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Bistrôt 0126 IT WEB

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01 Contenere moltitudini

In questo numero:

L’«oli da gumbat»

Con la testa da ingegnere

Sguardi dal Messico

Tra Basquiat e Haring

Il grotto delle donne

Come un razzo sul ghiaccio

La rivincita delle Bambole

Il beneficio di ridere

Start—

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Indice

Editoriale

L’«oli da gumbat»

Con la testa da ingegnere

Sguardi dal Messico

Se avete l’applicazione Spotify sul vostro smartphone andate su Cerca, cliccate sull’icona della macchina fotografica in alto a destra e inquadrate il codice che trovate accanto a ogni articolo. Potrete così ascoltare la playlist ispirata all’articolo. Tutte le playlist di Bistrôt le trovate a questo indirizzo: https://spoti.fi/3ofTODK. Buon ascolto... e buona lettura!

Impressum

Editore Galli Group SA www.galligroup.ch

Concetto grafico, impaginazione e redazione testi visiva.ch

Per le foto si ringraziano: pagg. 6-11 Fidinam pagg. 12-15 Susanna Zammataro pagg. 16-20 Theo Signer pagg. 22-27 Ghisla Art Collection pagg. 28-32 Alessia Rauseo pagg. 32-37 Francoise Plozza pagg. 38-41 Bambole di pezza pagg. 42-47 Stefano Scricciolo

Stampa

Salvioni arti grafiche SA

È vietata qualsiasi utilizzazione, totale o parziale, dei contenuti senza espresso consenso dell’editore.

Giugno 2026

Tra Basquiat e Haring

Come un razzo sul ghiaccio
La rivincita delle Bambole
beneficio di ridere

Città della Musica

Venerdì 27 marzo 2026 si è tenuta la cerimonia della posa della prima pietra della Città della Musica, un momento significativo per la Fondazione Conservatorio della Svizzera italiana. Il nuovo polo di competenze dedicato alla formazione musicale, al patrimonio sonoro e alle principali realtà di livello nazionale e internazionale in campo musicale sarà realizzato sul sedime dell’ex Studio radio RSI a Besso (Lugano). Un progetto che sarà seguito da Direzione Lavori SA.

Editoriale

Walt Whitman, nei versi

conclusivi di Song of Myself, scriveva: “Sono ampio, contengo moltitudini.” Era il 1855. La frase ha attraversato oltre 170 anni come una difesa elegante contro la richiesta di coerenza biografica, contro l’idea che una persona si lasci ridurre alla sua professione.

Le otto figure che troverete in questo numero hanno in comune proprio questo: nessuna sta in una sola casella.

Scaricate e fate scaricare la vostra copia digital

Potete scaricare gratuitamente la versione digitale (formato .pdf) di Bistrôt all’indirizzo bistrot.digital

Pierino Ghisla ha saputo partire adolescente dalla Valle di Blenio per fare fortuna come imprenditore a Bruxelles, poi è tornato in Ticino e a Locarno ha aperto una fondazione che ospita una delle collezioni d’arte contemporanea più interessanti della Svizzera italiana. Theo Signer è oculista in Ticino, divide le giornate tra studio e sala operatoria, ma per due settimane si trasferisce a operare in Messico chi non può permettersi un intervento di cataratta. Susanna Zammataro guida da Ginevra una federazione mondiale di società di ingegneria, eppure lei in passato ha studiato diritto e relazioni internazionali. Françoise Plozza ha pilotato bob a centoquaranta all’ora, vincendo titoli mondiali e di Coppa del Mondo; oggi vive nei Grigioni e ogni mattina passa davanti alla pista per raggiungere la scrivania dello studio di ingegneria in cui lavora a St. Moritz. Stefano Scricciolo è un manager Migros ma insegna anche yoga della risata e fa clownterapia. Tito Tettamanti ha attraversato oltre sessant’anni di Svizzera politica e finanziaria; dopo aver fondato e portato Fidinam in tutto il mondo, continua a scrivere e pubblicare per raccontare la sua visione liberale.

Morgana Blue suona il basso nelle Bambole di Pezza, dal punk al palco di Sanremo, ma con la curiosità anche per altre forme d’espressione artistica. Tiziana Belloli-Tschudi da pittrice allieva di Nando Snozzi è diventata capannara tra le vette grigionesi per poi gestire il grotto di famiglia a Cama con équipe tutta al femminile.

Otto mestieri principali, e dentro ciascuno almeno il doppio di vite parallele. È quello che, seguendo la filosofia di Galli Group, ci interessava cercare per questo numero: figure che resistono all’etichetta, che non si lasciano ridurre. La specializzazione produce competenza.

La moltitudine produce sguardo sul futuro, sul nostro essere umani.

Buona lettura.

L’«OLI DA GUMBAT»

Perché leggere questo articolo?

Per condividere lo sguardo con un punto di riferimento dell’imprenditoria ticinese nel mondo.

#titotettamanti #lugano #direzionelavori #fidinam

Nel novembre 1960, un giovane avvocato di trent’anni che aveva da poco lasciato la politica decise che i ragionieri ticinesi, stimati ma ancora legati a un rapporto fiduciario d’altri tempi, non bastavano più. Serviva qualcosa di più strutturato, di meno personale. Nasceva così Fidinam.

Sessantasei anni dopo, Tito Tettamanti è presidente onorario di un gruppo che raccoglie circa trecentocinquanta professionisti, uffici diretti in oltre dieci Paesi e una rete operativa che copre più di novanta giurisdizioni.

Ha passato il testimone esecutivo a Roberto Grassi, ma continua a comunicare la sua visione liberale. Collabora regolarmente con il Corriere del Ticino e il Nebelspalter, e a suo tempo con “Die Zeit”, ha pubblicato saggi di rilievo, e quando ha l’occasione torna ancora sui temi che hanno attraversato la sua carriera: diritto, finanza, economia, politica. Lo abbiamo incontrato per parlare di impresa, della Svizzera, del mondo e del futuro.

Nel 1960 Fidinam nasce come supporto al suo studio legale. Come si arriva da lì a una holding presente in oltre novanta Paesi? Ai tempi vi erano i ragionieri e commercialisti, stimati professionisti, ma più persone di fiducia. Ho pensato fosse giunto il tempo di strutturare l’assistenza alla clientela, specie imprese, in modo più impersonale e professionale. La successiva espansione all’estero è stata opportunistica e legata spesso all’assistenza a mie attività imprenditoriali in diversi Paesi, mettendo poi radici.

A ventotto anni era in Consiglio di Stato. Cosa l’ha spinta, allora, dall’impegno pubblico verso il mercato? Non ho per nulla scelto.

Sono stato categoricamente invitato ad andarmene via, con alla testa il mio partito. Dovevo togliere il disturbo, cosa che ho fatto essendo persona educata. Professionalmente è stata la mia fortuna.

Perché la Svizzera dovrebbe temere un’integrazione calata dall’alto di Bruxelles, a scapito del proprio modello di democrazia diretta? Proprio perché i due modelli sono incompatibili e non vedo motivo di rinunciare al nostro, che inoltre funziona molto meglio e dà meno problemi.

Nel libro “I sette peccati del capitale” analizzava le derive del sistema. Qual è oggi il peccato più pericoloso per la stabilità economica globale?

Ai tempi vi erano i ragionieri e commercialisti, stimati professionisti, ma più persone di fiducia. Ho pensato fosse giunto il tempo di strutturare l’assistenza alla clientela.

Tito Tettamanti

Anno di nascita: 1930

Professione: avvocato, imprenditore, saggista

Nato a Lugano nel 1930, dottore in diritto all’Università di Berna (1953) e avvocato dal 1955. Deputato al Gran Consiglio ticinese dal 1955, ha poi ricoperto la carica di consigliere di Stato dal 1959 al 1960. Nello stesso 1960 fonda a Lugano la fiduciaria Fidinam. Dagli anni Settanta opera nell’immobiliare in Nordamerica, dagli anni Ottanta nella finanza a New York, più tardi nell’industria con partecipazioni in Sulzer, Rieter, Saurer, e Jean Frey. È presidente onorario del Gruppo Fidinam e della Fondazione Fidinam. Ha pubblicato saggi fra cui Quale Europa?, Manifesto per una società liberale (con Alfredo Bernasconi), I sette peccati del capitale e Conversari al Calar del Sole

Non deve mancare l’«oli da gumbat», la capacità e volontà d’impegno, sacrificando tempo e altri interessi. Non si è mai più intelligenti degli altri, ma si può essere più preparati.

Il voler staccarsi dai meriti della società borghese con partiti incapaci ad opporsi al progressismo di sinistra, anche perché carenti di progettualità.

Ha passato la guida operativa a Roberto Grassi. Qual è il consiglio più importante che gli ha dato? Di non cercare di imitarmi (le copie hanno meno valore) e di far tesoro dell’esperienza cumulata ed essere se stesso.

Fidinam ha rafforzato la propria presenza in Cina. Come deve evolvere il ruolo di Lugano nei confronti dei mercati asiatici?

Le strategie della Fidinam su un piano internazionale non necessariamente corrispondono a quelle di una piccola città come Lugano, che ha però il privilegio di trovarsi fra Zurigo e Milano.

In un contesto di sanzioni e rotte commerciali stravolte, quanto resta vitale per la Svizzera il principio di neutralità?

