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Chiesa di San Giovanni la Nazione Napoletana

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Pianta di Palermo: Matteo Fiorini 1580

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La chiesa di San Giovanni Battista la Nazione Napoletana, (questo era in passato il nome completo) occupa l’angolo nord-orientale di piazza Marina con l’attuale Corso Vittorio Emanuele. Costruita dalla Confraternita della Nazione dei Napoletani, provenienti da Cava dei Tirreni, era ospitata in precedenza nella chiesetta normanna di San Giovanni Battista al Castellammare. Nel 1527 i Rettori della Confraternita ottennero dalla Regia Gran Corte l’assegnazione di due magazzini vicino al vecchio porto della Cala per costruirvi la loro nuova chiesa, che fu eretta lentamente fino al 1617. In seguito al prolungamento del Cassaro nel 1581, il portico e parte della struttura muraria vennero smussati e il piano di accesso della chiesa, per la rettifica della livelletta stradale, si venne a trovare a una quota molto più alta dell’impianto originario. Fu necessario quindi modificare anche

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la parte iniziale delle navate che oggi si presentano con gli angoli smussati. Nella parete d’ingresso sono addossate due scale, oggi non più praticabili, che conducevano alla cantoria e alla sala, sopra il loggiato d’ingresso, che conserva un pregevole soffitto ligneo a cassettoni dipinti. Nel corso del XVIII secolo la chiesa fu decorata in stucco da Procopio Serpotta. La luminosa cupola è rivestita esternamente da mattoni smaltati di colore azzurro. Fu nel 1925 che la Prefettura, riscontrata l'inefficienza sostanziale della Confraternita, ne affidò l'amministrazione alla Congregazione di Carità, la quale la affittò alla Soprintendenza alle Gallerie e Opere d'Arte della Sicilia che la utilizzò come deposito annesso alla Galleria Regionale di Palazzo Abatellis e che dopo dieci anni, la restituì ai legittimi rappresentanti con l'obbligo di riorganizzare il sodalizio.

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La nuova chiesa fu costruita dalla Confraternita della Nazione dei Napoletani, provenienti da Cava dei Tirreni, la quale fin dal 1519 era ospitata, come Unione o Congregazione, nella chiesa di San Giovanni Battista al Castellammare che sorgeva in contrada Marina, presso le mura del porto. Nel 1526 la Regia Corte, al fine di potenziare la fortificazione del Castellammare, ne ordinò la demolizione, per decreto di Carlo V, il quale concesse alla Nazione Napoletana l'assegnazione di due magazzini presso il vecchio porto della Cala per costruirvi la loro nuova chiesa, "per oppositum ecclesie Virginis Marie de la Cathena". Fu a questo punto che - dovendo costituirsi una confraternita, per l’edificazione della nuova chiesa - i Rettori dell‘Ospedale Grande di

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Palermo si proposero di agevolarne l’iter, al fine di ottenere l’utilizzo di alcuni spazi chiesastici, nell’emergenza sanitaria. La nuova fabbrica venne eretta lentamente fino al 1617 e, «per il suo mantenimento, ogni confrate pagava due grani per ogni oncia di mercanzia, e titolo di elemosina, da spendersi per il culto e gli arredi sacri». Dal Libro dei Confrati dell’Unione (a.a. 1779-1857) «o sia Confraternita della Chiesa di San Giovanni Battista, della Nazione Napoletana, esistente nel piano della Marina di Palermo» risulta infatti «che han pagato e pagano la grana due per onza, a conto della Chiesa di San Giovanni Battista, sopra le loro mercanzie immesse nella R. Dogana di Palermo e nella città di Termini e da ponersi in bussolo in ogni anno alli 29 di agosto per cavarsi a sorte uno di detti nazionali posti in bussolo, ad effetto di conseguire un legato di ducati cinquanta di Napoli o siano onze 16,20 moneta del Regno di Sicilia» e che già dal 1570 esisteva il cosiddetto «legato di maritaggio di onze 20 annue disposto da 16


