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Futura 20 marzo 2026

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Anno 22

20 marzo 2026

Periodico del Master in giornalismo “Giorgio Bocca” - Università di Torino

Mafie, la lotta non è finita

di Caterina Carradori, Sofia Pegoraro, Matteo Revellino

Pagine 2 e 3

MONTAGNE

Milano e Torino: quale futuro dopo i Giochi

Mulassano e Revellino | PP4-5

GUERRA E PACE

Il conflitto in Iran

costa caro alle famiglie

D’Auria, Onofreiasa, Papetti| P6

SANITÀ

Il Piemonte in ritardo

sulle Case di comunità

Caterina Carradori | P7

FOTO
A TORINO LE GIORNATE DI LIBERA

ATorino è cambiato il mercato del lavoro, la città è diventata meno inclusiva. Abbiamo bisogno di interrogarci su come queste forme rischino di aprire le porte a fenomeni criminali». Lo racconta Francesca Rispoli, co-presidente di Libera, l’associazione che dal 1995 si batte per la legalità e contro la criminalità organizzata.

Per Rocco Sciarrone, professore di Sociologia delle mafie dell’Università di Torino, la lotta contro i fenomeni criminali si gioca sul piano imprenditoriale: «La trasformazione del tessuto economico del Piemonte mostra una serie di vulnerabilità. Il pericolo che si aprano dei varchi per la criminalità di tipo mafioso è serio».

Nel 2024 i cosiddetti reati spia - usura, estorsione, riciclaggio di denaro, delitti informatici, truffe e frodi informatiche - sono stati quasi 30mila. Nonostante un calo del 6 per cento rispetto al 2023, il Piemonte è secondo in Italia, preceduto solo dalla Lombardia. Ed è penultimo per il riutilizzo dei beni confiscati: un processo faticoso, come rileva Libera nel report “Raccontiamo il bene 2025”. È una conferma: «Le storie delle mafie al Nord, in modo particolare in Piemonte, raccontano di continue sottovalutazioni - spiega Sciarrone -. Se questo fenomeno si è radicato nel territorio è perché ha trovato un ambiente favorevole».

CONFISCHE SENZA SOLDI

Temi come i rischi legati alle fragilità economiche e la gestione dei beni confiscati sono al centro della 31ª Giornata della memoria e dell’impegno organizzata da Libera il 21 marzo a Torino.

«Il percorso di assegnazione dei beni confiscati è molto travagliato», racconta Andrea Turturro di Libera. Il Piemonte è la settima regione per numero di beni con-

LA GIORNATA DI LIBERA

LE NUOVE FRAGILITÀ RAFFORZANO LE MAFIE

Il Piemonte secondo in Italia per reati spia come estorsione e usura

fiscati alle mafie, ma questo non è sinonimo di riutilizzo: solo il 23 per cento delle strutture torna alla comunità. Gli ostacoli sono prima di tutto geografici: «Molti di questi beni si trovano in comuni piccoli - sottolinea Turturro -. Circa il 58 per cento delle aree con beni confiscati ha meno di 5 mila abitanti».

Il sistema di riassegnazione di questi immobili si blocca quasi subito di fronte a istituzioni frammentate e con poche forze. Quando i comuni faticano a farsene

«Un bene confiscato è un bene collettivo»

L’associazione Mastropietro gestisce la villa di Cuorgnè, nel Canavese. Da quando è stata confiscata al boss ‘ndranghetista Giovanni Iarìa non ha ancora un nome e per questo è stato aperto un bando pubblico. «Chiediamo alla comunità di essere parte di questo processo perché un bene confiscato è innanzitutto un bene di tutti», racconta Andrea Contratto, project manager di Mastropietro. «Siamo parte - prosegue Contratto - di una realtà che ha saputo reagire all’operazione Minotauro e affrontare il radicamento della ‘ndrangheta. Con l’aiuto di tutte e tutti questo bene potrà essere un simbolo della vittoria dello Stato e dei cittadini contro le mafie».

ANDREA CONTRATTO Gestore dei beni confiscati di Cuorgnè

carico spesso ci si rivolge al Terzo settore. «Ma si tratta di enti gestiti da volontari che non possono far fronte a certe spese di manutenzione», spiega Turturro.

Libera Piemonte denuncia scarso sostegno anche da parte della Regione: «Le fonti di finanziamento pubbliche sono poche. Esiste un unico bando regionale riservato ai comuni, mentre le associazioni non possono partecipare. Se si fatica a riutilizzare i beni confiscati è anche per mancanza di fondi».

NON È ALTROVE

Vivere questi luoghi potrebbe aiutare a superare le minimizzazioni. «Se in Piemonte c’è la mafia, è perché il fenomeno è stato sottovalutato e perché non c’è stata volontà di dargli rilievo. Conveniva a tutti, per “stare tranquilli”. Eppure in questa regione ci sono state manifestazioni feroci della criminalità ‘ndranghetista». Sono le parole del procuratore capo di Torino, Giovanni Bombardieri, riportate nel report di Libera “Non è altrove”.

Fuori dalle aule istituzionali, nella rete di Libera, il messaggio di Bombardieri è condiviso: «Quando noi raccontiamo - dice Turturro - che nel comune di fianco c’è un bene confiscato, il pensiero di molti è “vabbè ma è in quello vicino”. Come se le mafie rispettassero i confini comunali».

«DIAMO LINFA AL BENE»

La giornata del 21 marzo di Libera punta a celebrare i trent’anni di cammino con una richiesta per il

«Le istituzioni non devono chiamarsi fuori» «Da cumulo di macerie a centro di incontro»

Cascina Caccia a San Sebastiano da Po è un bene confiscato alla mafia dal 2007. Cascina Arzilla a Volvera addirittura nel 2004: è uno dei primi immobili sottratti all’illegalità nel Nord Italia. «Oggi sono entrambe un punto di riferimento», racconta Chiara Sacchetto dell’associazione Acmos, che gestisce le due strutture. Sull’immobile di San Sebastiano l’amministrazione comunale di allora ha fatto la differenza. Ora a cascina Caccia e cascina Arzilla si organizzano matrimoni e feste importanti per il territorio ma Acmos non vuole rimanere da sola nella gestione: «Sono beni comuni - dice Sacchetto - e le istituzioni non devono chiamarsi fuori».