La neutralità è un’utile espressione di opportunismo che ha giovato molto alla Svizzera. Essenziale anche in futuro. La gestione della neutralità

Direzione Lavori SA

Iscritta a registro di commercio il 21 novembre 1962, con sede in via Maggio a Lugano, Direzione Lavori SA opera nei servizi per l’edilizia: progettazione, direzione di cantiere, pianificazione, gestione e controllo economico-finanziario di progetti immobiliari, oltre a stime e perizie tecniche. In oltre sessant’anni ha seguito più di cento progetti in Ticino, fra cui il Campus USI-SUPSI di LuganoViganello, il Campus SUPSI di Mendrisio, la Gottardo Arena di Ambrì, l’ala sud dell’Ospedale Beata Vergine di Mendrisio e il Palazzo Caimato di Cassarate, sede di Fidinam SA. Fra i cantieri in corso: il quartiere intergenerazionale QIC di Coldrerio, le nuove sale operatorie dell’EOC di Bellinzona, la casa anziani di Caslano. Tra gli anni 1965 e 1980 ha operato anche con una propria sede in Canada, a Toronto.

Il 6 maggio 2025 il Gruppo Fidinam ha annunciato la cessione della quota di maggioranza al Galli Group di Grono, editore di Bistrôt. La società ha mantenuto nome, sede e continuità operativa, e Fidinam è rimasta rappresentata in consiglio di amministrazione.

Direzione Lavori SA entra così nella costellazione del gruppo retico accanto a Galli General Contractor, Galli Engineering, Galli Partners Consulting, Galli Immobiliare, Planidea e Studio Protec SA.

necessita una classe politica competente e abile, e al proposito oggi ho qualche dubbio.

La Fondazione Fidinam opera nel sociale, nell’istruzione e nella sanità. Qual è la responsabilità di un grande patrimonio verso la comunità?

La Fondazione non è legata al Ticino, anche perché gran parte del patrimonio è stato realizzato all’estero. Cerca, come tutte queste istituzioni, di supplire alle necessità della società.

Guardandosi indietro, il suo percorso quanto deve alla visione e quanto all’intuizione? E cosa non deve mancare a un imprenditore?

Importante è essere al punto giusto nel momento giusto, e perciò è utile la costante impegnata presenza sul terreno. Non deve mancare l’«oli da gumbat», la capacità e volontà d’impegno, sacrificando tempo e altri interessi. Non si è mai più intelligenti degli altri, ma si può essere più preparati.

Si definisce ancora un tipo curioso. Cosa la affascina di più oggi e cosa

la preoccupa?

Ovviamente, il tema che si impone per la sua estrema attualità è quello dell’intelligenza artificiale, della quale, anche perché sono uomo del secolo scorso, capisco poco e comprendo ancora meno. Talvolta mi chiedo se la macchina non avrà il sopravvento e, conseguentemente, se la nostra civiltà, come tante altre prima di noi, non si estinguerà.

Ai giovani imprenditori ticinesi che vedono il Ticino troppo stretto e il mondo troppo grande, cosa dice? Di non illudersi che gli studi abbiano insegnato loro un mestiere, una professione. Che si apprende solo lavorando e facendo esperienza sul campo. Possibilmente anche in altre realtà, come la Svizzera interna o all’estero. Lì ci si deve fare le ossa, e ciò dovrebbe permettere più tardi negli anni di tornare in Ticino e affermarsi. Al proposito non mi pare il Cantone faccia molto, e gli ostacoli burocratici per le attività imprenditoriali da noi non sono invitanti.

Fidinam

Nasce a Lugano il 23 novembre 1960 per iniziativa di Tito Tettamanti, appena uscito dal Consiglio di Stato. Il Gruppo Fidinam, con sede in via Maggio 1, è una società di consulenza privata attiva in quattro aree: fiscale, aziendale, immobiliare e digitale. Secondo i dati diffusi dal gruppo, riunisce circa trecentocinquanta professionisti, con uffici diretti in oltre dieci Paesi e operatività dichiarata in più di novanta giurisdizioni.

La rete svizzera copre Lugano, Bellinzona, Mendrisio, Zurigo, Lucerna, Ginevra e Berna. All’estero è presente a Milano, Monte Carlo, Lussemburgo, Rotterdam, Dubai, Hong Kong, Singapore, Ho Chi Minh City, Hanoi, Shanghai, Guangzhou, Pechino e Sydney.

La presidenza è affidata a Massimo Pedrazzini, la direzione generale a Roberto Grassi, la presidenza onoraria a Tito Tettamanti. La Fondazione Fidinam, creata nel 2008 e sottoposta alla vigilanza della Confederazione, sostiene progetti nei campi dell’educazione, della ricerca, della sanità e della lotta al bisogno.

CON LA TESTA DA INGEGNERE

Perché leggere questo articolo?

Per conoscere cosa ci riserva il futuro del mondo dell’ingegneria.

#susannazammataro

#infrastrutture #Ingegneria

#FIDIC

Ad Atene, nell’aprile scorso, il programma del Global Leadership Forum di FIDIC contava quasi la metà di relatrici donne. L’anno prima erano circa un quarto. Cos’è successo? Come hanno fatto a raddoppiare? Susanna Zammataro, CEO della più antica federazione mondiale degli ingegneri consulenti, nel 2025 si era detta: «non è possibile, occorre uscire dal sentiero battuto che ci porta ad invitare i nomi già noti perché è più comodo”. E così è stato. D’altronde per lei cambiare le cose non è una novità: da appena un anno è alla guida di FIDIC, che in oltre un secolo di storia non aveva mai avuto una donna al vertice. Zammataro, ginevrina d’adozione, ci è arrivata dopo diciotto anni da direttrice generale della International Road Federation. Una vita trascorsa nel mondo delle infrastrutture anche se lei non ha mai studiato formule di portanza bensì le fondamenta del diritto. Ma dice di sentirsi di avere la testa di «un ingegnere meccanico». Perché? Ce lo siamo fatti spiegare.

Quando sono arrivata all’IRF ero l’unica donna nel board, e di gran lunga la più giovane.

Susanna Zammataro

Anno di nascita: 1973

Professione: CEO di FIDIC

Master in diritto europeo al College of Europe, formazione in scienze politiche e relazioni internazionali. Ha lavorato intorno alla Commissione europea a Bruxelles, poi a Ginevra tra delegazione UE e Nazioni Unite. Dal 2007 alla International Road Federation, prima come sustainability manager, poi direttrice generale. Da maggio 2025 è chief executive officer di FIDIC, con sede a Ginevra. Vive in Svizzera con la famiglia.

Come si arriva da Bruxelles e dal mondo UE alla direzione generale di una federazione di ingegneri? Per caso, mi piace dire. Mi ero trasferita a Ginevra per ragioni personali, dopo alcuni anni a Bruxelles da lobbista intorno la Commissione europea e un passaggio alla Confindustria. E per ironia della sorte avevo deciso di ricominciare da capo nell’unico paese europeo che non fa parte dell’Unione. Questo perché l’ambiente internazionale ginevrino favorisce l’integrazione di due mondi che vediamo come separati, i regolatori e gli ingegneri, con linguaggi diversi. In realtà facciamo la stessa cosa: rispondere ai bisogni della gente, ed è quello che fa un’infrastruttura. All’International Road Federation sono entrata come sustainability manager. Una delle prime cose che ho fatto è stata lanciare il primo calcolatore dei gas serra per la costruzione stradale. Per più di un anno ho lavorato con i direttori tecnici delle grandi compagnie di costruzione. All’inizio non si sono resi conto che non ero un ingegnere. Lo hanno scoperto solo

alla fine. Penso che sia perché ho la testa da ingegnere meccanico: amo spezzettare gli ingranaggi, capirli, rimetterli insieme. In fondo anche un regolamento è un ingranaggio.

E l’essere donna, in un ambiente che di donne ne aveva poche? Non è stato semplice, mentirei se dicessi il contrario. Quando sono arrivata all’IRF ero l’unica donna nel board, e di gran lunga la più giovane. Ventitré anni fa. Dovevo sempre dimostrare qualcosa in più. Ma mi piace guardare l’aspetto positivo, perché è stato un apprendimento reciproco: io ho imparato ad argomentare meglio, loro hanno imparato ad ascoltare.

A un certo punto, all’IRF, le è venuta un’idea per cambiare le cose. Era il solito copione: nei gruppi di lavoro tutti dicevano «dovremmo portare più donne nei board»; ma al momento del voto veniva eletto sempre un uomo, più senior. La giurista in me ha trovato un modo per bypassare gli statuti senza cambiarli. Regola: ogni volta che si elegge qualcuno nel board, si elegge accanto anche una donna, possibilmente giovane. Le regole di voto sono rimaste le stesse, ma abbiamo così dato accesso a board room experience. Da lì un dialogo interessante. Alcune organizzazioni sono tornate dicendo «non abbiamo donne da candidare, sono tutte segretarie». Ha innescato una riflessione. E ciascuno ha cominciato a lavorarci in casa propria.

Proviamo a spiegare FIDIC al lettore non ingegnere.

Una federazione di associazioni nazionali, oggi novantaquattro. Raggruppano gli ingegneri consulenti e le società d’ingegneria di ciascun paese. Il nostro compito è articolare a livello globale i bisogni ma anche il contributo di questa industria verso i forum che scrivono le regole del gioco. Tre pilastri. Gli appalti pubblici e la loro regolamentazione: dove si costruisce un’infrastruttura, occorre farlo con qualità. I contratti standard, quelli per cui siamo conosciuti da

oltre cent’anni, il libro rosso, il giallo, il verde: bilanciano i rischi tra le parti di un progetto. Infine, la formazione e la certificazione, con la FIDIC Academy e il FIDIC Credentialing.