Giovan Nicola Failla a favore delle figlie orfane dei confrati della chiesa di San Giovanni Battista dei Napoletani, da farsi dalla venerabile chiesa di Santa Maria la Nova di Palermo, in qualità di erede del Failla». Ed ecco che la prima pietra fu posta, come scrive il Villabianca, il 6 gennaio 1526 dal Duca d’Ossuna, mentre i lavori conclusivi della struttura muraria furono condotti alla fine del XVI, da Giuseppe Giacalone, noto capomastro palermitano dell’epoca: a lui si devono infatti i lavori conclusivi della struttura muraria, la rifinitura degli intagli e in particolare la costruzione della cupola. La posizione della chiesa, prima dell’intervento di Giacalone, seguiva l’orientamento degli edifici che cingevano l’antico arco della Cala. In seguito al prolungamento del Cassaro nel 1581, la fabbrica subì una seria mutilazione nello spigolo settentrionale. Si provvide quindi a rendere il più

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possibile simmetrico il fronte, resecando l’altro spigolo su piazza Marina in modo da realizzare un portico dall’inconsueta forma trapezoidale con stanze superiori che vennero ad inglobare l’antica finestratura. Questo portico obliquo rispetto a corso Vittorio Emanuele, già via Toledo, fa da ingresso ad un portaletto gaginiano incorniciato da fregi e colonne laterali dalle basi finemente scolpite a rilievo. Il piano di accesso della chiesa - che per la rettifica della livelletta stradale si venne a trovare ad una quota molto più alta dell’impianto originario - subì una modifica necessaria con conseguente trasformazione della parte iniziale delle navate che oggi si presentano anch’esse con gli angoli smussati. L’altro ingresso - (che contribuì alla denominazione della chiesa in San Giovanni la Marina) perchè

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prospiciente proprio su piazza Marina è invece connotato da un portale sormontato da un timpano spezzato. La facciata, in conci squadrati di calcarenite, manifesta la perizia delle maestranze dei lapicidi quattrocenteschi non ancora esaurita nei primi del XVII secolo. A coronamento della facciata è una loggetta campanaria su cui è assiso un Agnus Dei con croce latina a tre braccia gigliate: antico sigillo templare della Commanderia del Tempio di Londra. L’interno è a pianta rettangolare, suddiviso in tre navate da ariosi archi centrici impostati su slanciate colonne e transetto absidato. Le navate laterali sono coperte da volte a padiglione, mentre la navata centrale da una volta a botte velata in corrispondenza delle finestre. Attraverso la cappella sinistra dell’abside, una porticina permette di accedere ad un vano, adibito a sacrestia,

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nel quale è possibile ammirare un pregevole ed autentico soffitto ligneo dipinto, similare a quello delle stanze superiori del loggiato.

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Nel corso del XVIII secolo la chiesa fu decorata in stucco con lumeggiature dorate nel catino absidale, nei timpani, nelle cappelle, nei mensoloni, nella cupola, e negli altari del transetto. Al centro della volta nell’ovale, oggi imbiancato, si trovava un affresco, raffigurante Giovanni Battista, eseguito da Giuseppe Salerno, lo Zoppo di Gangi. Sull’arco trionfale del transetto un cartiglio in stucco lumeggiato riporta la scritta del Vangelo secondo Matteo: «Non surrexit maior» riferita alla più completa citazione evangelica «Inter natos mulierum, non surrexit major Johanne Baptista …» nota questa significativamente collegata all’intitolazione della chiesa da parte della Nazione Napoletana a Giovanni Battista. La volta e le finestre sono decorati da elementi floreali in stucco lumeggiato, tipici del rococò, che ritroviamo anche nei doppi capitelli delle colonne in marmo. 21


