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ROCK & MUSIC REVIEWS

FABRIZIO POGGI

& CHICKEN MAMBO LIVE FOLKCLUB TORINO 17.01.09

SET LIST: 1. THE SOUL OF A MAN 2. YOU GOTTA MOVE 3. JOHN THE REVELATOR 4. WALKIN’ BLUES 5. NEEDED TIME 6. CROSS ROAD BLUES 7. DOWN BY THE RIVERSIDE 8. THIS TRAIN 9. JESUS ON THE MAINLINE 10. PRECIOUS LORD 11. I WANT JESUS TO WALK WITH ME 12. ANGELINA --E’ una sera piovosa di metà gennaio e in un piccolo storico e traboccante club sotterraneo di Torino, sono di scena Fabrizio Poggi & the Chicken Mambo. Il locale contiene all’incirca un centinaio di persone, ed un piccolo palco circa 5x3 metri, con un infinità di strumenti sopra e i musicisti saranno ben sei. Fabrizio Poggi e i suoi Chicken Mambo calcano le strade del blues da ormai vent’anni (con 9 dischi, di cui 3 prodotti negli USA), ma questo è un tour confidenziale, tocca piccoli locali in giro per l’Italia, (negli Stati Uniti sono già stati), e la serata è tutta focalizzata sull’ultimo bellissimo lavoro di Fabrizio: “Mercy”, un disco di grandi classici dello spiritual e del gospel e di brani traditional ripresi con sapiente

delicatezza e intensità. Fabrizio si siede al centro e davanti a lui scopre, come fosse una magia del miglior Silvan, un tavolino con almeno 30 armoniche scintillanti e differenti, che sono solo quelle che gli serviranno per i pezzi in scaletta della serata. Qualcuno gli chiede se farà pezzi oltre a quelli contenuti in Mercy, ma lui ribatte che questo è il momento di Mercy, per gli altri pezzi ci sarà spazio in altre occasioni. Una buona band dice Fabrizio fa battere i cuori, ma per far battere i cuori, bisogna sempre essere in due, come in una storia d’amore, e così prima uno poi l’altro tutti i Chicken Mambo avevano ancor prima di iniziare lo show una missione, portare la magia nel piccolo locale torinese, toccando i cuori di tutto il pubblico. Il concerto è iniziato alle 21.30 puntuali Fabrizio Poggi è salito sul palco ed ha iniziato il suo show con “The soul of a man”, un grande sospiro ed un lungo soffio nell’anima che è arrivato potente a tutti. Poggi come un reverendo parla spesso, spiega il significato dei brani, abbracciato da applausi e con rara semplicità coglie il senso più profondo di temi ormai vecchi centinaia d’anni ed arriva alla gente come la musica e i testi più attuali della musica moderna d’autore. Le stesse tematiche gli stessi problemi che forse col passare del tempo non sono stati superati, ed ancora hanno bisogno più che mai di essere ri-spiegati e ri-compresi dalla gente.

FABRIZIO POGGI & CHICKEN MANMBO LIVE FOLKCLUB TORINO 17.01.09 MARTINICCA BOISON SOVRAPENSIERI ALESSANDRO CASTAGNERI GIALLO ROSSO BLU STOOP STOPID MONKEYS IN THE HOUSE MORGAN FOLKCLUB TORINO 23.05.09

Scorrono così velocissimi “You gotta move”, il cantato a cappella da tutto il pubblico “John The Revelator” e la trascinante ”Walkin’ blues”. Le canzoni si susseguono veloci in una sorta di messa cantata nella tradizione nera americana, trascinando anche chi non conosce i brani. Fabrizio condivide il suo cammino con ottimi musicisti: Maurizio Fassino alle chitarre, con i Chicken da quasi 25 anni, Bobby J. Sacchi alla fisarmonica-hammond del Mississippi, Roberto Re al basso e Stefano Bertolotti alla batteria e Gianfranco Scala, chitarrista acustico e slide. I pezzi migliori sono stati Needed Time, suonata nella prima parte del concerto e la grande apertura della seconda parte: Down by the riverside, davvero partecipata. Per chi non conosceva ancora Poggi, lo spettacolo non ha deluso le aspettative. Ammirando i volti delle persone alla fine del concerto si può anche dire che come nel film The Blues Brothers, questi abbiano visto la luce. Per chi invece già conosceva il mondo Poggi, ne ha avuto una piacevole conferma. Anche se diverse dal disco Mercy le forti emozioni provate nel cantare quelle canzoni, ti rimangono dentro, e rispolverano la vera anima di ogni uomo. “Angelina” che conclude la scaletta di 12 brani, è un must, una dedica alla persona più importante della sua vita, perchè ognuno possa avere o ritrovare al suo fianco la propria anima gemella.