Il Climate Change Charter del 2021. Basta una dichiarazione d’intenti per la sostenibilità?

La carta è stata l’impegno iniziale. Poi va tradotta in strumenti concreti. Lo scorso dicembre abbiamo pubblicato una serie di guide contrattuali, adesso disponibili al pubblico: dalla pianificazione al cantiere, passo per passo, come gestire il carbonio, sul piano tecnico e contrattuale. In parallelo il Carbon Management Framework, che opera sul quotidiano del progetto. Attraverso i rated criteria, le banche multilaterali hanno la possibilità di assegnare punteggi aggiuntivi per chi soddisfa certi criteri di gestione del carbonio. Bridging policy and action: un ponte fra quello che sta scritto nei trattati e quello che succede nei cantieri.

L’intelligenza artificiale cambierà il mestiere dell’ingegnere?

Abbiamo pubblicato uno studio con Ernst & Young. Non ci si può chiudere dietro la porta e dire «non ne voglio sentire parlare». Al Global Leadership Forum i cento CEO presenti erano concordi: trasformazione, non minaccia. Servono due cose. Cambiare le competenze. E costruire una vera AI governance interna: quando un team può usarla, come, chi supervisiona il lavoro fatto con l’AI, soprattutto a livello junior. Il tema non è se usarla. È che livello di controllo metti, e chi ha l’esperienza per esercitarlo.

Oggi la professione d’ingegnere, secondo i sondaggi, non è tra le attrattive per i giovani. Come mai? Forse non hanno tutti i torti. Sono cresciuti con altri modelli. Mia figlia di dieci anni, quando le chiedo cosa vuole fare da grande, mi risponde che vuole essere una YouTube star con dieci milioni di follower. È il loro mondo. Dai sondaggi presentati al Forum emerge però qualcosa: il salario interessa meno di quanto si

COS’È FIDIC

Nata il 22 luglio 1913, la Fédération internationale des ingénieurs-conseils (FIDIC) è la più antica federazione mondiale degli ingegneri consulenti. Tra i paesi fondatori, con Belgio e Francia, c’è anche la Svizzera; la sede è a Ginevra. Principi fondativi: qualità, integrità, sostenibilità. Oggi rappresenta 94 associazioni nazionali, oltre un milione di professionisti e circa 40.000 società d’ingegneria in un centinaio di paesi. I suoi «libri colorati» sono standard contrattuali adottati dalle principali banche multilaterali di sviluppo, dalla Banca Mondiale alla BERS. Il primo Red Book, per la costruzione, è del 1957; seguono il Yellow per progettazione e realizzazione, il Silver per i chiavi in mano, il Green per progetti più snelli, l’Emerald per opere sotterranee. FIDIC gestisce inoltre una President’s List di dispute adjudicator, la FIDIC Academy per la formazione e il FIDIC Credentialing per le certificazioni. Nel 2021 ha varato il Climate Change Charter; a fine 2025 la Carbon Management Guide per i contratti standard. La Strategia 2026+ si muove su posizionamento globale, innovazione, capacity building, advocacy.

pensi, la flessibilità conta moltissimo, e al secondo posto c’è il senso di appartenere a qualcosa di più grande. Noi non siamo ancora capaci di raccontare quanto valore sociale produciamo. Costruire strade, ponti, scuole, significa dare opportunità alle persone.

Guardando avanti dieci anni, dove chiederà più lavoro l’ingegneria?

L’energia è in cima alla lista. La transizione richiede impianti, reti, interconnessioni. Poi l’acqua, che per molte regioni del mondo è già il primo fronte dell’adattamento climatico. Significa ripensare opere esistenti con proiezioni climatiche realistiche, diverse da quelle con cui erano state progettate decenni fa. E poi credo ancora che sarà cruciale il tema dei trasporti, come stiamo

vedendo con le crisi in Medio Oriente e altri conflitti se la rete di trasporti si blocca si ferma anche l’economia.

E il ruolo di FIDIC nel futuro?

FIDIC è del 1913, poco prima della Prima Guerra Mondiale. L’IRF e le altre sono del 1947-48, subito dopo la Seconda. Bisognava ricostruire infrastrutture, certo. Ma l’intento era anche un altro: mettere insieme le persone, fare in modo che ci si capisca un po’ di più, evitare le escalation di oggi. Nel nostro piccolo, una federazione fa esattamente questo. A FIDIC voglio spingere in quella direzione: più presenti, più vicini ad altre organizzazioni. Costruire un gruppo che pesi nelle istanze che contano, e che favorisca lo scambio di culture.

Perché leggere questo articolo?

Per fare un viaggio esotico in Messico non per scoprire le spiagge di Cancun ma la solidarietà dei medici svizzeri che ridanno la vista in Yucatan.

#theosigner #yucatan #vista #oculista

SGUARDI DAL MESSICO

Molti di noi probabilmente sognano di svegliarsi la mattina con la vista sul mare di Cancun, ma c’è chi nello Yucatan ci è nato e cresciuto e da anni non può vedere lo spettacolo delle terre dei Maya. Perché farsi operare di cataratta in quelle terre non è un’opportunità per tutti. Per ridare loro la vista, per riaccendere quelli sguardi spenti e opachi, c’è la Swiss Foundation Against Blindness. Tra i chirurghi che per due settimane l’anno si trasferiscono in Messico per operare, da mattina a sera, centinaia di pazienti della regione c’è anche il medico ticinese Theo Signer. È un affermato oftalmologo, primario del Centro Avanti di Lugano e direttore medico del Gruppo Vista, una delle reti oftalmologiche più strutturate della Svizzera. Ma da 26 anni, per una quindicina di giorni lascia la sua vita ordinata di Morcote e vola nello Yucatan. L’abbiamo incontrato per farci raccontare come si può passare da uno dei contesti medici più specializzati al mondo a una realtà dove occorre tornare alle tecniche di base, senza far venir mai la passione per la propria vocazione: migliorare la qualità di vita degli altri.

Portiamo con noi giovani capiclinica bravi, che magari non hanno ancora operato a questi ritmi: di pomeriggio insegniamo loro le modifiche tecniche necessarie.

In Svizzera lei dirige una clinica con 99 medici e le tecnologie più avanzate. In Messico opera con tecniche che i manuali definiscono storiche. Come si conciliano questi due mondi?

In Svizzera operiamo con microincisioni minuscole: il cristallino viene frammentato e aspirato attraverso un’apertura di meno di due millimetri. In Messico spesso non è possibile. I pazienti arrivano con cataratte così avanzate che i cristallini sono duri e opachi. Ormai non vedono più nulla. A quel punto dobbiamo aprire l’occhio molto di più, quasi metà della circonferenza della cornea, e togliere

la lente intera. È una tecnica più invasiva, ma è l’unica che funziona in quei casi.

Come mai arrivano in condizioni così gravi?

Perché i fondi della sanità pubblica messicana sono pochi. Si opera un certo numero di pazienti e il resto aspetta. In Svizzera il paziente viene presto, magari perché fa un lavoro di precisione e vuole una vista perfetta. Là vengono quando ormai non vedono più. E la cataratta nel Quintana Roo arriva prima, colpisce più duro: la dose di raggi UV è dieci volte superiore alla nostra. Aggiunga il diabete, che è la malattia numero uno nell’area, e l’ipertensione come concause.

Che tipo di pazienti incontrate?

C’è di tutto. Bebè di tre mesi e anziani di cento anni di etnia Maya. Ricordo un signore di circa settant’anni che non parlava nemmeno spagnolo. Viveva isolato, si sentiva un peso per il suo villaggio perché non vedeva quasi più. Quando l’abbiamo operato e gli abbiamo tolto le bende, si è commosso. Non per il fatto di vedere, ma perché sentiva di poter tornare utile alla sua comunità. Questo ti resta dentro.

Nel 2023 un incendio ha distrutto tutto il vostro equipaggiamento nel vostro deposito a Città del Messico. Come si reagisce a un colpo del genere?

È stato devastante. Un cortocircuito

ha provocato un incendio e in poche ore abbiamo perso più di mezzo milione di franchi di attrezzature: tre microscopi operatori, sterilizzatrici, 280 lenti intraoculari pronte all’impianto. Materiale che per una fondazione piccola come la nostra è il cuore di tutto. La reazione naturale sarebbe fermarsi. Invece abbiamo organizzato il primo evento di beneficenza, raccolto circa 150.000 franchi, e alcune aziende farmaceutiche ci hanno messo a disposizione macchinari gratuitamente. Non sono le macchine di ultima generazione che uso al centro Avanti, ma ci hanno permesso di non saltare nemmeno una missione. A ottobre 2024 abbiamo fatto 600 interventi.

Quanto dura una missione tipo?

Due settimane in Messico, di cui otto-nove giorni pieni di sala operatoria. A ottobre 2025, abbiamo fatto 460 interventi. Vuol dire 50, 60, anche 70 al giorno. Si entra all’alba, si esce alle nove di sera. Ogni paziente ha il suo fascicolo completo, ogni intervento segue i protocolli di sterilità svizzeri, ogni referto viene scritto per il follow-up locale. Non si taglia su niente.

Come si prepara tutto questo dall’altra parte dell’oceano? Il legame con il governo messicano è la colonna portante. Lavoriamo

con il DIF, il dipartimento per la reintegrazione familiare, e con la governatrice del Quintana Roo. La nostra presidente esecutiva in Messico, Norma Aragon, resta in contatto tutto l’anno con le autorità. Optometristi sparsi nel Paese reclutano i pazienti, fanno gli esami preliminari, la biometria. Noi selezioniamo i casi, ordiniamo le lenti e andiamo a operare. L’ospedale di Cancun ci ha dato una collaborazione totale: non solo le sale, ma personale infermieristico, strumentazione, supporto logistico.

