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Il Mastrocola-pensiero: nostalgia o realismo? Una doppia recensione su un percorso. di Furio Detti La scuola deve divenire magica o sparire. Punto e basta. L'infanzia è magica. L'infanzia ne esce invece amara e cattiva. È lei che ci condanna a morte. Noi lo sconteremo. [...] ci vuole un lungo e terribile sforzo da parte dei maestri armati del Programma per uccidere l'artista nel bambino. [...] Le scuole funzionano a tal fine, sono luoghi di tortura per la perfetta innocenza, la gioia spontanea, per lo strangolamento degli uccelli, la costruzione di un lutto che trasuda da tutti i muri [...] l'intonacatura che penetra dappertutto, soffoca, fa la festa per sempre a ogni gioia di vivere. [...] Invece di insegnare ai bambini i participi e altrettanta fisica e geometria poco divertenti, si devono invertire i programmi, dare la preminenza alla musica, ai cori, alla pittura, alla composizione, soprattutto alla creatività personale, a ciò che diverte ognuno, singolarmente, tutto ciò che profuma la vita, gaio e grazioso, che porta lo spirito a sbocciare, ci abbellisce le ore, e le tristezze. Louis-Ferdinand Celine, in Pierre Monnier Ferdinad furieux, cit. anche in M. Alberghini Louis-Ferdinand Celine gatto randagio.

Leggendo i libri della Mastrocola dedicati alla scuola “La scuola raccontata al mio cane” (2004) e l'ultimo “Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare” (2011), ambedue per i tipi di Guanda, ho provato un deciso malessere; non solo perché la Mastrocola parli di problemi seri che mi riguardano in quanto insegnante, quindi professionista della cultura, ma anche perché in buona sintesi la Mastrocola, dopo una diagnosi decisamente buona, suggerisce una prognosi in buona parte assurda. Sono uno di quelli che sarebbe d'accordo con la professoressa diciamo al 60%, ma è quel restante 40% - incluse le idee e il sistema valoriale, gli assunti di fondo e le conclusioni - che mi dà una profonda inquietudine. Esso appare, anzi affiora, dalle pagine della professoressa solo in certi punti, ma è come un potente fiume carsico: anche se è visibile solo a tratti non perde affatto, mai, la sua centralità, perché rappresenta il 40% che conta molto, qualitativamente, visto che è il modello di scuola e società a cui la nostra vorrebbe tendere. Intanto riconosciamo a Paola Mastrocola un merito non da poco: mette il dito nella piaga e segnala una situazione di emergenza vera, di ignoranza e incultura diffuse. Torneremo su questi pregi innegabili del lavoro della nostra. Non voglio demolirla come ha fatto, non senza svariate ragioni, ma anche con tanta, troppa e ingiustificata acredine, Girolamo De Michele i, ma certo restiamo assai critici e proprio guardando dove la Mastrocola “va a parare”. Leggendone ambedue i volumi è possibile tracciare questa rotta con più compiutezzaii nel tempo. A tale riguardo si noti che nell'arco non trascurabile di sette anni le opinioni della Mastrocola non si sono modificate di un pelo, a parte le proposte sul percorso di studi: che alcuni lo prendano come un segno della serietà della crisi – e della sua lunga durata – o altri come indice di anelasticità mentale e di ridotta o scarsa capacità di analisi del reale è decisione che lascio libera ai miei lettori. Premesso ciò, basti dire qui che è vero: i giovani, mediamente parlando sia chiaro, non sono istruiti, figurarsi colti; non sono in grado di orientarsi e formulare un pensiero linguisticamente corretto e strutturato; sono digiuni delle più essenziali nozioni; sono distratti e poco entusiasti (qui però, sull'entusiasmo dico, dissento nella misura in cui si riesca a accendere in loro anche solo una scintilla di interesse, allora le cose cambiano ...talvolta drasticamente, più spesso in modo comunque piacevole). I ragazzi, molti, forse moltissimi, non studiano. Verissimo. Il punto è che poi, in fin della fiera, la Mastrocola se la prende in modo assai poco documentato, molto acritico e in certi punti - inspiegabilmente - assai superficiale con cose che non sono che responsabili di secondo piano: internet e la tecnologia. Mi ha colpito il fatto che la televisione iii – io penso espressamente