CHRIS CORNELL SCREAM GIACOMO CROTT PROVA A CAMBIARE IDEA “VOI QUELLA NOTTE, VOI C’ERAVATE” F. DEANDRE’ GENOVA 30.05.09 ELIO FIGARO IL BARBIERE 25.07.09


MARTINICCA BOISON SOVRAPENSIERI Nonostante sia passato poco tempo dall’uscita e dal successo di “Per Non parlare della Strega” i Martinicca Boisson sono ritornati a collaborare con Erriquez Greppi della Bandabardò, che questa volta si propone in qualità di produttore artistico. Sovrapensieri è il secondo album del gruppo, registrato in Toscana e mixato a Roma con l’ormai onnipresente ed efficace Gianluca Vaccaro (ai comandi per Carmen Consoli, Fiorella Mannoia, Max Gazzè, The Niro ecc.), e si presenta come ottimo (nuovo) punto d’inizio per la loro carriera. Se infatti dal vivo il folk elegante dei Martinicca sfocia spesso nel più puro entertainment ed il gruppo riesce sempre a trainare il pubblico con balli scatenati e divertimento genuino, è nel supporto audio che il loro mondo diventa intimo, personale, ed i testi diventano profondi ed introspettivi. Greppi è riuscito a sintetizzare il sound dei Martinicca, mantenendone inalterata la spontaneità; gli arrangiamenti più essenziali hanno

ALESSANDRO CASTAGNERI GIALLO ROSSO BLU Come un quadro di Kandinsky, o i tre colori primari, Alessandro Castagneri dipinge la sua opera prima con pochi ma intensi colori: Rosso Giallo Blu. Il cantautore italo-greco riprende la poetica di Rino Gaetano a quasi 30 anni dalla scomparsa del cantautore calabrese e ne fornisce per l’occasione una versione rimod-

valorizzato maggiormente la voce e anche i singoli strumenti. Avventure, riflessioni, distrazioni: “Sovrapensieri” è una carrellata di nove brani e tre intermezzi strumentali (Buongiorno, Buonasera e Buonanotte) che scandiscano il passare di un’intera giornata. Si passa da atmosfere mattiniere, luminose e ritmiche (Con la biro tra le mani, Rainbow song in Bosnia), ad altre più soffuse, serali e intime che si scuriscono con il passare delle ore (In the mood for love, Sovrapensieri). Il gruppo crea nei diversi brani una varietà infinita di soluzioni musicali e strumentali, ma, nonostante ciò, i cambiamenti di ritmo non infrangono la compattezza di fondo dell’intero lavoro. Il Vecchioni di Samarcanda, ne Il gatto parla, cede il passo al sound Bluvertigo o addirittura ad echi di Neil Young. Dall’etnico-popolare si va verso il rock-progressive, dagli chansonniers francesi si torna indietro alla musica medievale e rinascimentale, dalla musica celtica si sconfina verso il folk inglese, passando per il country americano e la canzone d’autore italiana. Risultato: un grande miscuglio ben amalgamato, un ottimo lavoro coerente e piacevole, che fa sperare di vederli presto dal vivo in giro per l’Italia.