Voi formate anche i colleghi messicani.

È un punto fondamentale. Non andiamo laggiù per operare e sparire. Portiamo con noi giovani capiclinica bravi, che magari non hanno ancora operato a questi ritmi: di pomeriggio insegniamo loro le modifiche tecniche necessarie. E formiamo anche i chirurghi e i ferristi messicani, perché gestiscano le complicanze in autonomia. Lo scopo è lasciare colleghi preparati, non pazienti da rioperare.

La fondazione non ha costi amministrativi. Come è possibile? Tutto il lavoro, dall’organizzazione dell’evento benefico alle due settimane in Messico, lo facciamo noi gratuitamente. Non c’è apparato, non c’è segreteria. I soldi donati vanno

Formiamo anche i chirurghi e i ferristi messicani, perché gestiscano le complicanze in autonomia.

integralmente al progetto. E siamo noi a portarli laggiù: sappiamo che arrivano e non spariscono.

Un consiglio a un giovane che voglia diventare chirurgo? Passione. Tutti parlano di soldi, soprattutto in oftalmologia, e questo approccio è completamente sbagliato. Ci vuole pazienza, voglia di mettersi nei panni del paziente. E poi c’è un problema che vedo spesso nei ragazzi di oggi: non lavorano più con le mani. Non fanno modellismo, non lavorano in giardino. Stanno dietro ai social. Questo si nota. Tanti vorrebbero essere chirurghi per il prestigio, ma il chirurgo lo sei o non lo sei. Lo capiamo dopo pochi mesi di formazione. Chi ha passione, chi è disposto a stare anche in seconda fila, diventa un buon medico. È quello che il paziente cerca.

Anche le sue figlie fanno parte della squadra. Tutte e due, sì. Quella che studia medicina fa l’assistente strumentista in sala: assiste direttamente ai nostri interventi. L’altra studia economia, e quest’anno verrà per la prima volta: si occuperà della logistica, del flusso dei pazienti, del controllo qualità. Per loro è stato scoprire un altro mondo, forse più reale del nostro. Hanno cominciato ad apprezzare quello che abbiamo in Svizzera, dove tutto è sempre a disposizione. Laggiù niente

è scontato.

Com’è la risposta del Ticino alla vostra iniziativa?

Il Ticino è molto generoso, nonostante lo si consideri uno dei cantoni più poveri. Io la vedo diversamente: è uno dei più ricchi, per disponibilità, per gentilezza, per cultura. Vivo qui da quando ho diciassette anni e i colleghi del gruppo L’Occhio Allegro del Messico mi supportano con un’energia che ogni volta mi sorprende. È grazie a questa rete che si riparte, sempre.

Theo Signer

Anno di nascita: 1970 Professione: oftalmologo

Appenzellese di origine, vive a Morcote. Laureatosi in medicina nel 1998, si è specializzato in chirurgia vitreoretinica e del segmento anteriore. Dal 2015 è direttore medico (CMO) del gruppo Vista e primario del Centro Avanti a Pazzallo Lugano. Membro del consiglio di fondazione della Swiss Academy of Ophthalmology, dal novembre 2025 è presidente della Swiss Foundation Against Blindness in Mexico, con la quale da 26 anni guida missioni chirurgiche in tutto il Messico e negli ultimi quattro anni nello Yucatàn e nel Quintana Roo.

Chi ha passione, chi è disposto a stare anche in seconda fila, diventa un buon medico. È quello che il paziente cerca.

YUCATAN E QUINTANA ROO:

DOVE OPERA LA FONDAZIONE

La penisola dello Yucatan occupa l’estremità sud-orientale del Messico, protesa nel Mar dei Caraibi tra il Golfo del Messico e il Belize. È suddivisa in tre stati: Yucatan, Quintana Roo e Campeche. La regione è la culla storica della civiltà Maya, la cui popolazione — circa 800.000 persone nello Yucatan e oltre 200.000 nel Quintana Roo — costituisce ancora oggi una delle comunità indigene più numerose del Paese, con lingue e strutture sociali proprie. Il contrasto economico è netto. Quintana Roo ospita Cancun e la Riviera Maya, tra le prime destinazioni turistiche al mondo, ma il suo entroterra resta tra le aree più povere del Messico. L’accesso alle cure mediche specialistiche è scarso: gli ospedali pubblici hanno liste d’attesa pluriennali e la rete oftalmologica è quasi inesistente nelle zone rurali.

Perché leggere questo articolo?

Per scoprire cosa fa nascere la passione in un collezionista d’arte, fino al punto di condividere le proprie opere con il pubblico.

#pierinoghisla #ghislaartmuseum #artecontemporanea #locarno

TRA BASQUIAT E HARING

Via Ciseri 3, Locarno. A poche decine di metri dal debarcadero, un cubo rosso senza finestre si specchia nel fossato d’acqua che lo circonda. Dentro, otto sale silenziose distribuite su tre piani offrono un’esperienza artistica e umana. Perché a guidare il visitatore, a volte potete trovare lui, Pierino Ghisla, settimo di otto figli di contadini della Valle di Blenio, partito da casa a sedici anni per aiutare lo zio Nino nella sua azienda attiva nel commercio ortofrutticolo belga. Da lì è arrivato a fare import-export in tutto il mondo. Poi, nel 2013, dopo oltre quarant’anni in Belgio, è tornato in Ticino con la moglie Martine. Nel giugno 2014 la Fondazione Ghisla

Art Collection ha aperto le porte. Il cubo rosso, progettato dallo studio Moro & Moro, è ora la “casa” aperta al pubblico di una passione coltivata nel tempo libero. Il poco lasciatoli da un mestiere che imponeva di alzarsi alle tre del mattino. Ma percorrendo le sale si capisce che una collezione di un appassionato d’arte non è fatta di ricerca filologica, ma di dialogo con le opere, di ricerca di qualcosa che ci rappresenti, che ci mostri per quello che siamo, come quella di Michelangelo Pistoletto che ci sorprende riflettendo la nostra immagine, e ci ricorda che se un’opera non ci rispecchia, meglio passare oltre.

Quando sono andato in pensione, nel 2013, con Martine avevamo già centottanta opere.

Mi sono chiesto: e adesso cosa faccio?

Signor Ghisla, la collezione nasce a Bruxelles. Dove avete comprato il primo quadro?

In una piccola asta di quartiere, subito dopo esserci sposati. Io avevo ventidue anni, Martine diciotto e mezzo, eravamo a tasche vuote. Un’opera d’occasione. Da lì ci siamo alzati di livello poco per volta. Alla passione si è aggiunta la conoscenza: fu la direttrice di Sotheby’s a Bruxelles a fornirmi i cataloghi sui quali apprendere il valore artistico.

Arte e ortofrutta: come si tengono insieme?

A sedici anni sono partito da un paesino di montagna per andare dallo zio a Bruxelles. Dovevo restare quindici giorni prima di cominciare la scuola di commercio. Mi è piaciuto, non sono più tornato. A ventun anni ero già titolare dell’azienda, mio zio si era ritirato. Una signora di una delle ditte più grandi del Belgio mi ha proposto di passarmi i clienti piccoli, quelli che a lei facevano perdere tempo. Dopo due anni, avevo quindici operai. Se non avessi sviluppato l’attività imprenditoriale non avrei potuto permettermi un hobby così costoso.

Il radicchio di Chioggia, dice, l’ha portato lei nel mondo.

Lo spedivamo in Giappone, in America, in Inghilterra. L’anno in cui ne ho venduto di più siamo arrivati a 170.000 casse. Ho introdotto in Belgio buona parte della verdura italiana, dai peperoni alle zucchine. Con il Perù e il Cile garantivamo l’uva da febbraio a marzo; poi la Sicilia riprendeva a fine maggio. Era la nostra specialità.

E l’arte, in tutto questo?

L’ho sempre vissuta come un contraltare. Alzarsi alle tre del mattino per cinquant’anni lascia il segno. Quando sono andato in pensione, nel 2013, con Martine avevamo già centottanta opere. Mi sono chiesto: e adesso cosa faccio?

Le ho proposto di portarle qui. Lei ha detto di sì. A Locarno avevamo l’appartamento di vacanza da anni, era un posto che già sentivamo nostro.

Il Basquiat della collezione ha una storia particolare.

All’epoca non sapevo chi fosse. Eravamo andati da un gallerista di Bruxelles per vedere un Tàpies.

LA COLLEZIONE NEL CUBO ROSSO

La Fondazione Ghisla Art Collection ha sede in via Ciseri 3, a un paio di minuti a piedi dal debarcadero di Locarno. L’edificio, ristrutturato dallo studio Moro & Moro, è un cubo rivestito di una lamiera stirata di colore rosso, privo di finestre, circondato da un piccolo fossato d’acqua. Otto sale distribuite su tre piani ospitano a rotazione una selezione della raccolta costruita da Martine e Pierino Ghisla: oltre trecento opere di arte moderna e contemporanea, provenienti dai cinque continenti. In esposizione permanente figurano, tra gli altri, Jean-Michel Basquiat, Andy Warhol, Keith Haring, Roy

Lichtenstein, Pablo Picasso, René Magritte, Joan Miró, Fernando Botero, Lucio Fontana, Piero Manzoni, Alighiero Boetti, Enrico Castellani, Dadamaino. Accanto alla rotazione permanente, la fondazione propone mostre temporanee, dedicate spesso ad artisti di respiro internazionale o a letture trasversali della collezione. L’audioguida, inclusa nel biglietto, è disponibile in italiano, tedesco, francese e inglese e allunga la visita media a circa un’ora e mezza. Le attività didattiche con le scuole, dall’asilo all’università, sono parte integrante del progetto.