CHIARA SACCHETTO Tramite Acmos gestisce le due strutture

Il primo bene sottratto alle mafie in provincia di Alessandria si trova a Bosco Marengo. «Cascina Saetta viene confiscata nel 2005, ma fino al 2010 è rimasta abbandonata», racconta Carlo Piccini, referente Libera Alessandria. Della struttura sono rimaste solo macerie fino al 2014: «In quell’anno è iniziata la nuova vita di questo immobile e ora ospitiamo cinque campi estivi e abbiamo in gestione un ostello». Il lavoro della sezione di Alessandria continua: «Le tre particelle catastali confiscate di dieci anni fa ora sono un centinaio in tutta la provinciaracconta Piccini -. Per aprire nuove realtà bisogna battagliare con le amministrazioni comunali che sono sempre molto titubanti».

LA VILLA A CUORGNÈ
CASCINA ARZILLA E CASCINA CACCIA
CASCINA SAETTA
di S.P. di S.P.
CARLO PICCINI Referente di Libera Alessandria
CREDIT: LIBERA

futuro: più risorse per le strutture sequestrate. Nel 2025 è nata la campagna “Diamo linfa al bene”. La raccolta firme chiede che il 2 per cento del Fondo unico di giustizia - istituito con la legge 109/96 - sia reinvestito per cambiare volto ai beni confiscati. D’altronde il Fondo unico di giustizia si alimenta grazie al denaro sequestrato e confiscato alle mafie. «Non si tratta di incidere su altri capitoli di bilancio - dice Francesca Rispoli -. Chiediamo che vengano utilizzate le stesse risorse dei mafiosi per riutilizzare i loro beni». Per lei, quel 2 per cento ha anche un valore estremamente simbolico: «Sarebbe un messaggio che rafforza l’investimento pubblico verso queste strutture». La petizione chiede, però, di reindirizzare solo una parte dei fondi: una soluzione che non risolverebbe completamente il problema, ma arriverebbe in un momento chiave: «Ci siamo resi conto che le mafie, sul nostro territorio, si sono rafforzate» conclude Turturro.

TORRETTA DI BORGOMANERO

30 ANNI DI MEMORIA La Giornata della memoria e dell’impegno arriva alla 31a edizione. Nel 1996 si svolse la prima al Campidoglio

FAMILIARI DI MAFIA

Marcone: «Libera è stata speranza»

Èstato il primo incontro nazionale, fu un’emozione grandissima. Fummo accompagnati da don Ciotti e altri volontari. Eravamo lì per raccontare questi anni, non solo come vittime ma come esseri umani. Dopo 20 anni, questo giorno ha ancora un grande significato per riflettere su dove siamo e dove vogliamo andare». Daniela Marcone è vicepresidente di Libera e responsabile nazionale del settore Memoria. Nella lista di 1101 nomi che vengono letti ogni 21 marzo nella Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie - aggiornata dal 1861 - c’è anche il nome di suo padre Francesco, un funzionario pubblico di Foggia ucciso dalla mafia nel 1995.

Che cosa si ricorda di quel 21 marzo del 2006?

«C’era bisogno di parlare delle storie dei nostri cari uccisi. La paura di non farcela, il percorso giudiziario che per molti non riusciva a trovare sbocco. Ricordo che trovai la forza di raccontare cosa stavo vivendo a Foggia e vidi negli occhi dei presenti una grande comprensione. Mi abbracciò una donna: era Piera Tramuta. Le avevano ucciso il fratello in Sicilia e mi disse: “La tua storia è anche la mia storia”».

La Giornata nasce nel 1996 in Campidoglio. Che cosa ha rappresentato all’inizio per lei la rete di Libera?

«La struttura è simbolo di rivalsa sociale»

di Caterina Carradori

La Torretta di Borgomanero, in provincia di Novara, è simbolo della presenza delle mafie nel territorio e, allo stesso tempo, di riscatto sociale. Utilizzata nel traffico di droga dal clan Crisafulli, gruppo criminale attivo nel Milanese, è stata sottratta alla mafia nel 2007. Oggi il bene è intitolato a Emanuela Loi, poliziotta italiana morta nella strage mafiosa di via D’Amelio mentre era in servizio come agente della scorta di Paolo Borsellino. Nel 2022 la Torretta è stata affidata ala società cooperativa Irene e nel 2024 è stata inaugurata come Centro anti violenza: si occupa di fornire assistenza fisica, psicologica e legale alle donne vittime di violenza di genere.

CHIARA ZANETTA Gestisce la Torretta diventata Centro anti violenza

«Io sentivo che mio padre era vittima del nulla. È stato ucciso il 31 marzo del 1995 a Foggia, una città in cui, negli anni Novanta, non si parlava di mafia. Sono stata accolta da Libera qualche mese dopo la sua morte: l’associazione è stata per me speranza. Alla prima Giornata della memoria e dell’impegno in piazza Campidoglio io partecipai, ma non sapevo cosa sarebbe accaduto. Mi ricordo una piazza inondata dal sole, piena di giovani come me, che avevo 26 anni. Nell’elenco dei nomi c’era anche quello di mio padre: ascoltarlo è stata una meraviglia. Il diritto al nome è un vero riconoscimento».

Libera si è strutturata a più livelli. Quali sono gli obiettivi del settore Memoria di Libera di cui è responsabile?

«Dopo 20 anni, l’obiettivo è ancora una memoria che guarda al futuro, a un orizzonte di speranza. Ci sono molte storie che forse non conosceranno mai giustizia, com’è possibile riconciliare queste vite? C’è la sensazione che - oltre al mondo criminale che ci ha colpiti così duramente - molte per-

A Torino “Fame di verità a giustizia”

Il 21 marzo si celebra la Giornata della memoria e dell’impegno promossa da Libera e giunta alla 31ª edizione. Istituita nel 2017 con legge dello Stato, l’iniziativa nasce nel 1996 in Campidoglio, quando venne letto per la prima volta l’elenco delle vittime innocenti delle mafie. Trent’anni fa fu curato da Saveria Antiochia, madre di Roberto Antiochia, un poliziotto assassinato da Cosa nostra. L’evento a Torino si apre con un’assemblea e una veglia dedicata alle famiglie delle vittime, venerdì 20 marzo. Sabato 21 Libera scende in piazza con un corteo da piazza Solferino.

sone abbiano preferito il silenzio: la nostra comunità, le istituzioni. All’assemblea del 20 marzo saremo quasi 500 persone: ci ascolteremo. C’è qualche familiare che non è mai riuscito a parlare e trova il coraggio in questo momento».

Lei abita ancora a Foggia. Come è cambiata la sua città da quel 1995?

«Ho sentito tante volte la frase: “Tanto c’è Libera”. Abbiamo vissuto le bombe davanti agli esercizi commerciali che distruggevano anche mezzo palazzo. Ora la consapevolezza nel territorio è aumentata. Bisogna però intervenire sull’ingiustizia sociale delle periferie, ma con i centri delle città che si spopolano è urgente sostenere anche le attività commerciali. In questo, fare rete è importante e avere presidi territoriali che riescono a entrare nelle specifiche problematiche è uno dei punti forti di Libera».

