Skip to main content

LA TORE 29

Page 1

Uljarska (Via delle Pile) 1, RIJEKA - FIUME

e-mail: circolo@net.hr / www.cifiume.com

29 ISSN 1333/0985

NUOVA SERIE - 2018

FOGLIO DELLA COMUNITÀ DEGLI ITALIANI DI FIUME


A luglio si vota! . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1 La Settimana della Cultura Fiumana . . . . . . 1 Quadriennio fruttuoso . . . . . . . . . . . . . . 2 Abbiamo lavorato bene. Grazie! . . . . . . . . . 3 Erna Toncinich e Daria Vlahov . . . . . . . . . 4 A.Schacherl, docente esemplare . . . . . . . . . 7 Il Pioniere/Arcobaleno . . . . . . . . . . . . . 11 I Ceramisti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13 G. Scotti: novant'anni . . . . . . . . . . . . . . 16 Carnevale con brio . . . . . . . . . . . . . . . .20 Minicantanti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 22 Elvia Nacinovich. . . . . . . . . . . . . . . . . 23 Omaggio a Nelida . . . . . . . . . . . . . . . . 24 Edit: La Battana . . . . . . . . . . . . . . . . . .25 Edit: Toth e Calle San Zorzi . . . . . . . . . . .26 La Società di Studi Fiumani . . . . . . . . . . .28 Rudi Decleva . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 32

Suite per Pier Paolo . . . . . . . . . . . . . . . 34 "Città d'Este" Teatro . . . . . . . . . . . . . . . 35 Brunello Gentile . . . . . . . . . . . . . . . . . 36 1968: G. Miksa . . . . . . . . . . . . . . . . . . 37 Giovanni Squarcia . . . . . . . . . . . . . . . . 38 Reneo Lenski . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 40 Silvio ed Ezio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 41 Gino Bonelli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 42 Le locandine . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 44 Cantieri navali . . . . . . . . . . . . . . . . . . 45 Fiume nel passato . . . . . . . . . . . . . . . . 48 Il Duomo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 54 Tesi Esodo a Genova . . . . . . . . . . . . . . .55 Gli 80 anni di Paolo . . . . . . . . . . . . . . . 58 Cihlar, un amico . . . . . . . . . . . . . . . . . 59 La Fiume di Bruno . . . . . . . . . . . . . . . .61

Le foto sono riprese da siti internet, compresi La Voce del Popolo, EDIT Libri e l'archivio di Palazzo Modello. Ricerca iconografica a cura di Igor Kramarsich. Retrocopertina: l'Arco Romano, visto da Dorian Mataija.

ISSN 1333/0985 FOGLIO DELLA COMUNITÀ DEGLI ITALIANI DI FIUME NUMERO 29 (NUOVA SERIE) - GIUGNO 2018 REDATTORE RESPONSABILE

STAMPA

REDAZIONE

IL NOSTRO INDIRIZZO

Sandro Damiani

Melita Sciucca, Sandro Damiani, Tullio Iliasich, Gianfranco Miksa ART DIRECTOR

Daria Vlahov Horvat

29

Tiskara Grafika Helvetica d.o.o., Rijeka Redazione "LA TORE", c/o Comunità degli Italiani Uljarska (Via delle Pile) 1, 51000 Rijeka - Fiume - Croatia Tel.: 051 321 990; Fax: 212 238 e-mail: circolo@net.hr www.cifiume.com

REDAZIONE GRAFICA

Grafika Helvetica d.o.o. Fiume La pubblicazione si avvale del contributo finanziario della Città di Fiume, della Regione litoraneo - montana e del Ministero Italiano degli Affari Esteri per tramite dell’Unione Italiana


A luglio si vota! Da quest'estate si entra in un nuovo quadriennio politico-amministrativo. Sarebbe bene farlo col piede giusto, laddove per "piede giusto" non intendo per forza di cose con volti nuovi – comunque, benvenuti – ma con un piglio diverso, un abito mentale in linea con i tempi. Tempi che richiedono un maggiore impegno da parte di tutti, e a difesa di quanto acquisito e all'acquisizione di nuovi spazi di manovra. Certo, il nostro futuro non dipende tutto da noi, noi tuttavia abbiamo l'obbligo di far sì che il mondo cir-

costante recepisca le nostre istanze. Penso alla battaglia per il bilinguismo toponomastico, a quella per la piena autonomia artistica e non, del Dramma Italiano; alla nascita di un asilo nido che vada incontro alle esigenze della comunità nazionale. Non da ultimo, la messa a punto di una strategia che chiami nuovi soci e amici del Sodalizio e richiami i non pochi che se ne sono allontanati. Detta fuori dai denti, per esempio, è triste che tante lusinghiere iniziative artistiche, culturali, ricreative vedano una partecipazione

troppo spesso scarsa. E ciò riguarda soprattutto chi intende candidarsi ai ruoli consiliari e dirigenziali: non è serio, ed è per di più cotroproducente, occupare "poltroncine", per poi tenerle perennemente vuote. I Mazzieri, i Kriso, i Palisca, i Glavina, i Vrancich, gli Squarcia e tutta una generazione di attivisti non ci hanno lasciato in eredità il "Circolo" perché noi ne svilissimo, insieme al loro immenso e gratuito impegno, il presente e il futuro. Il caporedattore

SETTIMANA DELLA CULTURA fiumana (11 - 17 giugno 2018) LUNEDÌ 11 giugno

MARTEDÌ 12 giugno

MERCOLEDÌ 13 giugno

Museo Città di Fiume - ore 19:00

Comunità degli Italiani Salone delle Feste – ore 18:30

Università degli Studi di Fiume Facoltà di Lettere e Filosofia Aula 121 - ore 10:00

inaugurazione della mostra

Tradizione e Continuità L’arte figurativa in Comunità

Ricordando la maestra Liviana - II Serata giovanile delle Scuole.

Erna Toncinich - Daria Vlahov Horvat XXX anni Sezione Ceramica “Romolo Venucci”.

Incontro tra la Società degli Studi Fiumani di Roma con il Dipartimento di Italianistica e la dirigenza della Facoltà.

Sede della Città di Fiume Sala Consiliare – ore 13:00

GIOVEDÌ 14 giugno Si esibiranno i cori Maschile, Femminile e Misto, diretti da Nicoletta Olivieri e Gloria Segnan con accompagnamento al pianoforte della prof.ssa Vjera Lukšić, i “Virtuosi Fiumani”, diretti da Ariana Bossi, e la Filodrammatica Giovani, diretta dalla prof.ssa Gianna MazzieriSanković.

Comunità degli Italiani Salone delle Feste – ore 18:00

incontro con il Presidente della Fondazione del Vittoriale, Giordano Bruno, in collaborazione con la Società di Studi Fiumani di Roma.

Comunità degli Italiani Salone delle Feste – ore 19:30

DivertiamoCI 2

Incontro tra il sindaco della Città di Fiume e la delegazione composta da Associazione Libero Comune di Fiume in Esilio, della Società di Studi Fiumani e della Comunità degli Italiani di Fiume.

Serata giovanile dedicata agli alunni del Liceo.

Comunità degli Italiani Salone delle Feste – ore 19:00

Concerto di fine stagione della SAC “Fratellanza”

VENERDÌ 15 giugno Cattedrale di San Vito - ore 9:30

Santa Messa solenne

Con la partecipazione del coro della Comunità degli Italiani di Fiume “Coro Fedeli Fiumani”.

Scuola Media Superiore Italiana Aula Magna - ore 12:30

Cerimonia di premiazione del XXVIII Concorso “S.Vito 2018’’ Salone delle Feste – ore 18:30

La Fiume di domani fra bilinguismo e odonimi storici presentazione sul bilinguismo.

Salone delle Feste – ore 19:30

Anteprima della presentazione del CD di Francesco Scquarcia (ospiti Francesco Squarcia e Nevia Rigutto).

SABATO 16 giugno

DOMENICA 17 giugno

Comunità degli Italiani Salone delle Feste – ore 10:00

Centro Sportivo di Srdoči ore 10:00

Torneo di San Vito Tradizionale torneo di briscola e tressette.

Comunità degli Italiani di Fiume

Torneo di calcetto di San Vito

Comunità degli Italiani Salone delle Feste – ore 18:30

serata dedicata a Giacomo Scotti con presentazione della raccolta di poesie

“Lacrime e perle”

a cura della doc.dr.sc. Corinna Gerbaz Giuliano.

29

Comunità degli Italiani Salone delle Feste – ore 20:00

Serata in musica con il Trio Casablanca cantante Alida Delcaro.

Settimana della cultura fiumana 11 - 17 giugno 2018

1


Il saluto della presidente uscente, Orietta Marot

Quadriennio fruttuoso

29

2

Quando ho rilasciato l’intervista per il n.28 de "La Tore" non pensavo affatto che sarei tornata a "dire la mia" da presidente. Che dire dunque di questo mandato? Innanzitutto che sono contenta di averlo portato a termine. Non è stato sempre facile, ma ho resistito pensando al bene della Comunità. Oltre tutto, avevo accettato l'incarico proprio perché sapevo in quali condizioni si trovava. Non se se sono riuscita nell’intento, di sicuro ce l’ho messa tutta. Ho dovuto prendere anche decisioni impopolari, ma il ruolo esigeva ed esige serietà, impegno, senso di responsabilità. Svolgendo questo incarico, ho incontrato tante splendide persone, ma ne ho scoperto pure altre, pronte a usare la CI solo per interessi personali, un atteggiamento che ha fatto allontanare dalla CI parecchi connazionali. Bisogna fare in modo che facciano ritorno. Il tema giovani in CI è sempre attuale. Ben vengano, i giovani, anzi largo ai giovani, ma dirigere una

Comunità grande come la nostra richiede conoscenze, esperienza e tanto spirito di sacrificio. Guardando a quanto è stato realizzato, vanno evidenziati in primo luogo gli ottimi risultati del concorso bandito dall’UPT e riguardanti i mezzi della Regione Friuli–Venezia Giulia per un ammontare complessivo di ben 35 mila euro, che serviranno fra l’altro all’allestimento della mostra dedicata a Erna Toncinich e Daria Vlahov, due nomi emblematici delle nostre arti figurative. Non meno importante è la firma dell’accordo di collaborazione culturale e per progetti espositivi in comune con il Museo cittadino che favorirà la visibilità della nostra CI, in particolare nel Progetto Fiume capitale della cultura europea 2020. Ritengo che per la Comunità sia pure molto importante il rinnovo, con modalità di favore, del contratto d’affitto per altri cinque anni. Un atto reso possibile grazie alla comprensione dimostrata dal Sindaco. Ritengo anche importante l’aver promosso una valida collborazione con soggetti culturali dell’Italia, quail il Circolo della Cultura e delle Arti di Trieste e la rivista "Opinioni Nuove Notizie" di Padova, edita dalla società Alberto Cavalletto, che si aggiunge così ai rapporti mantenuti con continuità ormai da anni con gli amici della Società di studi fiumani di Roma. Possiamo anche vantare una gestione finanziaria tanto oculata da averci permesso di arrivare alla metà dell’anno senza avere bisogno della disponibilità dei mezzi provenienti dall'Italia per il 2018. Inoltre, dopo tanti anni, per la prima volta i dirigenti artistici saranno pagati per il lavoro svolto già a giugno anziché

a dicembre, talvolta anche gennaio, come avveniva precedentemente. Sono pure molto appagata dal fatto che, grazie ad un generale spirito di collaborazione, si sono porute realizzare tutte le attività programmate, con un numero di uscite anche superiori al previsto. Fra le cose che purtroppo la CI non può porre all’attivo, resta sempre in testa, ormai da sette anni, l’asilo. E il mio rammarico è tanto maggiore considerato che la Città ha fatto tutto quanto previsto nell’iniziale lettera d’intenti, mentre l’UI ha mantenuto un atteggiamento d’incomprensibile immobilismo. Ora, quello che maggiormente temo è che si arrivi alla ventilata ridestinazione dell’area, il che farebbe definitivamente svanire il progetto. Ritengo perciò che questa debba essere una delle prime questioni che la nuova dirigenza dovrà affrontare di petto. Altro problema da risolvere quanto prima è quello del personale. La Comunità non può funzionare senza una segretaria, un custode e un addetto alla manutenzione degli impianti. Invece per tutto il mio mandato tale disponibilità è stata solo saltuaria, per non dire inesistente. Un ciclo comunque è arrivato alla conclusione e ora siamo di nuovo sotto elezioni. Invito pertanto tutti i connazionali a venire a votare però di farlo dopo aver riflettuto bene a chi dare il proprio voto perché da chi sarà eleto dipenderà il futuro della Comunità. Ringrazio sentitamente tutti i miei collaboratori, i dirigenti, gli attivisti e i connazionali che ci seguono e sono partecipi della vita comunitaria.


Il saluto del presidente del C.E. Marin Corva

Abbiamo lavorato bene. Grazie!

Sono stato eletto Presidente del Comitato esecutivo della Comunità degli Italiani di Fiume ad aprile del 2016. In seguito alle dimissioni dei due precedenti Esecutivi, in vista della vicina ricorrenza del 70° anniversario della Comunità e in relazione alla complessa realtà amministrativa, ho ritenuto doveroso accettare l’incarico di Presidente del Comitato esecutivo nell’aprile del 2016, evitando così di portare la CI alle elezioni anticipate. Per prima cosa abbiamo portato a termine le attività programmate dalla precedente gestione. Durante l’estate del 2016 non abbiamo potuto chiudere del tutto la CI per la pausa estiva perché era indispensabile avviare l’organizzazione del 70° anniversario con il quale si è voluto ricordare la storia della nostra CI, la prima Comunità degli Italiani. Abbiamo voluto celebrare questo importante traguardo con una cerimonia solenne. Non solo l’evento celebrativo è stato un successo ma anche tutta una serie di eventi "collaterali", svoltisi in seguito, hanno permesso di dare visibilità e lustro alla nostra

Comunità. Vorrei per questo ringraziare in primo luogo gli attivisti perché cuore pulsante e motore culturale. Un grazie particolare anche ai membri del Comitato esecutivo che hanno seguito il progetto del 70° anniversario così come anche ai membri del gruppo di lavoro che ha contribuito alla sua realizzazione. Colgo l’occasione per ringraziare gli attivisti delle sezioni Coro femminile, Coro maschile, Coro Fedeli Fiumani, Minicantanti, Ceramica, Pittura, Batik, Etnografica, Filodrammatica giovani e adulti, Filodrammatica "Cucal in camiseta", Mandolinistica, Solisti "Virtuosi fiumani" e Coro dei giovani, e tutti i dirigenti artistici che lavorano quotidianamente in pratica su base volontaria. Ci tengo a precisare che nulla sarebbe stato possibile senza i miei validissimi collaboratori che lavorano presso la Segreteria, la Biblioteca e il Bar. Mi auguro che i futuri dirigenti sapranno riconoscerne l’importanza continuando a mantenere vive le nostre attività tradizionali. Sono particolarmente riconoscente anche ai gruppi che frequentano la Comunità per svariate altre attività come le signore "Tombolere" e le "Bele fiumane", affettuose e disponibili. Durante questo mandato non sono mancati i momenti di difficoltà e, tra questi, quello delle risorse è in effetti il primo problema che, in collaborazione con gli altri organi della Comunità, abbiamo saputo almeno in parte risolvere. Grazie a quegli sforzi stiamo operando tuttora con dei mezzi risparmiati dall’anno scorso. La questione più sentita, e sicuramente la più complessa, è stata la sentenza sul pagamento della fornitura dell’acqua e dei relativi in-

teressi, che la Comunità ha perso in seguito ad un processo durato per anni. Quest’ultima è stata tra le sfide più dure da affrontare e che, solo dopo mesi di duro lavoro e con l’aiuto di tutti gli attivisti, dei membri del Comitato esecutivo e dei soci in generale, siamo riusciti a portare a risoluzione. Il problema principale sono stati però gli interessi di mora. Come detto sopra è grazie a tutta la Comunità, e grazie al sostegno di tutti che nei prossimi giorni provvederemo al pagamento dell’ultima tranche di questo debito. In questo periodo ho dedicato particolare attenzione alla fascia giovanile. È stata preziosa in questo senso la collaborazione avviata con i dirigenti delle nostre istituzioni scolastiche, grazie alla quale è stato possibile attivare svariati progetti per i nostri bambini e ragazzi. Sono felicissimo del fatto che siamo riusciti ad inserire nel programma della Settimana della Cultura Fiumana una serata dedicata ai bambini delle Scuole elementari e una serata dedicata ai ragazzi del Liceo. Per concludere vorrei ringraziare i membri del Comitato Esecutivo, la Presidente e i Vicepresidenti per il loro aiuto e i loro consigli e per il loro impegno nella Comunità. Nonostante ci sia ancora molto da fare posso dire di essere molto soddisfatto di quanto siamo riusciti a fare in questo breve periodo. Nel giro di poco più di due anni, mi rendo conto con onore ed orgoglio che sono riuscito nell’intento di realizzare tutto il programma con cui, avevo avanzato le mie proposte all’Assemblea.

29

3


Tradizione e Continuità / Tradicija i kontinuitet

Erna Toncinich e/i Daria Vlahov Horvat

29

4


Tradizione e Continuità. L’arte figurativa in Comunità. Questa mostra, uno dei "prodotti" della Settimana della Cultura Fiumana (11-29 giugno 2018), è dedicata a due donne, Erna Toncinich e Daria Vlahov Horvat, che vogliamo ricordare e degnamente onorare. Un evento promosso dalla Comunità degli Italiani di Fiume e da me fortemente voluto perché ho ritenuto di compiere un doveroso atto verso la nostra cultura, prima della scadenza del mio mandato. Erna e Daria, due donne fiumane unite oltretutto da uno stretto legame maestra-allieva. Erna Toncinich, giustamente definita "icona della nostra cultura" e "instancabile promotrice del patrimonio storico, artistico e architettonico di Fiume", è stata nella sua lunga carriera storica e critica dell’arte figurativa, giornalista, nonché pit-

trice e ceramista. Professoressa di disegno e arti figurative per tutta la vita ha lasciato alla sua morte un grande vuoto nelle file degli intellettuali e delle scuole della Comunità Nazionale Italiana in generale e dei connazionali del Quarnero. Insegnante nei corsi di pittura al Circolo Italiano di cultura e alla Comunità degli Italiani di Fiume e organizzatrice di mostre e di altre iniziative culturali, Erna Toncinich è stata una figura completa che si è dedicata anche alla scrittura, dagli articoli disseminati su giornali e periodici, fino alle pagine dedicate al grande maestro Romolo Venucci ed al Moretto fiumano, oggi pietre miliari. Daria Vlahov Horvat ci ha lasciati in giovane età, senza aver avuto l’occasione di manifestare in pieno tutte le sue doti creative e di

raggiungere mete ancor più alte. La sua feconda "vena espressiva" ha avuto le migliori applicazioni sia durante il periodo alla Casa Editrice EDIT di Fiume, illustrando libri e periodici e curandone la pubblicazione, sia partecipando a varie competizioni d’arte figurativa dalle quali molto spesso è uscita vincitrice. Ambedue Erna e Daria hanno lasciato opere che arricchiscono il nostro patrimonio e che vanno messe in rilievo come facciamo con questa mostra augurandoci che sia di ispirazione per il lavoro delle nuove generazioni, lo spero, mostrando la stessa tenacia, lo stesso amore per la nostra città e per la nostra terra. Orietta Marot La Presidente della Comunità degli Italiani di Fiume

29

Senza titolo, 1989, tecnica mista su carta Bez naslova, 1989., kombinirana tehnika na papiru

5


Erna e Daria Introduzione di Daina Glavočić Quest’anno la Comunità degli Italiani di Fiume celebra la sua pluriennale vivace presenza a Fiume ed illustra al pubblico la miriade di attività e risultati conseguiti sul piano culturale, politico, scolastico, editoriale ed altro. Numerosi eminenti Fiumani appartengono alla Comunità degli Italiani di Fiume; di coloro che non sono più tra noi si onora il ricordo con stima. Corre il terzo anno dalla scomparsa dalla scena culturale ed artistica dell’illustre storica dell’arte Erna Toncinich (1934-2015) ed il quinto dalla scomparsa della sua allieva Daria Vlahov (1966-2013) pittrice e grafica. La Comunità degli Italiani di Fiume desidera riportare

alla memoria dei Fiumani il considerevole impegno di entrambe le insigni concittadine dedicando una mostra ai loro lavori, alla loro espressione artistica ed in generale alla loro attività nel campo del design editoriale con il quale hanno dato un incisivo contributo alla documentazione della presenza della comunità nazionale italiana ed alla sua produzione artistica a Fiume. Nonostante si tratti di due diverse ispirazioni figurative, linguistiche, poetiche, espressive e d’interesse, l’illustrazione di un tassello della ricca produzione di entrambe le autrici rinvigorirà la memoria di queste valorose artiste la cui mancanza è tuttora fortemente sentita ma le cui opere continuano a vivere.

29

6

Senza titolo, 1989, litografia su carta Bez naslova, 1989., litografija / papir


Cento anni fa nasceva Arminio Schacherl • di Mario Simonovich

Docente esemplare Che t’importa di quel che dice la gente? Se hai regolato nel modo giusto le tue cose, tutto sarà a posto, altrimenti dovrai vedertela tu con la tua coscienza". Era questo il motto a cui s’ispirava Arminio Schacherl nei rapporti familiari e in particolare nella sua educazione, ricorda la figlia Gianna, a cent’anni dalla nascita e a quasi quaranta dalla scomparsa. Era il maggiore di tre figli che mostrarono fin dall’inizio attitudine allo studio, tanto che già nel 1937, ossia a 17 anni, faceva il maestro dapprima in un paesetto nei pressi di Villa del Nevoso e quindi a Maccarese, nel Lazio. Bruno divenne apprezzato giornalista e critico mentre Ugo, laureatosi in medicina a conclusione della guerra, si stabilì in Canada. Arminio si iscrisse alla Facoltà di Magistero di Roma dove si laureò in filosofia e pedagogia. Frequentò comunque poco la Facoltà, date le spese che questo implicava ed a cui sopperiva, come ebbe modo di dire più tardi, dando lezioni private "sotto il tiglio di via Petrarca" dove la famiglia aveva ereditato la casa in cui egli trascorse la maggior parte della vita. Quando poi andava a Roma per gli esami, studiava anche in tram. Date le origini, gli Schacherl avevano la cittadinanza cecoslovacca, cosa che collimava perfettamente con le intenzioni del padre, assai poco favorevole allo slogan corrente di "dare figli alla patria". Comunque negli anni 1941/42 cominciarono a farsi sentire con maggior vigore gli effetti delle leggi razziali tanto che i

Il professore con la compagna di tutta una vita, la signora Dorotea

fratelli vennero rinchiusi nella scuola di Torretta. Qui si rivelò provvidenziale il fatto che la matrigna aveva provveduto a farli battezzare, per cui, facendo leva sul fatto che la documentazione attestava il loro essere "innegabilmente di madre ariana" e grazie all’intervento del vescovo di Fiume mons. Camozzo, furono liberati. Da notare, che l’origine della madre, assiomatico nel contesto delle leggi e consuetudini israelitiche e in genere rispettato dall’ autorità italiana, fu invece poi assolutamente ignorato dai tedeschi una volta entrati in città. Tornato in libertà, Arminio si impegnò a fondo nella Resistenza, dapprima operando nelle usuali azioni in clandestinità per passare quindi, via Zamet, ai reparti partigiani. Assieme a lui c’erano Vinko Frančišković, Edina Cerne e Franjo

Kordić. Sarebbe dovuto andarci anche Alfredo Zustovich, ma qualcosa non funzionò, sicché non venne. Arrestato tempo dopo, questi figurerà fra i tredici fucilati di Sušak. Anche Ugo si aggregò ai partigiani jugoslavi, mentre Bruno aderì alla resistenza nella penisola. Finita la guerra, si sa, la posizione di Fiume era radicalmente cambiata e di conseguenza del tutto diverso e assai poco incoraggiante era il quadro in cui si ritrovarono ad operare gli italiani, la cui consistenza risentiva in primo luogo del dissanguamento dovuto all’esodo che s’intensificava ad ogni giorno che passava. In una massiccia operazione di "elementi compromessi" effettuata nelle fabbriche, aziende e istituzioni, già entro il febbraio del 1946, ossia a meno di un anno dall’avvento del nuovo regime, fu-

29

7


Liceo italiano anni Cinquanta, in Sala inesgnanti

29

8

rono esodati 1.490 capifamiglia, ovvero, quando si aggiungano i familiari, oltre tremila persone. E’ indicativo, nel contesto che Fiume fu esclusa dal censimento, compiuto peraltro in via ufficiosa, dalle autorità jugoslave nei territori di nuova acquisizione. A differenza di quanto avvenuto in Istria, di cui si intendeva evidenziare la preponderanza dell’elemento slavo, qui ci si limitò a un rilevamento complessivo, privo di ogni riferimento alla nazionalità degli abitanti: la sorte della città era segnata "e sicura", ogni trattativa esclusa, sicché non serviva alcuna pezza d’appoggio. Allo stesso modo, la raccolta di firme promossa con un’intensa azione propagandistica fra la popolazione nel settembre 1945 per l’annessione alla Jugoslavia, e condotta a spron battuto in Istria, qui fu inspiegabilmente interrotta. Difficile arguire se il fatto vada ascritto alle troppe risposte "difformi" dalle attese o all’inutilità di un’azione compiuta nella città il cui destino era già segnato, ma la seconda ipotesi appare più fondata. Non è facile pronunciarsi oggi sui sentimenti che prevalevano nei concittadini che si ritrovavano a dover fare i conti con una situazione del tutto nuova, in cui, oltre alle grosse difficoltà materiali, di sopravvivenza nel senso più stretto del termine, si accompagnava il ri-

schio della scomparsa dell’identità nazionale, ma fu ancora Arminio Schacherl che assunse un ruolo di primo piano nelle file dei fiumani che volevano il mantenimento della presenza e della continuità degli italiani. Il 2 giugno 1946 nei locali del Teatro Fenice un gruppo di concittadini lo nominò segretario del neocreato "Comitato provvisorio" per la creazione del Circolo di cultura italiana il cui primo compito, come ebbe a dire, era di "dare il massimo incremento allo sviluppo della cultura italiana in tutte le sue forme..." Quella domenica di inizio giugno erano state gettate le basi della prima Comunità dgli Italiani in queste terre.