Il Tàpies non ci ha detto niente. Scendendo le scale ho visto questo quadro appoggiato al muro, dissi a mia moglie che mi comunicava qualcosa. Il gallerista mi raccontò di un signore di Bruxelles che si era trasferito a New York ed era tornato con 8 quadri di Basquiat che aveva acquisito con il suo compagno morto di Aids. All’epoca non era così quotato, oggi è una delle opere di maggior valore che possediamo. Avrei dovuto prenderne due….

Anche il Keith Haring ha una storia analoga?

È un’opera del 1985. Lui allora dichiarava già che se qualcuno fosse morto di AIDS, che stava mietendo le prime vittime, sarebbe stato tra i primi. Poi nel 1988 disse di essere malato e nel 1990 è morto. I primi sintomi li sentiva probabilmente già quando dipinse quel quadro che ritrae una castrazione. È quasi un’opera profetica.

Si fa consigliare da galleristi o curatori?

Chi si fa consigliare non è un amatore d’arte, è uno speculatore. Scegliere un’opera è come scegliere una moglie o un’amante: non può farlo un altro al posto tuo. L’arte deve essere amore. Alla gente dico sempre: una volta che siete stati in un museo con gli amici o con la famiglia, ritornate da soli, mettetevi davanti a un quadro, aspettate che vi dica qualcosa. Dev’essere un percorso quasi meditativo.

Compra in galleria o direttamente dagli artisti?

Sempre tramite galleria. Va riconosciuto il valore del gallerista. La galleria è mediazione culturale, è quella che tiene in vita il percorso di un autore nel tempo.

Perché ha scelto Locarno per la fondazione?

Venivamo in vacanza qui da anni. Quando abbiamo comprato lo stabile pensavamo solo a un deposito per la collezione. Poi abbiamo capito che un investimento così per tenere le opere chiuse in un magazzino

non aveva senso. Abbiamo scelto il progetto di Moro & Moro, che ha ricavato otto sale su tre piani, e il 28 giugno 2014 abbiamo aperto al pubblico.

Chi sono i vostri visitatori?

Molti sono turisti. Lavoriamo molto con le scuole, dall’asilo all’università. Un bambino di sei anni, davanti a un’opera astratta di Dadamaino, ha detto che ci vedeva una cascata. Non insegniamo a vedere: portiamo a riflettere.

Progetti futuri?

Dedicheremo mostre tematiche sulla nostra collezione. Abbiamo oltre trecento opere e ne esponiamo solo alcune decine per volta.

La cultura però costa… Nessuno in famiglia, oltre mia moglie, sa quanto mi costa ogni anno mandare avanti tutto questo. Ma il vizio dell’arte regala qualcosa alla collettività, e quello ripaga.

Ha mai comprato per investimento? Non lo consiglio a nessuno. Il vero valore si cela nell’emozione che l’opera mi procura.

Chi si fa consigliare non è un amatore d’arte, è uno speculatore… L’arte dev’essere amore.

Joris Van de Moortel

«La Tana del Matto» è la mostra personale che Joris Van de Moortel, artista belga nato a Gand nel 1983 e oggi attivo ad Anversa, ha allestito ai primi due piani del cubo rosso di via Ciseri. Pittura, scultura, installazione, suono e poesia compongono un percorso pensato come universo mentale, con riferimenti al matto dei tarocchi e alla «Zattera della Medusa» di Géricault. La pratica dell’autore intreccia pittura fiamminga tardomedievale, mistica nordeuropea, scena rock e tradizioni musicali: dei suoi concerti restano frammenti di palchi e chitarre demoliti, poi riassorbiti nelle opere insieme a strumenti, organi e poesie autografe. La mostra include lavori inediti commissionati per Locarno e dialoga con la dimensione rituale dell’atto creativo. Le audioguide, firmate dall’artista stesso, accompagnano il visitatore nelle stratificazioni dell’allestimento. La mostra è in calendario fino al 23 agosto. Catalogo bilingue italiano-inglese a corredo.

Pierino Ghisla

Anno di nascita: 1951 Professione: ex imprenditore e collezionista d’arte

Nato nella Val di Blenio, settimo di otto figli di contadini. Negli anni Sessanta, a sedici anni, si trasferisce a Bruxelles per lavorare con lo zio nel commercio ortofrutticolo; a ventun anni è già il titolare dell’azienda. Negli anni la trasforma in uno dei principali importatori di frutta e verdura in Belgio. Nel 2013 lascia il Belgio con la moglie Martine e torna in Ticino. Il 28 giugno 2014 inaugura a Locarno la Fondazione Ghisla Art Collection, ente senza scopo di lucro che rende accessibile al pubblico la collezione costruita dalla coppia in oltre trent’anni.

A lato “Concetto spaziale, attese” (1962) di Lucio Fontana, a pag. 22 “Anybody speaking words” (1982) di Jean-Michel Basquiat, a pag. 24 “Yellow Vase” (1991) di Roy Lichtenstein.

Perché leggere questo articolo?

Per scoprire come la tradizione dei grotti di Cama ha trovato nuova linfa grazie a un team al femminile.

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#mesolcina #cucinatipica

Il grotto delle donne

A Cama, in Mesolcina, una quarantina di grotti stanno addossati al versante, sotto castagni che hanno visto passare secoli. Dalle fessure della roccia esce un soffio freddo e costante, i fiadiré: correnti d’aria che filtrano dalla montagna e che per generazioni hanno conservato salumi, formaggi e vino senza bisogno di celle frigorifere. Di quei grotti, solo tre hanno licenza di ristorante. Uno porta un doppio cognome - Milesi-Belloli - e racconta una storia di legami familiari nelle terre grigionesi.

A gestirlo oggi c’è Tiziana BelloliTschudi, di Lostallo, che l’anno scorso ha deciso di riprendere in mano il grotto di famiglia. Con lei, un gruppo di donne. Siamo andati a incontrarla nei giorni precedenti la riapertura (avvenuta a maggio) della seconda stagione, per farci raccontare questa esperienza che unisce sorellanza, voglia di genuinità e spirito d’impresa. E sulla panca, all’ombra dei castagni, si è aperto il baule dei ricordi e quello dei desideri.

Com’è nata l’idea di gestire il grotto direttamente?

Penso dall’incoscienza di chi non sa cosa vuol dire gestire un grotto –risponde sorridendo – Al di là delle battute, devo seriamente dire che da qualche anno mi frullava in testa l’idea di farlo e l’anno scorso i miei pensieri si sono trasformati in realtà.

La sua famiglia ha un legame lungo con questo posto. Il grotto era nato come supporto, nelle giornate estive, al Ristorante della Posta. Perciò d’estate i miei nonni si barcamenavano tra grotto e ristorante, secondo le condizioni

meteorologiche. Erano altri tempi, il grotto era un luogo d’aggregazione per tutto il paese. Mia nonna Ida, rimasta vedova del nonno Pep Belloli, nel 1948, si risposò 10 anni dopo con Rico Milesi, apprezzato salumiere conosciuto in tutto il Ticino per i suoi prosciutti. È per questo che il grotto porta entrambi i cognomi. Assieme ai miei genitori e ai miei zii hanno portato avanti il grotto Milesi-Belloli, per tanti anni. Noi nipoti passavamo il tempo a giocare nell’incavo del vecchio castagno che ancora oggi abbraccia il grotto. Da allora è passato tanto tempo, i miei nonni non ci sono più,

Mi ha sorpreso la sorellanza e la grande empatia che si è creata tra di noi.

noi siamo invecchiati ma il castagno è ancora lì.

E ora?

E ora ecco mi qua, con Manuela Tamò-Zala, il mio braccio destro - e anche quello sinistro alle volte -, che ha accettato di imbarcarsi con me in questa avventura. Noi ci occupiamo della gerenza e della qualità dei prodotti. Le nostre amiche e le mie sorelle, tutte donne eccezionali, sono il vero motore di questo grotto. Siamo tutte apprendiste sul campo, nessuna è del mestiere ma tutte hanno una gran voglia di fare. Tra errori da principianti e sorrisi spontanei, cerchiamo di migliorarci ogni giorno e di imparare. Sono molto orgogliosa di questo team.

Cosa si trova nel piatto?

Cerchiamo d’inseguire i sapori del tempo passato. La nostra Valle offre tanto, dai salumi ai formaggi, basta solo scovarli e saperli apprezzare per la genuinità e per la passione di chi, in questi prodotti, ci mette l’anima. Cerchiamo di essere anche innovativi con prodotti particolari proponendo carne di Yak del Pian San Giacomo, o formaggi particolari di casa nostra, ed altro ancora. La nostra parola d’ordine comunque è sempre territorio, dalla carne

rigorosamente Svizzera ai prodotti genuini che offrono la Mesolcina e la Calanca. Come ‘na volta!

E la selvaggina?

Anche qui abbiamo fatto una scelta un po’ controcorrente. Abbiamo tutte dei cacciatori in famiglia e acquistare la selvaggina dalla Nuova Zelanda o dalla Polonia ci sembrava veramente un controsenso. Abbiamo quindi deciso di non offrire né sella di capriolo, né medaglioni di capriolo, ma solo selvaggina locale. Siamo convinti di aver fatto una giusta scelta, coerente con la nostra idea di rispetto del territorio e di genuinità.

