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SPECIALE REFERENDUM

FOTO: © Gettyimages

Riprendiamocela con due sì Votando "sì" al referendum del 12 e 13 giugno gli italiani potranno bloccare gli effetti del decreto Ronchi ed evitare i danni della cattiva gestione del servizio idrico integrato. Come quelli prodotti a Latina Francesco Loiacono

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rivatizzare il servizio idrico non garantisce la qualità del servizio. Anzi, l’acqua è un bene comune che va preservato da ogni possibile speculazione. Sono le ragioni per cui Legambiente invita a mobilitarsi verso il referendum del prossimo 12 e 13 giugno votando «sì» e chiedendo ad amici, parenti, vicini di casa e chi più ne ha più ne metta (v. box a lato) di fare lo stesso. Solo così sarà possibile bloccare la corsa alla privatizzazione della gestione del servizio idrico, conseguenza della Legge Ronchi del 2009, che rende obbligatorio dal gennaio 2012 il ricorso alla gara per il suo

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affidamento. Come dire: fra meno di un anno tutti i servizi idrici in Italia, se il referendum non dovesse passare, potrebbe essere privatizzati. E l’esperienza che vivono ormai da quasi un decennio gli abitanti della provincia di Latina dimostra a quali conseguenze si potrebbe andare incontro.

EFFETTI IN BOLLETTA

Qui infatti, nella cittadina del Lazio, dal 2003 il servizio idrico integrato è passato nelle mani di Acqua latina, u n soggetto pubblico-privato (sulla carta le quote sono divise al 51 e 49%) che riserva però alla parte privata della società i ruoli chiave. I primi effetti gli utenti dell’Ato 4, l’ambito territoriale ottimale,

Qui sopra, Alessandro Loreti, presidente del circolo di Legambiente Latina

li hanno visti immediatamente in bolletta: «La prima fattura del 2003 presentava aumenti del 175% per le utenze domestiche e del 320% per quelle commerciali» spiega Maurizio Consalvi, del Comitato difesa acqua pubblica di Aprilia. Non solo: fino al 2002 il noleggio del contatore costava 5.400 lire (quindi 2,2 euro), oggi invece è conteggiato come quota fissa e costa 12 centesimi al giorno, arrivando così a quasi 45 euro l’anno. «In più – prosegue – per riscuotere le fatture la società ricorre alle cartelle esattoriali: le sentenze favorevoli ai cittadini che hanno presentato ricorso non mancano, un giudice di pace ha anche scritto in calce alla sentenza che la società è in malafede e


«Coinvolgiamo nella gestione i cittadini» Intervista a Paolo Carsetti, segretario del comitato referendario per l'acqua bene comune

C come in guerra Ad Aprilia, causa emergenza arsenico, l'acqua potabile è distribuita con le autobotti. «Chissà fino a quando vivremo in questa maniera», dice un cittadino mentre riempie il suo bidone

dimostra un comportamento vessatorio verso gli utenti».

BICCHIERI CONTAMINATI

A rendere ancora più paradossale la situazione è arrivato anche lo scandalo dell’arsenico. L’acqua che esce dai rubinetti di nove dei 38 comuni dell’Ato 4 presenta concentrazioni superiori a quanto prevede la Direttiva europea sulla qualità dell’acqua recepita in Italia già nel 2002. E da allora è stata comunque erogata grazie a due deroghe (vedi box). I dirigenti di Acqualatina dal canto loro si difendono: «Sin dal 2004 il gestore ha stabilito un piano d’interventi specifico, presentato alla Regione Lazio, che prevede l’abbattimento dei valori di arsenico sotto i 10 microgrammi per litro entro il 2012», ha fatto sapere l’amministratore Jean Michel Romano, annunciando l’abbattimento dell’arsenico nei comuni di Campoleone e Sermoneta. «Ma come si può presentare un piano di rientro al 2012 quando l’ultima deroga scadeva nel 2009?» si domanda ironicamente Alessandro Loreti, presidente del circolo locale di Legambiente che ci accompagna insieme a Roberto Lessi, altro esponente dell’associazione. Che rincara la dose: «L’emergenza è scoppiata nell’ottobre scorso,

