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Bjorn il morfirio agli inferi. Il principe dimenticato

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“L’indomani sboccammo in un grande ambiente circolare in cui erano scavate svariate nicchie orizzontali. A me e a Sigrid venne subito in mente la stanza degli antichi troll dove avevamo dormito due anni prima. Di fronte a noi, un’ampia porta a volta dava nell’oscurità. La sormontava un’iscrizione rosso sangue: «H…E…L…» cercai di decifrare. Sigrid terminò la lettura al mio posto: «Helimm!» pronunciò tutta fiera. «Cosa vuol dire?» domandò Ketill. «È in lingua antica» «Questo lo capisco da me, grazie. Ma che cosa significa?» «Non lo so» «Bjorn?» «Mi arrendo» «Svartog?» «Helimm significa “inferno”» Ketill restò interdetto. «Un mezzo hirogwar è più preparato di voi sulla lingua degli antichi Vichinghi!» esclamò sdegnato, scrutando prima Sigrid poi me. «Vergogna! Che indecenza la gioventù di Fizzland! Roba da strapparsi i capelli per la disperazione!» Svartog sorrideva. Seduto sul bordo di una nicchia, si accese una pipa. Un fumo opaco, sinuoso come un serpente, aleggiò nell’aria. «Vi rendete conto che siamo sottoterra da sei mesi ormai?» osservò”.


UAO Universale d’Avventure e d’Osservazioni


Thomas Lavachery Bjorn il Morfirio agli Inferi Il principe dimenticato traduzione dal francese di Simona Mambrini della stessa serie: Bjorn il Morfirio ISBN 978-88-9348-949-2 Prima edizione ottobre 2020 ristampa 9 8 7 6 5 4 3 2 1 0 anno 2024 2023 2022 2021 2020 © 2020 Carlo Gallucci editore srl - Roma Titolo dell’edizione originale francese: Bjorn aux enfers – Le prince oublié – Tome 1 © 2005, l’école des loisirs, Paris galluccieditore.com

Il marchio FSC® garantisce che questo volume è realizzato con carta proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile e da altre fonti controllate, secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. L’FSC® (Forest Stewardship Council®) è una Organizzazione non governativa internazionale, indipendente e senza scopo di lucro, che include tra i suoi membri gruppi ambientalisti e sociali, proprietari forestali, industrie che lavorano e commerciano il legno, scienziati e tecnici che operano insieme per migliorare la gestione delle foreste in tutto il mondo. Per maggiori informazioni vai su https://ic.fsc.org/en e https://it.fsc.org/it-it Tutti i diritti riservati. Senza il consenso scritto dell’editore nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma e da qualsiasi mezzo, elettronico o meccanico, né fotocopiata, registrata o trattata da sistemi di memorizzazione e recupero delle informazioni.


Thomas Lavachery

Bjorn il Morfirio agli Inferi Il principe dimenticato

traduzione dal francese di Simona Mambrini


A Nathalie, con amore


“Agli Inferi” è la seconda parte di una lunga storia che risale all’XI secolo, l’unica autobiografia vichinga che sia giunta fino a noi. Nel precedente volume, Bjorn il Morfirio, il giovane protagonista narrava la sua trasformazione da ragazzo pauroso e maldestro in intrepido guerriero: una metamorfosi che è il tratto distintivo dei “morfiri”, la specie più rara di eroi nordici. Bjorn raccontava inoltre di come lui e la sua famiglia fossero riusciti a sfuggire al temibile attacco della neve, che si era abbattuta sul regno di Fizzland con l’obiettivo di far morire tutti gli abitanti e appropriarsi delle loro anime per l’eternità. Il libro si concludeva nel maggio del 1066 quando, dopo il fidanzamento di Bjorn con la bionda Sigrid, il re Harald convocava il morfirio nella capitale del regno per affidargli un’oscura missione…


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Strada facendo

Fermai il cavallo in cima a un’altura, elemento rarissimo nel paesaggio di Zifjord, detto anche “la provincia piatta”. Il mio compagno mi raggiunse e si arrestò a sua volta, interrogandomi con lo sguardo. «Haverr: è lì che abito» dissi. A cinquanta tese davanti a noi, simile a una tartaruga addormentata, la casa poggiava sull’isolotto. Si sentiva il dolce mormorio del fiume e ogni tanto lo zoccolo di un animale, una capra o una pecora, che risuonava sul terreno pietroso. Era tutto così tranquillo e pacifico… Tuttavia notai che il piccolo ponte levatoio che permetteva di accedere alla casa era alzato. Aguzzando la vista, scorsi tutt’intorno all’isolotto una barriera di pali appuntiti piantati nell’acqua a sbarrare l’accesso. Novità che era stata introdotta durante la mia assenza. 9


