PRIMO SEMESTRE 2022
IL BOLLETTINO DI ARCHIKROMIE
EDITORIALE Francesca Aiello IL BOLLETTINO DI
L’ANIMA E’ SINFONICA sulle orme di Ildegarda Von Bigden
Elisabetta Gulizzi Semestrale attività statutarie POESIA E CANTO, MUSICA E DANZA IN DANTE Giuseppe Liberto LA MUSICA E IL CANTO COME LINGUAGGIO D’ARTE E PREGHIERA UNIVERSALE Clara Capozza CHIESA DI S. VALVERDE Giacomo Cangialosi
MARIA
Legale Rappresentante Francesca Aiello Segretario Generale Francesca Fucaloro
DI
I SOCI DEL ROTARY CLUB TRAPANI BIRGI MOZIA in visita a Palermo nelle chiese San Ippolito Martire e Immacolata Concezione al Capo
Francesco Paolo Sieli PCTO TRA LE CHIESE E IL QUARTIERE DEL CAPO Chiara Castiglia IL DIALOGO INTERRELIGIOSO, un’esperienza Veneziana
Francesca Aiello I SOCI DI «CONVEGNI DI CULTURA» dell’Associazione Maria Cristina di Savoia al Museo Diocesano di Palermo Giovanna Margherita Di Ganci «SOGNO DI DIPINGERE, POI DIPINGO I MIEI SOGNI» Vincent Van Gogh Rossella Drago #laparolanellarte 2021-2022 Locandine eventi
Associazione Culturale Archikromie via F. Lo Jacono,91 | 90144 Palermo
Consiglio Direttivo 2022 | 2024 Salvatore Adragna Annamaria Dispenza Enza Fucaloro
La realizzazione de IL BOLLETTINO DI ARCHIKROMIE – iniziative, attività ed eventi statutari – è resa con il coordinamento e la collaborazione degli autori citati in ciascun articolo. La documentazione fotografica fa parte dell’archivio di Archikromie e di quello degli altri collaboratori citati nelle didascalie. PRIMO SEMESTRE 2022 In copertina, particolare del Mantello di Ruggero II Kunsthistorisches Museum, Vienna PROGETTO GRAFICO Archikromie EDITO da Archikromie Mob. + 39 3274532153 Mail archikromie@gmail.com Pec archikromie@pec.it @ilbollettinodiarchikromie
EDITORIALE Francesca Aiello
E’ un numero di grande respiro, quello che vi consegniamo per questo primo semestre 2022. Vogliamo offrirvi emozioni d’arte cariche di pathos, un fiore all’occhiello del timone che guida la nostra associazione. Per questo tanta gratitudine la riserviamo a chi ha collaborato per giungere alla meta: Elisabetta Gulizzi, Giuseppe Liberto, Clara Capozza, Giacomo Cangialosi, Francesco Paolo Sieli, Chiara Castiglia, Giovanna Di Gangi, Rossella Drago e Giuseppe Salvato Collura, ciascuno con il proprio carisma e la propria professionalità. In questo semestre hanno vinto la condivisione dei contenuti e la corresponsabilità nel saperli porgere e consegnare a chi ci legge. Hanno vinto l’entusiasmo e la partecipazione nel disegnare un cammino libero dai pregiudizi e aperto alle diversità culturali. Così gli eventi e le iniziative statutarie di Archikromie hanno spaziato nell’universo artistico a più voci, da monsignore Giuseppe Liberto - già Maestro Direttore della Cappella Musicale Pontificia Sistina e Maestro di Cappella nel Duomo di Monreale e importante e insostituibile punto di riferimento per l’attività liturgicomusicale nel panorama della produzione vocale e strumentale e delle composizioni organistiche – a
don Giuseppe Salvato Collura, professore, biblista: non solo autore di poesie specchio della contemporaneità, in grado di colpire gli animi dei lettori contemporanei, ma anche artista poliedrico nel campo del disegno, dell’incisione e della pittura, autore di saggi, poesie, romanzi, articoli e sceneggiature. Ed ancora, tre giovanissime donne professioniste, Elisabetta Gulizzi storica dell’arte, con laurea triennale in Beni Culturali e laurea magistrale in Storia dell’Arte presso l’Università degli Studi di Palermo, con specializzazione post laurea alla Scuola di Alta Formazione Arte e Teologia presso la Pontificia Facoltà dell’Italia Meridionale sez. San Luigi, a Napoli; Clara Capozza – docente di Musica, con Laurea in Pianoforte e Didattica della Musica, presso il Conservatorio di Musica V. Bellini di Palermo, pianista accompagnatore presso Associazioni musicali della città e il Teatro Massimo di Palermo, assistente al Maestro del Coro di voci bianche e pianista accompagnatore della Fondazione Orchestra Sinfonica Siciliana di Palermo e del Teatro Manoel di Malta; Rossella Drago – con laurea in scienze e tecniche psicologiche e laura magistrale in psicologia clinica, tirocinante in comunità per minori e
disabili e nel reparto di Oncologia Medica del Policlinico di Palermo. Ed ancora questo semestrale ci riserva iniziative inedite ed intriganti, quali l’idea di un «salotto culturale» dedito alla lettura condivisa e al prezioso spazio dedicato al viaggio, al camminare relazionale, lento e paziente, attraverso territori ricchi di storia, di spiritualità e fede come il Diario di Viaggio di Egeria. Lo stare insieme grazie alla buona letteratura sarà motivo di riflettere e confrontarsi sull'oggi a partire dai libri, anche di ieri. Trascorrere un paio d’ore insieme e leggere, creando relazioni e benessere emozionale per rendersi conto che il libro è in grado di creare relazioni, di arricchirci, di condurci ad esperienze inaudite di condivisione interculturale. Ed infine, è accaduto a Palermo, nel quartiere del Capo e ci piace promuovere l’iniziativa caratterizzata dall’amore per l’arte, la cura, la valorizzazione per il bene culturale attraverso il mecenatismo: il restauro, finanziato da Giacomo Cangialosi, mecenate e raffinato esteta, della tela di Filippo Randazzo, il «Martirio di Sant’Ippolito», custodito presso la parrocchia a lui intitolata. Per questo ci piace pubblicare l’articolo dedicato, augurandovi una buona e proficua lettura.
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L’ANIMA E’ SINFONICA sulle orme di Ildegarda Von Bigden Elisabetta Gulizzi Il Medioevo lungi dall’essere il secolo dell’oscurità e dell’imbarbarimento culturale, fu proprio a partire dall’anno mille che rifiorì la cultura anche grazie alla diffusione di nuovi ordini religiosi e il conseguente sorgere di monasteri diffusi in tutta Europa. E’ in questo tempo culturalmente prolifico che hanno trovato, silenziosamente, ampio spazio di esprimersi, istruirsi e raccontarsi seppur all’interno delle mura claustrali, le donne. E’ il caso di Hildegard von Bigden mistica, santa, teologa, guaritrice, medico, musicista, artista, cosmologa, profetessa: la benedettina tedesca è stata una delle personalità più poliedriche e complesse del Medioevo religioso. Tutte le sfaccettature della sua originale personalità convogliavano in una ricerca continua ed incessante di unione a Dio che si rende visibile attraverso il creato e alle sue creature. «Luce del suo popolo e del suo tempo» così fu definita da Giovanni Paolo II che la proclamò Santa nel 1979, proprio in occasione, una luce emanata che arriva sino ai nostri giorni grazie alla straordinaria attualità delle sue intuizioni. Ildegarda nacque nel 1089 a Bermersheim, presso Alzey, da genitori di nobile lignaggio e ricchi possidenti terrieri. All’età di otto anni fu accettata come oblata presso la badia benedettina di Disibodenberg, dove nel 1115 emise la professione religiosa.
Alla morte di Jutta di Sponheim, intorno al 1136, Ildegarda fu chiamata a succederle in qualità di magistra. Malferma nella salute fisica, ma vigorosa nello spirito, si impegnò a fondo per un adeguato rinnovamento della vita religiosa. Fondamento della sua spiritualità fu la regola benedettina, che pone l’equilibrio spirituale e la moderazione ascetica come vie alla santità. In seguito all’aumento numerico delle monache, dovuto soprattutto alla grande considerazione della sua persona, intorno al 1150 fondò un monastero sul colle chiamato Rupertsberg, nei pressi di Bingen, dove si trasferì insieme a venti consorelle. Nel 1165, ne istituì un altro a Eibingen, sulla riva opposta del Reno. Fu badessa di entrambi. All’interno delle mura claustrali curò il bene spirituale e materiale delle Consorelle, favorendo in modo particolare la vita comunitaria, la cultura e la liturgia. All’esterno s’impegnò attivamente a rinvigorire la fede cristiana e a rafforzare la pratica religiosa, contrastando le tendenze ereticali dei catari, promuovendo la riforma della Chiesa con gli scritti e la predicazione, contribuendo a migliorare la disciplina e la vita del clero. Su invito prima di Adriano IV e poi di Alessandro III, Ildegarda esercitò un fecondo apostolato — allora non molto frequente per una donna. La profonda spiritualità presente nei suoi scritti esercita un rilevante influsso sia sui fedeli, sia su grandi personalità del suo
Hildegard von Bingen, William Marshall
tempo, coinvolgendo in un incisivo rinnovamento la teologia, la liturgia, le scienze naturali e la musica. Ildegarda morì nel monastero del Rupertsberg, presso Bingen, il 17 settembre 1179. Le visioni e intuizioni di Ildegarda, sono espressione di un pensiero teologico rivoluzionario per il suo tempo che include e contempla una moltitudine di ambiti, tra questi lo studio e la conoscenza dell’uomo e del suo corpo, della natura e dei suoi cicli, dell’universo e dei suoi elementi, delle analogie tra uomo e universo, e tra uomo e Dio. La musica rientra tra i molteplici strumenti con cui Ildegarda cerca e trova Dio. Tra il 1151 e il 1158 scriveva e raccoglieva le sue composizioni musicali destinate ad essere cantate dalle suore del convento in occasione delle funzioni liturgiche e di altre funzioni. Le chiamava «Symphoniae harmoniae celestium revelationum» un titolo per indicare la loro ispirazione divina cioè la realizzazione musicale del cielo non che l'idea che la musica è il massimo dell'attività umana, specchio dei suoni ineffabili delle sfere celesti e dei cori degli angeli. La «Symphonia harmoniae celestium revelationum» (1151-1158), è composta da 77 Carmina, divisi in antifone, inni, responsori, sequenze legate alla liturgia e contiene le liriche musicate da Ildegarda.