alla cultura televisiva degli ultimi trent'anni e al suo sistema di (dis)valori - non compaia come occorrenza nel suo ultimo libro - “Togliamo il disturbo.” - che una, due, tre volte, e sempre come elemento assai trascurato. Inoltre sul piano dell'analisi sociale la professoressa erra in più punti, clamorosamente; come quando ci dipinge la società italiana, i genitori della scuola dell'obbligo, come mediamente benestanti, mentre in realtà la situazione è per certi versi socialmente peggiore di quella che lamentava Don Milani. Che si stia meglio, rispetto a una qual certa età dell'oro - la giovinezza che la Mastrocola ama rievocare non potremmo comunque giurarlo, viste le tendenze economiche, contrattuali e lavorative che si sono affermate in tempi di neoliberismo e o postfordismo. Anche ammesso che non ci si possa definire strettamente “poveri”, quella odierna è certamente una condizione diversamente e egualmente tragica, seppure oggettivamente e materialmente meno “povera”, perché persino più carente, depauperata e deliriogena sul piano umano. La Mastrocola da parte sua oscilla tra un romantico peana dei tempi che furono, che coincidono con i suoi anni più verdi, e una retorica del vittimismo. Emerge dalle sue pagine una visione volutamente angusta e ostentatamente miope, come se non ci fosse la possibilità di una sintesi intelligente alternativa all'opposizione feroce, insanabile e esclusiva tra letteratura (e scuola dei bei tempi andati) e realtà dei nostri giorni. O me o te. O bianco o nero. Non penso che sia così per forza, anzi... io devo ringraziare di essere un insegnante in questi tempi veri o presunti di mappōiv, di confusione, di incuria, perché ho l'opportunità di battermi con gusto e lo stimolo a migliorarmi come un veterano spartano. Le battaglie difficili, anzi diciamo pure quelle disperate e magari perse in partenza, sono sempre le migliori, le più belle e quelle che distinguono il “soldato” che dignitosamente porta a termine un compito, anche spiacevole, dal “gerriero”, quello d'élite, che della battaglia ha fatto un'arte, spirito e autentica via. Osiamo dir “Piacere”, dannunzianamente parlando. In linea generale occorre vivere, e quindi anche insegnare, con lo spirito del bushi. Fregandosene della fine, fino alla fine. Ringrazio quindi, ma con misura e senza esagerare. Parlo di guerrieri e in caso estremo kamikaze della cultura, non masochisti, stupidi temerari e per giunta gratuiti o forzati: a nessuno piace sprecare tempo con classi palesemente ingestibili in cui non si è in grado di fare che i “badanti”, ossia impedire che uno, due, a volte tre elementi, che andrebbero mandati in caserma o in Questura, non a scuola, si facciano e/o facciano del male agli altri. Perché è chiaro che in certe classi non si insegni nulla, specialmente quando il resto degli alunni si fa coinvolgere e contribuisce, più spesso con piccole ma continue e insistenti molestie che con gravi colpe. Al massimo appunto si è già eroici quando nessuno dei ragazzi si è fatto male all'uscita da scuola. Battaglie disperate e già perse, appunto, l'Iwo Jima della docenza; quando si è al grado zero: impedire che accada qualcosa di grave. Tolti questi casi, che casi limite purtroppo non sono, ma anzi diventano abbastanza frequenti da impensierirci seriamente come categoria, e risalendo pian piano la scala, devo dire che nella “normalità” una classe vivace è più un'opportunità per il docente che un problema. Intanto perché non si capisce cosa significhi educazione se non ci si misura ogni giorno, e ogni giorno in modo diverso, con ogni alunno. Per questo non condivido affatto la posizione della Mastrocola o la sua pia speranza di essere solo quel che è (o se le pare quel che ritiene di essere), cioé l'“insegnante di letteratura”, e la pretesa di fare solo questo, perché nei fatti non è così. Non lo è forse stato prima e a maggior ragione non lo è ora che troppe famiglie latitano, né lo sarà nel futuro. Per questo, legittimamente a mio parere, gli insegnanti rivendicano un adeguato trattamento economico, attualmente negato loro, ma è altra questione. Né in cuor mio desidero una classe di Demonti tutti uguali e metodici v, mi annoierei persino a morte. Per ora mi limito a osservare che almeno nel quotidiano noi insegnanti siamo anche, volenti o nolenti e con tutti i limiti dell'improvvisazione, vicari nostro malgrado e del tutto surrettiziamente del confidente, del consulente e financo dello psicologo – che non può esserci sempre e per alcuni ragazzi non ci sarà mai. Non uso il termine “amico” volutamente, ma non c'è dubbio che tutti i bravi docenti svolgano anche funzioni sovrapponibili e equivalenti a quelle che ci aspetteremmo da un amico vero. Credere che il nostro compito sia “solo insegnare letteratura”, o “matematica”, o “scienze”, o “musica”, ecc... ecc... è solo una comoda menzogna, o almeno un'abdicazione. Certo sarebbe più comodo, ma non è così. Noi non facciamo solo questo. Aggiungerei che non dovremmo fare solo questo quando lo Stato e le famiglie non ci sono, come spesso accade.


Sono altresì profondamente contrario alla prevenzione che la Mastrocola ha con l'approccio ludico all'insegnamento. Per un semplice motivo, e paradossalmente per un motivo che sarebbe caro alla nostra docente: saggezza popolare e letteraria. Citerò due proverbi indiani, proprio inventati dal popolo che creò la prima letteratura dell'Umanità (i Veda). Il primo dice: “Non si chiama un cane tenendo il bastone in pugno.” Il secondo recita: “Dai da mangiare agli sciacalli e arriverà il Leone.” Cosa significano? Significano che inizialmente occorre conquistare la fiducia di ognuno con la piacevolezza e non con la noia, o con qualcosa che per inesperienza e ignoranza è percepito come noioso, o persino sgradevole al primo impatto, poi che occorre pazientare, dando sempre il meglio senza arrendersi. Si perderà molto agli inizi, ma prima o poi, se si è costanti, coerenti, pazienti e sinceri, arrivano anche le (grosse) soddisfazioni. Quel che mi preme osservare è che non ci sono soluzioni immediate e durature, o automatiche e permanenti, nell'insegnamento, è un po' come quel vecchio proverbio caro ai lettori di storie hard boiled: “La polizia è o molto tonta per poco tempo o poco tonta per tanto, ma mai le due cose insieme!” Non esiste un sistema valido sempre o sempre fallimentare, abbiamo ogni giorno le più svariate combinazioni. Ecco perché la rigidità della lezione frontale sognata dalla Mastrocola funziona solo a tratti e limitatamente, molto limitatamente e più spesso quando non servirebbe quasi abilità didattica. Sarebbe così bello avere dei ragazzi attenti, curiosi, silenziosi e interessati sei ore su sei per sei giorni alla settimana, ma non è quasi mai così. Imbastire una lezione ha secondo me molto del mestiere affascinante ma spossante dell'attore: ti prepari, hai un copione, ma non sai mai fino in fondo che pubblico incontrerai. Ogni serata per l'attore è caso a sé. Ogni mattina pure, per l'insegnante. Devi saper improvvisare, perché potrebbe accadere l'imprevisto, ogni volta. Devi cogliere le sfumature negli sguardi di chi ti ascolta, devi intuire quando cambiare ritmo, velocità, andamento, e non devi dare nulla per scontato, mai. Devi anche accettare l'idea che in certi giorni non puoi fare Dante neppure se arrivasse Dante in persona, e al contrario accorgerti di come da un'osservazione casuale sia facile tirare in ballo l'infinito leopardiano. Devi essere aperto, spalancato ai segnali che i ragazzi mandano. Comunque non è detto che funzioni. Nessuna garanzia, se non lo sforzo. Sforzo? Sì. Come la Mastrocola neppure io sono nemico della parola. Anzi, come la Mastrocola, difendo anche io volentieri l'oscurità e l'antipatia delle parole, la loro non immediatezza, il loro non essere scontate, la loro non univocità, la loro (a volte) chiarezza mancata. È il bello della letteratura! Studiare significa sforzo e allenamento sui contenuti. Anche quelli difficilmente afferrabili. Da parte di tutti, i ragazzi per primi. Sono assolutamente d'accordo che senza i contenuti non si insegna, ma sono ancora più convinto che “insegnare ad apprendere” sia l'obiettivo ultimo, e i contenuti, o meglio le nozioni, siano in qualche modo un fine “quasi ultimo”, un obiettivo che però serve a... e quindi siano in parte anche strumentali, un mezzo. Voglio dire: credo ancora nel vecchio adagio – per tornare ai proverbi - “Non dare un pesce a un uomo, ma insegnagli a pescare.”, ovvio che non posso insegnare la pesca senza un lago, un fiume, un mare e ...dei pesci. Ecco: fiume, mare e pesci sono le nozioni, i contenuti, mentre l'atto del pescare è quel “saper fare” che la Mastrocola ha tanto in odio. Ingiustamente. Attraverso le nozioni e quindi anche la letteratura, il cui piacere amo regalare agli allievi, devo arrivare a renderli autonomi a essere capaci di scegliere e documentarsi. Allo sforzo ci si deve abituare, allenare, allo studio teoretico non si arriva “imparati”, ma attraverso pazienza e esercizio costanti. Certo, un ciclo di studi, specialmente quando è svolto da docenti che migrano per ragioni di organico risicato da una classe all'altra, saltellando come rospi, è poco per tanto lavoro. Ma è il tempo che abbiamo e perlomeno possiamo e dobbiamo riuscire a farlo fruttare al meglio. Sinceramente non credo che con il metodo Mastrocola, per come è descritto nei suoi libri, potremmo trasformare una classe di Gianburrasca in una cerchia di Demonti che pendono, silenziosi e disciplinati, dalle labbra del docente, abbeverandosi alle limpide sorgenti del sapere. A patto di non escludere - come appunto la Mastrocola fa nelle sue proposte in Togliamo il disturbo... - non solo gli irriducibili casinisti ma anche, ed è la cosa più importante, tutti i bambini che non hanno alle spalle niente e nessuno che possa metterli davanti a un libro a parte la scuola e quelli a cui il mondo insiste col proporre “Isole dei Famosi” e pin ups come sottosegretari e funzionari governativi o politici di rilievo vi. Questi ragazzi sono la maggioranza dei nostri “problemi”. Perché come gli irriducibili vandali di classe non producono, non studiano, non seguono. Ma sono problemi che hanno il diritto di essere sciolti da noi, insieme col dovere di provare a sciogliersi con onestà e sincerità. Non penso proprio che l'amore per la letteratura debba nascere necessariamente e esclusivamente solo partendo dalla lettura dei classici e iniziando dall'ascolto della


