In questo numero:
L’inconscio dello schermo
Il ponte di Mr. Hockey
L’ambasciatrice della musica ticinese
Il custode del tempo
Le tapas del Circolo polare artico
Sulle strade del Tour de Suisse
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In questo numero:
L’inconscio dello schermo
Il ponte di Mr. Hockey
L’ambasciatrice della musica ticinese
Il custode del tempo
Le tapas del Circolo polare artico
Sulle strade del Tour de Suisse
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4 Editoriale


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L’inconscio dello schermo


Impressum
Editore Galli Group SA www.galligroup.ch
Concetto grafico, impaginazione e redazione testi visiva.ch


Per le foto si ringraziano: pagg. 6-11 Locarno Film Festival/ Ti-Press pag. 15 Arnie Lee pagg. 18-23 Orchestra della Svizzera italiana pagg. 28-32 Nivi Restaurant pagg. 26-27 Mario Marti pagg. 34-37 Mattia Galli
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Salvioni arti grafiche SA
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Dicembre 2025
L’ambasciatrice della musica ticinese

Far parte di Galli Group significa anche condividere momenti di allegria e condivisione. Perché dalle qualità delle relazioni nasce la qualità dei servizi.

Genius Loci. Come tradurre questa espressione ereditata dalla lingua latina? Possiamo dire che c’è un momento magico in cui un luogo smette di essere solo geografia e diventa biografia. Succede quando incontri quella persona che ne porta dentro l’essenza, che ne conosce i segreti sussurrati dal vento tra i vicoli, che sa decifrare il linguaggio silenzioso di una piazza e di un ponte. È allora che capisci: i luoghi non sono mai vuoti. Sono abitati da spiriti invisibili che aspettano solo la voce giusta per raccontarsi.
I Romani chiamavano questo fenomeno genius loci : lo spirito del luogo.
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Potete scaricare gratuitamente la versione digitale (formato .pdf) di Bistrôt all’indirizzo bistrot.digital
Non si tratta di una superstizione, non c’entrano le sedute spiritiche. Parliamo invece di una verità profonda: ogni angolo del mondo custodisce un’anima unica, irripetibile, che si manifesta attraverso chi sa ascoltarla e darle voce.
In questa edizione di Bistrôt cercheremo di raccontare luoghi ed esperienze attraverso alcuni protagonisti che sanno cogliere e interpretare il “genius loci”. Dal CEO del Locarno Film Festival che parla apertamente di valorizzare lo “spirito di Locarno” al direttore del Tour de Suisse che sa cogliere l’anima dei villaggi attraversati dalla corsa per raccontarla con le immagini dall’elicottero. E poi ecco l’Orchestra della Svizzera italiana che dopo 90 anni di attività è ormai ambasciatrice della cultura sulle rive del Ceresio. Lo spirito di Berna vive nei rintocchi dello Zytglogge e Mario Marti è il suo custode. Uscendo dai confini elvetici ci troviamo a tavola per respirate lo spirito della Groenlandia con i piatti del ristorante Nivi di Nuuk. Mentre un nuovo ponte sta unendo le due anime del fiume Detroit (statunitense e canadese).
Saranno loro i mediatori tra noi e l’anima segreta dei luoghi. In queste pagine troverete voci diverse come i luoghi che rappresentano. Alcune grideranno la loro passione, altre sussurreranno antiche saggezze. Tutte hanno una cosa in comune: la capacità di trasformare la geografia in memoria, lo spazio in emozione, il luogo in casa.
Perché alla fine, forse, il vero genius loci non risiede in un panorama o in un edificio. In un monumento, una piazza o un fiume. Risiede nelle persone che sanno farsene custodi, che sanno trasformare ogni angolo del mondo in una storia che vale la pena di essere vissuta. Benvenuti nel viaggio. Buona lettura!

Il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Žižek alcuni anni fa girò un film intitolato “Guida perversa al cinema”. Mostrava come un film non è mai solo il racconto per immagini di una storia ma riveli dinamiche psichiche e sociali profonde, spesso nascoste o rimosse. Non sempre chi lavora nell’industria cinematografica e nel suo indotto ne è consapevole. Lo è invece un manager umanista, come Raphaël Brunschwig, CEO del Locarno Film Festival che ogni anno attira decine di migliaia di spettatori in Piazza Grande. Dall’infanzia in Valcolla alle sponde del Verbano, Brunschwig ci è arrivato passando per la lettura di quegli autori che nel Novecento hanno cercato una terza via, spirituale, tra capitalismo e comunismo. Uno scenario che sembra ripetersi nell’epoca “innominabile attuale”, come ama ripetere il manager quarantenne, citando Roberto Calasso; un’epoca fondata sull’inconsistenza. E lo “spirito di Locarno”, quello del Patto di cui ricorre il centenario, potrebbe rivelarsi un sentiero alternativo da continuare a percorrere. Come? Ce lo spiega lo stesso Brunschwig in questa intervista.
Perché leggere questo articolo?
Per immergersi nello spirito di Locarno e vivere una città che si trasforma in cinema.

#locarno #film #festival #pardo
Il festival non può restare immobile mentre tutto intorno cambia
Perché il Locarno Film Festival è un “sismografo della realtà”?
Era una definizione di un ex direttore artistico che trovo molto calzante. Il festival non può restare immobile mentre tutto intorno cambia. Dalla produzione dei film alla distribuzione, dalla fruizione ai meccanismi di finanziamento, alle abitudini del pubblico, al sistema mediatico: è cambiato tutto. Se nei bei vecchi tempi c’era un pubblico che si generava automaticamente perché c’era un sistema di riferimento legato alle sale che mostravano cinema d’autore, e c’era la stampa che veicolava i nostri messaggi con giornalisti che lo facevano e soprattutto lettori che leggevano e seguivano, ora questa dinamica è andata in crisi.
Come si è adattato il festival a questi cambiamenti?
Innanzitutto, va detto che la nostra struttura del pubblico ha tre componenti distinte. Abbiamo un 20% internazionale, quello non è messo in crisi perché è la parte B2B, l’industria che viene qui a lavorare.
Locarno rimane un festival rilevante per un certo tipo di industria, è tra i dieci più importanti al mondo. Poi c’è circa un 30% ticinese che viene perché interessato alla cultura, o perché è un grande evento, con una dimensione esperienziale molto forte: le lounge, i bar, la nightlife. Infine, c’è il 50% di pubblico svizzero tedesco o romando, ed è qui che dobbiamo lavorare di più.
In che senso?
Su questo 50% fino a qualche anno fa avevi gente che andava nei cinema Arthouse diverse volte al mese e aveva i riferimenti per venire qui quasi in automatico. Generazioni di cinefili per cui il cinema aveva un ruolo chiaro nell’educazione e nella formazione intellettuale. Questa cosa non c’è più. Si producono più film che mai, ma vengono consumati in modi diversi. E soprattutto non c’è più un sistema mediatico strutturato, basti guardare alla quasi scomparsa dei critici cinematografici.


