cifiume.com
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La fotografia che vedete sullo sfondo, quella sulla retrocopertina e quelle che separano i capitoli, sono opera di Željko Jerneić, fotografo de La Voce del popolo. Queste immagini sono di particolare importanza, perché la mostra con le sue fotografie, portata in Comunità grazie all’idea e all’impegno di Ornella Sciucca, oltre ad aver attirato un folto pubblico e aver ricevuto i favori delle critiche, è una piccola rivincita di chi ha guidato la Comunità in questi ultimi quattro anni di mandato. È la dimostrazione di come in Comunità si faccia cultura di alto livello.
Luci in movimento 4
Non che ve ne fosse bisogno, ma… a buon intenditor, poche parole. 3
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No31 2022 La Presidente della porta accanto
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Il presidente dell’Assemblea intervista se stesso!
Rijeka Fiume in Flux: Fare la storia digitale della città di Fiume
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Dante e il kasher
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L’Archivio della Memoria di Fiume
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A cavallo tra tre centenari: 1919-1921. Considerazioni sull’identità e sullo spazio fiumano 63
Un progetto che vale oro
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COMUNITÀ = PERSONE Rosi Gasparini
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Silvana Vlahov
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PARERI E RACCONTI Quei dannati matrimoni misti!
Do ciacole e qualche considerazion de una fiumana 70
Chiara Schiavato Veranić e il grande amore per la natura 27
Pienone, eccitazione, entusiasmo. Nei ricordi di Irene Cavenago
Norma Zani
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Silvana Zorich
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Giacomo Scotti
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Quindicimila ore di lavoro volontario per l’allestimento della rivista Tutta Fiume 74
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A proposito di Stella rossa a Fiume, comunismo ed Europa 80
LA NOSTRA STORIA La mostra sulla famiglia Morpurgo in Sinagoga
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Storia del calcio a Fiume
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FOGLIO DELLA COMUNITÀ DEGLI ITALIANI DI FIUME NUMERO 31 (NUOVA SERIE) - GIUGNO 2022
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Mario Schiavato, sui tetti del mondo 26
No ai muri
ISSN 1333/0985
La poliedricità del dialetto fiumano 82
Francesca Rolandi: su Fiume, l’italianità, le minoranze e l’Europa 44
REDATTORE RESPONSABILE Moreno Vrancich REDAZIONE Vanni D’Alessio Rina Brumini Ivan Jeličić Bruno Bontempo Ornella Sciucca ART DIRECTOR Željka Kovačić REDAZIONE GRAFICA EDIT casa giornalistico-editoriale La pubblicazione si avvale del contributo finanziario della Città di Fiume, della Regione litoraneo - montana e del ministero Italiano degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale per tramite dell’Unione Italiana STAMPA Adriaprint IL NOSTRO INDIRIZZO Redazione “LA TORE”, c/o Comunità degli Italiani Uljarska (Via delle Pile) 1, 51000 Rijeka - Fiume - Croatia Tel.: 051 321 990; Fax: 212 238 e-mail: info@cifiume.com
Le foto sono riprese dall’archivio de La Voce del Popolo, di EDIT Libri e da quello di Palazzo Modello, oltre naturalmente ai lavori originali. Retrocopertina: fotografia di Željko Jerneić - Di passaggio
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L’Editoriale
Una Tore speciale
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uella che state per leggere è una Tore un po’ diversa dal solito. In primo luogo perché era da tanto tempo che il foglio della nostra Comunità non usciva ogni anno, pratica invece molto comune con i numeri della vecchia serie. Due anni di pandemia hanno creato problemi di ogni tipo. Molte persone ci hanno lasciato. Con le conseguenze a lungo termine della situazione che abbiamo vissuto che non sono ancora state comprese del tutto. Quel che è certo è per lunghi periodi tutto quello che non era di fondamentale importanza, secondo i criteri di alcuni, è stato fermo. Anche le attività della Comunità si sono fermate. A tratti del tutto, e in altri momenti a singhiozzo, con varie situazioni nelle quali è stato molto difficile capire cosa si poteva fare e cosa invece no. La Comunità ha scelto come linea guida quella della prudenza e della pazienza, forte anche della consapevolezza di quanto sia bella la nostra cultura, che da centinaia d’anni trasforma chi viene ad abitare nelle nostre terre. Dopo due anni, dicevamo, eccoci qui, con un numero de La Tore che, inevitabilmente, non poteva contenere tutto quello che è accaduto dall’ultima pubblicazione ad oggi. Abbiamo deciso volutamente di non toccare alcuni temi dei quali si è ormai discusso anche troppo, come la pandemia e di Fiume Capitale europea della cultura. E allo stesso modo, questa volta, abbiamo deciso di non raccontare soltanto in minima parte delle tante attività che si fanno in Comunità, a ritmo quasi quotidiano. Un po’ perché chi la Comunità la vive sa già tutto quello che succede al suo interno, un po’ perché abbiamo la fortuna di avere un quotidiano come La Voce del popolo che segue tutto quello che facciamo e dà a tutti la possibilità di rimanere informati sulle attività della Comunità.
Ma che cosa ci sarà mai allora in questa Tore? vi starete magari chiedendo. Abbiamo cercato di raccontarvi qualcosa che magari non sapevate. In alcuni casi qualche cosa di nuovo, in altri qualcosa di vecchio, da molti dimenticato. Presidenti a parte ci è sembrato giusto partire con l’Archivio della Memoria, un progetto importante sotto tutti i punti di vista, per passare poi a raccontarvi di alcune persone che hanno dato tantissimo alla Comunità Nazionale Italiana. La parte storica è quella più corposa e tratta vari temi molto diversi fra loro, nella speranza che ognuno di voi si farà catturare e affascinare da almeno uno di essi. In fine, passiamo a qualche opinione, ciascuna delle quali ha un suo motivo, senza dimenticare quell’incredibile Tutta Fiume. Permettetemi ancora un’ultima cosa, prima di passare agli articoli veri e propri, ossia ringraziare tutti quelli che hanno permesso la pubblicazione di questo numero de La Tore. A partire dai validi membri della Redazione: Ornella, Bruno, Vanni, Ivan e Rina, uno più bravo dell’altra, sia come articolisti che come redattori, ma soprattutto come persone. Ringrazio anche tutti gli altri che hanno collaborato fornendo un contributo, sia sotto forma di testo che di immagini, su tutti devo nominare Željko Jerneić. Un grazie speciale va poi a Željka Kovačić, sempre disposta a modificare l’ordine delle pagine per far fronte alle mie indecisioni o a modificare l’impaginazione all’ultimo perché abbiamo trovato una foto più bella da affiancare all’articolo. In fine, un grazie all’Edit e a La Voce del popolo in particolare, senza il cui supporto tutto questo non sarebbe possibile. Moreno Vrancich, Redattore responsabile 5
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• di Ornella Sciucca
La Presidente della porta accanto Abbiamo incontrato Melita Sciucca per parlare dei nuovi progetti della Comunità degli Italiani di Fiume
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elita Sciucca si è distinta per decenni nel suo impegno disinteressato al servizio della CNI a Fiume e in Croazia, ha stimolato con dedizione generazioni di studenti allo studio e alla passione per la lingua, la letteratura e la cultura italiana e si è costantemente dedicata all’approvazione dei diritti della CNI in Città, nella Regione e in Croazia e della cultura italiana a Fiume”, recita in sostanza la motivazione data dal Console Generale d’Italia, Davide Bradanini, per il conferimento alla stessa dell’alta onorificenza di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia, concessa lo scorso 1º febbraio, durante la cerimonia solenne tenutasi nel Salone delle Feste di Palazzo Modello, alla presenza dell’Ambasciatore d’Italia in Croazia, Pierfrancesco Sacco, del deputato della CNI al Sabor, Furio Radin, del presidente dell’Unione Italiana, Maurizio Tremul e di tanti amici, colleghi e familiari accorsi a festeggiarla, per starle vicino, per farle sentire tutto il calore e la commozione, per applaudirla, per abbracciarla. E non poteva essere diversamente perché lei, per noi semplicemente Melita, c’è e c’è sempre stata, per tutti, larga di sorrisi e simpatia, credendo nel prossimo, nella cultura, nell’italianità, nel passato e nel futuro ma anche, e soprattutto, nella bellezza e nella potenzialità della CNI. Una Presidente della porta accanto, accogliente, solare e generosa. Un riconoscimento meritatissimo... “Per me trattasi di un premio molto gratificante in quanto, in un certo senso, non lo considero neanche mio personale, bensì della CI, delle scuole, rivolto alla nostra italianità, alle persone che lavorano, che si danno da fare, che ci credono e insistono”.
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Da un paio di mesi a questa parte sono terminati i lavori di ristrutturazione degli spazi di Palazzo Modello. Un intervento supportato dall’Unione Italiana, atteso a lungo, ideato dal Comitato esecutivo della precedente gestione, ripreso e ridimensionato da quello attuale in base alle priorità necessarie e, da ultimo, approvato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale della Repubblica italiana. La ditta che li ha realizzati, ovvero l’atelier del connazionale Giulio Bonačić di Abbazia ha fatto un lavoro eccelso. Contenta?
“Ciò che mi preme rilevare in merito ai lavori è la ristrutturazione completa della Sala mostre, adatta ora ad allestire anche esposizioni esterne, oltreché quelle della CNI, quindi sia di artisti croati che italiani. La CI deve essere un punto di incontro e riferimento per tutti. Il sodalizio ora, grazie in primis al grande lavoro di tutti i dipendenti, dalla segretaria Adriana Mosina a Flavio Cossetto che si occupa della parte tecnica, entrambi assunti a tempo indeterminato su approvazione del Consiglio Esecutivo, nonchè di Sara Marsanich, adibita alle pulizie e Lucio Slama, che aiuta al
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Silvana Vlahov, Melita Sciucca e Agnese Superina durante un evento di tanti anni fa bar, come pure di Federico Guidotto e Giulio Bonačić, che si è occupato di tutti i lavori, è un vero e proprio gioiello. Li ringrazio di cuore. Per quanto mi riguarda sono molto ottimista e, proprio per approfondire e far fermentare un discorso iniziato quattro anni orsono, ho intenzione di ricandidarmi per i prossimi quattro. Ovviamente, se le persone mi vorranno.” Sei soddisfatta del lavoro effettuato sinora? “Si è fatto molto, si sono poste delle buone basi, ma c’è ancora tanto da costruire sulle stesse, il che è stato difficile e, a lunghi momenti, impossibile, a causa del Covid-19. Da un lato molte cose sono state riprese partendo da zero, o quasi, come il discorso dei giovani, dall’altro sono contentissima dell’operato culturale, in quanto la CI è diventata un bel punto di riferimento specialmente dei musicisti. Lo era sempre, ma ultimamente la loro presenza si è intensificata, amano venirci in quanto riconoscono la bellezza e l’acustica del Salone delle Feste e l’eleganza dell’ambiente in generale, nonché ci hanno portato pubblici che prima erano convinti il nostro palazzo fosse aperto solo agli italiani. Quindi, a mio avviso, l’apertura nei confronti della Città è importantissima. Noi siamo cittadini di Fiume, non un ghetto chiuso”.
La problematica della mancanza dei giovani nella CI è, quindi, un dolente tallone d’Achille. Si agirà anche in tal senso? “I giovani...il mio grande cruccio. Prima della pandemia da Covid-19 eravamo riusciti ad individuare almeno un paio di appuntamenti in cui venivano in CI come, ad esempio, il venerdì dei giochi o il martedì del cinema. Ma, ad essere sincera, non siamo effettivamente riusciti a trovare un momento strutturato con il quale attirarli e fargli frequentare il nostro palazzo. Non riusciamo bene a capire la ragione di ciò ma, purtroppo, è così. Il fatto che la maggior parte delle comunità e delle associazioni, sia in Italia che in Croazia, mi raccontano di trovarsi di fronte allo stesso problema non è una giustificazione per non tentare. Dobbiamo incontrarli, capire che cosa vorrebbero fare, e proporglielo. Mi viene in mente un corso di cucina, di yoga, il coro giovanile, delle serate tematiche, ecc. È, inoltre, fondamentale lavorare su un riavvicinamento alle scuole, fare progetti insieme alle stesse, incontrarci mensilmente. Recentemente abbiamo organizzato la premiazione dei bimbi inerente il concorso “Un critico in erba” in CI. La Sala era gremita di gioventù ed è stato bellissimo.”
Qual è il ruolo della CI oggi? “In quanto Comunità Italiana abbiamo il compito di mantenere le tradizioni fiumane. È ovvio che il Circolo non può più essere ciò che era nel passato, ma le si può rivisitare, impostare in nuovo contesti, magari unendo i linguaggi di ieri e di oggi, reinterpretarle, modernizzarle, rinfrescarle. Il mio grande desiderio è che la CI contribuisca al suo riconoscimento nel capoluogo quarnerino, nello specifico mi riferisco alla cultura italiana che le compete e appartiene e che, una volta per tutte, si capisca che la nostra è una comunità non di “resti” di italiani che se ne sono andati, bensì di persone che portano avanti qualcosa che fa parte integrante della città. Ciò significa che, se per esempio, viene installata una mostra sul Corso, non può mancare la lingua italiana! In quanto essa fa parte di tutti i settori della vita cittadina, non ci possono essere soltanto le diciture o le spiegazioni/descrizioni in lingua croata e inglese. Deve diventare normale, per chi sente di appartenere alla comunità italiana e frequenta le nostre istituzioni, chiamarla con il suo nome italiano, ovvero “Fiume”, non “Rijeka””. Quale sorte, invece, per la lingua italiana? “Negli ultimi tempi stiamo assistendo ad un bell’affluire di italiani nella no7
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stra città, quindi sono convinta che l’italiano si continuerà a parlare sempre. Anche a loro, però, vanno insegnate molte cose sulla sua storia, sulla sua italianità e fiumanità. Ve ne sono molti che hanno capito, ai quali ormai Fiume è entrata fin sotto la pelle, ma ve ne sono anche quelli che continuano a vivere a “Rijeka” e ai quali, in un certo senso, bisogna un pochino aprire gli orizzonti”. Quali sono le novità e/o i nuovo progetti della CI? “Innanzitutto il sito web inerente alla CI, che sarà in funzione tra poco, ideato da Federico Guidotto. Devo dire che ha fatto un lavoro eccellente e che, con la creazione dello stesso, la Comunità riceverà un nuovo tipo di visibilità e di comunicazione con il pubblico, molto efficace e moderno. A lui è legato anche il progetto che mi piace chiamare “Un fiume di pillole”, pensato in collaborazione con il Dramma Italiano, in cui 15 testi riguardanti momenti, palazzi, vie, personaggi fiumani, scritti da Giuseppe Nicodemo e curati da Albert Merđo, prenderanno vita in piccoli filmati di un minuto. Due altre belle novità sono il Festival delle canzonette fiumane, che abbiamo recentemente organizzato insieme all’Associazione dei musicisti della Regione litoraneo montana e la mostra permanente dedicata a tutti i vincitori di Istria Nibilissima della CI di Fiume nel corso dei 50 anni del Concorso d’Arte e di Cultura”. Si punta molto sulle collaborazioni... “Assolutamente. Le collaborazioni con le altre istituzioni della CNI sono fondamentali, come pure quelle con la maggioranza, con la Città, con il Consolato Generale d’Italia a Fiume, con la Biblioteca Civica, con la già accennata Associazione dei musicisti, con personaggi del mondo dello spettacolo, della musica, del teatro, della moda, dell’arte, della cultura in generale quali Neno Belan, Nevia Rigutto e altri. Inoltre voglio rilevare anche la bella e preziosa cooperazione con il mondo degli Esuli, con l’Associazione Fiumani nel Mondo-Libero Comune di Fiume in Esilio, con la Società di Studi Fiumani-Archivio Museo di Fiume insieme ai quali, alla 8
fine di ottobre abbiamo finalmente organizzato il tanto desiderato e atteso Raduno. Nell’ambito dello stesso abbiamo inaugurato mostre, presentato libri, incontrato gli studenti della SMSI, organizzato il convegno dedicato ad Enrico Morovich per coronare la pubblicazione di un’edizione bilingue del suo libro “Un italiano di Fiume”, ballato e cantato durante la serata in musica regalataci da Francesco Squarcia con Aleksandar Valenčić, da Nevia Rigutto e da Alida Delcaro, visitato tutti insieme l’ex Zuccherificio, la via dell’Industria a bordo del bus turistico fiumano, con guide Rodolfo Segnan e Bruno Bontempo, e tante altre attività. È stato indimenticabile” Il convegno che hai nominato ha puntato sulla rivalutazone di Enrico Morovich. Il prossimo autore? “L’autore che presenteremo al convegno di quest’anno, sempre in versione bilingue, sarà il grande poeta e saggista fiumano Paolo Santarcangeli e, nello specifico, il suo bellissimo libro “In cattività babilonese: avventure e disavventure in tempo di guerra di un giovane giuliano ebreo e fiumano per giunta”, che neanche i fiumani conoscono benissimo. Bella idea, quella del Festival delle canzonette fiumane... “Si. Per la sua organizzazione ci siamo avvalsi dell’esprerienza organizzativa e produttiva di Jadranka Čubrić, di quella di Aleksandar Valenčić per ciò che riguarda la parte musicale e della bravura e spigliatezza delle giornaliste di Radio Fiume, Selina Sciucca e Lena Stojiljković per la conduzione. L’obiettivo della manifestazione è quello di contribuire alla salvaguardia del dialetto fiumano affinché venga riconosciuto dal Ministero della Cultura e dei Media quale patrimonio culturale immateriale, come nel caso di quello istroveneto, valorizzando antiche canzoni popolari legate alla storia della città. Le ‘canzonette fiumane’, risalenti al periodo a cavallo fra Ottocento e Novecento, fanno parte di una storia ormai dimenticata, e che perciò va riportata alla luce. Vogliamo avvicinare questo patrimonio anche alla popolazione di maggioranza ed è per questo che ab-
biamo organizzato il Festival all’aperto, in Piazza della Risoluzione fiumana”. Tu come ti senti in quanto ad appartenenza? “Sono fiumana senza alcun dubbio. Non me la sento di dichiararmi italianissima in quanto non sono nata a Roma, né a Napoli. Ascolto Gianni Morandi e Claudio Baglioni, ma anche Oliver Dragojević, i Bijelo Dugme o Zdravko Čolić. Quando giocano la nazionale di calcio italiana e croata ho problemi. Quindi, per conto mio, essere fiumani non significa essere uno o l’altro”. E Fiume, come la vedi? “Con l’Esodo se ne sono andate tante persone di grande spessore umano e intellettuale, difficili da sostituire e la città, per un periodo, ha sofferto molto. Sicuramente bisogna ricucirla dal punto di vista culturale, soprattutto puntando sul ritorno culturale, com’è stato per il Raduno dei fiumani, pubblicando i nostri autori in due lingue, facendoli conoscere alla maggioranza, risvegliando il loro interesse per lo studio, per la letteratura, per l’italianità. È un’ottima cosa. Difficile da immaginare ma, considerato che c’è molta gente che abbraccia la nostra cultura, fattibile. Cosa invece succederà con il nostro “fiumanesimo”, ormai quasi del tutto sradicato, con le nostre tradizioni, non lo so e, a dire il vero, sono seriamente preoccupata. Quindi, sono convinta che Fiume sarà una città in cui avremo un nostro ruolo, ma in prospettive molto più italiane ed europee”. Cosa significa fare la Presidente della CI? “Significa avere molte competenze che, per mia grande fortuna, ho accumulato nel corso di tanti anni di lavoro presso varie istituzioni. Senza le stesse, per ciò che mi riguarda, non sarebbe possibile fare la Presidente della CI. Per capirlo, però, mi ci sono voluti quattro anni, ovvero tutto il primo mandato. Come già accennato, vorrei rimanere in buona salute fisica e mentale per poter portare avanti il discorso iniziato. Se rinascessi farei le stesse scelte. Non me ne andrei mai da Fiume e dalla mia via Branchetta. Sono le mie sicurezze, le mie radici, la mia anima”.
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• di Moreno Vrancich
Il presidente dell’Assemblea intervista se stesso! Se vi sembra strano che uno intervisti se stesso, è perché lo è. Ciononostante eccoci qui… È soddisfatto di quello che è riuscito a fare durante questo mandato di quattro anni? Non proprio. Non siamo riusciti a garantire la proprietà della sede e anzi la permanenza stessa della Comunità a Palazzo Modello è a rischio. I vani vengono ora infatti messi a bando e non c’è nemmeno più il vincolo che l’associazione che li vuole affittare debba occuparsi di minoranze nazionali. Questo significa che se fra due anni qualcuno dovesse offrire di più, potremmo venir costretti a cercarci una nuova casa. Un’idea che non piace a nessuno. Oltre a questo non vediamo ancora nemmeno l’ombra delle tabelle Rijeka – Fiume all’entrata in città, anche se sono state promesse più volte, prima da un sindaco e poi da un altro. E sinceramente non riesco a capire quali “problemi tecnici” possano impedire la posa di un paio di tabelle per quattro anni. La Comunità però è rinata. Si sono fatte tantissime attività, nonostante due anni di pandemia che hanno creato problemi mai visti prima… Quello è merito di Melita, del suo entusiasmo e del suo dire sempre “sì facciamolo”. Anche se in alcuni casi sbaglia nel permettere tutto a tutti, alla lunga è una strategia vincente e lo si è visto con la marea di attività che abbiamo realizzato. Io ho aiutato dove ho potuto, portando avanti alcune attività, ma lo ho fatto come Moreno, non come presidente dell’Assemblea. Che cosa dovrebbe fare un presidente dell’Assemblea allora? Dovrebbe trovare una soluzione, in accordo con la Città, al fatto che negli asili italiani ci sono maestre che l’italiano non lo parlano. Dovrebbe trovare il modo di far collaborare istituzioni,
associazioni ed enti della nostra minoranza, al di la dai rapporti umani fra chi le guida in questo momento. Dovrebbe battersi affinché i programmi in lingua italiana di Radio Fiume non vengano ridotti, come pure il numero di componenti della redazione italiana, che sulla carta non esiste più. Dovrebbe far capire a chi di dovere che non ha senso che gli attori del Dramma Italiano debbano recitare in croato. Giusto per fare qualche esempio. E perché tutto ciò non è stato fatto? La pandemia potrebbe essere la scusa ideale, ma la realtà è ben diversa. Quando si tratta di politica e di difesa dei nostri diritti siamo dei dilettanti allo sbaraglio. Siamo completamente disorganizzati e siamo disuniti. Molti si limitano a fare i propri interessi o quel che è peggio: gli interessi del partito a loro più caro. È evidente che in questo modo non si otterrà mai nulla di significativo. Ogni tanto si porta a casa un piccolo risultato, come le tabelle con gli odonimi, ma per me non basta. Ci meritiamo di più. Ha intenzione di tentare un nuovo approccio nel corso del prossimo mandato? Sì, ho intenzione di lasciar fare il presidente dell’Assemblea a qualcun altro. Non sono mai stato uno che “vuole fare il presidente”. Voglio che le cose vengano fatte come si deve, portando a casa i risultati che ci spettano. Se non sono arrivati è sicuramente anche colpa mia. Non sono mai sfuggito dalle mie responsabilità e non intendo farlo ora. Per questo ben venga qualcuno che sarà in grado di portarli. Per le elezioni del 26 giugno ha consegnato una lista con tanti candidati, molti dei quali non hanno mai fatto parte
dell’Assemblea della CI, come mai? Abbiamo bisogno di una nuova forma mentis, che può arrivare soltanto portando persone nuove. Alcuni di loro collaborano con la Comunità da anni, semplicemente non sono mai stati coinvolti nel processo decisionale, per altri invece sarà una prima esperienza e questi secondo me sono quelli che possono aiutarci di più, facendoci vedere i nostri soliti problemi da un’angolazione nuova. Il prossimo presidente dell’Assemblea potrebbe essere uno di loro? Spero proprio di sì. Sto facendo il possibile per mettere in quella posizione la persona più preparata che conosco. È d’accordo. Io sono disposto ad aiutare con l’esperienza fatta in questi quattro anni, ma se c’è qualcuno più bravo: eccogli il timone. Possiamo sapere di chi si tratta? Non sarebbe carino abusare di un’intervista a se stessi per fare nomi. Ma per chi sa indagare gli indizi ci sono già. A buon intenditor poche parole. 9
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• di Vanni D’Alessio Con la collaborazione di Gianfranco Miksa e Angelo Massaro
L’Archivio della Memoria di Fiume La storia della città nelle parole dei protagonisti e attraverso i racconti di famiglia. Le testimonianze raccolte nel 2019/2020.
Tra l’autunno del 2019 e l’estate del 2020 l’Archivio della Memoria di Fiume ha raccolto dodici testimonianze di fiumani, di cui una in coppia. Quindi tredici fiumane e fiumani hanno raccontato a Gianfranco Miksa e me, e in due occasioni anche a Marko Medved, di sé e delle proprie famiglie. Attraverso queste esperienze vissute e tramandate in famiglia hanno riportato alla luce luoghi, eventi, e vita quotidiana di Fiume. L’essenza di una storia corale. I tredici testimoni tra
L’
Archivio della memoria di Fiume è un progetto di Gianfranco Miksa di Vanni D’Alessio sponsorizzato e sostenuto dalla Comunità degli italiani di Fiume in collaborazione con il progetto di ricerca internazionale Rijeka in Flux sui confini e la transizione urbana a Fiume. Ideato da Gianfranco Miksa come testimonianza della comunità di lingua italiana a Fiume, l’Archivio si è sviluppato per comune sforzo e intenzione in uno strumento di ricerca e divulgazione storica, che ambisce ad approfondire la conoscenza del passato della città sulla base di preziosi fonti orali, ossia le testimonianze rilasciate in video. Nel numero 30 de La Tore del 2019 sono state pubblicate le schede biografiche e una breve sintesi delle prime nove inter-
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2019 e 2020 sono: Elvia Fabijanić, Franzi Gruber, Silvano Bontempo, Sonia Konestabo, Aldo Racanè, Nada Skrok Mataija, Laura Kunstek, Natale Cossutta, Rosi Gasparini, Antonio Mozina, Melita Pavini con Claudio Marsanich, Licia Antonelli. Le testimonianze sono tutte in italiano e sono state pubblicate integralmente come video sulla pagina YouTube della Comunità italiana di Fiume e sono reperibili sul link: https://www. youtube.com/channel/UCp33gKZqRQwtOGyzHjaeQaw.
viste fatte dall’Archivio della memoria tra settembre 2018 e maggio 2019 con: Maria Schiavato, Giacomo Scotti, Mario Schiavato, Bruno Petrali, Silverio Cossetto, Silvana Vlahov, Giuseppe Bulva, Maria Blecich ed Elda Bradičić. In futuro La Tore pubblicherà i materiali delle interviste fatte nel 2021 e già pubblicate su Youtube con Sandro Damiani, Roberto Palisca, Rolando Benassi, Damir Grubiša, Mario Simonovich, Mariella Picinich Velenderić e Fulvio Varljen. Per l’Archivio della Memoria di Fiume abbiamo raccolto altre quattro interviste, inedite, e ancora non pubblicate, con Mirella Tainer, Giovanni Stelli, Gianna Schacherl, Rita Čeč e Silvana Zorich, e ci auguriamo di raccogliere presto tante altre testimonianze orali, oltre gli steccati geografici, ideo-
logici e culturali, per contribuire avanti alla scrittura di una storia corale della città Fiume. Nella pubblicazione sulla pagina Youtube della Comunità degli italiani di Fiume le testimonianze dell’Archivio sono presentate in forma integrale, cercando di evitare selezioni ed esclusioni. In queste pagine presentiamo delle ampie schede che includono passi importanti tratti dalle singole testimonianze, alcune rilasciate in lingua italiana e altre in dialetto fiumano. In questa versione a stampa per La Tore numero 31 abbiamo voluto far entrare il lettore in alcuni dei contenuti delle interviste, più che descriverle. Sul sito Youtube dell’Archivio della Memoria di Fiume, entrando nelle pagine delle singole testimonianze, i lettori troveranno
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una presentazione di ogni singolo testimone e la lista degli argomenti trattati con il link del minutaggio per entrare nel punto di interesse di queste lunghe conversazioni. Come sanno coloro che hanno visitato le pagine Youtube, non si tratta di film documentari, si tratta di un archivio, che vuole presentare al pubblico un racconto quanto più ampio, da godersi integralmente, ma anche “a puntate”, a spezzoni, spingendo a fruirlo in maniera attiva e personale, per usi diversi, sia che si tratti di appassionati della storia e vita quotidiana di Fiume, che di ricercatori di varie discipline e ambiti. La guida degli argomenti con il minutaggio aiuta a orientarsi sugli argomenti, per riascoltare o trarre ciò che si vuole, per il piacere di sentire la voce di importanti protagonisti della storia di Fiume, o da usare per altri lavori, a stampa, in video o attraverso strumenti multimediali offerti dalle tecnologie digitali. Un lavoro di studio e analisi con il supporto delle digital humanities è già in corso con la collaborazione tra L’Archivio della Memoria di Fiume e il progetto Rijeka in Flux, sponsorizzato dall’Agenzia per le scienze della Repubblica del Canada e che vede la collaborazione di ricercatori delle Università della British Columbia, di
Ottawa, di Maastricht, di Napoli e Fiume, oltre che di centri di studio di Trento e Budapest. I materiali delle interviste sono un bagaglio di vite e storie importanti che il progetto Rijeka in Flux sta già utilizzando, grazie al contributo di Angelo Massaro, che sta trascrivendo le interviste per una ricerca che si avvarrà del contributo di Benedikt Perak dell’Università di Fiume, di Brigitte LeNormand dell’Università di Maastricht e di Vanni D’Alessio dell’Università di Napoli. Il progetto guidato dall’Università della British Columbia ha già sviluppato l’applicazione per smartphone Rijeka Fiume in Flux (www.rijekafiumeinflux.com), come descritto nelle stesse pagine del numero 31 del 2022 de La Tore, e il progetto che lo ha preceduto ha già prodotto la mappa storica, digitale e interattiva Fiume una narrazione storica (www.rijekafiume.geolive.ca). Siamo onorati dell’attenzione riservata al nostro archivio da spettatori occasionali e da ricercatori. Questo infatti è il senso del progetto dell’Archivio della Memoria di Fiume: raccogliere in italiano testimonianze orali sulla storia di Fiume, attraverso un ampio numero di luoghi e momenti della vita dei testimoni e della propria storia familiare, da qualsiasi angolo o prospet-
tiva esse provengano, oltre steccati e divisioni, geografiche, etniche o nazionali. Nato all’interno e grazie agli sforzi della Comunità degli italiani, l’Archivio della Memoria di Fiume segue l’ampia apertura d’ali che la stessa Comunità sta mostrando negli anni, aprendo le proprie porte ai fiumani di Fiume e che vivono fuori Fiume, come oltre le soglie degli attivisti e membri della nostra comunità linguistica, per arrivare a una narrazione corale. Qui di seguito sono presentate la sintesi degli argomenti di ogni testimonianza con molti estratti fedeli di ogni singolo testimone, con parole espresse in italiano e in fiumano. Questo è stato possibile anche grazie alle trascrizioni fatte da Angelo Massaro, che ringrazio a nome mio e del co-autore dell’Archivio Gianfranco Miksa, confidando che il lavoro di analisi suo, nostro, e di altri studiosi e appassionati troverà anche altri sbocchi, in ulteriori pubblicazioni che mettano in giusta prospettiva la ricchezza del contributo che la comunità italiana di Fiume ha offerto nella storia di questa città. Un ringraziamento speciale va ovviamente a Gianfranco Miksa che mi ha coinvolto in questa avventura e alla Presidente della Comunità degli italiani di Fiume Melita Sciucca, che ha creduto in questo progetto.
Le testimonianze dell’archivio della memoria di Fiume 2019/20 Elvia Fabijanić Testimonianza del 9 novembre del 2019 Fiume (abitazione di Elvia Fabijanić, Stranga) Luoghi della narrazione: Fiume, Rione di Cosala, Zagabria, Goli Otok
Autori dell’intervista: Gianfranco Miksa e Vanni D’Alessio Riprese e montaggio: Gianfranco Miksa Testimonianza intera (1 ora e 20 minuti) pubblicata su YOUTUBE, al link: https://youtu.be/AqIQF_AZ3f8
«Mi chiamo Elvia Fabijanić, nata Cesak il 6 giugno del 1932 a Fiume. La mamma fiumana, diremmo patoca, il padre austriaco, nato a Vienna, venuto a Fiume nel 1929». Con queste parole si presenta Elvia Cesak Fabijanić, insegnante, poi direttrice della Scuola Elementare italiana “Gelsi”, quindi Presidente della Comunità degli italiani di Fiume, un personaggio cruciale della minoranza italiana in città. La testimonianza parte dagli anni in cui Elvia era alunna della scuola Alessandro Manzoni a Cosala, anni difficili e pesanti, quelli della guerra, in cui si intrecciavano, per i bambini, anche momenti spensierati dei giochi e quelli cupi legati alla guerra, scanditi da incursioni aeree e corse ai rifugi: «Non vedevo l’ora che finisse la guerra, sperando che dopo la guerra si sarebbe stati meglio ecco…Non è stato proprio così. In ogni modo, nel 1945, Fiume è stata liberata. Mi ricordo quando la mamma m’ha detto che la guerra era finita, ero molto felice, 11
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però quando sono venuta a contatto con queste persone che hanno combattuto per liberare Fiume, sono rimasta un po’ scioccata perché naturalmente non era l’esercito diciamo normale e così via…». Un sentimento di paura pervade gli anni dell’infanzia, nella transizione tra un regime e l’altro. Del regime fascista Elvia ha ricordi da piccola scolara legati alle discriminazioni patite dagli ebrei e poi allo stesso genocidio. Ricorda, infatti, una forma di differenziazione tra gli spazi dell’educazione tra cristiani ed ebrei, la facilità nel riconoscerli attraverso la cartella, e poi la loro scomparsa improvvisa: : «(...) noi sapevamo chi era ebreo e chi no da come portava la cartella. E poi è stato un momento, non li ho visti, non lo so. E ho chiesto alla mamma e così lei mi ha detto di stare zitta. Diciamo che si aveva paura. Io ho vissuto in un periodo proprio quando si aveva parecchia paura. Prima dei fascisti, dopo del nuovo regime, ci si sentiva sempre, in un certo senso, nemici». Della Fiume che diventa jugoslava ricorda in maniera netta alcuni aspetti dell’esodo vissuti in prima persona: «Sì, diciamo i cambiamenti, ciò che più di tutto mi ha colpito: l’esodo. Parenti, amici che se ne andavano, anche io speravo di andare. La mia mamma anche aveva optato. Si parlava soprattutto di andare in Italia, tutti… non tutti, ma buona parte, tutte le persone si preparavano ad andare in Italia. La mia mamma, che lavorava in fabbrica Tabacchi, aveva già il posto assicurato e aveva diciamo scelto Lucca come la futura destinazione e così via. Poi è cominciato l’esodo e la gente partiva, noi abbiamo optato, si aspettava la soluzione positiva e così via che non è purtroppo mai arrivata. Ed è stato un periodo terribile perché il lacerarsi delle famiglie, abbandonare le amicizie e così via è terribile. È una tragedia, una tragedia che non si può dimenticare e che fa sempre male al cuore, anche dopo tanti e tanti anni. Manca tantissimo… Mancano le persone con cui si è vissuti, con cui si è cresciuti». Dopo la guerra si iscrisse all’Istituto Magistrale in lingua italiana e da alunna appena sedicenne fu protagonista di un atto di ribellione impulsivo che ebbe un finale drammatico, in quanto prelevata da agenti in borghese che lei ricorda essere appartenenti all’OZNA, il servizio di spionaggio jugoslavo del tempo della guerra che aveva anche funzioni di polizia politica, che era stata disciolta nel 1946 (con la nascita dell’UDBA), ma che aveva lasciato un’ombra pesante sulle vite della popolazione rimasta a Fiume, in Istria e nella Jugoslavia tutta. Ad ogni modo, agenti di polizia in borghese, polizia politica, o UDBA che fossero, la confusione, l’incertezza, l’intensa drammaticità, il senso di pericolo costante, e risultano, insieme al senso di rifiuto del sistema vigente: «Dunque ’48-’49. Ho iniziato la terza magistrale e sui libri di testo sulla prima pagina c’era la fotografia di Tito che a noi non piaceva. E allora l’abbiamo tolta e l’abbiamo gettata nel cestino della spazzatura, dunque diciamo proprio cose da ragazzini. Il bidello ha trovato nella spazzatura le fotografie di Tito e probabilmente ha denunciato la cosa e così via. In ogni modo, 12
una mattina, durante le lezioni, sono venuti due uomini con il preside e il professor Schacherl, e mi ha chiamato e mi ha detto di seguire queste dure persone e siamo finiti in casa dell’OZNA. Noi la chiamavamo casa Vittoria vis-à-vis San Vito, la casa gialla…». Lì fu interrogata da agenti che credevano o volevano appurare se la giovane Elvia fosse tra coloro che nella famosa crisi del Cominform tra Tito e Stalin, non fosse tra coloro che parteggiavano per il secondo, cosa che avrebbe avuto delle conseguenze assai nefaste per la sua vita. Fu comunque interrogata a lungo in lingua italiana, e poi portata in carcere «e sono rimasta in carcere per due giorni. Ero nella cella con le donne che fanno il mestiere più vecchio del mondo, che sono state molto carine con me e così via». La madre, preoccupata dal fatto che non fosse tornata a scuola andò «in casa dei miei compagni e nessuno si è azzardato a dire che io ero andata via con due uomini. Nessuno sapeva niente e tutti avevano visto, la paura… Sono cose che bisogna provare, è difficile capire quando non si sono provate queste cose. Così che la mia mamma non capiva, nessuno sapeva. Nessuno voleva dire niente, dopo non so come ha scoperto che sono in carcere e il giorno dopo mi ha portato del latte. E dopo mi hanno ancora interrogato, ho fatto ancora una notte, poi mi hanno detto che potevo andare a casa». Elvia e la famiglia avevano optato per mantenere la cittadinanza italiana e quindi partire, seppure questa richiesta fu negata, e forse l’etichetta di optante pesò o forse non pesò in questa occasione, legata a un conflitto interno al comunismo -per cui diversi altri italiani comunque patirono atroci conseguenze-. Certamente la richiesta di optare non facilitava la vita a nessuno. Nella testimonianza integrale, di cui qui si presentano solo alcuni passi, si possono seguire vari momenti della vita personale e professionale di Elvia, le difficoltà col croato, lo studio a Zagabria in un’atmosfera più rilassata che a Fiume, l’insegnamento nelle scuole croate e poi italiane, la direzione e anche la fine del socialismo e la transizione alla Croazia indipendente, che pure fu difficile, in termini economici, anche se fu benvenuta, anche se nella Jugoslavia socialista «forse, diciamo forse, finanziariamente si stava meglio. Per me è stata una liberazione perché io tutti quegli anni ho vissuto sotto una pressione, una paura, non so, un’atmosfera che non mi piaceva. Diciamo che io sono di idee, che qualcuno direbbe senz’altro, socialiste perché io sono per l’uguaglianza dei diritti di tutti quanti. Ognuno deve avere il diritto di studiare, di curarsi, indipendentemente dal suo stato sociale». Le preoccupazioni per la Comunità italiana occupano un posto importante in ogni testimonianza raccolta, e quindi anche in questa: «Finché esistono e le scuole e il teatro e i giornali e così via… e mi piacerebbe così anche per il futuro, non lo so, speriamo! Io ho seminato bene, mio figlio è un grande fiumano, la mia nipote è fiumana anche se abbiamo matrimoni misti sia io che mio figlio. Non abbiamo per questo mai rinunciato né alla fiumanità né all’italianità».
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Silvano Bontempo Testimonianza del 7 ottobre del 2019 Fiume (Appartamento Miksa, Campetto. Bontempo vive a Cosala) Luoghi della narrazione: Fiume, Stranga, Mlacca, Cittavecchia
Autori dell’intervista: Gianfranco Miksa e Vanni D’Alessio Riprese e montaggio: Gianfranco Miksa Testimonianza intera (1 ora e 20 minuti) pubblicata su YOUTUBE, al link: https://youtu.be/aR28n-KWZ8w Silvano Bontempo (1940) è stato testimone dell’intero percorso del gruppo etnico italiano a Fiume dalla guerra ai giorni nostri, come attivista e protagonista del palcoscenico della Comunità degli Italiani, non ultimo con le sue apparizioni nel duo Carleto e Franzelin. Nella sua testimonianza inizia a raccontare della guerra e l’immediato dopoguerra vissuti da bambino, con le corse nei rifugi, luogo di sopravvivenza ma anche di giochi: «Eh, mi ricordo gli anni dei bombardamenti de Fiume, io go passato praticamente l’infanzia, i quattro anni quasi sempre in rifugio. Che spiegavo prima che mia mamma sentiva il preallarme prima che suoni le sirene, io mi credo che non go avudo più di due anni. E mi gavevo quelle famose sediette, quella volta che eran quelle pieghevoli, se le metteva a tracolla e se correva al rifugio. Gavevo el capottin e una vicina, una ragazza che l’aveva dieci anni più di mi, per la manina me prendeva e correvimo in rifugio. Terminado l’allarme, se tornava a casa, magari qualche volta s’andava anche per due/tre volte al giorno in rifugio. Eh beh i ricordi in rifugio ho tutte le donette là del rion, là se giocava al “frate che ha perso la ciavatta” , pegni, insomma si cercava de animar un pochettin. Eran donne simpaticissime, piene di umorismo, così insomma si passava il tempo là». Racconta quindi dei periodi tra guerra e dopoguerra nel rione di Stranga e Mlacca, con l’arrivo dei partigiani nel 1945: «Finita la guerra, me ricordo benissimo el giorno… cioè benissimo, quel che se può ricordare, a cinque anni oramai… El 3 maggio i partigiani che venivan su de Pehlin e mi e la mamma, in Stranga in finestra, che insomma eravamo presi in finestra a guardar che me ricordo i partigiani e partigiane, erano uomini e donne che andavan verso il centro città». Ricorda quindi l’asilo dalle Benedettine e la Scuola elementare Gelsi in lingua italiana, i carretti a “baliniere” con la “mularia” di Stranga e Mlacca. Di quella zona della città nel dopoguerra ricorda la distribuzione dei pacchi UNRRA dove si fondò il Circolo sloveno Bazovica, i ragazzi orfani del Ricovero Branchetta, la distruzione della chiesa di Mlacca nel 1949, dove aveva fatto comunione e cresima in lingua italiana: «Eh quella chiesa la ga minado perché era detto che la disturbarà per il passaggio dell’autostrada che
dopo s’era dimostrado che la poteva benissimo restare là. Lì ho fatto il primo catechismo, la comunion, e la cresima ho fatto là. Quella volta la ciesa nostra era giù, dopo buttata quella …siamo passadi dai Salesiani su». Con l’arrivo nel rione di genti nuove e la forza del fiumano come mezzo di comunicazione tra vecchi e nuovi residenti: «è cominciado a venire un po’ gente croata … noi non sapevimo se xe croata o se xe cosa che erano, erano tutti uguali. E siccome che noi erimo in molti noi parlavamo fiuman …e ve posso dir che dopo qualche mese lori ga comincià a parlà fiuman con noi, e noi il croato con lori». Il racconto prosegue con il ricordo degli studi alla Scuola industriale di Fiume come ultima classe in lingua italiana, e poi di vari aspetti della vita sociale del gruppo etnico italiano a Fiume, dallo sport, ai balli al Circolo («Madonna, una signor orchestra e signori, eran balli i sabati e la domenica. E i primi anni era anche il giovedì, si faceva il giovedì della fratellanza se ciamava. E prima era uno spettacolin e dopo era il ballo». La Filodrammatica era nata già nel 1947 e divenne parte della Società artistico-culturale “Fratellanza”, legata al Circolo e alla Comunità degli Italiani di Fiume. Tra i fondatori fu il padre di Silvano, Giulio Bontempo, animatore della Rivista “Tutta Fiume”, che si esibiva al Teatro Fenice con orchestra, attori e ballerini, e in cui non mancava una punta di ironia sul sistema politico vigente: «era fila sa, per ciapar biglietti. Una rivista completa. Era prologo, primo tempo e secondo tempo. Il prologo era la riunione in circolo del comitato, quell’epoca là era Mariano Rega e lori che se mettevan d’accordo de far qualcosa». Bontempo stesso divenne un animatore comico per serate in Circolo e dagli anni sessanta con la Filodrammatica, assieme a Nereo Scaglia, Silvio Stancich, Giulio Marini, Silvana Verbano (poi Zorich) e poi in particolare con Lorenzo Chiepolo, con cui avrebbe formato più tardi il duo comico “Carleto e Franzelin”: «Mi go fatto Filodrammatica, cominciando già a scuola. Ho fatto teatrino a scuola sempre dalla sesta avanti (...) e in Circolo ho cominciado con la Filodrammatica dopo del militar… anche prima del militar qualche piccolezza… però dopo del militar, un paio de anni. Però dopo per motivi de lavor, siccome che viaggiavo molto m’ha toccado interrompere un periodo perché non potevo prendere impegni de prove e de ste cose qua» L’esodo dei fiumani dopo la guerra aveva ridotto molto gli spazi della lingua italiana in città, cosa di cui pativa molto la “minoranza”, i cosiddetti “rimasti” : «Ah, mi dell’esodo proprio…! Siccome che noi semo rimasti qua, e (…) torno a dirghe.. fortuna! (… ) anche se molti ma ga domandà… per esempio, tre-quattro anni fa quando era il raduno dei fiumani qua…un paio de lori… che avemo fatto lo spettacolo in Circolo… e i giovani (magari i veci non tanto) domandava: “Ma ..E perché lei è rimasto qua?” Ghe digo: “Perché come noi… se nessuno restava qua, dove diavolo voi veniva adesso, se andemo tutti via?”» «Fortuna… gente mia stiamo onesti! qua xe restado… gavemo avudo qua signori dottori che xe restadi qua, professori, ingegneri, porca miseria, gente che… cossa che se andava tutti via? Noi gavemo avudo signori dottori, quella volta era 13
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facil, dove che ti andavi in qualsiasi reparto ti potevi trovar un nostro fiuman e ti poteva consigliarsi… in tutti i reparti. Madonna i professori gavemo qua. Dottori, professori, attori… e non parliamo di musicisti!» «Per questo mi con l’esodo non sono stato mai d’accordo, vi digo la verità. Cioè qualcheduno xe andado via perché aveva motivi però bisogna essere onesti che noi che xemo restadi qua… rispetto per quelli che son andadi fora, per l’amor del cielo, però torno a dir mi non go avudo mai problemi né con la lingua né niente».