Invece con la sua danzacanto «Ordo Virtutum», Ildegarda usa la danza, proprio come oggi mediante alla danzaterapia o la musicaterapia la quale si basa essenzialmente sul principio olistico dell’unità psicologico e spirituale dell’uomo e ha nella fisicità il suo elemento fondamentale: le emozioni e le memorie nel corpo fuoriescono attraverso la danza. Così in «Ordo Virtutum», il movimento e la musica diventano un mezzo di guarigione per le persone cadute nel disordine. «Ordo virtutum» (1152) è composta da 82 melodie, che mettono in scena la vittoria dell’anima sul diavolo, con l’aiuto delle virtù. Essa fu considerata la prima rappresentazione sacra del Medioevo, fu allestita nel 1152 nell’Abazia di Rupertsberg. Come nessun altro mezzo, la danza e la musica sono in grado di riportare le persone all'armonia interiore ed esteriore. Attraverso le forze curative della musica molti disturbi possono scomparire. Come la musica sia centrale nella vita, nella teologia, nell'antropologia e nella cosmologia, Ildegarda lo fa notare cantando di Dio, della creazione, del mistero dell'Incarnazione, dell'intero cosmo. Trasforma l'immagine in musica pura: sinfonia, armonia, suono. Il contenuto delle canzoni di S. Ildegarda non deve essere separato dal contenuto del suo lavoro di prosa, anche se sono abbastanza indipendenti. I canti trattano i temi ricorrenti in modo diverso rispetto alle opere in prosa, anche se sono comunque i temi tipici del XII secolo.
Veduta parziale del folio 466 retro del Codice di Wiesbaden (Riesencodex) con le parole del canto «O vis eternitatis» della Symphonia armonie celestium revelationum.
. Dio, il Creatore e Padre, ricco di amore verso le sue creature, Gesù Cristo il Redentore, lo Spirito Santo «Spiritus Sanctus vivificans vita» Ildegarda canta dello Spirito Santo come «radix in omni creatura», la radice di tutta la creazione. Lo Spirito Santo nel suo pensiero è colui che vive in ogni creatura e muove e ravviva ogni cosa. Una parte relativamente cospicua dei suoi Carmina è dedicata a Maria. S.Ildegarda chiama Maria «Mater sanctae medicinae» - madre della medicina - in un responsorio. Maria restituisce infatti attraverso la nascita di Gesù, la vita all'umanità perduta e riversa così l'unguento della guarigione nella ferita della morte, risuscitando la vita. Ildegarda utilizza sempre più volte immagini dal campo della medicina, indicando così la vera e propria malattia dell’uomo come abbandono di Dio. La salvezza avviene solo mediante l'originario legame con Dio. Infine dedicò un gran numero di canzoni a Sant’Orsola e delle undicimila vergini. S.Ildegarda disse: «Symphonialis est anima» «L'anima è sinfonica». Sinfonica è l'anima che ha ritrovato la via del ritorno ad un ordine interiore, in cui le forze contraddittorie interiori sono cresciute insieme fino all'armonia. Questo è, e rimane lo scopo di ogni vita umana. Il punto di arrivo è Dio. Solo chi ha gettato la sua ancora di vita nel posto giusto, cioè in Dio, può trovare l'unità e l’armonia.
Il lavoro musicale di S Ildegarda ha un effetto terapeutico in questo senso. La sua musica vuole guarire dando accesso alla salvezza, ossia accesso al guaritore stesso, che è Dio, Dio in Cristo, Cristo in Maria. Questa idea convoglierà in molteplici esiti, tra questi anche le straordinarie miniature dello Scivas, in cui contemplava le sue visioni, sia, come abbiamo appena raccontato, facendo eseguire i canti corrispondenti ai testi, sia riproducendo, come in un plastico, la visione della Gerusalemme celeste, all’interno della quale Ildegarda colloca diverse visioni. Bibliografia essenziale http://www.santa-ildegarda-di-bingen.it/ MISTICA. Ildegarda, musica e pittura del creato Rosita Copioli sabato 29 settembre 2012 https://www.avvenire.it/agora/pagine/indegardamusica-e-pittura-del-creato La musica celestiale composta da una santa del XII sec. Aleteia - Valerio Evangelista - pubblicato il 08/03/17 https://it.aleteia.org/2017/03/08/musicacelestiale-composta-santa-ildegarda-bingen/ Hildegard von Bingen. Viaggio nelle immagini. Ediz. a colori Sara Salvadori Skira, Milano, 2019 Ordo virtutum: il cammino di Anima verso la salvezza, a cura di M. Tabaglio, Il Segno dei Gabrieli, 1999; Régine Pernoud, Storia e visioni di sant’Ildegarda. L’enigmatica vita di un’umile monaca del Medioevo che divenne confidente di papi e imperatori, Piemme, 1996. Ildegarda e Volmar – miniatura dal Liber Divinorum Operum, Ms. 1942 – Lucca, Biblioteca Statale.
Ildegarda di Bingen riceve una visione e la descrive al suo segretario. Dal manoscritto Scivias.
Convento dei Chierici regolari della Madre di Dio di Lucca, contiene il Liber Divinorum Operum di Hildegard von Bingen. Biblioteca Statale di Lucca
Mandala: mostra la connessione cosmica di tutti gli angeli, di tutte le persone e di tutti gli esseri che celebrano la creazione che Dio ha creato per noi. È tratto dalla «Seconda Visione della Seconda Parte del De Operatione Dei», basata su una delle visioni mistiche di Ildegarda. Dipinto intorno al 1150 d.C.
Santa Ildegarda e la sua comunità di monache in una miniatura del XIII secolo.
POESIA E CANTO, MUSICA E DANZA IN DANTE Giuseppe Liberto
Dante nacque a Firenze nell’anno 1265 e fu battezzato in San Giovanni. Amò Beatrice e per lei, che morì giovane nel 1290, scrisse sonetti, ballate e canzoni. Molte delle quali poi li raccolse in Vita Nuova, prima prosa della nostra letteratura volgare scritta con arte ed eleganza. Compose anche l’opera incompiuta Convivio, dottamente elaborata su argomenti scientifici. A difesa della nuova lingua letteraria italiana scrisse anche il De vulgari eloquentia e il celebre libro De Monarchia contro le usurpazioni teocratiche della setta guelfa. La celebre opera da lui chiamata Commedia, e poi dai posteri detta Divina, la terminò poco prima del suo volo in Paradiso. Dopo una vita tormentata e girovaga, morì a Ravenna il 14 settembre del 1321. Per ordine di Guido Novello, fu sepolto in San Pier Maggiore, vicino al convento dei francescani. L’intera opera fu poi pubblicata, a cura dei figli, dopo la morte del padre. La Divina Commedia narra, con sublime poesia, il geniale e misterioso viaggio intrapreso da Dante, per i tre regni dei defunti: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Il viaggio iniziò il 25 marzo 1300 o, come altri affermano, l’8 aprile, e che durò soltanto sette giorni. Per la struttura dell’universo, con arte sacra e profana, Dante segue gli studi scientifici e teologici a lui contemporanei. L’Inferno è dipinto come un grande cono rovesciato che, dall’emisfero
boreale, restringendosi, scende per nove cerchi al centro del globo terracqueo dov’è infilato Lucifero, l’anti Dio. Il Purgatorio è incorniciato a gironi che gradualmente si vanno restringendo dall’antipurgatorio sino alla vetta dove fiorisce l’ameno giardino del paradiso terrestre. Nel Paradiso celeste, invece, tutti i cieli sono mossi ciascuno da un luminoso coro di Angeli che, con celestiali danze ritmicamente roteanti, cantano e inneggiano attorno a Dio. Dante rappresenta l’uomo peccatore che per l’infinita misericordia divina si converte e vivendo immerso in quella luce in splendore, pregusta tra musiche e canti l’armoniosa concordia e la beata felicità del Paradiso celeste. Anche se non è facile sondare le fonti e la formazione della cultura musicale di Dante, possiamo tuttavia affermare che egli ebbe una seria formazione musicale. Nel Convivio, infatti, porta degli esempi che fanno riferimento alla terminologia sul mondo dei suoni. Nel II trattato, infatti, è originale la comparazione astrologica che il poeta fa tra due proprietà di Marte e della musica (cf XIII, 23). La comparazione astrologica è originalissima quando il poeta armonizza la posizione di Marte con la consonanza musicale che c’è tra diapente, cioè l’intervallo di quinta con diatessaron e diapason, la quarta e ottava considerati accordi perfetti. Poi il poeta commenta: «Tanto più dolce armonia risulta, quanto più la relazione è bella».
L’armoniosa concordia cosmica e l’armoniosa concordia musicale sono due bellezze sinfoniche diverse, non solo della natura ma soprattutto della forza attrattiva della musica. Ancora nel Convivio, Dante afferma che l’arte musicale «Trae a sé li spiriti umani, che quasi sono principalmente vapori di cuore, sì che quasi sessano da ogni operazione; sì è l’anima intera, quando l’ode e la virtù di tutti corre a lo spirito sensibile che riceve il suono» (II, XIII, 24). Nel De Vulgari Eloquentia, riflette anche sul linguaggio della concordia verbo-melodica applicando il principio dell’armonia così come lo aveva definito Boezio: «Consonantia est dissimilium inter se vocum in unum redacta concordia» (Inst. Mus. I, 28). Così dalla «concordantia discors» scaturisce la «suavitas armoniosa». Il sommo poeta vede la poesia come parola espressa in versi con l’arte retorica e musicale. Sempre nel Convivio afferma che la creazione poetica, attraverso i valori sonori della parola, avendo le sue regole musicali, è: «per legame musaico armonizzata», quello che, purtroppo, si perde nelle traduzioni (I, VII, 14-15). Unità nel molteplice, concordia discors: relazione e concordanza degli opposti. Il termine greco tonos letteralmente significa «tensione». L’arte della concordia nella tensione tra parola e canto fiorisce e fruttifica
attraverso la libertà dell’intelligenza filtrata dalla creatività del cuore. Il canto è l’espressione dello stupore e dell’estasi, della gioia, della concordia e della comunione. Sant’Agostino, afferrato e conquistato dal fascino del canto nell’arte mistagogica appresa da sant’Ambrogio, era convinto che il gesto del cantare è di chi è capace d’amare: «Cantare amantis est!» (Sermo 336,1). San Gregorio di Nissa ha un’affermazione stupenda: «Lo Spirito parla nel silenzio che poi esplode nel canto: quando lo Spirito parla, tace la voce; quando lo Spirito tace la voce canta». Dal felice connubio tra Silenzio e suono, tra Mistero e arte, è fiorita una delle più affascinanti avventure dell’uomo, corpo e spirito, visibile e invisibile, tempo ed eternità, incarnazione e trascendenza: la preghiera in canto che è voce sublime dello spirito umano! INFERNO Nell’Inferno non c’è silenzio, non c’è musica, non c’è canto. C’è soltanto mutismo spezzato da urla di dolori e di frastuoni, di tormenti assassinanti, di sospiri in pianto e alti guai. Dante quando entrò in questo diabolico luogo senza Dio, terrorizzato, scoppiò in lacrime: Quivi sospiri pianti e alti guai risonavan per l’aere sanza stelle; per ch’io al cominciar ne lagrimai.
