Periodico INTEGRA-MENTE della Comunità Fraternità – S.C.S. ONLUS è iscritto al n. 21/2019 del 19/12/2019 e il direttore è Don Adriano Bianchi nato a BS il 13/12/67
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Via Negri n. 2/a – 25050 Ome(BS) - Tel. 030.7282765-766 – Fax 030.7282795 Coordinatore: Mauro Ghilardi - E-mail: mauro.ghiladi@fraternita.coop Via Bettinzoli n. 5 – 25125 Brescia - Tel. 030.7282746-748 – Fax 030.7282792 Coordinatore: Ed. Prof. Emanuele Frugoni- E-mail: emanuele.frugoni@fraternita.coop Via Quarena n. 10 – 25081 loc. Macesina—Bedizzole (BS) - Tel. 030.7282775-6 – Fax 030.7282777 Coordinatore: Ed. Prof. Laura Piemonti - E-mail: laura.piemonti@fraternita.coop Via Antica strada Mantovana n. 110 - 25124 Brescia Coordinatore: Dott. Enrico Fregoni - E-mail: enrico.fregoni@fraternita.coop Via J.Fitzgerald Kennedy n. 67/a - 25010 Visano (BS) - Tel. 030.9523984 Coordinatore: Dott.ssa Stefania Guerini - E-mail: stefania.guerini@fraternita.coop
Via I Maggio n. 3 – 25035 Ospitaletto (BS) - Tel. 030.7282743 – Fax 030.7282785 Coordinatore: Simona Duina - Cell. 335 1865685 - E-mail: simona.duina@fraternita.coop
Quando abbiamo pensato a questo numero di Integra-Mente ci siamo interrogati su chi potesse raccontare al meglio le nostre cooperative e i loro servizi. La risposta l’abbiamo trovata nelle persone che le vivono e, da tale considerazione, nasce quest’ultima edizione che riunisce i racconti di chi, ospite, socio, operatore, volontario, amministratore, presta il suo contributo. L’immagine che ne esce è quella di realtà cooperative che affondano le loro radici in una storia pluridecennale e guardano al futuro con l’entusiasmo e le competenze delle nuove leve e con la solidità ed il coraggio di chi, a prescindere dall’età vive da vicino l’esperienza cooperativa, spesso nella quotidianità. Tutto questo siamo noi, uniti tra noi e insieme “accanto alle persone”. Accanto alle persone è il motto scelto dalle cooperative A di Fraternità ad indicare la nostra “mission”. Questo nostro motto acquista una valenza particolare in questo periodo in cui sofferenza e incertezza la fanno da padroni. Ci stiamo lasciando alle spalle un anno estremamente difficile che ha imposto sacrifici molto pesanti non solo dal punto di vista economico finanziario, ma anche dal punto di vista emotivo. Per risollevarci da queste difficoltà al rigore deve seguire la crescita da realizzare nel segno della coesione e dell’equità. E il nostro sguardo deve essere rivolto prima di tutto alle aree di maggiore sofferenza sociale: ai giovani, ai disoccupati vecchie nuovi a chi fatica a reagire a chi ha provato da vicino il dolore per una perdita e la sofferenza fisica e psicologica. Tutti insieme dobbiamo ricostruire prospettive, speranze ed azioni per un futuro migliore per tutti: questo è il nostro augurio per il Natale che è ormai alle porte e che non sarà come tutti gli altri Natale… Sarà forse un po' meno consumistico, certamente meno affettuoso nella gestualità; di sicuro più sofferto se le persone non si potranno incontrare, abbracciare, baciare. E speriamo che il 2021 ci riporti alla normalità. All’inizio dell’emergenza Covid si leggeva su molti muri “andrà tutto bene” noi ci crediamo ancora e vogliamo condividere questa fiducia se ci metteremo del nostro a far sì che non vengano meno la fiducia, la condivisione e l’impegno di stare sempre: “accanto alle persone”.
…Questo virus è ancora in parte sconosciuto, ma, tra gli altri aspetti, ci rendiamo conto che tende a dividerci. Tra fasce di età più o meno esposte ai rischi più gravi, tra categorie sociali più o meno colpite dalle conseguenze economiche, tra le stesse istituzioni chiamate a compiere le scelte necessarie - talvolta impopolari - per ridurre il contagio e garantire la doverosa assistenza a chi ne ha bisogno. …Il pluralismo e l’articolazione delle istituzioni repubblicane sono e devono essere moltiplicatori di energie positive, ma questo viene meno se, nell’emergenza, ci si divide. Dobbiamo far ricorso alle nostre capacità e al nostro senso di responsabilità, per creare convergenze e collaborazione tra le forze di cui disponiamo perché operino nella stessa direzione. Anche con osservazioni critiche, sempre utili, ma senza disperderle in polemiche scomposte o nella rincorsa a illusori vantaggi di parte, a fronte di un nemico insidioso che può travolgere tutti. La libertà rischia di indebolirsi quando si abbassa il grado di coesione, di unità tra le parti. E’ questa la prima responsabilità delle istituzioni democratiche, a tutti i livelli, e questa è la lezione che la pandemia ribadisce con durezza. Insieme, è necessario l’impegno convinto di ciascuno di noi. La responsabilità personale, che in larga misura abbiamo apprezzato nei mesi scorsi. …Dobbiamo, tutti, adottare i comportamenti di prudenza suggeriti…non per imposizione, non soltanto per suggerimento o per disposizione delle pubbliche autorità ma per convinzione. Liberi, e per questa ragione appunto, responsabili. …La salute è un diritto fondamentale. Il dovere di difenderla richiede che non si esiti ad assumere le necessarie decisioni. …La cooperazione e l’assunzione di responsabilità sono apprezzate dai cittadini e generano fiducia, perché tutti sanno che una partita come questa si vince soltanto insieme e che nessuno può pretendere di avere ragione da solo. …Di cooperazione abbiamo bisogno per superare l’emergenza sanitaria, e ne abbiamo bisogno per ripartire progettando un domani sereno. I Comuni, storici fondamenti di prossimità, sono anche veicoli di innovazione nella vita amministrativa, sociale ed economica. …La pandemia ha modificato i ritmi della nostra vita, ha inciso su tempi e luoghi di lavoro e con essi sull’uso di spazi e infrastrutture, pensati e costruiti per altre esigenze. Appartiene alla Repubblica saper leggere i segni dei mutamenti, e saper creare i percorsi affinché gli obiettivi di libertà, giustizia, coesione sociale, che la Costituzione ci affida, trovino applicazione nel tempo nuovo. Dobbiamo essere protagonisti del cambiamento, e non succubi degli eventi.
…Investire bene vuol dire compiere scelte, guardando lontano e attuandole velocemente. …Stiamo fronteggiando una grave epidemia. Ma abbiamo davanti a noi anche una sfida storica e l’opportunità di ripensare quel che vogliamo essere. All’impresa di riprogettare l’Italia siamo chiamati tutti, senza esclusioni.
Beppe è una delle nuove leve della nostra realtà cooperativa. Un ragazzo laureato in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Dinamico, solare e, a quanto sembra, ben disposto a raccontarsi. Nonostante la giovane età , è uno che di strada ne ha fatta tanta e non solo in senso metaforico.
La cosa che mi colpisce di Beppe è la semplicità con cui racconta esperienze estremamente complicate, impegnative e “pesanti” sia dal punto di vista pratico che emotivo; la naturalezza con cui descrive le sue peregrinazioni in alcune tra le zone più “calde” del Mondo testimonia la sua spiccata vivacità, curiosità, adattabilità e soprattutto, attenzione e attitudine all’incontro con “l’altro”.
Nel giro di pochi anni ha collezionato diverse esperienze nel campo della cooperazione e del volontariato internazionale: è stato in Perù come serviziocivilista in un progetto di educazione ambientale e supporto alla comunità contadina, poi in Ecuador con i “Corpi civili di pace” lavorando in un servizio di accoglienza per richiedenti asilo perlopiù colombiani e venezuelani.
Quando gli chiedo come si vede tra 20 anni, mi risponde sorridendo che gli piacerebbe essere a capo di una cooperativa sua che possa spendersi sul campo contro qualsiasi forma di discriminazione e disuguaglianza; lo dice con grande umiltà ma anche con l’evidente consapevolezza delle proprie competenze, acquisite sia durante il percorso universitario sia grazie alle variegate esperienze di vita sperimentate in questi anni.
Avendo da sempre uno spiccato interesse per il Mondo Arabo, ha pensato bene di partire anche per il Marocco come volontario in un asilo ospitato da una famiglia del posto e poi per la Palestina in un progetto volto a documentare la situazione dei pastori nei villaggi al confine con Israele e le continue vessazioni subite dall’esercito; in particolare questa esperienza lo ha toccato per la durezza delle condizioni delle comunità locali e perché per due mesi Beppe ha letteralmente vissuto con i pastori Palestinesi calandosi completamente nella loro cultura, tradizione e quotidianità.
Chiudo l’intervista chiedendo di associare un’immagine alla Cooperativa e, quasi di getto, Beppe mi indica l’alveare come struttura formata da tante caselle interdipendenti; ognuna con la sua autonomia ma comunque legata alle altre in un rapporto di collaborazione volto al perseguimento di obiettivi comuni.
Tra un viaggio e l’altro, ha lavorato sul territorio bresciano in servizi dedicati all’accoglienza: 2 anni a Calvagese presso l’associazione “Puerto Escondido” sperimentando una forma di ospitalità completamente diversa da quella del nostro C.A.S, vivendo, cioè, all’interno della struttura con gli utenti per 3 giorni continuativi a settimana.
Prima dell’ennesimo viaggio, stavolta di natura personale, con destinazione Australia, è incappato nella nostra Cooperativa alla ricerca di un’occupazione che lo impegnasse in attesa della partenza. Ha iniziato come supporto agli operatori della comunità per pazienti in Comorbilità psichiatrica affiancandoli nei turni di notte e sulla copertura delle serate e poi, date le sue notevoli competenze linguistiche (parla correttamente inglese, spagnolo, francese e un po' di portoghese), è approdato al nostro servizio di accoglienza per richiedenti asilo al quale è tornato dopo i 6 mesi di permanenza in Australia e nel quale lavora tuttora. Al momento si occupa di supportare l’utenza “straniera” sia nel quotidiano (banalmente insegnargli le modalità della raccolta differenziata, piuttosto che aiutarli nella gestione e cura dell’appartamento assegnato) sia nella parte burocratica che gli ospiti devono affrontare per presentare la loro domanda di asilo. Gli sono stati affidati anche alcuni progetti di mediazione per facilitare l’inserimento di alcuni lavoratori ghanesi e marocchini all’interno di una fabbrica di Bagnolo ed è questa, confessa, l’attività che lo stimola maggiormente e che vorrebbe intensificare.
Inutile dire che la chiacchierata con Beppe e la condivisione delle sue avventurose esperienze ha lasciato in me un bel segno e, soprattutto, la sensazione positiva che tutto si muove in un’evoluzione costante, in un cammino di confronto che può solo portare crescita e arricchimento personale e professionale.