TORNA A Torino nel 2006 si teneva la 11a Giornata

Il gioco con scommesse in denaro non può essere oggetto di una proibizione pura e semplice perché altrimenti se ne impadronisce la malavita organizzata». Lo afferma Paolo Jarre, già direttore del dipartimento di Patologia delle dipendenze dell’Asl Torino 3 e uno dei massimi esperti sul tema. Lo psicoterapeuta indica una via alternativa: «La prevenzione va praticata sotto il controllo dello Stato, che non deve trarne profitti ma semplicemente pagarsi le spese. Il gioco va confinato in contesti specifici, in modo che le persone che vogliono scommettere sappiano dove andare e chi non vuole non ce l’abbia sotto il naso nei bar e nelle tabaccherie».

Si tratta di “prevenzione geografica”, che va di pari passo con quella “temporale”: oggi il gioco online può essere praticato 24 ore su 24 e per questo «andrebbe ristretto con una normativa continentale a non più di otto ore al giorno e con fasce orarie spezzate per evitare sessioni di gioco troppo lunghe», commenta Jarre. Niente proibizionismo quindi, ma neanche la «ri-liberalizzazione delle slot machines operata dalle legge regionale del 2021 - sottolinea lo psicoterapeuta -, una sorta di attentato alla salute pubblica».

La prevenzione poi si accompagna all’educazione nelle scuole, sin da quelle dell’infanzia: la ludopatia è un disturbo che può colpire tutti. Jarre è conosciuto anche per essere stato il terapeuta di Nicolò Fagioli, calciatore squalificato nel 2023 per sette mesi per aver scommesso su alcune partite di calcio. «Gli sportivi ricchi e affermati hanno paradossalmente dei fattori di rischio in più, perché spesso c’è un’enorme sproporzione tra reddito e cultura. In più hanno molto tempo libero che, nel peggiore dei casi, trascorrono sul cellulare nei siti di scommesse».

Tuttavia, il legame tra gioco d’azzardo e malavita già esiste, come evidenziato anche dall’ultimo report Azzardomafie di Libera. Secondo le relazioni della Direzione Nazionale Antimafia (Dna) e della Direzione Investigativa Antimafia (Dia), pubblicate tra il 2010 e il 2024, sono 147 i clan censiti che hanno operato in attività di business illegali e legali in 16 regioni. La Liguria e il Piemonte primeggiano nel Nord Italia con nove clan.

LIBERA
di Matteo Revellino
FOTO DI AIDAN HOWEN DA PIXABAY
In Piemonte
LA XXXI GIORNATA
CREDIT: LIBERA

IL POSSIBILE FUTURO DOPO LE OLIMPIADI

MILANO E TORINO: QUALE MONTAGNA?

Conclusi i Giochi, il capoluogo lombardo non sembra aver stretto i legami con le location delle gare . Sotto la Mole si punta a diventare “città delle Alpi”

AIN SINTESI

A vent’anni dalle Olimpiadi del 2006, Torino vuole affermarsi “città delle Alpi”

Tresso: «Occorre una strategia. In passato è mancata la politica»

A Milano, le Olimpiadi a costo zero sono diventate Olimpiadi a dieci zeri

vent’anni dalle Olimpiadi invernali del 2006, Torino vuole recuperare il tempo perduto e proporsi come “città delle Alpi”. E per farlo «ci vogliono un accordo e una strategia perché in passato è mancata la politica, anche se i fondi c’erano», spiega Francesco Tresso, assessore comunale ai Servizi Demografici, al Decentramento e al Verde. La svolta di Torino arriva mentre le città, metropoli o piccoli comuni, che hanno ospitato i Giochi di Milano-Cortina 2026 iniziano a interrogarsi sulle ricadute economiche e sociali di quelle gare. «Il modello di Milano-Cortina ha un sacco di crepe e difetti. Sembravano olimpiadi ipersostenibili ma poi di sostenibilità ne abbiamo vista molto poca. Sembravano olimpiadi con dei costi bassissimi e invece da un miliardo e mezzo siamo passati a sei miliardi e poi vedremo nel futuro», sostiene Vanda Bonardo, responsabile Alpi di Legambiente. E per dirla con Marco Bussone, presidente nazionale di Uncem (l’Unione dei comuni montani), «Milano non ha saputo cogliere il suo rapporto con le valli».

TORINO DOPO IL 2006

E forse non è un caso, allora, che Torino provi a mettere in pratica il progetto di Città delle Alpi. E lo fa riannodando i fili di un legame con le valli olimpiche «dove l’eredità dei Giochi è stata fallimentare», come accusa il report Nevediversa di Legambiente. Ancora Tresso: «Torino è un esempio unico, non esiste una grande città così prossima alle Alpi. Per questo motivo può essere davvero un motore molto forte». La strategia della Città, in sinergia con la regione Piemonte e la Città Metropolitana, prevede importanti investimenti, senza trascurare il tema diventato trainante in questi venti anni: il cambiamento climatico. Trasformare Torino nella città delle Alpi significa «avere una visione allargata al nostro territorio sulle montagne, a partire dalla revisione del piano regolatore», spiega Tresso.

Si motivano così gli assi su cui si poggia la ritrovata attenzione all’ambiente montano: i trasporti, il sistema scolastico, la salute con ambulatori vicini ai piccoli centri, la banda larga per permettere lo smart working, oltre a iniziative culturali,

come la possibilità di ripristinare il Salone della Montagna a Torino. L’idea alla base è che «la montagna non è un luogo periferico alla città ma può diventare un luogo di elaborazioni innovative e un laboratorio che mira al futuro. Non possiamo più vivere con uno schema che andava bene negli anni Ottanta».

L’eredità montana di quei Giochi deve unirsi alla legacy urbana di Torino, molto positiva. Da un lato, l’Inalpi Arena è uno degli impianti più invidiati d’Europa, in grado di ospitare eventi di ogni genere: dall’Eurovision Song Contest alle Atp Finals di tennis. Dall’ altro, l’Oval: ora è integrato nel

polo fieristico del Lingotto, ma probabilmente è pronto a tornare in pista per ospitare le gare di pattinaggio di velocità nelle Olimpiadi invernali francesi nel 2030.

MONTAGNA CENTRALE

Bussone, conferma il cambio di passo: «Ci sono già state diverse iniziative e c’è un lavoro che va fatto in Sala Rossa. Secondo me è il momento giusto per riprenderlo». Al di là degli investimenti, un tema di legacy riguarda anche le strutture che hanno ospitato le gare olimpiche.