lezione frontale. Qui siamo nel Vietnam, altro che sul Parnaso o all'Accademia, e occorre sporcarsi le mani e finire con il culo a mollo. Per poi magari risalire a veder la luce del puro sapere. Senza idolatrie dell'oscurità del senso per sé solo, o della parola salvifica perché aulica. Questo mi pare sia il limite deteriore della visione mastrocoliana della letteratura: “C'era allora una sacralità della parola.” vii Per quale motivo infatti non potrei spiegare Shakespeare muovendomi da un film? Per quale ragione dovrei partire per forza dalla lettura dell'originale quando questa non potrebbe essere invece che il punto d'arrivo, non di partenza, di una didattica che voglia conquistare i cuori di questi ragazzi le cui case non conoscono che otto, dieci libri da leggere (e non certo Shakespeare in lingua originale col testo a fronte)? Perché non potrei mostrargli che Mercuzio è l'amico più grande, il ganzetto del quartiere e della classe superiore? Perché non dovrei prendere prima Shakespeare per i baffetti e farlo arrivare dopo al cuore e ai cervelli dei miei allievi così come è, magari a sorpresa e senza aver loro detto gran che? Ci sono maestri di sci che non ti portano a fare il gran giro del Sella dicendoti che andrai a farlo, specialmente quando sanno che hai paura dell'”impresa”, ma in serata ti rispondono “Si!” quando chiedi loro se per caso non ti abbiano imbrogliato per mezza giornata, quando ti metti a guardare il percorso fatto. Quando metti insieme i pezzi, quando arrivi da solo a dire: “Ecco dove mi volevi portare, prof.” Ecco, questa potrebbe essere una strada alternativa alla letteratura insegnata come un tempo: la triade autore-vita-opere cara come sempre alla nostra M. Né comunque voglio escluderla a priori questa letteratura vecchio stile: se funziona, perché no? Il problema, sembra banale dirlo, è che ci si possono permettere le finezze e i virtuosismi, la lezione teoretica, rigorosa, metodica, con quelli “bravi”, quelli che per dono, educazione ricevuta o diosacosa, sono già lì pronti a ascoltarti. Io ne incontro di ragazzi così, ma sono pochi: uno, due su venti, mediamente. Quattro se siamo fortunati. Il problema è che il resto non è così. Quando non si incontrano purtroppo anche elementi con cui è problematico imbastire persino un'attività ludica, e non scherzo, me ne è capitata quasi una classe intera, per un anno. Né è da sottovalutare l'effetto valanga nell'emulare in gruppo pochi casinisti di professione. Certe classi sarebbero assai più trattabili se smistate e diciamolo senza tema: smembrate. Lo studente medio ha bisogno, insomma, anche di altre strategie. Ha bisogno anche dei trucchi e dell'animazione. Diciamolo senza paura. Altre volte la classe ha i suoi periodi, come noi del resto. I giorni si, quelli no e quelli ...ni. Quelli in cui devi posare il libro, dorso in su, e fermarti, far sfogare qualcuno, ascoltare, ascoltare e ...ascoltare. Se dai e agisci con coerenza, però, puoi anche chiedere. Troppo facile sognare una sfilza di Demonte ai banchi e un maestro deamicisiano alla cattedra. A volte c'è bisogno anche del docentesaltimbanco. Quando va bene. Roba nuova, snaturata, sciagurata? Didattica sessantottina? Per nulla. Nel 1831 ci provava un Don (poi San) Giovanni Bosco, camminando su una corda tesa, e giocolierando, a conquistare i cuori di ragazzi poco più giovani di lui. E non era un Don Milani! Non era neppure un indiano metropolitano. “Insegnare” è un casino. È dannatamente difficile. Non ci sono santi. Per insegnare occorre conquistare interesse e partecipazione. Per questo non possiamo permetterci di pensare solo in termini accademici. In “La scuola raccontata...” la Mastrocola lamenta l'inutilità della SSIS. Io non l'ho fatta, riuscii a entrare, ma poi rinunciai prima di iniziare i corsi perché trovai subito lavoro viii. Non so dire come e cosa sia esattamente la SSIS, quindi, ma so che la Mastrocola ne deduce e ne denuncia una scarsa utilità, rimarcando che in precedenza si insegnasse subito appena finiti gli studi, anche non universitari, e che quindi ne derivasse e ne derivi come conseguenza necessaria e scontata che sapere una disciplina consenta di insegnare. Errore madornale. Potrei citare diversi cervelli bravissimi nel loro campo e altrettanto cani nella didattica. Wittgenstein, un genio nel suo ambito, per esempio era stato decisamente un fallimento pedagogico: era rigido, criptico, oscuro, intollerante e manesco; maltrattava i ragazzi che trovasse particolarmente tardi e aveva sollevato non poche perplessità persino in tempi in cui a scuola le sberle erano ritenute più che lecite e soprattutto in tempi in cui le classi per paura (raramente per rispetto o amore, non ci credo molto alle fiabe, o meglio alla propaganda Deamicisiana) non fiatavano. Nietzsche era tanto eccelso come filosofo, quanto mediocre e assente come docente universitario di filologia. Anche come filosofo non ebbe praticamente discepoli diretti per incapacità fisica e personale. Che le due cose, competenza nella disciplina o comunque in discipline “del pensiero” - o persino genialità - e buona docenza, vadano insieme non è affatto scontato. Certo, non si dà il caso di chi insegni bene senza sapere un'acca di quel che insegna... Inoltre non è affatto