ernata. Nove brani che si vorrebbero impegnati, cantati con sarcasmo, un pizzico di romanticismo, abbozzi di storie di vita e molte domande a cui spesso il musicista però non riesce a dare risposta. Castagneri si limita a fotografare la vita senza avere né dare soluzioni. Prende le distanze da una società moderna, senza certezze, che preferisce esser «camaleontica» piuttosto che «svegliarsi e rendersi conto». Il disco si apre proprio con questo monito, Vita Camaleontica, buon brano dal sapore reggae con ritmiche scandite dai musicisti cubani dei Tribà: Joel Soto Gonzales al basso e Caldero ‘Calderin’ alla batteria e percussioni. Belli gli arpeggi e la fisarmonica in DolceAmaro, mentre l’interessante title track è appesantita forse troppo solo dal lungo testo ad elenco. Alcune tracce ricalcano in maniera eccessiva lo stile di alcuni

cantautori italiani (come Preludio, dal sapore faberiano), che sono sì parte della nostra cultura, ma dovrebbero essere eventualmente un punto di partenza per esprimere la propria poetica. In questo caso invece l’artista sembra non aggiungere un quid personale al proprio disco. Anche Grazie e Ciao sebbene introdotta da moderne sonorità mediorientali ed una splendida tromba milesiana di Fulvio Chiara, ricorda eccessivamente la voce del primo Renga. Differente invece è il brano Letargo Civile, sicuramente il migliore dell’album, che riprende le tematiche della prima traccia e suona come un’utopica e diretta sveglia per la nostra società italiana che dorme e non si rende conto di un innumerevole lista di cose che ancora non funzionano. Ottima in chiusura la chitarra slide della fiabesca Ninnananna.

Il punto di forza di “Rosso Giallo Blu” è insomma l’accuratezza delle musiche, la pulizia e la cura degli arrangiamenti, come anche l’uso della voce, accompagnata da strumenti particolari della tradizione mediterranea come bouzouki e mandolini, alternati a banjo e fiati. L’album in sostanza manca solamente un po’ di originalità nelle liriche. Sfogliando il libretto, si notano particolari citazioni di Gesù Cristo, di San Paolo, del Corano o di Leonardo da Vinci e di altri ancora, che introducono i testi. Castagneri in questo primo disco dà prova di saper cantare, di essere un buon musicista, e di avere buoni strumentisti alle spalle. La sua evoluzione dovrà inesorabilmente passare attraverso un approccio più personale ai testi ed alle tematiche scelte.

STOOP STOPID MONKEYS IN THE HOUSE

esperimenti che partono dal folk, ballate rilassanti come “Lesson 2”, altre più ruvide come “Sleeping Awake”. Le chitarre aspre e taglienti condiscono l’intero album, la musica risulta curata e molto spazio è stato dato a parti corali, che caratterizzano la maggior parte dei brani e ai fiati, come le parti di Simone Benassi alla tromba, e di Donald Castagnetti al trombone. Diego Bertani chitarrista e vocalist del gruppo si smarca tra mille contaminazioni, influenze come Cake, Gomez, Supergrass, R.e.m., dove una solida scrittura è armonie artigianali si fonde in un’ampia varietà di atmosfere e suoni, steel guitar, banjos, trombe western e vibrafoni.

sensazioni moderne in cui tutti prima o poi saremo costretti a ritrovarci. Non è un disco immediato e questo è forse proprio l’unica pecca di questo lavoro, che si traduce alla fine in un mancato riscontro del grande pubblico, la sensazione atona e pesante dell’enorme caleidoscopio di arrangiamenti disorienta e spaventa, sono ricordi di ascolti inglesi e americani cupi e profondi, che riletti raccolgono le idee del gruppo nella più ampia libertà e ben descrivono la nostra vita quotidiana. Gli Stoop proseguiranno diritti sulla loro strada, a bassa fedeltà, coscienti di aver fatto un ottimo lavoro fino a questo punto, cercando di rasserenare anche un po’ gli animi di chi li ascolta e dare una speranza fresca di ripresa. Per tutti coloro che amano l’indie rock contemporaneo e non si lasciano sfuggire proprio nulla.