(Canto III, 22-24)
Si arriva perfino alla bestemmia, i morti, infatti, nell’ira di Dio, come dice Virgilio, spogliati dai loro corpi, stanchi e nudi, maledicevano Dio: Bestemmiavano Dio e lor parenti, l’umana spezie e ‘l luogo e ’l tempo e ‘l seme di lor semenza e di lor nascimenti.
(103- 105) Sappiamo bene che quest’inferno comincia già qui in terra! A proposito mi piace ricordare uno dei più grandi spiriti del primo Novecento russo, Pavel Florenskij. Egli fu condannato a lavorare per il regime dei Soviet nel gulag delle isole Solovki. Il 6 agosto 1936, in una lettera alla moglie, da quell’inferno terrestre, così scrive: «Qui non si sente il suono interiore della natura. Tutto scivola, come in un teatro d’ombra, e i rumori giungono dall’esterno come un qualcosa d’inutile o di fastidioso o come chiasso. E’ una cosa difficile da spiegare, come mai niente ha suono, perché non c’è la musica delle cose e della vita. Io stesso non riesco a capire fino in fondo perché sia così. Ma questa musica non c’è». Poco più di un anno dopo, l’8 dicembre del 1937, sarà fucilato in un bosco, raggiungendo il misterioso silenzio della morte! Anche se la Divina Commedia è interpuntata da sublimi musiche e da soavi canti, questi nell’Inferno non ci sono. Perché? Perché manca la libertà!
Nel Canto V del Paradiso, infatti, alla domanda che Dante rivolge sulla questione del voto, Beatrice risponde che il voto è offertorio a Dio della propria libertà: il sommo bene che Dio ha dato all’uomo. Nell’Inferno ci sono soltanto quelli che nella vita hanno abusato del dono divino della libertà per compiere ogni sorta di male. La libertà è dono più prezioso di Dio che rende capaci di compiere la sua volontà rigettando il peccato e compiendo opere di bontà e di bellezza. Senza la libertà non c’è capacità amore. Nel suo romanzo I fratelli Karamazov, F. Dostoevskij scrive: «Mi chiedo: «Che cosa è l’inferno?». Ed è così che lo definisco: «La sofferenza di non potere amare» (libro VI, cap. III). Tutto l’inferno è raccolto, sintetizzato e tipicizzato nella figura mostruosa di Lucifero attraverso la bruttezza, la rabbia, le lacrime, la bava e il sangue. Nelle tre gole canine di Giuda, Bruto e Cassio, i tre prototipi dell’iniquità umana, la malizia diabolica distrugge l’«alito divino» che c’è nell’uomo creato da Dio. Questo mondo infernale diabolico e tenebroso, descritto dalla fervida fantasia di Dante, è abbandonato dal poeta per risalire finalmente «a riveder le stelle»: Lo duca e io per quel cammino ascoso intrammo a ritornar nel chiaro mondo; e sanza cura aver d’alcun riposo salimmo su, el primo e io secondo, tanto ch’i’ vidi de le cose belle che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo; e quindi uscimmo a riveder le stelle.
(Canto XXXIV, 133-139)
PURGATORIO Quando Dante e Virgilio escono dall’inferno, l’alba deve ancora arrivare. Anche se il viaggio per l’inferno era durato solo ventiquattro ore, tuttavia a Dante era parso drammaticamente interminabile. Se l’Inferno è la Cantica della disperazione, il Purgatorio è la Cantica della speranza: e canterò di quel secondo regno, dove l’umano spirito si purga e di salire al ciel diventa degno (1-6)
Nel Canto II, mentre i poeti iniziano il viaggio, gli spiriti intonano il salmo 114, quello che gli ebrei cantarono quando furono liberati dalla schiavitù egiziana: «In exitu Israel de Egipto». Uno di questi spiriti si accosta a Dante con espressione di grande affetto. Il poeta cerca di abbracciarlo ma senza stringere nulla perché è un’ombra. Dalla voce, però riconosce che è lo spirito di Casella, l’amico suo che fu dotato di un’eccellente abilità musicale. Il poeta lo invita a ritornare «all’amoroso canto» e Casella intona la canzone «Amor che nella mente mi ragiona». Lo esegue con tanta dolcezza tanto da mandare tutti in visibilio Il canto, giustamente è interrotto da Catone. Il venerando custode del purgatorio lo ritiene infatti non «liturgico» e quindi accidioso, provocando distrazione e perditempo per le altre anime che
devono correre verso il monte della purgazione. Noi eravam tutti fissi e attenti a le sue note; ed ecco il veglio onesto gridando: «Che è ciò, spiriti lenti? Qual negligenza, quale stare è questo? correte al monte a spogliarvi lo scoglio ch’esser non lascia a voi Dio manifesto».
(118-123) Anche qui la grande lezione: la celebrazione della divina Liturgia può essere luogo per esecuzioni di canti non «liturgici» distrattivi e dissacranti? Nel Canto V, Dante racconta che mentre cammina con Virgilio, insieme vedono venire avanti una numerosa processione di spiriti che sono anime purganti che morirono tutti di morte violenta e si pentirono dei loro peccati. Al canto del famoso salmo penitenziale 50, Miserere (22-24), eseguito in dialogo tra due cori, le anime implorano pietà e nel salmodiare lacrimando, cercano parole di pentimento. La spiritualità penitenziale del Miserere istruisce che il peccato, essendo offesa a Dio, è la sola sventura dell’uomo. L’unica felicità del peccatore è la grazia di ricevere il perdono misericordioso divino che porta pace, serenità e gioia del cuore. Pregarlo con il canto del cuore dona all’anima la parola più preziosa del peccatore pentito: cor contritum, «contrizione». Nel Canto VIII, la prima realizzazione dello stupore si realizza nella Valletta dei Principi. E’ l’ora del tramonto, il momento in cui i naviganti si voltano indietro per vedere il luogo che hanno
lasciato, tanto che il loro cuore si commuove sino alle lacrime: Era già l’ora che volge il desio ai naviganti e ‘ntenerisce il core io dì c’han detto ai dolci amici addio.
(1-3) Poi, nel momento del calar del sole, una delle anime, rivolta verso oriente, intona l’Inno di Compieta «Te lucis ante terminum». Tutte le anime, elevati gli occhi al cielo, la seguono e con una mimesi di gesti e di sentimenti, dolcemente e devotamente, cantano l’inno in alternatim tra coro e solista: «Te lucis ante» sì devotamente le uscio di bocca e con sì dolci note, che fece me a me uscir di mente e l’altre poi dolcemente e devote seguitar lei per tutto l’inno intero, avendo li occhi a le superne rote.
(13-18) Le anime purganti pregano dunque col canto dei Salmi e degli Inni. Se il Salmo «Miserere» è cantato a cori alterni, l’Inno «Te lucis ante terminum» è cantato in alternatim tra coro e solista. Due forme liturgiche di concordante partecipazione alla Liturgia. Nel Canto IX del Purgatorio, l’inno del «Te Deum» è cantato invece all’unisono (139). Nel Canto XI, i superbi, pieni di disprezzo verso gli altri, si credono una razza superiore di uomini.
Avanzando a gran fatica, non cantano ma invocano Dio come Padre. Dante ri-dice il «Pater noster» insegnato da Gesù con delle meravigliose parafrasi espresse con concetti teologici in semplicità evangelica. I fumi della superbia sono purgati dal rendere grazie al «dolce vapore» trinitario che è il «Soffio» dolce e forte dello Spirito Santo che spira dal Padre e dal Figlio. Nel Canto XIII (46-51), gli invidiosi e i vanitosi, col grido dell’invocazione cantano la Litania dei Santi: un solista grida il nome del santo e tutti rispondono «Ora per noi!». Nel Canto XVI, (16- 24), gli iracondi, invocano pace e misericordia cantando l’«Agnus Dei». E’ Gesù, infatti, il mite Agnello immolato che toglie il peccato del mondo. Al contrario dei discordanti irosi del mondo, L’Agnus Dei è invece cantato da tutti allo stesso modo in fraterna concordia. Anche le beatitudini evangeliche sono pregate in canto ma ciascuno in rapporto alla colpa da purgare. Per esempio, nel Canto XIX «Beati qui lugent» è la seconda beatitudine del discorso della montagna. Anche se il pianto è di tutte le anime del purgatorio, tuttavia più propriamente lo invocano gli accidiosi. Nel Canto XXVII l’angelo nocchiero, stando sulla riva, invita i tre a scendere nel fuoco mentre canta gioiosamente la sesta beatitudine: «Beati mundo corde». Alla fine del Canto XX, i poeti, mentre si rimettono in cammino, sentono tremare
la montagna del Purgatorio. Il monte trema di gioia ogni volta che un’anima purificata lascia il Purgatorio e vola verso il Paradiso mentre da ogni cerchio s’innalza l’inno del Gloria che gli angeli cantarono a Natale: Poi cominciò da tutte parti un grido tal, che ‘l maestro inverso me si feo, dicendo: «Non dubbiar, mentr’io ti guido». «Gloria in excelsis» tutti «Deo» dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi, onde intender lo grido si poteo.
(133-138) L’ultimo Canto del Purgatorio, il XXXIII, descrive la visione delle sette ninfe che, con l’alternatim, soavemente cantano il salmo 79 (78) in cui si piangono le rovine di Gerusalemme quando nel 587 fu presa dai Babilonesi e saccheggiata da parte dei vicini d’Israele: «O Dio, nella tua eredità sono entrate le genti: hanno profanato il tuo santo tempio, hanno ridotto Gerusalemme in macerie». Dante applica la lamentazione del salmo alla triste situazione della Chiesa. Mentre descrive questa scena raccolta e drammatica, egli vede che Beatrice, impallidita, ascolta il canto con il dolore nel cuore, quasi come quello di Maria ai piedi della croce del Figlio Gesù: «Deus, venerunt gentes», alternando or tre or quattro dolce salmodia, le donne incominciaro, e lagrimando;
e Beatrice sospirosa e pia, quelle ascoltava sì fatta, che poco più a la croce si cambiò Maria.
(1-6) Intanto è imminente il mezzogiorno, il Purgatorio si chiude e il gruppo s’arresta. Beatrice prega Matelda di portare Dante ad abbeverarsi alla sorgente d’acqua dell’Eunoè. Matelda, il cui nome dal greco significa «Amore di Sapienza», per le sue virtù e la sua bellezza somiglia quasi alla Donna gentile. Anche se tra le due donne, Beatrice e Matelda, sorge una scena di raffinata gelosia femminile, tuttavia si risolve subito con la cordialità dello scambio di un sorriso. Dante, intanto, beve quell’acqua per purificarsi e prova una dolcezza indicibile e torna così pienamente rinnovato: è già pronto per salire alle stelle! Quelle stelle che sono immagine della gloria celeste del paradiso: Io ritornai da la santissima onda rifatto sì come piante novelle rinnovellate di novella fronda, puro e disposto a salire a le stelle.
(142- 145) PARADISO In Paradiso Dante è guidato da Beatrice che lo condurrà attraverso i cieli. Alla fine sarà guidato da San Bernardo che pregherà la Vergine affinché il poeta possa «con li occhi levarsi più alto verso l’ultima salute» (Canto XXIII, 26-27).
