fa che accrescere la confusione. Non mi illudo di essere in grado di colmare il vuoto tra la pellicola nera e lo schermo bianco. Se ho fatto scelte sbagliate, questa è la mia ultima possibilità di correggerle. Rimarrà solo ciò che racconterò nel mio film. Allora perché Zionka mi ha chiesto di imparare una lezione che non ha nulla a che vedere con le lettere e le parole? Forse verrà un giorno – o forse no – in cui imparerò a perdonare a me stesso tutte le lezioni che non ho appreso. Un anno di vita di un cane equivale a sette di quella di un uomo: una striscia di tempo avvolta intorno a un diverso tipo di bobina. Ho avuto un’infinità di conversazioni con me stesso e con Johnny Weissmuller, ma ancora non ho scoperto se an6
che lui, il mio cane, fatichi ad accettare la terrificante verità di non poter vivere in eterno. Chi, fra tutti i Johnny Weissmuller che ho avuto, ha mai fatto un bilancio della propria vita – se sia stata buona, o cattiva – o ha stilato un elenco delle occasioni perdute? Ci sono molti modi di raccontare questa storia e il mio non è necessariamente quello giusto. È solo un film. Un piccolo film che però è mio, anche se non solo mio. Quando la bobina gira sul proiettore e l’ultima inquadratura palpita nell’aria, tornando quasi a scivolare nelle mani dell’operatore, mi chiedo se io abbia mai fatto qualcosa di buono. In arabo dicono “ikta”. In ebraico non esiste una parola per un’operazione tanto comune. Forse un giorno contribuirò ad arricchire la nostra lingua con un neologismo. Stop.
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Quando qualcuno mi chiedeva cosa facesse la mia famiglia per la patria – una domanda che qui da noi facevano in continuazione – io rispondevo senza esitare: «Ci sposiamo». Ricordo che, la prima volta che lo dissi, il maestro mi buttò fuori dalla classe mentre zittiva le risatine con un gesto minaccioso, cercando di mantenere l’autocontrollo. Mi ritrovai davanti all’ufficio del preside con una nota che ero riuscito a sfilare dalla busta chiusa, facendo attenzione a non strapparla. Avevo cercato qualcuno che me la leggesse e Zionka era stata l’unica ad acconsentire a farlo. “Uziel ha disonorato il nostro popolo e la nostra patria” era scritto nella nota. Zionka era imbarazzata. Aveva abbassato gli occhi come se quella da biasimare fosse lei, non io. Era riuscita a malapena a pronunciare quelle parole. E non perché avesse problemi a leggere, come me. Allora, cari bambini, ripetiamo la domanda. Cosa fa la tua famiglia per la patria? Herzl Fleisher si era alzato per primo, seguito dagli altri, e tutti avevano dichiarato che i loro papà, i loro zii, i loro conoscenti difendevano gli insediamenti ebraici 8
in Palestina oppure dedicavano la vita a edificare il Paese. Io, però, non avevo mentito. Mio fratello maggiore Imri sarebbe davvero andato in Polonia a sposarsi per la patria. La sua prima moglie sarebbe stata Ana. La notte della partenza Imri andò nel capanno degli attrezzi, fece scattare le serrature di metallo arrugginito della vecchia valigia marrone accanto ai vasi di terracotta (che in passato erano serviti da arnie per le api) e la svuotò dei suoi vecchi quaderni di scuola. Pure lui era stato un bambino, anche se talvolta faticavo a crederlo. Zia Miriam diceva che era stato lo studente migliore del villaggio e che mamma e papà erano orgogliosi di lui. Si aspettavano grandi cose. Così raccontava a chiunque fosse disposto ad ascoltarla. Poi, rivolgendosi a me, aggiungeva immancabilmente: «Per fortuna non sono più qui per vedere cosa ne è stato di te». Imri riempì la valigia con gli abiti di papà rimasti nel capanno dopo la sua morte e io, che lo guardavo mentre tentava di piegare il suo completo migliore – nero, di stoffa inglese – e due camicie di seta bianca spiegazzate, scoppiai a ridere. «Devi andare a un ballo?» Lui si mise davanti a un piccolo specchio scheggiato che aveva appeso a un gancio per esercitarsi a fare il nodo della cravatta. Ogni volta gliene veniva uno diverso, strambo. Gli dissi che sembrava un condannato a morte che tentava di prepararsi il cappio, e lui non si offese. Si sporse solo un pochino in avanti per cercare il punto esatto in cui la testa finiva e co9
