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FuoriOrario maggio-giugno 2019

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N° 4

Anno XXXII

MAGGIO-GIUGNO 2019

in università dal 1987

BREXIT: A CHE PUNTO SIAMO? Gli inglesi passano dalla teoria alla pratica?

GENERAZIONE ERASMUS: CHI PARTE? Istruzioni: come investire sul futuro POSSIAMO ANCORA STARE BENE INSIEME? Riscopriamo insieme la “coscienza europea”

Europa: ancora la nostra casa?


INDICE EDITORIALE

pag. 1

POSSIAMO ANCORA STARE BENE INSIEME? (Marco Casetti)

pag. 2

BREXIT: A CHE PUNTO SIAMO? (Marta Magnani - Marco Demo)

pag. 4

TAV - UN TUNNEL VERSO L’EUROPA

pag. 6

(Lorenzo Cattaneo)

(Sofia de Giorgi) IMCS PAX ROMANA (Oscar Ngai)

pag. 8

GENERAZIONE ERASMUS: CHI PARTE? (Francesca Bertuglia)

pag. 10

DAVANTI ALLA QUINTA (Chiara Magnani)

pag. 11

GUARDA E IMPARA: DOGVILLE (Mattia Bizzozero)

pag. 13

IL PIACERE DELLA LETTURA (Juri Mainardi)

pag. 14

VOCI DAI CHIOSTRI: UNICATT (Alice Dusso)

pag. 16

LA VOCE DI MINERVA: UNIMI (Tindara Scirocco)

pag. 18

LA NOSTRA FEDERAZIONE (Francesco Sampietro)

pag. 20

REDAZIONE Mattia Bizzozero Marco Demo Chiara Magnani DIRETTORE RESPONSABILE Paolo Danuvola DIREZIONE, REDAZIONE via S. Antonio, 5 - 20122 Milano PROPRIETA’ Fondazione Ambrosiana Attività Pastorali Milano. Registrato presso il Tribunale di Milano, n. 113 del 16/02/1987 Stampato con il contributo dell’Università derivante dai fondi previsti per le attività culturali e sociali.

HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO Francesca Bertuglia Mattia Bizzozero Marco Casetti Lorenzo Cattaneo Maro Demo Alice Dusso Sofia de Giorgi Don Luigi Galli Marta Magnani Juri Mainardi Oscar Ngai Francesco Sampietro Tindara Scirocco Ernesto Sposato

GRAFICA & COPERTINA A CURA DI: Mattia Bizzozero


EDITORIALE

COSA ACCADRÀ? “La Chiesa è fondamentalmente europeista, ma perché è cattolica. Quindi non è solo per l’unità dell’Europa, ma è per la fraternità universale. Arrivassimo anche agli Stati Uniti d’Europa, la nostra unità non sarà uniformità ma convergenza e apprezzamento delle differenze. La pluralità delle culture è un tesoro irrinunciabile”. (S.E. Mons. Mario Delpini, 5 marzo 2019 all’incontro con gli studenti universitari milanesi in Bocconi.) 513 milioni di persone, 28 Stati membri, 4.36 milioni di km2 di territorio, 24 lingue ufficiali, 60 anni di Unione, 60 anni di pace, 60 di diritti, 60 anni di unità, sono questi alcuni dei numeri che rappresentano l’Europa di oggi. Si tratta di una ricchezza enorme che favorisce la crescita, lo scambio reciproco, l’economia, e molto altro che oggi dimentichiamo dandolo per scontato. La Brexit ci sta ricordando quanto siano stati importanti questi 60 anni di Europa. Dall’oggi al domani tutti gli abitanti di Gibilterra, piccola regione della Spagna che per ragioni storiche appartiene al Regno Unito, dovranno attraversare un confine con dogana e passaporto per andare a lavorare, trovare i parenti, studiare. Lo stesso confine di cui, fino al giorno prima, si era dimenticata l’esistenza. I professionisti, i medici, gli avvocati i cui titoli sono riconosciuti all’interno dell’Unione, saranno reciprocamente riconosciuti anche in seguito? Saranno ancora possibili scambi di studenti? Cosa accadrà al confine tra Irlanda del Nord e del Sud? Non si rischia che ritorni l’incubo del terrorismo di cui abbiamo avuto le prime avvisaglie a gennaio? Il Regno Unito si troverà a dover stilare nuovi trattati commerciali con tutto il mondo, però questa volta sarà da solo in un mondo sempre più globalizzato, non rischia di essere in una posizione assai svantaggiata? Il prossimo 26 maggio saremo chiamati alle urne per ribadire individualmente il nostro interesse, per rinnovare il Parlamento Europeo e contribuire a determinare il

futuro dell’Europa da cui dipende anche il nostro. In molti vedono queste elezioni come qualcosa di lontano, i cui risvolti pratici sono inesistenti per le nostre vite. In realtà non è assolutamente così. Nella precedente legislatura sono stati adottati 517 atti normativi di cui solo 138 hanno un esplicito riferimento a leggi europee. In base a questi numeri solo il 27% della produzione normativa italiana sarebbe di derivazione europea. Annette Elisabeth Töller, professoressa e ricercatrice di scienze politiche in varie università tedesche, ritiene che la valenza dei dati precedenti sia relativa rispetto all’effettivo peso che l’Unione Europea possiede. È necessario infatti tenere conto anche dell’influenza informale dell’attività politica europea che ha anch’essa una forte incidenza sulla politica interna. Inoltre bisogna considerare che il 60,5% delle direttive europee emanate nel corso dell’ultima legislatura sono state recepite in via amministrativa, e quindi non conteggiate all’interno delle percentuali sopra esposte.

LORENZO CATTANEO Giurisprudenza

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PAROLE DI VITA MARCO CASETTI Giurisprudenza

POSSIAMO ANCORA STARE BENE INSIEME? Le elezioni del Parlamento europeo, che si terranno il 26 maggio, sono sicuramente una sfida epocale. La ricerca filologica dei monaci medievali è stata la prima tappa nella formazione della coscienza europea. La fine della lingua latina e l’affermazione delle lingue romanze hanno significato da un lato il termine (apparente) dell’Europa geografica, intesa fino ad allora come impero romano, e dall’altro la nascita dell’Europa politica, ovvero un insieme di stati uniti da un passato comune. L’Europa però non è sempre stata come oggi la conosciamo, né nella pratica né nella teoria di chi l’ha ideata. Popongo di seguito il profilo e le idee di alcune importanti figure storiche che sono considerate fondatrici dell’Unione Europea. La storia, che è maestra, può aiutarci a scegliere come votare, ma soprattutto può aiutarci a capire come vivere l’Europa. Il primo è Konrad Adenauer, un democratico pragmatico, instancabile unificatore, primo Cancelliere della Repubblica federale di Germania, che fu alla guida di quest’ultima dal 1949 al 1963, cambiandole radicalmente il volto nel dopoguerra. Adenauer contribuì inoltre a stabilire il peso che oggi la sua nazione ha in Europa. Un caposaldo della sua politica estera è rappresentato dalla riconciliazione con la Francia. Insieme al Presidente francese Charles de Gaulle determinò una svolta storica: nel 1963 Germania e Francia, nemiche per antonomasia, firmarono un trattato di collaborazione destinato a divenire una pietra miliare per l’integrazione europea. L’idea di convivenza pacifica fra stati, promossa da queste scelte politiche,

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venne appoggiata in quel periodo anche dalla Santa sede. Giovanni XXIII fu promotore del concetto di “comunità dei popoli” ponendo l’accento sul fatto che l’UE non sia un semplice insieme di stati ma un amalgama di nazioni che, sentendosi fondatrici della comunità, abbiano anche la premura di perpetuarla e far sì che si riaffermi a livello mondiale, introducendo conseguentemente il concetto di “coscienza europea”. Paolo VI, prima nella Evangelii Nuntiandi, con la proposta di coinvolgere i laici nella costruzione della “città dell’uomo”, poi nella Popolorum Porgressio, invitando implicitamente l’Europa a volgere lo sguardo verso i problemi dell’Africa, affermò definitivamente il sostegno della Chiesa ai progetti e alla mentalità aperta e lungimirante della UE.