Francesco/Franjo “Franzi” Gruber Testimonianza del 10 gennaio del 2020 Fiume (abitazione di Francesco Gruber, Grbci/Gornji Zamet) Luoghi della narrazione: Fiume, Fiumara, Torretta, centro città Autori dell’intervista: Gianfranco Miksa e Vanni D’Alessio Riprese e montaggio: Gianfranco Miksa Testimonianza intera (1 ora e 20 minuti) pubblicata su YOUTUBE, al link: https://youtu.be/JRdRM_xMt70 Medico specialista in dermatologia e malattie veneree, Francesco Gruber (Franjo, Franzi) è uno personaggio di spicco della comunità fiumana del secondo dopoguerra: «Io sono Francesco Gruber, o Franz Gruber, o Franjo Gruber come vi par …». «Nei documenti è rimasto che durante la scuola ottennale, me ga preso più o meno come Francesco, in liceo già i me voleva che cambio in Franjo. E allora praticamente alla fine del liceo ho cambiato in Franjo (...) I te chiamavan e te dicevan dove saria ben …che per andar avanti a scuola… e così che mettevi il nome Franjo. Perché se ti va in scuole avanti, dopo il liceo, i te dixe: “ma come ti sarà non ti sa ben il croato, mettite ti Franjo”». Era una pressione di tipo sociale: «praticamente, i tuoi amici o croati o italiani lori te spiegava… “già che ti sei rimasto qua, ti vivrai in Croazia”, o quella volta Jugoslavia, “ti te xe mejo che te metti Franjo”». La famiglia di origine austriaca ma italianizzata, «il padre è nato a Fiume e si dichiarava una volta fiumano, una volta italiano, una volta austriaco»; «sapeva l’italiano, il croato, l’ungherese, il tedesco, quindi così, la mia madre sapeva il tedesco, qualcosa di ungherese e naturalmente l’italiano. Il croato sapeva ‘ssai poco, aveva imparato quel poco che le serviva per andare in piazza e così comperare…» «Ormai era dopo il ’45, aveva già 46-47 anni, era difficile imparare una nuova lingua come il croato che è una lingua difficile sia per un tedesco che per uno che sa l’italiano». La madre, soprattutto, «parlava in tedesco, talvolta parlavamo in italiano perché io le dicevo: “Mamma ma parlime più in italian” perché tutti me ciaman 14
“gnocco”. Quindi così cercavo di imparare più italiano e sono andato così nella prima scuola, nel ’45, scuola italiana alla “Matteotti”» Era la sensazione di esser diventato parte di una minoranza, quella italiana, ma di non esser sempre accettato come tale: dopo la guerra «ci tenevamo un poco più disparati come questi che parlavamo italiano… Qualcuno ecco un certo come che si chiamava era andato dopo via, era andato in Italia. Anche noi avevamo optato per andare in Italia però non ci hanno dato.“Prima di tutto voi non siete puri italiani e quindi non vi diamo la possibilità”». Pur costretto a vivere con una protesi alla gamba a causa di un drammatico incidente, Franzi Gruber non era uno che si perdesse d’animo: «A Torretta … Mi dicevano che ero un ottimo portiere [ride]. Quindi così da una parte giocavo calcio per sviluppare i muscoli e la flessibilità insomma così, e da altra parte giocavo pian pianino…». Degli anni del Liceo italiano ricorda con affetto molti docenti: «Ilijasić era un portento per la lingua italiana, la Maria Ilijasić. E Corrado mi insegnava talvolta qualche anno geografia», poi «Marchich, lui era ottimo» poi «la Duani….», «la Guzuani… in storia il più importante professor me xe stado de sicuro Schacherl, lui era una specie di enciclopedia probabilmente era anche forse troppo de buon carattere, noi lo prendevamo in giro, gli faceimo domande e lui per mezz’ora spiegava “perché Arisostele sia meio che Platone”». «Eh Venucci!, lui era di disegno eh... Lui era disegno e ci faceva anche canto». Poi un rapporto buono ebbe anche col docente di croato, nonostante le difficoltà con questa lingua: «Radosović …era anche un buon con lui … insomma sapevo male il croato! Sempre col due passavo il croato!. Quindi alla fine del liceo non sapevo troppo ancora il croato. E anche oggi non sono proprio un lume in lingua croata». La passione per gli scacchi lo aiutò nelle lingue, che lo spinsero anche verso la lingua russa: «Ho imparato gli scacchi da vari libri in croato …anche qualche libro, addirittura, in russo …perché così ho imparato il cirillo… perché i migliori scacchisti quella volta erano russi, praticamente tutti. Allora praticamente ho imparato un po’ anche questo cirillo e qualcosa di russo per leggere queste partite dei grandi campioni…». Ricorda i momenti di tensione del 1953, al tempo della crisi di Trieste, anche se con meno drammaticità o forse solo più distacco di altri suoi coetanei (come, per il nostro archivio, Silvana Vlahov): «Nel ’53 xe stado così un’azion, non so se provocata dall’Italia o da noi in Croazia, però xe veniù un po’ a riscaladar le anime e quindi qua da noi ga comincià a far le dimostrazioni, in Italia era le dimostrazioni… E insomma anche noi a scuola, gaveimo paura un poco dei croati. E però Corrado ne ga mandà quando era quella riunione in Corso, in quella piazza… Ne ga tutti studenti, più o meno xe andà là ma non era niente. Era come sempre delle dimostrazioni, col tempo sta roba è passata». Ma la tensione di quei tempi traspare ugualmente: «Guarda, qualche tempo sarà stato forse un mese o due che xe stada questa situazione un po’ più complicada ma dopo se ga calmà sta roba. E questo è stato un
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periodo un mese, forse due, che era un po’ problematico che non era ben andar da solo come italian per la via e questo». C’erano si le intimidazioni verso chi parlava italiano…«ma xe sempre qualche testa calda: “vi spaccheremo il muso”, “Ubit ćemo te”, “šta ćeš ti tu talijanac, mi smo tu Jugoslavija”». Nella sua testimonianza ricorda gli studi di medicina, il lavoro all’Ospedale di Fiume, poi da medico generico a Veglia…Ricorda anche il clima di discriminazioni che i responsabili, legati al partito comunista di governo, mettevano in campo verso i colleghi medici, per esempio verso chi andava in chiesa: «quelli che era duri comunisti si sa, .. era partigiani…Lori cercava qualche volta de far certi problemi. …Ecco se un altro medico andava in chiesa o festeggiava il natal, quelli sghe crivevan come una caratteristica negativa per il suo curriculum». Al collega che si sapeva fosse credente i responsabili potevano quindi mettere i turni di lavoro proprio a natale, e se mancava rischiava di essere eliminato, ossia mandato via dal posto di lavoro: «spesso questi comunisti …duri ti sa …che era segretari de partito e sta roba ….Perché so che certi professori gavria voludo che per Natal no i lavori …e no! il capo dell’ospedal lo faceva lavorar proprio da lui. Guai se non ti va a lavorar …è capace de eliminarte! e questo tra professori!. Eran problemi in questi tempi fino agli anni sessanta-settanta». Da Affermato specialista si sofferma nell’intervista sul problema della diffusione delle malattie veneree a Fiume, e su come lo affrontavano lui e i colleghi, ma racconta anche del morbo di Scherlievo e di alcuni medici a Fiume, concludendo l’intervista con un pensiero alle forme di socialità presso la comunità italiana.
Sonia Antoni Konestabo Testimonianza del 2 febbraio 2020 Fiume (abitazione di Sonia Konestabo, Stranga) Luoghi della narrazione: Fiume, Gomila, Sussak, Bagno Quarnero e Molo Lungo (Longo)
Autori dell’intervista: Gianfranco Miksa e Vanni D’Alessio Riprese e montaggio: Gianfranco Miksa Testimonianza intera (1 ora e 9 minuti) pubblicata su YOUTUBE, al link: https://youtu.be/lPYh_UXw1tk Sonia Antoni, maritata Konestabo, racconta in dialetto fiumano della sua vita, delle sue famiglie (la la paterna Antoni/Antonich e la materna Salviati) e della Fiume di un tempo. Sonia nasce a Fiume nel 1931 (ma dice: «facé finta che go dieci anni de meno!», e almeno dieci di meno certamente ne dimostra!). È quindi una diretta testimone della Fiume dai tempi del Regno d’Italia, ma anche di
Sussak prima della Seconda guerra mondiale. Sonia nel suo racconto torna a immagini e situazioni in città vecchia, tra Calle De Reno, il mercato in Piazza delle Erbe (oggi Piazza Kobler) e Gomila, ai tempi di scuola e ai giochi dell’infanzia: «Sì, noi giocaimo: non eran pericolose le strade. Eran solo i carretti quelli che vendevan: ‘Ma che buoni, ma che caldi!’ facevan le krafne…i kraffen!». Ricorda Pomerio, la vecchia Sinagoga, il Bagno Quarnero sul Molo Lungo (oggi più conosciuto come Molo Longo): «Lori dixe “Molo Longo”....ma noi dixeimo sempre “Molo Lungo”!. Anche qua go letto “Molo Longo”… “Non xe vero!” Mi e la Elvia, la Fabijanić, dixeimo: “Non xe vero perché xe el Molo Lungo”». Andava, Sonia, anche al Bagno Gradsko, senza saper parlare in croato: «Mi non sapevo parlar croato, neanche la mia mamma!». Affiorano i momenti difficili della Seconda guerra mondiale, con i bombardamenti e lo sfollamento a Bersezio (Brseč) e poi in provincia di Pavia. Difficile fu anche il secondo dopoguerra. Come ad altri fiumani la richiesta di fare l’opzione per la cittadinanza italiana le fu respinta e alla fine prevalse la scelta dei genitori di rimanere, ma a caro prezzo, mentre gran parte della famiglia abbandonava la città. Alla giovane Sonia, meno di vent’anni, le fu offerto di ottenere le carte per partire in cambio di un’attività di spionaggio, cui si sottrasse. Gli occhi e le parole di Sonia Konestabo ricordano anche luoghi dello svago da giovane, come la Sala Bianca. Il primo lavoro dopo la guerra fu da impiegata assieme a tanti vecchi fiumani alla Fonderia di Matteo Skull, diventata fabbrica Rikard Benčić, dove si parlava ancora italiano: «Sono andata alla [ fonderia] Skull perché mi ero delusa perché gavevo assai voglia de andare avanti». «È successo che due amiche me ga domandà che se volerio venir con lore, da Skull: Era operai bravi, era bravi ragazzi, quel Marino.. voi xe giovani, non potete sapere ste robe… Ed era tutto in bilingue! metà italian e metà in croato. I paroni che era… tutti fiumani! impiegati e tutto! (...) ero giovane …me ga ciamà se vengo e dopo ciapavo la paga e sempre in italian se parlava.»
Aldo Racanè Testimonianza del 23 febbraio del 2020 Fiume (abitazione di Aldo Racanè, Zamet) Luoghi della narrazione: Fiume, Zamet, San Nicolò e Belvedere, Bagno Riviera
Autori dell’intervista: Gianfranco Miksa e Vanni D’Alessio Riprese e montaggio: Gianfranco Miksa Testimonianza intera (1 ora e 40 minuti) pubblicata su YOUTUBE, al link: https://youtu.be/a7LqfCiUQRo 15
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Discendente dell’antica famiglia fiumana dei Racanè, operaio, membro della Mandolinistica e solista del Coro della Comunità italiana di Fiume, insignito dell’Ordine della Stella d’Italia nel grado di Cavaliere e del Premio Rudi Palisca della Società Fratellanza, Aldo Racanè è una figura esemplare della nostra Comunità. Aldo Racanè nasce nel 1934 in una famiglia operaia ed è testimone della Fiume ancora di confine, con suoi i passaggi frequenti di frontiera tra Zamet e Cantrida (oltre che a Sussak): «Si veniva, quella volta, come in tutti i confini così anche noi… erano queste osterie. Qui si mangiava bene, un poco più a buon prezzo [che in Italia] e allora le domeniche si faceva la scampagnata e quella volta si veniva a piedi.» Racanè racconta i bombardamenti della guerra. l’affondamento del Cacciatorpediniere Pigafetta (costruito nel cantiere di Fiume], la distruzione del porto da parte dei tedeschi in fuga e l’arrivo dei partigiani. Dei bombardamenti e dei tanti eserciti liberatori di Fiume, dice: «Ricordo quella volta ero abbastanza giovane, correvamo nei rifugi durante la guerra. Quella volta avevo dieci anni quando è finita la guerra. Dunque poi abbiamo passato a queste altre guerre [ride]. Tutte guerre liberatrici, tutti quelli che sono venuti qui a Fiume hanno liberato Fiume. Però chi l’ha distrutto adesso …quest’ultimo governo… cioè non solo questo governo …hanno distrutto completamente l’industria di Fiume». Alunno alle scuole elementari Anita Garibaldi (San Nicolò) e Belvedere, fece i suoi primi passi nella musica come una delle “Piccole stelle” al teatrino della Manifattura tabacchi (cantando canzoni come “Fai piano che dorme papà”). Nell’intervista ricorda quando il padre, tecnico navalmeccanico, lo portava a vedere il varo delle navi e allo stadio la Fiumana e dopo la guerra il Quarnero/Kvarner, da cui sarebbe nato il Rijeka. Racanè ricorda l’esodo e gli anni successivi, quando era difficile lasciare Fiume, ma succedeva continuamente, racconta del padre cacciato dal Partito Comunista e di un amico e collega del padre accusato di “cominformismo”, prelevato proprio a casa Racanè e poi mandato a Goli Otok. «Il papà gaveva protestado insomma che sta gente va via e gente vien nova, ciapa ciapa quartiere… E xe sta buttà fora dal partito e quella volta era proprio il Cominform. E el papà gaveva un amico che lavoravano insieme, non so come che se chiama, e me ricordo che xe venù da noi, el papà lo ga invità a pranzo, e dal lui lo ga portà via e mi credo che non xe mai più tornado». Chiarisce il suo atteggiamento di distacco nei confronti della politica, ricordando un confronto con un agente della polizia segreta alla fabbrica Torpedo dopo il ritorno di un viaggio familiare a Torino, in cui aveva avuto la possibilità di visitare gli stabilimenti della Fiat: «E allora quando me ga domandà quelli dell’UDBA e mi ghe digo: ‘Ma la guardi mi me ga assai impressionà questo [la visita alla Fiat e i macchinari che aveva visto]’. Ma lui me dixe: ‘A me non me importa sta roba, m’importa politicamente!’ – Ma ghe digo: ‘La sa cosa? Mi la politica non me interessa.’ E lui me dixe (in croato): ‘guarda…non xe manco pasta e fasoi senza politica’. Mi ghe digo: ‘La guardi …mi se non gavrio le mani, mi non magnario….Come per chi!’ 16
Intendevo dir: per lui sì! perché lui xe in ufficio! bel! ga buona anche la paga e tutto… ma noi operai? E me ga subito [detto] ..che vado via! [ride, e fa il gesto con la mano di essere stato mandato via dall’ufficiale]». Racanè frequentò la sezione in italiano della scuola media-superiore industriale e da operaio fu anche giocatore nella squadra della fabbrica Torpedo, dove si mescolarono a lungo le lingue italiana e croata. Dall’esperienza alla Torpedo sarebbe nata in seguito l’Officina meccanica per la cantieristica R.A.M., una ditta privata negli anni del socialismo jugoslavo, di cui parla ampiamente in questa testimonianza. Non fu facile districarsi tra le imposizioni del sistema, che però aveva anche dei lati positivi: «Quando che Tito era al potere, alla fine non era male il sistema, si poteva andare oltre …quel che era [meglio] si poteva andar a comprar e…. La parte sociale era molto meja [migliore] che oggidì. Oggidì, pian pian, tutto ti porta a pagare». Racconta anche della Mandolinistica e del coro nella Comunità italiana e quindi dei Virtuosi fiumani e del suo impegno umanitario durante la guerra degli anni Novanta, e del suo attaccamento per la Comunità italiana di Fiume, per cui esprime preoccupazione: ‘«(...) i maestri doveria... quando che finisce le sue ore di lavor, dovria esser a contatto de la comunità se volemo gaver un proseguimento …ma questo non se lo vede». Ciononostante rimane forte il legame con la minoranza e verso la lingua italiana e il dialetto locale: «Sì, noi abbiamo parlato sempre fiumano, io a casa».
Nada Srok Mataija Testimonianza del 29 febbraio del 2020 Fiume (Club dei pensionati di Belvedere) Luoghi della narrazione: Fiume, Gomila, Marsecia, Sušak, Cantrida
Autori dell’intervista: Gianfranco Miksa e Vanni D’Alessio. Riprese e montaggio: Gianfranco Miksa Testimonianza intera (1 ora e 55 minuti) pubblicata su YOUTUBE, al link: https://youtu.be/VoEi6NtxkwY Nada Mataija nasce a Fiume nel 1930 come Nada Srok, in una famiglia di cittadinanza jugoslava e vive fino alla fine della guerra nelle difficili condizioni di Gomila in Città vecchia. Le sue vivide memorie, raccontate in dialetto fiumano, riportano alla luce la Gomila anteguerra, con la luce a petrolio, le sue osterie e negozi, le “cantade e giochi con gli altri bambini (come “muccetti”). «Bei ricordi. La mia infanzia perché gavevo buoni genitori, gavevo una buona sorella, gavevo un fratel, molta amicizia perché la Citavecia eran le case una vicina l’altra. Da una finestra all’altra se poteva passà qualcosa come che era ste calli strette e bei ricordi».
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Nada ricorda la festa di San Vito e i giochi in città vecchia, ma anche un personaggio come Jova Car, di cui ha parlato anche Rodolfo Decleva il 25 aprile 2021 sulle pagine della Voce del Popolo: «(...)era bel per San Vito che se faceva el “palo de la cuccagna.” El palo della cuccagna si piccava presciutti e vino ed era scivoloso e i muli se arrampicava su e Jova, avete sentito parlar de Jova? Andava molto a pescare e lui aveva la sua banda di ragazzi, quello l’era tremendo. E lui mandava tutti i ragazzi in palo della cuccagna e quanto che questi ragazzi montava su i scivolava e intanto nettava il grasso. E quando che tutto è finito si arrampicava el Jova. Jova Car, lui ha scritto anche un libro in fiuman. Non un libro una poesia e mi la go anche a casa, posso portare in circolo. E dopo andava lui e prendeva el prosciutto. Prima mandava sti ragazzi e questo era proprio de San Vito quelle scale su. Là se faceva, ogni anno, per San Vito noi ciamaimo el “palo della cuccagna”». Ricorda inoltre la Mlecarizza che portava latte e “Scorupich” e le estati tra Bagno Quarnero sul Molo Lungo, col tram fino al Bagno Riviera di Cantrida e oltreponte il bagno Gradsko di Sušak, dove frequentava la scuola come cittadina jugoslava residente a Fiume. «Me dispiase che ho buttà via el passaporto con un lasciapassare con la fotografia, anche noi ragazzini dovevimo gaver. Il lasciapassare mi gavevo perché gavevo fatto e potevimo andar al Gradkso. Al Gradsko era meraviglioso.». E sui bagni a Cantrida ricorda: «Noi la ciamaimo gita, non era chissà che gita …ma insomma per noi andar de Cittàveccia a Cantrida era un bel…! Pagaimo il biglietto perché non se comporatimo come xe comporta oggi, se veniva il controllor ma neanche se sognaimo de non pagar el biglietto. E in tutta la settimana ingrumavo un po’ de soldini quella volta era a centesimi che eran le lire e andavimo a Cantrida a fare il bagno. Il Bagno Riviera questo per noi era una bella gitarella». Del periodo prima della Seconda guerra mondiale Mataija ricorda anche l’olio di ricino che i fascisti davano in città vecchia chi parlava croato, ma anche il fascista buono di Gomila Attilio Giovanelli, poi prelevato e scomparso dopo la guerra, che faceva ascoltare ai bambini radunati difronte casa sua le trasmissioni radio con Cecchelin dal suo apparecchio. Della guerra ricorda, invece, i bombardamenti e le corse ai rifugi, e le sue avventure per recuperare dal magazzino un po’ di farina per la famiglia, con l’aiuto anche di un soldato tedesco che apriva la saracinesca ai bambini, ma anche le rappresaglie dei nazisti e i corpi dei morti ammazzati che non si erano recati in rifugio. «Non mi ricordo era dopo la guerra “Nama” in Corso e la i teniva viveri. E che noi gaveimo saputo che teniva viveri e gavevamo fame perché erimo giovani e era guera, era tessere per comprarse gli alimenti e allora noi avevimo profittà. Non erimo ladri ma erimo affamadi.» Nada ricorda i cambiamenti avvenuti a Fiume con l’arrivo dei partigiani e la delusione avvertita dagli abitanti di Cittavecchia, i negozi confiscati e i soprusi verso chi parlava italiano: «Invece de Toti dal Monte, xe venù Tito dal bosco». Mataija ci racconta quindi delle opzioni, della distruzione di Cittavecchia e dell’aquila fiumana, ma dice: «Ogni tanto me guardo la città e digo: che bella xe la mia città, come ghe vojo
ben, e son contenta che non son andà in Italia, anche se gavevo l’occasion”. Negli anni successivi Nada è stata un’assidua frequentatrice del Circolo di cultura e delle iniziative della Comunità italiana, tra le quali ricorda la tombola organizzata dal giornalista Ettore Mazzieri, e osserva con rammarico: “Perché i fiumani non i frequenta più la Comunità?».
Laura Kunstek Testimonianza del 16 maggio del 2020. Fiume (abitazione di Laura Kunstek. Cantrida) Luoghi della narrazione: Fiume, Gomila, Bagno Quarnero, Molo Longo
Autori dell’intervista: Gianfranco Miksa e Vanni D’Alessio Riprese e montaggio: Gianfranco Miksa Testimonianza intera (1 ora e 19 minuti) pubblicata su YOUTUBE, al link: https://youtu.be/kJMTUB3_fmI «Me chiamo Laura Kunstek e sono una mula de Citavecia. Abitavo in Citavecia fino a che m’ero sposà in calle San Sebastiano, vicin la Marsecia. La ciesa xe ancora là e allora tutti sanno dove xe San Sebastiano». Così esordisce Laura Kunstek, nata a Fiume nel 1937 in una famiglia, di origine austriaca e ungherese: «El nonno era dell’Austria e la mia nonna dall’Ungheria, così Austria-Ungheria». La nonna era arrivata ad Abbazia nel 1900 per essere curata dalla tubercolosi, e il padre nacque già a Fiume nel 1907. La Mamma di Laura era di Rubeši, nel Castuano, da dove la nonna portava verdura al mercato di Fiume. I suoi nitidi ricordi riportano alla luce i tempi dell’infanzia nella città vecchia, i giochi e gli scherzi tra bambini, alcuni di questi finivano legati alla colonna del Municipio: «quante volte attaccaimo qualche mulo su quella colonna e scampaimo via». Ricorda poi le scuole, i negozi, il Bagno Quarnero sul Molo Longo, che dopo la guerra, nonostante le distruzioni, era meta preferita della mularia di cittavecchia anche se: «Il Bagno Quarnero era de qua che si pagava, ma noi andavimo dall’altra parte, dove che era le grotte che non se pagava. Fra uno e l’altro erano certe vaschette, …[così] noi le ciamavimo, …che quando che ga bombardà ga fatto un buso in Molo Longo e là eran ste vaschette e facevimo bagno là». Ricorda bene le distuzioni della guerra in città vecchia, i bombardamenti, le corse ai rifugi, a causa delle quali la madre si ammmalò e morì. Durante la guerra la famiglia si arrangiava e Laura ricorda che «con la padelica andavimo a prendere pranzo dai tedeschi, i gaveva la mensa perché i gaveva i taliani la sua mensa fuori, i tedeschi la sua». Quanto si poteva e soprattutto in estate si andava a Rubeši, del cui ambiente ricorda il forte antifascismo: «Mi andavo con le zie, sorelle della mamma, dovete capire che l’era tutte partigiane, tutte anche gli zii. Tutta Rubeši e tutto il Castuan era dell’altra parte. Ma noi erimo così… estranei». 17
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Questo tipo di estraniamento e indifferenza era legato anche al bisogno di mantenere un atteggiamento pragmatico. Così la stessa Laura spiega come vedeva il fatto di essere «figlia della lupa durante la guerra»: «perché ne dava a magnar»: «Se ti eri figlia della lupa ti andavi da lori e ti dava da magnare… [riproduce un bacio] mmuà America!» In città vecchia aveva come vicini due martiri antifascisti, Josip Brussich (o Brusić) e Giuseppe Duella, il quale, ricorda ancora Laura, aveva un fratello che era fascista. Ricorda pure come tanti ragazzi andarono in bosco, entrando nelle file partigiane. Partigiani che però non ebbe modo di vedere quando arrivarono, quando tutta la città vecchia si riversò sul Corso ad assistere a come sfilavano. Alla piccola Laura le chiesero di assistere una prostituta di Città vecchia, di origini belgradesi, che aveva le doglie e che finì per partorire con solo una bambina ad assisterla: «…Mi son andà a veder perché questa donna piangeva, povera. Son andà a veder (...) ste donne che dovevan essere vicin de lori le xe andade tutte sotto la Torre via per veder sto 3 maggio sti partizani che veniva col [battaglione] Pino Budicin … sempre me ricordo: “Quando xe qualche cosa, chiamami sono sotto la Torre,” due passi era. “Se succede qualcosa vienimi a chiamar.” I me ga lassà sola là!». C’era un dottore che assisteva le prostitute. Era il dottor Piccotti. Le prostitute erano d’altra parte una presenza fissa in città vecchia, anche nei primi anni del dopoguerra. La “clientela”, ossia “i marinai” «veniva sotto la Torre… e dalla berretta li conoscevimo e noi li portavimo fino a dove li ti ga portar così che ti dava qualcosa… bonbon, che bel. Giuro. Come che se vedeva nei film italiani così facevimo noi. Giuro!». Gli anni del dopoguerra furono difficili. Laura ricorda la fame patita. «Mi go molto patì la fame»…«durante la guerra e dopo». Dopo la guerra la gente partiva. Anche il padre optò, ma come per altri, l’opzione per la cittadinanza italiana gli fu negata, e non rimaneva altro che andare a asalutare chi partiva : «la gente andava via, mancava gente. Anche noi gavevimo il nostro papà che aveva optà per andar via, ma non gliela ga mai dato el permesso (… ) ogni sera andavimo in treno… non in treno, in stazione adesso, un treno dove specialmente sta gente andava su e aspettava l’orario per andar via. E noi andavimo a salutarli». La vita rimase non facile negli anni successivi, con i privilegi a chi si iscriveva al partito e le discriminazioni verso chi, come Laura Kunstek, freqentava la chiesa: «non ti potevi trovar un lavoro come Dio comanda se non eri iscritto nel partito. Mi ero capo di questi… capo-operaia di questo perché sapevo lavorar. (...). Non mi prendeva perché ero sposata in chiesa. Non ti avevan preso neanche per sogno perché ti ti eri sposata in chiesa». Le discriminazioni colpivano anche chi parlava italiano, con l’etichetta di “fascisti” che aleggiava ai tempi della scuola, nei rapporti tra bambini delle scuole italiane e croate: «dopo tutti quelli croati diseva “fascisti” da noi (...) Chi sapeva cossa che era il fascismo? Chi ne capiva di politica? (...) quando erimo a scuola e fuori de scuola ….non se parlava mai de politica, ma t’offendeva… per questo go mandà la mia fia in scuole croate.. perché non le dixe 18
nisciun che la xe fascista!». Concludendo: «La scuola del mio papà: “meglio andarghe a lavar le gambe che mettere la lingua in politica” …Sempre me go ricordà e questo m’era… ma da sempre! Perché quando cominciava qualchedun a parlar de politica, sempre i era uno contro l’altro. Mi non mi mettevo né per uno né per l’altro, gavevo il mio parer che sì un ga ragion, ma non gaverìo mai detto. Mai e mai son stà e mai e mai. Bisogna essere intelligente su certe cose, non che sono inteligente ma… ecco! la vita me ga imparà!».
Natale Cossutta Testimonianza del 31 maggio del 2020 Fiume (abitazione di Natale Cossutta, Cantrida) Luoghi della narrazione: Fiume, Torretta, Cantrida, San Nicolò
Autori dell’intervista: Gianfranco Miksa e Vanni D’Alessio Riprese e montaggio: Gianfranco Miksa Testimonianza intera (1 ora e 19 minuti) pubblicata su YOUTUBE, al link: https://youtu.be/H3pDxE3tVxA «Dunque …mi chiamo Natale Cossutta e sono nato a Fiume nel 1936. Nel quartiere, molto amato da me, che si chiamava Torretta». Natale Cossutta nella sua testimonianza racconta di Fiume attraverso i suoi ricordi e le storie tramandate sui rioni di Torretta, Cantrida, San Nicolò e su altri angoli della città. Di San Nicolò e Krnjevo dice: «loro chiamano Krnjevo dove si chiamava, una volta, Plasse San Nicolò. Loro chiamano Krnjevo, ma Krnjevo non è lì. Sa dov’è il il club Gennari? Ecco, quello lì si chiamava Krnjevo. Perché? Gli italiani lo chiamavano “Cherni” perché erano [varie] famiglie (...), avevano fatto un gruppo che si chiamavano “Cherni”. E tutti ne dicevano “Cherni” “Krnjevo”. Lì era Krnjevo, però tutto il resto, fino al campo ostacoli, fino a [ulica] Baredice che chiamano ora, che era il confine con la Jugoslavia, campo Ostacoli, tutto era San Nicolò, no? Però lori l’hanno cambiato. Ora lori chiamano Krnjevo tutto quanto, ma non è vero». Su Cantrida dice: «Kantrida la chiamavano Borgomarina. Perché la chiamano Cantrida? Questo è Cantrida [indica la sedia]. Cosa succedeva? Eran quelle che venivano da Zamet, da tutte le parti che le portavano latte, verdura a vendere, no? Allora stanche, avevano il cesto, era un posto che la natura aveva fatto come per sedere e lì si fermavano e si incontravano. E digo: “Kad è, na Kantridi” La chiamavano sedia, ecco. E quello è rimasto il nome Cantrida. Dopo, gli italiani hanno detto “Borgomarina”» I racconti sui luoghi fiumani si incrociano ai ricordi personali sulla città di un tempo, trasformata con la guerra, i bombardamenti e la ricostruzione successiva : «A Torretta era gente semplice, lì erano: ungheresi, cragnolini,
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calabresi, ma di tutte le razze, anche ebrei era. Ma ebrei poveri che erano… Uno veniva con me a scuola e i tedeschi li hanno portati via (...) Noi non li chiamavamo ebrei, noi li chiamavamo “zifuti”...». «Sa dove che hanno ucciso quei due partigiani? Duella Giuseppe e Mario Gennari…[Dove c’è la targa]...quello si chiamava le “Scalette”. Erano delle scalette che andavano così, bellissime scale, andavano su… a sinistra c’era, ve lo dirò alla fiumana, una “pissariola” però quelle belle fatte in marmo (...) Beh, lì, un poco a sinistra, era un’osteria che si chiamava la “Serenissima”, conosciuta molto… In queste scalette, andando sopra… si saliva sopra e lì c’era un’altra osteria, la chiamavano “Dal Toni”, da lì cominciava una strada… la Raffineria tutto quello ha preso fino alle Casette (...). Dunque dalle Scalette si andava sopra e si andava per andare a Torretta. Si andava per la Santa Entrata, ma di lì, quando venivi col tram, andavi sopra (...). Questo ora tutto ha preso la Raffineria, però la strada si passava anche un ponte dov’è questo ponte? Sotto passava la ferrovia che andava a Mattuglie. Da lì, si andava avanti un cento metri, c’era una grande fonderia di un certo… Lotzinger che gaveva anche un negozio el principio della Santa Entrata. Era questa un’officina di fonderia. E dopo veniva la famosa Torretta. Questa era una casa fatta con una torretta. Ancora esiste…(...). Da lì, un poco ancora, si arrivava sulla famosa “Santa Entrata” e la Santa Entrata che andava fino al confine, a Zamet. (...). La Santa Entrata è il punto principale per tutta la Torretta. Perché? Là c’erano negozi, pistoria, farmacia. Tutto, tutto, succedeva lì. Era un certo Strusca che aveva commestibili e aveva il … il forno. Era la via Brazza, (...) Sopra c’era la villa Ciotta, di Giovanni Ciotta…Lui quelle statue che ha messo in Fiumara, un tempo erano tutte sopra. (...) Allora, Novi List sopra la villa Ciotta, la scalinata per andare alle case ROMSA si chiamava via Ragusa che andava fino alla via Trieste sopra. Dopo le Podmurvice, dopo le benedettine andava lì. E lì era la centrale di trasformazione. Dopo c’era un’osteria (...) un’osteria d’un certo Kenda, dopo c’era un fornaio, Gregorec, che aveva il fornaio ed era anche commestibili aveva… Dopo veniva un banco, tutto in marmo, lì era una certa Fanni che vendeva pesce, mussoli, scampi e tutto quanto. Lì vendeva fora, all’aperto. E dopo era questo Gregorec che era alla via Brazza, dopo il Gregorec el cominciava la via Baiamonti, la famosa via Baiamonti…. Sul principio della Baiamonti era un chiosco di una certa (Ricci?). Si vendevan giornali, riviste… Dopo andando verso San Nicolò c’era una farmacia che non esiste più. C’era gli orti di questo Tandarella e la parte destra era un negozio che vendeva latte, latticini e così via di un certo Jeva che dopo era un capomacchina, famoso. Dopo veniva un certo Tonči Beker, macellaio, un certo Kodnik che era barbiere. E da lì una scalinata si arrivava a via Sebenico. Andando avanti c’era la villa di Danz, dove che è ora il ZTC… Questo era un olandese. Lui aveva una grande officina, torni, frese e tutto quanto… Distrutto tutto. Il bombardamento ha distrutto tutto. E dopo, andando ancora avanti, c’era la villa Lert. Chi era? Era un console inglese che stava a Fiume. Questa villa era un castello. Questi l’hanno distrutta e hanno fatto case socialiste. L’hanno buttato giù; stava in piedi…»
Altri brani della testimonianza riguardano la situazione economicamente precaria della città negli anni dopo la guerra e i cambiamenti politici. Testimone del profondo cambiamento culturale e politico nella città quarnerina, ha saputo sempre districarsi tra le numerose difficoltà che gli si presentavano. Animato da uno spirito di autonomia, intraprendenza e forte curiosità che lo pervadeva sin da bambino, anche di fronte a ingiustizie a cui ha assistito, ha deciso di intraprendere la carriera di marittimo che lo ha portato in giro per il mondo, senza però mai tranciare i rapporti con la città e Cantrida dove con le sue mani ha costruito la propria casa e il piccolo museo in cui vive.
Rosi Gasparini Testimonianza del 6 giugno del 2020 Fiume (abitazione di Rosi Gasparini, Marčeljeva Draga) Luoghi della narrazione: Fiume, Stranga, Bagno Riviera
Autori dell’intervista: Gianfranco Miksa, Vanni D’Alessio e Marko Medved Riprese e montaggio: Gianfranco Miksa Testimonianza intera (1 ora e 27 minuti) pubblicata su YOUTUBE, al link: https://youtu.be/oMpnwPVUOr8 Rosi Gasparini nasce a Fiume nel 1945 nella famiglia Benasich, nel rione di Stranga. Lì, dice Gasperini «c’erano moltissimi fiumani. Insomma, era quel periodo in cui le porte non si chiudevano, la gente non bussava, da una cucina all’altra si passavano i piatti…i bambini… Mi ricordo io andavo dalla mia vicina a cena… anche mia figlia poi da piccola andava a cena… Così era un periodo di una vita in comune. Non si parlava di socializzazione perché era la vita di ogni giorno. Eravamo tutti insieme, no?». Come tante famiglie di lingua e identità italiana, la famiglia Benasich optò per la cittadinanza italiana: «sono nata in una famiglia di optanti (...), abbiamo un plico così di [mima un grande quantità di documenti] opzioni rifiutate (…) quelli scrivevan “si rifiuta” e siccome il cognome era Benasich, in -ch, tac. La formulazione era che la lingua non era l’italiano, no?» Lei stessa ricorda poi i difficili momenti della Crisi di Trieste e le manifestazioni anti-italiane a Fiume: «del ’53 ricordo erano brutti momenti, perché? (...) mi ricordo perché mia nonna mi accompagnava a scuola perché ci prendevano a sassate, urlando “fascisti” e così. Era un brutto momento». A quel tempo frequentava la Scuola Elementare Gelsi, e si ricorda nella sua zona anche i cambiamenti, ma allora «c’erano assai pochi bambini croati perché, anzi… hanno im19
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parato tutto il fiumano con noi perché sennò non giocavano, no?». Aggiunge: «All’inizio, perché noi eravamo un numero preponderante, no? Eravamo moltissimi, no? Io ho fatto la prima classe in due sezioni che poi ancora con le opzioni la classe si è sfoltita». Erano periodi difficili per la scuola, ma c’era un impegno straordinario della classe insegnanti, che dagli anni delle elementari, di cui ricorda in particolare Maria Blecich, pure intervistata per l’Archivio della Memoria di Fiume, fino al Liceo, di cui ricorda in particolare Maria Iliassich: «Ma noi siamo stati una generazione fortunata perché abbiamo approfittato degli insegnamenti dei vecchi insegnanti. (...) E soprattutto vedo la differenza, adesso mio nipote fa l’esame di maturità, ha finito… vedo la differenza, perché anche attraverso mia figlia potevo vedere… noi abbiamo avuto dei professori bravissimi. Non avevamo libri però noi abbiamo avuto sempre un sostegno e la cosa più interessante, secondo me, è che loro ci hanno dato anche… ci hanno insegnato a vivere! un’educazione!». Come alunni del Liceo erano integrati nella società locale e in particolare nelle istituzioni della minoranza, a partire dagli aspetti culturali e ludici: «al teatro si seguiva il Dramma italiano. Era obbligatorio. Nota bene, per i liceali. Non c’erano scusanti. Ti presentavi e basta senza molte discussioni. Poi con loro credo che andavo anche i pomeriggi danzanti dell’orchestrina degli Squarcia. Allora: Franco Squarcia, Milli Squarcia, Peppino era ancora giovane. Insomma, io ho dei bellissimi ricordi». Rosi Gasparini racconta anche i suoi 35 anni di vita professionale interamente passati al servizio della Voce del Popolo, il quotidiano degli italiani dell’Istria e del Quarnero che si stampa a Fiume. Una carriera iniziata prima come giornalista apprendista, senza diritto di firma, poi di cronaca nera e giudiziaria, per passare alla cronaca cittadina, assieme all’impegno politico per la comunità italiana: «Durante gli anni ’80, io sono diventata caposervizio della cronaca fiumana e ho avuto un’intensa vita socio-politica. Ho fatto parte della camera… allora si chiamava socio-politica, delle varie commissioni per le nazionalità, per la nazionalità italiana, ho contribuito all’apertura delle sezioni italiane di Cherso e Lussinpiccolo», «ero presidente della consulta delle comunità italiane del Quarnero» e «ho fatto quattro anni, sempre negli anni ottanta credo, come ufficiale di stato civile. Dunque, se volevi sposarti in italiano subentravo io e ti sposavo in lingua italiana che era un diritto fondamentale. Andavi al Comune e potevi parlare in italiano». Negli ultimi anni ha lavorato al quindicinale Panorama, ma da menzionare è anche il Premio alla Carriera del Concorso d’Arte e Cultura “Istria Nobilissima”, ottenuto nel 2002.
Antonio Mozina Testimonianza dell’11 luglio del 2020. Fiume, abitazione di Antonio Mozina (Zamet) Luoghi della narrazione: Fiume, Plasse San Nicolò, Sussak, Sarajevo Autori dell’intervista: Gianfranco Miksa, Vanni D’Alessio e 20
Marko Medved Riprese e montaggio: Gianfranco Miksa Testimonianza intera (1 ora e 29 minuti) pubblicata su YOUTUBE, al link: https:// youtu.be/_OtbmLO7cWI
Antonio Mozina (1931), con carattere allegro, pieno di brio, si tuffa nel proprio passato per condividere i tanti ricordi che lo legano alla propria famiglia, alla figura del padre (operaio al Silurificio), alla Fiume prebellica, bellica e postbellica, la scuola e il lavoro. Nato nel 1931 in Plasse San Nicolò, ha vissuto poi a Belvedere e dal 1946 in un appartamento presso la Narodna Čitaonica / Radio Fiume (con la madre custode). Ricorda l'asilo a San Nicolò con Nini Črnogoraz e la scuola elementare di Piazza Cambieri, poi la scuola Aleksandar Ranković per imparare il mestiere di tornitore. Ricorda le frequentazioni con Enrico Scherbez, a imparare il croato all'ex Casa del Fascio a Belvedere, poi con Stipanov e Vidas alla scuola industriale. «Papa e mamma hanno fatto opzione, come se dixe, respinti….e papà, la calcoli, aveva già un 54-55 anni e lui dixe: ”dove vado?”». Rimangono tutti a Fiume. Grazie al canto Mozina occupa poi un luogo speciale nella Comunità, in particolare con la sua pluriennale attività canora svolta in seno alla Società Artistico Culturale “Fratellanza”. Un amore con il canto iniziato da piccolo: «Non dimenticherò mai, alle undici ore alla domenica era Beniamino Gigli che cantava l’Ave Maria di Schubert. Questo ero quando avevo già dodici-tredici anni, a me piaceva assai. Non so, come ogni giovane, la capisce? Non so come spiegar… Qua, alle undici ore, loro mediante questi microfoni, questa roba, se sentiva benissimo.» Mozina lavora come tornitore alla Torpedo e poi alla Voplin, ma è amche stabile al Teatro di Fiume, prima con secondarie e poi primarie. Ricorda la “Madame Butterfly” a Fiume, si ricorda i compagni di canto: «el Sutel …Gino Bonelli. El mito Gino Bonelli!» e «el mito Marino Sfiligoi perché questa persona cosa che lui ga fatto per sta nostra comunità!». La musica non come un passatempo, ma vita: dal Teatro fiumano approda al Teatro di Sarajevo, dal ’60 al ’79: «Allora, me go fatto sentir e lor me ga dato una parte principale… che devo studiar. Son tornato a casa a Fiume con la maestra privata che si ciamava Nada Auer, go fatto sta robe e son passà sopra. Lori me ga sentì, eran contenti, go firmà el contratto per star venti anni, sopra, a Sarajevo». Dopo vent'anni passati nella capitale bosniaca torna a Fiume e riprende la sua attività nel Coro della Comunità degli Italiani, per cantare poi anche coi “Fedeli fiumani” e i “Virtuosi fiumani”. Oggi, nonostante il prossimo traguardo dei novant'anni non si stanca mai di cantare.