Il Paradiso è la Cantica più sublime e più poetica di tutto il poema. Essa raggiunge i vertici che l’arte umana non ha mai toccato e il cui splendore rapisce l’uomo e lo immerge nell’Amore dell’Eterno Infinito: La gloria di Colui che tutto move per l’universo penetra e risplende in una parte più e meno altrove. Nel ciel che più della sua luce prende fu’ io, e vidi cose che ridire né sa né può chi di là su discende. (1-6)
L’armonia delle sfere celesti con la musica «mundana» e il canto degli angeli con la musica «coelestis», accompagnano Dante verso l’ascesa in cielo. Nel Paradiso, musiche e canti in luci di splendore sono rivelazioni della Verità d’Amore. San Tommaso lo afferma bene quando scrive che lì dove finisce la parola inizia il canto che è «esaltazione della mente che prorompe d’impeto nella voce»: ed è già «parola fatta canto». Nel Paradiso, la concorde armonia tra parola e canto, tra luce e movimento in danza, in convergenza tra di loro, sono i gesti espressivi dei beati. Suoni e canti che si estendono in diverse coralità di fascino sonoro, immersi nello splendore della luce, rivelano la raggiunta libertà dell’amore paradisiaco.
La polifonia delle voci, lasciando nel poeta un sublime diletto, rivela l’accordo dei diversificati gradi di beatitudine celeste. Nel Canto VIII, Dante, anche se razionalmente non riesce più a comprendere le proporzioni, si sente immerso in una sublime dolcezza sonora. Dopo il cielo della Luna, le anime beate vibrano all’interno di una seducente luce canora che risuona all’interno di un fuoco paradisiaco nel cielo di Venere. Il canto viene dalle anime nascoste dentro un’aureola di raggi ed è tanto penetrante che nel cuore del poeta non si spegnerà mai: E dentro a quei che più innanzi appariro sonava “Osanna” sì, che unque poi di riunir non fui sanza disiro. (28-30)
Nei tre Canti XXIV, XXV, XXVI, Dante è esaminato sulle tre virtù teologali dai tre Apostoli che hanno partecipato alla Trasfigurazione sul monte Tabor, e alla sfigurazione nell’orto del Getsemani. Il poeta si prepara così con onore a sostenere le tre prove. San Pietro lo interroga sulla Fede, San Giacomo sulla Speranza e San Giovanni sulla Carità. Nella fede esplode l’inno del Te Deum laudamus, nella speranza Sperent in te e nella carità il Trisagio. Nel Canto della Fede Dante si trova nel cielo stellato dinanzi al coro di beati che sono gruppi di anime danzanti.
Si fa avanti lo spirito luminoso che si mette a disposizione di Beatrice dopo averla circondata tre volte con un canto meraviglioso che la stessa fantasia del poeta non è capace di ridire. Lo spirito è san Pietro, l’apostolo cui Gesù aveva affidato le chiavi del regno dei cieli. Dante, esaminato sulla natura della fede, risponde che essa è prima sostanza e poi argomento. E’ infatti la definizione che si trova nella Lettera agli Ebrei: Est fides sperandarum substantia rerum, argumentum non apparentium (11, 1). Tutte le cose profonde e misteriose quaggiù rimangono occulte, la loro sostanza si conosce in quanto si crede. La fede pone la verità, la ragione la dimostra fin dove le è concesso: Fede è sustanza di cose sperate ed argomento de le non parventi: e questa pare a me sua quiditate. (64 - 66) Finito questo, l’alta corte santa risonò per le spere un «Dio laudamo» ne la melode che là su si canta. (112 – 114)
Dopo la sua professione di fede nel solo ed eterno Dio, Uno-Trino, Dante riceve dal Principe degli Apostoli congratulazioni, benedizioni in canto e il triplice abbraccio. Nel Canto della Speranza, una seconda luce illumina il poeta, è lo spirito dell’apostolo Giacomo che, posto accanto a San
Pietro, esamina Dante facendogli tre domande: Cos’è la speranza? In quale grado tu la possiedi? Chi te l’ha stillata nel cuore? Ai tre interrogativi, il poeta risponde sempre con precisione. La speranza consiste nell’aspettare con certezza la gloria del paradiso. L’attesa nasce dalla grazia divina ed è luce che piove dall’alto. Luce che gliela istillò nel cuore Davide, il sommo cantore dello Spirito Santo. Dall’alto, una schiera di angeli danzanti si unisce al canto delle lodi alla speranza. Una voce intona il salmo 9 di Davide: «Sperent in te qui noverunt nomen tuum» (v.11). Dante ridice il salmo e lo traduce: «Sperino in te” ne la sua teodia» (XXV,73). La parola greca «teodia», coniata da Dante, significa: canto di lode alla divinità. E’ ripresa poi da sant’Agostino dopo l’esperienza che fa con sant’Ambrogio: «Hymni laudes sunt Dei cum cantico: hymni cantus sunt continentes laudes Dei. Si sit laus et non sit Dei, non est hymnus; si sit laus, et Dei laus, et non cantetur, non est hymnus. Oportet ergo ut si sit hymnus haec tria: et laudem, et Dei et canticum». Nel Canto della Carità è San Giovanni che rivolge al poeta le domande sulla virtù della carità e sugli stimoli che la producono nel cuore dell’uomo. Ragione e fede insieme conducono all’amore. Dio è il sommo bene e quindi massimo dev’essere l’amore per lui. Poi, il solenne canto del Trisagio saluta le dichiarazioni del poeta. Egli, intanto, per virtù di Beatrice, riacquista la vista, mentre si accorge che una quarta luce si
era accostata ai tre che lo avevano esaminato: è l’anima di Adamo. Sì com’io tacqui, un dolcissimo canto risonò per lo cielo, e la mia donna dicea con gli altri: «Santo, santo, santo!» (67-69)
Nel Canto XXVII, dopo il canto del Trisagio, tra lo sfolgorio di migliaia di luci che visibilizzano l’infinita gioia del cielo, con i tre Santi Nomi, i beati, distinti in tre masse corali, l’una dopo l’altra, cantano concordi il Gloria Patri inneggiato da tutto il Paradiso: “Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo”, cominciò: “gloria!”, tutto il paradiso, sì che m’inebriava il dolce canto. Ciò ch’io vedeva mi sembrava un riso de l’universo; per che mia ebbrezza intrava per l’udire e per lo viso.
Tutto il paradiso inneggiava alla Santissima Trinità. Ascolto e visione, i sensi per cui entrano le cose belle e buone nell’uomo, sono già paradisiaca espressione che inebriano l’anima e il cuore di Dante: Oh gioia! Oh ineffabile allegrezza! oh vita integra d’amore e di pace! oh sanza brama sicura ricchezza! (1-9)
Nel Canto XXVIII, Dante, elevando lo sguardo verso i cerchi angelici, li vede sfavillare in così gran numero tanto che la mente era incapace di comprenderlo. I tre innumerevoli cori angelici, in concordante armonia cantano tutti «Osanna». Il primo Coro è formato dai Serafini, dai Cherubini e attorno a loro ci sono anche i Troni, ossia i seggi dove si vede Dio giudice. Il canto degli Osanna sgorga dal fatto che essendo «tutto occhi», i Cherubini sono immersi nella trasfigurante visione di Dio: Io sentiva osannar di coro in coro al punto fisso che li tiene a li ubi, e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro. (94-96)
Il secondo Coro, composto dalle Dominazioni, dalle Virtù e dalle Potestà, canta perpetuamente Osanna in tre sublimi melodie. Il terzo è formato dai Principati, dagli Arcangeli e dagli Angeli. I «tre ordini di letizia» angelica, attratti dalla visione di Dio, cantano, come gli uccelli a primavera, ciascuno la sua melodia in concorde armonia. Il ternario angelico uni-trino simboleggia l’UniTrinità divina: perpetuamente ‘Osanna’ sberna con tre melodie, che suonano in tre ordini di letizia onde s’interna. (118)
L’ultimo Canto del Paradiso inizia con la preghiera di San Bernardo a Maria. Per tredici terzine, immagini e sentimenti biblici di elevata poesia orante, compendiano tutto il cantico di Maria di Nazareth. Maria è al di sopra di ogni altra creatura. E’ il termine fisso stabilito dalla Trinità per collaborare alla redenzione dell’umanità. E’ il centro della storia e quasi anello di congiunzione tra finito e infinito, tanto che il Fattore della natura umana non disdegnò di farsi sua fattura, cioè dell’uomo. E, infatti, il Verbo si fece carne, canta Giovanni nell’Inno del Prologo (1,14). E’ da notare che per tutto il canto, Maria non toglie mai lo sguardo dal suo cantore: “Vergine madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’eterno consiglio. Tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura. (1-6) Donna, se’ tanto grande e tanto vali, che qual vuol grazia ed a te non ricorre, sua disianza vuol volar sanz’ali. (13-15) In te misericordia, in te pietate, in te magnificenza, in te s’aduna quantunque in creatura è di bontate. (19-21)
Alla fine, dinanzi al supremo Mistero, l’alta fantasia di Dante viene meno. Il poeta ormai è incapace di cantare l’ultima e ineffabile visione di Dio. Nella contemplazione della Trinità, egli vede il mistero di un volto umano, quello dello splendore del Figlio. Le forze della sua anima hanno ormai raggiunto la perfetta armonia. Terminata la sublime visione e riprendendo la sua vita mortale, Dante ormai si muove verso l’universale legge dell’amore: A l’alta fantasia qui mancò possa; ma già volgeva il mio disio e il velle, sì come rota ch’igualmente è mossa, l’amor che move il sole e l’altre stelle. (142-145)
Le tre Cantiche si chiudono con la visione delle Stelle: Inferno, Canto XXXIV, 139 “E quindi uscimmo a riveder le stelle.”
Purgatorio, Canto XXXIII, 145 “Puro e disposto a salire alle stelle.”
Paradiso, Canto XXXIII, 145 “L’amor che move il sole e l’altre stelle.”
Le stelle non sono soltanto scintillanti luci del firmamento, esse rivelano altresì il mistero attraverso il loro splendore. Le stelle sono il canto simbolico dell’armonia cosmica creata da Dio.
Nei cieli immensi, sembrano essere le creature più vicine a Dio e testimoniano la grandezza del Creatore che «conta il numero delle stelle e le chiama ciascuna per nome» (Sal 147,4). Dio stesso le ha mostrate al patriarca Abramo come simbolo della sua discendenza: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle…Tale sarà la tua discendenza» (Gen 15,6). Nella visione di Daniele i saggi risplenderanno «come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre» (12,3). Ai Magi d’Oriente, la venuta del Messia è annunziata da una stella (Mt 2,2). Nell’Apocalisse, Giovanni vede sette stelle alla destra del Figlio dell’uomo (1,16), esse sono gli Angeli delle sette Chiese che simboleggiano la Chiesa universale (1,20). Il canto dell’inno «Ave, maris stella» esalta la Madre di Dio che, stando accanto ai suoi figli, indica la via che è il figlio suo Gesù. Come l’aurora che precede il sole, così Maria è la «Stella mattutina» invocata nelle litanie lauretane. Nell’Apocalisse, la Vergine Madre è contemplata come la Donna coronata di dodici stelle (12,1).