In un Africa di tre milioni di anni fa: un gruppo di ominidi, guidati da un capo, sopravvive a fatica in un ambiente arido e ostile, un giorno davanti alla loro grotta appare misteriosamente un grande monolite nero, gli ominidi a contatto col monolite impareranno ad usare strumenti, ad uccidere animali per cibarsene e ad uccidere altri ominidi per conquistarne il territorio. E come in “2001 Odissea nello spazio”, per gli Stoop tutto cominciò con una scimmia. Questi sei ragazzi di Reggio Emilia arrivano al loro primo album dopo cinque lunghi anni di gavetta on the road. “Stoopid Monkeys in the House” è un disco attuale, un contenitore di melodie legate magicamente insieme da grande tecnica ed uno stile personalissimo. Un’amalgama di divagazioni e di

Uno sguardo un po’ cinico e disilluso trapela da alcuni testi come “Garbage In The Space” che racconta di una pioggia di rifiuti spaziali che piove dal cielo; è il miglior brano dell’album, un risultato soddisfacente di come si possano affrontare problemi e


GIACOMO CROTT PROVA A CAMBIARE IDEA MORGAN FOLKCLUB TORINO 23.05.09 Marco Castoldi in arte Morgan, piano solo al FolkClub di Torino, poco sorprende i numerosi spettatori venuti a vederlo e anche se con uno spettacolo discreto e divertente non esalta. Morgan oggi, a 36 anni, e a diversi anni dalla separazione dalla sua donna canta ancora i giorni dell’abbandono, stesse tematiche e poca fantasia. Il suo indiscutibile genio sembra chiuso in una corazza, e sembra non non voler lasciar passare le vere emozioni che prova. Diventa così un cantastorie, lasciandosi alle spalle l’ottimo cantaurotato personale dei tempi dei Bluvertigo e di “Canzoni dell’appartamento”, per due ore e più passa da un brano all’altro seguendo una ipotetica sequenza che segue un ipotetico

CHRIS CORNELL SCREAM Ci sarebbe proprio da urlare, al primo ascolto di questo album, da gridare a Chris:”Sveglia!!!, ma che ... ti è successo?” Come hai potuto tradire il rock in questa maniera così assurda?, lasciandoti cullare dalla musica commerciale e discotecara proposta con dubbio gusto in modo esclusivo solo in america e poco più?

filone che vive in maniera esclusiva nella propria testa, o che sceglie a caso da un mucchio di fogli sparsi sul pianoforte, non termina quasi mai un brano, e costruisce dei lunghissimi medley. Sono per lo più abbozzi di brani, che spaziano da Bowie, Freddie Mercury (These are the days of our life) all’amato Battiato (Te Lo Leggo Negli Occhi), passando da cover ri/incise anche da lui come “Il cielo in una stanza” di Paoli (del suo ultimo disco “Italian song book vol.1” uscito il 10 aprile 2009), o “il Dottore” di De Andrè (di Ne al denaro... che ha pubblicato in maniera completa). E’ un Morgan sempre in ottima forma, almeno in apparenza, dopo ben 4 concerti in due giorni, tenuti due alle 17.30 e due alle 22, canta e suona divinamente il pianoforte, è intonato, preciso, pulito nel canto (anche se gran fumatore), ed è un ottimo in-

In Scream, si sente proprio lo stampo di Timbaland, il “Mister discoteque” del nuovo millennio, come anche in passato per Nelly Furtado, in mancanza di idee, o per qualche altro mistero a noi non comprensibile, Chris Cornell, dal rock degli amati (e rimpianti) Audioslave e Soundgarden, si lascia coinvolgere in una nuova avventura. Nuovi suoni, che ad primo ascolto spiazzano e creano disturbo a chi era abituato al suo sound rock, grunge e qualche volta melodico del primo Cornell. Una lunga odissea di 14 brani collegati in un unico lungo brano, remixati dal produttore che lasciano a bocca aperta per gli spunti utilizzati e per le dinamiche così lontane dal mondo di Chris. Tuttavia la truzzaggine, anche se ha un limite sarebbe curioso andare a scovare i primi demo di Scream di Cornell proposti a Timbaland, prima della scompo-

trattenitore, divertente e divertito dalla sua audience. A stento suona suoi brani, commenta infatti che lui si diverte di più a cantare canzoni di altri, ed in men che non si dica riparte con Bindi, con Guccini, si misura quasi sempre con grandi artisti, ma brani per lo più sconosciuti o mai editi (come il Lavoro di Ciampi, che aveva cantato anche in altre occasioni, come il bellissimo spettacolo al teatro Verdi di Parma lo scorso anno), ed il pubblico fatica a seguirlo. Speriamo che la poca fantasia, e la paura di far conoscere al mondo esterno i suoi veri sentimenti di oggi, possano svanire presto per risvegliare la sua bravura nello scrivere degli ottimi testi e che riesca di nuovo a divertirsi suonando anche brani propri ed a stesso tempo proseguire con la sua poetica e come una diceva una volta lasciandosi dietro il passato per andare altrove.