Alcide De Gasperi, esponente della lotta cattolica contro il fascismo in Italia, della quale anche la FUCI fu protagonista, dal 1945 al 1953, in qualità di Presidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri, preparò la strada per il futuro del proprio Paese negli anni del dopoguerra. Promosse iniziative indirizzate alla maggior collaborazione in Europa occidentale, lavorando alla realizzazione del Piano Marshall, e creò stretti legami economici con altri Stati europei, in particolare la Francia.

Lo statista Robert Schuman, Ministro degli Esteri francese tra il 1948 e il 1952 è considerato uno dei padri fondatori dell’Unione Europea. Insieme a Jean Monnet elaborò il Piano Schuman, reso pubblico il 9 maggio 1950 e fondamento ideologico per la successiva nascita della Comunità Europea. Propose inoltre il controllo congiunto della produzione del carbone e dell’acciaio, i principali materiali per l’industria bellica. La sua proposta puntava al raggiungimento di una pace duratura in Europa: non avendo il controllo sulla produzione di carbone e ferro nessun Paese sarebbe stato in grado di combattere una guerra. Winston Churchill, ex ufficiale dell’esercito, corrispondente di guerra e Primo Ministro britannico (1940-45

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e 1951-55), è stato uno dei primi ad invocare la creazione degli “Stati Uniti d’Europa”. A seguito della Seconda Guerra Mondiale si convinse che solo un’Europa unita potesse garantire la pace. Era sua intenzione debellare una volta per tutte i germi del nazionalismo e del bellicismo europeo. Ma cosa avevano in comune tutti questi uomini? Come dice Altiero Spinelli, uno dei più importanti italiani che contribuirono all’idea di “Europa”: “La federazione europea non si proponeva di colorare in questo o quel modo un potere esistente. Era la sobria proposta di creare un potere democratico europeo.” L’idea di stare insieme, di dare forma all’Europa, era la prima vera risposta a secoli di guerre, nazionalismi e ostilità: per questi uomini stare insieme in Europa significava infatti vivere in pace e in fraternità tra uomini e donne, tra fratelli e sorelle. Allora c’è da chiedersi: oggi possiamo stare ancora bene insieme?


POLITICA E SOCIETÀ

MARTA MAGNANI Economia e Management

BREXIT: A CHE PUNTO SIAMO?

MARCO DEMO Giurisprudenza

Il 23 giugno 2016 il Regno Unito è stato chiamato a decidere, mediante un referendum consultivo, sulla possibilità di rimanere o lasciare l’Unione Europea. Il Paese è entrato nell’allora Comunità Europea nel 1973, durante tutta la sua permanenza ha goduto di un trattamento privilegiato costituto da alcune clausole di deroga (opt-out) riguardo agli Accordi di Schengen (libera circolazione), all’adozione della moneta unica, alla Carta dei diritti fondamentali dell’UE e alla Cooperazione Giudiziaria e di Polizia in materia penale. Tuttavia, soprattutto a seguito dell’aumento dei flussi migratori dai paesi UE verso il Regno Unito, i cittadini britannici hanno

avanzato la richiesta di esprimersi sulla permanenza del proprio Paese entro la massima organizzazione internazionale europea. Il referendum è stato promosso dal primo ministro David Cameron che lo aveva posto tra i punti del programma per la sua rielezione. Il voto che si è svolto nel 2016 ha portato alla decisione di lasciare

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l’UE, supportata dal 51,7% dei votanti. Successivamente la Corte suprema ha stabilito che la decisione emersa dal referendum era di carattere consultivo e non vincolante, pertanto per avviare i negoziati per l’abbandono dell’UE era necessaria una legge ad hoc che è stata approvata il 29 marzo 2017 dal parlamento inglese, il quale ha quindi deliberato la volontà di attuare l’art. 50 del Trattato sul funzionamento dell’UE. Tale norma dispone che le istituzioni europee devono concordare un accordo per il recesso dai Trattati entro due anni dalla data di avvio dei negoziati, con possibilità di proroga da parte del Consiglio Europeo se non si raggiunge un accordo. I negoziati durati due anni, alla data del 29 marzo 2015, non hanno portato a un accordo viste le frizioni in merito a tre punti: le regole da applicare al Regno Unito riguardo ai rapporti commerciali con l’UE, dal momento che non farà più parte del mercato comune; il trattamento da riservare ai cittadini UE residenti nel Paese; come regolare le relazioni tra Londra e l’Unione riguardo al confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, poiché si rischierebbe l’innalzamento di dogane e duri controlli tra i due Paesi, i quali hanno beneficiato molto della libera circolazione, soprattutto nel periodo successivo alla fine delle tensioni tra coloro che volevano che l’Ulster restasse nel Regno Unito (unionisti) e coloro che volevano che si unisse all’Irlanda (indipendentisti). Quest’ultimo è stato il principale motivo che ha fatto saltare i negoziati della Brexit portando alla proroga ora fissata al 31 ottobre 2019. Il protrarsi dell’incertezza sulla Brexit fa sorgere numerosi dubbi agli abitanti inglesi


e a tutti coloro che stanno pensando di trasferirsi in Inghilterra, in particolar modo gli studenti. Ogni anno le università britanniche sono tra i principali poli d’attrazione per studenti stranieri e si stima che siano più di 500mila i giovani europei residenti in GB per ragioni di studio. Nel 2017 gli studenti europei immatricolati nel Regno Unito sono stati oltre 80mila su un totale di 1.6 milioni di matricole. A questi vanno poi aggiunti gli

e ricercatori in tutta Europa. Il governo May ha comunque precisato che in caso di uscita definitiva dall’Unione Europa, la Gran Bretagna continuerà ad essere partner di Horizon2020 e che non verranno ostacolati gli aderenti al progetto Erasmus+ per il momento. Sembrerebbe quindi che il governo May voglia continuare a salvaguardare quegli strumenti di relazione interculturale che stanno caratterizzando e dando molte opportunità di studio alla nostra generazione. Tuttavia, i dubbi sono ancora tanti e le continue proroghe contribuiscono a diffondere un clima di forte incertezza.