On line il video della denuncia "emergenza arsenico" del circolo di Legambiente di Latina http://tiny.cc/74qfx

quando l’Ue ha bocciato un’ulteriore deroga per nove comuni, il gestore ha risposto con una campagna di disinformazione alla quale purtroppo si sono prestati anche gli enti pubblici. Basti dire che nei mesi scorsi è stato diffuso un manifesto, sottoscritto dai comuni di Cori, Sermoneta, Latina e Cisterna, dall’Asl Latina, dall’Ato4, dall’Arpa Lazio e da Acqualatina, sul quale c’era scritto: “La Commissione Europea ha espresso parere favorevole all’utilizzo di acque contenenti un limite massimo di arsenico pari a 20 microgrammi per litro fino al 2012”. Ma in realtà questo permesso è stato concesso soltanto a marzo».

osa pensano gli italiani della privatizzazione dell’acqua? La privatizzazione è percepita dalla gente come qualcosa di negativo. Aver raccolto per il referendum un milione e quattrocento mila firme vuol dire che gli italiani sanno sulla propria pelle quali sono gli effetti della privatizzazione: bollette più alte e nessun miglioramento dei servizi. Nell’ultimo decennio, dove sono state fatte le privatizzazioni, le bollette sono aumentate del 60 'Un milione e percento ma gli investimenti sono 400mila firme diminuiti dei due terzi rispetto alla dimostrano gestione pubblica, passando dai che gli italiani due miliardi a settecento milioni di conoscono sulla euro l’anno. propria pelle Si fa dunque strada il concetto di gli effetti delle acqua bene comune? privatizzazioni' Negli ultimi anni questo concetto ha cominciato a sfondare nell’opinione pubblica. Così come territorio ed energia sono visti sempre più come beni da tutelare, anche per l’acqua si promuove la partecipazione delle comunità locali nella sua gestione. Questa non è utopia, visto che si pratica già in Europa. Grenoble, che ha ripubblicizzato il servizio idrico da 10 anni, ha una consulta di utenti per la gestione. Come Parigi, che ha costituito degli organi in cui figurano realtà associative e sindacali. Ci sarà una partecipazione al voto politicamente trasversale? Io credo che sull’acqua ci sia questa possibilità, perché non ha un colore politico. I referendum di solito falliscono perché sono percepiti dai cittadini in mano a una parte politica, e ci si schiera per appartenenza. Ma per l’acqua non avviene. Un altro dato ci conforta sulla trasversalità di questo referendum: il forum italiano dei movimenti sull’acqua ha promosso una campagna per la modifica degli statuti comunali nella direzione della pubblicizzazione, e vi hanno partecipato enti locali gestiti da ogni forza politica. Che cos’hanno in comune secondo lei il referendum sull’acqua e quello contro il nucleare ? Parlano lo stesso linguaggio. Anche sull’energia va fatto un discorso per superare la sua centralizzazione e per porre attenzione alle risorse e all’ambiente. Il nucleare inquina, costa e consuma tantissima acqua. Quindi i due referendum sono strettamente collegati, chiedono tutela e gestione delle risorse ambientali, prima fra tutte l’acqua.  (Francesco Loiacono)

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SPECIALE REFERENDUM

Eau de Paris

A poco più di un anno dalla sua ripubblicizzazione, l’acqua di Parigi costa meno. Il sindaco della capitale francese Bertrand Delanoe non ha rinnovato i contratti con le multinazionali Veolia e Suez e così, dopo 25 anni di gestione privata, il primo gennaio 2010 il servizio idrico integrato è passato in mano a Eau de Paris. Il primo effetto è la riduzione delle bollette dell’8% da luglio prossimo, in virtù di un risparmio di 35 milioni di euro l’anno prodotto dalla gestione pubblica. In Francia hanno deciso per il ritorno alla gestione pubblica dell’acqua anche Grenoble e Cherbourg, mentre Tolosa, Lione e l’Ile de France intendono rinegoziare i contratti con le multinazionali.