sizione completa e rifacimento totale. La metà delle canzoni sono stiracchiate di proposito almeno per un minuto caduna per fare il collegamento alla seguente, come fosse un disco da discoteca di Coccoluto o Fargetta degli anni 90. Solo nell’ultima traccia, che tra l’altro compare come bonus, Cornell fa proprio un “regalo” ai suoi fans, un piccolo blues, suonato alla vecchia maniera, che tutta via stona con le altre tracce e non convince. Dopo ascolti ripetuti, tuttavia anche se molto lontano, si ritrova sempre lo stesso Cornell, certo molto cambiato, quasi irriconoscibile, ma sempre rock nell’anima. Speriamo che sia stata esclusivamente una sperimentazione (purtroppo poco fortunata) e che riesca a trovare nuove strade innovative anche rientrando nella sua orbita di sempre rock/grunge, lasciando passare le mode.

Prova a cambiare idea è il titolo dell’album d’esordio del lucchese Giacomo Crott e sembra anche essere una sua filosofia di vita: laureato in giurisprudenza, svolge la professione di arteterapeuta, neurolinguista ed in seguito tecnico specializzato ed ingegnere del suono. Sul versante artistico invece è musicista dal 1995, ha avuto diversi gruppi e nel 2005 ha composto insieme a Piero Gabriele una colonna sonora per un corto dal titolo “Non ti aspettavo”, diretto da Barbara Rossi Prudente. Nel 2002 ha partecipato al Premio Lunezia Giovani Autori con il brano Giorno andato, contenuto in questo album, aggiudicandosi il terzo posto. La fine della sua ricerca nel 2009 lo ha portato proprio ad incidere questo disco, “Prova a cambiare idea”, che spazia (poco) all’interno dell’enorme mondo del cantautorato italiano. Con una voce molto calda ed un ottima batteria di Donald Renda, Crott si limita a brani di retorico rock melodico, con testi ad effetto e ben poca accuratezza per gli arrangiamenti, nonostante le buone orchestrazioni nei soli. Per un disco realizzato in sei mesi, il missaggio di Andrea Benassai e Francesco Baldi non è sufficiente e non trova buoni riscontri, le nove tracce scorrono piatte senza grandi picchi. Dai testi traspare una forte malinconia, parecchia solitudine come nella già citata Giorno andato (da notare i fiati sottofondo), in Angeli persi si scorge un eco vendittiano che distoglie l’attenzione, così come in Respiro dove il testo contiene rime un po’ facili ed il cantato sta tra Britti e Ruggeri. Niente di nuovo quindi sotto il sole mostrato in copertina, anche se Giacomo Crott è un buon chitarrista e ha delle ottime potenzialità. Oggi si limita a cantare un buon rock melodico, ma nulla più. Cambiare idea, come recita il titolo di questo album, potrebbe essere un buon inizio, ma allo stesso tempo è doveroso fermarsi il giusto per costruire basi solide: è tempo per Giacomo Crott di fermarsi ed imboccare un’unica direzione convogliando tutte le forze alla ricerca di uno stile più personale.