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Melita Pavini e Claudio Marsanich Testimonianza del 10 agosto 2020 Fiume (abitazione di Melita Pavini e Claudio Marsanich, Zamet) Autori dell’intervista: Gianfranco Miksa e Vanni D’Alessio Riprese e montaggio: Gianfranco Miksa Luoghi della narrazione: Fiume, Stranga, Bagno Riviera Testimonianza intera (1 ora e 10 minuti) pubblicata su YOUTUBE, al link: https://youtu.be/xr-IBsAGtDY Melita Pavini e Claudio Marsanich - compagni di vita in tarda età - in questa doppia intervista riportano alla luce le storie delle loro famiglie, l’infanzia, la guerra, il percorso scolastico e lavorativo fino alla fiera e intrinseca appartenenza alla fiumanità. Il racconto ripercorre momenti familiari drammatici e intensi della guerra, con i bombardamenti, le corse ai rifugi (con la pasta e fagioli della mamma!), e i destini dei genitori. il padre di Melita Pavini fu internato in un lager nazista quale prigioniero di guerra: «Il padre era un militare italian, preso prigionier nel ’43, messo in lager, perché ga capitolà l’Italia e le ga portà in Grecia, in Albania e li ga portà in lager. Ghe stado due anni in campo de concentramento e xe veniù a casa mezo morto»; «E lui xe riuscì a fuggir (...) in sei dei lori, quattro xe morti per strada perché eran ammaladi, mio padre xe veniù con la polmonite qua». Il padre di Claudio Marsanich nelle file partigiane, liberatore ma poi nemico pubblico e come cominformista: «perché mio padre nel ’44 xe scampà dai partigiani perché lavorava in porto e collaborava con manifestini contro i tedeschi. Quella volta era i tedeschi dopo il ’43. Allora dovevan scampar tutti via. Chi che arrivava a scamparse, chi che non arrivava, lo portavan in questo… in lager! E lui è arrivato a scampar in bosco, noi disemo in bosco, e là, dopo la guerra, el xe tornado». «Non era in gruppo “Garibaldi” eran tutti mischiati. Croati, italiani, fiumani, tutto l’era questo». Ma la vittoria dei partigiani portò a nuovi problemi: «Quando che mio padre era en bosco, quando sono tornati, era tutti comunisti, quella volta. Dopo di questo, el xe stado buttado fora del comunismo un po’ perché l’era politicamente contro il sistema jugoslavo». «(...) i problemi el ga avudo perché dopo de questo… Cominform che era, la politica che mandava via de questo… el ga portado a Delnizze a scavar neve, scalzi, dopo la guerra questo glie conto. Nel ’49. E se ga malà de cuor e dopo, nel ’54, xe morto». A quel punto «La mia mamma ga optado per andar in Italia, in quel momento, mi ero militar sotto la Jugoslavia». Le difficoltà di adattamento le chiarisce Melita, che viveva in una famiglia credente e che pur dedicandosi anche a svaghi, come il cinema, non andava nemmeno in centro città, fino a quando non studiò alle magistrali: «Noi erimo tutti dedicadi piuttosto ai salesiani, per la chiesa dei salesiani. Andavimo
là in cinema, però mi in città sono andada prima volta in magistrale, mi neanche in città non andavimo. Mi erimo tutti giradi sopra la casa ungherese, i salesiani, le monache e questo». Uno svago importante per Claudio fu lo sport: «(...) dopo la guerra… allora, era le squadre regionali, qua de Fiume solo, era un torneo che ga durado un due-tre anni (...). Giocavan: Magazzini Generali, l’Ina, Romsa, Torpedo, tutte ste fabbriche gaveva la loro squadra, 3 maggio anche. Tutti gaveva ste squadrette che si giocava…» Claudio Marsanich giocò a Cantrida e «al Campo Cellini. Adesso xe el campo della gioventù e dopo come se ciamava… Partizanovo». Claudio Marsanich lavorava al Cantiere Tre Maggio, quando ancora l’italiano era molto diffuso sul posto di lavoro: «Quando che go mi cominciado a lavorar del ’54 in ufficina tubisti, in Cantier, se parlava tutto in italian. In fiuman… Dopo veniva, a pian, della Bosnia, dell’interno qua della Jugoslavia, cominciava e che adesso non se parla più in italian. Tutti ghe xe morti e chi non se parla più…» Tuttavia la lingua italiana è rimasta un elemento di identità importante per la famiglia Marsanich: «E per questo v’ho detto che la famiglia Marsanich xe molto attiva come lingua fiumana. Noi tutti i nipoti, pronipoti, tutti scuole italiane e questo… Noi tenimo la famiglia fiumana, adesso come andarà avanti…»
Licia Antonelli
Testimonianza del 20 agosto 2020 Fiume (abitazione di Licia Antonelli, San Nicolò) Autori dell’intervista: Gianfranco Miksa e Vanni D’Alessio Riprese e montaggio: Gianfranco Miksa
Luoghi della narrazione: Fiume, Auschwitz, Goli Otok, Tuzla, Nova Gorica Testimonianza intera (1 ora e 48 minuti) pubblicata su YOUTUBE, al link: https://youtu.be/k7I8LlOHZvM L’intervista a Licia Antonelli si snoda attraverso la storia delle famiglie di origine arrivate a Fiume dal Friuli e dall’Istria. Protagonisti del lungo racconto sono: la madre Nerina Faraguna, di origine istriana, il padre Gino Antonelli, friulano e la stessa Licia. La madre di Licia, Nerina Faraguna, nacque a Fiume nel 1919, frequentò le scuola elementare “Anita Garibaldi” nel quartiere di San Nicolò. Viveva coi genitori nei pressi di Zamet, ma dalla parte italiana, vicino al confine jugoslavo. Il confine lo attraversavano spesso, anche per la spesa, anche perché vivevano relativamente lontano dal centro: «Sì, andavano dall’altra parte. Specialmente andavano a comperare… Ogni mattina andavano a prendere il pane perché in Jugoslavia il pane era più a buon mercato. E poi dalla Jugoslavia, cioè Zamet era già Jugoslavia, venivano a comprare il caffè in Italia perché era zona franca. Allora il caffè era a 21
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pedo e lavorava come tecnico, elettrotecnico….la vita era una vita normale, la lingua… non conosceva il croato perché non lo sapeva però sapeva un po’ di sloveno, essendo di questa parte dove si parlava un po’ misto ed era… ma, quella volta, a Fiume si parlava l’italiano in maggior parte! Poi, in fabbrica, tutti gli operai che erano… erano operai cioè fiumani o erano venuti da Monfalcone… la lingua non è stata un problema fino al ’49. Dal ’49 è diventato tutto un problema». Il padre fu poi internato a Goli Otok e Tuzla ed emarginato a Fiume «Mio padre è andato a Goli Otok come ladro. Lo hanno accusato di aver rubato i soldi per il sindacato… che il sindacato aveva raccolto per le vedove. Trovavano accuse per tutti i tipi. Perché loro non erano…. praticamente, erano tutti comunisti! ma internazionalisti! erano legati più al partito comunista italiano che a quello juLe parole più usate durante le interviste goslavo. Erano persone di altre vedute. Non erano nazionalisti e sono stati ripuliti tutti!» Licia Antonelli, nata a Fiume nel 1951, è stata alunna alla buon mercato. Loro andavano a far la spesa, praticamente, scuola Mario Gennari, come la madre alla Anita Garibaldi, la spesa a Zamet: pane, verdura, uova… perché erano più a oggi scuola San Nicolò. Di quegli anni ricorda l’impossibuon mercato che a Fiume. E poi era più vicino anche». bilità di trasferirsi in Italia mentre tante famiglie abbanDopo la scuola elementare, Nerina frequenta un istituto donavano la città, la classe svuotata tra 1958 al 1966. Degli di avviamento professionale gestito dalle suore, «e poi teranni del Liceo italiano di Fiume rammenta che rispetto alle minati questi tre anni di avviamento, inizia a lavorare come altre scuole della città ci fosse una maggiore propensione sarta in varie sartorie in città». «Ha lavorato fino al ’43, praalla discussione libera su tutti gli argomenti di politica e ticamente, quando è finita in campo di concentramento», a società del tempo, specialmente con il professor Arminio causa del suo impegno nelle file partigiane. La famiglia maSchacher, un «professor de filosofia fantastico!»: «Noi ci terna, racconta Licia, era vissuta «in un ambiente progressichiudevamo nella nostra aula e si parlava di tutto. Di polista e così mia mamma faceva la staffetta a Fiume, la staffetta tica in Jugoslavia, politica mondiale. A quei tempi c’era la partigiana: portava la posta, andava a comunicare delle guerra in Vietnam, si parlava di quello. Di quelle notizie che notizie e così. Essendo mobile perché andando a lavoro ogni noi capivamo e sapevamo guardando la televisione italiana giorno col tram…si andava a Pioppi a prendere il tram …si perché noi le informazioni le ricevevamo da due fonti e alloandava in centro città e poi si andava a piedi su perché fino a ra più informati. E si discuteva con lui di questo». qua non c’erano mezzi di trasporto. E lei essendo mobile poteDopo gli studi alla Facoltà di Medicina di Fiume diventa va muoversi per la città e portare queste notizie, posta, lettere, medico specialista in neurologia all’Ospedale di Fiume. In informazioni…(...). Erano lettere, erano messaggi vocali, anche. questa veste ha vissuto la guerra di indipendenza croata: Essendo persone di fiducia, allora c’erano anche messaggi vo«abbiamo fatto il nostro lavoro fuorché i turni, durante i cali. Ed è stata… qualcuno ha fatto la spia, ed è stata presa dai vari attacchi, erano turni moltiplicati, si rimaneva anche a tedeschi a Fiume già nel ’43». «Prima è andata in via Roma, lavoro per tre giorni di continuo. Ma è trascorso. È trascorso. da via Roma in Risiera a Trieste, dalla Risiera messa sul vaSoltanto che io dico che mi hanno tolto al minimo cinque gone ed è finita ad Auschwitz». Riuscita a tornare a Fiume, anni di vita e professionale e vita sociale, la guerra. Perché dell’esperienza nel campo di concentramento «ne parlava siamo tornati indietro, siamo rimasti così nel limbo. Eravapoco …. passavano gli anni e più si commuoveva quando… e mo nel limbo. È stato tremendo.» poi non poteva guardare quei film… “La lista di Schindler”… Dopo la guera Fiume si è trasformata ma in peggio. Ha tutte quelle cose non le poteva guardare perché per lei era perso la sua immagine di città mitteleuropea che aveva un un trauma ogni volta che vedeva quello… ricordava spesso, po’ perso, però che aveva riconquistato. E invece dopo questo la notte che hanno messo nei forni crematori tutti gli zingari conflitto ha perso di nuovo. (...). Come la Seconda Guerra che avevano portato in Auschwitz, cioè erano gli zingari unMondiale ha portato a Fiume un grande cambiamento, così gheresi. Ricordava… ha detto che questi forni crematori tutta ha portato anche questa guerra. la notte fumavano e si sentiva questo odore tremendo che ne Conclude quindi la sua testimonianza con un commiausciva. Si ricordava di molte persone… fiumani che aveva into, per così dire, corale: «Sono contenta che facci questa contrato lì, specialmente ebrei.» roba e che un pochettin de ricordi e così che mette… c’è anIl padre Gino Antonelli era friulano, nato San Martino cora de persone, fin che xe vive, de andar a intervistar, ordi Terzo di Aquileia nel 1922, soldato italiano in Libia, parmai le persone anzian xe al limite. E noi stiamo pian pian tigiano comunista in Friuli, arrivato a Fiume, alla fabbrica arrivando ai limiti». Torpedo: «papà faceva il segretario del sindacato alla Tor22
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• di Moreno Vrancich
Stenio Vrancich, nella sua officina alla Torpedo
Un progetto che vale oro
Dobbiamo raccogliere le memorie dei nostri cari prima che sia troppo tardi. Questi video non sono soltanto documenti d’archivio ma anche preziosi ricordi di tante famiglie.
L'
importanza dell'Archivio della Memoria della Comunità degli Italiani di Fiume è un progetto ampiamente sottovalutato. Il suo valore e la sua portata sono inestimabili. So bene che esistevano già numerose tracce scritte, anche interviste, che riguardano la vita nella Fiume di un tempo, ma questi video sono un qualche cosa di diverso. Chi ha criticato il progetto, per la qualità dell’audio, per la lunghezza dei video e la conseguente monotonia in alcuni passaggi, per il fatto che ci sia sempre un’unica inquadratura o per altri motivi, potrà anche aver avuto ragione per il singolo caso, ma a questi sfugge il quadro generale. Quello che la Comunità è riuscita a realizzare con questo progetto è l’aver creato un archivio, che chiunque in futuro potrà consultare, perché le memorie – e che memorie – sono state conservate. Abbiamo tutto il tempo di analizzare i
video, di prendere degli spezzoni da 15 secondi con delle battute o da due minuti che riguardano un tema ricorrente e fare un qualche cosa di estremamente interessante. Ciò che invece non potevamo fare era evitare di realizzare l’Archivio della Memoria. Varie delle persone che sono state intervistate ci hanno già lasciato, portando dietro di se un grande vuoto emotivo, che non potrà venir colmato per l’importanza che queste hanno avuto nella vita del gruppo nazionale italiano e della Comunità in particolare, ma altrettanto grande è il vuoto delle memorie, che ognuno lascia dietro di sé quando va in un posto migliore. L’aspetto che si considera più spesso è quello della memoria collettiva, dove viene dato più valore ai racconti che riguardano la nostra città o perché no anche il nostro rione, le vie, le case. Si dà valore ai racconti che riguardano le
attività della Comunità, alle storie che tutti conosciamo. Un valore ancora più grande ha però la memoria personale, quella familiare. Perché purtroppo ognuno si porta con sé nella tomba dei ricordi di famiglia che tutti gli altri si sono dimenticati. Oppure una storia, raccontata per caso il giorno dell’intervista, che non era mai stata pronunciata in famiglia, perché risalente a ben prima che qualunque altro membro di quella famiglia sia nato. Pagherei tutto il mio peso in oro per poter anche solo sentir parlare mio nonno. Mi ha lasciato che avevo 7 anni e pur provando per lui tutto l’affetto del mondo, tanto da mettermi a piangere ogni volta che mi ritorna in mente – anche ora – i ricordi che ho di lui sono quasi inesistenti. Lo ribadisco: l’Archivio della Memoria della Comunità degli Italiani di Fiume è una figata pazzesca! 23
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Comunità = persone
Gli scampanatori
Rosi Gasparini Silvana Vlahov Mario Schiavato Chiara Veranić Norma Zani Silvana Zorich Giacomo Scotti
Ogni ano che passa novi veci fiumani ne lassa Sta volta i xe in tanti purtopo ecelenti Qua legerè un saluto final a tre fiumani dal grande moral Po ve contemo de tre premiadi che sai ga lavorà nei ani passadi.
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• di Roberto Palisca
Rosi Gasparini Fu grande sostenitrice, fin dal 1975, del riavvicinamento degli esuli con la minoranza e nel 2013 contribuì molto all’organizzazione del primo Incontro mondiale Sempre Fiumani.
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l 10 febbraio del 2021 è purtroppo venuta improvvisamente a mancare, a 75 anni appena compiuti, la connazionale Rosi Gasparini. Un lutto che nel mondo della Comunità nazionale italiana ha lasciato tutti increduli. Una perdita che lascia un vuoto incolmabile in tutti coloro che la conobbero. Instancabile attivista della Comunità degli Italiani, fino al pensionamento dipendente della Casa editrice EDIT, a lungo giornalista e redattrice della “Voce del popolo”, quindi mentore e commentatrice di “Panorama”, fu negli ultimi anni per tre mandati consigliere dell’Assemblea del nostro sodalizio, per due mandati vicepresidente del Comitato esecutivo e, inoltre, per dieci anni, apprezzata redattrice responsabile della rivista della Comunità “La Tore”. Il nostro piccolo mondo minoritario ha visto a lungo Rosi Gasparini combattere in prima linea, anche in tempi difficili, in difesa dei nostri diritti e della nostra storia: in gioventù con i suoi servizi pubblicati sul quotidiano, nei quali levava la voce in tutela di Fiume e della fiumanità, del centro storico che andavano distruggendo e soprattutto del cimitero di Cosala: servizi grazie ai quali ben presto conquistò la stima di colleghi e lettori. Poi, più avanti negli anni, impegnandosi con la stessa risolutezza e con lo stesso vigore che la caratterizzavano, in seno alle nostre istituzioni, ma anche al di fuori di queste, in difesa delle nostre pubblicazioni, delle nostre scuole, degli asili, di Radio Fiume, del Dramma Italiano. In questo è sempre stata energica e determinata, di una schiettezza che a volte sarebbe potuta sembrare forse eccessiva. Ma non lo era. L’orgoglio per le sue radici, l'amore per la sua città, per la Cittavecchia, per il quartiere di Stranga, che la vide nascere e crescere, erano viscerali, quanto lo era l’affetto che nutriva per le nostre scuole. Nata il 27 dicembre del 1945 a Fiume, frequentò prima l'elementare “Gelsi” per poi diplomarsi al nostro Liceo. Completò in seguito gli studi presso l’Università di Filosofia di Zagabria. Nel corso della sua lunga carriera fu molto attiva sia a livello politico che sociale: consigliere dell’Assemblea comunale di Fiume e Ufficiale di stato civile per i riti matrimoniali in lingua italiana; membro della Commissione per le questioni delle minoranze nazionali e in seguito della Commissione per le questioni della minoranza italiana dell’Assemblea comunale e regionale; membro della Conferenza comunale dell’ASPL e della Sezione per le attività sociali delle donne di quest’ultima; membro del Consiglio comunale per le attività prescolari; presidente della Consulta delle Comunità degli Italiani del Quarnero dell’Unione Italiana. Fu grande sostenitrice, fin dal 1975, del riavvicinamento degli
esuli con la minoranza e nel 2013 contribuì molto all’organizzazione del primo Incontro mondiale Sempre Fiumani. Alla Voce del popolo fu assunta nel 1964, appena ultimato il Liceo. A lungo giornalista delle Cronache fiumane, ben presto si meritò il ruolo di redattrice e ne assunse le redini, insegnando i rudimenti del mestiere a molti giovani. Alla Comunità degli Italiani fu promotrice e motrice di tantissimi eventi: dai raduni di tutte le generazioni di ex liceali e di tutte le scuole italiane, agli incontri con gli esuli; dai dibattiti incentrati sulla fiumanità, sul nostro dialetto, sulla tutela del centro storico, agli eventi meno impegnativi, sociali e carnevaleschi. Una missione che Rosi continuò finché ne ebbe le forze, assumendo le redini della redazione della rivista del sodalizio, che si impegnò a rinnovare nella sua veste grafica, ad arricchirla di contenuti e che diresse per quasi un decennio, fino al marzo del 2015, rendendola lo specchio delle molteplici attività di Palazzo Modello, di quelle degli esuli fiumani e una vetrina del contributo di scuole, teatro, editoria e delle altre istituzioni minoritarie che curano e divulgano la lingua e la cultura italiana e preservano le tradizioni fiumane. La sua è stata una vita spesa al servizio della CNI e della Voce del popolo. Una missione che nel 2002 le valse il Premio alla carriera al Concorso d’arte e cultura “Istria Nobilissima”. Un Premio del quale Rosi Gasparini andava orgogliosissima. Maestra di giornalismo, ma anche di vita, si contraddistingueva per le sue doti umane. Spesso averla per alleata significava aver già vinto la partita. Chi ha avuto il privilegio di conoscerla e di lavorare al suo fianco la ricorderà sempre per la sua tenacia, la professionalità esemplare, la simpatia, la schiettezza e la combattività. Una grande connazionale che oltre ai rudimenti del giornalismo ha inculcato e stimolato in molti giovani anche altri grandi valori della vita: primo tra tutti quello di sentirsi, dichiararsi e di andare fieri di essere orgogliosamente italiani. 25
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• Ripreso da La Voce del popolo, articolo di Roberto Palisca
Silvana Vlahov
Affabile, instancabile, intraprendente, energica, battagliera e propositiva, dalle eccellenti doti organizzative, a volte esagerava anche, lasciandosi trasportare dall’euforia del momento, ma quando si assumeva un impegno lo portava a termine sempre con successo.
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iume perde un’altra colonna della Comunità Nazionale Italiana. Se n’è andata all’improvviso Silvana Vlahov. Nata Bubnich, a Mattuglie, il 15 gennaio del 1938, da padre di origini boeme, venuto a Fiume da Milano e madre di Volosca, primogenita di tre figlie, dopo la fine della Seconda guerra mondiale vive a lungo in via dell’Acquedotto, al civico 45. Iscritte le elementari a Volosca e trasferitasi a Fiume, da piccola è testimone dell’esodo. Di sedici famiglie imparentate, soltanto la sua non se ne va, nonostante tre tentate opzioni. Frequenta dapprima la scuola elementare “Niccolò Tommaseo”, nell’ex via Manin, oggi “Nikola Tesla”, poi l’ex Matteotti (fu compagna di classe di Marisa Madieri) e in seguito il Liceo classico. Sogna di fare il medico o l’infermiera, ma istigata dal preside Corrado Iliasich e da suo padre, completati i cinque anni di medie superiori, nel 1957 si trasferisce a Zagabria per iscrivere Lingue all’Università. Studia italiano e inglese, che affina poi per sei mesi a Londra e quindi, più tardi, a Milano. Ha occasione di trovare lavoro da interprete a Belgrado, ma non ce la fa ad andarsene da Fiume. Ultimati gli studi universitari torna nella sua città, si sposa, mette su famiglia e trova lavoro nell’ufficio commerciale del Porto. È il 1962. Per alcuni anni insegna italiano e inglese alle elementari croate e alle scuole serali. Dopo una parentesi di quasi un anno trascorsa a Milano, dove collabora con la società editoriale “Il libro nel mondo”, affiliata alla Field Enterprises Educational di Chicago, rientra a Fiume e nell’agosto del 1973 s’impiega all’Edit come giornalista di cronaca nella Redazione della Voce del popolo. Erano gli anni in cui il giornale era diretto dal caporedattore Paolo Lettis, mentre direttore dell’Edit era Ferruccio Glavina. Dopo una breve parentesi trascorsa nel settore Cultura, passa alle
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Silvana Vlahov premiata a Istria Nobilissima da Marianna Jelicich Buić Cronache e segue la Nera e la Giudiziaria per dodici anni. Stanca di fare la cronista nel 1984 coglie la palla al balzo, si candida a direttrice dell’elementare “Belvedere” e ottiene l’incarico in un periodo difficilissimo in cui la scuola, per mancanza di alunni, rischia la chiusura. La sede versa in condizioni fatiscenti. Ma Silvana come al solito si rimbocca le maniche. La vive come una missione. Trova nuovi giovani insegnanti, sfrutta le tantissime conoscenze che ha, medici, giudici, avvocati, commercialisti, bussando di porta in porta per convincere molte famiglie a iscrivere i propri figli alla “Belvedere” e riesce a rimetterla in piedi. Gli iscritti, da una decina, in tem-
po di qualche anno diventano oltre 150. Qualche tempo dopo riesce ad attuare anche il trasferimento dell’elementare dal rione di Belvedere a Cosala, nell’attuale edificio scolastico, molto più funzionale e più spazioso di quello vecchio. Fa della “Belvedere” una scuola esemplare, aperta, collaborativa e ben presto la fa conoscere anche al di fuori dei confini municipali. La gestisce con successo per anni. Si ritira in pensione nel 1994. Attivissima in Comunità sin dal 1951, nel 1996 fonda la Scuola Modello e la gestisce per vent’anni. In quel periodo per due mandati consecutivi dirige anche la Società artistico culturale “Fratellanza”. Ritiratasi in pensione ha più tempo per
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dedicarsi alle attività sociali. Lo fa con l’immensa energia che la contraddistingue da sempre. Mantiene gli ottimi rapporti instaurati con la città amica di Este; nel 1995 fonda il gruppo “Circolo” e coordina la sua partecipazione alle sfilate in maschera del Carnevale di Fiume (la prima maschera creata per l’occasione portava il nome “Tutti al mare”); a Palazzo Modello contribuisce all’organizzazione di decine e decine di serate sociali e veglioni, eventi gastronomici, tombole, raduni e incontri tra generazioni di ex liceali. Non manca di partecipare ai tornei di carte. Durante l’intervista per l’Archivio della Memoria
Un documento identificativo dei tempi della Jugoslavia Affabile, instancabile, intraprendente, energica, battagliera e propositiva, dalle eccellenti doti organizzative, a volte esagerava anche, lasciandosi trasportare dall’euforia del momento, ma quando si assumeva un impegno lo portava a termine sempre con successo. Per chi ha avuto l’onore di averla per collaboratrice, era una vera garanzia. Con lei si andava sempre sul sicuro. Schiva e spesso restia a parlare del privato, abituata da una vita a fare spesso tutto da sola − e questo forse è stato il suo più grande difetto − s’impone di mostrare sempre al mondo la sua parte caratteriale sorridente, allegra e vivace, quasi a voler nascondere e a vergognarsi delle fragilità intime che in fondo in fondo abbiamo tutti. Ma emergono, in modo quasi brutale, nel triste momento in cui,
nel 2013 perde purtroppo all’improvviso l’adorata secondogenita Daria. Un lutto che la sconvolge e l’addolora nel profondo e dal quale non si riprenderà mai. Superato soltanto apparentemente quel doloroso episodio, negli ultimi anni ce la mette tutta a riprendersi e a non lasciarsi andare alla solitudine e alla depressione: si ritrova con le amiche di sempre, esce di casa finché può, guida finché le autorità non minacciano di ritirarle la patente e quando succede per raggiunti limiti di età, scende in città facendo affidamento sul suo bastone. Non manca a un evento sociale organizzato a Palazzo Modello. Si fa accompagnare dalla figlia Velda, dal genero o da amici a quelli più importanti e distanti, allestiti in Istria dall’Unione Italiana; è presente a tutti gli Incontri dell’amicizia organiz-
zati ad Abbazia, della cui CI era socia, e immancabilmente, a tutte le cerimonie organizzate dal Consolato generale d’Italia in occasione della Festa della Repubblica Italiana. Quando ormai deve rassegnarsi a restare in casa per gli acciacchi dovuti all’età, si attrezza di cellulare e computer e continua a comunicare con il mondo. Attivissima sui social, soltanto poche settimane aveva fatto sapere attraverso Facebook ad amici e conoscenti che, proprio nel giorno del suo 84.esimo compleanno, vittima di un’accidentale caduta in casa, era finita in ospedale. Dimessa qualche giorno dopo, ancora convalescente, consapevole delle proprie condizioni, si era fatta ricoverare in una casa dell’anziano a Delnice. Nell’ultimo post, scritto il 27 gennaio faceva sapere a tutti che stava sorseggiando un caffè e giocando a tombola. “Fuori fa freddo − aveva aggiunto sotto alle tre foto postate −. C’è la neve”. Nessuno presagiva il destino che le sarebbe toccato da lì a un paio di giorni. Ieri purtroppo il cuore di Silvana Vlahov ha cessato di battere. Cara Silvana, mancherai a molti di noi. Ci mancheranno la tua vulcanica energia, la tua spensierata allegria, la tua immensa forza di andare avanti, i tuoi meravigliosi sorrisi... Ti ricorderemo per sempre per tutte queste tue splendide doti. La scomparsa di Silvana Vlahov lascia addolorati la figlia Velda, la nipote Valentina, i generi Davor e Zlatko, la sorella Alma, che vive negli Stati Uniti e i parenti tutti, ai quali esprimiamo anche per questo tramite le nostre più sentite espressioni di cordoglio. 27
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• di Bruno Bontempo
Mario Schiavato, sui tetti del mondo
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ario Schiavato (1931-2020) ha vissuto una vita a piene mani, mettendo in comunicazione mente, cuore e anima. Ha fatto tante cose che ricordarlo oggi è facile e difficile allo stesso tempo, perché si corre il pericolo di lasciare fuori qualcosa di importante: ci ha lasciato un bagaglio così ricco di testi e di memorie, che a cercare di raccontare la sua vita c’è il rischio di perdersi strada facendo. Scrittore e poeta, alpinista e viaggiatore, divulgatore culturale, promotore della letteratura e del teatro per ragazzi, autore e regista presso la scuola elementare Gennari, oggi S. Nicolò. E in età più matura, mosso da quelli che, all’infuori della famiglia, sono stati i suoi due più grandi amori, l’Istria e la montagna, è stato testimone e cantore dei paesaggi e delle genti istriane. Per quanto riguarda la montagna, con i suoi appassionati scritti e racconti è stato un autentico trascinatore, per trasformarsi in guida simpatica e coinvolgente anche per i semplici camminatori. Poi, con le sue buone gambe, la caparbia, la tenacia è andato a salire vette altissime in quasi tutti i continenti. Infine, curioso e instancabile viaggiatore, ci ha fatto conoscere suggestive e remote parti del mondo. Le ha illustrate e raccontate attraverso i reportage pubblicati sulle pagine de La Voce del Popolo, Panorama nonché su altre pubblicazioni specializzate in Italia. Come pure con i suoi indimenticabili documentari di diapositive portati a Fiume e in Istria nelle sedi CI, in Italia ospite di molte sezioni CAI. Alle sue esperienze di camminatore, ha aggiunto quella di rifugista, lavorando per alcuni anni in una struttura a 2000 metri e poi, per un decennio, ha fatto il custode del rifugio Fratelli Nordio nelle Alpi Carniche. Mario lo conoscevo praticamente da sempre, dapprima come scrittore di racconti per l’infanzia e per gli articoli sul Pioniere, l’Arcobaleno di oggi, e per la rubrica Sportivetto. Poi, arrivato alla Voce nei primissimi anni 70, ebbi modo di conoscerlo di persona, in quanto da giornalista dello sport frequentavo spesso la tipografia e succedeva che qualche manoscritto dell’ultima ora, per guadagnare tempo, lo portavo direttamente alla linotype (Mario vi ha lavorato per una quarantina di anni), dove per il turno serale si alternava con i compagni di reparto Renzo, Luciano, Ivo, Oretta... Vista l’ora tarda di consegna degli ultimi articoli, quelli delle partite in notturna, in quell’epoca della stampa tipografica tradizionale era molto importante che il linotipista non commettesse troppi errori di battitura per non allungare ulteriormente i tempi di consegna del giornale in rotativa. E Mario, sotto questo aspetto, era una garanzia: scrittore già affermato, spesso era lui stesso a correggere qualche svista dei giornalisti, facilitando così anche il lavoro dei correttori. Ingenuamente mi ero chiesto più volte come mai, invece di fare il giornalista, avesse prefe-
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Sull’enorme calotta del Chimborazo, il più alto vulcano spento del mondo (6310 m)
rito restare alla linotype. Solo più tardi capii che vi era stato “costretto” dai codici imposti dal nuovo regime negli anni del dopoguerra. Ma il Premio Città di Fiume assegnatogli nel 2012 per il suo contributo alla letteratura in lingua italiana, alla cura del dialetto locale e per l’opera di diffusione e valorizzazione dell’alpinismo, fu una giusta ricompensa... In quelle serate in tipografia e durante le visite mattutine di Mario in Redazione, ebbi modo di conoscerlo più da vicino e stringere con lui un’affettuosa amicizia. Oltre che scrittore, Mario era già un grande alpinista, mentre io iniziavo a muovere i primi, timidi passi, spinto dall’interesse e dalla curiosità per la natura. E Mario seppe darmi una spinta decisiva: ti porto sul Tricorno, mi propose. Per me era un invito a nozze. Furono giorni bellissimi: la salita al Triglav tranquilla, una passeggiata per lui, una piccola avventura per me. Era settembre e i rifugi vuoti e silenziosi, come piaceva a Mario, offrivano l’occasione per lunghe e piacevoli chiacchierate, condite da nostalgici ma anche divertenti flashback sui suoi inizi: la prima escursione sul Monte Maggiore con Willy Petrić quando avevano 19 anni, quindi l’escursionismo con la sezione alpinistica della Torpedo, le uscite in Slovenia con i vari Samanich, Mejak, Negovetich, ricordi conditi da spassosi aneddoti. Infine le gite organizzate con un gruppo di escursionisti in seno alla Comunità degli Italiani, per far conoscere i sentieri sulle pendici del Monte Maggiore, della zona del Lisina, dell’altipiano del Grobniciano... La vita alpinistica di Mario è stata tutta in verticale: dal suo primo quattromila, il Gran Paradiso in Valle d’Aosta, la terza cima “tutta italiana”, al primo cinquemila, il monte Ararat, il più alto della Turchia e il quarto più d’alto d’Europa, passando per Monte Bianco, Monte Rosa, Cervino, Mont Kenya, i vulcani Chimborazo (6268 metri) e Cotopaxi (5.897 metri) in Ecuador. E non è certo tutto. Il suo primo seimila fu l’Island Peak, una delle vette della catena himalayana nella zona dell’Everest, ma il suo top, scalato nel 1980, è stato il Pik Lenin, 7134 metri, nel Pamir, all’epoca Unione Sovietica, oggi al confine tra Kirghizistan e Tagikistan. Unico rimpianto, forse, il fatto di non esser riuscito ad arrivare in vetta a un ottomila: ci aveva provato sul Cho Oyu, 8201 metri, la sesta montagna più elevata del mondo, al confine tra Nepal e Tibet, in Himalaya, ma il maltempo costrinse il gruppo alla resa dopo aver raggiunto quota 7500 metri... Ma nella vita di Mario Schiavato legata alla montagna, assieme alla scrittura il grande amore della sua vita, non c’è spazio per i rimpianti: in questo campo ha fatto di tutto e di più, lasciando tante importanti impronte come alpinista, marcatore di sentieri, guida alpina, membro del Soccorso alpino, viaggiatore, divulgatore, scrittore, poeta...
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• di Bruno Bontempo
Chiara Schiavato Veranić e il grande amore per la natura Dopo il pensionamento si era dedicata alla diffusione delle scienze naturali emergendo per le sue qualità di divulgatrice scientifica
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a divulgazione scientifica è un’attività di comunicazione delle nozioni e di conoscenze complesse in forma accessibile e di facile comprensione. Non è un qualcosa che si impara solo dai libri o nei laboratori, è anche qualcosa di innato. La divulgazione va fatta con un’informazione semplice, diretta e coinvolgente ma, allo stesso tempo, rigorosa e autorevole, chiara e credibile. Nel fornirla, bisogna saper trattenere non solo l’attenzione ma, soprattutto, la curiosità dei lettori o dei presenti a una conferenza ed è necessario riuscire a trasformare ciò che poteva sembrare una normale gita in montagna in un’escursione naturalistica dove gli obiettivi non sono più la vetta, il dislivello o la durata del percorso ma diventano quelli del conoscere, dell’osservare, del cercare.
Tutte doti, queste, insite in Chiara Schiavato Veranić (1965-2020): cordiale ed estroversa, aveva il bernoccolo della naturalista e specie dopo il pensionamento si era dedicata alla diffusione delle scienze naturali emergendo ben presto per le sue qualità di divulgatrice scientifica, scrivendo articoli per vari giornali, La Voce del Popolo in primis, realizzando conferenze e proiezioni nella nostra Comunità ed in altre sedi, guidando gruppi alla scoperta dell’ambiente montano sul Velebit, in Istria, sulle isole quarnerine. Con il suo racconto e con la sua scrittura ricche, fluide ed essenziali, la nostra naturalista ci aveva guidato con passione e intelligenza lungo percorsi che, grazie al suo bagaglio di conoscenze scientifiche, storiche, culturali, umane, avevano stuzzicato il nostro interesse e stimolato il desiderio di
La presentazione del libro
La copertina del libro Magico Velebit andare a vedere quei luoghi. Prima ancora della scuola, ci avevano pensato mamma Maria e papà Mario Schiavato - marchio di garanzia e certificazione - a darle la possibilità di conoscere e avvicinarsi al mondo della natura, sia al mare, sia in montagna. Il suo taccuino di appunti si era arricchito lungo gli anni di costante frequentazione grazie a un’osservazione sapiente e profonda, maturata nel tempo in virtù della pluriennale esperienza nel campo delle scienze naturali. La formazione universitaria di biologa rigorosa, avvinta, preparata, le aveva permesso di cogliere e studiare orientamenti, mutamenti, degrado dell’ambiente che ci circonda. Chiara si era laureata con una tesi in paleontologia alla Facoltà di Scienze naturali dell’Università di Trieste con il proposito di poter insegnare biologia nelle nostre scuole. Infatti, già da bambina alla domanda cosa vuoi fare 29
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Chiara con il consorte Boris Veranić da grande? rispondeva con determinazione: l’insegnante di biologia. All’orizzonte si prospettava anche la possibilità di trovare un posto di lavoro in quanto per un suo ex professore, raggiunti i limiti di età, si avvicinava il giorno del pensionamento. Le prerogative per un regolare e quasi naturale avvicendamento c’erano tutte ma una serie di circostanze avverse le sbarrarono la strada, nonostante avesse acquisito a pieni voti l’idoneità con gli studi universitari e potesse vantare padronanza della materia e della nostra lingua. Chiara, delusa, non si scoraggiò anche se dovette adattarsi a svolgere tutt’altre mansioni. Fortuna volle che il suo corredo di caparbietà, intelligenza e duttilità le spianò altre strade di successo professionale e umano, a partire dal lavoro di traduttrice scientifica e tecnica presso il Novi List. L’unico legame con il mondo della scuola furono le traduzioni di libri scolastici di natura e società, biologia e chimica e la recensione delle traduzioni dei manuali e dei quaderni attivi di queste due materie destinati ai ragazzi che frequentano le scuole della CNI. Quello che non l’ha mai abbandonata, è stato il grande, profondo legame con la natura. L’ambiente che più degli altri Chiara ha amato da subito è stato il Velebit, la più estesa catena montuosa 30
della Croazia che corre parallela alla costa per quasi 150 km, dal nord Adriatico fino alla Dalmazia centrale. L’ha sempre considerato un dono della natura, con quel suo straordinario e perfetto binomio mare-monti. Sui sentieri del Velebit, fortunatamente ancora ricco di diversità biologica e di numerose specie endemiche, ci era andata fin da bambina con papà Mario, che ricordiamo grande alpinista, scrittore, poeta. L’aveva portata un po’ dappertutto, sui monti del circondario di Fiume, di tutta la Slovenia, ma anche delle altre affascinanti regioni montuose dell’ex Jugoslavia, Bosnia, Montenegro, Macedonia... “La magia del Velebit mi avvince a tal punto da farmi sentire un camoscio tra le rocce, un’aquila che vola osservando il panorama, ma anche un essere insignificante, in balia degli elementi, sperduto in un’area fuori dal mondo e dal tempo dove le forze della natura sprigionano tutta la loro immane potenza distruttiva”. E’ con queste parole che Chiara ci spiega il suo profondo legame, la sua fascinazione, il suo amore per questo gruppo montuoso, al quale ha dedicato tutta una serie di testi che per fortuna sono stati raccolti nelle pagine del libro “Magico Velebit”, pubblicato dall’Ediciclo di Portogruaro (casa editrice con la quale Chiara Schiavato Veranić aveva già
collaborato per un libro sulle isole di Cherso e Lussino), grazie all’impegno della famiglia e al contributo dell’Associazione WWF di Trieste. Libro lasciatoci in eredità e uscito postumo, lo scorso mese di novembre, merito dell’affettuoso puntiglio, all’impegno e alla perseveranza del suo consorte Boris, che per Chiara era stato pure un prezioso e instancabile compagno delle sue escursioni. Tutti gli spazi di tempo libero, Chiara li aveva riempiti sempre con la sua voglia di conoscere cose nuove, con il desiderio della scoperta e dell’apprendimento e la volontà di trasmettere questo sapere. Sulla traccia di una buona e sana abitudine di famiglia, aveva scelto un ordinato e mirato vagabondare, guidata da sentimenti, impulsi, passioni. Non si era fermata neanche quando il male l’affliggeva ormai da tempo e che ha finito per portarla via troppo precocemente, appena due mesi dopo la scomparsa del padre. Se è vero, come dice il proverbio, che la mela non cade mai lontano dall’albero, l’esempio di Chiara è particolarmente calzante. Dai suoi genitori ha ereditato una forte attrazione per l’insegnamento acquisita dalla mamma, un’insaziabile passione per la natura assorbita dal papà, un richiamo che ha saputo coltivare, capire, amare.
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• Ripreso da La Voce del popolo, articolo di Patrizia Chiepolo
Norma Zani
Un premio ampiamente meritato per i tanti anni al servizio della CNI, con un lavoro egregio sia all’Unione Italiana che nell’ambito della CI
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el corso della sua vita professionale, la prof.ssa Norma Zani è stata a contatto con quasi tutte le istituzioni della Comunità Nazionale Italiana, tra cui ovviamente anche l'Unione Italiana in seno alla quale ha ricoperto l'incarico di titolare del settore Educazione e Istruzione e collaboratore esterno della Giunta esecutiva della stessa. In alcune istituzioni della nostra realtà minoritaria vi è capitata praticamente per caso, in altre ha lavorato per tanti anni e con profonda abnegazione, promuovendo sempre l'identità della CNI. Ce na ha parlato a lungo nel corso di una piacevole chiacchierata. "Parlare di noi stessi a volte non è semplice – ha esordito –. La persona alla quale ho pensato è stata innanzitutto mia madre. Sono nata nel 1954, quando nelle nostre scuole a Fiume c'erano pochi alunni, che si andavano a mano a mano esaurendo più ci avvicinavamo agli anni '60. Era l'epoca in cui sentivo mia madre parlare del fatto che sarebbero mancate classi nel successivo anno scolastico. Lei lavorava come insegnante di lingua italiana alla SEI Belvedere, nelle classi combinate. Questi sono i primi ricordi della nostra rete scolastica, che sono stati fondamentali per la mia visione che ho poi cercato di trasmettere negli anni successivi del mio lavoro. Non ero a conoscenza del fatto che ci fossero altre scuole italiane oltre quelle a Fiume. Non c'erano altri contatti con il resto della rete scolastica al di fuori della nostra città. Ricordo che c'erano le gare di ortografia, alle quali prendevano parte gli alunni delle SEI di Fiume. Una volta all'anno ci trovavamo a fare un dettato e devo dire che ho perso il primo premio perché non avevo sen-
tito bene una consonante. Conoscevo benissimo la collaborazione con il Pioniere (l'odierno mensile per ragazzi Arcobaleno dell'EDIT, nda), sempre presente con i giochi, le estrazioni dei premi. Ho ancora in mente una bellissima foto, quando ci venne consegnato un premio del giornalino, che mi vedeva ritratta con indosso l'ultimo grembiule cucito da mia nonna, che era sarta. Vicino a me c'era Ferruccio Tomisich. Un'immagine che ha segnato l'inizio di un rapporto affettivo con questa pubblicazione. Il primo impatto con una realtà più ampia l'ho avuto durante il primo seminario UIIF-UPT per gli insegnanti delle scuole per la minoranza di Croazia e Slovenia, che si è tenuto a Trieste nel 1965. In quel frangente avevo visto per la prima volta mia mamma emozionatissima partire, rimanere fuori casa per alcuni giorni e ritornare piena di racconti che trattavano lle scuole di Pola, Isola, Buie, Rovigno... Per me un'assoluta incognita". In seguito ha partecipato di persona a viaggi di istruzione. "In ottava classe c'è stato per me il primo viaggio d'istruzione. Un'emozione fortissima, ancora viva in me. Quando poi ho dovuto combattere per il mantenimento dei viaggi d'istruzione per i ragazzi delle SEI, tenevo sempre presente in me il ricordo di ciò che ho visto, conosciuto, delle amicizie nate e che vivono ancora oggi, sin da quel lontano '68. In quell'occasione ho scoperto dialetti simili al mio, ma che in alcune frasi facevano ridere il resto dei ragazzi che non vivevano a Fiume come 'ciudi la finestra', 'impiza la luce', 'voga el pulman'... Piccoli aneddoti rimasti vivi ancora oggi e che mi hanno fatto scoprire una realtà più ampia,
Norma oggi che desideravo conoscere meglio. Al Liceo (l'odierna SMSI di Fiume, nda) ci sono stati poi i viaggi semestrali, quello di fine anno, le conferenze, i libri in lingua italiana, il primo atlante. Ricordo l'emozione del preside e professore di geografia, Corrado Illiassich, quando fece il primo compito di controllo con il responder e il proiettore, un macchinario all'epoca molto tecnologico e all'avanguardia, ottenuto grazie alla collaborazione con l'UIIF-UPT. Ricordo gli incontri sportivi e le inchieste di Panorama fatte da Ezio Mestrovich, che aveva sempre quella particolare propensione verso il porci domande che ci mettevano in difficoltà, perché le faceva sempre tenendo in mano i suoi occhiali con la montatura di tartaruga, all'altezza della bocca, e ci guardava diritto negli occhi chiedendoci 'ma perché ti me rispondi proprio così?'. L'esame di statistica che ho fatto all'Università nel 1972, segnerà la mia determinazione a portare avanti la conoscenza della lingua italiana. Infatti, durante l'incontro, la prof. mi disse che ero molto preparata, ma che non conoscendo bene il serbo-croato mi avrebbe dato un molto buono. Un fatto per me tragico, in quanto ero risultata prima all'esame di ammissione. Questo episodio ha segnato profondamente il mio operato futuro come giornalista, insegnante, collaboratore, traduttore, titolare del settore economia ed educazione-istru31
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A colloquio con Alessandro Rossit zione, informazione ed editoria della Giunta esecutiva dell'Unione Italiana e tant'altro, per poi terminare come collaboratore esterno alla GE fino al 2016, quando ho concluso le mie battaglie identitarie". Ha lavorato tanto anche a scuola... "Dal 1972 fino al '75, pur frequentando la Facoltà d'Economia, ho fatto supplenze alla SEI Belvedere insegnando matematica e biologia. Ricevetti anche la visita dell'ispettore di matematica, Dario Forza, che chiese in dialetto 'Ma lei la pensa de continuar a insegnar?'. Io risposi no, ho iscritto Economia perché voglio concentrare la mia carriera al di fuori della scuola. Una volta conseguita la laurea, ho lavorato per tre anni come collaboratore esterno all'ex Liceo insegnando statistica e diritto e quindi nell'82 ho iniziato a lavorare a Panorama. Due anni di lavoro come giornalista, che per me hanno significato tanto perché mi ci vedevo nel giornalismo. Però, poi, iniziò a scocciarmi il fatto che gli articoli che scrivevo erano ripetitivi nel senso che i temi erano sempre quelli: l'aumento della corrente, il tasso dell'inflazione, ecc. Questa parentesi giornalistica mi è comunque servita tantissimo per il mio ingresso nel mondo della CNI. Ho avuto modo di fare da segretaria del trimestrale Battana, quando a dirigerlo era Lucifero Martini, il che mi ha dato una consapevolezza in più di quella che 32
avrei ottenuto lavorando soltanto a scuola. Nell'84 sono passata all'ex Liceo assieme a Silvana Mazzieri: io per le materie economiche e lei per quelle di storia. Un inizio molto 'curioso' perché il nostro passaggio dall'Edit al Liceo, in un momento in cui la preside era Ermina Sluga, non risultò gradito e qualcuno inviò una lettera di denuncia al Comitato del partito comunista di Fiume, nella quale si dichiarava che si andava impoverendo il personale giornalistico dell'Edit a favore del Liceo. Non abbiamo mai capito il perché di quella missiva, né scoperto chi ne fu il mittente. Nel 1987, in seguito a un'assenza nel quadro dirigente del Liceo, era stata istituita una direzione collettiva di cui facevo parte anch'io e che sostituiva, pur rimanendo a insegnare in classe, il preside. A me era stata affidata la collaborazione con terzi, ovvero il contatto con 'il resto del mondo'. Da qui prese il via la mia formazione da 'adulta', in quella parte del lavoro che per me è sempre stata la più difficile, ovvero quella politica, fatta di tanti compromessi e giochetti, per i quali sono spesso stata male. Uno degli incontri più belli di quel periodo è stato quello con i presidi delle SMSI della Croazia, con Antonio Pellizer, Claudia Milotti, Elvira Martincich, per me nomi grossi. Ci trovammo nella sede della SMSI di Pola, che operava nell'edificio della Facoltà di Pedagogia. Mi ritrovai in una stanza poco più grande dell'aula di dattilografia del Liceo, strettissima. Ricordo che mi chiesi: mamma mia, ma questa è la presidenza? E pensare che a Fiume ci lamentiamo pretendendo restauri e altri interventi, convinti di avere poco spazio a disposizione. Mi resi conto, allora, che non avevamo idea di come lavorano gli altri. Capii quanto poco sapevamo della realtà altrui. Quando venni inclusa nelle attività dirette di gestione del mondo scuola, la prima cosa che volli fare fu conoscere meglio la realtà che ci unisce. In qualità di collaboratrice di Claudia Milotti dal '98 al 2002, imparai tantissimo, soprattutto l'arte di mettere in evidenza il lato positivo anche quando nel complesso le cose non andavano molto bene. Erano gli anni in cui Claudia Milotti lavorava all'ulti-
mazione dei lavori della SMSI di Pola e quando negli ultimi mesi che precedevano l'inaugurazione in pompa magna dell'edificio, con tanto di presenza del presidente della Repubblica, mi chiese di sostituirla completamente nelle sue attività di responsabile del settore. Accettai perché comprendevo la difficoltà. Di allora ricordo una chicca. Il presidente Maurizio Tremul passando mi disse: 'Ho sentito che Claudia le ha chiesto di sostituirla. Va bene, se Claudia lo desidera faccia pure, però abbia presente che non essendo stata eletta nell'Assemblea, non può partecipare ai lavori della GE'. Risposi che non c'era alcun problema, ma mi rimase impressa quest'osservazione molto simpatica. Nel 2004 entrai a far parte della Giunta di Silvano Zilli, in sostituzione di Tullio Carnetich, che aveva lasciato il settore economia. Un'esperienza piena di spunti grazie alla quale imparai il funzionamento dell'UI e della GE, dell'Assemblea. Acquisii nozioni sulla conduzione delle riunioni, sugli incontri di vario livello. Imparai tante cose anche tacendo. Fu il periodo in cui ascoltai molto e parlai meno. Sono grata di questi due anni che, seppur non mi diedero la sensazione di avere fatto granché, in quanto mi sembrava a volte di dover lottare contro i mulini a vento, ebbi tanti contatti e conoscenze, che portarono alla stesura di uno studio sull'imprenditorialità pubblicato dalla Camera di commercio di Trieste. Un periodo molto impegnativo, che a momenti mi portava via dal lavoro scolastico. Incontrai tante realtà e capii che non a tutti potevano venire applicati le stesse modalità di lavoro. Per questo motivo redassi uno studio che chiamai brevemente 'Universo scuola CNI' nel 2007, nel quale volli sottolineare il numero degli iscritti nelle SMSI, cogliendo anche l'aspetto della reperibilità dei quadri, della dispersione al momento dell'iscrizione, dell'eventualità d'introdurre le borse di studio. Si trattò di linee guida per il mio operato, una conseguenza di tutta la mia formazione, mai completa però a causa della mancanza di tempo. La GE accolse con una delibera l'accento che diedi sull'importanza della lingua. La lingua ufficiale di tutte le istituzioni
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scolastiche della CNI, quella italiana, che rende le nostre istituzioni diverse dalle altre, determinandone l'offerta formativa e rappresentando quel fattore di distinguo nell'ambiente sociale nel quale ci si ritrova a vivere e a operare. Lingua italiana come strumento chiave della competitività delle nostre istituzioni scolastiche: una cosa in cui la scuola CNI non ha concorrenti. Da qui derivarono tutte le attività intraprese in seguito, dall'aggiornamento professionale, alle iniziative e alle collaborazioni con le testate, i mass media, il Dramma Italiano, le varie Università italiane". Sono tante le iniziative che ha messo in campo... "Partendo da queste direttrici, nel 2007 presero il via alcune iniziative che erano state accolte dalla GE e dall'Assemblea dell'UI, quali l'Appuntamento con la fantasia, La magia delle parole, Itinerari di bellezza, I Colori dell'autunno. Quelle che a mio avviso realizzavano al meglio gli intenti prefissati, erano l'Appuntamento con la fantasia, La magia delle parole e gli Itinerari di bellezza. Il primo riprendeva la bellissima tradizione delle Rassegne, alle quali avevo preso parte da bambina. Un Festival dell'espressione scenica dei bambini delle SEI e degli Istituti prescolari, il cui scopo era stimolare lo sviluppo delle competenze linguistiche. I temi trattati avevano un forte impatto formativo: si parlava di pace, amore, famiglia, tradizioni popolari, amore per la città, dialetto. Il tutto con tanta fantasia e collaborazione tra i bambini delle scuole e degli asili, come dei media. L'adesione era forte ed erano coinvolti circa 600 bambini. L'evento si articolava in più giornate. La magia delle parole era invece un'iniziativa più ambiziosa, in quanto dedicata agli alunni e agli allievi delle SMSI, dove i più piccoli avevano il compito di leggere dei testi provenienti dall'Italia, mentre quelli delle medie superiori collaboravano con l'EDIT, visto che nell'ambito dell'iniziativa venivano letti i libri delle nuove collane che trasmettevano la creatività minoritaria. In quell'ambito veniva scelto il libro preferito, con la possibilità di
Durante una Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana conoscere gli autori della CNI. In alcune edizioni c'era anche un quiz di conoscenza. Il tutto si articolava in due anni. L'UPT ci è venuta sempre incontro, ci ha dato una mano importante nella realizzazione delle iniziative e ha sopportato tutte le mie idee. La terza idea mi venne dopo essermi 'studiata' le iniziative svolte nelle scuole del Bel Paese e organizzate dal Fondo ambiente (FAI), che proponeva concorsi di ricerca per gli alunni di varie età il cui obiettivo era andare alla scoperta del territorio. Decisi di abbinarla alla Giornata della Terra e feci partire quest'attività per scoprire i tesori dei nostri territori dal lato storico, geografico, musicale e letterario. Ogni team faceva ricerche a scuola, per poi presentarle nell'ambito dell'iniziativa, quando venivano poi votate da ogni singola squadra e quella vincente formulava le domande sul testo della ricerca stessa, che veniva distribuita a tutti gli altri. Un semestre di preparazione e poi via alla competizione. Sembrava più un gioco perché il mio intento era sottolineare l'aspetto ludico di queste attività, ma in realtà era un'opportunità per offrire dati formativi volti alla scoperta di realtà diverse, anche durante il viaggio premio. Ci sono stati poi i Colori dell'autunno, un incontro di studio
multidisciplinare, il Premio Pellizer, l'incontro degli operatori scolastici in pensione, i laboratori didattici per le eccellenze nel Parco letterario Gianni Rodari di Omegna, i soggiorni di studio, gli incontri con personaggi di spicco della CNI e della cultura italiana. Infine, vorrei accennare anche alla parte meno bella ovvero agli incontri amari con il Ministero competente e alle perenni battaglie per i diritti nel campo dell'istruzione e dell'educazione della CNI. Ricordo il primo incontro diretto in qualità di responsabile del settore con le autorità di Zagabria, avvenuto nel gennaio del 2007, che verteva sulla necessità d'introdurre la lingua italiana/materna nel catalogo delle materie che dovevano venire sottoposte alla verifica esterna del sapere tra le VIII classi. Andai con Patrizia Pitacco, quale consulente pedagogico, per illustrare la situazione. Anche se accolte gentilmente, ci sentimmo dire: 'Avete la nostra piena comprensione, ma dovete capire che per noi siete come una goccia nel palmo della mano e non dovete cadere nel mare'. Da allora è passato più di un decennio e credo che, purtroppo, appena adesso le cose stiano cambiando e che questo traguardo potrebbe finalmente venire raggiunto". 33
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• Ripreso da La Voce del popolo, articolo di Ornella Sciucca
“Ma guarda ti!” Silvana Zorich è la prima fra gli attivisti della nostra Comunità, sempre pronta ad aiutare per eventi e manifestazioni.