oltre 50mila che hanno cominciato un corso magistrale o un dottorato. La domanda che ci si pone è se i futuri studenti che faranno domanda incontreranno nuove barriere all’entrata. Si pensa che la retta annuale di un ateneo britannico, che al momento gira attorno alle 9 mila sterline (circa 12 mila euro) per tutti gli studenti europei, possa drasticamente aumentare dall’anno accademico 2020-2021 fino alla quota prevista per gli studenti cosiddetti “internazionali”, che può raggiungere 19 mila sterline l’anno. Ricordiamo inoltre che circa il 15% dei docenti e dei ricercatori che lavorano negli atenei britannici sono provenienti da altri Paesi europei e più di 200mila studenti inglesi hanno usufruito di uno scambio Erasmus per studiare o fare ricerca in università europee. Con la Brexit si pensa che molte università inglesi in futuro non potranno più accedere ai fondi di finanziamento dell’Ue (Horizon2020, Erasmus+) che negli ultimi anni si sono rivelati strumenti chiave per agevolare la mobilità di studenti

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SCIENZA E TECNOLOGIA

TAV: UN TUNNEL VERSO L’EUROPA Il Tunnel Europeo Lione Torino (TELT) erroneamente chiamato TAV (Treno ad Alta Velocità), poiché sia i treni merci sia quelli adibiti al trasposto dei passeggeri non raggiungeranno la velocità di 250 km/h, valore minimo per i treni ad alta velocità rappresenta un importante intervento infrastrutturale per la pianificazione del territorio e per il conseguente sviluppo commerciale ed economico italiano e europeo. Attualmente i collegamenti transalpini sono assicurati da un tratto ferroviario chiamato “linea storica”, costruito negli ultimi anni dell’Ottocento che attraversa il traforo ferroviario del Frejus. La linea presenta dei tratti a pendenza elevata oltre il 30 per mille ed è costituita da una singola galleria, particolarmente soggetta a rischi di incidenti per i treni passeggeri. Il Tunnel progettato si compone di tre tratte: una tratta internazionale tra Saint-Jeande-Maurienne e Susa/Bussoleno, costruita a sostegno della linea storica, e due tratte nazionali, in Francia da Lione a Saint-Jeande-Maurienne e in Italia da Susa/Bussoleno a Torino. L’origine del progetto risale agli accordi tra i governi italiano e francese nel 1991, ma acquisisce maggior rilevanza quando il Consiglio Europeo di Essen nel 1994 inserisce la nuova linea Torino-Lione tra i 14 progetti prioritari europei nel settore trasporti. Nel 2001 viene sottoscritto il trattato italofrancese per la realizzazione della nuova linea e iniziano i lavori, spesso interrotti dai movimenti No Tav che si oppongono alla costruzione dell’opera. Dunque nel 2006 si è istituito un osservatorio tecnico per il coinvolgimento diretto, nella pianificazione dell’opera, dei cittadini interessati, ma senza grandi successi. Ad oggi i lavori risultano completati solo per il 15%.

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SOFIA DE GIORGI Ingegneria per l’ambiente e il territorio

Dal punto di vista tecnico, uno degli interventi previsti riguarda la riduzione delle pendenze della linea ferroviaria dal 33 al 12,5 per mille, per permettere ai treni merci di transitare; infatti attualmente i treni lunghi vengono suddivisi in pezzi più corti per poter attraversare il tunnel storico e, successivamente, ricomposti. Inoltre, il tunnel storico non rispetta le norme di sicurezza standard europee, per l’assenza di tunnel di servizio, collegamenti trasversali e uscite di sicurezza. Dalla recente analisi costi-benefici si riscontra che, realizzando il progetto, si avrebbe una riduzione dei costi operativi per il trasporto merci. Tuttavia, anche tenuto conto della diminuzione dei costi associati al danno ambientale, risulta più conveniente economicamente il trasporto su gomma (considerati i costi dei carburanti e i pedaggi autostradali). Però bisogna inquadrare l’analisi costibenefici in un contesto valutativo più ampio e articolato. Infatti, realizzando il progetto, si avrebbe un miglioramento per il trasporto dei passeggeri, i quali potrebbero viaggiare da Milano a Parigi con un tempo di 4 ore e 31 minuti rispetto alle 7 ore e 19 minuti attuali.


Bisogna considerare, poi, che l’analisi costi-benefici non prevede la possibilità di cambiamenti nelle politiche territoriali

che possano incentivare gli spostamenti del traffico merci dalla gomma alla rotaia. In tale analisi, si assume una crescita limitata del trasposto su ferro e una manca variazione delle condizioni per la logistica. Mentre sarebbe opportuno sollecitare la conversione con politiche tariffarie diverse sui carburanti e sulle autostrade e con la pianificazione di opere infrastrutturali e logistiche che favoriscano il trasporto ferroviario. La tendenza in Europa a favorire il trasporto delle merci su rotaia in percentuali maggiori rispetto all’Italia, gli investimenti sulla costruzione dei tunnel di base del Gottardo, del Brennero e del terzo valico GenovaRotterdam (alcuni già completati, altri in via di completamento), il progetto del “Corridoio 5”, una delle vie di commercio e comunicazione in Europa e l’aumento dei collegamenti ferroviari con l’Estremo Oriente testimoniano il passaggio da un trasporto su gomma a un trasporto su ferro. Questa conversione risulta essere più sostenibile dal punto di vista ambientale ed ecologico, attuando politiche di risparmio energetico e di riduzione dell’emissione di CO2 . Di conseguenza, l’analisi costi-benefici dà delle indicazioni tecniche e specifiche per la

situazione attuale, ma bisogna tenere bene presente che ipotesi e previsioni per il futuro sono sempre incerte. Una questione rilevante è rappresentata dai numerosi movimenti No Tav: contrari prevalentemente per motivi di inquinamento locale (peraltro risolvibili e comunque temporanei, perché connessi alla esecuzione dei lavori). Una partecipazione attiva della popolazione all’interno della pianificazione del progetto e una particolare attenzione al limitato consumo di suolo possono rappresentare delle vie di compromesso per raggiungere i vari obiettivi. È compito, quindi, dei rappresentanti politici italiani prendere le giuste decisioni, riconoscendo la grande opportunità del progetto per un’apertura economica, commerciale e comunicativa verso l’Europa con il massimo rispetto degli abitanti, del paesaggio e della storia dei luoghi e verso un progresso e sviluppo ecosostenibile.

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LA NOSTRA STORIA

OSCAR NGAI Filosofia

IMCS PAX ROMANA Forse non tutti lo sanno: in realtà la FUCI appartiene ad una realtà molto più grande di una dimensione meramente nazionale. Essendo un movimento nazionale, ha anch’essa una sua appartenenza internazionale, o meglio, la FUCI fa parte del cammino globale della Chiesa. Questo non implica semplicemente l’ecclesialità della FUCI, ma coinvolge tutti gli altri 3 aspetti della sua carta costituzionale: il suo essere una federazione, essere universitaria ed essere italiana. La FUCI, nata nel 1896, ha come obiettivo il recupero e la promozione della dimensione ecclesiale all’interno del contesto universitario italiano; soprattutto nell’ottica di partecipare attivamente alle attività socio-politiche del tempo, come ha potuto testimoniare Beato Piergiorgio Frassati durante la sua vita da studente. Nel 1921, pochi anni dopo la prima guerra mondiale, alcuni suoi membri e altri leader degli studenti universitari di provenienze diverse – visto il mutamento geo-politico del tempo – hanno dato vita all’iniziativa di promuovere la pace anche a livello internazionale a Friborgo. In tal modo, una rete internazionale si è creata attraverso questa piattaforma di dialogo cui è esattamente il modello federale della FUCI. Il primo compito di questa realtà, pertanto, non è amministrare ma è piuttosto coordinare. Da allora, IMCS Pax Romana, del quale il nome riprende i 200 anni significanti di pace durante l’impero romano, è sempre stata la realtà ultima attraverso la quale

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ogni membro di un movimento cattolico nazionale esprime la sua voce a livello mondiale. Il suo essere federale implica anche che ogni movimento nazionale ha una sua piena autonomia di vivere la sua identità nazionale pur mantenendo tale adesione ad una tavola rotonda dove si parlano più lingue.