Monica è una delle infermiere in forza alla Comunità per pazienti in comorbilità psichiatrica di Via Trepola. È una giovane moglie e mamma entusiasta e sorridente. Proviene dalla realtà degli scout in cui per anni ha dato il suo contributo e dedicato il suo tempo libero. Proprio a questa lunga esperienza di natura volontaristica attribuisce (almeno in parte) la scelta di lavorare in una Cooperativa che opera nel sociale e non in ospedale o in strutture prettamente sanitarie. In Fraternità è, però, arrivata per caso: come spesso accade dopo la laurea, ha iniziato a inviare curriculum a tappeto per cercare lavoro senza un criterio preciso di selezione e forse anche senza troppa motivazione visto che, poco prima, il suo papà (anche lui infermiere) è venuto a mancare. La sorte ha voluto che in quel momento difficile e privo di stimoli significativi fosse proprio la Nostra Cooperativa a risponderle e a convocarla per un colloquio conoscitivo. Sarò romantica o fatalista, ma mi piace pensare che questo incontro alla fine non sia stato così casuale e che le strade di Monica e della comunità si siano incrociate per una sorta di affinità elettiva che le ha messe in contatto in vista della proficua ed efficace collaborazione attualmente in essere. Come dicevamo, Monica è un’infermiera professionale che ha scelto di prestare servizio in realtà più “variegate” di un semplice ospedale e questo principalmente perché a lei interessa una presa in carico globale del paziente, non solo un approccio meramente infermieristico. Non fraintendetemi, dalle sue parole è evidente la consapevolezza che la sua professionalità necessita di competenze specifiche e caratteristiche per la cura delle persone ma a questa “ricetta”, dal suo punto di vista, è necessario aggiungere ingredienti un po' più umani, quali l’ascolto, l’empatia, la condivisione della quotidianità e, perché no, anche un bel sorriso. Rivendica comunque con orgoglio la peculiarità del suo ruolo: essere infermiera in una Comunità residenziale smussa sicuramente gli aspetti più tecnici di questa mansione, ma le competenze specifiche devono assolutamente rimanere la base dell’azione e dell’intervento rivolto ai pazienti. Proprio per questo apprezza particolarmente la revisione del suo orario di lavoro che non è più distribuito sui turni della comunità residenziale, ma è ora circoscritto alla fascia diurna anche per dare all’utenza un’idea più chiara della sua zona di competenza Quello che le piace di più del lavoro in Comunità è il confronto con i colleghi e con i pazienti perché da esso si ricavano sempre spunti utili a crescere e a migliorarsi. Crede molto nella forza dell’equipe che vede come una squadra compatta orientata al perseguimento di obiettivi comuni e funzionali alla cura dei pazienti in carico e nella quale si sente accolta e compresa, rassicurata e sostenuta nei suoi interventi verso l’utenza. Le piace molto anche la dimensione della Cooperativa come gruppo di lavoratori impegnati nel raggiungimento di finalità
collettive e guidati da una “mission” che contraddistingue da sempre il nostro “esserci” sul territorio. Per questo, ha deciso di diventare socia della nostra Cooperativa, proprio per dare un contributo più incisivo che non si limita semplicemente all’esecuzione del proprio lavoro in quanto dipendente ma che la porta ad intervenire in assemblea, a dire la sua e, all’occorrenza, a prendere decisioni importanti insieme a tutti gli altri soci attraverso il voto. Della dimensione Cooperativa apprezza anche l’interdipendenza dei servizi, la possibilità che le è stata data (frequentando vari corsi di formazione interni) di venire a contatto con altri colleghi impegnati su fronti e utenze diverse e di poter capire meglio la complessità della nostra realtà e la varietà delle persone che la compongono. Tra i ricordi più belli della sua esperienza in Fraternità cita le scenette organizzate per Natale in cui utenti e operatori hanno dato vita a sketch comici e parodie irriverenti sulla vita di tutti i giorni all’interno della Comunità confermando così l’importanza del “fare con” all’interno di un progetto di recupero e cura. Tra venti anni si vede ancora mamma e ancora infermiera e, se pensa ad un’immagine da associare a Fraternità, le viene in mente un porto, un approdo sicuro in cui fermarsi durante le difficoltà e dal quale ripartire una volta ripresa in mano la propria vita. Personalmente condivido appieno questa metafora; mi piace pensare che la nostra Cooperativa possa rappresentare una tappa intermedia nel percorso di vita dei nostri utenti, un mo-
mento di pausa in cui lasciarsi accogliere e aiutare, in cui mettersi in gioco in progetti di recupero e, ove possibile, reinserimento nella società, un’occasione per prendersi cura di sé in maniera mirata e consapevole supportati dall’aiuto di figure professionali capaci, competenti e naturalmente inclini all’incontro con “l’altro”, un momento, insomma, per ricaricare le pile e ripartire.
Benedetta è un’educatrice sanitaria e fa parte dell’equipe della “Casa dell’arcobaleno”, la Comunità per pazienti psichiatrici di Ospitaletto. La sua storia in Fraternità, però, è costellata da numerose collaborazioni nei diversi Servizi della Cooperativa. Procediamo, quindi, per gradi e partiamo dall’inizio: Benedetta viene a contatto con la nostra realtà grazie al Dott. Filippini, direttore sanitario della “Rondine” dove nel 2010 ha svolto il suo tirocinio universitario. Come spesso capita agli studenti alla fine del loro percorso accademico, in quel momento cercava lavoro; visto che qui da noi mancava proprio un educatore, ha mandato il curriculum e, nel giro di un colloquio, si è trovata assunta proprio nella CPM dove è tornata da qualche mese. Il suo percorso all’interno delle nostre Strutture, però, è stato molto movimentato e l’ha portata a prestare servizio anche al Centro diurno di Nozza di Vestone prima e alla Comunità per pazienti in comorbilità psichiatrica di Via Trepola poi. Proprio in quest’ultima sede Benedetta ha sperimentato un’ulteriore evoluzione nel suo iter professionale diventando coordinatrice educativa della “Farnia” e accettando, quindi, una sfida estremamente impegnativa in un momento di transizione e cambiamento della struttura in questione. Avendo acquisito un ruolo di maggiore responsabilità, ha potuto approfondire la conoscenza delle dinamiche interne della Cooperativa e, per svolgere più consapevolmente il suo lavoro, ha deciso di candidarsi come consigliera in CDA diventandolo effettivamente nel 2017. La scelta di entrare attivamente nel consiglio di amministrazione è stata sicuramente dettata dal desiderio di concretizzare con un investimento maggiore il suo spirito cooperativo e di dare un contributo più incisivo e consapevole all’evoluzione e alla crescita della nostra realtà. Benedetta ha sempre avuto una particolare propensione all’altro e ha sempre sentito il bisogno di rendersi utile tanto da decidere nel 2019 di licenziarsi per partecipare ad un progetto in Etiopia con l’associazione Centro aiuti per l’Etiopia che si occupa di adozioni internazionali e di numerosi progetti di cooperazione internazionale con cui da anni collabora in veste di volontaria. Stavolta, però, la chiamata è stata di natura professionale perché, memori delle sue competenze, i responsabili dell’associazione le hanno proposto un vero e proprio contratto di lavoro come direttrice di un orfanotrofio Etiope. Benedetta racconta di essersi sentita combattuta tra il senso del dovere rispetto ai ruoli decisionali acquisiti negli anni all’interno di comunità fraternità e il suo desiderio di sperimentarsi nell’esperienza di cooperazione internazionale full time, 365 giorni all’anno, h 24 che ha sempre sperato di vivere prima o poi nel suo percorso professionale e umano. Alla fine, pensando giustamente di dover prendere al volo quest’occasione, ha accettato la proposta ed è partita per l’Africa cambiando completamente vita. L’emergenza mondiale causata dal Covid ha purtroppo interrotto bruscamente questa esperienza così gratificante in cui
Benedetta ha potuto cimentarsi in ruoli e responsabilità molto diverse da quelle in cui si era sperimentata sul nostro territorio e l’ha costretta a rientrare in Italia in attesa che la situazione migliorasse. Data la realtà estremamente fragile e deprivata di risorse e strutture sanitarie adeguate, la prospettiva di poter riprendere il suo impegno si è affievolita sempre di più fino a diventare una remotissima possibilità. Per questo Benedetta ha dovuto rivedere i suoi progetti e capire in che direzione andare a livello lavorativo. Ancora una volta il caso, anzi la fortuna, ha voluto che nei nostri Servizi ci fosse necessità di un educatore sanitario e che lei fosse disponibile a ricominciare la sua collaborazione con la nostra Cooperativa. Quindi, quasi da dove si era interrotto, il rapporto professionale si è ripristinato e anche l’impegno di Benedetta all’interno del CDA. Oggi si dice molto concentrata e focalizzata sugli impegni e sulle responsabilità assunte all’interno della Cooperativa; il nuovo ruolo di amministratore delegato assunto in seguito all’ultima assemblea dei soci, la assorbe molto ma, al contempo la stimola ad investire in progetti e attività nuove e proprio così si immagina tra venti anni: ancora sul campo e ancora operativa nella ricerca di un’evoluzione e di una crescita significativa della nostra realtà cooperativa.
Inutile dire che il suo percorso in Fraternità è costellato da innumerevoli ricordi significativi; quelli più cari sono sicuramente legati al gruppo di calcio creato un paio di anni fa, al progetto riabilitativo di un suo utente che ora vive e lavora alla Motori con ottimi risultati e al Calendario realizzato in-
sieme agli utenti della Doppia Diagnosi durante il laboratorio di fotografia gestito da lei. Quando le chiedo di associare un’immagine istantanea alla nostra Cooperativa mi risponde con una metafora molto significativa: una ruota di un mulino dove l’acqua entra in forma liquida e ne esce trasformata in energia. Che dire … paragone perfetto a mio avviso oltre che estremamente efficace ed evocativo. Dopo averlo sentito, infatti, mi risuona in testa la famosa frase di un noto chimico/filosofo del ‘700 “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma…”. Non so se sia un’attinenza azzardata quella che mi sovviene, ma credo che, in qualche modo, la nostra realtà debba porsi proprio questo obiettivo: aiutare le persone a trasformarsi in un processo di crescita che le porti non a stravolgere la loro natura e la loro personalità ma a modificare quelle abitudini non sane e disfunzionali che, negli anni, le hanno portate a negarsi la possibilità di vivere una vita dignitosa e serena così come essere umano merita.
Francesco è un educatore professionale in forza all’equipe del “Polo Borghetti” di Via Trepola ad Ospitaletto. Il suo contatto con Fraternità nasce dalla conoscenza di un utente che svolgeva un’attività presso la biblioteca di Ospitaletto nel periodo in cui lui effettuava il servizio civile. Tramite qualche chiacchera davanti al distributore del caffè ha potuto confrontarsi con questa persona e di riflesso con chi se ne prendeva cura; da lì è nato il suo impegno come volontario presso la cooperativa. Finito il servizio civile, Francesco ha cominciato la ricerca di un lavoro e casualmente, proprio in quel periodo, Comunità Fraternità cercava un operatore per effettuare principalmente delle coperture notturne in CPM; la cosa si sposava con il suo status di studente universitario e così ha accettato la proposta nel 2009, ben 11 anni fa. L’episodio che ricorda con più emozione del suo percorso in Fraternità è stato il suo primo colloquio con un utente da educatore di riferimento; nonostante le difficoltà è stato un momento importante nella sua carriera lavorativa e anche nel suo sviluppo personale: l’impegno di avere un caso assegnato, seppur all’interno di un contesto di equipe multidisciplinare dove il carico di responsabilità era ben suddiviso, è stato per lui molto formativo perché si è sentito misurato nel suo rapporto con la mission della cooperativa e per la prima volta ne ha sentito allo stesso tempo il peso e la bellezza. Secondo Francesco lo spirito giusto per stare all’interno di una cooperativa come la nostra è quello di rimanere sempre al passo con i tempi e con le nuove sfide che il contesto sociale ci pone; quindi, alla domanda su cosa cambierebbe della sua situazione attuale, risponde in maniera affermativa che è necessario rinnovarsi, innovarsi ed evolversi. Più precisamente cita la relazione con il territorio come am-
bito in cui a suo parere risulta più importante imporre una svolta; gli piacerebbe, infatti, che comunità fraternità riuscisse sempre di più ad essere parte integrante e viva nel contesto in cui risiede così come era in passato. Quando gli chiedo una previsione del suo futuro, mi risponde che fatica a vedersi tra vent’anni, soprattutto se pensa a come si vedeva nel futuro vent’anni fa: nulla di tutto quello che pensava si è dimostrato reale! Se però pensa in generale al suo avvenire, si vede sempre più attivo nel contesto della cooperazione sociale e, spera, sempre più efficace sia nei rapporti con l’utenza sia nei rapporti con la struttura cooperativa. Come chiosa alla nostra chiacchierata, chiedo anche a lui di associare un’immagine istantanea alla nostra Cooperativa e lui, utilizzando una metafora magari azzardata e che può far sorridere, risponde la cattedrale della Sagrada Familia a Barcellona: come forse tutti già sanno si tratta di una cattedrale molto bella e particolare progettata dall’architetto Gaudì la cui costruzione è ancora incompiuta nonostante siano passati ormai 144 anni dalla posa della prima pietra e 100 anni dalla morte di Gaudì stesso. La nostra cooperativa, spiega, è nata dalla mente dei suoi fondatori ormai parecchi anni fa e nonostante le difficoltà è ancora in piedi e ancora in costruzione; il progetto iniziale può anche essere cambiato nel corso degli anni e può anche avere subito dei rallentamenti ma la struttura procede per forza di cose ancora su quelle fondamenta. L’incompiutezza, quindi, non è da vedersi come uno svantaggio ma bensì come uno stimolo per tutti i soci che devono sapere che il loro contributo può far procedere in un senso o nell’altro un progetto sempre aperto come quello della nostra cooperativa. Inutile dire che concordo pienamente con questa visione della nostra cooperativa che è una realtà in continuo movimento nutrita dall’impegno, dalla professionalità, dalla creatività dei singoli soci che la compongono e che, come Francesco che ne è anche un consigliere in CDA, ne sono custodi e responsabili.