Gli impianti di Milano-Cortina verranno messi alla prova nei prossimi mesi, per quelli di Torino c’è

già un responso chiaro. L’esempio evidente è la pista da bob di Cesana per cui «dovrebbe essere messo a punto a breve un progetto di smantellamento, così come anche per i trampolini di Pragelato. C’è ancora parte del tesoretto olimpico e spero che la Regione trovi dei fondi», conclude Tresso.

LA LEGACY DI MILANO

Che succederà sulle montagne lombarde e del Nord Est adesso che i bracieri si sono spenti e i primi Giochi Olimpici diffusi nella storia sono ufficialmente finiti? Secondo il presidente Uncem, «il modello dei grandi eventi non è in contrapposizione a una montagna alternativa

Quando lo sport paralimpico non è per tutti

Cè un limite economico abbastanza importante, secondo me, nel mondo della disabilità che traccia una linea netta tra chi può fare queste attività e chi no». Sono passati sei anni da quando è iniziato il viaggio di Lorenzo Lodola nel mondo dello sport e della disabilità nell’Unità spinale del Centro Traumatologico di Torino, dopo un incidente in cui ha perso l’uso dell’addome e delle gambe. Durante la lunga riabilitazione, Lodola si avvicina al mondo dei rally off road. «Ho iniziato - racconta - a fare prima qualche gara in quad e ho ripreso ad allenarmi e a fare sport. Poi sono passato alle due discipline

che pratico ora: lo sci e la canoa». L’ostacolo maggiore? Il costo dell’attrezzatura necessaria per «potersi allenare con continuità».

«SE SI DESIDERA INTRAPRENDERE UN PERCORSO AGONISTICO SI DEVONO COMPRARE COSTOSE ATTREZZATURE SU MISURA»

LORENZO LODOLA ATLETA

Le associazioni che introducono al mondo dello sport, infatti, lo fanno con materiale di loro proprietà che è possibile prendere in prestito. Grazie a SciAbile Onlus di Sauze d’Oulx, per esempio, nella stagione 2025/26 circa 460 persone con disabilità hanno sciato in modo del tutto gratuito. Rispetto all’inverno 2024/25 si tratta di un incremento notevole: quasi sessanta atleti in più. Il dato è provvisorio e potrebbe aumentare perché, come spiega il responsabile del progetto Manuel Odisio, «abbiamo intenzione di continuare a sciare ancora per un paio di settimane». Per Lodola si tratta di un’iniziativa lodevole ma «se si desidera fare uno sport con costanza e intraprendere un percorso agonistico queste attrezzature si devono comprare su misura».

CREDIT: ELENA CECCHETTO

per creare un lascito nel futuro». Il parere di Legambiente è diverso: «I Giochi celebrano la montagna e gli sport sulla neve, ma contribuiscono anche ad aggravare le condizioni ambientali da cui dipendono». La seconda critica è legata ai costi: le “Olimpiadi a costo zero” sono diventate “Olimpiadi a dieci zeri”. Secondo il portale Open Olympics, che ha tracciato le spese dei Giochi, i costi totali hanno raggiunto i 5,8 miliardi di euro e molte opere vedranno la conclusione nel 2033, tre anni dopo i giochi invernali ospitati in Francia. Le prime polemiche sono nate intorno al Cortina Sliding Centre: la pista da bob costruita ex novo e oggi al centro delle

Le difficoltà maggiori, prosegue Lodola, sono incontrate da chi «ha piacere di fare sport per stare bene con sé stesso, per tenersi in movimento e basta». Al contrario, invece, «se uno è bravo, uno sponsor lo trova». Ma i costi non sono

IL REPORT NEVEDIVERSA

DI

critiche. Già pochi giorni dopo la fine delle gare, l’impianto da circa 130 milioni di euro sembrava irriconoscibile, con danni stimati per oltre un milione di euro. Inoltre, i campionati italiani di bob, skeleton e slittino previsti per inizio marzo sono stati rinviati in autunno. «C’è bisogno di un modello alternativo di Olimpiade, che non preveda nuovi impianti. Lo dice anche il Cio, ma solo come raccomandazione. All’inizio - prosegue Bonardo - i Giochi diffusi ci erano parsi favorevoli, ma avrebbero avuto bisogno di un master plan con una valutazione ambientale strategica. Non è stato fatto».

indifferenti e le specialità invernali sono più esose di quelle estive. Silvia Bruno, presidente del Comitato paralimpico piemontese, commenta: «Si tratta di discipline in cui la performance dell’atleta dipende dall’attrezzatura, che deve essere personalizzata e fatta su misura».

Da questa consapevolezza nasce Adventurabile, l’associazione fondata da Lodola e dall’amico Dragoș Ciolan «per supportare le persone che hanno piacere di fare sport, ma che non hanno le possibilità economiche». Adventurabile si propone inoltre di raccontare l’inclusione, l’accessibilità, la natura e lo sport tramite il racconto videografico. E la presidente del Comitato paralimpico piemontese aggiunge: «Nei prossimi mesi uscirà un nostro bando rivolto a persone con disabilità che vogliono provare a fare sport».

IN NUMERI

luna-park montani nel 2026 in

impianti sciistici dismessi in Italia nel 2026

231

impianti sotto pressione in Piemonte

LEGAMBIENTE

L’ultima idea turistica

Luna park sulle vette

Le giostre si spostano in montagna. La nuova frontiera del turismo montano prende la forma dei luna park, attrazioni ludiche spesso integrate ai comprensori sciistici ma non sempre sostenibili per l’ambiente in alta quota. «Da qualche anno assistiamo a una progressiva e ulteriore artificializzazione delle montagne. Si tratta di veri e propri luna park, con un eccesso di plastica che si trasformerà in macro e microplastiche disperse nell’ambiente», è la critica di Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente. In Italia sono 28, secondo l’ultimo report “Nevediversa” di Legambiente: di questi tredici sono in Lombardia e due in Piemonte. Il primo si trova a Prato Nevoso, nel comune di Frabosa Soprana (Cuneo), e comprende una pista da bob estiva, insieme a nuovi chalet, strutture ricettive, un bacino idrico e una nuova Cittadella dello Sport. L’investimento totale è di 60 milioni di euro. Il secondo è al Col del Lys, nel comune di Viù: una pista tubing funzionante sia in estate, sia in inverno e che permetterà ai turisti di scendere a bordo di un gommone tubolare, il “tube”, su neve o pista a scorrimento. Il valore dell’opera è di mezzo milione di euro. «La montagna - si legge nel report dell’associazione ambientalista - rischia di diventare una vera e propria “fabbrica del divertimento”, dove l’attrattività nel breve periodo prevale sulla sostenibilità e sul senso del territorio». Marco Bussone, presidente dell’Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani, non entra nel merito dello studio di Legambiente e sottolinea che «la regola aurea è che ogni territorio esalti le proprie vocazioni. Siamo in una fase di fortissima transizione legata alla crisi climatica, a quella energetica e a quella demografica.