Inoltre, IMCS Pax Romana, sin dalla sua nascita, essendo un’associazione senza scopo di lucro di stampo cristiano, ha subito avuto un rapporto con le realtà politiche internazionali, come la Lega delle Nazioni dopo la prima grande guerra così come le attuali Nazioni Unite. Essendo movimento studentesco cristiano, promuove attivamente l’insegnamento sociale della Chiesa sia a livello accademico che a livello socio-culturale. È attualmente parte delle diverse commissioni delle Nazioni Unite relative alle problematiche sociali, specie diritti umani, salvaguardia del Creato, ecc.

Ogni anno, l’IMCS Pax Romana organizza congressi internazionali, settimane di formazione, attività di volontariato in diversi paesi dove c’è la presenza del membro-movimento. Nel 2018, il suo consiglio internazionale ha avuto luogo a Foligno, dove il fuoco di attenzione si è concentrato sulla questione del fenomeno migratorio. Vorrei ribadire l’importanza di questa realtà, la quale non significa soltanto la cattolicità, ossia universalità, del messaggio evangelico, ma sottolinea l’importanza del ruolo dei giovani nel Paese in cui nascono, negli atenei in cui studiano e soprattutto nel mondo in cui costruiscono il loro e il nostro futuro.

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GIROVAGANDO PER IL MONDO FRANCESCA BERTUGLIA Lettere moderne

GENERAZIONE ERASMUS: CHI PARTE? Era il 1969 quando il Ministro della Pubblica Istruzione Ferrari Aggradi utilizzò un appunto di Sofia Corradi, soprannominata in seguito Mamma Erasmus, per sottoscrivere il disegno di legge riguardo la riforma universitaria italiana. La nota della Corradi concerneva la mobilità internazionale, l’apertura all’Europa da parte del mondo studentesco. Tuttavia, dovette arrivare il 1976 perché effettivamente a livello internazionale si sancisse un accordo ben definito di viaggi da parte della Comunità Economica Europea. Undici anni dopo, infatti, si giunge a quello che oggi è il progetto Erasmus (chiamato successivamente Erasmus Plus). Dunque, l’acronimo significa European Region Action Scheme for the Mobility of University Students, e ha dato vita a una vera e propria generazione Erasmus. Una generazione di studenti, degli anni Ottanta, Novanta, Duemila, che è cresciuta e cresce con la voglia di andare avanti nei propri sogni e nei propri progetti, tra contraddizioni e difficoltà, ma si spera sempre con determinazione. L’Erasmus è un’opportunità che l’Università offre non soltanto per questioni legate allo studio o al lavoro, ma anche per la formazione completa della persona, a livello personale. Il soggiorno all’estero per uno studente può rivelarsi un’esperienza utile per mettere alla prova sé stesso – con responsabilità e autonomia -, entrando in contatto con culture e contesti sociali e relazionali diversi che contribuiscono all’apertura mentale di un giovane.

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L’Erasmus dovrebbe essere un’occasione da vivere a tutto tondo anche per capire quali obiettivi e progetti ci si vorrebbe porre per il futuro, e un contesto estero può aiutare anche per un confronto costruttivo con il proprio Paese. Studiare in una città differente rispetto a quella del proprio Ateneo mette in gioco capacità di organizzazione e adattamento, e permette di far risaltare ciò che si studia nella lingua straniera insieme a quanto si è già studiato in Italia, con modalità diverse. Perciò come giovani intraprendenti, come generazione Erasmus, questa del viaggio formativo dovrebbe rimanere una possibilità spendibile atta a creare comunità e dialogo, e per questo è un progetto così curioso e stimolante, nonostante le difficoltà che si possono incontrare lungo il percorso.


DAVANTI ALLA QUINTA CHIARA MAGNANI Giurisprudenza

“L’accoglienza della diversità sta nella conoscenza”. Queste sono state le parole del regista al termine dello spettacolo teatrale L’ultimo lenzuolo bianco, citando quelle di Farhad Bitani, protagonista reale di un pezzo di vita cruento inscenato su un palco da quattro attori. La narrazione di sua madre, di un suo amico e di Farhad stesso ci hanno accompagnato in una carrellata di eventi succedutisi tra la fine degli anni ’80 e i primi del 2000 a Kabul, mettendoci davanti agli occhi la cruda realtà di un ragazzino afghano figlio di un uomo diventato mujaheddin. Quest’ultimo infatti, per garantirsi la fuoriuscita dal carcere, ha intrapreso un percorso di violenza, potere e ricchezza che ha inciso anche sulla sua famiglia. Gli occhi innocenti di Farhad, inizialmente affascinati dalla violenza e dalle armi del padre e dei suoi compagni, si trovano

a guardare scenari che potrebbero sembrargli normali ma che lo straniscono, come il trattamento riservato ai bambini da parte dei mujaheddin durante le feste e la lapidazione di una donna per adulterio dinnanzi ai suoi figli.

L’ULTIMO LENZUOLO BIANCO

Senso di dubbio culminato in un procedimento di radicalizzazione che gli viene inculcato con la violenza. Questi eventi lo lasciano basito al punto da arrivare a domandarsi “cosa non va in me?”. La risposta gli giunge dalla madre che una sera, vedendolo particolarmente scosso al ritorno da una festa riservata ai figli dei “salvatori dell’Islam”, gli sussurra dolcemente che ha la possibilità di scegliere, che Dio non è quello che vede a quegli eventi, che Dio è il puntino bianco in fondo al suo cuore e deve solo ritrovarlo. Un puntino bianco che trova un germe di espansione durante il suo soggiorno in Italia, dove lui e la sua famiglia vivono per qualche mese per il lavoro del padre durante il quale Farhad frequenta l’accademia militare. Inizialmente è scandalizzato dalle usanze italiane così dissimili dalle sue, come una donna in gonna corta che gli insegna inglese e pretende persino che lui le stringa la mano per salutarlo, una signora che si permette di domandargli di chiamarla per nome, un crocifisso sopra il letto della stanza che provvede subito a nascondere sotto il materasso.

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In accademia incontra uno strano ragazzo, che si rivela poi un amico che lo accoglie nella sua quotidianità. La semplicità di un pranzo col compagno nella sua casa delle vacanze e la dolcezza della madre che tanto gli ricorda la sua mettono la luce su una domanda che ha trattenuto dentro per molto tempo: loro sono realmente il nemico da abbattere? La realtà è davvero quella che mi hanno sempre raccontato? Il ritorno a Kabul dà una conferma della sua risposta: non riesce più a trovarsi in quelle abitudini a cui prima si atteneva cercando di non pensarci troppo, non è più in grado di dare valore o senso di orgoglio a comportamenti che ha smesso di condividere. Questo avvia un processo di espansione di quel puntino bianco che la madre aveva auspicato e che trova il suo primo passo in un salto nel vuoto: il trasferimento in Italia, a Torino, dove intraprende una nuova vita.