Cristian è il responsabile del Polo di Via Trepola e la sua avventura in Fraternità inizia nel lontano 2006. Arriva nella struttura per pazienti in Doppia Diagnosi per svolgere il tirocinio post-lauream come psicologo. Questa collaborazione si concretizza l’anno dopo in un’assunzione come operatore vero e proprio all’interno dell’equipe curante. Dopo un paio di anni si sposta nel Servizio per le dipendenze “Il Frassino” (all’epoca a Camignone) e lì comincia insieme ai nuovi colleghi un vero e proprio processo di costruzione della Comunità che mettono in piedi praticamente da zero. Negli anni ha collaborato con tanti Servizi della cooperativa in veste di psicologo, supervisore e formatore diventando così una figura trasversale e riconosciuta. Il suo percorso qui è stato intenso e “movimentato” sia a livello operativo che a livello affettivo; in particolare ricorda il distacco doloroso dai colleghi della “Doppia”, tanto che per un po' di tempo ha fatto fatica a entrare fisicamente nella grande casa di Via Trepola. Ora, col senno di poi, è invece contento delle sue “migrazioni” perché gli hanno consentito di avere una visione globale della Cooperativa come insieme più ampio rispetto al singolo servizio di appartenenza. In questo momento la sua percezione del “NOI “a livello lavorativo è sicuramente più completa avendo avuto la fortuna di rivestire ruoli con peculiarità diverse e di entrare a contatto con molte più persone all’interno della Cooperativa. Proprio per questo, mi racconta di credere fermamente nella collaborazione e interdipendenza dei vari servizi, perché questo contribuisce a creare un clima di consapevolezza e un senso di appartenenza più radicato nelle figure che, a vario titolo, danno il loro contributo nella complessa realtà di Fraternità. Quando mi parla dei mille ricordi legati alla Cooperativa , il tono della sua voce e lo sguardo acquistano una luce inedita e scatta quella scintilla tipica di chi sta ripercorrendo episodi del passato che lo hanno toccato, emozionato e arricchito ; mi parla della creazione della Comunità “Il Frassino” dal nulla , della stesura con i colleghi del regolamento , dei turni di notte trascorsi a contenere un paziente scompensato , del concerto dei Queen al Forum di Assago insieme ad un utente nel cui percorso di recupero aveva investito gran parte delle sue energie ; ricorda le vacanze a Carvanno e a Forte Carriola come un momento emozionante e ricco di significato perché , in quell’occasione , si potevano in qualche modo “accorciare le distanze” tra operatori e utenti in un contesto più rilassato e ludico in cui dare spazio al lato più “umano” del nostro lavoro. Oggi Cristian è, come dice lui, “rientrato alla base” e vive con intensità il suo ritorno in Doppia Diagnosi dato che ha anche ritrovato alcuni dei suoi vecchi colleghi. E proprio sui colleghi punta per orientare al meglio il suo intervento; crede fermamente nella forza dell’equipe come strumento di dialogo, confronto, supporto e condivisione per
il raggiungimento di obiettivi comuni. In questo preciso momento storico, ritiene sia fondamentale stringersi in una dimensione che ci faccia sentire uniti, sostenuti e gratificati e che sia fondamentale riconoscere lo sforzo del “singolo” per poter mantenere viva la motivazione di tutti e continuare, così, la nostra opera di aiuto e sostegno delle persone più fragili. Quando gli chiedo di condividere un’immagine a cui associare la Cooperativa mi dice “Beppe Bergamini” ma aggiunge anche che il nostro fondatore ha bisogno sia di essere traghettato nel futuro sia di essere ricordato maggiormente nel suo passato per fare in modo che anche i nuovi assunti abbiano la possibilità di conoscere la sua opera e il suo grandissimo contributo nel sociale. A questo ricordo romantico e riconoscente aggiunge l’immagine dei murales, degli striscioni, delle bandiere che i ragazzi della Doppia Diagnosi hanno creato nel periodo del lockdown come augurio e speranza in un futuro migliore. La chiacchierata si conclude così e io me ne vado con tante risposte e riflessioni ma, soprattutto, con tante domande… quelle che le condivisioni con un specialista esperto, consapevole e motivato come è Cristian suscitano inevitabilmente; quelle necessarie a mettersi in discussione, a interrogarsi sempre sul proprio operato e a non pensare mai di avere la ragione o la verità in tasca; quelle che ti fanno crescere e migliorare come persona e come professionista.
Marco è il responsabile operativo del servizio Laboratori “Tecnica 38”. È arrivato in Fraternità a Novembre 2018 quando ha gestito un corso di pittura e tinteggiatura per gli utenti di alcune delle nostre strutture. Data la sua competenza e capacità e viste le esigenze di rinnovo di alcuni locali di Comunità Fraternità, l’esperienza del corso si è concretizzata nella costituzione di un gruppo di utenti che, coordinati da lui, ha svolto lavori di tinteggiatura per conto della nostra Cooperativa. La collaborazione di Marco è poi proseguita in veste di manutentore e, nel giro di poco, essendosi liberato un posto come maestro di lavoro in Tecnica 38, è venuto naturale proporgli un contratto prima di un paio di mesi e poi definitivamente a tempo indeterminato. L’entusiasmo e le competenze maturate in anni di lavoro in campo edile hanno fatto il resto e ora il nostro Marco è colui che coordina l’attività dei ragazzi all’interno dei laboratori e che gestisce i rapporti commerciali con le ditte titolari delle commesse su cui lavoriamo ogni giorno. Non è un compito meramente organizzativo il suo; sicuramente per adempierlo al meglio bisogna avere occhio per i tempi e per le modalità di esecuzione ma ci vuole anche una discreta dose di umanità, di apertura, di slancio verso l’altro per poterlo accompagnare in un’esperienza che possa essere, oltre che un’attività occupazionale, anche un’occasione di rilancio personale e di sperimentazione dal punto di vista lavorativo.
e alle decisioni della Cooperativa. Dalle sue parole si coglie distintamente la soddisfazione e l’appagamento che Marco prova tutti i giorni nello svolgere il suo compito; mi colpisce quando dice testualmente: “erano anni che non andavo al lavoro così sereno”. Sono sensazioni che mi trasmette nettamente e che riesce a farmi percepire in modo autentico, così come autentici sono la sua motivazione e la sua incredibile voglia di fare; Marco è un vulcano di idee, ha in mente tanti progetti da proporre ai nostri ragazzi per dar loro la possibilità di dare libero sfogo alla propria creatività; per questo, si sta interessando al progetto di allestire una fungaia in modo da poter offrire ai ragazzi l’opportunità di creare qualcosa dal nulla; qualcosa che va curato nei suoi bisogni, controllato nella sua crescita, difeso dalle intemperie e, alla fine, lasciato sbocciare in tutta la sua vitalità. È la natura la sua fonte d’ispirazione primaria, è la natura che mi propone come immagine riassuntiva della sua esperienza in Comunità Fraternità e come teatro principale delle attività dei nostri utenti… La natura con la sua potenza creativa e riabilitativa al tempo stesso perché in grado di stimolare e veicolare al meglio le potenzialità di chiunque.
In questo ruolo Marco si trova proprio bene perché questa per lui è un’opportunità di crescita personale oltre che professionale e perché il fatto di insegnare ai ragazzi delle nostre strutture parte delle sue competenze, di affiancarli e motivarli in un’esperienza che li faccia mettere in gioco attivamente appaga il suo desiderio di darsi da fare e di rendersi utile. Questa attitudine all’altro ha sempre fatto parte di Marco; già dopo lo svolgimento del Servizio militare, si è avvicinato a realtà solidali con cui ha portato avanti progetti di volontariato molto significativi come l’esperienza in un orfanotrofio in Romania o la costruzione di servizi igienici adeguati per studenti fuori sede in una scuola del Burkina Faso. Quello che mi colpisce del mio collega sono la serenità e l’entusiasmo con cui mi descrive i suoi compiti all’interno della Cooperativa e la gratitudine per avergli dato l’opportunità di dare il suo contributo.
Marco è un ragazzo schietto, pratico e volenteroso e forse proprio per questo ha deciso qualche mese fa di proporsi come consigliere del CDA diventandolo poi grazie ai numerosi voti ricevuti. La sua candidatura è nata dalla voglia di comprendere al meglio la realtà per cui lavora e di entrare nelle sue dinamiche oltre che dal desiderio di contribuire alla sua crescita e alla sua salvaguardia attraverso la partecipazione attiva alle scelte
Da qualche giorno a questa parte, subito dopo aver chiacchierato con Marco, una sensazione nuova e frizzante mi accompagna al lavoro: una sorta di energia vitale, di voglia di fare, di intraprendenza costruttiva che forse avevo un po' lasciato andare e che, invece, deve rimanere alla base del lavoro di chi opera in realtà come la nostra perché ne rappresenta la linfa vitale, la scintilla indispensabile che fa accendere i motori e girare gli ingranaggi di questo meccanismo complesso e articolato che si chiama cooperazione sociale.