C’è quindi bisogno di interazione tra soggetti istituzionali, comuni, unioni montane e gli operatori del settore: ascoltando le proposte del terzo settore emergono molte analogie con una seria pianificazione di quello che dobbiamo fare nelle aree urbane come in quelle montane». Dialogo, quindi, senza alimentare polemiche «che non aiutano gli operatori del turismo invernale, tantomeno le comunità che vivono nei territori e gli enti locali. E non è vero che non è stato fatto niente per convertire gli impianti in modo da essere utilizzati tutto l’anno». La proposta di Bonardo prevede «una riforma del turismo, attraverso il Manifesto della Carovana dell’accoglienza montana». Dieci punti per rivedere il modello turistico: al centro c’è la consapevolezza della fragilità della montagna, che presenta delle eccellenze da valorizzare, sempre nel segno di un futuro sostenibile. Il problema, secondo Legam-

PARALIMPIADI 2026

biente, si lega a un’altra questione: nonostante l’aumento delle temperature, il 90 per cento dei fondi pubblici continua a sostenere il “sistema neve”, lasciando solo briciole alla riconversione delle strutture già esistenti e alla destagionalizzazione del turismo.

Tra le pagine di “Nevediversa” emerge come siano 273 gli impianti dismessi in Italia nel 2026, cioè le strutture non più in esercizio in modo definitivo da almeno dieci anni. Un dato in costante aumento: lo scorso anno erano 265, mentre sono più che raddoppiati rispetto al 2020. In Piemonte sono 76, come nel 2025. A questi numeri si aggiungono i 106 impianti temporaneamente chiusi, i 98 un po’ chiusi e un po’ aperti e gli impianti sottoposti ad accanimento terapeutico, cioè località in cui l’attività sciistica viene mantenuta nonostante evidenti criticità economiche, climatiche, ambientali o strutturali: sono 231.

Azzurri da record: 16 medaglie, mai così vincenti

Sedici medaglie, di cui sette ori, altrettanti argenti e due bronzi. Sono i numeri di una Paralimpiade invernale da record: mai una spedizione azzurra era stata così vincente. Al di là delle vittorie, il medagliere è da incorniciare: «Non è stato sottolineato abbastanza il quarto posto, dietro a Cina, Stati Uniti e Russia. Sono nazioni grandissime che hanno una base enorme di atleti. Noi, invece, siamo piccoli in generale ma negli sport invernali ancora di più», commenta Silvia Bruno, presidente del Comitato Paralimpico Piemontese. Un «exploit davvero eccezionale» che ha delle spiegazioni, al di là del talento dei singoli: «Tutti gli atleti hanno sottolineato l’ottimo lavoro svolto dalla federazione. Quest’anno, inoltre, i ragazzi e le ragazze hanno potuto trascorrere più ore sulla neve. Va sottolineato perché la maggior parte

non sono professionisti e non fanno solo sport. La volontà è che lo diventino», commenta Bruno. Gli atleti medagliati dei Giochi 2026 sono stati sette. Nello sci alpino, René De Silvestro (un oro e un argento), Giacomo Bertagnolli (cinque medaglie, di cui due ori e due argenti e un bronzo con la guida Andrea Ravelli), Chiara Mazzel (quattro medaglie, di cui un oro con le guide Nicola Cotti Contini e Fabrizio Casal) e Federico Pelizzari. Nello snowboard Emanuel Perathoner (due ori) e Jacopo Luchini. Infine, nello sci nordico, Giuseppe Romele. Precedentemente il primato di medaglie apparteneva a Lillehammer 1994 con 13, ma nessun oro. Da quest’anno per le Paralimpiadi, così come per le Olimpiadi, il riferimento è diventato Milano-Cortina. 2026. M.R.

CREDIT: SIMONE GARELLO DA PIXABAY
CREDIT: FOTO DI PPAMMY DA PIXABAY
CREDIT: LORENZO LODOLA
Italia

Prezzi, la guerra (e la alzanospeculazione) il conto

Aumenti del 2 per cento per il conflitto in Iran

di Giovanni D’Auria

R550

L’aumento stimato in euro della spesa annua per le famiglie

10%

Le famiglie italiane in povertà energetica 2%

L’aumento per i trasporti

incari alle pompe di benzina e anche nel carrello della spesa. «Le merci viaggiano su gomma, e per il trasporto serve carburante». Così Giovanni Prezioso, presidente di Federconsumatori Piemonte, riassume le ombre che si stanno addensando sui consumatori a causa della guerra in Iran. Il mercuriale dei prezzi pubblicato il 13 marzo dal Centro Agroalimentare Torino registra aumenti tra i cinquanta centesimi e un euro sulle fragole lucane e di novanta centesimi sui pomodori importati dalla Sicilia, in linea con quanto rilevato sul territorio nazionale: secondo il Centro agroalimentare di Roma, sarebbero i primi segnali dell’aumento dei costi logistici che colpisce soprattutto i prodotti provenienti dal Sud Italia. Si parla, per il momento, di aumenti speculativi dovuti all’incertezza di questo periodo.

LA FILIERA ALIMENTARE

La filiera alimentare viene colpita anche dall’aumento del gasolio agricolo. Il 9 marzo Coldiretti Piemonte ha presentato un espo-

sto alla procura della Repubblica contro la speculazione sul gasolio agricolo, che secondo la presidente Cristina Brizzolari mostra «un incremento anomalo e sproporzionato rispetto all’andamento generale del mercato dei carburanti. Nello stesso periodo, infatti, il prezzo del diesel per autotrazione in Italia ha registrato un aumento molto più contenuto, stimato tra i 18 e i 19 centesimi al litro, mentre per il gasolio agricolo l’incremento risulta tra i 40 e i 45 centesimi al litro. Una dinamica che non trova apparente giustificazione nelle variazioni dei prezzi internazionali né nell’andamento del mercato dei carburanti, e che per l’ampiezza del fenomeno lascia ipotizzare condotte speculative realizzate su larga scala». E per i consumatori, se la guerra dovesse prolungarsi, la situazione potrebbe aggravarsi ulteriormente.