Come avete risposto a questa sfida?
Il festival è dovuto diventare un media, assumersi la responsabilità di questa comunicazione. Ma soprattutto abbiamo dovuto farci grossissime domande su come continuare a rigenerare i nostri pubblici. È così che sono nate iniziative come Locarno Edu, Locarno Kids, la mediazione culturale, ma anche il lavoro sui giovani creativi con la Locarno Factory e Basecamp. Quest’ultimo è uno dei progetti più belli che abbiamo fatto: nato inizialmente in un’ex caserma, ora continua a ospitare giovani creativi a cui risolviamo non solo il problema dell’ospitalità durante il festival, ma li rendiamo anche una comunità attiva che – per esempiocrea arte, produce riviste, fa musica
State anche valutando di cambiare date?
È una delle ipotesi. La ragione è semplice: a livello internazionale la crescita sia artistica che economica è condizionata negativamente dal fatto che siamo nelle settimane di agosto, nelle quali tutti.i professionisti a livello internazionale sono in vacanza. Compresi attori e registi. Visto che il festival è innanzitutto una piattaforma B2B attorno alla quale costruiamo un evento per un pubblico il più ampio possibile, se vogliamo crescere, avere
almeno un weekend in luglio diventa fondamentale.
Lei è anche membro della Ticino Film Commission. Come vede il rapporto tra produzione e proiezione cinematografica nel territorio? C’è ovviamente un potenziale enorme. La produzione cinematografica è anche una forma di marketing territoriale, di promozione di una cultura. Il cinema è soft power. Per una nazione è importante che la cinematografia delle proprie storie venga raccontata in casa propria. Noi abbiamo un cantone a vocazione turistica, ma al di là di questo, il prestigio di una regione può essere determinato in modo fortissimo dalle produzioni cinematografiche.
Lei ha passioni al di fuori del cinema?
Cito Solari: come cardinale devo essere almeno cattolico. Ovviamente frequento questo mondo direttamente e indirettamente, ma è bene non condividere troppo le opinioni: abbiamo una governance chiarissima per cui nessuno entra nella libertà del direttore artistico. La mia passione vera è la letteratura, soprattutto la psicologia del profondo, come Jung. Penso sia importante, in una funzione come la mia,
La produzione cinematografica è anche una forma di marketing territoriale.
Dobbiamo continuare a mostrare la diversità del mondo
che ha un impatto sulle cose pratiche, avere un rapporto consapevole con la dimensione simbolica, inconscia. Perché meno ne sei consapevole più ne sei soggiogato.
Interessante questo legame tra psicologia e management culturale...
Sì, ci sono molti autori contemporanei su questo. Quest’anno per l’apertura degli eventi letterari abbiamo invitato Erik Davis, che oltre vent’anni fa aveva scritto “Techgnosis”, mettendo insieme la relazione tra tecnologia e misticismo. Mostrava come tutto quello che è successo da Steve Jobs in poi è fortemente influenzato da una dimensione gnostica. Anche nel nostro rapporto con i cellulari c’è qualcosa che trascende l’aspetto utilitaristico.
Come immagina il festival tra dieci anni?
Se c’è una cosa che abbiamo imparato durante la pandemia è

che l’esperienza fisica di comunità è insostituibile. Locarno deve continuare a lavorare sulla magia e sul piacere che si prova a stare qui. È un festival piacevole, divertente, dove si sta volentieri, con il lago, la montagna, accessibile.
Cosa possiamo migliorare?
Idealmente essere capaci di anticipare la stagione degli Oscar che ora parte con Venezia, fosse anche solo con un film all’anno, e così elevare il prestigio del Festival tramite Piazza Grande, e creare una comunità attiva sempre più grande e collegata a noi tutto l’anno, magari anche attraverso piattaforme in altre realtà, come stanno facendo Art Basel o Montreux.
E la mission di scoperta rimane centrale?
Assolutamente sì. Dobbiamo continuare a mostrare la diversità del mondo, facendo un lavoro di ricerca su quelle cinematografie emergenti meno visibili, perché ciò fa parte del DNA di Locarno. Leggevo uno studio sui media e di quanta parte dell’informazione dedicano al Sud globale: pochissima, e quando avviene è per lo più in termini negativi. In realtà, altre realtà e culture hanno moltissimo da insegnarci.
Raphaël Brunschwig rappresenta una generazione di manager culturali che deve saper coniugare visione artistica e sostenibilità economica, territorio locale e respiro internazionale. Nel suo ufficio, mentre descrive le sfide future del festival, emerge chiaramente come il “sismografo della realtà” di cui parla non registri solo i cambiamenti, ma li anticipi, li interpreti e li trasformi in opportunità creative. Perché, come dice lui stesso citando il suo direttore artistico, “l’ultima volta che ho controllato, i film si facevano con i soldi”, ma con quei soldi si può scegliere se raccontare una realtà autentica o inseguire solo logiche commerciali. Locarno, nella visione di Brunschwig, continuerà a scegliere l’autenticità.

Raphaël Brunschwig
Anno di nascita: 1984
Professione: Manager culturale
Entra a far parte del Locarno Film Festival nel 2013 e, dal 2017, è a capo della sua gestione operativa. Attualmente ricopre l’incarico di CEO del Festival. È inoltre presidente degli Eventi letterati Monte Verità e Co-Presidente di Swiss Top Events, l’associazione che riunisce i nove principali eventi sportivi e culturali della Svizzera, è anche membro di diversi enti e associazioni, tra cui la Ticino Film Commission. È inoltre membro del Consiglio di fondazione della Fondazione Eranos, nota per le sue celebri conferenze che approfondiscono temi culturali, religiosi e spirituali attraverso un approccio multidisciplinare.
Perché leggere questo articolo?
Per trovare illustrati i motivi che rendono unico il ponte sul fiume Detroit e la passione di chi l’ha realizzato.


Il 2025 segna una tappa cruciale per l’ingegneria moderna e le relazioni transfrontaliere tra Canada e Stati
Uniti. Il Gordie Howe International Bridge, un’opera monumentale realizzata sul fiume Detroit, è ormai prossimo al completamento, promettendo di ridefinire la mobilità e l’economia di una delle regioni più vitali del Nord America. Il Gordie Howe Bridge non è solo un ponte, ma un simbolo di progresso e collaborazione internazionale, destinato a diventare un nuovo punto di riferimento iconico. Per approfondire le sfide e le innovazioni dietro questo progetto straordinario, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare l’ingegner capo dei ponti
Juan Antonio Navarro GonzalezValerio, una delle menti brillanti dietro questa imponente realizzazione.
Il corridoio DetroitWindsor è uno dei valichi di frontiera più trafficati tra Canada e Stati Uniti.
Ingegnere, come è nata l’idea di un ponte così imponente tra Canada e Stati Uniti? Quali esigenze strategiche è stato progettato per soddisfare? Come pensa che cambierà la mobilità e l’economia nelle due regioni che collega? La maggior parte dei principali ponti del Nord America fu costruita nella prima metà del XX secolo. Pur rimanendo punti di riferimento iconici per le comunità, la loro manutenzione è diventata sempre più impegnativa e i loro standard di progettazione sono ormai obsoleti. Il corridoio Detroit-Windsor è uno dei valichi di frontiera più trafficati tra Canada