Cos’è che l’ha sorpresa di più?

Fare la cameriera non è facile come si pensa. Gestire un grotto nemmeno. Dietro le quinte c’è un lavoro enorme. D’altra parte, mi ha sorpreso la sorellanza e la grande empatia che si è creata tra di noi. Quando lavorare è un piacere, hai già vinto. Inoltre, ho trovato tanta gentilezza e tanta riconoscenza da parte dei nostri clienti abituali e tanta simpatia in quelli di passaggio. Mi hanno sorpresa le persone che ci hanno dato una mano concreta, anche con lavori più umili e le nostre meravigliose mamme che ci fanno le torte tutte le settimane. Senza dimenticare i nostri mariti e compagni per la manovalanza infinita, e i nostri figli e nipoti che ci fanno da jolly ogni volta che serve… Siamo in tanti ed è bellissimo… e non è scontato.

Cosa ha imparato da questa nuova esperienza?

Il senso di gratitudine. Quello per i miei avi, per ciò che hanno costruito; quello verso i miei genitori per avermi trasmesso la voglia di stare con la gente; quello verso le

mie amiche-colleghe-sorelle, per supportami in questa avventura, e anche verso la mia famiglia, perché nel bene e nel male ormai ci siamo dentro tutti.

Lei è anche pittrice. Nel 2023 ha fatto una mostra a Bellinzona. Che esperienza è stata?

Un’esperienza emozionante, un po’ come quella di aprire un grotto, un salto nell’ignoto ma con la giusta voglia di voler far bene, e di crederci fino in fondo.

Tiziana Belloli-Tschudi ce lo racconta davanti a una delle sue opere esposte all’interno del grotto. Un’imponente aquila che ci fissa. Non serve molto per capire che il Grotto Milesi-Belloli è come Tiziana. Un concentrato di schiettezza e genuinità, che sa ancora comunicare il piacere di fare le cose insieme, ma che vuole anche vedere lontano, come lo sguardo dell’aquila. Perché il grotto del futuro sarà quello che saprà spiccare il volo ridando linfa alle sue origini.

I grotti di Cama

A 17 chilometri da Bellinzona, nel Grigioni italiano, il villaggio moesano di Cama conserva un nucleo compatto di 46 grotti immersi in un castagneto. Le strutture, risalenti al XVII-XVIII secolo, sfruttano le correnti d’aria fredda — i fiadiré in dialetto mesolcinese — che filtrano tra i massi di un’antica frana postglaciale. Grazie a questi spifferi, l’escursione termica annuale all’interno dei grotti resta contenuta tra i 3 e i 12 gradi: condizioni ideali per conservare vino, formaggi, salumi e frutta. Le strutture variano per tipologia: alcune completamente interrate,

Tiziana Belloli-Tschudi

Anno di nascita: 1968

Professione: gerente di grotto

Vive a Lostallo, in Mesolcina, con il marito Moreno e i figli Martino e Gianna. Pittrice per vocazione, mamma e nonna per amore, capannara per caso.

Nel 2025, ha preso in gestione il grotto di famiglia a Cama.

altre con tetto a due falde, altre ancora dotate di un piano superiore. Il complesso, definito un “paese accanto al paese”, non fu opera di progettisti ma della comunità rurale stessa.

Dopo decenni di abbandono, nel 2004 una fondazione locale ha avviato il recupero dell’intero nucleo, completato nel 2009 con un percorso didattico. Oggi tre grotti sono aperti al pubblico e servono piatti della tradizione mesolcinese.

Perché leggere questo articolo?

Per scoprire come sfrecciare a 140 chilometri orari e conquistare il campionato del mondo di bob.

32 COME UN RAZZO SUL GHIACCIO

#francoiseplozza #bob

#mondiali #stmoritz

La pista è lì davanti, a un paio di chilometri dall’ufficio. In inverno diventa la scultura di ghiaccio più lunga del pianeta: 1’722 metri di canale modellato a mano, ogni anno, da squadre di specialisti che lavorano tra novembre e dicembre. Per oltre dieci anni Françoise Plozza-Burdet l’ha percorsa da pilota, a centoquaranta chilometri l’ora, con un’accelerazione di cinque volte la forza di gravità che ti schiaccia la testa contro il casco. Oggi invece la vede dall’altra parte del lago di St. Moritz dallo studio di ARX Group SA. Ma prima di incontrare il mondo degli ingegneri, la sua è stata una vita a tutta velocità. La sua passione per il bob nasce nei primi Anni Novanta per seguire la sorella, che voleva provare una disciplina tornata da poco accessibile alle donne. Ha finito per vincere Coppe del Mondo, un titolo iridato a Calgary nel 2001 con Katharina Sutter e per sfiorare il podio olimpico a Salt Lake City nel 2002. Dopo il ritiro, nel 2005, è passata dall’altra parte della corsia: coach in Canada, poi per la squadra statunitense e infine per la federazione svizzera, sempre al fianco del marito Sepp. Ci racconta la sua esperienza di “donna-jet”.

Le forze centrifughe arrivano attorno ai cinque G. Significa subire una forza pari a cinque volte il proprio peso.

Come è entrato il bob nella sua vita? Non mi era estraneo. Mio padre correva come frenatore a livello amatoriale, conoscevo già l’ambiente. Quando la disciplina è tornata accessibile alle donne, mia sorella ha voluto provare. Così sono entrata come sua frenatrice. Alla fine di quella prima stagione, nel febbraio 1992, ho frequentato la scuola di pilotaggio. Così ho deciso di mettere in piedi un mio equipaggio e scendere alla guida.

Da frenatrice a pilota: il salto non è banale.

Sono ruoli diversi. La frenatrice spinge in partenza, il pilota sceglie la linea. In generale, la mia crescita ha seguito lo sviluppo del bob femminile: all’inizio c’erano solo gare riservate alle donne a livello interno, poi è arrivata la Coppa del Mondo, il Campionato iridato e infine il riconoscimento olimpico. È stato un percorso parallelo, il mio e quello della disciplina.

Centoquaranta chilometri l’ora dentro un canale di ghiaccio. Cosa succede al corpo?

Dipende dalla pista. Ci sono tracciati con molte curve di pressione: fatichi anche se non vai veloce. Altri sono più fluidi, scorri, però la velocità aumenta. Le forze centrifughe arrivano attorno ai cinque G. Significa subire una forza pari a cinque volte il proprio peso: una testa di cinque chili ne pesa all’improvviso venticinque. Il casco spinge contro la spalla e però devi sempre restare lucida. Perché quando riesci a trovare la linea pulita, la pista diventa leggera.

Calgary, Altenberg, Königssee, La Plagne: ogni pista ha un suo carattere?

Ogni tracciato ha la sua logica. Calgary l’ho amata molto, peccato che oggi sia chiusa. Ciascun impianto costringe a riscrivere il gesto: dove guardare in uscita, quando iniziare a impostare la curva successiva prima ancora di essere entrata in quella che hai davanti.

Quattro Coppe del Mondo generali consecutive, un titolo iridato nel 2001 con Katharina Sutter.

Cosa le è rimasto di quegli anni?

La soddisfazione di aver messo a posto ogni tassello della preparazione con la squadra. Quando il risultato arriva, sai di aver fatto tutto quello che andava fatto. Poi c’è il lato dei ringraziamenti: agli sponsor, ai coach, al club, a chi ti tiene in piedi dietro le quinte. Non si vince da sole. Condividere la gioia con famiglia, amici, tifosi è la parte che ricordo meglio.

Salt Lake City 2002: quarta a cinque centesimi dal bronzo. Come si elabora una cosa così?

Sul momento, e per molto tempo dopo, è stato difficile. L’anno prima eravamo diventate campionesse del mondo, ci consideravano tra le candidate alla medaglia. Cinque centesimi pesano a lungo. Oggi, a distanza di anni, un quarto posto olimpico resta un buon risultato. La parola quarto però continua a essere la più ingrata del vocabolario sportivo.

Nel bob a due, il rapporto con la frenatrice deve essere solido? Al cento per cento. È una persona con cui dividi la paura e la preparazione, non solo la discesa. Fuori dalla pista si lavora molto: il materiale, la pesatura, i pattini, la routine di partenza. Senza fiducia non funziona nulla.

Il ritiro nel marzo 2005. Per scelta o per necessità?

Per necessità. Avevo da tempo problemi di salute legati ai carichi che questo sport comporta. Il mio obiettivo era Torino 2006, lottare ancora per una medaglia. Ho capito che non era più realistico. Ho smesso a malincuore.

Poco dopo è arrivata la chiamata della federazione canadese. La Federazione internazionale mi invitò per una cerimonia di saluto, c’erano tutte le nazioni. I canadesi mi chiesero di entrare nel loro staff tecnico. Sono rimasta un anno con loro, poi sono passata agli Stati Uniti

Françoise Plozza-Burdet

Anno di nascita: 1967

Professione: Assistente amministrativa

Nata a Coira esordisce nel bob nei primi anni Novanta. Successivamente vince per 4 volte consecutive la Coppa del Mondo (fra 1996 e 1999). Ha conquistato l’oro mondiale a Calgary nel 2001 con Katharina Sutter: prima pilota svizzera a vincere il titolo iridato femminile di bob. Quarta ai Giochi Olimpici di Salt Lake City 2002. Si ritira nel marzo 2005 per poi entrare nello staff tecnico della federazione canadese, poi di quella statunitense e infine di Swiss Sliding. Oggi vive in Engadina e lavora per ARX Group SA a St. Moritz come assistente amministrativa.