Fabrizio e Fabrizia sono i referenti del gruppo di teatroterapia che, da qualche anno, la Cooperativa offre agli utenti dei vari servizi. Arrivano nella realtà di Fraternità su invito di Sonia Pedretti e Elena Gallinari che già conoscevano i lavori da loro svolti sul territorio della Val Trompia. Proprio sulla falsariga di quelle opere è partito il primo progetto con i ragazzi della cascina Cattafame a da lì a Comunità Fraternità il passo è stato breve come si suol dire. Il tema proposto quest’anno ai ragazzi che hanno deciso di partecipare al laboratorio di teatro-terapia è stato l’attesa. Il metodo di conduzione del lavoro consta di passaggi precisi e ben definiti: si parte sempre con una “chiacchierata” sull’argomento individuato per cominciare a costruire il gruppo sulla base anche delle considerazioni dei singoli partecipanti. Tendenzialmente si inizia dalle esperienze personali condivise che vanno, poi, coniugate e declinate con specifiche competenze quali l’uso dello spazio o la tecnica del teatro dell’improvvisazione.
all’interno di una serra. Fabrizio e Fabrizia rivedono l’entusiasmo dei ragazzi quasi increduli all’idea di poter recitare in uno spazio anomalo, inconsueto e privo di distanza tra palco e pubblico e in loro si consolida la convinzione che il teatro , grazie alla sua intrinseca potenza espressiva, possa essere fatto ovunque , anche in aree dismesse, industriali, agricole che all’apparenza non sembrano adatte a questo genere di esperienza ma che possono diventare comunque la location ideale se c’è un messaggio valido da veicolare e condividere. Ancora si emozionano ripensando alla soddisfazione degli attori che prima di questo percorso pensavano di non riuscire ad esprimere nulla di sé e invece alla fine, grazie al supporto e al sostegno del gruppo, hanno potuto esclamare: “ hai visto? Ce l’ho fatta!!!!”. Quando chiedo loro di associare alla nostra Cooperativa un’immagine istantanea Fabrizio mi risponde la campagna come luogo a cui ritornare e Fabrizia, invece, la spiaggia come luogo in cui sentirsi liberi di fare tutto: camminare a piedi nudi sulla sabbia, ascoltare il mare e lasciare andare i propri pensieri.
Ci si avvale anche di strumenti tecnologici per scrivere, registrare o filmare perché non c’è un copione prestabilito ma tutto è frutto della condivisione istantanea dei protagonisti. Si arriva, così, alla stesura di una traccia che poi si legge o recita ma che può prendere vita anche attraverso l’espressione corporea traducendosi in danze o coreografie partecipate. Il lavoro è sicuramente condotto secondo i dettami di tecniche e competenze ben precise e codificato da esercizi strutturati che consentono di non agire nel caos più totale ma, al contempo, di esprimersi nella libertà più assoluta perché l’obiettivo principale di questo laboratorio è sicuramente la creazione di uno status di benessere. Coloro che partecipano a questa attività devono essere sereni nell’affrontarla; non ci sono obiettivi da raggiungere, prestazioni competitive da attuare, tutto si deve svolgere nel più completo “relax” in modo da non creare stress o ansie in coloro i quali decidono di vivere questa esperienza. Proprio questa serenità e la consapevolezza di essere tutelati nelle loro fragilità probabilmente hanno stimolato i ragazzi a mettersi in gioco e a provare a superare i propri limiti, non tanto per ingaggiare una gara con gli altri quanto più per sperimentarsi in una sfida con sé stessi che, in alcuni casi, ha portato al raggiungimento di traguardi del tutto inaspettati; nella mente di Fabrizio, per esempio, è vivo il ricordo di pazienti quasi catatonici che, alla fine del percorso, ballavano o cantavano riuscendo, così, ad esprimere quelle emozioni che per tanto tempo avevano blindato in loro stessi. Il ricordo più vivo rispetto all’esperienza vissuta in Comunità Fraternità è legato all’ultimo spettacolo allestito a conclusione del percorso di teatro-terapia di quest’anno e inscenato
Inutile dire che l’incontro, seppur telefonico, con Fabrizio e Fabrizia mi ha “aperto un mondo” e mi ha ricordato quanto importante sia lasciare che i ragazzi si esprimano attraverso il canale comunicativo a loro più congeniale e quanto bello sia vederli, alla fine di un percorso in cui in qualche modo si acquisisce una maggiore consapevolezza di sé, più leggeri e sollevati e, soprattutto, fieri di essersi messi in gioco e, a modo loro, di aver vinto.
nati dalle riflessioni personali dei ragazzi e da ciò che hanno voluto condividere in merito. Resho ha collaborato con noi quest’estate durante l’esperienza del Grest allestita presso Tecnica 38 e Spazio Off; un’attività aperta al territorio e non solo ad un’utenza “tecnica” con caratteristiche e problematiche ben definite. Il laboratorio si è articolato su diversi ambiti d’azione quali l’arte-terapia, il teatro, un progetto sui videogiochi e uno sulla musica Rap. Proprio di quest’ultimo aspetto era referente il nostro Resho. Il suo ambito di competenza si è articolato in 10 ore e ha interessato 3 utenti della Cascina Cattafame e alcuni ragazzi esterni. La proposta era quella di scrivere insieme un testo Rap. In questo senso, Resho non si è posto come mero “insegnante” ma come mediatore che potesse conciliare le idee dei ragazzi con le effettive tecniche necessarie per la costruzione di un testo tipico di questo genere musicale. L’obiettivo non era formare nuovi rapper, ma semplicemente costruire una canzone insieme a ragazzi di svariate provenienze. In questo processo creativo il suo contributo è stato ovviamente più specialistico (Tempi, metrica, strumentazione specifica) mentre ai ragazzi è toccata la parte più “estrosa”, quella, cioè, relativa al testo. Il tema era già assegnato in modo da poter orientare verso una direzione precisa il lavoro fin da subito. Il primo passo è stato una sorta di brainstorming in cui, senza una censura iniziale, i ragazzi hanno condiviso in modo più o meno colorito le loro idee e considerazioni sul tema; solo in un secondo momento, riflettendo sulla destinazione del prodotto finale, si è proceduto con una “limatura” del testo consapevolmente attuata dai ragazzi stessi. Il risultato di questa condivisione si è concretizzato in due canzoni: una nata dal lavoro dei ragazzi del territorio che hanno frequentato il laboratorio a Spazio Off e una scaturita dalla collaborazione degli utenti della cascina Cattafame che si sono incontrati in Tecnica 38. È stato interessante osservare la diversità sostanziale dei due approcci utilizzati dai ragazzi: il primo di natura più “leggera” e adolescenziale; il secondo più sentito e serio. Il progetto è quello di concretizzare il lavoro dei partecipanti registrando effettivamente su chiavetta le canzoni da distribuire, per esempio, ai soci della Cooperativa. Ovviamente il testo della canzone doveva prendere vita e, per fare questo, gli utenti si sono cimentati nella sua esecuzione cantandolo e rappandolo in prima persona. Nella sua osservazione partecipata, Resho ha potuto notare che le condizioni di lavoro ottimali si sono concretizzate in gruppi meno affollati dove anche il numero maggiore di ore ha consentito la creazione di un insieme di ragazzi più affiatato e di una riflessione più consapevole sulle tematiche individuate. Sotto un certo punto di vista il testo, che doveva rispettare parametri ben definiti quali la scrittura in rima, è stato “imbeccato” ma i contenuti e il messaggio da veicolare sono
Sicuramente in questo percorso ci sono stati aneddoti che Resho ricorda in modo particolare e che si rifanno soprattutto alle dinamiche relazionali instaurate sia con lui sia tra i partecipanti ; una in particolare riguarda il cambiamento del rapporto con un ragazzo un po' esuberante per così dire; il classico “spaccone” prevaricatore che , dopo un bello scontro con lui , ha cambiato decisamente atteggiamento diventando meno ostile e più collaborativo tanto da intrattenersi a giocare con un ragazzo autistico del suo gruppo alla fine dell’attività. Concludo la chiacchierata chiedendo di associare un’immagine alla nostra Cooperativa; la sua risposta è “un albero” principalmente per le ramificazioni della sua chioma che, in qualche modo, si concretizzano anche all’interno di una realtà cooperativa come la nostra.
Apprezzo particolarmente questa metafora perché, pensando alla età dei partecipanti di questa iniziativa, anche a me viene spontanea l’immagine di giovani alberi in crescita pronti a dare il loro contributo creativo e produttivo nella società; non sempre si farà in tempo a cogliere i loro frutti, a volte, invece, li troveremo ancora acerbi ma saranno in ogni caso vitali e preziosi perché espressione delle loro peculiarità e della loro speciale unicità.
Angelo è un utente “storico” di Comunità Fraternità. Mi racconta di esservi arrivato 40 anni fa, quando ancora le attuali strutture e comunità non erano nemmeno in previsione. Gli chiedo di descrivermi come trascorre il suo tempo, ma lui comincia subito a raccontarmi dei ricordi vissuti con Beppe Bergamini e Giovanni Borghetti, in particolare di quando hanno vinto il premio “Bulloni” nel 1976 per il loro impegno nel sociale. Rivive quel momento con grande partecipazione e, nonostante sia evidentemente stanco e affaticato nel ripercorrere episodi del passato, ci tiene a descrivermelo nel modo più completo possibile e a sottolinearmi più volte che lui era presente in quell’occasione, che lui era lì a condividere la gioia di Beppe e Giovanni e a testimoniare il loro slancio di solidarietà e accoglienza verso i più bisognosi. Mi racconta poi delle uscite in montagna con il suo educatore Fulvio, delle camminate in salita, delle gambe pesanti, di quelle stradine sterrate che sembravano non finire mai ma anche della soddisfazione provata una volta in cima, una volta raggiunta la vetta insieme agli altri utenti in un percorso difficile e impegnativo ma sempre affrontato col sostegno e l’incoraggiamento degli operatori. Mi cita le gite di Pertica Alta, di Ponte di Legno, di Montisola , del Mortirolo associandole anche alle tappe del Giro d’Italia , una passione che lo accompagna da sempre e che per un attimo accende il suo sguardo quasi quanto i ricordi legati ai suoi amici Beppe e Giovanni.
Sostiene che il più grande ciclista di tutti i tempi sia stato Merx, ma che in realtà lui ha sempre tifato per Gimondi. Saltando di palo in frasca, mi racconta della sua esperienza lavorativa nel “Verde” durata circa 20 anni e mi descrive minuziosamente il lavoro che gli veniva assegnato e che lui ha sempre cercato di svolgere con impegno e precisione, in particolare l’aspirazione delle foglie. Oggi Angelo vive nella Comunità “Casa dell’Arcobaleno” dove si occupa di pulire le griglie delle finestre 3 volte alla settimana; è molto fiero della sua attività perché, in questo periodo in cui il livello di attenzione all’igiene e alla pulizia degli ambienti deve essere massimo, sa di avere una grande responsabilità per il bene e la tutela degli operatori e degli ospiti della Comunità. Chiudo il nostro colloquio chiedendogli quale immagine gli viene in mente parlando di Fraternità e lui mi risponde subito “Una casa”. Non credo sia necessario aggiungere altro, se non l’emozione che ho provato ascoltando i ricordi di un uomo sicuramene stanco, affaticato e indurito dalla vita ma ancora capace a modo suo di raccontarsi e di condividere il suo percorso con l’umiltà e la riconoscenza di chi ne ha viste e passate tante ma è poi approdato in un “porto sicuro” dove poter buttare l’ancora e, come dice lui , sentirsi finalmente “a casa”. Cogliamo l’occasione per augurare ad Angelo un buon compleanno; il Primo Ottobre, infatti, ha compiuto 60 anni… un traguardo importante che siamo felici abbia raggiunto insieme a noi.
me un riparo sicuro, come una “cuccia” accogliente in cui ritirarsi a fine giornata. Augusto è un utente “storico” di Comunità Fraternità. È un signore alto e slanciato, sorridente e con un garbo innato declinato appieno nei suoi modi gentili. Nel 2002 è arrivato in Doppia Diagnosi dove è rimasto un anno, poi si è trasferito al Frassino per altri 6 e, infine, è approdato agli appartamenti protetti di Via Trepola a Ospitaletto dove risiede tuttora.
Quando gli chiedo di associare la Cooperativa ad un’immagine mi parla della colazione al “Primo bar” con Giorgio, un ragazzo esterno all’ambiente di Fraternità, che probabilmente lavorava nei pressi di Via Della Tecnica e che lo aspettava sempre per prendere il caffè insieme e fare due chiacchiere prima di iniziare le rispettive giornate.