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na persona vera. Una de quele che, quando ti la incontri, la te acoglie soridendo e la te scalda el cuor. Se ti ghe parli del Circolo ghe brila i oci e la se comuove. Ativista entusiasta, atenta e presente da oltre cinquanta ani, a setembre, in ocasion del 30º aniversario dela UI, la ga ricevudo la Medaglia per el suo contributo dado per el mantenimento e el svilupo dela identità, dela lingua e dela cultura italiana. Meritatisima. La gavemo incontrà per una ciacolada. La ne ga contà tante robe e, come sempre, la ne ga ralegrà la giornata. El setembre scorso la UI te ga conferido la Medaglia come plurienale ativista dela CI. Cosa ti ga pensado? Come ti se ga sentido? “Me ga proposto el Comitato Esecutivo dela CI e, quando i me ga deto go pensado – “Ma guarda ti!” – Me go sorpreso perché non me sembra de gaver fato chissa cossa... Per mi xe normale eser in Circolo, far quel che poso, e xe sempre stado così. Qua semo a casa, semo noi. Come anche in Unione, dove ero già 50 ani fa solo che, quela volta, era l’altra Unione, la UIIF (Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume). Purtropo non go potudo andar prender el premio a Pola. Quel giorno gavevo una visita dal dotor che aspetavo tre mesi e me xe venù tuto de un colpo. Me era complicado organizarme.Così che ghe go scrito una letera dal Demarin, per scusarme e ringraziar tuti. Me dispiaxe solo che non i la ga leta. La Medaglia i me la ga consegnada durante una Asemblea e là go ringraziado come che se deve”. Quando ti ga incominciado a frequentar el Circolo? “Go incominciado a venir in Circolo
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quando andavo in Liceo perché non era altro. Questo te parlo del ‘62/’63, quando el era ricco, pien de gente! Con la mia clase, per esempio, venivimo balar. El era in centro e el era ‘nostro’. Volevimo subito far qualcossa. Era molto vivo, se faceva tante robe, tute con entusiasmo e a livel de volontariato. Anche con l’UIIF se ga fato molto”. Tipo? “Gavemo fato l’’Arte varia’, certi cantava (me ricordo che era el maestro che ghe imparava), tuti gaveva voja e mi, con quei che non i sapeva cantar, facevimo scherzi-sketch. Cercavimo per i libri cossa reciteremo e gavevimo el regista, che el era sempre del DI. Gavemo lavorado specialmente col Scaglia, col Brumini, col Verdirosi... Ma facevimo anche soli... Gavemo fato dele ridade! E poi gavevimo una tecnica che ne metava su robe che adeso non se pol neanche imaginar! E era sempre pien de publico. La SAC “Fratellanza” faceva la parte culturale, le serate, la parte alegra, come el “Martedì allegro”. Era simpatico e divertente”.
andà a Buie a far el spetacolo. Gavemo ciapà el primo premio! Là era tute le filodramatiche istriane che apena incominciava, i era ale prime armi, mentre Fiume era già avanti. Dopo l’Istria se ga fato. Più tardi xe venù el Scaglia, che era un vero signor, nel senso che el ne ga imparà a star in palcoscenico. El ne dixeva – “non star così, sta’ colì, girite colà...” -, el ne insegnava quele picoleze importanti, el ne faceva far i costumi e el ne dava lezioni de vita, de comportamento. Andavimo anche in teatro a far i statisti! Gavemo fato 10 pezi de filodramatica e, grazie ala UI che organizava, tuto gavemo portà in Istria. Era la Agnese Superina, el Galliano Pahor, ecc. Tuto giovani che dopo lavorava in teatro, in radio e queste esperienze ghe ga servido. Da mi, che ero molto timida, me ga aiutado molto. Anche ogi doverìa eser così. Ma xe un altra roba.”
Quindi ti ga fato anche l’atrice? “Sicome ero sempre in giro e, come go deto prima, facevo ‘sti sketch e, quando la Filodrammatica xe andà via, el Verdirosi me ga da’ la parte principale nel spetacolo “La fine dell’uomo”, un ato unico che gavevimo preso da u libro che se ciamava “Il dramma” (che ancora xe in biblioteca), dove se parlava dela fine del mondo. Ero mesa nuda! Lo dovevimo andar anche in Istria a presentarlo, ma mi non potevo e go deto che non vado. Andavo in quarta Liceo e dovevo far la tesi de maturità. Alora el Presidente del Circolo me ga trovado una persona che me aiuti baterla a machina e mi son
Cioè? “Sempre penso che i nostri fioi non li gavemo imparà e lori ga trovà altre robe. Ad esempio quei che canta, i gruppi, che non i era abituadi venir in CI. Se sè faceva magari qua de più, i gaverìa preso questa strada e, invece, non xe stado così. Ma questa xe la vita. Forse in posti più pici xe diverso. Ormai a Fiume ne divide le distanze, semo alargadi, se vive lontan. E pensar che, al tempo del mio Liceo noi gavevimo problemi col Preside, el Illiasich, perché erimo tropo in Circolo e, secondo lui, non studiavimo! Ma penso che ogi far el famoso volontariato non convien più. Gli unici, tra tute le sezioni dela CI, che
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contina a funzionar senza eser pagadi, xe el Collegium musicum Fluminense”. Ad un certo momento ti son entrà a far parte del coro... “Si. Son entrà nel coro misto. Al inizio el coro era direto dal Maestro Badjuk, e dopo, per molti ani dala Maestra Gloria Segnan, dala Ariana Bossi, che la xe proprio ‘nostra’ e, sicome fin de picola la veniva in Ci (la sonava in mandolinistica), subito la ga capì el nostro spirito. Quando la xe andà via xe venù la Nicoletta Olivieri. Purtropo, da ormai quasi due ani, el coro non ga fato niente. Gavemo paura del Covid e non xe facile”. Prima ti dixevi che ti se ga sorpreso del premio perché per ti xe normale eser in Circolo. In che senso? “El fato de venir in un posto, come el Circolo, dove ti pensi – “Qua apartengo, qua son mi, qua me xe tuti conosudi, qua me trovo ben “ – era, e xe, come venir in una seconda casa. Ma veramente. Anche se xe tanti posti a Fiume dove se pol andar, mi qua me trovo a mio agio, tra la mia gente. Xe una cosa de apartenenza. Per cui me era normale far de tuto. E quando se fa tante robe, se xe disponibili. Sicome non xe chi, ti fa ti. E questo me xe suceso molte volte. Non perché ero mejo, ma perché ero là. Così son anche entrà a far parte de comisioni, consigli. Non era che ero tanto preparada, ma me davo de far. Anche in “Fratellanza”, quando xe andà via el Edi Braiucca, personagio fantastico, son venù mi. Col tempo go fato arte, la Scuola Modello insieme ala Silvana Vlahov, un vero vulcan, el corso de pitura, col Venucci, dove son rimasta 5 o 6 ani, go fato la segretaria dela “Fratellanza”... In efeti go lavorà con tanta gente, da cui go gavù sempre molto de imparar, che me ga aviado a tante robe nove”.
la filodramatica, con i minicantanti, andavimo dapertuto e organizavio tuto noi. Adeso, invece, ogni sezion fa per sé, anche se, quando serve, se aiutemo. Mi non go più nesun incarico, ma son qua. Bisogna gaver entusiasmo, voja de far e cercar de far quel che se pol. Come, per esempio, quando gavemo partecipado ala “Etno smotra”, la “Rassegna etno”. Era de far ma sarìa stà pecà non andar e restar fora. E gavemo fato robe proprio bele. Ultimamente, invece, gavemo cuxinado per la manifestazion “Porto etno””.
Come se comunicava con l’UI? “Xe sempre stà un bel raporto. Me vien in mente sopratuto i ultimi tempi, quando Marin Corva era presidente del Comitato Esecutivo dela CI e se colaborava spesso. Devo dir che gavemo lavorà molto ben. Quando era ancora la SAC “Fratellanza” e mi ero segretaria facevimo molte uscite, con
Ti son un ativista apasionada, una grande amante dela Ci, una che la ga visuda in tute le sue sfacetature. In questo momento xe dificile imaginar la sala piena, el entusiasmo de cui ti parlavi, i giovani che la frequenta. Secondo ti cossa se poterìa far per risolevarla? “Si, xe stadi periodi bui, ma se gavemo ripreso perché erimo de più. El Covid
La consegna del premio in occasione del 30◦ anniversario dell’UI ga rovinado tuto, el ga ciuso le porte ale atività. Le persone che gestisce la CI se dà de far, ma non xe semplice. Poi xe anche un poco el problema che noi fiumani semo un poco specifici, se ofendemo per poco. La gente se la prende per qualcossa e non vien più, o non vol più far. Bisogna, invece, cercar de andar oltre. Mi la mia atività in Circolo la facio, e la go fata, con amor, anche a scapito de molto tempo libero (che adeso go). Quando lavoravo, del uficio venivo diretamente qua. Perché? Perché bisogna far. Chi fara? Qualchedun deve, se no spariremo. Mi me dispiaxe, me fa mal el cuor veder come xe adeso el Circolo. Me piaxerìa viver la alegria che era una volta, poter andar in bar come una volta, dove se cuxinava, se veniva magnar, se incontravimo, era sempre aperto. Veniva i fioi dei asili, la gente del teatro... Quel che spero xe de veder di novo i giovani. Senza de lori non xe futuro”. 35
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La Medaglia dell’Unione Italiana a Giacomo Scotti
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l nostro scrittore, poeta e saggista ha ricevuto l’importante onorificenza dell’UI nel settembre 2021, "per la sua immensa produzione poetica e letteraria, per il contributo pluriennale alla Comunità nazionale italiana e per la promozione della cultura e della lingua italiana". Questo premio è giunto come suggello di una “carriera rivolta all'affermazione della cultura e letteratura italiana” e ulteriore riconoscimento al suo impegno nella “costruzione di ponti ideali tra le due sponde dell'Adriatico”, ossia i due motivi per cui la Repubblica italiana gli concesse nel 2006 l'ordine della Stella della Solidarietà Italiana e l'onorificenza di Commendatore. In settant'anni di attività Scotti ha scritto e pubblicato 240 opere di poesia, narrativa, favolistica e storia. Le sue opere, in lingua italiana, sono state tradotte in una dozzina di lingue europee, oltre che in croato, serbo, macedone e sloveno, e gli sono valse valso il Premio alla carriera della Regione litoraneo-montana (2007) e poi il Premio Opera Omnia della Città di Fiume (2008). Abbiamo incontrato Giacomo per farci raccontare gli aspetti salienti e il senso del suo contributo di prolifico autore della nostra Comunità. Giacomo Scotti è nato il primo dicembre 1926 a Saviano (Napoli). Dal 1947 si è trasferito nell’Adriatico settentrionale: a Monfalcone, Ronchi e Trieste, e poi a Pola e Fiume, che è diventata la sua città di adozione e dimora stabile, anche se nei primi anni Cinquanta ha vissuto anche a Pola e dai primi anni Ottanta ha passato lunghi periodi anche a Napoli e Trieste. Fiume è la sua casa, la città dove vive e dove poco più che ventenne ha cominciato la sua carriera, da correttore di bozze a giornalista della Voce del Popolo nell’anno 1948, e la sua base dove ha costruito la sua carriera di libero scrittore: «Dal mio arrivo in queste terre, sul finire del 1947 fino ad oggi, sia come giornalista
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che come scrittore, in innumerevoli convegni tenuti in Italia, nelle varie regioni dell’ex Jugoslavia, in alcuni paesi dell’est Europa e perfino durante un viaggio in Russia, ho sempre "propagandato" la presenza e la creatività culturale della Piccola Italia “rimasta” in Croazia e Slovenia. Su questa nostra presenza, durante tutta la mia mia vita trascorsa in queste terre ho anche scritto centinaia di articoli e saggi apparsi sui giornali, riviste letterarie, periodici dello Stivale italiano, ma anche in Germania, in Argentina, a Malta e in altri paesi». Scotti è apparso con i suoi racconti, poesie e saggi su tutte le testate in lingua italiana pubblicate tra Istria e Quarnero dal dopoguerra in poi: La Voce del Popolo, Via Giovanili, Donne, Il Pioniere, Panorama, Arcobaleno ed altre ancora. Le sue poesie sono state raccolte nell’antologia Versi di una vita pubblicata in due volumi dall’Edit con la prefazione di Irene Visintini, e prima ancora su Tra due mari, nella cui prefazione Claudio H. Martelli si sofferma sul
“valore di una testimonianza letteraria ed umana che si aggiunge con assoluta autorevolezza ad altre voci di scrittori rimasti”. «Da buon fiumano, forse più di altri scrittori e poeti fiumani di nascita, ho anche esaltato la Città di San Vito con alcuni volumi». Tra questi ricorda: Ninna nanne come preghiere, poesia folclorica per bambini a Piume e nell'Istria (del 2007); Fiume nella poesia dei poeti fiumani (2015); una antologia di 14 poeti da Egidio Milinovich ed Osvaldo Ramous fino a Tiziana Dabović e Laura Marchig; Fiume cent'anni e più secoli alle spalle: Passeggiando per la città all’alba del Novecento (2011). «Sono stato sempre attivo in seno al Circolo Italiano di Cultura, prima a Pola e poi a Piume, e nella Comunità degli Italiani di Piume sin dalla primavera del lontanissimo 1948. Sono trascorsi troppi anni e non posso ricordare tutte le manifestazioni alle quali ho partecipato». Informazioni sparse le abbiamo trovate assieme sfogliando le pagine dei suoi libri e taccuini, come da opere sulla let-
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teratura italiana dell’Istria e Quarnero. Nel 1949, insieme all’amico Primo Turconi, conquistò il primo premio di un concorso di poesia bandito dalla Regione istro-quarnerina per i giovani di tutte le etnie. Nel 1953 ottenne un premio di poesia dall’Unione degli Italiani dell'Istria e di Fiume. Il Primo maggio 1958, al tradizionale concorso annuale di poesia dell’Unione degli Italiani, cui parteciparono trentotto autori, Scotti e Romano Farina conquistarono i primi premi. Nel 1967, l'Unione degli Italiani promosse il Concorso "Istria Nobilissima" per poeti, narratori, saggisti e artisti della minoranza. Quell'anno Scotti ottenne il primo premio per la poesia, insieme a un premio per il giornalismo. Da allora fino ad oggi, Scotti ha ottenuto trenta premi per poesia, narrativa e saggistica: tredici primi premi, dieci secondi secondi premi e nove menzioni onorevoli. Nel volume edito nel 2019 dall'Unione Italiana per i 50 anni di Istria Nobilissima, la scrittrice polesana Elis Deghenghi-Olujić ha notato come Scotti sia "tra i più fecondi autori della Comunità nazionale italiana, con alle spalle una navigazione letteraria tra le più avventurose della sua generazione". I suoi migliori risultati, secondo Deghenghi-Olujić, sono nel campo della poesia, con “un ventaglio di temi (identità, storia, natura, tempo, passione, sentimenti) connessi ai fatti quotidiani e alle cronache dei nostri tempi" e con un accento particolare sul mare, "assurto a entità simbolo della vita”. Nel 1967 Scotti partecipò con il connazionale Eros Sequi alle Serate poetiche di Struga, in Macedonia, e l’anno dopo, con Alessandro Damiani e Mario Schiavato, ai Venerdì letterari dell’Università Popolare di Zagabria, prima apparizione degli scrittori della minoranza italiana. Sempre assieme a Schiavato venne premiato nel 1981 per un componimento dialettale al concorso muggesano "Poesia in piazza". Altri riconoscimenti in questo ambito sono la Targa d’Argento della città di Fiume (1970), il premio al festival jugoslavo per l'infanzia a Sebenico (1983), il premio letterario "Ultimo Novecento" (1984) e il secondo premio per la poesia al concorso nazionale in Croazia "Drago Gervais" (1993). Nel nuovo secolo ha ottenuto il Premio internazionale Scritture di frontiera
"Umberto Saba" (2004), il premio internazionale "Calabria" (2005), il Sigillo d'Oro e cittadinanza onoraria del Comune di Monfalcone (2005), il Premio "Fulvio Tomizza" (Trieste, 2006), il Premio "Città di Cassino" (2009), il premio “Istriana” per la cultura (2011) e la cittadinanza onoraria di Saviano (2021). Impossibile ricordare tutti i suoi libri di saggistica, ma ha senso menzionare 1979 volume Juris, juris! All'attacco! e poi Rossa una stella con Luciano Giuricin, sulla partecipazione degli italiani di Fiume e dell'Istria alla lotta di liberazione, e i libri di denuncia delle violenze effettuate da parte di soggetti assai diversi, senza remore e mitizzazioni: quelle effettuate dall’esercito italiano nella Seconda guerra mondiale (Bono Taliano. Gli italiani in Jugoslavia. 1941-43, 1984), quelle dei partigiani e antifascisti in Istria (Dossier Foibe, 2005), quelle dell’esercito croato nella liberazione della Krajina (Croazia Operazione tempesta, 1996), e prima di tanti altri quelle del regime titino contro i cominformisti (Goli otok. Ritorno dall'Isola Calva, 1991). Membro della Società degli Scrittori della Croazia, del Sindacato Italiano degli scrittori e del Pen Club internazionale fu proclamato nel 1972 Presidente della neo-costituita la sezione fiumana dell'Associazione dei poeti, letterati e artisti jugoslavi e nel 2006 promosse la costituzione a Dignano del Cenacolo degli operatori culturali della Comunità nazionale italiana in Croazia e Slovenia, di cui venne eletto presidente, affiancato da Bruno Paladin e Silvio Forza. Sono poi tantissime le serate di poesia con cui ha commosso i fiumani, ma si possono ricordare alcune particolarmente speciali: il 7 aprile 1992 in Cittavecchia le "poesie contro la guerra” con presentazione Alessandro Damiani e recitazione di Raniero Brumini (in italiano) e da Edita Karad jole (in croato); la serata del 17 gennaio 1996 in Comunità dedicata interamente a lui e con Melita Sciucca, Irene Visintini e Maria Schiavato e con la recitazione ancora di Brumini. Non si contano le partecipazioni con altri poeti a serate sia a Fiume che in Istria e quelle in cui lui stesso ha invitato poeti locali e dall’Italia, poi le presentazioni delle sue opere e di altri autori, poeti e saggisti.
Notevole il suo impegno letterario in ambito musicale: «Họ sempre avuto una viva passione per la musica. Spinto da essa, ma sempre partendo dalla poesia. ho sempre seguito la produzione musicale in italiano, anche la nostra tra Istria e Quarnero. Ho collaborato quindi con compositori che hanno creato canzoni sui miei versi. Celeste Zrelz musicò i miei versi di “Gallesano mia" e "Dirindin dirindela" (in vena folcloristica delle nostre terre). Serafino Lenaz, cantante e compositore, creò canzoni per l’infanzia su testi mici, fra i quali ricordo "Il grillo" (1970, primo premio al Festival della canzone). Sono stato uno degli animatori e organizzatori di "Tutta Fiume canta” e paroliere di Mariano Rena. Ricordo la canzone "Cavalcando sul destriero" e poi con Oscar Bogna "Protestiamo pure noi", che ottenne il primo premio al Festival per l' infanzia dell ‘60. Poi ho collaborato con Francesco Squarcia, che musicò la mia "Protestando e contestando" ed altri testi. Ad avviarmi sulla strada de la musica ed e musicare per primo i miei testi fu però il grande compositore polese Nello Milotti nel periodo in cui vissi a Pola dal 1950 al l956. Sulla nostra amicizia e collaborazione potrei scrivere tanto…». A Scotti chiediamo anche del suo impegno con la Comunità e l’Unione: «Nel novembre del 1993, alle seconde elezioni per il rinnovo degli organismi della minoranza, fui eletto consigliere nell’Assemblea dell'Unione, e poi ancora nel 2002, in rappresentanza degli italiani di Piume. Nella sua terza sessione fui uno dei tre vicepresidenti, fino al 2006, presiedendo anche la Commissione per la cultura e "il ripristino dell'ambiente autoctono di insediamento". Con quel ruolo, in quel periodo, insieme al presidente dell’Unione Maurizio Tremul, incontrammo il Premier croato Ivo Sanader, che dopo un lungo colloquio firmò un accordo grazie al quale furono consolidati i diritti costituzionali della nostra etnia, specie sul piano della lingua e della cultura». Scotti fu eletto all’Assemblea dell’Unione anche nel 2006 e 2011, all’Assemblea della Comunità degli Italiani di Fiume fino al 2014 e al Consiglio della minoranza italiana della Contea litoraneo-montana nel 2011 e nel 2015. «Poi la vecchiaia e la pandemia mi hanno messo fuori gioco, ma sono rimasto e sarò legato ai miei connazionali a Fiume e in Istria fino alla morte, lasciando loro il frutto della mia creazione letteraria». 37
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La nostra Storia
Balletto 3
La famiglia Morpurgo Il calcio a Fiume Italianità, minoranze, Europa Rijeka Fiume in Flux Dante e il kasher A cavallo tra tre centenari
La storia de Fiume xe tuta un gropo xe sempre uni novi vegnudi dopo Ma se la nostra storia i conosserà niente de mal non ne sucederà Da Dante al fodbal Fiume xe sta qua la gente ariva e se amala de fiumanità Xe compito nostro farghela capir cussì poderemo le nostre radici nutrir.
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• di Rina Brumini
La mostra sulla famiglia
Morpurgo in Sinagoga
L
Michele Sarfatti – per tanti anni volto del CEDEC, il Museo di Spalato, il Centro di ricerca-Sinagoga Maribor, il nostro Archivio di Stato e il prezioso aiuto del Museo ebraico “Carlo e Vera Wagner” di Trieste si è articolata una tripletta di novità che ci riguardano e che visiteremo in questo articolo: durante la Seconda guerra mondiale, le zone sotto amministrazione italiana (il Quarnero, la Slovenia italiana e la Dalmazia) avevano a capo delle figure politiche che hanno, di volta in volta applicato in maniera autonoma e personale le stesse leggi nazionali vigenti su tutto il territorio nella stessa formulazione causando situazioni e problematiche diverse per gli ebrei ivi presenti. Lo scopriamo grazie all’attività di un membro della famiglia Morpurgo, Carlo Nathan Morpurgo. Questi visita i centri di potere in veste di delegato dell’associazione ebraica assistenziale (legalmente operante durante sotto il Regime) – la DELASEM. Infatti, Morpurgo
fonte: https://nada4.wixsite.com/split-croatia/morpurgo-bookstore
a prima domenica di settembre si è tenuto l’ormai tradizionale incontro alla sinagoga di Fiume che ha celebrato con i fiumani la Giornata internazionale della cultura ebraica. A causa della pandemia, alcuni contenuti proposti hanno atteso a lungo nel cassetto un contesto estivo, all’aperto, concesso dall’amministrazione locale per poter vedere la luce. Infatti, la bellissima, ricca e documentata mostra sulla famiglia Morpurgo, realizzata a quattro mani dal Museo civico di Spalato e dal Centro di ricerca sul patrimonio ebraico - Sinagoga di Maribor ancora nel 2018, ha atteso un anno per essere esposta a Fiume. Inizialmente l’idea era di esporre la storia di una grande famiglia, originatasi nel medioevo nella città di Maribor, che dalla variante teutonica del toponimo (Marburg) ha ottenuto il proprio cognome. La famiglia ha nei secoli contribuito alla società con numerosi diplomatici e politici, economisti, mercanti, autori, artisti, scienziati, medici, sportivi anche nelle nostre terre. In particolare, la figura di Vid Morpurgo ha dato il suo contributo politico partecipando alla Dieta dalmata nell’Ottocento e fondando, a Spalato, la più antica libreria del Paese. L’idea di partenza era quella di collegare la bella mostra con la nostra città. Mi sembrava impossibile che una famiglia talmente numerosa non avesse avuto dei membri che in qualche campo avessero dato il proprio contributo anche qui, a Fiume. E mi sono rivolta alle vecchie conoscenze d’archivio. Quello che ho scoperto nella ricerca è molto interessante e apre spiragli su nuove conoscenze storiche e che vale la pena diffondere. Sulla scorta di testi della ricercatrice Anna Pizzuti, le ricerche di
La libreria dei Morpurgo
Carlo e sua mamma: per gentile concessione di Mauro Tabor e del Museo ebraico “Carlo e Vera Wagner” di Trieste 39
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fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/27/giornata-della-memoria-la-storia-della-delasem-nato-grazie-al-fascismo-che-salvo-migliaia-di-ebrei-con-laiuto-di-bartali/4924142/
viaggerà, incontrerà figure politiche di spicco, cercherà di svolgere le missioni di cui incaricato e trasmetterà preziose relazioni alla DELASEM che diventano per noi una cartina tornasole nell’analisi e comprensione delle circostanze vigenti nelle singole province. La DELASEM (Delegazione per l'Assistenza degli Emigranti Ebrei) era un'organizzazione assistenziale ebraica che forniva ausilio ai migranti ebrei durante la II guerra mondiale. Si stima che nel corso della propria attività (1939-1947) la Delasem abbia aiutato economicamente, spesso appoggiandosi su aiuti di numerosi non ebrei, molti ebrei perseguitati ed internati per un totale di 1.200.000 dollari, dei quali 90.000 provenienti da donazioni estere. Fondata verso la fine del 1939 su iniziativa di Dante Almansi e Lelio Vittorio Valobra, presidente e vicepresidente dell’Unione delle comunità israelitiche in Italia (UCII), operò con il benestare del regime sotto il fascismo, clandestinamente dopo l’armistizio e regolarmente dopo la fine della guerra. La missione della Delasem era quella di prestare aiuto agli ebrei stranieri - che si trovavano in Italia come profughi o internati per emigrare. Un precedente della Delasem fu la precoce COMASEBIT (Commissione per l'assistenza degli ebrei in Italia), fondata a Milano nel 1938 ma messa subito fuori legge per
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l’aperto antifascismo del suo fondatore, Raffaele Cantoni che nella Delasem fu poi l’eminenza grigia. Gli ebrei stranieri che avevano trovato rifugio in Italia si trovavano in una morsa esistenziale: senza mezzi, senza un domicilio (dal 1938), internati in campi (dal 1942) come quello di Ferramonti di Tarsia (Cosenza) o segregati. La Delasem aveva sede a Genova (diretta da Lelio Vittorio Valobra, Enrico Luzzatto Pardo e Bernardo Grosser) e percepiva mezzi via Parigi che erano donati da organizzazioni ebraiche internazionali come gli statunitensi American Joint Distribution Committee ed il Hebrew Immigrant Aid Service. Una porzione importante dei mezzi era raccolta da donazioni di comunità ebraiche italiane e di filantropi ebrei. Fino all’armistizio la Delasem ha operato alla luce del sole collaborando sottobanco con diversi non ebrei e altolocate personalità del clero poi decorate dal riconoscimento di Giusti tra le nazioni (Yad Vashem). In seguito all’occupazione di Parigi si chiude il canale tramite il quale i fondi esteri arrivavano alla Delasem che si riorganizza e percepisce aiuti tramite la Svizzera. Nonostante le leggi razziali sistematicamente implementate, fino al 1942 il regime optava per un trasferimento assistito dell’emigrazione ebraica piuttosto che per l’eccidio. È un atteggiamento che ha permesso alla Delasem di assistere circa 9000 profughi ebrei e di aiutare circa 5000 stranieri a mettersi in salvo migrando principalmente in Spagna. Nel frattempo la Delasem crea delle branche al proprio interno che si occupano dei bambini: nel 1942 a Firenze nasce la DELASEM dei Piccoli che si occupa dei bambini internati e provvede loro libri, vestiti, giocattoli, assicura l’assistenza sanitaria; nel campo di Ferramonti fonda la Mensa dei Bambini; a Nonantola fonda un orfanotrofio a “Villa Emma” (Mario Finzi, don Arrigo Beccari, dott. Giuseppe Moreali) nel quale ritrova provvisoriamente l’infanzia un centinaio di bambini provenienti da Germania e Balcani. Dopo la capitolazione nasce la Repubblica sociale italiana e le attività
della Delasem vengono vietate. Ciononostante la Delasem continua la propria attività clandestinamente fino al 1945 mentre il cerchio attorno agli ebrei su suolo italiano si stringe: già nel novembre del 1943 il nuovo governo promulga una legge che rende gli ebrei “stranieri e nemici”. Ad Auschwitz vengono deportati 6000 ebrei. La caccia all’uomo, le deportazioni, la clandestinità rendono sempre più faticosa l’attività della Delasem che si trova costretta ad appoggiarsi sempre più alla collaborazione con non ebrei con i quali consolida una rete segreta di cooperazione ed aiuti che via via si assume sempre più il carico di lavoro anche perché le guide della Delasem vengono ricercate, arrestate e deportate, con piccole eccezioni di persone salvatesi fuggendo in Svizzera. La Delasem si spezza in due: una sede a Genova e una a Roma quasi autonome l’una dall’altra, vitali ed operative fino alla liberazione. Dopo la guerra la Delasem si riorganizza rapidamente e si dedica ad altro lavoro assistenziale, volto al ricongiungimento familiare di nuclei che cercavano disperatamente i propri figli nascosti da famiglie ariane o in conventi oppure al supporto all’emigrazione, all’epoca ancora illegale, in Palestina. Grazie all’attività della Delasem e di Carlo Nathan Morpurgo possiamo intendere meglio l’atteggiamento nelle province occupate che il governo italiano ha assunto nei confronti degli ebrei. Infatti, grazie alle relazioni stese in seguito a viaggi e missioni per conto della Delasem, Carlo Morpurgo getta luce sull’arbitrarietà dell’applicazione di una stessa legge nazionale che offre, è vero, alcune alternative pratiche, ma che nelle nostre zone - Slovenia, Quarnero e Dalmazia - è rimessa all’autonomia decisiva del gerarca locale.
Il contesto geo-politico I Trattati di Roma (18 maggio 1941) definivano l’assetto del territorio dell’odierna Croazia sotto l’occupazione italiana, ovvero l’annessione diretta di una parte della costa: la
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fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Emilio_Grazioli
parte orientale della provincia quarnerina capeggiata da Fiume (Sussak, Buccari, Veglia, Arbe), una parte significativa della Dalmazia (le province di Zara, Spalato e Cattaro) e le zone che formalmente rimanevano sotto l’amministrazione croata ma che erano di fatto sotto soggette al controllo militare italiano. Mentre nella Provincia di Lubiana era stato fondato un Alto commissariato gestito da Emilio Grazioli che aveva il potere di nominare le amministrazioni locali e che controllava carabinieri, finanzieri e polizia di frontiera, l’amministrazione italiana della Dalmazia era assegnata a prefetti. Questi dipendevano dal Governatorato generale diretto da Giuseppe Bastianini. Bastianini rispondeva direttamente ed esclusivamente a Mussolini e l’autonomia di cui godeva era pressoché illimitata. Nell’ottobre del 1941 il Governatorato diventa di fatto parte del Regno e vi si applica la legislazione della Madrepatria. Sussak, Castua, Čabar, Delnice, Arbe e Veglia vengono incluse nelle strutture della Provincia del Quarnero e venivano amministrate dalla neonata Intendenza civile per i Territori annessi del Fiumano e della Cupa con a capo la Prefettura di Fiume. Un altro organismo di governo locale era rappresentato dalla Questura di Fiume dalla quale dipendeva il Commissariato di Pubblica Sicurezza di Sussak ed altre forze dell’ordine come i carabinieri. Una nuova linea di confine demarcava le due zone d’occupazione sotto controllo fascista, aggiunte alla Dalmazia (prima zona). La seconda zona era rappresentata dall’hinterland dalmata dove l’esercito italiano aveva libertà e diritto di eseguire operazioni militari. La terza zona si estendeva fino al confine dei territori sotto
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Questione_adriatica
Divisione della Jugoslavia dopo la sua invasione da parte delle Potenze dell’Asse. In verde le zone assegnate all’Italia: l’area costituente la provincia di Lubiana, l’area accorpata alla provincia di Fiume e le aree costituenti il Governatorato di Dalmazia. In rosso lo Stato Indipendente di Croazia (sotto occupazione tedesca e italiana). In blu le altre zone occupate dalla Germania nazista. In marrone le aree occupate dal Regno d’Ungheria
Emilio Grazioli (1899-1969) occupazione tedesca, sotto controllo militare e civile croato ma aperta, all’occorrenza, all’ingresso delle forze italiane o tedesche. Ricapitolando, delle sue missioni Carlo Morpurgo riferirà dell’atteggiamento tenuto nei confronti degli sforzi della Delasem per aiutare i profughi ebrei da parte dell’Alto commissario Emilio Grazioli per la Provincia di Lubiana, il prefetto Temistocle Testa per la Provincia del Quarnero e Giuseppe Bastianini, Governatore della Dalmazia.
Le leggi razziali erano univoche per tutto il regno ed offrivano alcune opzioni ai governi locali per gestire la questione dei migranti ebrei: gli si poteva concedere la permanenza se residenti prima dell’annessione ma venivano comunque sottoposti a controllo, venivano trasferiti in internamento in Italia, potevano venir respinti o allontanati al confine o internati in campi allestiti nelle singole province. Nell’incontro con Grazioli (Slovenia) Morpurgo riuscì a ottenere dall’Alto commissario la garanzia dell’internamento degli ebrei sul suolo della Provincia in Italia. Morpurgo consegnò gli elenchi degli ebrei stranieri residenti e anche di gruppi neoarrivati dalla Croazia (ebrei croati e dell’Est europeo) con grande percentuale di presenza di bambini. L’internamento in Italia era in questa circostanza quasi l’unica via di salvezza per i migranti. Morpurgo cercò di mettere in pratica la stessa strategia a Fiume e volle nuovamente spiegare il destino degli ebrei respinti al confine croato e la copertura finanziaria dei migranti qualora fosse loro stato concesso l’internamento in un campo in Italia. Tuttavia attese invano. Il prefetto Testa, tristemente noto per l’eccidio di Podhum, non lo ricevette neanche. 41
Temistocle Testa (1897-1949) Il questore di Fiume, che pure lo incontrò, non aderì a nessuna delle sue richieste. Il Governatorato della Dalmazia, invece, era influenzato dalle forze antisemite presenti nelle organizzazioni del partito fascista, appoggiate dalle autorità e convinte che gli ebrei fossero pericolosi anche politicamente. Arresti di massa di ebrei residenti e stranieri con la scusa della “minaccia all’ordine pubblico”. Fu l’unica provincia ad organizzare fuori d’Italia l’internamento libero (il libero confino sull’isola di Curzola) ed applicò il sistematico respingimento al confine con la Croazia.
Carlo Nathan Morpurgo (24 agosto 1890 Trieste – 4 novembre 1944 Auschwitz)
fonte – https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/d4/Stolperstein_für_Carlo_Nathan_Morpurgo_%28Triest%29.jpg
In seguito all'entrata in vigore delle
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leggi razziali (1938), Carlo Nathan Morpurgo, semplice impiegato della Banca Commerciale, perde il lavoro condividendo l'esperienza comune a tutto l'ebraismo italiano. Il poco più che cinquantenne Carlo fronteggia la disoccupazione assumendo il ruolo di segretario della Comunità ebraica di Trieste e diventando il segretario della branca triestina della DELASEM, il Comitato italiano di assistenza agli emigrati ebrei. Da quel momento dedica la propria esistenza ad aiutare i correligionari perseguitati e alla tutela dei beni comunitari. In qualità di segretario della DELASEM visita le zone sotto occupazione italiana (la Dalmazia, il Quarnero e la Slovenia sotto amministrazione fascista), incontra le autorità e ottiene preziose informazioni che scrupolosamente annota in relazioni di missioni. Salta all’occhio la situazione fiumana per il particolare contesto creatosi in conseguenza alle leggi razziali: a numerosi ebrei era stata tolta la cittadinanza italiana perché richiesta in data posteriore al 1° gennaio 1919. Tutte quelle persone erano state private di cittadinanza, diventate di fatto apolidi e trattate da cittadini stranieri. Inoltre, dalle relazioni di Morpurgo si evincono atteggiamenti diversi dell’amministrazione italiana fuori d’Italia nell’applicazione di una stessa legge. L’opera di Morpurgo rimane legale e pubblica fino all’8 settembre 1943, quando la DELASEM viene messa fuori legge assieme con le associazioni assistenziali afferenti ed i suoi rappresentanti perseguitati ed arrestati. Poco prima dell’Armistizio, nell’estate del ’43, presagendo il funesto destino della sinagoga triestina, convince il Consiglio di comunità a mettere in salvo i rotoli della Torah, centrali nella preghiera collettiva, gli argenti rituali e i documenti più antichi riponendoli in una stanza nascosta nella Sinagoga. La porta viene murata e coperta da un pesante armadio. Assente dalle piante dell'edificio e asimmetrica rispetto alla disposizione degli altri ambienti, non sarà mai individuata dai nazisti che requisiscono il Tempio e lo utilizzano quale deposito di libri e opere d'arte razziati. Nell'immediato
dopoguerra la stanza viene riaperta, i rotoli della Legge e gli oggetti tratti dal buio della cassaforte ritrovano il loro posto nella Sinagoga, dove ancora oggi sono utilizzati dalla Comunità per la preghiera. Arriva il 1944 e nonostante le diverse occasioni di fuga, Carlo Morpurgo rimane al suo posto, rappresentando un imprescindibile punto d’appoggio agli ebrei stranieri perseguitati in transito a Trieste. Messa in salvo la famiglia è arrestato dalle SS a Trieste il 18 gennaio 1944, nello stesso periodo degli arresti di massa a Fiume. Recluso al Coroneo subisce interrogatori e torture, ma non trapela parola. Il 2 settembre 1944 lo deportano, dopo otto mesi di reclusione, ad Auschwitz-Birkenau dove muore due mesi dopo. Grazie all’attività di Carlo Morpurgo tante sono state le vite salvate per non parlare della preservazione dei rotoli e oggetti liturgici della sinagoga di Trieste. Proprio per la sua attività che ha sigillato il suo destino, a Carlo Nathan Morpurgo è stata dedicata la prima pietra d’inciampo o stolpersteine posta a Trieste (2018). E non, secondo l’uso, davanti la soglia di via Rossetti dove abitava in una casa che non esiste più, bensì di fronte alla sinagoga in cui ha lavorato fino all’ultimo giorno.
fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Bastianini
fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Temistocle_Testa
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Giuseppe Bastianini (1899-1961)
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• di Moreno Vrancich
Kobler senz’anima Per capire: Petar Strčić dice di lui che era un croato, diventato italiano di colpo dopo essersi trasferito a Fiume. Forse è un po’ più complicato di così...
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iume è sempre stata croata! È quanto sostengono determinati politici che continuano a vedere la storia e le tradizioni della nostra città come una minaccia. Eppure basterebbe raccontare i fatti storici senza nascondere alcuni dettagli, accuratamente censurati o omessi, e in poco tempo tutti si accorgerebbero della verità. Un esempio di questo è la mostra allestita in Corso in occasione della Settimana dei Cimiteri storici europei. Nel parlare di Giovanni Kobler, al quale per fortuna questa volta non è stato tradotto il nome, non c’è menzione alcuna della sua fiumanità, della sua autoctonia, della sua voglia di indipendenza, così tipica di tanti grandi fiumani. Tanto che il testo, solo in croato, cita come motivo per il quale il Kobler è noto l’opera “Povijesna svjedočanstva o liburnijskom gradu Rijeci“. Peccato però che nel 1896 i tre volumi pubblicati avessero il titolo “Memorie per la storia della liburnica città di Fiume”, con tutta l’opera che era stata scritta in italiano. Qualcuno si è dimenticato di questo dettaglio? Oppure si è scelto di omettere un altro pezzetto di storica italianità di queste terre? E dire che lo stesso Kobler indica all'inizio delle sue "Memorie" che l'occasione per la loro composizione fu data dal desiderio del municipio di Fiume di comporre un'opera che respingesse attraverso un approfondito studio delle fonti, le pretese croate sulla città, ribadendo i privilegi che l'avevano fatta diventare corpus separatum, direttamente dipendente dalla corona ungherese. In barba a quanto affermato qualche giorno fa dall’Archivio di stato, che ha cercato di smentire Orban che aveva parlato del mare sottratto all’Ungheria, riferendosi a Fiume.
Per farvi capire meglio la connessione fra la fiumanità, ancor prima che l’italianità, presente in Kobler e nella sua maggior opera, riportiamo un passaggio del Storia di Fiume di Giovanni Stelli. “È proprio nel confronto con le tesi esposte dallo storico croato [Rački] che emerge il carattere peculiare dell’opera dello studioso fiumano: le Memorie kobleriane vogliono essere una puntuale confutazione delle argomentazioni račkiane volte a limitare il significato storico dell’autonomia fiumana. Questo erudito, ricercatore scrupoloso e obiettivo, leale cittadino dell’Impero multinazionale, ha eretto con la
sua opera un autentico monumento all’autonomia di Fiume”, scrive Stelli, che ritiene l’opera di Giovanni Kobler “una ricerca erudita, un documento esemplare di storiografia positivistica, caratterizzata da una utilizzazione scientifica delle fonti esplorate negli archivi di Fiume, Trieste, Gorizia, Lubiana, Graz, Vienna e Venezia, e da una vasta conoscenza della letteratura tedesca, ungherese e croata”. In fine, vorrei ricordare che l’opera non è mai stata pubblicata integralmente in lingua croata. Si è fatto un tentativo nel 1995, ma per mancanza di fondi non si è riusciti a tradurre e pubblicare tutto. 43
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• di Igor Kramarsich
Storia del calcio a Fiume Il Rijeka calcio alla fine del 2020 ha presentato la sua monografia scritta “a otto mani”. Il tutto su 588 pagine ricche di dati, statistiche e foto
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l 18 dicembre del 2020 è stato presentato il volume «Rijeka bijelih snova» che ripercorre tutte le vicende del calcio a Fiume, dalla prima partita del 1873 fino al successo sul Copenaghen che sancì l’ingresso nella fase a gironi di Europa League per il Rijeka calcio. Il libro è stato pubblicato dalla Naklada Val. Caporedattore ed editore Dragan Ogurlić. I testi invece vengono firmati da Igor Kramarsich, Marin Urban, Denis Povh, Marinko Lazzarich e Marinko Krmpotić. In totale ben 588 pagine ricche di storia, con tanti dati, statistiche e foto di tutti questi anni. Di storia meno nota fino a quella recente.