Liceo italiano, anni Sessanta

Data la preparazione, fin dall’inizio Schacherl fu inserito nella strutturazione e attività delle istituzioni scolastiche ed editoriali della minoranza. Per breve tempo caporedattore della Voce del Popolo, fu preside dell’Istituto magistrale di Fiume dal 1947 al 1949, e nel contempo docente al Liceo. Chiuso l’Istituto nel 1949, fu docente al Liceo fino al pensionamento, avvenuto per motivi di salute nel novembre 1972. Nello stesso "ambiente" trovò Dorotea, una maestrina istriana che lo avrebbe poi accompagnato per tutta la vita ed a cui fu profondamente legato. L’incontro fu invero fortuito. Giunta dalla natia Pisino per un corso di aggiornamento, la giovane lo notò mentre spostava i banchi prima delle lezione e pensò fosse il bidello, per cui rimase a dir poco sbalordita quando poco dopo lo vide in cattedra. Un anno dopo, il 15 luglio 1950, la coppia si sposava a Pisino con rito civile, una settimana dopo in chiesa. Un anno ancora e nasceva la figlia Gianna. Del Liceo - e, in senso lato, dell’istruzione superiore in italiano a Fiume – egli fu davvero una colonna portante. Docente di storia, filosofia, psicologia, logica, economia, fu esemplare insegnante ed educatore per generazioni di allievi


che, pur con le intemperanze talvolta incontenibili a quell’età, lo sentirono sempre vicino, alieno da qualsivoglia ingiustizia o cattiveria, ma pronto a rispondere ad ogni questito con voce ferma e parole misurate, spesso accompagnate da un sorriso arguto. Pure in casa, ricorda la figlia, fu persona esemplare, con cui ci si capiva anche senza parlare. Era infatti parco di parole, ma pronto ad affrontare ogni tema con profonda saggezza. Le questioni materiali gli erano del tutto estranee, gli piaceva ascoltare brani di musica classica, dedicarsi alle letture e anche giocare con la bambina, a cui nel contempo si preoccupava di dare un’educazione libera, senza costrizioni. Nell’estate del 1961 la comparsa dei primi tremori agli arti si mostrò foriera di quel Parkinson che gli avrebbe stravolto la vita. Il progredire del male lo costrinse tre anni dopo a sottoporsi alla delicata operazione che allora costituiva l’unico modo per contrastare la malattia (i farmaci a base di dopamina entrarono in uso solo nel 1968, ossia a quattro anni dall’intervento). Anche qui egli si dimostrò combattente di razza toccando il tetto di sopravvivenza previsto all’epoca. Si spense infatti nel settembre del 1979, a poco più di 61 anni, a diciotto dalla comparsa del male e a quindici dall’intervento. Da allora, come detto, sono passati quattro decenni in cui sono avvenute tante cose, che però non hanno offuscato la sua figura. Arminio Schacherl, quale uomo e docente esemplare, rimane tuttora impresso nella mente di centinaia e centinaia di studenti e, per loro tramite, continua a vivere quale emblematica espressione della nostra presenza etnica, storica e civile. *** Lo sviluppo delle relazioni parentali tanto all’interno della famiglia paterna che di quella mater-

na di Schacherl segue per diversi aspetti quello della città e dell’area liburnica nei loro addentellati con lo Stato in cui erano inserite. Il padre, Davide, era nato a Vienna, figlio di un rabbino proveniente da Bratislava, che lo educava con criteri molto severi, tanto da limitargli anche le frequentazioni del teatro verso il quale egli invece nutriva una vera passione. Una sera, il giovanotto osò disobbedire al categorico: "Se ci vai, a casa non ci torni" e, al rientro, trovò effettivamente la porta sbarrata sicché, seduta stante, a soli sedici anni prese la via del Quarnero. Sistematosi a Fiume, sposò Stefania Harasim, sorella di Gemma, che diverrà poi la nota pedagogista, Dal matrimonio

nacquero i tre figli Arminio, Bruno e Ugo. Rimasto vedovo nel 1926, Davide sposò Elisabetta Dolenecz, una concittadina di origini ungheresi da cui ebbe la figlia Lucia, che i fratelli facero a gara nel viziare. Anche da parte materna le origini del futuro professore avevano una forte impronta mitteleuropea. Di origine cecoslovacca e giunto a Laurana quale finanziere, il nonno aveva sposato una giovane istriana da cui aveva avuto un figlio, Venceslao, divenuto poi il padre di Stefania e Gemma. La famiglia conserva ancora un attestato della sua frequenza delle scuole lauranesi rilasciato, ovviamente in italiano, nel 1856. Gemma, maestra a Fiume, si farà conoscere nel 1909 con quattro

29

9


Il Professore ritratto da Raniero Brumini

Lettere da Fiume pubblicate sulla "Voce" di Giuseppe Prezzolini su sollecitazione di Giuseppe Lombardo Radice, in cui descrive la situazione scolastica in città. I rapporti fra i due si intensificheranno tanto

da giungere al matrimonio da cui nasceranno i figli Giuseppina, Lucio e Laura, che poi sposerà Pietro Ingrao, uno dei leader storici del PCI. *** Nel corso di tutti gli anni d’insegnamento, Schacherl fece parte delle varie commissioni scolastiche e collaborò con il settore editoriale dell’Edit per la preparazione dei testi da usare nelle nostre scuole. Esemplare in tal senso la "Storia italiana" ad uso delle scuole ottennali pubblicata dall’Edit nel 1957, che, data l’impossibilità (leggi: la preclusione) di usare libri stampati in Italia, fu insostituibile fattore per far conoscere ai nostri alunni le vicende del passato italiano attraverso una visuale che, nell’apparente rispetto degli ineludibili canoni ideologici imperanti in Jugoslavia, evitava che questi sfociassero in una visione riduttiva e denigratoria dei popoli e delle aree circostanti, Italia

29

Nel cortile del liceo italiano con i colleghi nei primi anni Sessanta

10

in testa. Il testo di quasi duecento pagine, era corredato da letture di autori italiani, atte a dare un’immagine più aderente di un’Italia non solo imperialista e prevaricatrice, ma anche civilmente evoluta nella volontà di avvicinarsi con spirito amico ai popoli slavi, come testimoniato dalle lettere di Giuseppe Mazzini. Onde offrire agli insegnanti basi teoriche in campo pedagogico didattico, era già nata, per iniziativa dell’UIIF nel marzo del 1947 la rivista "SCUOLA NUOVA" della quale ci si servì per lunghi anni nella preparazione giornaliera e in quella degli esami professionali. Promotore dell’iniziativa e redattore capo fu il compianto prof. Arminio Schacherl (...) all’epoca direttore dell’Istituto Magistrale. Poi, alla fine degli anni ’50, probabilmente per mancanza di mezzi, questa prestigiosa pubblicazione cessò di uscire.


Il Pioniere/ Arcobaleno 1948 – 2018 di Rafaele Ramesa

Sette decenni al servizio di scuole e scolari Settant’anni di storia degli italiani di Istria, Fiume e Quarnero contenuta in un giornalino per ragazzi. Arcobaleno – nato come Il Pioniere – è arrivato al traguardo del settantesimo compleanno, ma l’anniversario è passato in sordina. E’ possibile che ci siamo dimenticati dell’importanza che questo giornale ha avuto nel mantenimento culturale delle nuove generazioni di "gente nostra"? La rivista per ragazzi "Il Pioniere" nacque nel gennaio del 1948. Le prime edizioni avevano otto pagine ed erano pubblicate a cadenza bisettimanale. La pubblicazione sorse in un periodo storico di massima incertezza per gli italiani di queste terre. Il sistema scolastico in lingua italiana si trovava dinanzi al collasso, insegnanti e alunni stavano optando, la crisi politica si sentiva fortemente e il materiale didattico in lingua italiana scarseggiava. Queste le difficili circostanze storico-culturali che accompagnarono la fondazione della nostra rivista per ragazzi. Il Pioniere faceva parte di una maxi famiglia di edizioni per ragazzi dell’ex Jugoslavia, come anche "Pionir" in Croazia, "Pioniri" a Belgrado, "Pionirsko delo" a Sarajevo. Oltre all’edizione italiana, esisteva anche quella per i piccoli ucraini e per gli ungheresi. A testimoniare la difficoltà del momento storico c’è anche la vicenda del primo caporedattore de il Pioniere, Luciana Meconi Meco-

vich, che dopo solo una decina di numeri lasciò il nostro territorio per andarsene in Italia, dopo che suo padre fu rinchiuso a Goli Otok. I contenuti dei primi numeri riflettevano il contesto socio-cultu-

rale nel quale erano creati: si parlava del contributo dei pionieri alla ricostruzione della città di Fiume, storie sul porto fiumano e su chi ci lavorava, temi dedicati a Tito e auguri di compleanno a Stalin, come anche testi dedicati ai grandi della storia italiana – Michelangelo Buonarroti, Antonio Gramsci, Cristoforo Colombo, Giordano Bruno, Giuseppe Garibaldi. Vennero tradotti scrittori russi come Katajev, ma lo stesso anno vediamo tradotte anche le "Avventure di Tom Sawyer", pub-

blicata la traduzione di Eros Sequi del classico Jugoslavo per bambini "Ježeva kućica – La casa del riccio" e stampate le storie dell’allora giovane Giacomo Scotti. La ridotta interazione intellettuale e culturale tra i rimasti e l’Italia fece sì che nel nostro mondo si andasse creando uno stile letterario fatto di produzione propria, classici italiani e traduzione di autori croati, serbi e bosniaci. Per anni, nella rubrica "La pagina della poesia", furono pubblicate le traduzioni italiane di opere dei più importanti poeti jugoslavi, anche se si trattava di autori che raramente scrivevano testi che si rivolgessero esplicitamente ai più piccoli. Sulle pagine del Pioniere troviamo così testi di Vladimir Nazor, Ivan Goran Kovačić, Miroslav Krleža, Jure Kaštelan, Desanka Maksimović, Branko Ćopić, Skender Kulenović, France Prešern, Ivan Cankar, Kočo Racin e altri. Nel gennaio del 1951, la rivista divenne mensile e le pagine divennero 20. Secondo gli studi di Sanja Č. Roić della Facoltà di filosofia dell’Università di Zagabria, i primi dieci anni del giornale vengono dedicati prevalentemente a scopo didattico, accompagnati da una certa chiusura culturale verso le novità provenienti dall’Italia. Dopo il 1964, con la normalizzazione dei rapporti tra l’Italia e la Jugoslavia, il Pioniere può finalmente iniziare a pubblicare anche le poesie di grandi autori contemporanei come Gianni

29

11


Rodari. Quell’anno inizia anchela collaborazione con l’Università Popolare di Trieste. Con il trattato di Osimo del 1975 e la chiusura dei contenziosi confinari con l’Italia, i rapporti tra i due paesi si normalizzarono e i flussi culturali furono riaperti del tutto. Il Pioniere poté finalmente integrarsi nel tessuto scolastico, diventando quello che è ancor’oggi: un giornale orientato ai bisogni dei ragazzi che frequentano le scuole elementari italiane in Jugoslavia. Il giornale tratta dei problemi, incontri, esibizioni, e gare dei più giovani, e pubblica i più importanti autori contemporanei italiani come Calvino, Umberto Eco, Oriana Falaci, Gavino Ledda. Nel periodo che segue Osimo, Roić nota un sistematico accentuamento dell'importanza dell’identità culturale italiana e delle tradizioni locali. Si raccontano le storie della nonna, si pone l’accento sulla pubblicazione di autori istriani e quarnerini – alcuni dei quali ancora molto giovani, come Loredana Bogliun, ed altri un po’ meno, come Mario Schiavato, Osvaldo Ramous, Giusto Curto, Umberto Matteoni, Adelia Biasol, Egidio Milinovich, Eligio Zanin e altri.

La parola a tiziana dabovic, attuale caporedattrice

29

12

Nel 2006 ho preso le redini di Arcobaleno in seguito al pensionamento della prof. Elisa Zaina. Quest'anno saranno quaranta gli anni che ho trascorso in seno alla nostra casa editrice. Prender parte alla creazione di Arcobaleno è stato da sempre il mio sogno. Mi ci sono buttata dentro, dal primo giorno, con tutto il cuore. Seguire le nostre 14 scuole elementari, la dedizione con la quale le nostre Comunità esortano i bambini a svolgere innumerevoli attività, pubblicare i temi, le poesie, i disegni degli alunni, è una gratifica enorme. Arcobaleno non può pretendere di sostituire un libro scolastico, però può esser utile

nel motivare e promuovere il dialogo con i lettori. Il suo ruolo secondo me, è quello di far veicolare la lingua italiana in modo leggero e divertente, gratificare l'enorme mole di lavoro svolto dagli insegnanti, premiare con un articolo anche le attività extrascolastiche. L'intento è stato sempre quello di creare i presupposti per una sana competitività anche tra le varie istituzioni scolastiche. I bambini, se si sentono protagonisti, rispondono sempre con positività. Il loro è un mondo incontaminato, esemplare. Ti ringraziano con un sorriso, o se non sono in vena di parlare, ti voltano le spalle. Sempre e comunque con sincerità. La famosa e oserei dire storica rubrica dei "Primi voli" ha pubblicato, in questi settant'anni, gli scritti e le poesie di connazionali che oggi svolgono ruoli importantissimi in ambito culturale, nomi che sono il nostro vanto sia nella sfera CNI sia all’estero. È doveroso, in questo contesto, menzionare le Gare di lingua italiana che da 46 anni vengono indette dalla nostra Redazione in collaborazione con l’UI: occasione in cui abbiamo scoperto tanti talenti della scrittura, e il trend continua. In questi miei dodici anni in Redazione, non sono mancate gratifiche: la più grande è esser riusciti ad aumentare il numero degli abbonati

di un 30 per cento in più rispetto a quattro o cinque anni fa. Abbiamo conquistato una serie d’importanti riconoscimenti anche all’estero: nel 2012 abbiamo partecipato al Premio Nazionale città di Chiavari indetto dall’Associazione ligure – Letteratura giovanile. Ci siamo portati a casa una Menzione speciale con la seguente motivazione: "Per la meritoria azione di informazione e intrattenimento svolta a favore dei bambini della minoranza italiana della Croazia e della Slovenia". Quattro anni dopo, sempre a Chiavari, abbiamo ritirato uno dei premi più prestigiosi, quello speciale, che porta il nome di Marisa Saettone. Nel 2014, al 47.esimo Concorso d’arte e di cultura "Istria Nobilissima", Arcobaleno si è aggiudicato il Premio giornalistico "Paolo Lettis." Sono tutti motivi d’orgoglio non solo per la redazione e per la EDIT tutta, ma soprattutto per le nostre scuole, gli insegnanti e le Comunità che sanno coinvolgere i nostri ragazzini operando a testimonianza dello spirito di interculturalità e valorizzando, in un rapporto stretto e fruttuoso, le tradizioni, i costumi, i dialetti… Concluderei ribadendo che il nostro microcosmo minoritario ha un futuro certo. I più giovani ne sono la garanzia.


Trent'anni di attivita' della Sezione ceramisti "Romolo Venucci" • di Irene Mestrovich

Argilla, passione e fantasia

La Settimana della cultura fiumana, la tradizionale manifestazione promossa dalla nostra Comunità degli Italiani, in concomitanza con i festeggiamenti di S.Vito, è iniziata quest'anno con una mostra al Museo civico dedicata ad Erna Toncinich (unitamente alla sua allieva Daria Vlahov Horvat) e al Trentesimo anniversario della Sezione ceramisti "Romolo Venucci"- SAC Fratellanza. Come mai questo connubio? Per coloro che seguono l'attività della Comunità in genere risulta essere una domanda retorica ma forse qualche lettore lontano ignora che è stata proprio la prof. Erna Toncinich ad adoperarsi per avviare una nuova attività in seno alla società artistico culturale già citata e in genere presso la Comunità degli italiani. Non solo, ma come guida artistica, o "maestra" come preferiva essere chiamata, ha accompagnato il percorso del gruppo ceramisti da

allora, per oltre un ventennio, sino a qualche mese dalla Sua scomparsa, all'età di 81 anni. Ecco come lei stessa ha testimoniato la nascita della Sezione ceramisti nei due cataloghi pubblicati in occasione del Ventennale della medesima e dei Cinquant'anni di arti figurative, dando atto all'impegno del prof. Corrado Illiasich, presidente del sodalizio fiumano nella realizzazione del progetto: "Erano i primi mesi del 1988 quando in un piccolo vano, al terzo piano del bel palazzo Modello, dal 1946 "seconda casa" degli italiani di Fiume, viene sistemato un forno per la ceramica. È un acquisto che si fa con i mezzi messi a disposizione dal governo di Roma per il tramite dell'Unione degli Italiani dell'Istria e di Fiume e l'Università Popolare di Trieste". Ed il forno se ne sta li', grande, massiccio, di colore verde. Voluminoso, sebbene la cella di cottura sia piuttosto piccola". A quel punto lei affi-

da il gruppo di pittura a Gianfranco Miksa e si dedioca "anima e corpo" alla ceramica. L'attività vera e propria inizia ufficialmente il 9 dicembre 1988 ed è portata avanti da tredici ceramisti: Maria Humski, Maria Manzin, Zdenka Sušanj, Josip Sušanj, Anna Raimund, Arnaldo Raimund, Ingrid Sever, Alma Kovačić, Ludmila Ličen, Valnea Stepčić, Ingrid Čikeš, Maria Avramović Stanković, Bruna Vidotto. La loro prima mostra è datata luglio 1989, espongono manufatti in terracotta e la Voce del popolo (che seguirà e segue regolarmente l'attività) annota: "... è un saggio di creatività e abilità artigianale sorprendente, considerate le ore di lavoro che vi stanno dietro. Non più di cinquanta, distribuite in sei mesi ma evidentemente sfruttate in maniera encomiabile". L'avvio di detta attività amatoriale avviene in un contesto cittadino privo di tradizione in tal sen-

29

13


di svariato profilo professionale, di diversi interessi e attitudini? Probabilmente il collante è da attribuire alla passione per un'attività rivolta alla ricerca di nuovi metodi di lavorazione dell'argilla in un discorso aperto ancora a scoperte, soprese e soddisfazioni, al di là dell'amicizia o del fattore socializzante.

LE MOSTRE

so, quindi anche il rifornimento di materiale indispensabile avviene inizialmente con qualche difficoltà, alcune soluzioni di impronta prettamente tecnica sono una novità pure per la guida artistica che, però, vanta una profonda conoscenza dell'arte figurativa sicchè a questo punto diventa naturale la collaborazione con la ditta "ISA" di Mattuglie la quale importa materiali ceramici italiani e soprattutto con la titolare Ivna Safundžić; dapprima per il raku e in seguito per altre tecniche nella lavorazione ceramica. Collaborazione continuata nel tempo e che è diventata più stretta dopo il ritiro di Erna Toncinich. Da allora la guida artistica della Sezione ceramisti è proprio Ivna Safundžić, con la quale si festeggia il 30.esimo anniversario di proficua attività e presenza in seno alla Comunità degli italiani e non solo. È il caso di ricordare che i Ceramisti sono l'unico gruppo amatoriale (nel settore in questione) con ininterrotta attività a livello cittadino, regionale e anche nel contesto della minoranza nazionale italiana. E si merita il plauso del pubblico. 29

14

IL GRUPPO Dagli inizi ai giorni nostri 73 persone si sono avvicendate nel gruppo: alcune hanno continuato

la loro attività in altre sezioni della "Fratellanza", talune vi hanno rinunciato del tutto, altre ancora vi hanno confluito successivamente, l'unica che è rimasta dagli inizi è Bruna Vidotto, tuttora attiva. È affiancata da: Claudia Kostadina, Laura Keber, Katia Starčević, Irene Mestrovich, Edda Traven, Dorina Kopajtich, Maja Oreški, Bruna Biasiol, Tajana Matković, Gordana Grdinić, Nada Zlatić, Bruno Paladin, Dorian Mataija. Guida artistica: Ivna Safundžić Il numero di attivisti raggiunge l'apice nel 1993, "un anno - ricorda la prof. Toncinich nei cataloghi succitati - particolarmente ricco nell'attività espositiva, con mostre collettive o di gruppo ristretto. I ceramisti sono cresciuti di numero, sono trenta e aumentate sono anche le difficoltà in quanto si lavora in uno spazio troppo esiguo." Da anni il laboratorio della Sezione ceramisti si trova al quarto piano di palazzo Modello, in un appartamento ristrutturato all'uopo e che ospita pure il gruppo di disegno e pittura e quello di batik. L'appuntamento è settimanale: il gruppo si ritrova regolarmente il lunedi' ma all'occorrenza, soprattutto in vista di una mostra e secondo le necessità, gli appuntamenti sono più frequenti. Che cosa accomuna queste persone

Sono un bel numero , oltre duecento le esposizioni collettive allestite in Comunità, ma anche fuori sede, a cominciare da quella del 1998 nell'ambito dell'Ex tempore Mandracchio (Mandrač) di Volosca, dove i ceramisti in collaborazione con Ivna Safundžić, fanno una dimostrazione di cottura raku, iniziativa ripetuta lo stesso anno all'Ex Tempore di Grisignana, nel 2001, altra dimostrazione-mostra di cottura raku, nell'ambito della nota regata velica "Fiumanka" a Fiume, in collaborazione con i maestri Orlando Andrian e Claudio Gambalonga, dell'Istituto Statale d'Arte Ceramica di Este. Este- che vanta rapporti di gemellaggio con Fiume- è anche la sede che ha ospitato diverse esposizioni del gruppo, ivi compresi alcuni lavori alla Biennale del 2001 e alla Triennale del 2013. Tra le altre sedi da ricordare quelle presso le Comunità degli italiani di Dignano, Pirano, Rovigno, Laurana, Abbazia, poi a Buccari, Rukavac, Mučići, Viškovo, a Fiume: Filodrammatica, Galleria Garbas, Galleria Principij, alla Juraj Klović, al "Kortil", nelle vetrine del Municipio fiumano, tante per citare alcune sedi. All'estero, oltre alla già menzionata Este, i ceramisti hanno allestito mostre a Nove, noto centro veneto della ceramica, Fogliano Redipuglia, Ferrara, Trieste, Guastalla, Monfalcone. Il contatto con il pubblico non si esaurisce qui: va ricordata la collaborazione saltuaria con le scuole italiane della città; occasione che ha richiamato in Comunità alunni


delle prime quattro classi elementari di "Dolac", "Belvedere", "Gelsi". In quell'occasione Erna Toncinich rilasciò questa dichiarazione al quotidiano La Voce del popolo: "Lo scopo fondamentale di questi incontri, è avvicinare e coinvolgere i ragazzi nell'arte e nella creatività ceramica, far conoscere loro le tecniche più semplici di lavorazione, gli strumenti con cui si plasma l'argilla... Grazie alla collaborazione con i vertici della CI abbiamo realizzato questo progetto". All'epoca l'iniziativa suscitò entusiasmo e coinvolgimento da parte dei partecipanti ma poi ebbe scarso seguito, dovuto probabilmente ai numerosi impegni scolastici.