Quest’ultimi sono stati scolpiti dagli intagliatori siciliani Baldassare e Guglielmo Massa, sulla scorta degli indirizzi stilistici della stessa Nazione Napoletana. Nell'abside maggiore vi è una statua lignea della Madonna della Tenerezza e un tabernacolo rivestito in argento, che non fanno parte degli arredi originali della chiesa. In prossimità dell'ingresso vi sono due scale; una per arrivare alla cantoria, dove si trovava un organo, e l'altra creata forse per simmetria. La cantoria ha il soffitto in legno che richiama i disegni della sagrestia; esso può essere intravisto attraverso un «occhio» che si trova in controfacciata, al disopra dell'ingresso principale. Il pavimento settecentesco è ancora esistente nel transetto ed è realizzato in marmo policromo; tracce dell'originario pavimento in cotto sono visibili nella navata laterale destra.

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Sempre nel pavimento delle navate, realizzato in marmo bianco, si possono inoltre notare alcune lapidi fra cui quella che copre la sepoltura del Superiore della Confraternita, Don Tommaso Trabucco (1690-1761) il cui busto in bassorilievo si trova sulla parete della navata destra, come monumento funerario, realizzato da Emmanuele Di Gabriele nel 1761. L’altare di San Giovanni Battista, riassemblato nel 1881, presenta una struttura decorativa composta da «lacerti» di materiali lapidei presumibilmente di recupero. La statua del Santo, collocata al centro dell’altare, sembra sia pervenuta dalla precedente chiesa di San Giovanni al Castellammare e appare come opera gaginiana di esercitazione scolastica. A coronamento dell’altare, in chiave della trabeazione, vi è un medaglione attribuito a Giuseppe Salerno.

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All’interno della composizione pittorica, si legge un cartiglio sorretto da due putti: «Ioannes est nomen eius» . Per quanto riguarda le opere pittoriche ormai non sono più presenti nella chiesa, ne ricordiamo una oggi esposta al Museo Diocesano di Palermo. Una tempera su tavola del XV secolo di autore toscano, rappresentante una «Madonna con Bambino».

Immagine estratta dal sito del Museo Diocesano di Palermo 24


L’intervento di Procopio Serpotta può essere sostenuto - come suggerisce Donald Garstang - per tutti gli stucchi della chiesa: « … è probabile che i leggeri ed ariosi stucchi – raggiere dorate, riquadri di rose e gigli, putti e nuvole – delle tre absidi siano pure opera sua … la tendenza di Procopio a seguire da vicino, in questi anni, i modelli del padre diede, d’altra parte, splendidi risultati nella chiesa di San Giovanni dei Napoletani» . Gli altari del transetto, realizzati nel 1744, sono decorati da statue a figura intera: le allegorie sulle mensole della parete sinistra rappresentano la Grazia Dei e la Virginitas; quelle sulla parete destra, la Caritas e la Iustitia. L’altare a sinistra è dedicato alla Gloria dello Spirito Santo, quello a destra alla Gloria di Dio Padre. Le cappelle, rispettivamente a sinistra e a destra dell’abside, sono intitolate

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all’Immacolata Concezione, già dell’Annunciazione e a San Gennaro già della Santissima Trinità. In particolare le statue a figura intera, degli altari del transetto, sono le seguenti. A sinistra, la Rivelazione, qui chiamata Gratia Dei, è una replica dell’omonima statua di Giacomo nella basilica di San Francesco d’Assisi a Palermo, nell’ultima fase della sua attività; la Virginitas, si può assimilare al più vasto repertorio delle immagini allegoriche adottate nelle arti figurative, «Giovanetta, la quale accarezzi con le mani un Alicorno, perché, come alcuni scrivono, questo animale non si lascia prendere se non per mano di una vergine» e si rifà alla Santa Maria Maddalena della chiesa del Monte di Monreale. A destra la Caritas riprende invece le caratteristiche della omonima scultura di Giacomo, nell’Oratorio di San Lorenzo, configurandosi così come il