La monografia è suddivisa in più parti. La prima, firmata da Kramarsich, ripercorre il periodo dalla storica prima partita che si è giocata a Fiume, ossia quella del 1873. I primi difficili momenti della nascita di un nuovo sport e delle prime società sportive. Poi si passa alla fondazione dell’Olimpia e del Gloria. Due società che per prima si sono fatte valere, e non solo a livello locale, ma con il passare di Fiume al Regno d’Italia, pure nei campionati italiani. Poi nel
Una delle più grandi vittorie della storia del Rijeka calcio 44
La copertina del libro 1926 vista la loro rivalità, ma pure forza, su iniziativa delle autorità cittadine abbiamo la loro fusione e la nascita della Fiumana che nella stagione 1928/29 giocherà nel massimo campionati italiano. Seguiranno poi pure due campionati di Serie B e tanti in Serie C. Un momento glorioso che ha visto la nascita e la consacrazione di gradi giocatori e nazionali. Tra loro assolutamente da ricordare i fratelli Varglien, Mario (campione del mondo nel 1934) e Giovanni; Ezio Loik (del grande Torino, morto nel 1949) Marcello Mihalich e Rodolfo Volk (capocannoniere delle Serie A nella stagione 1930/31). Poi nell’ultima volta viene ripercorsa la storia del calcio a Fiume con la fine della seconda guerra mondiale. Un periodo turbolento con la nascita di tante nuove società e campionati locali. Il tutto precede la nascita di una nuova società cittadina, ossia del Quarnero che poi nel 1952 diventerà il Rijeka. La parte centrale, a opera di Lazzarich, segue le vicende del Kvarner prima e del Rijeka poi fino al 2008. Ripercorre quello che è stato percorso anni prima nel suo libro sul Rijeka ossia “Kantrida bijelih snova” pubblicato nel 2008. Così possiamo leggere sui primi difficili anni nei campionati della Jugoslavia con un breve periodi ai massimi campionati nazionali, la discesa prima della rinascita nel 1958 con una nuova presenza nella massima divisione. Poi di nuova diversa gavetta prima del ritorno definitivo alla Prima lega nel 1974. Segue poi il periodo d’oro con la vittoria di due coppe nazionali e la partecipazione a parecchie coppe Europee. Come non ricordare in questo periodi la doppia sfida con la Juventus e le storiche partite contro il Real Madrid vinto al
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Gli autori del libro con la dirigenza del Rijeka e le autorità locali Cantrida per 3-1 nel 1984. Seguiamo poi le vicissitudine nel campionato croato con lo scudetto mandato nel 1999. Poi gli anni del declino. La terza, trattata da Krmpotić, comincia nel 2008 con uno dei periodi più bui della società con pure il rischio di retrocedere. Segue poi il periodi più florido con la gestione Mišković. Una gestione che ha portato alla società diverse coppe e supercoppe nazioni, ma ha portato pure lo storico primo scudetto. Quello del 2017, tanto sospirato e sfuggito per troppi anni. Questa sezione del libro si conclude con il successo sul Copenaghen che sancì l’ingresso nella fase a gironi di Europa League nell’estate del 2020. In mezzo a tutte queste sezioni abbiamo il contributo di Urban. A lui è stata affidata la parte statistica, con tanto di risultati e classifiche. L’autore di è concentrato sopratutto con la storia del Rijeka dal 1946 fino ad oggi. Ricca la sezione proprio con tanti numeri legati ai giocatori e alla società. Numeri che negli anni svariavano e non poche volte peccavano di esattezza. Non poteva mancare pure la storia delle principali società fiumane prima del Rijeka. La statistica dell’Olimpia, Gloria e Fiumana. Scopriamo così pure chi in fatto di numeri si è distinto in questi anni lontani. Infine abbiamo in contributo di Povh. Legati da sempre alla società solo i loro tifosi. Ricca la storia dell’Armada. E proprio una sezione del libro è stata dedicata al contributo che i tifosi hanno dato negli anni nel supportare la propria squadra del cuore. Nel libro trovano inoltre spazio anche approfondimenti sugli allenatori, presidenti e dirigenti dal 1946 ad oggi, sulle giovanili, sulla Riviera del Quarnero… Nell’ultima parte del libro viene nel dettaglio analizzata l’attuale società, la dirigenza e tutto lo staff. Quando si guarda una squadra di calcio il più delle volte si pensa solo ai giocatori e all’allenatore. Talvolta pure al presidente. Però per far lavorare
il tutto ci sono tantissime altre persone che rendono grande questo mondo. Così conosciamo chi fa parte della dirigenza e dell’amministrazione societaria. Poi scopriamo tutte le squadre del Rijeka. Tutte da quella dei pulcini fino alla prima squadra. Da non dimenticare pure la storia del Rujevica oggi. Ma non è stata sorvolata pure la storia del Cantrida. Di quel stadio nato da una cava nel lontano 1912 grazie a un gruppo di entusiasti. Un campo che si è sviluppato anno per anno e che ha visto tantissime partite prima dei campionati italiani. Poi ha seguito svariate ristrutturazioni con il Rijeka fino a essere “abbandonato” dalla società nel 2015 che passa al Rujevica. Insomma un libro ricco di storia, adatto per tutti, amanti e non di calcio. Grazie alle tante foto e curiosità può leggerlo e sfogliarlo ognuno. Quello che in primis è importante che in questo libro viene ripercorso la storia del calcio a Fiume. Una storia che non parte con la fondazione del Rijeka calcio, ma bensì con le prime partite di calcio in città e attraversa la ricca storia del periodo italiano. 45
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• A cura di Ivan Jeličić e Vanni D’Alessio
Intervista con
Francesca Rolandi
su Fiume, l’italianità, le minoranze e l’Europa
F
fonte: https://www.unlikely-refuge.eu/project-team/rolandi/
rancesca Rolandi si è laureata all’Università di Milano, ha conseguito il dottorato di ricerca in storia all’Università di Torino ed è stata ricercatrice postdoc al Dipartimento di storia dell’Università di Fiume, all’Università di Lubiana e presso il Center for Advanced Studies South Eastern Europe di Fiume all’interno del progetto Rijeka in Flux dell’Università della British Columbia. Inoltre, è stata visiting fellow presso il Center for Southeast European Studies di Graz e Visegrad fellow all’Open Society Archivum of the Central European University a Budapest. Attualmente collabora con l’Istituto Masaryk a Praga per il progetto finanziato dal Consiglio europeo per la ricerca (ERC) Unlike Refuge? Refugees and citizens in East-Central Europe in the 20th century. È autrice di Con ventiquattromila baci. L'influenza della cultura di massa italiana in Jugoslavia (1955-1965), (Bononia University Press, Bologna 2015), libro nato dalla rielaborazione della sua tesi di dotto-
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rato che è stata insignita nel 2014 del premio Vinka Kitarović dell’Università di Bologna. Tra le sue ultime pubblicazioni: Un trionfo mai richiesto? Partecipazione politica femminile e rappresentazioni di genere nella stampa locale di Fiume e Susak dopo la Grande guerra (su “Italia contemporanea”, n. 293, 2020) e Those Who Left and Those Who Arrived: Population Movements from and to Post-Second World War Rijeka (“History in Flux”, n. 3, 2021). Francesca il tuo interesse storiografico si focalizza verso la Jugoslavia socialista, nonché hai viaggiato in
lungo e in largo per i Balcani, ma soprattutto, hai vissuto per anni a Belgrado e, ovviamente, a Fiume. Da dove nasce questo interesse di ricerca per la Jugoslavia socialista e, soprattutto, quale ruolo riveste Fiume per le tue ricerche e all’interno di quel periodo storico? FRANCESCA: Al contrario di quanto succede spesso, quando dalle zone più vicine al confine italiano si parte alla scoperta di un territorio più distante, nel mio caso il contatto è partito da più lontano per poi riavvicinarsi all’Italia. Tra il 2006 e il 2008 ho trascorso dei lunghi periodi a Belgrado e a Sarajevo, all’interno di progetti non accademici. Quando sono arrivata a Belgrado ero, per così dire, una tabula rasa, dal momento che avevo avuto occasione di leggere pochissimo sull’area. Tutte le mie energie erano concentrate sulla tesi di laurea che stavo finendo e che non era legata a questi territori. Paradossalmente, credo che ciò mi abbia permesso di avere uno sguardo empirico e privo di filtri,
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in cui le esperienze quotidiane sono state preponderanti. Dal 2009 ho iniziato a occuparmi di storia culturale della Jugoslavia socialista e in particolare dei rapporti con l’Italia attraverso lo spettro della cultura di massa che comprende tutti quei fenomeni culturali che godevano di un’ampia circolazione. Sebbene abbia raccolto le mie fonti in gran parte a Belgrado e in misura minore a Zagabria e Lubiana, la mia ricerca voleva guardare alla Federazione jugoslava nel suo complesso. Mi sono successivamente spostata sull’area alto-adriatica, ed in particolare su Fiume, che per me ha rappresentato una sintesi tra le mie esperienze precedenti e quel portato di conoscenze che mi caratterizzano, non solo in quanto italiana, ma anche in quanto storica che si è formata in Italia. La mia ricerca - all’interno del progetto dell’Università della British Columbia Rijeka in Flux, che si occupa dei cambiamenti avvenuti a Fiume dopo la seconda guerra mondiale - verte sulle migrazioni della forza lavoro dalle altre regioni della Croazia e della Jugoslavia a Fiume nei decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, con un’attenzione specifica per l’impatto di questi flussi migratori sulla struttura urbana cittadina. Sia all’interno del progetto EIRENE presso l’Università di Lubiana che nell’ambito di quello attuale mi sono inoltre occupata di Fiume nel primo dopoguerra e nel periodo interbellico e credo che un’ottica di lungo periodo mi abbia aiutata a comprendere alcune peculiarità della storia cittadina. Cerchiamo di ragionare sui potenziali parallelismi tra Fiume e le altre realtà dell’ex Jugoslavia. La Croazia, come del resto gli altri paesi dell’ex Jugoslavia federativa, ha avuto un percorso storico e politico specifico. I processi di democratizzazione si sono svolti con modalità e tempistiche diverse in Slovenia, in Croazia, in Bosnia ed Erzegovina e in Serbia (per citare i paesi a noi più vicini), mentre il processo di adesione all’Unione Europea per alcuni è stato raggiunto abbastanza velocemente, per altri dopo lunghi anni di attesa e, infine, per altri sembra ancora una
prospettiva di difficile realizzazione. Questo discorso si complica ulteriormente se le nostre considerazioni si incentrano sulle capitali, sui centri maggiori oppure sulle periferie. Detto ciò, e data la tua esperienza con Belgrado, sembra difficile tracciare dei facili parallelismi tra Croazia e Serbia, tra Belgrado e Fiume. Tuttavia, pensi che ci sia qualcosa che accomuna queste realtà oppure la situazione fiumana è più attinente ad altri contesti europei? FRANCESCA: Io credo in generale che tutti i parallelismi siano possibili e impossibili al tempo stesso e che sia sempre una sfida decostruire dicotomie come quelle tra Europa occidentale/ orientale, Europa Centrale/Balcani, paesi EU/paesi extra-EU. Direi che è innegabile che ognuno di questi paesi abbia avuto un percorso specifico che va dall’ingresso relativamente veloce e indolore della Slovenia nel 2004, passa per il lungo processo di avvicinamento della Croazia per arrivare al resto dei paesi dell’area post-jugoslava, i cui percorsi sembrano ora più che mai estremamente difficoltosi. Allo stesso tempo io vedo similitudini forti e inevitabili per territori che sono stati parti di due stati comuni - la Jugoslavia monarchica e socialista - per un totale di oltre sette decenni. E a mio parere le similitudini non si fermano qua, ma si possono rintracciare sia in alcune dinamiche che hanno caratterizzato a diversi livelli le transizioni post-socialiste, sia in più ampi fenomeni che attraversano il Sud Europa, ai quali sicuramente non è estranea l’Italia. Se nel decennio che si è aperto con gli anni 2000 in molti di questi paesi si sono registrati dei progressi, anche in termini di distensione delle relazioni di vicinato, negli ultimi anni sono stati in crescita progetti politici nazionalisti, che hanno usato la storia come terreno di rivendicazione e cartina di tornasole per conflitti non rimarginati. Il processo di confronto con il passato è sicuramente più difficile oggi, a mio parere, rispetto a quanto lo fosse dieci anni fa, e questo mi sembra vero sia per l’area post-jugoslava che per quella post-adriatica. Credo che tra le due città, Belgrado e Fiume, sia difficile fare un paragone,
in particolare per i ruoli quasi opposti che hanno giocato all’interno delle costruzioni statuali di cui sono state parte. Da una parte, per Belgrado, il ruolo di capitale di una compagine federale ed, almeno in parte, le tendenze accentratrici, dall’altra, nel caso di Fiume, una città multinazionale con una forte tradizione di autonomia municipale che è rimasta un po’ sempre in una posizione peculiare rispetto al centro, che fosse Budapest o Zagabria. È però a mio parere interessante che i rapporti tra le due città, Belgrado e Fiume, siano stati intensi in diverse epoche storiche, in alcuni casi in contrapposizione a quelli tra Fiume e Zagabria. Nel primo dopoguerra Sušak, municipalità di confine, instaurò un rapporto forte con la capitale, il che ha condizionato a lungo la scena politica locale. Questo rapporto è continuato nei decenni del secondo dopoguerra, rafforzando un senso di familiarità tra le due città. A livello di cultura di massa, forse il fenomeno più interessante è quello del gruppo pop fiumano Fit, che raggiunse il successo a Belgrado negli anni ‘80, coltivando l’idea di essere stati respinti da Zagabria, come racconta il documentario del 2011 R’n’r je kriv za sve. A proposito di contesti e di parallelismi, da storica, esperta della Jugoslavia socialista, e da cittadina italiana con una perfetta padronanza del serbo-croato, come declineresti l’italianità fiumana? Nello specifico, per chi viene dall’esterno, avendo però un’ottima conoscenza del contesto storico e linguistico, quali sono gli elementi architettonici, artistici, culturali, linguistici, per nominarne solo alcuni, che fanno cogliere l’esistenza di influssi italiani? Ti sembra si possa parlare soltanto di retaggi del passato oppure esistono aspetti, anche e soprattutto esterni all’ambiente minoritario, della quotidianità che denotano tratti di italianità? Sono aspetti che si colgono immediatamente o sono relegati a strati e substrati o a subculture? FRANCESCA: Rispetto ai temi che ho studiato durante il dottorato, l’influenza della cultura di massa italiana nella Jugoslavia degli anni ’50 e ’60, 47
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sicuramente Fiume rappresenta un osservatorio privilegiato. Sebbene anche le città principali come Zagabria e Belgrado svolsero un ruolo di primo piano nei contatti tra i due paesi, è innegabile che le zone di frontiera, come, in senso allargato, Fiume era, furono dei filtri per fenomeni culturali che successivamente si sarebbero diffusi in tutta la Federazione. Attraverso le navi che sbarcavano a Fiume alcuni dei primi dischi rock entrarono in Jugoslavia. Ervin Dubrović, nel suo libro Čarobna igla – Zbirka gramofona i riječka diskografija racconta di come, fin dalle prime edizioni del festival di Sanremo, un gruppo di artisti gravitanti intorno a Radio Rijeka, tra cui Mario Kinel e Bruno Petrali, produssero cover tradotte in serbo-croato delle canzoni vincitrici del festival e le lanciassero nell'etere da cui raggiungevano tutta la Jugoslavia. Per non parlare poi del ruolo di Radio Capodistria come ponte di comunicazione, una storia ancora tutta da scrivere. Rispetto al background storico di Fiume ciò che più mi affascina della città è l'incontro tra la tradizione culturale dell'italianità adriatica, il mondo mitteleuropeo e l'influenza dell'area (post)jugoslava. La peculiare posizione della città ne ha fatto naturalmente un luogo di incontro, pur nei conflitti che si sono susseguiti. Direi che tutto questo non è solo un segno del passato, ma è ancora estremamente presente nella lingua, nelle abitudini, nei riferimenti culturali. Vi sono nuovi modelli attorno ai quali si articola il rapporto con l’Italia, che chiaramente non sono gli stessi dei decenni passati, dato che è cambiato il contesto, sia della Croazia che dell’Italia. Uno dei fenomeni più interessanti, e non solo perché ne sono stata parte, è l’attrazione di cervelli dall’Italia da parte di alcune istituzioni fiumane, come anche il ritorno nel paese di fiumani che si sono formati in Italia. Questo fenomeno, che è diventato più rilevante negli ultimi anni, potrebbe essere ulteriormente valorizzato. Ragionando sugli aspetti dell’italianità, non come fenomeno etnicistico bensì nel senso più ampio di un termine declinabile e da decostruire, 48
in che rapporto sono gli elementi di italianità con la narrazione del passato e con il discorso identitario? Per essere più precisi: l’italianità in che rapporto sta con la fiumanità, la fiumanità come si relaziona con l’identità croata e quale ruolo assume la narrazione del passato asburgico, fascista e socialista? FRANCESCA: L’impressione che ho è che l’idea della multinazionalità della città di Fiume sia ormai accettata da un ampio spettro di attori che si occupano di memoria, così come quella della peculiarità identitaria cittadina che si può sottintendere nella definizione di fiumanità. Dall’altra parte però vedo anche ben presente la tendenza a considerare le identità nazionali, sia quella italiana che croata, come dei compartimenti stagni, astorici ed immutabili, all’interno delle quali si perdono tutte le specificità regionali. Io vedo la fiumanità, come ogni altra identità, in termini fluidi, come un processo di relazione, dialogo e reazione rispetto al contesto in cui si trova. In questo contesto la narrazione del passato asburgico è spesso utilizzata in maniera acritica come un’età dell’oro dello sviluppo economico e della multiculturalità. Come ogni narrazione meriterebbe di essere scandagliata in profondità. La memoria del passato fascista mi sembra non sia oggetto di grandi discussioni se non per la narrazione ufficiale di Fiume come città antifascista. Anche quest’ultima idea tuttavia non è priva di ambiguità. L’antifascismo di Fiume rappresenta un’adesione a un determinato ordine valoriale o è solo visto in chiave di scontro nazionale, con il merito attribuito all’antifascismo di aver riportato Fiume ad una supposta “madrepatria” croata? Per quanto riguarda la narrazione sul periodo socialista vedo anche qui una frattura, che rispecchia il più ampio contesto croato e post-jugoslavo. Da una parte una memoria apologetica del periodo, alimentata dagli insuccessi degli stati che ne sono nati negli ultimi trent’anni. Dall’altra una demonizzazione del socialismo in toto, che trae linfa dal paradigma del doppio totalitarismo, che negli ultimi quin-
dici anni si è fatto strada nell’ambito dell’Unione Europea sotto la spinta, in particolare, dei casi polacco o baltico. In mezzo a tutto questo c’è molto spazio per studiare e comprendere. Da ricercatrice italiana di nuova generazione che ha vissuto a Fiume, hai avuto modo di conoscere, di frequentare e di confrontarti con l’ambiente minoritario. Quale impressione ti sei fatta della minoranza italiana a Fiume in genere e rispetto ad altri ambienti minoritari della Croazia, dell’ex-Jugoslavia e anche dell’Italia (penso al Friuli Venezia Giulia e all’Alto Adige / Süd Tirol)? Ti sembra che ci siano dei legami tra le diverse minoranze di uno stato e tra le minoranze di altri stati o prevale il legame tra la minoranza e i rispettivi stati nazionali? FRANCESCA: Io non mi sono mai occupata nello specifico di minoranze, quindi le mie impressioni sono quelle di un’osservatrice, piuttosto che quelle di una specialista. Mi sembra che le minoranze in Croazia cerchino un’unità nel momento in cui percepiscono una minaccia esterna, ma potrebbero lavorare di più per portare avanti un discorso comune. Un discorso simile potrebbe valere nei rapporti con altre minoranze, in particolare quella slovena, in Italia. Sarebbe auspicabile poter fruire ulteriormente di prodotti culturali prodotti a livello transnazionale, approfittando del diffuso multilinguismo nella regione. Vedo la cultura delle zone di confine come un’enorme opportunità di costruire ponti. Negli anni ho avuto occasione di partecipare due volte al Forum Tomizza, che nasce dall’iniziativa di alcuni individui, tra cui Milan Rakovac, Neven Ušumović, Irena Urbič, e la prematuramente scomparsa Patrizia Vascotto, che ho fatto in tempo a conoscere nel 2017. Partendo dall’eredità di Fulvio Tomizza, un uomo di frontiera che della frontiera conobbe i traumi ma seppe apprezzare a pieno le potenzialità, il Forum ha creato una piattaforma di comunicazione e scambio, non solo tra Italia, Slovenia e Croazia ma anche, in senso più ampio, tra la cultura europea e lo spazio post-jugoslavo, a cui le istituzioni delle minoranze, tra cui
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le locali comunità italiane di Umago e Capodistria hanno partecipato. Certo sono anche cosciente del fatto che tutte queste istituzioni si devono confrontare con la mancanza di fondi e che il momento non è purtroppo particolarmente propizio per i finanziamenti alla cultura. Ma spero che la chiusura delle frontiere a causa del corona virus abbia rappresentato uno shock positivo che ci porterà a riconsiderare l’importanza dei rapporti transfrontalieri, una volta che la mobilità sarà ripristinata. Aspetti minoritari, problemi identitari e nuove migrazioni. Da alcuni anni ti occupi di profughi jugoslavi in Italia, hai svolto ricerca sugli spostamenti, molto spesso forzati, delle donne nell’area fiumana dopo la Prima guerra mondiale. Alla luce dei nuovi e recenti fenomeni di migrazioni verso l’Europa e alla chiusura delle frontiere europee, in nome della difesa dei confini nazionali, della presunta difesa della “nostra identità” minacciata dall’”altro”, quale pensi sia o debba essere il ruolo di una comunità minoritaria la cui componente più anziana ha avuto modo di vivere sulla propria pelle, o serbarne il ricordo, del doversene andare dal luogo natio o del dover vivere da stranieri in casa propria? FRANCESCA: Io credo che, quando si parla di migrazioni, sia volontarie che forzate, i parallelismi siano moltissimi e che cercarli sia un dovere etico del ricercatore. Il dolore di chi ha lasciato la propria casa – in genere per un intreccio di motivi che non sono mai incasellabili in una categoria imposta dall’esterno – è simile in molte parti del mondo, così come le difficoltà incontrate nel paese di arrivo, e la forza necessaria per ricostruire una nuova vita. Sono convinta che studiando l’esodo si possano comprendere meglio le parabole dei profughi palestinesi, ma anche quelle delle migliaia di persone che lasciano le proprie terre oggi perché non vi vedono nessuna prospettiva. E il discorso vale ovviamente anche all’inverso. Come in molti altri casi, l’assolutizzazione di un fenomeno non aiuta a comprenderne la portata, mentre indagare un contesto più ampio, sia dal punto di vista geografi-
co che temporale, ci insegna a tenere conto della complessità. Nel 2015 hai pubblicato Con ventiquattromila baci. L'influenza della cultura di massa italiana in Jugoslavia (1955-1965), monografia che è stata presentata a Fiume nel 2016, durante il tuo primo soggiorno fiumano. Potresti offrirci un breve sunto? FRANCESCA: Con grande piacere ho avuto l’occasione di presentare il mio libro a Fiume nel periodo in cui vi ho vissuto, sia in facoltà (nei dipartimenti di Storia e Italianistica) che presso il caffè letterario Dnevni Boravak. Sono molto lieta che il libro verrà tradotto in serbo nel 2022 dalla casa editrice Geopoetika di Belgrado, e spero che ciò lo renderà accessibile anche al pubblico della regione che non mastica l’italiano. Il libro, che rappresenta una rielaborazione della mia tesi di dottorato, analizza la ricezione della cultura di massa italiana in Jugoslavia, negli anni dal 1955 al 1965. Ho scelto proprio quel decennio perché a mio parere in quegli anni, grazie all’apertura delle frontiere e del disgelo nei rapporti tra i due paesi, la cultura di massa è penetrata massicciamente nel paese, influenzando la nascente cultura di massa locale e spesso giocando un ruolo di filtro rispetto ad altri trend provenienti dal mondo anglosassone che avrebbero avuto in quegli anni un effetto dirompente. Sono stata influenzata dalle molte ricerche che sono uscite negli ultimi decenni in ambito internazionale sugli scambi culturali durante la guerra fredda e sulla storia culturale della Jugoslavia. Ho cercato di inserire la cultura di massa italiana in questo contesto e quello che ne è emerso è stato un ruolo di mediazione, di riadattamento e negoziazione. Un esempio significativo è quello della scena musicale. Se alcune influenze che arrivavano direttamente da Stati Uniti e Gran Bretagna avevano una carica sovversiva più esplicita, implicavano uno scontro generazionale, al contrario, almeno nella fase iniziale gli interpreti di musica rock italiani – i cosiddetti urlatori – proponevano una sonorità che profumava di occidente ma allo stesso tempo forniva
La copertina del libro
Lavori di Francesca Rolandi: Diversi scritti di Francesca Rolandi sono disponibili gratuitamente su ACADEMIA. EDU (sulla pagina personale di Francesca Rolandi): https:// cas-cz.academia.edu/ FrancescaRolandi . Tra questi articoli, troviamo: • Un trionfo mai richiesto? Partecipazione politica femminile e rappresentazioni di genere nella stampa locale di Fiume e Susak dopo la Grande guerra, 2019. • Those Who Left and Those Who Arrived: Population Movements from and to PostSecond World War Rijeka, 2021. • Il prezzo del sudore jugoslavo. I lavoratori frontalieri jugoslavi nel Nord Est italiano. Il suo libro “CON VENTIQUATTROMILA BACI L’INFLUENZA DELLA CULTURA DI MASSA ITALIANA IN JUGOSLAVIA (1955-1965)”, edito a Bologna da Bononia University Press è ordinabile da varie librerie online in Italia e in Croazia.
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A Fiume Francesca Rolandi ha anche partecipato alla creazione e sviluppo della App “Rijeka/ Fiume in Flux”, prodotta dall’omonimo progetto dell’Università della British Columbia. Rolandi ha contribuito alla APP con le voci su MANIFATTURA TABACCHI, HOTEL EMIGRANTI, TARGA A MARISA MADIERI e CIRCOLO ITALIANO DI CULTURA. Per accedere alle voci e agli altri marker si può scaricare gratuitamente l’APP con il proprio telefonino da Google Play o dall’Apple store o dal sito https://rijekafiumeinflux. com/it/
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un’immagine rassicurante. Come ricordato dallo storico statunitense Stephen Gundle, nei primi anni ’60, mentre dagli Stati Uniti arrivava un’eco della nascente rivoluzione sessuale, Adriano Celentano dichiarava in un’intervista di non fare sesso neppure con la sua fidanzata in attesa del matrimonio! Non stupisce che un messaggio del genere fosse più facilmente accettabile anche in Jugoslavia rispetto a quelli veicolati dalle star del mondo anglosassone che cantavano di trasgressione, conflitto generazionale, rivoluzione sessuale. In generale lo star system italiano non si poneva in un forte conflitto valoriale con quello jugoslavo, o almeno lo faceva meno di Hollywood. Per questo motivo riusciva ad essere accettato nella Jugoslavia socialista e, forse involontariamente, questa vicinanza contribuì a incrementare un sentimento di vicinanza tra i popoli. Un discorso simile potrebbe essere fatto anche su altri prodotti culturali provenienti dall’altra sponda dell’Adriatico. Spostandoci invece sulle tue ricerche riguardanti Fiume, nel 2020 hai pubblicato su “Italia contemporanea” l’articolo: Un trionfo mai richiesto? Partecipazione politica femminile e rappresentazioni di genere nella stampa locale di Fiume e Sušak dopo la Grande Guerra. Argomento della tua ricerca sono le donne e le immagini femminili nell’area quarnerina all’indomani della Prima guerra mondiale, comprendendo entrambe le realtà fiumana e jugoslava, toccando particolarmente il periodo dannunziano. Che cosa emerge dalle tue ricerche sull’area? FRANCESCA: Quando ho iniziato ad occuparmi di questioni di genere a Fiume e a Sušak nel periodo successivo al 1918 nell’ambito del progetto Eirene mi è sembrato importante affrontare le rappresentazioni di genere e degli stereotipi. Da una parte mi piacerebbe inserirmi in un filone storiografico che ha visto negli ultimi anni interessanti contributi – penso per esempio al volume di Ida Ograjšek Gorenjak, Opasne iluzije. Rodni stereotipi u međuratnoj Jugoslaviji (2014) che si occupa ampiamente del periodo di transizione
post-1918. Dall'altra mi è sembrato che il discorso pubblico sul centenario dell'ingresso di D'Annunzio a Fiume sia stato caratterizzato da un ampio uso di stereotipi. Nel discorso pubblico italiano si è ormai diffusa un'immagine dell'esperienza dannunziana come di un periodo di emancipazione femminile e liberazione sessuale che a mio parere non trova riscontro nella realtà dell'epoca. È vero che le donne votarono a Fiume nel 1918 e nel 1921, e a Susak nel 1923, ma ciò era più radicato nel contesto post-asburgico che in una presunta spinta emancipatrice proveniente dall'entourage dannunziano. In quasi tutti i nuovi stati che nacquero dalle ceneri dell'Impero le donne ottennero il diritto di voto, il che però mostro spesso i suoi limiti. Ciò non toglie che l'ambizione da parte di D'Annunzio di coinvolgere le masse inoltri un richiamo alla partecipazione femminile, vista però esclusivamente nell'ottica del sostegno all'opzione politica a favore dell'annessione all'Italia. Questo richiamo ebbe una forte eco in Italia, dove numerose donne, alcune delle quali transitate attraverso il femminismo e poi l'interventismo, si impegnarono nell'ambito delle associazioni interventiste e in alcuni casi, come in quello di Teresita Pasini o Tullia Franzi, si recarono anche a Fiume. Molto più modesti furono i risultati in quanto alla partecipazione femminile delle fiumane, nonostante le potenzialità, simboleggiate dall'elezione nel Consiglio cittadino, il 26 ottobre 1918, di tre donne. Sulla stampa di Sušak emergono invece delle più forti tendenze misogine che si scontrano con un primo significativo attivismo tra le associazioni femminili pro-jugoslave, che elaborano un discorso basato sul parallelo tra l'emancipazione della Jugoslavia e quella del genere femminile. Questo clima di rivendicazioni e di speranze che caratterizzò l'immediato dopoguerra si spense molto in fretta per essere poi fortemente ridimensionato con l'annessione di Fiume e Sušak al Regno di Italia e al Regno dei Serbi, croati e sloveni (dal 1929 Jugoslavia), due paesi che negarono alle donne la partecipazione politica.
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• di Vanni D’Alessio e Angelo Massaro
Rijeka Fiume in Flux: Fare la storia digitale della città di Fiume Il progetto e l’applicazione per smartphone
L
o scorso 18 giugno 2021 l'applicazione per smartphone Rijeka Fiume in Flux (nel flusso) è stata presentata ufficialmente a Fiume. La comunità italiana di Fiume si è unita all’evento partecipando all’organizzazione della visita guidata del 19 giugno sui luoghi descritti e raccontati nell’APP. Rijeka Fiume in Flux non è solo l'APP per Smartphone, ma è un ampio progetto di studio e ricerca sulla storia di Fiume finanziato dal Consiglio canadese per la ricerca nelle scienze umane e sociali. Da questo progetto è nata l'APP per Smartphone, che offre agli utenti l'opportunità di distinguere la storia complessa e stratificata di Rijeka utilizzando gli smartphone e può essere scaricata gratuitamente tramite il sito Web ufficiale www.rijekafiumeinflux.com o tramite i servizi mobili di Apple o Google Play. L'intenzione dell'APP è avvicinare la ricerca scientifica sulla storia di Fiume a un pubblico più ampio in un modo che incoraggi e consenta all'utente di esplorare in modo indipendente le diverse narrazioni storiche su Fiume. L’APP inoltre si avvale delle potenzialità dell’augmented reality (“realtà aumentata”) per rendere più immediata l’esperienza della visualizzazione e geo-localizzazione dei luoghi della storia di Fiume. Il progetto di ricerca è stato conce-
pito nell'Università canadese della British Columbia di Okanagan e vede la partecipazione anche del CAS SEE, ossia il Centro di Studi Avanzati dell’Europa sudorientale di Fiume (Center for Advanced Studies Southeast Europe). Al progetto partecipano an-
che alcun partner istituzionali, come l’Archivio di Stato di Rijeka, Il Museo di storia e della marineria del Litorale Croato di Fiume, il Museo della Città di Fiume e l'Archivio - Museo storico di Fiume a Roma. Il progetto è guidato da Brigitte Le
Alcune immagini con la mappa, dei marker e altre funzionalità dell’APP “Rijeka Fiume in Flux” 51
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Normand, recentemente passata dall'Università della British Columbia all’Università di Maastricht, nei Paesi Bassi, assieme al geografo Jon Corbett, pure dell'Università della British Columbia eall’esperta di digital humanities Constance Crompton dell’Università di Ottawa. Corbett e Nick Blackwell, hanno curato l’aspetto grafico e della programmazione dell’APP, alla cui ideazione ha contribuito un numero nutrito di ricercatori storici e scienziati sociali, coinvolti a vario titolo nel progetto. I ricercatori, assieme alla stessa Le Normand, hanno prodotto i markers dell’APP,ossia hanno raccolto le immagini e scritto i testi su più di cento luoghi storici e avvenimenti della città di Fiume negli ultimi due secoli. I ricercatori e autori dei testi storici sono, oltre a Le Normand, Gruia Badescu, storico dell’architettura all’Università di Costanza in Germania, Vjeran Pavlaković e Ivan Jeličić, che insegnano storia alla Facoltà di Filosofia dell’Università di Fiume, Vanni
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D'Alessio, che insegna storia all’Università di Napoli, Marco Abram, storico dell’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, nonché l’architetto Nataša Janković e la storica Francesca Rolandi, ex fellows del Centro di studi avanzati di Fiume. Altri contributi sono stati preparati da esperti esterni: Daniel Baric, Josef Djordjevski, Kristina Pandža, Sanja Puljar D’Alessio, Ana Ajduković e Jelena Bellolan. Le ultime due ricercatrici si sono occupate della storia delle donne a Fiume e i loro marker sono organizzati in modo da offrire un tour virtuale sulla presenza femminile nella storia fiumana. Anche gli altri marker sono organizzati in tour virtuali, che si possono seguire da casa o telefono alla mano muovendosi per la città: “Giungla di cemento”, “Fiume nascosta”, “CIttà divisa”, “Fantasmi di Fiume” e “Persone in movimento”, dedicato a infrastrutture, tracce e luoghi dell’immigrazione e dell’emigrazione da Fiume. In questi tour si snodano i più di cento marker di spazi e luoghi
importanti della storia di Fiume. Gli autori dei testi hanno costruito questi “marker” con testi e foto descrivendo monumenti, industrie, palazzi storici della Fiume ungherese, italiana e jugoslava, chiese, hotel e sedi di associazioni culturali o di avvenimenti sportivi, scuole, tombe cimiteriali, strade significative, insomma importanti o particolari di Fiume, affrontando temi quali l'impatto del confine sulla progettazione urbana, l'esistenza della lingua italiana nella città, l’architettura moderna, i luoghi dell’industria, gli spazi e modalità della politica, della formazione scolastica e della sociabilità sportiva, religiosa, e culturale.
Fiume raccontata dai suoi protagonisti Oriane Edwards, studentessa magistrale dell’Università della British Columbia, ha curato la pagina facebook “Rijeka/Fiume in Flux” (https:// facebook.com/rijekafiumeinflux) non-
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Livio Karavanić durante la visita guidata Rijeka Fiume in Flux (Foto VDA)
ché l’account instagram del progetto. Presso la stessa università, lo studente di dottorato Angelo Massaro sta lavorando alla realizzazione di una mappa dei luoghi della memoria (memoryscapes) della comunità degli italiani di Fiume. Il principale obiettivo della sua ricerca è quello di mettere a confronto le testimonianze dei fiumani raccolte da Vanni D’Alessio e Gianfranco Miksa per la Comunità italiana di Fiume (https://www.youtube.com/channel/ UCp33gKZqRQwtOGyzHjaeQaw) con il materiale archivistico conservato presso l’Archivio di Stato di Fiume. Tramite l’utilizzo di strumenti digitali, questa ricerca intende, altresì, sottolineare in che modo i principali avvenimenti della storia contemporanea di Fiume abbiano impattato sulla memoria collettiva locale. Edwards e Massaro collaborano, inoltre, con Benedikt Perak,
professore di digital humanities presso l’Università di Fiume, e Brigitte Le Normand, a un progetto di analisi testuale delle interviste raccolte da D’Alessio e Miksa e del materiale raccolto dai ricercatori di “Rijeka in Flux”.
La presentazione dell’APP e la Visita guidata organizzata assieme alla C.I. di FIume Il 18 giugno 2021 si è tenuta l'inaugurazione ufficiale dell’APP presso i locali dell’Ex Exportdrvo che ospitavano una delle iniziative di Fiume Capitale Europea della Cultura, la mostra Fiume Fantastika. In quell'occasione con Pamela Robinson della School of Urban and Regional Planning della Ryerson University con un intervento sulle potenzialità e sfide che tecnologia pone rispetto alla cittadinanza atti-
va, e Tvrtko Jakovina del Dipartimento di Storia dell’Università di Zagabria che ha parlato della storia di Fiume. Il giorno successivo, sabato 19 giugno 2021, in collaborazione con la comunità italiana a Fiume, la guida turistica Livio Karavanić ha condotto due visite della città attraverso i luoghi descritti nei marker dell'applicazione e alle molteplici tracce della presenza italiana, alcune visibili ancora, come il Palazzo Modello, altre annidate nei meandri della città, altre invisibili o cancellate. Le visite guidate hanno messo in mostra il patrimonio italiano ma al contempo anche i vari livelli e aspetti della città multietnica, spingendo i partecipanti ad approfondire l'esperienza interattiva attraverso il potenziale dell'applicazione. L’auspicio è che da questa esperienza si possa in futuro arrivare ad offrire nuovi tour, sia virtuali con l’applicazione smartphone rijeka fiume in flux sia fisici con l’aiuto di guide turistiche, che elaboreranno il patrimonio architettonico e quello culturale, a volte invisibile, di tutte le tradizioni politiche e di tutte le comunità linguistiche e religiose della storia di Fiume, spiegando momenti e tratti di vita quotidiana nella multiforme e colorata Fiume. L'app mira a raggiungere molti potenziali destinatari: la gente del posto, turisti, insegnanti e studenti, e persino persone interessate a Fiume ma impossibilitate a visitarla. A seguito di alcuni test sugli utenti, sembra che i turisti e i giovani abbiano maggiori probabilità di trarre vantaggio dall'app. Oltre ai turisti autoguidati curiosi, le guide turistiche possono utilizzare proficuamente l'app per arricchire con elementi visivi le loro visite guidate. Brigitte Le Normand ha collaborato con Melita Sciucca e una sua classe del Liceo Italiano, esplorando le funzionalità e possibilità dell'app per far appassionare gli studenti delle scuole superiori alla storia locale. Non a caso, gli studenti, che più di tutti si sentono a loro agio nell'usare il cellulare, hanno trovato questa app particolarmente invitante. 53
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• di Rina Brumini
Dante e il kasher In occasione del 700◦ anniversario della morte del Sommo Poeta si sono organizzati eventi in tutta Italia. Anche noi abbiamo dato il nostro contributo per ricordarlo.
MANIFESTO della conf.: “Dante”, olio su tela, Demi Boscia, 2020
N
ell’anno in cui il mondo celebra il settimo centenario della scomparsa di Dante Alighieri, la Comunità degli Italiani di Fiume mi ha offerto l’opportunità di presentare una riflessione che mi frulla nella mente dall’epoca della prima lettura, ossia l’interpretazione di una terzina del Purgatorio in un’ottica ebraica, riferendomi alle leggi di purità del Levitico. La terzina è questa: Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?/Nullo, però che ‘l pastor che procede,/rugrumar può, ma non ha l’unghie fesse. È mia opinione che i versi proposti, oltre la tradizionale carica di condanna della commistione di poteri e la prevaricazione ecclesiastica nell’ambito temporale, anche una carica etica più profonda, ovvero una condanna personale di Dante nei confronti del pontefice in soglio, Bonifacio VIII, non più moralmente e di fatto corrotto bensì anche “impuro”. Per poterlo fare
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dovrò scomporre la riflessione che “frulla” in alcuni passi: un’introduzione generale all’opera, la spiegazione del concetto di “Purgatorio” nella visione dantesca, un riassunto di Purg. XVI con la descrizione di Marco Lombardo, la figura che pronuncia le parole citate e la tradizionale lettura della terzina. Vedremo poi le leggi bibliche di purità e la presenza di ebrei, depositari e interpreti di tali leggi per appurare se Dante fosse potuto entrare in contatto con loro durante l’esilio. Proveremo a rispondere se esista un nesso tra le parole pronunciate da Marco Lombardo e la lezione veterotestamentaria dei precetti di purità? Da chi avrebbe potuto desumere Dante la portata di queste regole e a quale pubblico avrebbe potuto trasmetterle in una società medievale che ne aveva perso nozione da centinaia di anni?
Dante e le sue fonti Non si riesce a immaginare l’approccio alla “Divina Commedia” senza il supporto dell’apparato interpretativo. Un lettore neofita riuscirebbe certo a godere dell’armonia poetica e degli episodi rappresentati di volta in volta ma, senza le note, apprezzerebbe il capolavoro dantesco solo a metà. Delle note, infatti, sentirono bisogno i posteri immediatamente, a partire dalle prime letture. Cogliendo la lezione dei maestri e immergendo nel suo capolavoro tutta la cultura, la lingua, la cronaca e le tendenze del suo tempo, Dante non cita le fonti, facendosi portavoce della tendenza in cui auctor e autoritas coincidono. A cosa ci serve il complesso apparato esplicativo alla “Divina Commedia”? Ci serve a comprendere i riferimenti del Poeta, le fonti su cui poggiava il suo pensiero
e i meccanismi adottati nel rimaneggiare personalmente e originalmente quelle stesse fonti. Nel saggio “Dante ieri e oggi”, Eugenio Montale indica limpidamente la necessità del commento alla “Divina Commedia”: “(Dante) fu giudicato quasi incomprensibile e semibarbaro pochi decenni dopo la sua morte, quando l’invenzione retorica e religiosa della poesia come dettato d’amore fu dimenticata. Esempio massimo di oggettivismo e razionalismo poetico egli resta estraneo ai nostri tempi, a una società soggettivistica e fondamentalmente irrazionale perché pone i suoi significati nei fatti e non nelle idee. Ed è proprio la ragione dei fatti che oggi ci sfugge”. La materia che Dante affrontò nel corso del suo viaggio poggia su un sostrato ricco, noto e condiviso “universalmente”, se è vero che rappresenta l’opera più letta in Italia dopo la Bibbia. La manualistica contemporanea afferma, infatti, che il pubblico che l’opera raggiunse era composito e stratificato: dal livello alto – le università – al livello basso – la gente comune delle strade. D’altra parte, nel Medioevo il sapere si fondava sullo studio e sull’apprendimento di pochi testi importanti: i classici, la Bibbia e i testi sacri. Il Poema irradia un’attrazione magnetica. È stato letto e riletto, interpretato da illustri commentatori. L’esegesi ha subìto una battuta d’arresto nella ricerca tra il Cinquecento e il Settecento, per riappropriarsi della scena letteraria con la riscoperta, da parte dei romantici, nell’Ottocento. La ricerca non si è ancora fermata poiché più ci si addentra nello studio della “Divina Commedia” più cresce la potenzialità di interpretazione della sua
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pluralità di significati o, per dirla con Auerbach, quella polisemia di cui Dante avverte nell’Epistola a Cangrande (Epistolae, XIII, 20) per cui declina in quattro sensi la comprensione del suo capolavoro. Nelle parole di De Sanctis: “Là vive avvolto ancora e nodoso e pregno di misteri quel mondo, che sottoposto all’analisi umanizzato e realizzato, si chiama oggi letteratura moderna.” L’idea di “moderno” è una delle linee guida di De Sanctis, che considera la “Divina Commedia” un testo destinato a vivere nel tempo, a cui ci si deve riferire: contiene una tradizione che va ancora interrogata. Diamo ascolto a De Sanctis e partiamo con l’indagine.
Dante e l’allegoria Da vero uomo del suo tempo, Dante adotta sistematicamente la tendenza medievale ad interpretare la realtà sulle basi di princìpi universali e gerarchici che la collocano in strutture organiche e coerenti. Incarna anche la tendenza a far confluire tutto il sapere, ovvero integrare i saperi in un’unità (la “Commedia” è considerata una summa del sapere medievale). Altra caratteristica del suo tempo è la tendenza a vedere la realtà attraverso la lente della religione: è la religione che sancisce l’unità di tutti i fenomeni e dell’uomo. Tale è l’approccio anche alla concezione della storia (ma anche dell’avvenire): passato e futuro sono visti indiscriminatamente attraverso il punto di vista del presente. Da qui la reinterpretazione della storia precristiana alla luce del Cristianesimo e la felice realizzazione del sincretismo dantesco in cui fondono in un armonioso amalgama modelli classici, scolastici, patristici e dottrinali. Questa tendenza che Dante fa sua ci permette di accogliere l’eccezione che fa emancipare Virgilio dal Limbo promuovendolo a guida etica e viaggiatore in ben due dei tre regni dell’aldilà. La parola “allegoria” significa nella traduzione letterale dall’originale greco “parlare d’altro”. Tenendo a mente il disegno provvidenziale che regola l’universo è chiaro perché la “Divina Commedia” ne abbondi. In Arte e bellezza nell’estetica medievale, Umberto Eco illustra come il lettore
del Medioevo comprendeva perfettamente il meccanismo dell’allegoria nel senso che era “addestrato” ad una visione religiosa e trascendente della realtà. Tutto quello che faceva o esperiva, tutto quello che lo circondava era espressione della volontà divina. Ciò significa che tutta la vita soggettiva ed oggettiva dell’individuo era sottoposta a duplice interpretazione: ciò che era il dato reale e ciò che rimandava a una verità superiore, dal momento che la realtà veniva concepita come una espressione di Dio. Naturalmente, l’allegoria ha un senso per chi deve carpirla, fintanto che si presta ad interpretazione. Più il suo significato è oscuro più difficile ne sarà l’interpretazione e la comprensione. Basti pensare alla profezia del veltro-salvatore formulata da Virgilio nel canto introduttivo all’opera.
Il purgatorio nell’immaginario comune Il cristianesimo poggia sulla concezione dell’immortalità dell’anima e della resurrezione dei corpi. Ciò significa che tutte le anime dei defunti migrano in uno dei regni dell’aldilà. Tuttavia, quelle anime che, pur in grazia di Dio, in punto di morte non si fossero pienamente purificate, devono attendere perfezionandosi che la loro condizione sia tale da consentir loro l’ammissione al livello più alto. Questa è la ragione dell’esistenza del purgatorio, frutto dell’infinito amore di Dio e strumento di raggiungimento della beatitudine. La Chiesa cattolica, attraverso la sua intercessione per i defunti, manifesta sin dalle origini la sua fede nel purgatorio. Il purgatorio era concepito come un luogo intermedio nei regni dell’oltretomba. La sua funzione è di costituire l’opportunità di raggiungere la salvezza attraverso l’espiazione dei peccati o non troppo gravi o dei quali ci si sia adeguatamente pentiti. La fede nel purgatorio deriva da alcuni testi della patristica, come il Pastore di Erma, testo apocalittico del II secolo, facenti riferimento ad uno stato, successivo alla morte corporea, in cui è necessario purificarsi prima di entrare in paradiso. Mentre il dogma dell’inferno e del
paradiso è ampiamente sancito dalle Sacre scritture, quello del purgatorio, pur sentito e diffuso, attese a lungo di essere accolto. Per quale motivo? Per lo scetticismo nell’accogliere le scarse fonti bibliche che ne parlano. L’unica attestazione biblica si trova nel Secondo libro dei Maccabei. Questo testo rientra tra i libri deuterocanonici dell’Antico Testamento e, per questo motivo, i protestanti e gli ebrei lo considerano apocrifo, quindi non ispirato da Dio. Nello stesso testo ci sono altri due dati importanti: la fede nella risurrezione e la certezza che l’offerta di un sacrificio possa servire davanti a Dio per l’espiazione di un peccato. Nel Nuovo Testamento la dottrina del purgatorio viene giustificata con le parole dell’apostolo Paolo nella Prima lettera ai Corinzi. Ufficialmente, la dottrina del Purgatorio fu accolta come argomento di fede solo dal Concilio di Lione presieduto da papa Gregorio X nel 1274, poi confermata dal Concilio di Firenze del 1438 e infine ribadita nel Concilio di Trento, nel 1563. Recentemente la visione tradizionale del luogo d’espiazione è stata incrinata dall’interpretazione di papa Ratzinger che, nel corso di un’udienza pubblica del 2011, ha spiegato che il purgatorio “non è un luogo fisico dove, dopo la morte, purificare l’anima tra fiamme, fuoco e tormenti. È, invece, uno spazio interiore, senza tempo e senza dimensioni, un momento di ricerca e di intima penitenza da cui partire per poter incontrare la misericordia di Dio.”