vero, ma alla Mastrocola piace far pensare il contrario, che i contenuti siano scomparsi dalla scuola. Che io sappia, i miei colleghi hanno dei programmi e parlano in classe della loro materia, e dei contenuti. Sarà che sono un uomo molto fortunato. Don Milani la causa di tutto? O meglio il donmilanismo? Rodari pure? O piuttosto il rodarismo? Anche noi riteniamo che sia sostanzialmente fondata l'accusa mossa ad alcuni degli epigoni del maestro di Barbiana di aver ecceduto nell'ostilità alla cultura “alta” e borghese. In Togliamo il disturbo la Mastrocola accusa velatamente Don Milani, e segnatamente i seguaci dell'esperienza di Barbiana, di aver voluto che i contadini restassero tali, e quindi fossero lasciati ignari del tesoro letterario e culturale accumulato dalla buona borghesia colta. Siamo abbastanza concordi con lei nell'attribuire al famigerato '68 la colpa di aver gettato non solo quello che ritenevano “l'acqua sporca” (l'elitismo selettivo di classe della scuola gentiliana) ma anche il “bambino” di una sana e onesta selezione meritocratica in favore del collettivismo spesso livellante. Non siamo invece d'accordo sul fatto che queste fossero le reali intenzioni di Don Milani che si è limitato, polemicamente, ma era necessario, a ricordare l'esistenza – parallela al mondo colto – di una cultura degli incolti, una cultura “altra” e non meno dignitosa e a chiedere ai poveri di riprendersi il maltolto. Intenzione che permane anche nel cuore di tanti donmilanisti competenti. Il che è ben diverso dal chiedere a tutti di essere ugualmente ignoranti. Come la Mastrocola accusa, neppure troppo velatamente. Come anche è ben diverso dall'elitismo dell'arte postulato – a detta della Mastrocola – da Adorno ix. Non credo che l'arte sia necessariamente per pochi, anzi. Ci sono state fasi in cui l'arte era produzione genuina di una collettività, etnia e popolo. A partire dall'arte greca. L'artista e il genio ci sono, ma appartengono come tipo ideale a altre epoche, se vogliamo tecnologicamente e socialmente assai più complesse e stratificate. Occorrerebbe anche capire che, come l'arte, pure. la letteratura è anche figlia delle condizioni socioeconomiche che la producono, e se è una tesi marxista o marxiana, pace, ma resta comunque una tesi giustissima. Sul “rodarismo” dissentiamo invece apertamente e per lungo fronte dalla linea mastrocoliana. La professoressa non si sbilancia, noi si, dovremmo: quel che Rodari faceva era giustissimo e sacrosanto. Più personalmente non credo che la grammatica sia stata scacciata dalla scuola primaria a opera degli ammiratori di Rodari. Per quanto non sia in grado di trovare il colpevole. Libri di testo: percorsi e contenuti. Ancora la Mastrocola ci presenta una personalissima e assai discutibile visione della cosa. I libri di testo sono un costo, è abbastanza normale quindi, specialmente se non si segue una classe per l'intero triennio, che ci si trovi con testi non congeniali o non scelti dal docente, proprio per evitare alle famiglie di cambiare anche i volumi. Se poi la cosa non va a genio, altro che “Dittatura senza scampo.”x basta organizzarsi e realizzare le proprie dispense. Né comunque colgo come insormontabile il conflitto fra organizzazione per temi e generi testuali e quello autore/cronologia. Intanto perché nessuna antologia ti obbliga a non saltare le pagine, secondariamente perché l'insegnante può appunto integrare la lezione fornendo la prospettiva mancante. Anzi, se un insegnante si limitasse a ripetere quel che è sul testo come è sul testo, qualcuno potrebbe chiedersi se non covenga fare a meno di pagare una persona e lasciare che i ragazzi leggano da soli il manuale... sto un po' esagerando, ma l'obiezione non suona così insensata, se tali sono le premesse. Sui contenuti, sono d'accordo anche io che non si vive di sola analisi testuale, ok, allora compensiamo. Chiudiamo questo benedetto libro di testo per il tempo necessario e lavoriamo sulla letteratura, facciamo antologia storica e cronologica. Magari accoppiando quel che leggiamo proprio a Storia, per dirne una. A volte pare proprio che la Mastrocola ragioni per compartimenti stagni ma forse è dovuto al fatto che alle superiori non tratti materie diverse dalla letteratura in senso stretto. Che per un docente delle medie inferiori il confronto interdisciplinare sia più naturale? Forse si. Ancora sul metodo: non capisco la Mastrocola quando è ostile di per sé all'intervento di esperti. Io sono convinto, anzi arciconvinto, che quasi nessuno meglio di un poeta a scuola possa spiegare la poesia, quasi nessuno meglio di un rabbino l'ebraismo, quasi nessuno meglio di un anarchico ...l'anarchia. La prevenzione dell'autrice per gli esperti e i loro interventi ex-cathedra, ma anche di strategie consolidate come il brain storming, mi pare del tutto aprioristica, immotivata e gratuita. Perché escluderla a solo beneficio del rapporto univoco (= a una voce) con il docente?