e Stati Uniti, con oltre 16 milioni di veicoli all’anno. Eppure, l’Ambassador Bridge, attualmente uno dei valichi di frontiera internazionali più trafficati del Nord America, è un ponte sospeso inaugurato nel 1929. Il Gordie Howe International Bridge è stato concepito per rafforzare questo collegamento vitale e modernizzare il corridoio, migliorando in definitiva la mobilità e stimolando la crescita economica su entrambi i lati del confine.
Quali sono stati i principali input e requisiti emersi durante la fase di progettazione internazionale?
CFC-ARX ha partecipato al progetto durante la gara di progettazione e costruzione, lavorando per l’appaltatore Bridging North America – una joint venture tra Dragados, Aecon e Fluor – come subconsulente di AECOM, insieme alla società Fhecor. La maggior parte dei criteri di progettazione era già stata definita attraverso approfonditi studi precedenti. Gli obiettivi principali erano estetica, durabilità e prestazioni. Ad esempio, non erano consentiti moli nel fiume Detroit per evitare di interferire con l’intenso traffico commerciale, e tutti i rinforzi del ponte sono realizzati in acciaio inossidabile, una caratteristica eccezionale che evidenzia l’attenzione del progetto alla longevità e alla qualità.
Quali sono state le maggiori sfide ingegneristiche nella progettazione di un ponte con una campata così lunga in una zona nota per il suo

clima estremamente variabile? Una delle principali sfide in un concorso di progettazione e costruzione è trovare il giusto equilibrio tra il rapporto costiefficacia, cruciale per aggiudicarsi l’appalto, e il rigoroso rispetto dei criteri progettuali stabiliti dall’Autorità. Allo stesso tempo, le incertezze costruttive devono essere ridotte al minimo. Ciò ha richiesto una straordinaria collaborazione tra l’appaltatore e il progettista per oltre un anno, al fine di giungere alla soluzione ottimale. Alla fine, è stato sviluppato un progetto a lunga campata altamente innovativo, che ha stabilito un record mondiale, assicurandosi l’appalto rispetto agli altri concorrenti.
Come avete lavorato per garantire la sicurezza sismica e la resistenza ai carichi del vento e del ghiaccio?
I carichi ambientali non hanno rappresentato la sfida più critica di questo progetto. I carichi di ghiaccio e gli impatti diretti delle navi non sono stati considerati, in quanto non sono presenti piloni all’interno del canale. I carichi del vento, sebbene rilevanti, sono considerevolmente inferiori a quelli delle regioni soggette a uragani. Analogamente, le forze sismiche erano sufficientemente ridotte da non influenzare la progettazione di alcun componente del ponte. Sfruttando strategicamente questi fattori, siamo stati in grado di sviluppare un progetto da record mondiale.
Gordon Howe OC (1928-2016) è stato un giocatore professionista di hockey su ghiaccio canadese tra i più celebrati. Considerato tra i più completi di sempre, si è meritato l’appellativo di Mr. Hockey. Dal 1946 al 1980, ha giocato 26 stagioni nella National Hockey League (NHL) e sei stagioni nella World Hockey Association (WHA); per 25 stagioni ha vestito la maglia dei Detroit Red Wings .
C’è stata una scelta tecnica o progettuale particolarmente innovativa che, a suo avviso, distingue questo progetto da altri ponti simili in tutto il mondo? Il ponte internazionale Gordie Howe è il più grande impalcato composito (calcestruzzo + acciaio, o solo calcestruzzo) di qualsiasi tipo al mondo. Tutte le campate più lunghe del mondo sono realizzate solo in acciaio. Inoltre, utilizza una sezione trasversale aperta composta da travi longitudinali e trasversali – nota come struttura a scala – anziché una sezione a cassone chiuso. Questo approccio riduce significativamente la quantità di saldature necessarie. La combinazione di queste due caratteristiche distintive rende il ponte davvero unico su scala mondiale.
Il ponte ha adottato soluzioni per la sostenibilità ambientale e la riduzione dell’impatto? Quali ritiene siano le più significative? Il contributo più significativo alla riduzione dell’impatto ambientale è la massimizzazione della durata utile del ponte – 125 anni – riducendo al minimo i requisiti di manutenzione. Per raggiungere questo obiettivo, è stato sviluppato un piano di durabilità estremamente dettagliato, che include l’uso di rinforzi in acciaio inossidabile nelle aree critiche, tra le altre caratteristiche progettuali di lunga durata. Inoltre, la soluzione proposta non ha richiesto alcuna demolizione; al contrario, è stato aggiunto un nuovo ponte al corridoio
Il ponte internazionale
Gordie Howe è il più grande impalcato composito di qualsiasi tipo al mondo.
esistente per aumentarne la capacità, riducendo ulteriormente l’impatto ambientale.
Come ingegnere e come persona, cosa significa per lei vedere questo progetto finalmente vicino al completamento? Quali insegnamenti umani e professionali porterà da questa esperienza ai progetti futuri?
Questo ponte è stato il risultato della collaborazione di centinaia di persone provenienti da tutto il mondo. Ognuna ha portato le proprie idee e il proprio metodo di lavoro e, sebbene allineare queste prospettive non sia stato facile, grazie al dialogo aperto e alla determinazione siamo riusciti a raggiungere gli accordi necessari, prima per ottenere una progettazione ottimale e poi per garantire una costruzione sicura, efficiente ed economicamente vantaggiosa. Sono particolarmente orgoglioso di come, nonostante le difficoltà, siamo riusciti a raggiungere il successo insieme. Questa esperienza ha rafforzato il valore del lavoro di squadra, della pazienza e della forza di un obiettivo condiviso: lezioni che porterò con me in ogni progetto futuro.
Se potesse parlare al se stesso più giovane, che ha appena iniziato questo progetto, che consiglio gli darebbe?
Mi direi di mantenere la calma e la fiducia in me stesso, e di godermi di più il viaggio. Con un forte lavoro di squadra, ogni sfida può essere superata, quindi non c’è bisogno di lasciare che lo stress disperda l’esperienza. Questo tipo di progetto è un impegno a lungo termine, che dura quasi sette anni, ed è importante trovare soddisfazione non solo nel risultato finale, ma durante l’intero processo di progettazione e costruzione.
C’è un dettaglio, una vista, un momento del ponte Gordie Howe che le rimarrà sempre impresso, o una storia, inaspettata o profondamente umana, che emerge dalla fase di costruzione?
La chiusura della campata intermedia è stata davvero magica. Siamo rimasti tutti svegli tutta la notte per prepararci all’operazione. Era una notte calma e bellissima, e all’alba, con una vista mozzafiato dell’alba,
tutto si è incastrato perfettamente nella piastra di giunzione, chiudendo il ponte con sorprendente facilità e collegando le due sponde, Canada e Stati Uniti. L’atmosfera era euforica: circa duecento persone in piedi sul ponte, tutte insieme. È stato un momento di pura gioia silenziosa, un potente promemoria di ciò che possiamo realizzare quando lavoriamo come una sola squadra.
Secondo lei, perché i ponti continuano ad affascinarci così tanto, ben oltre la loro funzione pratica?
I ponti diventano spesso punti di riferimento iconici all’interno delle comunità che servono. Non è solo il fatto che possano essere progettati splendidamente, ma anche la loro imponenza e la loro presenza che ci affascinano. Catturano l’attenzione e ispirano stupore. È questo che mi ha spinto a progettare ponti da bambino. Ricordo ancora di essere rimasto affascinato dalle loro dimensioni e dalla loro eleganza. Oggi è difficile immaginare San Francisco senza il Golden Gate Bridge o New York senza il Ponte di Brooklyn, e col tempo, spero che il Cádiz Bay Bridge – un altro progetto monumentale a cui ho avuto la fortuna di lavorare con CFC-ARX – diventerà altrettanto strettamente legato alla sua città. A volte i ponti vanno oltre la mera infrastruttura: diventano simboli.