minciava il collo, poi borbottò: «Ce la farò. Devo riuscirci». I suoi veri abiti non li infilò in valigia. Non prese con sé i pantaloni color kaki né le canottiere che zia Miriam gli rammendava ogni sabato sera. Non so dove avesse trovato i fazzoletti ancora stirati di papà. Ero sicuro che la zia li avesse dati a una casa di riposo di Gerusalemme un sacco di tempo prima. Mio fratello era avvolto da un puzzo di naftalina. Io arricciai il naso e dissi: «Imri, stai attento che quei vestiti non ti cambino», e lui rispose, in tono sprezzante: «Gli abiti non sono che pezzi di stoffa tenuti insieme da deboli cuciture. Ciò che è al loro interno non cambia». Quando fu finalmente soddisfatto del nodo che aveva ottenuto, lo strinse e proclamò: «E tu, Uzik, abbi cura della casa e delle arnie. E soprattutto di zia Miriam». Provai a guardarlo negli occhi, ma non ci riuscii. Come faceva a essere così preso da se stesso mentre mi impartiva ordini come se fossi uno sconosciuto? «Non dimenticare di dar da mangiare alle galline, e la sera metti il chiavistello al cancello del cortile…» Senza smettere di parlare, chiuse la vecchia valigia e la trascinò fuori dal capanno. «E ricordati che bisogna pagare Mohammed Daudi il primo di ogni mese, e quando apri il coperchio delle arnie e pieghi il sacco di iuta tutto appiccicoso di propoli e cera, fai attenzione che uno sciame non ti attacchi. E non avvicinarti alla base aerea degli inglesi per nessun motivo, e se qualcuno ti chiede dove sono sparito, di’ che sono andato in Italia a prendere api regine meno aggressive, che non pungono, e che produrranno più miele delle nostre». 10
L’elenco di Imri era piuttosto lungo e io lo ascoltavo distratto. Della scuola non disse una parola, forse perché sapeva che era una questione senza speranza. Alla fine, poco prima che due sconosciuti arrivassero a prenderlo con un furgone, concluse: «Promettimi di comportarti bene. Niente scherzi finché non torno». Poi aggiunse, in tono indifferente: «Non te ne pentirai. Ti porterò un regalo dall’Europa». Con indosso il pigiama logoro che era stato suo, lo guardai allontanarsi. Non capivo perché dovesse lasciarmi da solo con zia Miriam per così tanto tempo. In fondo, però, anche quando era a casa non lo vedevo spesso. Ero furibondo con quei tipi dell’Agenzia Ebraica che gli avevano chiesto di partire in missione poco prima della raccolta del miele, e soprattutto temevo che lui andasse in un posto dove accadevano cose misteriose, incomprensibili per me, che non avevano nulla a che fare con le api e con il miele. Rincorsi il furgone gridando: «Imri, Imri, non partire», e quando lui non rispose, strillai: «Per colpa tua succederà qualcosa di brutto!» Le mie urla non servirono a niente. O non le sentì, o semplicemente le ignorò. Il furgone ballonzolava sulla stretta strada sterrata dietro il nostro cortile. Vidi due sconosciuti dare pacche sulle spalle a Imri e ridere forte. Uno disse ad alta voce: «Vedrai che sventole ti aspettano laggiù», e io mi ricordai di quello che aveva detto la madre di Zionka a proposito delle donne europee: che erano eleganti e beneducate, e sperai che nessuna di loro avrebbe accettato la corte di un ragazzo che puzzava di nafta11
lina. Dalla base inglese arrivavano echi di canzoni e io capii che, come al solito, i soldati stavano dando fondo alla cassetta di birra che avevano comprato quella mattina nella drogheria di Shmariyahu. Mi sedetti sul pavimento del capanno degli attrezzi e ci rimasi tutta la notte. I fumi della lampada a cherosene disperdevano gli odori. Imri non era un tipo particolarmente ordinato ma zia Miriam non alzava mai la voce con lui. Tutt’intorno erano sparpagliati i vecchi abiti eleganti di nostro padre. Non riuscivo a ricordare quando mai li avesse indossati. Al mattino li raccolsi in un mucchio. Vestiti da donna non ce n’erano. Inspirai l’odore della naftalina e per un attimo mi sforzai di evocare ricordi. Ci rinunciai subito. Avrei fatto di nuovo tardi a scuola e il maestro avrebbe detto: «Beh, che cosa ci si può aspettare da Uzik la peste?» A dire il vero avrei potuto fare uno scherzo a Imri per ritardare la sua partenza. Se avessi tolto l’aria agli pneumatici del furgone, o avessi aperto una delle arnie e fatto uscire le api, forse lui avrebbe rinunciato a partire. Ma ormai era troppo tardi. Ero sicuro che il preside avrebbe sospettato che avevo aperto la busta di nascosto e avrebbe capito che qualcuno mi aveva letto la nota. Lui e gli insegnanti avevano insinuato più di una volta che io fingessi di non saper leggere per dispetto. Aveva sospirato: «Che ne sarà di te, Uziel? Spero che questa sia l’ultima volta che combini qualche guaio. Se continui così non potremo fare altro che bocciarti. Un giorno imparerai che la 12