Mi descrive con precisione e dovizia di particolari la sua giornata che si divide tra la gestione delle faccende domestiche e la partecipazione al laboratorio occupazionale interno. Ci tiene a sottolineare che bisogna trattare la casa affidata con rispetto e, per questo, è necessario impegnarsi nei turni di pulizia che esegue puntualmente insieme ai suoi 3 coinquilini. Una volta assolti i suoi compiti, si concede passeggiate e pedalate in bicicletta e, un paio di volte alla settimana, l’acquisto di un quotidiano per mantenersi sempre informato. Per anni Augusto ha lavorato presso la Cooperativa “Fraternità Servizi” e poi alla Secoop come addetto allo smistamento della posta. Si è sempre trovato bene perché il lavoro gli piaceva e i colleghi erano molto accoglienti, tanto che ha mantenuto con loro dei buoni rapporti e ancora adesso li passa a trovare per un saluto. Molti sono i ricordi che lo legano alla “Fraternità”, in particolare le vacanze al mare a Pinarella di Cervia. Di quell’esperienza descrive la serenità delle giornate scandite dalla preparazione del pranzo al sacco da consumare poi al fresco della pineta, dal caffè al bar del “Bagno Tino”, dalle partite a briscola e dalle passeggiate serali nel centro del Paese. Ricorda la cena offerta dalla comunità a conclusione della vacanza nel bellissimo ristorante “Artusi” e sottolinea il rapporto speciale con la sua operatrice Alberta che lo conosce e lo accompagna da tanti anni nel suo percorso. Mi cita altri episodi che gli sono rimasti nel cuore: quella volta che la suora dell’istituto dove erano alloggiati ha preparato la pizza per tutti e loro, per sdebitarsi, hanno comprato il gelato o quel weekend a Cervia in occasione della “Festa degli aquiloni” dove tutti rimanevano col naso all’insù a contemplare il cielo pieno di colori; e ancora la gita a Ravenna a visitare la tomba di Dante o quella a Urbino o quella nei Borghi storici delle colline circostanti. Nel raccontare questi aneddoti è estremamente pacato e garbato e usa lo stesso tono gentile per descrivere la sua quotidianità parlandomi delle uscite del weekend alla “melonera” di Montichiari o al chiosco del parco “Ducos” con il suo educatore Carlo. Pare tranquillo e sereno e, dalle sue parole, traspare un senso di calma e riconoscenza per la Cooperativa che lui sente co-
Augusto conclude la chiacchierata ringraziando la Cooperativa che per lui ha fatto molto e che, come dicevamo prima, percepisce come la sua casa. Io, invece, concludo questa testimonianza con una piacevole sensazione, con quel gradevole sentore che si prova quando ci si confronta con persone gentili, cordiali e pacate come Augusto. A lui va il mio ringraziamento per la disponibilità con cui ha accettato di raccontarsi e l’augurio di tutta la Cooperativo per il suo imminente compleanno: il 23 Ottobre, infatti , Augusto compirà 70 anni e noi siamo davvero felici di festeggiare insieme a lui il raggiungimento di un traguardo così significativo.
riprendere questa sana abitudine.
Porzia è un’utente del Centro Diurno “Borghetti” di Via Trepola a Ospitaletto. Ha accettato di farci dono della sua testimonianza e si è lasciata intervistare dalla sua educatrice rispondendo ad alcune domande che riguardano la sua esperienza qui in Fraternità.
Ci racconta di essere approdata ai nostri Servizi su consiglio di un conoscente in un momento di difficoltà sua personale in cui non riusciva a prendersi cura di sé in maniera adeguata e in cui anche i suoi familiari faticavano a seguirla nella gestione della sua salute sia a livello pratico che “farmacologico”. Per questo ha iniziato a frequentare il centro diurno dove si reca abitualmente e dove svolge una serie di attività che le riempiono la giornata e le danno la possibilità di mantenersi “in movimento”, nel senso letterale del termine visto che una delle iniziative che apprezza di più è proprio la piscina.
Sono tante le proposte a cui Porzia aderiva prima della pandemia; in particolare le piaceva partecipare al laboratorio di arte perché poteva disegnare e utilizzare la carta carbone per replicare le sue creazioni pittoriche e in cui ha dimostrato sempre buone capacità visto che la maestra l’ha sempre rinforzata e gratificata; apprezzava molto anche il laboratorio di cucina e il gruppo relazionale con lo psicologo, oltre che le gite e il cineforum.
Tra i suoi ricordi più belli ci sono le vacanze al mare con il centro a Pinarella di Cervia perché si facevano brevi passeggiate, si mangiava tutti insieme e, dulcis in fundo, c’era la televisione in camera. Tra le cose che cambierebbe, invece, cita la lunghezza delle camminate perché, dopo un po', le fanno male le gambe. Quando le chiediamo di immaginarsi tra qualche anno risponde che si vede a casa sua, assistita da qualcuno che la aiuti nella gestione delle faccende domestiche e visitata spesso dalla sua educatrice e, per completare la descrizione, aggiunge che si immagina vecchia e con il bastone. L’intervista si conclude così, con la sua previsione del futuro e senza nessuna immaginare da associare alla nostra cooperativa forse perché Porzia vive nel concreto, nel qui ed ora, nella praticità di tutti i giorni che trascorre con i suoi tempi e le sue abitudini in un contesto familiare che la accoglie e la rassicura.
Erghin è uno degli utenti “giovani” delle nostre strutture. Di anni ne ha 20 e da un paio vive nella comunità per pazienti psichiatrici “Casa dell’Arcobaleno” di Ospitaletto. Ha un trascorso complicato, arriva in Comunità a soli 3 anni insieme alla mamma in gravi difficoltà economiche per la morte prematura del padre.
Purtroppo l’emergenza COVID ha determinato la sospensione temporanea di attività come questa, ma Porzia spera che la situazione possa normalizzarsi al più presto in modo da poter
Rimane alle “Poverelle” di Capriolo per un bel po', poi sperimenta due esperienze di affido che purtroppo falliscono e lo riportano in varie strutture di accoglienza. Gira per un po' in varie comunità alloggio, poi arriva alla “Raggio di Sole” di Ome dove rimane fino ai 18 anni. Racconta che il primo anno di permanenza lì è stato molto duro; ovviamente, dopo aver sperimentato una forma di accoglienza in famiglia che sembrava potesse durare, rientrare in un contesto comunitario con regole, orari e attività da rispettare insieme a tanti altri ragazzi non è affatto facile. Erghin, però, si è impegnato e alla fine è riuscito a crearsi una dimensione serena al suo interno grazie anche alla figura del responsabile Mauro che per lui è diventato un punto di riferimento. Nel tempo ha guadagnato il ruolo di “utente saggio” perché spesso si poneva come intermediario tra l’equipe di educatori
e gli altri ragazzi che lo riconoscevano e riponevano in lui la loro fiducia; era un po' il portavoce del gruppo degli utenti e, al tempo stesso, quello che li faceva ragionare quando gli animi si scaldavano in preda alle tempeste e agli impeti dell’adolescenza. Compiuti i 18 anni, si è dovuto nuovamente trasferire perché la “Raggio di Sole” è una struttura di neuropsichiatria infantile ed è quindi approdato alla “Casa dell’Arcobaleno” di Ospitaletto.
Un nuovo inizio, quindi, l’ennesimo trasloco in un ambiente sconosciuto e del tutto diverso da quelli precedenti soprattutto perché qui “sono tutti grandi” come dice testualmente lui. Questa, infatti, è stata la difficoltà iniziale per Erghin: doversi adattare ad un gruppo di persone adulte con abitudini e bisogni molto differenti dai suoi e dover imparare ancora a fidarsi e affidarsi a nuovi operatori , sconosciuti e , per ovvi motivi , con un approccio molto diverso dall’equipe di Ome. I primi tempi lo hanno nuovamente messo alla prova, ma anche qui Erghin ha saputo mettersi in gioco e ha trovato una sua dimensione e un suo equilibrio anche grazie alle numerose attività che svolge quasi ogni giorno: Dal Lunedì al Giovedì partecipa al laboratorio occupazionale della Cooperativa, si aggrega sempre alle gite in montagna organizzate dal Centro diurno e, ogni Venerdì sera, si reca al “Borghetti” per mangiare una pizza in compagnia e parlare di calcio con l’educatore Carlo. Proprio il calcio, il rugby e lo sport in generale rappresentano per lui una grande passione. In questo ambito (e in quello del rugby) si è dato molto da fare partecipando a diversi stage in Trentino in veste di allenatore di bambini. Proprio ad uno di questi “ritiri” associa uno dei suoi ricordi più belli, quando, cioè, partecipando ad una batteria di test sportivi organizzati da un gruppo di rugbisti inglesi è risultato il migliore su 80 candidati e ha vinto la bellissima felpa della squadra di rugby inglese.
Tra i suoi progetti futuri c’è quello di prendere la patente e trovare lavoro, magari come maestro d’asilo o pizzaiolo perché gli piace molto cucinare e stare in mezzo ai bambini. Quando gli chiedo cosa cambierebbe della sua situazione, mi dice subito che, tornando indietro nel tempo, non accetterebbe più di andare in affido in famiglia perché in quell’esperienza non ha potuto essere realmente sé stesso, ma ha provato a diventare come gli altri volevano che fosse. Oggi si dice sereno e, a quaranta anni, si immagina fuori dalla Comunità, con un lavoro stabile e magari anche innamorato di una bella ragazza. Con la Comunità ha vissuto molti bei momenti e, in particolare, cita l’esperienza del torneo di calcio svolto nella comunità di recupero “Pinocchio” perché in quell’occasione ha avuto la possibilità di conoscere anche utenti di altre strutture con cui ha potuto condividere la passione del pallone e confrontarsi. Ricorda con affetto alcuni dei richiedenti asilo che erano in squadra con lui perché da loro si è sentito accolto e non giudicato, perché non hanno mai guardato i suoi difetti, ma anzi lo hanno sempre salutato con un sorriso grande e spontaneo. Alla fine di questa chiacchierata non posso che essere estremamente riconoscente a Erghin per il tempo che ha voluto dedicarmi, per la spontaneità con cui ha risposto a domande sicuramente scomode e per la gentilezza con cui si è approcciato a questa intervista. Quando qualcuno ti rende partecipe della sua testimonianza, dei suoi ricordi anche dolorosi e sceglie di condividere con te la sua esperienza ti fa un dono prezioso perché ti fa spazio, anche solo per qualche momento, nella sua vita e ti fa entrare in una dimensione privata e personale che va trattata con rispetto e delicatezza. Quindi …. Grazie Erghin, parlare con te è stato un vero privilegio.
Non è una persona loquace, non fa parte della sua esperienza rilasciare un’intervista in cui aprirsi e raccontarsi, ma si presta a questa novità con disponibilità e collaborazione. P. è una giovane mamma africana arrivata con la sua famiglia nel nostro Servizio di accoglienza a Gennaio 2019. È sposata con un ragazzo ghanese, hanno una meravigliosa bambina di 2 anni e mezzo e ora aspettano un bel maschietto che dovrebbe nascere a giorni. Ha un aspetto delicato la nostra P.: è piccolina, timida , gentile e spesso sorride per l’imbarazzo. A differenza di molti altri utenti, è cordiale, rispettosa , curiosa , desiderosa di imparare la nostra lingua e di impegnarsi in laboratori occupazionali come la sartoria. Prima della pandemia, trascorreva le sue giornate occupandosi della casa, della cura della sua piccola e frequentando la scuola di italiano e le varie attività che gli operatori le proponevano. Ha sempre accettato di buon grado le proposte del nostro Servizio perché il suo obiettivo non è mai stato quello di lasciarsi accudire in modo passivo e assistenziale ma quello di sperimentarsi in modo propositivo in un contesto diverso dal suo Paese d’origine per poter crescere e migliorarsi e, magari un giorno, poter essere autonoma.