Quando i Padri della Chiesa cercano di configurare la vita del cielo nel segno della gloria, quasi sempre si riferiscono al gesto del cantare. Sant’Agostino così descrive la vita della gloria: «Là riposeremo e vedremo, vedremo e ameremo, ameremo e loderemo» (La città di Dio, XXII, 3,5). Quello che sulla terra si attua sacramentalmente nella Divina Liturgia, in cielo è già piena realtà. Quello che già in terra si contempla mediante la fede che spera, in cielo si vive nella beata visione dell’Amore. Con la Divina Commedia, Dante vuole rimuovere tutti quelli che vivono in stato di miseria spirituale e culturale per condurli allo stato di grazia e di felicità per mezzo della redenzione operata da Cristo all’interno della sua Chiesa. Questa sublime armonia della teandrica concordia tra Dio e l’uomo ha una sola parola: Amore!
LA MUSICA E IL CANTO COME LINGUAGGIO D’ARTE E PREGHIERA UNIVERSALE Clara Capozza
Cosa avranno pensato i coristi dell'opera di Odessa quando, sfidando bombe e morte, si sono stretti gli uni agli altri cantando uno dei più bei passi d'opera mai scritti? E quale il significato, attribuito ad ogni parola del Va pensiero composto dal nostro amato Verdi? forse crediamo di poterlo immaginare. Perché il canto, come tutte le forme d'arte musicali, porta avanti da sempre quell'ideale di libertà, di speranza e di coraggio ma soprattutto di Fede, della quale la musica tutta è intrisa, che permette all'umanità di esprimersi senza alcuna necessità di violenza, e cantare la propria dignità di essere umano, creazione sublime di Dio. E l'Onnipotente ci ha donato l'arma più potente di tutte: la Musica, che non ha bisogno di traduzioni e dizionari, una musica che ci accomuna tutti: da est a ovest, da Sud a Nord, belli, brutti, ricchi, poveri, alti, bassi, donne e uomini, anziani e bimbi, cristiani e musulmani, induisti o protestanti... parliamo tutti la stessa lingua un idioma di Pace e fratellanza, di amore e coraggio, di forza e perdono e se è vero, come dice Sant'Agostino, che chi canta prega due volte, allora cantiamo tutti, cantiamo sempre affinché le nostre melodie arrivino tutte al Cielo, Affinché anche i carri armati e i soldati si fermino; e all'udire della potenza della Musica, si uniscano all'unica vera voce del mondo: la Pace!
L’opera «La Danza» di Henri Matisse gli fu commissionata dal collezionista moscovita Sergej Scukin, insieme all’opera «La Musica»; si tratta di due grandi pannelli decorativi. L’artista aveva pensato inizialmente a tre pannelli, da collocare in tre piani della residenza del collezionista, che dovevano rappresentare simbolicamente le tre età dell’uomo. Poi, invece, il collezionista ne acquistò solo due. Queste opere rappresentano le prime tele decorative di grandi dimensioni di Matisse.
CHIESA DI SANTA MARIA DI VALVERDE Giacomo Cangialosi
La chiesa, annessa ad un monastero dell'ordine carmelitano, esisteva già nel XIII° secolo. Nella prima metà del XVII° secolo, per volontà del genovese Camillo Pallavicino, avviene la trasformazione e viene così realizzato uno dei più preziosi gioielli dell'arte decorativa della città di Palermo. Secondo la tradizione la prima chiesa sarebbe stata consacrata addirittura dal Pontefice Innocenzo III. La chiesa presenta due ingressi , il principale dei quali su via Squarcialupo, attualmente è murato. L'interno, purtroppo, presenta vaste lacune nella decorazione pittorica e scultorea dovute all'incuria di coloro che avrebbero dovuto salvaguardare un tale gioiello (non ultima causa la soppressione delle corporazioni religiose secondo una legge del 1866 che ha apportato danni notevolissimi al patrimonio artistico della città) , ma nonostante ciò, è ancora leggibile la sontuosa macchina decorativa che, come un arazzo, impreziosisce le pareti e parte della volta: i motivi più disparati, dai sacri ai profani, concorrono al tripudio visivo che rende la casa di Dio simile a quella dei sovrani. Notevoli le colonne tortili ( dette alla salomonica perchè presenti nel tempio di Gerusalemme) delle cappelle laterali di un colore rosso squillante. L'architetto della chiesa fu Mariano Smiriglio, mentre Paolo Amato approntò il vago disegno dei marmi mischi e tramischi.
Sotto la volta del coro «La Madonna del Carmelo» di Olivio Sozzi (1750). Nella volta brani del grande affresco con «La Trasfigurazione» di Antonino Grano (inizi sec. XVIII°) e storie minori. La decorazione marmorea dell'abside fu l'ultima ad essere realizzata e pertanto si presenta nella sua veste neoclassica ad opera di Giovanni Patricolo (1840). Per l'altare maggiore Pietro Novelli realizzò «La Madonna del Carmelo con Santi Carmelitani» suo capolavoro . Ai lati le statue marmoree dei profeti Elia ed Eliseo. La trabeazione dell'altare era sormontata da due angeli lignei e da una raggiera opere di Girolamo Bagnasco (oggi posta sull’altare). Nella prima cappella di destra, notevole nella fuga delle colonne che formano una profonda prospettiva (trafugate qualche anno fa), trova posto la statua quattrocentesca di S. Lucia recuperata grazie a Mons. G. Pecoraro e restaurata dal Prof. G. Correnti. La seconda cappella accoglieva il «Sant’Antonio Abate» di Vincenzo da Pavia (anch'esso attualmente al Museo Diocesano). La prima cappella di sinistra era dedicata alla Madonna dell'Udienza (opera quattrocentesca). Infine nell'ultima cappella di sinistra trovava posto il SS. Crocifisso su una croce di diaspro (perduta). Nei grandi quadroni delle pareti laterali erano quattro tele settecentesche attualmente non reperibili. Notevolissima la ringhiera del coro delle monache sull'ingresso e i due letterini in ferro battuto ai lati dell'altare. Degna di nota, infine la simbologia mariana che permea tutta la chiesa e la simbologia particolare di ogni cappella.
Portale sinistro
I SOCI DEL ROTARY CLUB TRAPANI BIRGI MOZIA in visita a Palermo nelle chiese Sant’Ippolito Martire e Immacolata Concezione al Capo Francesco Paolo Sieli
Una giornata trascorsa tra cultura, svago e curiosità ha visto domenica 27 marzo 2022 il R.C. Trapani Birgi Mozia essere accolto per la visita al Capo della chiesa S. Ippolito e dell'Immacolata Concezione. La prima visita è stata alla chiesa parrocchiale Sant’Ippolito dov'erano ad attenderci il parroco don Giuseppe Pomi, l’eccellente curatore dell'area monumentale Giacomo Cangialosi e Francesca Aiello che ci hanno narrato in sintesi la storia delle due chiese. La chiesa Sant’Ippolito è costruita probabilmente nel 1308 forse su una preesistente cappella risalente a qualche decennio prima. Ha pianta basilicale ed è suddivisa in tre navate con arcate sostenute da colonne. Tra le varie opere ivi conservate spicca un Crocifisso dipinto su tavola del XIV secolo raffigurante Il Cristo con ai lati la Madonna e San Giovanni Evangelista e ai piedi il teschio di Adamo. Notevole la facciata barocca con tre portali, in quello centrale la statua dell'Immacolata. Nella chiesa notevoli le tele (Borremans, De Vigilia e Randazzo) spicca nel presbiterio il «Martirio di Sant’Ippolito» di Filippo Randazzo recentemente restaurato. Nel presbiterio, durante la quaresima, viene appesa la grande tela quaresimale di Giovanni Patricolo che verrà «calata» al Gloria della Veglia pasquale svelando l'immagine del Risorto: una tradizione tutta siciliana.
Recentemente è stato ritrovato nei depositi del MUDIPA e portato nel deposito della chiesa un Crocifisso ligneo appartenente alla chiesa Immacolata Concezione. Triangolando i lati formati dalla lunghezza delle braccia e il foro dei piedi del Cristo si è potuto appurare che è proprio quello dell'altare della Concezione. Il perizoma ha la particolarità di non cadere verticalmente ma è legato ai fianchi e chiuso da un cordone con nodo marinaro tipico delle maestranze trapanesi, questo dato sarà oggetto di studio. La visita è poi proseguita nella chiesa Immacolata Concezione dalla sobria facciata, ma che nasconde all'interno un tripudio di marmi creato per guidare le giovani monache. Il simbolismo della chiesa, infatti, è adatto allo studio e alla preghiera a partire dal pavimento con percorsi educativi a finire alle colonne, alle statue, allo splendido coro maggiore, alla grande tela dell'Immacolata di Pietro Novelli, alle bellissime cappelle, ai ferri battuti, ai marmi mischi e tramischi ai pregevoli paliotti in tarsie marmoree. La chiesa completata dopo 100 anni di lavori dal 1613 al 1714 ha un costo di 80.000 scudi corrispondenti a 7.200.000 euro. Il monastero soppresso nel 1866 è trasformato in ospedale e poi demolito durante il ventennio fascista per la costruzione del Palazzo di Giustizia. Il monastero, fondato da donna Laura
Barbera e Ventimiglia nel 1576 in un tenimento di case di sua proprietà, ha il suo nucleo in una piccola chiesetta, nell'area dove oggi non è più visibile, ma occupata dal presbiterio della chiesa. Alla sua morte donna Laura è tumulata nella nuova chiesa sotto il coro maggiore dove ancora si trova il cenotafio. Prima badessa è Suor Benedetta Riggio che, dopo alcune vicissitudini rocambolesche, trasferì dal monastero benedettino dell'Origlione, con l’aiuto dei padri Gesuiti, dodici giovanissime monache per abitare in questo della Concezione. Foto di gruppo alla Concezione
La tela restaurata del «Martirio di Sant’Ippolito» di Filippo Randazzo
PCTO TRA LE CHIESE E IL QUARTIERE DEL CAPO Chiara Castiglia
Dopo due anni difficili, caratterizzati da restrizioni e limitazioni, in quest’anno scolastico siamo tornati pian piano a una certa normalità, riprendendo quelle attività che avevano subito un’interruzione. Si è tornati tutti in classe in presenza con una certa ansia, ma con un atteggiamento positivo, perchè riprendere la vita dove si era interrotta ci ha fatto capire l’importanza delle piccole abitudini, di quelle attività che sembrano ovvie e a volte noiose ma sono così care ed essenziali per la crescita personale. Anche uno sguardo, un saluto, una «chiaccherata» con i compagni o con il professore prima dell’inizio della lezione sono uno stimolo per aprirsi e connettersi al mondo e alla vita. Le attività extracurriculari ed extrascolastiche, che regalano ai ragazzi occasioni per uscire dalla scuola, arricchirsi e conoscere ancora di più il mondo, sono le attività che sono state loro sottratte in misura maggiore dalla pandemia. Finalmente in questo anno di ritorno alla normalità hanno ripreso a svolgersi le attività di PCTO, ovvero dei percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento, ex alternanza scuola – lavoro. Questi percorsi dovrebbero accompagnare gli alunni nello sviluppo della capacità di orientarsi nella vita personale e nella realtà sociale e culturale. La classe 4P del Liceo «De Cosmi» di Palermo ha avuto
l’occasione di cimentarsi, con la guida dell’architetto Francesca Aiello e l’associazione culturale Archikromie, nel progetto Le Chiese e il quartiere del Capo, sostenuto da Pontificium Consilium De Cultura, Ecclexsia Panormitana, ARS, all’interno di #laparolanellarte docere delectare movere. Il progetto si è sviluppato attraverso tre attività nelle chiese Immacolata Concezione, Sant’Ippolito Martire e San Gregorio, nel quartiere del Capo e nei luoghi più significativi di esso, con l’intento di «costruire» un ipotetico percorso da destinare a turisti. Nella prima attività «Scatti virtuali» i ragazzi hanno avuto il piacere di scoprire, riconoscere e condividere la bellezza di alcuni particolari delle chiese e del quartiere. La seconda attività di visite guidate ha visto gli studenti trasformarsi da iniziali alunni uditori in classe dei racconti e degli aneddoti narrativi dell’architetto Aiello in turisti alla scoperta della propria città sotto la guida appassionata e accogliente della stessa, tra le strade, le bancherelle del mercato e le chiese del quartiere. In pochi giorni sono diventati per alcune settimane studiosi e cultori della storia delle chiese e del quartiere, cercando di analizzare e far proprio l’innumerevole materiale ricercato e assegnato loro per lo studio e l’approfondimento personale. In ultimo, si sono trasformati in veri ed entusiasti ciceroni anche di lingua straniera e promotori dello storico mercato del Capo.