A sipario calato, il regista, l’autrice del testo e gli attori ci hanno raccontato di come, attraverso loro, hanno preso vita il dolore e l’audacia di un ragazzo che a soli 30 anni non può più ritornare in un Paese che lo ha condannato alla pena di morte, ma nonostante questo gira per l’Italia per dare testimonianza di una realtà che

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non viene raccontata al telegiornale. Azzerare le distanze, abbattere i pregiudizi, far entrare le persone nella vita di un individuo di una cultura totalmente diversa per far capire che in alcune parti del mondo le situazioni di vita sono più difficili o comunque differenti, ma la paura è la stessa, la dolcezza di una madre è la stessa, i sentimenti sono gli stessi. Conoscere non tanto per verificare quali siano gli usi “migliori” degli altri, quanto per avvicinarci a persone con un cuore non così dissimile dal nostro. Andare oltre la fisiologica paura di ciò che non si conosce e non necessariamente condividerlo, ma perlomeno cercare di comprenderlo, di capire che ci sono vite dietro agli eventi nel mondo di cui abbiamo notizia ogni giorno. Solo così possiamo far crescere quel puntino bianco che è dentro di noi.


GUARDA E IMPARA

MATTIA BIZZOZERO Linguaggi dei media

Grace (Nicole Kidman) sta fuggendo da alcuni gangster e trova rifugio nel piccolo villaggio montuoso di Dogville. Qui viene accolta dallo scrittore Tom (Paul Bettany) e si presta a svolgere lavori manuali e umili per guadagnare la fiducia degli altri abitanti della cittadina. Inizialmente, dandosi un gran da fare, Grace viene accolta da tutti, entra in sintonia con i ritmi della città e si preoccupa di soddisfare ogni richiesta che le viene fatta. Tutto sembra andare per il verso giusto a Dogville. La permanenza della ragazza, tuttavia, diventa sempre più stressante a causa del crescente numero di compiti da portare a termine. Nel momento in cui i cittadini scoprono che è ricercata iniziano a vederla sia come un’opportunità da sfruttare a loro piacimento sia come una minaccia estranea da tenere sotto controllo. Il soggiorno di Grace diventa un incubo: viene maltrattata, violentata e infine legata con una catena, per evitare che scappi. Gli abitanti, abituati da anni a mantenere lo status quo a Dogville, vengono completamente spiazzati dalla nuova presenza e decidono di tirare fuori il peggio, disumanizzando sé stessi, pur di difendere la loro vita abitudinaria, arrivando infine ad abusare di Grace, che brama vendetta, sentimento a lei sconosciuto prima di allora. Ambientato negli anni Trenta, girato quasi vent’anni fa, la pellicola è di una attualità sorprendente e induce a una profonda riflessione. Il regista sceglie di girare il lungometraggio proponendo una messa in scena ridotta al

DOGVILLE minimo che, in modo anticonvenzionale, rispecchia visivamente l’aridità dei personaggi. Gli attori, recitando in un teatro, bussano a porte inesistenti, fingono di usare oggetti che lo spettatore non vede e camminano per strade i cui bordi sono disegnati con il gesso. Questa povertà scenografica fa sì che gli attori siano, come i personaggi che interpretano, obbligati a ripetere gli stessi gesti, con gli stessi oggetti, sempre nello stesso luogo. Il film propone dunque una visione circolare del comportamento delle comunità che, povere di idee e risorse, vivono nell’infelicità, capaci soltanto di tramutarla in violenza quando si sentono minacciate dall’esterno. In “Dogville” i cittadini accolgono Grace, ossia ricevono la “grazia” ma non la sanno custodire. Fanno sì che aleggi su tutta la città obbligando la protagonista a lavorare per tutti. Niente da fare: la città di Dogville sembra maledetta e non accenna a cambiare atteggiamento. Grace dunque deve tirare fuori un asso dalla manica e lo fa nel finale sfruttando il potere del padre, capo dei gangster che la inseguivano. Egli, infatti, finalmente la trova e le concede il suo aiuto per vendicarsi dei soprusi subiti. La città arde e viene rasa al suolo, gli abitanti possono ora essere paragonati a cani che, dopo aver digrignato i denti alla protagonista per due ore di film, vengono ora bastonati da quest’ultima e muoiono nella loro amata città, che porta un nome degno per coloro che la abitano.

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IL PIACERE DELLA LETTURA

JURI MAINARDI Relazioni internazionali

DANUBIO Il viandante che si appoggia ai verdi parapetti dello Szabadsag Hid, in italiano Ponte della Libertà, potrà soffermarsi sopra la corrente del Danubio. Da quel punto il camminatore sosterà, ammirando il panorama della città di Budapest, cullando i propri pensieri sulla brezza che scende lungo il fiume. Stessa cosa, con molta probabilità, fece anche Magris, scrittore triestino. Secondo la sua penna “Budapest dà la sensazione fisica della capitale, con una signorilità e un’imponenza da città protagonista della storia”. A suo dire, la città magiara è una perla, collegata a Vienna e Passavia dal Danubio come una collana attraverso il continente europeo. Ed è proprio lungo questo filo che Magris, assieme ad altri amici, decide di avventurarsi. Si parte dalla foresta nera, dove la leggenda vuole che il fiume nasca da un rubinetto e passi come rigagnolo attraverso una grondaia. Si conclude migliaia di chilometri dopo, al confine tra la Romania e l’Ucraina, sul delta che si getta nel mar Nero. Tale epopea viene raccontata in un libro che non poteva essere chiamato altrimenti: Danubio. Il tema di questi scritti può definirsi universale oppure, cosa più probabile, non esiste alcun tema affatto. Perché tra le pagine scorrono, come il fiume, molte cose: riflessioni, pensieri, curiosità, storia, aneddoti, esperienze, sentimenti, speranze. Che il libro sia come viene definito il fiume stesso, un filo che tiene assieme perle come in

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una collana? In ogni caso, sia il fiume sia il libro raccontano di un susseguirsi di terre, ognuna ricca di storia, in una lunghissima narrazione dove tutto è separato ma allo stesso tempo legato indissolubilmente. Probabilmente è ciò che la storiografia mitteleuropea non fa altro che ripeterci, in un turbinio di eventi che si influenzano a vincenda. D’altronde il fiume passa attraverso repubbliche che furono imperi, terre che furono cristiane, poi divennero musulmane, si disfecero di Dio in quanto oppio dei popoli e poi ridivennero cristiane. Passa sotto ponti le cui scritte sui cartelli non solo parlano lingue differenti ma hanno addirittura alfabeti diversi. Il fiume a volte separa, come in epoca romana, quando serviva a proteggere il mondo civilizzato dai barbari; a volte unisce, passando tra le capitali di quasi tutti gli stati che attraversa: Ratisbona (che fu sede della Dieta del Sacro Romano impero germanico), Vienna, Bratislava, Budapest e Belgrado. Ma forse è vero il contrario: è la storia che passa, così come passano gli uomini con le loro aspirazioni e i loro sogni, come passano addirittura i re e gli imperatori. È il fiume che non passa, ma rimane sempre lì, limitandosi a scorrere, a volte placidamente altre volte tumultuosamente verso il mare.