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Arsenico dal rubinetto

In alcuni comuni laziali da quasi dieci anni è disattesa la Direttiva europea sulla qualità dell’acqua. Distribuita grazie alle deroghe

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lla fine la deroga tanto attesa è arrivata. La Commissione Europea con un decreto comunitario il 25 marzo scorso ha concesso alla Regione Lazio una concentrazione di arsenico presente nell’acqua potabile superiore ai valori consentiti (i 10 microgrammi per litro). Così, fino al 31 dicembre 2012, il livello massimo consentito passa da 10 a 20 mc per litro, e i municipi laziali coinvolti nell’emergenza, tra cui quelli del provincia di Latina, avranno circa un anno di tempo per ripristinare la qualità dell’acqua nei limiti stabiliti dall’Ue. Una qualità che è in crisi dal 2002, da quando l’Italia ha recepito la direttiva europea che fissa il limite massimo di arsenico a 10 mc per litro. Da allora il nostro Paese, attraverso il meccanismo delle deroghe, ha cercato di ritardare i tempi. Nel Lazio con due deroghe concesse da Regione e Ministero della Salute si è riusciti a prorogare fino al 2009 il tempo massimo per risolvere il problema. Non essendo però riuscita a risolvere la questione, nell’ottobre 2010 l’Italia ha richiesto un’altra deroga, ma ha avuto lo stop dall’Unione Europea. E in molti comuni laziali è scattata l’emergenza. «La Regione Lazio – spiega Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio – da metà dicembre è in stato di emergenza per l’arsenico nell’acqua potabile in alcuni comuni, ma ancora oggi manca una qualsiasi azione coordinata e d’informazione ai cittadini». A Latina e in provincia, solo dopo che l’Ue che ha dichiarato “fuori legge” 96 comuni, sono comparsi i primi dearsenizzatori e le autobotti di acqua potabile nelle città della provincia. Una soluzione a dir poco tardiva. (Luisa Calderaro)

AUTOBOTTI IN STRADA

Intanto ai cittadini restano i disagi. Ad Aprilia per avere l’acqua potabile sono costretti ad andare a prenderla, con taniche, bidoni e bottiglie, alle autobotti che Acqualatina ha parcheggiato in alcuni angoli della città. «Oggi è il primo giorno che vengo a prendere l’acqua qui», racconta Emiliano davanti all’autobotte di viale Europa su cui è affisso il cartello “Acqualatina spa. Servizio idrico sostitutivo”. «Chissà fino a quando saremo costretti a vivere in questa maniera» si domanda amaramente. Gli risponde un altro cittadino di Aprilia mentre spilla l’acqua dall’autobotte: «Fino a quando non diranno che l’acqua è buona cambiando i valori di arsenico consentiti». La scena fa riflettere: una decina di persone, nel giro di mezz’ora, si avvicinano al rubinetto e riempiono le taniche. Neanche fossimo in tempo di guerra. Qualcuno si avvicina ad-

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dirittura per chiedere a che cosa serva l’autobotte, a dimostrazione che l’informazione ai cittadini non è stata certamente esaustiva. E il quadro si fa sempre più chiaro: «La teoria che un privato possa gestire efficacemente il servizio qui è smentita – riprende Consalvi – La società aveva promesso nei primi sei anni investimenti per 146 milioni di euro, ma poi ha fatto un mutuo perché dicevano che avevano problemi di liquidità. Oggi ha un bilancio in attivo ma dice che con gli utili ripiana i vecchi debiti. Così presentano un piano di investimenti che doveva essere di sei anni salvo prolungarlo ad otto con lo stesso importo. È tutto un prorogare gli investimenti, intanto il tempo passa e i problemi restano».