TEMI E TECNICHE In oltre duecento e passa mostre i ceramisti della "Romolo Venucci" hanno affrontato tanti e svariati soggetti tematici, dei quali vale ricordare soprattutto il tradizionale appuntamento in occasione della festa patronale della città e nell'ambito della "Settimana della cultura fiumana" organizzata dalla nostra Comunità. Affrontare alcuni temi equivale a riscoprire la città natia, la sua storia, cercando ispirazione soprattutto tra le vie del centro: ecco quindi che con varie tecniche usate i ceramisti hanno offerto al pubblico lavori intitolati Architetture fiumane, Arte nella nostra cattedrale,

Facciate dei palazzi fiumani, I tredici testimoni di Adamich, Crocifissi, Il moretto fiumano, la Torre civica attraverso il tempo, Fiumaneschi motivi, Ferri battuti a Fiume, Vasi e ciotole dell'epoca romana con Terre sigillate e via dicendo. Altre mostre sono state intitolate Bottiglie, Intrecci, Due mostre in uno spazio, Ceramiche in raku, Il caffè è servito, Forme organiche, Tic Tac, Graffiti, Mishima, In cucina, Nel blu dipinto di blu, Piccole ceramiche tricolore, Mascherine, Black and White, Terre e spaghi, Variopinte uova pasquali, Dedicata alla festa della Donna, Colori colori, Ceramica al centro tavola e sono titoli dai quali si evince la varietà dell'attività fatta. Un appuntamento da ricordare, avviato nel 1992 e diventato tradizionale, è quello di fine anno denominato "Mercatino di Natale", oggettistica da regalo messa in vendita a scopo benefico, il cui ricavato va devoluto a enti quali il Centro di assistenza alle vittime della violenza in famiglia, all'orfanotrofio di Fiume e di Laurana e altri ancora, ogni anno un ente o gruppo diverso. Oltre ai titoli, la varietà si riferisce pure alle tecniche di lavorazione, dalle semplici terracotte degli inizi (argilla cotta al forno, priva di smalti e quindi con la colorazione naturale della materia prima),

all'intaglio, all'intarsio, all'incisione, alla marmorizzazione, al graffito, al lavoro a riserva, a stampino, a mascherina, ad ingobbio, a smalto, con colori sottovernice e sopravernice, le terre sigillate per arrivare alla fase più recente al raku e ai suoi vari metodi, sempre aperti a nuove sperimentazioni: raku dolce, raku nudo, raku americano o saggar. Tecniche queste che richiedono di espletare la fase conclusiva del lavoro all'aperto a causa delle esalazioni di ossidi e altro materiale che bruciano naturalmente in appositi contenitori.

MOSTRE PERSONALI Alcune ceramiste - in questo caso prevale la quota rosa - si sono presentate al pubblico con mostre personali, allestite prevalentemente in sede, da sole come Bruna Vidotto o in coppia con una collega e sono Caterina Starčević, Claudia Kostadina, Emilia Car, Irene Mestrovich e Edda Traven, Nada Kastrevc, Romidia Andričević e Thea Turina. Claudia Kostadina e Nada Kastrevc hanno esposto nel Padiglione d'arte di Abbazia, mentre Irene Mestrovich e Bruna Vidotto hanno esposto insieme nella Sala mostre della Comunità di Fiume e successivamente alla Comunità degli Italiani di Umago. Diverse ceramiste hanno partecipato più di una volta all'Ex tempore internazionale della ceramica di Pirano e altre con una certa frequenza al Concorso d'Arte e di Cultura Istra Nobilissima ottenendo lusinghieri successi: Bruna Vidotto è la più premiata con due Primi premi, un Secondo premio, una menzione onorevole, Claudia Kostadina un Secondo premio e una menzione onorevole, Edda Traven un Secondo premio e una menzione onorevole, Irene Mestrovich due menzioni onorevoli, poi una menzione onorevole a ciascuna Katia Starčević, Emilia Car, Nada Kastrevc, Maria Humski.

29

15


Giacomo Scotti: i novanta anni di un poeta • di Gianfranco Miksa

Il più fiumano di tutti i fiumani

29

16

La Comunità degli Italiani di Fiume, in occasione della Settimana della cultura fiumana di quest’anno – che si articola dal 9 al 17 giugno – dedica una giornata al poeta, narratore, saggista, storico, traduttore letterario giornalista Giacomo Scotti alla soglia di 90 anni di vita e 70 di "produzione letteraria". Un "particolare" che lo pone fra i più eminenti scrittori della comunità italiana in Croazia e Slovenia. Abbiamo perciò voluto intervistarlo, cominciando da una "scontata" domanda sui motivi e lecircostanze che nel lontano 1947 lo portarono nelle nostre terre, stabilendosi a Fiume. "Perché e come giunsi in Istria e a Fiume, nell’autunno del 1947, l’ho scritto nell’autobiografia ‘Per caso e per passione’ edita a Trieste nel 2013. Vi si legge che rimasi orfano di madre all’età di due anni, che persi mio padre all’età di dodici. Ero il penultimo di nove figli dei quali quattro sposati. Alla fine di marzo

del 1941, mio fratello sottufficiale della Marina da guerra – con base a Pola – perì nelle acque greche di Capo Matapan con l’incrociatore ‘Zara’. Sua moglie e due figli di sei e due anni lasciarono il capoluogo istriano e furono accolti nella nostra casa a Saviano presso Napoli. Qui, dai miei nipotini poco più piccoli di me imparai la prima canzoncina istriana: ‘El mi marì xe bon, el xe tre volte bon, soltanto la domenega el me onze col baston’. Prima e durante la guerra, ogni volta che veniva in licenza, mio fratello marinaio ci parlava dell’Arena di Pola e dell’Istria. Nove mesi dopo la scomparsa in mare del figlio, papà morì di crepacuore per la sua perdita. Ci fece da padre un fratello celibe, geometra. Nel settembre 1943, all’età di 28 anni, anche lui ci fu strappato. Rastrellato e deportato dai tedeschi in ritirata, non fece più ritorno. In casa restammo cinque bambini orfani, una ragazza adulta e la ve-

dova che ci faceva da madre. Io lasciai il ginnasio superiore appena terminato per aiutare la famiglia: presi a lavorare come mascotte in un battaglione scozzese nelle retrovie del fronte e anche dopo la guerra. Nell’estate del ‘47 – svestita l’uniforme – raggiunsi dapprima Monfalcone, dove feci un mese di carcere per ‘passaggio illegale del confine’ del TLT, ma fui liberato il 15 settembre con la partenza degli angloamericani e l’arrivo dei bersaglieri. Poi ci fu la calamita di Pola, i1 desiderio di scoprire i luoghi raccontati dalla vedova di mio fratello e dai suoi figli. Seguirono peripezie che mi portarono varcare il confine non ancora ben tracciato. Trascorsi due mesi in una ‘base di emigranti italiani’ presso Vipacco, mi mandarono a Pola, di là passai a Fiume". Come si trovò a Fiume e come s’inserì nella vita sociale? "Intanto conobbi le coste dell’Istria, perché da Pola – dove ero arrivato da Lubiana – approdai a Fiume dopo aver viaggiato su una nave ex moto peschereccio. Non c’erano ancora linee di bus. Giunsi portando in tasca una ‘raccomandazione’ dello scrittore Eros Sequi, allora segretario generale dell’Unione degli Italiani con sede nella città dell’Arena. Sequi mi disse che a Fiume mi attendeva il lavoro di correttore di bozze nella tipografia de ‘La Voce del Popolo’. Non sapevo neppure il significato di correttore. A Fiume, poi, vivendo senza famiglia, senza conoscenti né amici, li cercai fra i compagni di lavoro e fra gli altri connazionali che frequenta-


vano il Circolo Italiano di Cultura. Allora in città erano rimasti ancora poco più di trentamila italiani dei sessantamila di prima. E molti si accingevano già a lasciare la loro città avvolta nella penuria e nella malinconia. In quei tempi c’era penuria di tutto, dall’ago per cucire al pane. Si viveva con le carte annonarie, io vivevo in una ‘casa collettiva’ e mi nutrivo nelle mense operaie. Abbondavano però sale da ballo, aperte a tutti. Scelsi di frequentare la nostra al Palazzo Modello, dove mi sentivo a mio agio specie nei giorni di sabato, la sera. Erano giorni di bora, mancavano cinque giorni al Natale, quando ballai per la prima volta con una fiumana di nome Grazia. A un tratto l’orchestrina, con un rullo di tamburi annunciò che era arrivato il momento in cui le donne sceglievano i partner. Io che non avevo avuto il coraggio, fino a quel momento, di invitare qualche ragazza, fui invitato da una biondina bella ma alta. Quando mi alzai dalla sedia in un angolo, lei si accorse che ero piccolo di statura, le arrivavo con la testa, fino alla spalla. ‘Mi scuso per l’altezza’ le dissi. Bastò il mio accento napoletano per impietosirla. Ballammo fino all’alba, diventammo amici, ma dopo qualche

mese anche lei lasciò Fiume. Restai con il resto dei resti. Sarei diventato più fiumano di tanti fiumani e sono ancora qua, fiumanissimo per rabbia e per amore ma anche e ancora napoletano". Come passò da correttore di bozze a giornalista e scrittore? "Restai nel ‘bunker’ della tipografia per tre mesi. Nel marzo del ‘48, apprezzando un mio racconto apparso sul Giornale murale dell’azienda – accessibile a tutti, dal direttore alla donna di pulizia –, i1 caporedattore Erio Franchi, peraltro una penna brillante, mi promosse giornalista. Cominciai allora a dedicarmi anche alla poesia, alla narrativa e ad altre forme letterarie, cominciò una mia nuova vita". Torniamo alla Comunità degli Italiani allora Circolo italiano di cultura. Che ricordi conserva degli anni successivi a quel suo primo contatto...danzante? In che cosa si adoperò politicamente e culturalmente per promuovere la Comunità? "Intanto, ne sono stato sempre socio e attivista, nel campo culturale e raramente sul piano politico. Dopo la costituzione dell’Unione Italiana e la trasformazione dei cir-

coli di cultura in Comunità degli Italiani, grazie all’affetto dei connazionali di Fiume e al voto, ho fatto parte quasi ininterrottamente di tutte le assemblee della Comunità fiumana e di quelle dell’Unione. In seno all’organizzazione apicale che ci riunisce tutti, da Capodistria a Fiume, sono stato anche vicepresidente. Sono stato poi presidente della Commissione culturale per diversi mandati, infine, uno dei promotori e presidente del Cenacolo degli operatori culturali. Sono stato attivo nel Consiglio della minoranza italiana a Fiume per la Regione litoranea-montana. Ho promosso a Fiume la posa delle lapidi a ricordo di Irma Grammatica e di Marisa Madieri. Ho sostenuto e sostengo con fermezza – e non solo con la mia partecipazione quasi ininterrotta in ogni settore della letteratura – la promozione del Concorso d’Arte e Cultura ‘Istria Nobilissima’, fiore all’occhiello della Piccola Italia. Attraverso quel concorso, che ha oltrepassato il mezzo secolo, sono saliti alla ribalta anche molti poeti, scrittori, drammaturgi, saggisti, artisti, musicisti e giornalisti fiumani, da Bruno Paladin a Laura Marchig, da Alessandro Damiani a Dario Saftich e tanti altri".

29

Fiume, 1961, il ministro Ernesto Che Guevara. Ultimo a destra, Giacomo Scotti

17


29

18

Qual è il momento legato alla CI di Fiume che ricorda con maggiore entusiasmo? E quello, invece, meno bello? "Non ce la faccio a scegliere tra tanti eventi, tristi e felici, che hanno contrassegnato settanta e più anni della mia vita. Potrei ricordare la commozione provata il 3 maggio 1972 quando, insieme al grande pittore Romolo Venucci, mi fu consegnato il Premio Città di Fiume come scrittore e poeta. Due italiani si abbracciarono di fronte al pubblico. Eravamo ambedue piccoli di statura ma felici. Ricorderò pure la gioia degli assidui frequentatori della casa degli italiani – Palazzo Modello – di incontrare i poeti italiani che ogni anno, negli Incontri fra le due sponde da me organizzati per alcuni lustri di seguito in questo nuovo Millennio, e la commozione degli ospiti dallo Stivale di conoscere i poeti connazionali e croati di Fiume. Ricorderò il calore umano da cui fui circondato ogni volta che presentai al ‘Circolo’ i miei libri o recitai i miei versi in occasione dì vari anniversari, tappe della mia vita. Mi rattrista soltanto, l’assenza di amici e colleghi via via scomparsi negli anni, dei cui volti ricordo il sorriso, la cortesia o il rigore: Nini Barbalich, Bruno Picco, Ettore Mazzieri, Paolo Lettis, Diego Brumini, Erna Toncinich e altri, insieme ai quali, ho percorso una

vita da romanzo. Andrebbero fatti pure i nomi di quelli che – più di me impegnati politicamente nella ricca complessa e travagliata storia della CI di Fiume – la protessero nei momenti di pericolo, ne difesero l’identità e la storia: Arminio Schacherl, Corrado Illiasich, Aldo Bressan, Maria Schiavato, Fulvio Kriso, Ferruccio Glavina, Luciano Giuricin e tanti ancora che aiutarono i connazionali a ‘uscire dalle catacombe’ come scrissi nel 2006 nelle pagine di ‘Italiani a Fiume’". Ha parlato di una vita da romanzo. Perché? "Mettendo la mano alla valigia dei ricordi, in ‘Per caso e per passione’ racconto la mia avventura nell’ex Jugoslavia: tre matrimoni, un piccolo gregge di figli, un’altra volta il carcere, licenziamenti e riassunzioni, fino alla scelta fatta liberamente di vivere da libero scrittore e libero cittadino. Durante e dopo la guerra intestina nell’ex Jugoslavia, fondai associazioni pacifiste e umanitarie; con il lasciapassare dell’Unprofor viaggiai da una regione all’altra affrontando i pericoli, guidando i volontari italiani che portavano aiuti ai profughi e alle vittime del conflitto. Nel contesto non dimenticai i nostri connazionali. Molti di loro, i meno abbienti, ricevettero aiuti in viveri, in vestiario e in altre forme attraverso un magazzino messo in piedi nell’ex Via dell’Acquedotto.

Nella scelta dei beneficiari e nella distribuzione degli aiuti faceva da tramite la Comunità degli Italiani di Fiume. Fu allora che vissi alcuni dei momenti più commoventi della mia vita. Di questo fornisco testimonianze nel volume diario del 1991-2014 ‘Terre di guerre e viaggi di pace’ edito a Roma nel 2015, sottotitolo ‘Con lo zaino in spalla nei paesi insanguinati della Slavia del Sud’. Già prima, avevo viaggiato in lungo e in largo incontrando statisti di mezzo mondo da Che Guevara a Ho Chi Mihh, scrittori, artisti e altri uomini illustri ricordati nel libro ‘Viaggi e personaggi nel paese che non c’è più’, pubblicato quest’anno a Riga in Lettonia per le Edizioni Accademie Italiane. Nel corso dell’intera vita trascorsa come giornalista, scrittore, traduttore e critico letterario mi sono sempre impegnato per avvicinare le due sponde dell’Adriatico e in genere i popoli italiano e della Slavia meridionale affinché, dopo essere stati divisi dalle dolorose vicende del Novecento, si parlassero e si conoscessero meglio nel bene. Lo dice, sia pure con altre parole, la motivazione dell’onorificenza Ordine della Stella della Solidarietà Italiana con il titolo di Commendatore, concessami dal presidente della Repubblica italiana nell’ottobre del 2006". Lei è l’unico autore ancora vivente della prima generazione di scrittori e poeti della Comunità italiana del secondo dopoguerra. Come si sente? "Mi sento bene, anche se solo. Di quella generazione, tuttavia, vive ancora Sergio Turconi. È qui, a Fiume, anche se da tempo silenzioso e, purtroppo dimenticato, inchiodato al letto. Il primo della classe fu l’indimenticabile Alessandro Damiani. Il sottoscritto è l’unico a tenere ancora in mano la penna. E sono anche l’unico a, riprodurre i manoscritti usando la macchina da scrivere e non il computer. In quest’ultimo scorcio di vita le mie prose e poe-


sie ondeggiano fra la gioia di essere nonno e bisnonno e la malinconia di una navigazione arrivata in vista dell’inevitabile ultimo approdo". Ha qualche nostalgia del passato? "Del mio passato, contrassegnato da momenti felici e da parentesi dolorose, ho solo nostalgia delle luci, degli amori, dei volti, degli amici, amati e scomparsi. Molti succhiano la terra a Cosala. Sono contento comunque – e questo mi conforta mentre procedo sull’ultima rotta della vita – di aver dedicato alla scrittura gran parte dell’esistenza. Dieci anni fa, nel giorno in cui a Zagabria la Società croata degli scrittori festeggiò i miei ottant’anni compiuti, presenti l’ambasciatore d’Italia e il deputato al Parlamento croato, Furio Radin, quest’ultimo tenne un discorso, per me commovente, del quale ricordo queste parole: ‘Scotti è un’icona della cultura della Comunità Nazionale Italiana, e voglio ringraziarlo per aver contribuito a diffondere la nostra realtà’. Lo ringrazio per quelle parole. Allora avevo i capelli grigio-castani, oggi sono bianchi come la neve. Segno che la mia nave si avvicina rapidamente alle secche, sventolando la bandiera arcobaleno etnico e linguistico familiare. La nostalgia? Sì, è quella dei banchi di scuola sui quali scrissi i primi ingenui versi. Per i quali ricevetti una leggera carezza della professoressa di italiano e latino nel primo anno del Ginna-

sio inferiore. Lo frequentavo a Nola, la patria di Giorno Bruno". Dovendo definirsi in poche parole che direbbe? "Ripeterei quello che su un giornale dello Stivale, scrisse Fulvio Fania nel ‘cappello’ a un’intervista da me concessagli e apparsa il 7 giugno 2003: ‘Con Giacomo Scotti la storia diventa racconto, la cultura poesia, la politica passione’. All’epoca le mie opere di poesia, narrativa, saggistica e di altro genere da me pubblicate superavano abbondantemente il centinaio. Negli ultimi quindici anni ne sono uscite altre trenta". Una produzione immensa! "Sono molte è vero. Il compianto scrittore rovignese Antonio Pellizzer mi definì ‘vulcanico’. I miei libri sono frutto di un uomo che ha sempre fretta e non si concede riposo. Sono vissuto, e questo bello, scrivendo la vita, raccontandola in versi e in prosa: la mia vita e quella che mi circonda. Scrivendo di me su ‘La Voce del Popolo’ del 1.mo dicembre 2003, nel giorno del mio settantacinquesimo compleanno l’indimenticabile e raffinata poetessa istriana Vlada Acquavita scrisse: ‘Se all’opera omnia di Giacomo Scotti si dovesse dare un titolo, credo che il più adeguato sarebbe quello da lui scelto per la silloge ‘In viaggio la vita’. La letteratura sembra, infatti, essere per lui una quotidiana attività, fertile e ininterrotta’. Aperto a tutti i ‘diversi’; sono vissuto da italiano con e spesso per i connazionali

istro-quarnerini. E l’intera mia produzione letteraria si è nutrita della loro esistenza e resistenza, del loro sforzo per sopravvivere, per conservare lingua e cultura, e sviluppare con esse la propria identità. La mia scrittura, oltretutto, è testimonianza delle tormentate vicende di queste terre di mezzo e di un tempo che, nel mio caso, è durato oltre sette decenni. All’inizio di questo secondo Millennio, in veste di presidente del Cenacolo operatori culturali della Piccola Italia ad est di Trieste, ritenni (e lo scrissi) che la cultura in genere e la letteratura in particolare sono il più sicuro investimento per la fecondità del nostro futuro. Non so quanto dì quel che ho scritto nei libri resterà, ma fosse pure un granello, contribuisce alla fioritura dei nostri prati in ogni stagione. Tutti i nostri connazionali, donne e uomini di cultura – scrittori, poeti, drammaturghi, saggisti, giornalisti, pittori, musicisti, compositori, attori, docenti universitari e studiosi d’ogni genere – sono il fiore all’occhiello del nostro popolo minoritario e la garanzia della sopravvivenza della nostra comunità nazionale". Concludiamo con una domanda sul nostro sodalizio. Che cosa rappresenta per lei la Comunità degli Italiani? "È stata e fin che vivrò sarà la mia seconda casa. Perché è la casa dei mie fratelli italiani. È sempre stata aperta a tutti coloro che si sentono italiani e a coloro che agli italiani vogliono bene. Ogni volta che, arrivando da Gornja Vežica, scendo dal bus alla fermata Palazzo Modello, automaticamente volgo in alto lo sguardo al balcone dal quale sventola il tricolore bianco-rosso-verde fra le bandiere europea e croata. Quando giunsi a Fiume su quel nostro vessillo c’era la Stella rossa partigiana, ora non c’è più, ma è sempre bello quel tricolore".

29

19


Carnevale con brio 2018 • di Rosi Gasparini

Il divertimento è d’obbligo

29

20

Il Carnevale è una delle tradizioni più amate e più celebrate dai fiumani.Travestimenti fantasiosi, costumi stravaganti, veglioni mascherati e balli scatenati. Brio, stelle filanti, coriandoli, il tutto condito da tanta allegria. Nel periodo di Carnevale il divertimento è d’obbligo come le "fritole", i "crostoli" e il "vin brulé"C’è stato un tempo, nel secondo dopoguerra, che a Fiume era proibito mascherarsi. Chi scrive ricorda però che malgrado ciò niente e nessuno poteva impedire a mamme, nonne e zie di mascherare i bambini cucendo loro in casa magnifici

costumi ricchi di colori e lustrini e di accompagnarli, al riparo da occhi indiscreti, a "farse veder" da parenti e amici. "Chi ti son bela maschereta?" Ah, i ricordi! Allentatasi la morsa delle prescrizioni, l’allora Circolo Italiano di Cultura è stato il primo a ripristinare le feste di Carnevale per grandi e piccini. Si può ben dire, senza paura di smentita, che in quegli anni tutta Fiume ha ballato in maschera a Palazzo Modello. I veglioni mascherati hanno sempre fatto la gioia dei buontemponi fiumani. Anche oggi che le file dei vecchi fiumani in vena di mascherarsi si sono

purtroppo assottigliate, soprattutto tra gli aficionados dell’ala sotto lo specchio alla CI, il divertimento non manca. Il brio è stato trasmesso dalle vecchie alle nuove generazioni e il divertimento è assicurato.

Balli mascherati per grandi e piccini Si registra pure il ritorno in buon numero di frugoletti ai pomeriggi danzanti in maschera. Un tanto in rapporto agli anni in cui non essendoci in città altri balli mascherati per bambini il salone delle feste di Palazzo Modello era affollato fino all’inverosimie. Allora


l’unica concorrenza, se così si può dire, era rappresentata dai pomeriggi in maschera organizzati dal Lumber Club di Abbazia all’albergo Quarnero. Oggi a Fiume i balli in maschera per l’infanzia si svolgono un po’ dappertutto ma per i connazionali il Carnevale dei bambini per antonomasia è quello alla Comunità degli Italiani. I veglioni mascherati per adulti attirano oggi come ieri i fiumani vogliosi di lasciarsi trascinare in allegria a celebrare il Carnevale a Palazzo Modello. Sul podio si sono alternate anche famose orchestre e eccezionali solisti ma pure in tempi di magra indiavolate orchestrine forse non sempre popolari ma musicalmente altrettanto valide hanno accompagnato le maschere in sfrenati balli fino alle ore piccole.

Il gruppo carnascialesco "Circolo" Negli anni Novanta del secolo scorso alla CI si è costituita la Compagnia carnascialesca "Circolo" che puntualmente partecipa alla grande Sfilata internazionale del Carnevale fiumano. L’esordio è avvenuto in concomitanza con la chiusura del

bagno "Riviera" a Cantrida. Il motto era "Tutti al mare". I partecipanti vestivano costumi da bagno Anni Venti e il carro allegorico rappresentava un pescecane che aveva inghiottito il "Riviera" tanto caro ai fiumani. Sfortuna ha voluto che la giornata fosse caratterizzata da pioggia e nevischio sicchè i colori del pescecane gocciolavano essendo la tinta in tempera mentre le maschere sfilando per il Corso, incuranti del maltempo, continuavano a cantare spensierate "O sole mio". La Compagnia "Circolo" è nota per l’azzeccata scelta dei costumi e il messaggio che comunica sicchè le sono valsi molti successi e inviti di partecipazione ad altri carnevali alcuni anche all’estero come ad esempio quello di Lignano Sabbiadoro per due anni consecutivi. Dal 1991 ai buontemponi fiumani si è accodato il gruppo carnascialesco della città veneta di Este che sfila anch’esso sotto la bandiera del "Circolo". La Compagnia carnascialesca del sodalizio fiumano, composta da attivisti, studenti della SMSI e amici di Este, sceglie ogni anno una ma-

schera simbolica alle volte anche di forte critica del momento politico e sociale. Il carro allegorico spiega il mascheramento ed è sempre originale grazie ad un gruppo di volontari che lo allestiscono con buona lena.

Calimero, il pulcino nero Quest’anno la maschera scelta per la grande sfilata internazionale è stata quella di Calimero, il pulcino nero. Era un’allegoria di denuncia della fuga all’estero dei giovani della Croazia verso gli altri stati europei che offrono migliori condizioni di vita. E infatti anche calimero aveva sulle spalle il suo bravo zainetto pronto a partire verso altri lidi. Il carro allegorico era provvisto di segnali stradali che indicavano le varie direzioni di fuga. L’ultimo sabato di Carnevale a Palazzo Modello si svolge il grande veglione mascherato intitolato "Con Este in allegria" con tanto di ricca lotteria. Primo premio un bel e buon prosciutto offerto dagli amici veneti. La domenica, dopo la sfilata, maschere e spettatori si ritrovano alla Comunità degli Italiani per un ultimo giro di valzer e il commiato.