In questi tempi di guerra il nemico poteva arrivare all’improvviso, perciò capivo la prudenza degli abitanti di Haverr e approvavo la loro decisione. Tanto più che in quella città vivevano le persone che mi erano più care al mondo: la mia fidanzata Sigrid, i miei genitori, mio fratello e mia sorella, i nostri servitori e i nostri amici. Senza dimenticare il mio piccolo drago Dafnir, che probabilmente stava dormendo della grossa in camera mia. «Andiamo» dissi con la voce velata di rimpianto. Ci allontanammo da Haverr per dirigerci verso Koy, la città dei non-umani, dove avevo una commissione da sbrigare. Cavalcammo in silenzio: l’immensa pianura erbosa si estendeva davanti a noi come un mare piatto. Nel cielo volteggiavano falchetti rossi, a caccia di topi. Altri, a pancia piena, si riposavano appollaiati su un masso, squarciando l’oscurità con i loro versi soddisfatti. «Non mi è capitato spesso di vedere così tanti demonietti piumati» osservò il mio compagno. Io mi limitai ad approvare con un cenno del capo. Arrivati a Koy, fui sorpreso di trovare nuovissime mura alte venti piedi. L’ingresso in città avveniva adesso attraverso un imponente portone, tempestato di crani fossili con denti a sciabola. Stavo per bussare con il manico del mio pugnale, quando sul bastione spuntarono due figure: una, enorme, con in testa 10


un ridicolo elmo chiodato; l’altra, piccolina, con il capo avvolto in un turbante. «Un hirogwar» bisbigliai chinandomi verso il mio compagno. «Quale dei due? Testa di riccio o quello imbacuccato?» «Quello imbacuccato». Gli hirogwar, esseri itterici con occhietti minuscoli, privi di unghie e capelli, portano spesso il turbante. Del resto, indossano lunghe pezze di tessuto sudicio che si avvolgono intorno al corpo, tanto da sembrare un mucchio ambulante di vecchi stracci. «L’altro è un troll, ci metterei la mano sul fuoco!» affermò il mio compagno. «Sento la puzza fin qui!» «Chi va là, a quest’ora?» domandò l’hirogwar dall’alto del suo trespolo. «Chi va là, a queft’ora?» ripeté la testa irta di punte. Quella parlata caratteristica confermò la nostra deduzione: la seconda guardia era proprio un troll. «Sono Bjorn, figlio di Erik» dissi in tono pacato. «Bjorn di Haverr?» chiese l’hirogwar. «In persona». Le due guardie svanirono e sentimmo bisbigliare per un certo tempo. Speravo che alla fine ci avrebbero aperto, invece no. Quando il turbante e l’elmo chiodato ricomparvero, constatammo che non si erano mossi dalla loro postazione. «E l’altro chi è?» chiese il troll brandendo una lanterna, inutile in quella notte estiva chiara quasi quanto il giorno. 11


Il mio compagno fece un passo avanti, entrando nel cono di luce della lampada, che infiammò la sua zazzera fulva. «Sono Ketill il Rosso, membro della scorta reale. Aprite! È un ordine!» L’ordine in questione non sortì alcun effetto. «Abbiamo appuntamento con Benok, l’armaiolo» dichiarai. «Vengo a ritirare una spada» «Benok è mio cugino!» esclamò l’hirogwar. «Mio cugino da parte di madre» «Mi fa molto piacere» borbottò Ketill, che cominciava a spazientirsi. «Ora aprite!» Le due teste si eclissarono di nuovo. Ci fu un silenzio seguito da un lungo dialogo a bassa voce che sembrava un battibecco. A un tratto, come un pupazzo a molla, l’hirogwar spuntò in cima alle mura. «Bugiardo di un Benok!» strillò con voce acuta. «Ladro di un Benok! Mi hai rubato la fidanzata! Lei amava me! Poi sei arrivato tu, con la tua chitarra e il tuo sorriso mellifluo! I tuoi regali! Ladro d’amore! Scippatore di donne!» Certi hirowgar soffrono di una strana malattia. Parlate di qualcuno davanti a loro e subito si mettono a vaneggiare e vi prendono per la persona che avete nominato. Se appena appena è un loro nemico – e di nemici gli hirogwar ne hanno parecchi – cominciano a prendervi a pesci in faccia. 12