Juan Antonio Navarro
Anno di nascita: 1977
Professione: ingegnere civile È progettista di ponti presso CFC-ARX dal 2004. Dopo la laurea specialistica presso il Politecnico di Madrid, ha lavorato alla progettazione esecutiva e alla costruzione di oltre 25 ponti, tra cui il ponte strallato della Baia di Cadice (540 m), il ponte ad arco di Contreras (261 m), il ponte strallato Gordie Howe (853 m) e il ponte a capriate in acciaio di Bizerte (292 m). Attualmente è responsabile operativo presso CFC-ARX, vicepresidente di CFCUSA Corp e responsabile della gestione del progetto in Texas e Maryland.

Il Gordie Howe International Bridge è un’infrastruttura transfrontaliera di importanza strategica, progettata per modernizzare e potenziare il corridoio Detroit-Windsor, uno dei passaggi di frontiera più trafficati del Nord America. Ecco i dati salienti del progetto:
• Tipo di ponte: a stralli (cable-stayed bridge), con i cavi di supporto collegati direttamente alle torri.
• Lunghezza totale: circa 2,5 chilometri (1,5 miglia), inclusi il ponte principale sul fiume Detroit e due ponti di approccio.
• Lunghezza campata principale: 853 metri (2.800 piedi), la più lunga tra i ponti a stralli in Nord America.
• Altezza torri: due torri a forma di “A”, ciascuna alta circa 220 metri (722 piedi).
• Numero di corsie: 6 corsie veicolari (tre in direzione Canada e tre in direzione USA), con predisposizione per futura espansione a otto corsie.
• Caratteristiche aggiuntive: include un percorso pedonale e ciclabile di quasi 3,6 metri (12 piedi) di larghezza.
Perché leggere questo articolo?
Per scoprire il dietro le quinte di un’istituzione culturale che festeggia i 90 anni e porta la grande musica dal Ticino al mondo.

#OSI #musicaclassica #BarbaraWidmer #beconnected

Il percorso dell’Orchestra della Svizzera italiana incontra quello di Barbara Widmer 15 anni fa. Ancora studente a Zurigo in Musicologia e Letteratura italiana, oltre che in canto, viene chiamata da Denise Fedeli (all’epoca Direttore artistico dell’OSI) quale assistente artistica. Fu la scoperta di una vocazione, che negli anni l’ha portata a diventare Responsabile della produzione artistica, poi membro della Direzione FOSI e dal settembre 2023 Direttore artistico dell’OSI. L’abbiamo intervistata per raccontarci le sfide che attendono un’Orchestra che festeggia i 90 anni di storia e che vuole essere ambasciatrice dello spirito musicale della Svizzera italiana nel mondo.
Barbara Widmer
Professione: Direttore artistico
Laureata in Musicologia e Letteratura italiana a Zurigo, con un Master in Management culturale, Widmer inizia all’OSI nel 2010 come assistente artistica, progredendo fino alla direzione. Creatrice del programma “be connected”, guida l’Orchestra dal 2023, promuovendo l’accessibilità della musica classica e l’espansione internazionale dell’ensemble.
Parlando del progetto “be connected”, quali sono le esperienze più sorprendenti emerse da questa iniziativa pensata per abbattere barriere e raggiungere nuovi pubblici? Quali luoghi “non convenzionali” hanno risposto meglio alle vostre proposte? Fra gli eventi di maggior originalità e successo cito i Lunch with OSI, i “pranzi con l’Orchestra”: speciali prove-concerto sul mezzogiorno al LAC, con pranzo take-away incluso. Il direttore d’orchestra spiega cosa sta dietro all’esecuzione di un brano, alternando aneddoti e dialogo con il pubblico a momenti

musicali con l’Orchestra. E il pubblico risponde con entusiasmo. Pensando a luoghi non convenzionali, ricordo il concerto in discoteca OSI @Vanilla del marzo 2023: un grandioso spettacolo di luci e video sotto la direzione di Markus Poschner, accostando una sinfonia di Čajkovskij alla musica minimalista. Il luogo ha risposto ottimamente alle nostre aspettative e ci ha permesso di avvicinare un pubblico decisamente nuovo.
C’è stata poi l’iniziativa “Io, tu e l’OSI”, un anno fa, quando cinquanta musicisti non professionisti hanno suonato con i professori d’orchestra in due concerti al LAC: un’esperienza eccezionale per loro, fatta di prove, emozioni e crescita personale, nonché un grande successo in sala. Infine, ricordo i concerti per le scuole, in particolare quelli per le elementari a maggio, precedentemente dislocati in tutto il Ticino e ora con sede stabile al LAC.
L’OSI negli ultimi anni ha affrontato tournée internazionali. Quali sfide e soddisfazioni comporta portare l’identità musicale ticinese oltre i confini nazionali? Come reagisce il pubblico internazionale alle peculiarità dell’Orchestra? Per l’OSI essere invitata ad esibirsi sui più importanti palcoscenici del mondo, dalla Sala dorata del Musikverein di Vienna alla Philharmonie di Berlino, dal Grosses Festspielhaus di Salisburgo alla Kölner Philharmonie di Colonia, in un confronto alla pari con le grandi orchestre internazionali, è un’indispensabile opportunità di crescita artistica, oltre che un motivo di grande orgoglio. Non dimentichiamo che l’Orchestra ha un ruolo imprescindibile quale ambasciatrice culturale: l’OSI ©
diffonde una prestigiosa immagine della Svizzera italiana nel resto della Svizzera e nel mondo, godendo di un riconoscimento internazionale. È anche bellissimo, quando suoniamo all’estero, essere seguiti da un vero e proprio fans club che ci accompagna e, un po’ come per le squadre di calcio, fa il tifo per noi.
Il rapporto dell’OSI con il territorio ticinese si esprime attraverso molteplici collaborazioni. Come bilanciate la dimensione locale con l’ambizione internazionale? Quanto è importante per voi mantenere un forte radicamento nelle comunità?
Per noi il radicamento nella comunità è centrale: siamo profondamente ancorati nel territorio da ben 90 anni, da quel lontano 1935 in cui nacque l’Orchestra della Radio Svizzera Italiana, oggi divenuta una delle orchestre più interessanti di tutta Europa. Collaboriamo costantemente col territorio, con proposte e idee sempre nuove, per favorire la diffusione della musica classica e della nostra identità in ogni ambito sociale, nella convinzione che un’offerta musicale di alto livello possa portare un benessere tangibile nella vita di ogni persona. Nella Svizzera italiana l’OSI consolida giorno dopo giorno una comunità sempre più ampia e diffusa, tra pubblico fedele e persone che arrivano ai concerti per la prima volta, con particolare attenzione ai giovani.
L’OSI ha vissuto una notevole evoluzione negli ultimi anni. Quale considera il traguardo più significativo raggiunto, sia dal punto di vista artistico che umano? Negli ultimi anni, l’OSI ha compiuto un’evoluzione che va ben oltre l’aspetto artistico. Se dovessi indicare un traguardo particolarmente significativo, direi senza esitazione:

Per noi il radicamento nella comunità è centrale: siamo profondamente ancorati nel territorio da ben 90 anni.
Voglio sviluppare in maniera importante l’internazionalità dell’Orchestra, ovvero farla uscire ancora di più dai nostri confini per farla conoscere a un pubblico sempre più ampio.
la nostra capacità di diventare una voce unica, pur rimanendo un insieme di individualità artistiche forti. Sul piano musicale, uno dei momenti più alti è stato senza dubbio la collaborazione con Markus Poschner. Con lui, l’orchestra ha trovato una nuova identità sonora: più raffinata, più compatta, ma anche più coraggiosa. Ma tra i traguardi che più mi toccano a livello personale ci sono sicuramente le iniziative rivolte al pubblico più giovane. Vedere gli occhi dei bambini accendersi la prima volta che entrano in una sala da concerto, ascoltare in silenzio, con attenzione, con dedizione… è qualcosa che commuove ogni volta. In quei momenti, la musica rivela tutta la sua forza: quella di parlare direttamente al cuore, senza bisogno di parole.
Esiste un “cuore” dell’OSI, un’anima che ne definisce l’essenza al di là delle performance musicali? Come descriverebbe questo aspetto più intimo dell’Orchestra a chi non la conosce?

Questo cuore è fatto da un’identità culturale profonda, da un senso di appartenenza, da una coesione tra musicisti, direzione e pubblico, da un vero Credo che nasce proprio dalla Musica stessa. Alla base di tutto c’è una forte passione che cerco io stessa di trasmettere. So che questa passione ce l’hanno tutti i musicisti: abbiamo una visione comune, degli obiettivi che vogliamo raggiungere. E quando si hanno degli obiettivi chiari e un forte credo, penso che venga automatico raggiungerli assieme e trasmetterli naturalmente a chi viene ai nostri concerti. È da qui che nasce il nostro pubblico, da quell’esperienza che solo in una sala da concerto, in un unico momento, si può vivere collettivamente.
Guardando al futuro, quali sono i suoi sogni più ambiziosi per l’OSI nei prossimi cinque anni? Quali nuovi orizzonti vorrebbe esplorare insieme all’Orchestra?
Ho una visione ben chiara: voglio sviluppare in maniera importante l’internazionalità dell’Orchestra, ovvero farla uscire ancora di più dai nostri confini per farla conoscere a un pubblico sempre più ampio. Perché per il valore che l’OSI ha dal profilo musicale e artistico – un valore altissimo – è ancora troppo poco conosciuta. Sono convinta che ciò sia assolutamente necessario, non solo per avere un riconoscimento esterno e internazionale, ma per far sì che la nostra regione sia orgogliosa della sua Orchestra, come quando la Nazionale di calcio esce vittoriosa da una partita al Bernabeu. Chiaramente, l’altra sfida parallela è quella di individuare il nuovo direttore principale, dopo la partenza a giugno di Markus Poschner: ci stiamo lavorando, con l’obiettivo naturalmente di mantenere questa alta qualità, che è già di per sé un’importante sfida.


Nel cuore di Berna, dove il tempo scorre al ritmo di ingranaggi secolari, vive una storia straordinaria di passione, tradizione e dedizione. È la storia di Mario Marti, avvocato di professione ma custode del tempo per vocazione, che ogni giorno sale i gradini della Zytglogge per mantenere vivo uno dei simboli più preziosi della capitale svizzera. Un incarico ereditato dal padre e che porta avanti con competenza, precisione e orgoglio. Ma cosa si nasconde dietro il più famoso orologio astronomico che risale a 495 anni fa? Glielo abbiamo chiesto.
Perché leggere questo articolo?
Per stupirsi del mondo di ingranaggi, passione e dedizione che si cela dietro alla Zytglogge di Berna
#MarioMarti # Zytglogge
#Berna #Unesco

Suo padre, Markus Marti, si è preso cura della Zytglogge per oltre 40 anni. Cosa significa per lei personalmente aver ereditato questo importante incarico?
È naturalmente un grande onore e una gioia. L’incarico non è arrivato inaspettato, ma era prevedibile da sempre. Sorprendente è stato invece il momento: mio padre è morto troppo presto e così ho dovuto assumere il compito praticamente da un giorno all’altro, senza poter effettuare un passaggio di consegne graduale. Questo è triste. È bello però che l’attività nella torre mi ricordi sempre positivamente mio padre.
Quali sono i compiti quotidiani necessari per mantenere in funzione l’orologio della Zytglogge?
Ci sono rituali o gesti specifici che esegue regolarmente?
L’orologio è composto da 5 meccanismi separati - ciascuno con una propria funzione: movimento principale, quarti d’ora, ore, gioco delle figure, gallo. Ogni meccanismo ha un peso che deve essere tirato su manualmente attraverso una carrucola. Questo lavoro deve essere svolto quotidianamente, la riserva di carica è di circa 28 ore. Bisogna caricare manualmente ciascuno dei 5 meccanismi con una manovella. Il tutto richiede circa 10-15 minuti. In totale sono circa 400 chili che si sollevano per 20 metri di altezza. Oltre che della carica quotidiana del meccanismo dell’orologio, mi occupo del controllo della precisione dell’orologio, dell’impostazione dell’ora legale/solare e ulteriori adeguamenti. E, infine, organizzo la manutenzione semestrale pulizia, lubrificazione e ingrassaggio.
Quali sfide tecniche incontra nella manutenzione di un orologio meccanico di quasi 500 anni? L’orologio funziona in modo estremamente affidabile e preciso. Solo con forti sbalzi di temperatura è necessario un aggiustamento: quando fa freddo, l’orologio va più veloce; quando si riscalda, rallenta. Questo si può compensare regolando la lunghezza del pendolo. Altri lavori
importanti sono l’impostazione dell’ora legale e invernale o la correzione dell’indicazione della data negli anni bisestili. Se ci sono guasti meccanici, chiamiamo una ditta specializzata che può eseguire i lavori.
La Zytglogge è un simbolo di Berna. Come vive il suo ruolo nella conservazione di questo patrimonio culturale?
È un grande onore poter svolgere questo compito e mi riempie di orgoglio. La carica quotidiana è una sorta di cultura vissuta. Mi opporrei vivamente all’elettrificazione dell’orologio; la carica manuale appartiene necessariamente all’orologio.
In un’epoca di tecnologie digitali, come concilia la cura della meccanica storica con gli sviluppi moderni?
L’orologio è un contrappeso perfetto contro lo sviluppo frenetico del nostro tempo. Tutto funziona puramente meccanicamente, senza elettricità, chip, IA, eccetera. Lo trovo molto benefico. L’incontro con l’orologio è un ottimo equilibrio rispetto alla quotidianità.
Quali progetti o desideri ha per il futuro della Zytglogge e la sua conservazione per le generazioni future?
L’orologio compirà 500 anni nel 2030. Mi auguro che questo venga celebrato degnamente a Berna. Mi auguro che ancora più turisti, ma anche bernesi, visitino e ammirino l’orologio. Per il resto non desidero cambiamenti. Il meccanismo dovrebbe continuare a funzionare esattamente come finora per altri 500 anni! Come custode della Zytglogge mi auguro pochi guasti. E chissà: forse un giorno i miei figli prenderanno il mio posto, sarebbe bello.