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capolavoro di Procopio; la Iustitia, infine è il prodotto di una cultura che ambiva a costruire una morale laica attraverso l’uso dei simboli classici «tenendo nella destra la spada nuda e nella sinistra le bilance»; mentre le nuvole e i gruppi di putti si riallacciano a quelli della chiesa di Sant’Agostino, detta di Santa Rita. Sul frontone dell’altare maggiore, al centro di un timpano mistilineo, è raffigurato il teatro della Gloria dello Spirito Santo fra angeli e raggi dorati, tema ricorrente nella decorazione fenomenologica della luce, più volte ripreso o emulato dagli artisti barocchi. Le volte e le finestre presentano «consueti motivi rococò propri della maniera settecentesca» e, specificatamente alla suddivisione geometrica in «piccoli campi decorativi», realizzata con sinuose cornici, la stessa è ascrivibile a quella realizzata nella chiesa di Santa Maria la Nuova, di Palermo, databile al 1770 circa.

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L’intitolazione della chiesa, come già accennato, si evince dal cartiglio lumeggiato impostato in chiave dell’arco di trionfo del transetto: «Non surrexit maior …» la cui potenza taumaturgica è ribadita nelle parole della formula evangelica (Matteo, XI,7-15 «Inter natos mulierum non surrexit major Joanne Baptista» : Tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista. Per quanto attiene all’orientamento decorativo della chiesa, esso è intrinsecamente legato al gusto rocaille ben lontano dalle opere realizzate da Procopio Serpotta nel primo decennio del settecento, sia per i caratteri stilistici che per le lumeggiature dei «cartigli» e degli «attributi» , segno questo non solo della maturità dello scultore, ma senza alcun dubbio dell’influenza romana, fondamentale punto di riferimento del grande Giacomo e piacevole versione del linguaggio decorativo romano introdotta da Giacomo Amato, da cui Procopio Serpotta attinge a piene mani.

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Del resto Procopio, figlio naturale di Giacomo, sebbene non riesca ad eguagliare l’arte paterna, può essere considerato il suo unico allievo. A tal proposito giova sottolineare come l’appartenenza della famiglia Serpotta, e quindi anche di Procopio, al sodalizio dei Liberi Muratori del settecento abbia influenzato fortemente la rappresentazione dei simboli, degli attributi e dei cartigli, nelle sue opere, ma in maniera particolare, quelle nella Chiesa di San Giovanni dei Napoletani. Nella realizzazione degli stucchi Procopio trasmette i principi fondamentali della sua appartenenza, trasfigurandoli in fonte di ispirazione per coloro i quali, attraverso la sensibilità artistica, sono in grado di trasferire il significato dell’oggetto, in un profondo percorso iniziatico. Ed ecco che nella rappresentazione delle delle Virtù del transetto, pur rispettando l’iconologia classica come fonte di

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ispirazione primaria, Procopio, quasi distrattamente, inserisce oggettisimbolo del linguaggio massonico; così nelle decorazioni all’imposta e in chiave degli archi e degli altari, proprio per la sua matura e personale interpretazione dello stile rococò in collaborazione con l’architetto Lazzara. La decorazione della chiesa può quindi essere definita un’opera corale, un capolavoro nascosto dove gli attributi e i simboli antichi - oggi con grande fatica - possono essere tradotti nei loro significati originari. E del resto «Il Simbolo è l’essenza stessa, la ragione d’essere della Massoneria. Ciò che è visibile è il riflesso di ciò che è invisibile … il simbolo dunque, non è destinato a nascondere la verità. Il suo scopo è invece quello di selezionare coloro che, integrandosi a esso, si mostrano degni di accedere alla Realtà ultima» come scrive Christian Jacq ne La Massoneria: storia e iniziazione.

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Ed il significato dei simboli è il grande segreto della Massoneria del XVII secolo, come disse Andrew Michael Ramsay (1686-1743): Noi possediamo dei segreti, segreti che consistono in segni grafici e in parole sacre e che compongono un linguaggio tanto muto quanto eloquente, grazie al quale possiamo dialogare a distanza e riconoscere di primo acchito i nostri Confratelli, quale che sia la loro lingua..