«Vergogna!» strillò la piccola guardia, fulminandomi con il suo sguardo da sorcio. E cominciò a tirarmi delle pietre, di dimensioni tali da tramortire un orso. Il troll si precipitò a calmarlo. «Ecco che ricominzia! Non bifogna mai prounziare il nome di fuo cugino in fua prefenza! Mai!» «Brucerai all’inferno, Benok! Sarai cotto e stracotto! Rigirato come uno spiedino! Comprerò dei biglietti da Mamafidjar per assistere al tuo supplizio! Razza di seduttore!» Mamafidjar, la Regina degli Inferi… Quel nome mi fece rabbrividire, e avevo le mie buone ragioni. Il troll aveva non poche difficoltà a tenere a bada il collega, alto quanto un soldo di cacio. In altre circostanze, sarebbe stata una scena esilarante. Ma ero stanco, preoccupato e non vedevo l’ora di entrare in quella maledetta città di Koy. Al mio fianco, Ketill mostrava i segni di una furibonda esasperazione. Strattonò con forza le redini del cavallo, che si drizzò in tutta la sua statura e ricadde scalciando con le zampe anteriori contro la porta della città. Il fragore fu tremendo e, con nostra enorme sorpresa, la porta si spalancò. Evidentemente le due guardie non l’avevano sbarrata, oppure lo avevano fatto malamente. Entrammo a Koy al trotto e in qualche casa si accese una luce: il frastuono aveva svegliato qualcuno. «Brucerai all’inferno!» mi strepitava dietro l’hirogwar. 13


«Adeffo bafta!» Si sentì un colpo sordo. Il troll doveva aver tramortito il chiassoso collega. «Ben fatto, amico!» urlò Ketill a mo’ di saluto. Ci addentrammo nelle strade buie del quartiere settentrionale, quello degli artigiani. Vi regnava una calma apparente e un misto di vari odori: cuoio bruciato, resina, zolfo… Da molte case usciva del fumo nero nero o bianco bianco e all’orecchio esercitato arrivavano brontolii impercettibili. In certi punti il terreno tremava leggermente. «Cosa si cela dietro quelle facciate?» chiese Ketill. «Le botteghe del diavolo?» «Sono botteghe e basta» dissi fermandomi davanti a una casa di sette piani, alta come un abete centenario. Lì abitava l’hirogwar Benok, il celebre armaiolo.

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Thomas Lavachery è nato nel 1966 a Bruxelles, dove vive. Ha cominciato la sua carriera come disegnatore di fumetti, pubblicando le sue prime strisce a diciott’anni sulla rivista “Tintin”. Ha poi lavorato prima come sceneggiatore e poi come regista in una casa di produzione cinematografica. Ha diretto due documentari, uno dei quali dedicato alla spedizione sull’isola di Pasqua condotta nel 1934 da suo nonno, l’archeologo Henri Lavachery. Bjorn il Morfirio, il suo romanzo d’esordio, è ispirato a una storia che l’autore raccontava al figlio Jean. Pubblicato con successo nel 2002, il libro ha vinto il Prix Sorcières nel 2006 ed è uscito in Italia per Gallucci. Le imprese del vichingo Bjorn proseguono nel ciclo “Agli Inferi”, di cui questo è il primo volume.

Della stessa serie:


Re Harald ha deciso di affidare al giovane vichingo una pericolosa missione: discendere nelle profondità della Terra per strappare suo figlio, il principe Sven, alla crudele Mamafidjar, la Regina degli Inferi. Consapevole della folle impresa a cui va incontro, Bjorn accetta la sfida e parte in compagnia della vulcanica fidanzata Sigrid, dello spilungone Svartog Lunghebraccia, del guerriero-poeta Ketill e di un gracile cucciolo di drago. Il 12 agosto 1066, alla vigilia del suo quattordicesimo compleanno, Bjorn e i suoi cominciano un lungo viaggio sotterraneo durante il quale vedranno ciò che pochi esseri umani hanno visto prima di loro. Il fiume di lava, la foresta capovolta, l’ogujon, creatura metà pesce e metà serpente… È proprio vero: sotto terra la morte si nasconde ovunque, perfino nell’aria che si respira.

Nella più totale oscurità si avvertiva una specie di rantolo inquietante provenire dalla Porta degli Inferi.

Consigliato dai anni

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