Il Purgatorio dantesco La cosmologia dantesca si basa sulla filosofia aristotelica, che si rifà al sistema tolemaico, accolta da san Tommaso e diffusa nel Medioevo. Secondo quella tradizione, la terra è immobile e si trova al centro dell’universo. È circondata da nove cerchi concentrici, sede dei sette pianeti, del cielo stellato e del Primo mobile. Tutti questi cieli sono racchiusi da un’immensa sfera immobile, l’Empireo, sede di Dio e dei beati. La Terra è suddivisa in due emisferi: quello boreale o settentrionale, formato dalle terre emerse, e quello australe o meridionale, coperto dalle acque. Al centro dell’emisfero 55
Fonte: Jastrow, Fotografia autoprodotta, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=970608
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boreale sorge Gerusalemme mentre agli antipodi si erge la montagna del purgatorio coronata dal paradiso terrestre. Vicino a Gerusalemme è sita la voragine dell’inferno, che penetra fino al centro della Terra, dove si trova conficcato Lucifero. La voragine infernale era stata causata dalla caduta di Lucifero quando la terra, volendo evitare il contatto con l’angelo caduto, si era ritirata formando il cono infernale. Contemporaneamente al polo opposto della Terra era sorto il monte del purgatorio. La terra era ricettacolo di influssi positivi (dall’alto) e influssi positivi (dalle viscere) che l’uomo passivamente subiva. In mezzo all’emisfero delle acque, su una spiaggia sabbiosa, sorge dunque il monte del purgatorio. La suddivisione del secondo regno dell’aldilà rispetta la numerologia sottesa a tutta l’opera. L’altissimo monte è suddiviso in tre zone: l’antipurgatorio, il purgatorio propriamente detto ed il paradiso terrestre. Il purgatorio propriamente detto è suddiviso in sette cornici o balze, in corrispondenza ai sette peccati capitali. Il secondo regno dell’aldilà è per molti aspetti contrapposto al primo. Prima di tutto è un luogo di speranza, mentre il primo è un luogo di disperazione. Geograficamente è situato agli antipodi 56
fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Struttura_dell%27oltretomba_dantesco.jpg
COSMOLOGIA DANTESCA: Dante e il suo poema, affresco di Domenico di Michelino nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Firenze (1465)
Purgatorio del primo, nell’emisfero opposto. Fisicamente poi, è il rovescio dell’inferno, che ha la forma di un imbuto, mentre il purgatorio è un colle – come se uno rappresentasse il calco dell’altro. La specularità è corroborata dalla presenza del Sommo male al centro della Terra e di Dio nel sommo dei cieli: per compiere il viaggio nel primo regno Dante dovrà scendere, testimone di un progressivo inasprimento delle pene e gravità dei peccati mentre nel purgatorio lo spettacolo è specularmente capovolto. Un’altra opposizione è rappresentata dalla durata. L’inferno e il paradiso sono luoghi esterni e
svincolati dalla dimensione temporale. Il purgatorio invece è destinato ad estinguersi dopo il giudizio universale. Nel purgatorio esiste il giorno (quattro albe) ed esiste la notte (tre tramonti) che introduce già una dinamica temporale che contraddistingue visceralmente il regno. Il moto è incarnato anche dalla permanenza degli spiriti purganti: ciascuno spirito deve espiare in tutte le cornici del purgatorio per un tempo più o meno lungo, dipendentemente dalla colpa. Gli spiriti purganti passano da una balza all’altra e si purificano non già dai peccati, che sono stati perdonati altrimenti sarebbero d’impedimento alla purificazione, bensì dalle tendenze peccaminose dipendenti dalla disposizione psicologica individuale. Nel purgatorio le anime devono liberarsi della tendenza peccaminosa ed assumere la tendenza giusta. Gli spiriti nel purgatorio, oltre a muoversi, compiono delle azioni. Nella tripletta espiativa, consistente nella pena (attribuita coerentemente secondo la regola del contrappasso, accolta con gioia in quanto “risanatrice”), nella preghiera e nella contemplazione degli exempla (esempi di vizio punito e virtù opposta, in base alla rispettiva balza), gli spiriti sono attivi o riposano a seconda della scansione temporale diurna e notturna. Il secondo regno dell’aldilà è per molti aspetti analogo al mondo terrestre. Il Purgatorio richiama fortemente la vita terrena per il suo carattere effimero e transitorio, nella dinamica attività degli spiriti, nella scansione temporale, nel legame psicologico ed emotivo con le vicende terrene e anche nella rappresentazione paesaggistica. E può in questo senso configurarsi un’indicazione palese del percorso da seguire per uscire dalla condizione dell’errore. Inoltre, il purgatorio, in quanto regno della purificazione, è come un sacro tempio cristiano, ove ogni atto e ogni parola è simbolo liturgico dell’azione purificatrice del sacro monte nell’ascesa dell’animo ad una religiosa e mistica catarsi. Una chiave di lettura del secondo regno dell’aldilà potrebbe essere, nelle parole del celebre poeta T. S. Eliot, questa: “Il Purgatorio e il Paradiso si devono leggere come estensioni delle possibilità umane, di norma assai limitate. Ciascun grado del sentimento
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Riassunto dei canti Purg. I-XV Nel canto proemiale, i due poeti incontrano il guardiano del purgatorio, Catone. Dante e Virgilio si trovano sulla spiaggia in riva al mare. È l’alba ed assistono all’arrivo di una navicella piena di anime traghettata da un angelo. Dante riconosce il musico Casella ma interviene Catone che intima loro di affrettarsi a salire il pendio. I due poeti si trovano nel vestibolo in cui espiano le anime che hanno tardato a pentirsi. Dopo vari incontri cala la sera e i poeti devono fermarsi poiché di notte non è possibile proseguire l’ascesa. Assistono ad un dramma liturgico simboleggiante la tentazione della sera e l’eterna protezione divina. Svegliatosi, Dante si scopre in un posto nuovo e deserto, al fianco di Virgilio. Questi gli spiega che mentre dormiva, era arrivata Santa Lucia che lo aveva preso in braccio e trasportato all’ingresso del purgatorio vero e proprio. Prima di procedere, Dante mette in guardia il lettore che sta per innalzare il suo stile perché è più alta la materia che tratterà. Dante nota salendo che i tre scalini che portano alla soglia del Purgatorio sono di tre colori diversi. L’angelo portiere che li attende all’ingresso incide sette “P” sulla fronte di Dante e consegna loro due chiavi (una d’oro, l’altra d’argento, di cui l’una senza l’altra non serve) e li fa entrare raccomandandogli di non voltarsi una volta entrati. Entrando sentono intonare il “Te deum”. Percorrono la stretta via verso la prima cornice. Dante si sente affaticato dalla salita e i due devono fermarsi. Lo spazio sembra deserto. Si accorge che le parti di marmo sono intagliate da vivide rappresentazioni: sono gli esempi di umiltà offerti agli espianti come fonte di pia meditazione (tra gli exempla, il primo è sempre tratto dalla tradizione mariana). Incedono lentamente, sotto grandi sassi, i superbi. Segue una lunga parafrasi dell’orazione domenicale, il “Pater noster”. il pavimento è intarsiato: riporta exempla
di superbia punita. I poeti arrivano al primo “passo del perdono”, la soglia di passaggio alla cornice successiva. Un angelo li invita a salire e con un colpo d’ala cancella dalla fronte di Dante una delle sette “P”. Mentre un coro angelico intona la prima beatitudine evangelica (“Beati pauperes spiritu”) Dante si accorge di non essere più così pesante ed affaticato. Virgilio spiega che, salendo, si sentirà sempre meno pesante e più pieno di gioia. Si accorge anche della scomparsa di una delle sette “P” dalla fronte, il che fa sorridere Virgilio. La seconda cornice si offre alla vista sempre circolare ma inferiore d’ampiezza. Il pavimento e la parete sono lisci e lividi. Proseguono spediti per la strada deserta per non perdere il giorno quando, a meno di mille passi dall’ingresso, sopraggiunge una voce che grida esempi di carità, poi una seconda ed infine una terza voce. In questa cornice espiano gli invidiosi: sono anime appoggiate alla parete, le une sulle altre, coperte da lividi mantelli e con le palpebre cucite con il fil di ferro. La vista delle anime incute pietà. Siamo nel canto XIV che costituisce l’antefatto necessario ad introdurre l’argomento di cui ci interessiamo. Qui Dante incontra due romagnoli, Guido del Duca e Rinieri da Calboli, due gentiluomini che appartengono alla ormai tramontata generazione dai nobili ideali e dai cavallereschi costumi. Il colloquio offre lo spunto all’impostazione del tema etico-politico. Ormai mancano poche ore al tramonto e Dante e Virgilio, con il sole in faccia, avanzano verso la terza cornice. Incontrano l’angelo al passo che li invita a salire, si sente cantare la quinta beatitudine. Dante chiede delucidazioni a Virgilio sulla discussione avuta poco prima, in merito alla comunione dei beni. Virgilio spiega a Dante che, mentre il possesso dei beni materiali da parte di alcuni rende tali beni vietati agli altri, il possesso dei beni spirituali funziona diversamente: quanti più sono quelli che li possiedono, tanto maggiore è la gioia di essi. In estasi, Dante ha delle visioni di mitezza delle quali Virgilio indica l’insegnamento morale da trarre. I due si trovano improvvisamente avvolti da un denso e pungente fumo.
Siamo nella terza cornice dove espiano gli iracondi.
Purgatorio XVI e la figura di Marco Lombardo Virgilio offre a Dante la spalla, tanto è arduo il procedere attraverso l’asfissiante fumo. Sentono cantare l’“Agnus dei”. Virgilio spiega a Dante che si trovano tra gli iracondi (accecati dall’ira). Uno spirito si rivolge loro e intavola un colloquio. Lo spirito è Marco Lombardo, un uomo di corte che ha amato nella vita quella virtù e quel valore che sono ormai spenti nel mondo. Dante era già stato informato del dilagare della corruzione in Toscana e in Romagna da Guido del Duca (Canto XIV) nella seconda cornice, e chiede a Marco Lombardo se questo fatto sia da imputarsi agli influssi celesti o alla malizia degli uomini. Marco Lombardo
fonte: Internet (Wikipedia)
umano, dal più basso al più alto, ha inoltre un’intima relazione con quello che gli sta immediatamente sopra e sotto, e tutti si adattano secondo la logica della sensibilità.”
GUSTAVE DORÉ PURG. XVI: spiega la teoria del libero arbitrio e delle inclinazioni naturali, per concludere che la colpa della corruzione va imputata agli uomini ma anche ed in ugual misura al fatto che sulla terra si è determinata una confusione tra il potere spirituale e quello temporale cosicché gli uomini hanno perso la loro guida naturale. E qui il nocciolo: chi è Marco Lombardo che espone le tesi già note a partire dal De Monarchia? O meglio, come ce lo dice Marco Lombardo? Siamo in grado 57
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di cogliere la metafora usata da Marco? Esaminiamo i passi nel dettaglio. Dopo essere stato informato da Virgilio di trovarsi nella cornice degli iracondi, Dante viene interpellato da un’anima che ne nota la corporeità e, nelle parole, la misurazione del tempo così come fanno i vivi. Incoraggiato dal maestro, Dante invita l’anima a seguirlo per poter proseguire il colloquio e questa si dichiara pronta a farlo entro i limiti leciti (ovvero le soglie della cornice), guidati dal suono della voce poiché la vista è impedita. Dante spiega poi all’anima la natura del suo viaggio e in quel nome chiede di conoscere l’identità dell’interlocutore ed aver conferma se seguano la giusta strada verso l’alto. Prima di confermare a Dante che si trovano sulla strada buona lo spirito si presenta ai versi 46-48: “Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco; del mondo seppi, e quel valore amai al quale ha or ciascun disteso l’arco.” L’indicazione geografica che l’anima dà corrisponde all’anacronismo usato già in Inf. I, v. 68, quando Virgilio dice di essere di discendenza mantovana. Infatti, all’epoca lombardo era denominato il territorio comprendente non solo l’odierna Lombardia, ma anche il Veneto e l’Emilia. Marco proviene quindi, genericamente, dall’Italia settentrionale. Continua dicendo che il suo nome fu Marco e che fu esperto delle cose mondane, prediligendo le virtù cortesi e civili, alle quali nessuno più tendeva e di cui lui rappresentò uno degli ultimi esempi. Gli antichi cronisti e commentatori aggiungono poco o nulla al ritratto dantesco di questo personaggio: Marco Lombardo fu un uomo di corte del secondo Duecento, addirittura un “perfetto cortigiano” nel commento di Carlo Dragone. Secondo alcuni fu veneto o addirittura trevigiano. Secondo il commento di Carlo Grabher, Marco è detto “lombardo” perché “frequentò le corti dell’Alta Italia, ma, secondo altri, per nascita”, oppure ancora “perché della famiglia dei Lombardi”, ipotizzato da Carlo Dragone, o della “Marca Trevigiana” come invece registra la nota dell’edizione a cura di Umberto Bosco e Giovanni Reggio. I com58
mentatori antichi lo dicono cortigiano perfetto, arguto, magnanimo, retto, distaccato dalle ricchezze, saggio, abile nel trattare paci e alleanze. Esaltato sin dal Novellino (e poi nella Cron. VII, 121 del Villani) per le qualità morali del temperamento fiero e sdegnoso, grazie all’intransigente condotta politica, polemicamente severa verso i signori e i loro vizi, e lodato in nome dei tratti cavallereschi del carattere e del naturale disprezzo delle ricchezze secondo il commento di E. Pasquini e A. Quaglio. Secondo U. Bosco e G. Reggio, Marco Lombardo era un uomo che non poteva, per la sua personalità, sfuggire all’attenzione di Dante, anzi, per alcuni aspetti poteva assurgere a figura esemplare, degna di essere assunta a maestro di una difficile questione filosofico-teologica. Secondo il commento di C. Grabher, da come Dante presenta Marco Lombardo e dagli aneddoti che si riferiscono sul suo conto, si desume che dovesse essere d’animo nobile e sdegnoso, pronto anche alla fiera riprensione sì che, in questo iracondo del Purgatorio, Dante ha ritrovato tanta parte di se stesso non solo col suo amore per la virtù (valore, v. 47) e la sua esperienza del mondo (del mondo seppi, v. 47) ma anche con i suoi fieri disdegni; che qui però si placano in una pensosa amarezza. Di Marco Lombardo l’Anonimo fiorentino - autore del Novellino - segnala il seguente aneddoto (attribuito anche a Dante): “Essendo tornato di Lombardia da una corte che avevano fatto i signori della Scala di Verona, et ritrovandosi a Pisa in uno albergo a cenar la sera con molti uomini di corte suoi pari, che tutti venivano da quella corte; et doppo cena, com’è usanza di loro pari, mostrando le robe et gli arnesi l’un l’altro, ch’eglino avevano guadagnato a quella corte, uno di loro dimandò meravigliandosi, dicendogli ancora: Come può essere che tu, che se’ da vicilio non abbi guadagnato niente, et noi che siamo riputati da meno di te, abbiamo guadagnato cotante robe? quale è la cagione? Marco, come saputo et avvisato uomo, rispose subito: La cagione è che voi ci avete trovato più de’ vostri che io non ho trovato de’ miei; ciò vuol dire: e’ sono più gli uomini da poco che quelli che sono d’assai”.
Nella Cronica (VII) di Giovanni Villani è riportato un altro aneddoto con Marco Lombardo in cui questi predisse la triste fine al conte Ugolino della Gherardesca che gli mostrava le proprie ricchezze e pompe e gli chiedeva: “Marco, che te ne pare?”, disse: “Voi siete meglio apparecchiato a ricevere la mala mescienza, che barone d’Italia”. E il conte (…): “Perché?”. E Marco rispose: “Perché non vi falla altro che l’ira di Dio”. L’introduzione al canto XIV del Purgatorio, l’edizione della Divina Commedia curata da G. Reggio espone la teoria politica di Dante, mai disgiunta da un alto senso etico. La corruzione politica è prima di tutto corruzione morale; il rinnovamento delle due grandi istituzioni, Chiesa e Impero, equivale al rinnovamento dell’umanità. Dante individua la colpa del disordine e dell’anarchia nel mondo nella confusione dei due poteri e nell’esempio deleterio offerto dal pastore della Chiesa, usurpatore di una potestas, quella imperiale, che non gli spettava. A prescindere dalla difficoltà di una precisazione cronologica, i lineamenti di questa logica sono presenti a partire dal Convivio, coronati nel De Monarchia, mentre la Divina Commedia ne è il sostrato necessario, in particolare nei canti VI delle tre cantiche, i canti che trattano il tema politico. La rappresentazione dolorosa e impietosa della corruzione morale e il sospiro nostalgico di un’età proba e cavalleresca in confronto ad un corrotto presente, sono la premessa necessaria e naturale ad una precisa teoria politica, che nelle parole di Marco Lombardo troverà la sua definitiva esposizione logico-poetica.
Il libero arbitrio e la Teoria dei due soli Dopo che, su richiesta di Marco Lombardo, Dante si è impegnato a pregare per lui al ritorno, gli espone il proprio dubbio, accresciuto dalle parole di questi: che sia mai vero che il mondo sia scevro di ogni virtù e pregno di nequizia. E chiede poi se la ragione sia da ricercarsi negli influssi celesti o nel volere umano. In un’eco omerica Marco sospira di quante cose i mortali imputino al cielo. Ed
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Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? Nullo, però che ‘l pastor che procede, rugrumar può, ma non ha l’unghie fesse. Le leggi esistono, ma chi s’impegna ad applicarle? Nessuno, dal momento che il papa, il pastore che guida il gregge, è in grado di ruminare ma non possiede le unghie divise. Trattasi di una metafora biblica che si vedrà a breve e che indica il livello di purità dell’essere secondo il Levitico e il Deuteronomio, due libri del Pentateuco. Cosa sta dicendo Marco? In poche parole: la guida preposta è in grado di comprendere e interpretare la Sacra Scrittura (ruminare) ma non ha la capacità di far rispettare le leggi civili, in quanto non sa distinguere, nella sfera temporale, il bene dal male. La gente vede il proprio pastore tendere ai beni materiali, di cui solo è ghiotto, si pasce di quello e basta. Perciò – può concludere Marco – è il cattivo governo (del papa, ossia la commistione di poteri) che ha corrotto il mondo, e non la natura. Una volta Roma era dotata di due “soli” (guide) ciascuno indicante una strada: una del mondo e l’altra di Dio. Ma ora che uno dei soli ha estinto l’altro fondendo la spada con il pastorale, unendoli forzatamente, non può esserci altro esito che la corruzione. Marco continua risalendo all’origine dei fatti prendendo come
esempio l’Italia settentrionale che prima dei conflitti ingaggiati da Federico II con il papa poteva esser considerata una terra di cortesia e valore, mentre allo stato attuale è una terra di briganti. Ne nomina tre abitanti superstiti dell’antica generazione che deplorano il tempo che Dio gli lascia ad assistere da vivi la corruzione del presente. Conclude che ormai si può ben affermare che la Chiesa, a causa della confusione dei poteri si macchia di vergogna insozzando anche il carico (dei poteri temporali) che si è arrogata. Dante si dichiara rifrancato dal dubbio: ora comprende perché i Leviti furono prevenuti dal possesso dei beni (i Leviti erano una casta pura che viveva nel Tempio di Gerusalemme; ai Leviti erano affidate esclusivamente funzioni sacerdotali). Lo interroga sull’identità dei retti personaggi anziani nominati prima, ma Marco non sa spiegar meglio e comunque si è al momento della separazione: la luce biancheggia (è il tramonto) e Marco deve accomiatarsi dai due prima che l’angelo del passo del perdono cui sono prossimi, si accorga di lui. Questo è il termine dell’episodio e del canto ma per noi è la nascita di una nuova domanda: che vuol dire Dante con la metafora del pastore ruminante che non ha l’unghia divisa? Perché sceglie proprio quell’immagine e da chi spera di essere inteso?
Gli animali leciti del Levitico e del Deuteronomio Concentriamoci sull’ultimo verso della terzina 97-99: Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? Nullo, però che ‘l pastor che procede, rugrumar può, ma non ha l’unghie fesse. Che cos’è un “ruminante”, perché assume valore? E l’“unghia fessa”, quale significati comporta? I commentatori si sono principalmente concentrati sul significato metaforico del versetto biblico interpretando il ruminare come la capacità di meditare ossia la facoltà di comprendere correttamente e di interpretare la scienza delle cose religiose. L’esegesi biblica de l’unghia fessa ci fa risalire a un’interpretazione tomistica secondo la quale il fendi-
mento dell’unghia significa la capacità di discernere il bene e il male. Questo pastore sarebbe un papa che può predicar bene ma razzolar male (F. Montanari). Nei versi si pone il problema dottrinale della duplice guida dell’umanità. Nessuno mette in dubbio che i versi e il canto in questione siano volti a una contestazione della teoria ierocratica o teocrazia papale (vedi la
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espone la teoria del libero arbitrio: il cielo avvia le naturali inclinazioni dotando però l’uomo, in via preliminare, del lume della ragione che gli consente di distinguere il bene dal male. Il libero arbitrio, se alimentato in modo appropriato con l’esercizio della dottrina e della virtù, dopo le prime difficoltà, sceglie bene. L’uomo soggiace alle proprie scelte compiute liberamente. Infatti, l’anima creata, di cui il demiurgo si compiace in potenza, è ingenua. Si volge puerilmente ai beni facili e trascurabili, materiali e caduchi, godendo del piacere che comportano. Per cui fu debito trovare una regola (legge, v. 94) che ponesse un freno e una guida, un “rege” che discernesse/de la vera citade almen la torre con poco velata allusione alla civitas Dei agostiniana. Segue la terzina vv. 97-99:
La Torah bolla Unam Sanctam), che rivendica al pontefice il dominio anche sul temporale. Tuttavia, secondo la mia ipotesi, Dante presenta un valore aggiunto alla frase, che ben si inserisce nel clima dell’episodio e in bocca alla figura sdegnosa di Marco Lombardo. Una questione di purità rituale o etica. Negli ultimi anni, come afferma Pierluigi Casalino, si sono infittiti gli studi sulle fonti arabe in Dante e di recente anche gli studi sulle fonti ebraiche. Le note dei commentatori richiamano per questo verso di chiusa il Levitico, capitolo XI versetti 3-8 ed il Deuteronomio, capitolo XIV, versetti 6-8. Sia il Levitico che il Deuteronomio sono parti integranti del Pentateuco o Torah, la Bibbia ebraica chiamata dai cristiani l’Antico Testamento. “Pentateuco” perché costituito da cinque libri (o rotoli): Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio. Alcuni sono oltremodo noti e fanno parte della nostra cultura generale che è di ma59
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violazione dei precetti. Chiude il libro una piccola sezione relativa ai voti. Il capitolo 11 è interamente dedicato alle leggi di purità e alla distinzione tra puro e impuro. Il quarto libro della Torah si chiama Numeri poiché si apre con il censimento degli ebrei nel deserto richiesto da Dio. Il libro narra del periodo che va dal secondo mese del secondo anno e si conclude con l’undicesimo mese del quarantesimo anno dell’esodo, alla vigilia dell’ingresso degli Israeliti a Canaan. Nonostante le regole di purità siano contenute nel Levitico, Numeri 19 contiene la trattazione sull’impurità dovuta al cadavere umano, l’agente contaminante più forte, e le leggi di purificazione mediante la vacca rossa. L’ultimo libro dell’Antico Testamento è il Deuteronomio, consiste in trentasei capitoli ed è considerato la “Seconda Legge”, in quanto comprende norme religiose e sociali che Mosè consegnò al popolo prima di morire. Sono precetti orientati a regolare la vita stabile e sedentaria di un popolo ex nomade nella Terra Promessa. Sono tre discorsi che Mosè rivolse al popolo prima di morire. Il primo ripercorre la storia dell’esodo; il secondo si articola in due sezioni delle quali la prima offre come una “seconda introduzione” basata sui dieci comandamenti mentre la seconda costituisce il cosiddetto “Codice deuteronomico” formato da una serie di precetti relativi alla condotta che il popolo avrebbe dovuto osservare per entrare nella Terra del latte e miele. Il discorso conclusivo offre le solenni disposizioni della legge divina che, se adempiute, avrebbero garantito la prosperità futura del popolo. Per quanto riguarda le regole di purità, i versetti 6-8 del capitolo 14 ripetono le disposizioni di Levitico 11, 3-8 recano: “Potete mangiare di ogni quadrupede che ha l’unghia bipartita, divisa in due da una fessura, e che rumina. Ma non mangerete quelli che ruminano soltanto o che hanno soltanto l’unghia bipartita; considerateli immondi, anche il porco, che ha l’unghia bipartita ma non rumina, lo considererete immondo. Non mangerete la loro carne e non toccherete i loro cadaveri”.
La fine della purità rituale o etica Abbiamo visto che Dante, per descrivere il papa, Bonifacio VIII, dice che il “pastor” che guida l’umanità è capace di “rugrumar” ma “non ha l’unghie fesse”. In riferimento a quanto esposto sulle citazioni del Levitico e del Deuteronomio, Dante dice in poche parole che il papa è un animale impuro. Il significato che assume il concetto di purità nella Torah non è assolutamente un significato igienico bensì etico. Secondo la Bibbia ebraica, l’impuro non va consumato né toccato poiché contamina e trasmette la propria impurità. Vista in quest’ottica, è mia ipotesi che la citazione assuma una nuova e pesantissima valenza di condanna morale nei confronti del papa. Un eccelso studioso del Levitico, Giovanni Deiana, afferma che la so-
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trice giudaico-cristiana. La domanda da porsi è: quanto conosceva la letteratura veterotestamentaria il pubblico medievale al quale Dante si rivolgeva? Facciamo una veloce carrellata: il libro della Genesi era certamente noto. In cinquanta capitoli narra dell’origine del mondo; la creazione e la caduta dell’uomo; la storia di Caino e Abele; il diluvio; la discendenza noitica ed Abramo; Ismaele; Isacco; Giacobbe; Giuseppe e i suoi undici fratelli; Giuseppe in Egitto schiavo del faraone; la benedizione ai suoi dodici figli - dodici tribù d’Israele e la morte di Giacobbe. Delle dodici tribù, i Levi non otterranno alcuna parte della Terra promessa: essi si occupano dei sacrifici, saranno una casta sacerdotale che avrà il compito di insegnare. Il libro dell’Esodo era pure noto: narra in cinquanta capitoli l’uscita degli ebrei dall’Egitto. Narra dell’Alleanza sul Sinai e della teofonia; il contenuto del decalogo e le prescrizioni per la costruzione del santuario e dei suoi ministri. Segue la storia del vitello d’oro, l’ira di Dio, il rinnovamento dell’Alleanza. Il Levitico è certamente quello meno noto anche perché non applicabile ai cristiani: consiste in ventisette capitoli il cui contenuto ha carattere legislativo e trasmette i precetti avvalendosi di concetti teologici di primaria importanza. I primi sedici capitoli descrivono in modo dettagliato i rituali del culto: norme rituali per i differenti tipi di sacrificio e di offerta; la consacrazione sacerdotale di Aronne e dei suoi figli e norme rituali per tutti i sacerdoti; le norme di purità rituale; il rito penitenziale annuale (giorno dell’espiazione o Yom Kippur). Segue la seconda parte che rappresenta un codice di santità: la proibizione di mangiare il sangue e divieto di macellare alcun animale se non nell’ambito del culto del Tempio; le leggi sulla condotta sessuale, sulla magia e la negromanzia; le leggi sulla condotta dei sacerdoti; il calendario e leggi sulle feste; le norme concernenti l’offerta perenne del candelabro e del pane sacro; le leggi contro i crimini più gravi (inclusa la legge del taglione, Levitico 24); le leggi sull’anno sabbatico e su quello giubilare; le ricompense e pene previste per l’osservanza o la
BONIFACIO VIII: Statua di Bonifacio VIII, opera di Arnolfo di Cambio (1298 ca.), Museo dell’Opera del Duomo, Firenze
cietà moderna distingue nettamente la categoria dello “sporco” (ambito dell’igiene) da quella della “santità” la quale è connessa strettamente con l’osservanza di norme etiche o morali. Nelle culture antiche parallele a quelle bibliche (egiziana, mesopotamica, greca, arabica) il concetto di “impurità” spesso era considerato incompatibile con quello di “santità” e di “sacralità”, per cui la trasgressione di norme diciamo “igieniche”, erano
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considerate offesa alla divinità. Deiana confessa che gli studiosi abbiano cercato una logica dietro alla classificazione degli animali puri e impuri nel Pentateuco, senza venirne a capo con successo. Levitico 11 è destinato a stabilire quali siano gli animali puri e quali impuri (che si possono mangiare e non). L’osservanza di queste norme alimentari nella teologia sacerdotale è insita nell’acquisizione della santità. Vediamo per analogia il versetto 26 di Levitico 11: “Ogni animale che ha lo zoccolo spaccato, ma non ha il piede diviso e che non rumina è impuro per voi; chiunque lo toccherà sarà impuro”. L’istruzione riguarda il contatto con gli animali già visti in Levitico 11, 4-6 i quali hanno lo zoccolo ma non diviso. Letto così, il testo sembra affermare che il contatto con tali animali, anche vivi, provocava contaminazione da impurità. Presupponiamo per un attimo che Dante avesse avuto questa conoscenza approfondita del Levitico o delle trattazioni talmudiche o misnaiche e padroneggiasse le nozioni di “puro” e “impuro” come esposte sopra. La domanda lecita da porsi è: come mai conosceva così bene un testo che il Cristianesimo ha abbandonato in epoca classica e che certo il Medioevo non ha riabilitato, né nella prassi né nella liturgia? Infatti, al Concilio di Gerusalemme, tenuto dagli apostoli più o meno nel 50 d.C., fu presa la decisione di limitare il più possibile la distinzione tra animali leciti e proibiti, cibo puro e impuro. Il medesimo Concilio tolse per i cristiani l’obbligo della circoncisione, importantissimo sigillo identitario per gli ebrei ai quali era proibito frequentare, avere rapporti e anche solo salutare i non circoncisi. Con quelle decisioni la Chiesa primitiva usciva dai confini etnico-religiosi di Gerusalemme e del giudaismo. Molto lontano nel tempo e assoluto nelle intenzioni il contenuto del Concilio di Gerusalemme. Sin dall’epoca degli sforzi per le prime affermazioni del cristianesimo, le leggi di purità alimentare cessano di vigere. È chiaro che la christianitas ne porterà memoria nella misura in cui verranno studiate, ma non faranno più parte della cultura vera e propria. In
questo senso la metafora alimentare utilizzata da Dante in Purg. XVI, v. 99 è sia giustificata sia oscura. Dei Vangeli sinottici, la testimonianza della fine della purità alimentare è riportata in Marco: “Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo” e ancora: “Siete anche voi così privi di intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?” (Mc 7:14,19). Facendo con ciò dichiarare a Gesù puro ogni alimento. Tuttavia, l’ebraismo si conferma molto conservatore e duro ad accogliere il messaggio, che per essere ammesso dovrà essere ripetuto. Questa volta sarà Dio in persona a trasmetterlo e proprio a Pietro, primo diffusore del Cristianesimo della storia. L’episodio è riportato dagli Atti degli apostoli, 10, 9-23. Un giorno, “mentre quelli (i messaggeri di Cornelio) si stavano avvicinando alla città, Pietro salì verso mezzogiorno sulla terrazza a pregare […] gli venne fame e voleva prendere cibo, ma mentre glielo preparavano entrò in estasi”. Era il cielo che gli offriva da mangiare. “Vide infatti una grande tovaglia che scendeva dal cielo piena di ogni sorta di animali e sentì una voce che gli diceva: - Su, uccidi e mangia”. Pietro inorridito esclamò: “Non sia mai, Signore. Io non ho mai mangiato qualcosa di profano e di impuro”. Era sicuramente difficile abbandonare una tradizione vissuta con costanza. La visione si ripeté tre volte. Quindi, per tre volte Pietro si sentì dire: “Ciò che Dio ha reso puro, tu non dichiararlo immondo”. Pietro non riusciva a capire. Il testo dice che “stava lì titubante sul senso da dare alla visione”. La legge sui tabù alimentari è abolita perché, nelle parole di Mauro Pesce, Dio tutto ha purificato e a Dio bisogna ubbidire. Con questo excursus abbiamo ventilato un’ipotesi – la metafora dantesca della terzina in esame poggia sulla conoscenza da parte di Dante dei testi ebraici sulla purità alimentare ed etica. Abbiamo anche visto che il primo cristianesimo si è impegnato
ad abbandonare i precetti veterotestamentari di purità alimentare. Allora come mai Dante li trova calzanti per impugnarli a mo’ di condanna morale e da dove ne ha appreso la portata morale? Forse Dante ha frequentato o conosciuto degli ebrei che lo hanno istruito. Immaginiamo sia accaduto: come, dove e quando? In un periodo di rigurgiti antisemiti sempre più e più violenti, in una progressiva ghettizzazione e isolamento. Proveremo ad esplorare queste ipotesi.
Gli ebrei nell’Italia di Dante C’erano degli ebrei che Dante avrebbe potuto incontrare nel corso dei suoi viaggi e durante la permanenza presso i signori di Forlì, Verona, Ravenna e che avrebbero potuto trasmettergli il significato autentico dei versetti biblici esaminati sopra e riguardanti la purità rituale alimentare, magari mediante la lettura delle loro opere, la conversazione, la condivisione di studi talmudici o mishnahici? Vediamo la situazione in cui si trovavano gli ebrei delle regioni italiane che ospitarono Dante in quel frangente di tempo. Roberto Bonfil, nel suo lavoro Gli ebrei in Italia nell’epoca del Rinascimento, esplora il precedente medievale della presenza ebraica in Italia, gli insediamenti, l’assimilazione e le dinamiche migratorie. Solo in Sicilia ed a Roma vi fu una consistente comunità ebraica senza soluzione di continuità. Nel Trecento, la presenza degli ebrei era in linea di principio una cosa anormale, tale da turbare una buona coscienza cristiana e da richiedere sempre una giustificazione. Non aiutava la presenza degli ordini mendicanti, i cui frati itineranti, tramite infuocati sermoni, aizzavano spesso le folle contro gli ebrei. Tuttavia gli ebrei erano ritenuti “necessari” come prestatori di denaro (banchieri e usurai), almeno fino all’istituzione dei Monti di pietà, e perché medici bravissimi. Non solo, alla stregua delle prostitute e dei poveri, erano necessari per l’economia spirituale dell’epoca. In tal senso rappresentavano il negativo rispetto al quale il cristiano benestante o ricco poteva autodefinirsi. Alcune città non permisero affatto l’insediamento di 61
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GIOVANNI PICO DELLA MIRANDOLA: Marsilio Ficino, Giovanni Pico della Mirandola e Agnolo Poliziano, ritratti da Cosimo Rosselli nella Cappella del Miracolo del Sacramento a Firenze ebrei (per esempio Milano e Genova) e altre lo concessero molto tardi (Venezia, 1509); altre città ammisero l’insediamento ebraico (Roma, Napoli, Bologna, Ferrara, Padova, Forlì, alcune città della Toscana, Lucca e Siena, Mantova, San Marino, Macerata, Castelfranco Veneto, Verona, Montagnana e altre). La presenza ebraica nel Veneto per esempio è documentata dal VI secolo ed è fin da allora legata alle vicende dei vari governi che vi sono succeduti. A Verona, in particolare nel periodo scaligero, la comunità ebraica visse un periodo di grande vivacità culturale sostenuta dai proficui accordi economici necessari alla Signoria per fronteggiare i debiti. Gran parte delle entrate erano costituite, infatti, dalle ingenti tasse versate dalla comunità ebraica per poter risiedere in modo permanente. Fino al Cinquecento gli ebrei non furono chiusi in ghetti anche se ebbero un po’ dovunque (come 62
le prostitute), l’obbligo di portare dei segni distintivi (segni sulle vesti, berretti, fazzoletti e simile). Per la popolazione cristiana la diversità degli ebrei era essenziale tanto quanto la loro inferiorità. Secondo lo studioso Mauro Pesce, la causa dell’antisemitismo cristiano può essere articolata in quattro punti: a) l’accusa di deicidio e la conseguente elezione di Dio di un popolo nuovo in sostituzione (i cristiani); b) la teoria dell’indurimento, per cui un misto di malvagità morale e perversione intellettuale continua ad impedire agli ebrei di accettare la predicazione di Gesù e di convertirsi; c) la rappresentazione critica e negativa dei principali aspetti della religione ebraica, vista come un insieme di minuziosi precetti a volte superstiziosi (senza effettivo contenuto morale) nonché una rappresentazione errata ed inferiore di Dio, contro quella giusta che lo
vede come un padre e come amore e da ultimo d) la somma dei precedenti punti ha come esito l’avversione nei confronti dell’ebreo in quanto tale. Il clima generale era dunque di ostilità, ma in questo periodo all’interno dell’ebraismo europeo nasce un nuovo germe. Tradizionalmente considerato il popolo del libro, gli ebrei si dedicano ora a scrivere. In genere la letteratura del periodo è in ebraico e tratta di responsa rabbinici in materia di ritualistica, ma non solo. In più, mentre la stampa non era ancora nata e i libri erano un bene costosissimo, gli ebrei ne detenevano parecchi. Il germe nuovo di cui s’è detto è la Kabbalah, un sistema di pensiero ed una produzione letteraria profondamente influenzati da tendenze mistiche che, a partire dal XIII secolo, conobbero una diffusione straordinaria nell’Occidente cristiano. La Kabbalah si presentava come una interpretazione originale, piena di idee neoplatoniche, della tradizione midrashica, soprattutto nelle sue parti speculative, cosmogoniche e teosofiche, tale sistema assunse molto rapidamente un ruolo antagonistico a quello della filosofia scolastica. La Kabbalah penetrò in tutti i campi, dall’attività intellettuale alla pratica religiosa quotidiana. Il suo successo dipese probabilmente dalla sua natura ambivalente, in una antropocentrica e teocentrica. Facendo un salto in avanti nel tempo, si può affermare che gli umanisti cristiani dimostrarono un interesse enorme per la Kabbalah. Il più grande pensatore italiano che si occupò della Kabbalah fu certamente Giovanni Pico della Mirandola. Per imparare l’ebraico al fine di leggere i testi della tradizione ebraica occorreva procurarsi dei libri e rivolgersi ad un insegnante capace. Furono soprattutto ebrei rimasti fedeli alla loro religione ad insegnare la lingua sacra ai cristiani. Tuttavia, interesse non equivale a simpatia e Pico della Mirandola mette in guardia nel Proemio del terzo libro dell’Heptaplus: “[…] E siccome a proposito di questa natura angelica e invisibile molte cose sono state tramandate dagli antichi Ebrei, molte da Dionigi, mi proponevo
Emanuello Giudeo (VERONA): Dante a Verona di esporre la parola di Mosè secondo la dottrina di questo e di quelli. Ma poiché le cose dette dagli Ebrei, essendo nuove per i Latini, non potrebbero essere intese facilmente dalla nostra gente se non esponessi la massima parte, anzi, quasi la totalità dei dogmi del popolo ebraico, prendendo le mosse dall’origine prima, ho pensato di rimandare la cosa fino a quando, altrove, io abbia scritto di ciò in forma più ampia, e abbia rese note ai miei contemporanei le loro opinio-
Hillel ben Samuel (FORLì): Dante e Scarpetta Ordelaffi; Dante cerca di persuadere Scarpetta Ordelaffi a muovere contro Firenze a capo dei fuoriusciti romagnoli e toscani. In questo dipinto del 1854 di Pompeo Randi, Dante cerca l’appoggio dell’Ordelaffi contro i guelfi. Dante in quel periodo era infatti esule e fu ospitato a Forlì nel marzo del 1303 dall’Ordelaffi, vir nobilis et ghibellinorum in Forlivio princeps. Dante ricoprì l’incarico di epistolarum dictator, una sorta di consigliere dell’Ordelaffi
ni, esaminando quanto si accordino con la sapienza egiziana, quanto con la filosofia platonica, quanto con la verità cattolica. E così quando troveremo che in qualcosa si accordano con noi, comanderemo agli ebrei di attenersi alle antiche tradizioni dei loro padri; quando troveremo qualche luogo in cui si scostano da noi, schierati nelle file cattoliche ci scaglieremo contro di essi. Infine, tutto ciò che troveremo di estraneo alla verità evangelica confuteremo secondo il nostro dovere, mentre ogni principio santo e vero trasferiremo dalla Sinagoga, come da possessore illegittimo, a noi che siamo i veri Israeliti. Frattanto, calcando le orme di Dionigi, o piuttosto di Paolo e di Ieroteo che quegli seguì, nella misura delle mie forze, cercherò di portare la luce sulle tenebre della legge nelle quali Dio, autore della legge, pose i suoi penetrali”. Riecheggiano nel brano riportato i punti chiave dell’antisemitismo cristiano elencati nella prima parte del presente capitolo. Ricapitolando: nel periodo e nei luoghi nei quali Dante soggiornò vi furono degli ebrei; gli ebrei erano tenuti in disparte e guardati con sospetto dalla società che però li riteneva “necessari” all’economia sociale; d’altra parte con-
tribuivano a creare una cultura filosofica e mistica nuova, legata alla tradizione biblica ebraica, che era interessante per un certo cristianesimo; tale cultura era studiata con entusiasmo ma prendendo le necessarie distanze.
Le fonti ebraiche di Dante Come altri studiosi medioevali, Dante conosceva anche il pensiero ebraico ed arabo. Durante l’esilio, Dante fu ospite di diverse corti e famiglie della Romagna, fra cui gli Ordelaffi, signori ghibellini di Forlì, dove probabilmente si trovava quando l’imperatore Enrico VII di Lussemburgo entrò in Italia. Dante si trattenne a Forlì dall’autunno del 1302 all’inverno del 1303. Qui è possibile che abbia conosciuto le opere del famoso pensatore ebreo Hillel ben Samuel da Verona, che aveva trascorso a Forlì gli ultimi anni della sua vita e che era morto da poco. In Dante, Verona e la cultura ebraica Giorgio Battistoni cita, per i probabili influssi sulla Commedia, l’opera Tagmulé ha-Nefesh (Le ricompense dell’anima) composte dal rabbino Hillel ben Samuel, tra il 1288 e il 1291 a Forlì. Hillel ben Samuel da Verona (1220 – Forlì, 1295) fu un rabbino, filosofo e medico italiano, noto anche come Hillel di Forlì. A Barcellona studiò il Talmud con il prestigioso ma-
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Zlatomir Bacic (Back…; fonte: Wikipedia
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estro Giona Gerondi di Barcellona, e medicina a Montpellier. Prese parte attivamente alla polemica per l’accettazione o meno dell’opera di Mosè Maimonide, da molti accusato di eccessivo razionalismo, sostenendo a chiare lettere le posizioni del grande maestro, anche con l’opera citata Tagmulé ha-Nefesh. In quest’opera Hillel si pose sulla stessa linea del maestro considerando l’intelletto la forma attuale dell’anima che ne guida tutte le operazioni. Sempre da Forlì, Hillel scrisse due famose lettere a Maestro Gaio (Isacco ben Mordecai), medico papale, chiedendogli di non aderire al movimento favorevole alla condanna di Maimonide. Hillel, oltre al pensiero ebraico, conobbe bene quello arabo e molto bene quello cristiano: in particolare, fu molto attratto da Tommaso d’Aquino, tanto da essere definito “il primo tomista ebreo della storia”. Secondo la maggior parte degli storici, Hillel, a Capua, esercitò una forte influenza sul celebre mistico Abramo Abulafia, aiutandolo ad apprezzare Mosè Maimonide. È altresì molto probabile che le sue opere ed il suo pensiero abbiano potuto influenzare Dante Alighieri, a causa di alcuni parallelismi che sono stati riscontrati tra la “Divina Commedia” e gli autori ebrei. Dopo Capua Hillel operò a Napoli, a Roma, a Ferrara, e soprattutto a Forlì, città dove anche Dante visse per qualche tempo, pochi anni dopo la sua morte. La circostanza è invocata a favore della possibilità che Dante ne abbia conosciuto le opere. Dante fu a Verona nel maggio del 1303 e nel marzo del 1304, vi risiedette poi, ospite di Cangrande della Scala, dal 1312 al 1318. Cangrande, prendendo spunto dal lavoro attuato da Federico II in Italia meridionale, si circondava di letterati, scienziati e filosofi di ogni credo e nazionalità, favorendo gli scambi interculturali ed interconfessionali, a tal punto da essere addirittura scomunicato dalla Chiesa cattolica (1320). Cangrande offrì protezione e accolse profughi e dissidenti, rivelando, come è stato detto, grande apertura verso una pluralità di etnie e religioni. Tra i tanti accolse anche il poeta romano Im64
manu’el de’ Rossi, meglio noto come Manuello o Manoello o Emanuello Giudeo (1265 cca. - 1335). Durante il suo soggiorno veronese, Manoello compose il Bisbidis, un poemetto (una frottola) in italiano in onore di Cangrande e probabilmente conobbe e strinse amicizia con Dante. Fu in relazioni d’amicizia con Bosone da Gubbio e Cino da Pistoia e si può asserire che seguisse la poetica stilnovista. Sembra sia stato il primo ad introdurre nella poesia ebraica forme ispirate alla poesia italiana di quel tempo quali la composizione in strofe o il sonetto (per la prima volta in una letteratura non italiana!). L’opera di Dante fu da lui assunta quale paradigmatica nella composizione dei suoi famosi ventotto Quaderni in prosa rimata e versi (i Machabberòth). Tuttavia i quaderni di Emanuello sono pieni di riferimenti ed allusioni alla letteratura talmudica e midrashica oltre che alla filosofia ebraica medievale, soprattutto a quella di Maimonide. Ma, l’audacia libertina della promiscuità culturale dei Quaderni, apprezzata dai contemporanei, fu osteggiata nei secoli successivi, tanto da vietarne la lettura. L’ultima sezione del Machabbereth comprende il poemetto Ha-Tofet ve-ha-Eden (L’Inferno e il Paradiso), che è un racconto di un viaggio nell’aldilà in compagnia del profeta Daniele. Per celebrare la morte di Dante, Manoello compose in ebraico L’inferno e il paradiso, poema in cui Dante assume il duplice ruolo di guida ultraterrena e di giusto destinato ad un paradiso ebraico aperto ai meritevoli di tutte le nazioni. Sempre Battistoni asserisce che il poeta ebreo immagina di essere accompagnato nel suo viaggio da un personaggio che egli definisce “suo fratello” e che chiama Daniele. Sono le iniziali “Dan” a far pensare che dietro questo nome si nasconda proprio Dante Alighieri. Ad avvalorare questa tesi vi sarebbe il fatto che Daniele viene definito “l’uomo più sapiente del secolo”, fratello di Manoello perché “figli della stessa nutrice: la Sapienza”. Inoltre, traducendo letteralmente il nome in ebraico otteniamo “Dani = il mio Dan(te) + el = divino” cioè “il mio divino Dan(te).” L’evidente
influsso della Commedia dantesca su quest’opera, l’identificazione di un suo personaggio chiamato Daniele di cui si dice sia atteso in Paradiso con Dante stesso, ed alcune rime scritte dopo la morte di Dante hanno fatto ipotizzare che i due uomini di lettere avessero stretto amicizia alla corte cosmopolita dei signori scaligeri.