Indimenticabili sono stati il sentirsi a casa in un quartiere che non avevano mai veramente vissuto e conosciuto, gli sguardi, i sorrisi, gli stati d’animo, l’entusiasmo, la complicità, che emergevano dai visi compiaciuti degli alunni nei giorni di formazione tra le viuzze e le chiese del quartiere. Altrettanto indimenticabile è stata la prima visita guidata alla Chiesa Immacolata Concezione ad una coppia di attenti turisti, condotta interamente dagli studenti, con l’implicita consapevolezza ed assunzione di responsabilità del proprio lavoro. La semplice chiarezza dell’espressione, della emozionante trasmissione del significato delle parole, dei simboli e della storia nascosti nei particolari di un paliotto, di un altare, di una colonna o di una semplice grata, sono stati strumenti di trasmissione interessante e accattivante in tutta la loro bellezza. L’impegno del loro lavoro è stato ripagato con parole di apprezzamento e riconoscimento. La terza attività ha visto gli alunni approcciarsi ad un lavoro particolare e originale di editoria creativa: Ester, Giaele e Giuditta e il cielo barocco della chiesa Immacolata Concezione al Capo, con la realizzazione di un video con voci e musiche inedite, che è stato pubblicato sul sito dell’associazione Archikromie.
Le attività che hanno visto impegnati gli alunni della classe 4P sono state abbastanza articolate e gli alunni hanno risposto con serietà, impegno, interesse ed entusiasmo. Hanno dimostrato di saper organizzare autonomamente il proprio lavoro e soprattutto di sapersi appassionare ad esso, di sapersi porre attivamente verso situazioni nuove e di saper lavorare in gruppi. Hanno imparato, grazie all’impegno dell’architetto - tutor, ad apprezzare e amare l’arte sacra e i beni culturali che la nostra Città nasconde tra i vicoli e le strade popolari, tra bancarelle e luoghi pieni di tradizioni e sicilianità, e in ultimo a trasmettere tutto ciò anche ai turisti italiani e stranieri, arricchendo ogni volta sempre di più il proprio bagaglio personale di esperienze.
«TERRASANTA, IL QUINTO EVANGELO»: UNA FRATERNITA’ POSSIBILE
IL DIALOGO INTERRELIGIOSO, un’esperienza Veneziana Francesca Aiello
«CAMINANTE NO HAY CAMINO …»
«Religioni e compassione» - educare alla diversità religiosa attraverso il dialogo, a partire dall’acquisizione di una conoscenza specifica degli strumenti, delle fonti e degli studi sulle religioni nel loro sviluppo storico, nella riflessione teologica e nelle dinamiche del dialogo interreligioso e interculturale – è il tema del Master in dialogo interreligioso, la cui finalità è quella sopra descritta. Il progetto generale del Master si sviluppa su due percorsi: lo stage e l’elaborato finale. Per quanto attiene l’attività di stage, si è scelto un percorso territoriale dal titolo «Terrasanta, il Quinto Evangelo: una fraternità possibile» che si svolge attraverso l’elaborazione e l’attuazione complessiva di un progetto, effettuato con la supervisione di esperti. Scelta che si è indirizzata ad offrire una precisa conoscenza della missione della Luogotenenza per Italia-Sicilia, dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, i cui risvolti di servizio, pedagogici, sociali, ecumenici ed interreligiosi sono caratterizzati dalla compassione e quindi dalla carità e dal dialogo ecumenico, interculturale ed interreligioso in Terrasanta e nei luoghi di appartenenza territoriale che, nella fattispecie di questo stage, sono allocati in Sicilia e nei quali la corsista è impegnata, come dama
dell’Ordine. Mantenere un legame vivo con la Terrasanta, infatti, è un’esperienza di compassione che viene vissuta in vari modi dai nostri membri, ma sempre in maniera molto intensa. Oltre, infatti, al sostegno economico che mensilmente viene inviato al Patriarcato Latino per le spese istituzionali, per l’aiuto alle scuole e per il seminario e che assicura sotto vari aspetti la continuità di attività centrali della vita della diocesi, la possibilità di intrattenere un rapporto diretto e privilegiato con una piccola realtà diventa lo spazio per le Luogotenenze e i loro membri in cui conoscere la vita locale, stabilire relazioni di amicizia e creare legami profondi. L’attività di stage pertanto, si svolge nell’ambito della realtà della Luogotenenza per Italia - Sicilia e permette di inquadrare il senso del servizio, di dare un senso all’appartenenza oggi alla grande famiglia dell’Ordine e di rappresentare un’occasione di incontro con i progetti, particolarmente seguiti dalle Sezioni e dalle Delegazioni Siciliane, nell’Isola e in Terra Santa. L’Ordine infatti, essendo un’istituzione pontificia, è legato in maniera intrinseca alla Santa Sede avendo sempre avuto, storicamente, la protezione della Sede Apostolica e ciò ha permesso e permetterà di sostenere in modo efficace la presenza cristiana in Terrasanta attraverso le opere e i progetti del Patriarcato Latino di Gerusalemme.
L’Ordine comunque è impegnato, come un unicum, a vari livelli nel sostegno della vita quotidiana territoriale e nelle iniziative speciali del Patriarcato Latino di Gerusalemme: e come è già stato anticipato, è impegnato nella costruzione e sostegno alle scuole, ai docenti, alle famiglie, alle chiese, ai seminaristi, ai profughi, agli ospedali, alla creazione di posti di lavoro, alla cura del patrimonio culturale, in coordinamento con gli enti confessionali della CEI per la promozione della carità. La missione che ci è stata affidata dal Papa è, infatti, quella di operare al servizio della «cultura dell’incontro», in particolare attraverso opere di educazione che permettano alle popolazioni delle diverse confessioni di crescere imparando insieme a rispettare le differenze e a discernere in queste, una ricchezza. La missione di sostegno dell’Ordine, infatti, alle popolazioni afferenti alle tre religioni monoteiste è particolarmente sentita e praticata, oltre che in Terrasanta, anche in Sicilia. L’impegno nelle iniziative territoriali siciliane è soprattutto dedicato alla munifica carità, coltivando il rispetto reciproco e il dialogo, partendo dai punti che abbiamo in comune per impegnarci a costruire una piattaforma umana che va sostenuta a partire dai nostri valori religiosi.
Ed ancora, poichè il presente anno ci vede nel mezzo del cammino sinodale un Sinodo questo «per continuare a scrivere gli Atti degli Apostoli» - questa esperienza, crea le condizioni ottimali per aprire l’Ordine, sempre di più, all’ascolto, alla comunione e alla corresponsabilità alla vita delle comunità locali. Questo stage - Terrasanta, il Quinto Evangelo: una fraternità possibile focalizza le caratteristiche della compassione nella carità e nella solidarietà attraverso attività promosse dalle Sezioni e Delegazioni siciliane, per quanto attiene ai progetti in corso, a beneficio delle realtà locali e di quelle della Terrasanta. « … raccontare la fraternità possibile: quella tra cristiani di Chiese e confessioni purtroppo ancora separate, ma che in Terra Santa sono spesso già vicine all’unità, come io stesso ho avuto occasione di constatare. Raccontare la fraternità possibile tra tutti i figli di Abramo, ebrei, cristiani e musulmani. Raccontare la fraternità ecclesiale che si apre ai migranti, agli sfollati e ai rifugiati, per restituire loro la dignità di cui sono stati privati quando hanno dovuto lasciare la loro patria in cerca di un futuro per sé e per i figli». CITTÀ DEL VATICANO, 17 gennaio, 2022 / 2:00 PM (ACI Stampa): Il Papa accoglie nel Palazzo Apostolico Vaticano la Delegazione della Custodia di Terra Santa nel Centenario della rivista “La Terra Santa”.