ERNESTO SPOSATO Giurisprudenza

Il 26 maggio voteremo per eleggere i nostri rappresentanti al Parlamento Europeo per il quinquennio 2019-2024. Si tratta dell’unico organo dell’Unione Europea eletto direttamente dai cittadini degli Stati membri. Esso condivide il potere legislativo (voto sugli atti normativi) con il Consiglio dell’UE (composto dai ministri degli stati membri competenti per materia). L’iniziativa legislativa è invece monopolio della Commissione Europea (composta da delegati competenti indicati dai singoli stati e il cui presidente è eletto dal parlamento). Il parlamento ha 2 sedi principali: Bruxelles (in cui si riuniscono tutte le commissioni) e Strasburgo (in cui si svolgono alcune sessioni plenarie). In ogni legislatura vengono eletti 2 presidenti del parlamento, con mandato di due anni e mezzo ognuno, che ne presiedono i dibattiti e le attività e lo rappresentano a livello internazionale ed europeo. L’attuale presidente, che sta per terminare il mandato, è l’espone italiano Antonio Tajani. L’Italia esprime i suoi 73 rappresentanti (a seguito del rinvio della Brexit) che siederanno poi in gruppi transnazionali a seconda dello schieramento politico. Ai fini delle elezioni l’Italia sarà divisa in 5 circoscrizioni: Nord-occidentale, Nord-orientale, Centrale, Meridionale, Insulare. La nostra legge elettorale prevede un sistema proporzionale puro con soglia di sbarramento al 4%. Si vota tracciando una X sul simbolo della lista prescelta accanto al quale ogni elettore può scrivere fino a tre nomi di candidati (a patto che almeno uno dei tre sia di sesso diverso rispetto agli altri). Tristemente, l’affluenza alle elezioni europee è scesa dal 62% (1979) al 42% (2014), questo dato spaventa oggi

LA PAROLA AL GIURISTA

UN VOTO RAGIONATO come mai alla luce del recente exploit dell’euroscetticismo. È importante votare perché questo è il modo principale che ogni cittadino dell’UE ha per esprimere la propria opinione prima dell’approvazione di norme che sarà poi tenuto a rispettare. Esiste inoltre a tale scopo il diritto di iniziativa dei cittadini europei (ICE) attraverso il quale è possibile invitare la Commissione a presentare una proposta appropriata su materie in merito alle quali tali cittadini ritengono necessario un atto giuridico dell’Unione. Nell’ultima legislatura molti provvedimenti importanti sono stati votati dal parlamento europeo su materie molteplici: i flussi migratori, la ripresa post-recessione economica, il terrorismo, le crisi regionali (Siria, Africa), le minacce nazionaliste e protezioniste (da USA, Russia, Turchia), il bilancio comunitario, la sicurezza dei voli aerei e i diritti dei passeggeri, l’abolizione del roaming, il sostegno agli agricoltori, la protezione dei dati, il libero accesso a internet, il divieto alle plastiche monouso. Purtroppo non è possibile votare lontano dal proprio luogo di residenza per cui tanti studenti fuorisede che preferiscono non cambiare la residenza dovranno tornare a casa per il voto, si potrà tuttavia usufruire delle agevolazioni per il viaggio che saranno presto rese note dal ministero degli interni. Ricordiamoci che l’articolo 48 della Costituzione definisce il voto non solo un diritto ma anche dovere civico e cerchiamo quindi di arginare l’astensionismo dilagante (magari cercando di convincere anche un nostro amico o familiare). Facciamolo per il nostro futuro e non rassegniamoci allo status quo, d’altronde anche Papa Francesco invita tutti i giovani a non perdere mai la speranza!

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VOCI DAI CHIOSTRI: UNICATT

“PERSONE, SBARRE, GIUSTIZIA: LA CONDIZIONE CARCERARIA IN ITALIA TRA DIRITTO E REALTÀ” Ogni processo penale si gioca su un fragile equilibrio fra la libertà personale dell’imputato e la tutela della vittima del reato: sta al giudice decretare per chi debba pendere l’ago della bilancia e come sia più opportuno proteggere la persona in entrambe le parti. Il dott. Pressacco, assistente in Procedura Penale presso l’Università di Trento e ricercatore nella medesima disciplina all’Università Cattolica di Milano, ci ha introdotti nei delicati meandri dei Palazzi di Giustizia, luoghi simbolici del conflitto, in cui l’essere umano viene coinvolto in tutte le sue sfaccettature. Le stesse strutture che ospitano le sale d’udienza rispecchiano la netta separazione tra giudice e giudicato, dove lo Stato interviene come pacificatore, affinché la sua azione non permetta alla Giustizia umana di prevaricare i diritti inalienabili dei soggetti. È facile scivolare nella vecchia logica dei “buoni o cattivi”, che porterebbe la magistratura ad accanirsi eccessivamente sul reo, dimenticando chi trova oltre il banco degli imputati: un individuo in carne, ossa e libertà, con una coscienza propria e un diritto all’incolumità valido anche per chi sia effettivamente colpevole. L’inevitabile squilibrio fra autorità statale e semplice cittadino ha già permesso in passato che si infierisse contro i nemici della dittatura al potere: i peggiori orrori della storia hanno portato l’umanità del secondo dopoguerra a mutare la sensibilità, a stendere trattati e stringere accordi internazionali che garantissero un equo processo. La “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”,

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ALICE DUSSO lettere moderne

ha spiegato il dottore, è considerata il testo principale circa la protezione dei diritti fondamentali, nonché l’unico a consentire ad un privato cittadino di richiedere la tutela delle libertà garantite, attraverso il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. La soppressione dei regimi totalitari ha così generato una lotta per la supremazia dell’individuo e delle sue libertà sulla collettività, non solo in termini di diritti cosiddetti negativi, come la tutela dall’intrusione dello Stato nella vita privata, ma anche di libertà positive, ossia tutto ciò che il potere centrale è tenuto a garantire all’individuo, primo tra tutti il diritto alla salute.

Se nell’immediato dopoguerra il principale interesse è stata la libertà personale del reo, continua sempre Pressacco, ultimamente si sta assistendo a un’evoluzione di sensibilità: la vittima, che prima nel processo figurava solo perché in diritto di richiedere un rimborso in quanto parte lesa,


ora è oggetto di sempre maggiori tutele da parte dello Stato, quali avvocati d’ufficio e assistenza psicologica oltre che medica. Il tradizionale svolgimento di un processo penale pubblico, infatti, vedrebbe nessun altro tranne lo Stato all’accusa e l’imputato alla difesa: qualsiasi intervento da parte di privati è sempre stato accolto con diffidenza perché facile vettore di favoritismi. La stessa Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si è pronunciata circa la necessità degli Stati firmatari di non fermarsi alla garanzia di un equo processo, ma di attivarsi affinché tutte le parti interessate nel reato siano in condizioni di sicurezza. Misure come l’allontanamento del sospettato

di opporsi all’archiviazione del caso, ma a vedere le sue libertà limitate al risarcimento del danno per quanto riguarda le fasi successive del processo. Questa variazione della linea di pensiero destabilizza non poco i fragili equilibri della giustizia penale, che vede i giuristi schierarsi su poli opposti, pro o contro un ingresso più decisivo della vittima nel processo, non senza personali tornaconto. Chi si batte per una posizione più significativa di questa, infatti, spesso è l’avvocato della stessa, a cui non dispiacerebbe guadagnare un cliente in più; mentre chi taccia le ulteriori tutele alla vittima come misure solidaristiche, spesso opera come legale della difesa e vede in queste ostacoli aggiuntivi alla sua causa. Il dibattito rimane dunque aperto: a noi il compito di interrogarci su dove sia più adeguato porre il baricentro del processo, a pro di chi mettere in crisi l’equilibrio di un diritto, equo solo nella teoria.