Rapporto docente-studente. Sono convinto che i ragazzi abbiano bisogno di questo: professori coerenti e che li rispettino. Punto. Sembra poco, ma è molto. Tantissimo. Non servono modelli da imitare ma docenti da ascoltare e esempi con cui misurarsi criticamente. E per i docenti, fatta salva l'autorevolezza, e se vogliamo pure anche l'autorità, è importante anche ascoltare i ragazzi e partire da quello, non perché pensiamo che debba essere un confronto alla pari, non lo è, ma perché è il primo passo da cui partire e agganciarsi per sollevare col tempo gli studenti ai nostri personali livelli e competenze. Ecco perché io comunque li faccio parlare, li metto in cerchio quando occorre, costi quel che costi, anche se ne escono banalità. Poi aggiungiamo a queste banalità i mattoni, con calma. Domanda dopo domanda. Dialogo dopo dialogo. Maieutica: facciamole crescere le idee, anche quelle piccole e stupide. Sinceramente poi, difficilmente ne ho trovate, di autentiche fesserie, in bocca ai ragazzi, specie se piccoli; assai più spesso ho incontrato punti di vista originali che non riesco ancora a esplorare abbastanza. Ecco quindi che mi ha urtato profondamente la frase in cui la Mastrocola afferma di aver “perso una gara” con uno studente furbetto che l'avrebbe “abbindolata” con Powerpoint xi: “Aveva vinto lui. Rivedevo la sua faccia radiosa mentre intascava il suo nove di latino. È un ragazzo brillante, estroverso, furbo, agile, dinamico, affascinante... farà strada. Farà l'ingegnere o l'informatico. Non avrà introiettato nulla del sapere, tanto meno della letteratura latina, ma tanto non se ne sarebbe fatto niente.”; mentre, più avanti, ripete: “Aveva vinto. Senza ombra di dubbio, aveva vinto lui.” Ebbene penso che un passo del genere sia stato scritto del tutto senza ironia e quindi ritengo che rappresenti proprio l'atteggiamento di fondo dell'autrice che evidentemente commette due errori. Il primo è ignorare che l'ingegneria e l'informatica richiedono capacità teoretiche profonde, al pari della letteratura. Il secondo è concepire il rapporto docente-discente come una gara che veda i due irriducibili antagonisti, ognuno tanto più bravo quanto riesce a fregare a “fare fesso”, a “fottere” l'altro: cane e gatto, guardia e ladro. Posso osar dire che un tale modo di concepire la cosa sia una boiata, o quantomeno un clamoroso errore? Non penso che un buon docente debba vedere le cose in questo modo. Insegnare è un processo collaborativo: si perde entrambi, quando si perde, e si vince entrambi quando si vince, ossia quando la scuola, o l'Accademia, o il Peripato o quel che volete produce cervelli pensanti, colti e soprattutto autonomi. Del resto credere che per un insegnante mediamente qualificato sia un merito voler dimostrare di essere “superiore” (con tutto quel che si attribuisce all'aggettivo) è lo stesso che vedere un adulto vantarsi di intimorire con la sua prestanza o col pugno chiuso i bambini dell'asilo. Non c'è gara. Né ha senso che ci sia. Un insegnante è mediamente più qualificato dei suoi allievi e se un allievo lo “frega” sottraendosi alla verifica di quanto appreso, ebbene, signori, a essere onesti e dircela tutta, costui frega solo sé stesso, privandosi della conoscenza. Di sicuro non frega l'insegnante. A ogni modo credo anche io che occorrerebbero più severità e selezione intelligente. Concordo con la diagnosi della Mastrocola, assai meno con le soluzioni che ella avanza in Togliamo il disturbo: troppo precoce orientare gli studi in toretici, professionalizzanti e comunicativi, se non dalle elementari, dalle secondarie di primo grado, tuttavia credo anche io che debba esserci un discrimine, e lo troverei nella buona volontà del discente, qualora messo davanti a serie occasioni di sforzarsi e migliorarsi nelle nozioni e nel metodo. C'è differenza tra chi desidera superare le proprie difficoltà e chi si lascia trascinare svogliatamente senza alcun interesse o entusiasmo nonostante molti ripetuti tentativi di coinvolgerlo. A parte casi limitati e specifici in cui brancoliamo nel buio, o casi in cui esistano veri disturbi dell'apprendimento, credo che questa differenza si possa cogliere e ci sia molto da salvare nel novero degli allievi scarsi per rendimento e attenzione senza dover spedirli al lavoro o a una scuola meno teoretica e più professionalizzante. Sono convinto in fede che ogni buona selezione dei meritevoli debba partire da questa base. A volte è vero, occorre accettare da un lato che ci siano allievi incapaci di conseguire un certo livello di conoscenze e competenze nelle ore previste nonostante la buona volontà, e che esista anche un margine di allievi del tutto disinteressati o persino ostili che occupano quei banchi perché ivi costretti dalla legge e nulla più. Lascio volentieri il compito di salvare questi ultimi a persone certo più capaci di me: qui ammetto la mia sconfitta e piazzo il mio limite. Per i primi casi disperati (ma motivati) invece varrebbe la pena pensare a un tutoraggio più costante delle classiche ripetizioni ma anche a una presenza assidua di un adulto capace che affianchi l'allievo in famiglia. Ritengo infatti che la maggior parte delle criticità di questi allievi volenterosi ma limitati risieda nelle ore passate lontano dai banchi di scuola. Ho la netta sensazione di non poter fare gran che anche aggiungendo un pugno di ore (12, 15, 30 che siano) allo studio assistito di questi allievi che necessitano di stimoli e di una presenza adulta assidua e costante. Occorrerebbe quindi