INFLAZIONE E BENZINA

Già durante la seconda settimana di conflitto, il diesel ha superato i due euro al litro in quasi tutte le regioni italiane, raggiungendo, secondo il Codacons, picchi di due euro e sessanta su diverse autostrade. La benzina si è attestata su un

ALLARME PER L’ORTOFRUTTA

L’aumento del carburante incide sui prodotti alimentari

euro e ottantacinque. «Il prezzo dei prodotti non lavorati rispetto al 3 marzo è aumentato al 3,7 per cento» spiega Prezioso. «Si aggiunge anche un’inflazione che è passata dall’1 per cento di gennaio all’1,6 per cento di febbraio». La crescita dell’inflazione è stata trainata da un aumento netto dei servizi di trasporto, saliti a febbraio del 2,2 per cento, dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +3 per cento a +4,9 per cento) e da quello degli alimentari non lavorati (da +2,5 per cento a +3,7 per cento). Visto che l’86 per cento dei prodotti alimentari viaggia su strada, con il prolungarsi della guerra l’aumento dei carburanti incide anche sul prodotto venduto al consumatore. «Il costo del carrello della spesa è aumentato del due per cento - argomenta Prezioso - in questo modo si stima che la spesa per le famiglie subirà un aumento annuo di 550 euro».

Il pacifismo a Torino: piazze vuote, ma corsi pieni

Corsi universitari pieni, piazze vuote. Il movimento per la pace, non solo a Torino, non riesce a dar vita a una mobilitazione forte e popolare e rischia sempre più la marginalità. «Rispetto a quaranta o a cinquanta anni fa oggi c’è una maggiore frammentazione sociale: viviamo in una società molto più differenziata e più plurale dal punto di vista delle idee e dell’analisi delle situazioni, quindi è più difficile trovare dei punti di riferimento o aspetti di convergenza», spiega Franco Garelli, già professore di Sociologia dei processi culturali dell’Università di Torino. Ma chi sono i pacifisti di oggi? «Ci sono istanze diverse: gruppi molto più politicizzati e altri meno, ma anche realtà cattoliche - continua Garelli -. Molti di questi hanno una spiccata sensibilità sociale che riversano sul tema della pace, altri nascono da gruppi religiosi». Un fenomeno, in particolare, è emerso negli ultimi tempi: «C’è

una sensibilità abbastanza diffusa, nella popolazione e tra i giovani, di persone contrarie a un certo tipo di politica e a un certo tipo di società più consumista e individuale». Chi ne fa parte, spiega l’ex professore dell’Università di Torino, «immagina un modo di vivere diverso. Lo difende con le unghie, ma non in chiave politica, bensì in chiave personale o di piccolo gruppo, perché non ha più fiducia nelle realtà che traducono in strutture politiche queste idee. Quindi magari una parte di questi non va nemmeno a votare o comunque è sul filo del rasoio tra stare dentro il sistema o non riconoscerlo».

E se si riavvolge il nastro, guardando indietro nel tempo, che cosa è cambiato nel corso degli anni? «In passato c’era una fitta rete di attori legati anche a una realtà istituzionale - sostiene Garelli -. La Chiesa, ad esempio, promuoveva un discorso di pacifismo perché era interpellata da alcuni gruppi e da realtà giovanili che sentivano molto il problema. Erano gruppi che mantenevano un’appartenen-

za ecclesiale, anche se magari un po’ riottosa». Poi, allora «c’erano figure carismatiche, come Ernesto Balducci o David Maria Turoldo, catalizzatori e portavoce di questa voglia di predicare un mondo diverso. Ed era una presenza ancora mediata dalle istituzioni, anche se il movimento era più vario».

All’Università, però, qualcosa si sta muovendo. Un insegnamento della laurea magistrale in Relazioni

internazionali si chiama “Peace and conflict studies” e «dei quattro profili del corso di laurea è sempre il più frequentato», racconta Stefano Ruzza, professore del dipartimento di Culture, politica e società, che nell’ateneo torinese insegna anche “Peacebuilding”. «È molto interessante osservare come varia l’interesse degli studenti a seconda del periodo - dice il docente -. In generale, però, i numeri continua-

IL CARO ENERGIA

E i rincari del costo dell’energia spingono a un naturale rialzo delle bollette. Il gas naturale ha subito un’impennata del prezzo del 65 per cento nelle prime settimane di conflitto, superiore agli aumenti registrati all’inizio della guerra in Ucraina. «Il 10 per cento delle famiglie italiane vive già in condizione di povertà energetica - spiega Prezioso -. Se continua così, e questi sono dati acclarati, la spesa energetica aumenterà di seicento euro l’anno per nucleo familiare. Abbiamo già decine di famiglie che si rivolgono a noi per le difficoltà nel pagare le bollette». Il timore del presidente di Federconsumatori è che in Italia si sia scatenata «la tempesta perfetta» perché «l’inflazione è già alta e la povertà energetica colpisce diffusamente le famiglie» senza dimenticare che i salari sono fermi e «all’orizzonte non si vedono interventi del governo».

no a essere elevati: questo dimostra che chi sceglie questo percorso non lo fa perché è di moda in un certo momento, ma perché ci sono stimoli permanenti che portano in questa direzione» e una richiesta di strumenti in grado di interpretare la realtà.

Dal punto di vista del professore, il dato più preoccupante oggi è la presenza di «conflitti molto intensi simultaneamente presenti in aree molto distanti fra loro». Di conseguenza, la ricerca deve adattarsi: «Negli anni Dieci approfondivo il terrorismo, mentre oggi mi occupo del ruolo controintuitivo delle armi nucleari o della rilevanza del nesso fra risorse naturali e conflitto armato». Come approccia tutto questo il corso di “Peace and conflict studies”? «È molto più facile, quando si è giovani, avere prospettive o molto idealiste o di un realismo brutale - afferma Ruzza -. In classe si cerca di trovare, tramite il dialogo, un punto di equilibrio tra queste due posizioni, capace di produrre effetti positivi nel mondo reale. Lo stimolo che diamo agli studenti è cercare di comprendere che questo equilibrio è sempre difficile, per cui quello che si deve fare è imparare a navigarlo».

NO ALLA GUERRA Manifestanti per la pace in città
CREDIT: ALEXANDRA ONOFREIASA

Le Case di comunità sono in ritardo

Amaggio 2026 è fissata la scadenza per certificare l’operatività delle Case di comunità. A meno di due mesi da questa data, il territorio regionale si presenta come un cantiere a due velocità, dove la fattibilità del progetto si scontra con la realtà di una cronica carenza di personale e con un vuoto finanziario che rischia di creare ulteriori criticità.