Quando le chiedo di raccontarmi un ricordo legato alla sua permanenza nella nostra Cooperativa, mi cita il saluto alla Coordinatrice del Servizio di accoglienza perché è stato un bel momento di condivisione in cui eravamo tutti presenti a salutare una persona per lei molto significativa. Provo a chiederle come si vede tra 20 anni, ma il fatalismo tipico della sua cultura la porta a rispondermi che solo Dio può saperlo; si limita, quindi, a condividere la sua speranza, quella, cioè, di trovarsi in “A good place” insieme alla sua famiglia in salute e serenità. Anche lei pensa ad una grande casa quando provo a farle associare la Cooperativa ad un’immagine; la sua, però, non è una casa convenzionale, ma una grande struttura che accoglie persone diverse e le sostiene in un momento difficile della loro vita. Non sarà una metafora originale la sua, ma sicuramente rispecchia le priorità di una giovane mamma dolce e responsabile alle prese con la ri-costruzione di una vita dignitosa per sé e per la sua famiglia e che, altro non può partire, che dalle fondamenta di una casa solida e accogliente.
tando tutta la Fraternità.
Valerio abita nella grande “Casa” di Via Trepola da 25 anni; quando vi è arrivato aveva 32 anni e una vita un po' complicata alle spalle. Mi racconta che è stato Beppe Bergamini a proporgli di andare a vivere lì, a chiedergli di lasciarsi aiutare, a tendergli una mano e ad offrirgli un riparo sicuro dove potersi rifugiare e riprendere in mano la propria vita. Da allora, la nostra Cooperativa e la Comunità dove è situato il suo appartamento sono diventate la sua casa ed è proprio con questa consapevolezza che lui ha trascorso gli anni e ora le sue giornate, con la certezza, cioè, di trovarsi nel luogo giusto, in quel “posto nel mondo“ dove ci si sente sereni, a proprio agio e dove, soprattutto, non si ha più paura di restare soli. Valerio in questo ambiente ci sta proprio bene, ha sviluppato un fortissimo senso di appartenenza che lo ha portato a scegliere anche di diventare socio della nostra Cooperativa, quasi a cementare (se mai ce ne fosse bisogno) il rapporto prezioso e rassicurante che lo lega a “Comunità Fraternità”. Di questo posto si sente un po' il “custode perché lo ha visto crescere, arricchirsi di persone nuove, evolversi, innovarsi, rinnovarsi fino a diventare la realtà complessa e articolata di oggi. Quando ripercorre gli episodi del passato manifesta un senso di nostalgia verso la “Fraternità storica” come la chiama lui, quella di Beppe e Giovanni per intenderci, quella che non aspettava che le persone bisognose andassero a chiedere una mano ma che quelle persone se le andava a prendere direttamente dalla strada; è evidente la malinconia per una modalità di aiuto più vicina alla sua sensibilità e alla sua esperienza: Valerio è un uomo semplice, pratico, che guarda ai fatti e non alle parole o alle competenze tecniche e che , proprio alle azioni dei suoi amici Borghetti e Bergamini, è estremamente grato e riconoscente. Dalle parole di Valerio, però, si percepisce anche la consapevolezza che i tempi cambiano e, con loro, le modalità di intervento e traspare così un senso di accettazione serena verso la sua situazione e l’evoluzione della Cooperativa come realtà fatta non solo di slancio umano e solidaristico ma anche di competenze e professionalità ugualmente preziose ed efficaci.
Ed è con questa naturalezza che mi racconta come si svolgono le sue giornate divise tra smistamento dei rifiuti, chiacchierate sotto il portico e costruzione di modellini e pupazzetti custoditi gelosamente sulle mensole di camera sua. Di ricordi belli Valerio ne ha un bel po' in questo contesto, in particolare cita le vacanze estive in montagna, le partite a carte con gli operatori e i volontari e quell’anno a Montisola in cui, durante la Via crucis, ha portato la Croce rappresen-
L’immagine che associa alla nostra realtà cooperativa non è quella di una casa (come banalmente mi sarei aspettata io) ma quella di un luogo di cura in cui le persone sono accolte per “essere guarite” ma non in modo passivo e assistenziale, bensì impegnandosi davvero per il proprio recupero, facendo fatica, mettendocela tutta in prima persona per cercare di cambiare la propria situazione di difficoltà perché, come dice lui, i farmaci e gli operatori aiutano ma il vero cambiamento deve partire dalle persone interessate. La chiacchierata con questa “pietra miliare” di fraternità è stata lunga e partecipata e, come sempre mi capita quando le persone mi fanno dono della loro testimonianza, ha lasciato in me un senso di autentica riconoscenza e stupore per la genuinità e la trasparenza della sua condivisione; in particolare ringrazio Valerio per l’umiltà con cui si è descritto per quello che è: un omone grande e grosso che, senza trucchi o bluff, si è raccontato lasciandosi guidare solo da una grande onestà personale e fiducia in quella che da 25 anni è a tutti gli effetti la sua grande famiglia .
Rosaria è la sorella di Valentino, un paziente della Doppia Diagnosi rimasto con noi dall’Agosto 2013 all’Aprile 2016 quando, purtroppo, un tumore cattivo se l’è portato via. L’immagine che associa di getto alla nostra Cooperativa è quella di una grande casa con le porte e le finestre aperte e con i gerani in bella vista sui davanzali proprio perché suo fratello ha vissuto così la permanenza in Comunità, in una dimensione domestica e accogliente che l’ha sostenuto per tutta la durata del suo percorso. Per Valentino la struttura per pazienti in Comorbilità psichiatrica di Via Trepola non è stata solo un riparo, un posto letto, un tavolo a cui sedersi per il pranzo o la cena ma molto di più; ha rappresentato per lui una famiglia accogliente, attenta alle sue difficoltà e fragilità e disposta ad accompagnarlo in un percorso di recupero della sua vita e della sua dignità personale. A Rosaria Valentino ha raccontato spesso come trascorreva le sue giornate, le attività svolte e i ricordi più cari legati alle vacanze tra le montagne del Trentino e alle varie iniziative a cui ha sempre partecipato con impegno ed entusiasmo ; in particolare , il Laboratorio di fotografia e le gite relative alla ricerca di paesaggi, scorci e immagini da immortalare con l’obiettivo o il laboratorio di scrittura che ha usato spesso come canale alternativo per comunicare il suo complesso e affascinante mondo interiore. Rosaria afferma che tutto, in quei tre anni di permanenza, ha contribuito a riscattarlo come persona e a fargli ritrovare il gusto della vita perso nei sentieri tortuosi della malattia mentale. Ma non solo Valentino ha trovato accoglienza e conforto, anche la sua famiglia e, in particolare, lei come sorella hanno potuto sentirsi compresi, ascoltati e supportati da tutto lo staff della comunità. Rosaria ci ha sentito presenti, ma non invadenti; discreti ma mai disinteressati; comprensivi e attenti.
Grazie al percorso in Comunità, Rosaria ha potuto ritrovare l’affetto di suo fratello e nella sua mente rimane indelebile il messaggio che Valentino le scrisse durante una vacanza in montagna in cui testualmente le diceva: “Io sto benone…per me sei sempre un punto di riferimento “. Valentino, purtroppo, ha concluso il suo percorso per cause di forza maggiore; una malattia subdola e spietata se l’è portato via, ma anche in quell’occasione lui e la sua famiglia sono stati supportati e sostenuti dall’equipe e, nei ricordi di Rosaria, è commovente la partecipazione sentita e numerosa ai suoi funerali di operatori, utenti e volontari. In quell’occasione ci siamo stretti tutti intorno al nostro “Vale” e alla sua famiglia per salutarlo come meritava perché, in realtà, anche noi abbiamo molti grazie da rivolgere loro. Valentino ci ha dato spunti di riflessione preziosissimi sulla malattia mentale, ci ha sbalordito con le sue osservazioni acute e pungenti, ci ha divertito con la sua sagace ironia, ci ha sorpreso per la consapevolezza e l’onestà intellettuale con cui ha sempre riconosciuto la sua fragilità e ci ha , infine , commosso per l’impegno sincero con cui ha affrontato il suo percorso nel tentativo di riappropriarsi di una serenità raramente sperimentata nel corso della sua vita. La fortuna ha voluto che io conoscessi Valentino, non il caso, non la sorte, non il destino … proprio la fortuna perché averlo accompagnato nel suo cammino di recupero e riabilitazione ha rappresentato per me un autentico privilegio, un’inestimabile occasione di crescita e arricchimento professionale e, soprattutto, umana. Ricorderò sempre questo omone camuno un po' goffo e appesantito nei movimenti e il suo sorriso beffardo che, nei periodi di benessere, lo illuminava e, per un attimo, rischiarava e diradava i suoi pensieri cupi e i suoi tormenti. Non mi viene in mente nessun’altra parola per concludere questa intensa testimonianza se non quella a cui penso immediatamente tutte le volte che mi ricordo di lui e della sua famiglia … solo un grande, sincero e autentico GRAZIE.
Buongiorno a tutti oggi vi presentiamo un’attività di gruppo che svolgiamo il venerdì pomeriggio all’interno del centro diurno Raggio di Sole. L’attività è “laboratorio espressivo”, si parte da una poesia che il gruppo educatori propone al gruppo di ragazzi in base al tema scelto, e nella rielaborazione della poesia esprimono il loro pensiero, le emozioni che sentono e se si rispecchiano in base alla loro storia personale. La poesia scelta durante uno degli ultimi incontri è questa che segue. Fermati ad ammirare l'inizio di un nuovo giorno, il sole che spunta timido all'orizzonte; fermati ad ascoltare il canto degli uccelli, che felici salutano i primi raggi della giornata. Fermati ora, proprio lì dove sei e fatti baciare dal suo calore, mentre il vento ti accarezza con la sua brezza leggera e muovendo le foglie ti rivela segreti di amori lontani, sussurrati al vento e mai avverati. Fermati sotto la pioggia, non scappare e torna per un attimo bambino. Forse penseranno che sei pazzo, senza sapere che i veri folli sono loro. Fermati in riva al mare, affonda i piedi nella sabbia e ascolta il canto delle onde che dolci sussurrano al tuo cuore, mentre il sole si immerge nel profondo blu dando vita a nuovi colori. Fermati un momento e alza lo sguardo al cielo, scoprirai che oltre le luci dei lampioni c'è un cielo stellato capace di regalare infinite emozioni. Fermati un momento, non c'è bisogno di correre sempre, così ti perderai le cose belle della vita. Scoprirai che basta davvero poco per emozionarsi, devi solo fermarti. (ANONIMO) Dalla lettura sono uscite diverse riflessioni riguardanti le storie personali dei nostri ragazzi e gli stessi ragazzi hanno trovato delle similitudini con alcuni riflessioni di personaggi importanti e autori di libri.
La bellezza dell’angelo nasconde un’ala spezzata, che può essere curata, aggiustata. Con il tempo, con le esperienze della vita, la ferita può ricucirsi e l’angelo può ritornare a volare in cielo, come la polvere nell’aria. N.R.
La storia di ogni persona è come un angioletto con l’ala spezzata. S.L.
Il tempo passa, mi guardo intorno un minuto ho tutto, il mio dolore veniva esternato con bombe, con pianti, con cose che cadevano, macerie. Ho sbattuto gli occhi per un secondo e vedo grattacieli, auto, negozi, gente tranquilla; è importante come tutto cambi così velocemente, quasi come uno schiocco di dita e poi ci sono io, una persona che non si fa modificare dal tempo ma col tempo ci convive e ci lotta, rimanendo ciò che ero. M.A.