Mario Marti
Anno di nascita: 1973
Professione: Avvocato
Cresciuto a Berna, ha studiato Scienze Giuridiche all’Università e nel 2000 ha ottenuto il brevetto di avvocato iniziando la sua attività legale. Nel 2003/2004 ha completato un corso di specializzazione post-laurea presso l’Università di Oxford (Regno Unito) conseguendo il titolo di Magister Jurist (MJur). È socio dello studio legale Kellerhals Carrard, dove attualmente dirige la sede di Berna. Si occupa principalmente di questioni di diritto privato, in particolare nel settore edilizio. Mario Marti vive a Berna, è sposato e ha due figli (di 13 e 16 anni).

La Zytglogge: torre, prigione e simbolo del tempo
La Zytglogge, letteralmente “campana del tempo” in dialetto bernese, è molto più di un semplice orologio. Costruita all’inizio del XIII secolo, ha servito la città come torre di guardia, prigione, torre dell’orologio, centro della vita urbana e memoriale civico. Nonostante otto secoli di decorazioni e rinnovamenti, rimane uno dei simboli più riconoscibili di Berna e il monumento più antico della città
Eretta intorno al 1218-1220 come torre di guardia delle fortificazioni occidentali di Berna, la struttura era inizialmente un edificio tozzo di soli 16 metri. Solo dopo l’estensione delle difese occidentali della città
nel 1344-1346, la Zytglogge fu convertita in prigione femminile, ospitando le “Pfaffendirnen”: donne condannate per relazioni sessuali con religiosi. La svolta arrivò con il grande incendio del 1405, quando la torre si bruciò completamente. Le celle furono abbandonate e venne installato il primo orologio, che insieme alla grande campana fusa nel 1405 diede alla torre il suo nome attuale.
Il vero capolavoro è l’orologio astronomico del XV secolo: costruito in forma di astrolabio, è supportato da un planisfero con proiezione stereografica diviso in tre zone: il cielo notturno nero, la zona blu profonda dell’alba e il cielo diurno azzurro. L’astrolabio
rappresenta fedelmente gli astri, con la Terra al centro.
Ma la Zytglogge è famosa soprattutto per il suo spettacolo orario: il carillon di personaggi con tanto di corteo di orsi, buffone di corte, gallo d’oro e Crono (dio del tempo) che poco prima del cambio di ora vede gli orsi danzare girando su sé stessi, un buffone di corte suonare intenzionalmente l’ora in anticipo e la figura dorata di Crono colpire la campana delle ore. Oggi, con i suoi 54,5 metri di altezza, è patrimonio nazionale e parte della Città Vecchia di Berna, sito UNESCO, continuando a scandire il tempo per una città che in base alla Torre ha sempre regolato la propria vita quotidiana.
Perché leggere questo articolo?
Per sognare un viaggio in una terra ancora da scoprire, a partire dalla sua New Arctic Cuisine.

#Groenlandia #Nuuk #Nivi
#Tapas #RikkePedersen

Rikke e Jørgen Pedersen
Anno di nascita: 1964 e 1951
Professione: ristoratori
Trasferitisi in Groenlandia nel 1989, hanno maturato entrambi una grande esperienza nel settore dell’ospitalità. Negli anni hanno gestito “Crazy Daisy”, successivamente rinominato “Café Chili”, (1999 – 2016), il Restaurant Charoen Porn, dal 2003, il Café Iggu, dal 2016. Precedentemente anche il Café Prego, il Godthåb Bryghus. Visto l’enorme successo di Tapasimut, aperto nel 2000, si è avviata la costruzione del Nivi Restaurant, aperto nell’ottobre del 2023.
Rikke Pedersen ha trasformato il panorama gastronomico di Nuuk (la capitale della Groenlandia) in oltre due decenni, culminando con l’apertura del ristorante Nivi nell’ottobre 2023, che fonde magistralmente tradizione groenlandese e modernità internazionale. Insieme al marito Jørgen, ha costruito quello che viene definito “il più grande gruppo di ristoranti della Groenlandia” sotto l’ombrello della società Nuuk Café, dimostrando una visione imprenditoriale che ha saputo adattarsi e reinventarsi nel corso di oltre vent’anni. La loro storia rappresenta un esempio straordinario di successo imprenditoriale danese in Groenlandia, dove hanno saputo combinare innovazione culinaria, rispetto per la cultura locale e intuizione commerciale in un ambiente artico particolarmente sfidante. Donna riservata, che non ama i riflettori e le foto, ha accettato di raccontare la sua nuova creatura a Bistrôt.
Nivi si è rapidamente affermato come “nuovo ristorante di punta” a Nuuk, abbracciando un concetto di “Modern Tapas Dining” con una filosofia “Sharing is Caring” (Condividere è prendersi cura).
Qual è stata la visione trainante dietro l’introduzione di questo approccio innovativo nella scena culinaria di Nuuk?
La nostra visione con Nivi era di creare un ristorante unico e accogliente a Nuuk che abbracciasse il nostro ambiente artico selvaggio, pur rimanendo un luogo dove ogni ospite si sarebbe sentito immediatamente benvenuto e a casa. L’idea del modern tapas dining è emersa come un modo per incoraggiare la condivisione, la conversazione e la connessione. Abbiamo visto un’opportunità unica per portare qualcosa di nuovo nella scena gastronomica di Nuuk, qualcosa che rispettasse il nostro ambiente invitando al contempo a un approccio più ampio e globale per gustare il cibo e la buona compagnia insieme.
Il vostro menu fonde in modo unico ingredienti indigeni groenlandesi come il bue muschiato, la foca e la balena con influenze globali. Come bilanciate tradizione e innovazione nei vostri piatti, e che tipo di viaggio culinario mirate a offrire ai vostri ospiti?
Bilanciare tradizione e innovazione è il cuore della nostra filosofia culinaria. Rispettiamo profondamente l’eredità culinaria della Groenlandia e siamo orgogliosi di lavorare con ingredienti come il bue muschiato, le capesante e la renna. Non solo per la loro importanza culturale e ambientale, ma perché offrono sapori veramente distintivi. Il nostro approccio è utilizzare questi ingredienti in modi inaspettati, combinandoli con tecniche e influenze internazionali per creare qualcosa di speciale. Vogliamo che i nostri ospiti si sentano radicati nel luogo, mentre sono anche sorpresi e ispirati. È un viaggio che invita alla riflessione tanto quanto al piacere.
L’architettura e il design degli interni del ristorante sono profondamente ispirati al paesaggio naturale e al patrimonio culturale della Groenlandia. Come questo storytelling architettonico arricchisce l’esperienza gastronomica, e quali elementi specifici sentite che catturano meglio l’essenza della Groenlandia? Il design del ristorante gioca un ruolo essenziale nell’esperienza complessiva. Ispirato dal paesaggio groenlandese, come la costa selvaggia, la luce soffusa, il calore dei materiali tradizionali, lo spazio è pensato per sentirsi come un’estensione naturale del nostro ambiente. Ogni elemento, dalle texture e dai colori ai materiali che abbiamo scelto, riflette aspetti dell’identità e della narrazione groenlandese. Crediamo che questo rafforzi la connessione tra ciò che è nel piatto e ciò che ci circonda, aiutando gli ospiti a sentirsi immersi sia nella cultura che nel paesaggio.
Oltre all’opportunità di business, quale passione personale o connessione con la Groenlandia ha alimentato la vostra dedizione nel portare alla vita questo progetto ambizioso?
Questo progetto è profondamente personale per noi, perché Nivi è molto più di un’impresa commerciale. È il nostro modo di esprimere il nostro amore, orgoglio e impegno verso la Groenlandia. Volevamo creare qualcosa di significativo, qualcosa di duraturo e qualcosa di radicato nel luogo. E volevamo condividerlo con tutta Nuuk. La passione deriva dal desiderio di contribuire positivamente alla vita culturale e culinaria di Nuuk e di mostrare al mondo la ricchezza e la profondità della creatività groenlandese. Il progetto è stato enormemente ispirato e guidato dagli architetti di KHR, che hanno fatto un lavoro fantastico e ci hanno sostenuto in ogni fase del percorso. Hanno realizzato il nostro sogno e hanno camminato mano nella mano con noi durante tutto il viaggio. Janina Zerbe ha un’abilità creativa data da Dio pur mantenendo un occhio fermo su ogni dettaglio, e Henrik Danielsen semplicemente fa funzionare le cose. Grazie a entrambi per questo. E grazie per tutti i momenti inestimabili (e a volte solo un po’ pazzi) lungo la strada.
La frontiera per noi non è solo culinaria, è altrettanto importante continuare a costruire ponti tra tradizione e innovazione.