ELIO FIGARO IL BARBIERE 25.07.09 FORTE DI EXILLES (To) Assedio 2009. Suoni e Visioni dal Forte

“VOI QUELLA NOTTE, VOI C’ERAVATE” F. DEANDRE’ GENOVA 30.05.09 A Villa Serra di Comago (Sant’Olcese) sabato 30 Maggio i personaggi cantati da Fabrizio De André, zingari, prostitute, giudici e detenuti e tanti altri, sono stati i protagonisti di un emozionante ricordo di Faber. L’evento ad ingresso gratuito dal titolo “Voi quella notte, voi c’eravate” è stato curato da Radio Popolare in collaborazione con la Comunità di Don Gallo, ed è stata l’inizio della XXI edizione del Break Out Festival. Nella splendida cornice del parco storico di villa Serra, artisti, musicisti e scrittori sono saliti sul palco per proporre un tributo personale al grande cantautore genovese a dieci anni dalla sua scomparsa. Un Ensemble d’archi accompagna la soprano afro-americana Moncia Small, che con “Le Nuvole” e poi “Ottocento”, a seguire “Hotel Supramonte” con il giudice Vincenzi Papillo insieme a Gian Maria Testa. “Preghiera di gennaio” è stata interpretata con una ritrovata Paola Turci, in ottima forma accompagnata per l’occasione dalla Rumenian Gipsy Band. A De André non sarebbe dispiaciuta la serata, Doris, dell’associazione “Le Graziose” per la difesa dei diritti delle prostitute, insieme a De Scalzi ha proposto un testo non troppo conosciuto, “Vorrei comprare una strada”, e Valentina, trans-gender/camallo del porto di Genova, tra omaggi a Paride Batini e dichiarazioni sulla corsa al profitto, si è cimentata in una bellissima “Princesa” da brividi con Fabio Barovero dei Mau Mau e Mirco Menna. Poi Mauro Ermanno Giovanardi con l’Orchestra Bailam crea magia con “Rimini”, anticipata da un piccolo brano del Coccodrillo di Pasolini. Due detenuti del carcere di Marassi, recitano “La canzone di Marinella”, ripresa a seguire da Giuliano

Sangiorgi dei Negroamaro, che lascia tutti perplessi, per la sua interpretazione così personale del brano. Altra sorpresa della serata è stata quella di trasmettere sul maxi schermo alcune scene di ‘’Effedia’, sulla mia cattiva strada’’, film-documentario prodotto da Dori Ghezzi per la regia di Teresa Marchesi, in cui anche il regista tedesco Wim Wenders si augura che si faccia un grande concerto in memoria di Fabrizio, e aggiunge che si potrebbe filmarlo per mantenere un ricordo vivo e sempiterno dell’artista. La qualità musicale è andata in crescendo fino alla chiusura, con l’arrivo del gruppo “Mille Anni Ancora”, che con uno strepitoso Alessandro Adami, (classe 1982), hanno riproposto inizialmente l’intero concept album del 1973 “Storia di un Impiegato” (sesto lavoro da studio), in una originale e fedele rilettura, compresa l’emozionante “Verranno a chiederti del nostro amore”, “Bombarolo”, per poi dedicarsi ad una carrellata di classici come Il pescatore che hanno concluso la serata. “Mille anni ancora”, è un gruppo composto da vari musicisti che hanno collaborato con Faber, come Ellade Bandini alla batteria, Giorgio Cordini alle chitarre e bouzouki, Mario Arcari ai fiati ed ancora Alessandro Adami (voce), Max Gabanizza (basso), Eros Cristiani (tastiere), Enrico Mantovani (chitarra), Stefano Zeni (violino). La scelta di suonare con musicisti di un’altra generazione, significa passare ai giovani la speranza del futuro, il testimone del pensiero di Fabrizio e della sua attenzione per gli altri, più deboli e sfortunati. A distanza di anni la sua musica dal vivo, oltre che ridare voce al messaggio del musicista e del poeta, riesce ad esprimere perfettamente le contraddizioni della vita moderna, sapendo suscitare nei più amore e rispetto per i deboli e gli sconfitti: sempre una grande lezione di vita.