CONSORZI A SECCO

Ma i paradossi non f iniscono qui perché alla fine è il servizio pubblico a venire in soccorso di

quello privato. Basti pensare ai pagamenti dei canoni ai consorzi di bonifica, incaricati di gestire le reti idriche e i canali. «In bolletta Acqualatina carica anche questi costi ma non ha mai pagato i canoni ai consorzi – racconta ancora Alessandro Loreti – Così è intervenuta la conferenza dei sindaci decidendo di cedere ad Acqualatina il canone annuale degli impianti di proprietà dei comuni, che tra l’altro nei primi anni la società non ha pagato per problemi di bilancio, perché potesse pagare i consorzi». Per non parlare della contrazione di un mutuo con la Depfa Bank: «Nel 2009 i comuni dell’Ato hanno approvato un finanziamento di 114,5 milioni di euro – continua Loreti – impegnando il 25% delle quote della società con questo istituto che lavora soprattutto con i cosiddetti strumenti derivati, quelli che hanno provocato la crisi finanziaria degli ultimi anni. Il rischio, insomma, rimane innanzitutto sulle spalle degli enti locali». A quasi dieci anni dall’affidamento del servizio ai privati, insomma, l’esperimento di Latina si rivela a dir poco fallimentare. Altrove i problemi non sono man-


Che fa, Concilia?

Il Gestore attiva la Camera di Conciliazione, dove trovare un accordo con l’utente sulle maxibollette. Ed evitare il tribunale

P cati. Per esempio la società Nuove Acque di Arezzo è appena finita nel mirino del ministero dell’Ambiente poiché alcuni servizi, tipo le volture e le manutenzioni ai contatori, secondo la Commissione nazionale per la vigilanza sulle risorse idriche, sono a carico degli utenti due volte: per chi ne usufruisce direttamente ma anche per tutti gli altri tramite la tariffa ordinaria, portando così gli aretini a versare nel 2011 circa 11,5 milioni di euro in più e ga-

Un'immagine della manifestazione per l'acqua bene comune lo scorso 26 marzo a Roma

er evitare di essere trascinata in tribunale dagli utenti che contestano le maxibollette, Acqualatina ha messo in piedi una Camera di Conciliazione. Il meccanismo è semplice. «Quando un utente riceve una bolletta che ritiene ingiusta, manda una lettera di reclamo ad Acqualatina – spiega Elena Mazzucco, conciliatrice presso la Casa dei diritti sociali, una delle associazioni riconosciute – Se la società non risponde entro 30 giorni, o da una risposta insoddisfacente, si attiva la conciliazione. Questa avviene presso la sede di Acqualatina, quindi noi e l’utente giochiamo fuori casa». Qui il conciliatore dell’utente illustra le motivazioni del reclamo e, insieme al conciliatore della società e una segreteria, si cerca la soluzione. Il cittadino può accettarla o rigettarla e proseguire per vie giudiziali. Gli utenti di solito reclamano per una lettura non 'Se un utente ritiene in regola, oppure per una perdita di cui ingiusta una bolletta non sono a conoscenza. Nel primo caso manda un reclamo. il conciliatore contesta la fattura, nel Se non ha risposta, secondo può ottenere uno sgravio del o è insoddisfacente, si 46% e una rateizzazione del pagamento. attiva la procedura' «Un tale sconto l’avrei ottenuto per una bolletta di 13mila euro ricevuta da un utente della zona di Anzio-Nettuno – ricorda Eleonora Mazzucco – La cifra era assurda anche se scontata al 46 percento, si trattava di una seconda casa in cui non andava mai. Perciò ho contestato anche l’ipotesi di perdita: una dispersione tale avrebbe messo a rischio la stabilità del palazzo. Così la conciliazione s’è conclusa con un ricalcolo dei consumi dell’utente al quale Acqualatina ha addirittura riconosciuto un credito di 500 euro». L’happy end che sognano tante persone nell’Ato 4.