29

21


Minicantanti alla ribalta: 53sima edizione

Coccoli, ma anche bravi!

29

22

Salone delle Feste gremito, sabato 26 maggio u.s., in occasione della 53sima edizione della rassegna "Voci Nostre", il festival dei nostri minicantanti. Mamme e nonne, zie e fratelli e sorelle; ma anche qualche papà. Preparati da Sanjin e Martina Sanković (nipote, è bene ricordarlo, di quell'Ettore Mazzieri che per il "Circolo", e non solo per esso, ha speso la propria esistenza), sul podio del Salone si sono avvicendati ben 23 solisti i quali, allorché non era il loro turno ce la davano tutta da... coristi. Si sono quindi sentite altrettante canzoni; alcune, note in quanto successi di varie edizioni della fortunata manifestazione italiana "Lo Zecchino d'Oro" e del festival comunitario "Voci nostre"; altre, altrettanto famose e che accompa-

gnarono l'infanzia dei nonni di chi le cantava. Ci riferiamo a "Papaveri e papere", che a Sanremo nel 1952 si classificò seconda dietro a "Vola colomba", entrambe cantate da Nilla Pizzi. Una curiosità: questa fu la prima canzone, tra quelle composte per la rassegna canora ligure, che sarà tradotta e cantata dal più grande cantante dell'epoca, Bing Crosby. A ruota, la incideranno altri grandi: Eddie Constantine, Yves Montand, addirittura il tenore Beniamino Gigli. Un secondo brano caro a chi era bambino negli anni Cinquanta, pur'esso scritto per Sanremo, era "La casetta in Canadà", portata ai vertici delle vendite da Gino Latilla e Carla Boni, mentre in Francia la fece conoscere Dalida. Sempre, per la gioia dei... bambini di una volta, padre e figlia Sanković, hanno messo in repertorio anche "Basta un poco di

zucchero" dal film "Mary Poppins". Insomma, gli ideatori della manifestazione hanno pensato bene di far contenti anche i genitori e soprattutto i genitori dei genitori dei dolcissimi minicantanti, con brani musicali oltremodo famigliari. Matilda Vassalli e Alice Tabellini, con naturalezza e una puntina di vezzosità hanno svolto il compito di presentatrici. Ovviamente, non poteva mancare l'intermezzo brillante con Silvano Bontempo e Renzo Chiepolo, nei panni delle creature del summenzionato Mazzieri, Carleto e Franzelin.


Elvia Nacinovich dopo 40 anni si prende una pausa • di S. D.

"Attrice dall'istinto raffinato"

Dopo oltre quarant'anni di palcoscenico, Elvia Nacinovich lascia... Lascia che? Un attore non può "lasciare" alcunché, non deve lasciare alcunché. Quand'anche lo volesse, non gli è consentito. Perché quando si ha un dono, esso appartiene a tutti, non solo al... miracolato. Il dono dell'attore è quello

di suscitare emozioni, sentimenti, risvegliare ricordi, far sognare chi lo sta a guardare. E più l'attore è bravo, più le emozioni, i sentimenti, i ricordi, i sogni che ha contribuito a risvegliare/scatenare nello spettatore lo portano, indipendentemente dal fatto se sia o meno consapevole, ad averci un debito. Insomma, siamo all'adagio toscano: "Hai voluto la bicicletta? Pedala!". Chi ha mai visto che un poeta vada in pensione?! E l'attore è il poeta della scena, colui che dà corpo alle parole scritte, un corpo con l'anima. Dice Nino Mangano: "Entrava in scena e diventava la commedia, lafarsa, la tragedia, con precisione e aderenza, frutto di preparazione costante e di istinto raffinato". Mangano, con Elvia ha fatto una quindicina di spettacoli; drammi, commedie, farse. Nessuno meglio di lui l'ha conosciuta e sapeva cosa chiederle e quanto poteva ricevere in cambio. Mi vengono in mente due titoli su tutti gli altri: "Maria Stuarda" di Da-

cia Maraini e "Così è (se vi pare)" di Luigi Pirandello. Spettacoli e "prova d'attore" di Elvia che il Dramma Italiano, se avesse pubblico, dovrebbe riproporre ogni anno. Come dovrebbe, in futuro, pensare ad utilizzarla, ma da protagonista assoluta, di almeno uno spettacolo a stagione. Se non avessimo

incontrato il muro degli aventi i diritti d'autore di "Chi ha paura di Virginia Woolf ", di Edward Albee, avremmo visto Elvia nei panni di Marthe; sono convinto che avrebbe fatto "sbrego". Ma ci sono anche altri titoli, fatti apposta per lei. Ne citerò due soltanto: "Madre Coraggio e i suoi figli" di Bertolt Brecht e "La professione della signora Warren", di George Bernard Shaw. E ci fermiamo qui, perché di Elvia Nacinovich avremo modo di scrivere e parlare per un bel po' di anni...

29

Bruno ed Elvia, coppia nella vita, coppia sulla scena

23


Dramma Italiano: "Miscellanea"

Omaggio a Nelida Milani

"L'incontro", "Madre", "Uno e trino" e "Vinicio": sono i quattro racconti brevi di Nelida Milani che il regista Mario Brandolin ha scelto per portare alla conoscenza della platea del Dramma italiano. E lo ha fatto intervenendo minimamente sul materiale letterario. Non, dunque, "riduzione" in senso classico, ma – anzi – pieno rispetto della parola milaniana. Ne è uscito uno spettacolo gradevole che, peraltro,

ci ha offerto l'occasione in poco più di un'ora di ammirare la semplicità con cui la Scrittrice passa da un genere all'altro, e la capacità di delineare i caratteri dei personaggi senza inutili arzigogoli. Spesso il letterato, anche il migliore, alla prova della materializzazione dei suoi personaggi, perde in tema di peso, di credibilità. Milani, no. L'efficacia dei suoi uomini, delle sue donne – passioni, sentimenti – non si "fer-

29

Elvia Nacinovich e Lucio Slama

24

Il regista Mario Brandolin

mano" sulla carta, non ne rimangono prigionieri, ma al contrario, ovviamente se sorretti da chi ne veste i panni in scena, si stampano nella memoria dello spettatore, com'è il caso del personaggio di Marta nel monologo interiore (da Brandolin fatto diventare, sebbene in minima parte, diaogo), che Elvia Nacinovich rende di una carnalità impressionante, tra riflessione, ricordo rivisitazione del passato.


Edit: "La Battana" • di Kristina Blecich

Un ritorno ai valori della vita È uscito dalle stampe il nuovo numero della rivista trimestrale dell’EDIT "La battana". Si presenta come una sorta di omaggio ai valori della vita l’edizione gennaio/marzo 2018 de "La battana", la rivista trimestrale di cultura pubblicata dall’EDIT, che raccoglie i contributi di scrittori e intellettuali italiani, ma non solo, intorno a un’ampia gamma di temi letterari e culturali in genere legati alla realtà del contemporaneo, come pure al vastissimo e incredibile serbatoio della vita. Come scritto nella premessa dalla caporedattrice Corinna Gerbaz Giuliano, il panorama culturale del XXI secolo sembra essere in perfetta sintonia con il ritmo frettoloso che contraddistingue quest’epoca. La cultura moderna è in gran parte orientata allo sviluppo scientifico, all’informazione e all’informatizzazione e l’immagine di uomo che ne deriva è un soggetto che si misura, in particolare, con valori di tipo consumistico. La società odierna ha creato un’immagine di uomo fortemente individualizzata, che si rapporta con una scala di valori mutata. Il più delle volte veniamo letteralmente catapultati nel vortice dell’esistenza, proiettati verso il futuro, e rischiamo di perdere di vista i valori che determinano la nostra vita. Il presente numero ci porta a riflettere sulla nostra esistenza, a ripensare ancora una volta ai valori della tradizione letteraria, alla filosofia, alla musica e via dicendo.

Saggi Articolato tra saggi e recensioni, il numero 207 offre questa volta un angolo dedicato alla musica. La sezione "Saggi" si apre con il contributo di Corinna Gerbaz Giuliano e Stella Đurić dal titolo "Il periodo dell’esodo quarnerino: la produzione letteraria di Paolo Santarcangeli e Marisa Madieri a confronto". Il saggio è tratto dalla tesi di laurea magistrale in Lingua e letteratura italiana redatta dalla dott.ssa Stella Đurić sotto la guida della prof.ssa Corinna Gerbaz Giuliano, docente di Letteratura italiana presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Fiume, presentata lo scorso settembre. La ricerca ha voluto ripercorrere, attraverso l’analisi di alcuni testi campione,

le esperienze letterarie di due rappresentanti della letteratura dell’esilio, Paolo Santarcangeli e Marisa Madieri. Entrambi nascono e si formano nella città di Fiume, sono costretti ad abbandonarla, vivono il trauma dell’esodo, lo elaborano e scelgono la pratica scrittoria per farlo. I due autori rientrano in quella che Bruno Maier definisce la "linea liburnica", tra cui spiccano altri nomi di autori fiumani illustri come Enrico Morovich, Garibaldo Marussi, Gino Brazzoduro, Oliviero Honoré Bianchi di Abbazia, Franco Vegliani, Diego Zandel e altri. La "linea liburnica" non potrebbe chiamarsi tale se non venissero ricordati i numerosi intellettuali provenienti da altre discipline che l’hanno promossa, tra cui Gemma Harasim, Enrico Burich, Mario Angheben, Ladislao Mittner, Leo Valiani, Giovanni Flezzer e Mario Dassovich. Le testimonianze letterarie di Madieri e Santarcangeli si evolvono partendo dal terreno comune della memoria. Ambedue gli scrittori narrano le loro esperienze autobiografiche dalla prospettiva di autore / autrice appartenente alla cosiddetta "letteratura dell’esodo". Nell’ambito del lavoro di ricerca si è cercato di rinsaldare il nesso inossidabile con il passato, necessario per affrontare il presente e il futuro. In particolare, le due autrici si sono prefissate di indagare il terreno entro il quale la memoria assume un ruolo sostanziale. Il secondo contributo dal titolo "L’immagine dell’uomo nella

29

25


cultura dell’individualismo espressivo" è stato scritto da Ivana Dedinska, una giovane dottoranda slovacca che vive in Sardegna. L’autrice ha voluto fornire alcune chiavi di lettura per affrontare l’analisi delle tappe dell’esistenza umana. Nella parte introduttiva, la ricercatrice slovacca sottolinea che l’analisi verterà su alcune "immagini diverse dell’uomo contemporaneo filtrate attraverso i concetti di individualismo, narcisismo e consumismo. I punti nodali dell’indagine si concretizzeranno sui concetti di famiglia e lavoro". La sezione dedicata alla musica propone un contributo del Maestro Adriano Bassi dal titolo Ricordando Pietro Mascagni, incentrato sulla vita e sulla produzione del famoso compositore e direttore d’orchestra.

Recensioni In chiusura, la rivista contiene tre recensioni. La prima, scritta da Martina Sanković Ivančić, ci riporta al pluripremiato film del regista Marco Tullio Giordana, "La meglio gioventù", premiato al Festival di Cannes nel 2003 e vincitore di sei David di Donatello e sei Nastri d’argento. Il titolo della pellicola, che racconta la trasformazione dell’Italia in una società moderna di consumo, è ispirato a una raccolta di poesie di Pier Paolo Pasolini.

Segue la dettagliata analisi di Enzo Santese sull’opera dell’intellettuale Juan Octavio Prenz, "Solo gli alberi hanno radici", edito dalla casa editrice La Nave di Teseo nel 2017. In conclusione, Silvia Bon presenta una recensione del libro di Giacomo Scotti, "La prima donna rossa istriana. Vita, opera politica e letteraria di Giuseppina Martinuzzi", Vita Activa, Trieste 2017. La protagonista dell’opera, Giuseppina Martinuzzi, è stata la prima donna convintamente e consapevolmente socialista e comunista dell’Istria. La scelta di diventare attivista a tempo pieno degli ideali di un socialismo umanitario, e, dopo il 1921, di un comunismo internazionalista, è una scelta della maturità della Martinuzzi: aveva poco più di cinquant’anni quando decide di abbracciare la fede socialista, dopo aver affrontato la lettura e il confronto intellettuale con le opere di Marx e di Engels. Il libro di Scotti costituisce senza ombra di dubbio una possibilità attiva e vincente di confronto con l’opera e l’esempio di vita di una grande donna, operante tra Ottocento e Novecento; esso ripropone e valorizza quei semi di ideale ispirazione culturale e di onesto impegno socio-politico gettati e testimoniati da Giuseppina Martinuzzi: di questi stimoli abbiamo bisogno ancora

oggi, in momenti di difficili passaggi di un contesto italiano ed europeo.

Pittrice connazionale La rivista riporta in copertina e al suo interno, alcune opere dell’artista connazionale Lucilla Micheli Marušić. L’autrice è nata a Fiume nel 1967, città dove vive e opera tuttora. Dopo aver terminato la Scuola elementare italiana "Dolac" (1982) e la Scuola media superiore italiana di Fiume (1986), nel 1991 ha conseguito la laurea in Belle Arti, arte grafica, dell’allora Facoltà di Pedagogia dell’Università degli Studi di Fiume, sotto la guida del chiar.mo prof. Butković, mentre nel 2001 ha conseguito il titolo di dottore in geografia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Sudi di Trieste. Lucilla Micheli Marušić insegna arti visive presso la scuola elementare italiana "Belvedere" e storia dell’arte presso il Liceo classico dei Salesiani di Fiume, ma la sua passione per l’arte mantiene il primato tra le sue preferenze. Opera, infatti, anche come pittrice. Pluripremiata, ha preso parte a numerosi concorsi e colonie artistiche. Nel suo curriculum sono evidenziate svariate mostre personali e collettanee.

Edit: "Kuća u Ulici San Zorzi" • di Lilly Venucci

Lucio Toth... in calle San Zorzi 29

26

Non sorprenderà il lettore più affezionato incontrare l’opera di un autore italiano tradotto in lingua croata in una collana dell’EDIT. Nelle righe successive, il caso più recente, non certo l’unico, perché la casa editrice fiumana dedica attenzione e coltiva l’idea dell’osmosi culturale da decenni. Il discorso scorre nelle pagi-

ne delle Collane della casa editrice fiumana, sfaccettate tematicamente: spazio dunque ad autori italiani dell’Istria e di Fiume che scrivono in italiano o in dialetto istro-veneto o istrioto, autori portati altrove dagli eventi storici che intendono raccontare vicende personali, ma espressione di valore a dimensione universale. Affinché il messaggio non rimanga circoscritto si ricorre

al codice linguistico. Nasce così il progetto editoriale "Kuća u Ulici San Zorzi" che in italiano suona "La casa di Calle S. Zorzi" opera originale di Lucio Toth, zaratino, generazione 1934, mancato recentemente nell’aprile del 2017. La "sua" Zara non è più tale alla fine della Seconda guerra mondiale: la famiglia Toth è una dei numerosi


LUCIO TOTH

Kuća u ulici San Zorzi

Normalan život u znaku suživota: takav život danas priželjkuju Hrvati i Talijani koji već stoljećima žive u međusobnom dodiru na području Istre, Kvarnera i nekih djelova Dalmacije. Tu su se ova dva autohtona naroda susretala, suočavala, sukobljavala i, što je najbitnije, miješala, utemeljivši na taj način jednu neobično bogatu ljudsku i kulturološku sredinu. Ipak, nema pravog suživota bez istinskog uzajamnog upoznavanja, a upoznavanje treba doživjeti kao protutežu zavjetu tišine koji je proizlazio iz uvjerenja da je neke stvari bolje zatomiti, ne bi li se izbjeglo izranjanje mučnih međusobnih optužbi zbog proživjelih grubosti i s jedne i s druge strane. Biblioteka EGZODIKA govori o onima kojima je sudbina odredila definitivno kidanje pupčane vrpce koja svakoga veže uz svoj rodni kraj, a posvećena je onima kojima nije stalo do apsolutnih povijesnih uvjerenja. Ako su odlučujući ishodi povijesti crni ili bijeli, to nikako ne vrijedi za odmotavanje povijesnog klupka, koje je uvijek složeno, isprepleteno, nepredvidljivo. Upravo u toj proturiječnosti krije se dragocjenost podneblja istočnog Jadrana.

Biblioteka

2

EGZODIKA

EGZODIKA

EGZODIKA

Dario je shvatio da se između njih otvorio nepremostiv ponor. Tko je bio u Zadru, u tom graničnom gradu, jedva je razumio ono što se događalo u ostatku Italije. Sam njegov otac nikad sa sinom nije razgovarao o tome. Bila je to zabranjena tema koju su obojica tretirala s oprezom i nad kojom je bdjela majka, zabrinuta da se između oca i sina ne stvori razdor.

LUCIO TOTH

LUCIO TOTH

Biblioteka

EGZODIKA

Kuća u ulici San Zorzi

Biblioteka

Prvi je put Sonja primijetila kako su u tom starom gradu tužne ruševine kuća uništenih u ratu, onom drugom ratu, dalekom, od prije pedeset godina. Bile su posvuda, između monumentalnih crkava i novih građevina u socijalističkom stilu, prekrivene travom i mahovinom, koprivom i tratorkom, sada vlažne i sjajne u noći od kapljica vlage. Jesu li to bili Nijemci, Amerikanci ili Englezi? Koliko je neprijatelja imao taj grad? Ruševine su ostale za sjećanje, poput grižnje savjesti.

Kuća u ulici San Zorzi EDIT

nuclei italiani che lasciano la città natale con il drammatico esodo. La nuova realtà non trancia le radici dalmate del giovane. Laureato in giurisprudenza a Bologna, entra in magistratura, scrive saggi e articoli di carattere storico e politico, diventa senatore, per oltre vent’anni ricopre la carica di presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANGD). L’ambiente dalmata domina i due romanzi che pubblica: "Spiridione Lascarich Alfiere della Serenissima" è incentrato sulle guerre turco-venete del Seicento in Dalmazia e in Grecia; ritroviamo invece la Zara del Novecento nelle pagine del volume "La casa di Calle S. Zorzi". Pubblicato nel 2008 da Sovera Edizione (Roma), il romanzo racconta l’odissea dei Dalmati nelle vicissitudini del Ventesimo secolo nell’arco di tempo che va dalla caduta (il Ribaltòn) dell’Impero austro-ungarico e raggiunge e include lo sfascio delle entità politiche che costituivano la Jugoslavia. "L’idea dell’Autore – scrive Toth in terza persona nell’introdurre il suo libro – è proporre un affresco di un mondo in parte scomparso, in parte sopravvissuto nei ricordi, un mondo magico e primitivo, raffinato e crudele. Conflitti razziali, ideologici, religiosi, nazionali, tut-

LUCIO TOTH (Zara 1934 – Roma 2017), fu un politico, giurista e scrittore italiano. Lasciò la città natale con la sua famiglia alla fine della Seconda guerra mondiale. Laureato in giurisprudenza a Bologna, ha intrapreso la strada della magistratura. Eletto senatore, ricoprì anche l’incarico di presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, impegnandosi a tutelare una cultura del dialogo tra le due sponde dell’Adriatico. Zara, la città che ha sentito più profondamente e alla quale è rimasto legato indissolubilmente fino alla morte, gli ha ispirato il romanzo “La casa di calle San Zorzi” e la “Storia di Zara. Dalle origini ai giorni nostri”. Fu autore anche di saggi di carattere giuridico e storico-politico, nonché del romanzo “Spiridione Lascarich, alfiere della Serenissima”. LUCIO TOTH bio je talijanski političar, pravnik i pisac, rodom iz Zadra, kojeg je napustio nakon kraja Drugoga svjetskog rata. Diplomirao je pravo u Bologni te započeo karijeru u sudstvu. Senator u talijanskom parlamentu te predsjednik udruge Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, njegovao je kulturu dijaloga među obalama Jadranskoga mora. Ljubav prema rodnome gradu temelj je inspiracije za roman “Kuća u ulici San Zorzi” i “Povijest Zadra. Od početaka do današnjih dana”.

EDIT

to hanno vissuto le popolazioni di confine di una terra quasi sconosciuta in Europa". L’edizione italiana riporta il pensiero di Zara quale "… città importante da essere contesa nei secoli da potenze continentali e marittime: gli Imperi romano e bizantino, quello carolingio, il Regno croato e ungherese, gli Angiò di Napoli, gli Imperi di Napoleone e degli Asburgo, l’Italia unita e la ex Jugoslavia. E prima fra tutte la Repubblica di San Marco, che di questa Zara non sapeva fare a meno. C’è una marea nelle cose umane (per citare Shakespeare) che ha i suoi flussi misteriosi e gioca con il destino di uomini e comunità. E di questa antica comunità, la liburnica Idassa, la romana Jadera, la bizantina Diadora, l’italiana e veneta Zara, la croata Zadar, si racconta in questo libro." Il romanzo non si definisce storico ma attinge da personaggi e da ricordi che si snodano sulla falsariga di fatti storici accaduti. È strutturato in quattro cicli narrativi: la città sotto assedio (1918-1921), il ritorno a Itaca (1943-1947), alla ricerca del vello d’oro (1972-1973), la morte e la resurrezione del protagonista nella nuova vita (1991-1992). Al centro della narrazione le vicende famigliari degli abitanti della casa in Calle San Zorzi nel centro storico zaratino, due famiglie italia-

ne e due croate che, dalla normale e cordiale comune convivenza, vengono via via travolti dalle vicende storiche, tanto da renderli nemici sotto lo stesso tetto. È il secondo titolo della Collana EDIT "Egzodika", dopo "Zadar Od bombardiranja do izgnanstva (1943.-1947.) di Giovanni Eleuterio Lovrovich (Zara – Dai bombardamenti all’esodo)" pubblicato nel 2008, collana che intende "… dar voce alla convinzione che la convivenza secolare sia normalità oggi tra i Croati e gli Italiani delle coste adriatiche. Convivenza che non è vera se non c’è conoscenza e comprensione reciproca." L’edizione EDIT "Kuća u Ulici San Zorzi" non trova riscontri precedenti in lingua croata e nasce dalla collaborazione e con il contributo (ex legge 72/2001 dello Stato italiano) dell’Associazione dei Dalmati nel Mondo, Torreglia (Padova). La traduzione è opera dei docenti Živko Nižić e Nedjeljka Balić-Nižić dell’Università di Zara. La lettura professionale è curata da Branka Hreljanović. Il volume sta sollevando interesse tra i lettori di lingua croata e in particolar modo in Dalmazia, tanto da far nascere l'idea di pubblicare il romanzo a puntate sul quotidiano zaratino in un prossimo futuro.

29

27


Salvare le memorie e le tradizioni fiumane • di Marino Micich

La Società di Studi Fiumani e il mondo della scuola

29

28

Quando, nel lontano 1963, i padri fondatori dell’Archivio Museo storico di Fiume si accinsero nell’impresa, di raccogliere documenti, cimeli, quadri, fotografie, libri e ogni genere di testimonianza concernente la propria città natale e il territorio istro-quarnerino per conservare e tramandare la civiltà fiumana di carattere italiano, non avrebbero mai potuto prevedere il crollo del Muro di Berlino nel 1989. La Società di Studi Fiumani era risorta a Roma poco tempo prima nel 1960 e la rivista di studi fiumani "Fiume", grazie all’opera di Giorgio Radetti, di Enrico Burich, Renato Biasi, Enzo Brazzoduro e dell’editore Pietro Blayer (ebreo fiumano), aveva visto la luce addirittura nel 1952. L’Archivio Museo storico di Fiume divenne sin dalla sua fondazione proprietà della Società di Studi Fiumani che, a tutt’oggi, ne cura le attività e la conservazione in comunione d’intenti con l’Associazione per la Cultura Fiumana Istriana e

Dalmata nel Lazio. Nel 1972 L’Archivio Museo fiumano ottenne l’alto riconoscimento di "sito di eccezionale interesse storico e artistico" con decreto del Ministero per la pubblica istruzione n. 103089 (Ministro Oscar Luigi Scalfaro) al quale, nel 1987, fece seguito il decreto nr. 103111 della Soprintendenza archivistica per il Lazio che ne confermava il notevole interesse storico. Infine, nel marzo 2004 l’Archivio Museo storico di Fiume fu riconosciuto dalla legge nr. 92 nota come "Il Giorno del Ricordo". L’istituzione degli esuli fiumani nel tempo ha coinvolto sempre più studiosi e simpatizzanti non solo di origini fiumane perché la cultura e la storia appartengono a tutte le persone, e in particolare a quelle che vogliono apprendere per amore della verità fatti spesso taciuti e deformati per ragioni ideologiche. Come ricordato in apertura, nel 1989 iniziò un profondo mutamento politico in Europa e nel mondo.