Franco Battiato un tempo cantava “A Vivaldi e Sinatra preferisco l’insalata” e oggi per molti è ancora così, ma per il nuovo progetto di Elio le cose vanno diversamente. “Figaro il barbiere” è una rilettura in versione cameristica de “Il barbiere di Siviglia” di Gioacchino Rossini. Atto unico adattato su un libero racconto del flautista Roberto Fabbriciani con musiche ridotte dall’opera originale. Alla musica di Rossini, si unisce un narratore: Elio, che, dialogando con il pubblico, racconta i momenti salienti e introduce i personaggi. Innamorato dell’opera lirica italiana, Elio aveva già dato prova del suo estro eccezionale durante il festival di Sanremo 2008, quando aveva stupito tutti per l’interpretazione magistrale del “Largo al factotum” rossiniano ma, in questa occasione, ha un inedito spirito divulgativo e si propone al grande pubblico, viaggiando verso una nuova maturità artistica, con l’obiettivo di rendere l’opera lirica accattivante e apprezzabile ad un pubblico di giovani. In una fresca sera di mezza estate, nella splendida cornice del cortile del forte di Exilles, per la rassegna Musica 90 “Assedio 2009”, Elio, senza le Storie Tese, raduna quasi un migliaio di persone, attente e curiose per l’innovativa lettura critica dell’opera. E’ un racconto visto dalla parte di un moderno barbiere, un vero e proprio progetto di semplificazione di Rossini, solo 3 strumenti: un pianoforte, un clarinetto, ed un flauto. Elio è un grande artista, un ottimo musicista e nonostante abbia una voce dal timbro non puramente lirico, non si possono che elogiare le sue indubbie doti canore. Mantiene un uso della voce preciso, pulito e non sfigura comunque con i migliori tenori classici, anche se i canoni e la situazione sono sicuramente differenti. Sale sul palco alle 21.30 e senza sosta per un’oretta e poco più dà il meglio di sé, diverte, crea e cattura. Anche se Rossini è famoso, l’Opera lirica è ancora difficile da assimilare, e per la maggior parte del pubblico moderno, molto spesso non si capisce nemmeno la trama, ed è difficile capire fino a fondo

un tempo così distante dal nostro. Nonostante ciò, Elio coniugando i giovani e la tradizione, è ansioso di condividere con la platea i segreti e la bellezza dell’Opera, e diventa perfino scrupoloso nella spiegazione dell’intricatissima trama. Così ricalcando in qualche modo anche Benigni, che con la sua lettura della Divina Commedia di Dante ha incantato tutta l’Italia e tutto il mondo, Elio riesce nel suo intento di far comprendere con la trama dell’opera e fa arrivare Rossini al pubblico come mai nessuno prima. E’ riuscito a svecchiare la storia, cantando e recitando arie e romanze, da “Largo al factotum” di Figaro a “La calunnia è un venticello” di don Basilio, coinvolgendo e divertendo anche i bambini presenti. Mentre insaponava (letteralmente parlando, con della schiuma da barba e pennello) il clarinettista Fabio Battistelli e Fabbriciani, Elio ha trovato il modo di coinvolgerli nelle gag e, contemporaneamente, d’illustrare a loro e alla platea il quadro socio-economico in cui maturò l’opera di Rossini. “Figaro è una perfetta incarnazione della nuova borghesia in ascesa, estremamente pratica e sensibile alle ragioni del denaro. Lei invece non mi paga da quattro mesi” – spiegava al suo cliente (Battistelli) in uno dei tanti passaggi sospesi a metà. Tutto ciò è davvero un buon punto di partenza per portare l’opera ai giovani e a quelli come me che se la sono persa, anche perchè parlare di crisi della classica è inutile se non si fa nulla per avvicinare il grande pubblico. Si spera come dice Elio in un’intervista sul progetto che lo spettacolo possa essere visto da persone improbabili, non da chi segue l’opera normalmente: il pubblico va educato, da trent’anni non c’è spinta creativa nella musica e la conseguenza è che il pubblico non è più aperto come una volta. L’importante è avvicinare il pubblico a questi capolavori anche cambiandone l’organico strumentale e il tipo di voce. La storia è narrata da un barbiere vero, che vede il Figaro dell’opera come un idolo, una specie di rockstar. La lirica è bella: storie appassionanti, trame ben raccontate, musiche che hanno resistito per secoli. Certo, in senso stretto è incomprensibile, le parole si capiscono poco e non sempre sono di uso comune. Ma il problema è che viene vista come un oggetto prezioso e fragile, che non si può sfiorare, oggi invece bisogna che si comprenda che con l’opera si può anche ridere.

Rock Mag 2009  

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