Buone pratiche / 1

modello pugliese

FOTO: © apriliars50/flickr

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egli ultimi anni sono aumentati gli investimenti (200 milioni nel 2010 contro i 20 milioni del 2005) e sono diminuite le perdite, ecco perché l’Acquedotto Pugliese ha ricevuto il plauso della Corte dei Conti e la promozione delle agenzie di rating S&P, Moody’s e Fitch: da macchina mangia soldi, e poltronificio, s’è trasformato nella prova che una buona gestione pubblica dell’acqua è possibile. L’infrastruttura serve quattro milioni di abitanti in Puglia, Campania e Basilicata. L’azienda gestisce reti idriche per oltre 21mila chilometri, più di 10mila chilometri di reti fognarie e 182 depuratori. è in discussione al consiglio regionale della Puglia il decreto legislativo che mette fine alla Società per azioni, detenute dalle Regioni Puglia e Basilicata, e sancisce il ritorno a Ente pubblico.

rantendo al gestore «ricavi extra dell’ordine di 160 milioni di euro fino al 2023». Inoltre le tariffe, come dimostra un dossier di Cittadinanza attiva, nelle mani dei privati sono sempre aumentate (condizionando un aumento su scala nazionale del 64% durante l’ultimo decennio) ma gli investimenti e il miglioramento del servizio rimangono l’eccezione. A conferma che prima di cogliere in questa strategia la panacea di tutti i mali ci passa: votare sì al referendum significa arginare le derive della privatizzazione selvaggia e richiamare gli enti locali ad una gestione corretta ed efficiente del servizio. l maggio 2011 / La nuova ecologia

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SPECIALE REFERENDUM

mercificazione di una risorsa Alle gare d'affidamento viene presentata una sola offerta. Frutto di un patto di non belligeranza del cartello dell'acqua

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ochi numeri sono sufficienti a spiegare l’interesse dei privati intorno a l le soc iet à c he g e s t i s c ono ac que dot t i, fo g natu re e impianti di depurazione. Gli stessi, aiutano a capire l’attenzione che imprese di determinati settori – in particolare gli istituti di credito e il mondo delle costruzioni – prestano a questi ambiti, definiti per legge (la numero 36 del 1994) “servizio idrico integrato”. Il primo numero è 60. A circa sessanta miliardi di euro ammontano, infatti, gli investimenti necessari nei prossimi trent’anni per la manutenzione e l’ammodernamento della rete di tubature che portano acqua potabile nelle nostre case, ma soprattutto per rendere universali anche i servi-

zi di depurazione e fognature, che oggi raggiungono solo i tre quarti della popolazione del Paese. È un obbligo, questo, che l’Unione europea pone a tutti i Paesi membri. Sessanta diviso trenta fa due miliardi all’anno. Ciò che conta, però, non è solo il volume degli investimenti, ma chi se ne fa carico. Perché la legge in vigore, su questo, è chiara: il regime tariffario in vigore nel nostro Paese prevede il full recovery cost. «La tariffa – spiega la legge del 1994 all’articolo 13 – è determinata tenendo conto della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell’entità dei costi di gestione delle opere, dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito e dei costi di gestione delle aree di salvaguardia, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e

OTTO MOTIVI PER VOTARE Sì

secondo legambiente

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La nuova ecologia / maggio 2011

Luca Martinelli *

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il libro L'acqua (non) è una merce. Luca Martinelli. Edizioni Altraeconomia. Pp. 152,10 euro

Il decreto Ronchi minaccia seriamente l’avvio di una gestione sostenibile dell’acqua in Italia, considerando la gestione privata del servizio idrico come la soluzione a tutti i mali. Una norma da fermare subito perché non compie alcun passo verso la risoluzione dei veri problemi del settore idrico.