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La chiesa è ricca di lapidi commemorative, distribuite lungo la perimetrazione pavimentale, che fanno presumere essere state apposte come ricordo di sepolture di personaggi illustri della Confraternita o mecenati della stessa. Lo stato di conservazione delle stesse appare alquanto fatiscente e comunque necessita di accurato restauro, non tralasciando un’ auspicabile ispezione in cripta finalizzata non solo alla conoscenza dei luoghi, ma anche alla loro conservazione e valorizzazione. Da sottolineare anche la presenza di una lapide muraria al loggiato d’ingresso dalla quale si evince l’intitolazione delle cappelle laterali all’abside e precisamente: la cappella a sinistra intitolata all’Annunciazione e a destra alla SS. Trinità, ambedue corredate da dipinti di Giuseppe Alvino, detto il Sozzo oggi non più presenti nella chiesa.

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Sul pavimento interno, all’ingresso da via Toledo, si trovano due lapidi con incise la data del 20 febbraio 1735; mentre all’ingresso su piazza Marina un’altra lapide porta l’incisione «… sepulcrum 1770». L’unica lapide, interamente leggibile, è quella di don Tommaso Trabucco, posta sul pavimento, davanti l’altare di San Giovanni Battista. Allo stesso Trabucco è dedicato un mausoleo parietale eseguito da Emmanuele Di Gabriele, a glorificazione del defunto mecenate ricordato all’interno di un ovale e coronato da una sequenza di indubbi simboli, quali il libro chiuso, la clessidra, l’angelo barbuto, una corona e una conchiglia, a magnificare il riconoscimento dell’alto grado di «conoscenza» e di affiliazione alla Libera Muratoria Napoletana. Di seguito le foto realizzate nell’ottobre del 2015.

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NON FU MANIFESTA LA VIRTU’ DI CHI IN VITA ERA NELL’OMBRA, ED ORA, NON DEVI MERAVIGLIARTI SE HA UN SEPOLCRO. L’UMANITA’ CEDE AL FATO, LA VIRTU’ NO. IVI GIACE SENZA DUBBIO MATTEO FEDERICO; MA GIAMMAI PERIRA’ LA MEMORIA DI SAN GIOVANNI BATTISTA, ESSENDOSI DEDICATO COME DONO, AD AMPLIARE LA VENERAZIONE DEL SUO SANTO CULTO. MORI’ IL 20 FEBBRAIO DEL 1735. 39


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Partendo dal presupposto che gli artisti da sempre hanno attinto a un vastissimo repertorio di simboli del passato e codici rappresentativi, possiamo senz’altro affermare che gli apparati decorativi superstiti nella chiesa di San Giovanni dei Napoletani comprendono una molteplicità di significati, dai quali scegliere alcune delle interpretazioni possibili, privilegiando la chiarezza di lettura. Senza trascurare gli archetipi dell'immaginario culturale e antropologico del Settecento palermitano e considerando che la decorazione della chiesa fu eseguita proprio in quel secolo. E che proprio in quel secolo i due termini, simbolo ed allegoria, rimangono per gran parte sinonimi, come lo erano stati per la tradizione medievale. L’allegoria trasforma il fenomeno in un

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concetto e il concetto in una immagine, ma in modo che il concetto nell’immagine sia da considerare sempre circoscritto e completo nell’immagine e debba essere dato ed esprimersi attraverso di essa». (aforismi di Goethe 1.112) «Il simbolismo trasforma il fenomeno in idea, l’idea in una immagine, in tal modo che l’idea nell’immagine rimanga sempre infinitamente efficace e inaccessibile e, anche se pronunciata in tutte le lingue, resti tuttavia inesprimibile». (aforismi di Goethe1.113) Giova inoltre ricordare quanto la Nazione Napoletana fosse affiliata alla Libera Muratoria fin dal XVI secolo e quanto gli artisti palermitani fossero anch’essi coinvolti nel sodalizio, tant’è che le loro opere realizzate nelle chiese hanno scritto quel «sistema di morale velato da allegorie ed illustrato da simboli» che ancora oggi leggiamo con qualche incertezza. E’ il caso della chiesa di San Giovanni