LE CASE DI COMUNITÀ

Le Case di comunità sono ambulatori pubblici pensati per rafforzare la medicina di prossimità, con un ruolo intermedio tra gli ospedali e i medici di medicina generale pensate per offrire un’assistenza più rapida e accedere ai servizi di diagnostica e prevenzione senza rivolgersi al pronto soccorso o agli ospedali. «L’impegno della Regione e delle Aziende sanitarie è stato massimo per arrivare pronti alle scadenze di metà 2026» dice Federico Riboldi, assessore regionale alla Sanità. «Il Piemonte sta portando avanti un programma molto importante di rafforzamento della sanità territoriale – prosegue l’assessore –. Nell’ambito degli interventi finanziati con risorse Pnrr, sono previste 82 Case di comunità e 27 Ospedali di comunità sul territorio regionale, che fanno parte del grande piano di edilizia sanitaria regionale da quasi 5 miliardi di euro che, oltre alle case e agli ospedali di comunità, prevederà anche 11 nuovi ospedali».

A CHE PUNTO SIAMO

Oggi è possibile avere un quadro preciso dello stato di avanzamento dei lavori grazie a un report che na-

sce dalla risposta della giunta regionale a un question time presentato dalla consigliera Monica Canalis. Ci sono poi anche i dati Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, che però sono aggiornati al primo semestre 2025, quindi non riportano gli ultimi sviluppi del progetto.

L’OBIETTIVO

In Piemonte l’obiettivo fissato dalla Giunta regionale è di realizzare 92 strutture distribuite capillarmente sul territorio.

Di queste, 82 sono finanziate direttamente dai fondi europei del Pnrr, le restanti 10 dovrebbero poggiare su altre fonti di finanziamento. Secondo le ultime dichiarazioni ufficiali, 49 Case di comunità dovrebbero entrare in funzione entro mag-

Mura senza personale. È questa una delle criticità principali delle Case di comunità: la carenza di personale medico. Solo una struttura, su 96 programmate, risulta pienamente attiva secondo gli standard minimi di professionisti sanitari. A dirlo sono i dati del rapporto Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali. Una situazione che rischia di essere aggravata dalla carenza di medici di famiglia.

In Piemonte si stima una vacanza di 600 posti, a fronte di una graduatoria di soli 150 medici pronti a subentrare. In questo contesto, il rischio è che le Case della comunità rimangano “scatole vuote” oppure, come denuncia la consigliera regionale, Monica Canalis,

«c’è il rischio che, in assenza di un accordo nazionale tra il ministero e i sindacati dei medici di medicina generale, le Case della salute vengano presto date in gestione a cooperative private di medici, allontanando la sanità territoriale dal Servizio sanitario nazionale».

MANCA UN ACCORDO

È davvero così? «Le Case di comunità rappresentano un’esigenza ormai improrogabile e un’ulteriore opportunità solo se realizzeranno un’offerta assistenziale integrativa e non sostitutiva nel sistema attuale delle cure territoriali» dice Roberto Venesia, segretario della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg). I medici di medicina generale infatti, che sono liberi professionisti in convenzione, non vogliono essere inseriti in un modello che non ne

rispetti l’autonomia e l’organizzazione già prevista dalle Aggregazioni territoriali (Aft). «Per garantire un avvio efficace, omogeneo e sostenibile del nuovo modello - continua Venesia - è indispensabile che il coinvolgimento dei medici avvenga nel pieno rispetto degli accordi vigenti e la stipula, in tempi brevi, di un accordo regionale che disciplini in modo chiaro ruoli, modalità operative, impegni orari e riconoscimenti professionali ed economici».

I sindacati infatti denunciano da tempo la mancanza di un accordo regionale che disciplini gli aspetti fondamentali del lavoro del personale sanitario. Perché possano funzionare, all’interno delle Case di comunità è necessaria la presenza della Medicina Generale, che però deve essere integrata sia a livello regionale che nazionale.

gio 2026, seguite da altre 20 entro giugno e le ultime 13 entro la fine dell’anno.

I cantieri di 17 dei 27 Ospedali di comunità, sempre finanziati con i fondi del Pnrr, saranno completati entro giugno, uno alla fine di agosto e gli altri otto entro la fine del 2026. Per l’Ospedale di Comunità di Crescentino sono in corso “approfondimenti tecnici” richiesti dai Ministeri. E poi ci sono dieci Case di comunità finanziate con risorse extra Pnrr: una è stata completata (ex Marco Antonetto di Torino), due sono in corso di realizzazione ad Alba e Bra mentre per altre sette i fondi non sono ancora stati trasferiti alle Asl. «Le Asl interessate da queste strutture hanno trasmesso alla Regione la stima preliminare degli interventi - spiega Canalis - ma l’accordo per l’utilizzo dei fondi non è ancora stato siglato. Per questo i fondi non sono stati trasferiti alle Asl».

OSPEDALI SENZA MEDICI

Canalis si dice molto preoccupata «per i ritardi di realizzazione, in particolare per l’Ospedale di comunità di Crescentino e per le sette Case di comunità extra Pnrr». Ma soprattutto «manca ancora un accordo con i medici di medicina generale, senza il quale questi progetti rischiano di essere meramente infrastrutturali». La carenza del personale sanitario, in particolare infermieri e medici di famiglia, lontana dall’essere un’emergenza è invece un dato strutturale nella sanità pubblica. «Temiamo che gli evidenti ritardi piemontesi - conclude Canalis - soprattutto sul fronte del personale, comportino sanzioni o mancate erogazioni da parte del Governo e della Commissione europea».

«Occorre con urgenza un accordo con i medici di medicina generale. Un’alternativa è che il Ministero trasformi il profilo contrattuale di questi medici, portandoli alle dipendenze del Sistema sanitario».

PRIVATIZZAZIONE

Per arginare la mancanza di personale medico, si sta già parlando infatti di un ricorso massiccio a medici gettonisti e infermieri esternalizzati. «Di questo passocontinua la consigliera - le Case di comunità diventeranno strutture realizzate con fondi pubblici, ma gestite da privati. Una spinta ulteriore alla privatizzazione della sanità pubblica». Per Canalis infatti un passo importante è una riforma della figura del medico di famiglia, che andrebbe resa più attrattiva. Se non si procederà in questo senso, modificando il profilo contrattuale del medico di medicina generale o portandolo alle dipendenze del Sistema sanitario nazionale, si rischia lo stallo nella sanità di prossimità piemontese.