ripensare la formazione degli adulti e tornare a creare in seno alle famiglie, soprattutto quelle disastrate, delle presenze vere che abbiano la pazienza di sedersi anche solo accanto ai ragazzi durante la lezione domestica. Portare gli adulti a scuola, per renderli assistenti alla docenza, a casa. Fosse anche solo una persona che osservi i figli mentre studiano e lo faccia anche solo con amore, in silenzio. Potrebbe fare miracoli impensabili. La severità deve insistere invece sulle situazioni lasciate correre a scuola per sfinimento: per esempio decine di alunni a spasso nei corridoi delle nostre scuole medie perché incapaci e nolenti alla permanenza in classe. Ne incontro troppi e riconosco che lasciarli ciondolare per ore intorno ai bidelli o nei bagni – posso giurare di aver visto alcuni soggetti passare negli androni il 40%-50% del loro corso di studi – sia forse quello che più somiglia anche lontanamente alla soluzione per lasciar lavorare gli altri, e anche lasciare una salute psicofisica minima al docente, ma certo non risolve la questione con costoro. Ben venga quindi, purché applicato con rigore, il voto in condotta ma sono tutte da inventare le idee efficaci per portare le famiglie a collaborare davvero e a rendere produttivo anche il tempo extra curricolare e extrascolastico. Usando anche il mezzo informatico e lasciando perdere tutta la parte più deteriore dell'ultimo libello mastrocoliano, buona parte del primo capitolo – segnatamente il paragrafo 9 – che mi pare a essere generosi uno sterile e falso luogo comune. In breve la quasi equazione secca ben vestito = studiosoxii che rappresenta l'apice di questo verboso nonsenso. Tecnologia: hic sunt leones. Qui torna utile vedere come in Togliamo il disturbo la Mastrocola si immerge nella modernità che per lei è quasi sempre percepita come deteriore e ostile. Non avrebbe tutti i torti, a denunciare la superficialità sconfortante del dibattito intorno a qualunque argomento, la volgarizzazione, la semplificazione erronea, la sloganizzazione (sto lanciando un neologismo? Non so.) forzata e forzosa di discussioni che meriterebbero nell'ordine: un uditorio disposto a ascoltare, istruirsi e capire, e non a giudicare dalle prime battute; degli interlocutori qualificati; un atteggiamento intellettualmente onesto che punti alla critica delle idee e non delle persone. Dei tre punti il più urgente è il secondo, perché è gravemente compromesso dalla mole di informazioni non qualificate, o perlomeno non verificate e non verificabili, e dalla pletora di sedicenti esperti. Credo seriamente anche io che il problema della società della comunicazione sia l'eccesso di offerta insieme con la mancanza di una selezione degli interventi e dei contenuti. Tutti possono parlare e tutti si sentono in diritto di dire “autorevolmente” la loro su ogni argomento, spesso a sproposito. Tuttavia credo che sia il male necessario, il rovescio della medaglia di un'informazione libera, autonoma e non filtrata. Un bene, non mi stancherò mai di ribadirlo, infinitamente più prezioso e apprezzabile dei guai che esso determina necessariamente. Anzi potrebbe essere proprio questo caos l'occasione di un ulteriore salto di qualità. Il “brodo primordiale” dell'informazione incontrollata e non filtrata alla lunga produrrà probabilmente i suoi peculiari e più forti, più efficaci, anticorpi, i suoi meccanismi di selezione “naturale”. Occorre tempo ma sono ragionevolmente ottimista nel prevedere che un ambiente meno protetto e non necessariamente e non ovunque certificato dalle “autorità” in senso aristotelico produrrà alla fine cervelli più capaci di distinguere l'apporto competente dalle chiacchere che stanno a zero. Non è un processo automatico. Anzi, come tutti i processi evolutivi, comporterà disastri, errori, anche tragici, confusione, marce indietro, ripensamenti, ma sono moderatamente fiducioso. Guardando, si badi, al lungo periodo. E noi, intanto? Noi, beh, trovo sensato accogliere le osservazioni della Mastrocola sulla necessità di essere critici, sulla sana diffidenza prima di prendere come vangelo qualuque intervento venga, specialmente dal basso. Resta dovere dell'insegnante guidare il dibattito, l'acquisizione e la certificazione delle conoscenze. Tornando in classe, nego tuttavia che dare la parola a ogni singolo mio allievo sia di per sé un misconoscimento della nostra funzione. L'ascolto, anche del parere più incompetente, è sempre prezioso, se non altro come punto di partenza su cui lavorare. Materiale grezzo da recuperare al meglio che si possa. Se non entri nella tana della tigre non ne prenderai mai il cucciolo. Comunque anche oggi è parzialmente falso credere come la Mastrocola fa che tutti siano incapaci di valutare la qualità di quel che gli viene messo sotto il naso. Esiste una minoranza consistente di persone che non se la bevono. Che usano e cercano fonti qualificate e autorevoli. Guarda caso, azzardo persino una valutazione, questo popolo di cervelli critici e analitici è più denso nel web che altrove, con l'eccezione dei social network, per loro natura deputati a impostare il gioco in modo da scoraggiare un approccio non istantaneo, ragionato e meditato a qualunque cosa. Proprio quel web tanto denigrato come fonte e causa dei mali del sapere dalla nostra. Sempre non per caso il web e la possibilità di replicare i contenuti in modo