patria non è uno scherzo». Avevo cercato di indovinare quale punizione mi avrebbe dato. Avrei accettato tutto fuorché scrivere cento volte sul quaderno “La patria non è uno scherzo”. Non sarei riuscito a scrivere quella frase nemmeno una volta, figuriamoci cento. Avrei dovuto chiedere aiuto a Zionka. Lei aveva una grafia così bella. Le facevano sempre i complimenti per le sue lettere tonde e ordinate. Quando però guardavo il suo quaderno non riuscivo a distinguere tra ciò che vedevo sulla pagina e ciò che mi sembrava sconfinasse ai margini. Con mia sorpresa il preside si era limitato a sollevare lo sguardo dal grande registro che aveva davanti a sé e aveva detto: «Di’ a tuo fratello che gli auguro buon viaggio». Io, però, non avevo augurato niente a Imri. Restai impalato davanti all’unica cravatta rimasta sul pavimento che sembrava un serpentello orfano, come quelli che trovavo d’estate vicino al cancello della base aerea inglese. Me la misi intorno al collo e cercai di fare un nodo, come avevo visto fare a Imri. Il piccolo specchio era ancora appeso al gancio storto. Mi guardai e mi vidi spezzato in due. Strinsi gli occhi davanti a quella faccia dentro la piccola cornice e le intimai: «Stai zitta». Ero dispiaciuto di non aver abbracciato mio fratello prima che partisse, come nei film. Pensavo che soltanto le coppie di amanti che si separavano per sempre si abbracciassero. Però non avevo un altro fratello, avevo solo lui, che aveva già visto un sacco di film e odiava quel tipo di finale: la ragazza che frignava sventolando un fazzoletto con un’aria misera e raffreddata. 13
Nel mucchio di vestiti di papà non ne era rimasto nemmeno uno, di fazzoletto. Imri li aveva presi tutti con sé, forse per soffiarsi il naso, o asciugarsi il sudore. La madre di Zionka si stupiva sempre delle sue buone maniere. Diceva: «È veramente un ragazzo di stampo europeo». Proprio per questo io preferivo usare la manica al posto del fazzoletto. Nello specchio la mia faccia sembrava schiacciata. Per un istante fui io ad avere l’aspetto di una ragazza frignona. Anche la cravatta mi penzolava sconsolata dal collo: il nodo non era abbastanza stretto. Che inizio orribile per una storia. In testa mi rimbombavano le parole: “La patria non è uno scherzo”. Spensi con un soffio la fiammella della lampada a cherosene. La patria, forse, uno scherzo lo era davvero.
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Stampato per conto di Carlo Gallucci editore srl presso Grafica Veneta spa (Trebaseleghe, PD) nel mese di novembre 2020
NAVA SEMEL (1954-2017) è stata una grande autrice israeliana. I suoi romanzi, per ragazzi e per adulti, sono stati tradotti in numerose lingue e hanno ricevuto premi e apprezzamenti in tutto il mondo.
In copertina Fotografie: © Hulton Archive / Stringer / Getty Images, ©Bettmann / Getty Images Art director: Francesca Leoneschi Graphic designer: Pietro Piscitelli / theWorldof DOT
Palestina, anni Trenta. Imri parte per l’Europa con una missione clandestina: sposare sulla carta quattro ragazze diverse per portare in Terra d’Israele più donne ebree di quanto consentano le autorità britanniche. Qualcosa però non va come dovrebbe: Imri e la sua prima “moglie”, Ana, si innamorano per davvero. Sentimenti e dovere paiono inconciliabili, ma un aiuto inaspettato arriva dal fratellino “Uzik la peste”. Davanti al suo sguardo ingenuo la vita e la Storia si svolgono come in un film, rivelando tutta la loro complessa assurdità. Ci avevano insegnato che quella era la nostra patria, il posto più importante e prezioso al mondo. Ma la cosa strana, e che rendeva tutto complicato, era che lo pensavano anche gli arabi.