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dei Napoletani, decorata da Procopio Serpotta e permeata da simboli ed allegorie in stucco che si manifestano tra il mito e la realtà , secondo uno stile intrigante che dal bianco assoluto si illumina di lumeggiature dorate nei cartigli, nei geroglifici e negli attributi. Ricordiamo inoltre che quel don Tommaso Trabucco, la cui lapide e il mausoleo sono custoditi nella chiesa in esame, è un patrizio napoletano nato a Cava de' Tirreni nel 1690 e morto a Palermo nel 1761, padre di quel Salvatore che poi acquisÏ la signoria sul feudo della Torretta di Marineo nel 1773. La famiglia di provenienza del Trabucco era ben radicata a Napoli ove aveva un palazzo in via San Liborio e una cappella familiare nella chiesa di Santa Maria delle Grazie nella via Toledo e godeva di una certa agiatezza, derivante da possedimenti familiari nel salernitano e da qualche buona attività commerciale intra ed extra Regno.

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Inoltre alcuni membri della famiglia avevano preso l'incarico di Real Tesoriere di Marina ed erano affiliati alla Libera Muratoria Napoletana. Don Tommaso Trabucco, appartenente agli alti gradi del sodalizio, fu Superiore della Confraternita dei Napoletani a Palermo, mecenate e sostenitore finanziario dell’edificazione della chiesa. Tutto ciò contribusce a creare esiti decorativi irripetibili, in parte dettati dalla committenza, in altra parte dalla perizia degli artisti chiamati a realizzare le opere, sia pittoriche che in stucco e, non trascurando l’influenza che la filosofia alchemica, attraverso il simbolo, ha negli apparati decorativi degli altari del transetto e nelle cappelle laterali dell’abside. Le statue delle Virtù serpottiane, che Procopio traduce in copia da opere del padre Giacomo, sono un crogiolo di allegorie che utilizzano il simbolismo

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per rivelare il processo della realizzazione spirituale, guida preziosa per chi vuole sentirsi parte del pensiero di chi le ha create, del senso che racchiudono e delle indicazioni che sono in grado di fornire, per aiutarci nel lungo lavoro di codifica ed interpretazione del messaggio di cui sono depositarie. Ed è questo il caso in cui la filosofia alchemica trova molte allegorie celate sotto le spoglie della religione cristiana e che, come in questo caso, l’artista Procopio Serpotta ha manipolato attraverso la materia, purificandosi esso stesso durante la creazione dell’opera e illuminandosi sulle operazioni della sua creazione artistica, sotto l’influenza anche della cultura dei cicli stagionali. E non è un caso che l’intitolazione della chiesa a San Giovanni Battista può essere definita anch’essa come un atto alchemico che tende alla rinascita, considerando l’emblematica figura di

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San Giovanni, il Battezzatore per eccellenza. Sicchè la chiesa di San Giovanni Battista, la Nazione Napoletana, come abbiamo potuto leggere, acquista significato e ragion d’essere attraverso una serie di ambiguità e di indirizzi sottomessi alla regola dell’arte e all’imposizione urbanistica e memorativa. Una fabbrica quindi che manifesta la totale partecipazione della stessa chiesa e della sua committenza al «teatro del potere», attraverso la convenzione scenografica, la simbolica decorazione, gli apparati effimeri, l’appartenenza sodalica e, non ultima, il brillante esito architettonico dell’invenzione della loggia su via Toledo.