Stabilire un ristorante di questo calibro in una location unica come Nuuk deve aver presentato le sue sfide e le sue ricompense. Qual è stato l’aspetto più sorprendente o personalmente gratificante di questo viaggio finora? Oh sì, abbiamo certamente affrontato alcune sfide lungo la strada, ma in qualche modo sono sempre state superate da tutta la gioia e il divertimento che abbiamo condiviso con tutte le persone meravigliose coinvolte nella creazione di questa casa. Senza eccezione, tutti si sono immediatamente innamorati del progetto, e la loro dedizione, disponibilità e gentilezza sono letteralmente costruite nelle sue fondamenta. Uno degli aspetti più gratificanti è senza dubbio la risposta costante sia del nostro prezioso team che dei nostri ospiti. Come la cosa più naturale, abbracciano immediatamente il concetto e si prendono orgoglio di ciò che stiamo creando. Insieme. Dal primo giorno c’è stato un eccezionale senso di proprietà condivisa attorno a Nivi, e per questo Jørgen e io possiamo solo essere immensamente grati.
Guardando al futuro, quali sono le prossime frontiere per Nivi in termini di innovazione culinaria o esperienziale? Ci sono particolari nuovi concetti o esperienze che siete entusiasti di esplorare?
Guardando avanti, siamo entusiasti di continuare a evolverci, sia in cucina che oltre. Stiamo esplorando modi per approfondire la connessione tra cibo, natura e storytelling. La sostenibilità e la collaborazione locale rimarranno centrali, e siamo anche curiosi di come possiamo portare elementi della cultura groenlandese al pubblico internazionale in modi nuovi. La frontiera per noi non è solo culinaria, è altrettanto importante continuare a costruire ponti tra tradizione e innovazione, per incoraggiare tutti noi a creare nuove relazioni e prenderci cura di quelle vecchie. Sia nella nostra comunità che fuori. E questo è ciò di cui si tratta Nivi. Condividere è prendersi cura. A ogni livello.

La Groenlandia è l’isola più grande del mondo (2,2 milioni di km², sette volte l’Italia) ma conta appena 57.000 abitanti. Territorio autonomo della Danimarca dal 2009, gode di ampio autogoverno con competenze su sanità, istruzione e risorse naturali. Nuuk, la capitale artica, ospita 20.000 abitanti: un terzo della popolazione totale ed è il cuore politico ed economico del Paese. L’apertura del nuovo aeroporto internazionale (a fine 2024) ha rivoluzionato i collegamenti, con voli
diretti da Copenhagen e Newark. L’economia si basa sulla pesca (90% delle esportazioni, soprattutto gamberi) e sui sussidi danesi, ma il turismo sta crescendo rapidamente: 40.000 visitatori via aerea nel 2023, +9% in un anno. L’obiettivo è triplicare gli introiti turistici entro il 2035.
Il settore della ristorazione vive una rivoluzione gastronomica: la “New Arctic Cuisine” fonde tradizioni inuit con tecniche moderne, valorizzando ingredienti unici come pesce
artico, foca, renna e bacche locali. Lingua ufficiale è il groenlandese (kalaallisut), mentre il danese resta diffuso negli affari.
Il clima artico presenta temperature medie da -7°C in inverno a +7°C d’estate nel sud, con due mesi di sole di mezzanotte. Un ambiente estremo che plasma un’identità culturale unica, dove tradizioni millenarie convivono con l’innovazione contemporanea.


Olivier Senn ha le montagne negli occhi e l’adrenalina del ciclismo nel sangue. A 55 anni, questo figlio di Gansingen - piccolo comune dell’Argovia - ha trasformato la sua passione giovanile per le due ruote in una missione: rendere il Tour de Suisse non solo una delle corse più prestigiose del panorama internazionale, ma anche un vero manifesto della bellezza elvetica.
Perché il Tour de Suisse non è solo una corsa: è una vetrina che porta la Svizzera in 140 paesi del mondo attraverso la televisione, un’occasione per mostrare vallate nascoste e tradizioni locali a milioni di spettatori. Ma come si organizza e si promuove una gara ciclista professionistica a tappe? L’abbiamo chiesto a Senn.
Perché leggere questo articolo?
Per viaggiare in sella a una bici tra alcuni dei borghi più suggestivi della Svizzera.
#OlivierSenn #TourdeSuisse #Bicicletta #ValCalanca
Olivier Senn
Anno di nascita: 1970
Professione: direttore Tour de Suisse
Senn è stato corridore élite di ciclismo negli anni Novanta. Attualmente è co-amministratore delegato di Cycling Unlimited AG, società organizzatrice del Tour de Suisse, di cui è direttore. Ha inoltre rappresentato importanti corridori svizzeri come Stefan Küng e Stefan Bissegger. Dal 2014 al 2018 è stato direttore generale dell’evento, per poi riprendere pienamente il ruolo nel periodo post-pandemico. Ricopre e ha ricoperto numerosi incarichi nel ciclismo internazionale.
Come è nata la sua passione per il ciclismo e come si è evoluta fino a diventare il suo lavoro?
Sono cresciuto con il ciclismo, era nell’aria di casa. Da bambino guardavo le corse in televisione e sognavo quei paesaggi, quelle salite. Poi ho iniziato a pedalare seriamente, ma mi sono reso conto che il mio talento non era sufficiente per arrivare ai vertici. Però l’amore per questo sport è rimasto, e quando mi si è presentata l’opportunità di lavorare nell’organizzazione di eventi ciclistici, ho capito che potevo contribuire al ciclismo in un modo diverso ma altrettanto importante.