Quando alleni atleti di talento e dai loro sicurezza, si sbloccano: al posto della pressione arriva l’attesa della gara.

per alcuni anni e infine due anni con la federazione svizzera.

Suo marito Sepp è stato prima suo allenatore, poi suo superiore come coach. Come si gestisce una sovrapposizione così?

Ha sempre funzionato. Pianifica sul lungo periodo ed è un ottimo stratega. Quando alleni atleti di talento e dai loro sicurezza, si sbloccano: al posto della pressione arriva l’attesa della gara. Abbiamo lavorato insieme in America e poi in Svizzera, ho sempre preferito averlo come interlocutore diretto.

Cosa si porta lo sport di alto livello dentro un ufficio?

Disciplina. La disponibilità a imparare, a migliorarsi, a integrarsi in una squadra. In ARX Group mi sono ritrovata in un ambiente di ingegneri: mi piace la precisione che portano nel lavoro, la passione, il modo in cui si organizzano per raggiungere un obiettivo. Cambiano gli strumenti, il metodo non è così lontano da una stagione di gare.

Dopo oltre vent’anni in valigia, vivere tutto l’anno in Engadina che differenza fa?

Dopo più di vent’anni passati a viaggiare per lo sport, la propria casa la si apprezza molto. Mettere radici e vivere tutto l’anno in Engadina significa una vita più tranquilla, più prevedibile, una quotidianità con strutture stabili e un impiego annuale soddisfacente e interessante. Significa poter godere dell’ambiente sociale, delle attività, coltivare le amicizie, vivere qui il meraviglioso inverno e non essere in giro da qualche parte, in albergo, vivendo con la valigia.

Olympia Bob Run St. MoritzCelerina

La pista dove Plozza-Burdet è cresciuta è un unicum mondiale. L’Olympia Bob Run St. MoritzCelerina, inaugurata nel 1904, è la pista di bob più antica in attività e l’unico tracciato a refrigerazione naturale ancora autorizzato per le gare internazionali dalla Federazione internazionale bob e skeleton (IBSF). Scende per 1.722 metri dalla partenza, a circa 1.800 metri di quota, fino a Celerina. L’altitudine e il clima dell’Alta Engadina garantiscono la tenuta del ghiaccio. Ogni anno, tra novembre e dicembre, una squadra di specialisti la ricostruisce a mano in circa tre settimane: con migliaia di metri cubi di neve e di

acqua. È considerata la più grande scultura di ghiaccio del pianeta. La gestione fa capo al Saint Moritz Bobsleigh Club, il più antico club di bob al mondo, fondato nel 1897. Sul tracciato si sono disputati i Giochi Olimpici invernali del 1928 e del 1948, quelli giovanili di Losanna 2020 e oltre venti edizioni dei Campionati Mondiali. La curva Horse-Shoe, a 840 metri dal via, è uno dei passaggi più celebri del circuito: modificata nel 1955 e nel 1995 per allargare il raggio e ridurre i rischi. Da aprile resta un solco nel prato, percorribile come sentiero tematico lungo la Walk of Fame.

Perché leggere questo articolo?

Per comprendere come i sogni di rock’n’roll sopravvivono alle mode, creano sorellanza e sanno rigenerarsi fino a raggiungere traguardi inaspettati.

#morgana #bamboledipezza #sanremo #rock

C’è una frase che Morgana Blue si è sentita ripetere per anni dai responsabili delle radio italiane: “Troppe chitarre”. Era il modo gentile per dire che le Bambole di Pezza non sarebbero mai passate in rotazione. È successo nei primi anni Duemila, quando la band nasceva nelle cantine di Milano, lei decideva di farsi chiamare Morgana Blue e portare avanti l’idea di fare pop-punk in italiano, tutto al femminile. Ed è successo ancora negli anni Venti, quando il gruppo è tornato in pista con una formazione rinnovata, un disco nuovo e l’apertura al concerto italiano di Def Leppard e Mötley Crüe all’ippodromo di San Siro.

38 LA RIVINCITA DELLE BAMBOLE

Poi, nel febbraio 2026, quelle chitarre sono finite sul palco del Festival di Sanremo: tredicesimo posto in classifica finale con Resta con me, quarto nella serata cover, insieme a Cristina D’Avena, con una rilettura hard-rock di Occhi di gatto fusa con Whole Lotta Love dei Led Zeppelin. Prima band interamente femminile a gareggiare nei 76 anni del Festival. Incontriamo Morgana Blue mentre prova il Club Tour 2026 che tocca alcuni dei principali locali italiani, dal Fabrique di Milano all’Atlantico di Roma. E da buoni rocker, iniziamo con il tu.

Dopo anni di concerti e due dischi, il progetto delle Bambole di Pezza si era fermato. Nel 2021 l’avete rimesso in piedi. Cosa ti ha spinto a ricominciare?

La parola giusta è costanza. Ho avuto momenti in cui sembrava che tutto fosse difficile, in cui temevo di aver rinunciato al sogno. Però il fatto di averlo ripreso in mano è stato determinante. Con più consapevolezza, con una saggezza diversa. E poi c’è la storia delle nuove ragazze, Cleo, Kaj, Xina, che hanno messo tutta la loro energia e la loro fiducia nel progetto. Devo proprio dire che ci siamo trovate.

Negli anni di pausa hai fatto tutt’altro: DJ set nei club, produzione elettronica, teatro, video. Come entra tutto questo nella tua visione rock?

Credo che per chi ha delle attitudini artistiche sia fondamentale non fermarsi a una sola forma. La musica elettronica mi ha allenato l’orecchio in modo diverso, il teatro mi ha dato consapevolezza dello spazio scenico. Fare video mi ha aiutata coi reel che postavamo sui social, e quei contenuti ci hanno portato più pubblico. Se non avessi avuto quella competenza, forse oggi non saremmo andate a Sanremo, perché la fan base l’abbiamo costruita con le nostre forze.

Ho avuto momenti in cui sembrava che tutto fosse difficile, in cui temevo di aver rinunciato al sogno.

Poi è arrivata la firma con EMI/ Universal. Com’è, per chi viene dal fai-da-te totale, confrontarsi con una major?

Devi fare salire uno scalino interiore. All’inizio può essere difficile, perché eravamo abituate a decidere tutto al cento per cento. Adesso ci confrontiamo con chi ci dà suggerimenti. Il fatto è che noi abbiamo una visione molto forte, e combattiamo per difendere le nostre caratteristiche. A volte mi chiedo cosa possa succedere a un o un’artista emergente che entra subito sotto contratto: magari subisce più imposizioni. Il fatto di esserci arrivate con un percorso già definito ci ha aiutato. In questo caso la casa discografica ti riconosce la tua visione. I compromessi ci sono, ma su certe cose ci imponiamo noi.

A Sanremo siete arrivate tredicesime, quarte nella serata cover. Underdog fino all’ultimo? Partivamo dal basso, tra gli ultimi per ascolti su Spotify. Eppure, siamo riuscite a portare la nostra grinta su quel palco. Eravamo l’unica band, oltre che la prima band femminile in 76 anni. Per noi diffondere il rock è una specie di missione. Poi certo, il calore di quei

giorni ci ha conquistate. Ma quello che portiamo a casa è aver dimostrato che si può fare.

La cover di Occhi di gatto con Cristina D’Avena e Whole Lotta Love infilata dentro: come vi è venuta? Occhi di gatto racconta di tre sorelle che si uniscono per essere forti. Come noi. La sorellanza è il filo che lega tutto quello che facciamo. Cristina D’Avena è una che sa stare sul palco, fa concerti da anni con una band vera. Ci piaceva portare un’altra donna forte, non espressamente rock, ma che nei suoi live è molto rock. Volevamo qualcosa di epico, marchiato hard rock, e i Led Zeppelin erano la scelta naturale. Siamo arrivate quarte, e sul palco abbiamo fatto di tutto. Siamo anche scese per tirare su il direttore d’orchestra. Ce lo porteremo nel cuore per sempre.

Dopo Sanremo avete detto: il Festival non ci cambierà. Quanto è difficile mantenere quella promessa? Il Festival è stato un riscatto personale, e soprattutto un segnale per le generazioni future: le donne sanno collaborare, sanno suonare strumenti elettrici ad altissimo livello. È una responsabilità. Perché se sei una

ragazza finché non vedi una donna alla chitarra o alla batteria, magari non ti viene l’ispirazione. Noi però restiamo le Bambole. Adesso torniamo nei club, che è il nostro habitat. La magia scatta lì, nel contatto diretto. La dimensione live per noi è ossigeno.

Una battaglia vinta dal movimento femminile in questi anni, e una ancora da combattere.

Le donne hanno raggiunto ruoli che prima erano impensabili, dall’astronauta a tanti altri campi. Però vedo anche sconfitte quotidiane: testi pieni di sessismo, passi indietro. A Sanremo in conferenza stampa ci siamo sentite dire che le donne hanno già il potere in casa. Nel 2026. C’è tanto lavoro da fare, e certi traguardi vanno difesi, non dati per acquisiti.

I Måneskin hanno vinto Sanremo e l’Eurovision, Yungblud riempie le arene. Eppure il rock resta ai margini delle radio italiane. Come te lo spieghi?