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Anche la Nazione Napoletana degnamente onora la Santa Patrona Rosalia durante la sequenza del ÂŤFestinoÂť. Infatti la chiesa di San Giovanni dei Napoletani, retta dalla omonima Confraternita, si presentava - durante i Festini del 600 e del 700 - ricoperta da una finta architettura che prospetticamente ricostruiva un grande arco all'interno del quale, oltre alle armi della Nazione, era riprodotta la scena dell'incoronazione di Rosalia per mano degli Angeli, affiancata da due cori di musica concertati con bellissima arte. Questo apparato fu commissionato da Don Antonio Miroballo Conte della Pietra, di origini campane, e rappresentava il Paradiso, con numerosi

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Angeli, su disegni di Mariano Smiriglio «pittore ed architetto famosissimo». Si componeva di otto colonne salomoniche appoggiate ad altrettanti pilastri, tra i quali splendevano in argento sette statue di Virtù: le quattro cardinali Prudenza, Giustizia, Temperanza e Fortezza e le tre teologali Fede, Speranza e Carità. Adornavano l’intercolumnio quattro fonti che, dalla bava dei mascheroni, versavano acque. La conclusione sublime dell’arco, mostrava quattro statue laterali, San Giovanni Battista e San Gennaro da una parte e Sant’Agata e Santa Lucia dall’altra, che accompagnavano la Patrona della Città.

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1519 La Nazione Napoletana è ospitata nella chiesa normanna di San Giovanni al Castellammare. 1526 Demolizione della chiesa normanna per imperio di Carlo V ed inizio della costruzione della nuova fabbrica sul Piano della Marina. 1554 – 1564 Intaglio dei capitelli dei fratelli Baldassare e Guglielmo Massa. 1580 Conduzione Giuseppe Giacalone.

dei

lavori

di

1581 Prolungamento della via Toledo; taglio della parte iniziale delle navate e costruzione del loggiato con portale. 1617 Conclusione chiesa.

dei

lavori

della

1744 Decorazione in stucco lumeggiature di Procopio Serpotta.

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1761 Realizzazione del bassorilievo funerario in onore di Don Tommaso Trabucco; esecutore Emanuele Di Gabriele.

1925 Affidamento della chiesa alla Congregazione di Carità ; variazione della destinazione d’uso ed utilizzo della Soprintendenza alle Gallerie e Opere d'Arte della Sicilia come deposito annesso alla Galleria Regionale di Palazzo Abatellis 1935 La Prefettura restituisce la chiesa proprietari.

di ai

Palermo legittimi

1943-45 La chiesa subisce danni di guerra. 1980 - 1994 Restauro conservativo. 12 APRILE 1995 Riapertura della chiesa al culto.

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Fra Francesco Antonio Poma da Trapani Historia panegirica e morale del glorioso S. Gio. Battista, precursore di Gesù Cristo. Stamperia di Rocco Bernabò, l’Anno MDCCXIV Sistema Informativo degli Archivi di Stato Chiesa e Confraternita di S. Giovanni dei Napoletani, Palermo Archivio di Stato di Palermo – Gancia Maria Concetta Di Natale Le Confraternite dell’Arcidiocesi Palermo. Storia e Arte EDI OFTES – Palermo

di

Ettore Sessa Giacomo Serpotta e il “pareggiamento delle arti”:la decorazione degli oratori fra manipolazione vitalistica e vocazione classicista

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Pierfrancesco Palazzotto Palermo. Guida agli Oratori Kalòs Cesare Ripa Iconologia Einaudi Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme di Rodi e di Malta Vox clamantis in deserto. San Giovanni Battista tra arte, storia e fede Libreria Editrice Vaticana

M.Clara Ruggieri Tricoli Paolo Amato: La Corona e il Serpente EPOS Storia d’Italia La Massoneria – Esoterismo EINAUDI

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Associazione Culturale Archikromie LIBRETTO

«Chiesa di San Giovanni Battista la Nazione Napoletana» Si ringrazia per l’accoglienza e la ricerca delle informazioni il Rettore della Chiesa Padre Giacomo Ribaudo. studio e ricerca a cura di Salvatore Adragna Francesca Aiello Monica Cerrito Michele Procopio Loredana Raia fotografia Monica Cerrito Loredana Raia Progetto grafico, impaginazione ed implementazione Francesca Aiello

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Pubblicato in Palermo nel novembre 2015

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Chiesa di San Giovanni la Nazione Napoletana by Francesca Aiello - Issuu