GLI APPUNTAMENTI

All’ombra dei ciliegi in fiore

La Reggia di Venaria torna a celebrare i suoi ciliegi con un programma di iniziative legate alla natura, alle tradizioni, al benessere e alla convivialità a cui si aggiunge “Una sera sotto i ciliegi in fiore”, una serie di aperture serali straordinarie con i cento alberi

fioriti che saranno illuminati da altrettante luci. L’evento si terrà tra il 21 marzo e il 6 aprile, il periodo di fioritura è indicativo e può variare di qualche giorno in base alla stagione: le date aggiornate saranno confermate in prossimità dell’evento. www.lavenaria.it

Aguirre danza in un non-luogo

Elias Aguirre, artista multidisciplinare, danzatore, coreografo, fotografo, artista visivo e audiovisivo, porta sul palco del teatro Astra “Aurunca”, un progetto ambientato in un non-luogo (una inventata stazione ferroviaria dell’I talia meridionale, Sessa Aurunca), che

esplora la relazione tra le persone e il loro rapporto con la morte. Nello spazio scenico, elementi traslucidi evocano il dispiegarsi delle ali degli insetti e prendono vita attraverso tecniche di manipolazione degli oggetti. www. fondazionetpe.it

I Dialoghi delle carmelitane al Regio

Dialoghi delle carmelitane, opera del XX secolo di Francis Poulenc, debutta a Torino con l’allestimento di Robert Carsen. Sul podio di Orchestra e Coro del Teatro Regio Yves Abel, che diresse la prima esecuzione di questa produzione nel 1997. L’opera narra di una

storia vera dell’epoca del Terrore: sedici monache ghigliottinate nel 1794 a Compiègne per “aver tenuto raduni contro-rivoluzionari”. L’Anteprima Giovani dell’opera, dedicata agli under 30, è il 27 marzo. www.teatroregio. torino.it

Dal 31 marzo al 12 aprile (Anteprima Giovani 27 marzo) - Teatro Regio

Spaventapasseri a presidio della vita

La mostra collettiva “Scarecrow, artisti a presidio della vita” allo spazio Flashback Habitat prende la figura dello spaventapasseri come metafora di presenza e resistenza. Nato per difendere i campi da ciò che minaccia il raccolto, questo corpo immobile e fragile diventa un simbolo politico ed etico: non un’arma, ma un segno che delimita, avverte, custodisce. Costruito con materiali poveri, con scarti e resti del quotidiano, agisce attraverso la semplice esposizione del proprio stare. In un tempo

segnato da leadership aggressive, decisioni irrazionali e poteri predatori, queste figure diventano sentinelle silenziose che difendono ciò che è vulnerabile: la dignità, la comunità, il futuro. Le opere in mostra trasformano lo spaventapasseri in un dispositivo di contro-potere elementare, capace di opporsi senza imitare la violenza. Come un corpo fragile che resta in piedi nel campo del mondo, ricordando che esiste sempre qualcosa che vale la pena proteggere. www.flashback.to.it

I PanPers in “Terapia di coppia”

Dopo anni di successi tra televisio ne, teatro e web, i PanPers portano in scena al Teatro Colosseo uno spettacolo completamente nuovo. Comici, attori e autori, Andrea Pisani e Luca Peracinonoti al grande pubblico per le loro apparizioni a Colorado e per i progetti

musicali e teatrali - ironizzano sulle dinamiche di una convivenza decennale tra amici/colleghi. Lo show mette a nudo amori, manie e piccole follie, trasformando il palco in una seduta comica dove il pubblico è il terapeuta. www. teatrocolosseo.it

9 marzo - 1° luglio, Palazzo Madama

IL COLOPHON

Futura è il periodico del Master in Giornalismo

“Giorgio Bocca” dell’Università di Torino

Registrazione Tribunale di Torino

numero 5825 del 9/12/2004

Testata di proprietà del Corep

Direttore Responsabile: Marco Ferrando

Segreteria di redazione: Sabrina Roglio

Progetto Grafico: Nicolas Lozito

Impaginazione: Sabrina Roglio

A Pralormo 130mila tulipani

Oltre 130mila tulipani accolgono dal 28 marzo al 26 aprile i visitatori e le visitatrici della manifestazione Messer Tulipano giunta alla 26a edizione. Il Castello di Pralormo, progettato nel XIX secolo dall’architetto di corte Xavier Kurten, artefice dei più importanti parchi all’inglese delle residenze sabaude e in Piemonte, accoglierà piantati in cassette olandesi il tulipano a ‘fior di giglio’, dal gambo sottile e con i petali appuntiti; quelli ‘viridiflora’ con le fiammature verdi; i tulipani ‘famiglietta’ a mazzetto su un unico stelo; i ‘parroquet’, dal gambo movimentato e i petali spettinati; i ‘frills’ con i petali frastagliati e il Princess Elizabeth, che fu dedicato alla regina Elisabetta II d’Inghilterra. La novità di quest’anno è la mostra “Solofiori’’ nell’Orangerie del Castello, curata da Marcella Pralormo, storica dell’arte, curatrice e artista. Verranno esposti un nucleo di dipinti, carnet di viaggio e piccole sculture che raffigurano i fiori, di artisti contemporanei che lavorano a Torino e in Piemonte. Rendere eterno un fiore è il tema della ricerca artistica dell’esposizione con opere di alcuni maestri dell’acquerello noti, come Anna Lequio e Stefano Faravelli, artisti naturalisti come Cristina Girard, Anna Regge, artisti che lavorano con pigmenti e olio, come Paolo Galetto, ma anche nomi meno noti e giovani. Quest’anno il cancello del Castello sarà aperto verso l’azienda agricola dove, su una collinetta, la proprietaria del castello Consolata Pralormo ha sparso bulbi in modo naturalistico e i visitatori potranno fare i picnic fra i tulipani accanto ad un vialetto di ciliegi giapponesi. Tra i servizi offerti, una zona shopping propone eccellenze del territorio, prodotti stagionali dei produttori agricoli, mieli e marmellate artigianali, specialità gastronomiche; verranno allestiti un bar-ristorante, zone pic-nic nel parco e per i bambini sono previsti percorsi nel parco e allestimenti dedicati. www.castellodipralormo.com

Redazione: Leonardo Becchi, Simone Bianchetta, Lorenzo Borghero, Vittoria Brighenti, Bianca Caramelli, Caterina Carradori, Nicolò Corbinzolu, Giovanni D’auria, Beatrice Galati, Mattia Giopp, Luca Marino, Pietro Menzani, Anna Mulassano, Andreea Alexandra Onofreiasa, Marco Papetti, Sofia Pegoraro, Cecilia Perino, Virginia Platini, Matteo Revellino, Valeria Schroter.

Ufficio centrale: Sandro Bocchio, Emanuele Franzoso, Luca Indemini, Paolo Piacenza, Matteo Spicuglia, Maurizio Tropeano.

Contatti: giornalismo@corep.it

MESSER TULIPANO
DA NON PERDERE
BALLO
TEATRO OPERA
Dal 21 marzo al 6 aprile - Giardini della Reggia di Venaria
31 marzo, 1° aprile - Teatro Astra
Fino al 27 settembre – Flashback Habitat
COSIMO CALABRESE, STATTE, 2026, 1 DI 4 FOTOGRAFIE, STAMPA FOTOGRAFICA IN CARTA LUCIDA, 70 X 100 CM

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