Non me lo spiego. I Måneskin hanno dimostrato che la gente ha voglia di rock. Yungblud sta facendo un percorso notevole, ha il coraggio di dichiarare la sua identità rock anche nell’estetica. Anche gli Inhaler stanno

avendo successo con tour mondiali. La domanda è: se il pubblico c’è, perché le radio e le case discografiche non investono di più sulle band rock? A noi quante volte hanno detto troppe chitarre per la radio. È un errore, perché nel momento in cui si apre uno spiraglio, il pubblico risponde.

Un consiglio a una quindicenne che entra in sala prove per la prima volta con una chitarra in spalla?

Godersi l’emozione di suonare per sé stessa. Quello è il punto di partenza. E poi: farsi un proprio percorso. Serve una visione forte, prima di cercare l’approvazione di chiunque. Perché quando arrivi da qualche parte con le idee chiare, gli altri te lo riconoscono. E poi la cura ripaga sempre: quando fai le cose con attenzione, si vede. Perché in mondo di creator improvvisati, dove i contenuti hanno cancellato le opere e il consenso l’apprezzamento, viene da pensare, ascoltando Morgana, che la cosa più punk da fare oggi è dedicarsi a ciò che amiamo per migliorarlo giorno dopo giorno.

Quando arrivi da qualche parte con le idee chiare, gli altri te lo riconoscono.

Bambole di pezza

Anno debutto: 2002

Genere: punk pop-rock

Cinque donne, chitarre elettriche, una batteria pestata senza risparmio. Le Bambole di Pezza sono nate a Milano a inizi Duemila da un’idea delle chitarriste Morgana e Dani, e dopo pause, cambi di formazione, tour in palazzetti e concerti caricando gli ampli in treno sono arrivate al Festival di Sanremo 2026: prima band interamente femminile a salire in gara sul palco dell’Ariston con i propri strumenti. La formazione attuale — Cleo alla voce, Morgana e Dani alle chitarre, Kaj al basso, Xina alla batteria — ha firmato con EMI/Universal e il 27 marzo ha pubblicato “5”, quinto album in studio. Il suono mescola punk rock, pop e venature sixties, con un’attitudine che viene dai club e dalla gavetta. Dal 15 aprile 2026 sono tornate in tour.

IL BENEFICIO DI RIDERE

Perché leggere questo articolo?

Per imparare che ridere, anche senza un motivo apparente, ma come esercizio, può essere un utile strumento per migliorare la qualità della vita.

#stefanoscricciolo

#yogadellarisata

#clownterapia #grono

Ogni due settimane, in una sala dell’Arbed Smart Center ad Arbedo-Castione, un gruppo di persone si ritrova per fare qualcosa che la maggior parte di noi non fa quasi mai volontariamente: ridere. Ridere senza barzellette, senza battute, senza un motivo preciso. Lo Smile Club è una creatura di Stefano Scricciolo, cinquantacinque anni, ticino-grigionese, una carriera lunga oltre vent’anni nella grande distribuzione e una seconda vita dedicata alla risata come pratica consapevole. Clown dottore nei reparti di oncologia e nelle case anziani dal 2017, formatore certificato in yoga della risata e gelotologia, Scricciolo ha trasformato una passione nata per caso in un percorso che incrocia neuroscienze, respirazione yogica e accompagnamento nella malattia. L’abbiamo incontrato per capire cosa significhi ridere di mestiere, e perché una risata, quando è consapevole, può davvero cambiare la giornata.

Stefano Scricciolo

Anno di nascita: 1970

Professione: formatore in yoga della risata e clown dottore.

Laureato in economia aziendale alla SUPSI, è product manager di Migros Ticino, dove è stato anche membro del Consiglio di amministrazione. Clown dottore dal 2017, formato alla SAEF “Norman Cousins”, è teacher di yoga della risata certificato dalla Laughter Yoga International University e formatore in gelotologia. Ha completato un diploma in accompagnamento spirituale nella malattia e nel morire. Consigliere comunale a Grono dal 2014.

Lei è Teacher certificato dalla

Laughter Yoga International University. Per chi non lo sapesse, cos’è lo yoga della risata?

Spesso non si capisce cosa c’entri lo yoga con la risata. In realtà la pratica ha un legame profondo con la respirazione consapevole. Le pratiche del Pranayama regolano il respiro. Nello yoga della risata si lavora sempre sul respiro: prima, durante e dopo la risata.

Come ci è arrivato?

Nel 2017 mia moglie Monica mi iscrisse a un corso di due giorni come regalo. Per me fu un’illuminazione. In quel corso conobbi un clown dottore e decisi subito di seguire lo stesso percorso. Una formazione di seicento ore per diventare formatore in gelotologia, la scienza che studia il fenomeno e i benefici della risata.

Uno dei pilastri del metodo è che si può ridere senza umorismo o barzellette. Come funziona? Questo è il vantaggio: si impara a provocare la risata in modo volontario, senza attendere uno stimolo esterno. È possibile perché la mente non distingue una risata spontanea da una autoindotta. Se porto il mio corpo a ridere, il cervello lo identifica come una risata vera e inizia a produrre gli ormoni della felicità. All’inizio non è facile, semplicemente perché non siamo abituati. Ci vuole allenamento, come un atleta che si prepara per una gara.

Nelle sue formazioni cita spesso la Psico-Neuro-EndocrinoImmunologia. Cosa c’entra con la risata?

La PNEI dimostra come le emozioni positive possano influenzare i meccanismi neuroendocrini e potenziare il sistema immunitario. L’epigenetica ha poi cambiato il paradigma: studia come l’ambiente e il nostro stile di vita influenzano il funzionamento dei geni senza modificarne la struttura. Si può pensare ai nostri geni come alle luci di una casa: le lampadine sono già installate, ma con il nostro comportamento possiamo decidere se accenderle, spegnerle o regolarne l’intensità. La buona notizia è che la risata è una di queste scelte consapevoli.

Lei insegna anche l’uso del Gibberish, il linguaggio non-sense.

A cosa serve?

Siamo condizionati da molti tabù, compresa la vergogna di ridere senza motivo o di parlare senza senso logico. Quante emozioni tratteniamo perché socialmente discutibili? Il Gibberish è un linguaggio che ognuno può inventare, usando la mimica e il tono della voce. Molte persone riescono a fare uscire rabbia, tristezza, paura, gioia, emozioni che in un ambiente convenzionale non possono esprimere. Ha presente il fumetto La Linea di Osvaldo Cavandoli? Ecco, quel tipo di linguaggio.

Lo yoga della risata viene sempre più usato nelle aziende. In che modo può prevenire il burnout? Il cervello richiede il 25% in più di ossigeno rispetto agli altri organi, e la concentrazione cala dopo circa novanta minuti. Bastano dieci minuti di yoga della risata per irrorare il corpo di energia e ossigeno. La giocosità stimola l’emisfero destro, sede della creatività. A livello di team, costruisce fiducia e ottimismo, trasforma la comunicazione in qualcosa di più fluido e spontaneo.

Lei ha fondato lo Smile Club. Quanto conta ridere insieme ad altri?

Nei miei corsi combino lo yoga della risata con elementi di clownterapia, gelotologia, respirazione consapevole, meditazione, Braingym. Ridere da soli fa bene, ma ridere insieme ha benefici ancora più potenti perché soddisfa uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano: la relazione. Quando si ride insieme, e si ride con e mai di qualcuno, spariscono le differenze sociali. Per questo con due amiche (Stefania Auciello ed Elisa Jelmini) abbiamo creato lo Smile Club: ogni due settimane ci si trova in uno spazio protetto, senza giudizio né

La giocosità stimola l’emisfero destro, sede della creatività.

competizione. Per saperne di più si può consultare il sito: smileclub.ch o il mio stefanoscricciolo.ch o i canali social.

Per chi è scettico, un esercizio per cominciare?

Non si può pretendere di ridere quindici minuti al giorno da subito. Ma si può cominciare guardandosi

allo specchio al mattino, con gentilezza, e farsi un bel sorriso. Deve essere il sorriso Duchenne, quello che prende il nome dal neurologo Guillaume Duchenne: non solo i muscoli della bocca, ma anche quelli intorno agli occhi. Venti secondi, più volte al giorno, e i benefici si sentono. E aggiungete il mantra della risata: ho ho ha ha.

CHE COS’È LO YOGA DELLA RISATA

Lo yoga della risata (Hasyayoga) nasce il 13 marzo 1995 in un parco pubblico di Mumbai, da un’intuizione del medico indiano Madan Kataria. Quel primo giorno, nel parco c’erano cinque persone. Kataria, che stava studiando la letteratura scientifica sui benefici della risata, si era posto una domanda semplice: se ridere fa così bene, perché non farlo come esercizio quotidiano? Le prime sessioni si basavano su barzellette e aneddoti, ma nel giro di due settimane il materiale comico si esaurì. Fu allora che Kataria, con l’aiuto della moglie Madhuri, insegnante di yoga, sviluppò una serie di esercizi che combinano risata autoindotta e respirazione yogica (Pranayama). Il principio scientifico alla base è che il corpo non distingue tra una risata spontanea e una provocata volontariamente: entrambe attivano la stessa produzione di endorfine, serotonina e riducono il cortisolo. Oggi i club della risata sono presenti in oltre 120 paesi. Dal 1998, la prima domenica di maggio si celebra la Giornata mondiale della risata.

RESIDENZA MARINA

a Giubiasco

Nel nucleo storico di Giubiasco, in zona Borghetto, a due passi dal centro.

Residenza esclusiva di alto standing con 5 unità abitative in vendita, tutte sviluppate su un unico livello.

Consegna autunno 2028.

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