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di esercizio». Diventa compito dei cittadini, con le loro bollette, finanziare tutti gli investimenti necessari. Prevale l’idea di uno “Stato irresponsabile”: non tocca più alla mano pubblica garantire i soldi necessari alla manutenzione delle reti acquedottistiche, né gli investimenti necessari a completare il sistema fognario, impegnando le risorse garantite dalla fiscalità generale. Che, ed è bene ricordarlo, sono sempre soldi nostri. Eppure, scegliere di far ricadere sulla tariffa e non sulla fiscalità generale il costo degli investimenti crea effetti iniqui. Va a finire, cioè, che l’unica discriminante al livello di contribuzione è data dal consumo d’acqua di una famiglia, variabile dipendente, ad esempio, dal numero dei componenti, e non dipende dal reddito. È cancellata quella differenza tra ricchi e poveri che è alla base del sistema fiscale nel nostro Paese, che attraverso il meccanismo della progressività fa gravare un peso maggiore sui redditi più elevati. Ecco un altro numero: 60 milioni. Siamo noi, i cittadini italiani. Che con le bollette garantiamo, in un periodo calibrato sulla durata di ogni concessione, tra i venti e i trent’anni, la copertura dei costi d’investimento ma anche, riassunti nella voce “tasso di remunerazione del capitale

Ancora oggi 18 milioni di cittadini (pari al 30% del totale) scaricano i loro reflui senza depurazione e l’inquinamento da scarichi fognari non depurati nel mare, nei fiumi e nei laghi italiani, rappresenta ormai una cronica emergenza nazionale, a cui non si riesce a porre rimedio.

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Ci sono 9 milioni di abitanti (pari al 15% del totale) non coperti da fognatura. Anche quelli serviti però hanno una rete che non prevede, salvo eccezioni, la separazione delle acque di pioggia da quelle di scarico, con l’impossibilità di recuperare le prime e la difficoltà di smaltire le seconde in caso di forti piogge.


investito”, quella dei tassi d’interesse sui mutui che le società che gestiscono il servizio aprono per finanziare, in corso d’opera, la realizzazione degli interventi. Mutui onerosi concessi, tra l’altro, da istituti di credito privati, italiani e stranieri, perché nel nostro Paese non esiste più una vera fi-

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La carenza di fognature e depuratori in Italia ha fatto scattare una procedura d’infrazione europea avviata nel giugno 2009 nei confronti dell’Italia per la violazione della direttiva 1991/271/CE sul trattamento dei reflui urbani. Le regioni più coinvolte sono Sicilia, Calabria e Campania.

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nanza pubblica. Difficile trovare il nome delle Cassa depositi e prestiti nell’elenco dei creditori delle società che gestiscono il servizio idrico integrato. Difficile immaginare mutui a tasso agevolato. A che pro, del resto, se anche gli interessi sono caricati sulla bolletta, e suddivisi tra tutti i cit-

Il 33% dell’acqua potabile si perde nelle reti colabrodo e in alcuni casi l’accesso all’acqua è razionato e la distribuzione nelle case è irregolare, soprattutto nei mesi estivi. Un problema che riguarda buona parte delle città italiane e la cui soluzione è un ammodernamento delle reti di distribuzione

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L’acqua ha un costo mediamente basso che non ha disincentivato i grandi consumatori, come agricoltura e industria. Si deve garantire il diritto a tutti, ma anche adottare un sistema tariffario che scoraggi gli sprechi e recuperi risorse per migliorare il servizio, estendendo il sistema “full cost recovery” a tutti gli utilizzi.

❰ diventa compito dei cittadini, con le loro bollette, finanziare tutti gli investimenti necessari. e il rischio d'impresa? Pare cancellato ❱

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Mancano politiche di efficienza e risparmio, e l’adozione di tecnologie appropriate come il riuso delle acque reflue depurate per l’irrigazione e le lavorazioni industriali. Ciò va a discapito della risorsa e dei vantaggi economici e ambientali che tali pratiche possono comportare.

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Occorre un’authority pubblica autorevole e indipendente per controllare che le gestioni rispondano a criteri di uso socialmente equo e sostenibile. La risorsa idrica è un diritto, ma anche una responsabilità di cui farsi carico per garantirne la qualità e la disponibilità anche per le generazioni future.