dal nucleo famigliare e il divieto di avvicinamento dello stesso a chi ha leso sono ormai imprescindibili, specie nel caso di violenza di genere e sessuale. Si è inoltre creata la categoria delle “vittime particolarmente vulnerabili”, data, oltre che dall’età e dallo stato di infermità o di deficienza psichica, dal tipo di reato, dalle modalità e circostanze del fatto per cui si procede. Nel complesso, la vittima attualmente si trova ad avere una serie di prerogative molto importanti in sede delle indagini preliminari, che le permettono persino

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LA VOCE DI MINERVA: UNIMI TINDARA SCIROCCO Medicina e Chirurgia

DENTRO LA MAFIA Qual è la prima cosa che ti viene in mente, se ti dico mafia? Ciascuno ha una propria risposta: il titolo di un film, un problema del Meridione, il nome di magistrati che hanno perso la vita per combatterla. C’è una cosa che però accomuna tutte le risposte: il fatto che la mafia sia sentita come qualcosa di lontano, che riguarda altri e non la propria vita. Ma è davvero così? Per rispondere a questo interrogativo come Fucini abbiamo deciso di scegliere la mafia come tematica da approfondire nel semestre, intitolando il nostro percorso “Dentro la mafia, capire per cambiare”. Il primo relatore che abbiamo invitato a discutere è stato Nando Dalla Chiesa, docente di Sociologia della criminalità organizzata in Statale. Citando esempi di comuni lombardi, il professore ci ha mostrato come la ‘ndrangheta, il più diffuso gruppo di stampo mafioso del nostro Paese, sia qualcosa che ci riguarda da vicino, che si nasconde dietro persone comuni e si infiltra nelle nostre città. Per comprendere la mafia è necessario studiarne non solo la diffusione sul territorio, ma anche la rete di relazioni in cui si muove: amicizie, parentele, testimoni di nozze; la mafia crea una famiglia, una sorta di identità collettiva che unisce grazie a denaro, ricchezze e commercio, e si radica dove lo Stato è fragile. L’unica via per vincere la mafia è creare una società fondata su valori forti come la solidarietà e la giustizia, che poggi su radici culturali solide: in questa chiave diventano importanti le scuole, le università e gli oratori, come luoghi in cui costruire relazioni autentiche e riscoprire i valori essenziali per una società più giusta. Tenendo come filo rosso la domanda “Cosa si può fare per sconfiggere la ma-

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fia?” abbiamo partecipato a un incontro di UniLibera in cui si è parlato di beni confiscati. La confisca è il principale strumento con cui si può colpire al cuore l’associazione mafiosa: è il mezzo con cui lo Stato sottrae alla mafia quegli stessi beni che essa usa per mostrare il proprio potere e commettere reati.

Ma la confisca non si esaurisce solo nella “liberazione” dei beni: le abitazioni, le case e le industrie sequestrate vengono infatti destinate a un riutilizzo sociale, tramite l’Agenzia Nazionale dei Beni Confiscati, e possono così diventare luoghi di aggregazione e di formazione per la comunità. Un incontro davvero arricchente è stato quello con Grazia Villa, avvocato con un passato da Fucina, da sempre attiva in ambito socio-politico. Ci ha parlato dei suoi anni nel Movimento per la Democrazia e la Rete, al fianco di Nando Dalla Chiesa e Leoluca Orlando, soffermandosi soprattutto sulla figura di Borsellino e sui giorni della sua morte. Il suo racconto del funerale della scorta


del magistrato, cui partecipò assieme a Dalla Chiesa, ci ha profondamente colpiti e commossi. Più che un incontro, quella con lei è stata una chiacchierata: ci ha chiesto quali fossero i nostri sogni e le nostre paure per il futuro, facendoci capire l’importanza dell’impegno in prima persona nella difesa dei diritti e di chi è più debole. “Il futuro è gravido di cose belle se attingiamo alla storia” in tutte le nostre scelte: ci ha affidato una lezione di democrazia che difficilmente dimenticheremo”. Capire per cambiare è stato il titolo del nostro ciclo di incontri, ma dopo le riflessioni maturate grazie al percorso fatto insieme abbiamo compreso che non è sufficiente capire per cambiare il mondo: fondamentale per costruire una società migliore è mettersi in moto in prima persona, raccontando ciò che si è imparato, parlandone e scrivendone. Anche per questo il nostro ultimo incontro è stato dedicato alla visione del film Prima che la notte, che racconta la vita del giornalista Giuseppe Fava. In una Sicilia ancora intrisa di omertà, Fava osava parlare senza paura di mafia, denunciando pubblicamente nomi e affari mafiosi; credeva nell’importanza dell’informazione e della ribellione al sistema mafioso che dominava sugli affari pubblici, per questo fu ucciso nel gennaio 1984. Il Vangelo ci dice che “Chi vuole salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per ser-

vire verità e giustizia, la salverà”. La storia dell’antimafia è piena di persone che sono morte credendo in un futuro migliore, sperando in un domani più luminoso. Il nostro compito è camminare verso il domani portando avanti i valori per cui Falcone, Borsellino, Fava, Impastato, Don Pino Puglisi, Padre Diana e tanti altri hanno dato la vita. Un passo alla volta, azione dopo azione, scelta dopo scelta: solo così si potrà creare una società più giusta.

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LA NOSTRA FEDERAZIONE

FRANCESCO SAMPIETRO Scienze linguistiche

COSA SONO LE TESI CONGRESSUALI? Come si può intuire dal nome, le Tesi hanno a che fare con un qualche congresso, ma di quale congresso si tratta? Ebbene, ci si riferisce al Congresso Federale, ossia il momento più importante dell’anno per la Fuci, la Federazione Universitaria Cattolica Italiana. Le Tesi sono un documento che viene scritto da una Commissione apposita, formata da alcuni fucini provenienti dai diversi gruppi d’Italia. Questo documento ha l’obiettivo di rappresentare il punto di vista della Federazione su un determinato tema. La tematica di quest’anno è: “Metamorfosi della democrazia. Nazionalismi, europeismi e internazionalismi”. Questa scelta è dovuta alla attualità e importanza dell’argomento, accentuate dall’approssimarsi delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo del prossimo maggio. L’analisi dell’oggetto delle tesi ha avuto tre focus diversi (il cui contenuto viene qui riportato solo parzialmente): politico, economico e sociologico. Il sovranismo, dal punto di vista politico, è un fenomeno relativamente recente. Nonostante non vi sia consenso universale sull’origine di questo termine, esso appare per la prima volta nel vocabolario negli anni ’50. Questo fenomeno si rivela essere l’evoluzione moderna dei movimenti nazionalisti che hanno preso il sopravvento in Europa negli anni ’20 e ’30 del novecento: infatti di questi mantengono sia l’opposizione alle élite plutocratiche sia l’enfasi sulla sovranità nazionale. Ma vi sono delle differenze molto importanti: in primis il sovranismo non vede più le varie nazioni in contrapposizione tra di loro

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per l’egemonia, ma come entità pari tra loro, ciascuna indipendente nella propria sovranità. Inoltre è venuta meno l’avversione ai sistemi liberali intesi come espressione delle élite, anzi il sistema democratico viene visto come espressione della volontà del popolo messa in contrapposizione alle classi dirigenti tecnocratiche. Questi distinguo spiegano in parte il grande successo elettorale che i movimenti sovranisti stanno avendo in tutta Europa: infatti sono riusciti a prendere il voto dell’elettorato moderato allontanandosi dall’ingombrante passato delle dittature nazionaliste.