Le coordinate geopolitiche stabilite dalla "guerra fredda", che sembravano fisse e immutabili, si dissolsero. Un gruppo di esuli fiumani si chiesero se Fiume e la sua anima italiana costretta ad intraprendere la via dell’esilio poteva rimanere confinata nella nostalgia e nei ricordi personali. I fiumani in esilio erano condannati solo all’estinzione? Considerando che a Fiume, anche negli anni più duri del regime jugoslavo, sopravviveva una minoranza esigua di italiani rimasta in città per varie motivazioni e non solo ideologiche come per lungo tempo si era voluto credere, si poteva dare a luogo, con il beneplacito di alcuni ambienti ministeriali, da una operazione di ricongiungimento culturale. L’identità fiumana di carattere italiano dunque sopravviveva, sia in esilio sia nella città quarnerina, che dopo il 1945 aveva cambiato profondamente volto e oltre a perdere l’87% della sua popolazione si apprestava ad essere unita alla vicina e rivale Sussak. Molto ormai è stato scritto sul dialogo intrapreso sin dal 1990 dalla Società di Studi Fiumani in accordo con il Libero Comune di Fiume in esilio, all’epoca presieduto da Oscarre Fabietti. Un dialogo sviluppatosi inizialmente alla Scuola Media Superiore Italiana con l’istituzione del premio letterario "San Vito" e culminato col riconoscimento nel 2016 della Targa d’Oro Città di Fiume ad Amleto Ballarini, che nell’ ideare il dialogo mise tutto l’impegno possibile, affrontando con i suoi collaboratori ( Stelli e Micich) i nodi più difficili e controversi da sciogliere: la ricer-


ca delle vittime italiane a Fiume e dintorni (1939-1947) con l’Istituto Croato per la Storia di Zagabria, la stampa delle rivista "Fiume" e l’avvio dei rapporti culturali in città con le varie istituzioni esistenti e quindi con la Scuola italiana, la Comunità degli italiani e il Comune di Fiume-Rijeka. Va ricordato che da parte degli esuli fiumani vi è stato, successivamente, anche un contributo al dialogo da parte del Libero Comune di Fiume in esilio diretto dal 1998 da Guido Brazzoduro, sostenuto nell’azione in particolare da Mario Stalzer, Laura Calci e Fulvio Mohoratz.

La storia di Fiume trasmessa alle giovani generazioni La storia di Fiume è un tassello importante della memoria italiana e croata, ma anche del passato ungherese e austriaco. Nelle vicende plurisecolari fiumane e quarnerine si intrecciano più fili conduttori anche se la presenza italiana predomina in città fino al 1945. Fiume suscita, a chi si accinge a studiarne la storia, continue suggestioni sia come porto meridionale dell’Europa mitteleuropea sia come terra di frontiera, dove è avvenuta, soprattutto nel corso del Novecento, una costante e complessa sedimentazione di memorie. Un confine può dividere ma esso, in base ai contesti politici internazionali, può anche diventare punto di incontro e di scambio tra popoli e civiltà differenti. Fiume rappresenta alla luce della sua storia un interessante laboratorio etnico, politico, sociale ed economico che per il 2020, anno di Fiume capitale della cultura europea dovrebbe essere ben posto in risalto. In questi ultimi anni, in particolar modo dopo l’istituzione della L. 92/2004 nota come "Il Giorno del Ricordo", la Società di Studi Fiumani ha inteso investire sul concetto di confine aperto, accogliendo sostanzialmente le direttive dell’Europa Comunitaria, improntate sui

principi di collaborazione interculturale tra i popoli senza per questo trascurare la riscoperta delle rispettive tradizioni nazionali. Un parallelismo virtuoso che dovrebbe favorire il consolidamento di una identità europea comune, tutto sommato ancora debole per affrontare le nuove sfide della globalizzazione. L’Archivio Museo storico di Fiume inserito nell’ambito del Quartiere giuliano-dalmata di Roma rappresenta un vero e proprio "forziere" di documenti, cimeli, libri e varie testimonianze del popolo fiumano e anche di quello istriano e dalmata, che non può essere escluso in una progettualità scolastica che si pone l’obiettivo di approfondire le tematiche delle migrazioni forzate, degli eccidi di massa, dell’accoglienza ai profughi, della tutela e salvaguardia delle minoranze, della riscoperta dei concetti identitari nazionali e popolari, delle rimozioni di fatti storici a scopo ideologico e così tanti altri aspetti collegabili all’area dell’Adriatico orientale.

LE collaborazione della Società di Studi Fiumani Il costante dialogo culturale della Società di Studi Fiumani con la città di Fiume, la produzione di studi e convegni di alto livello in molte parti d’Italia, han fatto sì che quando importanti enti pubblici lo-

cali nell’Italia centrale hanno inteso organizzare corsi di aggiornamento per i docenti sulla storia del Confine orientale nel Novecento, si siano rivolti direttamente alla Società e al suo Archivio Museo aperto al pubblico tutto l’anno. Ci riferiamo con precisione al 2008 quando il Comune di Roma promosse un primo corso rivolto ai docenti della scuole romane intitolato "Viaggio nella civiltà istriana fiumana e dalmata". Tale collaborazione diede poi il via al primo viaggio guidato dall’allora Sindaco di Roma Gianni Alemanno con al seguito circa 40 docenti e 220 studenti, a Trieste ma anche a Fiume e a Pola. Un percorso europeo condiviso sia con le scuole di Fiume e di Pola ma anche con i sindaci croati di queste città. Tali iniziative col Comune di Roma (alle quali poi si è associata l’ANVGD di Roma condividendo gli impegni e le finalità culturali) sono proseguite fino al 2013 per quattro edizioni e nel mese di marzo di quest’anno, dopo un periodo di stasi, sono riprese con la Sindaca Virginia Raggi. Anche in questa edizione la comitiva di docenti e studenti romani al seguito della Raggi hanno visitato Trieste (Foiba di Basovizza, Campo Profughi di Padriciano, Risiera di san Sabba ecc.) e poi le città di Rovigno e di Pola dove vi è stata la calorosa accoglienza delle autorità

29

29


29

30

comunali e dei dirigenti delle Comunità italiane locali. A Rovigno in particolare l’accoglienza della comitiva romana è stata molto calorosa sia nella sede della comunità presieduta da Marino Budicin e sia nel Centro Ricerche Storiche diretto da Giovanni Radossi. Presente sempre in ogni circostanza e occasione il Console Generale d’Italia a Fiume dr. Paolo Palminteri. Anche quest’anno la Società di Studi Fiumani ha realizzato in Umbria interessanti iniziative con il mondo della scuola e la cittadinanza. In particolare con l’Istituto per la Storia contemporanea di Perugia, con il quale la collaborazione va avanti dal 2008, e con il Comune di Assisi. Ad Assisi da qualche anno è stato istituito dalla Società di Studi Fiumani e l’ANVGD di Perugia il Premio "Dignità Giuliano Dalmata" che è stato assegnato nel febbraio del 2018 al Maestro Francesco Squarcia. A Todi il consigliere Franco Papetti ha organizzato un convegno sulla storia giuliano-dalmata abbinandolo a una mostra in

pannelli curata da Marino Micich. Molto importante è stata la firma di un protocollo d’intesa con la Regione Lazio, siglato il 10 febbraio 2018 dal Presidente della Società di Studi Fiumani Giovanni Stelli e il Presidente regionale Nicola Zingaretti. Con questo atto formalmente approvato dalla Giunta regionale del Lazio verrà sviluppata l’attività con il mondo della scuola sui temi legati alle vicende storiche delle terre giuliane e dalmate. La Società di Studi Fiumani, inoltre, partecipa da molti anni al tavolo del Ministero per l’Istruzione (MIUR) e FederEsuli, con altre associazioni dell’esodo per l’organizzazione di seminari nazionali rivolti ai docenti delle scuole medie superiori e inferiori. Un importante traguardo per lo sviluppo del dialogo è stata la visita (16 novembre 2017) del Sindaco Vojko Obersnel all’Archivio Museo storico di Fiume accompagnato dal Console Generale d’Italia a Fiume Paolo Palminteri e dalla responsabile dell’Ufficio Fiume 2020 Višnic, che hanno potuto conoscere una re-

altà museale e documentaria di indubbio interesse. Obersnel ha confermato la volontà della città di oggi di recuperare importanti memorie, che però non devono più dividere ma essere di insegnamento per il futuro. Tra i presenti quel giorno vi erano Amleto Ballarini al quale il Sindaco Obersnel aveva fatto la promessa di venire al museo fiumano, il nuovo presidente Giovanni Stelli, il vice presidente Roberto Serdoz, l’ambasciatore prof. Damir Grubiša, Il Segretario generale Marino Micich, per l’ANVGd di Roma la presidente Donatella Schurzel e altri soci e simpatizzanti.

Record di presenze all’Archivio Museo storico di Fiume L’anno scolastico 2017-2018 è stato molto denso di soddisfazioni per i dirigenti della Società di Studi Fiumani direttamente coinvolti nelle iniziative col mondo della scuola (Giovanni Stelli, Marino Micich, Franco Papetti, Abdon Pamich). Le presenze di studenti all’Archivio


Museo di Fiume sono state circa un migliaio, mentre gli studenti coinvolti nelle conferenze nel Lazio, in Umbria, Toscana e Campania sono stati oltre 3.500. Altre importanti conferenze sono state organizzate a Perugia, a Terni e alla Scuola allievi carabinieri di Roma, diretta dal Generale Alfonso Manzo, alla presenza di oltre 300 allievi. Una interessante collaborazione si è instaurata anche nell’ambito del corso docenti sulle terre del confine orientale organizzato dagli Istituti per la storia della Resistenza e della Storia contemporanea di Firenze e di Grosseto, che potrà dare interessanti frutti l’anno prossimo. Sempre proficuo il rapporto tra la Società di Studi Fiumani con l’Università Popolare di Trieste diretta da Fabrizio Somma, che ogni anno organizza una visita di studenti fiumani all’Archivio Museo di Fiume e al Quartiere Giuliano Dalmata. Con l’UPT e l’U-

nione Italiana si pensa, nel 2019, di arricchire la proposta formativa per gli studenti delle scuole della minoranza italiana in Slovenia e Croazia rafforzando i temi legati ai valori espressi dall’Unione Europea. Sempre quest’anno sono state indirizzate dalla Società di Studi Fiumani visite di studenti del Liceo classico Dante Alighieri di Roma e dell’Istituto Superiore, sempre intitolato al sommo letterato toscano, di Nocera Umbra alla SMSI di Fiume e alla Comunità degli italiani dove sono stati accolti rispettivamente dal preside Michele Scalembra e dalla presidente Orietta Marot. Far conoscere la realtà della minoranza italiana a Fiume e in Istria è uno degli scopi della Società di Studi Fiumani come più volte dichiarato dall’attuale presidente Giovanni Stelli. Unica nota dolente è rappresentata dalle scarse risorse che lo Stato italiano destina alla Società di Studi

Fiumani non solo per l’attività scolastica, svolta a titolo completamente gratuito, ma anche per le attività relative all’Archivio Museo storico di Fiume e alla valorizzazione del patrimonio archivistico e librario ivi contenuto. E’ noto che già dal 2019 i fondi previsti dalla l. 92/2004 alla Società di Studi Fiumani verranno decurtati del 70% e bisognerà riprendere le attività in salita nella speranza che la cultura del dialogo sia apprezzata dalla nuova classe politica. A tale proposito il cercare di fare sistema da parte di tutte le istituzioni fiumane in Italia e in Croazia, potrà favorire anche l’aumento delle risorse sempre troppo poche per quello che i fiumani possono offrire all’Europa di oggi. Ogni riferimento a Fiume capitale della cultura europea nel 2020 è… puramente casuale!

29

31


Rodolfo (Rudi) Decleva

Un'indiscussa eccellenza fiumana

29

32

Nato a Fiume nel 1929, Rodolfo Decleva ha lasciato la sua città nel 1947. Come tanti altri ragazzi esuli, fu accolto al Collegio "N. Tommaseo" di Brindisi e nel 1954 si laureò in Economia e commercio presso l'Università di Bari. Assunto alla Camera di Commercio di Genova nel 1955, si specializzò nella promotion dell'export costituendo vari consorzi per l'esportazione nonché il Centro regionale ligure per il commercio estero, diventandone direttore nel 1980. Autore di varie pubblicazioni di settore, promosse sul piano nazionale la formazione di operatori per il commercio con l'estero attraverso conferenze e corsi. Nel 1976 fu audito dal Senato della Repubblica in qualità di esperto nella delicata materia degli illeciti valutari. Dal 1988 al 1992 fu esperto di Mondimpresa – Roma per insegnare agli operatori siciliani le "Tecniche dell'Export". Nello sport della Vela, è stato atleta, dirigente di Circolo, collaboratore FIV e per 23 anni Giudice internazionale. Dal 1960 al 1993 fu giornalista pubblicista e dal 1981 al 1988 Direttore responsabile del quindicinale "Informazioni Commerciali per il commercio estero". Libri pubblicati: "Piccola storia di Fiume 1847-1947; "Qualsiasi sacrificio, da Fiume ramingo per l'Italia"; "La Batana FM341 - Storie de pesca del Quarnero" in dialetto fiumano; "I Fiumani Nascimbeni per Fiume italiana"; "Priaruggia Ricorda", "Sussisa terra antica". Il

suo libro "Qualsiasi sacrificio", autobiografico, ha vinto nel 2016 il 1° Premio al Concorso Letterario Nazionale "Gen. Loris Tanzella". A fine maggio, all'età di 89 anni è stato premiato per la sua attività

nella Vela insieme a tante glorie locali della pallanuoto e altre specialità. L'evento ha avuto luogo a Sori per la Festa dello sport organizzata dal Comune con altre Associazioni locali.

Curriculum Sportivo dal 1966 Stella d'oro del CONI per meriti sportivi Giudice internazionale di vela per 23 anni 1 Quadriennio: Membro della Corte di giustizia della Federazione italiana vela 2 Quadrienni: Membro della Commissione sportiva 2 Quadrienni: Membro della Commissione giudici 1 Quadriennio: Revisore dei Conti Segretario nazionale della classe "Strale" (6 anni) Team Leader della nazionale alla Kieler Woche (Germania) Classi olimpiche Team Leader della nazionale (Classi F.D., Finn e 470) agli allenamenti a Hvar (Lesina) Onorificenza di Maestro del Mare dell’Unione Marinara Italiana di Genova Quinto Attestato di benemerenza della classe Velica 2.4 di Alassio (Vela per disabili) Attestato di benemerenza del Comune di Sturla (Genova) Attestato di benemerenza dei Marinai d’Italia di Sori Socio onorario del Circolo Vela Sori Socio benemerito dell' U.S. Quarto Socio benemerito dell' Associazione Velica Trentina Socio benemerito della Zadruga Sportiva di Mosćenićka Draga (Valsantamarina) Socio benemerito dello Y. C. "Galeb" di Žurkovo (Kostrena) Socio benemerito dello Y. C. "Opatija" (Abbazia) Dal 1966 tesserato alla Federazione Italiana Vela.


Pubblichiamo due recenti post su FB di Rodolfo Decleva‎ Fiumani australiani alla riscossa In questo mese di aprile, sono usciti i Notiziari informativi dei fiumani di Australia e più precisamente "El Fiuman", a cura della Lumi (Illuminata) Trentini e "In Corso Fiuman", a cura di Sergio Csar, a dimostrazione della vitalità dei nostri concittadini e loro discendenti a Melbourne. Su "El Fiuman" articoli di Giulio Scala, Amelia Resaz, Alfredo Fucci, Sergio Stocchi, Franco Gottardi, e – redatta da Igor Kramarsich - la storia vecchia e recente della bananiera "Ramb III", affondata in Riva Luigi Rizzo nel porto di Fiume come immortalata in varie fotografie. La quale, com'è noto, dopo esser stata recuperata fu trasformata in yacht di rappresentanza del Maresciallo Tito col nome di "Galeb", cioé cucal, in fiumano, ed è destinata a divenire un Museo galleggiante nella Fiume 2020, Capitale europea della Cultura. Nel Notiziario "In Corso Fiuman", due articoli di Bruno Tardivelli sui fiumani costretti al lavoro obbligatorio della Organizzazione tedesca TODT, durante laguerra e su come bisognava arrangiarsi in quei tempi di carestia alimentare. Segue una cronaca della Tiziana Dabovic sulla vita cittadina della nostra comunità nella Fiume diventata Rijeka per tenere viva la nostra lingua e i diritti dei fiumani autoctoni. E si conclude con il Programma predisposto per il 55.mo Anniversario di Fondazione del Circolo Fiumano di Melbourne, editore del Notiziario e punto di aggregazione dei fiumani in Australia. Il Club, infatti, organizzò nel 1981 il Primo

Raduno Fiumano d’Australia dal quale nacquero le idee e le iniziative per la creazione delle altre Associazioni fiumane nel Continente. La Festa di Cinquantacinquesimo avrà luogo a Melbourne, Domenica 17 Giugno 2018 p.v. Il Motto del Club è: "La nostra cara Fiume non sembrerà lontan se se faremo Soci del Circolo Fiuman".

Si è spento a Genova il 29 maggio, a 88 anni, il comandante di lungo corso fiumano Claudio Gobbo Nato nel cuore della Cittavecchia, molti fiumani esuli e rimasti lo ricorderanno sicuramente –oltre che per la sua carriera fatta dopo gli studi svolti al Nautico di Fiume

e l'esodo a Genova, dove si insediò insieme ai genitori, ai fratelli Aldo e Alfredo e alla sorella Anna, sui mercantili prima e sulle petroliere della Texaco poi, fino al pensionamento – anche per il soprannome di Toffoli, appellativo che gli fu affibbiato in giovane età dagli amici coetanei insieme ai quali, frequentando la Parrocchia del Duomo, giocava a calcio e al tempo stesso serviva Messa con Don Severino. "Una domenica, giocando a pallone tra di noi – ricorda Rudi Decleva, suo grande amico – Claudio aveva segnato quattro gol e siccome in quello stesso giorno Toffoli, un

nostro campioncino che giocava al Campo della Casa Balilla, aveva segnato a sua volta quattro reti, per fargli i complimenti un muleto gli disse: 'Come Toffoli’. E così da quella volta per noi mularia suoi amici, Claudio rimase sempre ‘Toffoli’, nomignolo che lui gradiva". Dopo l'esodo è sempre tornato a Fiume spesso, non appena poteva, sia perché aveva qui ancora molti familiari per parte materna e paterna (era cugino di Pina e Tonci Serdoz) e altri, acquisiti, per parte della consorte Severina, sia perché era sempre rimasto molto legato affettivamente alla sua città natale e ai tanti fiumani rimasti che lo conoscevano. E l'ha fatto fino alla fine, tornando al suo Quarnero e al suo mare che tanto amava, anche quando oramai, a causa dell'età avanzata, non poteva più guidare. E allora arrivava in comitiva, per San Vito e San Modesto in giugno o per la ricorrenza di Ognissanti a inizio di novembre, con sua moglie e altri amici fiumani e abbaziani fino alla recente perdita dell'amata consorte, e l’anno scorso, per quanto affranto dal dolore della sua perdita, insieme ai suoi ormai pochi amici fiumani esuli rimasti. "Teneva banco con i suoi precisi ricordi, nei radunetti di ciacole che facevamo nel baretto sottostante l’albergo – ricorda Rudi Decleva. "Fu l’ultima volta che vide Fiume e vi si trattenne per due settimane, in compagnia del nipote Roberto. Ritornò a Genova felice come una Pasqua, ignaro che il destino gli tramasse purtroppo una sofferenza destinata a durare un anno. Ciao Toffoli". Lascia addolorati il figlio Massimo, la nuora Cristina, il nipote Riccardo e gli altri parenti.

29

33


Suite per Pier Paolo a Palazzo Modello

Elegante e struggente omaggio a Pasolini di Glauco e Alba

29

34

Ha iniziato a sette anni e non ha mai smesso di sorprenderci... Ci riferiamo ad Alba Nacinovich che in una tiepida sera di maggio si è presentata nel Salone delle Feste con il Trio del pianista e compositore Glauco Venier, un musicista di prima grandezza, e non solo per essere stato candidato al Grammy (l'Oscar della musica), ma per avere collaborato con i più bei nomi del jazz italiano contemporaneo. Pochi nomi, tanto per capirci: Rava, Fresu, Basso... Titolo del concerto, "Suite per Pier Paolo", laddove il "Pier Paolo" è il poeta Pasolini, bolognese di nascita ma friulano, terra natale di sua madre, di adozione e di umori, e infatti tutte le poesie cantate, le sue e quelle di altri autori, erano, sono in lingua friulana; mentre il termine "suite" sta ad indicare una serie di brani musicali correlati in successione, appunto. In questo caso, brani di musica jazz, ma un jazz

impregnato di atmosfere, sonore e non, che vanno dal folclore ad echi classicheggianti, che peraltro è più facile immaginare che creare ovvero trasmettere, e, a loro volta, assai più facili da trasmettere per mezzo degli strumenti musicali che della voce umana. Ebbene, Alba, Glauco e gli altri due componenti il complesso (Alessandro Turchet e Luca Colussi), hanno dimostrato che talvolta il miracolo è possibile; e non perché ci si lasci suggestionare dalle parole, le quali quando hanno una loro valenza (anche) poetica riescono a influenzare, addirittura plagiare l'ascoltatore; ma il plagio diviene impossibile quando la lingua, in questo caso il friulano, non sempre, anzi quasi mai è comprensibile. Il "miracolo" a questo punto risiede (quasi) tutto nella potenza evocativa della musica e, prim'ancora, dell'interprete vocale. Usiamo questo termine, perché ci pare dia l'esatta

misura delle capacità di Alba, capacità in virtù delle quali amalgama il discorso puramente musicale con quello della musicalità delle liriche. Helena Labus Bacic, che ha seguito il concerto per conto de La Voce del Popolo ha scritto: "Alba Nacinovich ha dimostrato ancora una volta di essere non soltanto una bravissima cantante, bensì anche una sensibile interprete di poesie, capace di coinvolgere il pubblico nella "storia" che sta raccontando. La sua interpretazione della musica di (…) Venier è stata ricca di sfumature, creativa e poetica". Abbiamo iniziato l'articolo dicendo "Ha iniziato a sette anni e non ha mai smesso di sorprenderci". Non tutti, specie tra i più giovani, sanno che aveva appunto solo sette anni, Alba Nacinovich, quando trionfò allo Zecchino d'Oro del 19... opsss, l'età delle signore non si dice. Nemmeno quando sono giovanissime.


Teatro Veneto "Città di Este" in Comunità

Amatori... di professione Mancavano dal 2003, gli amici estensi della compagnia Teatro Veneto Città di Este. Ci sono tornati a metà maggio, con una delle migliori commedie di Enzo Duse, "Nudo alla meta", diretti da Stefano Baccini. Il complesso vanta ben centoquattro anni di storia, ovvero almeno il doppio degli allestimenti. Allestimenti, naturalmente, di testi del grande teatro veneto e veneziano: il Ruzante e Goldoni, in primo luogo, ma anche e tanto Gallina, Rocca, Fraccaroli, Zambaglia, Selvatico, Chiari, Zanchi, Boscolo, il Duse. Non di rado anche Peppino De Filippo e in un passato... passato, Bracco, Niccodemi, Giacosa, Martoglio. Anche se formalmente, la compagnia non è inquadrata nei ranghi del professionismo teatrale, di fatto però lo è, nel senso che la resa artistica regge benissimo il confronto con tanto teatro di "serie A", e non perché quest'ultimo sia "caduto in basso", bensì perché i componenti la "Città di Este" vi si dedica, oltre che con infinito amore, con una evidente più che buona conoscenza della materia: la scena, la recitazione, i tempi. Più che piaevole, la serata passata in compagnia con gli amici di Este. Sarebbe bene ripeterla, e senza aspettare un quindicennio. Anzi, dano vita a tradizionali incontri annuali. Oltre tutto, scorrendo i titoli di alcune loro messe in scena, ci siamo imbattuti in taluni che oramai nessuno allestisce più: pensiamo, per esempio, a "La Fiorina" del Ruzante che il nostro Dramma Italiano mise in scena una quarantina di anni fa per la regia del padovano Giuseppe Maffioli...

29

35


Lo scrittore Brunello Gentile in Comunità • di K. Blecich

Scrittore e amante del mare

Critico letterario, regista, autore di quaranta pubblicazioni e conoscitore del mare, Brunello Gentile, originario della Sardegna ma residente a Padova, ha ottenuto finora oltre cento riconoscimenti nazionali e internazionali. Gentile è un diportista di grande esperienza nei mari del Mediterraneo e dei Caraibi ed è stato corrispondente della rivista "Italia sul Mare".

Che cos’è una città senza storia e cultura?