«Far conoscere la Terra Santa vuol dire trasmettere il Quinto Vangelo, cioè l’ambiente storico e geografico in cui la Parola di Dio si è rivelata e poi si è fatta carne in Gesù di Nazaret, per noi e per la nostra salvezza. Vuol dire anche far conoscere la gente che vi abita oggi, la vita dei cristiani delle varie Chiese e denominazioni, ma anche quella di ebrei e musulmani, per cercare di costruire, in un contesto complesso e difficile com’è quello mediorientale, una società fraterna», ha detto il Papa nel corso dell'udienza e, facendo propria questa riflessione, si può sostenere che il Quinto Vangelo supera le barriere geografiche, politiche e sociali e si manifesta anche nelle nostre realtà territoriali siciliane, dove la presenza dell’Ordine opera con le azioni compassionevoli sopra descritte. Lo stage, pertanto, si sviluppa come percorso individuale attraverso il metodo della ricerca-azione ed è così articolato: 1.Introduzione al titolo dello stage: Terra Santa, il quinto Evangelo, una fraternità possibile, come l’ha chiamata con espressione felice Ernest Renan. 2.Riflessione sulla compassione attraverso la realizzazione di progetti le cui finalità scaturiscono dagli insegnamenti pontifici e si collocano nel quadro generale dei fini della
carità, di apostolato e di servizio alla dignità dell’essere umano, propri della Chiesa Cattolica, dell’ecumenismo e dell’interreligiosità: «Dietro i progetti non ci sono edifici, case, aule, cortili, ci sono delle persone ed è questa la nostra intenzione, arrivare a queste persone, perché in fondo, loro sono i nostri fratelli e sorelle, che ci sono stati affidati in modo particolare dal Santo Padre, proprio come missione del nostro Ordine. Quindi i progetti non sono progetti in quanto «tecnicamente rispondono a», ma sono persone che beneficiano di quest’opera e del contributo, io direi, di tutta la chiesa, perché in un certo senso, i Cavalieri e le Dame rappresentano tutta la chiesa. Non solo perché siamo sparsi in tanti paesi del mondo, ma anche perché in fondo, noi siamo dei canali, come delle piccole arterie che fanno arrivare il sangue dove deve arrivare. Poi ci sono anche delle vene più grandi, altre arterie più grandi, ma la nostra, ha una sua capillarità specifica e in questo senso mi piace pensare che le nostre Dame e i nostri Cavalieri, percepiscono la bellezza e la ricchezza di essere parte di questa istituzione. Quindi, come dire, tocca a noi far entrare questa dimensione all’interno della vita dell’Ordine». (Estratto del discorso conclusivo del Cardinale Filoni al Gran Magistero, il 20 ottobre 2021)
Terrasanta è definita «Quinto Evangelo» da Ernest Renan, orientalista e storico del cristianesimo del XIX secolo.
Parafrasando Cesare Angelini, Rettore dell’Almo Collegio Borromeo di Pavia dal 1939 al 1961, nell’introduzione alla sua opera intitolata anch’essa «Terrasanta, quinto Evangelo», così leggiamo: «… disse dunque Renan, che non può comprendere pienamente i quattro Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, chi non ha visto Terrasanta, dove Gesù visse e svolse la sua missione terrena. L’accordo perfetto dei testi e dei luoghi, il modo come Gesù ha impostato parabole e scene nell’ambiente paesistico, la meravigliosa armonia dell’ideale evangelico col paesaggio che gli fa da sfondo, sono una commossa rivelazione all’anima del pellegrino. Sicchè l’elemento geografico è guida quasi indispensabile a meglio capire il Vangelo». E del resto anche San Girolamo ci ricorda che « … la Bibbia sarà più lucidamente capita da chi ha visto coi suoi occhi i luoghi Santi.» Oggi possiamo dire, grazie all’impegno dei membri dell’Ordine, che Terrasanta appartiene a tutti «gli uomini di buona volontà» e Terrasanta è ovunque ci sia testimonianza ed esperienza di carità, incontro ed accoglienza. LA COMPASSIONE COME MISSIONE La compassione, in quanto «soffrirecon» cum-patire, richiede la capacità di riconoscere ciò che prova l’altro, senza giudicarlo.
«Il termine ebraico per compassione, rahamim, fa riferimento letteralmente all’utero, ricorda l’amore viscerale della madre per il figlio (Is 49,13-16 è espresso dal termine rehem, che indica l’utero). «Rahamim» come misericordia, richiamo quindi delle viscere materne che nella tradizione cristiana persino Dio sente. Rahamim si declina fra la filosofia e la teologia, fra la psichiatria e la letteratura, fra l’arte e la toponomastica … diventa il nome di quella cura che restituisce all’uomo il posto sulla terra e fra le parole» (Rahamim. Lingua, terra, misericordia, AA. VV. Kasparhauser ■ Philosophical culture quarterly Anno 2, Numero 5).
Il suo equivalente greco splanchnizomai è presente in pagine celebri del Vangelo, come la parabola del figliol prodigo ( Lc 15,20), o del re che condona il debito enorme del servo (Mt 18,27) e riflette i sentimenti stessi di Gesù nei confronti dell’umanità debole e sfinita (Mt 9,36). Compassione è l’atteggiamento che anima coloro che nel nome di Gesù si spendono per gli ultimi ed è anche la missione ecumenica ed interreligiosa che caratterizza l’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, perché la vera compassione non è una semplice risposta emotiva, ma un impegno consapevole, basato sulla ragione e sulla volontà di costruire, attraverso la carità e il dialogo, il bene comune. La compassione pertanto è una forma fondamentale dell’incontro con l’altro,
un linguaggio umanissimo, perché linguaggio di tutto il corpo, che coinvolge i gesti, la parola, la presenza personale. Ecco perché tutti i progetti pensati e portati a buon fine che qui di seguito sono declinati, in estrema sintesi, sono progetti che nascono da una compassione a servizio della speranza, indipendentemente dalle comunità di appartenenza e dalla religione professata ed ecco perché si è scelto di farne testimonianza di questo stage. PROGETTI Si sono individuati, per le finalità di questo stage, in estrema sintesi, i seguenti progetti in corso d’opera o portati a compimento dalla Luogotenenza per Italia – Sicilia e specificatamente dalle sezioni di Catania, Messina, Palermo e Siracusa guidate dai rispettivi Presidi Sergio Sportelli, Gaetano Francesco Randazzo Papa, Cesare Gambardella e Salvatore Pio Geraci che ringrazio per la collaborazione documentaria offerta e a cui la corsista partecipa in comunione e fraterno sostegno, progetti importanti che hanno contribuito a dare nuova speranza alle comunità locali siciliane: PALERMO: sostegno economico alla «Missione di Speranza e Carità» di Fratel Biagio; alla «Caritas» diocesana; manutenzione ordinaria e straordinaria dei luoghi di culto
affidati alla Sezione di Palermo: Oratorio di Santa Caterina d’Alessandria e Chiesa Capitolare di San Cataldo. CATANIA: sostegno economico all’ ”Help Center” della “Caritas Diocesana”, acquisto farmaci e presidi sanitari; raccolte di generi alimentari; opere di ristrutturazione dei locali per la creazione di nuovi servizi igienici, delle docce e dei servizi di barberia e magazzinaggio; servizio alla mensa per gli assistiti del centro; in periodo di epidemia da covid, si è provveduto all’acquisto di buoni per la spesa, per le famiglie bisognose, in particolare l’offerta di un centro alimentare della grossa distribuzione di Misterbianco, si è reso disponibile per aiutare un gruppo di circensi bloccati da oltre un anno di inattività e acquisto di fieno per gli animali fonte di sostentamento per i lavoratori stessi. BETHLEMME: Palestina, sostegno economico alla Suore della casa “Hogar Nino Dios” di Betlemme nella cura verso bambini e adolescenti con disabilità psichiche e /o fisiche, senza differenza di religione, che erano e sono messi al bando dalla società. SIRACUSA: sostegno economico alla realtà diocesana siracusana e ragusana; iniziative dedicate alla “Caritas” della Chiesa del Carmine che ha anche la rettoria della Chiesa San Tommaso; servizio alla mensa dei bisognosi istituita presso la Parrocchia del Pantheon; aiuto alle necessità della Chiesa locale;
manutenzione ordinaria, straordinaria e restauro degli elementi simbolici del nostro culto; realizzazione della rappresentazione del Cristo morto presso il Santuario Madonna delle Lacrime; restauro della Croce e dell'Altare del Santuario Maria Santissima Mater Adonai di Brucoli; manutenzione delle Campane della Cattedrale; restauro del paliotto argenteo dell'altare della Chiesa Santa Lucia alla Badia; restauro e pubblicazione della statua dell'Ecce Homo della Parrocchia San Francesco di Paola di Augusta; manutenzione dell'abside della Chiesa San Filippo in Ortigia. A tutto questo si aggiungono la manutenzione ordinaria e straordinaria, l'arredamento e l'abbellimento della Chiesa a noi affidata che al momento della consegna era quasi totalmente spoglia; sostegno ai «Seminari» dell’Arcidiocesi di Siracusa e delle Diocesi di Noto e Ragusa. BEIT JALA: Palestina, sostegno alla parrocchia Nostra Signora dell’Annunciazione, retta da Don Hanna Mass’ad. Anche se la missione dell’Ordine è quella di sostentare le opere del Patriarcato Latino di Gerusalemme in Terra Santa, sopperendo alle sue necessità attraverso la raccolta delle risorse economiche necessarie, i progetti in corso sopra descritti, sotto vari aspetti, assicurano la continuità e la possibilità di intrattenere un bel
rapporto diretto e privilegiato con le realtà locali interconfessionali ed interreligiose, realtà che diventano lo spazio per la Luogotenenza Italia - Sicilia in cui stabilire relazioni di amicizia nella carità e creare legami profondi nella centralità della vita spirituale per uscire dalle proprie ristrettezze confessionali ed incontrarsi e camminare insieme, invocando i doni della pace e della corresponsabilità. C’è un proverbio latinoamericano che recita così: «Camminando si apre il cammino». Che, tradotto nell’esperienza caritatevole e nel dialogo ecumenico ed interreligioso dell’Ordine significa: «Solo vivendo il cammino rischioso della fede si può imparare a camminare insieme. La fede è cammino e il credente è un pellegrino sempre in viaggio, ma mai da solo». BIBLIOGRAFIA - AA. VV. LA CROCE DI GERUSALEMME Annales Ordinis Equestris Sancti SepulcHri Hierosolymitani, 2020|2022 - Fernando Filoni, E TUTTA LA CASA SI RIEMPI’ DEL PROFUMO DELL’UNGUENTO Libreria Editrice Vaticana 2020 - Dominique Collin, IL VANGELO INAUDITO, Queriniana 2021 - Marcello Di Tora, TEOLOGIA DELLE RELIGIONI, Dario Flaccovio Editore 2014 - Mariano Crociata, TEOLOGIA DELLE RELIGIONI la questione del metodo, Città Nuova editrice 2006 - AA.VV. UNA CITTA’ TRA TERRA E CIELO GERUSALEMME le Religioni – le Chiese, Libreria Editrice Vaticana 2014 - Cesare Angelini, TERRASANTA QUINTO EVANGELO, Lindau s.r.l. 2013 - AA.VV., KASPARHAUSER ■ PHILOSOPHICAL CULTURE QUARTERLY - Anno 2, Numero 5
Per quanto attiene l’elaborato finale, si è scelto un percorso più ampio di livello territoriale e più espansivo, ispirato dall’opera poetica di Antonio Machado e più precisamente dalla poesia dal titolo «Caminante no hay camino»: il verso appartiene a una poesia della raccolta «Campos de Castilla», del 1912, in particolare alla sezione «Proverbios y cantares» (la poesia è indicata con il numero XXIX). «Caminante, son tus huellas el camino, y nada mas; caminante, no hay camino, se hace camino al andar. Al andar se hace camino, y al volver la vista atrás se ve la senda que nunca se ha de volver a pisar. Caminante, no hay camino, sino estelas en la mar”.