Viviamo un tempo in cui le ore contano più degli attimi, in cui un orologio è padrone delle nostre scelte, in cui il vento porta via i secondi, in cui si vale di più dei mille no, in cui il minuto non esiste e la vita ha più importanza quando è serena. G.P.
Voi occidentali avete l’ora, ma non avete il tempo. Mahatma Gandhi
Dentro un raggio di sole che entra dalla finestra talvolta vediamo la vita nell’aria. E la chiamiamo polvere. Stefano Benni
I miei genitori si sono separati quasi un anno fa. Ora litigano più che mai, ma senza ignorare l’amore che in fondo li lega, l’amore per i figli. Il loro odio e amore mi fa riflettere molto; il loro odio (anche se a volte forte) è un amore che va spolverato. Non è polvere, il loro amore è storia. N.R.
Viaggiando raccogli profumi, immagini e mezze frasi; tutto ciò sarà la tua storia. C.Y.
Questo laboratorio espressivo, ci siamo accorti, essere d’aiuto, anche se in maniera indiretta a far uscire ritagli di storia dei nostri ragazzi positivi e negativi e questo ci da modo di parlarne in gruppo in modo guidato, mediato e utilizzando anche il confronto con gli altri si possono prendere spunti per se stessi, non solo tra educatore e ragazzo ma tra ragazzo e ragazzo.
Andrea è il marito di Annalisa, la nostra responsabile dell’accoglienza. Alla luce di questa informazione risulta sicuramente scontato chiedergli come sia entrato in contatto con la nostra cooperativa ma non sono affatto scontati la disponibilità e l’entusiasmo che hanno sempre contraddistinto la sua collaborazione con noi in veste di volontario.
Per lui e per i ragazzi quelle sono state tutte occasioni di crescita e condivisione con un unico obiettivo: stare insieme e divertirsi in maniera sana. Negli ultimi mesi purtroppo a causa del coronavirus tutto questo è venuto meno ma Andrea ha fiducia in una pronta ripresa delle attività, soprattutto quelle sportive, che per lui rappresentano la vera linfa ed energia per i nostri ragazzi.
Andrea è arrivato in comunità nel 2016 con il desiderio di fare qualcosa di concreto per gli altri e, vista la passione per il pallone e la crescente necessità/desiderio da parte dei ragazzi di fare sport, si è proposto come allenatore di calcio. Da subito ha vissuto questa collaborazione come un’esperienza stimolante sia per lui che per i ragazzi che ha portato a traguardi importanti sia dal punto di vista atletico che morale ottenendo, così, un gruppo affiatato e competitivo.
L’attività di calcio, attraverso la partecipazione a tornei strutturati rivolti anche ad altre realtà, ha rappresentato un’occasione di riscatto, una chance di giocarsi le carte giuste per il futuro dopo un passato di sfortune ed errori.
Quando gli chiedo di condividere un ricordo significativo di questa esperienza, risponde che non dimenticherà mai l’immagine di un abbraccio di gruppo dopo un gol durante un torneo o le risate a crepapelle negli spogliatoi.
Inutile dire che la speranza è reciproca sia per seguitare ad offrire ai nostri ragazzi momenti di svago, di confronto, di impegno collettivo per il raggiungimento di obiettivi comuni sia per continuare la collaborazione con persone volenterose, valide, disponibili, attente all’altro e gentili come Andrea.
Concludendo la nostra chiacchierata, Andrea dice di aspettarsi un futuro ricco di iniziative, progetti e amicizia per comunità fraternità, dove ha conosciuto persone meravigliose e con le quali si augura di “camminare” ancora.
Caterina è una signora di 81 anni che, per qualche mese, ha svolto attività di volontariato presso il nostro Servizio CAS di accoglienza per richiedenti asilo. Non la incontro personalmente, la nostra è una chiacchierata telefonica e, nonostante io non la possa vedere mentre parliamo, la immagino subito con un’espressione gentile e un sorriso caloroso e rassicurante. La sua voce pacata ed entusiasta al tempo stesso mi mette subito a mio agio perché il tono che usa è quello di una persona aperta, disponibile all’incontro e al racconto di sé e predisposta a condividere e dedicare il suo tempo agli altri. Descrive la sua presenza come volontaria nel laboratorio di sartoria allestito per le ragazze africane del CAS come un’esperienza preziosa e significativa che le ha dato la possibilità di conoscere persone meravigliose e speciali. Di volontariato ne ha fatto tanto Caterina; è stata più volte in Burundi a sostegno delle comunità locali e poi, una volta rientrata in Italia, ha dedicato il suo tempo ad associazioni solidaristiche e a Case di riposo sul territorio bresciano. Ricorda con tenerezza tutte le giovani mamme africane a cui ha insegnato a cucire e, in particolare, la loro voglia di apprendere e diventare autonome. Cita il giorno in cui hanno festeggiato il compleanno della figlia di una di loro; racconta di essere andata di corsa con un’altra volontaria a comprarle la torta per poter creare un momento di condivisione e vicinanza e sembra orgogliosa nel ricordare che quel giorno a fare gli auguri alla piccolina ci fossero tante persone fra utenti, operatori e volontari. Mi riferisce che, nel giro di poco, si è sparsa la voce della sua abilità sartoriale e che spesso anche gli altri richiedenti asilo salivano da lei a chiederle aiuto per un bottone da cucire o uno strappo da rammendare, proprio come si fa con una nonna. Il filo rosso dei suoi racconti è l’entusiasmo, la vivacità, la gioia e , quando le chiedo di associare un’immagine alla sua esperienza in Comunità Fraternità mi parla di “Qualcosa che si apre al cielo e dona calore” riferendosi all’incontro con queste ragazze a cui dice di volere davvero bene; ricorda il volontariato svolto presso di noi come una bella opportunità di incontro con persone uniche e di conoscenza di storie e realtà lontane da noi; è grata e riconoscente e, soprattutto, desiderosa di ricominciare al più presto a dare il suo contributo nel mondo del sociale. Ci lasciamo con l’augurio che, una volta finito questo momento di difficoltà e paura generale, si possa tornare tutti alle proprie abitudini e alla propria normalità per poter, nel suo caso, continuare a spendersi e a donarsi a chi ne ha più bisogno.
“La TAG”
è il nome d’arte che ogni ragazzo sceglie. M. Grazia De Vita, 2008. L’idea nasce dalla “cultura del writing” che esprime la propria creatività tramite l’arte dei Graffiti lasciando il segno sul tessuto urbano, luogo d’incontro e di appartenenza. Come realizzarla? Con un percorso di arricchimento e definizione del segno a partire dallo scarabocchio. La fase di ricerca della propria TAG, incrementa il coraggio di scegliere dei ragazzi attraverso numerose prove e tentativi. L’obiettivo è: creare il segno migliore che li rappresenti, accompagnati dall’arteterapeuta che stimola l’immaginario di ognuno, in un clima accogliente e libero da giudizi. Nel laboratorio è stato realizzato a partire da timidi fogli scarabocchiati, per arrivare al disegno su pannelli personali di dimensioni mega. “La TAG” è la mia nuova firma che ha una forma nuova! Dove? In un contesto originale e creativo, dove il colore si fa strada fra macchie, righe, strappi e musica di sottofondo. Il tutto reso piacevolmente frizzante dalle dinamiche di gruppo. Le immagini parlano, alla ricerca di qualcuno che le ascolti. E leggi desideri, paure, fragilità, emozioni nascoste e una grande voglia di libertà, un bisogno impellente di uscire dagli schemi…mai così urgente come oggi. Nessun nome è da nascondere, con tutti i nomi si può giocare. Nadia Pedretti arteterapeuta
Covid in RAP Il RAP è una branca dell’hip hop ed è un genere musicale nato negli Stati Uniti negli anni settanta caratterizzato da una musica ritmica stilizzata che comunemente accompagna il rapping: un discorso ritmato e pronunciato in rima. Per gli adolescenti che hanno partecipato al laboratorio di musica ha rappresentato un viaggio verso la scoperta di sé e della propria autenticità comunicata con forza attraverso il ritmo. È stato insomma un mezzo per esprimere ciò sentivano. Riportiamo il testo che è stato messo in musica da ragazzi del territorio e della cascina Cattafame nel periodo del post Covid attraverso il lavoro da me condotto, iniziato nel mese di luglio e continuato fino a novembre. Essi esprimono la loro difficoltà di ritrovarsi nelle convenzioni e condannano atteggiamenti di perbenismo e ipocrisia. Il loro è un urlo contro il formalismo e la patina dietro la quale si nascondono molte persone ma è anche il grido di speranza di chi vuole aprire una breccia nel muro del silenzio e dell’acquiescenza. rapper Resho
QUATTRO VOLTE AL GIORNO MI PROVANO LA FEBBRE ANCHE SE VADO E TORNO MI FAN FIRMARE SEMPRE AMUCHINA SULLE MANI E IN MEZZO A TUTTE 'STE RICHIESTE VIVO AI DOMICILIARI IN MEZZO AL TEMPO DELLA PESTE BENVENUTI NELLA FABBRICA DELLE CREMAZIONI DOVE COL BIGLIETTO D'ORO INIZIANO LE EMOZIONI FEBBRE TOSSE E SPASMI DENTRO GLI OSPEDALI MORTI IN SOLITUDINE SENZA FUNERALI VIVIAMO COI FANTASMI IN MEZZO ALLA PAURA È CAMBIATA OGNI ABITUDINE DENTRO 4 MURA LA SITUAZIONE È DURA CHE VI POSSO DIRE LA PORTA È SEMPRE CHIUSA QUA SI RISCHIA DI IMPAZZIRE E ADESSO NEL PAESE DELL'INQUINAMENTO IL TEMPO PASSA LENTO NEL SIBILO DEL VENTO NESSUNO ALL'ESTERNO PARLO SOLO ALLO SCHERMO MI AFFACCIO ALLA FINESTRA SENTO SOLO IL SILENZIO ORA NEL TEMPO DEL CORONA PRIGIONI DI CEMENTO IN CUI LA GENTE NON RAGIONA MOGLI PESTATE DAL MARITO CHE BASTONA FIGLI SOTTO SHOCK ABBANDONATI DALLA SCUOLA
QUATTRO VOLTE AL GIORNO MI PROVANO LA FEBBRE ANCHE SE VADO E TORNO MI FAN FIRMARE SEMPRE AMUCHINA SULLE MANI E IN MEZZO A TUTTE 'STE RICHIESTE VIVO AI DOMICILIARI IN MEZZO AL TEMPO DELLA PESTE MOLTI SON RIMASTI SENZA SOLDI SENZA NIENTE LA GENTE È IN ALTO MARE SERVIREBBE UN SALVAGENTE CHI SALVA LA GENTE SE LO STATO NON CI ARRIVA? SIAMO ALLA DERIVA BEN LONTANI DALLA RIVA
NAVIGHIAMO A VISTA CON LA LISTA DEI DIVIETI PERCHÉ MENSILMENTE CI CAMBIANO I DECRETI MILLE FRASI FUTILI IN OGNI PROVVEDIMENTO NEL MONDO REALE DITTE IN FALLIMENTO VEDI, VEDI E STAI ATTENTO (STAI ATTENTO) NON ALLE MASCHERINE MA AL SOLE SPENTO VEDI I COLORI NEGLI OCCHI DI TUO FIGLIO VEDI L’ARCOBALENO DIVENTARE GRIGIO
BAMBINI DIVERTITI CHE FACEVANO LE PESTI AL TEMPO DELLA PESTE DISTANZIATI DAI MAESTRI CRESCERANNO CON NEL CUORE PIÙ DI UN BUCO E PER TAPPARLI TUTTI NON CI BASTERÀ LO STUCCO
QUATTRO VOLTE AL GIORNO MI PROVANO LA FEBBRE ANCHE SE VADO E TORNO MI FAN FIRMARE SEMPRE AMUCHINA SULLE MANI E IN MEZZO A TUTTE 'STE RICHIESTE VIVO AI DOMICILIARI IN MEZZO AL TEMPO DELLA PESTE ORA SÌ È CAMBIATA QUALCOSINA MA NON PENSARE CHE SIA MEGLIO DI PRIMA ESCO SOLO CON LA MASCHERINA MA CON UN PO’ DI TOSSE QUA NESSUNO SI AVVICINA POVERI DI SENTIMENTI URLAVANO LONTANO NEGRO ADESSO NON ESISTONO RAZZISTI E BUONISTI TUTTI UGUALI E TUTTI LONTANO UN METRO TUTTI UGUALI E TUTTI UGUALMENTE TRISTI CI SIAMO LAMENTATI RINCHIUSI IN QUARANTENA ORA SIAMO LIBERI, MA NE È VALSA LA PENA? SE NON CI SON LE GUARDIE MASCHERINE SOTTO IL MENTO RISALGONO I CONTAGI E DI NUOVO ISOLAMENTO PENSO AI MIEI FRATELLI CHE SCONTANO UNA PENA QUATTRO IN UNA CELLA SENZA DISTANZIAMENTO COL SOVRAFFOLLAMENTO LA PAURA SCORRE IN VENA E COME UN FIUME IN PIENA CHE LI TRAVOLGE DENTRO
I servizi “Raggio di sole” e “Piccole Pesti” hanno bisogno di una nuova casa. Ubicati entrambi sul territorio di Brescia, il primo in via Bettinzoli e il secondo in via Antica Strada Mantovana, necessitano di nuovi e più ampi spazi per offrire più opportunità ed accogliere con più efficacia bambini e adolescenti durante il loro percorso di riabilitazione educativa e terapeutica. Entrambi creati e gestiti da Fraternità Giovani, questi due servizi, collaudati e sempre più richiesti, necessitano di un nuovo spazio per poter ampliare i numeri dell’accoglienza e la qualità degli interventi proposti. Per questo motivo è nata l’idea della progettazione del nuovo Centro Polifunzionale per l’età evolutiva. Il nuovo immobile diventerebbe un punto di riferimento per la Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’ASST Spedali Civili sul territorio bresciano. Un centro così consentirebbe una più strutturata presa in carico dell’intero nucleo famigliare al fine di garantire un percorso riabilitativo del paziente in connessione con la famiglia, la scuola e il territorio in cui è inserito. La compresenza di servizi dedicati ai bambini e agli adolescenti consentirebbe la costruzione, per la prima volta, di un percorso integrato, sperimentale e continuativo.