Ricapitolando… … nei versi 97-99 di Purg. XVI (Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?/Nullo, però che ‘l pastor che procede,/rugrumar può, ma non ha l’unghie fesse.) potrebbe esistere un sovrasenso rispetto al commento tradizionale. Marco Lombardo, l’arbiter elegantiae medievale che pronuncia la frase, identificato dalla maggior parte dei commentatori quale alter-ego del retto Dante, dice che il pontefice che guida l’umanità è come un animale ruminante, capace di meditare e comprendere i misteri della teologia, ma non è capace di scindere o i due poteri o addirittura, secondo alcuni commenti, il bene dal male. La metafora tuttavia richiama un aspetto di purità alimentare dichiarata in Levitico 11, 3-8 e ribadita in Deuteronomio 14, 6-8, due dei cinque libri della Torah. Siccome queste regole, che per gli ebrei portano all’abominio se non rispettate, per il cristianesimo non valgono. Si pongono le seguenti questioni: il perché della scelta, della possibile conoscenza di ebrei da parte di Dante, delle circostanze – un luogo e un tempo – in cui Dante avrebbe potuto assimilare tali concetti. La prima questione si potrebbe risolvere ipotizzando che, secondo Dante, istruito in materia veterotestamentaria, la commistione dei poteri porterebbe all’abominio o il papa in soglio potrebbe non solo essere assimilato ad un animale impuro ma anche a qualcuno che comunica impurità. La seconda questione si può agevolmente risolvere esaminando la presenza ebraica nei territori frequentati da Dante e la terza questione, strettamente legata alla seconda, confermerebbe l’ipotesi con almeno due esempi di illustri autori ebrei conosciuti, l’uno direttamente e l’altro indirettamente, da Dante a Forlì e a Verona.
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• di Ivan Jeličić e Vanni D’Alessio
A cavallo tra tre centenari: 1919-1921.
Considerazioni sull’identità e sullo spazio fiumano D “Superare la barriera daziaria di Cantrida o varcare il ponte dell'Eneo non era, per i fiumani, cosa di tutti i giorni. Recarsi nella lussuosa Abbazia o fermarsi nel borgo di Sussak, dove si parlava un’altra lingua, ai più incomprensibile, era una specie di piccolo espatrio”. Osvaldo Ramous Il cavallo di cartapesta Fiume, 2008, pp. 36-37. “A Fiume, possedevano tutti la «tessera di frontiera» e passavano il confine anche tre o quattro volte al giorno, per qualsiasi pretesto o ragione (…) Valicato il ponte sull'Eneo, cominciava un mondo tutto diverso, un mondo che – per intenderci – finiva al Bosforo: i Balcani, in tutte le accezioni del termine, geografico e politico”. Paolo Santarcangeli Il porto dell’aquila decapitata Udine, 1988, pp. 229-230. “Il ponte di Sussak segnava più che altro un confine daziario”. Enrico Morovich Un italiano di Fiume Fiume, 2021, p. 28. “In quel periodo prima della guerra, era buoni rapporti tra Sussak e Fiume (...) tutti de Fiume andavan a comprare a Sussak e quelli de Sussak venivan a scegliere delle robe perchè Fiume era una città bella, lussuosa, era negozi bellissimi. Mi de picia me ricordo tutto”! Sonia Konestabo Testimonianza per l’Archivio della Memoria, Comunità italiana di Fiume, 2.2.2020 (https://www.youtube. com/watch?app=desktop&v=lPYh_ UXw1tk&t=2275s, min. 03.48).
[Sul confine italo-jugoslavo a Zamet]: “Si veniva, quella volta, come in tutti i confini così anche noi, erano queste osterie. Qui si mangiava bene, un poco più a buon prezzo e allora le domeniche si faceva la scampagnata e quella volta si veniva a piedi”. Aldo Racanè Testimonianza per l’Archivio della Memoria, Comunità italiana di Fiume, 23.2.2020 (https://m.youtube.com/ watch?v=a7LqfCiUQRo, min 11.50) “Ogni mattina andavano a prendere il pane perché in Jugoslavia il pane era più a buon mercato. E poi dalla Jugoslavia, cioè Zamet era già Jugoslavia, venivano a comprare il caffè in Italia perché era zona franca. Allora il caffè era a buon mercato. Loro andavano a far la spesa, praticamente, la spesa a Zamet: pane, verdura, uova… perché erano più a buon mercato che a Fiume. E poi era più vicino anche”. Licia Antonelli Testimonianza per l’Archivio della Memoria, Comunità italiana di Fiume, 20.8.2020 (https://www.youtube. com/watch?v=k7I8LlOHZvM, min 28.35)
ove comincia e finisce Fiume, storicamente? quali i suoi confini? quali le identità che le appartengono e il ruolo della lingua e cultura italiana nei processi di identificazione con la città, con il suo spazio urbano e con il suo territorio? dov’era e cos’era Fiume prima, durante e dopo il periodo del corpus separatum, lo stato indipendente, la città italiana e poi quella jugoslava? Fiumani, si sa, abitavano anche a Sušak… Quale allora il legame con l’Oltreponte e come questo si è riflettuto nei processi di identificazione fiumana? e il legame con Zamet? Cantrida non è mai stata Fiume fino al XX secolo inoltrato, ma Istria, con Castua e Zamet, di cui faceva parte. Eppure, la parte jugoslava di Zamet stessa, nel periodo tra le due guerre mondiali, entrò in connessione stretta con la nuova Fiume e cominciò ad urbanizzarsi, prima di diventare un Rajon con l’inizio dell’amministrazione jugoslava, con la Città vecchia e con Sussak. Allora variarono anche i confini esterni e Fiume si allargò, per poi restringersi con la transizione alla Croazia indipendente. Le citazioni che abbiamo inserito nell’apertura di questo breve saggio riguardano proprio il rapporto degli abitanti di Fiume con lo spazio cittadino e con ciò che era “oltre”. Le abbiamo inserite per offrire uno spunto di riflessione su cosa fosse allora e cosa sia Fiume, in occasione di una sequenza di centenari importanti per la storia di Fiume che sono stati celebrati qui e altrove. I centenari sono, infatti, importanti momenti simbolici, di rappresentazione e di discussione sulla propria identità. I centenari di cui parliamo in questo articolo per la Tore, che copre gli ultimi 3 anni, offrono l'occasione per ripensare 65
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fonte: https://bezgranica.hr/digitalna-arhiva-dokumenti/
criticamente e porsi di fronte a delle questioni che si ripropongono ciclicamente nelle discussioni sulla nostra città in ambito storiografico, culturale, sociologico e che ruotano attorno a temi e questioni a dir poco complessi: l’identità fiumana e lo spazio fiumano. Di quali centenari parliamo? L’inizio dell’avventura fiumana di Gabriele d’Annunzio fu il 12 settembre 1919. Di questa esperienza si possono ricordare altri momenti chiave. L’8 settembre 1920 fu promulgata Carta del Carnaro con la proclamazione dello stato, chiamato Reggenza Italiana del Carnaro, e dal 24 al 29 dicembre 1920 ci fu l’assedio e la cacciata delle truppe dannunziane da parte dell’Esercito italiano, ossia il cosiddetto “Natale di sangue”. Nel 1920 avvenne anche la firma del Trattato di Rapallo tra Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e Regno d'Italia. Era il 12 novembre 1920, e il trattato pose fine a un lungo periodo di contese territoriali tra i due paesi. Vennero sanciti i rispettivi confini, anche se l’accordo su Porto Barros rimase segreto, e prese vita lo Stato libero di Fiume. Dell’anno seguente si tennero quindi le elezioni per l’Assemblea Costituente del neocostituito stato, il 24 aprile del 1921, vinte dagli autonomisti ma osteggiate dalla distruzione delle urne elettorali dai fascisti e nazionalisti italiani, e la successiva convocazione dell’assemblea a Fiume il 5 ottobre quando Riccardo Zanella fu eletto formalmente Presidente. Il governo autonomista, già il 3 marzo 1922 subì però un colpo di stato da parte dei fascisti rimasti e giunti a Fiume, triste preludio di quanto avverrà a Roma nell’ottobre
Soldati con la bandiera fiumana 66
dello stesso anno. Un ultimo centenario di cui probabilmente avremo ancora modo di sentire nel 2022. Il lungo ombrello 1919-2021 di centenari raccoglie alcuni dei principali indirizzi politico-ideologici e culturali fiumani, che al di qua della Fiumara trovarono terreno fertile per svilupparsi in quella stagione storica tra il 1919 e il 1921: il nazionalismo italiano e l’indipendentismo fiumano. Lasciati in ombra furono altri fenomeni, il nazionalismo croato e quello jugoslavo, il socialismo internazionalista, i legami con l’Ungheria, come anche un più generico vincolo centro-europeo. Quest’ultimo, nella fase plurisecolare di espansione urbana della città tra nascita del porto franco e Grande Guerra, è legato alla corona asburgica, che ebbe critici ma soprattutto fedeli sostenitori. Il nesso centro-europeo fu anche anche espressione culturale di diversità, incanalata in più lingue, confessioni e religioni, creando forse una particolare cultura urbana fiumana e allo stesso tempo europea, come ha recentemente scritto Irvin Lukežić, certamente oltre quel binomio forzato tra identità croata e italiana che per molti è stata (erroneamente) l’unica cifra rilevante della città contesa e condivisa. Indipendentismo fiumano e nazionalismo italiano sono pure accomunati dalla temporanea vittoria tra le due guerre seguita dalla sconfitta che avrebbero subito dalla connessione di altri tre indirizzi politici, a lungo minoritari e meno favoriti dagli eventi di cento anni fa, che campeggiavano o si auspicavano l’annessione della città alla Croazia e/o alla Jugoslavia, oppure la realizzazione di uno stato socialista. A proposito di ricorrenze, questo numero esce anche a cavallo tra due 75º anniversari, quello della liberazione della città dal nazifascismo del 3 maggio e quello del Trattato di pace del 10 febbraio 1947. Sono due momenti che coronarono le aspirazioni, momentaneamente congiunte, del terzo, quarto e quinto gruppo politico, in forma certamente diversa da quanto se lo immaginassero i nazionalisti croati dell’Ottocento, i sostenitori dello stato degli Slavi del Sud nel 1918 oppure i socialisti e comunisti fiumani del primo dopoguerra.
L’origine del conflitto tra nazionalismo italiano e indipendentismo fiumano, che orientarono molte scelte politiche e identitarie, andrebbe ricercata nella forza della tradizione -naturalmente “inventata” come diceva lo storico Eric Hobsbawm- dell’autonomismo fiumano. Apparentemente conservatrice e accusata di essere solo escamotage delle classi dirigenti, l’autonomismo era una forza interclassista e interetnica, che dopo il 1918 proiettò anche le preferenze verso l’indipendenza e che anche nei decenni successivi ha nutrito forme identitarie nostalgiche e finanche un’attitudine a un particolarismo e a un local-patriottismo che ha attraversato regimi, ideologie e forti mutamenti demografici. Da questo punto di vista è anche utile che la sintesi della storia fiumana di Giovanni Stelli, con una chiave di lettura che accentua il particolarismo fiumano, sia ora fruibile anche in croato, traduzione resa possibile grazie appunto al contributo della Comunità degli Italiani. La sensazione di una particolarità di Fiume rispetto a tutto il resto è sopravvissuta fino ad oggi, anche se come forma spesso a-politica, mescolata a identificazioni sia di tipo nazionale che a-nazionale, e finanche canalizzata in espressioni folkloriche e pittoresche. Anzi si potrebbe dire che il particolarismo fiumano del corpus separatum si sia diffuso in un certo qual modo ai confini di un’immaginaria area metropolitana della Città di Fiume. Si mescolano nell’esperienza attuale affinità ai vecchi colori fiumani con la rivendicazione del dialetto fiumano ma anche del “šta da”, del moretto e dell’aquila bicipite con il Ri-rock. In questi luoghi identitari della memoria, riattualizzati e riconvertiti ai bisogni dell’esperienza e del consumo contemporaneo, e con l’espansione del territorio metropolitano, si confondono, appannano e spostano i confini tra quello che era ed è stato successivamente il territorio cittadino, il corpus separatum, le periferie e i suburbi dei decenni passati (Cantrida, Zamet, Drenova) e odierni (Viškovo, Castua, Abbazia, Grobnico). Così nell’appropriazione identitaria finiscono per mescolarsi e integrarsi assieme la rivendicazione di zitavecia e stari grad con il ča-val lanciato a suo
tempo proprio da Radio Rijeka, come la riappropriazione nello spazio ex asburgico e propriamente urbano del carnevale dalle impronte veneziane, di lunga tradizione a Fiume, con gli zvončari, gli scampanatori, la cui discesa in città ha inaugurato la nuova stagione carnevalesca dagli anni Ottanta in poi. Appare importante quanto questi giudizi e queste stime siano quindi dipendenti dal punto di osservazione. Questi centenari offrono la possibilità proprio di rimettere in discussione i diversi punti di osservazione e chiedersi dei limiti geografici e dei confini identitari dei fiumani. Fiume nell’immaginario tradizionale e prevalente fiumano era, alcuni direbbero tuttora, limitata ai ristretti confini del corpus separatum ungarico. I confini di questa realtà amministrativa e politica non erano però affatto scontati: anche il corpus separatum possedeva un’area contesa, sebbene disabitata, il Delta, un isolotto che divenne problematico all’indomani delle trattative di pace del primo dopoguerra. La questione confinaria, tuttavia, non si esaurisce così semplicemente. I fiumani potevano considerare il corpus separatum la loro piccola patria, ma certamente non esitarono a usufruire delle opportunità dell’Oltre ponte. Il giornale autonomista La Difesa, vide luce a Sušak, o Sussak, eludendo le leggi in vigore a Fiume. Così i fiumani, anche quelli famosi per il loro autonomismo, come la famiglia del sindaco Francesco Vio, potevano avere una dimora nel sobborgo vicino, soggetto formalmente alla Croazia del Bano ma parte dello stesso stato ungherese. A Sušak si andava quotidianamente anche quando il confine divenne controllato da guardie confinarie italiane e jugoslave, nel periodo tra le due guerre, per fare la spesa, per andare al bagno Gradsko e, con cadenza annuale, al santuario della Madonna di Tersatto luogo di pellegrinaggio per i fiumani già nel periodo asburgico. I fiumani però non guardavano solamente a oriente, anche l’occidente istriano, soggetto alla parte austriaca dell’Impero, offriva delle opportunità. Sono note le scampagnate nelle osterie di Cantrida, luogo dove si organizzavano anche le festicciole per il
fonte: lokalpatrioti-rijeka.com
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I confini mobili dal 1869 al 1941 Primo maggio, usufruendo del sistema austriaco maggiormente liberale rispetto a quello ungherese. Pure tra le due guerre, le osterie jugoslave di Zamet beneficiavano del confine poroso dove si recavano anche le guardie in libera uscita. Per tornare invece al
territorio amministrativo del corpus separatum, è anche singolare il dettaglio che proprio nella sua area più periferica, sia geograficamente che mentalmente, ossia Drenova, sia stata ritrovata una fotografia di soldati fiumani della Prima guerra mondiale con 67
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Copertina di Folklore fiumano di Riccardo Gigante uno dei simboli cittadini per eccellenza, la bandiera di Fiume. I confini furono dunque utilizzati a livello discorsivo, ma nella realtà la comunità locale si dimostrava molto meno autosufficiente, anzi dipendeva fortemente dagli influssi esterni. Non a caso, il progetto di cui i due autori fanno parte è intitolato Fiume città in flusso (Rijeka-Fiume in Flux) dato che dalla seconda metà dell’Ottocento ai giorni nostri è continuo il flusso in entrata e in uscita di beni, idee, mezzi, ma soprattutto di persone. Se i con-
Copertina di Fiume 1919 di Marco Mondini 68
fini amministrativi e successivamente statali non furono invalicabili, ancor meno la popolazione si dimostrò un elemento di immutabile continuità lungo i secoli. Uno dei molti paradossi fiumani rappresenta, ad esempio, il libro postumo di Riccardo Gigante, Folkore fiumano. Come lucidamente notato dal curatore Salvatore Samani, la descrizione fatta da Riccardo Gigante dei caratteri somatici del fiumano autoctono, (in)verosimilmente non mescolatosi con slavi, ungheresi e tedeschi, guarda caso, corrispondeva a una descrizione fisionomica dello stesso autore. Per ammissione dello stesso Gigante, inoltre, il folklore descritto “non è prettamente fiumano”, ma appreso dalla nonna adottiva paterna, della zia originaria da Moschiena e della madre originaria da Cherso. La stessa famiglia Gigante, il cui Gigante era presentato come prototipo vivente dell’autoctonia fiumana, come si sa, era originaria dalla Liburnia. In questo discorso di autoctonia calza a pennello il politico locale fiumano più conosciuto, Riccardo Zanella, di madre della Carniola (oggi si direbbe Slovenia, ma anche questi termini sono tutt'altro che identici) e di padre friulano (e anche la friulanità meriterebbe un discorso a parte). E sempre pescando dal mondo autonomista, il padre dell’autonomismo, Michele Maylender, era figlio di un ebreo ungherese immigrato a Fiume e convertitosi al cattolicesimo. Sarebbe un lungo elenco menzionare le figure di intellettuali fiumani e le loro svariate origini (come Romolo Venucci/Wnouscek e Marisa Madieri/Madierich/Mađarić, per fare due nomi), ma ci limitiamo a ricordare Enrico Morovich, tema di una conferenza organizzata a Fiume nel 2021, oggetto di un altro contributo di questo numero. In ogni caso, stiamo solo parlando dei pezzi grossi di Fiume, non del molto più articolato e variegato mondo sociale fiumano che, ricordiamolo, non finisce di mutare nemmeno dopo il 1918, 1924, 1945 o il 1991. I centenari in questione come sono relazionabili con questa complessità? ossia, vi è un nesso tra la complessità fiumana e i centenari? I centenari per la loro natura di eventi pubblici e politici sono imprescindibile momento di
approfondimento, dibattito e anche di divisione. Non si pensi semplicemente a una divisione tra italiani e croati, tra sostenitori dell’annessione e tra gli autonomisti diventati indipendentisti. Lo storico Marco Mondini, autore di un recente libro, che purtroppo non ha ricevuto qui il riconoscimento che avrebbe meritato, ha ancora una volta enfatizzato come l’impresa sia stata un elemento di divisione tra gli stessi italiani. Il libro, significativamente, si intitola Fiume 1919: una guerra civile italiana. Si trattò, infatti, di un episodio, svoltosi e avvertito nel Quarnero ma anche lungo la penisola italiana, di guerra civile per l’Italia liberale uscita vittoriosa, ma con le ossa rotte, dalla Grande guerra. Come ci ha ricordato diversi anni fa il libro di Claudia Salaris, inaugurando una stagione di riflessioni e celebrazioni che hanno penalizzato gli aspetti di violenza e prevaricazione, l’impresa attrasse energie giovanili creative e numerosi artisti affermati, dando sfogo a una feconda sperimentazione artistica. Fu, tuttavia, anche occasione di persecuzione degli avversari politici, e segnò una fase di precarietà economica trasversale a tutta la cittadinanza fiumana. In questo quadro di sovrapposizioni, arricchito da memorie contrapposte, quale aspetto dovrebbe essere ricordato? Qual è l’eredità per l’odierna Fiume e i fiumani di oggi dell’impresa se non essere una delle tappe delle trasformazioni del Novecento che portarono a continue e maggiori semplificazioni nazionali di aree multietniche, come del resto aveva notato Raoul Pupo nella sua monografia su Fiume. La Carta del Carnaro con la celebrazione della superiore stirpe latina, come puntualmente ha osservato nel 2003 William Klinger sulla rivista Rijeka e recentemente nei Dometi Natka Badurina, è quindi un tassello di questo percorso più che essere un documento di tutela delle varie nazionalità che vivevano a Fiume. Quanto il vissuto quotidiano dei fiumani del 1919 fu vicino al diario della giovane figlia di un commerciante fiumano di simpatie croate, Zora Blažić, messo in mostra al Museo storico del litorale croato e analizzato nel volume Rijeka ili smrt di Tea Perinčić, e quanto invece a quell'atmosfera di festività descritta in
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primo luogo da personaggi per cui Fiume fu solo un luogo di passaggio? Certi miti sono duri a morire e le vie di mezzo facili da dimenticare. Il libro di Dominique Reill, The Fiume Crisis, da questo punto di vista rappresenta un indubbio contributo al cambiamento della prospettiva e all’effettiva conoscenza della realtà dell’immediato vissuto quotidiano fiumano post-asburgico e dunque anche dannunziano. Grazie proprio a questo contributo oggi più che mai siamo in grado di affermare che rispetto alla vulgata dell'eccentrica e italiana città dannunziana, i problemi quotidiani con cui si dovette destreggiare la popolazione locale e le ragioni per le quali i fiumani aderirono o sopportarono l’impresa rivelavano il desiderio di mantenere o migliorare le proprie condizioni di vita. Anche così si spiega la diffusa adesione all’annessione allo stato italiano che nelle condizioni del momento sembrava poter garantire una maggiore stabilità economica, oltre che una continuità linguistica. Altri sostenevano che entrambe le cose potevano essere invece garantite pure da uno stato indipendente, che avrebbe anzi approfittato del retaggio asburgico e si sarebbe posto come mediatore tra i due stati a occidente e oriente dell’Adriatico, senza venire imbrigliato dalle loro politiche. La speranza di poter sopravvivere al cambiamento riproponendo una propria specificità ideologica era in ogni caso in tutti gli ambiti politici. Quasi a ricordare che gli abitanti di una città cresciuta e diventata ricca grazie al porto, che sorpresa, alla fine dei conti guardavano molto al proprio tornaconto economico. Nonostante l’epidemia del coronavirus la ricorrenza del centenario del Trattato di Rapallo è stata ricordata a Fiume con un convegno organizzato dall’associazione Stato libero di Fiume. Il convegno non ha visto solo la partecipazione di storici locali, di esponenti del mondo degli esuli e dei rimasti, ma anche ricercatori ungheresi ed eminenti esponenti del mondo accademico croato, italiano e internazionale: Gàbor Egry, Damir Grubiša, Tvrtko Jakovina e Raoul Pupo. Inoltre, gli atti del convegno sono stati pubblicati, grazie anche al contributo
della Comunità degli Italiani di Fiume, permettendo così di lasciare una traccia scritta ai posteri anche di questo evento. Meno appassionante rispetto all’impresa dannunziana, il Trattato di Rapallo rappresenta il tentativo in sede diplomatica di sistemare finalmente le relazioni italo-jugoslave e definire il futuro di Fiume. Per l'appunto tentativo, visto che lo stato cuscinetto creato non soddisfò i fascisti e i nazionalisti italiani, locali e giuliani, che ne segnarono fatalmente il destino. Il trionfo elettorale di Zanella e dell’autonomismo nelle elezioni del 1921, un altro centenario a ridosso di Rapallo, rimane un altro importante tassello della storia fiumana. In questo senso lo Stato di Fiume è un simbolo dapprima della particolarità fiumana, dell’antidannunzianesimo, del rifiuto di un radicale nazionalismo italiano e della continuità della specifica multiculturalità a egemonia italofona del periodo asburgico. Al tempo stesso esso è anche simbolo del trionfo della violenza fascista, dell’inasprirsi dei rapporti tra la stessa componente italiana (e non solo). Se D’Annunzio estromesse l’opzione politica jugoslava, i fascisti e i nazionalisti italiani eliminarono dall’agone politico l’indipendentismo fiumano. A porre il chiodo nella bara, dopo una potenziale rispolverata (i liburnisti) e riattivazione (gli autonomisti) durante l’occupazione nazista, ci avrebbero pensato le nuove autorità comuniste. Al di là delle perturbazioni politiche, il Trattato di Rapallo segnò pure l’inizio dell’estensione del nucleo urbano fiumano. Per la prima volta Cantrida e Zamet, indipendentemente dai desideri della popolazione locale, furono unite a Fiume, città e stato libero, per garantire alla città continuità territoriale con l’Italia. Nel momento dell’annessione di Fiume all’Italia nel 1924, questa fascia territoriale fu modificata, permettendo a una parte della popolazione di Zamet di passare alla Jugoslavia. Nello stesso anno Fiume perse però il Delta, un tempo condiviso con Sušak, ma anche un pezzo storico del corpus separatum, ossia Drenova, divisa tra Italia e Jugoslavia. La topografia tra Drenova superiore e Drenova inferiore reca ancora traccia di questo burrascoso
Copertina di The Fiume Crisis di Dominique Kirchner Reill passato. Il Trattato di Rapallo è anche questo, realizzazione e preludio degli aggiustamenti territoriali del nucleo urbano, la cui penultima tappa del “Secolo breve” si ebbe già con l’occupazione italiana nel 1941 e poi più stabilmente con l’annessione alla Jugoslavia: l’unione con Zamet e con Sušak e, quindi, la creazione di un grande comune. L’ultima tappa si è avuta con l’indipendenza della Croazia, quando la città è stata tagliata dall’immediato entroterra e il territorio di Fiume suddiviso in numerosi comuni. Zamet e Sušak, però, sono rimasti parte della Città di Fiume. Tra 1919 e 1922 si sono verificati notevoli mutamenti, fondamentali per la storia di Fiume. In quei pochi anni gli stessi fiumani sono cambiati e sarebbero cambiati ancora di più in seguito. Tuttavia, e lo si può dire oggi ancora più facilmente di prima, da allora è cambiata radicalmente la quotidianità. Abbiamo degli insegnamenti da apprendere dai centenari o sono solo sterili ricorrenze per storici, ricorrenze che servono ad esponenti politici per creare divisioni, accaparrarsi voti e svegliare spettri del passato? Forse rimettendo in discussione le nostre certezze, le costruite presunte rigidezze nazionali, a questa domanda possiamo dare una risposta se non esaustiva quantomeno serena. 69
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Pareri e racconti
Luci in movimento 1
Attento a chi sposi Una ciacolada in fiuman Irene Cavenago Tutta Fiume Fiume come Berlino? La Stella rossa simbolo europeo? Salvaguardia del nostro dialetto
Indeficienter ne scrive sul stema e per qualchedun xe un bel problema Misto el sangue misiade le lingue De rossi e de neri piene le bale far tre passi indrio saria irazionale? Epur in zità xe chi ne vol ben chi ama el dialeto e chi ne sostien.
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• di Moreno Vrancich
Quei dannati matrimoni misti!
Q
uanti italiani ci sono a Fiume? Questa domanda mi è stata posta tantissime volte, praticamente da ogni visitatore giunto in città che ho incontrato. La risposta è che dipende. Dipende da come li si vuole contare. Cosa significa essere italiani? Ho scoperto che interlocutori diversi hanno idee diverse a riguardo, ma quasi nessuno di loro comprende quanto sia complicato, a Fiume, rispondere a una domanda all’apparenza tanto semplice. In modo particolare nella Fiume di oggi. La gente di solito si aspetta come risposta un numero, gli esigenti anche una percentuale, ma nessuno si aspetta una risposta che nella sua versione più breve parte dai tempi dell’Impero del vecio Franz. Ebbene questi italiani potremmo contarli in base al passaporto. Ossia potremmo dire che i cittadini italiani a Fiume sono X. Questo però lascerebbe fuori una serie molto lunga di persone, che noi tutti riteniamo italiane. Potremmo allora andare a guardare quanti fra i cittadini di Fiume si sono dichiarati italiani all’ultimo Censimento della popolazione. Il problema è che quando si parla dei diritti di noi italiani in base ai numeri nessuno prende in considerazione i dati del Censimento, si guarda ad altro. A cosa? Si guarda come uno si dichiara nei registri del Ministero degli Affari interni, dove si può dire di essere italiani, croati, turchi, senza fornire nessuna prova di ciò, e si può anche dire di non volersi dichiarare. È la famosa nazionalità: un concetto ereditato del sistema austro ungarico. Questo però porta ad un paradosso, ossia al fatto che cittadini italiani, con tanto di passaporto, non risultino come italiani agli occhi del Ministero e dunque nemmeno agli occhi della Città e di altri, in quanto non dichiarati italiani in quel registro. Ma perché tanta gente, credetemi fra i giovani sono tanti, pur parlando l’italiano in casa e pur avendo il passaporto, non si dichiarano italiani? Secondo alcuni la colpa di tutti i mali sono i matrimoni misti. Un termine che a me personalmente ricorda molto il periodo della segregazione razziale negli Stati Uniti d’America, quando con “matrimonio misto” ci si riferiva alle nozze, vietate per legge in molti stati, fra un bianco e un nero. Se non vi fosse ancora chiaro cosa penso a riguardo vi racconterò una storia… Dopo il mio primo giorno d’asilo tornai a casa in lacrime. Non capivo perché mi avessero iscritto ad un asilo cinese. I miei genitori e i miei nonni non capivano quanto me: in che senso “asilo cinese”? Fra un singhiozzare e l’altro spiegai loro che quei bambini continuavano a esprimersi in una lingua a me sconosciuta e a dire cia cia, dacché il me di tre anni dedusse che dovesse trattarsi di cinese. Mi spiegarono quello era il ciacavo, il croato, che l’asilo non era cinese e che tutto sarebbe stato a posto.
Amor non xe pasta e fasoi Anche mio figlio ha pianto nei suoi primi giorni d’asilo, ma questa volta fra i motivi non c’era lo shock dell’esistenza di un'altra lingua, fino a quel momento del tutto sconosciuta. Sua mamma, infatti, il croato lo parla e glielo ha insegnato. Sì, il mio è un matrimonio misto! Uno di quei brutti matrimoni misti che, secondo alcuni, mettono a repentaglio il futuro della minoranza nazionale italiana. Quando ho conosciuto Maja, nel 2014, sapeva dire in italiano ciao e gatto. Era l’esempio perfetto di una di quelle persone che tanto hanno impressionato Diego Zandel quando ad un raduno dei Fiumani italiani nel mondo raccontai di come molti miei coetanei non avessero idea della storia della città, delle sue tradizioni e di come questa sia stata per secoli strettamente connessa alla cultura italiana. Oggi mia moglie parla il dialetto, conosce meglio la storia della sua città e storce il naso quando le commesse non stivano il salame come si fa nei market in Italia. Dettagli, se volete, ma indicativi di come tutto sia connesso e di come l’amore abbatta ogni tipo di barriera. Vi racconto tutto questo per dirvi che i matrimoni dovrebbero essere una risorsa, un modo per allargare le famiglie fiumane, per diffondere la lingua e la cultura più belle del mondo. E se i bambini di un fiumano non parlano il nostro dialetto, la colpa non può mai essere del consorte, è nostra! 71
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• di Tiziana Dabović
Do ciacole e qualche considerazion de una fiumana Semo sempre stadi gente sgaia, che sa star bona e al propio posto, anca se brontolar xe nel nostro DNA, ma non me par un granche’ come pecato.
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iau mularia, stago pensando che sto malegnaso ”lockdown” che per talian leterario anderia ciamado “confinamento” e in dialeto, come che me usava dir la mia mama, santa dona (“Parla come che ti magni”) mi lo definirio una “rompitura de...” ma lasemo star. Anche perche noi fiumani, non ne ferma gnanca el diamberle, dove poi una pandemia... se infetadi, ne tapemo diese giorni a casa, da bravi e disiplinadi zitadini, ne bechemo la terza puntura sul brazo, fichemo el naso drento la mascherina e... via. Noi semo sempre stadi gente sgaia, che sa star bona e al proprio posto, anca se brontolar xe nel nostro DNA, e non me par un granche’ come pecato. ‘Sto anno volevo dir, noi fiumani gavemo fato e visto tantissime robe, anca a “distanza”. Grazie ale varie diavolerie informatiche tipo zum zum zum. Scuseme, me go confuso co la canzon dela Raffa... per inglese, saria Zoom e gavemo continuado e vederne e scoltarne anca de lontan. Se ga organiza’ eventi, termina’ progeti, come quei che ga realizado la mula Melita del nostro Circolo asieme a tanti altri fiumani che ga voia de far, per presentar robe de valor. E in tuto ‘sto remitur, ghe xe sta’ piu’ de una bela sorpresa: e me son deta - finalmente, ringraziando la Madona de Tersato ma anca i martiri San Vito col Modesto e la Crescenzia prima de mandarghe una benedizion a tuti quei Santoli che ne ga concesso la pecunia necessaria. E così, un doporanzo decido de andar salutar la mia amica Nevia, parentina de Trieste che la ga la mostra de quadri alestida in circolo, in quela bela sala in fondo, dove che era, me par, una parte dela vecia biblioteca, e che xe rinovada e co le luci giuste. Insoma me go rampigado fin el secondo pian del Palazzo Modello; subito visavì la porta de entrata, ghe xe un tavolin con ogni ben de Dio. Spalanco ben i oci, e la muleta cocola che controla i permessi grinpas (bo’ el mio nol xe ne’ verde
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La strepitosa Alida Delcaro ne’ l’abaia come un can), la me dise: ia, ia, la pol prender qualche libro. Poso prender gratis! Morovich, Stelli... bilinguismo, orco tocio, era ora! Ghe go pensado tante volte che se i nostri autori, (per nostri intendo i fiumani che usava la lingua de Dante), i saria presentadi anca nela lingua dela magioranza, a mi, povera fiumana, non me tocaria difender la mia fiumanità davanti a quei che non capise un boro. Inveze così, grazie al lavoraz che ga fato e fa la Corinna e la Gianna e el Grubiša asieme a Stelli e altri, tanti altri che adeso non me vien inamente, carta canta! Tegno soto scaio sti libri, e me imagino che adeso, quei che pensa che semo qua per romperghe le togne, forsi che i capirà che i “grandi” nostri i xe i Grandi anche de lori, che lori e noi ghe volemo ben ala nostra Fiume, che non tiremo fori i Morovich, i Venucci, i Ramous, i… i… boh, ghe ne xe tropi! Ja, volevo dir, non li tiremo fori per dispeto, ma per darghe lustro, quel meritado ancora prima dei tempi de Maria Teresa, ala nostra cara Fiume. Ja, semo bravi e non volemo missiar le xxx perche, in fondo, stemo ben, qua, a casa nostra, lavoremo, non se sognemo de protestar... noi savemo rispetar anche quei che non ga gavudo la fortuna de gaver la tomba dei bisnoni a Cosala. Semo de zervel aperto, e sempre ala avanguardia come che era le nostre ave in quei famosi e zelebri Anni Venti. Libere dei pregiudizi: “Accadde tra il 1919 e il 1921 quando al Consiglio municipale di Fiume vennero elette tre donne, Olga Kucich, Ofelia Nascimbeni e Antonia Verson”. Questo scriveva la Rivista de Studi Adriatici Fiume, nel numero 5 dela nova serie del Gennaio - Giugno 2002, curada dal Micich. Ecco. Ma diseme voi, bisogna andar a Roma per scoprir ‘ste robe? Tradurle in croato, saria un altro pasetin avanti, e son sicura che le mule che ogi le pasegia per corso, le saria fiere come i pavoni. Le se faria veder col naso in su, visavi’ quela parte de popolazion che ogi strombaza stupidade, e
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E se te guanta la nostalgia Pasando soto el tunel de Scoieto me sdocia la Madona de Tersato me sburta avanti el cocolo San Vito me zuco drio la togna per pescar. Noi fioi cresudi atorno ala Fiumara gavemo el sangue caldo e trasparente le nostre vene un fiume indeficienter e nisun gnampolo che passa, le jazera’. E se te guanta la nostalgia O Fiume mia ricordite: el cuor xe qua, no’l va mai via. Siroco e bora i fa sempre barufa e a Cantrida el mar se ingrespa l’aquila ride el dopio con do teste e noi misiadi respiremo in pien.
La presentazione di Un italiano di Fiume no i lo fa per cativaria, nonono, xe solo per ignoranza. Mi son orgogliosa dei mii veci fiumani, sia stadi ungaresi, sloveni, croati taliani o bizantini.. Me contava un mio vecio zio, esule e oramai defunto (che Dio ghe basi l’anima), che al Liceo, ai sui tempi, ghe era ebrei, anglicani, ortodossi, catolici e cosa so mi chi, ma che tuti, digo tuti, i se considerava fiumani. I era amici, i rispetava le usanze diverse, e co i giogava in titilaga o a palacanestro, i parlava tutiquanti in fiuman. Per strada, a chi che me domanda e che ga voja de scoltar, ghe spiego quel poco che so dela nostra grande storia. E mando aremengo le politiche. Sta roba, sto ategiamento lo go impara’ al liceo, dopo gaver schivado el lampadario, ala prima lezion del caro prof de filosofia: S’ceto e neto, el ga deto: “La politica è una putana.” E noi andemo avanti, perche’ i nipoti dei nipoti dei nostri fioi, (ma anche de quei che xe rivadi dopo), i ga el sacrosanto dirito de saver chi erimo e in fondo in fondo, chi semo. Fiume indeficienter xe piu atual che mai. Post scriptum: apasionada de dialeto, sto anno me go butà a scriver el testo de una canzon per el Concorso canoro “Damela cantando” orca pipa, volevo dir “Dimela cantando”, quel che de parechi ani el se tien a Buie, co se organiza fin che dura Festival del istroveneto. La nostra Alida Delcaro ga canta’ sta canzon come sempre de vera profesionista, sule note scrite dal mulo Edy, bravo musicista de Buie. Non gavemo vinto gnente, ma poco conta, perche’ sentir cantar l’Alida con passion, anca dopo el festival, davanti a tanti fiumani che xe riva’ in cità in ocasion de tuti i Santi, e sentirla aprezada in circolo, soto quel nostro grande lampadario che ga iluminado un mucio de feste, xe el premio piu’ grande, altroche schei. Ve fico el testo qua a destra. E me racomando, stavolta gnente lagrimuze, che xe molto meio farse una bela ridada, una de quele che tira via i ciodi…
Rimasti o andadi per el mondo se cocolemo soto un teto a mace e ne consola sto dialeto, pol mis pol tich la nostra voja de cantar anca domace. E se te guanta la nostalgia… El porto Baros col tramonto el brila mille le luci atorno ala Gomila e sora in alto arde una candela un baso ai nostri veci la’ a Cosala. E se te guanta la nostalgia o Fiume mia ricordite: l’aqua continua a scorer la torna sempre qua, con alegria. Tiziana Dabović
Dobbiamo difondere la nostra storia in entrambe le lingue 73
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• di Bruno Bontempo
Pienone, eccitazione, entusiasmo nei ricordi di Irene Cavenago Era stata una delle ballerine di “Tutta Fiume”
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rene Cavenago, fiumana patoca 92enne, è uno dei soci più anziani della nostra Comunità. Vivace, frizzante, energica, arguta, curiosa della vita, appassionata del gioco delle carte e tombolera, fino alla pausa Covid ha frequentato regolarmente il Circolo per seguire un po’ tutti gli avvenimenti, senza disdegnare qualche “trasferta” per gli appuntamenti proposti dalle Comunità consorelle di Abbazia e Laurana, nonostante i disagi che comporta un viaggio in autobus per chi è costretto a ricorrere all’ausilio di una stampella. Irene Cavenago è anche una delle ultime testimoni viventi di quello che è stato un episodio storico per la nostra Comunità e per la SAC Fratellanza, l’allestimento di “Tutta Fiume”. Giovanissima, partecipò alla messa in scena della rivista come ballerina. Settant’anni dopo, l’età avanzata e la notevolissima distanza temporale da quei giorni, le hanno lasciato nella memoria solo poche e vaghe tracce di quell’avvenimento. Abbiamo tutti le nostre macchine del tempo. Alcune ci portano avanti e si chiamano sogni, alcune ci riportano indietro e si chiamano ricordi, sentenzia un aforisma di Jeremy Irons. Ma i ricordi, ahimè, spesso sono imperfetti o assenti di memoria... “Non riesco a ricordare come sono capitata a ballare nel gruppo di Tutta Fiume - la simpatica signora Irene cerca quasi di giustificarsi -. Mi piaceva assai ballare, questo sì, ero un’appassionata. Nel dopoguerra Circolo e Sala Bianca erano le mie sale da ballo preferite. Ero anche bravina nel valzer, tango, liscio... E quelli del Circolo mi reclutarono per completare il corpo di ballo per la Rivista. Quello che ricordo sono i pienoni e l’eccitazione per gli spettacoli andati in scena al Fenice, che allora si chiamava cine-teatro Partizan, la verve comica di Giulio Bontempo, l’allegria della numerosa comitiva durante i viaggi della
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tournée in Istria. I miei partner? Uno era Bruno Balerin, lo chiamavamo così. Era di Cittavecchia ma non so nient’altro di lui. Dopo? Niente di niente. Tra me e la danza è stata una parentesi finita lì... La vita mi ha portato a battere altre strade, il lavoro, la famiglia, lo sport...” Per trovare la propria strada nella vita, la signora Irene, nata Poldrugo, ha dovuto tribolare parecchio. È nata a Fiume al numero 23 di via Parini (oggi via Fiorello La Guardia), il primo agosto del 1929. Il papà Antonio, classe 1899, era fiumano ma la famiglia Poldrugo aveva radici albonesi. Oggi questo cognome è ancora presente in Istria (Albona, Stermazio, Pola, Bagnole) e a Cherso, in Italia e negli USA. La signora Irene ha alle spalle una vita lunga e particolarmente densa di variegate vicende umane. Aveva solo 6 anni quando perse la mamma, morta di tetano, ed andò ad abitare con la nonna materna in via XXX Ottobre (oggi via Supilo). E fu divisa anche dalla sorellina, di due anni più giovane, che invece fu ospitata da una sorella della loro nonna, a Sussak. Nel dopoguerra, a soli 17 anni, per ricongiungersi con il fidanzato Bruno, già esule in
Italia, la sorella fuggì clandestinamente perché essendo stata all’epoca ancora minorenne, non aveva diritto all’opzione e all’espatrio senza i genitori. E’ morta a Genova vent’anni fa. Irene frequentò la scuola elementare “Daniele Manin” vicino al Duomo (oggi SE Nikola Tesla in piazza Klobučarić), poi la scuola Tecnico commerciale “Emma Brentari” in via De Amicis (oggi sede della Biblioteca scientifica in via Dolac), che però dovette abbandonare quando era al secondo anno perché l’edificio fu danneggiato durante un bombardamento. Non potendo continuare gli studi, nel dicembre del 1944 papà Antonio le trovò un posto nell’ufficio commerciale ai Cantieri navali del Quarnaro (oggi 3. Maj), dove lui lavorava già da anni. Ma la guerra non era ancora finita e i fiumani erano annichiliti dai bombardamenti, dalla paura, dalla sofferenza. Con la città in mano ai tedeschi, il Cantiere era ripetutamente meta delle incursioni aeree degli alleati, costringendo i lavoratori alla fuga e a una difficile permanenza nei rifugi all’interno dello stabilimento. Dopo uno dei tanti bombardamenti, nel febbraio del 1945 la signora Irene ha vissuto momenti drammatici: tornata a casa dal lavoro, trovò la sua casa di via XXX Ottobre completamente distrutta. E non c’era nessuna traccia della nonna. Aveva trovato una sistemazione di emergenza in via Crispi (oggi via Dežman), ormai aveva perso ogni speranza e si stava rassegnando al peggio. Improvvisamente, dopo qualche giorno, la nonna, che si chiamava Irene come lei, riapparve quasi miracolosamente: all’arrivo delle prime bombe era riuscita a mettersi in salvo saltando da una finestra e aveva trovato riparo in una cantina ma fu bloccata dal cumulo di macerie. A guerra finita, Irene Poldrug continuò a lavorare al Cantiere: con un’interruzione
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dopo l’arrivo dei figli, rimase fedele allo squero fino alla pensione, raggiunta nel marzo del 1987. Al Cantiere conobbe Orlando Cavenago, che nel 1951 sarebbe diventato suo marito, un legame durato per ben sei decenni, senza farsi impolverare dal tempo che passa. Classe 1923, nativo di Milano (con radici materne di Oderzo), era arrivato a Fiume nel ‘47 con i monfalconesi e si era impiegato come tornitore al Cantiere, che intanto aveva cambiato nome ed era diventato 3. Maj. Nel tempo libero Orlando praticava la boxe, era stato un buon peso medio negli anni d’oro del pugilato fiumano del dopoguerra, assieme a Persoglia, Marsi, Host, Dadich, quando il ring, oltre che al Teatro Fenice, spesso veniva montato anche all’aperto e le sedute erano seguite sempre da un numeroso e appassionato pubblico. “All’epoca andavo a vederlo combattere a cuor leggero, senza particolari timori. Ma quando dopo un incontro si presentò sanguinante per una ferita all’arcata sopraccigliare, della boxe non ne volli più sapere - ricorda la signora Irene -, e nacque in me un’avversione per questo sport che si è mantenuta fino a oggi...” Irene Cavenago, in gioventù, è stata una sportiva eclettica: nel dopoguerra ha giocato a basket con la quadra di Tino Silvani (nella quale c’erano tra le altre Enea Barbieri Vrancich, Nini Cernogoraz...) che ottenne notevoli risultati a livello giovanile e seniores, nel canottaggio ha fatto qualche apparizione come timoniere dell’otto, avvalendosi della sua bassa statura, ha praticato lo sci e come sportiva modello, alla fine degli anni ‘40, ha partecipato a quello che oggi si chiamerebbe stage, 20 giorni a Praga per preparare un saggio ginnico, che era uno dei campi di maggior impegno e orgoglio per i regimi totalitari e pure per la Jugoslavia di Tito. Infine, non più giovanissima, nel 1983 è stata anche campionessa croata (coppie femminili) di pesca con la lenza. “Il segreto di questo successo? Io e la mia compagna di squadra Marić abbiamo colto la palla al balzo trovando un’esca particolarmente appetibile - ci spiega con uno spiccato senso humour -. Mentre la gara di Rovigno era già in corso, il mare ingrossava a vista d’occhio ma io le onde le sopportavo malissimo e la nausea si faceva sempre più insistente. Che facciamo, mi chiese la mia compagna di barca. C’era poco da fare. Mi sporsi dal lato giusto
Irene Cavenago in Tutta Fiume della barca per non vomitare controvento e il risultato fu... ottimale. Il mio rigurgito si dimostrò un’ottima esca...” Appesi i guantoni al chiodo, Orlando (anche lui assiduo frequentatore della Comunità) si era dedicato con grande passione e successo alla vela e alla pesca con le reti e col parangal, questa volta, però, sempre accanto alla sua inseparabile Irene: l’amore per il mare li trovò pienamente d’accordo. “Con la nostra barca si partiva dal porticciolo di Cantrida, dove vivo ormai da quasi 70 anni, e si prendeva il largo in direzione di Cherso - la signora Irene ripassa con tenerezza questo periodo felice del suo percorso di vita -. Il campeggio di Caisole è stato per anni una nostra base estiva, ma abbiamo coltivato pure l’interesse per i viaggi, Russia, Spagna, Inghilterra, ci siamo concessi anche un soggiorno di due mesi negli USA, ospiti di un amico di Orlando”.