Saranno questi versi a liberare il cammino, come fa Machado, dalla sua dimensione fisica e visiva, per farne una figura dell’interiorità; tutto ciò è possibile proprio in una cultura come quella spagnola che ha nei suoi miti due grandi rappresentazioni, sorgenti a loro volta di molte interpretazioni e variazioni filosofiche e narrative: l’hidalgo don Chisciotte della Mancia e il pellegrinaggio a Santiago de Compostela. Il camminare, quindi, è l’itinerario spirituale che porta verso la meta
della purificazione: camminare, come figurazione corporea della medievale cristiana «peregrinatio». Ed ancora prima … «Il Signore disse ad Abram: «Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò». Camminare come atto di fede, interrogazione di sé, teatro della propria interiorità, speranza della meta: camminare è stare nella bellezza. Da queste riflessioni si sta elaborando un «camminare» - sottoforma di una «peregrinatio» contemporanea - che come il deserto, e più ancora del deserto, assorbe il passaggio, lo sottrae alla vista, lo trasforma, lo cancella. Grata al responsabile scientifico, prof. Marco Dal Corso e al tutor. Prof. Giuseppe Salvato Collura che, hanno accompagnato con grande interesse e condivisione tutto l’iter compositivo e ai frati del Convento di San Francesco della Vigna per l’ospitalità e l’accoglienza.
Istituto di Studi Ecumenici San Bernardino - Venezia
I SOCI DI «CONVEGNI DI CULTURA» dell’Associazione Maria Cristina di Savoia al Museo diocesano di Palermo Giovanna Margherita Di Gangi
Lo scorso 5 aprile, presso il Palazzo Arcivescovile di Palermo, ha avuto luogo la conferenza dal titolo «Il Sogno nelle Scritture, nell'arte e in psicologia», frutto della proficua collaborazione tra Archikromie e la sezione di Palermo dei Convegni di Cultura Beata Maria Cristina di Savoia, presieduta dalla scrivente. Ci ha accolto il Salone Lavitrano del Palazzo, e tre magnifici relatori ci hanno guidato lungo l'itinerario narrativo. Don Giuseppe Salvato Collura ha splendidamente evidenziato come sonno e sogno siano fortemente connessi e presenti nel panorama biblico, con particolare riferimento a Giuseppe, l’uomo del sogno. La psicologa Rossella Drago ha illustrato con particolare «pathos» la simbolica del sogno nella sua materia e l'architetto Francesca Aiello ha mirabilmente descritto l'incontro fra arte e sogno. Il nostro «viaggio» è poi proseguito nella splendida cornice del Museo Diocesano dove, fra la bellezza delle opere ammirate e la sapiente guida dei nostri relatori, si è concluso il nostro pomeriggio da ... sogno!
«SOGNO DI DIPINGERE, POI DIPINGO I MIEI SOGNI» Vincent Van Gogh Rossella Drago
Quello del sogno è un tema che molto spesso troviamo al centro dei nostri discorsi e che suscita nella maggior parte della gente un particolare fascino. Dal punto di vista puramente biologico, il sogno è un fenomeno psichico che si verifica durante la fase REM del sonno ed è dato da una serie di immagini e suoni percepiti come reali da colui che sta sognando. La questione che appare più interessante è però quella legata al significato che il contenuto del sogno porta con sé e, soprattutto, la sua possibile interpretazione. Nei popoli antichi vi era la convinzione che i sogni fossero una sorta di ponte con il mondo divino, un modo attraverso il quale gli dei comunicavano con gli uomini e operavano su di loro. Ne è un esempio l’antica Grecia, in cui si credeva che il dio della medicina, Asclepio, si recasse in sogno dai malati per poterli guarire o per indicare loro una cura. Nonostante il fatto che per la quasi totalità della popolazione i sogni erano legati al mondo sovrannaturale, vi erano delle credenze contrarie e più «razionali». È il caso di Aristotele, che considera il sogno come il rilascio in maniera amplificata di stimoli che avevano interessato il corpo durante la veglia. Il tema del sogno interessa moltissime aree disciplinari, ognuna delle quali dà la propria impronta rispetto a cosa
sia e a cosa serva sognare, ma sicuramente quella che inizialmente se ne è occupata con maggiore intensità è l’area psicologica. Dobbiamo a Freud, padre della psicoanalisi, il crescere dell’interesse verso il tema dei sogni e della loro interpretazione. Secondo Freud, il sogno rappresenta il tentativo di appagamento, di un desiderio considerato inopportuno secondo le regole morali della società e, proprio per questa ragione, relegato nell’inconscio umano. Dalla concezione del sogno di Freud si discostano però molti dei suoi allievi, che considerano riduttivo vedere il sogno come semplice appagamento di un desiderio inconscio, trovandosi a fondare delle teorie anche molto diverse tra loro. Tra le tante, quella che spicca maggiormente è la teoria di Jung che, tra le altre innovazioni, ha il merito di aver aperto la psicoanalisi a tematiche spirituali e religiose. Anche per Jung il sogno è la via che connette il conscio con l’inconscio, è dato da una serie di immagini a volte così strane e irrazionali da portarci a considerarlo una fonte di informazione inattendibile. Ovviamente queste non devono essere prese alla lettera, sono dei simboli che devono essere interpretati, la cui creazione e il cui significato sono profondamente soggettivi. Dice Jung «col sogno noi penetriamo nell’uomo più profondo, universale, vero ed eterno» e
questo è riferito non solo ai sogni in quanto attività psichica che avviene durante il sonno, ma ai sogni in quanto obiettivi e aspirazioni di vita. Tutti noi abbiamo dei sogni che ci proiettano nel futuro, essi sono soggettivi in quanto sogniamo tutti delle cose diverse gli uni dagli altri, ed è questo che ci rende unici nella nostra identità. Abbiamo delle emozioni, sensazioni, e a volte, anche paure rispetto ai sogni che abbiamo designato per il nostro futuro e che ci rendono le persone che siamo. È anche per questo che non esistono criteri universalmente validi per l’interpretazione dei sogni: essa deve basarsi sulla storia personale del singolo individuo. La fantasia, la creatività, giocano un ruolo fondamentale nei nostri sogni e, a volte, ciò si concretizza in opere materiali. Ciò accade, ad esempio, agli artisti e niente può essere più esplicativo di questo concetto come la frase di Vincent Van Gogh «sogno di dipingere, poi dipingo i miei sogni»: tutte le opere d’arte nascono dai sogni dei loro creatori, da qualcosa che molto spesso ha origine nel loro inconscio e che, attraverso un pennello o uno scalpello, viene sublimato. Ma, che sia attraverso delle tempere e delle tele o rincorrendo un pallone su un campo, è alla realizzazione dei nostri sogni che dobbiamo mirare.
Sapere di avere un obiettivo, un sogno, ci da la forza e l’energia necessarie a lavorare duramente, a rialzarci nei momenti di abbattimento con maggiore determinazione. Sembra difficile pensare di poter avere dei sogni soprattutto visto il momento storico che stiamo attraversando, ma non avere desideri o ambizioni si traduce in un’esistenza triste e spenta, quindi permettiamoci di sognare, di trovare noi stessi e la nostra autenticità. «Accendi un sogno e lascialo bruciare in te», William Shakespeare. A coronamento di quanto scritto, mi piace citare una breve riflessione della relazione tenuta da don Giuseppe Salvato Collura in occasione dell’evento realizzato con i soci dell’Associazione Maria Cristina di Savoia al Museo Diocesano di Palermo che così recita: «… direbbe Papa Francesco impara dalla meraviglia, coltiva lo stupore, e soprattutto sogna! Non avere paura di sognare. Sogna. Sogna un mondo che ancora non si vede. Il mondo, infatti, cammina grazie allo sguardo di uomini che hanno sognato. Vivi, Ama, Sogna, Credi!». Questa lettera sottopone alla nostra attenzione un tema insolito, mai affrontato in nessun’altra lettera … il tema del sogno … nella Bibbia il sogno, mezzo di comunicazione di Dio e con Dio, occupa un posto tutt’altro che secondario, mentre nelle Chiese cristiane, compresa la nostra, non occupa praticamente nessun posto; e ha
ragione di porre, alla fine della lettera, una serie di interrogativi più che legittimi … il sogno nella Bibbia, l’eclisse del sogno nella vita della chiesa e i modi possibili per superarla. … a cosa attribuire questa eclissi del sogno nella vita della Chiesa? Al timore di «derive misticheggianti» … ? A una certa atrofia della vita spirituale nelle nostre comunità … ? A un deficit di socializzazione delle esperienze di fede nel culto pubblico? … Ci teniamo tutto dentro, anche quello che potrebbe servire all’«utile comune», cioè all’edificazione della Chiesa? … Ma queste sono e saranno altre storie …
Guglielmo Borremans, «Il sogno di Giuseppe», Cappella del Borremans, Museo Diocesano Palermo
«LA TERRASANTA CON EGERIA» #laparolanellarte | salotti culturali Francesca Aiello
PIATTAFORMA DI DIALOGO CREATIVO SALOTTI CULTURALI Archikromie apre i propri spazi associativi al pubblico dei più raffinati lettori, dal 25 luglio al 31 agosto 2022, per scambiare opinioni culturali, per promuovere la Parola nell’Arte, nelle sue forme più creative, attraverso letture condivise a voce alta di brani di autori famosi. La prima iniziativa - collegata al progetto #laparolanellarte - è dedicata alla lettura del libro «Diario di Viaggio», Egeria. OBIETTIVI DELL’INIZIATIVA Educare all’ascolto di chi sa raccontare Ricostruire il valore del dialogo e recuperare attraverso quest’ultimo, il piacere di stare gli uni di fronte agli altri, il rispetto reciproco, il dovere di esporre se stessi alla forza e al rigore del ragionamento. Valorizzare il confronto personale e la discussione diretta che restano momenti di profonda e insostituibile crescita individuale che nessuno strumento di espressione digitale riesce ancora a surrogare. Il gruppo di lettura si dedicherà ad un classico della spiritualità cristiana di tutti i tempi per nutrire l’anima e allargare gli orizzonti del pensiero. Il gruppo nasce per viaggiare, nel mese di agosto, in una intensa esperienza spirituale per i lettori di ogni epoca. Dalle 19.00 alle 20.00 un giorno a settimana dal primo al trentuno agosto, sia per chi resta in città, ma anche per chi va in vacanza.
Si concorderà un giorno a settimana per metterci in relazione con la lettura. «Lentezza» e «Pazienza» saranno i nostri codici di accesso al viaggio che ci attende. E quindi iniziamo a prepararci: il nostro libretto da leggere, una buona dose di entusiasmo e tanta, ma proprio tanta lentezza!
#laparolanellarte 2021-2022 Locandine Eventi 2012|2022
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Finito di stampare il 30 giugno 2022
PRIMO SEMESTRE 2022
IL BOLLETTINO DI ARCHIKROMIE