Il Tour de Suisse non è solo una corsa, ma anche un grande progetto di promozione territoriale. Come bilanciate l’aspetto sportivo con quello turistico?
È la vera sfida del nostro lavoro. Abbiamo davanti a noi tutta la Svizzera e dobbiamo scegliere un percorso impegnativo per i corridori, ma anche sostenibile per le comunità locali. Noi portiamo qualche migliaio di persone al seguito, abbiamo bisogno di hotel e servizi, ma alla fine il vero valore è la comunicazione, la presentazione della regione, del villaggio, della città a livello nazionale e internazionale.
Quest’anno avete portato il Tour anche in Italia, in Valchiavenna. Come scegliete questi percorsi transfrontalieri?
Non lo cerchiamo attivamente, sono gli amministratori della Valtellina che sono venuti da noi. Noi però abbiamo solo 8 giorni di gara, non siamo un grande giro con 21 tappe. Al massimo possiamo fare una tappa con sconfinamento in un altro paese. Penso sia bene per l’internazionalità del Tour de Suisse, ma non è la cosa essenziale.
Ci sono località che sogna di includere nel percorso?
Per me la realtà è più importante dei sogni. Certo, per il ciclismo salite come la Tremola sono spettacolari e possiamo prevederle ogni 3-4 anni. Anche se potendo la inserirei sempre: il Gottardo è importante in Svizzera e la Tremola è molto bella, molto scenografica.
Il Tour aiuta anche a promuovere nuovi percorsi per i ciclisti amatoriali?
Speriamo! Questo è un buon esempio: voi fate una nuova strada per i ciclisti e noi possiamo fare la comunicazione nazionale e internazionale per questo. Per noi la cosa più importante è che molti svizzeri vadano in bicicletta, e che vengano al Tour de Suisse in bicicletta, non in macchina.
Conoscete la route 66? Senz’altro ne avete sentito parlare, romanzi e film l’hanno scelta come ambientazione di avventura Coast to coast negli USA. La #route26 forse non diverrà così famosa ma lo slogan “Ventisei. Poi ci sei”, come tutte le idee creative nate da Lulo Tognola, promette senz’altro di trasformarla in un sogno (o in incubo) per i ciclisti che decideranno di affrontarne i 26 tornanti da Grono a Santa Maria in Calanca.
Tognola, vulcanico grafico, vignettista e illustratore, nonostante le 78 primavere non smette di regalare il suo senso dell’umorismo. Con un’occhiata al marketing.
“Bene il passaggio del Tour de Suisse che ha dato visibilità al Moesano - spiega Tognola - ma occorre anche pensare a come comunicare in modo memorabile una salita, farla diventare un punto di riferimento per i ciclisti amatoriali. Da qui è nata l’idea della Route 26 e dello slogan”. Del resto a Grono, l’attenzione per le due ruote è alta, è già stato inaugurata una splendida ciclabile di 6,6 km lungo l’ex sedime della Ferrovia Retica, con partenza da Lumino. E da qualche anno, si propone «Temperature in sella», un’alleanza climatica-sportiva con il comune di La Brévine. Cinquanta ciclisti in cinque tappe percorrono la distanza che separa i due comuni, a scopo di solidarietà e per sensibilizzare sullo stato di salute del pianeta.
I numeri della ROUTE 26
Lunghezza: 6,51 km
Dislivello: 605 metri
Alla fine il battesimo della #route26 è stato il 19
giugno, festa del Corpus Domini. L’arrivo del Tour de Suisse a Santa Maria in Calanca è stato una grande festa di sport con i tifosi che hanno incitato i propri beniamini lungo i 26 tornanti da ripetere due volte. Lo spettacolo non è mancato con Onley vittorioso per pochi secondi su Almeida, che nei Grigioni ha lanciato la prima di una serie di stoccate che l’ha poi portato a trionfare la domenica successiva al Tour de Suisse. Il passaggio del giro a tappe elvetico è stata un’ottima vetrina per la regione con riprese panoramiche dall’elicottero sul San Bernardino, il castello di Mesocco e le altre bellezze naturali del Moesano.
Tornanti: 26 tornanti
Pendenza: numerosi tratti sopra il 10%
Come funziona la macchina televisiva del Tour de Suisse? Abbiamo due elicotteri, uno per la corsa, uno per le immagini. Alla fine noi diciamo che il Tour de Suisse è la migliore pubblicità per la Svizzera perché facciamo tante immagini di tutte le regioni e poi siamo trasmessi in 140 paesi del mondo. Cerchiamo di trovare far vedere la bellezza della Svizzera e dei suoi Cantoni.
È mai capitato che qualcuno le abbia detto di aver scoperto una zona grazie alle immagini del Tour? Sì. E a volte guardando in televisione anch’io dico “Ma non sapevo che fosse così bello quel posto”, magari ci sono passato ma ci avevo fatto caso. Il Tour è un modo per scoprire anche il territorio in un modo diverso.
Avete tifosi che seguono la corsa come succede al Tour de France? Sì, ma non molti. Normalmente dall’area di Berna, 20-30 camper che seguono la corsa. Non è come al Galibier. Ma c’è un seguito appassionato.
Come vede il futuro del ciclismo svizzero e del Tour de Suisse? Il ciclismo in Svizzera ha una tradizione lunga e consolidata. Il nostro obiettivo è mantenerla viva, renderla accessibile alle nuove generazioni e allo stesso tempo rispettare l’ambiente.
Un messaggio finale per gli appassionati di ciclismo?
Il Tour de Suisse è molto più di una corsa: è una celebrazione della Svizzera, del ciclismo e della bellezza che ci circonda. Ogni anno cerchiamo di offrire otto giorni di emozioni pure, dove sport e territorio si fondono in un’esperienza unica. E ricordate: la bicicletta è il modo migliore per scoprire il nostro paese!”

Olivier Senn s’affaccia dall’auto che guida la carovana del Tour, guarda verso le montagne del Moesano. Sa che ogni curva, ogni salita, ogni discesa porta con sé responsabilità immense, ma anche la possibilità di regalare emozioni uniche a corridori e spettatori. In fondo, è questo il vero spirito del ciclismo: la capacità di trasformare la passione in un viaggio condiviso attraverso la bellezza.


Tutte con pergola e giardino

5 locali + 3 bagni Lavanderia e cantina
Energia green con impianto geotermico


Atelier B Bistrôt offre un’esperienza intima, familiare, ideale per ritrovarsi tra amici. Dentro trovi un’atmosfera calda, fuori un ampio dehors dove goderti la spensieratezza della Mesolcina. Scopri le nostre ricette gluten free e brinda con un calice di vino selezionato. Abbiamo molte storie da raccontare. E siamo pronti ad ascoltare la tua.
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