29

36

Passando alla trama del romanzo "Pensieri di sabbia", l’autore ha offerto una visione meno romantica e piuttosto reale di quella che è una delle città economicamente più potenti al mondo. La narrazione è infatti ambientata a Dubai: un appassionato di navigazione a vela in tutto il Mediterraneo, vede larealtà di Dubai con occhi diversi dai valori che offre una mera visione mercantile e finanziaria. Lo strumento narrativo utilizzato dall'autore è dunque impersonato da un avvocato veneziano, che compie un viaggio d'affari nell'Emirato. Durante il soggiorno, ricco di misteri e di colpi di scena, Guido, il protagonista, non può esimersi dal fare con-

fronti. Da una parte c'è il capoluogo lagunare nel quale è cresciuto e che stratifica dentro di sé un millennio di storia e culture diverse; dall'altra l'ultimissima meraviglia del mondo: una metropoli nata e cresciuta in vent'anni grazie agli investimenti più spregiudicati e alle più moderne tecnologie, ma che, superati i primi momenti di stupore appare al protagonista come un’inquietante "palude capitalistico-mentale nella quale è ammesso qualsiasi lusso al di fuori del pensiero". Dubai, città bella senz'anima, è una sirena che attrae ingenti capitali da tutto il mondo. Un miraggio costruito ai confini del deserto col mare fatto di grattacieli esclusivi edificati su spiagge artificiali ricavate distruggendo labarriera corallina e dove si producono quantità incalcolabili di gas serra per soddisfare coloro che desiderano vantarsi con gli amici per avere sciato al Tropico su una montagna di neve. Il lusso prolifera fine a sé stesso, inghiottendo i più deboli senza alcuna pietà. Nessuna etica, se non quella falsa del profitto a ogni costo. A Dubai si è riusciti a raggiungere un’economia strepitosa ma che fine ha fatto la cultura?

Pensieri di sabbia Un racconto molto attuale ma al contempo una storia che supera le tradizioni della nostra cultura e il nostro modo di vedere il mondo. È questo il filo conduttore del romanzo "Pensieri di sabbia" (Editoriale programma, 2013, 2018), presentato di recente nel Salone delle Feste di Palazzo Modello.


1968: la prima personale di Gianfranco Miksa

"Un talento indisciplinato"

Nella primavera di cinquant'anni fa, il "Circolo" ospitava la prima personale di Gianfranco Miksa (1944-2000), pittore concittadino e connazionale venuto a mancare troppo presto. E' stato il primo nome uscito dal cilindro della scuola che il professor Romolo Venucci teneva nel nostro sodalizio, in una camerona impregnata dei forti odori dei colori ad olio, della trementina, ma anche di legname, stoffe. (Mi riferisco a quei primissimi pionieristici anni, quando tanti quadri nascevano su pezzi di compensato e masonite, e le tele erano un vago sogno). Poi ne sono seguiti altri – su tutti, quello di Mauro Stipanov. Miksa è stato il primo a godere di una mostra tutta sua, dopo che aveva già preso parte ad alcune collettive. E comunque, nel "nostro pccolo" già teneva un nome, avendo vinto l'anno prima la "ex-tempore" di Albona. Nell'archivio del periodico "Panorama" abbiamo trovato un articolo a firma di Alessandro Damiani, su questa mostra. Ne pubblichiamo

qualche stralcio. "Gianfranco Miksa dispone di un talento indisciplinato, soggetto solo alle sollecitazioni di una intimità ribelle e introversa. Usa i colori con labeata improntitudine di chi non sa negarsi il gusto di schiaffeggiare le cose che non lo aggradano; e oltre a deformare, si preoccupa che ladeformazione cancelli l'oggetto preso di mira: estremismo pittorico a base di macchie contrastsnti e di tinte forti. Per di più, il suo gesto rifiuta il procedimento logico: s intende, della logica specifica ad un determinato linguaggio. (…) Altra considerazione: il discorso pittorico non segue un procedimento univoco, con riferimenti graduali di ricerca formale; è anzi caratterizzato da molteplicità d'influssi che, presentandosi contemporanei e contrapposti, rivelano una personalità in formazione, dibattuta nei moventi d'ispirazione e nelle tecniche da scegliere. In anta diversità resta un dato costante: la predilezione per l'atonalità coloristica, il rifiuto del lindore, quel ritrarre per spruzzi e macchie, una immagine sfuggente. La quale, propro per ciò, è riproposta in numerose varianti. (...)". Abbiamo perso il conto del numero di anni che sono passati dall'ultima mostra di Gianfranco Miksa. Sarebbe il caso di cominciare a pensare di farne una, come pure di allestirne una permanente. Pochi quadri, quanto basta perché il rcordo di gianfranco sia sempre vivo, E le sue creazioni ispirino lo spettatore.

29

37


Le primavere di Giovanni "Nino" Squarcia • di Sandro Damiani

Fu l'anima sportiva del "Circolo" e delle nostre scuole La primavera era la sua stagione... quando si divideva tra il lavoro alla "Torpedo" e le Ottennali, il liceo e il "Circolo" per conto dei quali organizzava tornei sportivi: calcio, pallavolo, tennis, nuoto, ping pong, scacchi. Da quel che ricordo, ad organizzare il tutto era sempre solo o comunque, quello che tirava la carretta più degli altri, ma tanto tanto di più. Ma non era solo una questione di entusiasmo. E' che lui sapeva come si fa... A dire il vero, in un caso, una mano, in fase preliminare, gliela davano ogni anno i suoi due figli, Franco e Peppino (che in quel caso non invidiavamo; sentimento che invece provavamo quando li vedevamo giocare, rispettivamente al calcio e a pallavolo; o li ascoltavamo, l'uno alla tromba e l'altro alla batteria). Erano i primi ad essere "interpellati", quando c'era da dare una spianata al campo

di Drenova, dietro il Poligono, pieno di erbacce, buche e gobbe, tratti perennemente fangosi. Noi, "atleti", si arrivava quando il grosso era già stato sistemato... Stiamo parlando di Giovanni "Nino" Squarcia (Fiume, 19 aprile 1915 – Fiume, 30 maggio 1970). Era pieno di vita, di entusiasmo, non si stancava mai. Talvolta sapeva essere un tantino spiccio, ma sempre comprensivo, quasi rispettoso delle nostre intemperanze di "teenagers". D'altronde, di figli che ebbero la nostra età ne aveva avuti tre: la terza era Milly, la ricordo delicata e vezzosa interprete alle serate canore al Salone delle Feste, accompagnata dal quartetto di Delcaro-Materljan e col gruppo di famiglia "Rondò". Il suo capolavoro come organizzatore sportivo fu il grande torneo di calcio tra formazioni fiumane

29

"Leonida" squadra di calcio fiumana, Nino Squarcia il quarto da destra

38

Mamma Grozdana Seppi e papà Giovanni Nino marinaio sulla "Cristoforo Colombo"


Drenova, 1963 - I liceali di Fiume contro quelli di Rovigno

di connazionali (con qualche "foresto", ma rigorosamente socio del CIC), ognuna delle quali rappresentava o un quartiere o un'azienda cittadina. Bisogna sapere che da giovane Squarfcia militò nella Leonida, dunque di calcio se ne intendeva in tutti i suoi aspetti. Ovviamente, si giocava sul terreno semierboso di Drenova. Non mi sovviene chi vinse, credo la squadra di Potok. Io giocavo per l'Edit; ci militava mio fratello Silvio Stancich, il suo amicone Gigi Barbalich e, intruso come me, Franco Squarcia, il figlio di "Nino". Ci classificammo ultimi o giù di lì. In compenso, Franco fu il capocannoniere del torneo. Le partite erano delle vere e proprie feste; a fare il tifo – rigorosamente – parenti, compagni di lavoro, amici. Alla fine, grande pic-nic. In una occasione, qualcuno portò il "mangiadischi" (roba da ricchi!). Ricordo ancora una canzone, adattissima a noi: "Una festa sui prati", di Celentano. Un bel colpo portato a termine, fu pure quello di trasformare l'ottimo sestetto di pallavolo del Liceo (la squadra si chiamava "Ottavio Valich") in team del Circolo ("F.lli Duiz", il nuovo nome), affinché i ragazzi potessero continuare a giocare anche una volta terminati gli studi liceali; e a vincere. Ma a Giovanni Squarcia si deve anche un'altra iniziativa, extraspor-

tiva, la nascita dei sabati danzanti "incravattati" in sede. Si era alla fine dei Cinquanta. Il Circolo divenne una delle "ballroom" più rinomate di Fiume, l'unica in cui però l'accesso era vietato, appunto, a chi non portava la cravatta (o il cravattino). I pienoni erano all'ordine del giorno, per la gioia anche dei gestori della cucina/bar/ristorante. La coda (l'entrata era a pagamento), alle volte iniziava in strada davanti al portone d'ingresso La sua scomparsa – un incidente automobilistico – si fece sentire immediatamente: le attività sportive in seno al sodalizio scomparvero quasi del tutto, fatti salvi i tornei di carte e

biliardo. Quelle scolastiche subirono dei rallentamenti, cadendo tutto sulole spalle già oberate, degli insegnanti di Educazione fisica, molti dei qualoi però completamente a digiuno in tema di organizzazione di eventi sportivi. "Nino" Squarcia ci aveva... viziato. Il giorno delle esequie scoprimmo, devo dire abbastanza sbalorditi, quanto fosse amato, rispettato, stimato. Era un martedì 2 giugno piovoso. Ciò nonostante, oltre un migliaio di persone accorsero a porgergli l'ultimo saluto: docenti e studenti liceali, ex compagni di lavoro, attivisti e semplici iscritti del Circolo; inviarono corone di fiori, tra gli altri, le aziende "Torpedo" e "Rikard Bencic", il Liceo e le Ottennali, la Fratellanza e il Consolato Generale d'Italia di Capodistria. Per il "CIC" lo ricordò Edi Braiucca. Si esibirono i Cori della Fratellanza e del sodalizio sloveno di Fiume, "Basovizza" e la Banda di Ottoni di Tersatto. Aveva solo 55 anni. Dopo pochi mesi, nel mese di ottobre, lo raggiunse Grozdana "Dani" Seppi Squarcia, appena cinquantenne. Si erano sposati nel 1945.

29

Famiglia Giovanni Squarcia. fine anni 60

39


Ricordando Reneo Lenski • di S. Damiani

"Sua Ezelenza, el dialeto fiuman"

29

40

Lo scorso anno di questi tempi, si spegneva Reneo Lenski. La notizia l'aveva data la figlia, su facebook, con queste parole: "Occhi azzurri bello come il sole, comandante Reneo Lenski papà adorato, da oggi comandi tutte le navi del cielo". Era nato a Fiume il 13 giugno del 1928. Nel 1945, lasciò la città natale. Anzi, fuggì, nascosto nel cassone di un autocarro per il trasporto delle angurie, insieme ad un amico. Dopo varie traversie, raggiunse Brindisi dove due anni dopo si diplomò Capitano di Lungo Corso. Trascorrerà la vita in mare. O comunque svolgendo attività legate al mare. Ma sempre con il cuore immerso nel mare della sua infanzia, quello di Fiume; città e ambiente, storia e tradizioni che evocherà in due libri: "Uomini di mare. Uomini di Fiume" e "Mare e Fiume nel cuore". Chi e avuto la fortuna di leggerli, soprattutto se fiumano, li ha molto apprezzati, scriveva l'articolista in un pezzo uscito su "La Tore" del 2012, in cui l'Autore si soffermava sui contenuti del secondo titolo, spiegando: "Se trata de una natural continuazion de tute le ciacole fate nel mio primo volume (insieme al libro vegnirà gratuitamente fornida una bela presa de bicarbonato). Scopo: acontentar ancora una volta quele care persone, i mii letori, che me ga proferto plausi comoventi e zercar novi. El personagio che continuo a presentar nel secondo volume xe sempre el stesso: sua ezelenza el dialeto fiuman. Una parlada dolze e anche un poco ostica, un poco farzida con vocaboli de etimo in-

zerto ma, ve giuro, rico de tute quele ciacole che ga sussitado ricordi divertenti, memorie inzombade de nostalgia e condide con un poco de morbin. Un dialeto che i lo ga capido perfìn a Palermo. E scometo che anca i Istriani e i Dalmati non gavarà nessuna difficolta de trovar, anzi ritrovar i stessi fantasmi che ga impinido la prima parte dela nostra vita. Quele ombre che gnanca la note dei tempi ga podudo scanzelar". "Mare e Fiume nel cuore" valse a Reneo Lenski una Menzione d’Onore nella Sezione testimonianze al Premio Tanzella promosso dal Comitato Provinciale di Verona dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, dopo un primo premio vinto allo stesso concorso per il precedente libro, con la seguente motivazione: "Esprimendosi nella dolce parlata della natia

Fiume, l'autore fa rivivere un microcosmo in cui affiorano squarci di vita quotidiana che si anima con il brulichio delle vie, delle calli, e delle piazze, con la vivacità della sua gente, intraprendente e laboriosa. Una comunità dalle radici cosmopolite, caratterizzata da una secolare civile coincidenza tra le diverse etnie che la componevano, smembrata dall'esodo e dispersa nel mondo. Ma l'anima della città continua a palpitare nella testimonianza appassionata di uno dei suoi figli devoti".


Quindici anni senza Silvio ed Ezio

Ci hanno lasciato nel 2003

Quindici anni fa, tra la primavera e l'estate del 2003, ci lasciavano due tra i migliori giornalisti della seconda generazione della CNI: Ezio Mestrovich e Silvio Stancich, entrambi cresciuti professionalmente nella redazione de "La Voce del Popolo". Mentre Mestrovich è rimasto sempre a Fiume, dividendosi tra il quotidiano e "Panorama", per approdare alla direzione dell'Edit; Stancich nel 1972 passò a Tele-Capodistria, dove oltre a svolgere il proprio lavoro, ideò e si occupò dell'organizzazione degli "Incontri Capodistriani", manifestazione e vetrina artistico-culturale per le minoranze nazionali e linguistiche dell'allora Jugoslavia e oltre. Inoltre, avendo un passato di musicista, per molti anni diresse più di un coro femminile e ancora quando viveva a Fiume, compose, tra le altre, la canzone "La bambolina dgli occhi blu" (il testo era firmato da Romano Farina), che vinse la prima edizione del festival canoro che dall'anno successivo avrebbe preso il nome di "Voci nostre". Spesso Silvio faceva pure il presentatore. L'impegno extragiornalistico di

Mestrovich invece è rimasto sempre all'interno della "scrittura": poesia, saggistica, narrativa; e con successo. Ma Ezio si è anche speso in ambito letterario promozionale: a lui si deve la prima apparizione in Croazia di Claudio Magris, alcuni incontri pubblici con Fulvio Tomizza. Nel 1992, invitato insieme al critico Tonko Maroevic e al regista e saggista Peter Selem, a Firenze dall'Associazione Culturale Italia-Croazia (fondata e presieduta dal pittore Josip Zanetti e da me) tenne una conferenza all'ateneo fiorentino sulla

crisi in atto nell'ex Federativa. Ma Silvio ed Ezio (cinque mesi di differenza tra i due: del novembre del 1940 il primo, dell'aprile del 1941 il secondo) che si conoscevano sin dai tempi delle ottennali, negli anni liceali fecero parte della filodrammatica del "Circolo". Personalmente li ricordo in un grottesco, ma anche inquietante atto unico di Luigi Pirandello, "La patente", con la regia di Nereo Scaglia. Avevano poco più di sessant'anni, quando ci hanno lasciato. Troppo presto. Oggi sarebbero vicini agli ottanta, ma con la vivacità intellettuale e mentale che li contraddistingueva, eccome se sarebbero tornati utili per le (continue) battaglie della nostra comunità nazionale e da esempio a tanti giovani che pare siano nati vecchi, tanto sono inerti e abulici. Non sarebbe male se l'ex liceo fiumano desse vita ad un concorso interno di tipo giornalistico intestandolo a loro due, un Premio Mestrovich-Stancich o Stancich-Mestrovich, indifferente.

29

41


Cent'anni fa nasceva Gino Bonelli

Da Piacenza a Fiume con la Lirica nel cuore "Siamo lieti di segnalare l'eccezionale successo riportato dal nostro concittadino Gino Bonelli, che ha saputo interpretare così bene la parte di Rodolfo della "Boheme" di Puccini. Egli ha riscosso applausi vivissimida un pubblico di conosciuta e raffinata sensibilità musicale (...)": è l'incipit di un articolo del quotidiano piacentino ("Libertà") all'indomani dell'esibizione del Nostro, nel 1945; esibizione ed esito che probabilmente hanno decisamente indotto l'allora men che trentenne Bonelli a intraprendere la carriera del cantante lirico. Due anni dopo, eccolo a Fiume insieme al maestro e collega Morcia. Il debutto avviene con "Tosca", dirige Boris Papandopulo. Nel 1949, dopo due stagioni in cui

29

42

il Nostro ha affinato la tecnica, ma soprattutto ha avuto modo di esibirsi in numerosi ruoli operistici e sotto la direzione di bravi direttori,

Gino Bonelli torna in Italia. Ma l'esperienza acquisita, la bella vocalità non bastano. Bisogna "intivare" l'agente giusto per percorrere la strada che lo potrebbe portare sempre più in alto. Frattanto, comunque, riesce a trovare ingaggi in vari teatri italiani, tra cui a Venezia, a fianco di Tito Gobbi; a Trieste, alla Scala, a Firenze, nell'ambito del prestigioso §Maggio Musicale Fiorentino. E poi nuovmaente all'estero, questa volta in Sud America: Perù, Argentina. Ancora Italia, fino a quando nel 1956 il succitato boris Papandopulo, direttore dell'opera di Fiume non lo richiama, ma per averlo in pianta stabile, come primo tenore. Perché no? Saranno poco meno di vent'anni di grandi soddisfazioni. Bonelli ha


vestito i panni dei più importanti personaggi delle principali opere di Rossini, Verdi e Puccini; ma non solo. Al suo fianco sono cresciute due generazioni di cantanti che poi hanno fatto faville in numerosi teatri dell'allora Jugoslavia e all'estero. Estero, dove Gino Bonelli è tornato spessissimo coll'Opera fiumana; nelle due Germanie, in Romania, in Bulgaria, pure in Italia (a Venezia, con "Otello"). A cent'anni dalla nascita e venti dalla dipartita, Piacenza, il Centro Musicale Tampa Lirica e Amici della Lirica, lo hanno ricordato con una serata-concerto, in cui, tra l'altro, Bonelli Junior – Rodolfo, già studente del nostro Liceo – ha con-

segnato al vicepresidente del gruppo editoriale che pubblica il quotidiano "Libertà", sempre puntuale nel seguire la lunga carriera del "loro" Gino, ha consegnato, dicevo, l'archivio digitalizzato della carriera del tenore piacentino-fiumano. Un lavoro che ha visto impegnato l'amico Rudy per oltre un anno e mezzo. Con tutta probabilità entro l'anno una manifestazione a ricordo di Gino Bonelli si dovrebbe tenere pure a Fiume; l'avevamo auspicato sin dallo scorso inverno, mettendo in contatto il direttore dell'opera dello Zajc con Rodolfo Bonelli... Se sono rose, fioriranno.

Gino Bonelli e Zorka Wolf

29

43


Locandine eventi a Palazzo Modello

La composizione delle locandine è opera di Dorian Mataija 29

44


Fiume e la marineria • di Tullio Iliasich

Cantieri Navali del Quarnaro Alla fine del XIX e all’ inizio del XX secolo Fiume si sviluppò sia demograficamente che industrialmente. La cittadinanza, che nel momento del passaggio al Regno d’ Ungheria contava circa 18.000 abitanti, giunse ai 49.000 prima della prima Guerra mondiale. Parallelamente allo sviluppo demografico si svolse anche un forte sviuppo industriale. Furono aperte così: la "Torpedo Fabrik von Robert Whitehead", la R.O.M.S.A. Raffineria di Olii Minerali, la manifattura tabacchi, le Fonderie "Matteo Skull", la cartiera "Smith & Meyner", l’ azienda per la pilatura del riso, il cantiere "Danubius" e varie altre. La città di Fiume era stata dichiarata porto franco nel 1719, per volere dell’ Imperatore Carlo VI e la via Carolina collegava il litorale fiumano al medio e basso Danubio già

merciale del Regno d’ Ungheria. Nella parte austriaca esistevano già due importanti cantieri navali quello di Trieste e quello di Pola, cosicchè il Regno d’ Ungheria decise, verso la fine del 1800 di fondarne uno sul proprio territorio. Uomini d’ affari di Budapest, affiancati dalla Banca di Credito Fiumano, rilevarono, dai proprietari tedeschi il vecchio cantiere e nacque cosi il cantiere Danubius, realizzato dalla "Danubius, Schonichen e Hartman" di Budapest. L’ Impero sostenne lo sviluppo del cantiere Danubius che operò sulla via della tradizione cantieristica navale già esistente in città. Le commesse militari, fecero sì che la Danubius si fondesse con la "Ganz & CO foundry & machinery works" dando vita così nel 1911 alla "Ganz & CO Danubius". Il cantiere era pronto per la produzione di navi

ri, pontoni, un bacino galleggiante autocarenabile da 5.000 tonnellate, navi cisterna, navi passeggeri e un sottomarino da ricerca. Tra le costruzioni militari si annoverano: torpediniere, cacciatorpediniere, sommergibili, incrociatori da 3.500 tonnellate tipo Helgoland, uno dei quali passa, come riparazione di guerra alla Regia Marina Italiana sotto il nome di Brindisi. Una delle unità più conosciute realizzata dal Danubius, fu la corazzata Szent Istvan da 22.000 tonnellate, varata il 17 gennaio del 1914, annoverata come una delle più grandi navi dell’ epoca, misurava 152 metri di lunghezza e 28 metri di larghezza, arrivava ad una velocità di 21 nodi e contava circa 1.100 membri di equipaggio tra ufficiali e marinai. La sua fine fu segnata da due motosiluranti italiane il 10

per la Marina Imperiale Austroungarica e per altri clienti. L’ inizio del XX secolo vede il Danubius impegnato nella costruzione di vari tipi di natanti. Vengono varati: rimorchiato-

giugno 1918, nei pressi dell’ isola di Premuda, verso la fine del primo conflitto mondiale. Al termine della I Guerra Mondiale, con il trattato di Rapallo nel 1920, Fiume venne assegnata al Regno d’ Italia e il "Danubius" cambia

Panorama del Cantiere

dal 1771. Con l’ apertura della linea ferroviaria Fiume Vienna e Fiume Budapest nel 1873, furono assolte tutte le premesse naturali, per far sì, che il capoluogo del Quarnero fosse il più importante sbocco al mare com-

29

45


La corazzata Szent Istvan

29

46

e tubisti, la fonderia e il reparto elettrico che è in grado di eseguire tutti gli impianti occorrenti, fino al trattamento delle batterie per sommergibili nella moderna stazione di carica. Poste al centro del cantiere sorgono: una centrale termo – elettrica, una centrale pneumatica, una centrale idraulica ed una di produzione dell’ ossigeno, che riforniscono tutte le officine e la darsena con gli energenti necessari al ciclo di produzione. Il cantiere possiede anche un bacino galleggiante da 5.000 ton-

nome e viene ribatezzato "Cantieri Navali del Quarnaro". Il Cantiere, uno dei maggiori d’ Europa, continua con successo la sua attività. Lo stabilimento copre circa 180.000 metri quadri di terreno nei pressi del porto di Fiume. Possiede una darsena di allestimento, servita da una gru elettrica scorrevole a ponte con una potenza di sollevamento di 100 tonnellate, dove vengono effettuati tutti i lavori di completamento delle navi varate, cosicchè gli scali di costruzione sono occupati solo per il tempo strettamente necessario per costruire gli scafi. Veduta degli scali e della darsena di allestimento Il cantiere possiede 4 scali in muratura, adatti per la costruzione di scafi lunghi da 150 a 230 metri, con due gru elettriche scorrevoli da 30 tonnellate e una a braccio girevole da 10 tonnellate. Gli scali, le officine e i magazzini sono collegati da una rete ferroviaria di circa 3,5 kilometri, che fa capo anche alla stazione di Fiume, cosicchè il trasporto dei materiali è diretto e veloce. Il complesso, oltre che gli scali e la darsena comprende anche varie officine specializzate. L’ officina navale di circa 11.000 metri quadri, servita da sei carri ponte della portata di 10 tonnellate ciascuno, l’ officina meccanica, il reparto carpenteria in legno, il reparto meccanico, L’ officina meccanica l’ officina caldaie, l’ officina ramisti


nellate costruito dallo stabilimento stesso. Nel periodo tra le due guerre mondiali vennero varate numerose unità, sia civili che militari, per i fabbisogni del Regno d’ Italia e per armatori esteri. Interessanti da ricordare il sommergibile Rubino e la Base galleggiante per ormeggio e sollevamento di idrovolanti, poi situata nel porto di Fiume. Per vent’ anni, lo spazio di tempo tra le due guerre mondiali, i Cantieri Navali del Quarnaro furono uno dei motori di sviluppo della città. Contribuirono assieme alle altre industrie: Torpedo e Cartiera a rendere famoso il livello di cultura tecnica di Fiume, fino a livelli internazionali. Dopo il II conflitto mondiale Fiume venne assegnata alla Jugoslavija e il cantiere continuò il suo lavoro e i suoi successi con il nome di "Cantiere 3 Maggio". Il resto della storia si svolge nella seconda metà del secolo scorso, quindi è recente, perciò lasciamo ai posteri il dovere di scriverla.