virale, incontrollato, e intervenire autonomamente, senza filtri, sono l'unica barriera che ancora impedisce a potenti e pre-potenti, le due categorie quasi sempre coincidono, di avere l'ultima parola in modo pervasivo, onnipresente e definitivo. Internet fa paura al potere anche se non è immune dall'essere facilmente censurabile o depotenziabile tramite il “rumore”. Non sottovalutiamo perciò la cosa, consapevoli che non basti una voce libera per creare vera libertà. Ben altro mondo comunque che la TV, non foss'altro che sul web si può almeno scegliere liberamente quali contenuti seguire e soprattutto si può intervenire costruttivamente. La Mastrocola, è innegabile, per restare in “informatichese”, preferisce il broadcasting al podcasting, il software proprietario all'open source, ama la certificazione e la ricaduta piramidale, gerarchica, del sapere, fissato e stabilito da canoni immutabili e dal principio di autorità, più che la costruzione di un sapere condiviso e eternamente in cantiere. Basta leggerne i paragrafi Milioni di microfoni, Perdita della soggezione e Il trionfo dell'incompetenzaxiii per cogliere queste coordinate chiave del pensiero mastrocoliano, che si annulla misticamente non solo nel culto statico delle belle lettere, ma nell'amore per “l'odore di chiesa, la nostra infinita piccolezza, il senso di un dio.” xiv Predomina nella Mastrocola l'idea che la sofferenza e la bella parola redimano per se. Ovviamente non condividiamo. Criticare questa impostazione mastrocoliana non vuol dire - si badi – coltivare l'amore smodato e acritico per il feticcio informatico, il tecnologismo. Considero la tecnologia uno strumento, ma a questo strumento va ascritto e riconosciuto oggi il potere di incidere, forse per la prima volta e anche pesantemente sul processo e sul pensiero. Pertanto sarebbe meglio capire bene dove e come la tecnolgia interviene sul prodotto della nostra mente, comprendere come ne altera in parte la natura, almeno e se non altro per esserne consapevoli, anziché forzarci a scegliere tra uomo o macchina come campi necessariamente opposti e ostili. Consapevolezza necessaria per dominare il mondo esterno e non subirlo. Io non mi illudo che la videoscrittura o l'ipertesto siano solo accessori, forme intercambiabili e ininfluenti sui processi cognitivi. Né mi illudo che possano aggiungere sostanza a ciò che non ne ha o a parole prive di contenuto. A ogni modo è indubitabile che scrivere con la penna d'oca o tramite un tablet siano due esperienze anche sensibilmente diverse fra loro e producono risultati diversi, almeno in certe parti non insiginificanti. Rivendico come la Mastrocola la libertà di scelta ma anche la possibilità che lo studente abbia di gustare entrambi gli strumenti, cosa che alla Mastrocola non va tanto giù. Faccio calligrafia a scuola perché sono sicuro che serva a maggior ragione nell'era del font ascii, perché è qualcosa di diverso, ma complementare. Allo stesso tempo però mi piace lavorare con le LIM, perché posso esplorare e far esplorare ai ragazzi nuovi modi di produrre un certo contenuto. Complementare al buon vecchio libro di carta che amo e amerò sempre. Ma non ho paura come la Mastrocola di un mondo che corre e cambia. Cerco di andare oltre la materia che amo non per snaturarla ma per arricchirla portandomela un po' a spasso con altre discipline o saperi. Non temo le tecnologie se posso divertirmi a capirle, esplorarle, smontarle e rimontarle con poesia e creatività. Parole che sono e restano sostanza, e vera, non fumo, non nuvole, che metto accanto a creazione e poetica, per fare un chiasmo, a dispetto dello snobismo acidulo delle varie Patrizia Valduga xv o della critica un po' sterile dei vari Sartori xvi che dovrebbero chiedersi piuttosto chi ha scientemente costruito quel mondo economico e liberista che ha globalizzato le merci e trasformato l'informazione in merce, prima di dare la colpa ai ragazzi delle ultime generazioni. I quali non si sono mai seduti nei Consigli di Amministrazione e nei campus in cui anziani e seniors, come Sartori, hanno tessuto, creato e imbastito il mondo che abbiamo ora con le sue tecnologie incluse, sempre figlie di due “madri”: scienza e economia. Solo che della seconda si parla sempre troppo poco quando si additano le colpe della prima, ascrivendole un ruolo perverso di per sé. Comodo prendersela comunque con gli ultimi arrivati e gli ultimi e più deboli anelli della catena: gli utenti, e, fra questi, quelli giovani. La fatica di studiare. Concordo invece in toto con i rilievi sollevati quindi dalla Mastrocola, segnatamente quando afferma: «C'era una volta un patto tra scuola e società, in base al quale si volevano le stesse cose e si lavorava nella stessa direzione. Ad esempio la scuola esigeva studio e fatica, e la famiglia era d'accordo. C'era una meta condivisa, dietro tutto ciò: una buona formazione culturale che la scuola s'impegnava a fornire: di questa formazione culturale faceva parte ad esempio la koiné umanistica, una buona base di conoscenze letterarie e filosofiche, un plafond di letture comuni e consolidate.» xvii, tutte cose che condivido pur con qualche riserva sulla necessità come ho detto di “letture comuni”. Il patto deve essere recuperato ma essere elastico. Non rigido. E non farisaico. Io elogio la liquidità, la forza che ha l'acqua di sgretolare la roccia alla lunga. Elasticità del bushi, saper adattarsi con un'anima sempre “ferma”. Ferma,