Orlando se n’è andato nel 2011, i figli hanno stabilito le loro famiglie più o meno lontano da Fiume. E la signora Irene alterna le visite al figlio Vinicio, ormai in pensione, che vive a Valmazzinghi, in Istria, e quelle alla figlia Nadia, che fa la pediatra a Zara. Ma ci sono anche i nipoti, tra cui lo “zaratino” Roman, già padre di due figli, appassionato di calcio e tifoso sfegatato della Lazio, al punto che va spesso a vedere le partite della squadra romana. E la casa di nonna Irene, a Fiume, diventa un ottimo punto d’appoggio per le trasferte nel nord Italia della sua squadra del cuore... E fu proprio lui il più orgoglioso quando, quasi simbolicamente a coronamento di una lunga e proficua attività sportiva e ricreativa, il giorno del suo 90esimo compleanno, dopo il pranzo in ambito familiare, la signora Irene, ancora in gambissima, si concesse anche la gioia di un bel tuffo in mare... 75
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• di Bruno Bontempo A 70 anni dalla messa in scena del più grande spettacolo mai realizzato dalla Fratellanza
Quindicimila ore di lavoro volontario per l’allestimento della rivista Tutta Fiume
Il Canzoniere di tutta Fiume
N
el 1950 la Società artistico culturale operaia Fratellanza, che operava da due anni in seno all’allora Circolo Italiano di Cultura per coordinare e organizzare le molteplici attività culturali ed artistiche a livello dilettantistico, contava 267 iscritti nelle sezioni mandolinistica, coro maschile, filodrammatica, orchestrina melodica, alle quali quell’anno si aggiunsero il coro femminile, un quartetto strumentale a plettro, il complesso di artevaria e un piccolo corpo di ballo. In quell’anno, la Fratellanza registrò 65 esibizioni nelle fabbriche, nelle comunità locali, che all’epoca si chiamavano “rioni”, oltreché ovviamente nella sede sociale storica di Palazzo Modello, registrando un totale di 18.900 spettatori. Su queste premesse organizzative e di operosità, dinamismo, fervore artistico, si arrivò all’idea di mettere in scena una rivista: “Tutta Fiume”. L’elaborazione dell’idea e la stesura del copione furono affidate a mio padre Giulio Bontempo. Papà già bazzicava nel teatro amatoriale fatto di parodie e sketch, spettacoli ironici e scanzonati, uno stile che si richiamava al teatro di varietà e a quello dell’avanspettacolo. In queste regioni, il modello di comico per eccellenza era stato il triestino Angelo Cecchelin, che dagli
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I versi di Tutta Fiume
anni ‘20 aveva recitato a Trieste e in giro per la Venezia Giulia e l’Istria ed era venuto più volte a Fiume. A causa della sua satira irriverente collezionò ben 86 tra diffide, processi e sospensioni lavorative e durante il ventennio fascista finì addirittura davanti al Tribunale speciale. Mario Soldati lo definì “lo Chevalier triestino”. La rivista è un genere di spettacolo teatrale di carattere leggero che in Italia ha conosciuto la massima popolarità tra la fine degli anni ‘30 e la metà dei ‘50, come evoluzione del varietà verso più alti livelli artistici, ed è stata un passaggio che ha portato poi alla grande affermazione della commedia musicale. È un misto di prosa, canto, musica, danza e scenette umoristiche ispirate all’attualità spicciola, il tutto unito da un tenue filo conduttore, senza una trama vera e propria ma con un tema che funge da cornice a una successione di vari numeri. E su questa linea fu impostata anche “Tutta Fiume, che ha raccontato con ironia, canzonatura, motteggio alcune vicende cittadine di quegli anni, dalle code al Mercato Braida, alle corse per accaparrasi i generi di prima necessità che scarseggiavano ed erano razionati, alle vicende sportive, alla storia del tram, che proprio in quell’anno fu soppresso e sostituito, forse un
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Foto di gruppo sulla scena del Teatro Fenice al termine della prima di Tutta Fiume po’ frettolosamente, dai filobus, col corollario dell’inevitabile nostalgia e qualche rimpianto.
Sfumature giocose, comiche, satiriche Ma l’autentico leitmotiv dello spettacolo risultò essere “La fu signora borghese”, spiritosa e arguta parodia sul motivo di una canzone italiana del 1939, “La piccinina” di Di Lazzaro e Panzeri. Papà, che era l’autore del testo, la eseguiva travestito da donna, con sfumature giocose, comiche e anche satiriche. Non dobbiamo dimenticare che si era usciti da pochi anni dalla guerra e si viveva un contesto politico, sociale, culturale, economico nuovo e rivoluzionario. Il passaggio all’amministrazione jugoslava e l’instaurazione di un ferreo regime comunista avevano cambiato repentinamente molte quotidianità, con un forte impatto emotivo e comportamentale sulla popolazione. E “La fu signora borghese” raccontava e ironizzava sui nuovi modelli di vita e di costume, ghiribizzi e vezzi ormai anacronistici, sostituiti dalle nuove tendenze in atto... Nella scrittura del copione, Giulio Bontempo si trovò di fronte un impegno quanto mai arduo, quello di contestualizzare nel momento storico
Giulietto (a sinistra) e Marietto, presentatori e mattatori dello spettacolo 77
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un evento che per approccio e abito mentale correva il rischio di scontrarsi con le rigide norme di pensiero e i dettami del nuovo corso politico e sociale. E non era facile prevedere come sarebbe stato accolto dalla censura delle autorità. Ma la Fratellanza, già pluripremiata dai sindacati e dagli enti preposti all’attività artistico-culturale operaia a livello cittadino, decise di affrontare questa sfida. Papà lavorò sul copione nell’estate del 1950, mentre faceva l’accompagnatore di un gruppo di ragazzi delle nostre scuole alle colonie estive di Maribor, in Slovenia. In autunno iniziarono i preparativi per questa produzione, un imponente e ambizioso allestimento che per impegno organizzativo, tecnico, artistico non aveva precedenti in seno al Circolo (e che mai più si sarebbe ripetuto), in quanto metteva in campo letteralmente tutte le forze interne e pure qualche professionista ospite, il minimo necessario per colmare qualche carenza strutturale della Fratellanza. La prima di “Tutta Fiume” era stata programmata per il 29 novembre 1950, fu rimandata una prima volta a fine dicembre e quindi al gennaio 1951 ma andò in scena appena il 21 febbraio di quell’anno. Pronta dal punto di vista artistico, il ritardo era stato causato
da difficoltà di carattere tecnico, la realizzazione di scenari e costumi. Alla vigilia dello spettacolo, La Voce del Popolo (che all’epoca usciva su sole quattro pagine ma di grande formato) lo annunciava con un grande titolo su tre colonne, a centro pagina. Ecco alcuni stralci dell’articolo:
Niente biglietti ceduti “privilegiatamente”
I versi de La fu signora borghese
L’articolo de La Voce del Popolo del 23 febbraio 1951 78
“A Tutta Fiume è stato dato il nome di rivista ma a noi che ne conosciamo tutto il programma pare sia meglio definirla un varietà, se non altro per la sua struttura. Comunque lo spettacolo avrà di bello questo che svolgerà sul palcoscenico, per opera di fiumani lavoratori, operai, impiegati, donne, giovani, quello che possiamo dire sia il palcoscenico della vita di Fiume. E su questa città, sulle sue caratteristiche bellezze, su alcune particolarità della sua storia di ieri e di oggi, ed anche sulle sue piccole incomodità, cioè sulla quotidiana realtà, gli esecutori intesseranno scenette, barzellette, canzoni. Tutta Fiume - può dirsi in anticipo - è un successo di per se stessa in quanto esprime la realizzazione di una forma nuova di spettacolo per la nostra città, anche se si riallaccia a quello stesso spettacolo che la SACO Fratellanza ci presentò negli ultimi mesi dello scorso anno, anche al Partizan, con notevole successo. Tutta Fiume non è nata tutto di un colpo, ma un poco alla volta ed ora un compagno ora un altro si mettevano a studiare, a pensare a consultarsi per tirar fuori nuove idee, ad aggiungere nuovi pezzi, a fare una nuova scena, a correggerne un’altra... Per cinque mesi è durata questa fatica che pure ha incontrato l’entusiasmo di tutti i compagni che vi hanno partecipato. Tutta la notte di sabato - tanto per citare un fatto degli ultimi giorni nella sede del Circolo si è lavorato continuamente... Dieci, venti, cinquanta, cento compagni si danno da fare per preparare scenari, per portare a termine le prove con serietà, per non rendere vana l’attesa. Nel Circolo si lavora ogni giorno fino alle 22. Se si calcola che alla rivista-varietà prenderanno parte più di 80 esecutori e che un numero altrettanto grande di compagni sta dando volontariamente la sua
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opera nei lavori di preparazione da tre mesi a questa parte, sapremo che finora sono state date più di 15.000 ore di lavoro volontario. Vi sono dei compagni come Bontempo, Conti, Cattunar, Rena, Vittori, Guidi, Sfiligoi che hanno dato più di 200 ore di lavoro volontario a testa. E bisogna ricordare pure i compagni e le compagne Giustina Brosich, Miriam Zanini, Nidia Sfiligoi, Perich, Gardadolnik padre e figlio, ecc. ecc. Meriterebbero di essere citati tutti, come meriterebbe di essere ricordato un compagno militare montenegrino, di cui non possiamo fare il nome per ora, il quale sarà una vera novità sul palcoscenico. Qui vorremmo adesso pubblicare il programma dello spettacolo, ma poiché una delle sue maggiori caratteristiche sta appunto nella sorpresa, ci limitiamo a darne una visione generale. Al programma dunque parteciperanno: la filodrammatica, la mandolinistica, solisti, coro vocale, balletto ed orchestra ritmica. Esso comprenderà spigolature della vita cittadina, parodie, scene umoristiche e nuove canzoni. Campeggiano, come presentatori, gli umoristi Giulietto e Marietto. La regia è di Giulio Bontempo e Francesco Vittori... Data la vasta richiesta di biglietti già pervenuta, si rende noto che questi non verranno ceduti privilegiatamente ad enti e filiali sindacali...”
Quattordici repliche tra Fiume e l’Istria L’ambiente del Circolo era in fibrillazione e l’interesse tra i fiumani, e non solo i connazionali, era altissimo. I biglietti (più di 2000 posti al Fenice/ Partizan) in vendita al prezzo di 20 e 50 dinari andarono a ruba e, fatto curioso e inedito, si faceva fino a tre ore di coda per acquistarli al botteghino. Fatto sta che ai due spettacoli inizialmente in programma il 21 e 23 febbraio 1951 al cineteatro Partizan (che trent’anni fa ha riavuto il suo antico nome di Teatro Fenice ma che oggi è tristemente vuoto, quasi spettrale), se ne aggiunsero altri quattro, altrettante furono le repliche messe in scena al teatro Neboder di Sussak, quattro volte “Tutta Fiume” fu presentata in Istria, due al teatro di Capodistria, una a Pirano ed una a Buie.
Organizzatori ed esecutori, un piccolo esercito
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uanti furono gli esecutori della Rivista “Tutta Fiume”? Nella foto riportata sul Canzoniere si possono contare una sessantina di persone, molti però hanno lavorato dietro le quinte ed hanno avuto grandi meriti per la riuscita dello spettacolo. Accanto a Giulio Bontempo (che resterà legato alla Fratellanza tra filodrammatica, artevaria e mandolinistica fino agli ultimi anni della sua vita), e Francesco Vittori (attore della Filodrammatica, coregista della Rivista e presentatore in coppia con Giulio Bontempo, in seguito recitò anche con il Dramma Italiano), vanno citati il maestro Attilio Guidi (autore delle musiche originali, le canzoni Tutta Fiume, Fiume sportiva e La canzon del tram), l’organizzatore Mariano Rena (con Serafino Lenaz, Oscar Bogna e Celeste Srelz fu poi tra i più prolifici compositori di canzoni per i Festival dell’Unione degli Italiani), il direttore di scena Ercole Cattunar (che fino al pensionamento avrebbe svolto questo lavoro presso il Dramma Italiano, continuando a cantare nel coro della Fratellanza), lo scenografo Willy Stipanov (pittore noto anche come autore dei manifesti per tutti i cinema cittadini, anche quelli giganti sulla facciata del Partizan), il direttore del balletto Ratko Drndarević, Marino Sfiligoi, autore dei versi di Tutta Fiume, Fiume sportiva e La canzon del tram. Baritono del coro e solista, lo ricordiamo per lunghi anni apprezzato cantante dell’Opera dello Zajc ma restò sempre fedele alla Fratellanza.
Vediamo gli altri nomi, ripresi dal Canzoniere di “Tutta Fiume” ed elencati in ordine alfabetico: Emilio Benzan. Cosimo Bernardi, Raimondo Biliani, Francesco Bravdica, Aldo Bressan (cantante nella rivista, lo ricordiamo giornalista e redattore de La Voce del Popolo e Panorama), Giustina Brossich (cantante), Lodovico Conti (maestro dell’orchestrina melodica), Ljubica Dujmović (ballerina al Teatro Zajc), Nerina Knifitz, Sergio Kučić, Svetislav Jurić, Daina Jurković, Vladimiro Marsanich, Giovanni Matetich, Lidia Mininel, Iris Paronitti (cantante), Italo Pezzino, Bruno Picco (addetto stampa e curatore del Canzoniere, per lunghissimi anni giornalista de La Voce del Popolo), Irene Poldrugo (ballerina, vive ancora a Fiume: ne abbiamo raccolto le testimonianze che riportiamo nelle pagine seguenti), Libero Ruzzier (corista), Nidia Sfiligoi, Nevenka Solić, Bruno Stipcich (corista con una lunga militanza nella Fratellanza), Ermanno Svara (dalla filodrammatica della Fratellanza andò a lavorare come attore con il Dramma Italiano), Loredana Taverna, Ortensio Tertan, Vitalino Vianello, Antonio Zadel, Miriam Zanin, i mandolinisti Ferruccio Petronio, Antonio Sorich e Armildo Cergnul che a lungo sono rimasti fedeli allo storico complesso a plettro diretto dal maestro Vlassich, che nel ‘48 fu la prima sezione della nascente SACO Fratellanza. L’allestimento della Rivista si avvalse, per le scena di massa, anche su un bel numero di comparse, le venderigole per le scene del mercato, i giovani che rappresentavano le varie discipline sportive, la mularia che giogava a spigole tra le calli di Cittavecchia. Ovviamente di molti, o quasi tutti, si sono perse le tracce. Tra i ragazzini di 70 anni fa c’era anche mio fratello Silvano Bontempo, l’unico di tutta questa schiera ancora sulla breccia: assieme a Renzo Chiepolo ha dato vita alle macchiette Carletto e Franzelin, chiamate a ravvivare gli spettacoli della Fratellanza e della CI con il loro spiccato senso dell’umorismo, facendo leva sulla colorita parlata dialettale.
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Il corpo di ballo della rivista Tutta Fiume La prima fu un successone come risulta dalle cronache dell’epoca: lo spettacolo, un prologo e due tempi, invece delle previste due ore e mezza andò avanti per 4 ore e un quarto, con molte improvvisazioni fuori copione, richieste di bis e pubblico entusiasta. Anche il critico teatrale de La Voce del Popolo, che si firmava MAR (facile capire che si trattava di Lucifero Martini), pur senza risparmiare qualche appunto allo spettacolo ma anche con qualche contraddizione, nel suo articolo ebbe parole di apprezzamento per l’allestimento ed i suoi protagonisti: “Tutta Fiume, che nella sua prima rappresentazione al Teatro Partizan ha richiamato un foltissimo pubblico, è venuta a colmare, in un certo senso, una lacuna che, nel campo artistico, era molto sentita, quella cioè di portare sulle scene uno spettacolo che avesse in sé i caratteri della rivista, forma questa alla quale a Fiume, almeno finora, si era dedicata poca attenzione. E Tutta Fiume, pur non essendo ancora una rivista vera e propria, ha rappresentato un audace tentativo attuato in questo campo, nel quale si può ancora spaziare e raggiungere dei risultati ancora maggiori. Con questo noi non intendiamo dire che lo spettacolo di ieri non sia piaciuto. Tutt’altro. Si è visto infatti che anche con le possibilità ridotte che può avere il Circolo Italiano di Cultura di Fiume, si possono raggiungere dei buoni risultati che devono essere motivo di orgoglio e di soddisfazione per dirigenti e interpreti i quali in mesi di continua preparazione hanno dato saggio delle loro possibilità anche future. 80
Abbiamo detto che, in linea generale, lo spettacolo è piaciuto. E a testimoniare questa nostra asserzione stanno gli applausi scroscianti che hanno coronato lo svolgersi di ogni quadro e che sono premio ben alto per ogni protagonista. Nel nitore del lavoro però sono spuntate anche alcune ombre, che, senza diminuire il valore dell’opera, hanno tuttavia reso opaco, anche se in minima parte, alcuni spunti. Così, secondo noi, alcun i punti sono stati troppo calcati, tanto da prendere la mano ai registi, quali quelli relativi ai gerenti e ai prezzi, mentre altri non sono stati sfruttati sufficientemente o sono stati dimenticati (satira politica). Tranne però questi lievi nei, che possono senz’altro venir eliminati nei prossimi spettacoli, il lavoro da per se stesso si è presentato omogeneo, ben costruito e soprattutto agile. Una lode incondizionata va quindi indirizzata ai registi ed agli attori ma specialmente ai due comici Giulietto (Giulio Bontempo) e Marietto (Francesco Vittori), i quali hanno creato delle caratteristiche macchiette che hanno saputo esilarare il pubblico con le loro trovate e con i loro spunti critici della vita fiumana”.
L’obbligo di tramandare la nostra memoria “Specialmente Bontempo, poi, ha dato ieri sera il meglio delle sue capacità artistiche, esibendosi in numeri, come quello dell’ex signorona, pieni di brio e di satira - continua l’articolo de La Voce del popolo -. Egli ha saputo guidare bene la rivista e condurla a buon fine. E questo merito suo particolare lo indica come un comico proprio adatto
a una rivista, intesi in senso più largo e più affinato. D’altro canto anche i solisti Giustina Brossich, Iris Paronitti... (spazio di testo illeggibile) e Bruno Perich hanno dimostrato ottime qualità canore mentre l’orchestra, diretta dal maestro Lodovico Conti, che ha accompagnato le canzoni ed eseguito dei singoli pezzi ha interamente soddisfatto. Ma degni d’elogio sono stati anche il quartetto mandolinistico con le sue canzoni d’altri tempi, il coro della SACO Fratellanza, la filodrammatica e tutti gli altri interpreti che con disinvoltura hanno contribuito alla piena riuscita dello spettacolo. Un cenno particolare merita il corpo di ballo che specialmente nel secondo tempo ha eseguito ottimamente una danza complessa in modo armonico e convincente...” Oggi c’è la tendenza a vivere nel presente perpetuo, spesso viene a mancare ogni rapporto con il passato storico nei confronti del quale c’è distacco, indifferenza, disinteresse. Un azzardo che la nostra ormai piccola comunità nazionale non può permettersi. Abbiamo l’obbligo di tramandare il più possibile la nostra memoria, non per curare la nostalgia ma per conservarne le tracce e per rendere omaggio a quelli che questa storia l’hanno scritta con il proprio impegno sociale e culturale, con il proprio lavoro, dedizione, sacrificio. Io non sono stato testimone dei fatti che mi preme ricordare, non nascondo che ho avuto pudore a raccontare, 70 anni dopo la sua messa in scena, le vicende di “Tutta Fiume” perché mi è difficile scinderle dai miei ricordi personali e legati alla mia famiglia, con mio papà che ci aveva messo anima e corpo, senza risparmiarsi e di cui con ragione ne andava orgoglioso. L’ho fatto non certo per piaggeria nei confronti dei miei affetti ma per un senso di debito morale e di rispetto per tutti i protagonisti di questa, che fu un’autentica impresa per la Fratellanza e il Circolo Italiano di Cultura dell’epoca. In assenza, purtroppo, di una documentazione archivistica degna di questo nome, ho cercato di raccogliere, con discernimento e senza forzature, tracce scritte e orali attendibili e ancora accessibili.
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• di Ezio Giuricin
No ai muri
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successo. La storia, anche recente, ha diviso con pesanti mura le nostre città, dividendo e isolando le persone, infliggendo solitudine, oppressione, angoscia e sofferenza. L’esempio di Berlino e del suo muro aleggia ancora sulle nostre coscienze. Ma possiamo citare Famagosta sull’isola di Cipro, la città fantasma divisa dal filo spinato, o il muro che separa le spagnole Ceuta e Melilla dal Marocco o, ancora, la barriera di separazione - un’alternanza di muri di cemento armato e di reticolati alti 8 metri - fra Israele e Cisgiordania, oppure i 3200 chilometri di muri e barriere già esistenti fra Stati Uniti e Messico, che il presidente Trump voleva ulteriormente estendere. Grecia e Turchia sono separate da un muro alto 4 metri sulla porzione di frontiera in cui scorre il fiume Evros. Una barriera di filo spinato corre ai confini tra Ungheria e Serbia, altra 3,5 metri e lunga 175 chilometri. Le orme di Orban sono state seguite da molti Paesi europei. Una mattina ci siamo svegliati con dei reticolati anti-immigrati ai confini tra Slovenia e Croazia. Secondo uno studio pubblicato dall’Università del Quebec, in Canada, quando il muro di Berlino fu abbattuto 30 anni fa nel mondo c’erano altre 16 barriere o recinzioni. Oggi sono addirittura una settantina. La fine della guerra fredda e l’impazzimento disordinato della globalizzazione invece di portare a un progressivo abbattimento delle barriere, hanno invece contribuito a erigerne di nuove. Ma parlando di Fiume quali e quante barriere ha avuto nella sua storia e continua ad averne nel presente? Alcune recenti discussioni ospitate dal nostro giornale hanno posto in evidenza anche tale aspetto, rivelando, ancora una volta, delle singolari interpretazioni del nostro passato. La Fiumara (o Eneo o Rječina) e il suo ponte hanno sempre costituito un “limes”, sin dai tempi antichi, tra Fiume/ Tarsatica e la sua sponda orientale, fra il Corpus separatum ( il “cavallo di cartapesta” di Ramous) e la vicina Sussak, fra la Città autonoma e il Banato
o Viceregno della Croazia, nell’ambito del Regno d’Ungheria, fra lo Stato Libero e il Regno SHS e, dopo il 1924, fra il Regno d’Italia e quello jugoslavo (dal 1929). Di muri e confini storici a Fiume c’è abbondanza, basti pensare al confine della Decima Regio portato nel secondo secolo dall’Arsa a Fiume, ai resti del “limes liburnico, alle mura romane e medievali, al vallo romano che partiva dall’antica Tarsatica per dare vita al Claustra Alpium Iuliarum. Fiume è stata, come le altre città dell’Adriatico nord-orientale, una città a lungo contesa e divisa, una città di confine e, insieme, una città multietnica, uno straordinario “laboratorio” culturale, letterario, civile e politico. I processi di nazionalizzazione sviluppatisi prepotentemente nella seconda metà del XIX secolo, la crisi degli Imperi, dei modelli politici liberali, i conflitti mondiali, lo spietato avvento dei totalitarismi hanno segnato pesantemente la vita della città e delle sue componenti nazionali e linguistiche, sino a condannarla, nel secondo dopoguerra, a quello che lo storico triestino Raoul Pupo ha definito un “urbicidio”. Ci sono tanti tipi di muri: fisici e mentali, di pietra e della coscienza, esterni e alberganti minacciosi in noi stessi. Fiume li ha provati tutti. Il totalitarismo fascista, con le sue persecuzioni nazionali, politiche e razziali ha eretto un solco invalicabile fra le etnie, arrecando una ferita storica difficilmente rimarginabile. Quello comunista, nel secondo dopoguerra, ha sconvolto la fisionomia della città, inducendo l’esodo di gran parte della popolazione autoctona. Fra le due guerre, nel periodo fascista, l’odio e le persecuzioni dei “diversi”, nazionalmente, per le loro idee politiche, per la loro presunta appartenenza razziale o religiosa, erano diventati un “muro”; un muro di ingiustizia, di sopraffazione, di paura, di ignominia, di vergogna. In una città in cui però l’antifascismo era italiano quanto croato. Nel secondo dopoguerra l’imposizione forzata di un nuovo regime sociale e politico, sen-
za libertà e democrazia, gli espropri, le confische, le nazionalizzazioni, le esecuzioni sommarie, i processi e le persecuzioni contro i presunti “nemici del popolo”, la graduale negazione dei diritti e dell’identità nazionale, delle tradizioni culturali e religiose di gran parte dei cittadini, la chiusura dei confini con le fughe di massa oltre quella che Churchill aveva definito “la cortina di ferro”, in altre parole gli eccessi di un comunismo che conculcava la libertà, avevano prodotto altri invalicabili muri. Muri dell’anima, della memoria. Ma tra le due guerre e nel secondo dopoguerra Fiume non ha visto, per sua fortuna, muri fisici. Il ponte sull’Eneo nell’anteguerra era attraversabile con un lasciapassare, e veniva valicato quotidianamente dai tanti che andavano a lavorare dall’una o dall’altra parte, ad acquistare beni di consumo (ai cittadini jugoslavi residenti a Fiume era concesso di mantenere la loro cittadinanza, come a quelli italiani in Dalmazia); era diventata un’importante via di fuga e di dolorosa salvezza, oltre che di esilio, per molti antifascisti, italiani, croati e di altre nazionalità. Dopo il 1947 Fiume si stava svuotando ed era stata stravolta nella sua identità a seguito dell’integrazione con Sussak. Per la prima volta il “limes” sulla fiumara era scomparso, ma altre rigide frontiere, ad ovest, erano state erette. Non c’era bisogno di muri in città per evitare le fughe - spesso punite con il piombo dei “graničari”, i nostri “vopos”- né per contenere l’esodo. Negli anni successivi il confine italo-jugoslavo sarebbe diventato un confine relativamente “aperto”. Non vi è stato bisogno di un muro - come a Berlino o come nella più vicina Gorizia - per infliggere altre sofferenze alla città. Quelle subite sono state sufficienti. Oggi ne siamo consapevoli. Ecco perché abbiamo il dovere di abbattere vecchi e nuovi muri, le barriere ideologiche e mentali che ancora, infide e insidiose, tentano di soffocarci. Ecco perché dobbiamo dire, una volta per tutte: no ai muri, no ai confini. 81
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• di Giovanni Stelli
A proposito della Stella rossa a Fiume, comunismo ed Europa Nell’ambito di Fiume Capitale europea della cultura sul grattacielo fiumano è stata posta un’installazione artistica che ha fatto tanto discutere, perché di fatto è una stella rossa.
I
n una conferenza tenuta a Fiume il 12 febbraio del 2020, e commentata sul sul Večernji list del 7 febbraio, il noto intellettuale croato Nino Raspudić si è chiesto “perché per celebrare l’antifascismo nell’ambito di Fiume Cec 2020 gli artisti si ostinino a voler esaltare la stella rossa a cinque punte, simbolo […] di un’ideologia per certi versi alleata del nazismo fino al 1941 e non un autentico oppositore al terrore nazifascista, come ad esempio Angelo Adam. Un antifascista e autonomista fiumano, un ebreo di cultura italiana, deportato nel campo di sterminio di Dachau nel 1943, dal quale riuscì a uscire vivo e a tornare nella sua città, finita nel frattempo in mano ai comunisti di Tito, e scomparire nel nulla, assieme alla consorte Ernesta Stefancich e alla loro figlia Zulema”. In quella occasione Raspudić ha anche ricordato le foibe e l’esodo dei “circa 50mila fiumani […] nel Secondo dopoguerra”, denunciando “l’incomprensibile esclusione degli italiani dalla cerimonia d’inaugurazione di Fiume Capitale europea della Cultura 2020”. Il bersaglio della critica di Raspudić era il “progetto Stella Rossa” ossia la prevista installazione sul grattacielo di Fiume di una stella costituita da 2.800 schegge di vetro rosso, volte a simboleggiare i 2.800 partigiani che sarebbero morti dal 17 aprile al 2 maggio 1945 durante la battaglia di Fiume. A prescindere dalla cifra dei morti che non trova alcun riscontro negli storici croati, come Antun Giron e Petar Strčić, che parlano di circa 350 caduti1, va sottolineato che l’intento ideologico dell’opera non poteva essere più chiaro: collocata nello stesso posto in cui nel 1945 era stata posta una enorme stella rossa con accanto il nome «Tito» in caratteri cubitali e realizzata da un «artista multimediale» nostalgico del comunismo – candidato alle ultime elezioni croate in una formazione vetero-comunista, che ha ottenuto l’1,27% dei voti, e che si è fatto fotografare sul tetto del grattacielo accanto alla Stella “con il pugno chiuso alzato”2 – è stata intitolata «Monumento alla Fiume rossa» (e anche, in modo criptico, «Monumento di autodifesa»: da chi e da che cosa?). Lo smantellamento dell’installazione, dopo le numerose proteste, va accolto come un fatto positivo, ma non costituisce ancora una riposta agli interrogativi di Raspudić, che 1 Come documentato da Marino Micich, direttore dell’Archivio Museo Storico di Fiume a Roma, in un comunicato ripreso da Silvjie Tomašević sul quotidiano Večernji List del 23 settembre 2020. 2 emmebi-kb, La stella rossa sul tetto del Grattacielo di Fiume, in La Voce del popolo, 20 settembre 2020.
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ha avuto il merito di porre al centro dell’attenzione il problema del rapporto dell’attuale Croazia con il passato comunista jugoslavo. Si tratta di un problema cruciale e non solo per i paesi, come appunto la Croazia, che il comunismo lo hanno sperimentato per lunghi anni, ma anche per settori della cultura dei paesi dell’Europa occidentale che hanno conosciuto il comunismo solo sul piano delle idee e della lotta politica. Non è un caso che un silenzio nel complesso assordante abbia accolto, anche in Italia, la Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 sulla Importanza della memoria europea per il futuro dell'Europa. In questa risoluzione, approvata con 535 voti a favore, 66 contro e 52 astenuti, si riconosce il “retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo” e si ricorda che “i regimi nazisti e comunisti hanno commesso omicidi di massa, genocidi e deportazioni, causando, nel corso del XX secolo, perdite di vite umane e di libertà di una portata inaudita nella storia dell’umanità”3. Il 23 agosto, data della firma del patto Molotov-Ribbentrop tra l’Unione Sovietica e la Germania nazista nel 1939, è stato proclamato Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari, confermando una decisione già presa dal Parlamento di Strasburgo nel 2008. Va detto che l’attuale governo croato, a differenza della Municipalità di Fiume, ha dato di recente concreta applicazione a questa Risoluzione. Il 23 agosto di quest’anno, infatti, il presidente del governo croato, Andrej Plenković, ha reso omaggio alle vittime del terribile gulag istituito nel 1949 dal regime comunista di Tito sull’Isola Calva (Goli Otok): accompagnato dal vicepremier Tomo Medved e dal ministro Oleg Butković , Plenković ha deposto una corona ai piedi della targa commemorativa in ricordo delle vittime ed ha dichiarato: “Oggi siamo qui per rendere onore alle vittime del regime comunista, che è stato uno dei regimi totalitari che hanno caratterizzato il XX secolo, anche in Croazia”. Il prof. Zvonko Kusić, consigliere speciale del premier, ha sottolineato che “uno dei punti base” dell’attuale governo croato, nonché principio adottato dal Comitato per il confronto col passato istituito dall’esecutivo, è che nessun crimine può essere giustificato da altri crimini commessi in precedenza e che “nessun obiettivo politico può giustificare i crimini che 3 Per il testo integrale della risoluzione v. https://www. europarl.europa.eu/doceo/document/RC-9-2019-0097_IT.html
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sono stati commessi”. Nello stesso giorno si è tenuta un’altra importante cerimonia a Macelj, dove si trovano 130 grotte trasformate in fosse comuni, dalla più grande delle quali sono state esumate 1.250 vittime, fra cui 21 sacerdoti, della repressione comunista. In una di queste grotte nello scorso gennaio sono stati scoperti i resti di 82 persone. Damir Borovčak dell’associazione Macelj 1945 ha ricordato il principio a cui si ispira la sua associazione: “Odio no, vendetta no, vogliamo soltanto che la verità sia resa pubblica”4. È questa un’impostazione che è alla base anche dell’attività di studio e di ricerca della Società di Studi Fiumani. Per quel che riguarda il comunismo si tratta di studiarlo alla luce della categoria di totalitarismo, introdotta nel dibattito scientifico, tra gli altri, da Hannah Arendt e non a caso rifiutata dai “nostalgici” di vario tipo. Il fatto che il comunismo abbia proclamato ideali di uguaglianza e di giustizia e che in nome di questi ideali moltissime persone generose e in buona fede – da non confondersi con gli sgherri delle varie sinistre polizie politiche, dalla Ghepeù sovietica alla Securitate romena all’Ozna jugoslava e così via – abbiano lottato e dato la propria vita costituisce il problema cruciale, un problema che in un Convegno nel 1977 il filosofo marxista Louis Althusser, poco prima di precipitare nel tunnel della follia, formulò più o meno in questo modo: come mai una concezione politica nata all’insegna della giustizia e della fraternità ha prodotto sempre e dovunque nella pratica regimi di sistematica e inaudita oppressione? A questa domanda è possibile rispondere proprio a partire dal concetto di totalitarismo, ma qui mi limito ad osservare che è certamente legittimo ricordare i partigiani caduti nella battaglia di Fiume contro il nazismo e il fascismo, ma purché si ricordino anche le vittime del comunismo, come Mario Blasich, Nevio Skull, Giuseppe Sincich, Angelo Adam, Riccardo Gigante, Icilio Bacci e tanti altri, liquidati sommariamente a guerra finita. Solo così è possibile adempiere alle esigenze di scientificità della storia e nel contempo alle esigenze morali dell’umanità. Vale la pena di riportare a mo’ di conclusione la dichiarazione comune del primo vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans e della commissaria Vera Jourová in occasione della commemorazione delle vittime di tutti i regimi totalitari e autoritari rilasciata il 22 agosto 2019, data che coincideva anche con il 30° anniversario della caduta del Muro di Berlino. È una dichiarazione, anch’essa in buona sostanza silenziata, che ci fa sentire una volta tanto e senza esitazioni in totale sintonia con l’Unione Europea. "Ogni 23 agosto onoriamo la memoria dei milioni di vittime di tutti i regimi totalitari. In questo stesso giorno del 1939, con la firma del patto Molotov-Ribbentrop fra la Germania nazista e l'Unione sovietica, si apriva un capitolo buio della storia europea: un'epoca in cui i cittadini non potevano scegliere liberamente né esprimere le proprie idee politiche; un'Europa in cui la libertà e la democrazia erano mere chimere. 4 V. Moreno Vrancich, Isola Calva. La cultura del ricordo, 23 agosto 2020 (https://lavoce.hr/attualita/ isola-calva-la-cultura-del-ricordo).
L’installazione “artistica” di Nemanja Cvijanović Sotto i regimi totalitari in Europa sono state deportate, torturate e uccise decine di milioni di persone. Tanta atrocità, privazione di libertà e disprezzo dei diritti fondamentali han fatto sì che più generazioni in alcune parti d'Europa non abbiano potuto assaporare la libertà e la democrazia. Quest'anno [2019] celebriamo anche il 30o anniversario degli eventi del 1989, quando i cittadini dell'Europa centrale e orientale sono insorti e hanno aperto la prima breccia nella cortina di ferro, accelerandone la caduta. Il loro coraggio ha riportato libertà e democrazia in tutta Europa. Quei cittadini hanno contribuito a superare le divisioni e a unificare l'Europa. La loro è dunque un'eredità europea collettiva di cui dobbiamo fare tesoro e che siamo tutti chiamati a difendere e coltivare. Sono passati ottant'anni dal 1939 e la generazione che ha conosciuto la piaga del totalitarismo è pressoché scomparsa; la storia vissuta diventa storia scritta. Sta a noi dunque tener viva la memoria e ispirare e guidare le nuove generazioni alla difesa dei diritti fondamentali, dello stato di diritto e della democrazia. Sono questi i valori che fanno di noi ciò che siamo. Restiamo saldi e uniti contro i regimi totalitari e autoritari di ogni tipo. Un'Europa libera non è una certezza, è la scelta di ogni giorno." 83
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• di Martina Sanković Ivančić
La poliedricità del dialetto fiumano A novembre è uscito dalle stampe “Il dialetto fiumano. Parole e realtà”
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ell’aprile del 2019, su iniziativa del Consiglio della minoranza nazionale di Fiume, si svolgeva presso la Comunità degli Italiani la tavola rotonda intitolata Salvemo el dialeto fiuman. All’evento il numero di partecipanti era considerevole, testimoniando un acceso interesse della cittadinanza per la questione vernacolare. Tra le varie conclusioni del dibattito, le quali vertevano perlopiù sull’implementazione dei modi di trasmissione dell’idioma fiumano, era stata accolta positivamente l’idea di pubblicare un’antologia di autori fiumani, in modo da poter insegnare la letteratura locale nelle scuole e renderla nota ad un pubblico più vasto. A evento concluso, la collaborazione tra il Consiglio delle Minoranze di Fiume e il Dipartimento di Italianistica della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Fiume ha reso possibile la realizzazione del proposito in tempi brevissimi. Curato da Irene Mestrović, Corinna Gerbaz Giuliano, Gianna Mazzieri-Sanković e la sottoscritta, esce così dalle stampe nel novembre dell'anno corrente il volume Il dialetto fiumano. Parole e realtà. Spronata dalla volontà di proporre iniziative concrete per salvaguardare una parlata definita a rischio, l'opera riporta le ricerche sul dialetto condotte da Gianna Mazzieri-Sanković, Kristina Blagoni e Maja Đurđulov, nonché una silloge di autori fiumani che si protrae dall’Ottocento ai giorni nostri. Il dialetto fiumano, come le altre varietà linguistiche presenti nello Stivale, risulta specifico rispetto alle parlate regionali di altre realtà geografiche. Infatti, non si tratta di semplici ‘deriva-
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Le copertine dei volumi presentati ti’ dalla lingua standard - il fiorentino letterario, ma di idiomi che si sono sviluppati in relativa autonomia. È chiaro che il modello di Dante, Manzoni e molti altri letterati italiani abbiano influenzato considerevolmente il lessico e le strutture linguistiche del fiumano, però esso presenta una grammatica ed una vasta gamma di termini che attestano la sua indipendenza dalla lingua ‘madre’: il raddoppiamento del pronome personale (es. ti ti, contenuto anche nel nome del gioco infantile ti ti la ga) o parole come ciolder, gamela, bic, e molti altri vocaboli estranei al toscano, restano testimoni di una realtà portuale unica. Se da un lato Fiume vanta l’esistenza di un dialetto le cui prime testimonianze risalgono al 1449, dall’altro la sua incolumità è seriamente minacciata dalle contingenze sociali. Kristina Blagoni nel saggio Il dialetto fiumano: evoluzio-
ne e situazione attuale di un’isola linguistica urbana espone i risultati della sua ricerca, stando alla quale i dati statistici relativi alle abitudini linguistiche dei parlanti a Fiume non sono tra i più promettenti. Condividendo una tendenza che ha segnato le sorti di molte realtà regionali della penisola italiana, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, il dialetto viene inteso quale varietà substandard, caratteristica di un ceto meno istruito e, di conseguenza, varietà di minor prestigio linguistico. Estranea alla comunicazione ufficiale e tecnico-scientifica, viene riservata agli ambiti della sfera affettiva, della quotidianità e della comicità. Stando alle ricerche dell’italianista Patota, in Italia ciò ha portato al progressivo abbandono del passato remoto, percepito come espressione meridionale e perciò meno raffinata e sostituito quindi nelle
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testate più note (La Repubblica, Il Corriere della sera ed altre) con il passato prossimo ed il presente storico. Tuttavia, a Fiume la questione risulta più problematica, in quanto i parlanti del dialetto fiumano sono immersi in sfere affettive poliglotte, in quotidianità bilingui che prevedono già la sfida della coesistenza tra lingua croata e lingua italiana, ponendo il dubbio sul posto riservato al dialetto fiumano e sulle sue prospettive di sopravvivenza. Dal saggio di Mazzieri-Sanković emergono i vantaggi del bilinguismo puntualizzati da ricerche nel campo della neuroscienza. In base a queste ultime, il parlante bilingue presenterebbe una maggior flessibilità cognitiva, ovvero la capacità di passare da un argomento ad un altro o da un’attività ad un’altra con maggior facilità, nonché l’attitudine ad apprendere con più naturalezza e più velocemente altre lingue. Importante pure l’aspetto sociale, che aggiudica ai bilingui l’attitudine a comprendere meglio o a essere propensi a comprendere il diverso, il nuovo, l’altro. La consapevolezza che il dialetto sia vissuto come lingua della quotidianità viene esternata pure nella ricerca di Maja Đurđulov, nell'analisi archivistica della lingua italiana usata dagli italiani 'semicolti' a Fiume nel Novecento in diari, ricevute ed annunci. In un contesto nel quale annunci, ricevute e altri documenti tipici della quotidianità non possono più certamente riportare tracce di idioma fiumano si amplifica la domanda relativa alle occasioni rimaste per l’uso del dialetto a Fiume. In ultima analisi, le ricercatrici offrono possibili soluzioni al problema summenzionato, di cui il libro pubblicato costituisce una prova tangibile. Gli autori della CNI, emarginati dal panorama letterario italiano, come fossero ‘scrittori di serie B’, negli ultimi anni rivendicano il loro posto ed emergono dai cassetti impolverati di archivi e biblioteche. Le competizioni di Lingua italiana delle scuole della minoranza, organizzate per la prima volta a livello ministeriale, quest’anno vertono sull’analisi di un’opera di Mario Schiavato. Se i tentativi di rinvigorire il microcosmo dialettale in più campi e in diverse direzioni infondono qual-
I libri che riguardano il dialetto suscitano sempre un grande interesse che barlume di speranza, è possibile pure osservare come tali iniziative si completino vicendevolmente: l’opera dedicata agli autori della CNI potrà sicuramente fungere da strumento interpretativo degli autori della minoranza, avvicinando ulteriormente alunni ed insegnanti alla letteratura istro-quarnerina. La silloge si compone di due parti di cui la prima ripropone le poesie del volume El nostro dialeto a cura di Graziella Srelz e Maria Schiavato pubblicato nel 1983 dalla CI di Fiume. Nella parte antologica numerosi sono i brani che trattano la fiumanità sia dal punto di vista contenutistico sia in quanto veicolo linguistico. La silloge si apre così con Mario Schittar, Zuane de la Marsecia, ed il suo accorato Inno Marsecian, per riportare più avanti La nostra lingua del Cavaliere di Garbo, La mia zità di Egidio Milinovich, Mezanote sul molo svodo di Scotti, In Cale Canapini di Mario Schiavato, la raccolta Pasegiando per Fiume di Aurelia Klausberger o La stradela dela mlecariza di Tiziana Dabović. Tuttavia, se da un lato tali brani confermano lo sviluppo e la perpetuazione della corrente anteica, tradizione letteraria dedicata al paese natio, dall’altro nell’antologia vengono proposti brani di tutt’altra impostazione che attestano la versatilità del dialetto fiumano. Il fiumano si rivela strumento di espressione di situazioni della vita quotidiana ed emozioni attinenti alla
sfera affettiva, ma anche sentimenti profondi e riflessioni analitiche. È il caso di Un numero di Ettore Mazzieri o Nudo de dona di Laura Marchig. L'antologia giunge così ad autori contemporanei, che hanno saputo fare del vernacolo un metro espressivo della propria interiorità e della propria esperienza, attualizzandolo e donandogli nuova freschezza. Lo conferma il brano musicale El tempo del platano di Gianna Mazzieri-Sanković, nel quale l'autrice denuncia l'abbattimento dei platani centenari della città di Fiume che, come molti altri centri urbani, vede seppellire il verde nel cemento. Concludendo la raccolta con l’impostazione delle pagine iniziali, si presentano alcuni estratti del Dizionario fiumano passato minimo di Ezio Mestrovich, in cui l’autore non si limita spiegare il significato di vocaboli fiumani bensì analizza le divergenze riscontrate rispetto alla lingua standard e ipotizza le motivazioni delle scelte lessicali fiumane. Spaziando dalla saggistica alla poesia, dalla poesia comica al lirismo intimistico, dalla musica alla semiotica, il volume Il dialetto fiumano: tra parole e realtà vuole farsi ponte tra queste dimensioni, testimoniando la poliedricità e la carica espressiva della parlata. Se l’opera rispecchia la volontà di numerosi fiumani, di artisti e di ricercatori, si spera sia altrettanto di buon auspicio per incoraggiare altri parlanti a condividere la loro scelta e salvar el dialeto fiuman. 85
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Il Festival delle canzonette fiumane
Attività CI
Concludiamo in bellezza riassumendo alcune delle tantissime attività realizzate nell’ultimo periodo
Mostra di fotografie di Bruno Bontempo e Lucio Vidotto La premiazione del Critico in erba
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La Comunità degli Italiani di Fiume è in pieno fermento. Ci sono settimane nelle quali diventa molto difficile organizzare qualcosa, perché gli spazi sono pieni di attività di ogni tipo. È impossibile riassumere tutto. Il modo migliore per seguire tutto quello che vi interessa è ricevere le e-mail che ogni settimana la Comunità manda con gli appuntamenti programmati per il prossimo futuro. Ovviamente aiuta anche capitare una volta ogni tanto al bar del Circolo, dove oltre a poter bere un buon caffè potete anche informarvi sugli eventi che stiamo organizzando. Dalle mostre di ceramica ai concerti, passando per le presentazioni di libri, c’è di tutto. Basta esserci.
Martina Sanković Ivančić ha dato spettacolo al Festival delle canzonette
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L’Assemblea della Comunità degli Italiani di Fiume nell’Aula magna del Liceo durante il restauro della CI
Il catalogo Istria nobilissima
Giovanni Stelli alla presentazione della versione croata della sua Storia di Fiume
Il calendario con le grafiche del maestro Venucci
Željko Jerneić all’inaugurazione
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