Il bacino galleggiante

Sommergibile Rubino pronto al varo

29

Base per idrovolanti nel porto di Fiume

47


Gironzolando per Fiume nel passato • di Giacomo Scotti

… E per incendio doloso c’era la morte sul rogo (Dallo Statuto di Fiume del 1530) Al ladro che ruba otto sciami di api viene tagliata la mano, per il furto di nove-dieci sciami viene tagliata la mano e cavato un occhio, per il furto di oltre dieci sciami la pena è l’impiccagione. Queste erano le pene previste nello Statuto di Fiume risalente al 1530, epoca in cui la città di San Vito non contava più di duemila abitanti, quasi tutti "ristretti" entro le mura di cinta, all’interno delle quali vasti spazi erano ancora coltivati ad orticelli ed a minuscoli vigneti. Oggi quelle pene possono sembrarci fin troppo severe, ma quella volta la vita era diversa e ben diversi erano i criteri per giudicare le malefatte. Come dimostrano, del

29

48

resto, alcune altre norme che spulciamo dallo stesso Statuto. Così per chi veniva sorpreso ad appiccare il fuoco e, in genere per reato accertato di incendio doloso allo scopo di mandare in cenere una casa, la pena era la morte: veniva bruciato sul rogo. Alla medesima orribile fine – morire bruciata – era destinata la donna maritata che commetteva il reato di bigamia contraendo matrimonio con un altro maschio. Finiva in prigione o veniva messo alla berlina, in pubblico nella Piazza delle erbe, chi tagliava gli alberi di olivo e le viti altrui col proposito di arrecare danni o compiere vendette. Evitava la prigione e la

colonna infame, tuttavia, pagando i danni e qualcosa di più. Chi testimoniava il falso davanti al tribunale, soprattutto se lo faceva per denaro, veniva punito con l’imposizione della "corona del disonore" sulla testa, e così conciato, legato alla colonna delle vergogna e bollato a fuoco. Avrebbe portato per tutta la vita il segno del mentitore. L’uomo che avesse baciato una donna contro la sua volontà, era punito con un’ammenda pecuniaria e frustato con lo scudiscio oppure messo al bando da Fiume per un periodo di quattro anni. Se, invece, la violenza si trasformava in stupro, il colpevole veniva condannato a morte. La pena capitale si applicava anche nel caso di rapimento. Il codice fiumano del primo Cinquecento non era tenero però nemmeno con le donne di mal costume. Nessuna donna, nubile, vedova o maritata, giovane o anziana, poteva accedere a una pubblica festa danzante se non portava la gonna almeno fino ai ginocchi. A quei balli non potevano assolutamente partecipare le meretrici e, in genere, le donne conosciute per la loro vita scostumata. Anzi, a puttane e mezzane era vietato abitare entro le mura cittadine. Era pure severamente punita la bestemmia. Chi imprecava Dio o qualche santo veniva castigato con una forte ammenda pecuniaria o col cosiddetto "battesimo del mare"


e cioè con due o tre lunghe immersioni nell’acqua, seguite dall’esposizione al pubblico legato alla colonna infame. I ribelli, invece, venivano legati alla coda di un cavallo, trascinati per le vie cittadine e infine impiccati pubblicamente. Era considerato ribelle chiunque fosse insorto o avesse congiurato contro lo stato o contro la città. Lapersona che avesse preparato una bevanda velenosa con l’intenzione di uccidere o di rendere invalido qualcuno immancabilmente finiva con l’essere condannato a morte. Veniva bruciata sul rogo nel caso in cui chi aveva bevuto l’intruglio fosse morto o impazzito. Pesanti pene pecuniarie venivano inflitte a chi avesse offeso qualcuno con le parole, dicendogli, per esempio: brigante, traditore, caprone (ovverosia: becco, cornuto), scansafatiche, figlio di puttana, figlio di un prete ed altri epiteti. Faceva la fine di San Giovanni decollato, e cioè gli veniva staccata la testa dal collo con la mannaia, colui il quale fosse stato dichiarato colpevole di omicidio intenzionale. Per i briganti e i loro aiutanti la pena capitale consisteva nell’impiccagione. Guai a chi fosse stato sorpreso a lavorare nei capi nei giorni festivi! Potevano lavorare unicamente, a Fiume, i farmacisti, i maniscalchi e i caricatori di navi. Ma soltanto dopo la messa! Nessun padrone di cane poteva lascia libero il proprio amico a quattro zampe in tempo d’estate, e precisamente dall’inizio della maturazione dell’uva in luglio fino all’epoca della vendemmia in settembre. E qui ci fermiamo.

Una nota di Casanova su Fiume "Casanova, romantica spia". Questo libro di Luca Goldoni apparso all’inizio dell’anno del bicentenario della morte del letterato, occultista, massone, libertino e avventuriero veneziano (2 aprile 1725

– 4 giugno 1798), è forse appena il primo di una serie di biografie che usciranno in futuro nutrendosi inevitabilmente di quanto Giacomo Giovanni scrisse in francese nelle "Mémoires" ovvero "La storia della mia vita", in tre volumi. Casanova è stato uno 007? Le prove, ammette lo stesso Luca Goldoni, non ci sono; si sa unicamente che nelle 3.900 pagine dell'autobiografia, Casanova ha lasciato troppi buchi, zone d'ombra che in molti studiosi, molto prima di Goldoni, hanno suscitato il sospetto che le avventure vissute dal Casanova in quasi tutti i paesi dell'Europa e i suoi stessi viaggi coprissero un'attività segreta, che egli fosse una spia al servizio della Serenissima repubblica veneta, sua patria. Gli indizi sono parecchi: il grande viaggiatore e rubacuori va avanti e indietro per il continente in sontuose carozze sulle quali mangia, dorme e fa l'amore; nelle città sceglie i migliori alberghi; si circonda di camerieri, fa regali principeschi alle sue donne, spende e spande denaro. Qualcuno deve pur pagarlo, e non senza validi motivi. E l'evasione dai Piombi nel luglio del 1755? Sarebbe stata impossibile qulasiasi fuga se qualcuno in alto loco non l'avesse permessa e favorita per accreditare un Casanova marire presso le corti europee. Ci sia permesso, qui, di aggiungere un tassello al mosaico degli indizi che vogliono Casanova un informatore segreto, portando il racconto in Istria e nelle acque dell'Adriatico orientale. Qui il nascente astro marittimo dell'Austria – Ungheria sta sempre più salendo all'orrizzonte della seconda metà del Settecento, mentre quello di Venezia, già impallidito, accelera il proprio declino. Minata nella sua struttura e dalla dilagante corruzione, Venezia somiglia in quest'epoca a una vecchia nobildonna decaduta, inchio-

data dagli acciacchi su una poltrona dorata ma tarlata. Così, mentre la Dominante sonnecchia nella sua laguna, le città marinare della costa orientale dell'Adriatico, ancora nominalmente sotto il suo potere, da Capodistria a Cattaro prosperano solamente violandone le leggi. Oppure invecchiano anche loro come quelle istriane, Spalato, Zara ed altre, nelle quali l'aristocrazia imita in tutto e per tutto la Veneta Regina. Mercanti ed armatori protestano contro i frenti posti alla libertà di commercio; si hanno perfino dei gravi tumulti come quello dei popolani di Rovigno, nel 1764, soffocato nel sàngue. Il governo di Vienna, a sua volta, getta benzina sul fuoco per scardinare il secolare dominio adriatico di San Marco: l'imperatrice Maria Teresa, che nel 1766 ha esteso i benefici dei porti franchi di Trieste e Fiume a tutti i quartieri cittadini entro e fuori le mura, fonda nel 1770 uno Stabilmento sulla costa orientale dell'Africa, nel Delagoa, e sprona i sudditi del "suo" Litorale a commerciare nei paesi lontani, beneficiando dei trattati stipulati con laRussia, il Marocco e la Turchia. A Trieste ed a Fiume, vengono aperte le sedi della "Compagnia privilegiata austriaca" che nel novembre dello stesso anno manda nelle Indie orientali le prime navi, "Theresia" e "Giuseppe II", partite da Livorno. È l'anno in cui la città e il territorio di Fiume, insieme con i porti di Buccarizza e Buccari, vengono assegnati al regno di Croazia-Ungheria. Qualche anno dopo, nell'ambito di questo "Litorale ungarico", Fiume diventa territorio autonomo e corpus separatum della corona di Santo Stefano. La città posta nel fondo del Quarnero prende slancio per diventare un fiorente emporio marittimo, l'unico sbocco al mare dell'Ungheria. A questo punto gettiamo un fascio di luce su una pagina finora sconosciuta: il galante avventuriero

29

49


Giacomo Casanova s'interessa particolarmente di Fiume. Il 21 ottobre 1776, il mese della proclamazione del "corpus separatum", il console Pasquale Ricci arriva da Trieste nella città di "San Vito al Fiume" per ribadire con la sua presenza il beneplacito del governo di Vienna all'insediamento nella sua carica di primo Governatore ungherese a Fiume del patrizio Giuseppe Majlah, sancendo così il passaggio della città dalla corona austriaca a quella magiara. Il governo di Venezia preocupato della sorte dei suoi mercati, incarica Giacomo Giovanni Casanova di raccogliere le più ampie informazioni sulla "questione di Fiume", specie per quanto concerne il suo commercio con l'entroterra. Il 28 novembre Casanova conferma epistolarmente agli "Eccellentissimi Signori Inquisitori" la sua piena disponibilità per la delicata missione, promettendo di adempiere il suo dovere "con prudenza, segretezza, celerità, vigilanza e zelo", assicurando inoltre che il suo viaggio durerà più di due settimane. In un'altra lettera agli Inquisitori si può leggere: "Il barcarolo che mando a consegnarle la concertata carta non mi conosce ed io l'aspetto in barca". Aggiungendo che, per meglio adempiere alla sua missione, dovrà forse recarsi a Fiume in persona. Ma il 13 dicembre, in una terza lettera indirizzata allo stesso inquisitore, si giustifica: "Non sono anda-

29

50

to a Fiume perché andandovi avrei dato occasione di patente sospetto, e non avrei già saputo di più di quel che seppi dal console Pasquale Ricci mio amico, il quale appunto al mio arrivo a Trieste, veniva da Fiume dove era stato per dare l'investitura del comando al nuovo governatore. Considerai che mia principal cura dovesse essere quella di nascondere l'oggetto del mio interesse". Per non tirarla a lungo, ecco la sintesi di questa "missione". Casanova spedisce a Venezia una dettagliata esposizione con dati conoscitivi sulla situazione economica, politica e militare della città del Quarnero e del suo Litorale, nonché dei principali provvedimenti adottati per sancire il passaggio di Fiume alla corona ungherese. Le informazioni che Casanova ebbe di Fiume, del Litorale austriaco e del neocostituito Litorale ungarico si aggiungevano all profonda conoscenza che egli aveva della regione, frutto degli anni precedentemente trascorsi a Trieste, dove era vissuto stabilmente dal 1772 al 1774 compiendo frequenti viaggi anche in Istria. A Trieste Casanova si era conquistato numerose amicizie, che conservò per sempre, "in tutte le famiglie più nobili", cominciando dal barone Pietro Antonio Pittoni, "amico e protettore di tutti i libertini", ma soprattutto direttore di polizia. Casanova andava spesso a pranzo dal Pittoni, ma anche in casa del

console di Francia Saint Sauver, del console di Venezia, del banchiere Mosé Levi, del governatore di Trieste conte di Wagensberg e in tutte le case in cui poteva frequentare le belle signore, baronesse o contesse in prima fila. Strappava loro baci, pettegolezzi, e qualche utile informazione da inviare ai suoi amici sulla Laguna.

Fiumani a Venezia Nonostante i non sempre amichevoli rapporti tra la Serenissima repubblica di San Marco e la bicipite monarchia austro-ungarica, ci fu per secoli un movimento migratorio fra la capitale della prima, Venezia, e la fedele suddita della seconda, Fiume. Anche se i veneziani trasferitisi e sistematisi a Fiume furono meno numerosi dei fiumani a Venezia. La presenza degli emigrati fiumani a Venezia fu particolarmente notevole tra il Quindicesimo e il Diciassettesimo secolo, periodo del massimo splendore della Regina dell'Adriatico e al tempo stesso epoca in cui la minaccia turca e le incursioni ottomane dall'interno della penisola balcanica verso la costa si fecero più intense e pericolose. Lo documenta un testo di Lovorka Čoralić, collaboratrice dell'Istituto croato di storia di Zagabria in un saggio del dicembre 2000. Attingendo a diversi archivi veneziani, l'autrice descrive la vita quotidiana a Venezia degli oriundi fiumani attraverso testamenti, atti notarili e le loro relazioni familiari ed amicali, sottolineando che l'emigrazione fiumana nella città sulla laguna costituì una parte non notevole ma nemmeno trascurabile di tutte le migrazioni dai territori insulari e litoranei dell'odierna Croazia verso i paesi d'oltremare. In quel lungo arco di tempo, infatti, insieme ai Fiumani, misero radici a Venezia diverse migliaia di altri emigranti arrivati dalla sponda orientale dell'Adriatico, prevalentemente dai territori dominati


dalla Serenissima, ma anche dalla Repubblica di Ragusa e dai territori sottomessi agli Asburgo. Le città dalle quali giunsero a Venezia i più folti gruppi di migranti furono Zara, Spalato, Sebenico, Lesina, Traù, Ragusa, Cattaro ed altri centri delle Bocche. Il numero dei Fiumani non superava, per fare qualche esempio, quelli dei Polesi, degli Almissani (Almissa, Omiš), dei Clissani (da Clissa, Klis), o di quelli provenienti da Nona (Nin), Scardona (Skradin) o dall'isola di Lissa. I segnani superavano in numero i fiumani.Tuttavia questi ultimi ebbero un notevole peso nella vita sociale ed economica di Venezia. Non a caso due notai veneziani dai cui documenti la studiosa zagabrese ha attinto per la sua ricerca, erano oriundi "de Fiume" come si rileva dal loro cognome: Baldassarre Fiume attivo a Venezia dal 1553 al 1598 ed autore di trentadue testamenti dettati da veneziani oriundi fiumani, e Zuanne de Fiume che ebbe ufficio nella città lagunare nel periodo dal 1588 al 1598. I documenti relativi alla presenza e attività dei Fiumani a Venezia ce li presentano con nome, patronimico (nome del padre) e città di

origine: da Fiume, da Fiumine, Fiuman, Fiumanese. Raramente si incontrano cognomi. La presenza relativamente più alta dei fiumani a Venezia si registra fra il 1450 e il 1600, periodo culminante della minaccia ottomana. Venezia era un rifugio sicuro e prometteva lavoro per un futuro migliore. I fiumani immigrati, per lo più mercanti, artigiani, imprenditori, capitani marittimi e marinai, erano domiciliati quasi tutti nel sestiere o contrada Castello, e più precisamente nelle parrocchie di S. Pietro di Castello, San Giovanni Novo (in Oleo) e S. Severo. Pochi altri erano sparsi nei sestieri di San Marco, Dorsoduro e Cannareggio. Fra le professioni esercitate, la più ricorrente era quella di artigiano; fra gli artigiani i più numerosi erano i favri e cioè i fabbri qualiMatheo de Fiume menzionato nel 1512, Zuane del Fiume condam Bernardo (nel 1549-1550), Bastian de Ambrosio di Fiume, nel 1600 eccetera. Troviamo pure de proprietari di navi: magister Iohannes de Flumine (1518) eMattio condam Todoris da Fiume padrone de marciliana (1621). A Dorsoduro, "al insegna S. Agnese", teneva bothega nel 1594 Pasqualin

de Agnolo da Fiume. Qualcuno, come Jacobo Jacominich, era proprietario di vari beni immobili, terreni e case, nelle località di Arsci, Cittadella, Campo Sanpiero, Fontaniva, Marzonis e altrove intorno a Padova, e di poderi nei dintorni di Fiume. Nel testamento dettato nel 1521 egli lasciò dieci ducati al monastero S. Maria de Tarsato ex opositio civitatis Fluminis perché i frati di quel convento celebrassero messe per la salvezza dell'anima sua. Un'ottima posizione a Venezia se la fece pure il fabbro Zuane del Fiume condam Bernardo già sopra citato che lasciò agli eredi "beni che mi atrovo in Lombardia" e in altri luoghi (et in cadaun luogo esistenti). Ricchi o poveri che fossero, quasi tutti i fiumani di Venezia lasciavano immancabilmente qualche ducato a questa o quella parrocchia, quasi sempre sul territorio del Castello, per la sepoltura (pro sepultura) e le messe. In maggioranza venivano seppelliti nella chiesa conventuale di S. Francesco della Vigna. Per tutti citiamo tre testamenti: Catarina condam Martini de Fiume: "Lasso ducati tre per messe s. Marie e s. Gregorio; Matheus de Flumine condam Jacobi Jacominich "Item volo celebrari messe 16 pro anima mea in ecllesia s. Maria ab Orto"; Ursia uxor Blasii de Fiume: "Dimitto ducato uno pro messe s. Gregorii. Dimitto ducati doi pro messe s. Marie". È uno studio notevole quello della Čoralić, se non fosse inquinato dall'ingiustificata tesi secondo la quale gli immigrati a Venezia venuti da Fiume (come tutti quelli arrivati dalla sponda orientale dell'Adriatico) erano indiscutibilmente croati. Troviamo l'aggettivo croato, indicante nazionalità, ad ogni pie' sospinto, in ogni capoverso, in ogni frase, fino alla noia: "la struttura dei emigranti croati" a Venezia, "la storia della comunità croata a Venezia", "i gruppi croati dell'oltre-A-

29

51


driatico", "i croati emigrati". Senza mai fornire uno straccio di prova a supporto di queste affermazioni. Come se in quei secoli (ma anche prima e dopo) lungo tutta la costa orientale dell'Adriatico altri non vivessero che i croati. Dove le mettiamo le affollatissime comunità italiane ovvero romaniche di Zara, Ragusa, Sebenico, Spalato, Traù eccetera, senza dire degli Istriani? Erano tutti croati? Da quale analisi – per limitarci a Fiume – la studiosa ha potuto concludere che fossero croati Lucia de Flumine, Andrea Mercario de Flumine, Steffano Fiume, Andrea Fiuman, Bortolo Fiuman, Zuane Fiumanese, Cecilia relicta (cioè vedova di) Mathei de Fiume fabri, missier Mattio condam Todoris de Fiume, Caterina relicta condam Mathei de Fiume e tanti altri fiumani di Venezia? Glielo ha suggerito lo Spirito Santo? In tutto il suo studio troviamo soltanto tre cognomi in odore di croaticità, cognomi peraltro tuttora ricorrenti in queste terre e portati da persone che, a distanza di secoli si dichiarano italiani: Iohannes Donatovig, ser Spicialich de Flumine e Jacob Jacominich. LaČoralić si attacca a quest'ultimo come a un'ancora di salvezza per esaltare la croaticità dell'intera comunità fiumana d'oltremare (e di riflesso dell'intera popolazione di Fiume) che "formava un'importante componente della comunità croata a Venezia". Gli studiosi croati sarebbero molto più rispettati nel loro paese e all'estero se la smettessero di falsificare la storia e facessero con imparzialità il loro mestire.

Era fiumano un discepolo del genio Lorenzo Lotto

29

52

Capita, talvolta. Scavi fra le carte di un archivio per cercare il nome di uno scrittore e salta fuori un apprendista pittore. A me è capitata un "Lista di spese diverse" nella quale Lorenzo Lotto, uno dei più importanti pittori del Cinquecento

veneziano, registrava i più svariati dati sul proprio lavoro. Così annotò pure di aver assunto a garzone tale Marco de Giorgi Catalenich di Fiume, il quale viveva ad Ancona. Su questo legame fu stipulato anche un contratto notarile, il cui originale è custodito nell'archivio di Stato anconitano Nel documento, datato 9 settembre 1550, si dice che il maestro assunse come discepolo, per la durata di sei anni tale Marcus de Giorgii Catalenichi de Flumine, appunto. Si precisava che in quei sei anni Lotto lo avrebbe istruito nell'arte della pittura e del disegno: addiscendum artem depingendi et designandi pro tempore sex annorum proximi fituri. Chiarissimo, no? Con laprecisazione che, al posto del verbo "docere", insegnare, qui è usato "addiscere" e cioè "imparare bene un'arte". Lotto si impegnava a far apprendere qualcosa di più al suo discepolo, a fargli apprendere quell’arte molto bene. Il maestro si assumeva pure l'obbligo di dare al discepolo vitto, alloggio e vestiario, mentre il discepolo era obbligato a sua volta verso il maestro (in latino "dicto magistro Laurentio"): a servirlo in qualsiasi modo fedelmente per tre anni, ai quali sarebbero seguiti altri tre anni nei quali il maestro avrebbe dedicato il tempo necessario per istruire il discepolo. Quindi, dapprima il ragazzo fiumano doveva prestare

"opera sua, se bene dideliter et studiose operabit iuxta posse suum dia et quacumque quod dictus magister Laurentius imponet et mandavit per tre annos" e poi "et deinde alios tre annos promisit dictus magister Laurentius docere in se dictam artem dipingendi et disegnandi dicto Marco ur superius". Dopo i sei anni Marco avrebbe riscosso dal maestro la somma di dieci scudi d'oro. A conclusione del contratto Marco prometteva di non abbandonare il posto di lavoro e di non fare nulla di nascosto, furtivamente: non discedere et furtim non facere. Nato verso il 1480, morto nel 1556, Lorenzo Lotto si era sentito incompreso nella sua Venezia, dalla quale fu perciò costretto ad andarsene, sicché trascorse gran parte della sua vita in provincia e soprattutto nelle Marche stabilendosi ad Ancona. Qui ebbe contatti con numerose personalità dalmate Tra gli altri si rivolse a lui l'arcivescovo di Scardona e Salona, Tommaso Negro-Nigris, umanista spalatino, del quale il Lotto esegui un ritratto nel 1527. Per quanto riguarda il suo discepolo fiumano, Marco de Giorgi Chatalenich, dalle ricerche d'archivio risulta che gli impegni contrattuali non vennero rispettati e il rapporto fra Lotto e il giovane discepolo non durò a lungo. Dal libro delle spese del grande pittore risulta


che meno di quattro mesi dopo la firma del contratto, esattamente il 27 dicembre 1550, Lotto licenziò il discepolo giustificando la decisione col dire che il fiumano era risultato indomabile, disubbidiente: "per non aver natura da poterlo domare". Nonostante il contratto non lo prevedesse, il fiumano chiese al maestro di essere pagato anche per quei pochi mesi, in caso contrario minacciava di trascinare il Lotto in Tribunale. E tuttavia bastano quei quattro mesi scarsi di non facile sodalizio con uno dei più celebri pittori del Cinquecento per fare entrare il nome dell'"indomabile" nelle pieghe della storia culturale di Fiume.

Era fiumano l’autore della prima grammatica slovena in italiano Il libro, lo si legge alla fine del "Saggio Grammaticale Italiano – Cragnolino" di Vincenzo Franul, era "vendibile presso lo stesso Autore a franchi sei la copia in Trieste nell’Androna di San Lorenzo, Nro 125". Le duemila copie erano uscite dalla stamperia di Antonio Maldini il 7 agosto 1811 ed erano costate all’autore la somma di 600 fiorini. Un "samizdat" dunque. Nel giro di un anno il Franul riuscì a venderne appena 250, per cui il ricavato non bastò a coprire che un terzo delle spese. Deluso e risentito, decise di non

occuparsi più di slavistica e di versioni dallo sloveno, passando le ordinazioni che gli venivano dai clienti al poeta sloveno Valentin Vodnik che lo aveva notevolmente aiutato nella compilazione del "Saggio" presentato come "prima prova di questo genere", "lavoro primizio". Era infatti la prima grammatica della lingua slovena diretta agli italiani, basata peraltro sulla "Grammatik der Slavischen Sprache in Krain, Kaernten und Steiermark" del grande filologo Jernej Kopitar. Prima della grammatica del Franul, in italiano era apparso soltanto un dizionario e precisamente il "Vocabolario italiano e schiavo" del Servita fra Gregorio Alasia, del convento di Duino, stampato a Udine nel 1607. Chi era Vincenzo Franul? Era fiumano, dottore in legge e notaio che al nome e cognome aggiungeva il titolo patrizio "de Weissenthurn. Era nato a Fiume il 2 febbraio del 1771 e morì a Trieste il 2 agosto 1817. I suoi antenati, venuti probabilmente dalla Valacchia (i Rumeni della Ciciaria istriana), avevano ottenuto nel novembre del 1713 la nobiltà austriaca, ed ebbero possedimenti in Aidussina, dove anche il piccolo Vincenzo trascorse qualche anno nella prima infanzia. Dopo aver assolto a Fiume le scuole elementari, ginnasiale e liceale, questa ultima presso i Gesuiti, si stabilì a

Trieste. Successivamente si laureò in giurisprudenza, non si sa in che anno e presso quale Università. A cominciare dal 1798 lavorò per alcuni anni nello studio di Alessandro de Cronnest, goriziano, di cui sposò la figlia Teresa il 4 luglio del 1801. Con decreto del 10 febbraio 1803, fu autorizzato ad aprire il proprio studio di pubblico notaio che tenne fino alla morte. Dal 1808 fu patrizio e consigliere del Comune. Franul esercitò la sua professione in piena epoca napoleonica e fu uno degli entusiasti dell’Illiria voluta da Napoleone che comprendeva la Carniola, il Goriziano, Trieste, il circondario di Villaco, parte del Tirolo, l’Istria,la Croazia fino alla Drava, Fiume, la Dalmazia, l’ex repubblica di Ragusa e le Bocche di Cattaro. Quella Illiria contava una popolazione di circa due milioni di abitanti parlanti italiano, sloveno, croato e tedesco. Essa, nella speranza di molti poeti, scrittori e storici – come ricorderanno i giornali triestini nel 1952 in occasione del Centenario della morte del generale Marmont – avrebbe dovuto essere l’anello della nuova Europa, il ponte tra l’Europa e l’Asia, tra l’Occidente e l’Oriente. Una delle lingue più diffuse nella "Illiria" era lo sloveno ovvero "dialetto cragnolino", ed il Franul era convinto che i Triestini e gli altri italiani delle "Provincie Illiriche" dovessero conoscere anche la lingua dei loro conterranei. Egli scriveva: "Noi, che . . . viviamo in una Città, il cui contado ha per dominante la sola lingua cragnolina, e che per mancanza della di lui lingua veggiamo compromessi persino gli affari nostri domestici, non dovremmo noi esser egualmente animati dalla medesima voglia?". "Non conviene a noi forse d’applicarsi allo studio d’una lingua, la cui cognizione si rende altrettanto utile, che necessaria?". Parole da sottolineare, oggi più che mai attuali.