Attualmente, Fraternità Giovani, di concerto con il Comune di Brescia, ha individuato in una porzione di stabile abbandonato in via Lucio Fiorentini il luogo adatto in cui realizzare il Centro Polifunzionale. L’operazione edilizia recupererà una porzione dell’edificio dismesso ed inutilizzato da diversi anni che necessita ora di una importante ristrutturazione.
Quest’opera riporterà a nuova vita l’edificio fatiscente e riqualificherà un’intera area nel cuore del quartiere più antico di Brescia, San Polo in località “Le case”. La nuova struttura potrà beneficiare della presenza di servizi innovativi e altamente professionali inseriti in uno stabile degli anni ’70 riprogettato secondo le linee guida dell’edilizia sostenibile. Il minor impatto ambientale, l’abbattimento delle emissioni, il recupero dell’energia naturale sono alcuni dei punti forti intorno ai quali è stato pianificato il nuovo Centro Polifunzionale. Un ulteriore aspetto che rende particolarmente significativa quest’opera di carattere sociale ed ambientale è l’apertura, in continuità con i due Centri Diurni, di ambulatori privati di Neuropsichiatria che potrebbero e vorrebbero essere di supporto ed in collaborazione con la ASST Spedali Civili di Brescia.
Con questa originale espressione, Suor Marialetizia Magoni (la suora con cui ho condiviso 20 mesi di servizio civile come obiettore di coscienza presso la Caritas Porta Aperta e i successivi 5 anni della mia prima esperienza professionale) si riferiva a certi “uomini di Dio” che si muovevano nel mondo mettendo la loro vita al servizio degli ultimi senza risparmiarsi. Tra questi nominava don Redento e Beppe Bergamini. Conobbi entrambi allora, con lei, girando tra i palazzi di San Polo in costruzione (fine anni 80) dove Beppe portava pacchi di viveri alle famiglie bisognose (soprattutto dei carcerati) e frequentando le strutture di recupero che Redento stava aprendo in tutta la provincia. Non immaginavo certo che negli anni successivi sarei stato direttamente al loro fianco, per 7 anni nelle strutture della cooperativa di Bessimo e dal 1999 in Comunità Fraternità. Redento è stato per me un maestro carismatico e non credo solo per me… Lo esprimeva anche col suo fisico possente e con la barba bianca da vecchio saggio. In 7 anni ho visto di lui varie sfaccettature del suo carattere e quello che rimaneva sempre, nei nostri diversi incontri, era la schiettezza con cui si affrontavano le questioni e il desiderio di ritrovare sempre delle soluzioni. Poteva apparire un po’ spigoloso, a volte, soprattutto quando difendeva strenuamente la dignità di tutti, quando combatteva le ingiustizie nelle forme più disparate, quando c’era da porre al centro l’uomo, la persona e non il denaro o l’interesse. Questa è la cifra degli “uomini di Dio”! Credo che sia stato per tanti anche un padre premuroso e fermo, che protegge e che indirizza e che, all’occorrenza corregge, lasciandoti libero anche di sbagliare, ma sempre “sulla porta ad aspettarti” per riaccoglierti e risollevarti.
Don Redento Con Beppe abbiamo avuto un rapporto diverso, era più schivo e silenzioso. Riuscivo a farlo aprire nei vari incontri di formazione agli operatori della cooperativa, nei quali riusciva a trasmettere entusiasmo e voglia di fare. Ma la caratura era la stessa di Redento: un amore incondizionato per gli ultimi degli ultimi. Il mio primo giorno di lavoro in Fraternità nell’attuale struttura di via Trepola, mi colpisce un libretto che trovo in giro e che conoscevo bene, scritto da Redento: “Un pensiero al giorno”, una raccolta di 365 riflessioni che giornalmente si leggevano a colazione per augurarsi una buona giornata e poi, prima di sedersi a tavola, la recita della preghiera della
serenità. E comincio ad intravedere il forte legame tra i due… Si conoscevano bene e talvolta si frequentavano, soprattutto nelle occasioni in cui Beppe si caricava in macchina qualche “disperato tossico per strada” e lo convinceva a farsi portare da Redento. Sì, perché da Redento ci andavano tutti, sapeva come attirarli e trattenerli, sapeva toccarli nel profondo. E a Beppe bastava una telefonata all’amico Redento per trovare subito un posto libero in comunità, come mi racconta la moglie Paola, che ricorda l’ultima ragazza madre accompagnata un po’ di anni fa. E a Paola vengono subito in mente altre significative analogie tra questi due uomini speciali: l’aver avuto entrambi una mamma importante e determinante nella loro formazione (e questo lo hanno raccontato più volte anche loro), l’essersi forgiati all’amore per gli altri anche attraverso le esperienze missionarie e l’essere contro corrente e decisi nel fare ogni cosa per amore.
Beppe Brescia è stata una terra fantastica in quegli anni (70 e 80) e potremmo fare i nomi di tantissimi fondatori di comunità e associazioni che in mille modi hanno, forse inconsapevolmente, tessuto trame di unità sociale che oggi ci sogniamo, intercettando i più bisognosi, ridando loro un ruolo e un valore e spingendo la politica a trovare nuove risposte e ad occuparsi delle questioni sociali. Sono gli anni in cui nascono leggi illuminanti e di riferimento ancora oggi (come la nascita del nostro sistema sanitario L. 833 del ‘78, contemporanea alla basagliana L. 180, o la successiva L. 381 del ’91 sulla nascita delle cooperative sociali. Erano anni fertilissimi, in cui il sogno di una giustizia sociale e di una dignità per tutti si concretizzavano, grazie anche alle opere di persone come Redento e Beppe che radunavano dietro di loro uno stuolo di giovani affascinati dal loro carisma e dalla loro coerenza. La forza del loro messaggio sta nella capacità di mantenere nel tempo la luce del loro sguardo, la ruvidezza delle loro mani da lavoratori, la caparbietà nel raggiungere un risultato a tutti i costi a difesa dei meno difesi. E’ un eredità pesante, che richiede passione e coraggio, che richiede scelte radicali e non accomodanti, che richiede di dimenticare se stessi per fare posto all’altro. Credo che questo, essenzialmente, siano stati Redento e Beppe e che per questo saranno andati “in paradiso con le scarpe”. Renzo Taglietti
Buon Natale a tutti i voi, in questo anno difficile e surreale che stiamo attraversando. Buon Natale alle vostre famiglie, ai vostri amici, a quanti, insieme a noi, stanno sperimentando la fatica e l’incertezza di questa pandemia. Se ci voltassimo per vedere come abbiamo fatto ad arrivare a questo Natale 2020, vedremmo che sul nostro percorso si sono incrociate due vie: quella più semplice, che a volte per pigrizia abbiamo percorso, portava a rimuginare sui limiti, sulla sfortuna e su quanto non avremmo potuto fare più; quella più difficile, ci sfidava a trovare ogni giorno nuove strade, a vedere delle possibilità, dove mai avremmo creduto che potessero esistere… Ci piace pensare che quest’anno siamo stati in tanti ad avere il coraggio di prendere la via più faticosa. Reinventare i servizi, rivedere i tempi ed i modi, preoccuparci di come proteggere la nostra salute e quella di colleghi e ospiti, interpretare norme confuse, dare coraggio a chi aveva paura, a chi è rimasto in cassa, a chi si è trovato a lavorare al posto dei colleghi malati, accettando il rischio di potersi ammalare… tutti, nella fatica, siamo stati squadra. Questo è il nostro regalo di Natale, riscoprirci ancora in piedi, nonostante tutto, ancora capaci di stupirci e di affrontare con coraggio questo tempo. Un altro dono è stato posto quest’anno sotto il nostro albero… Abbiamo toccato con mano cosa vuol dire sentirsi fragili, disorientati, confusi, colpiti nel profondo come mai avremmo potuto essere. Ci siamo guardati intorno incerti, cercando qualcuno che potesse capire il nostro dolore, rispondere alle tante domande inespresse. Abbiamo sperimentato da vicino quello che i nostri bambini, le ragazze ed i ragazzi, gli adulti che ospitiamo nei servizi vivono ogni giorno della loro vita… Un dono, che ci dà modo di essere più autentici, attenti, consapevoli del bene che quotidianamente nel nostro piccolo possiamo e dobbiamo fare, certi che è solo mettendo insieme le forze di tutti che possiamo continuare a fare la differenza. “Quante lacrime vengono versate ogni secondo nel nostro mondo; ognuna è diversa dall'altra, insieme formano un oceano di desolazione che grida misericordia, compassione e consolazione… Abbiamo bisogno di misericordia, della consolazione che viene dal Signore. Tutti ne abbiamo bisogno; è la nostra povertà ma anche la nostra grandezza: invocare la consolazione di un Dio che ci ascolta e con la sua tenerezza viene ad asciugare le lacrime sul nostro volto” Papa Francesco Giubileo straordinario della Misericordia maggio 2016 I Presidenti di Comunità Fraternità, Fraternità Giovani, Associazione Fraternità Solidale Alberto Festa, Laura Rocco, Annalisa Angoscini