Dal punto di vista economico il sovranismo si caratterizza nel contesto europeo per l’avversione all’Euro, in quanto ha privato gli Stati della loro facoltà di emettere moneta. Non stupisce che enti sovranazionali come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, oppure i vincoli dell’UE vengano viste come intromissioni esterne che, di fatto, impediscono uno sviluppo economico dei singoli Paesi. Secondo le teorie economiche sovraniste, infatti, se uno Stato potesse avere la propria valuta questo renderebbe l’economia più forte, più stabile e quindi vi sarebbe maggior benessere. Tuttavia queste posizioni non vengono sostenute dai fatti: l’Euro è una moneta molto più stabile di quanto non lo sia stata la Lira. Inoltre, sia il tasso d’inflazione sia il famoso spread sono scesi di molto dall’introduzione della moneta unica: per esempio, nel 1982 lo spread salì a un picco massimo di 1187 punti base (al momento in cui si scrive il valore si attesta invece a 248). Infine il terzo taglio con cui è stato affrontato il tema è stato quello sociologico. L’analisi è partita dalla radice etimologica del termine populismo, che è la parola popolo. Questo lemma, in realtà, è a sua volta collegato al termine persona, in quanto il popolo non è nient’altro che l’unione di più persone. Il fatto che gli esseri umani tendano naturalmente a formare dei gruppi, non è qualcosa di nuovo: già Aristotele aveva notato questo fenomeno, definendo l’essere umano “animale sociale”. La definizione di popolo è ovviamente mutata nel corso degli ultimi secoli: la prima è stata sicuramente quella della Rivoluzione Francese, i cui principi di libertà, uguaglianza e fraternità, hanno permesso al Terzo stato di far valere la propria voce in capitolo, superando il voto per stato. Nel 1917 si realizzò anche la visione comunista, la quale

identificava come popolo le classi proletarie che si sarebbero affrancate dalla morsa della borghesia capitalista. Un’evoluzione di poco successiva fu quella dei totalitarismi degli anni ’30, in cui il popolo ariano sarebbe prevalso sulle razze considerate inferiori (come ebrei o slavi).

L’ultima veste assunta dal concetto di popolo è stata quella della sovranità all’interno dei sistemi liberali, specie dopo la caduta del muro di Berlino. In conclusione possiamo affermare che il tema di quest’anno, come qualsiasi fenomeno della realtà, è un argomento molto complesso. Ma in questo caso approfondire è semplice: basta leggere le Tesi! Buona lettura!

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IL FUORISEDE DISPERATO

FARINATA DI CECI INGREDIENTI PER UNA TEGLIA Ø 32 - 150 Gr. Farina ceci - 330 ml. Acqua - Olio - 15 Gr. Per l’impasto - 20 Gr. Per la teglia - 3 Gr. Sale PREPARAZIONE • Miscelare acqua e farina • Lasciare riposare una notte fuori dal frigorifero • Aggiungere il sale e l’olio (15 grammi) • Forno preriscaldato 235 gradi

• Cuocere 10 minuti sul fondo del forno • Cuocere 10/15 minuti a 2/3 dal fondo del forno

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POLLINO


ISTANTANEE DAL CONGRESSO DI URBUNO

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I PROSSIMI APPUNTAMENTI...

Università Cattolica: - 14 maggio: assemblea di gruppo presso saletta Fuci in università

- 28 maggio: VIII lectio presso saletta Fuci in università (Largo Gemelli 1)

Università Statale: - 22 maggio: incontro culturale sul giudice Rosario Livatino presso aula 104 (Università statale, via Festa del perdono)

Altri appuntamenti: - 6 luglio: assemblea diocesana

- settimana teologica di Camaldoli (28 luglio - 3 agosto)

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LA MIA ESPERIENZA! Ciao! Mi chiamo Marta e studio Economia e Management alla Statale di Milano. Un anno fa ho avuto la fortuna di conoscere la Fuci partecipando ad un aperitivo e fin dal primo momento ho pensato: “questi sono matti, mi piacciono”. Con la Fuci ho avuto un vero e proprio colpo di fulmine: ero alla ricerca di un gruppo che mi facesse vivere l’Università in maniera originale e non scontata, e soprattutto un po’ staccata dai banchi. Così è stato: si è rivelata essere quel perfetto mix di semplicità, allegria e responsabilità che dà un sapore del tutto diverso alla mia quotidianità da studentessa. Fin da subito sono stata catapultata in un mondo tutto da scoprire che fa dell’inclusione e della diversità i suoi punti forti, abbracciando ogni fucino con la sua personalità ed esperienza.

Perchè tra lezioni ed esami, vale la pena impegnare le proprie energie in qualcosa come la FUCI? In un momento in cui il sistema universitario sembra più preoccupato a formare abili professionisti va preso atto di una sempre minore attenzione alle esigenze dello studente-persona. Lo studio che, distratto da un’eccessiva specializzazione, privo di guizzi e adeguati spazi di approfondimento interdisciplinare, diventa difficile da assorbire. Occorre munirsi di un antidoto efficace. Provate voi a descrivere la FUCI: circondatevi di persone curiose, frequentate luoghi appassionati in cui sia possibile condividere le vostre esperienze, destinate del tempo all’ascolto e abitate la comunità universitaria come fosse una seconda casa. Una realtà che ha contribuito alla formazione di intere generazioni di cristiani e che vuole continuare a presentarsi sia come luogo di amicizia sia come ring di accesi dibattiti, aula studio, sala di aperitivi o libreria.

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Siamo studenti universitari presenti in molte città d’Italia, che cercano di vivere al meglio un’esperienza formativa personale utile al loro futuro, secondo un particolare stile di fede, approfondimento e relazione. I percorsi che portiamo avanti a livello di gruppo riguardano il mondo universitario, socio-culturale e spirituale. Con impegno e costanza ci adoperiamo affinché nella nostra città la presenza in università sia la più costruttiva possibile. Tutto questo è la F.U.C.I. acronimo di Federazione Universitaria Cattolica Italiana. A Milano sono presenti due gruppi, uno presso l’Università Statale e l’altro presso l’Università Cattolica.

Come Contattarci FUCI MILANO DIOCESI Lorenzo: 334 3998854 fucimilano@gmail.com UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO Francesca: 346 8801832 fucimilanostatale@gmail.com UNIVERSITÀ CATTOLICA DEL SACRO CUORE Marco: 3425536041 presidenzafuci.ucsc@gmail.com

Collabora con noi!

scrivi a: fuoriorario.fucimilano@gmail.com


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