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SPECIALE REFERENDUM

tadini, spesso ignari che quella banca che ha concesso il prestito è anche azionista della società che gestisce l’acquedotto. Bisogna sottolineare che i primi tre gruppi bancari italiani, Unicredit, Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi di Siena sono infatti molto attivi nel settore, con partecipazioni in aziende quotate alla Borsa di Milano, in altre non quotate, e con la partecipazione al Fondo italiano per le infrastrutture (F2i), una curiosa struttura ibrida il cui cervello (che ragiona in modo privatistico) è la Cassa depositi e prestiti. Messi in fila i numeri, 60 miliardi (di euro), 2 miliardi e 60 milioni (di cittadini), con le leggi, viene da chiedersi: «E il rischio d’impresa?». Pare cancellato. Anche perché, ed è evidente, la domanda è rigida. Nessun cittadino potrà mai rinunciare all’acqua potabile nella propria casa. In questa storia c’è però un ultimo numero significativo, ed è 1. Uno è il numero di soggetti che, nella maggior parte dei casi, hanno presentato la propria offerta partecipando a ognuna delle numerose gare d’appalto che, dal 1998 a oggi, hanno affidato il servizio idrico integrato in molte città italiane. Uno è il numero perfetto in una gara: chi presenta la busta, vince. Ma uno, in questo caso, non può essere indice né di concorrenza né di liberalizzazione. Specie quando si scopre che la ragione di quell’unica offerta è un accordo di cartello, un patto di non belligeranza come quello sottoscritto nei primi anni Duemila da Acea e Suez, rispettivamente la prima azienda del settore in Italia e la prima nel mondo. Un accordo che è ben descritto nel provvedimento numero 17.623 con cui l’Antitrust ha multato nel

nein berlinese

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milano con gusto

L’

acqua che esce dai rubinetti di Milano è buona al punto da essere distribuita nelle mense scolastiche. La sua qualità è pari a quella di molte oligominerali in commercio. Nel 2003 il Comune di Milano ha affidato alla società Metropolitana Milanese il servizio idrico integrato promuovendo con essa un piano di manutenzione e d’investimento sulle reti dell’acquedotto e delle acque reflue. La rete idrica ha una lunghezza di circa 2.360 chilometri ed è sottoposta a migliaia di controlli, alcuni condotti dall’Asl e del tutto indipendenti da quelli che il gestore è tenuto a eseguire.

2007 le due imprese, che hanno «viziato» le gare in Toscana e in altre Regioni del Paese. Purtroppo, nemmeno una sentenza dell’Antitrust ha il potere di sciogliere un affidamento che derivi da gare palesemente falsate. Oggi, e senza introdurre alcun correttivo rispetto a questo meccanismo, un articolo di legge del 2009, di cui si chiede l’abrogazione con il primo quesito referendario del 12 e 13 giugno, rende il ricorso alla gara praticamente obbligatorio. Ma non vorremmo vedere in tutto il Paese svolgersi gare secondo il “modello toscano”, che prevede un unico concorrente

Berlino dice “nein” all’acqua privata, e lo fa con un referendum. Il 13 febbraio scorso i berlinesi hanno votato un referendum che chiedeva la pubblicazione integrale del contratto di privatizzazione della società di gestione dei servizi idrici, accordo firmato nel 1999 con il gruppo francese Veolia e quello tedesco Rwe, che detengono il 49,9% del servizi idrici comunali. In questi undici anni di gestione privata i berlinesi hanno subìto un aumento del 35% del costo dell’acqua, divenuta tra le più care della Germania.

e il risultato scontato. Un successo referendario potrebbe invece servire a calendarizzare in Parlamento una legge d’iniziativa popolare promossa nel 2007 dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua. È stata sottoscritta da 406mila cittadini. E la parola d’ordine che la guida è “ripubblicizzazione”. Ripubblicizzazione della natura societaria di chi gestisce il servizio idrico integrato, non più società per azioni ma enti di diritto pubblico, delle tariffe e degli investimenti, con l’intervento della fiscalità generale. l * giornalista di Altraeconomia e autore del libro L’acqua è una merce

promuovi il referendum

Ritaglia, fotocopia e distribuisci il volantino 48

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Referendum acqua, riprendiamocela con due sì