non rigida. In questo tendo più allo studente acqua, almeno come tattica, anche se ammiro chi si sente e si fa roccia purché lo faccia al momento giusto e non per ottusa ostinazione. Condivido la Mastrocola quando è critica verso l'obbligo alla socializzazione compulsiva e penso anche io che abbiamo tutti la tendenza a inferire ingiustamente un disturbo sociale dal silenzio di un ragazzo. In questo, lo confesso, gioca la mia personale misantropia, ma penso, come la nostra professoressa, che si abbia in genere il torto di pretendere a tutti i costi l'intervento. O esigere un'espansività che non è naturale a tutti. Pertanto niente farisaismi. Ivi inclusa l'idea mastrocoliana che il solo modello “alto” e lecito sia quello custodito da indiscutibili sacerdoti della letteratura, soli custodi di un sapere che immutato debba essere passato come una reliquia di fatto priva di agganci con la realtà. Visione miopissima, infondata e incapace di scoprire che ogni epoca produce i suoi capolavori. Postulato, questo della staticità del modello letterario, che spinge l'autrice a orizzonti ancora più criticabili. Qui giungo a ciò che decisamente rigetto come professionista, ma prima ancora come uomo: la certezza che la Mastrocola abbia di una morale uguale e necessaria per tutti, l'etica del perbenismo. Questo passo è rivelatorio: “Io credo che a nessuno veramente piaccia un figlio con l'anello al naso o i capelli verdi. E nemmeno un figlio che si è tatuato un drago sulla pancia, un tramonto sul braccio destro o imperscrutabili segni tribali sulla scapola sinistra. Credo che tutti noi, in fondo, qualsiasi siano le nostre ideologie e scelte politiche, preferiremmo che nostro figlio alternasse la pasta al riso e mangiasse anche la verdura, che si tenesse i capelli del colore che ha, la pelle intatta senza draghi marini sputanti fuoco e che non si trapassasse la carne con spunzoni di vario tipo nelle più impensate parti del corpo. […] Ad esempio dobbiamo dir loro di mangiare verdura perché è giusto e sano mangiare verdura, e di togliersi l'anello al naso perché secondo noi è brutto. E di leggerlo, Proust, perché a noi piace. Dobbiamo dir loro che cosa ci sembra giusto o sbagliato, cosa ci piace e cosa non ci piace. Tutto qui.” Tutto qui? Non direi. Non contesto la penultima frase. Sono convinto anche io che dobbiamo dire ai nosti figli che cosa pensiamo sia brutto, bello, giusto e sbagliato. Ma non sono per niente convinto che loro debbano necessariamente per questo sfilarsi l'anello al naso, magari per fare contenta la mamma della fidanzatina o solo per entrarle in casa, o lasciare i loro capelli intonsi, ecc... ecc... alimentazione a parte, magari e sperabilmente. Non sono affatto convinto come uomo che debba esserci un bello (e un buono e un giusto), anzi il bello, il buono, il giusto unico a cui conformarci. Il punto è che c'è una sola cosa che io non vorrei: non vorrei che mio figlio si tatuasse solo perché lo fanno tutti. No, deve esserne convinto e sapere quel che fa e volere col cuore, la testa e l'anima quel tatuaggio, per dei motivi, delle ragioni, una logica, così come al contrario deve volere con tutte le forze vestirsi con cravatta regimental e blazer, se crede. Ma deve farlo e volerlo con la sua testa. Dopo una serie di ragionamenti e coerentemente con le sue idee e convinzioni. Non per moda. Perché poi la Mastrocola escluderebbe il leggere Proust partendo dall'anello al naso?! Ho visto un ragazzo con i dreadlocks che leggeva Popper, in Irlanda, al campus universitario. E allora? Essere rastafarian impedisce la lettura di Popper? O il piercing rende allergici a Dante o Manzoni? O che i Maori o degli yakuza tatuati da capo a piedi non possano amare Leopardi? Perché nascondersi dietro opposizioni inconsistenti per veicolare l'obbligo del perbene?! Soprattutto escludendo qualità che potrebbero benissimo convivere in una persona o realtà complessa e contraddittoria, semmai? L'idea che si debba essere “pulitini e ordinati” per essere bravi studiosi!!! Penso anche io che esista una moda non solo falsamente liberale ma persino profondamente livellante, tuttavia il problema più che stare nei ragazzi sta nei soliti consigli di amministrazione delle grandi firme e delle firme di massa dell'abbigliamento che hanno spacciato l'appiattimento del gusto come libertà. Il punto è: rendiamo consapevoli i ragazzi che stanno per lo più indossando simboli de-simbolizzati per mera moda e subdola imposizione. Penso alla kefiah riproposta non più come segno politico ma astratto feticcio ribelle da parte di alcuni dei miei alunni. Io sono lì anche per raccontare loro la storia del fabbricante palestinese di foulards ridotto al fallimento dai tarocchi made in PRC. Così tiriamo in ballo economia, globalizzazione, merce, politica e cultura. E possiamo cavare una lezione seria da un “incidente” modaiolo, invece di stracciarci le vesti come Caifa. Come accade altrove quando la Mastrocola afferma il sacro dovere della civilizzazione dei selvaggi: “Sarebbe come andare da antropologi a visitare i popoli primitivi e compiacerci, in nome del rispetto del


diverso, del loro felice stato ancora selvaggio, uno stato in cui essi invece – i “selvaggi” - non hanno nessuna voglia di rimanere.”xviii Che la Mastrocola parli per sé e, se crede, per le sue amiche. Parli per sé ma non a nome di molti selvaggi e anche di parecchi “civilizzati” stufi della sedicente civilizzazione. Ci sono selvaggi in fuga dalla giungla e selvaggi in fuga dalla civiltà. Io non ho paura di un figlio punk o skin purché sia consapevole e autopensante, realisticamente parlando. La Mastrocola non mi – e ci – attribuisca illecitamente desideri e speranze che ci sono del tutto estranei. Per favore! Più (saggio) realismo, meno nostalgia.


i

In “La scuola è di tutti. Ripensarla. Costruirla. Difenderla.”, Minimum Fax. Opera interessante e documentata, ricca di dati cui difficilmente si può ribattere, restando però assai discutibile l'accanimento molto prevenuto del nostro su altre questioni e la prevenzione non dirò affatto ideologica ma politica, questo sì, dell'autore, che gli fa prendere spesso lucciole per lanterne o denigrare a priori tesi interessanti solo perché espresse da teste estranee al suo ambiente politico. ii Qui è bene osservare che De Michele ha scritto i suoi rilievi solo sulla base del più “forte” o almeno polemico manifesto mastrocoliano, ossia La scuola... iii Lo fa, ma sono giusto quattro parole in più, letteralmente, in La scuola... (pag. 148): «Il problema è ancora più tragico, se entriamo nello specifico della mia materia. Io insegno letteratura italiana e dove mai, nel mondo che mi circonda, i valori della letteratura vengono affermati? Non nei programmi tv, non nei talk show, non nei telegiornali, non nei giornali, non nelle imprese, non nello sport, non nella normale vita quotidiana di relazione... in nessun luogo.» iv Era di decadenza e incomprensione della predicazione di Buddha secondo una scansione del tempo cara ai buddisti, corrispondente all'era in cui vivremmo, secondo alcuni. Sostanzialmente la versione dharmica del millenarismo cristiano, senza però un preciso approssimarsi della fine del mondo. Concetto del tutto estraneo alla concezione orientale della ciclicità e circolarità (o spiralità) del tempo. v Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare, pag. 29. vi Con tutto il rispetto per le pin ups che hanno le loro doti, ma raramente funzionali a una buona carriera politica. vii Mastrocola, Togliamo il disturbo..., pag. 90. viiiNon un lavoro stabile, ma era quello che all'epoca cercavo per avere uno straccio di indipendenza economica. ix Mastrocola, Togliamo... pag. 123. x Mastrocola, La scuola..., pag. 90. xi La scuola..., pagg. 153, 154. xii “Lo so che ci sono dei giovani meravigliosi che studiano molto, sono eleganti e sobri, vanno a teatro e fanno volontariato”, Togliamo..., pag. 47. xiiiTogliamo... pagg. 87-103. xiv Togliamo..., pag. 97. xv Togliamo..., pag. 122. xvi Togliamo..., pag. 174. xvii La scuola... pag. 148. xviii Togliamo, pag. 113.


Mastrocola pensiero  

recensione dei due libri sulla scuola scritti da Paola Mastrocola

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