29

53


A conclusione i lavori protettivi • di Helena Labus Bačić

Il Duomo rimesso a nuovo

29

54

Nel mese di giugno, nella chiesa dell’Assunzione della Beata Vergine Maria (Duomo) verranno smantellati i ponteggi protettivi sistemati nelle tre navate all’inizio degli anni Novanta per prevenire eventuali cadute di pezzi di intonaco dal soffitto. La struttura era all’epoca in pessime condizioni, ma con il passare degli anni all’interno dell’edificio sono stati portati avanti diversi interventi di restauro che hanno migliorato la sua statica e recuperato gli elementi caratteristici della più antica chiesa parrocchiale di Fiume: gli stucchi, gli altari marmorei e le decorazioni pittoriche che adornano le cappelle laterali. Infatti, si sono conclusi di recente i lavori di restauro delle ultime due cappelle della navata meridionale della Chiesa dell’Assunzione della Beata Vergine Maria (Duomo), per cui sono stati finalmente tolti i ponteggi protettivi, per ora soltanto da questa parte della chiesa. Questa è un’autentica perla non soltanto del capoluogo quarnerino, bensì di tutta la Regione litoraneo-montana e dell’Arcidiocesi di Fiume. Nella navata meridionale della chiesa sono stati portati a termine i lavori di restauro delle decorazioni pittoriche nelle cappelle della Santa Croce e di San Giovanni Battista, mentre negli anni precedenti sono stati completati i lavori alle cappelle del Sacro Cuore di Gesù (originariamente intitolata alla Beata Vergine Maria del Carmine) e del Santissimo Sacramento. La chiesa vanta undici altari marmorei - per cui occupa un posto particolare tra

i complessi sacrali di Fiume, ma anche fuori dai suoi confini - e numerose sculture marmoree che sono state sottoposte a un intervento di pulitura. Gli altari sono stati lavati e riparati, anche se necessitano di un intervento molto più dettagliato che forse verrà intrapreso in futuro, mentre sulle pareti sono state sottoposte a un’opera di restauro le decorazioni pittoriche. Gli altari risalgono al periodo tra gli anni 1720 e 1740 e sono stati realizzati da diversi scultori attivi a Fiume a quell’epoca, tra i quali il più importante era Antonio Michelazzi, il quale diede lustro alla città nel XVIII secolo rendendola nota e apprezzata. Infatti, a Fiume si potevano commissionare altari e sculture marmoree di alta qualità. Le decorazioni pittoriche risalgono invece al 1932, anno in cui venne avviato un complesso intervento di restauro dell’intera chiesa, mentre l’allora parroco mons. Luigi Maria Torcoletti concordò la realizzazione delle decorazioni pittoriche con il pittore accademico Augusto Pagliarini di Ferrara. Finora non erano noti molti dati relativi a queste decorazioni, ma grazie agli studenti di storia dell’arte alla Facoltà di Filosofia di Fiume, Mario Pintarić e Marin Bolić, è stata rinvenuta la completa documentazione riguardante questo intervento. È noto il suo costo, il perché della scelta di questa iconografia e dell’esecutore dei lavori. Per portare l’edificio allo stato ottimale sono necessari ancora diversi interventi al suo interno. La

struttura è stata risanata staticamente nel 2008, è stato sottoposto a un’opera d’assetto il circondario della chiesa, realizzato il tetto, mentre l'anno scorso erano iniziati i lavori alle prime due cappelle della navata meridionale che nel frattempo sono stati completati. Uno dei problemi erano le infiltrazioni d'acqua dal tetto, che dovrà essere riparato, in quanto non è stato fatto a regola d'arte. In quell'ambito, i restauratori avevano pure pulito gli altari, ma qui si tratta soltanto di un intervento in superficie. Infatti, gli altari hanno bisogno di un'opera di conservazione in quanto in diversi punti si stanno staccando pezzi e si rilevano problemi di statica. Il ministero della Cultura ha stanziato finora 400mila kune per il restauro della navata meridionale, mentre la Regione litoraneo-montana ha donato 100mila kune per l'opera di restauro della chiesa, mentre l'Arcidiocesi di Fiume ha investito nei ponteggi. I ponteggi verranno rimossi prossimamente dalla chiesa dopo 27 anni. Uno dei piani legati a questa chiesa è l’apertura di un piccolo museo nel quale esporre i preziosi oggetti che sono qui custoditi. In autunno inizieranno i lavori di restauro nella navata settentrionale.


Petra Di Laghi a pieni voti • di Sandro Pellegrini

Tesi sull’esodo e l’accoglienza a Genova Petra Di Laghi è una giovane genovese figlia di padre originario di Genova e di madre con genitori fiumani e polesani. La giovane ha da poco conseguito la laurea magistrale a pieni voti in studi storici all’Università di Torino. Ha avuto come relatore il prof. Mauro Forno. La candidata aveva conseguita presso l’Ateneo di Genova la laurea triennale. Il titolo della sua seconda tesi è "L’esodo giuliano-dalmata tra emergenza e accoglienza: il caso di Genova (1945-1955)." L’interesse per l’argomento prescelto per il suo impegnativo lavoro di ricerca e di documentazione è presto spiegato. Petra Di Laghi è figlia di Mario di origini genovesi, rappresentante di moda. La madre Patrizia, insegnante di educazione

fisica, nata a Genova come il marito, è figlia di un padre fiumano, Renato Gospich e di una madre, Antonia Dumovich originaria di Pola. I coniugi Gospich vivevano nel capoluogo istriano e furono tra quelli che si imbarcarono sulla nave Toscana in uno dei numerosi viaggi svolti da Pola verso le coste italiane dove scaricava i cittadini di quella zona dell’Istria che avevano deciso di abbandonare la terra natale nel 1947 dopo la firma del Trattato di pace di Parigi. In quella circostanza tutta l’Istria già occupata dalle truppe jugoslave del maresciallo Tito venne assegnata definitivamente alla Repubblica Popolare di Jugoslavia. La famiglia di Petra vive da anni nel sobborgo genovese di Sturla.

La tesi di laurea della neo dottoressa si articola in quattro capitoli. Nel primo vengono esposte le premesse e le caratteristiche dell’esodo giuliano-dalmata che ha avuto alla sua base una serie di ragioni psicologiche, politiche, sociali, economiche e culturali spiegate una ad una come elementi di reazione alla politica del fatto compiuto a seguito dell’occupazione jugoslava di tutti i territori italiani della Dalmazia e della Venezia Giulia nell’ultimo periodo della guerra. Le truppe jugoslave puntavano ad arrivare fino al fiume Tagliamento travolgendo le ultime difese repubblichine e dei tedeschi. Quell’avanzata venne fermata dalle armate anglo-americane attorno a Trieste e a Gorizia. I territori italiani via via occupati veni-

29

55


29

56

vano proclamati immediatamente come facenti parte della Repubblica Jugoslava, senza attendere le decisioni della conferenza di pace. Interessanti le pagine del lavoro che spiegano il sovrapporsi delle strutture militari, politiche, economiche ed amministrative jugoslave a quelle italiane, con il seguito di una dolorosa serie di fatti di sangue che eliminarono con fucilazioni e con infoibamenti quanti rappresentavano l’anima italiana della Dalmazia e della Venezia Giulia. Il tema viene ampiamente svolto nel secondo capitolo della tesi. Quel capitolo illustra il dramma dell’esodo, la prime partenze e l’arrivo in Italia delle popolazioni giuliano-dalmate. Dopo la firma del Trattato di pace, del 10 febbraio 1947, si

estese sempre più l’azione jugoslava di amalgama, anche forzata con il terrore di popolazioni italiane con quelle jugoslave. Il che fece maturare fra gli italiani "un senso di estraneità nei confronti della propria terra.". Dovevano infatti adeguarsi a nuovi modelli di vita e all’uso di una lingua distante dall’idioma di Dante. Il fatto sentirsi stranieri in casa propria era aggravato da "un netto deterioramento della qualità della vita." Era logico a quel punto, sostiene l’autrice,,che le popolazioni di lingua italiana intendessero rimanere italiane scegliendo di ricongiungersi alla loro Madre Patria naturale. I primi movimenti di popolazione giuliana verso l’Italia si erano registrati già nella seconda parte del 1945. Presero maggior vigore l’anno seguente per esplodere

dopo il febbraio del 1947 trasformandosi in "un fenomeno di massa." Tale allontanamento massiccio continuò fino al 1950 per spegnersi attorno al 1955. Intanto si estendeva e si affermava in ogni aspetto la nuova gestione del potere jugoslavo con un regime dittatoriale attuato da personale prepotente ed impreparato come fu dimostrato dalla riforma agraria jugoslava adottata nel 1946 che riduceva drasticamente il terreno che ogni singolo assegnatario si vedeva attribuire. Dopo il 1947 gli italiani che intendevano rimanere in quella che reputavano la propria terra dovevano chiedere la cittadinanza jugoslava. Fu un’altra spinta all’esodo che colse impreparate le autorità italiane. Vennero allestiti tre grandi entri di raccolta a Trieste, Venezia e Ancona da cui i


rifugiati italiani dell’Istria e Dalmazia vennero avviati, poco alla volta, ai 106 campi profughi sparsi in tutta la penisola. In quei campi molti di loro vissero per lunghi anni una vita povera e grama. Con l’eccezione di quello di Fertilia in Sardegna, che offerse subito un’accoglienza decorosa e possibilità di un lavoro immediato. Una sorta di paradiso rispetto alla vita che si trascorreva in quello di Altamura in Puglia preso come punto di paragone negativo. Quanti avevano la possibilità di scegliere delle soluzioni differenti scelsero altre strade. Mentre si verificava questa enorme corsa verso l’Italia si tentò di organizzare un primo censimento di quanti avevano lasciato o stavano lasciando le loro terre d’origine. Anche su questi aspetti la tesi di Petra Di Laghi offre una interessante documentazione. Il terzo capitolo della tesi "prende in esame le informazioni veicolate dalla stampa periodica nazionale e degli alleati inerenti la questione giuliana." Non vengono tralasciate quelle tratte da notiziari internazionali e dalla stampa clandestina. Con particolare attenzione vengono esaminati i contenuti dei giornali stampati a Trieste particolarmente attenti a quanto avveniva a pochi passi dal capoluogo regionale e quelli del nuovo giornale La Voce del Popola, stampato a Fiume in lingua italiana dagli jugoslavi. Il governo occupante utilizzava quel giornale come "una vera e propria cinghia di trasmissione...e come veicolo di propaganda tra la comunità italiana." Un particolare risalto viene riservato agli articoli pubblicati dall’Unità, a firma di Palmiro Togliatti, segretario del PCI e di Luigi Longo. Nel lavoro di Petra Di Laghi il numero complessivo dei profughi dalla Venezia Giulia viene stimato a 280 mila unità invece delle 350 mila che è tuttora il numero adottato dalla maggiore pubblicistica italiana. Il quarto capitolo è dedicato agli

aspetti dell’accoglienza dei profughi giuliano-dalmati con un accenno particolare a quanto avvenuto a Genova dove accanto alla Prefettura e alla sezione genovese del Comitato Alta Italia per la Venezia Giulia e Zara già attivo nel capoluogo ligure dall’agosto del 1945, operavano anche la Pontificia Commissione di Assistenza (POA) e l’Ente Comunale di Assistenza (ECA). Il primo aiuto offerto ai profughi della Venezia Giulia consisteva nella somministrazione di pasti, di oggetti di vestiario e di calzature. Subito dopo furono messi a disposizione una ventina di alloggi che ospitavano ognuno più famiglie e quindi nove scuole, due asili e tre conventi il cui più capiente era quello dei Padri Cappuccini di Campi-Rivarolo. A Rapallo trovarono una prima sistemazione in un albergo e a Chiavari nel cosiddetto Centro di Raccolta Profughi n° 72 nell’ex Colonia Fara. Ci furono anche distribuzioni di danaro, e forme di avviamento al lavoro. A Genova un impiego veniva trovato soprattutto presso le compagnie di navigazione, i cantieri, le grandi industrie che si stavano sollevando dai danni della guerra. In

seguito (1949) vennero anche in favore dei profughi le assegnazioni di alloggi popolari attribuiti a singole famiglie e le riserve di posti di lavoro nelle amministrazioni pubbliche con la precedenza a quanti già avevano lavorato in analoghe strutture nelle Terre abbandonate. Il commento finale della Dottoressa Petra Di Laghi al proprio lavoro chiarisce che l’allontanamento della popolazione italiana della Venezia Giulia ebbe carattere spontaneo e volontario. Non vi furono misure preordinate ed ufficiali di espulsione da parte jugoslava, ma furono "le stesse autorità a rendersi protagoniste di pressioni fisiche e morali tali da rendere difficoltosa la quotidianità alla gran parte della popolazione italiana per la quale la via dell’esodo rappresentò una sorta di percorso obbligato." Né vi fu un piano di spostamento "predisposto con misure ufficiali del Governo italiano" il quale si trovò impreparato ad affrontare un movimento migratorio di così ampia portata verso un Paese messo in ginocchio dalle vicende di una guerra appena conclusa.

29

57


Attivo in "Circolo" dal 1952

Gli 80 anni di Paolo gutto, Editta Drascic, Euro Paoletig, Lauro Dessardo e i più grandicelli Milly e Francesco Squarcia. Ebbene, il Bachich, con "Pile", Raccané, Grdadolnik, la Runco, erano i nomi che più frequentemente sentivamo citare dai soci e spettatori dei nostri spettacoli in Circolo; ma anche quando ci esibivamo in qualche comunità istriana o dagli sloveni del "Basovizza", c'era chi chiedeva di

Con Anna Runco

29

58

Il 4 marzo, ultimo scorso, Paolo Bachich ha compiuto ottant'anni. Più della metà al "servizio" del nostro sodalizio, nel quale ha svolto varie mansioni, per lo più in seno alla "tecnica", la quale poi si occupava di tutto ciò che non era espressamente legato al mometo creativo, compresi i lavori per lui "di casa", avendo studiato da elettrotecnico e lavorato una vita e lavorato all'Elektrolux. Ndegli ultimi tempi, dalla scomparsa di Nereo in poi, è il "padrone" della biblioteca e l'addetto al tesseramento. Da persona seria, meticolosa, rispettosa del prossimo e quadrata (ma non spigolosa) qual è, è un impegno che sta portando avanti con soddisfazione reciproca: sua e della Comunità. Personalmente, la prima volta che sentì pronunciare il nome di Paolo Bachich, fu nella prima metà degli anni Sessanta, quando entrai a far parte della sezione "Arte varia". Eravamo "il nuovo che avanza", tra i cantanti: Alida Delcaro, Nevia Ri-

Paolo, il marito, il papà, il nonno

loro. Costoro, tra cui appunto Paolo, erano per noi, insomma, una sorta di metro di misura. Proponiamo Paolo in due istantanee, una da giovane cantante al microfono in coppia con Anna Runco, ed una da marito, papà e nonno. Auguri!


In viaggio con Vatroslav Cihlar • di Giacomo Scotti

Ricordo di un amico degli italiani

Fu Vatroslav Cihlar ad aprire la serata letteraria a Subotica, il 4 dicembre 1963 alle otto di sera. Più non ricordo in che sala ci riunimmo. Ospiti di "Rukovet", rivista croata della Vojvodina plurinazionale, eravamo arrivati nel pomeriggio da Novi Sad invitati dalla Matica Srpska, massima organizzazione culturale serba. A Novi Sad, capoluogo della Vojvodina, dopo una notte in treno partito il giorno prima da Fiume, eravamo arrivati alle cinque del mattino. Ci accolsero la nebbia e la neve. La nebbia era così fitta che non si vedeva a due passi. Se non ci fossero stati i ferrovieri a gridare il nome della città, all’arrivo, avrei anche potuto credere di essere arrivato alla fine del mondo: la città non si vedeva. Si camminava come in una nuvola. E non vedemmo nulla fino a mezzogiorno.

Per me, in quella mattinata, Novi Sad era sintetizzata da due uomini di penna: Draško Redjep e Saffer Pal, un critico letterario serbo e un romanziere ungherese che ci fecero gli onori di casa. Il nostro gurppo partito quale rappresentanza degli scrittori e poeti del capoluogo del Quarnero, era composto da Vatroslav Cihlar, Vinko Antić, Kazimir Urem, Nedjeljko Fabrio ed io. Facemmo colazione all’albergo "Putnik", poi sostammo al club di Radio Novi Sad in cui programmi si alternavano in cinque lingue. Il quotidiano cittadino "Dnevnik" uscì quel giorno con un grosso titolo su tutta la prima pagina: "Vojvodina pod snegom", la Vojvodina sotto la neve. Per salire sul treno diretto a Subotica demmo prova di coraggio e di equilibrismo. Facemmo anche parecchio lavoro di gomiti. I più allegri eravamo Fabrio ed io, i più giovani del gruppo fiumano. Insieme a Cihlar, eravamo gli unici a parlare tra di noi in italiano. Di quel viaggio sul treno Novi Sad-Subotica mi è rimasta una sola immagine, quella dell’immenso mare bianco della pianura pannonica sepolta sotto la neve. E ricordo la babilonia delle lingue e delle imprecazioni dei passeggeri in serbo-croato, ungherese, slovacco, romeno, ucraino (russino e ruteno lo chiamano laggiù). Per aumentare la confusione e tenerci allegri, Fabrio ed io di tanto in tanto ci scambiavamo degli urli in vernacolo veneto-fiumano. Io vi aggiungevo qual-

che espressione napoletana. Sentimmo una donna dire a un’altra: "Questi sono greci". Ci faceva da cicerone, nel viaggio, la biondissima e giovanissima poetessa Jasna Melvinger di Petrovaradin. Per fare dello spirito, Urem ripeteva ogni tanto "la solita frase" fattasi però illeggibile sul mio taccuino ingiallito da cinquantaquattro anni addietro! Poi anche Urem si annoiò. Anzi, si addormentò in piedi. A Subotica ci attese Radovan Ždrale, scrittore di novelle e redattore del "Rukovet". Ci guidò in un club dove, bevendo grappa, mangiando panini e chiacchierando, facemmo conoscenza con nuovi amici. Eravamo venuti dal confine settentrionale sul mare al confine orientale della Jugoslavia, otto chilometri dall’Ungheria dove le uniche grandi acque sono quelle del Danubio e gli specchi di qualche lago. Vinko Anti ricordò subito che lì, a Subotica, il poeta istriano Mate Balota, esule dalla penisola del Monte Maggiore, era stato per la prima volta professore universitario. Io non potevo neppure immaginare che solo quattro anni dopo avrei incontrato in quella terra la mia moglie ungherese. Alla serata letteraria vennero duecento persone, alunni e studenti quasi tutti, ragazze in maggioranza. Belle ragazze, a dire la verità. Curvo sul foglio di carta, asciugandosi ogni tanto la bocca umida col fazzoletto, Vatroslav Cijlar lesse un suo brano di prosa, qualcosa tra bozzetto e racconto nel quale si diceva di

29

59


29

60

"komini" quei caratteristici focolari mai scritto o che ha solo tentato di delle case del litorale quarnerino, scrivere, le cui pagine sono ancora intorno ai quali si svolge tutta la da raccogliere, da ricucire insieme. vita intima della famiglia: un brano Una storia, quella ci Cihlar, che va di vita marinara. Parlò poi di suo dalla prima guerra mondiale fino fratello, il grande scrittore Milutin alla morte dell’uomo che l’ha visCihlar-Nehajev. suta. La morte lo colse il 2 gennaNel treno, al ritorno, fu Cihlar a io 1968 in un ospizio per vecchi a dominare i discorsi. Devo dire che Costabella, mentre nelle case della a stuzzicarlo, a insistere perché par- vecchia e nuova Fiume si ballava e lasse, fummo Antić ed io. "Cihlar la cantava ancora in onore dell’anno nuovo. Lasciò sul comodino, accansa lunga" mi aveva detto Anti. "La sua vita è tutta un romanzo". E quella notte, nel treno Subotica-Novi Sad, Vatroslav Cihlar non fu davvero avaro di parole. Ci sarebbe voluto un magnetofono. O uno stenografo. Invece, le parole volavano, si perdevano, cancellate subito dall’aria fredda. Sul mio taccuino sono rimasti soltanto alcuni appunti presi in fretta e, quel che è peggio, scritti appena l’indomani. Ci parlò ancora una volta di suo fratello, di Fran Mažuranić, di qualche suo incontro con Ivo Andrić, del tempo in cui aveva collaborato con Vatroslav Cihlar visto da Antun Žunić Miroslav Krleža e August Cesarec ("umano e modesto" to al letto, un posacenere stracolmo lo definì), di quando fu corrispon- di cicche di sigarette e una montadente del giornale socialista italiano gna di carte. "Avanti!", e della sua amicizia con Quando parlava, Cihlar fumava Antonio Gramsci, il fondatore del una sigaretta dopo l’altra, nervoso. Partito Comunista d’Italia. Cihlar Fuori dal treno Subotica-Novi Sad conobbe Gramsci nell’estate del la neve continuava a cadere incol1920 a Torino, nella redazione del landosi sui finestrini. Quando argiornale "Ordine nuovo" dove si rivammo per la seconda volta nel trovava anche la redazione dell’"Acapoluogo delle Vojvodina, il 16 vanti!". dicembre, le strade erano ricoperte Vatroslav Cihlar era lui stesso di ghiaccio, il freddo ci mozzava il un libro di storia, di memorie e di fiato. Avremmo trovato gli stessi paaneddoti. Un libro che forse non ha esaggi lunari anche a Melenci, una

cittadina di oltre ottomila abitanti, nel Banato, sulla sponda del fiume Tisa, il Tibisco. Sul ghiaccio di Novi Sad si scivolava. Cihlar riusciva a stare in piedi a stento, una o due volte barcollò, fu lì lì per cadere con la schiena all’indietro… Non ricordo quali mani salvatrici si tesero per sostenere l’uomo da poco messo in pensione. Solo la sigaretta non si staccava mai dalle sue labbra di colore azzurro. Appena rientrati all’albergo, Vatroslav non seguì gli altri nella sala dove scaldava gli ospiti un caminetto acceso. Chiese al portiere un giornale e se lo lesse, o meglio: lesse i titoli, stando in piedi. Venne da me gridando: "È morto il tuo direttore, Giacomo Raunich". Era il caporedattore de "La Voce del Popolo" di Fiume della quale lui, Cihlar, era stato uno dei più assidui collaboratori. Mai come quella sera Cihlar mi apparve così vecchio, e vecchio non era. Si sedette a un tavolo, con me accanto, scrivendo subito un telegramma in italiano, a lettere maiuscole, a stampatello. Volle esprimere agli amici del suo amico scomparso il suo dolore profondo e sincero. Vatroslav Cihlar aveva sessantacinque anni allora, ma ne dimostrava molti di più. Il suo fisico era stato indebolito da una vita da bohemien, irregolare, di uomo solo che spesso saltava i pasti per non lasciare il foglio di carta o la prima teatrale. Soltanto le sigarette non gli mancavano mai, se ne saziava. E soltanto ai concerti di musica non era assente mai.


La Fiume di Bruno Nel mese di dicembre, Palazzo Modello ha ospitato una mostra delle opere fotografiche di Bruno Bontempo, già redattore de "La Tore", e per quarant'anni giornalista in seno all'Edit, impegnato in tempi differenti a "La Voce del Popolo" ed a "Panorama".

Al pari del giornalismo – se non lo si ama, non è un mestiere da... raccomandare – egli ha sin dagli inizi della carriera amato anche la fotografia, esponendo in varie città ed avendo per protagonisti dei suoi "scatti" innumerevoli soggetti. Nel caso in questione, protagonista è

stata la nostra città, ma vista in maniera assai originale. Che il lettore coglierà al volo. Le mostre, si sa, sono un evento aleatorio, spesso dietro di sé non lasciano nulla se non il catalogo... Noi abbiamo voluto "conservarla" nelle nostre pagine. A futura memoria.

29

61


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook