N UM E R O
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ISSN 1333/0985
NUOVA SERIE - 2016
Uljarska (Via delle Pile) 1, RIJEKA - FIUME
e-mail: circolo@net.hr / www.cifiume.com
FOGLIO DELLA COMUNITÀ DEGLI ITALIANI DI FIUME
Perché un numero speciale . . . . . . . . . . . . 1 Abbiamo il dovere di farla rivivere . . . . . . . .2 Dare ampio spazio all’impegno giovanile . . . . 4 Se quel lampadario potesse parlare... . . . . . . 6 Per un veglione otto giorni di lavoro . . . . . . 35 A quel tempo il coro aveva dodici tenori . . . 38 Erik Fabijanić: tante serate con nostra figlia . . 39 C’era un mare di cori, si cantava dappertutto . 40 Eravamo in tanti, giovani e pieni di vita . . . . 42 Momenti di speranze e di forti passioni . . . . 44 Anch’io posso battere i pugni sul tavolo. . . . 46 Orgogliosi del raduno che ha riunito i fiumani . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 48 Ricca la biblioteca, sporadici i lettori . . . . . . 50 Continuate con la passione che vi ha mosso finora . . . . . . . . . . . . . 52 Di grande rilevanza il vostro ruolo . . . . . . . 53 Meriti nella promozione della cultura del dialogo . . . . . . . . . . . . 54 Continuo il sostegno della nazione d’origine . 56 Diffondere i valori della cultura italiana . . . . 57 Quattro decenni di rapporti . . . . . . . . . . . 58 Dialogo, i fiumani tra i primi . . . . . . . . . . 58 Rinnovata espressione dell’anima fiumana . . 59 Canto e fede anche come retaggio culturale . . 63 Fratellanza sì ed anche molto attiva . . . . . . 68
Una scuola Modello per la lingua italiana . . . 70 Ci hanno lasciato . . . . . . . . . . . . . . . . . 72 L’amore per le tradizioni . . . . . . . . . . . . . 74 Gradisce un piatto di sushi? . . . . . . . . . . . 76 A Cosala la nostra storia . . . . . . . . . . . . . 78 Nelle aule i grandi fiumani . . . . . . . . . . . 80 Vicini ai coetanei dell’Italia . . . . . . . . . . . 82 I primi diplomi di laurea magistrale . . . . . . 84 Radicati nella realtà dell’Istro-quarnerino . . . 86 Un modo per mantenere i legami con la città . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 88 Attestato il riavvicinamento . . . . . . . . . . . 90 Quella tintura di iodio salvò milioni di vite umane . . . . . . . . . . . . . . 93 Teatro, conoscere la storia prima di aprir bocca... . . . . . . . . . . . . . . 96 Fiume in cui s’incarna l’anima di una città . . 98 Basta un piatto di minestra non mi serve nient’altro . . . . . . . . . . . . . 101 A sessant’anni da quell’esame . . . . . . . . . . 105 Le mule de Stranga. . . . . . . . . . . . . . . . 105 Legan coetaneo della Fiuman Veselica fra gol e rimpianti . . . . . . . . . . . 106 Quatro ciacole in fiuman . . . . . . . . . . . . 113 Mololungo, fra reti e pescatori . . . . . . . . . 116
Le foto sono riprese dai vari siti internet, compresa La Voce del Popolo. Retrocopertina: Il Palazzo del Governo ha 110 anni (foto fornita dal Museo storico e della marineria del Litorale croato). A tutti il nostro grazie.
ISSN 1333/0985 FOGLIO DELLA COMUNITÀ DEGLI ITALIANI DI FIUME NUMERO 27 (NUOVA SERIE) - 26 NOVEMBRE 2016 REDATTORE RESPONSABILE
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Mario Simonovich
Bruno Bontempo • Gianna Mazzieri Sanković • Melita Sciucca • Sandro Vrancich ART DIRECTOR
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Redazione "LA TORE", c/o Comunità degli Italiani
La pubblicazione si avvale del contributo finanziario della Città di Fiume, della Regione litoraneo - montana e del Ministero Italiano degli Affari Esteri per tramite dell'Unione Italiana
Mario Simonovich
Perché un numero speciale Non è cosa da poco presentarsi ai connazionali con una Tore riportante in copertina l’indicazione “Speciale”. Non lo è perché, nella sua laconica essenza, la parola riunisce tutto quello che ha contributo a rendere tale questo n. 27 della rivista. Speciale il fascicolo, speciale molto di più l’evento a cui si richiama: i settant’anni di presenza, operosità, ma, sarebbe il caso di dire, in primo luogo di autoaffermazione, per non dire sopravvivenza, della minoranza. È stata infatti quest’ultima che ha prevalso, specie nell’immediato dopoguerra, in un’etnia costretta a muoversi fra i paletti che le aveva posto a ridosso un regime in cui la vittoria militare si frammischiava ad un’ideologia che non ammetteva il minimo tentennamento ed una madrepatria che, dapprima occupata a curare le profonde lacerazioni di cui era tutta pervasa, si vedeva quindi palesemente precludere ogni azione a suo favore, anche quando avesse potuto ricorrervi. Specie in quegli anni perciò gli italiani a Fiume poterono contare solo sulle proprie forze e pure queste in permanenza ridotte, dati i ranghi serrati delle partenze e l’ancor più massiccia avanzata di gente nuova per cui il volto della città mutava ad ogni giorno che passava. Eppure, ce la fecero. Usarono in maniera adeguata tutte le disponibilità, si mossero con caparbietà e determinazione risalendo, passo dietro passo, la china per staccarsi dal fondo in cui si erano ritrovati nella tarda primavera del 1945. Di tale vitale processo si propone di essere testimonianza – per quanto inevitabilmente parziale – questa Tore, ed a tale fine le sue pagine, per felice decisione della dirigenza
comunitaria, sono state aumentate della metà rispetto agli anni precedenti, formando l’edizione speciale. Con uno sforzo congiunto e concordato, la redazione si è adoperata a dedicarle ai volti ed eventi di cui, per quanto a suo tempo importanti, talvolta decisivi, oggi si è dispersa in larga parte la memoria. Urgeva dunque muoversi affinché non andasse sparsa del tutto, per capire, per fare un esempio, che cosa significarono per gli italiani di Fiume la crisi di Trieste o la chiusura delle scuole, per loro fortuna talvolta non riuscita.
Per tale motivo la prima trentina di pagine riporta una descrizione riepilogativa degli avvenimenti di cui prima il Circolo di cultura e poi la Comunità furono protagonisti o partecipi, talvolta con orgoglio, talaltra loro malgrado. Ad un primo sguardo non sembrebbero tanti. Eppure una conclusione del genere sarebbe assolutamente errata. Sfogliando i giornali, solo a fermare l’attenzione sull’ultimo decennio si evidenzia una mole di eventi e dati quasi inimmaginabile, tanto che, all’atto dell’inevitabile selezione, più di una volta si sono dovuti trascura-
re momenti e figure anche di notevole spessore. A questa prima parte, essenzialmente cronologica, si collegano, nelle pagine successive, i ricordi di quei giorni più o meno lontani, che rimangono nei connazionali e gli attivisti che vi presero parte o ne sentirono più direttamente parlare. Ricordi vividi, espressione di una realtà anche molto diversa dall’odierna, come vedrà chi avrà la pazienza di leggere, quando, per essere contenti bastava anche solo un piatto di prosciutto o un bicchiere di vino. Abbiamo cominciato con gli ottuagenari (e oltre), passando per coloro che erano alla testa della Comunità negli anni infiammati della nascita del nuovo stato, fino ad arrivare ai dirigenti degli ultimi anni. Lo spazio dedicato al passato ha giocoforza imposto un contenimento dei fatti correnti. Un sacrificio inevitabile, ma confortato dalla consapevolezza dell’importanza che esso riveste per noi. Per lo stesso motivo si è ritenuto ritenuto opportuno segnare le pagine ai bordi con il logo creato dalla brava Lea Čeč. Nelle pagine che seguono ci si è adoperati a dare il rituale stringato resoconto di un anno d’attività, in primo luogo della CI – a partire dalla Settimana della cultura fiumana e quindi delle sue sezioni, delle altre istituzioni minoritarie e dei fiumani in esilio, nella piena consapevolezza che, come nel passato, gli esiti più significativi del lavoro di oggi si vedranno nel tempo a venire. In chiusura vengono le pagine dedicate alle peculiarità naturali di quest’area ed alle grandi figure della Fiume di ieri.
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Orietta Marot, presidente della Comunità • di Mario Simonovich
Abbiamo il dovere di farla rivivere
Presidente Marot, la Comunità festeggia i 70 anni. Lei ne è alla testa da due. Come guarda all’anniversario? "Settant’anni sono "una bella età", traguardo importante per una Comunità partita con il grande entusiasmo di quei tempi, palese nel gran numero di immediate adesioni. Il contesto era difficile sicché va reso grazie a tutti coloro che ne ebbero merito, convinti che era necessaria una Casa degli italiani. Il fatto che il 2 giugno 1946, nello stesso giorno, nascesse la Repubblica Italiana, e un gruppo promotore costituisse a Fiume il primo sodalizio degli italiani in queste terre, ha per me fiumana e italiana, un significato di altissimo valore. Dobbiamo festeggiarlo in maniera degna e nel contempo unire le forze in modo da far sì che chi ci subentrerà possa continuare l’opera con meno sacrifici e maggior serenità. Vorrei che chi la frequenta
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possa sentirsi bene in questo ambiente e che ci tornino in particolare i giovani. Per me, come per tutti i fiumani "patochi", è stata fin da ragazza la mia seconda casa. Oggi sono cambiati i tempi, non i sentimenti, per cui abbiamo sempre l’obbligo di mantenere la nostra italianità. Pur nelle difficoltà quotidiane io avverto appieno la mia responsabilità, un vero dovere morale, non solo di mantenerla ma di farla rivivere. Presa tutti noi la situazione di petto, credo che, in due anni abbiamo creato solide basi." Due anni fa come si presentava il quadro? "Fino ad allora la frequentavo spesso, ma non ero inserita nelle sue strutture. Assumendo la carica ho riscontrato una profonda crisi che non aveva singoli colpevoli: era successo qualcosa nel tempo, forse era colpa del vivere in una grande città, forse della nostra impreparazione ai tempi nuovi. Questo è il luogo in cui, in via primaria, si opera per attirare il pubblico. Senza trascurare l’attività, per due anni abbiamo dovuto invece concentrarci a sistemare la sede e riteniamo che il risultato sia soddisfacente. Nella seconda parte del mandato ci adopereremo per il ritorno dei fiumani, giovani e anziani. Abbiamo bisogno di tutti, in quanto vogliamo recuperare il nostro ruolo culturale e politico." I mezzi finanziari sono pressoché di norma carenti... La Comunità vive ed opera qua-
si integralmente grazie ai mezzi forniti dal Repubblica Italiana. Dal momento che sia la sua presidente che il presidente dell’Eesecutivo sono impiegati presso l’Unione Italiana, soggetto che assieme all’Università Popolare di Trieste si occupa della gestione di tali mezzi, è stato più semplice gestire le richieste di quanto ci appartiene. La situazione finanziaria attualmente è stabile: ho rinvenuto determinate soluzioni ed effettuato dei tagli che, senza pregiudicare il suo futuro, aiuteranno la CI ad evitare nuove perdite, per cui bisogna continuare sulla strada intrapresa. Sono stati passi anche impopolari, ma se il fine ultimo è il bene comune è necessario perseverare. Quali sono stati gli interventi pratici concreti? "Le farò l’esempio del consumo dell’acqua le cui bollette mensili arrivavano anche all’impensabile ammontare di 9.000 kune. Oggi, grazie all’installazione di 3 nuovi contatori, gli importi si aggirano in media sulle 400 kune. Un altro grosso problema era costituito dal riscaldamento, le canne fumarie non erano a norma e il pericolo d’incendio era alto. Dopo un anno di nostre insistenze la Città ha elaborato un nuovo progetto e messo a norma e in sicurezza tutto l’impianto di riscaldamento spendendo circa 200 mila kune. Si potrebbe dire che si tratti di cose banali ma a mio parere sono essenziali: bisogna capire che se vogliamo vivere e operare in questa
sede essa deve essere funzionale e sicura sotto tutti i punti di vista." E in quanto a personale? "Siamo alla terza segretaria in due anni. Non è facile trovare una persona che conosca bene la materia, sappia sia l’italiano sia il croato, abbia il senso dell’appartenenza nazionale e si accontenti di un contratto da rinnovare a breve termine. Per noi è un grosso problema e non so proprio come lo risolveremo.
È mio vivo desiderio per un ade-
guato funzionamento, poter assicurare alla Comunità una segretaria e un custode che durino nel tempo. A questo si potrà arrivare solo quando saremo in grado di offrire un contratto stabile." Come sono i rapporti con le istituzioni? "Significativo per questa Comunità sono il Ministero degli Affari Esteri italiano e la Regione Friuli Venezia Giulia, che tramite l’Unione Italiana di Fiume e l’Università Popolare di Trieste erogano il 90 percento dei finanziamenti; la rimanenza viene data dalla Città di Fiume e dalla Regione Litoraneo-montana. Quest’anno la Città ha dato prova di una particolare considerazione nei confronti di noi Italiani. In primo luogo con l’assegnazione, su proposta della comunità, del Premio Targa d’oro ad Amleto Ballarini, esule fiumano e Presidente della Società di studi fiumani di Roma. In secondo luogo, con l’assegnazione di un Premio speciale alla Comunità "per il contributo e la promozione dell’identità culturale", durante la Giornata mondiale del turismo. Oltre ad aver sostenuto il nostro Progetto di costruzione di un nuovo asilo italiano la Città ha rispettato tutta la sua parte di impegni presi nella Lettera d’intenti firmata con l’Unione Italiana, assicurando il terreno (3300 metri quadri) e tutta l’infrastruttura.
Questo è un progetto voluto fortemente da tutti i fiumani e richiesto con insistenza, da questa Comunità, da anni. Pertanto ci aspettiamo che ora anche l’Unione Italiana proceda con i propri impegni assunti. In quanto alla Regione, la CI aderisce regolarmente e con pieno riconoscimento ai bandi annuali con cui vengono sostenuti i progetti relativi alle minoranze nazionali. Da aggiungere che da essa proviene anche il sostegno specifico a La Tore. Quali sono ancora i problemi attuali della CI? "Guardo alle diverse sezioni e vedo un costante assottigliarsi degli attivisti, sicché mi chiedo quale possa essere il futuro comunitario. La terza età, oggi largamente presente, va assolutamente rispettata e direi anche coccolata. Sono convinta tuttavia che si dovrà lavorare sempre di più con i giovani per creare attività che li coinvolgano direttamente al fine di favorire quell’indispensabile ricambio generazionale. Tenendo conto che abbiamo circa 700 studenti in cinque diverse scuole in città, il cambiamento non dovrebbe essere difficile. E in questo io sono fiduciosa. E il rapporto con gli esuli? "Sono da poco reduce dal 54° raduno degli esuli fiumani a Montegrotto e anche lì ho riscontrato una sentita preoccupazione per il futuro della fiumanità e la necessità di procedere a un ricambio generazionale. Personalmente sono stata molto toccata dalla loro consapevolezza che la preservazione della memoria di questo popolo sia demandata ai rimasti, come esplicitamente detto fra gli altri dall’ex ambasciatore Egon Ratzenberger: "No stemo se preocupar per el fiuman. Noi gavemo i nostri fiumani che xe rimasti e grazie a lori nol sparirà". L’ho inteso come un riconoscimento, ma anche come un nostro obbligo."
Per concludere: come si festeggeranno questi 70 anni? "Fermo restando che tutta l’attività di quest’anno si svolge all’insegna dell’anniversario e che il 2 giugno, giorno in cui venne fondato il Circolo, ricorre la festa della Repubblica Italiana, abbiamo deciso di celebrarli solennemente l’11 novembre - data d’entrata in questo palazzo a cui siamo molto emotivamente legati - insieme ai tanti soggetti che hanno contribuito e sostenuto l’attività comunitaria. In seguito verrà dedicata un’ulteriore serata agli attivisti e a tutti i fiumani; una festa "per la nostra gente". Anche questa Tore, come ben si vede, si presenta in edizione speciale. Ci sarà inoltre, tra le altre iniziative collaterali previste entro la fine dell’anno, una mostra a cui tengo particolarmente che presenterà la figura di Romolo Venucci sotto l’aspetto pedagogico. Una novità assoluta in quanto, di regola, egli viene considerato soprattutto nel quadro della sua creatività e produzione artistica. Sarà questo un duplice omaggio: il primo a questa straordinaria figura, universalmente riconosciuta, che in Comunità ha inaugurato e diretto la Sezione di arti figurative, mentre l’altro, alla persona che l’ha poi per tanti anni sostituito, recentemente scomparsa, la prof.ssa Erna Toncicinch. Vorrei in finale concludere constatando quanto siano state utile le mie passate esperienze lavorative che mi hanno permesso di affrontare più facilmente la gestione di questa Comunità nel delicato momento di adeguamento alle nuove leggi. Sono passati i tempi in cui si risolveva tutto "davanti a un piatto di prosciutto". Anche se tutto questo mi è costato un enorme dispendio di energie, non posso che essere soddisfatta di questi due primi anni.
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Marin Corva, presidente dell’Esecutivo • di Sandro Vrancich
Dare ampio spazio all’impegno giovanile
Dall’aprile scorso, Marin Corva ricopre la carica di presidente dell’Esecutivo della Comunità. Trentasei anni, dopo aver frequentato la scuola elementare Gelsi e quindi l’ex Liceo, si è laureato alla Facoltà di economia di Fiume in economia aziendale e già da diversi anni lavora presso l’Unione Italiana. Conosce bene la Comunità degli Italiani di Fiume in quanto l’ha frequentata fin da piccolo partecipando a diverse iniziative e attività connaturate all’età. Fra l’altro ha fatto anche parte del coro giovani della CI. Da dove è innanzitutto scaturita l’idea di candidarti per la carica di presidente dell’Esecutivo della Comunità di Fiume. Hai avuto subito l’appoggio di un determinato numero di persone? Dopo le elezioni svoltesi nell’estate del 2014 nel corso delle quali
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sono stati eletti gli attuali membri dell’Assemblea della Comunità degli Italiani di Fiume, vista la mia esperienza maturata nell’ambito del Comitato esecutivo nel corso di due mandati che hanno preceduto quello attuale, e viste le competenze acquisite svolgendo la mia attività lavorativa nell’ambito dell’Unione Italiana, ho deciso di candidarmi a presidente del Comitato esecutivo. In quella occasione, nell’ambito dell’avvicendamento ai vertici comunitari, a presidente dell’Esecutivo venne eletta Corinna Gerbaz Giuliano, ma da parte mia ero felice del risultato conseguito, visto l’elevato numero di preferenze ottenute. Nel 2015 però la presidente Gerbaz Giuliano rassegnò le dimissioni dall’incarico e, non essendosi presentati altri candidati, decisi di ripropormi, anche se in quel periodo ero già molto impegnato, tra
l’altro, anche con il Consiglio della minoranza nazionale italiana della Regione Litoraneo montana, dove ricoprivo e ricopro tutt’ora la carica di vicepresidente. Quando appresi che si sarebbe candidata pure Laura Marchig, ritenni opportuno ritirare la mia candidatura dando il pieno appoggio a Laura. Purtroppo però, pure Laura Marchig a distanza di alcuni mesi, si ritirò dall’incarico. A tale suo passo fece seguito un altro tentativo di eleggere il presidente, che pure si risolse con un nulla di fatto per mancanza del numero di voti ed a cui io non avanzai la candidatura alla luce del fatto che alle mie già considerevoli incombenze di lavoro si erano aggiunti anche nuovi impegni nell’ambito personale, ovvero familiare. A questo punto, dopo essere stato contattato dalla stragrande maggioranza dei consiglieri dell’Assemblea della Comunità, e essendo conscio che in tal caso sarebbe stato inevitabile andare ad elezioni anticipate, sapendo quel che tale possibilità comportava, nonostante i miei innumerevoli impegni, decisi di presentare comunque la mia candidatura. Le elezioni si sono svolte lo scorso aprile ed i voti espressi a mio favore sono stati 18. Votato a gran maggioranza dai consiglieri dell’Assemblea, hai scelto i tuoi collaboratori più stretti. Vuoi elencarli, e quale è il ruolo che hai assegnato a ciascuno? A differenza di quanto è stato fatto da chi mi ha preceduto, ho ritenuto opportuno coinvolgere un elevato numero di persone nel Co-
mitato esecutivo, che pertanto risulta ora composto da 9 membri, compreso il presidente. Ne fanno parte: Rina Brumini, docente di lingua italiana presso il Liceo di Fiume, Flavio Cossetto, tecnico esperto in audio-video e luci, Nadia Poropat, direttrice della scuola elementare Dolac di Fiume, Emina Pughel, docente scolastico e dirigente artistico della Comunità degli Italiani di Fiume, Melita Sciucca, docente di lingua italiana presso il Liceo croato di Fiume, Oskar Skerbec, avvocato esperto di materia minoritaria, Denis Stefan, direttore della scuola elementare Belvedere di Fiume e Moreno Vrancich, giornalista nella redazione del quotidiano “La Voce del Popolo”. Per quanto riguarda la distribuzione dei vari settori, non abbiamo adottato il sistema tradizionale dove ad ogni membro veniva affidato uno o più settori, ma ci suddividiamo i compiti di volta in volta, in base alle esigenze che si presentano prendendo in considerazione le affinità, le competenze e la disponibilità momentanee dei singoli membri. Di solito di ogni attività/iniziativa/progetto si occupano due o più membri dell’Esecutivo. Da aprile ad oggi come è andata? Sono stato eletto a presidente del Comitato esecutivo in un periodo molto intenso per la nostra Comunità. Andavano attuati tutti quei progetti e iniziative pianificate da chi ci ha preceduto, in primis, la Settimana della cultura fiumana. Tutto sommato, la Comunità era avviata bene, ma ci sono ancora tantissime questioni da risolvere. Va rivisto lo Statuto e vanno sistemate piccole discrepanze, in modo da poter stilare i vari documenti interni che regolano l’attività della Comunità, come ad esempio il regolamento elettorale, il regolamento interno dell’Assemblea, quello interno del Comitato esecutivo ed altri.
Dobbiamo, inoltre, affrontare altre questioni importanti per migliorare l’operato del bar della Comunità, della Scuola Modello e del nostro Centro multimediale. Vanno inoltre sistemati il sito internet e il sito facebook della CI. In questo momento, però, per necessità di cose abbiamo concentrato tutte le forze sull’organizzazione delle celebrazioni del settantesimo anniversario della nostra Comunità, che prenderanno il via con la cerimonia solenne pianificata per l’11 novembre. La situazione attuale è molto stabile. Siamo riusciti ad ottenere dai nostri finanziatori più importanti mezzi significativi che ci permetteranno di attuare buona parte di quanto pianificato per quest’anno, il che non è ovviamente soltanto merito di questo Esecutivo, ma di tutte quelle persone che dedicano il proprio tempo libero e le loro energie alla nostra Comunità. Grazie alla comprensione ed all’aiuto della Città di Fiume siamo riusciti a fare anche degli importanti lavori di manutenzione di cui la sede comunitaria aveva un bisogno assoluto. Viste le necessità che si riscontrano anche ai giorni d’oggi, ci auguriamo vivamente di poter proseguire sulla stessa falsariga anche nell’anno che verrà. Senza pensarci troppo, qualè la prima cosa che faresti per riavvicinare i giovani alla Comunità? Per avvicinare i giovani alla Comunità è necessario coinvolgerli direttamente, in modo da includerli nel processo decisionale. Dobbiamo dare loro lo spazio di cui necessitano creando i presupposti in cui siano i giovani ad ideare e realizzare i progetti per i propri coetanei. In questo la nostra Comunità ha fatto dei passi che definirei molto importanti: per rendersene conto basta vedere quanti sono i giovani che fanno parte dell’Assemblea e del Comitato esecutivo.
Di progetti ce ne saranno tanti per il futuro, ma a tuo avviso quali sono i più importanti per quest’anno? Su tutti dominano doverosamente le celebrazioni previste per il settantesimo della fondazione della Comunità. Come già accennato, l’11 novembre prossimo si terrà la cerimonia solenne dedicata all’anniversario. Sempre all’inizio di novembre, ci sarà la presentazione dell’edizione speciale de “La Tore”. Intendiamo poi organizzare una serie di concerti e serate dedicate alle nostre sezioni. A queste si aggiungeranno le mostre di lavori delle nostre sezioni artistiche E per l’anno prossimo? Abbiamo innanzitutto in programma di occuparci delle nostre attività tradizionali, quali la Settimana della cultura fiumana, ma abbiamo altresì in piano di avviare anche nuove attività ed iniziative. Organizzeremo qualche attività in più per i nostri giovani e per i nostri connazionali che si occupano di sport, e per questo abbiamo già previsto dei finanziamenti. Abbiamo in piano anche di avviare un corso di dialetto fiumano. Personalmente, è mia intenzione attuare il programma elettorale con il quale mi sono candidato alle ultime elezioni con i miei connazionali della lista “Giovani Fiumani” che prevedeva il coinvolgimento dei giovani nelle attività svolte tradizionalmente dalla Comunità, l’avvio di nuove attività con e per i giovani connazionali, la promozione delle attività della Comunità per coinvolgere quanti più connazionali possibile, una collaborazione più intensa con le diverse istituzioni scolastiche e prescolari, con i rappresentanti dei mezzi d’informazione, come pure con le autorità locali e con le altre Comunità degli Italiani, in special modo quelle a noi più vicine, e ovviamente con l’Unione Italiana.
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Se quel lampadario potesse parlare... di Mario Simonovich Settant'anni fa, proprio nei giorni in cui avrete in mano questa Tore, gli italiani di Fiume entravano in uno dei più bei palazzi del centro, con un magnifico salone dal cui soffitto pendeva un lampadario con cui pochi si potevano confrontare. Era molto difficile immaginare allora che quella sarebbe stata nei settant'anni successivi la Casa degli Italiani di Fiume. Eppure è stato così. Sotto quel lampadario si sono snodati eventi lieti ed fatti tristi, festeggiati nuovi successi e piante dipartite senza ritorno. Se quel lampadario potesse parlare, ci racconterebbe tante cose... Essendo però tale speranza palesemente impossibile, la Tore ha provato a sostituirlo. Nelle pagine che seguono troverete il succo, l'essenza, distillata al massimo grado, della nostra storia, a partire dal fatidico 2 giugno 1946 fino ai giorni nostri. Storia che va letta per capirci e conoscerci meglio, nell'auspicio che il lampadario ne possa essere testimone muto ma insostituibile anche nei decenni a venire.
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Se la cultura italiana della nostra regione, se la nostra vita nazionale languirà e morirà, la colpa sarà soltanto di noi Italiani (...). Ma questo non avverrà! Questi i termini in cui si esprimeva il prof. Arminio Schacherl nella prima metà di giugno del 1946, a pochi giorni di distanza dalla sua nomina a segretario del Comitato provvisorio del "Circolo di Cultura Italiana" di Fiume. Non sarebbe avvenuto, spiegò - ricorrendo inevitabilmente al linguaggio allora in auge - perché il popolo lavoratore aveva già posto le basi per lo sviluppo della propria cultura, ben cosciente che in questo, come in tutti gli altri campi, bisogna fare da sé. Pertanto, aveva già creato i primi nuclei organizzativi per questa attività, i primi Circoli di Cultura Italiana. A ben vedere, un linguaggio molto significativo in quanto, all’interno di un discorso asseritamente classista inseriva di fatto una questione che era invece pressoché in-
tegralmente di carattere nazionale. La domenica precedente, 2 giugno, proseguiva il docente, nella Sala Bianca del Teatro Fenice - che, poi per parecchi anni sarebbe stata una delle sedi deputate per gli incontri della minoranza - un gruppo di operai ed intellettuali aveva posto le basi per l’inizio dell’attività del Circolo di Cultura Italiana di Fiume, il cui compito preminente sarebbe stato di dare il massimo incremento allo sviluppo della cultura italiana in tutte le sue forme grazie al contributo di tutti gli Italiani di Fiume. Definiti e precisi anche i compiti affidati quel giorno al Comitato provvisorio: l’elaborazione di un programma e dello statuto del Circolo e la creazione di una "base materiale" per l’attività mediante l’apertura di una biblioteca e la ricerca di una sede. Dopo un intenso lavorio, quest’ultima fu trovata nel Palazzo Modello. I locali vennero risistemati a spese dell’UAIS, l’Alleanza anti-
fascista italo slava - l’organizzazione di massa creata in queste terre dal nuovo regime anche quale segno palese della sua volontà di darsi in tal modo un’ulteriore patente di democraticità – dopo di che vi furono trasferiti gli arredi e la biblioteca popolare "Dante Alighieri" progressivamente arricchita con libri e riviste raccolti fra la gente, ma anche acquistati con la sottoscrizione suaccennata, segno evidente dell’importanza che, con i media elettronici ancora da venire, aveva la parola scritta. I Cantieri navali e la Romsa si accollarono il trasporto dei mobili. Per arrivare alla fondazione ufficiale ci vollero però altri due mesi che furono usati per organizzare conferenze nelle case di cultura dei diversi rioni cittadini e costituire un Centro di studi didattici, per aiutare la scuola italiana promuovendo lo studio dei problemi che ad essa si riferiscono e la compilazione di libri di
Un intellettuale dimenticato Arminio Schacherl è stato uno dei più significativi intellettuali e organizzatori di cultura della minoranza. Putroppo è anche fra i più trascurati. Era nato a Fiume nel 1918 in una famiglia israelita benestante ma soprattutto colta. La sorella della madre, Gemma Harasim, nota pedagogista e insegnante, sposò Giuseppe Lombardo Radice da cui ebbe i figli Lucio e Laura, figure di primo piano della scuola italiana. Laura poi fu moglie di Pietro Ingrao, leader del PCI. Iscrittosi alla Facoltà di Magistero di Roma, allievo di Guido Calogero, uno dei grandi filosofi italiani del XX secolo, si laureò in pedagogia nel 1941. Tornato a Fiume, fu vittima delle persecuzioni razziali e corse il rischio d’essere deportato: già rinchiuso nella scuola di Torretta, ne uscì grazie all’intervento di mons. Camozzo. Inserito nella resistenza, dopo la guerra "Herman" (come lo chiamavano i vecchi amici) affiancò l’impegno culturale all’insegnamento, soprattutto al Liceo: generazioni di studenti lo ricordano come ottimo docente di storia, psicologia, filosofia, logica e altro ancora. Molti fra essi studiarono sui libri da lui scritti ("storico" il volume in cui presentava la "Storia d’Italia attraverso i secoli"). Assolutamente alieno da interessi materiali, verso gli studenti ebbe sempre un atteggiamento paternamente comprensivo, pronto, se richiesto, ad allargare la ristretta tematica scolastica ai "casi della vita". Colpito precocemente da una grave malattia a forte effetto invalidante, morì nel 1979, quando aveva da poco superato i 61 anni.
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Ventimila i partenti nei primi due anni Che dicono i dati sulla nostra consistenza numerica in quegli anni? Secondo il libro Italiani a Fiume (edit. CI di Fiume, 2006), da un censimento non ufficiale compiuto nel 1945, la città contava 41.350 abitanti, di cui 26.763 (64,6 p.c.) erano di nazionalità italiana. Nel momento in cui veniva fondato il circolo, l’esodo era già in pieno corso: un documento conservato all’Archivio cittadino e datato 23 dicembre 1947 attestava che dal marzo 1946 al 15 settembre 1947 avevano lasciato la città 7.035 persone al di sopra dei 14 anni, mentre altre 10.704 avevano "presentato la domanda di rimpatrio". Nei due mesi e mezzo successivi, fino al 1.mo dicembre, la domanda fu presentata da altri 1.974 cittadini. Ne risulta che furono circa 23.000 i fiumani che erano partiti o intendevano farlo ancor prima che venissero indette le ben note opzioni. Fatte salve le differenze sulle cifre, che si aggirano sul 10 p.c. è interessante leggere la spiegazione del fenomeno da parte jugoslava che, ancora nel 1988, ossia trent’anni dopo, alla vigilia del dissolvimento dello stato, nel volume Povijest Rijeke (edit. l’Assemblea cittadina e l’Izdavački centar) attribuiva larga parte della responsabilità alla propaganda italiana tesa ad alimentare la conflittualità fra i Croati e gli Italiani di Fiume e a far venire in Italia il maggior numero di Fiumani, specialmente operai per svalutare dinanzi all’opinione pubblica mondiale le conquiste della LPL e intralciare il consolidamento del nuovo potere e la ricostruzione della città. Subito dopo però si ammette che sotto l’effetto di questa propaganda, dell’ostilità e insofferenza nei confronti della Jugoslavia, ma anche della scarsa capacità d’orientamento di singole persone, singoli organi (...) costretti a confrontarsi con problemi del tutto nuovi o ben poco noti, fino alla metà del 1947 da Fiume partirono per l’Italia più di 20.000 persone; il che, ovviamente, assurse a serio problema politico. testo per le scuole. In altri termini, al di là dell’asserito consenso ideologico, si intravvedevano fin da allora
in maniera molto lucida le difficoltà cui sarebbe andata incontro l’istruzione italiana.
Un documento che illustra con eloquenza il clima sociale del tempo in cui fu emesso: il licenziamento senza alcuna spiegazione né tantomeno indennizzo.
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Il 3 agosto 1946, la nascita del Circolo Italiano di Cultura fu ufficializzata a un massiccio raduno di connazionali in cui il prof. Schacherl, nominato presidente del Comitato direttivo, rilevava che veniva a far parte di un movimento più vasto, promosso dall’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume per la formazione dei circoli di cultura italiana in tutte le cittadine dell’Istria in cui abitano italiani, quale attività aperta a tutti i connazionali ed a tutti coloro che sentono il bisogno di fare cultura e di giovarsi della cultura italiana. (testo e foto Schacherl) Al presidente Schacherl furono affiacati il vice Giuseppe Percovich, i segretari Leopoldo Boscarol ed Eros Sequi, la cassiera Gina Scrobogna e altri. L’11 novembre avvenne l’inaugurazione. Il giorno dopo, la Voce riportava: Un grande numero di cittadini, rappresentanti tutte le categorie di lavoratori, si è riunito ieri sera nella sede dell’inaugurando Circolo Italiano di Cultura, la cui cerimonia di apertura ha avuto carattere di particolare solennità. La sede era accogliente e decorosa, con numerose sale modernamente arredate. Tuttavia va tenuto conto che la fondazione formale di questa che è stata la prima nostra Comunità va giustamente ascritta al 2 giugno, lo stesso giorno in cui nasceva la Repubblica italiana. Se gli inizi sembravano lusinghieri, molto più difficoltosa si prospettò la realizzazione pratica degli intenti: l’affermazione del nuovo potere e della sua ideologia e il conseguente sconvolgimento sul piano sociale e nazionale non poterono non ripercuotersi sul Circolo di cultura che, soli pochi mesi dopo, già nel gennaio del 1947 era costretto a riorganizzarsi. Fatti salvi i prestiti di libri, addirittura quintuplicati, il Circolo, lamentava La Voce del Popolo, non aveva attirato le masse e quindi aveva mancato la missione di diventare un centro di primo pia-
Dalla mandolinistica del rione prende corpo la Fratellanza In parallelo con il Circolo di cultura, a Fiume nasce e si sviluppa molto presto un altro soggetto, la Società artistico – culturale operaia Fratellanza. Il 6 giugno, a soli quattro giorni dalla nomina, il Comitato provvisorio decide di iniziare l’attività artistica con l’accorpamento del complesso mandolinistico operante nel II rione cittadino, oggi si direbbe in Belvedere, di cui è alla testa un dirigente molto apprezzato: Mario Vlassich. Ad esso si affianca presto il coro, il cui nucleo formato da lavoratori della Romsa, si allarga presto ai lavoratori del cantiere, il Silurificio e la Cooperativa pittori. La direzione è affidata a Giuseppe Grdadolnik. Nel marzo successivo è la volta della filodrammatica. Tra i fondatori figurano Nereo Scaglia, Giulio Bontempo ed Ermanno Svara. Il 30 marzo è fatta: viene ufficialmente costituita la SACO Fratellanza, e a presidente nominato il maestro Alessandro Petterin. Le prime uscite vengono molto ben accolte dal pubblico e inducono a nuovi passi. Nel 1950 nasce il coro femminile e un quartetto di strumenti a plettro. Memorabile sarà l’anno successivo, in cui mette in scena la rivista "Tutta Fiume", che viene replicata quattro volte al teatro Fenice, registrando ogni volta il tutto esaurito. Seguono tre repliche al Neboder di Susak e tre recite a Capodistria, una a Pirano e a Buie. Fra i fondatori del coro c’era pure il poeta dialettale Egidio Milinovich, che scrisse per l’occasione: "Come xe nato el coro? De qua e de là trovadi un due coreti po’ un bon maestro carigo de voia, la sede, un fortepian più sei scagneti apogio al CIC. Va ben che xe una gioia! Intanto in casa, in fabrica e in locanda, de boca in boca femo propaganda. I veci ga formà la nervatura del coro, sorto nela minoranza, che mete in luze l’espression più pura de tradizioni artistiche e de speranza che i nostri fioi, ‘sti giovani fiumani sarà la garanzia del domani". Seguiranno avvicendamenti e mutamenti. Negli anni a venire nasceranno diverse sezioni nuove a dire che...qualche cosa di buono è rimasto e si mantiene ancora. no della vita culturale: al suo attivo non aveva che un numero ridotto di concerti e conferenze e qualche partita a scacchi. Ma soprattutto, si aggiungeva significativamente, era venuto meno nel suo ruolo di educatore delle masse, da realizzare con il cordinamento dell’attività nelle Case di cultura rionali. Un giudizio in cui, come sempre succede nell’ambito della politica, si partiva da uno stato di cose palese per contrabbandare intendimenti occulti e spesso per nulla edificanti.
La mandolinistica della Fratellanza nei primi tempi dalla formazione con al centro il maestro Mario Vlassich. Come indicato dall’immagine di Stalin poco sotto quella di Lenin e "alla pari" con Tito, è evidente che la venerazione nei suoi confronti è intatta, per cui siamo palesemente ancora nell’epoca precedente la Risoluzione del Cominform del settembre 1947 le cui conseguenze si fecero sentire a partire dal 1948.
Le critiche infatti esprimevano in primo luogo il disappunto del potere per non aver potuto pervenire, per tramite della neocreata associazione, ad una presenza più incisiva nelle Case di cultura rionali – in cui ovviamente si parlava ancora soprattutto in italiano - in funzione primaria di acquisire un maggior consenso fra la cittadinanza. La colpa venne scontatamente attribuita all’anello più debole, il Comitato direttivo che, si disse, non era stato in grado di operare meglio perché... troppo ristretto. Perciò "tutti gli Ita-
liani di Fiume" furono invitati il 17 gennaio a una riunione per esaminare "i problemi connessi all’attività", nel corso della quale, ricorrendo agli slogan del tempo, il gruppo più vicino al nuovo potere, collegò la supposta inattività all’agire occulto della reazione internazionale, parlò di nemici del popolo che cospiravano contro la fratellanza e l’unità e soffiavano sull’esodo, di nemici della ricostruzione, e via dicendo. Il Comitato direttivo nominato solo pochi mesi prima diede le dimissioni e al suo posto, "per allargare
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Avrete più autonomia che sotto l’Ungheria... Per favorire il consenso, le assicurazioni sull’autonomia cittadina arrivarono ancor prima dei reparti jugoslavi. Primo a prometterla, già nello storico "numero zero" del 27 ottobre 1944 de La Voce del Popolo, fu il neonominato ministro degli esteri Slaven Smodlaka. Sarebbe stata, disse, ancora più larga di quella che aveva Fiume sotto l’Ungheria (sic) e in essa la lingua italiana può conservare quel posto che le vuole dare la maggioranza dei cittadini fiumani. Il concetto fu ribadito da Vladimir Bakarić, agli esponenti cittadini incontrati il 30 giugno 1945, a cui garantì un’autonomia culturale, economica e amministrativa. Ad Albona, alla conferenza del PCC dell’Istria e di Fiume, presenti Kardelj e lo stesso Bakarić, il potere però mise mano al freno. Pur ammettendo che a Fiume si parlava di più l’italiano, l’autonomia municipale, seppur richiesta da più parti non si poteva ancora fare, in quanto era ancora troppo forte l’influenza degli autonomisti. Fu concesso però che nell’uso della lingua sia parlata che scritta l’italiano precedesse il croato. Una volta sbaragliata "la reazione", si sarebbe provveduto all’autonomia... Che gli autonomisti fossero visti – anche data la loro opposizione al fascismo, gli ostacoli più consistenti all’annessione della città e quindi colpiti con particolare efferatezza, è dimostrato dall’alto numero di vittime tra le loro file: in un "Memoriale" autonomista dell’epoca si parla dell’arresto di almeno 1.500-2.000 persone e della deportazione e uccisione di centinaia nel primo dopoguerra.
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la base decisionale", fu nominato un Consiglio all’interno del quale una settimana dopo venne eletto un nuovo Comitato esecutivo composto non a caso da elementi molto più concilianti, caratteristica che, detto per inciso, si mostrerà per essi assai poco remunerativa: non molti anni dopo, caduti in disgrazia agli occhi del regime, alla maggior parte di essi non resterà che imboccare la via dell’esodo. Intanto, va ricordato, a poche settimane di distanza da questi fatti, veniva firmato il Trattato di pace che sanciva il futuro della città. Insomma, c’era una Fiume che partiva e un’altra che cercava di rimanere cercando di non farsi travolgere del tutto, sovrastate ambedue dello sparuto ma rumoroso gruppo dei plaudenti. Il Circolo però aveva ormai preso l’abbrivio: le conferenze si susseguivano, non solo in sede, ma anche nelle case rionali e nelle fabbriche, le biblioteche erano diventate circolanti, fu promosso un corso di recitazione e regia. Simile l’attività che segnò anche l’anno successivo, in cui alle sei conferenze in sede si sommarono ventisei all’Università popolare e ben 272 nelle Case rionali, tutte informate essenzialmente all’"elevamento politico-ideale". Diversi i corsi: due di lingua croata per gli italiani, cinque di lingua italiana per i croati, sei di cultura generale e uno, in sintonia con i tempi, per analfabeti. La scuola di arte drammatica preparò una ventina di giovani, l’orchestra formata da poco tenne un gran numero di concerti in sede, nelle scuole e nelle quattro maggiori fabbriche. Tre furono, come si diceva allora, le rappresentazioni artistico - culturali, al teatro cittadino. L’avvio sembrava garantito, invece, dato che di rafforzamento non si poteva parlare, tutti gli intenti volti almeno al mantenimento della presenza italiana entro un livello accet-
tabile in quello che era il primo anno successivo alla firma del Trattato di pace, s’infransero di fronte alla seconda bastonata: la Risoluzione del Cominform, che impresse al paese una svolta che prima difficilmente si sarebbe potuta immaginare. La repressione di ogni minimo atto ostile al regime fu implacabile: degli oltre 400 italiani perseguitati per cominformismo in questa regione, ben 120 provenivano da Fiume. Circa 150 finirono all’Isola Calva, altri furono costretti al lavoro coatto nei boschi o nelle miniere, il Circolo di cultura di Fiume fu privato di diversi dirigenti, fra cui il segretario. Tutte le istituzioni minoritarie furono usate in funzione antiitaliana e in particolare contro il PC triestino e Vittorio Vidali, che in quel momento storico ne era alla testa.
A SUŠAK I PRIMI VIOLENTI ATTACCHI La manovra politica tendente a contrastare il pericolo che veniva da Mosca e nel contempo pervenire alla resa dei conti con gli italiani giunse all’acme alla Quarta assemblea annuale dell’Unione degli Italiani che si svolse nel mese di novembre alla Casa di cultura di Sušak. Presenti 400 delegati oculatamente scelti, fu segnata da attacchi molto violenti contro taluni dirigenti dell’UIIF e dei Circoli, "traditori, sciovinisti e carrieristi", che si adoperavano in ogni modo a danneggiare il paese e che, detto per inciso, non potevano difendersi anche perché in parte già finiti sull’Isola Calva. Seguì l’esortazione all’impegno affinché scomparissero quanto prima "i segni ancora esistenti della snazionalizazione subiti nella Regione dai compagni croati". Tutto questo nel momento in cui erano proprio gli italiani che subivano una snazionalizzazione di portata devastante, come si vide negli anni che seguirono.
Signora, i xe scatenadi, la scondi quela bandiera! "L’esodo ebbe un effetto disastroso. Nel 1946 mi iscrissi al Liceo che aveva due prime classi per un totale di 92 alunni. In quarta eravamo ridotti in quattordici. Credo che la mia generazione e quelle più anziane si porteranno dietro questo trauma per tutta la vita. Io persi tutto: la lingua, i parenti, i vicini di casa, i conoscenti, i compagni di scuola. Attorno a me si creò il vuoto" ricorda la prof. Maria Schiavato. Per parecchi aspetti simile fu quello subito in concomitanza con il contenzioso per Trieste. In pochi giorni in città venne cancellata ogni forma di bilinguismo. Anche solo parlare l’italiano in pubblico era pericoloso. Nei giorni in cui la crisi era all’acme, superati da poco i vent’anni e capoclasse dell’ottava alla Gennari, dovette accompagnare gli alunni, una dozzina in tutto, in centro per l’usuale manifestazione di protesta. Arrivata in Mlaka con il gruppo che portava una bandiera italiana con la stella rossa, fu fermata da un anziano fiumano che le disse concitatamente: "Signora, i xe scatenadi, la scondi quela bandiera!". Buttata via immediatamente l’asta, mise la bandiera in borsetta e raccomandò ai ragazzi, una volta arrivati, di parlare sottovoce. Altrimenti chissà come sarebbe finita, dato che c’era un clima tale che anche all’esterno della scuola le sassaiole dei coetanei al loro indirizzo erano cosa normale. In città, escluso il Liceo, vennero chiusi tutti gli istituti medi superiori e le scuole professionali in lingua italiana. Le quattro scuole elementari italiane resistettero. "Lo stato aveva in mente di fonderci in un’unica scuola ‘grande, moderna’ con tutti i dogmi e crismi, che però per noi avrebbe significato la fine. Noi, direttrici e insegnanti - in prima linea il consulente pedagogico Zdenka Bureš - lottammo senza risparmiarci fino a che non la spuntammo". Per nulla contraria a una società di eguali, non sopportava, ancora adolescente, di doversi sorbire ossessivamente al Fenice i film sovietici in cui "gente infelice era costretta ad ostentare felicità." Allo stesso modo, direttrice della scuola Gennari dal 1967 al 1976, contravvenne esplicitamente alle "vive raccomandazioni" dall’alto di mandare gli alunni a vedere i film grondanti sangue sulla guerra partigiana che la cinematografia jugoslava aveva cominciato a sfornare a ripetizione.
OPZIONI RIAPERTE: ALTRI PARTENTI L’anno successivo sembrò tuttavia preludere ad un’apertura. In maggio il Circolo di cultura ospitò un’imponente rassegna culturale della minoranza a cui parteciparono 76 complessi con oltre 2.500 esecutori. Purtroppo fu un’iniziativa senza seguito: per arrivare alla successiva si dovrà attendere quasi un decennio. Alla fine dell’anno, Italia e Jugoslavia firmarono una serie di accordi, da cui derivò fra l’altro la riapertura dei termini di presentazione delle domande di opzione (con scadenza, si noti, ridotta a soli 60 giorni: dall’11 gennaio all’11 marzo). Stavolta le pressioni e minacce non furono intense come le precedenti, tuttavia non pochi ri-
chiedenti furono indotti a ritirare le domande, e talvolta anche i decreti già ottenuti. L’imprevista opportunità diede comunque vita ad una nuova massiccia ondata di partenti di cui fece le spese anche il Circolo, la cui attività languì. Un anno dopo, la VI assemblea annuale fu costretta a constatare che gli iscritti si erano ridotti a 911, tanto che fu decisa una campagna per nuove iscrizioni in tutti i collettivi di lavoro cittadini.
LE INSEGNE ITALIANE SPARITE IN POCHI GIORNI Ma il colpo decisivo fu inferto nell’ottobre del 1953 quando i rapporti italo-jugoslavi si arroventarono per Trieste. Dopo un infuocato comizio svoltosi nel centrocittà, gruppi di scalmanati fatti appositamente affluire dalle scuole e dalle
fabbriche presero di mira le insegne bilingui dei negozi, le targhe bilingui delle istituzioni, delle piazze e delle vie distruggendo tutto quello indicava la presenza della lingua e cultura italiana, comprese le tabelle delle scuole e del Circolo di cultura, dal cui balcone sventolava la bandiera italiana con la stella rossa. Qui ci fu anche una zuffa tra i facinorosi che volevano entrare per distruggerlo e un gruppo di attivisti che lo difesero ad ogni costo. In pochi giorni il bilinguismo visivo a Fiume fu eliminato e il ripristino non è ancora avvenuto. Le conseguenze per gli italiani si fecero pesantemente sentire nel tempo immediatamente successivo. Di fronte a chi voleva battersi con più fermezza per la salvaguardia dei
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Per decenni il Circolo fu insostituibile sede delle Rassegne delle nostre scuole. Preparate con grande impegno da alunni e insegnanti, costituivano appuntamenti di primo piano per l’estrinsecazione della presenza e cultura italiana. Nell’immagine: un momento de "La soffitta della nonna" allestito congiuntamente dalla Gelsi e dalla Gennari nei primissimi Anni Sessanta su un testo di Mario Schiavato e accompagnato da musiche d’epoca.
diritti, vi furono coloro che tentennarono e che, per un motivo o l’altro, diedero prova di conversioni più o meno sentite. Diversi, specie se occupanti posizioni che li rendevano più esposti, iscrissero i figli alle scuole croate, salvo poi, negli Anni Ottanta, ma soprattutto dopo il Novanta, riscoprire la propria italianità e magari cercare d’inserirsi nelle riformate strutture minoritarie. Casi singoli, e sicuramente sofferti, ma sicuramente all’epoca era assai poco edificante vedere che l’insegnante nella scuola italiana semideserta iscriveva i figli a quella croata. L’Unione degli Italiani si era pure dovuta adeguare, sicché, operando da una parte in maniera tale da essere il meno appariscente possibile, dall’altra faceva sentire la propria voce per spiattellare alle delegazioni straniere la "giusta posizione" di Zagabria o Belgrado nei rapporti con l’"iniqua" Italia. Memorabile, nel contesto, fu l’incontro di un suo anziano dirigente, fervido comunista che, ritenendo fosse tale anche la delegazione italiana che si trovava di fronte, ad un certo punto sbottò in un "Quel sifilitico di Nen-
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ni!" Invece era proprio delegazione del PSI, il partito di Nenni, all’epoca in contrasto con il PCI. Al Circolo l’attività era oltremodo ridotta, le battaglie si combattevano altrove: al Dramma italiano, minacciato di chiusura, nelle scuole chiuse per effetto del Decreto Peruško - misura che ad esempio sulla costa orientale dell’Istria, fra Pola a Fiume, non ne risparmiò neppure una, e lo stesso dicasi di Cherso e Lussino – o nella stampa soggetta ad un asservimento a cui cercava di sfuggire a prezzo di grossi sforzi.
MEMORANDUM DI LONDRA: I PRIMI BENEFICI Il primo effetto benefico si avvertì dopo la firma del Memorandum di Londra del 5 ottobre 1954: la minoranza potè istituire i primi, sia pur ancora molto sporadici contatti con la nazione madre. Negli anni successivi giunsero dall’Italia alcune compagnie teatrali, quali il Piccolo di Milano, il Carro di Tespi o la Compagnia di Cesco Baseggio, che richiamarono nel teatro il pubblico delle grandi occasioni. Particolarmente commovente fu l’accoglienza
riservata a quest’ultimo, tanto che in città se ne parlò a lungo con un effetto d’immagine molto positivo. Anche il Dramma Italiano si riprese mettendo in scena diversi lavori ed ospitando Diana Torrieri, attrice allora molto nota. Positiva fu in questo senso fin dagli inizi l’azione del Consolato Generale d’Italia a Capodistria. La prima visita del console al Circolo costituì una novità tale da creare qualche sconcerto, tanto che per evitare ripercussioni negative, il presidente respinse il dono che gli veniva offerto: un televisore, che all’epoca era oggetto ambitissimo. Prima a organizzarsi fu la Fratellanza, che rilanciò la corale e la mandolinistica e ricostituì la filodrammatica. A queste si aggiunsero la sezione lirica ed il gruppo di musica leggera, poi affermatosi come Sezione arte varia. Nel 1958 venne organizzato il primo Festival della canzone e il successo fu tale che per motivi di spazio si dovette trasferirlo da Palazzo Modello al Teatro Fenice. Era un anno importante anche perché per la prima volta le nostre scuole furono libere di accogliere qualsiasi scolaro, mentre fino ad allora era doverosa la certificazione d’appartenenza nazionale (che spesso e volentieri l’autorità confrontava con la dichiarazione resa dal genitore nell’immediato dopoguerra accettando con molto favore ogni conversione alla nazione slava ma non peritandosi di contenere ogni velleità di "passare" alla minoranza. Per la CI fu comunque un processo in ascesa, tanto che il bilancio presentato all’Assemblea annuale nel 1960 parlò di oltre cento spettacoli, di cui 64 fuori sede. Inoltre, nell’usuale Rassegna venne inaugurata la prima mostra degli alunni delle quattro scuole elementari comprendente duecento lavori, mentre nel primo autunno fu organizzata una serie di spettacoli al "Nafta", ossia il campo di pallacanestro di Braida, che divenne così la sede d’incontro degli italiani nei
mesi estivi. Oltre alle serate danzanti, si svolsero qui spettacoli e manifestazioni di altro genere, con la partecipazione di note personalità del mondo sportivo. Memorabile, in questo stesso anno, fu una festa in onore dei calciatori del Rijeka.
LIBERALIZZARE MA NON TROPPO... Tre anni dopo, nel 1963, per iniziativa del prof. Romolo Venucci venne costituita la prima Sezione di arti figurative, che sarebbe poi divenuta una vera e propria scuola di appassionati. Fu quello l’anno di una significativa svolta per l’intera comunità nazionale, favorita dall’inizio di una per quanto parziale liberalizzazione politica, segnata dal varo della nuova Costituzione federale che codificava l’autogestione e, in politica estera, il non allineamento. Il Circolo – che il 30 ottobre di quell’anno prese il nome di "F.lli Duiz" - fu direttamente coinvolto nella prima tavola rotonda promossa dalla Voce del Popolo sugli statuti comunali per sentire quel che ne pensavano gli italiani. Fu un’iniziativa a vasto raggio in quanto comprese non solo i comuni del distretto di Fiume, ma anche di Pola e Capodistria. Nel dibattito ci fu chi disse che "a Fiume non avrebbe avuto senso chiedere le tabelle bilingui, sì invece di garantire agli italiani di usare la propria lingua". Per la prima volta si parlò di zone mistilingui, bilinguismo integrale, trattamento paritetico, a prescindere dal territorio d’appartenenza, ecc.
Un significativo aspetto dell’attività sociale dei connazionali si espresse con costanza nel campo della ricreazione e dello sport, tanto che la Sezione sportiva della Comunità diede regolarmente prova di notevole attivismo. Francesco Squarcia, Ettore Mazzieri ed altri furono i capofila degli appuntamenti che si svolsero per anni nell’area retrostante il poligono di tiro di Drenova ed in cui furono coinvolte anche le scuole. Ce n’era , come si suol dire, per tutti i gusti, dal gioco delle carte alle bocce, alle competizioni come le corse nei sacchi, che richiedevano parecchia energia fisica.
UNIVERSITÀ POPOLARE: NEL 1965 I PRIMI CONTATTI Ironia della sorte, proprio a Fiume rimasero insoluti alcuni dei vecchi problemi: una volta pervenute all’ASPL, l’organizzazione di massa a cui la tematica faceva capo, le proposte furono in buona parte insabbiate, sicché di esse non vi rimase alcuna traccia negli statuti comunali che, approvati l’anno successivo, dovevano esprimere "i tempi nuovi". I dirigenti del Circolo intervennero e, dopo estenuanti trattative (che interessavano anche i comuni di Abbazia e Cherso-Lussino dove i Circoli erano chiusi ormai da diversi anni), nel febbraio 1965 l’ASPL
stese le Conclusioni articolate in 19 punti, quale documento pilota per essere di supporto ai comitati comunali, gli uffici pubblici e le varie aziende del distretto nel processo d’adeguamento dei loro atti normativi nella parte riguardante i diritti dei cittadini di nazionalità italiana. Il 1965 fu l’anno del grande salto di qualità della comunità italiana: in primavera ebbe inizio la collaborazione sistematica e organizzata fra l’UIIF e l’Università Popolare di Trieste, quale ente delegato del governo italiano. In giugno iniziò il primo mandato di presidente di Ferruccio Glavina. Alla prima conferenza promossa dall’UPT e te-
A Fiume la prima conferenza dell’UPT Il primo intervento in assoluto derivante dalla cooperazione fra l’UIIF e l’UPT avvenne proprio a Fiume, dove il 16 aprile 1965 il prof. Loris Premuda, direttore dell’Istituto di medicina dell’Università di Padova tenne una conferenza intolata "Alcune errate opinioni e dannosi pregiudizi nel campo delle malattie e dell’alimentazione". Dati i tempi, sicuramente il tema "neutro" non era stato frutto di una scelta casuale. Tra il folto pubblico erano presenti alti esponenti del mondo scientifico e culturale fiumano. L’evento politico sovrastava comunque di gran lunga il fatto culturale perché, come poi si vide, segnava l’inizio della demolizione di quella cortina fra la minoranza e la nazione madre che il nuovo potere aveva cominciato a erigere subito dopo la fine della guerra, ossia vent’anni prima.
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Mi affretto mentre la barca volge all’ultimo approdo "Gli amici della redazione della Tore mi chiedono: quale è stato per me l’anno più impegnato, il più fecondo degli ultimi settanta? Potrei ricordare il 1948, quando – col fervore del principiante e dei primi innamoramenti – scrissi le prime poesiole, i primi racconti, i primi servizi giornalistici. Ripensandoci, molti sono gli anni "chiave" o di svolta importanti nella mia lunga avventurosa vita, ma due sono quelli che voglio ricordare. Un periodo particolarmente fruttuoso nella creazione letteraria (l’unica di cui vale la pena di parlare): il biennio 2015/16 nel corso del quale ho offerto ai lettori quattordici nuove opere tra raccolte di poesie, racconti, favole e rievocazioni storiche. Otto volumi portano la data del 2015, sei quella del 2016. Quest’ultmo anno potrà darmi ancora qualche soddisfazione perché due libri dovrebbero uscire entro l’anno. Eh già, mi affretto mentre la barca si avvia verso l’ultimo approdo: forse sono gli ultimi anni da festeggiare." Risalgono al Duemilaquindici – per citare a me i più cari – la silloge di Poesie dell’Eros e della vita (Ibiskos, Empoli), i libri di favole Tornano fate e streghe (Besa, Nardò) e Fiabe e leggende della Dalmazia (Santi Quaranta, Treviso); il diario Terre di guerre e viaggi di pace (Odradek, Roma); Guerre, uomini e cani, racconti (Oltre, Sestri Levante), Fiume nella poesia dei poeti fiumani (antologia). Fra le opere del 2016, frutto degli ultimi "viaggi" al tramonto della vita, ricorderò la raccolta bilingue di liriche Poesie a due voci – Pjesme u dva glasa che mi vede accanto al giovane Riccardo Staraj di Draga di Moschiena, e tre libri di mare: Giro del mondo a vela, la circumnavigazione del globo nella seconda metà dell’Ottocento, Il mare dei corsari, russi, francesi e inglesi in Adriatico tra il 1797 e il 1815, Disertori in Adriatico, pagine poco note o sconosciute della Grande Guerra 1914-1918. Partono tutti dall’Adriatico, il mare al quale sono legato dalla vita e dalla passione, ma soprattutto dall’affetto per le genti che abitano le sue sponde. Giacomo Scotti nutasi proprio a Fiume, seguirono il primo concerto del Quartetto di Trieste e quindi le gite d’istruzione in Italia, le borse libro, i contributi per l’aggiornamento, ecc. Un processo che suscitò comprensibile sollievo e nuove speranze nei connazionali, ma forse ancora maggiori critiche e sospetti in un potere che vedeva nemici ovunque sicché vi furono forze politiche che non si peritarono di effettuare azioni di disturbo, soprattutto occulte ma talune anche palesi. Si mise in for-
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se in particolare l’"opportunità" che i nostri ragazzi effettuassero le gite d’istruzione in Italia, l’idoneità dei manuali di supporto per le scuole, per non parlare dell’oculatezza dei controlli e del perdurare della frequenza con cui ai confini venivano sequestrati i libri italiani che i connazionali avevano con sé quando rientravano nel Paese. E non erano tutte qua le difficoltà che si accompagnavano all’azione del Circolo. Alla riapertura della
sede successiva alla pausa estiva, si dovette constatare che i mezzi finanziari erano ormai così esigui da mettere in forse l’attività. Per far capire l’impellenza del problema venne convocata un’assemblea straordinaria. Mancano i dati dettagliati su come si svolse l’opera di sanamento: certo è però che la chiusura fu evitata, ed anche che questo stato di cose si sarebbe ripetuto, con scadenze cicliche, fino ai giorni nostri... Il quinquennio successivo fu proficuo quanto tormentato. Un’intensa campagna aveva fatto aumentare di 400 unità il numero dei soci, che era così arrivato a 1400 circa, la collaborazione con le scuole e l’Edit era in atto, si pensava all’apertura di asili, il Circolo aveva ospitato nel 1968 la solenne cerimonia di consegna dei premi del primo concorso di Istria Nobilissima , ecc. Le cose sembravano volgere al meglio. Ben presto però si vide che tiravano venti nuovi e per nulla propizi, ossia il forte moto nazionale che si sviluppava fra i croati si stava appuntando anche sugli italiani, accusati di irredentismo. Istria Nobilissima fu oggetto di una contestazione dura e integrale, a partire fin dal nome, promossa dalla rivista Dometi, a cui seguirono, sulla Voce del Popolo, le risposte della parte italiana, dovute in primo luogo alla forbita penna del caporedattore Paolo Lettis, che certo le cose non le mandava a dire. Gli effetti della polemica si fecero sentire fino alla ben nota repressione dei moti su ordine di Tito, nel dicembre 1971.
DOPO 25 ANNI NASCE LA COMUNITÀ Nel giugno successivo (1972) l’Assemblea costitutiva approvava la nuova denominazione: Comunità degli Italiani, quale "associazione dell’intero gruppo nazionale italiano di Fiume, avendo nel proprio seno, come sodalizi, la SAC Fratellanza, quattro club, altrettante sezioni e due attivi". Presidente – era
L’immagine "storica" di una serata al Circolo di tanti anni fa: volti di dirigenti, "lavoratori" e attivisti uniti da decenni di profondo affetto per il sodalizio.
la terza volta - fu eletto Ferruccio Glavina. Si celebrarono anche, sia pur con qualche mese di ritardo, i 25 anni d’attività, suggellati dalla Targa d’argento della Città di Fiume. Nel 1973, autori Oscar Bogna, Nereo Scaglia e Giulio Bontempo, venne presentata "Conferenza musicale", la nuova rivista dialettale che aveva quali protagoniste "Giulietta" e "Bepina" ed in cui i monologhi si alternavano a canzoni degli Anni Venti e Trenta, eseguite dall’orchestra di Milo Materljan. I connazionali ne furono entusiasti. Ma l’attività "politica" non languiva: in aprile ci fu la visita dell’ambasciatore a Belgrado Walter Maccotta e del console a Capodistria Onofrio Messina, in luglio a "informarsi dell’attività e i problemi degli italiani" come scrisse la Voce, venne la presidente dell’Assemblea comunale Neda Andrić. In ottobre, organizzato dalla redazione, si tenne un "Veglione pro La Tore" con protagonisti l’orchestra di Mario Delcaro e il cantante Ennio Machin. L’adesio-
ne dei connazionali fu, al solito, tale da riempire il salone delle feste. Nel settembre dell’anno successivo, il 1974, il durissimo colpo costituito dall’allontanamento di Antonio Borme dai vertici dell’Unione degli Italiani condizionò pesantemente la Comunità. Ciò però non impedì ai solerti attivisti di mettere in scena nella primavera del 1975 "Morbin fiuman" una nuova rivista d’arte varia che venne presentata con grande consenso di pubblico non solo in sede ma anche a Laurana, a Torre e poi a Isola. L’anno successivo si aprì con un dibattito pubblico sulla bozza nel nuovo statuto comunitario. L’idea base era di formare un’Assemblea in cui convergessero i "delegati", come si diceva allora, di tutte le istituzioni della minoranza. In ottobre avvenne la presentazione di un libro di particolare importanza sulla partecipazione italiana alla LPL, "Parlano i protagonisti" di Lucifero Martini. Lo stesso anno la Comunità subì una delle perdite più gravi: venne a mancare Romolo Venucci.
L’ultima parte del decennio fu condizionata anche da un quadro politico su cui pesavano, data l’alta età, la progressiva riduzione del ruolo di Tito e i nuovi equilibri che si andavano profilando. Fu solo nel gennaio del 1979, dopo una pausa durata ben sette anni, che si tenne l’assemblea "annuale", da cui scaturirono i nuovi organi rappresentativi: l’Assemblea composta da 75 persone e la Presidenza, che ne contava 25. Finita la stagione, dopo trent’anni che ne era stato alla testa, in giugno il maestro Mario Vlassich lasciava la mandolinistica.
UN PAUROSO CALO NUMERICO La presenza numerica dell’etnia, come si vide nel censimento del 1981, continuò a segnare un preoccupante calo. La denuncia, avanzata nel giugno 1982 dalla II Conferenza dell’UIIF svoltasi proprio alla CI di Fiume era inequivocabile: dai 3.269 del censimento del 1961, si disse, dieci anni dopo gli italiani erano scesi a 2.974 per ridursi nel 1981 a non più di 1.940. Se si prendevano
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in considerazione i 7.770 registrati nel censimento del 1953, quando in città le opzioni erano concluse quasi del tutto, il numero risultava ridotto di quattro volte. Tolti quelli che nel frattempo avevano preso la via dell’esodo, dov’erano finiti gli altri? La risposta, detto per inciso, sarebbe arrivata all’inizio degli Anni Novanta. Intanto però la Comunità doveva fare i conti con il paventato trasferimento della scuola Belvedere o la fagocitazione del Dramma Italiano all’interno dello Zajc, ovviamente da realizzare con metodi "rigorosamente democratici", quali il voto degli occupati. Se realizzato, tale accorpamento, disse con accoratezza dalla tribuna la direttrice Margherita Gilić, avrebbe fatto diventare il Dramma "il piccolo della casa, il che significa 13 contro 300". In quello stesso anno si costituì la Sezione di ricerche storiche di cui fu responsabile il prof. Corrado Illiassich, che nell’aprile successivo fu chiamato a dirigere la Presidenza comunitaria. L’avvenimento di maggior rilievo del 1984 fu la visita, in ottobre, al presidente Sandro Pertini. All’incontro parteciparono oltre trecento connazionali. L’anno dopo ricorrevano i quarant’anni del sodalizio. Alla solenne accademia parteciparono, oltre a tutti i complessi della Fratellanza, alunni delle scuole e attori del Dramma Italiano. Per l’occasione una delegazione fu ricevuta dal presidente dell’Assemblea comunale Zdravko Saršon.
IL PRIMO "VENERDÌ DELLA TOMBOLA" La notizia, comparsa sull’albo comunitario qualche giorno prima, sembrò cosa da poco: il 23 ottobre del 1987 era in programma un "venerdì della tombola". Magari avessero avuto un seguito simile tante altre iniziative annunciate talvolta in maniera anche pomposa: ancora oggi con orgoglio la CI ospita le
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BASTERANNO UN PAIO DI TRENI Ferruccio Glavina figura sicuramente fra coloro che più si diedero da fare per la promozione della vita comunitaria. In possesso di un’ottima preparazione tecnica acquisita in larga misura al silurificio, assunse la carica di segretario dell’Unione degli Italiani nel 1958 quando l’organizzazione era molto indebolita e parecchi Circoli in dissoluzione. L’efficace opera di ricucitura svolta negli anni successivi lo portarono nel 1965 alla presidenza della Comunità, carica a cui fu eletto una seconda volta nel 1970 e due anni dopo, nel 1972, una terza, che mantenne fino al 1979. Furono anni segnati da violente polemiche contro le istituzioni minoritarie, culminate (1974) nella defenestrazione del prof. Borme. Nel frattempo, creatasi all’Edit una prima crisi a cui peraltro non erano estranee cause interne, fu chiamato alla sua direzione, compito che svolse in maniera egregia dal 1973 al 1976. Eletto quindi all’Assemblea regionale quale rappresentante degli italiani ne divenne presidente. Quale membro della commissione cittadina per la toponomastica si adoperò per il ripristino di parte della nomenclatura storica di Fiume, eliminata nell’immediato dopoguerra. Persona modesta e molto socievole, era generalmente apprezzato per un colloquiare lineare e tranquillo che teneva sempre nella massima considerazione l’interlocutore. Memorabile comunque la risposta che diede a un esponente del potere che lamentava come gli italiani chiedessero troppe cose. "E allora - gli disse lapidariamente – preparateci un paio di treni che così ce ne andiamo via tutti!" Venne a mancare nel 1998, a 78 anni d’età. sue "tombolere". Lo stesso anno la Fratellanza si arricchì di una nuova sezione, il complesso da camera "Collegium musicum fluminense". Passo significativo soprattutto a favore della "terza età" quello che caratterizzò il 1988: l’istituzione di un consultorio medico per connazionali, opera del volontariato dei giovani medici connazionali Diego Brumini, Roberto Sirola, Licia Antonelli, Gianpaolo Blecich e Ferruccio Tomissich.
ALLE VIE RIDATI I NOMI STORICI La fine del decennio fu segnata dal rilancio dell’attività della Sezio-
ne storica. Una ricerca molto critica sul degrado del cimitero monumentale di Cosala fatta da un gruppo di entusiasti ebbe come risultato all’inizio del successivo 1990 una tavola rotonda a cui presenziarono diversi esperti cittadini, ed anche il sindaco. La denuncia ebbe come effetto progetti di restauro e conservazione e valorizzazione del patrimonio cimiteriale. Incisiva fu pure l’azione nella toponomastica. Le proposte, presentate da Ferruccio Glavina alla Commissione comunale per la revisione, ebbero quale effetto l’assegnazione di nomi e il riconoscimento di toponimi italiani a diverse vie e piazze.
In quello stesso 1990 la Comunità promosse ed ospitò diversi avvenimenti di rilievo. Per l’uscita del primo numero della nuova serie de La Battana, il 10 febbraio si tenne un dibattito su "Etnicità e stato" a cui partecipò fra gli altri il docente universitario Žarko Puhovski che, cogliendo pienamente le istanze che si intravvedevano nella rinnovata azione minoritaria, affermò lapidariamente: "Dovete fare presto, se si accorgono dove volete arrivare, vi fermeranno subito." Un mese dopo si svolse un’encomiabile azione umanitaria: un’asta per la vendita di 28 quadri di nostri pittori che fruttò circa cinque milioni di lire con cui far operare agli occhi a Roma un bambino connazionale. L’11 giugno, in concomitanza con San Vito, si svolse la prima riunione fra la rinnovata Sezione storica della CI e la Società di studi fiumani di Roma per varare iniziative comuni nel campo storiografico e della tutela dei monumenti. Una delle prime operazioni fu anche un’inchiesta sulle domande d’opzione respinte all’inizio degli Anni Cinquanta con oltre 400 interessati coinvolti. In ottobre avvenne il primo incontro ufficiale. Guidata da Amleto Ballarini, la delegazione degli esuli fu accolta anche in comune dal sindaco Željko Lužavec. Venivano così a cadere a tutti gli effetti quei muri rimossi già prima tra i fiumani partiti ed i rimasti.
ELEZIONI DEMOCRATICHE: MASSICCIA L’ADESIONE Il fervore maggiore riguardò però la bozza di regolamento dell’assemblea costituente della nuova organizzazione degli italiani. Le preoccupazioni non mancavano: non ultima quella della possibilità di una conta, da evitare ad ogni costo. Parecchie erano le formazioni in lizza, che facevano capo a due schieramenti, il Movimento per la Costituente e il Forum quarnerino, alleato alla Lista Fratellanza. A
Da Bonita a Varljen Fra i tanti ospiti della CI vi fu pure il tecnico federale Miljan Miljanić, qui assieme a Mario Bonita, Enrico Skerbec e Giulia Šantić. Di origine polesana, giornalista alla Voce del Popolo di cui anche per otto anni caporedattore, Bonita resse la CI dal 1987 subentrando al prof. Illiassich per passare poi la mano nel 1991 a Fulvio Varljen. Ebbe in sorte di guidarla in un momento di rottura, nel passaggio dal vecchio al nuovo sistema politico, in un periodo di grandi cambiamenti così come, una decina di anni prima, si era assunto l’assai poco gratificante compito di dirigere l’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume in uno dei suoi momenti più difficili in seguito alla defenestrazione di Borme nell’estate del 1974. A un anno dall’avvento alle cariche, la Presidenza della CI constatava che nell’Assemblea comunale di Fiume non c’era neppure un consigliere italiano mentre nella precedente ce n’erano cinque. Nell’ottobre 1990, venuto il momento delle aperture, Bonita incontrava in Comunità una delegazione di esuli guidata da Amleto Ballarini. L’anno dopo, il 1991, trascorse all’insegna di un tambureggiante susseguirsi di conferenze e dibattiti in vista del rinnovo delle cariche comunitarie, segnato dalle lunghe code dei connazionali per l’iscrizione nelle liste elettorali (votò infatti l’84 p.c. degli aventi diritto). L’11 febbraio, Bonita veniva formalmente sostituito da Varljen. opera compiuta, nelle liste elettorali risultarono iscritte 3.480 persone, quasi il doppio rispetto al censimento di dieci anni prima. Di queste, si presentarono ai seggi 2.890, ossia l’83 p.c. Le liste del Movimento per la Costituente si affermarono in maniera netta: 7 seggi su 8 all’Assemblea dell’Unione e 33 su 39 a quella comunitaria. Componente specifica fu la neonata Comunità dei fedeli fiumani che poi diede vita alla Commissione per gli affari religiosi a ufficializzare così un aspetto della vita sociale della minoranza fino ad allora per decenni completamente trascurato.
ARRIVA LA GUERRA ma anche la SOLIDARIETÀ Le speranze di tempi nuovi, favorite anche dal fatto che gli italiani dichiarati, dai 1.940 di dieci anni prima, erano balzati a oltre 3.300,
furono fortemente ridimensionate in primo luogo dalla scomparsa di Antonio Borme nell’agosto 1992. Fu però l’incalzare degli eventi bellici che costrinse la CI a una "profonda ristrutturazione" dell’attività. Fra i primi in città a muoversi, mise a profitto le conoscenze e i contatti che aveva in Italia organizzando una poderosa catena di solidarietà. Generi alimentari, vestiario, medicinali, attrezzature ecc. arrivavano in continuità in città per essere destinati ai profughi, a vari enti, ospedali in testa (nel gennaio 1993, una missione della Regione Emilia Romagna portò in un una sola volta aiuti per cento milioni di lire consegnati dal presidente Varljen a Lužavec e destinati alla casa della salute di Abbazia, all’ospedale di Sušak e ai ragazzi delle scuole italiane), ed anche ai meno abbienti fra i connazionali. Tutta la complessa
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struire un edificio ex novo. Accolta fin dall’inizio con notevole perplessità, la proposta fu alfine respinta dai rappresentanti del sodalizio: si voleva rimanere nella sede storica. In compenso in gennaio era giunta una notizia di tutt’altro tenore: con la canzone "La barchetta di carta" di Vlado e Biba Benussi Alba Nacinovich aveva conquistato allo Zecchino d’oro il primo posto fra i piccoli canterini stranieri.
ITALIANI, CONTA SOLO IL NUMERO
AD ALBA LO ZECCHINO D’ARGENTO Alba Nacinovich con Mariele Ventre, la factotum dello Zecchino d’oro. "Figlia d’arte", a meno di sette anni con la canzone "La barchetta di carta" di Vlado e Biba Benussi Alba aveva conquistato lo Zecchino d’argento, ossia si era piazzata al primo posto fra i canterini stranieri presenti alla manifestazione. "Cresciuta" fra i minicantanti della Comunità, al ritorno a casa si rammaricò solo per non aver potuto anche ballare dinanzi alle telecamere: le avevano raccomandato di limitarsi a cantare... operazione fu diretta dai volontari della Sezione sociale, in testa la dott. Licia Antonelli. Ma ci fu anche chi non gradiva la presenza degli italiani: i parroci di Pinguente e Rozzo non permisero che nelle loro chiese la Fratellanza eseguisse due concerti di musica sacra.
RUOTA DELLA SPERANZA PER EVITARE LO SFRATTO L’impegno non bastò a parare i colpi negativi, che piovevano sia sottoforma del contenimento dei diritti che della difficile situazione finanziaria. All’ambasciatore Salvatore Cilento, giunto in visita il 28 gennaio successivo, venne esplicitamente detto che vi era il pericolo che la CI potesse essere sfrattata dalla sua sede. Quasi due anni dopo, nel novembre 1994, una burrascosa assemblea indicava che la Comunità, anziché superare l’im-
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passe, stava attraversando ancora uno di momenti più difficili della sua esistenza: un debito di 185 mila kune di affitto arretrato rischiava non solo di portarla allo sfratto, ma anche di farla finire in tribunale. Si ricorse allora a una sottoscrizione per raccogliere fondi attraverso una "Ruota della speranza" a cui aderirono in gran numero connazionali ed altri cittadini. Anche sul piano politico gli eventi s’intensificavano. La visita di una delegazione parlamentare italiana irrigidì ancora di più i rapporti fra la CI e il municipio, ovvero il sindaco Linić, che reagì molto bruscamente agli appunti sulla sua scarsa disponibilità. Neanche a parlarne della concessione in proprietà dei vani di Palazzo Modello, come chiesto due anni prima dal presidente Varljen: alla CI fu offerta un’area in Cittavecchia su cui co-
L’avvento della "democrazia" ebbe aspetti poco opportuni pure sul piano politico. Già dal 1991, all’atto della valutazione dei diritti, la Giunta comunale si impuntò a tener conto della sola consistenza numerica degli italiani visti come un gruppo etnico minoritario per nulla diverso dagli altri presenti nell’area urbana trascurando del tutto la stretta connessione con lo sviluppo e la storia della città. Seppur di per sé insufficienti e spesso di difficile realizzazione pratica, di punto in bianco gli standard e i diritti conseguiti durante il precedente regime venivano cancellati mentre i nuovi erano avvolti in un velo nebuloso. La CI chiese modifiche statutarie tali da prevedere il riconoscimento all’autoctonia, l’accettazione dell’italiano quale lingua d’ambiente, l’introduzione dell’uso dei simboli della Comunità, il seggio garantito in aula, il sostegno e il finanziamento delle attività. Una delegazione si recò pure a informare in merito il console generale d’Italia. Tale situazione fu in parte destinata a perdurare, in parte risolta grazie all’Accordo sulle minoranze che venne stipulato 1996 ossia vent’anni fa. Quell’anno la CI festeggiava il cinquantesimo della fondazione. La solenne accademia si tenne al teatro cittadino il 12 novembre alla presenza di autorità ed ospiti di alto rango. L’anniversario fu solennizzato anche con il Premio cittadino e
Tanti gli attivisti che ci hanno lasciato Nel suo inarrestabile andare, il tempo ci ha privati di un gran numero di connazionali e attivisti, tra cui alcuni di grande spicco. A rileggere le cronache di allora risulta che particolarmente funesto fu in questo senso il triennio che chiuse il millennio. Primo a lasciarci, il 18 gennaio 1998, fu il prof. Corrado Illiasich, uno dei capi storici della CNI, preside del Liceo dal 1948 al 1983, segretario dell’UIIF in concomitanza con la tormentata presidenza Borme, presidente della CI dal 1983 al 1986. Anni dopo ebbe a ricordare l’Assemblea dell’Unione svoltasi a Capodistria in cui si doveva eleggere il nuovo presidente dell’UIIF. I vertici dell’"Allenza socialista" insistevano su un nome, gli italiani non lo volevano. Finì con un accettabile compromesso e, dati i tempi, non era poco. Ma quel che più conta, quando nel rituale ringraziamento che s’usa pronunciare al commiato dalle cariche, il presidente uscente fece il suo nome, nella sala ci fu un
applauso scrosciante. Meno di un mese dopo fu la volta dell’attore e regista Nereo Scaglia, attore e regista del Dramma che per lunghi anni fu alla guida della Filodrammatica. Il 25 aprile morì Ferruccio Glavina, presidente della CI, segretario e vicepresidente dell’UIIF, direttore dell’Edit e vicepresidente dell’Assemblea regionale. Alla metà di luglio del 1999 fu la volta di Ada Spiller, per un quarto di secolo direttrice della scuola Dolac. Meno di un mese dopo si svolsero i funerali di Lorenzo Vidotto, segretario dell’UIIF, giornalista, insegnante, attivista. Il 9 settembre scomparve Giacinto Laszy, ineguagliabile conoscitore del passato fiumano e appassionato cultore delle tradizioni cittadine. Il 5 dicembre morì Bruno Grdadolnik, per 52 anni corista della Fratellanza. Poco più di un mese dopo, nella prima decade di gennaio del Duemila, vinto da una malattia combattuta per lunghi anni con encomiabile stoicismo, a soli 56 anni decedette Gianfranco Miksa, uno dei nostri massimi artisti figurativi e redattore grafico dell’Edit. In maggio fu la volta di Egidio Barbieri, giornalista e attivista, uno dei più dinamici e generosi soci della CI, alla metà di agosto toccò a Romano Farina, giornalista e valido collaboratore.
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mi giorni di dicembre con incontri e mostre. Il tutto fu coronato con uno spettacolo a cui il pubblico partecipò con grande calore. Nel marzo del 1999 nuovo significativo contatto con la nazione d’origine: venne a far visita alla CI il nuovo ambasciatore Fabio Pigliapoco, mentre in aprile la CI fu partecipe del convegno internazionale "Fiume nel secolo dei grandi mutamenti", promosso dall’UI, UPT e Società di studi fiumani e ospitato nella Sala consiliare del Municipio. Vi presero parte eminenti ricercatori italiani, croati e ungheresi. l’uscita della monografia "Italiani a Fiume" mentre la presidente Elvia Fabijanić venne accolta al Quirinale dal presidente Oscar Luigi Scalfaro. Intanto particolarmente intensi si erano fatti i contatti con gli esuli, sfociati fra l’altro nei concorsi a premi per le scuole, le presentazioni librarie e altro. Fra i nuovi libri, nel febbraio 1997 fece spicco "Fiume tra storia e leggenda", il pregevole revival del passato storico e mitico della città frutto di anni di ricerche di Giacinto Laszy, emblematico ricercatore del passato cittadino. In settembre veniva benedetta al cimitero di Cosala la stele alla memoria dei fiumani deceduti lontano dalla città. Ma il presente era sempre incombente: pochi giorni prima, riunitasi in via straordinaria per discutere la circolare del ministro Vokić sull’iscrizione alle scuole CNI dei soli bambini di nazionalità italiana dichiarata, l’Assemblea aveva deciso di promuovere una petizione in merito. Alla fine dell’anno, con l’approvazione dello Statuto, la CI diventava "associazione di cittadini". Il 1998 si svolse essenzialmente all’insegna della Fratellanza di cui ricorrevano i cinquant’anni della fondazione. La prima parte dei festeggiamenti si svolse dal 23 al 28 marzo con concerti e mostre, la seconda giunse al culmine negli ulti-
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IL RINNOVO DELLA SEDE Un nuovo significativo revival del patrimonio letterario cittadino nel XIX e XX secolo inaugurò idealmente l’attività del Duemila: in febbraio venne presentata l’antologia "Città di carta/Papirnati grad" di Aljoša Pužar. In novembre, quale omaggio alla memoria di Giovanni Palatucci, il Coro Fedeli Fiumani si esibì a Roma nella chiesa di S. Maria degli Angeli e dei Martiri. Alla fine di dicembre la Fratellanza fu protagonista di una trasmissione a Radio Zagabria con la messa in onda di brani eseguiti dalle sue diverse sezioni al concerto di fine millennio che si era svolto una settimana prima. Seppur di carattere preminentemente "tecnico", fu però il restauro
e il riatto della sede societaria che segnò l’inizio e condizionò l’attività del nuovo secolo. Iniziata in settembre e conclusa nell’aprile successivo, la ristrutturazione fu accurata e capillare. Giocoforza l’attività fu spostata in altre sedi, in primo luogo nell’Aula Magna del Liceo e alla scuola Dolac. Per lo stesso motivo si tenne al Liceo l’incontro con il capo dello Stato italiano Carlo Azeglio Ciampi che, accompagnato dal croato Stjepan Mesić, giunse in ottobre in visita alla CNI. Le immagini d’allora illustrarono con efficacia il calore dell’accoglienza: gli ospiti furono accolti da una folla di gente che aveva occupato tutta l’area antistante la scuola e l’ex cine-teatro Fenice. Seguì un avvicendamento nella dirigenza. In febbraio era deceduto il presidente Valerio Zappia. Due mesi dopo, in aprile, fu eletto a sostituirlo con mandato annuale il dott. Alessandro Leković. Lo stesso mese si svolse una serata in onore di Mario Schiavato, organizzata congiuntamente alla CI di Dignano, centro in cui egli aveva vissuto nella propria infanzia e a cui era rimasto sempre legato tanto da inserirla organicamente nella propria opera. In settembre una delegazione guidata da Leković presenziò a Senigallia al 39.esimo raduno degli esuli fiumani a cui partecipò pure il ministro per i rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi.
Carlo Azeglio Ciampi venne in visita a Fiume insieme a Stjepan Mesić nell’ottobre 2001. Nell’immagine, la calorosa accoglienza che venne loro riservata nell’area antistante il Liceo.
Finiti i restauri, la sede comunitaria venne riaperta con un solenne concerto lirico il 6 dicembre dell’anno successivo, il 2002. Si concludevano così quindici mesi di intenso lavoro, ma anche il permanente "operare in trasferta", iniziato già in febbraio quando al Liceo era stato presentato il libro della scrittrice di origini fiumane Silvia Kramar "La musica della vita", storia di una famiglia di ebrei italiani (diversi gli interessati fra i fiumani che, non avevando potuto acquistarlo in loco, si iscrissero nell’elenco degli interessati, però, del volume promesso, poi nessuna traccia). Forse ancora maggiore fu l’attenzione rivolta al suo supporter, che presentò il romanzo, personaggio di spicco dell’esilio, molto meno noto fra i rimasti: il gesuita padre Sergio Katunarich, figlio di madre fiumana e padre con radici a Postire, la stessa cittadina di Brazza che aveva dato i natali a Vladimir Nazor. Fu forse per questo che, rispondendo al giornalista che osservava come il poeta non fosse stato propriamen-
te molto ben disposto verso gli italiani, il gesuita ribattè con grande fermezza: "Però era stato un grande cattolico!" Un altro grave episodio scosse profondamente l’ambiente minoritario a Fiume: il 25 febbraio del 2002 scomparve misteriosamente Mario Zoia, validissimo corista e solista della Sac Fratellanza. Nonostante le ricerche, a tutt’oggi nulla è emerso in merito. Intanto la CI accoglieva "ospiti per tutti i gusti", da Nicola Arigliano, "il re dello swing" allo scrittore Diego Zandel, di origini istro-fiumane, quale autore di una storia ambientata tra Fiume e i Balcani al termine della guerra 1991-1995 intitolata "I confini dell’odio". Si formalizzava anche l’avvicendamento dei dirigenti: il 27 giugno l’Assemblea nominava presidente il dott. Alessandro Leković e insediava alla testa dell’esecutivo la prof. Elvia Fabijanić. Solo pochi giorni dopo, il 5 luglio, si svolgeva al teatro Ivan de Zajc la cerimonia di consegna dei Premi Istria Nobilissima.
Encomiabile la partecipazione di Fiume, che vantò nove premiati. Il 2003 si aprì nel ricordo di Romolo Venucci di cui ricorreva il centenario della nascita. In febbraio la sua figura fu evocata in una conferenza da Erna Toncinich, sicuramente la sua allieva più fedele e devota. Seguì al Piccolo salone la mostra che a lungo rimase viva nella memoria non solo dei connazionali, ma di tutto l’ambiente artistico cittadino. Un mese dopo si tenne in CI una collettiva di pittura e ceramica della Sezione intitolata al Maestro.
VITTIME ITALIANE: PRONTO IL LIBRO I rapporti con gli esuli e la madrepatria si fecero più intensi. In maggio venne presentata l’articolata ricerca congiunta della Società di studi fiumani di Roma e dell’Istituto di storia croata di Zagabria "Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947)". Opera di Amleto Ballarini e Mihael Sobolevski, il ponderoso volume mise in luce dati e riferimenti molto indica-
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tivi su una parte della storia che fino ad allora il potere si era adoperato ad occultare. Fu questo probabilmente il primo motivo per cui il volume – che all’epoca ebbe l’avallo dei capi dello Stato croato e italiano - è a tutt’oggi contestato nei sedicenti circoli antifascisti. Il primo novembre fu inaugurato il cippo commemorativo posto sul piazzale del sacrario di Cosala dedicato ai fiumani scomparsi in pace e in guerra, privi di cristiana sepoltura. In giugno furono consegnate a diversi connazionali le onorificenze conferite dal presidente Ciampi. Il presidente Leković e la preside della SMSI Ingrid Sever furono nominati rispettivamente Grand’ufficiale e Cavaliere dell’ordine della Stella della solidarietà italiana. Quest’ultima ottenne successivamente anche il titolo di Commendatore.
NUOVI LUTTI FRA I CONNAZIONALI Fu anche l’anno in cui, in meno di tre mesi, da marzo a giugno, ci lasciarono tre noti connazionali: Ezio Mestrovich, caporedattore delle testate, direttore dell’Edit e intellettuale di spicco, il maestro Severino Stepancich, solerte guida dei minicantanti e il giornalista Evelino Klarich. In giugno, all’età di 96 anni, scomparve a Padova pure Anita Antoniazzo Bocchina, autrice della pregevole opera sul cimitero di Fiume, dove ora pure lei riposa. La visita ufficiale compiuta nel febbraio 2004 dal presidente del Friuli - Venezia Giulia Riccardo Illy allo zupano della Regione litoraneo montana Zlatko Komadina si concluse a Palazzo Modello con un incontro con i dirigenti dell’UI e della a CI a cui partecipò un numeroso pubblico. Ospite del sodalizio nello stesso anno fu in marzo il deputato Vittorio Sgarbi, che parlò di cultura e Comites (a quello della circoscrizione consolare di Fiume fu eletto in aprile Furio Radin). Un mese dopo si costituiva il Consiglio della mino-
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Al cippo in memoria dei fiumani scomparsi nel mondo in guerra o in tempi di pace posto nel 2003 sul piazzale del Sacrario di Cosala vengono regolarmente a rendere omaggio delegazioni della madrepatria.
ranza italiana della Contea che eleggeva a presidente Orietta Marot. Sul piano dell’intrattenimento, protagonista di una serata eccezionale fu in novembre il popolare showman
Roberto Smaila con la sua band Calibro 7. Altro significativo lutto allo scadere dell’anno: a soli 59 anni, il 28 dicembre veniva a mancare l’attore Giulio Marini.
Il 28 dicembre 2004, a soli 59 anni d’età, morì Giulio Marini. Qui è ripreso in un gustoso dialogo con Mimmo Lo Vecchio nella commedia "Delikatessen, ovvero Sette sedie di paglia di Vienna" di Carpinteri – Faraguna, presentata nel 1997.
L’omaggio a Mazzieri Una delle più significative manifestazioni con cui si avviava al termine il 2003 fu l’omaggio della Fratellanza a Ettore Mazzieri, "colonna" della redazione sportiva della Voce, appassionato cultore del dialetto fiumano, per anni dirigente e attivissimo sostenitore della Comunità, che aveva difeso sempre senza risparmiarsi. La parola "difeso" va qui intesa alla lettera: nel 1953 era stato fra coloro che a malapena erano riusciti a bloccare il gruppo di scalmanati che, come già detto, intendeva mettere a soqquadro la sede a causa della piega sfavorevole alla Jugoslavia che stava prendendo la questione di Trieste. Alla memorabile serata in suo onore, fra gli altri numeri, dominarono Mazzieri con Renato Tich, capostipite del giornalismo sportivo Renzo Chiepolo e Silvano Bontempo nelle vesti di nella Fiume del dopoguerra. Franzelin e Carleto, i protagonisti del dialogo in dialetto fiumano creati da Mazzieri. Il festeggiato sarebbe venuto a mancare pochi mesi dopo, nel luglio 2004, a 84 anni d’età. Tre anni dopo, nel 2007 uscì il libro Ettore Mazzieri. Storia e ciacole de un fiuman patoco, una significativa testimonianza dei suoi copiosi scritti in dialetto che confermavano significativamente la nostra presenza nell’ambito cittadino e regionale. Vera "enciclopedia della fiumanità" nelle sue rubriche comparse sulla Voce aveva dato vita a personaggi che, con il loro vernacolo, le situazioni, il modo di vedere le cose, erano assurti a incancellabile ricordo del vivere in una città ormai rintracciabile solo in minima parte. Dato il centenario della nascita, il 2005 fu dedicato essenzialmente a Osvaldo Ramous, il più importante scrittore fiumano. Alla serata a lui dedicata, la sua figura e l’opera
furono evocate da Gianna Mazzieri Sanković mentre i giovani della filodrammatica recitarono sue poesie. Qualche mese prima, in giugno, s’era svolto a Trieste il convegno
«Scrittura sopra i confini: letteratura dell’esodo» a cui la docente aveva partecipato con la relazione "Città di confine, la Fiume di Osvaldo Ramous".
"PRENDEVO IL TROLLEYBUS PER ANDARE AL BAGNO RIVIERA" Umberto Smaila ebbe alla CI un’accoglienza trionfale. Anni dopo, nell’affettuoso messaggio fatto pervenire per l’Incontro mondiale dei fiumani scrisse che, seppur nato a Verona, si era sentito sempre molto più mitteleuropeo. Nel Quarnaro aveva trascorso tutte le vacanze estive della fanciullezza: una costa ed un mare d’una bellezza incomparabile che lo affascinarono più di tutti i luoghi incontrati più tardi nel suo lungo girovagare. Ricordava "il risotto di scampi al sugo rosso" che gli faceva in via Trieste la zia Nina come il profumo dell’alloro nel parco che percorreva a piedi per scendere a "prendere il trolleybus" che lo avrebbe portato a fare il bagno al Riviera, in un’acqua dal blu cobalto, "che gli dava una sferzata d’energia".
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Fra le parecchie novità librarie ebbe particolare spicco "Fiume, città della memoria 1868-1945" anche perché frutto delle ricerche dell’ungherese, Ilona Fried, docente di italianistica all’Università di Budapest. All’ottima accoglienza avuta nell’ambiente dei rimasti fece da contrappunto per l’ennesima volta un clima di rifiuto e di critiche da parte della storiografia e pubblici-
Giuricin assieme a Paolo Lettis, altra brillante penna della minoranza
L'ATTIVISMO DI Luciano Giuricin Nel dicembre 2004, a celebrare i sessant’anni d’attività, la CI pubblicò la seconda edizione della monografia "Italiani a Fiume" affidandone la redazione Luciano Giuricin, una delle figure più significative della minoranza a Fiume. Nato nel 1925, partecipe della resistenza, fu tra i fondatori di "Vie Giovanili" di "Panorama" di cui fu per anni redattore responsabile e uno dei protagonisti, assieme a Borme, Glavina e Illiasich, del riscatto politico dell’UIIF concluso con la defenestrazione di Borme nel 1974. Nel 1968 fondatore del CRSCV, ne fu poi collaboratore e presidente. Contribuì significativamente agli studi sulla CNI correggendo le storture e interpretazioni strumentali della storiografia jugoslava. Oltre a "Fratelli nel sangue"(1964) e "Rossa una stella"(1975) scritti con Aldo Bressan e Giacomo Scotti, di notevole importanza sono i suoi saggi, pubblicati sui "Quaderni" del CRS, sul difficile confronto fra le diverse anime della Resistenza, in Istria e a Fiume, e sulla strumentalizzazione delle forze antifasciste italiane da parte del MPLJ, come gli studi sul controverso contesto in cui nel 1944 nacque l’UIIF. Significativi i testi su foibe ed esodo, e sul Cominform, con la raccolta delle testimonianze dei sopravvissuti all’Isola Calva raccontate in più riprese e quindi raccolte nel libro di 330 pagine "La memoria di Goli Otok-Isola Calva." Giuricin fu tra i primi a trattare il tema dell’esodo e delle foibe, ancora quando erano temi tabù in Jugoslavia, con vari scritti e recensioni correlati ai primi studi storici di ampio respiro sul tema apparsi in Italia all’inizio degli anni Ottanta. Nel contempo si occupò pure delle procedure applicate negli atti repressivi nei confronti della popolazione italiana ovvero processi, condanne, licenziamenti, sequestri, confische, nazionalizzazioni, come pure dei dati concernenti le partenze iniziali dal 1943 al dicembre del 1947. La storia delle relazioni fra la comunità "rimasta" e la Nazione Madre sono sfociate nel volume "Trent’anni di collaborazione UI- UPT" (1994). Una delle sue opere più ricche e significative, è il volume doppio "La Comunità nazionale italiana, storia e istituzioni degli italiani dell’Istria, di Fiume e Dalmazia (1944-2006)" edito dal CRS nel 2008, realizzata in collaborazione con il figlio Ezio. Luciano Giuricin è scomparso a Trieste nel febbraio 2015 all’età di novant’anni.
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Sono due le monografie in cui sono raccolte in maniera organica le vicende degli italiani a Fiume dai primi giorni del dopoguerra agli ultimi anni del secolo. La prima, di 440 pagine, fu affidata a una redazione guidata da Valerio Zappia e venne alla luce nel 1996. La seconda, curata da un gruppo di redattori guidato da Luciano Giuricin e comprendente anche taluni aspetti generali della tematica minoritaria, è stata pubblicata dieci anni dopo, nel dicembre 2006 in un volume di 660 pagine del peso di quasi due chili!
stica croata. Un atteggiamento peraltro molto facilmente prevedibile, visto che nella stesura del libro erano stati coinvolti a vario titolo la Società di Studi Fiumani di Roma, il Libero Comune di Fiume in esilio e l’Istituto per gli incontri culturali mitteleuropei di Gorizia. Non meno significativo l’omaggio a Venucci: il 22 aprile fu presentato in CI il cortometraggio di Bernardin Modrić a lui dedicato. La versione italiana era di Erna Toncinich. A questo fece seguito, dello stesso autore, "Il pianto del silenzio", dedicato al cimitero fiumano, con commento di Nedjeljko Fabrio e versione italiana di Melita Sciucca. Particolarmente solenni furono le celebrazioni della festa dei Patroni Santi Vito e Modesto: la messa italiana nella Cattedrale fu officiata dal vescovo di Trieste mons. Eugenio Ravignani. Il 2006 si aprì all’insegna di una decisione "operativa" d’importanza capitale: da tempo esaurita la monografia "Italiani a Fiume", i dirigenti comunitari concordarono sull’urgenza di una nuova edizione. Progetto ad ampio respiro, prevedeva di documentare tutta l’attività del sodalizio nel decennio 1996-2006. La redazione si riunì il 9 marzo. L’incarico di caporedattore venne affidato a Luciano Giuricin. Premevano però anche le scadenze "politiche": a fine maggio si riunì per l’ultima volta l’Assemblea comunitaria eletta quattro anni prima per fare un bilancio del mandato ed esaminare i preparativi per le elezioni. Alla consultazione per la scelta dei 29 consiglieri nonché per i sei rappresentanti all’Assemblea UI svoltasi l’11 giugno parteciparono 1.154 soci, ossia solo il 16,5 p.c. degli aventi diritto al voto. Il 4 luglio l’Assemblea eleggeva a presidente Agnese Superina, mentre la Giunta veniva affidata a Roberto Palisca che già in agosto incontravano il sindaco Obersnel per informarlo sui programmi e i desiderata della
Ramous assieme a Lucifero Martini, altra importante penna del giornalismo minoritario.
CI. Fra gli argomenti in discusssione, ricordano le cronache di allora, "vi furono pure la nomina della direzione unica degli asili italiani e la concessione alla CNI degli spazi della Biblioteca civica in via di trasferimento da pianoterra del palazzo". Oggi sappiamo che l’esito dei due casi fu piuttosto diverso... Il 20 ottobre l’inaugurazione della nuova stagione fu particolarmente solenne in quanto ricorrevano i sessant’anni della fondazione del Circolo di cultura. Fiumani ovunque, ma sempre fiumani. Questo il motto che idealmente unì nel 2007 i connazionali per gli 84 anni di Ettore Segnan in onore del quale, d’accordo con la famiglia ma all’insaputa dell’interessato, venne allestita una grande festa. Trasferitosi a Trieste dopo la guerra, Ettore ha mantenuto sempre vivi i legami con la città natale e la minoranza anche con atti di significativa e comprensione e generosità. Figura di centro dell’attività culturale fu ancora Osvaldo Ramous. Il primo appuntamento, la presentazione della raccolta Elogio dell’ombra e altri racconti pubblicata dall’Edit, si svolse nei primi giorni di marzo nel proposito di ovviare al paradosso di una narrativa tradotta in diverse lingue, eppure inedita, e dunque sconosciuta, nell’originale. Autentico mediatore fra due cultu-
re e fautore della continuità storica della letteratura italiana in queste terre, ha all’attivo due romanzi, nove drammi, una decina di radiodrammi, dieci raccolte di poesie, numerosi racconti e circa 400 fra articoli e saggi. In aprile venne presentato il romanzo Il cavallo di cartapesta i cui si descriveva, come fu detto "una Fiume che era il cuore dell’Europa del XX secolo" e che, nonostante la validità, per essere pubblicato dovette attendere per ben quarant’anni "e non certo per volontà dell’autore" che, come detto alla serata, ci mise l’anima per raccontare una città particolare, multietnica, di confine, che aveva condizionato la sua attività letteraria divenendone spesso soggetto. Nella seconda metà di aprile si svolse il recital Intervista a Ramous, un progetto del Dramma Italiano in cui lo scrittore, tornato simbolicamente nella sua città "si svelava" al pubblico. A fine maggio infine si tenne il convegno organizzato dalla prof. Gianna Mazzieri Sanković sull’attività giornalistica e l’impegno culturale e critico in cui fu trasmessa la registrazione audio di un suo discorso in cui esprimeva la sua fiducia nei confronti dell’uomo e riaffermava il valore delle minoranze come ponti di cultura.
FIUME O RIJEKA? "INTERESSANTE..." Significative e per taluni aspet-
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MANTICA: GRAZIE PER LA VOSTRA DIFESA DEL SENTIMENTO DI ITALIANITÀ DELLA CITTÀ La visita più importante del 2008 fu quella del sottosegretario agli esteri Alfredo Mantica che, disse, era cresciuto a Milano a fianco degli esuli giuliani. Nel corso della seconda, avvenuta nel febbraio di tre anni dopo a coronamento di lunghi anni di lavoro per il rinnovamento del Liceo, espresse la sua gratitudine ai "fiumani patochi" per il coraggio dimostrato nel difendere l’anima italiana della città. ti inusuali le visite fatte nel 2007 a Palazzo Modello. All’inizio di luglio arrivò Katherine La Guardia, nipote di Fiorello che raccontò, non senza una certa meraviglia degli astanti, che il famoso nonno era stato non solo console in città e poi sindaco di New York, ma anche direttore generale dell’UNNRA, l’organizzazione che si era occupata dell’invio di aiuti umanitari in Europa (chi fra i più anziani non ricorda i famigerati ovi de Truman?). La signora, ritenne "particolarmente interessante" che mentre nella CI la città era chiamata Fiume, fuori veniva nominata Rijeka... In ottobre fu la volta di Enzo Maiorca, recordman d’immersione (101 metri) che, oltre a illustrare gli aspetti tecnici dell’impresa, diede al pubblico una vera lezione di etica nel rapporto fra l’uomo e il mare. Il mese successivo arrivò Chiara Ingrao, figlia di Laura Lombardo Radice e nipote di Gemma Harasim. Occasione fu la presentazione del libro Il resto è silenzio, storia del dramma di tre coppie di sorelle travolte dal turbine della guerra nei Balcani. Una vera chicca l’ultima novità libraria dell’anno: Da San Vito ai nuovi rioni. Nomenclature delle vie e piazze di Fiume, di Aldo Secco, completato, come detto nella
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prefazione, da "cenni, storici, biografici, aneddoti, affinché non siano dimenticati". Alacre come sempre fu la ripresa dell’attività dopo il Capodanno 2008 festeggiato, come titolava in prima pagina La Voce del Popolo, da "un veglione con i fiocchi", ma funestato già in gennaio dalla scomparsa di due grandi attori del teatro cittadino, Galliano Pahor e Gianna Depoli avvenuta all’età di 53 e 83 anni. In quello stesso gennaio la prof. Erna Toncinich tenne la prima di una molto seguita serie di conferenze
con diapositive dedicate al passato storico e monumentale cittadino. Il titolo era "Palazzo Modello, Teatro comunale, due edifici, due architetti". Seguirono in febbraio "Il cimitero di Cosala e l’architettura sacrale a Fiume" e in marzo "La torre civica e i palazzi della città". In marzo fu ospite della Comunità Anita Garibaldi, pronipote del generale che, disse, "ci teneva a definirsi marinaio". Presente in CI per le premiazioni del concorso fra le scuole dedicato al generale di cui nel 2007 ricorreva il bicentenario
Molto caldo e cordiale fu l’incontro di Ottavio Missoni con il pubblico fiumano. Per l’occasione giunsero qui diversi connazionali dell’Istria e delle isole. In risposta al discorso del sindaco Obersnel lo stilista rispose in un buon croato, non privo di qualche termine dal forte colorito popolaresco. Il festeggiato, qui ripreso fra il sindaco, il console Cianfarani e Maurizio Tremul, sarebbe morto a 92 anni nella successiva primavera.
fu "Dobri danek " di Emil Cossetto, con cui aveva vinto alla rassegna dei cori della Croazia a Osijek. Ma quel che più divertì il pubblico fu una memorabile imitazione della dirigenza CI ad opera delle "Mule de Fiume" su testi di Aurelia Klausberger. Anche i piccoli fecero quell’anno la solita bella parte: alla 45.esima edizione del festival della canzone per l’infanzia si affermò Denis Pijetlović che quindi rappresentò la Comunità al festival "Voci Nostre".
PER MARISA MADIERI UN RITORNO A CASA La monografia di Venucci e un'immagine del Maestro accanto ai suoi angeli che ornano il frontone della chiesa di Cosala
della nascità, ricordò che i legami della sua famiglia con Fiume erano più saldi di quanto non si sapesse: nel periodo dannunziano i suoi genitori furono qui per tentare di convincere il poeta soldato a tornare in Italia. Dalla storia, ovvero la politica di ieri, alla politica corrente. Due le personalità italiane venute quell’anno alla CI, Piero Fassino e Alfredo Mantica. Il primo, allora alla testa del PD e giunto alla fine di marzo nel quadro della campagna elettorale assicurò d’essere disponibile "quale primo firmatario di una proposta di legge d’interesse permanente a beneficio della CNI." Bagno di folla, scrisse allora La Voce per il secondo, allora sottosegretario agli Esteri, accolto nel salone delle feste alla fine di luglio. Cresciuto a Milano a fianco dei giuliano dalmati, disse, era venuto a Fiume "con la volontà di dedicare un’attenzione particolare a questa comunità che talvolta l’Italia ha amato in modo insufficiente". Diede quindi assicurazioni in merito al finanziamento delle attività UI. Nell’ottobre di quell’anno si svolse un’indimenticabile serata dedicata ad uno degli attivisti più... attivi, l’ottuagenario Amato Kurtes, la cui cinepresa era stata fedele testimone di tanti av-
venimenti comunitari. All’inizio della sua attività di cineoperatore, raccontò, capitava che non ci fossero tutte le pizze dei lungometraggi. Talvolta anzi ne mancava magari la metà. Eppure il pubblico accorreva sempre per vederli e mai protestava. L’evento di maggior eco del 2009, avvenuto in maggio, fu indubbiamente l’uscita della monografia dedicata a Romolo Venucci, non solo indiscusso protagonista della produzione artistica della CNI, ma anzi, come si espresse il critico Decio Gioseffi, "suo patriarca e mentore" che tuttavia era stato bocciato alla prima Istria Nobilissima per aver presentato un’opera "troppo all’avanguardia". Autrice dell’opera insieme a Sergio Molesi, Erna Toncinich non si era risparmiata pur di farla arrivare in porto. Non usa a piangersi addosso, talvolta però nel corso dell’opera non resistette ad esprimere la sua contrarietà per gli ostruzionismi ed ostacoli vari, talvolta venuti, affermò, anche da ambienti da cui mai se li sarebbe aspettati. In quello stesso maggio si festeggiarono i trent’anni del coro femminile della Fratellanza. "Una corale che ne ha viste veramente... di cotte e di crude" scrisse la Voce. Pezzo forte del concerto d’occasione
"Un ritorno a casa" disse Claudio Magris all’evento sociale di prim’ordine della primavera 2010, lo scoprimento della lapide in memoria di Marisa Madieri sulla casa in via Zagrebačka, un tempo Angheben, in cui la scrittrice aveva vissuto. Presente alla cerimonia organizzata congiuntamente dalla CI, il Consiglio della minoranza italiana di Fiume e la Dante Alighieri, il sindaco Obersnel disse che in quel momento riaffiorava "una moltitudine di emozioni, certamente non piacevoli" in quanto rievocavano tempi "che purtroppo si sono ripetuti anche più tardi nel corso della storia", e sono sempre risultato delle guerre in cui sempre soccombono i più deboli che non ne sono stati in alcun modo la causa. La lapide raccontava anche l’impegno dei fiumani per una città multiculturale e multietnica. Rievocando la figura della scrittrice da cui aveva avuto due figli, Magris rilevò la sua tenace volontà di riappropriarsi "di un momento che le apparteneva", compresa quella parte in cui era in conflitto, tanto che, appena scritto "Verde acqua" volle imparare nuovamente il croato. In precedenza, va ricordato, la famiglia si chiamava Mađerić e proveniva dall’area di Varaždin. Alla successiva serata fu detto che la cerimonia di poc’anzi aveva abbattuto le ultime barriere fra i fiumani esodati e i rimasti. Irene
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Nel ricordo di Milinovich Co vedo crolar la Gomila che colpo nel cor, maico mila! Me insogno? No, xe la realtà el mio regno xe sta ribaltà! L’accorata denuncia della nefasta opera del piccone demolitore segnò uno degli appuntamenti comunitari di maggior incisività con cui si aprì il 2012: la serata in onore di Egidio Milinovich (qui con Silvio Stancich) a trent’anni dalla scomparsa. A rendere omaggio al cantore dialettale il 2 febbraio furono soprattutto "forze giovani" dirette da Denis Stefan, coadiuvato da attivisti e insegnanti. L’esemplare figlio di Fiume, poeta "de Barbacan" venne ricordato con partecipazione da affetto, ma anche da esposizioni di significativo spessore scientifico e storico. Venne così in luce la sua grande umanità, la difficile infanzia, il lavoro di una vita, ma soprattutto quel poetare per cui i versi gli sgorgavano, come si disse "copiosi, da dentro." Mestrovich, presidente del Consiglio della minoranza della Città di Fiume, il soggetto maggiormente impegnato nell’iniziativa, ricordò che il romanzo "Verde acqua" aveva avuto risonanza nazionale e con esso pure le vicende storiche che avevano travolto e sconvolto la città. Il primo giorno di quello stesso aprile, a 98 anni d’età morì Lidia Valich, vedova del compianto maestro Mario, per decenni alla guida della mandolinistica. Non avendo figli, viveva da sola per cui anche il decesso fu scoperto dai vicini allarmati dalla sua perdurante assenza. In tali casi la tumulazione di regola avviene in una fossa comune a carico della municipalità. Siccome però la Scomparsa disponeva della tomba di famiglia, era giusto che trovasse lì l’ultima dimora dichiarò la presidente Agnese Superina, per cui fu la CI che si occupò delle esequie.
ASILO, TUTTE LE SEZIONI SOTTO UN UNICO TETTO A giugno, nel quadro della Settimana della cultura fiumana, venne presentato il Dizionario del dialetto fiumano, prezioso "contenitore" di un vernacolo "quale risorsa ine-
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stimabile da conservare, tutelare e trasmettere alle generazioni future". Edito dalla Società di studi fiumani di Roma, si presentava quale volume unico in un’edizione rilegata, ampliata, riveduta e corretta, con circa seimila lemmi divisi in 370 pagine. Fu comunque un mese in cui su tutte le attività dominò la campagna elettorale e non solo per il rinnovo delle cariche comunitarie ma anche quelle dell’Unione Italiana. Alle elezioni del 13 giugno, si candidarono Agnese Superina quale presidente dell’Assemblea e Roberto Palisca dell’Esecutivo. Alle urne si presentarono 1.082 elettori, ossia il 14,7 per cento dei 7.360 aventi diritto. Agnese Superina ebbe 769 preferenze, Palisca 724. All’Assemblea inaugurale del 7 luglio, la presidente disse di contare sulla generosità degli enti finanziatori, auspicando in particolare che fosse la Città a mostrarsi più generosa. Particolarmente animata, in taluni momenti anche tesa, fu la prima assemblea ordinaria, svoltasi il 15 settembre, fin dal primo punto concreto all’odg, la nomina
dei due vicepresidenti. L’opposizione contestava i due nomi proposti dalla "maggioranza" e il successivo compromesso di sostituire uno con un esponente dell’altra parte non dava frutto per cui si decideva di riparlarne entro le successive due settimane. Gloria Tijan, riconfermata alla testa della Commissione scolastica, informava che la Città intendeva acquistare un’area di oltre 4 mila metri quadrati per erigervi una struttura, "presumibilmente un prefabbricato", per ospitare tutte le sezioni del nido d’infanzia e della scuola materna in lingua italiana. L’UI avrebbe finanziare la costruzione. Un’opportunità unica, fu sottolineato, da cogliere al volo.
NEL RICORDO DI PALATUCCI Il 2011 fu segnato in febbraio da una nuova visita del sottosegretario agli esteri Alfredo Mantica, giunto a inaugurare la sede del Liceo rinnovata dopo lunghi anni di lavori. In risposta all’indirizzo di benvenuto della presidente Superina espresse la sua gratitudine ai "fiumani patochi" per il coraggio che avevano dimostrato nel passato, per non es-
sersi arresi e per aver difeso l’anima italiana di Fiume. Aprile fu dedicato a mettere in luce l’opera salvifica del questore Palatucci negli anni dell’occupazione nazista. All’inizio venne proiettato il film "Gli anni negati", prima parte di un progetto ideato dal prof. triestino Marco Coslovich riportante le testimonianze di due ebrei italiani di Fiume che furono perseguitati. La seconda parte, alla metà del mese, prevedeva un incontro con lo stesso Coslovich. Nell’importante progetto erano coinvolti la municipalità e il Consiglio della minoranza italiana della regione, nonché la comunità ebraica della città. L’anno successivo, il 2012, la CI fu ancora una volta attivamente partecipe delle Giornate della lingua e della cultura italiana organizzate dal Ministero degli Esteri e curate dal consolato. Per l’occasione i coniugi Rosita e Ottavio Missoni presenziarono alla galleria Kortil all’inaugurazione della mostra "Il genio del colore" già ospitata a Capodistria. Fu l’occasione per un incontro molto caloroso con un folto pubblico, fra cui vi erano parecchi connazionali venuti anche da altri centri. Lo stilista sarebbe morto nel maggio successivo, all’età di 92 anni. In novembre fu ospite della CI
il giornalista Gian Antonio Stella, una delle più note firme del Corriere della Sera, per una conferenza incentrata su quello che chiamò "il vizio" dell’uomo di creare divisioni di nazionalità, razza, sesso, religione, idee politiche e altro, che spesso sfociano in odi e violenze tali da portare all’eliminazione fisica dell’altro. Da qui le guerre con, spesso, l’aggravante dei crimini contro l’umanità. Emblematico di questo sragionare il caso del comandante Giacca, autore della strage di Porzius in cui partigiani filo-cattolici furono massacrati da partigiani filo-titoisti (fra le vittime pure il fratello di Pasolini) che, rievocando i fatti in un incontro con il giornalista a Capodistria, non era per niente pentito, ma anzi convinto della giustezza dell’eccidio. Un nuovo grave lutto venne a segnare la vita comunitaria nel 2013. Il 22 febbraio, a soli 46 anni d’età, decedeva Daria Vlahov Horvat. Art director all’Edit, aveva dato fin dagli anni della prima gioventù prova del suo talento nel campo delle arti figurative, tanto da guadagnarsi parecchi premi e riconoscimenti. Poco più di un anno dopo, nel giugno del 2014, la CI le rendeva omaggio con una retrospettiva comprendente, come disse la compianta prof. Toncinich "le varie fasi del suo discorso,
tutte molto interessanti". Nello stesso febbraio la CI ospitava l’Assemblea elettorale della "Dante Alighieri" che eleggeva a presidente del Comitato di Fiume Ingrid Sever, coadiuvata da Irene Mestrovich e da due giovani operanti nel mondo universitario: Kristina Blecich e Maja Đurđulov. Il Comitato precedente era stato retto da Melita Sciucca.
INCONTRO MONDIALE: TRE GIORNI INDIMENTICABILI "Tre giorni indimenticabili". La Voce di lunedì 17 giugno sunteggiava così il primo incontro mondiale dei fiumani, concomitante con la festa dei Santi Patroni, sicuramente la manifestazione più pregnante della prima metà anno. Le cerimonie si susseguirono in varie sedi, nella chiesa di San Vito, in Municipio, in Comunità, alla Scuola media superiore e altrove. Agli appuntamenti tradizionali si aggiunse un elemento particolarmente apprezzato: la fanfara dei bersaglieri di Trieste che, al loro solito passo, si esibì lungo il Corso, da Piazza Adria a Palazzo Modello. Nutrito e molteplice il pubblico, ma soprattutto grande la presenza ed elettrizzante l’entusiasmo dei connazionali. In serata, una serie d’incontri fra partiti e rimasti
I PRIMI SESSANT’ANNI DI ALDO RACCANÈ Il 9 aprile il salone delle feste ospitò una serata musicale per festeggiare quelli che il nostro giornale intitolò "i primi sessant’anni d’attività" di Aldo Raccanè, "grande amante del canto lirico e virtuoso della musica leggera" nonché fra i fondatori del complesso "I virtuosi fiumani". Nei discorsi pronunciati per l’occasione si rilevò che era persona di grande affabilità, sempre modesto e pregno di una generosità che dispensava senza mai chiedere nulla in cambio. Una persona che si era data tutta all’arte, con un impegno di cui ben si vedevano i risultati. Un vero modello da seguire. Nel 2013 il bravo attivista fu insignito del titolo di Cavaliere dell’Ordine della Stella della solidarietà italiana per aver contribuito per sessant’anni alla crescita sociale e civile della minoranza a Fiume.
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La "Gente nostra" di Schiavato
Nel novembre 2012 in CI venne presentato "Storia di gente nostra", 24.esimo volume della collana dell’EDIT "Altre lettere italiane" e a tutt’oggi l’ultima opera di Mario Schiavato. Sei racconti che, come detto dal critico Irene Visintini, esprimevano la dura vita marinara, il pregnante mondo contadino e il suo inarrestabile degrado nonché l’aspro confronto tra civiltà rurale e quella urbana. Un’opera narrativa, tramata di fatti, impulsi e passioni, volta a rendere affetti e costumi di un piccolo mondo antico ormai inesistente, ma la cui memoria deve essere tramandata alle giovani generazioni. Ripercorrendo la produzione letteraria di Schiavato, ne sottolineò il legame con Dignano e l’Istria, l’atavico rapporto con la natura, ambedue pregni di significati e sfaccettature che pure in queste pagine emergevano con semplicità, freschezza e vigore. Schiavato lesse alcuni brani del volume che, data la strategia dell’EDIT di adoperarsi a promuovere pure le arti figurative abbinando ad ogni singolo libro una copertina d’autore della comunità nazionale italiana, riportava "Gromaza", del pittore fiumano Alberto Mihich. Molto calda, come sempre per il bravo autore, fu l’accoglienza del pubblico. Schiavato si è fatto conoscere fra i connazionali fin dal 1954 con il romanzo "I ragazzi del porto" che fece parte del bagaglio di letture di tutti gli adolescenti di allora (chi non ricorda l’ingegnoso sistema dei campanelli per comunicare?) a cui ha fatto seguito un gran numero di opere e di riconoscimenti. Oggi, a ottantacinque anni, complice anche lo stato di salute che ne limita la mobilità, ammette di aver trascurato lo scrivere, però passa gran parte delle giornate immerso nella lettura.
o anche solo partiti, ma date le destinazioni distanti, tornati poche volte o forse mai prima, destò molta commozione. Interessanti furono taluni accenti della visita del ministro dell’Amministrazione Arsen Bauk all’incontro in Comunità allo scadere
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di settembre. Trattando dei meccanismi in cui s’inquadrava la vita minoritaria, ventilò la possibilità di delegare in un prossimo futuro all’UI e alle CI le competenze allora spettanti a termini di legge ai Consigli delle minoranze operanti a livello conteale, cittadino e comu-
nale. L’avvenimento più importante di quell’autunno fu la mostra "Fiumani all’ombra dei cipressi" inaugurata l’ultimo giorno di ottobre e tesa a preservare il patrimonio cimiteriale a evitare che sbiadisse la memoria di quella che fu la Fiume di un tem-
Avvenimento di centro del primo Incontro mondiale dei fiumani nel 2013 fu la Tavola rotonda "La fiumanità che unisce" dedicata alle possibilità di collaborazione fra i rimasti e la seconda e terza generazione degli esuli, che ebbe una partecipazione molto significativa e da cui, in una stretta comunione d’intenti, emersero diverse idee e iniziative. Non meno commoventi furono le dichiarazioni di parecchi figli di esuli tornati, taluni anche per la prima volta, nella città dei padri.
po. A tal fine, con un grosso sforzo di parecchi soggetti e ricercatori, erano state fotografate oltre 1.500 tombe con epigrafi in italiano. Una prima selezione le ridusse a 800, poi a 300 e via via, fino ad arrivare alla ventina d’immagini considerate particolarmente esplicative del valore di questi beni. In testa alla cordata vi era il Consiglio della minoranza della Regione litoraneo montana. Era solo un segnale sim-
bolico, ammise la presidente Marot ma che, sperabilmente, avrebbe contribuito a salvare un luogo di specifico riferimento per Fiume e il suo esodo, come provato dal fatto che nulla di simile era riscontrabile nel cimitero di Tersatto. L’iniziativa coinvolse i maggiori esperti dell’arte cittadina, le istituzioni degli esuli fiumani e il consolato. L’avvenimento di maggior rilievo in cui furono coinvolti gli italiani di Fiume nel 2014 fu la rappresentazione allo Zajc, a metà marzo, dello spettacolo "Magazzino 18", di Simone Cristicchi, ovvero il racconto dell’esodo da queste terre visto "dall’angolatura" di quel deposito triestino in cui furono raccolte le masserizie che si erano portati al seguito e che per la gran parte non tornarono a riprendersi. Alla febbrile attesa per la recita fece seguito una partecipazione molto attenta, regolarmente seguita da applausi scroscianti e una lunga standing ovation. Formula molto riuscita scrissero i giornali, in quanto con-
tribuiva a spiegare efficacemente il dramma dell’esodo (e dei rimasti) molto più di quanto non lo avessero fatto i libri di storia. Il 17 giugno, all’età di 83 anni, scomparve Ennio Machin, una delle figure più significative della CNI. Nativo di Torre, era stato per decenni attivista e dirigente della CI e della Fratellanza, nonché esponente sociopolitico e per tre mandati direttore dell’Edit. Particolarmente apprezzate le sue qualità canore. Quel giugno fu comunque in preminenza "politico", date le elezioni per il rinnovo dell’Assemblea e della dirigenza. Indetta per luglio, la prima convocazione del rinnovato organo rappresentativo saltò per mancanza del numero legale. Alla seconda, il 27 agosto, venne eletta presidente Orietta Marot, vicepresidenti Mario Simonovich e Gianna Mazzieri Sanković, presidente dell’esecutivo Corinna Gerbaz Giuliano. Alla successiva, del 17 settembre, l’Assemblea decideva di informare formalmente le varie
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Momenti di difficoltà, ma anche momenti di relax. Uno di questi fu indubbiamente costituito dalle feste di carnevale che per tutti questi decenni hanno rappresentato anche un momento d'incontro per i connazionali. Era un modo per ritrovarsi, stare in allegria e mettere al bando, per quanto possibile, le difficoltà quotidiane.
istituzioni in merito alla situazione insostenibile in cui il sodalizio si era ritrovato in particolare nel segmento finanziario, ma anche in diversi altri. Volendo ovviare a questo stato di cose, oltre ad inviare le lettere, incontrò diversi soggetti interessati: le dirigenze UI e UPT, il sindaco di Fiume, il presidente della Regione litoraneo montana e il console. L’attività "normale" non fu però dimenticata: in ottobre fu presentato il libro "Nazario Sauro. Storia di un marinaio" scritto dal nipote, l’ammiraglio Sauro assieme al figlio Francesco. In dicembre si tenne la sessione di fondazione della Sezione autonoma del Cenacolo degli operatori culturali. "Un libro fiumano al cento per cento", si disse alla presentazione dell’antologia poetica "Fiume nella poesia dei poeti fiumani", curata da Giacomo Scotti e presentata all’inizio di giugno del 2015. All’interno i versi di sedici autori che negli ultimi settant’anni hanno onorato la città con la loro produzione letteraria e in cui, come detto dal curatore, si avvertivano sensazioni di sradicamento che non era però mai
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tradimento delle origini. Inserito nella Settimana della cultura fiumana, l’appuntamento fu uno dei più significativi dell’anno. Sempre in giugno si risentì dopo un secolo lo slogan "Né partecipare né sabotare" con cui i socialisti italiani si erano posti di fronte alla Grande guerra. Oratore d’eccezione fu il concittadino esule Fulvio Mohoratz che spiegò come il mancato inserimento di Fiume negli accordi preliminari al conflitto fosse stato causa di tanti sviluppi imprevisti. La serata costituì il contributo comune della CI e della Dante Alighieri alle rievocazioni del centenario.
LA TARGA D’ORO A WILLIAM KLINGER Alla cerimonia di consegna dei riconoscimenti cittadini la Targa d’oro della Città assegnata alla memoria a William Klinger venne ritirata dalla vedova Francesca Boscarol. Per inciso, in concomitanza con San Vito, su un edificio della piazza a lui dedicata, fu scoperta una nuova lapide in memoria di Giovanni Kobler, in sostituzione di quella che sembrò essere andata perduta nel
corso della demolizione del precedente edificio. Il 24 giugno la presidente Marot incontrava a Roma, insieme al responsabile della CI di Rovigno Marino Budicin, il sottosegretario Benedetto della Vedova. Oggetto dell’incontro: il quadro di disagio in cui si trovavano ad operare le due CI. Prima dell’inizio delle calure estive, e relativa chiusura, un’ennesima prova dell’attivismo comunitario. Un gruppo di attiviste decideva di fondare la sezione delle "Fiumane bele" allo scopo primario di stare in compagnia e promuovere un’attività in sintonia con la loro età. Lunedì 2 novembre fu presentato il libro dell’esule Piero Tarticchio "La capra vicina al cielo" editore Mursia, vincitore del Premio "I Murazzi" 2015. All’Assemblea del 6 novembre Corinna Gerbaz Giuliano si dimise da presidente del Comitato esecutivo, in quanto, disse, il suo lavoro all’Università era raddoppiato. Alla stessa riunione fu preso atto delle dimissioni del consigliere Denis Stefan, che aveva ritenuto inaccettabile il modo in cui era stato vanificato il suo impegno in relazione allo statuto. Al suo posto subentrò Maria Grazia Frank. Seguì una lunga discussione in merito all’accorpamento della "Fratellanza" in seno alla CI. Il 24 dello stesso mese l’Assemblea si riunì per eleggere il nuovo presidente dell’Esecutivo. Due erano i candidati in lizza: Marin Corva e Laura Marchig. In apertura di sessione Corva spiegava che s’era candidato nel timore che nessun altro volesse assumersi l’incarico, cosa che sarebbe stata impermissibile. Pertanto, appurata la candidatura Marchig, si ritirava. La successiva votazione si concludeva con 16 voti a favore, 5 schede bianche e una nulla, nonché un consigliere non votante. Un inusuale ma pregnante even-
to librario si svolse il 4 dicembre: la presentazione del volume "Francesco Drenig. Contatti culturali italo-croati a Fiume dal 1900 al 1950" in duplice versione separata, italiana e croata, edite rispettivamente dal CRS di Rovigno e dal Museo civico di Fiume. L’8 dicembre la Giunta dell’Unione tenne a Palazzo Modello la seconda riunione straordinaria. All’incontro di rito con la CI ospitante furono trattate diverse diverse questioni concrete. Un dialogo costruttivo, si disse, anche se, per motivi oggettivi, non tutte le domande poste dalla CI ebbero risposta. Punto particolarmente dolente, come sempre, i mezzi finanziari inadeguati ad una comunità di queste dimensioni, tanto da metterne in forse anche l’esistenza. A conclusione di un anno d’attività, il 19 dicembre si tenne l’usuale Serata dell’attivista con il trio di Alida Delcaro preceduto da una mostra dei partecipanti al corso di pittura della "Venucci" intitolata "I mille colori delle farfalle". E veniamo al 2016. Nella seconda metà di gennaio il sottosegretario Della Vedova compì una breve visita a Valle e Rovigno. All’incontro nella CI rovignese la presidente Orietta Marot rilevò lo stato di precarietà in cui si trovava ad operare la CI fiumana. Nuove difficoltà in seno alla dirigenza comunitaria si prospettarono alla sessione asembleare del 24 febbrario. A conclusione dei lavori la presidente dell’esecutivo Laura Marchig dava le dimissioni. Motivo: la situazione di disagio in cui si era trovata ad operare. Alla stessa Assemblea si approvava il bilancio consuntivo e la richiesta di finan-
ziamenti da inviare al Comune, la Contea e l’UI. Il rimpiazzo fu tentato alla sessione del 19 marzo, ma senza successo. Unico candidato, Maria Grazia Frank ottenne solo sei voti, a petto di dieci schede bianche e una nulla. Il 3 aprile, accompagnata dal presidente e dal direttore dell’UPT Fabrizio Somma e Alessandro Rossit, venne in visita alla CI Simona Flavia Malpezzi, deputata e membro della Commissione cultura, scienza e istruzione e della Commissione per l’infanzia e adolescenza del Parlamento italiano per un incontro con la presidente Orietta Marot, presenti Roberto Palisca, presidente dell’Assemblea UI, le presidenti dei Consigli della minoranza regionale e cittadino Melita Sciucca e Irene Mestrovich e il console Paolo Palminteri. Giudicando molto positivamente l’azione della CNI l’ospite la definì "una sorta d’anticipazione di quel modello che stiamo cercando di promuovere in Europa; qui la mescolanza è un patrimonio di grande civiltà". Si dichiarò quindi a disposizione per ogni necessità della minoranza. Il 14 aprile si risolse alfine la "crisi dell’esecutivo" con l’elezione a presidente di Marin Corva. Candi-
dato unico, ebbe 18 voti, quattro i contrari, una scheda nulla. A metà maggio, la CI ospitò il direttivo dell’Associazione imprenditori italiani in Croazia. La scelta di questa sede era un palese segno d’attenzione e di disponibilità verso la CNI, disse il presidente dell’Esecutivo UI Maurizio Tremul. Ultimo avvenimento di rilievo della prima metà dell’anno, la partecipazione dei connazionali al ricevimento offerto dal console Palminteri al Palazzo del Governo per il 2 giugno, anniversario della nascita della Repubblica italiana e, per felice coincidenza, anche della fondazione della Comunità degli Italiani di Fiume. Come detto all'inizio, quel magnifico lampadario sovrastante il salone delle feste non poteva essere per forza di cose che un testimone muto degli avvenimenti su cui ha fatto luce per settant'anni. Questa Tore si è adoperata, per quanto possibile, a fungere da suo forse indegno ma benintenzionato sostituto per gettare ancora una piccola luce sulla nostra storia, in modo da capirci e conoscerci meglio, nell'auspicio che il lampadario ne possa essere testimone anche per molti decenni a venire...
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Qualche ricordo... Al principio il Circolo, oggi la Comunità, nel mezzo una miriade di iniziative portate avanti per settant'anni da centinaia e centinaia di soci e attivisti, molti dei quali hanno speso qui tutta una vita. Sono stati anni diversificati nel tempo che hanno portato esperienze nuove, adeguate ai tempi e che in maniera più o meno tangibile ci hanno fatto a superare certi fatti del passato o, nella migliore delle ipotesi, a vederli sotto una luce del tutto nuova. Come vivono il passato comunitario coloro che hanno contribuito a formarlo ieri e come è visto il presente da chi vi sta contribuendo oggi? Cercheremo di dare una risposta nelle pagine che seguono, partendo dai più anziani che, per forza di cose, ricordano per esperienza diretta il tempo che fu per arrivare a coloro che danno vita all'attività del presente, o per lo meno, ne sono acuti osservatori.
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Dai ricordi alla realtà: Egidio Greblički • di Mario Simonovich
Per un veglione otto giorni di lavoro
Festeggiati in maggio gli ottant’anni, Egidio Greblički ci accoglie nel suo appartemento di Srdoči. Tanti i ricordi e buona la memoria, per cui il discorso sulla Comunità ha un decollo molto facile. Ci andava fin da giovane, ricorda, in quanto per i fiumani a cui piaceva ballare era un ritrovo obbligato. L’inserimento vero e proprio avvenne però all’inizio degli Anni Settanta. Collaboratore esterno alla Voce del Popolo, gli fu chiesto di "dare una mano" in quanto al Circolo si stava formando la Sezione dei produttori, in cui si cercava di riunire i tecnici e gli operai italiani dei diversi stabilimenti cittadini. Era un modo per aumentare il numero dei soci che ancora una volta stava andando al basso. Il maggior "serbatoio" era al "Tre maggio", la "Torpedo", la "Benčić" e l’"Autotrans". Fu una mossa indovinata: l’a-
zione capillare svolta nelle aziende fece sì che la sessantina di partecipanti alla prima assemblea arrivasse in tempi relativamente brevi al raddoppio. L’attività consisteva essenzialmente in una serie di conferenze dopo di che di solito due volte all’anno si andava negli impianti produttivi di cui si era parlato. E non era cosa da poco: meta delle comitive furono l’Osservatorio astronomico di Trieste, la Fiat a Torino, i Cantieri navali di Monfalcone, l’Olivetti o anche il Museo della Scienza e della tecnica di Milano. Ci furono anche iniziative "collaterali" prima impensabili, come ad esempio il coro femminile che ebbe gli inizi proprio nelle mogli dei "produttori" e che sopravvisse al declino della sezione, avvenuto purtroppo per l’invecchiamento e la ridotta presenza dei connazionali nelle fabbriche. Il presidente Mazzieri fece
uno sforzo inverosimile per tenerla in vita, ma purtroppo non c’erano le condizioni. Produttori e tecnica, per Egidio come per altri, il passaggio fu quasi obbligato. Fare parte di questa significava lavorare intensamente e con molta destrezza per la riuscita degli spettacoli. Non c’era infatti proiezione cinematografica o serata letteraria che non fosse stata preparata e seguita dai bravi "tecnici". I veglioni poi, vero punto di forza, imponevano preparativi che iniziavano ben otto giorni prima. Però, quella sera la Comunità splendeva. E non era affatto un lavoro di ruotine, perché spesso bisognava risolvere difficoltà che si presentavano all’improvviso, per cui ci voleva applicazione ma anche spirito inventivo, ovvero la straordinaria capacità d’arrangiarsi, tanto in auge a quei tempi. "Fu un’attività a cui mi dedicai per vent’anni e con molta passione. Non era facile, terminato il lavoro tornavo, io come gli altri, in Comunità tutti i pomeriggi, senza soste. Si lavorava duro e, s’intende, come tutti gli altri, assolutamente gratis. Sì, a spettacoli finidi se beveva el bicer o se fazeva la magnada, ma finiva tuto là. Bastava, e erimo assai contenti. Date la sue attitudini, Egidio fu chiamato a dirigere la Sezione ricreativa e fu nominato direttore di sede. "Non era semplice, le sezioni erano tante e i vani disponibili sempre troppo pochi. In particolare gli "appetiti" si puntavano sul salone
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"Un monumento a Rudi Palisca" Rievocando dirigenti e attivisti che s’impegnarono in quegli anni, Greblički pone in primo piano Rodolfo Palisca verso il quale non nasconde la sua grande ammirazione. Bisognerebbe, dice, erigergli un monumento, perché fu una personalità straordinaria, un uomo che, si può dire, diede tutto se stesso e per tutta una vita per far progredire la Comunità: più che degno perciò che i riconoscimenti assegnati ormai da un Nella foto: Palisca, primo a destra, con il gruppo di attivisti e dirigenti che per decenni quarto di secolo dalla Fratellanformarono l'ossatura della Comunità e della Fratellanza za, siano intitolati a suo nome. Attivo nel sodalizio con StenioVrancich, fin dalla fondazione il popolarissimo Rudi fu per decenni figura insostituibile nell’opera tecnica e organizzativa indispensabile all’allestimento di tutte le manifestazioni realizzate nella Comunità e nel supporto che diede a quelle promosse fuori sede, sui diversi palcoscenici dell’Istria, spesso anche quale supporto agli spettacoli preparati da altre Comunità. La prima edizione del Premio, allora destinato agli attivisti particolarmente meritevoli, ebbe luogo nel 1988 e destinatari ne furono Ettore Mazzieri e Fulvio Kriso. Dal 1991 il premio viene assegnato anche a personalità esterne che vantino meriti nella collaborazione con le istituzioni della minoranza. che veniva ripetutamente richiesto da tutti per le prove, mentre in via prioritaria andava riservato agli spettacoli. Gli spazi erano così preziosi che fummo anche costretti a regalare il biliardo, dato l’ingombro." Lo spazio da dare ai giovani fu questione discussa e ridiscussa. Esaminate tutte le possibilità, furono dati loro dei locali al piano di sopra, da usare in piena autonomia. Tutto bene, si direbbe, se non che qualcuno diede prova di una tale esuberanza nel comportamento da creare grattacapi: un giorno i vicini sbalorditi videro spuntare dalla finestra un paio di gambe e, credendo si trattasse di chissà quale situazione sospetta, chiamarono presto la polizia. Si può ben immaginare il disagio dei dirigenti quando poi furono costretti a fornire le dovute spiegazioni. Quale direttore di sede, ricorda, era incaricato di tenere i rapporti con gli organi di polizia.
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Ed erano davvero altri tempi. Ad esempio la prima visita dell’ambasciatore italiano fu preceduta da un’ispezione accuratissima della sede, con tanto di cane poliziotto. Una volta finita, mi dissero. "Ora lei chiude e nessuno deve entrare prima dell’ambasciatore. Lei è responsabile di tutto quello che può accadere." Nel pomeriggio, mentre l’ospite era da noi, i poliziotti si accontentarono di sorvegliare discretamente l’incontro da un’auto parcheggiata sotto il palazzo. Compito suo era anche di dare, a termini di legge, il rituale preannuncio dei balli e delle serate sociali, nel corso delle quali la polizia veniva sempre a dare un’occhiata. Successe di rado che dovesse intervenire per calmare chi avesse cominciato a menare le mani ma, se lo faceva, usava metodi molto spicci: "Ho visto gente volare letteralmente giù dalle scale". Un’altra preoccupazione gli derivò un anno dal ritene-
re che, per non creare sul pavimento del salone un sovrappeso, al ballo di maturità che doveva tenersi dopo qualche settimana i partecipanti avrebbero dovuto essere non più di 350. Ebbene, fu investito da un coro di critiche in cui, incredibile ma vero, i capifila erano i professori. La guerra ricorda, cambiò l’attività in Comunita come forse mai era accaduto prima. Agli usuali contenuti si aggiunse il grosso lavoro per far venire dall’Italia gli aiuti, in primo luogo ingaggiando i soggetti con i quali erano già stati istituiti rapporti di collaborazione. Quando i contingenti arrivavano, era tutt’altro che finita: anzi il lavoro incominciava appena allora. Ad esempio arrivavano molte medicine, che però per un terzo circa erano scadute. Ci voleva quindi un’accurata opera di verifica, collo per collo. In quest’opera si distinse un gruppo di persone che lavorò molto intensamente, in testa i dott.
Aldo Sirotich e Licia Antonelli. Nel contempo si creò una sorta di consultorio per i connazionali. Quali le cause del ritiro? Difficile dirlo, un insieme di cose, che lo indussero a ritenere che era venuto il tempo di mollare. "Forse sbaglio, ma mi accorsi che la dirigenza allora subentrata guardava con una certa diffidenza ai "quadri" della precedente e usava modi che non mi garbavano. E allora preferii andarmene." Ma viene qualche volta in Comunità? No, risponde con rassegnazione. Non perché non vorrebbe ma perché a ottant’anni e il suo stato di salute, non può fare i necessari sessanta gradini. A suo tempo, ricorda, si era parlato dell’ascensore, ma non se ne è fatto nulla. La sua mancanza purtroppo ha allontanato giocoforza parecchi anziani. Come passa le giornate allora? Incontrando alla mattina gli amici in un bar del centro e passando i pomeriggi nel suo appartamento,
fra le tante carte e fotografie che ha conservato, guardando le partite di calcio che sono (oltre alle bocce!) la sua passione fin dalla gioventù.
Microfoni: prima noi che la TV di Zagabbia Ad un certo punto, per quanto attiva, la "tecnica" non ne poteva più del grande lavorio necessario per far funzionare adeguatamente i microfoni. Il problema essenziale erano i fili che, dovendo per forza di cose stare allo scoperto, intralciavano i movimenti sul palcoscenico e potevano causare qualche caduta, con danni facilmente immaginabili. Saputo che in Italia funzionavano microfoni senza fili, Greblički chiese che la Comunità ne facesse richiesta all’Università Popolare. "Per fartela curta: entro poco tempo gavemo ciapado tre o quatro microfoni, per cui li gavevimo prima noi dela Television de Zagabria."
Dovete togliere la bandiera italiana!
"Allo scoppio della guerra, ero direttore di sede. Un giorno venne da me un ufficiale in divisa che, peraltro in termini molto educati, mi disse che dovevo far togliere la bandiera italiana (che quella volta portava ancora la stella rossa) dall’asta posta all’esterno del palazzo. In modo altrettanto compito gli risposi che questa era la Comunità degli italiani e quindi territorio italiano. Pertanto avrei tolto la bandiera solo se mi fosse stata presentata un’ingiunzione scritta del tribunale. Non appena avutala, avrei eseguito l’ordine immediatamente. Non so ancora oggi dove trovai il coraggio Gli insoliti casi della vita. All'arrivo di Ciampi di parlargli così, sta di fatto che se e Mesić dinanzi al Liceo nel 2001, come ne andò senza replicare e della quespesso succede in tali casi, si creò una stione non si riparlò mai più." certa confusione per cui, ospiti, autorità Il no se pol e attivisti, fra cui Greblički si trovarono a stretto contatto di gomito. L'obiettivo degli altoparlanti malandrino dell'obiettivo colse il momento, "La ‘tecnica’ doveva risolvere compresa la mossa di una guardia del spesso problemi di cui il pubblicorpo che evidentemente prendeva molto co non poteva rendersi conto. Ad sul serio il suo compito.
esempio, a lungo gli altoparlanti, di peso notevole, erano sostenuti da tubi relativamente sottili. Dato il peso e la posizione alta, c’era il pericolo che si rovesciassero. E infatti uno ribaltò su un tavolo proprio mentre nel bel mezzo di una manifestazione, e fu per puro caso che nessuna delle persone vicine si fece male. Allora pensai di fissarli al muro, però quando avanzai l’idea ad una riunione, ottenni un immediato coro di no, perché il salone era soggetto ai vincoli della Sovrintendeza ai monumenti. Stufo di stare in apprensione, mi accordai segretamente con Livio Bastiancich e un pomeriggio, quando la Comunità era vuota, fissammo due sulla parete della sala e altri due sul balcone. Nessuno mai disse niente e per quel che so, si trovano ancora là."
Quelle donne infarinate... "Parlando di guerra e degli aiuti che la CI riuscì a procurare, emblematico è il caso della farina che arrivava con gli autotreni e che, come tutti gli altri generi alimentari, veniva scaricata nei magazzini in Žabica dove il contenuto dei sacchi doveva essere messo nei scartozi. Ricordo ancora lo spettacolo delle nostre donne che, infarinate fino ai capelli, furono impegnate in questo lavoro per giorni e giorni, dalla mattina alla sera. Quattro in particolare mi sono rimaste impresse: Mariolina Agić, Rina Ziković, Diana Pamich e Ivana Galletto. S’intende che il lavoro non finiva qui, in quanto si doveva provvedere all’assortimento dei vari generi in modo da pervenire a pacchi relativamente omogenei che poi, in base agli elenchi, si andava a consegnare a casa dai connazionali, di regola anziani e indigenti. Era una bella fatica che però di colpo spariva quando i destinatari ci facevano entrare e dalla gioia non sapevano come ringraziarci."
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Dai ricordi alla realtà: Antonio Mozina • di Sandro Vrancich
A quel tempo il coro aveva dodici tenori
Ci siamo incontrati il primo settembre al caffè bar-pasticceria della Kraš in Corso, proprio il giorno del suo compleanno. "Pensi – mi dice Antonio Mozina – proprio oggi compio 85 anni, tondi, tondi e ho ancora sempre tanta voglia di cantare." Ma io ho sentito dire che lei canta e prova pure a casa, e spesso, con Achille, Oliver e Attila...si tratta forse di un nuovo quartetto? "Ahahah! E come l’ha saputo? Certo, cantiamo assieme, arie di tante opere, anche se devo dire che questo quartetto non è proprio nuovo. Achille, Oliver e Attila sono i miei canarini, la mia grande passione. Ora che ci penso, dovrei procurarmene anche uno rosso, devo chiederlo a un altro fiumano, Piero Načinović, che è uno specialista e un grande allevatore." Dal canto dei canarini passiamo ai suoi primi passi. Come nasce la sua passione per la musica e in primo luogo per il canto? "Mah, io veramente ho amato
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sempre la musica, cantavo dappertutto, anche quando lavoravo al tornio alla Torpedo, e poi alla Voplin, camminando per la strada... Le racconto un aneddoto. Un giorno, ai tempi in cui ero giovane, passando per il Corso, mi fermò Zvonko (il più noto strillone cittadino del dopoguerra, n.d.r.) e mi chiese di cantargli qualcosa. Beh, non lo crederà: l’ho fatto e lui dopo aver ascoltato "O sole mio", "Torna a Surriento", e un altro motivo ancora, si è messo a piangere. Sono rimasto di stucco e gli ho chiesto: ‘... ma Zvonko, perché queste lacrime?’ E lui: ‘Solo Beniamino Gigli è riuscito ad emozionarmi come te ora.’ Più tardi negli anni, Zvonko diventerà mio suocero. Ah, le racconto anche questa: sul campo di calcio a Cantrida venne organizzata una partita tra scapoli e sposati, non mi ricordo com’era andata a finire, ma questo non c’entra. E, come sempre succedeva, finita la partita, si andava tutti in osteria a far la magnada e, ovviamente la cantada. Il "vecchio" Squarcia notò la mia bravura e mi invogliò anche lui a studiare canto. Così, iniziai con la maestra Carmen Vidović e frequentai anche la scuola di musica, senza finirla però. Infatti mi piaceva molto cantare, ma non studiare il solfeggio, quello mai. Studiai canto per otto anni, e in questo fui spronato anche dal maestro Vlassich, che a quei tempi era alla testa di una mandolinistica che era formata da ben 38 elementi." Ma come avvenne che entrò a far parte della Fratellanza?
"Ricordo che era il 1949 e sulla Voce lessi un annuncio...cercavano cantanti per il coro della Fratellanza. Allora convinsi i miei amici Lalli e Luciano a iscriversi assieme a me. Facemmo tutti e tre un provino e….fata la xe. Una delle mie prime esibizioni quale componente del coro maschile avvenne ad un funerale al cimitero di Cosala, e, dopo aver seppellito il povero defunto, andammo tutti alla trattoria Le Rose, dove ci aspettava una tavola imbandita e soprattutto fornita di prosciutto a volontà. Mama mia che magnada de persuto. In quei ani, solo col canocial potevimo vederlo. Mi ricordo anche che quella volta bevvi anche un bicchiere di vino, io che tutta la vita sono andato avanti con caffè e latte. A quei tempi comunque, il coro era davvero imponente. Era composto infatti da una quarantina di elementi, dodici primi tenori, e cantanti grandiosi come Marino Sfiligoj, da sempre mio idolo, e poi Kriso, Squarcia, Bontempo e tanti, tanti altri, tutti bravissimi." Però, poco dopo un decennio dopo, nel 1960 lascia sia la "Fratellanza" che il Teatro "Ivan de Zajc", dove aveva iniziato pure a cantare nel coro... "Sì, era il 18 aprile, faceva un freddo terribile per quel periodo dell’anno e pioveva. A Fiume arrivò il Teatro di Sarajevo guidato dal grande maestro Mladen Pozaijć per presentare al pubblico fiumano l’opera "Il Trovatore". Siccome avevo un’alta opinione del dirigente, lo pregai di ascoltar-
mi, anche perché volevo il parere di una persona che non mi avesse sentito prima. Mi ascoltò, ma al momento di congedarmi non fece trapelare niente in merito alle sue intenzioni. Tre giorni dopo ricevetti un telegramma da Sarajevo: mi aspettavano per un’audizione, e il biglietto del treno era già stato pagato. E così trascorsi nella capitale bosniaca 19 anni, interpretando tutti i più bei ruoli della lirica." E infine il rientro a Fiume, a teatro e naturalmente alla Fratellanza... "Dopo 19 anni decido di rientrare perché Fiume mi manca moltissimo. Ritorno a Teatro e al coro della Fratellanza, dove purtroppo trovo che il numero dei coristi è già inferiore di come l’avevo lasciato. Oggi la situazione è ancora peggiore, siamo rimasti solo in otto. Di giovani neanche l’ombra. Non
li vedo interessati né al canto né a nessun’altra attività. Comunque con il coro maschile, con quello dei Fedeli Fiumani, con i Virtuosi e quale solista, mi esibisco ancora, e intendo continuare a farlo finchè ne avrò la forza. Recentemente, con Aldo Raccanè e la maestra Arianna Bossi, ci siamo esibiti a Verona...un successo grandioso". Tra i maestri chi ricorda particolarmente? "Forse Vinko Kaladžić, che è stato il mio primo maestro, ma poi anche Badjuk, Drucker, la Malner, la Bossi, veramente tutti avevano ed hanno delle qualità particolari." Abbiamo iniziato questa chiacchierata parlando di uno dei suoi hobby preferiti, i canarini, ma.... ha anche altre passioni? "Non tocchi questo tasto per favore, che già da qualche anno stiamo andando proprio male, anzi
malissimo. Mamma mia...povero il mio Milan. Sì, è vero, sono tifosissimo dei rossoneri. Chissà, forse per salvare il Milan dovrei cantare qualche aria in cinese, che ne dice"?
Erik Fabijanić: tante serate con nostra figlia
Erik Fabijanić, classe 1961, una laurea in ingegneria navalmeccanica, alle spalle alcuni anni di giornalismo e parecchi altri di una militanza politica che lo impegna tutt’ora quale presidente dell'Assemblea della Contea litoraneo – montana, appartiene alle generazioni che si potevano vedere con notevole fre-
quenza in Comunità. "Le prime volte che ci venni ero bambino, sicuramente per Nonno Inverno. Ai tempi del Liceo era canonico il ballo di maturità e, non meno, le scontate discussioni se farlo o no. Prevalse il sì: era il 1979. Ma sia allora che dopo ci si trovava al bar, magari per andare altrove. Ma dove? Abbazia
era molto in voga, ma spesso mancavano i soldi per arrivarci. " "Più tardi si era pressoché sempre presenti ai balli di Carnevale: feci regolarmente parte dei gruppi carnascialeschi per tutti gli Anni Novanta, fino al 2003. Ai balli ci portavamo sempre dietro la figlia Sara, perché, arrivata l’ora, ovunque si fosse, aveva l’ottima abitudine di cadere in un sonno senza interruzioni. Univamo due sedie e lei passava la serata dormendo." "Negli ultimi tempi vado in Comunità molto più di rado. Ricordo comunque con molto piacere la serata di recitazione di Laura Marchig o l’altra, con Aurelia Klausberger, da poco scomparsa, in cui aveva primeggiato Bruno Petrali. Ci verrei più spesso ma sono tanto impegnato che, per dire, le mie ferie sono ridotte ormai da anni a una sola settimana bianca." M.S.
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Dai ricordi alla realtà: Lalli Dessardo • di Sandro Vrancich
C'era un mare di cori si cantava dappertutto
Avevamo appena iniziato l’intervista ovvero a parlare di canto, quando il cellulare di Lalli (Lauro Dessardo), incominciò a squillare... Pronto..., Ma bravo, bravo...tuto tuo nono ti son...ma te go deto che non sarà problemi....in fondo ti ga ciapà tutto de mi, dai...Senti adesso son qua con Sandro per un’intervista, po se sentimo dopo...ciao picio. Ma chi era, Lalli? "Mio nipote Enea. Mi ha telefonato per dirmi che si è piazzato addirittura al quinto posto, su 180 studenti, all’esame d’ammissione alla Facoltà di scienze...... a Gorizia. Ahaha... gli ho detto che ha preso tutto da me...ahaha, scherzo sempre con lui. A parte gli scherzi, è molto in gamba. Se almeno io fossi stato come lui, chissà dove sarei arrivato." Bravissimo, complimenti, ma torniamo a noi Lalli, come nasce questa passione per il canto e da
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quanto dura la sua collaborazione con la Fratellanza? "Pensa un po’, sono ben 67 anni che sono socio di questa società artistico culturale. Io sono del 1932 e subito dopo la guerra, avevo 17 anni e già lavoravo alla Torpedo, cantavo spesso assime a mia sorella Eliana. Cantavamo in Chiesa soprattutto, in quanto, grazie alla nostra attività, venivamo ricompensati dalle suore con un pasto caldo. Ma a quei tempi si cantava dappertutto. A Fiume c’erano infatti tantissimi cori, quello della Raffineria, della Torpedo, dei cantieri navali, della Cooperativa pittori. Guarda, quasi ogni rione aveva il suo coro. Nel ‘49, assieme ad alcuni amici, tra cui Antonio Mozina, ci presentammo a un’audizione per entrare a far parte della Fratellanza che allora contava un coro imponente con quaranta elementi. Il maestro Drucker, che lo dirigeva, non mi fece cantare, ma mi chiese soltanto di dirgli qualco-
sa e, sentendo la mia voce, mi disse solo: 'Basso. Tu hai la tonalità di un basso. E così iniziai la mia lunga strada con la Fratellanza.'" A parte i concerti ufficiali si cantava spesso, pure in cimitero... "Sì e a guidarci a Cosala era il maestro Egidio Milinovich, e poi gli è successo Fulvio Kriso. Ricordo Grdadolnik, Zoia, Bušljeta, Primožić, Stipcich, Baccarini, Sassinka, Farina, Vazmo, e tanti, tanti altri." Ricordi particolari, qualche aneddoto? "Mah, mi viene in mente uno a proposito di Vazmo...quando qualcuno dei vecchi coristi moriva, era d’obbligo andare tutti al cimitero per onorare il defunto. Quel giorno però Vazmo non venne. Il giorno dopo lo reincontrai alle prove e gli chiesi: Vazmo ma perchè non ti ieri ieri al funeral? Non sapendo trovare una buona scusa mi rispose: Ma sa cossa, non son andà al suo funeral
Nei primi anni i coristi erano palesemente in numero molto maggiore...
Una vita passata a cantare nella Fratellanza. A Lalli Dessardo è stato assegnato nel 1996 il Premio Palisca
perchè sicuro nanche lui vegnirà al mio." Ricordo con particolare entusiasmo la tournée che avevamo fatto per l’Istria con la rivista "Tutta Fiume", con spettacoli a Parenzo, Buie, Capodistria. Non aveva partecipato tutta la "Fratellanza", bensì solo alcuni cantanti, come me, Cianci, Cek, Kriso, Milinovich e ancora qualcuno. Milinovich, che era un bravo poeta, aveva scritto anche una poesia con delle battute per ognuno di noi coristi. Si scherzava sempre, con Kriso e Benussi,.. ne abbiamo fatte proprio tante. C’era poi Luigi Vanzella, che purtroppo aveva la balbuzie, ma questo difetto veniva incredibilmente annullato quando cantava. In 67 anni di attività ne ha passati di maestri... "Eh sì, quasi tutti, e forse il migliore era Marčelja, senza togliere nulla a tutti gli altri, bravissimi, come pure l’Arianna Bossi. Abbiamo cantato anche a Teatro, assieme a Mozina. Nell’Aida per esempio
facevo il sacerdote e ho cantato in croato. Erano gli anni Cinquanta. Sai... si beveva un bicchiere e si cantava facilmente anche in croato." Il coro oggi? "Purtroppo dal quel complesso imponente formato da quaranta elementi che era, oggi siamo rimasti in otto. Una klapa praticamente.Tra i giovani non c’è più l’interesse per il canto corale, è cambiato il modo di vivere e le generazioni d’oggi ascoltanto una musica completamente diversa. E così, e basta. Quand’ero giovane, partecipavamo con la Fra-
tellanza a tante rassegne e competizioni. Ebbene, la partecipazione era enorme, di cori ce n’erano a decine." Altre attività? "E non ti basta questa, alla "Fratellanza", per 67 anni? Comunque, sono stato pure attivista della Croce Rossa, per una ventina d’anni: donatore di sangue per ben sessanta volte. Poi, io ero sempre per le compagnie, i divertimenti, le magnade e le bevude, a "Le Rose", da "Perusin", alla "Tappa", e chi più ne ha più ne metta. Bei ricordi Sandro, ma ce ne saranno ancora, non dubitare."
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Dai ricordi alla realtà: Paolo Bachich • di Mario Simonovich
Eravamo in tanti giovani e pieni di vita
Un duetto con Mirella Runco
Paolo Bachich è anche, ed a tutti gli effetti, un veterano di questi settant’anni di vita comunitaria a Palazzo Modello. Disponibile, capace, ha passato qui, si direbbe, gran parte della sua vita, occupato a svolgere le più disparate mansioni, a seconda delle necessità che si presentavano, sicché ha lavorato al fianco di un gran numero di dirigenti e attivisti. "Quando ho cominciato a frequentare la Comunità? Se ben ricordo era il 1952, in un’epoca in cui il bisogno di comunicare che da sempre è presente in particolare fra i giovani, si esprimeva in modo molto diverso da oggi, visto che, tanto per dire, non c‘erano i cellulari né niente di simile. La grande attrazione per noi era di regola il ballo, nel pomeriggio il punto di raccolta era al campo Cellini poi, calata la sera – ricordo che, ragazze e ragazzi era-
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vamo una grande compagnia, – si andava al Circolo. Poi, pian piano mi sono inserito. Ho cantato e fatto parte di quasi tutte le sezioni, Filodrammatica, Arte varia, ecc." Come si lavorava allora? "Avevamo una forte tecnica e gli organizzatori degli spettacoli parlo in riferimento ai primi tempi - erano in primo luogo due, Nereo Scaglia e Vittorio Vittori." Dunque la Comunità, o il Circolo, come veniva chiamato allora, era molto frequentata? "Tantissimo. Da mattina a sera nei locali si poteva trovare sempre qualcuno, di solito occupato a fare qualcosa, ma talvolta anche solo a chiacchierare davanti a una tazza di caffè o un bicchiere di vino." Come e perché il calo? "Diverse sono state le cause, a partire da tanta gente che se n’è andata via. Fra i tanti mi vengono in mente i nomi di Matuchina, del dott. Zanini, Nevia Stemberger. Ma allora, forse, non ci pensavamo troppo a queste cose che affliggevano gli adulti: eravamo giovani, pronti allo scherzo, pieni di vita e di voglia di fare. Oggi si presenta tutto diverso. Vedo che nella gioventù l’attaccamento che si provava allora nei confronti del Circolo è venuto meno. Non potrei dire il perché, ma è così e la cosa mi rattrista parecchio. Una volta si faceva tutto "con il cuore". Pensi che ho passato molto più tempo qui che a casa mia. Per dire che clima c’era al Circolo, quando sono andato a fare il militare tutta la
compagnia è venuta in massa a salutarmi alla stazione. E non le dico che baccano." Lei ricorda l’episodio di violenza contro la Comunità verificatosi in concomitanza con la crisi per Trieste? "Non ho ricordi immediati, di prima mano, perché non l’ho vissuto qui, però ricordo molto bene che se n'è poi parlato a lungo. Ne erano rimasti coinvolti, per quanto mi viene in mente, Palisca, Vrancich, Mazzieri e qualcun altro. Si diceva che si fossero dovuti asserragliare all’interno dei locali per difenderli da questa gente che ci voleva entrare." Vedo questa foto che la ritrae giovane cantante. Come andò? "Va detto che lo facevamo in tanti, e pieni di fervore, sottoponendoci in continuità a prove su prove, ma tutto in un clima leggero, senza arrabbiarsi. Da principio ricordo che dei cantanti si occupava Fulvio Kriso che, come Palisca e Vrancich era un po’ il factotum del Circolo. Io allora facevo arte varia e ho cominciato a cantare dopo. Anche mia moglie, scomparsa qualche mese fa - il 7 ottobre sarebbero stati 55 anni del nostro matrimonio - recitava nella filodrammatica e la figlia ha fatto parte dei minicantanti. Anni dopo è stata ancora la volta di sua figlia, mia nipote." Ricordando i tempi "storici", si parla molto del susseguirsi delle serate... "Infatti ce n’erano tante, a partire da quelle chiamate "del mercoledì"
perché si svolgevano sempre in quel giorno della settimana. C’erano poi le serate dei cantanti, dell’arte varia, della filodrammatica... tutte sempre molto seguite. Oltre a presenziare agli spettacoli, erano ottime occasioni d’incontro per il pubblico dei connazionali, allora molto più consistente rispetto ad oggi. C’erano poi i balli ed essendo noi giovani piuttosto amalgamati, ricordo che non ci bastava mai, si voleva sempre che durassero di più. La stessa orchestra volentieri "tirava più a lungo" fino a che qualcuno dei dirigenti non ci ricordava, talvolta anche senza mezzi termini, che era l’ora di chiudere. Ricordo tante belle serate in musica con Delcaro, Bruno Vlah, Oskar Pavešić e diversi altri. Mi viene in mente anche la passione per il gioco della tombola. Oggi parliamo delle tombolere, ma quando si cominciò, alla fine degli Anni Ottanta, nel gruppo c’erano anche i maschi, dirigenti compresi... Ricordo allo stesso modo la passione che si metteva a Carnevale per organizzare i balli mascherati per bambini. Preparavamo tutto e poi, a sorpresa, mentre il ballo era in corso, salivamo sulla balconata per lanciare d’un colpo centinaia di palloncini sui piccoli ballerini. Sembra cosa da poco, ma pensi quanto tempo e pazienza ci voleva per riempire "a fiato" uno più, uno meno, duecento palloncini a testa. Abbiamo cominciato con tre balli per stagione, poi sono scesi a due, ora ne facciamo uno solo, comunque ancora ben frequentato. I minicantanti ed il loro dirigente hanno un effetto trainante, in quanto vengono a sentirli i genitori, i nonni, altri parenti, ed anche altri bambini." Chi ricorda fra coloro che la diressero? "Un po’ tutti i "dirigenti storici", però si tenga conto che essi svolgevano i loro compiti e noi i nostri,
Fa le tante incombenze, Bachich ha svolto anche lavori di segreteria con Bruna Bernes
per cui ognuno era impegnato nel suo specifico lavoro. Il rapporto è diventato più stretto quando Mario Micheli (presidente dell’Esecutivo negli anni dal 1993 al 1998, ndr) mi ha chieso di andare ad aiutare Bruna Bernes, che svolgeva le sue mansioni nella segreteria. Lo facevo volentieri e nel contempo ero alla testa della "tecnica" che, seppur già molto ridimensionata rispetto agli inizi, lavorava ancora molto. Ricordo che fra me e Micheli si finiva ogni volta a contrastarci, eppure abbiamo lavorato molto bene insieme: si faceva tutto il possibile, talvolta anche...l’impossibile. Allo stesso modo ho lavorato molto bene con Elvia Fabijanić, la presidente che era in carica nello stesso periodo. Lo stesso devo dire per la collaborazione con gli altri attivisti, fra cui quella, davvero esemplare, con Maria Schiavato, che si occupava della cultura. Anche con il maestro Severino Stepancich, per quanto definito "un babau" si lavorava bene. Babau perché? Perché un momento reagiva con apparente severità e durezza e poco dopo ridiventava il bonaccione che era in realtà nel fondo dell’animo. Ricordo poi con molta simpatia Pile, ovvero Oscar Pilepić.
C’è stato poi, in tempi più recenti, un rapporto più stretto con Roberto Palisca e Agnese Superina. Ormai passavo la maggior parte del tempo in ufficio, preparavo i manifesti, mandavo gli inviti... Questo ci consentiva di parlare più a lungo, confrontare le nostre idee. Le dirò che comunque in genere in me prevalgono in assoluto bei ricordi, anche perché andavo d’accordo con tutti. Poi, l’arrivo di altre persone, magari brave nelle loro mansioni, ma con cui mi era impossibile trovare un linguaggio comune, mi ha indotto a staccare." La colpisce il fatto che oggi in Comunità c’è tanta meno gente? "Per me è un vero strazio, perché mi pare che sia "una malattia" che ha colpito anche chi dovrebbe esserne immune: sarà magari l’effetto devastante dei tempi nuovi, ma non posso capacitarmi nel vedere che anche i nostri attivisti, finite le prove o gli appuntamenti che risultano in programma per la giornata, scendono direttamente dal terzo piano in strada, senza fermarsi, come una volta, a presenziare alla manifestazione che si svolge nel salone delle feste o anche solo per due chiacchiere al bar."
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Dai ricordi alla realtà • di Fulvio Varljen
Momenti di speranze e di forti passioni
Il primo contatto che ebbi con il "Circolo", ero bambino, fu a una festa al campo del Poligono di cui conservo ancora il ricordo del palo della cuccagna; la prima vera esperienza nei saloni di Palazzo Modello invece, un torneo di tennis da tavolo e scacchi organizzato dal mitico Giovanni Squarcia, papà del valente musicista Francesco, alunno della "Gelsi". Un piccolo aneddoto di quando avevo 13 anni, a scuola incisi una linoleografia mettendo insieme due disegni del prof. Venucci, l’arco romano, una vista della torre da parte di Piazza delle erbe, una prospettiva impossibile, e così feci la stampa che è poi diventata la copertina della rivista. Il Maestro mi rese felice mettendo la sua firma sotto la mia manovalanza. Per anni frequentai la sezione arti figurative stringendo amicizia con artisti quali la proff. ssa Erna Toncinich, Arnalda Bulva, Gianfranco Miksa e Mauro Stipanov, per nominarne solo alcuni.
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Durante gli anni del Liceo diventai un frequentatore abituale della Comunità, divenni presidente del Club dei giovani, presidente della Comunità era el mulo de Gomila, Ettore Mazzieri, splendida figura di uomo e giornalista, grande amico di mio zio "Nino" Cucera. Mi conobbe come giovane apprendista della redazione sportiva dove venivo a dare una mano assieme a Silvano Silvani, mi inviò in Commissione cultura del Comune, mi permise di vedere e capire come funzionasse il "Potere" che in quel periodo era ben disposto. Organizzammo persino un concerto punk. Ospitammo anche gli astrofili, Berto Bilik, Mario Cargnus e Franco Ivancich, che poi fondarono la Società astronomica accademica. Erano momenti in cui la Comunità era piena di giovani. Non era una convivenza facile, ma grazie alle grandi doti diplomatiche di Mazzieri riuscimmo sempre a portare avanti un discorso aggregante. Gli anni dell’Università mi videro impegnato con la Filodrammatica, fucina di grandi talenti, uno per tutti Galliano Pahor. Regista era Nereo Scaglia e da quel Maestro imparai a dominare i sentimenti, cosa che mi fu poi di grande utilità nel mio lavoro. Avevo dato vita con l’amico Ezio Giuricin e con la "benedizione" di Lucifero Martini alle pagine di Panorama Giovani, chiamato dal prof. Illiasich diedi una mano in Liceo insegnando fotografia, si fa per dire, alla classe di Romano Grozich, chimica e biologia a Rossana Grdadolnik, William Klin-
ger, Flavio Cossetto, Mauro Graziani, Oskar Skerbec, Denis Stefan... Ricordo un’emozionante serata con la regia di Mario Schiavato in cui proiettammo una serie di vecchie cartoline fiumane colorate a mano. Cercando lavoro come medico, andai prima a Parenzo e poi a Capodistria e questo mutò radicalmente la mia vita. A Capodistria assistetti fino alla fine un fiumano, di una famiglia di Stranga, con la cui moglie ebbi modo di parlare lungamente. Misi a loro posto i vari tasselli della storia delle varie famiglie negli anni ‘40 e ‘50. I romanzi di Pratolini erano pallida ombra di fronte alla tragedia che avevo ricostruito, segreti inenarrabili che i miei genitori mai avevano raccontato, sono morti nella convinzione che li ignorassi. Rinnovai l’amicizia con Silvio Stancich, chiarissima persona, uno dei fondatori di Gruppo 88. Andai nel ridotto del teatro a sentire la discussione: Italiani, ieri, oggi, e domani? Per me fu uno shock tremendo, sentii il prof. Antonio Borme, Samo Pahor, Joze Hartmann, Galliano Labinjan, i fratelli Juri... Tremavano le vene, io ebbi paura ad iscrivermi a Gruppo 88, ben conscio dei detti "OZNA sve dozna" e "Via Roma nikad doma". Pensavo di assistere al crollo della Dittatura, ora con i capelli bianchi capisco che era solo un regolamento di conti all’interno della nomenklatura, fatto sulle spalle della povera minoranza, come altre volte, Borme e Zappia docet. Pieno di buone intenzioni, mi buttai a capofitto in incontri e di-
scussioni, assieme a Ezio Giuricin, marxista idealista compagno di Liceo, con la guida insostituibile del prof. Borme, critico strenuo delle malefatte del comunismo. Facemmo decollare il Movimento per la Costituente, parallelamente alla Dieta Democratica Istriana. Sono fortunato ad aver vissuto quei momenti, si respirava aria nuova, si pensava a costruire qualcosa di liberatorio, potevamo esprimerci in piena autonomia. Spiegherò con un esempio: nel palinsesto RAI pubblicato dalla Voce del Popolo, la domenica c’era un buco, mancava la Santa Messa, forse era arrivato il momento di poterlo scrivere!
INCONTRO "SEGRETO" CON L’AMBASCIATORE Un aneddoto di quel periodo riguarda l’incontro "segreto" che avemmo con l’allora ambasciatore a Belgrado, Sergio Vento. Volle incontrarci, Borme, Giuricin e me, in uno scenario degno di una spy story a Trieste per dirci che mai e poi mai l’Italia avrebbe avallato mire secessioniste. Come mai tanta foga? Qualche buonanima delatrice aveva fatto pervenire all’alto funzionario un appunto di uno dei tanti nostri documenti battuti a macchina – di computer e stampanti allora non si parlava - nei quali si parlava di un "parlamentino" democraticamente eletto della minoranza. Avevamo usato quella parola perché non ci veniva il sinonimo, ma bastò quello ad allarmare l’alto funzionario. Ci venne da ridere, era proprio una miseria umana pensare che la tanto amata Italia avesse paura di noi. Comunque arrivammo alle prime elezioni democratiche. Sul Corso si affrontavano davanti alla Filarmonica, Casa dell’Armata, militari dell’APJ e membri della Garda. La gente venne in massa a votare ed ebbi l’onore di diventare presidente. Da subito iniziarono i problemi,
in Comunità venivano quotidianamente provocatori, spie e malintenzionati. Qualcuno dei nostri pensò bene di mandare una velina in Comune per sottolineare le mie presunte simpatie per politici e personaggi appartenenti alla destra irredentista. Mi arrivarono anche lettere minatorie dagli USA da parte di sedicenti grandi nazionalisti croati e lettere anonime con foto che dovevano essere compromettenti. Non vi dico l’allegria, per fortuna ero attorniato amici, Maria Grazia Frank, Ferruccio Glavina, Corrado Illiasich, Vieri Pillepich, con cui si riuscì a far andare avanti la Comunità in tempo di guerra. Rinsaldammo i collegamenti con gli esuli. Il Grand’Ufficiale Oscarre Fabietti che ci donò aiuti per i connazionali bisognosi, ci diede anche brevi manu 5 milioni di lire per un nostro connazionale che doveva terminare gli studi, questi rifiutò e i soldi vennero spesi per la pubblicazione di un numero de "La Tore", il dott Amleto Ballarini e le attenzioni particolari per il Liceo, la prof. Antoniazzo, la dott. Liliana Louvier. Con le nostre conoscenze ed amicizie riuscimmo a far arrivare all’ospedale di Sušak computer e attrezzature per l’anestesia tramite la Regione Emilia Romagna e un’autoambulanza attrezzata tramite i Lions, sempre dell’Emilia Romagna, per un valore complessivodi ben oltre 100 milioni di lire. Io facevo la spola fra Gospić, Otočac e Fiume, la guerra era veramente brutta. Un piccolo aneddoto. Appena tornato da Gospić, finita la battaglia che non era stata seconda a Vukovar, mentre ero in sala operatoria mi dicono che mi cerca un signore che dice di chiamarsi Ivan Pauletta. Esco e mi trovo d’innanzi un tizio (non certo il Pauletta che conoscevo) che mi disse: "Abbiamo uomini e armi, siamo pronti a partire sul Monte Maggiore". Gli dissi che ero appena arrivato da una macelleria dove avevo per la prima volta vo-
mitato per il sangue che avevo visto e che per cortesia sparisse. Queste erano le provocazioni quotidiane. Ero particolarmente orgoglioso del periodo di presidenza per aver potuto aiutare i connazionali con generi di prima necessità e farmaci, di avere concordato un piano di evacuazione con l’aiuto dell’amico Fulgenzio Livieri, in caso il conflitto avesse interessato Fiume, di avere dato appoggio ai fedeli fiumani nel rapportarsi con le gerarchie ecclesiastiche croate promuovendo anche il coro dei fedeli, di avere organizzato grazie all’aiuto di Augusta de Piero Barbina, il primo convegno pacifista nelle sale della Comunità, di avere fondato la scuola di musica, di essere riusciti a portare a Fiume il Consolato, grazie all’aiuto del prof. Agnelli, di avere rintuzzato le mire del sindaco Linić di appropriarsi della sede. Molte cose non sono state fatte, in primis un centro per l’accoglienza diurna dei nostri anziani e un laboratorio informatico per i giovani, ma il tempo che avevo pianificato di impegnare per la Comunità era scaduto, come Cincinnato dovevo tornare all’aratro, avevo bisogno di fare una famiglia. Ricorderò sempre le parole dell’amico Giacinto Laszy, grande appassionato di scienza con cui ho amabilmente conversato in Biblioteca su spazio, tempo, gravitazione, genetica, e che assieme a Mario Valich tengo in un angolo del mio cuore: Dotor non la stia far politica, per lei xe la medicina e la ricerca . Penso che, finito di lavorare, tornerò ad impegnarmi per la Comunità. Non è possibile che quel capitale di idee ed entusiasmo abbia portato la massima espressione della minoranza ad essere un refugium pecatorum dei dinosauri della peggior politica. Lo devo a tutti quelli che ho nominato prima e che hanno sempre anteposto il bene della minoranza a prebende ed onori.
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Dai ricordi alla realtà: Elvia Fabijanić
Anch'io posso battere i pugni sul tavolo
Elvia Fabijanić è stata presidente della Comunità dal 1993 al 1998 e successivamente, per un anno circa, nel 2002-2003, ha retto l’Esecutivo.
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Ricordo parecchie cose positive del tempo in cui presiedevo la Comunità. In particolare ho grata memoria dei contatti con Franco Stacul, sindaco di Medea e donatore di sangue, che aveva interessato, alle nostre questioni si può dire tutti i sindaci del Friuli – Venezia Giulia Giulia, tanto che erano venuti qui e avevano incontrato il sindaco Slavko Linić. Aggiungo che all’epoca non c’era contatto fra la Città e una parte italiana in cui non fossimo invitati. Promotore della pace e convivenza fa i popoli, Stacul aveva creato a Medea un Parco della Pace, visitato da diversi sindaci, in primo luogo dalla Slovenia e dalla Francia, in quanto, quest’ultimo, Paese soprattutto d’immigrazione italiana. Una volta assieme a noi ci venne pure Linić per piantare l’Albero della pace di Fiume. I legami instaurati da Stacul si rivelarono molto utili in quando diedero
vita a scambi in vari campi. Anche nei contatti con Este venivano regolarmente con noi rappresentanti del comune. Uno dei riflessi più positivi fu il significativo afflusso di aiuti umanitari durante la guerra: la CI era un vero centro di smistamento. E poi ci fu l’incontro, davvero storico, con il presidente Luigi Scalfaro. Come fu questo incontro? Sicuramente la cosa più bella per tantissimi di noi, molto commovente e direi anche utile, perché i media italiani gli diedero ampio spazio. Eravamo in un salone del Quirinale, una cinquantina. Il presidente entrò e io rimasi sorpresa perché me l’ero immaginato più alto, invece era come me, forse anche un pochino più basso. C’era un divanetto al centro su cui, oltre a noi due, si sedettero i presidenti Furio Radin e Maurizio Tremul quali rappresentanti dell’Unione Italiana. Nel mio discorso fui molto aperta: noi non avevamo mai abbandonato l’Italia, dissi, era l’Italia che aveva abbandonato noi. Parlai poi di quello che si faceva per mantenere la lingua e cultura. Nella sua risposta, egli evocò la guerra e la perdita dei territori, assicurando che comunque l’Italia non ci avrebbe mai lasciati soli. Aggiungo che nei quattro giorni di permanenza a Roma mi sorbii anche parecchie critiche, da parte nostra s’intende, perché ci fu chi negli "alti fori" riteneva inaudito questo nostro passo. Quale ritiene l’elemento più positivo del suo mandato? Il fatto che la municipalità tenesse in conto tutto quel che faceva la Comunità. Ad esempio, per tornare
a Scalfaro, fu la città che ci procurò il quadro di Žunić che gli donammo. In questo contesto si rafforzò significativamente anche il processo di riavvicinamento con gli esuli, iniziato qualche anno prima. Però è anche vero che la visita di Roberto Menia in municipio fu motivo di scontro con Linić? Verissimo. Menia era arrivato nell’ambito di una delegazione e nel corso dell’incontro ufficiale ci furono anche toni fermi, ma non si trascese. Qualche giorno dopo però il sindaco mi rimproverò di "avergli portato i fascisti in municipio". Subito ribattei: "E lei perché li ha accettati? Se la cosa lo disturbava, doveva reagire prima e non prendersela con me ora, a cose passate!" Il nostro rapporto fu parecchio conflittuale soprattutto all’inizio, anche perché, se ben ricordo, qualcuno lo aveva definito El grobnizan e lui se l’era presa. Sta di fatto che ad ogni riunione si finiva a litigare. Già al primo incontro operativo, quando cominciai ad avanzare le mie richieste (c’erano in ballo veramente grosse questioni, l’affitto non pagato da tempo, la possibilità di essere sfrattati ecc.) la sua risposta si fece via via più veemente tanto che arrivò a battere il pugno sul tavolo. Rimasi allibita. Trattare così una donna? Poi, informatami nell’ambiente, mi fu consigliato di fare anch’io così. Non essendo nelle mie abitudini, la cosa mi pesava parecchio, però quando lui tornò a sbattere il pugno, feci altrettanto e gli risposi con altrettanta durezza. Da quella volta i pugni furono dimenticati.
E il fattore meno esaltante? Difficile dirlo. Una delle cose che maggiormente mi disturbava era il nostro vizio, molto diffuso, di contrapporsi senza motivo e di parlare per ore alle assemblee di cose futili perdendo di vista quelle essenziali. Un esempio concreto: l’approvazione, da parte dell’Esecutivo del nuovo modulo del tesserino fu ferocemente e a lungo contestata da taluni consiglieri dell’Assemblea, l’unica, a loro giudizio, competente a decidere. Ebbene, ci crederà? Quel tesserino è in uso anche oggi, vent’anni dopo. Altra cosa che mi ha profondamente delusa è stata l’assai poca volontà di certe persone a fare qualcosa se non veniva pagata. Non l’avrei mai immaginato.
OTTIMA INTESA CON MARIO MICHELI Con chi, da presidente, ha avuto la miglior intesa? Senza ombra di dubbio con Mario Micheli, che dirigeva l’Esecutivo. Era un uomo pratico ed efficiente. Abbiamo lavorato tantissimo. Veniva tanta gente, spesso con problemi assolutamente non di nostra competenza. Ma si stava lì, ad ascoltarla, a confortarla. Si lavorava tutto il giorno, talvolta anche fino le dieci di sera ed i risultati non mancavano. Ricordo quando invitammo Enzo Bettiza e fui di nuovo immediatamente criticata: non si doveva farlo, mi fu detto, perché aveva detto pubblicamente che in queste terre "non c’erano più italiani, ma meticci". Semmai il contrario, dissi: proprio per questo andava invitato. Infatti alla serata, allestita per la presentazione de "L’esilio", ammettendo il nostro meticciato, rilevai che pure lui era un meticcio, e che pure i meticci avevano il diritto di scegliersi la propria cultura e anche la nazionalità. E lui fu d’accordo con me. La "tecnica", parola un tempo molto usata in Comunità e oggi scomparsa.... La formava il gruppo di attivisti che si occupava dell’allestimento del
Elvia Fabijanić ritira a nome della Comunità il Premio Città di Fiume dalle mani del sindaco Linić, l'uomo "dei pugni sul tavolo". Correva l'anno 1996.
palco, delle luci ecc. , tutte persone di cui ho un carissimo ricordo. Ricordo Toni, Ferruccio, Egidio... Erano molto importanti, anche quando si preparavano le mostre. Oggi non esiste più: sono tutti molto anziani, diversi sono deceduti. Lo stesso vale per la Fratellanza, che ai miei tempi era numericamente molto consistente. Ricordo che i miei vice erano Valerio Zappia e Irene Mestrovich che si diede molto da fare, coinvolgendo anche Ezio, il marito. Fu lui che fece venire Bettiza, Tonko Maroević e altri ancora. Maria Schiavato, che si occupava della cultura, svolgeva ogni incombenza con grande serietà e dedizione. Ricordo con gratitudine parecchie altre persone, fra cui Paolo Bachich, bravo, affidabile, pieno d’inventiva, la segretaria Bruna Bernes, Raniero Brumini ed Ester Vrancich, sempre a disposizione per ogni serata ed anche il gruppo di donne sempre pronte a dare una mano. Corrisponde al vero che si pensava di fare di Palazzo Modello un centro "polifunzionale" di aggregazione degli italiani che arrivasse a comprendere anche un ristorante? Diciamo che questo era un so-
gno. Ero infatti molto ben cosciente che non avrei potuto seguirlo fino alla conclusione, ma speravo di poter almeno gettare le basi, dare inizio al processo. Ne avevo parlato anche al console Musella. Effettivamente si pensava di trasformare Palazzo Modello un centro di cultura italiana in cui accogliere la Comunità, l’Unione Italiana, il consolato, ecc. e al pianoterra un ristorante come espressione della cultura italiana nella cucina, di cui non occorre certo rilevare la validità e l’originalità. Insomma si voleva farne un esemplare punto di raccolta in cui far convogliare l’interesse del pubblico verso gli italiani e quelli che sono definiti i valori dell’italianità. Che cosa ha impedito la realizzazione dell’idea? Non sono in grado di rispondere. Quando è scaduto il tempo in cui ero stata in carica, ho ribadito esplicitamente la mia massima disponibilità a dare il mio contributo anche in futuro se mi fosse stato chiesto. Nessuno però si è più rivolto a me ed io non sopporto le intromissioni, per cui nulla posso dire in merito come siano andate dopo le cose. M.S.
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Dai ricordi alla realtà: Roberto Palisca • di Mario Simonovich
Orgogliosi del raduno che ha riunito i fiumani
Le cose più valide? L’"autonomia" dell’asilo italiano, il Raduno mondiale dei fiumani e, per quanto forse potrebbe sembrare di un livello più basso, il concerto di Bobby Solo. Risponde così Roberto Palisca mentre, a serata inoltrata, controlla le pagine della Voce che i collaboratori gli portano sulla scrivania per l’ultima verifica. Giornalista da una vita, frequentatore del Circolo fin dai primi anni dell’infanzia, quando ci veniva con il padre che ne era un po’ l’anima, a partire dal 2006, a fianco della compianta Agnese Superina, è stato presidente dell’Esecutivo. Quella dell’asilo fu un’idea maturata presto, già all’inizio del primo mandato. Si voleva ottenere una "centrale autonoma" degli asili italiani in città, come del resto già realizzato in diversi centri istriani, in quanto fra l’altro, così si poteva accedere con più facilità ai fondi del
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MAE, richiedere e ottenere materiale didattico, mobili e attrezzatture, altrimenti preclusi. Dal municipio inizialmente la risposta non fu incoraggiante: era da evitarsi ogni possibile ghettizzazione. Poi le resistenze cedettero e si cominciò a cercare il sito per il nuovo asilo, trovato alfine nella parte occidentale della città. La presidente firmò la lettera d’intenti, il progetto fu elaborato da un’architetto zagabrese e si rivelò molto in sintonia con i tempi (con tanto di pannelli solari e cascatelle che sfruttavano l’acqua piovana) sicché sia pure molto lentamente, la cosa andò avanti. Altro motivo di soddisfazione, il Raduno mondiale dei fiumani che si tenne nel 2013. "Fu motivo di una contentezza e soddisfazione che mi aspettavo anche durante i preparativi, ma non immaginavo che sarebbe stato così forte, sia in noi che nei concittadini che per quel san Vito giunsero in città, si può dire da tutto il mondo. Era stata un’iniziativa a cui Agnese Superina, io e i membri del nostro esecutivo avevamo cominciato a pensare fin dall’inizio e che si poté realizzare con un lungo lavoro, non pochi ripensamenti e ‘correzioni di rotta’ e anche parecchia spesa, ma che ebbe un esito molto felice, favorendo gli incontri, generando uno spirito di comunanza ed anche parecchia commozione. La Settimana della cultura fiumana, nella quale quel Raduno s’inserì, fu pure un’iniziativa progettata da noi ed ebbe grande successo, perché si riuscì a coinvolgere tanti soggetti, dalle scuole, agli anziani...,
tutte le forze di cui disponevamo. L’intento era di valorizzare tutti i valori che esprimevano la città, dal dialetto alle consuetudini." Chi era un po’ più addentro nella questione, ricorda che - come avvenuto anche quest’anno per il Premio cittadino a Ballarini - ci fu chi tentò di osteggiare certe iniziative, criticando ad esempio la scelta di far sfilare per il Corso i bersaglieri. Come andò? "È vero -, ricorda -, ci fu qualcuno che si oppose all’idea di far sfilare i militari italiani per il Corso, creando comprensibili perplessità nell’amministrazione municipale che giustamente voleva evitare ogni eventuale azione ostile in pubblico. Furono avanzate varie proposte "alternative", fra cui anche quella di non farli passare proprio per il Corso. Ma che senso avrebbe allora avuto la loro presenza? Si mise in moto tutto un meccanismo a cui non fu estraneo anche l’intervento di qualche ambasciatore e la cosa finì nel migliore dei modi, con i soldati italiani che, come si ricorderà fecero la loro sfilata seguiti da una folla di fiumani, esuli e rimasti, e suonarono insieme alla Banda di Tersatto nel centrocittà. "Ma non ti dico che apprensione fino a che la cosa non si risolse". Un identico clima di disagio, sia pure per altri più tristi e seri motivi, si accompagnò all’esibizione in Comunità di Bobby Solo, avvenuta alla fine dell’anno in cui Palisca aveva assunto la carica. Non era stata cosa da poco conto organizzare il tutto. Ci si adoperò a fondo per
aumentare al massimo la capienza della sala in cui, in luogo delle usuali 140 furono messe circa 280 sedie, che comunque risultarono essere sempre troppo poche, sicché tanta gente rimase in pieni. Il cantante e la compagna non volevano fare a piedi il pur breve percorso dal Bonavia a Palazzo Modello, per cui Palisca andò a prenderli in macchina e li fece accomodare in Presidenza. Nel frattempo successe il fatto ben noto: uno spettatore fu colto da malore e, portato a fatica fuori dalla sala piena, fu ricoverato nel bar, che per fortuna era chiuso, in conseguenza di beghe contrattuali con la gerente. Fra i soccorritori accorse pure il dott. Leković, che tentò di rianimalo, ma presto si vide che il poveretto era morto. S’immagini la tensione del momento. Il pubblico continuava ad affluire nella sala già colma, c’era ovunque un gran vocio e la solita allegria. Che fare? Disdire il concerto o divertirsi con una persona morta al di là della porta? Palisca fece un giro di telefonate, mise in moto tutti coloro che potevano essergli d’aiuto per sollecitare l’arrivo più spedito possibile dei necrofori e del medico legale, e alla fine la cosa si risolse. Fatto affluire il pubblico in sala per ridurre al minimo il numero dei testimoni, l’uomo fu portato fuori dalla Comunità e lo spettacolo alfine iniziò. Per Roberto però la cosa non era finita: la moglie del defunto, occupata al teatro, doveva arrivare più tardi, a spettacolo avviato. E fu lui a dover dare alla poveretta la notizia del decesso. Alle sue spalle ci sono due mandati di dirigente della Comunità. Divenuto presidente dell’esecutivo nel 2006 e riconfermato nel 2010, poi di fatto, per quanto assisitito dai due vicepresidenti, Corinna Gerbaz Giuliano e Denis Stefan, operativamente la diresse a tutti gli effetti in conseguenza del peggioramento dello stato di salute di Agnese Superina, poi venuta a mancare nell’ottobre 2015. Come si iniziò?
"Eravamo un gruppo di persone piene d’entusiasmo: fra le tante Rosi Gasparini, Lilly Venucci, Gloria Tijan... Ci sentivamo pieni di idee fresche, si voleva fare tante cose. Le difficoltà iniziali non ci spaventavano. Eppure di problemi ce n’erano, era aperta la questione dei soldi per la ristampa della monografia, lo stesso dicasi per la Tore. Dalle colleghe venivano avanzate tante proposte, talune molto valide - ricorda - da essere recepite da altri soggetti che le trasformarono poi in quelli che sarebbero stati chiamati i "grandi eventi". Palisca e la Comunità, si direbbe "un matrimonio in famiglia", in quanto, date le "credenziali" del padre Rudi, il Circolo era entrato nella loro casa prima ancora che lui nascesse. Acquistato sicuramente a prezzo di grossi sacrifici il velluto per i primi tendaggi, la madre, sarta, cucì tendoni e bordure. In quei locali lui ci entrò piccolissimo, portato dal padre che faceva parte della "tecnica" quando ancora dal bar si poteva accedere, attraverso una scalinata di legno, ai locali del piano superiore, dove ora opera la Fratellanza. "Ma sai, anch’io, anche dopo, a 16 – 17 anni, non m’importava molto della Comunità. L’identità piena, a mio avviso, la ritrovi molto dopo, quando sei ormai uomo maturo. È forse per questo che troviamo difficoltà nel dialogo con i giovani, a parte anche il fatto che l’associazionismo d’oggi ha forme del tutto nuove. Non c’è dubbio che dobbiamo portare i giovani nella Comunità e nel contempo adoperarci al massimo a ‘esportare’ quello che essa può offrire, ma non è facile." Anche i suoi predecessori cercarono ripetutamente di venire incontro alle esigenze delle giovani generazioni, ad esempio creando il centro multimediale che però ora è stato superato dai tempi. Da parte sua si recò pure a incontrarli al Li-
ceo. Che cosa vorreste per venire in CI, chiese? Una festa fu la risposta. E festa fu, che si ripeté per due anni consecutivi. Alla fine però si dovette smettere: l’iniziativa aveva anche qualche effetto indesiderato, come quella volta che ci fu qualcuno che, con l’intemperanza degli anni, si era attaccato troppo alla bottiglia finendo al pronto soccorso. Ma anche l’associazionismo degli adulti impone atteggiamenti nuovi. Quando disse che il volontariato puro non era più possibile, ricorda, gli arrivò una marea di critiche. "Ma si dimentica che oggi, da una parte, chi dirige un’associazione deve far fronte a incombenze di carattere burocratico che una volta erano inimmaginabili e che dall’altra, nel nostro caso, siamo completamente sguarniti anche in quanto a personale amministrativo, per cui il dirigente deve fare tutto da solo." Per non dire dei soldi, che mancano sempre. Ricorda nel contesto che, quando fu consegnata, la monografia "Italiani a Fiume" (volume del peso di 1,92 kg, ndr), per risparmiare sul facchinaggio fu portata in sede da pochi volonterosi che si servirono di una barella presa di straforo da un attivista dall’autolettiga del pronto soccorso su cui prestava servizio! Vista con gli occhi di oggi, è stata indubbiamente un’esperienza positiva. "Mi ha aiutato a crescere. Rimpiango Agnese, con cui peraltro talvolta ci si scontrava anche senza mezzi termini, ma se non ci fosse stata lei, non avrei accettato il secondo mandato. Sono riconoscente pure a Rosi Gasparini, Gloria Tijan, Silvana Vlahov, Erna Toncinich, Nadia Poropat, Iva Bradaschia, Laura Marchig, Corinna Gerbaz, Gianna Mazzieri, Silvana Zorich, Denis Stefan, Bruna Bernes, Paolo Bachich e tanti altri connazionali che furono preziosi collaboratori..."
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Dai ricordi alla realtà: Nereo Superina, Lilly Gorse e Ugo Jerončić
Ricca la biblioteca sporadici i lettori
Nereo Superina
Presenza discreta ma assidua ormai dal 2003, quella di Nereo Superina, che, oltre a fare il bibliotecario, si occupa dei tesseramenti. "Andando in pensione, sono entrato qui nel 2003". Primo compito fu il riordino dei libri, accatastati alla rinfusa per i lavori di riassetto generale in corso quell’anno alla sede. La delicata operazione, affidata alla prof. Maria Schiavato, si protrasse per due anni. Da lì passò a "dare una mano in contabilità" e poi tornò in quelle stanze in fondo al corridoio che oggi ospitano non meno di seimila titoli. Un vero patrimonio librario di cui anche molti connazionali sono all’oscuro. All’interno vi è anche la biblioteca scientifica, un altro picolo gioiello per cui s’era particolarmente impegnato il prof. Illiasich, ma dato che gli spazi si stavano facendo troppo stretti, duemila volumi sono stati dati al Liceo. Se tanti sono i libri che "pazientemente attendono", molto pochi sono coloro che s’interessano ad
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essi. Nei primi anni come bibliotecario ebbe da fare parecchio e in continuità. Ogni giorno arrivavano in media tre – quattro lettori, interessati, oltre che ai libri, anche alla lettura dei cinque – sei quotidiani e del gran numero di riviste che arrivavano qui praticamente ogni giorno dall’Italia. E oggi? Siamo a una media di due - tre persone al mese, dice sconsolatamente. Ancora più spinoso si presenta per certi aspetti il problema dei tesesramenti. Si parte, spiega, con il richiedente che quasi sempre chiede di associarsi perché intende chiedere la cittadinanza italiana. La procedura va avanti senza intoppi fino a che non gli viene chiesto di presentare documenti indispensabili che, rileva sono pochissimi, solo l’essenziale. A questo punto la prima reazione di solito è: Ma cossa anche questo? "Se poi dico che altrimenti l’iscrizione non si può fare, reagisce come se fossi deciso a non aiutarlo, non venirgli incontro. Ma chi ci
pensa che sono atti che vanno archiviati e che, se non si segue la procedura d’obbligo, domani potranno essere contestati? Si immagina oggi le conseguenze che potrebbero derivare per la Comunità?" Nel passato anche taluni dirigenti hanno cercato disinvoltamente di aggirare le disposizioni. "Una volta un presidente insistette ripetutamente per far associare, in barba alle disposizioni, sette attempate signore giunte una sera qui e provenienti dall’Italia. Visto che le mie rimostranze non servivano a nulla, non mi restò che obbedire. Ebbene, nessuna si è fatta mai più viva!" Sorride alle vicissitudini comunitarie connesse alle iscrizioni: negli anni 2000/2001 circolò, non si sa come, la voce che chi si fosse iscritto, avrebbe avuto un sussidio dall’Italia. "In poco tempo si creò un quadro da non credere: il corridoio era stracolmo di gente che sperava nel sussidio. Regnava una tensione tale che ci fu chi tentò di bloccarmi mentre cercavo di raggiungere l’ufficio: pensavano che ero il solito furbo che intendeva passare avanti senza fare la fila." Al di là dell’episodio, gli duole molto che la questione delle quote associative non sia regolata in maniera precisa. "Ricordo che all’atto delle prime votazioni svoltesi in Comunità, furono tante le persone che pagarono il dovuto tanto quel giorno furono incassate 10 mila kune. Oggi la questione è molto labile: i soci in regola con i pagamenti sono circa seicento, ma fra quelli che non pagano figurano anche attivisti e
dirigenti. Nel corso del tempo sono state applicate diverse sanatorie ma, per quanto in fondo sicuramente non troppo onerosa, la richiesta della corresponsione degli arretrati non ha dato grandi frutti, ed è un vero peccato perché per chi paga di certo non sono poi tanti ma, ma, sommati, verrebbero molto bene alla Comunità." Arrivato all’età di 76 anni, Ugo Jerončić ne vanta 23 di presenza attiva a Palazzo Modello. Dopo una vita passata a fare l’idraulico (fece parte dell’ultima generazione che frequentò in città le scuole industriali italiane negli anni dal 1955 al 1958) venne in CI quale aiuto di Pino Gorse. Convinto che la miglior opzione sia il ripristino del volontariato, lamenta la sempre maggior disaffezione per la Comunità. Quando aveva iniziato, più di due decenni fa, erano ancor molti i giovani regolarmente presenti. Ora si vedono solo ai balli di maturità, a cui, rileva, si sente assai poco parlare in italiano. C’è poi a suo avviso una preoccupante attitudine alla violenza, non da parte dei nostri ragazzi, ma piuttosto degli "ospiti" che lordano i bagni, spaccano porte, si ubriacano. E non lo fanno, aggiunge, come si potrebbe credere, soltanto i maschi. Anche le ragazze con il passare degli anni stanno dando il loro sempre più consistente contributo. Se dici Lilly, l’associazione immediata è con il bar. Lilly Gorse ha trascorso qui dieci anni e pian piano si avvicina anche per lei il tempo della meritata pensione. Barista "titolare" è diventata nove anni fa nel corso dei quali, ricorda, sono cambiate parecchie cose, fra cui anche i gestori, ma una, concorda con gli interlocutori maschi, è il continuo calo delle presenze. I dirigenti che si sono susseguiti in questo periodo si sono impegnati tutti per arrivare ad un miglioramento della situazione, ma per tutti i risultati sono stati regolarmente magri, specie
Lilly Gorse
per quanto riguarda l’attivazione dei più giovani. Al mattino, è il suo "sconsolato" rapporto, ci sono pochi clienti, alla sera non viene nessuno. Fanno eccezione le giornate in cui c’è qualche manifestazione, specie quando è di carattere leggero e con ospiti importanti, come ad esempio avvenuto quando si sono svolte le "storiche" serate con protagonisti Bobby Solo o Umberto Smaila. Paradossalmente la caduta delle presenze è avvenuta in buona parte anche in conseguenza di una misura di legge intrinsecamente positiva in quanto tesa a salvaguardare la salute delle persone: il decreto che ha vietato dele tutto il fumo nei locali pubblici. Prima succedeva infatti che spesso venisse qui per bersi il
caffè e accompagnarlo dalla canonica sigaretta gente occupata negli altri soggetti che operano nel Palazzo, prima fra tutti l’amministrazione del teatro. Erano per la maggior parte donne. Entrato in vigore il divieto hanno continuato a fumare, però non più recandosi al bar bensì trattenendosi sulla scalinata d’accesso. I locali si ravvivano, conclude, nelle serate in cui si svolgono i balli di maturità, ma paradossalmente allora il maggior ostacolo ad un buon servizio è costituito dagli ospiti il cui numero è troppo alto. Si arriva infatti anche a 250 presenze mentre il tetto non dovrebbe superare le 180. M.S.
Ugo Jerončić
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Maurizio Tremul, presidente della Giunta dell'Unione Italiana
Continuate con la passione che vi ha mosso finora
La più grande Comunità degli Italiani in Croazia e Slovenia festeggia quest’anno i settant’anni della propria costituzione e sette decenni di ininterrotta attività. Una Comunità venuta alla luce ancor prima che il Trattato di Pace di Parigi assegnasse definitivamente questi territori alla Jugoslavia comunista da cui fu espulsa la componente italiana della popolazione, che in breve tempo da maggioranza divenne minoranza. L’esodo massiccio, la cancellazione della toponomastica originaria, la chiusura di molte scuole, la cancellazione del bilinguismo e la soppressione dell’uso ufficiale dell’italiano, hanno rischiato di far perdere a Fiume una sua caratteristica fondamentale, ossia quel suo tratto distintivo multiculturale e plurilinguistico che l’aveva contraddistinta nel corso dei secoli. Ciononostante, anche se in condizione di minoranza, gli Italiani di Fiume hanno sempre operato per il riconoscimento, per la tutela e la valorizzazione della lingua, della cultura e dell’identità italiane, forti e fieri della propria "fiumanità", contribuendo a mantenere ricco, consistente e unico il volto identitario plurimo del capoluogo del Quarnero.
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Le innumerevoli attività culturali portate avanti dalla Comunità degli Italiani attraverso le sue numerose e operose Sezioni, tra cui la Società artistico culturale "Fratellanza" e il Coro Fedeli Fiumani, sono affiancate in città dal lavoro delle tre principali istituzioni della Comunità Nazionale Italiana che vi hanno sede: il Dramma Italiano, unica compagnia teatrale italiana stabile oltre i confini dell’Italia, la casa editrice EDIT e il suo quotidiano, "La Voce del Popolo" il più longevo edito nel Quarnero, e l’Unione Italiana, l’organizzazione democratica che rappresenta tutti gli Italiani della Croazia e della Slovenia. Non meno importanti sono le Scuole Italiane, dalle Sezioni italiane dell’Asilo fino al Dipartimento di Italianistica della Facoltà di Filosofia dell’Università di Fiume, che assieme alle sopra citate Istituzioni definiscono la più organica, strutturata e articolata comunità minoritaria della città, intesa dunque nel suo senso più esteso e pluralistico. A tutti i dirigenti che si sono susseguiti in questi settant’anni anni alla guida della Comunità degli Italiani di Fiume e delle sue numerose e preziose sezioni, a tutti i migliaia di attivisti che in questi anni hanno offerto il loro disinteressato e generoso contributo per mantenere viva la nostra lingua, cultura e identità, vadano i miei più sentiti sensi di riconoscenza. Senza il loro lavoro, i loro sacrifici, i loro contributi in termini di professionalità, senza la loro passione, senza il loro amore, oggi tutti noi non saremmo ciò che siamo. Nuovi traguardi si delineano sulla linea dell’orizzonte nei prossimi anni e sono certo che i fiumani sapranno cogliere al meglio le nuove opportunità che si prospettano. Sono certo che continuerete a dare il vostro contributo anche in futuro con la stessa "passione" e auguro a tutti voi buona fortuna. Maurizio Tremul Capodistria-Fiume, 25 ottobre 2016
Zlatko Komadina, zupano della Regione litoraneo-montana
Di grande rilevanza il vostro ruolo
Saluto con particolare piacere gli amici rappresentanti della nazionalità italiana che costituiscono parte importante ed ineludibile dell’identità culturale e storica della Città di Fiume e della Regione litoraneo montana. Nell’area conteale, in questa grande famiglia multinazionale, in cui vivono persone appartenenti a 22 minoranze nazionali, - fatto che riteniamo costituisca una grande ricchezza dal punto di vista sociale e culturale - un posto particolare spetta proprio alla minoranza italiana, non solo per la presenza numerica ma anche per il lungo periodo storico in cui abbiamo condiviso questi spazi, creando ed edificando insieme un’armonica convivenza di cui oggi possiamo andare orgogliosi. Il sostegno che la Regione litoraneo montana offre alla minoranza
italiana per il mantenimento della sua identità nazionale, la cultura, la lingua, si evidenzia fin dalla creazione dell’autogoverno regionale. Mai per noi essa ha costituito solo un mero obbligo bensì espressione di un sincero desiderio a che la comunità italiana sia non solo presente ma anche visibile nella sua rappresentatività nella vita sociale, culturale e politica conteale. Possiamo orgogliosamente affermare che un rappresentante della minoranza italiana presiede all’Assemblea della Regione, che, quali fondatori, aiutismo e sosteniamo l’attività della Scuola media superiore in lingua italiana, che siamo presenti con contenuti e supplementi speciali nelle pubblicazioni della Casa editrice Edit, e che alla recente sessione assembleare abbiamo dedicato un intero
blocco tematico all’analisi e al rinvenimento delle soluzioni per venire incontro all’Edit dopo che le è venuto meno il sostegno finanziario dello Stato. In qualità di presidente, mi sono sentito molto inorgoglito nell’appurare che la delibera inerente all’iniezione di mezzi finanziari all’Edit, abbia avuto l’approvazione unanime di tutti i consiglieri. Questa è stata solo la conferma del pieno rispetto e del suo status di segmento particolarmente rilevante della nostra identità plurinazionale e pluriculturale. Il ruolo della Comunità degli Italiani di Fiume, come pure delle Comunità degli Italiani operanti nelle altre città della Regione è di grande rilevanza anche nella cura che viene data alla pruiennale valida collaborazione politica ed economica con la Repubblica Italiana e in particolare con le amiche regioni del Friuli -Venezia Giulia e Veneto. Sono convinto che anche in futuro manterranno la funzione di ponte nel processo di rafforzamento di tali legami. Alla Comunità degli Italiani di Fiume formulo i migliori auguri per i settant’anni di vita cogliendo nel contempo l’occasione per ringraziarvi dei vostri validi, duraturi e ricchi programmi d’attività con cui non solo curate e mantenete la vostra identità nazionale bensì contribuite all’arricchimento dell’intera nostra comunità. Zlatko Komadina presidente della Regione litoraneo-montana
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Vojko Obersnel, Sindaco della Città di Fiume
Meriti nella promozione della cultura del dialogo
Fiume è città della tolleranza e dell’accettazione, ambiente cosmopolita aperto e rispettoso delle molteplici diversità religiose, culturali e nazionali. Saggi e valenti, i Fiumani hanno saputo sempre mantenere il modo di vivere fiumano e fare della città una piacevole sede di vita. È tale rispetto e spirito europeo che ci induce ad all’ascolto e alla condivisione che ha portato a Fiume il titolo di Capitale europea della cultura 2020, un progetto che assegna un posto di rilievo anche agli appartenenti alla minoranza italiana autoctona di Fiume. A Fiume, ritengo, gli appartenenti ad ogni minoranza avvertono e partecipano a questo modo di vivere tipicamente fiumano che, nei concetti, le modalità e l’azione, è fatto proprio dalla Città di Fiume quanto dalle varie istituzioni e organizzazioni cittadine. La Città appoggia in vario modo l’attività delle comunità minoritarie, fra cui, è ovvio, figura l’associazionismo all’interno della minoranza italiana.
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Il riconoscimento dell’autoctonia della minoranza italiana è sancito dallo Statuto cittadino. Il concetto ivi contenuto non implica nuovi diritti né alcun privilegio rispetto alle altre, bensì la interpreta come riconoscimento e rispetto delle circostanze e del retaggio storico e culturale. Tale status è fissato nella legislazione croata dalla Legge di riconoscimento del Trattato fra Croazia e Italia sui diritti delle minoranze approvato dal Sabor nel 1997. Lo Statuto cittadino prevede che la Città assicuri agli italiani, in quanto autoctoni, l’uso della propria lingua e scrittura nelle questioni pubbliche facenti capo alle competenze dell’autogoverno cittadino. Ciò significa che essi si possono rivolgere per iscritto in italiano e noi siamo nell’obbligo di assicurare che tutti tali scritti, richieste, ecc. siano tradotti e avviati all’usuale procedura. Purtroppo gli appartenenti alla nazionalità italiana si servono nella vita quotidiana molto sporadicamente di tale diritto.
Allo stesso modo la Città ottempera all’obbligo di assicurare e sostenere, entro le proprie possibilità, l’attività educativa e culturale della minoranza italiana, derivante dal medesimo articolo dello Statuto. La rappresentanza della minoranza italiana è assicurata pure nel Consiglio cittadino con la nomina di un consigliere fra le file minoritarie. Oltre che nella CI, la sua attività si estrinseca pure per tramite del Consiglio della minoranza eletto a decorrere dal 2003 in base alla Legge costituzionale sui diritti delle minroanze naionali. CI e Consiglio collaborano sia con la Città che fra loro. Dato che la CI di Fiume festeggia i settant’anni, per finanziare l’anniversario sono stati assicurati mezzi aggiuntivi per tramite del Programma delle necessità pubbliche nella cultura e il bilancio cittadino. Va anche detto che quella fiumana è la maggiore Comunità degli Italiani con grandi meriti nella promozione di iniziative culturali e artistiche, ma anche sociali e sportive, al fine precipuo di mantenere in quest’area l’identità italiana. Le attività vengono promosse dalle sue diverse sezioni. Citerò qui la SAC "Fratellanza", i cori, i minicantanti, il "Collegium Musicum Fluminense", le Sezioni artistiche, il gruppo "Bele fiumane" o la Scuola Modello" con i suoi corsi di lingua italiana, il Centro di musica classica, come anche la pubblicazione di questa rivista annuale e altro ancora.
Secondo il censimento del 2011, a Fiume vivono 2445 appartenenti alla nazionalità ossia l’98% della popolazione. Il mantenimento del suo patrimonio linguistico e culturale si realizza per tramite di asili, scuole elementari e medie, alla Facoltà, nonché al Dramma Italiano e nei media quali Radio Fiume, l’editrice EDIT e le testate "La Voce del Popolo", "Panorama" "La Battana" e "Arcobaleno. Per quanto concerne l’istruzione e l’educazione nella loro madrelingua, gli italiani fruiscono di nidi e asili con programmi adeguati all’intera giornata, nonché delle scuole elementari e quella media superiore. Così, al programma ordinario in italiano nell’asilo Rijeka sono iscritti 145 bambini ripartiti in sette gruppi educativi nelle sedi Mirta, Zvonimir Cvijić, Gabbiano, Topolino, Belveder e Gardelin. L’istruzione e l’educazione nelle scuole elementari in lingua italiana si svolge nelle Scuole elementari San Nicolò, Gelsi, Belvedere e Dolac. Nell’anno scolastico corrente, gli alunni sono complessivamente 545. Da rilevare inoltre che, in collaborazione con l’Unione italiana, la Città si prepara a costruire per le necessità della minoranza, un nuovo asilo nel rione di Krnjevo. L’erezione dell’edifico verrà finanziata dall’UI, mentre la Città si è assunta l’onere della parte giuridico patrimoniale del progetto. L’istituzione sarà inserita nell’Asilo Rijeka. Qui figura pure il Dramma Italiano che, operante all’interno del teatro nazionale croato fin dal 1946, da allora ad oggi allestisce opere in italiano in primo luogo per la minoranza che vive a Fiume, in Istria e nel Litorale croato e sloveno. Le sovrascritte con la traduzione croata introdotte una quindicina d’anni fa hanno permesso il superamento della barriera linguistica per cui gli spettacoli possono essere segui-
ti pure dal pubblico di lingua non italiana. I suoi primi attori nella Fiume postbellica erano in genere dilettanti, tuttavia ben presto il complessò si rafforzò con l’arrivo di professionisti non di rado provenienti dall’Italia. La prima stagione venne ufficialmente inaugurata il 26 novembre 1946 con l’allestimento del goldoniano "Burbero benefico" per la regia di Emilio Della Gatta. Goldoni è peraltro l’autore più rappresentato dal Dramma, che con "Mirandolina" (La locandiera festeggerà tra breve anche i 70 anni d’attività. Tradizionalmente ampio, il repertorio del Dramma Italiano spazia da autori italiani a quelli di livello mondiale, da Euripide e Pirandello agli scrittori contemporanei. La validità del complesso è stata sancita da premi e riconoscimenti in Croazia e in Italia. Grazie alle tournée italiane, il Dramma ha ulteriormente consolidato la propria missione di ponte, ieri come oggi, fra i popoli e le culture delle due sponde adriatiche. Già da oltre un ventennio la Città di Fiume partecipa al finanziamento dell’attività culturale della CI di Fiume. Il programa d’attività comunitario è più ricco di quelli delle altre comunità minoritarie, e comprende pubblicazioni e concerti. Nella sezione Arti figurative sono particolarmente presenti i ceramisti della Sezione Romolo Venucci, eccezionale testimone dell’evoluzione delle arti figurative in città. Qui va citata anche la prof. Erna Toncinich che pure, con la sua attività pedagogica ha mantenuto quest’attività ad un alto livello. Allo stesso modo la Sezione per la cultura della Città ha supportato a più riprese l’organizzazione dei programmi connessi alle Tradizionali Giornate della Cultura italiana nella RC promosse dall’Istituo italiano di cultura di Zagabria. Cito qui ancora i media, ossia
la RTC – Radio Fiume la cui redazione emette i notiziari in lingua italiana per ben tre volte al giorno. Ovviamente qui va ricordata pure l’ineludibile Voce del Popolo che, frutto di una lunga tradizione e del coscienzioso lavoro di generazioni di giornalisti, è divenuta uno dei segni distintivi della città. Vanno qui citati pure gli intellettuali che hanno dato il timbro alla scena culturale cittadina, come Giacomo Scotti che, seppur non fiumano per nascita, è autore di un opus letterario che gli ha fruttato il Premio Città di Fiume per l’opera omnia, e ancora Francesco Drenig, i letterati Alessandro Damiani e Marisa Madieri, le attrici sorelle Gramatica, l’architetto Bruno Angheben e molti altri. Allo stesso modo, grazie all’attività della Comunità degli Italiani, è stato istituito un dialogo e una feconda collaborazione con il Libero comune di Fiume, ossia gli Esuli che la Città accoglie ogni anno nella Giornata di san Vito. Ritengo opportuno inoltre rilevare che, in uno spirito di tolleranza e reciproca considerazione, la Comunità degli Italiani mostra comprensione anche per i programmi delle altre associazioni nazionali di Fiume mettendosi da anni a loro disposizione offrendo ospitalità a quelle fra esse che non dispongono in proprio di spazi idonei all’allestimento di programmi culturali specifici, nonché ospitando la tradizionale Rassegna etno. Concludo congratulandomi con la Comunità degli Italiani di Fiume per i 70 anni di un’opera intensa e produttiva, e augurando a tutti gli appartenenti alla minoranza italiana di Fiume di continuare a custodire e a curare con successo il proprio retaggio culturale, la lingua ed i costumi in modo da essere motivo d’arricchimento per i loro figli, la comunità ma anche tutti gli abitanti della nostra bella città.
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Adriano Chiodi Cianfarani, Ambasciatore della Repubblica d'Italia a Zagabria
Continuo il sostegno della nazione d'origine
La concomitanza che vede celebrarsi quest’anno il 70° anniversario della nascita della Repubblica Italiana ed il 70° anniversario della nascita del Circolo Italiano di Cultura di Fiume, oggi Comunità Italiana, riporta la memoria a tempi ben diversi per i nostri connazionali in Istria e nel Quarnaro. Dal 1946 ai giorni nostri molto è cambiato per la Minoranza autoctona italiana e per i rapporti fra Italia e Croazia. I due Paesi oggi condividono la comune appartenenza all’Unione Europea e alla NATO, in un rapporto forte, cementatosi nel corso degli anni, grazie anche alla comune visione dei propri interessi, tanto sul piano bilaterale quanto nella cornice regionale, come pure a livello globale. In questo quadro i due Paesi si relazionano basandosi su grande fiducia reciproca, avendo saputo
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scrivere pagine nuove di vicinanza e amicizia. Relazioni che sono sempre rimaste, anche nei momenti più difficili, indissolubilmente e profondamente legate, da una comunanza di radici storiche e culturali, che partono fin dall’antichità ed arrivano ai giorni nostri. Oggi la collaborazione fra Italia e Croazia si traduce in intensi rapporti, tanto sul piano dell’interscambio, quanto su quello degli investimenti diretti, con margini di crescita ancora assai ampi e tutti da esplorare. Analogamente sul piano culturale i rapporti tradizionalmente di altissimo livello, sono destinati a ricevere ulteriore impulso dallo scambio di stagioni culturali, che vedranno la Croazia presentarsi in Italia nel 2017 e l’Italia in Croazia nel 2018, con iniziative tese ad evidenziare quanto di meglio i due Paesi esprimano oggi in questo importante ambito di collaborazione. In tale contesto un fattore fondamentale di unione fra i due Paesi è rappresentato dalle minoranze autoctone presenti tanto in Croazia, quanto in Italia. Si celebrano quest’anno anche i 20 anni del "Trattato tra la Repubblica Italiana e la Repubblica di Croazia sui diritti delle Minoranze", un importante strumento del quale si registra la soddisfazione per il suo stato di attuazione, con il forte auspicio di una sua completa attuazione attraverso la graduale estensione del trattamento concesso alla Co-
munità Nazionale Italiana in Istria, anche alle altre aree di tradizionale insediamento della stessa Minoranza italiana. Come è noto, l’Italia annette grande rilievo alla tutela dei diritti della CNI, consapevole del valore che essa riveste per rinsaldare ulteriormente i legami storico-culturali fra Croazia ed Italia, ma anche – e sempre più - quelli in campo economico. Continuo è l’impegno ed il sostegno del Governo italiano per la Minoranza autoctona. Impegno e sostegno di carattere certamente politico, ma anche finanziario, per iniziative in ambito culturale, scolastico, dell’informazione, nonché in campo socio-economico. Costante è inoltre il flusso di visite da parte di rappresentanti del Governo e del Parlamento italiano, a conferma di un’attenzione che non è venuta mai meno nel corso del tempo. È quindi con estrema soddisfazione che mi sento partecipe di queste celebrazioni. A poco più di un anno dal mio insediamento, posso confermare la vitalità e l’entusiasmo di una Comunità, quella di Fiume, che da 70 anni difende ed esalta la specificità della sua (e nostra) lingua e cultura, attraverso numerose attività che contribuiscono a mantenere la Comunità viva e unita. L’Ambasciatore Adriano Chiodi Cianfarani
Paolo Palminteri, Console Generale della Repubblica d'Italia a Fiume
Diffondere i valori della cultura italiana
Appena un anno dopo la fine della seconda guerra mondiale, e mentre il Trattato di Pace veniva ancora negoziato, gli italiani di Fiume fondarono il Circolo Italiano di Cultura, primo nome di quella che è oggi la Comunità degli Italiani. Il settantesimo anniversario, che celebriamo quest’anno, testimonia quanto sia profondo il sentimento italiano in questa città, cui le vicende del primo dopoguerra avevano conferito notorietà mondiale. Testimonia come la cultura italiana, assieme a quella austro-ungarica e a quella croata, sia parte costituente dell’anima della città. Testimonia come la Comunità degli Italiani in settanta anni, di cui molti assai difficili, non abbia mai cessato di essere il punto di riferimento di tutti i connazionali e Palazzo Modello un centro da cui irradiare la lingua e la cultura italiana. Neppure quando gli italiani a Fiume divennero in pochi anni una ridotta minoranza, videro diminuire l’importanza del Circolo, come ancora oggi affettuosamente sento
chiamare la Comunità. Avere una grande storia alle spalle impone la necessità di costruire un futuro all’altezza. Un compito che spetta non solo alla dirigenza della Comunità, ma a tutti i soci. Oggi Italia e Croazia condividono il progetto europeo, sono parte della stessa alleanza militare, e presto condivideranno anche moneta e frontiere. In questo nuovo e più favorevole clima, quale deve essere dunque il ruolo della Comunità degli Italiani? Le numerose ed importanti attività della Comunità restano sempre essenziali per evitare l’assimilazione alla lingua e cultura della maggioranza, un pericolo che è sempre presente per l’esiguità numerica degli italiani. Ma dobbiamo pur sempre ricordare che noi italiani siamo portatori di una grande cultura che nel corso dei secoli ha dato un contributo inestimabile al progresso spirituale dell’umanità. Per questa ragione, io credo che oggi la Comunità degli Italiani deb-
ba essere non solo la casa di tutti gli italiani ma debba anche diventare un centro di diffusione di lingua e cultura italiana per tutta la cittadinanza, aprendo, anzi spalancando, senza timori le sue porte anche alla maggioranza. Quanto più la cultura italiana tornerà ad essere un patrimonio diffuso di tutti gli abitanti di Fiume, indipendentemente dalla loro nazionalità, tanto più si rafforzerà la posizione degli italiani. In questo compito la Comunità degli Italiani non è sola: può infatti contare sulla funzione indispensabile che svolgono gli asili e le scuole, sulla presenza di due istituzioni rilevantissime della nostra comunità nazionale, l’EDIT ed il Dramma Italiano, e sulla presenza della sede stessa dell’Unione Italiana. Ed inoltre, potrà fare costante affidamento sul sostegno del Consolato Generale, che non verrà mai meno! Paolo Palminteri
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Alessando Rossit, direttore dell'Università Popolare di Trieste
Quattro decenni di rapporti
Dei settant’anni della Comunità degli Italiani di Fiume ne ho "vissuti direttamente" trentasette, tanti sono dacché lavoro all’UPT. I primi contatti hanno riguardato gli accompagnamenti dei conferenzieri e alle famose gite dopocorso. Posso dire di aver avuto fin da allora un rapporto molto vicino, con la CI fiumana.
Il rapporto si è poi istituzionalizzato con gli anni: tappa importante è stata la ristrutturazione della sede nel 2001/2002 con i mezzi stanziati dal Governo italiano. Dati gli anni passati, evocare tutti i presidenti diventa difficile, ma posso dire che tale rapporto si è mantenuto con la signora Marot, presidente in carica, e lo stesso va detto in rapporto alla precedente, Agnese Superina, purtroppo scomparsa. È stato, così, va ribadito, con tutti coloro che si sono avvicendati alla carica in questi 37 anni. Dunque un rapporto positivo con la Comunità più importante e numerosa fra tutte le cinquanta oggi attive che si è allargato a tutte le istituzioni che fanno capo a Fiu-
me che è una colonna portante della minoranza, sia come Comunità, data la diversificazione della sua attività, sia per la presenza istituzionale all’interno della città. Mi auguro pertanto che continui - pur tenendo conto delle non poche difficoltà del momento - ad essere attiva e propositiva come lo è stata in tutti questi anni. Stiamo infatti attraversando un momento difficile dal punto di vista finanziario, che tocca tutte le CI. Purtroppo Fiume può contare unicamente sui fondi previsti dal Governo italiano e non su altre fonti, per cui, la sua posizione si presenta, direi, forse più difficile rispetto a quelle Comunità dell’Istria che possono contare su altri finanziamenti.
Guido Brazzoduro, Sindaco del Libero comune di Fiume in esilio
Dialogo, i fiumani tra i primi
È sempre momento di vanto ricordare che i Fiumani esuli siano stati tra i primi a riprendere il dialogo con la città, più di vent’anni fa, attraverso un rapporto stretto dapprima con la scuola e, conseguentemente anche con la Comunità degli
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Italiani. Una situazione che ho ereditato e nel tempo è diventata sempre più pregnante tanto da presenziare oggi a reciproche iniziative e ad organizzarne alcune congiunte. Essere riusciti a realizzare nel 2013 la grande manifestazione "Sempre Fiumani" è stato un traguardo ma anche una promessa per il futuro. Con la CI in occasione di San Vito, incontriamo ogni anno il sindaco della città il che ci permette di fare il punto su un rapporto che ci gratifica per l’attenzione che viene dimostrata nei nostri confronti: non a caso quando nel 2013 abbiamo proposto di far sfilare la Fanfara dei bersaglieri la risposta dell’am-
ministrazione è stata un "sì" convinto. Sempre importante soprattutto per i giovani è la premiazione dei temi degli alunni alla SMSI, che si fa nella ricorrenza di San Vito, unitamente alla Società di Studi Fiumani di Roma. La città si sta preparando a diventare Capitale europea della Cultura nel 2020 e noi vorremmo vedere impegnati i nostri figli, con progetti ed iniziative. È un bisogno che hanno espresso e che il Libero Comune intende supportare per dare corpo e rendere più visibile e concreta la collaborazione e la nostra presenza nella città.
Settimana della Cultura, tanti eventi • di Gino Babudro
Rinnovata espressione dell'anima fiumana
...Semo diventà minoranza E non se demo importanza Anche se non semo in molti Se vantemo de esser colti De gaver tramandado la cultura Ala nostra generazion futura...
ma edizione della Settimana della cultura fiumana, la più importante e significativa fra le manifestazioni che pure stavolta hanno impegnato la Comunità nel corso dell’anno. Ma seppur esile, il fascicolo è non meno pregnante, tanto che la sera-
Seppur molto malata, Aurelia Klausberger fu ospite vivace e partecipe alla serata di presentazione dei suoi versi, a cui fra gli altri presero parte Nevia Rigutto, Alida Delcaro e Bruno Petrali.
Con la presentazione dello smilzo fascicolo intitolato Pasegiando per Fiume contenente quelli che Aurelia Klausberger, l’autrice, aveva modestamente definito "versi alla bona", è iniziata in giugno la deci-
ta, oltre a registrare il tutto esaurito, ha messo in luce tutta la profondità del senso d’appartenenza alla città dell’autrice, l’amore per il dialetto e il rispetto delle nostre tradizioni di cui la CI si propone d’essere il primo
e più fedele custode. La lettura dei versi ha dato la stura al susseguirsi anche fra il pubblico degli slanci del cuore, sfoghi dell’anima, l’insopprimibile volontà di manifestare in versi semplici il dialetto familiare, avvertibili nell’abbondante trentina di composizioni, come acutamente rilevato nella prefazione da Giacomo Scotti. Un’iniziativa di duplice valenza, in quanto da una parte ha premiato le fatiche di un’attivista presente in Comunità da una vita, dall’altra ha permesso a questa di offrire un ulteriore contributo ai festeggiamenti per il settantesimo della fondazione. Da tempo malata, l’autrice verrà meno poco più di due mesi dopo. Altra nota particolare alla serata è venuta dall’inossidabile Bruno Petrali che ha recitato "Città mia e non mia" e "Appuntamento con l’amico defunto," due poesie con cui Osvaldo Ramous ha unito lo sconfinato amore per Fiume città all’estrema del golfo, irrequieta che non vive che nelle parole sue e dei pochi che gli rassomigliano, veterani di fughe mancate, al doloroso tema
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della transitorietà delle cose umane, per cui, pur avvisato della morte improvvisa dell’amico, si reca all’appuntamento in precedenza concordato. Ci va in anticipo anzi, poiché, nota con un filo d’ironia, è sconveniente farsi aspettare da un morto. Ordina il vino e due bicchieri, nel trascorrere del tempo di un appuntamento che l’altro ha palesemente disertato, come lui stesso, ammette, talvolta aveva fatto nel passato. Ma la prossima volta ci vediamo, ché ci saremo tutti e due, è la rassegnata conclusione. La serata è stata aperta dai minicantanti che, diretti dal maestro Sanković, hanno accompagnato Nevia Rigutto, altra fiumana ben nota e apprezzata il cui amore per la città viaggia "sulle lunghe distanze", dato che vive in Svezia, nonché partecipato alla promozione del suo album intitolato "San Vito". A Nevia si è pure affiancata Alida Delcaro in un potpourri di canzoni fiumane e italiane. Serata come detto, all’insegna di una sentita compartecipazione di tutto il pubblico che ha gremito il salone, e fra cui vi erano diversi rappresentanti degli esuli, nonché Simona Malpezzi, deputato alla Camera e componente la Commissione cultura, le cui due figlie sono pure inserite nei minicantanti. Se la serata di sabato ha segnato l’"entrata nel vivo", degno è stato il
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seguito di lunedì, in cui il discorso è partito dalle arti visive. Le sezioni Pittura, batik e ceramica della Romolo Venucci hanno allestito nella sala esposizioni una mostra dei loro lavori. Ha fatto quindi seguito, nel grande salone, una serata d’intrattenimento con la partecipazione dei gruppi Filodrammatica Giovani e Cucal in camiseta, nonché dei "critici di turno" delle cose fiumane ben noti come Franzelin e Carleto. In una serie di spassosi sketch i filodrammatici hanno "puntato il dito" sulle più acute "questioni aperte" della vita d’oggi. Così, un esilarante "corso d’aggiornamento" è stato dedicato al modo in cui la donna oggi si deve obbligatoriamente vestire, come camminare e come truccarsi se vuol essere "alla moda". "Viva la resistenza" invece ha riunito il passato e il presente intorno a un posto di blocco di confine, per cui anche il contrabbando di una bottiglia d’acquavite può tornare (come lo è già stato, come ricorderà bene chi ha qualche anno in più) a costituire un problema serio su linee di demarcazione a noi troppo vicine, su cui in tutta fretta sono tornati anche i reticolati per fermare la marea di sventurati che fuggono dalle aree in cui spadroneggia gente che vede proprio nell’acquavite uno dei nemici da combattere con maggior accanimento.
Il giorno dopo, a cattedrale gremita, si è svolta la messa solenne celebrata come ormai da tradizione mons. Eugenio Ravignani, vescovo emerito di Trieste, coadiuvato da padre Piotr Modrzejewski e da don Giuseppe Vosilla, da decenni ormai apprezzatissimo parroco di Buccari, a cui proprio il giorno prima era stato conferito il titolo di monsignore e canonico onorario dell’arcidiocesi fiumana. Quanto tale festa sia sentita dalla nostra gente è testimoniato dal fatto che sul sagrato e nelle calli adiacenti il fiumano era decisamente ...la parlata vincente. Nell’omelia, riferendosi al Giubileo della Misericordia, mons. Ravignani ha espresso la necessità di rivolgersi "alle persone dubbie alla fede con dolcezza e affetto e non esprimere un giudizio di rimprovero" in quanto attraverso la morte della misericodia veniamo accolti nel mistero dell’amore della fede come venne accolto il giovane Vito". Al rito hanno partecipato fra gli altri Orietta Marot e Marin Corva in rappresentanza della CI, il console Paolo Palminteri, pure impegnato nelle letture bibliche; Amleto Ballarini e Marino Micich della Società di Studi Fiumani. Al termine del rito, Guido Brazzoduro, rappresentante, assieme a Laura Calci e Mario Stalzer, del Libero Comune di Fiume in esilio, ha ringraziato le autorità ecclesiastiche a nome della Comunità riunita. Nuovo significativo appuntamento nella serata del 15 per la presentazione dello Stradario di Fiume, il corposo volume (270 pag. formato grande) in cui Massimo Superina, figlio di fiumani esiliati, ha raccolto nel suo divenire, come detto nel sottotitolo, le denominazione di piazze,vie, calli e moli, dal Settecento ad oggi in modo tale che il lettore riesce egregiamente a inquadrare i vari momenti in cui l’evolversi della storia si riflette sulle idee correnti in città e sulle relative decisioni di modifiche più o meno radicali alla toponomastica fino ad allora in uso.
Fiume ad esempio, ha ricordato Mario Simonovich, è una delle città di quest’area che per decenni ha esibito le targhe con i numeri civici prive della via, indicate invece solo sugli angoli delle case, nei punti nevralgici, su targhe in pietra. Perché questa assenza? Appare ragionevole pensare che risalga alla "rivoluzione" apportata subito dopo l’avvento del regime jugoslavo che ad esempio intestò all’Armata Rossa il Corso che prima portava il nome di Vittorio Emanuele III. L’iscrizione del nome su ciascuna targhetta di pressoché tutte le vie e piazze sarebbe stata onerosa allarga il discorso agli eventi storici riportando inoltre aneddoti ed anche materiale pubblicitario dell’epoca. Alla serata è stato quindi reso omaggio ad Amleto Ballarini, a cui, alla vigilia della festa di san Vito, era stata consegnata la Targa d’oro della Città di Fiume. Ripercorrendo i momenti della collaborazione fra esuli e rimasti, risalenti a quel 1989 in cui si svolse il primo incontro fra Ballarini e i dirigenti della CI e dell’Edit, ha sottolineato il ruolo che questa ha avuto nel processo di ricomposizione e nella conferma della secolare presenza italiana in città, di regola sottaciuta o minimizzata dalla storiografia croata. Una prova del fatto che le cose stavano cambiando è venuta nel 2002 con pubblicazione del volume Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni realizzata in comune dall’Istituto croato di storia di Zagabria e la Società di studi fiumani di Roma. Il conferimento della Targa, ha rilevato, è un riconoscimento alle molteplici attività che la Società ha svolto in questi anni, non ultimo il contributo alla mostra fotografica "Un secolo di ricerche archeologiche a Fiume" in Corso. Fra il pubblico in sala figuravano il console Paolo Palminteri, il presidente del Libero comune di Fiume in esilio Guido Brazzoduro e il vicepresidente dell’UPT Manuele Braico.
Le visite di Garavini e Malpezzi Fra gli ospiti italiani alla Comunità vanno citate in particolare Laura Garavini e Simona Malpezzi. Nata a Vignola, laureata in Scienze politiche a Bologna, Garavini - che ha visitato la CI alla metà di ottobre - è deputata del Partito Democratico, eletta nella circoscrizione Europa. Simona Malpezzi, di Cernusco sul Naviglio, si è laureata all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con una tesi su Amintore Fanfani. Da sempre interessata in parallelo alla politica
e all’insegnamento, si occupa in specie della dispersione scolastica, e dell’alternanza scuola – lavoro. Aderito nel 2009 al PD, è stata eletta nel 2013 al Parlamento. Avendo casa il marito a Kostrena, le due figlie frequentano le scuole italiane a Fiume e fanno parte dei minicanti. Espresso il loro apprezzamento per l’attività comunitaria, le due deputate hanno espresso la loro massima disponibilità a darle ogni possibile sostegno. Nel contempo gli italiani di Fiume sono stati invitati a ad aderire al referendum affermativo in preparazione in Italia.
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Gli ospiti padovani della cooperativa "Alberto Cavalletto" e della rivista "Opinioni Nuove Notizie" (da sinistra) Giulio de Rénoche, Sandro Gherro e Patrizia Rossetti nonché la vedova di William Klinger Francesca Boscarol che hanno partecipato al convegno in memoria dello storico fiumano, qui con la presidente CI Orietta Marot.
Nella giornata successiva, giovedì 16, il fulcro della Settimana si è spostato decisamente al Liceo dove in mattinata sono stati consegnati i premi agli alunni delle nostre scuole partecipanti al Concorso per san Vito. In serata, nuovo inusuale momento nel cortile interno dell’edificio con il "Caleidoscopio musicale" offerto dal violista Franco Squarcia ed il pianista e compositore Aleksandar Valenčić. La stessa scelta del posto ha costituito una sorpresa molto piacevole: era la prima volta che lo spazio dell’edificio rinnovato veniva usato a tale fine. Comunità di nuovo protagonista nella giornata di venerdì con il miniconvegno di studio "L’italianesimo in Istria, Fiume e Dalmazia" promossa dalla rivista "Opinioni Nuove Notizie" e dalla cooperativa "Alberto Cavalletto" di Padova. Un’iniziativa felicemente ambivalente in quanto la trattazione del tema ha voluto essere nel contempo un omaggio allo storico concittadino William Klinger morto in seguito ad un’aggressione subita a New York nel gennaio dell’anno scorso. Le relazioni, presentate da Giulio de
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Rénoche, Paolo Sardos Albertini, Patrizia Rossetti e Sandro Gherro, hanno toccato gli avvenimenti più salienti a decorrere dalla caduta della Serenissima alla tragedia delle foibe e dell’esodo alla luce delle ricerche di Klinger. A lavori conclusi il prof. Gherro ha donato alla presidente della CI Orietta Marot copia degli Atti del convegno di Ravenna a cui nel 2014 aveva partecipato Klinger. A Padova è stata anche decisa la formazione di un Comitato per promuovere la raccolta e la pubblicazione dei suoi scritti minori a
cui hanno aderito una trentina di ricercatori e di istituzioni in nome dello slogan dello studioso "per la verità della storia, per la storia della verità". Si vuole così degnamente onorare una figura illustre i cui meriti sono stati sanciti l’anno scorso anche con l’assegnazione postuma del Premio Città di Fiume. Sabato 18 ha dominato la musica, offerta nella fattispecie dalla seconda visita in Comunità del coro "I giocosi di Trieste" diretto dal maestro Salvatore Zannerin, che ha presentato una serie di brani classici, operistici ed anche canzoni popolari la cui esecuzione si è arricchita di una brillante immediatezza e gestualità, con accenni scenografici e coreografici, il tutto rielaborato in chiave polifonica. Dunque una musica di alta qualità corredata da un impatto visivo e gestuale unico. Sul filo del discorso iniziale con cui la presidente Marot ha espresso la sua gratitudine per quanto fatto durante l’anno dagli attivisti, è seguito un intrattenimento sociale in cui soci e ospiti si sono uniti con grande allegria. Come tradizione vuole, la manifestazione si è conclusa domenica con il tradizionale torneo di briscola e tressette seguito dalla rassegna culinaria fiumana a cui, come detto nell’invito, potevano aderire "tutti i buongustai e cuochi dilettanti, nonché amanti della cucina fiumana".
Il Coro Fedeli Fiumani ha 25 anni di vita • di Bruno Bontempo
Canto e fede anche come retaggio culturale
Il coro a Spinea nel 2009
Espressione artistica presente con continuità pressoché ovunque, fin dai primordi della storia, la musica corale, come la intendiamo noi oggi, ha origine nel canto cristiano dei primi secoli. Come risulta dalle sacre scritture, il canto era una pratica diffusa già nella civiltà ebraica e lo stesso Gesù Cristo, insieme ai suoi discepoli, sarebbe stato un cantore: "E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi", scrive Marco nel suo Vangelo. La scoperta della polifonia favorì, dopo l’anno Mille, la nascita delle caratteristiche foniche moderne, le quali si allargarono anche all’aspetto corale, che da allora riveste un ruolo da protagonista nelle funzioni religiose.
Nel ‘200 nacque il Kyrie eleison, antica preghiera della liturgia cristiana, al cui canto si univano i fedeli presenti in chiesa. Un nuovo impulso a questo tipo di musica arrivò nel ‘500. In Italia la realtà corale vanta tradizioni antiche e di grande prestigio: a partire dal XIV secolo hanno fatto storia i cori dei duomi di Orvieto e di Perugia, della Certosa di Pavia, della Chiesa Santa Maria della Salute a Venezia, del Duomo di Asti... Un antico detto recita che "chi canta, prega due volte" mentre Sant’Agostino aggiunge che "il cantare è proprio di chi ama", il canto "è espressione della gioia del cuore, strumento più immediato e comu-
ne della preghiera: paradigma emotivo, propizia la commozione, la riflessione e la meditazione, unisce le diverse voci e, nello specifico liturgico, esalta il significato della Parola, dispone i cuori a Dio, favorisce l’unione dell’assemblea e ne permette la partecipazione più attiva". La musica e il canto pertinenti al culto religioso sono trattati al capitolo VI (Musica sacra) della costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, in cui si ribadisce che "l’azione liturgica riveste una forma più nobile quando è celebrata solennemente con il canto, con i ministri e la partecipazione attiva del popolo". Il gregoriano è considerato il canto proprio della liturgia roma-
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na ed il Concilio gli riserva il posto principale, ma non sono esentate forme diverse, soprattutto la polifonia. In seno alla Cattedrale di San Vito 25 anni fa è nato il Coro Fedeli Fiumani, che da allora anima tutte le S. Messe in lingua italiana. Un complesso che è stato capace di crescere e maturare, sia lungo il suo cammino di spiritualità, sia come esperienza artistica con l’elevata qualità del suo canto, la vocalità ornata, le sfumature, la grazia e la potenza interpretativa. Oggi rappresenta un’espressione di eccellenza in seno al vasto settore artistico della CNI, ma con proprie caratteristiche peculiari. Risorto praticamente dalle ceneri di un passato che rischiava di venir inghiottito dall’oblio, conseguenza di quasi mezzo secolo di rapporti alquanto precari tra potere politico e comunità ecclesiale della nostra minoranza etnica, con il suo impegno il Coro ha saputo riportare in superficie, e lo sta tramandando con cura, il patrimonio della musica liturgica e la testimonianza di fede del nostro passato, intesa non solo come culto vero e proprio ma pure come retaggio culturale. Uno dei promotori dell’iniziativa è stato Mario Zoia, già validissimo corista (basso) e solista della Sac Fratellanza, scomparso misteriosamente il 25 febbraio 2002 senza lasciar traccia. Oltre che artefice della nascita del Coro Fedeli Fiumani, assieme ad Ardea Juranić Ausilio, Carmela Poljanić, Maria Grazia Frank, sempre molto attiva, oggi responsabile del coordinamento dei vari pellegrinaggi cui il Coro partecipa, e Antonio Mozina, Zoia ne è stato anche scrupoloso cronista ed ha lasciato preziosi appunti (inediti), dai quali ho potuto trarre notizie e memorie sui primi passi della corale. Bisogna andare indietro nel tempo e scorrere nei ricordi, un po’ tristi, che risalgono ai primi Anni ‘80, caratterizzati dalla scarsa e frammentaria presenza di conna-
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zionali alle S.Messe in lingua italiana, che già allora venivano celebrate settimanalmente a S.Vito, e ai timori per una possibile soppressione di questi appuntamenti di fede, scriveva nel 1992 il compianto Mario, la cui enigmatica scomparsa desta tuttora profonda commozione tra i fiumani. All’epoca le Messe italiane in Cattedrale venivano officiate senza i canti, che danno un determinante contributo al decoro e alla bellezza della celebrazione eucaristica, all’espressione della nostra fede e del nostro anelito spirituale. Assieme ad altre tre fedeli fiumane regolarmente presenti alle Messe italiane in Cattedrale, ottime voci di soprano, mezzosoprano, contralto, e tutte con una notevole esperienza di canti liturgici e musica sacra, iniziarono ad accompagnare il rito eucaristico con canti e melodie eseguite a cappella. Le loro voci si amalgamarono molto presto con buoni risultati, i fedeli apprezzarono queste esecuzioni e grazie al passaparola la presenza dei fiumani alle Messe aumentò di numero e contribuì a ridare vitalità alla nostra comunità di fedeli. Il quartetto di cantori, però, dovette affrontare tutta una serie di problemi, dalla scelta del repertorio, alla scarsissima disponibilità di spartiti musicali, dalla mancanza di una sala prove (che si svolgevano nella cucina di Carmela Poljanić, ancora oggi tra gli alti del nostro va-
lidissimo Coro), alla necessità di un accompagnamento musicale. Per fortuna accorse loro in aiuto Suor Regina Kristanić, organista della Cattedrale e dirigente del coro croato. Dall’archivio tirò fuori le canzoni in italiano e in latino, che non venivano eseguite da più di un ventennio, e per otto anni preparò e accompagnò all’organo il piccolo coro, che iniziò a crescere di numero con l’inserimento di altri elementi e già si cantava a tre e anche a quattro voci. In occasione delle festività il complesso poteva contare sul tenore Antonio Mozina, con una grande carriera solista alle spalle e tuttora attivissimo nell’organico della corale. Più tardi si unì al nascente Coro Fedeli Fiumani la soprano Adelma Capocasa. Personaggio notissimo a Fiume nell’ambiente musicale, virtuosa appassionata del canto, lasciato il Teatro per raggiunto limite d’età, aveva continuato la sua attività contemporaneamente in più di un coro cittadino: instancabile, onnipresente, iperattiva, assieme a Mozina aveva fatto compiere un ulteriore salto di qualità alla corale, cui rimase legata fin quasi alla morte, avvenuta dieci anni fa. Si arrivò così agli inizi del 1991, e sappiamo che l’ultimo decennio del secolo scorso, con l’indipendenza della Croazia, segnò un cambio radicale della situazione sociopolitica nel Paese, che significò anche il ripristino "ufficiale" delle festività
Il ricevimento, quest'anno, dal console Palminteri
L'esibizione nella chiesa del Carmelo
religiose. E a Fiume, per tradizione, una delle più sentite è stata sempre la festa patronale del 15 giugno, giorno del martirio di San Vito, che in quel 1991 si aspettava con comprensibile impazienza, eccitazione e curiosità. Ovviamente a S. Vito fervevano intensi i preparativi per l’attesa celebrazione, la prima dell’epoca post comunista, che si annunciava particolarmente solenne. Il coro croato della Cattedrale stava mettendo a punto un nuovo e ricco repertorio di canti per presentarsi in grande spolvero. E i nostri cantori si sentivano frustrati all’idea di questo confronto, numericamente impari. "Siamo così in pochi e di fronte all’esuberante coro croato rischiamo di fare una magra figura proprio in occasione di questa, che storicamente è sempre stata la festa di noi fiumani", ha scritto Mario Zoia, citando i comprensibili timori di Ardea Juranić Ausilio, corista della prima ora e oggi capo coro. Per la riunione liturgica dell’attesa festa patronale si era pensato di unire le forze con il coro misto della Fratellanza, in un momento in cui altri complessi, come quelli della "Lino Mariani" di Pola, alla luce dei cambiamenti democratici avvenuti in Croazia, avevano già varcato le soglie delle chiese per una serie di concerti. Era
un passo "storico", ma il presidente della nostra SAC, Aldo Bressan, fu irremovibile: concerti in chiesa sì, messe no, era stata la brusca risposta. Si cercò allora di rimpolpare le file del nascente coro con qualche elemento della Fratellanza, e la risposta dei singoli fu molto positiva. Il primo scaglione arrivato dalla Fratellanza comprendeva una dozzina di cantori e così rinvigorito da forze nuove, il Coro Fedeli Fiumani iniziò il suo percorso nel periodo di Quaresima del lontano 1991. Il debutto a Pasqua era stato più che lusinghiero e la vasta eco aveva contribuito a far arrivare altri elementi dal coro della Comunità, tra cui Nino Milavez, già noto solista della Fratellanza, il valido basso Vinicio Icio Brussi, poi Stellio Nacinovich, che si distinse anche come animatore della nuova compagine, il popolare, bonario e simpatico Roberto Pillepich Pile... Era un’esperienza nuova e stimolante che i coristi affrontarono con entusiasmo e passione, rimasti intatti fino ai giorni nostri. "Oramai si trattava di un coro a tutti gli effetti", scavo ancora tra gli appunti di Mario Zoia "ma per suor Regina l’impegno era diventato troppo gravoso e dovette rinunciare all’incarico, consigliandoci di trovare un
dirigente e un’organista. Fu lei stessa a suggerire il nome di Rosi Mohorić per l’accompagnamento musicale mentre per la direzione ci rivolgemmo alla maestra Lucia Scrobogna Malner". Dalle note di Mario Zoia passiamo ai ricordi di altre due protagoniste di questa bella storia, la maestra del Coro, Lucia Scrobogna Malner, e la capocoro Ardea Juranić Ausilio. "L’invito era allettante ma la mia titubanza più che comprensibile, poiché non avevo alcuna esperienza di musica liturgica - spiega la maestra Lucia -. Avevo lavorato per oltre dieci anni con il Coro femminile della Fratellanza, che alla fine degli anni ‘70 la compianta Giulia Šantić mi aveva chiesto di mettere in piedi. Ma la coralità liturgica è un genere che prevede la programmazione e la scelta dei canti secondo i vari tempi liturgici e le caratteristiche delle varie celebrazioni. Inoltre, all’epoca ero oberata dai tanti impegni di lavoro e di famiglia, per cui vincolai il mio sì alla sola festività di San Vito di quel 1991. E invece le cose andarono diversamente, tanto che a distanza di 25 anni sono ancora qua, felice e appagata". "Superammo in bellezza l’esame della festa del Santo Patrono, che probabilmente segnò la definitiva legittimazione del nostro Coro aggiunge Ardea Juranić Ausilio, considerata la memoria storica del Coro Fedeli Fiumani e sempre alla ricerca di nuovi spartiti di canti -. Si poneva, però, il problema di come andare avanti. Con la maestra Lucia per noi era stato un amore a prima vista e ci rattristava il pensiero che ci avrebbe lasciati. Cercammo di persuaderla a restare almeno fino alle ricorrenze di Ognissanti e dei Defunti, e per nostra fortuna accettò, ma a novembre era già tempo di prepararsi alla celebrazione delle domeniche del tempo di Avvento che precedono il Natale... Poi venne la Pasqua e seguirono in continuità altre celebrazioni del Santo patro-
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Ardea Juranić Ausilio
no, Avventi, Natali e altre Pasque... Sempre nuovi stimoli, la bravura e la pazienza della nostra maestra hanno consolidato l’impegno, la passione, l’entusiasmo dei cantori, si è instaurato un clima sereno e così siamo andati avanti per 25 anni. Tanto che oggi siamo qua a ricordare questo anniversario, indubbiamente un traguardo prestigioso e ricco di significati. Consolidato l’organico, abbiamo potuto pensare anche ad arricchire il nostro registro, che consta in cinque tipologie di canti propri delle celebrazioni eucaristiche festive di tutto l’anno liturgico, Avvento, Natale, Quaresima, Pasqua e le messe domenicali". La prof.ssa Lucia Scrobogna Malner ha ancora parole di lode per i suoi coristi. "Con mia grande soddisfazione, di volta in volta constatavo che tutti erano pronti ad affrontare con competenza e serietà la creazione dell’impegnativo repertorio, senza mai tirarsi indietro, senza mai accontentarsi del livello raggiunto ma cercando di fare sempre di più e sempre meglio. Ricordo che alla prima lettura dello spartito dell’Alleluja, tanti anni fa, qualcuno non mancò di esprimere delle perplessità: Temo non ce la faremo mai... quattro voci!... troppo difficile.... A quei tempi avevamo solo pochi cantori notalisti tuttavia, con la perseveranza, curando voce per voce, l’abbiamo assimilato e fatto proprio. Oggi quell’Alleluja non fa più paura... Ora stiamo affrontando una nuova sfida, l’impegnativo coro finale del Messiah di Haendel, L’A-
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gnello che fu immolato, il pezzo che chiude l’oratorio noto comunque soprattutto per l’Alleluja. Contiamo di eseguirlo per il 70esimo della CI. Il canto liturgico richiede grande coinvolgimento, slancio, agilità, ritmo e massima precisione nell’armonizzare i tempi di incastro con l’organista e il celebrante, c’è uno stretto legame tra canto, organo e sacerdote". Ecco appunto, il sacerdote. Che rapporto c’è con padre Piotr Modrzejewski, il religioso polacco che celebra le messe in italiano a S. Vito? "È molto esigente e scrupoloso nella scelta dei canti e nell’applicazione delle regole liturgiche, è contrario a cambiamenti e riduzioni, non gli piace che si applauda a messa. Però apprezza molto le nostre esecuzioni e quando siamo assenti alla Messa, perché fuori sede, non manca di sottolineare che gli siamo mancati..." sottolinea la capocoro Ardea. Anche l’organista ha un ruolo molto importante... "Rosi Mohović restò con noi per più di un ventennio, raro esempio di attaccamento e bravura. Dopo la sua scomparsa le subentrò Bruno Picco, ma la morte ce lo portò via dopo appena due anni. Da allora ad accompagnarci è il professor Draško Baumgarten, molto preparato e sempre disponibile". Il canto corale non ha età, tuttavia in seno alla CNI dobbiamo fare i conti con un inesorabile invecchiamento, che sta mettendo a dura prova molte sezioni della CI. "Il problema è un po’ meno acuto in seno al Coro Fedeli perché in confronto ai complessi della Fratellanza, la nostra età media è leggermente più bassa. Però in questi cinque lustri ci hanno lasciato una decina di coristi e due organisti. E poi ho qualche dubbio che dei giovani sarebbero pronti ad affrontare un impegno che ti coinvolge tutte le
domeniche mattina, oltre alle festività ed alla serate di prove, almeno due la settimana..." Tra il vostro Coro e la Comunità degli Italiani, i rapporti non sono stati sempre molto sereni... "Ci sono stati alti e bassi ma la sensazione è di esser rimasti sempre un po’ ai margini del sodalizio. Le ragioni? Forse per paura, assurda, della concorrenza, senza aver capito che siamo due cose, due anime diverse ma complementari. Qualcuno, addirittura, aveva osato affermare che il nostro obiettivo era di cancellare la Fratellanza e prenderne il posto?! Il primo a darci il benvenuto a Palazzo Modello, dopo la fondazione del Coro, era stato il compianto ex preside del Liceo, Corrado Illiasich, sottolineando che quella era anche casa nostra. Poi sono seguiti rapporti sanciti da messaggi, atteggiamenti, umori molto diversi e altalenanti, particolarmente con la Fratellanza. Per i primi 3-4 anni di attività del Coro la nostra maestra - unica eccezione tra le sezioni artistiche della CI - ha lavorato senza ricompensa. Abbiamo vissuto anche momenti di grande umiliazione e mortificazione quando siamo stati accusati di esserci impossessati di grandi quantitativi di aiuti umanitari, accuse riportate pure dal giornale e poi smentite, ma con titolature molto più piccole. Con la presidenza di Gloria Tijan sono stati appianati molti disguidi con la Fratellanza, ora con la presidente della CI, Orietta Marot, tutto è più facile". In seno alla CI il Coro Fedeli Fiumani gode di uno Status particolare. "In base allo statuto siamo sezione della CI ma i finanziamenti arrivano direttamente dal settore sociale e religioso dell’UI. Dalle dotazioni dobbiamo pagare i maestri e quello che resta dal budget viene usato per organizzare tre o quattro uscite, acquistare strumenti e le di-
Lucia Scrobogna Malner, 42 anni di insegnamento, quasi 40 di direzione corale
Il segreto? Armonia tra le diverse voci e identità Io la maestra Lucia la ricordo da quando frequentavo la settima classe alla scuola elementare italiana Gelsi. Era il 1963 quando venne assunta come insegnante di educazione musicale, chiamata a prendere il posto della prof.ssa - posso dire mitica ? - Aurelia Lesjak. Era il suo primo impiego e noi sicuramente non facemmo nulla per aiutarla, anzi, probabilmente le demmo anche del filo da torcere. "La direttrice della Gelsi, Damjana Počuča, si era rivolta al maestro Dušan Prašelj, all’epoca docente alla Scuola di musica, affinché l’aiutasse a trovare un sostituto per la prof.ssa Lesjak, andata in pensione - i ricordi della maestra Lucia richiamano alla memoria gli inizi della sua carriera di insegnante -. Il maestro Prašelj aveva saputo che la mia madrelingua era l’italiano e mi suggerì di accettare questo lavoro. Non avevo neanche ultimato gli studi che mi tirarono fuori da una scuola per mettermi dentro un’altra, anzi due, perché causa l’insufficiente monte ore, l’altra metà orario la completavo alla Mario Gennari, che poi cambiò nome in scuola elementare italiana S. Nicolò. E ci rimasi per 42 anni, inframmezzati da un periodo di insegnamento al Liceo e da qualche esperienza nelle scuole materne, quando le maestre d’asilo non erano ancora abilitate a promuovere e diffondere nell’infanzia la sensibilità sonora e la familiarità con la musica. E fino a qualche anno addietro, all’accompagnamento organistico delle nostre S. Messe più solenni, eravamo soliti affiancare quello dei flauti per uso didattico di un’orchestrina di bambini che frequentavano il Centro studi musica classica o le SEI, una prassi che dopo il mio pensionamento non è più stato possibile continuare. Comunque la scuola mi ha dato i fondamenti della direzione corale, iniziata con il complesso femminile della Fratellanza nel 1979 e continuata con i Fedeli Fiumani dal 1991 a oggi. La differenza, però, è notevole in quanto con i cori scolastici si canta a due voci, con gli adulti il vocalizzo può svilupparsi anche a quattro voci, a loro volta maschili e femminili. E poi sono persone adulte che dedicano buona parte del loro tempo libero a questa attività e tra loro hanno sensibilità molto diverse che vanno rispettate. Il canto corale è armonia tra le diverse voci e identità..." vise per i coristi..." Che cosa avete messo in programma per la festa di compleanno? "Sono tempi di magra e la festa sarà tutta in... famiglia. Abbiamo celebrato una Messa solenne, ci siamo concessi il lusso di un pranzo con il denaro della nostra cassa comune e una gita premio al Santuario di Monte Lussari. Inoltre siamo stati ospiti a casa del console generale d’Italia a Fiume, Paolo Palminteri, che non avendo potuto essere presente al nostro pranzo, con nostra grande sorpresa ci ha invitati a casa sua dove abbiamo trascorso un pomeriggio in allegria". Quali sono state le tappe fondamentali, i momenti più importanti del cammino del Coro? "Abbiamo cantato a Pirano, nel 1997, all’incontro dei leader politici
del centroeuropa. Il presidente italiano Oscar Luigi Scalfaro la mattina seguente è venuto a messa e si è intrattenuto con noi a lungo, al di là di quanto prevede il protocollo. Per l’occasione abbiamo eseguito un canto di Zajc che ha ascoltato con attenzione giudicando la nostra esecuzione con grande scrupolo. Siamo andati due volte a Roma, l’ultima delle quali per il Giubileo del 2000, ci siamo esibiti un po’ in tutto il Veneto e altre parti d’Italia, soprattutto negli anni della guerra in Croazia quando i rapporti erano molto stretti in virtù dei canali umanitari che erano stati aperti dal volontariato italiano. Le uscite in Italia sono state ottime occasioni per reperire gli spartiti di canti nuovi tanto che oggi abbiamo in repertorio undici messe! Nel 2011, assieme agli altri cori delle CI, abbiamo cantato all’Arena di Pola per
i presidenti Josipović e Napolitano, in Istria siamo stati ospiti di 14 parrocchie, sempre per il tramite delle locali CI, con unica eccezione quella di Buie, il cui parroco ci ha negato l’ospitalità". La vostra prima casa, comunque, è la Cattedrale di S. Vito... "Il precedente rettore, Ivoslav Linić, ci lasciava operare in piena autonomia, quello attuale, Matija Matičić, è diverso, ci segue più da vicino ed i nostri rapporti sono molto corretti e si preoccupa di farci trovare la chiesa sempre pronta per la celebrazione delle Messe in italiano. L’anno scorso ci ha inserito, assieme agli altri cori, nei festeggiamenti per il 15esimo anniversario di ordinazione episcopale del vescovo Ivan Devčić, che a sua volta non manca di venire a porgere gli auguri in italiano alla fine delle nostre Messe festive solenni".
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Spunti di un anno d'attività
Fratellanza sì ed anche molto attiva
Già da tempo si dice che si stanno sfoltendo i ranghi tanto della Comunità in genere, quanto, in specifico della Fratellanza. L’affermazione, ampiamente condivisa all’interno della comunità minoritaria, è senza dubbio veritiera, in quanto corroborata dai numeri. Non meno note e condivise sono le cause, che essenzialmente vanno cercate da una parte nel progredire dell’età – e con seguente scadere delle forze – nelle generazioni più anziane e, nel contempo, nell’affievolirsi dell’associazionismo nelle giovani generazioni. Fin qui tutti d’accordo. Poi, quando si passa ad analizzarne la cause, le valutazioni appaiono a volte anche notevolmente diversificate. Si va dall’ostruzionismo frapposto per decenni dai "vecchi" – su cui battono volentieri le generazioni di mezzo - al "palese disinteresse" sistematicamente, anzi no, progressivamente mostrato dai giovani, su cui insistono specie coloro che in Comunità ci sono arrivati prima, il che vuol dire, appunto
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i "vecchi". Si passa poi a diverse varianti, dalla scarsità dell’offerta alla mancanza dell’ascensore per cui fare i 60 gradini (c’è chi li ha contati: e sì, sono esattamente tanti) per parecchia gente in là con gli anni è tutt’altro che facile. Tutto vero, tanta gente, tanti connazionali un tempo presenti magari con notevole regolarità, ora non ce la fanno più a venire, non sono più fra i vivi, l’interesse è ridotto, l’attività minore rispetto al tempo della sala piena quasi ogni sera, ecc. Eppure, anche la Fratellanza si lascia alle spalle un anno d’intensa attività, un anno in cui, come fa fede la colonna dei dati posta qui a lato, ci sono state in primo luogo tante esibizioni in sede, sicché si può dire che non c’è stata manifestazione che non sia stata accompagnata dall’esibizione di singoli o di complessi. A queste si sono accompagnate non poche uscite, nelle località più disparate, dalla città all’area quarnerina, isole comprese, dall’Istria a
centri italiani anche talvolta piuttosto lontani, come si evidenzia dalla presenza a Verona. Sono state talvolta esibizioni confortate dalla consapevolezza che avvenivano anche dinanzi a spettatori talvolta disagiati, in uno stato particolare, e da qui anche una soddifazione intimamente sentita in modo particolare. Alle "arti da palcoscenico" si sono poi significativamente affiancate le arti figurative che, da parte loro, oltre a dare un positivo sfogo alla creatività di singoli e gruppi, hanno pure favorito la conoscenza dell’operare comunitario e quindi dato eco su scala più ampia alla presenza italiana in questo territorio. Questo – detto per inciso – è anche il settore in cui la presenza dei giovani è più spiccata. Molto spesso, osservando le singole opere ad una mostra o divertendoci ad uno spettacolo, perdiamo di vista che siamo di fronte solo ad un "evento episodico" di un insieme ben più consistente e dunque più importante. Un insieme in cui, sotto l’egida della fiumanità e dell’italianità, converge tutto un insieme di persone, energie, intenti, che nel nostro caso si posiziona nel nome della Fratellanza. I dati e le fotografie di questa pagina sono solo gli elementi di base del doveroso ragionamento che, pur ammettendo le valutazioni iniziali, non può non convenire che stiamo ancora dando prova di un’attività di tutto rispetto. E di questo alla Fratellanza va dato il doveroso merito. M.S.
IL CALENDARIO DI SEI MESI D’ATTIVITÀ Coro maschile, femminile e misto: 30 gennaio esibizione con il coro di Trieste Liona Singers in CI 16 aprile Concerto "Due cori in amicizia", Pola-Lino Mariani-Fiume-Fratellanza 12 maggio Concerto" Un fiore per la mamma" in CI 04 giugno Concerto alla Comunità d’abitato di Cosala 10 giugno Concerto a Rovigno al festival FAKS - sala Adris di Rovigno 15 giugno Esibizione alla presentazione del volume Stradario di Fiume in CI 25 giugno Concerto a San Giovanni Lupatoto (Verona) alla rassegna culturale "Fuochi d’artificio" Solisti "Virtuosi fiumani" 18 febbraio Concerto " Febbraio in amore" in CI 6 marzo Concerto "Risveglio primaverile" alla CI di Pisino 13 giugno Concerto alla Comunità d’abitato di Zamet 25 giugno Partecipazione alla rassegna " Fuochi d’ artificio" a San Giovanni Lupatoto (Verona) Sezione Romolo Venucci – pittori – batik - ceramisti 6 maggio Mostra colettiva a Dignano 19 giugno Mostra collettiva per San Vito /Pittura e batik: Fiori, mare barche, riflessi fiumani; Ceramiste "Terre sigillate, ieri e oggi" sala mostre e corridoi CI 8 giugno Mostra personale di Bruna Vidotto e Irene Mestrovich – Sezione ceramica alla CI " Fulvio Tomizza" di Umago Mandolinistica 15 giugno Esibizione alla cerimonia di presentazione del volume Stradario di Fiume 25 giugno concerto a San Giovanni Lupatoto /Verona/" Rass. Fuochi d’artificio" Minicantanti 21 maggio 51.esima edizione del Festival per l’infanzia 11 giugno Serata "Pasegiando per Fiume" esibizione con Nevia Rigutto Filodrammatica - giovani, adulti e Cucal in camiseta 14 maggio "Spetacolo dele Filodrammatiche fiumane" /Cucal e fill. giovani alla CI di Cherso 17 maggio Prestazione della Filodrammatica per le scuole in CI 15 giugno "Festival dell’Istroveneto" a Buie (Cucal e filodrammatica giovani) 13 giugno Serata della cultura fiumana - "Giovani, adulti e cucal" in CI
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Silvana Vlahov rievoca il percorso dal 1994 ad oggi • di Melita Sciucca
Una scuola modello per la lingua italiana Me la ricordo da sempre: una signora sempre molto bella, con una voce meravigliosa, L’ho conosciuta bene negli anni Novanta quando, con la sua sicurezza, il suo sapere ed il "saper fare" metteva in piedi quella che è diventata ormai da diversi anni una chicca della nostra Comunità degli Italiani: la Scuola Modello. La incontro serena, col suo sorriso solare, in una bella mattina di sole, davanti ad una tazza di caffè. Baci ed abbracci e la nostra chiacchierata ha inizio. Quelli che emergono innanzitutto sono i ricordi e le considerazioni relative alla Comunità: "Mi piacevano le belle compagnie di una volta al Circolo; dopo i balli si facevano le obbligatorie cantade e si arrivava alle ore piccole perché nessuno aveva voglia di tornare a casa. I camerieri ed i nostri grandi chef del bar – Italo, Argeo,
Silvana Vlahov
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Meri, Pepi e altri non vedevano l’ora che andassimo a casa. Noi ce ne andavamo, ma ci fermavamo giù, in porton, con quella bella acustica, dove intonavamo l’ultima canzone della serata, in piedi. Con l’amica Rosi Gasparini abbiamo fondato la Sezione VaiSenzaFreni della CI che si era presa l’obbligo di organizzare tutti gli avvenimenti di svago, con particolare cura dei balli carnevaleschi, dei veglioni di Capodanno, di San Vito con dolci e tradizioni, ospiti dall’Italia, "Con Este in allegria". Per animare le serate abbiamo fondato anche il gruppo Animaballo e nei cinque anni di attività, abbiamo organizzato, tra l’altro, tante uscite in Istria e in Italia e spettacoli in Comunità. Instancabile era la nostra maestra Iva Vavan, che ci metteva in riga facendoci sgambetar con coreografie latino americane e perder le calorie
di troppo nel corso del pomeriggio di ogni sabato. I miei ricordi più cari sono legati al periodo in cui tutti facevamo volontariato, l’entusiasmo era alle stelle e noi davamo il cuore e l’anima per el nostro Circolo. La vil pecunia ha portato tanto, sì, dal punto di vista materiale, ma d’altra parte sono andati persi quei valori che ci facevano venire ogni giorno in Comunità: l’amicizia, la voglia di fare….." Ci siamo incontrate per un motivo preciso: parlare della Scuola Modello, la sua creatura, oggi portata avanti dalla professoressa Ornella Sciucca. Me ne parla con affetto e nostalgia molto sentiti. Iniziata nel 1994 dal comitato fiumano della Società Dante Alighieri, un anno dopo nasce nel motto "Studiamo l’Italiano insieme, leggendo, ascoltando, scrivendo e parlando". Lo scopo della scuola era ed è tuttora quello di diffondere la lingua e la cultura italiane a livello di L2 comunicando, portando il discente, attraverso letture e ascolti, all’analisi del testo ed alla riflessione linguistica, presentandogli elementi di cultura italiana, la letteratura, l’arte, la musica, il cinema, il teatro. I corsi – dalle Ludoteche, adeguate alle capacità dei più piccoli - a quelli per i ragazzi delle scuole elementari e medie, a quelli per adulti che vanno dal livello A1 al livello C2 (del Quadro europeo), sono sempre stati molto seguiti sicché la Scuola nel corso degli anni si è fatta una reputazione invidiabile, anche grazie al fatto che i docenti sono sempre stati di madrelingua italiana, e quindi hanno dato ai corsisti molto di più di quel-
lo che poteva essere la mera conoscenza della lingua. Spesso i corsisti hanno partecipato alle serate culturali offerte dalla Comunità degli Italiani ed i bambini frequentanti la Ludoteca hanno recitato e cantato sul palcoscenico del Salone delle Feste. Tre corsisti hanno deciso di iscriversi al Dipartimento di Italianistica della Facoltà di Pola ed oggi insegnano l’italiano come L2. Alcuni attualmente studiano al Dipartimento di Italianistica della Facoltà di Filosofia di Fiume. I corsisti hanno spesso partecipato a gite ed uscite varie per conoscere di persona la realtà italiana: Venezia, Treviso, Verona, Trieste e le mostre allestite in quelle città, e poi ancora Spilimbergo, Cividale, Oderzo, Passariano, la Toscana, la Sicilia. Sono sono state queste le mete che hanno visitato, facendo propri, oltre alla lingua, alla cultura e all’arte intese in senso strettto, anche gli odori ed i sapori dell’Italia. Una delle attività che hanno portato notevole lustro alla scuola sono stati i corsi esterni in varie ditte italiane, come ad esempio la Saipem, che si rivolgevano alla Modello per insegnare la lingua ai loro dipendenti locali. Hanno insegnato alla Scuola Modello professori di madrelingua e cultura italiane, tra cui Patrizia Pitacco, Liviana Calderara, Gianna Mazzieri Sanković, Norma Zani, Nelli Brussi, Gloria Tijan, Ilaria Rocchi-Rukavina, Elisa Zaina, Sara Vrbaški e tanti altri. E come non ricordare e ringraziare poi Silvana Zorich, Nada Miletić, Bruna Bernes, Gianni Pamić, Ugo Jerončić e Paolo Bachich per il grande aiuto amministrativo e tecnico-finanziario? Senza il loro sostegno e coinvolgimento sarebbe stato impossibile funzionare. Terminiamo la nostra chiacchierata, con l’inevitabile pizzico di malinconia: anch’io ho insegnato alla Scuola Modello, partecipando pure
all’organizzazione degli esami PLIDA – Progetto Lingua Italiana Dante Alighieri, assieme alla professoressa Vlahov che per anni è stata direttrice del Centro certificatore di Fiume, titolo che ho ereditato da lei cercando di essere alla sua altezza. Ma è difficile sostituire una Grande Capa, una Grande Signora come lei.
L'ATTIVITÀ D'OGGI La Scuola Modello opera al giorno d’oggi sotto la guida della professoressa Ornella Sciucca, brava organizzatrice e coordinatrice, persona molto creativa, seria, laboriosa che mette nel suo lavoro tanto impegno e tanto cuore. Le due insegnanti che la coadiuvano da un paio d’anni sono Ana Dobrnjac, insegnante di classe presso l’elementare Gelsi e Silvia Paier, insegnante presso la SE Belvedere, entrambe di madrelingua italiana. I corsisti sono una cinquantina per semestre, divisi tra due ludoteche, dei gruppi per ragazzi delle elementari, dei gruppi di adulti ed un gruppo-infanzia per bambini da due a quattro anni che imparano l’italiano giocando, cantando, disegnando, attraverso un’importante gestualità e con l’utilizzo di schede, colori ed altro per stimolare in questo modo il loro processo di apprendimento. Negli
ultimi anni sono sempre più numerosi i genitori che iscrivono i loro bambini prescolari alla Scuola Modello: l’anno scorso a frequentarla sono stati ben 54 i bambini aventi un’età variabile da due a sei anni. I corsi si svolgono secondo cicli che durano da settembre a dicembre e da febbraio a maggio/giugno e vanno dal livello A1, quello base, in cui i corsisti imparano a interagire in italiano nelle situazioni comuni della vita quotidiana come ad esempio presentarsi, fare acquisti, chiedere informazioni, ordinare in un ristorante, al livello B2 in cui ampliano e approfondiscono la conoscenza della lingua italiana in tutte le abilità. Alcuni corsisti decidono di sostenere l’ambito l’esame PLIDA, per ottenere un Certificato che è valido a livello europeo, riconosciuto dal Ministero italiano del Lavoro, da quello degli Esteri, da quello dell’Università e della Ricerca e da altre istituzioni italiane. Quest’anno, dopo un periodo in cui mancavano, si annunciano pure dei corsisti per i livelli C1 e C2 della lingua, quindi livelli avanzati, in cui lo studio diventa di conseguenza notevolmente approfondito e quindi impegnativo.
Ornella Sciucca
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Ci hanno lasciato
Alessandro Leković Il drappello di connazionali che ci hanno lasciato per sempre quest’anno comprende anche il dott. Alessandro Leković, deceduto in settembre. Era nato a Formia nel 1931, frutto di uno di quegli incontri all’apparenza fortuiti ma che spesso si rivelano decisivi, fra un ufficiale montenegrino e una giovane del posto. Trasferitasi la famiglia nell’area quarnerina, frequentò le nostre scuole e il Liceo scientifico iscrivendosi quindi alla Facoltà di medicina di Zagabria, capopattuglia di un gruppo di connazionali che poi si sarebbero fatti valere nella città natale. Tornato a Fiume, fu pediatra specialista in radiologia e prestò la sua opera, anche in veste di primario, all’Ospedale infantile di Costabella. Valido professionista e ottimo conoscitore delle difficoltà specifiche a cui andavano incontro i
connazionali costretti a ricorrere al sistema sanitario, mostrò sempre la massima disponibilità fornendo disinteressatamente consigli e consulenze. Il pensionamento gli fornì l’occasione per impegnarsi in maniera più diretta nell’ambito minoritario. Più volte consigliere, affiancato a Giuseppe Rota fu vicepresidente dell’Assemblea dell’Unione Italiana negli anni dal 1995 al 2005. Mancato nel 2001 il presidente della CI Fiumana Valerio Zappia, gli subentrò nell’incarico che mantenne anche nel quadriennio successivo, fino al 2006. In tale veste soprassedette al rinnovamento della sede comunitaria, concluso con una memorabile serata nel dicembre del 2002. Intensi e significativi furono i contatti mantenuti con gli esuli, fra i quali era molto apprezzato. Fu pre-
Aurelia Klausberger Negli ultimi giorni d’agosto nuova grave perdita per la comunità minoritaria. Il 28, dopo lunga malattia, è deceduta Aurelia Klausberger. Nata a Fiume il 20 giugno 1938, figlia del primo sindaco del dopoguerra, ha vissuto per tutta la vita, in Belveder, nello stesso piccolo appartamento di Belveder in cui aveva passato la sua infanzia, come aveva detto con comprensbile orgoglio nell’intervista dedicata al padre che pubblichiamo più avanti. Al padre offrirono una villa a Costabella ma lui non ne volle sentire... Occupata al comune, nell’ufficio statistica, è stata sempre molto attiva in Comunità. preccupandosi fra l’altro dell’allestimento di diverse
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serate molto divertenti, aventi per protagonista il gruppo le " Mule de Fiume" che lei stessa aveva messo in piedi. Sempre allegra e piena di morbin e molto versatile nello scrivere sia in dialetto che in italiano, pote così creare tantissime scenette umoristiche in cui venivano imitati i personaggi più caratteristici della Comunità. Si susseguorono così le serate delle "Velone", la" Sfilata di mode" ed altre in cui in cui le sue "Mule" cantarono e ballarono in un clima esilarante. Allo stesso modo il gruppo fu costantemente presente nelle manifestazioni di carnevale. Non per questo Aurelia aveva dimenticato la "componente seria": era sempre presente nelle iniziative sociali e culturali messe in atto dalla Comunità.
sente fra l’altro ai raduni del Libero comune in esilio a Senigallia, Chiavari e Rimini. Persona di grande schiettezza ed immediatezza, era nel contempo un intellettuale dotato di grande lucidità che curava molteplici interessi. Il suo sentirsi "succube della cultura italiana", come amava ripetere, era tutt’altro che privo di pezze d’appoggio: nel 1998 vinse a Istria Nobilissima il primo premio per la letteratura, per ottenere quindi una menzione onorevole nella stessa categoria nel 2003. (ms)
Significativa la descrizione che fa del posto in cui è nata nel libretto di poesie Pasegiando per Fiume di cui si da altrove notizia: "Il rione si chiama Belvedere/ non c’è molto da vedere/ ma è qui la mia culla/già da quando ero "mula". / Anche quando me ne andrò /e fra i cipressi riposerò /coi miei avi in compagnia starò /dietro a casa mia.
Ci hanno lasciato
Enrico Skerbez Esponente di spicco della minoranza e suo "primo legale di riferimento", Enrico Skerbez era nato a Fiume il 2 ottobre del 1933. Ultimato il Liceo Scientifico nel 1953, si era laureato in giurisprudenza a Zagabria nel 1959, per assumere incarichi di responsabilità connessi all’ambito giuridico ai Cantieri Navali, l’"Autotrolej", l’"Elektroprivreda" ed al Servizio di contabilità sociale. Fu per cinquant’anni interprete giudiziario per la lingua italiana, specializzato in questioni economico-legali. Negli anni ’80 fu anche consigliere dell’Assemblea comunale. Allo stesso modo, per cinquant’anni prese anche parte alla vita della CNI quale componenente di vari organismi di Palazzo Modello. Sempre in prima fila quando si trattava di intervenire in questioni legate agli interessi della minoranza, fu vicino a tutte le istituzioni
della nostra comunità nazionale e all’EDIT in particolare. Modesto e affabile, interlocutore attento, teneva in gran conto la fiumanità ed i valori ad essa connessi. Nel contempo considerava con attenzione il tema dei dirittti civili della minoranza nel paese. Al di fuori di tali ambiti va rilevato che il suo nome figura fra il team degli estensori della Convenzione croato-slovena con cui venne regolata la costruzione e lo sfruttamento della centrale nucleare di Krško. Essendo stato a lungo uno dei pochi italiani di Fiume esperti in materia giuridica e avendo tra l’altro lo studio all’ultimo piano di Palazzo Modello, aiutò sempre sia i numerosi connazionali ed esuli che gli si rivolgevano per consigli o il disbrigo di pratiche legali, sia la Comunità degli Italiani in quanto tale a cui
il suo studio fu prodigo di consigli, s’incaricò delle traduzioni d’ufficio ed anche svolse esplicito patrocinio nell’ambito processuale. Membro del Consiglio per le minoranze della Comunità nazionale italiana della Città di Fiume nei mandati quadriennali dal 2004 al 2007 e dal 2011 al 2015, in prima istanza svolse pure la funzione di presidente. Non meno attivo e incisivo fu il suo ruolo in seno al Comitato scolastico della Scuola elementare italiana "Belvedere" e del Centro per l’istruzione in lingua italiana di Fiume.
Ivo Pirjavec Alla metà dello scorso ottobre a Fiume è venuto a mancare, all’età di 86 anni, il dottor Ivo Pirjavec. Finito il Liceo di Fiume si era laureato a Zagabria nel 1956. Dopo aver svolto il servizio di medico generico nel Quarnerino, in particolare a Lussino, dove si era fatto immediatamente apprezzare dalla popolazione isolana, era entrato al reparto di chirurgia dell’ospedale di Fiume facendosi valere tanto da diventare primario. Esemplare professionista sotto ogni aspetto, seppur spesso impegnato nei delicati interventi che erano parte integrante della professione, era nel contempo sempre disponibile e pronto ad aiutare chiunque glielo chiedesse, anche nella consapevolezza che molti suoi
concittadini erano in notevoli difficoltà anche per il solo fatto che non erano in grado di esprimersi in croato all’atto della denuncia dei sintomi, per cui spesso e disinteressatamente si prestava a fare da insostituibile "mediatore" talvolta anche assumendosi autonomamente l’onere della "raccomandazione" al collega a cui era delegato l’intervento o la diagnosi data. Affabile per natura, accurato nel vestire, immediato nell’approccio e sempre pronto alla battuta pur nell’intrinseca serietà, era dotato di un palese e profondo attaccamento alle proprie origini ed alla fiumanità. Per diversi anni curò sulla Voce del Popolo una rubrica settimanale di medicina nella quale, oltre a
trattare gli argomenti di salute più svariati, rispondeva alle domande dei lettori. Era la pagina del lunedì, regolarmente molto attesa e seguita dai connazionali, fedeli lettori del "dottor Antonio". Sposato con una connazionale, ebbe due figlie, una delle quali, colpita purtroppo da un male incurabile, morì due anni fa.
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Il sistema prescolare e scolastico con lingua d’insegnamento italiana a Fiume rappresenta una ricchezza inestimabile, il futuro della nostra lingua, della nostra cultura e della nostra tradizione. Un futuro da curare e tener ben stretto. Che cosa hanno fatto i nostri ragazzi durante lo scorso anno scolastico, guidati dai loro pazienti e bravissimi docenti? Quali sono stati i loro successi? Le loro creazioni? Le loro scoperte? Siamo andati a curiosare, abbiamo chiesto
ai responsabili di inviarci materiale da pubblicare sul nostro foglio, e ci siamo trovati in mezzo ad un mondo colmo di attività linguistiche, letterarie, cinematografiche, teatrali, sportive, ecologiche, di volontariato …. e chi più ne ha più ne metta. Che fare con tante informazioni? Scrivere un articolo? Inserirle tutte? Impossibile! Ci sarebbe voluto un volume per ciascuna scuola. Quindi abbiamo scelto per ogni scuola gli eventi che ci sono parsi i più significativi,
simpatici, creativi …e solo alcuni, pochi….ed abbiamo realizzato un patchwork. Ma leggendo le brevi notizie e guardando le fotografie il lettore potrà sicuramente cogliere l’allegria, la gioia, la voglia con cui ogni giorno allievi e professori affrontano i loro impegni, scolastici ed extrascolastici, didattici ed extradidattici.
Pagine a cura di Melita Sciucca
Belvedere
L'amore per le tradizioni
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La Giornata Internazionale della Famiglia
Ecologia
Ogni anno nel mese di maggio festeggiamo insieme agli alunni, genitori, nonni e zii la Giornata Internazionale della Famiglia con uno spettacolino con canti, balli e recite ed inventando giochi da fare insieme ai genitori e nonni, per es. giochi sportivi, karaoke, quiz di vario tipo, giochi di società, ecc.... Inoltre negli spazi della scuola è stata allestita una mostra di oggetti antichi ormai in disuso dati in prestito dai nostri alunni e dai membri del club dei pensionati "Belvedere". Gli ospiti del club si sono presentati durante lo spettacolo ed hanno cantato vecchie canzoni. La giornata finisce sempre con il rinfresco organizzato dalla scuola: ci siamo fatti un’abbuffata di sardelle fritte e patate insalata e non sono mancati succhi di ogni tipo.
Gli alunni dell’ottava classe, insieme alle insegnanti Nevena Janjić e Jana Letilović, si sono dedicati alla realizzazione del progetto ecologico - concorso Emmezeta - intitolato "Piccoli ecologi, grossi premi" a cui partecipano tutte le scuole della Croazia. Abbiamo creato i nostri detersivi ecologici che non danneggiano l’ambiente! Abbiamo dedicato tempo ed impegno, realizzando presentazioni Power Point per spiegare come fare detersivi naturali e cartelloni che sottolineano le differenze tra detersivi tradizionali ed ecologici. Per garantire la massima sicurezza nell’utilizzo domestico, abbiamo testato i nostri detersivi sulle piante.
Professioni Nelle giornate integrative dedicate alle professioni le classi inferiori hanno ospitato il calciatore Duško Balaban. Alle loro innumerevoli domande il calciatore ha risposto con pazienza e precisione. Il nuotatore Andrija Cindrić ha parlato invece dei tuffi in piscina e come eseguirli correttamente. In seguito, nel laboratorio musicale la prof Doris Kovačić ha "portato" i bambini nel mondo della musica facendo conoscere loro loro svariati strumenti. Il ginecologo Marko Klarić ha parlato alle settime ed ottave classi dei problemi della sessualità e della riproduzione. Altri genitori che hanno illustrato le lro professioni sono stati: Tamara Marot, dentista, Irena Turkalj, medico in un’azienda farmaceutica, Neven Martinović, specialista di medicina sportiva e Orjana Buneta, fisioterapista.
Pensionamento di Loretta Čop A conclusione di 38 anni di lavoro nelle scuole della minoranza il primo settembre è andata in meritata pensione Loretta Čop, insegnante di storia e geografia. Dopo aver insegnato a generazioni e generazioni di alunni, ha lasciato con grande emozione e nostalgia gli ambienti scolastici lasciando il posto alle giovani leve. A lei vanno i nostri migliori auguri per una vita serena e tranquilla ed un sincero grazie per aver insegnato ed educato tantissime generazioni.
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Dolac
Gradisce un piatto di sushi? A poche settimane dall’inizio dell’anno scolastico, guidati dall’artista Nemanja Cvijanović, papà di un alunno, lo scorso novembre gli alunni delle sezioni Ib e IIa hanno decorato maschere veneziane poi messe in vendita a dicembre al mercatino della bontà.
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Migliore Sportiva dell’UI Leona Bogdan, IV classe Leona Bogdan, alunna della IV classe, ormai da anni pratica la ginnastica come attività extrascolastica ottenendo ammirevoli risultati scaturiti da particolari doti sportive, amore verso l`esercizio ginnico, costanza nella pratica e assidui allenamenti. Presente con il proprio club "Vita" al campionato nazionale tenutosi a Castua ha vinto ben quattro medaglie d’oro nelle varie discipline. Un trionfo davvero unico e più che meritato che sottolinea la destrezza, l`agilità e la passione che Leona nutre nei confronti di questo bellissimo sport. Il meritevole successo della ragazzina è frutto di costante impegno, ferrei allenamenti quotidiani, stabile disciplina e incondizionata devozione. Oltre che eccellente sportiva, Leona è pure un`ottima alunna che si applica con medesimo fervore in tutte le attività scolastiche ponendo al primo posto l`adempimento degli obblighi scolastici.
È ARRIVATO l’ambasciatore... In maggio è giunto in visita alla scuola l’ambasciatore del Giappone Keiji Ida e sua moglie Ayah da cui gli alunni delle terze e quarte classi hanno imparato tante cose sulla cultura giapponese, le sue scuole ma anche sull’dell’ikebana. Al posto dei manuali scolastici, quella è stata la giornata del riso wasabi, dello zenzero e del salmone con cui, grazie all’aiuto del cuoco Tuhei Amano, hanno preparato ottimi sushi, il piatto tipico del Giappone. Inoltre, hanno acquisito la tecnica dell’origami – la creazione di modelli di carta – ed I suoi vari usi nella medicina e nell’edilizia. La giornata è stata resa possibile grazie al papa di un allievo, Zlatan Car, presidente della Società accademica croato-giapponese. Dal 18 al 21 maggio scorso, gli alunni hanno partecipato alla 13° Conferenza ICIE "Eccellenza e innovazione nell’istruzione di base e in quella superiore e psicologia: creatività - innovazione – ultimi sviluppi - ricerca e pratica" sentendo tante presentazioni di alunni di scuole elementari e medie di tutto il mondo e pervendendo così a tante nuove informazioni. La Dolac è stata presentata dagli alunni Tara Asis Beriša, Adrijan Hržić e Ian Sciucca. Il Museo naturale di Fiume ha offerto alla IIIa un laboratorio gratuito dal titolo La vita sulla foce dell’Eneo, durante il quale, sotto la guida di Anita Hodak e il subaqueo Marin Kirinčić i ragazzi hanno visto dal vivo gli animali e le piante marine che vivono nel mare o a contatto con esso.
Immaginario scientifico In giugno la IVa classe ha visitato l’Immaginario Scientifico di Grignano presso Trieste assistendo a vari laboratori che trattavano temi di fisica imparando concetti nuovi e facendo interessanti scoperte. È stata un’esperienza meravigliosa! La VII classe ha visitato il Science Centre Immaginario Scientifico (IS), Museo della scienza interattivo e sperimentale per seguire lezioni sulla pressione, visitare il planetario e partecipare ai diversi laboratori su ottica, suono e onde.
Incontri Per consolidare la dimensione interculturale, gli alunni dell’VIII classe che frequentano l’insegnamento opzionale di Educazione civica hanno fatto visita agli alunni che frequentano la materia di lingua e cultura albanese presso la sede della loro Comunità. L’insegnante che li ha ospitati ha raccontato brevemente i tratti salienti della loro storia, il significato della bandiera con l’aquila a due teste e il personaggio di Scanderberg, importantissimo per la loro storia. Per quel che concerne la dimensione sociale, gli alunni hanno visitato la loro sede di un’associazione di volontariato, in cui hanno risposto a domande quali: chi sono e chi possono essere i volontari? Quali attività possono svolgere? A chi viene rivolto il loro lavoro/aiuto? In marzo alcuni ragazzi della sesta classe hanno partecipato ai laboratori della grammatica della fantasia e spettacoli teatrali interattivi nel parco della fantasia a Omegna, la città di Gianni Rodari.
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San Nicolò
A cosala la nostra storia La storia di Fiume velata tra i sepolcri di Cosala In dicembre, sotto la guida della prof. Ingrid Sever, le ottave classi delle scuole italiane di Fiume hanno visitato il cimitero di Cosala. In precedenza le prof. di storia e geografia hanno parlato dei personaggi celebri, soprattutto italiani, che hanno fatto la storia di Fiume. Dopo l’introduzione davanti alla mappa, all’entrata, i ragazzi, sono stati divisi in quattro gruppi, ciascuno dei quali aveva il compito di osservare la tomba, annotarne l’intestazione, disegnare un dettaglio, segnare il punto cardinale dove si trovava e il settore del cimitero. Lo scopo era di ragionare attivamente sull’aspetto e il valore simbolico dei sepolcri.
Esperimento di Eratostene Il 21 marzo 20 alunni volontari e due insegnanti (matematica e geografia) della scuola San Nicolò hanno partecipato all’esperimento di Eratostene. La giornata era divisa in tre parti; la prima riguardava la geografia, la seconda il modo in cui va eseguito l’esperimento pratico, la terza dedita a determinare la circonferenza della Terra lungo il meridiano. I dati ottenuti sono stati condivisi via Skype con una scuola in Abruzzo e una a Malta. Il risultato ottenuto sulla circonferenza della terra è stato di 40.102.29 km, da considerare molto preciso vista l’attrezzatura disponibile. S’immagini che Eratostene aveva ottenuto 40.000.00km già 2200 anni fa! Entrambi i risultati, sia quello di Eratostene che quello dei ragazzi, sono molto vicini al risultato ottenibile con i metodi moderni, che è di 40.075.00 km.
Vigili del Fuoco Il 30 maggio l’alunno Val Krešić della IIIa e la sua maestra Tašana Bobanović hanno partecipato alla premiazione dei lavori partecipanti al concorso letterario e artistico sul lavoro dei vigili del fuoco e l’aumento della consapevolezza sull’importanza della protezione dagli incendi indetto dall’Assessorato cittadino per l’educazione e l’istruzione. Il lavoro letterario di Val figurava fra i tre premiati!
Europa a scuola Fani Kinkela dell’VIII e Silvia Dujić della VII sono state invece premiate al concorso "Europa a scuola" pure nella categoria dei lavori letterari. Avevano scritto bellissimi temi sulla famiglia e la sua importanza per la crescita di un bambino.
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Il Pink Shirt Day Mercoledì 24 febbraio si celebra in tutto il mondo il Pink Shirt Day, iniziativa nata in Canada per protestare contro l’episodio di violenza in una scuola della Nuova Scozia quando due alunni, presentatisi il primo giorno delle lezioni indossando magliette rosa, sono stati vittime della violenza dei compagni. Per aderire a tale avvenimento, promosso in Croazia dal Centro per l’educazione e la prevenzione della violenza quel giorno allievi e insegnanti hanno indossato tutti magliette rosa, lanciando così un appello contro il sempre più presente fenomeno del bullismo e farsi promotori della lotta contro qualsiasi tipo di violenza e soprattutto di quella colpisce coloro che vengono considerati "diversi".
La notte del libro L’importante manifestazione "La notte del libro" è stata celebrata con un’ospite d’eccellenza: la maestra Melita Adany, autrice dell’albo illustrato bilingue "Il primo volo/Prvi let". Gli alunni delle classi IV, V e VI, delle scuole "San Nicolò" e "Gelsi", l’hanno accolta con un calorosissimo applauso e con una scenetta tratta dal suo libro, e poi si sono immedesimati nel ruolo degli intervistatori. Le loro domande hanno messo in luce tante particolarità della cara maestrina... Innanzitutto insegnante: amante dei bambini, della creatività e dell’insegnamento creativo. Quindi appassionata sportiva, in quanto per anni ha fatto immersioni in apnea. Con gli alunni ha condiviso le avventure vissute, i record raggiunti e anche le paure provate. Molto più che un incontro con uno scrittore, la serata è stata una lezione di vita perché dopo le risate e gli scambi tra lei e gli alunni, da brava maestra, si è raccomandata con tutti quanti dicendo che crescere è parte essenziale di ogni bambino e che per farlo bene talvolta sono inevitabili i compromessi.
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Gelsi
Nelle aule i grandi fiumani Premiazione del concorso "Critico in erba" La cerimonia di premiazione del concorso riservato agli alunni delle classi inferiori delle SEI fiumane si è svolta il 22 aprile 2016 alla Comunità degli Italiani di Fiume. I presenti hanno visionato il film per ragazzi "Un gatto a Parigi" e i più bravi hanno ricevuto i riconoscimenti per la loro grande fantasia e l’originalità. I premiati in Ia: Roko Čuljat (vincitore) Lara Božić, Alvaro Chinchella, Carlo Matulja e Đenka Zekan (premio di consolazione). I ragazzi hanno ricevuto in premio zainetti, materiale didattico e magliette.
Incontro con la Croce Rossa Il 20 maggio 2016, gli alunni della I A hanno partecipato al Palazzetto dello sport di Tersatto alla 33.esima edizione dell’incontro con la Croce Rossa di Fiume diventandone membri sostenitori. Durante l’incontro hanno assistito a uno spettacolo con canti e balli e passato così una mattinata in spensieratezza e allegria.
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Gita a Veglia L’11 maggio gli alunni delle classi prima, seconda e terza della sezione italiana hanno partecipato alla gita a Veglia avendo così l’occasione di visitare l’aeroporto e salutare l’aereo che partiva per Londra. Raggiunta quindi in barca l’isola di Košljun, abitata dai frati francescani, hanno visitato il chiostro del convento, la chiesa e il museo. Durante il giro ai bambini è stata raccontata la storia del convento, assieme alla leggenda della sua nascita. La comitiva si è diretta poi verso la città di Veglia per una visita all’acquario locale, dove i bambini hanno ammirato diverse varietà di pesci, molluschi e conchiglie e fatto quindi una breve passeggiata per le vie della città.
L’azione umanitaria Come ogni anno, in dicembre e gennaio gli alunni delle classi superiori organizzano l’azione umanitaria "Fa bene far del bene", il cui profitto va a favore dell’Asilo per animali abbandonati di Viškovo. Sono stati venduti 120 calendari dell’Associazione per la tutela degli animali e il ricavato di 2400 kn è stato donato all’Asilo. Inoltre, gli alunni della IVb si sono impegnati a raccogliere una grande quantità di cibo per gli animali. Ringraziamo i genitori, gli alunni e tutti gli operatori scolastici che hanno saputo sostenere e riconoscere il valore dell’attività, come pure il bisogno di curare anche questa forma di collaborazione tra la scuola e la comunità locale. Gli animali non parlano, ma i loro sguardi pieni di gratitudine dicono tutto.
Progetto "Porte e nomi" Guidati dalle insegnanti Katica Dessardo e Viviana Perich, i ragazzi hanno realizzato una ricerca sui personaggi illustri della nostra città dando a ciascuna aula il nome di uno di essi. Quindi alla Gelsi le aule non sono più quella di matematica, italiano e via dicendo, bensì portano i nomi di Antonio Grossich, Enrico Morovich, Fiorello La Guardia, Andrea Lodovico Adamich, Giovanni Kobler, Giovanni Biagio Luppis von Rammer, Giovanni Rubinich, Irma Gramatica, Osvaldo Ramous, Romolo Venucci, Remo Venucci, Abdon Pamich, fratelli Branchetta, Maria Cosulich. Il progetto e l’opuscolo pubblicato sono stati presentati nel Salone delle Feste della nostra CI.
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Liceo
Vicini ai coetanei dell'italia San Vito e Giornata della Scuola Il 16 giugno l’Aula Magna ha ospitato la tradizionale cerimonia di premiazione dei vincitori del concorso letterario San Vito, nato 26 anni fa per trasmettere il senso di appartenenza alla nostra minoranza. Alla presenza del Console Generale d’Italia a Fiume e di numerose autorità regionali, cittadine, religiose ed esponenti della CNI e delle associazioni di esuli, sono stati premiati 15 ragazzi della SMSI e delle scuole elementari italiane. I temi destinati alle elementari erano due: San Vito e le ciliegie. La nostra festa! e L’opera al Teatro Verdi-un nome, una storia. L’opera amata dai Fiumani. I vincitori: I premio: Mattea Šubat e Annabel Dekleva della S.E. Belvedere, II premio: Luka Bukša e Karin Antonaz della S.E. Gelsi, III premio: Elisa Marčinko e Gabriel Merle della S.E. Dolac. Gli studenti della SMSI hanno lavorato sul tema Settant’anni di una Comunità: le ragioni di una scelta rispetto al grande esodo dei connazionali italiani……….Come il giovane vive la Comunità e come la vorrebbe: proiezioni future. I vincitori: I premio ex aequo: Dharma Dana Grubišić e Dora Ivezić, II premio Alana Martinović, Dea Car e Petra Gruden, III premio Ivi Maria Dragičević, Nara Garropoli, Nia Sciucca e Alba Bukša.
Gare e concorsi Gli allievi della SMSI hanno partecipato a numerosi concorsi e gare del sapere a livello regionale e nazionale, ottenendo degli ottimi risultati tra cui vanno menzionati: • Ileana Merdžo, I premio alle gare nazionali di lingua francese, • Enea Dessardo, II premio alle gare di lingua italiana organizzate dall’UI-UPT, • Lina Škorić, premio nazionale di cultura figurativa, • Squadra femminile di pallavolo, I premio alle gare dell’UI-UPT, • Otto alunni sono stati premiati al concorso letterario Europa a scuola.
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Gemellaggio con Martina Franca Uno dei momenti più significativi di quest’anno scolastico è stato sicuramente il gemellaggio tra la SMSI e il liceo "Tito Livio" di Martina Franca (Taranto). A febbraio una comitiva di allievi delle seconde e delle terze classi, accompagnate dal Preside, dai professori Zotić, Dessardo e Alberini, e dal Presidente dell’UPT Fabrizio Somma, hanno fatto visita ai loro coetanei pugliesi nell’ambito dello scambio culturale tra i due licei, in concomitanza con la Giornata del ricordo. Per l’occasione sono stati presentati dei video realizzati dai ragazzi sul tema. Ad aprile, scambio dell’ospitalità con i ragazzi di Martina Franca a Fiume.
Concorso ConsolatO: NOVITÀ
Incontro scuole liguri
Il concorso del Consolato italiano, ‘’La musica dell’italiano, l’italiano della musica’’ è stato segnato da novità. Ora vengono premiati i 4 migliori temi e il componimento più originale. I premi consistono in una donazione da parte della Veneto Banca e un corso gratis in lingue presso l’Accademia PAR. Tutti i partecipanti sono stati pure omaggiati con 2 libri consegnati dal console Palminteri. I vincitori: 1. Elisa Bellesi (IIIa), 2. Dea Car (Ivt), 3. Raul Pende (IIm), Morgana Vassalli (Im) – premio per il componimento più originale, 4. Petra Gruden (IIm).
La scuola ha ospitato nell’ambito dell’annuale visita di studio nei luoghi della memoria giuliano-dalmata, la rappresentativa delle scuole liguri partecipanti al concorso regionale "Il sacrificio degli Italiani della Venezia Giulia e Dalmazia: mantenere la memoria, rispettare la verità’’. La Regione Liguria promuove e sostiene da anni iniziative che diffondono il patrimonio storico-culturale della memoria del martirio e dell’esodo dei giuliano-dalmati. La comitiva è stata accompagnata dalla consigliera dell’Assemblea Legislativa della Regione Liguria Alice Salvatore.
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Dipartimento di Italianistica, ragguardevole traguardo • di Iva Peršić
I primi diplomi di laurea magistrale
Il più giovane dipartimento universitario di italianistica in Croazia consegnerà quest’anno i suoi primi diplomi di laurea magistrale. Dopo anni di duro lavoro e il superamento di tutta una serie di problemi e difficoltà di vario tipo, Fiume vedrà finalmente realizzata anche nella pratica l’intera verticale didattica in lingua italiana. Niente di tutto ciò sarebbe stato possibile senza l’impegno e la costanza dei professori che vi hanno creduto fin dal principio e che continuano a farlo, offrendo instancabilmente i propri saperi e le proprie esperienze alle giovani generazioni. Il Dipartimento registra sempre un considerevole numero di interessati ai corsi di laurea (triennale e magistrale) offerti. Gli studenti iscritti riconoscono il grande potenziale per lo sviluppo delle loro competenze linguistiche dato dal fatto che quasi tutti gli insegna-
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menti vengono tenuti da professori madrelingua – alcuni locali, molti in arrivo direttamente dall’Italia. Grazie, infatti, al preziosissimo supporto offerto dall’Università Popolare di Trieste, dall’Unione Italiana, dal Consolato Generale d’Italia a Fiume e dall’Istituto Italiano di Cultura di Zagabria, ogni anno cresce il numero di docenti provenienti dalle università italiane che vengono a insegnare a Fiume. In questo modo si offre agli studenti la possibilità di seguire lezioni e acquisire nuovi concetti e nuove competenze dalla viva voce dei parlanti nativi. Ciò vale anche per gli insegnanti che regolarmente frequentano il Corso di aggiornamento L’italianistica contemporanea: lingua, comunicazione e cultura italiana, arrivato quest’anno alla sua quarta edizione. I partecipanti si dichiarano sempre molto soddisfatti dell’offerta degli interventi e dei relatori e il Corso
è già divenuto un appuntamento immancabile nell’aggiornamento professionale degli insegnanti ed educatori. In questa edizione, in programma ad aprile e giugno, l’attenzione è stata posta sull’impegno sociale degli intellettuali, sull’utilizzo di testi contemporanei turistici in classe e sull’utilità della lettura. Si è riflettuto, inoltre, sulla traduzione e sull’interpretazione, sulle problematiche della valutazione in classe, sull’utilizzo didattico di diversi tipi testuali e sugli stili dei linguaggi burocratici. Da quest’anno il Dipartimento collabora attivamente e concretamente con la Scuola media superiore di Fiume e la Scuola elementare Dolac, nelle quali viene svolta gran parte del tirocinio didattico, insegnamento propedeutico alla professione di insegnante. Nelle ore trascorse a scuola gli studenti hanno la possibilità di osservare i reali pro-
cessi didattici, conoscere il funzionamento scolastico, cogliere i consigli dei professori che vi lavorano e tenere in classe le loro prime lezioni di lingua e letteratura italiana. Inoltre, per la prima volta, in quest’anno accademico al Dipartimento di Fiume è stata assegnata dal Ministero degli Affari Esteri italiano la figura professionale del lettore, il quale ha seguito gli studenti in un gran numero di insegnamenti e svolto settimanalmente colloqui individuali con lo scopo di esercitare e migliorare la loro produzione orale. Gli studenti hanno partecipato a maggio alla rassegna dedicata ai 100 anni dalla nascita di Giorgio Bassani, tenutasi a Zagabria. In quest’occasione hanno seguito le lezioni delle professoresse Tatjana Peruško (dell’Università di Zagabria), Federica Villa e Giada Cipollone (dell’Università di Pavia), e assistito alla proiezione del film Gli occhiali d’oro, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore ferrarese. Hanno avuto, inoltre, modo di conoscere i loro colleghi di Pola e scambiare con loro opinioni ed esperienze. A giugno si è svolto, invece, per la terza volta, l’incontro dei professori e studenti dell’Italianistica di Fiume e della Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia con i rappresentanti del Libero Comune di Fiume in Esilio e della Società di Studi Fiumani di Roma. Tutti i partecipanti hanno espresso la loro piena soddisfazione per la collaborazione instauratasi in questi anni e hanno auspicato un ulteriore fruttuoso impiego delle proprie risorse (personale e materiale documentaristico presente nell’Archivio-Museo storico di Fiume) nello sviluppo della ricerca e dello studio delle storia e cultura del territorio. Durante tutto l’anno accademico gli studenti hanno potuto partecipare a numerosi incontri letterari e culturali in generale. Le aule della Facoltà hanno così visto ospiti Giacomo Levita, che ha presentato il
suo splendido volume foto-monografico dedicato a Fiume; Francesca Rolandi, che ha illustrato l’impatto della cultura di massa italiana nella Jugoslavia degli anni ’50-‘60 del Novecento; Rosanna Turcinovich Giuricin, con la sua storia letteraria ma ispirata alla realtà, incentrata sui dolori legati alla Shoah; Ervin Dubrović, che ha fatto conoscere un’importante figura del Novecento – Francesco Drenig; Dario Fertilio, che ha incontrato gli studenti del terzo anno per un laboratorio sul giornalismo raccontando dal vivo le proprie esperienze in campo. Attraverso queste e altre attività extracurricolari (quali ad es. la rassegna del cinema italiano all’Art-kino Croatia e gli eventi della CI di Fiume) alle quali gli studenti partecipano regolarmente, viene data loro la possibilità di conoscere contenuti non sempre previsti dal programma didattico, ma estremamente utili e importanti per l’accrescimento delle loro conoscenze sulla storia e sullo sviluppo della società italiana, nonché sui rapporti e contatti tra le realtà italiana e croata. Crescono ogni anno anche le collaborazioni con le università italiane per quel che concerne i contratti Erasmus. In questo modo gli studenti hanno sempre maggiori opportunità di trascorrere un semestre (o più) in Italia e in questa maniera di vivere appieno e attraverso esperienze dirette la lingua e la cultura italiane. Vengono, inoltre, offerte loro, da vari istituti italiani,
diverse borse di studio relative a corsi di lingua e cultura italiane. Gli studenti ci tengono a sottolineare la positività di queste esperienze e la speranza di poterle rifare, mentre sul piano pratico si nota in essi un considerevole miglioramento delle competenze linguistiche – prova dell’utilità e della necessità di questo tipo di scambi. Nel secondo semestre di quest’anno accademico, il progetto Erasmus ha portato a Fiume anche un giovane tirocinante italiano, laureatosi all’Università di Udine, che ha contribuito in maniera significativa alla didattica, aiutando il lettore e gli altri professori nelle ore di esercitazione. L’esperienza si è dimostrata alquanto positiva e utile tanto per gli studenti quanto per il tirocinante stesso, per la qual cosa è da auspicare che collaborazioni e iniziative di questo tipo diventino sempre più frequenti. Il Dipartimento di Italianistica dell’ateneo fiumano si dimostra nell’insieme un punto fermo nel campo dell’insegnamento e della ricerca. I suoi dipendenti e collaboratori hanno saputo vincere tutte le sfide che si sono presentate loro e realizzare in maniera eccellente i programmi prefissati, sempre pronti a mettersi in discussione con l’obiettivo costante di arrivare a nuovi miglioramenti, e mettendo sempre in primo piano le necessità e le esigenze dei diretti interessati – gli studenti.
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Alle spalle del Dramma Italiano sett'anni anni d'attività • di Giuseppe Nicodemo
Radicati nella realtà dell'istro - quarnerino
Cari Fiumani, scrivo queste righe mentre ci apprestiamo a festeggiare i settant’anni del Dramma Italiano, primo teatro stabile italiano professionista in assoluto, fondato ancora prima de Il Piccolo di Milano che è "solo" del 1947, e unico teatro stabile italiano nel mondo al di fuori dei confini nazionali. Il momento presente non è dei più rosei e favorevoli, vuoi per il momento economico globalmente molto difficile, per una politica che tende alle volte ad arroccarsi in posizioni difensive e alle volte quasi revisioniste, vuoi per una presunta difesa della propria identità che rischia di attaccare e limitare i diritti degli altri, dalle minoranze, ai mass media, dagli intellettuali e artisti a chi la pensa diversamente. Il Dramma Italiano continua, però, a navigare in questo mare europeo forte della sua storia e della sua identità italiana, ben radicato nella realtà della sua Fiume e dell’Istria, punto di riferimento per tutti i componenti della Comunità Nazionale Italiana. Paolo Grassi diceva che "Il tea-
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tro per la sua intrinseca sostanza è fra le arti la più idonea a parlare direttamente al cuore e alla sensibilità della collettività. Noi vorremmo che autorità e giunte comunali si formassero questa precisa coscienza del teatro considerandolo come una necessità collettiva, come un bisogno dei cittadini, come un pubblico servizio alla stregua della metropolitana e dei vigili del fuoco". Proprio per questo continuiamo a salire sulle assi del palcoscenico: per regalarvi emozioni, per far conoscere i nostri autori, per divulgare e trasmettere l’amore per l’Italia e la nostra cultura ai nostri figli, ai molti allievi delle nostre scuole e, perché no?!, per far conoscere in Italia e in Europa la nostra piccola ma forte Comunità autoctona. Andando a rileggere i documenti del passato si può vedere come le problematiche del Dramma non siano cambiate per nulla (mancanza di organico, finanziamenti che ritar-
dano, calo di pubblico ed abbonati, difficoltà di organizzare le tournée...), ma crediamo che in questa occasione sia più giusto festeggiare insieme a voi il nostro 70esimo compleanno ed avere un occhio di riguardo per i cambiamenti positivi che stanno avvenendo in questi ultimi anni. Il Dramma Italiano ha ripreso a collaborare con i teatri di Slovenia, Croazia, ma soprattutto con i grandi teatri Italiani, sostenuto da UI-UPT, Città di Fiume, Ufficio per le Minoranze Croato, Governo Sloveno, mentre i rapporti con gli altri enti della CNI non sono mai stati così produttivi: la nostra casa editrice EDIT, con le sue varie riviste ed edizioni, TV e Radio Capodistria, la radio, ma soprattutto le scuole, triplicando il numero di abbonamenti, grazie all’impegno di tutti i dirigenti. Il numero elevato di presenze, gli otto premi vinti solo nelle ultime
Le "Baruffe chiozzotte" messe in scena nel 1946
Raniero Brumini e Diana Torrieri nella "Signora delle camelie" allestita nella stagione 1955-1956
due stagioni e questo nuovo interesse per le produzioni del Dramma Italiano conferma il rispetto e l’autonomia culturale che la compagnia gode all’interno del teatro e ci ha dato lo spunto per presentare un
programma variegato, che ha l’ambizione di soddisfare le esigenze più diverse del nostro pubblico, che va dai bambini dell’asilo agli adulti delle Comunità, dall’Istria a Fiume, ognuno con dei gusti ben precisi. Il progetto a lungo termine del Dramma Italiano è quello di guardare al territorio di Fiume e dell’Istria, con una vocazione costante verso l’Italia e verso la scena internazionale, cercando di intercettare un pubblico vasto, attraverso varie linee culturali e artistiche: continuando a promuovere la nostra lingua e cultura, la nostra storia e le nostre tradizioni, affinando il dialogo interculturale con le realtà che vivono in queste terre, e allo stesso tempo incrementando le collaborazioni internazionali. Il Dramma Italiano, inoltre, ha cominciato a confrontarsi con i teatri delle altre minoranze europee per un progetto che rientra nel
grande contenitore di Fiume Città Europea della Cultura 2020; assieme a loro abbiamo capito che non ci sentiamo dei musei culturali o etnografici, ma una presenza viva (nel nostro caso, a Fiume, in una città multiculturale che resiste ancora ai rigurgiti nazionalisti croati), aperta al confronto, attenta all’interscambio culturale e umano tra minoranza e maggioranza, tra teatri italiani e non, tra giovani e meno giovani, linfa della comunità in cui vive, permettendosi il lusso anche di sperimentare, di offrire al pubblico qualcosa di diverso, nato da una ricerca culturale che non abbia un fine meramente commerciale. E per concludere... abbonatevi. Senza i vostri abbonamenti, cari Fiumani, il Dramma Italiano non può esistere. Buon compleanno Giuseppe Nicodemo per la Compagnia del Dramma Italiano
Le fatiche di Pseudolus, in scena nell'ultima stagione teatrale
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La storia dei nomi di vie e piazze nello Stradario di Fiume di Massimo Superina
Un modo per mantenere i legami con la città Nella serata di San Vito, alla CI è stato presentato lo Stradario di Fiume, un volume di ben 270 pag. e di grande formato in cui Massimo Superina, figlio di fiumani esiliati, ha raccolto la varie denominazioni di piazze,vie, calli e moli, dal Settecento ad oggi, ma particolarmente "rapide" nel corso del ventesimo seguito con il susseguirsi di regimi che, molto più dei precedenti, si proponevano di influire "ideologicamente" sulla gente. La riprova di un tanto, era stato detto, era anche nel fatto che per tutto il periodo jugoslavo le targhe con i numeri civici non riportavano alla base l’intestazione della via. Perché? Come si poteva ad esempio
Un volume che contiene tanti dati implica un lavoro preparatorio molto accurato. Come si è mosso all’atto pratico? Tutto è cominciato dalla mia passione per le mappe, che amo disegnare oltre che collezionare. Nell’estate del 2010 avevo appena disegnato un paio di mappe di Fiume per gli anni 1900 e 1930, notando da subito come i nomi di vie e piazze fossero cambiati da un periodo all’altro. In quel momento ho
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lasciare l’intestazione "Vittorio Emanuele III" sotto il civico del Corso che nel frattempo era diventato "dell’Armata Rossa?" Tolte le targhette precedenti, sicuramente per rispamiare - in quanto così si potevano stampare in serie – fuono applicate targhe senza numeri. La questione fu "risolta" con l’ennesimo cambio, per cui il Corso è ridiventato quasi tale (per la precisione "Korzo") e l’intestazione è riportata. Il processo è dettagliatamente illustrato nel libro, che allarga il discorso agli eventi sotorici ed è anche arricchito da materiale pubblicitario dell’epoca. Quale la genesi dell’opera? Ce la spiega l’autore.
deciso di farne un semplice elenco su pc, con l’indicazione dei nomi dei due periodi; la curiosità o il bisogno di approfondire ulteriormente mi portò poi a Roma all’Archivio- Museo Storico di Fiume, dove fotocopiai gli elenchi di vie presenti nelle guide fiumane di varie annate. È da quel viaggio a Roma che quel semplice "elenco su pc" è diventato un lavoro sempre più dettagliato, con l’aggiunta continua di mappe, elenchi di vie, foto d’epoca e quant’altro. La prima stesura dello "Stradario di Fiume" era già pronta nel 2011, ma la mancanza di fondi ne ha ritardato l’uscita alle stampe di almeno quattro anni, un ritardo prezioso che ha consentito di migliorare di molto la prima stesura, arrichita in seguito a ripetuti viaggi a Fiume e mattinate intere passate all’ Archivio nel parco Host. Dubbi e lacune presenti nelle prime stesure sono stati superati e corretti grazie a mappe ritrovate anche ad anni di distanza: l’ultima e la più importante, una mappa del 1922 trovata quasi per caso nell’estate 2015 mi ha
chiarito finalmente gli ultimi dubbi sui nomi di vie degli anni ‘20. L’opera sul campo è stata sicuramente dura. C’è stata difficoltà nell’arrivare alle "prove"? È stato un lavoro da topi di biblioteca, in un continuo confronto tra dati e nomi da incrociare e da non confondere; ricordo che a Fiume ci sono o ci sono stati oltre duecento nomi di vie spesso "passati da un rione all’altro", nomi scambiati tra due o più vie in periodi differenti: chiarisco, uno di questi nomi è "Buonarroti": nel periodo ungherese ed italiano la "Buonarroti" è l’attuale Laginjina, in periodo slavo invece porta il nome "Buonarroti" la salita del Calvario... Per far chiarezza, nel libro è stato inserito un quadro "sinottico" che riporta questi duecento nomi, con l’indicazione dei periodi di inizio e fine per ogni nome di via o piazza. Le "prove" sono sempre documentali, la passeggiata per le vie di Fiume a scovare una vecchia targa col numero civico italiano o ungherese non è così fondamentale
ai fini della ricerca, è solo un piacevole passatempo per far passare i mal di testa per ore e ore di studio in Biblioteca. Nello svolgere l’opera ha incontrato anche "vecchi" e"nuovi" abitanti di Fiume. Quale è stato l’atteggiamento prevalente nei Suoi confronti? Con "vecchi" abitanti di Fiume intende ovviamente quella maggioranza autoctona non dico italiana ma forse "italofona o italianizzata", quei fiumani che nel dopoguerra preferirono restare a Fiume, città delle loro radici, piuttosto che affrontare anni ed anni in campi profughi di fortuna sparsi per tutta l’Italia: sono i cosiddetti "rimasti", persone da stimare perché testimoniano un passato che molti giovani croati oggi a passeggio per il Corso neppure conoscono. Premetto, il mio libro non ha alcuna velleità politica, è uno studio su nomi di vie e piazze, quindi non voglio fare distinzioni tra "fiumani" e "riecani" o dare giudizi, non è questo il luogo, del resto anche mia madre è di etnia croata. Posso dire che molti "riecani" attivi in vari forum su internet hanno dato un grosso aiuto anche ai fini della mia ricerca, con i quali ho stretto anche amicizia nonostante l’ostacolo della lingua. Sì, immagino ci fosse anche il
problema della lingua? Come l’ha risolto? L’ostacolo della lingua, ahimè, è una mia colpa, perchè pur avendo una madre croata non ho mai imparato veramente la lingua; conosco il nostro dialetto fiumano, da sempre nelle mie orecchie grazie ai miei genitori e nonni, ma oggi chi lo parla? a parte i nostri "rimasti" , qualche croato lo conosce, altrimenti bisogna arrangiarci con l’inglese... È implicito che ci si decide a un lavoro del genere solo sulla spinta di un grande interesse, e forse sarebbe più giusto dire un vero amore, per la città. Come è nato e si è sviluppato in lei? Dell’interesse per le mappe e piante di città ho già detto, l’altra grande motivazione che mi ha spinto a intraprendere questo libro sono le mie origini fiumane. Sono nato a Volterra, antica città etrusca della Toscana, ma di questa terra non porto nè il dna nè una goccia di sangue, i miei nonni e genitori sono nati tutti a Fiume e lì sarei dovuto nascere anch’io senza gli sconvolgimenti del secolo passato... una guerra sciagurata contro i Croati, cominciata a Roma e non certo a Fiume dove per secoli abbiamo convissuto in armonia, ci ha sradicato dalla nostra terra di origine. Il bello di Fiume è che nella sua storia è sempre stata una città punto di incontro tra culture diverse, mai solo ungherese, mai del tutto italiana, mai veramente slava, facciamone ancora un esempio di dialogo e di incontro tra culture diverse. La mia famiglia ha esodato da Fiume nel dicembre del 1948, arrivati a Trieste e poi a Udine, assegnati poi ai campi profughi di Migliarino e Calambrone presso Pisa; solo nel ‘54 hanno conosciuto nuovamente il piacere di una "casa propria", senza quei casermoni dove le famiglie profughe erano divise le une dalle altre da pareti di coperte...Io sono nato nel ‘71, e sin da piccolo sono sempre tornato a Fiume a trovare i
genitori di mia madre ed i parenti "rimasti". Ero ancora piccolo, ma ricordo a fine anni ‘70 ed inizio ‘80 quei passaggi al confine tra Trieste e la vecchia Jugoslavia, sembrava di entrare in un’altro mondo.. quelle automobili che in Italia non si vedevano più da anni, odori diversi, gente che non parlava la nostra lingua. Nel ‘97 mi sono laureato in Scienze Politiche all’Università di Pisa, con una tesi sulle relazioni italo-jugoslave tra 1946 e 1954, anno in cui Trieste torna all’Italia. Il lavoro poi non ha coinciso con gli studi fatti, per quindici anni ho lavorato in un negozio di elettrodomestici come addetto vendite. È vero che questo amore si è concretizzato tanto da indurla mettere su casa a Fiume? Abbiamo una casa a Fiume, ma non è quella abbandonata nel ‘48 dai miei. Qualche anno fa è mancato un nostro parente "rimasto", e la casa dove viveva in Belveder abbiamo preferito tenerla e risistemarla piuttosto che venderla, abbiamo preferito non tagliare gli ultimi legami con questa terra che, nonostante l’esodo e tutto il resto, sentiamo ancora come nostra. Dal nostro terrazzo in Belveder, al calar della sera, vediamo il luccichio della vicina Abbazia e tutto il golfo... uno spettacolo irrinunciabile.
M.S.
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Primo fra gli Esuli, Amleto Ballarini ha ottenuto la Targa d’oro della Città di Fiume
Attestato il riavvicinamento
Dott. Ballarini, per San Vito, primo fra gli esuli, Le è stata consegnata La Targa d’oro "Stemma della Città di Fiume". Che cosa ha significato per Lei? Un momento di intensa, indicibile commozione personale e al tempo stesso la consapevolezza di un riconoscimento, da parte croata, di alto valore storico nei confronti di un progetto culturale che possiamo definire dall’esilio al ritorno, cui, insieme a tanti collaboratori, ho dedicato tutta la vita. Lei è nato a Fiume nel 1933, quali sono le radici della Sua famiglia e quali i ricordi d’allora? Le radici della mia famiglia sono nell’amore grande per Fiume e per l’Italia. Nel mio studio c’è un diploma conferito al mio bisnonno, il fiumano Ubaldo Ballarini, per la partecipazione alla campagna garibaldina del 1867. Tuttora a Cosala la sua memoria è onorata fra le cinque tombe dei garibaldini fiumani. Suo figlio Vittorio, mio nonno, fu internato nella I g.m. nel campo ungherese di Tapiosuly; insieme a circa ottocento fiumani di sentimenti fortemente italiani che patirono inaudite sofferenze, 149 lasciarono la vita. Fu luogo di tormenti per nonno Vittorio e la famiglia, con mio padre bambino e i fratellini, fra cui il
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piccolo Vittorio, di tre anni, che in quelle sofferenze morì. Non solo. Nell’elenco dei legionari fiumani al Vittoriale sono citati i nomi di Vittorio Ballarini, di cui si è già detto, e del mio nonno materno Marsiliani Valzania, secondo marito di mia nonna Maria. Dunque lunga tradizione di nobili valori. Per quanto riguarda i miei ricordi, c’è nel mio cuore un mondo di giochi, di sole, azzurro, mare, preghiere e canti con i Salesiani e recite festose al teatro del collegio. In quali circostanze la famiglia lasciò la città? L’esodo per me è un ricordo di doloroso terrore. Solo, bambino, nell’angolo più buio di un carro bestiame e i militi con la stella rossa che a tratti aprivano uno squarcio di luce prelevando con violenza qualcuno che non tornava più e io che mi rendevo sempre più piccolo, nell’innocente speranza di diventare quasi invisibile… Al 3 maggio 1945 mio padre, tecnico del Silurificio Whitehead, era a Fiume Veneto, mia madre occasionalmente con lui per concertare il futuro. Non potevano rientrare. Io ero a Fiume con la nonna materna, alunno del collegio salesiano. In città terrore e morte. Il permesso d’uscita da lei chiesto fu concesso solo a me: la divisione delle famiglie era crudeltà ricorrente. Ma la nonna forte, intrepida, mi affidò coraggiosamente alla buona sorte e a un carro bestiame. A Trieste, terrorizzato e libero, l’abbraccio protettivo dei genitori. Il futuro, un campo profughi. Tutta la parentela andrà in esilio. Quando cominciò a interessarsi del mondo degli esuli? Il mondo degli esuli fu il mio
territorio. Completati gli studi liceali, vivendo in condizione miseranda in un vano di quattro metri per quattro, delimitato da coperte appese a un filo, con l’umiliante privazione delle più elementari esigenze di intimità personale e famigliare, sino al primo anno di università, la prima, dignitosa casa fu nel quartiere giuliano-dalmata di Sturla. Scelsi la tesi di laurea in Scienze Politiche nell’ambito del diritto internazionale sul trattato di Osimo, che mi indusse ad approfondire molti aspetti della storia di Fiume. A poesia e narrativa affidai la dolente nostalgia dell’esule. Se Genova fu il tempo degli studi, del lavoro, di un matrimonio felice allietato da due figli, determinante fu il trasferimento a dirigere un’azienda di Roma. L’incontro con il Museo Fiumano fu incontro per la vita. Conoscere i nobili sacerdoti e custodi della storia di Fiume, Prischich, Gustincich, Petrich, Ricotti, Vosilla lasciò in me un’impronta indelebile. Quell’austero Museo nel Quartiere Giuliano Dalmata che accolse oltre 2.000 esuli, parlava e profumava di Fiume. L’indistruttibile amore per la città natale, doloroso leitmotive della mia esistenza, la mia passione per la storia, la mia competenza in materia trovarono, nel ricchissimo materiale documentale della Società di Studi Fiumani, la linfa cui attingere. In Italia, allora, l’argomento era tabù, l’Olocausta sconosciuta. Era doveroso portare degnamente avanti quell’operazione culturale straordinaria che i nostri nobili padri, protagonisti della storia di Fiume, i Depoli, Burich, Chiopris, Proda, Radetti, Samani, avevano realizzato, ricreando quella Società di Studi Fiumani, nata a Fiume nel
1923 e affidando alla rinata rivista "Fiume", presente e attiva ancora oggi, il compito di riportare alla luce, nella sua integrità la storia della città, che un mondo ostile, per cinica strumentalizzazione politica, voleva congelare nella foiba più profonda dell’oblio. In quel nobile sodalizio il mio impegno fu attivo e totalizzante, insieme a molto validi collaboratori come Marino Micich, Gianni Stelli, Danilo Massagrande, Emiliano Loria e tanti altri. Venne poi la nomina a presidente della Società di Studi Fiumani, Direttore responsabile della Rivista Fiume. Come avvennero i primi contatti con i rimasti? Con la caduta del muro di Berlino, e il crollo della politica dei blocchi, pensammo che si potesse inaugurare un tempo nuovo di rapporti civili in quella Rijeka croata che era stata la nostra Fiume italiana. Primi nel mondo dell’esodo, fummo criticati, ma poi quasi tutti seguirono il nostro esempio. Molte le cose che volevamo dire; innanzi tutto aprire un dialogo di conciliazione con la Comunità degli Italiani di Fiume, nella consapevolezza che esuli e rimasti, anche se attraverso scelte vitali contrapposte, erano ugualmente protagonisti di un’eroica difesa di quella identità italiana che aveva caratterizzato tanti secoli della storia di Fiume. Ezio Mestrovich, direttore dell’Edit e de "La Voce del Popolo", Corrado Illiasich, già preside della Scuola superiore di Fiume, furono tra i primi cui avanzavo proposte di collaborazione alla rivista Fiume e ad altri progetti culturali. C’era in tutti il bisogno di far rivivere l’interculturalità fiumana, elemento pregnante della storia della città, ferocemente violentata dal regime titino. Mestrovich, uomo di profonda onestà intellettuale, organizzava nel 1996 il convegno internazionale "Fiume, itinerari culturali" con interventi della nostra società di studi, del mondo croato e dei rappre-
sentanti più eminenti della Comunità fiumana della permanenza che ancora oggi collaborano alle nostre iniziative, sostenuti dalla passione e l’entusiasmo dell’odierna presidente Orietta Marot. Ricordo lontano ma indimenticabile, nel ripristinato culto di San Vito, il 15 giugno 1991, dopo molti anni di cupo silenzio nel regime comunista, la messa celebrata in duomo e il commosso discorso in italiano di conciliazione e amicizia di Oscar Fabietti, sindaco del Libero Comune di Fiume in esilio. Non dobbiamo dimenticare che durante le ultime guerre nell’ex Jugoslavia Fabietti inviò a Fiume consistenti aiuti materiali. Come fu accolto dalle autorità municipali? Ci presentammo ad esse con dignità e il coraggio della verità. Fummo accolti con grande rispetto. C’era in tutti un forte desiderio di futuro europeo. I sindaci Lužavec, Linić e Obersnel sono stati nostri interlocutori attenti e interessati. Il prof. Dubrović, direttore del museo cittadino, già relatore nel convegno del ’96, continuò ad avere contatti con noi sino ai giorni nostri. Il prof. Grubiša, sino al ruolo di ambasciatore di Croazia in Roma, ci seguì con interesse. Debbo ricordare anche il prof. Darinko Munić per l’attenta collaborazione al Convegno internazionale "Fiume nel secolo dei grandi mutamenti". Fecero seguito altri convegni, il Manifesto Culturale fiumano, la collaborazione con l’Istituto Croato per la Storia di Zagabria, gli incontri annuali con le scuole di Fiume e col Sindaco della città per San Vito. Sono tutti frutti preziosi del nostro ritorno culturale. L’opera Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-47) con l’Istituto per la Storia di Zagabria ha segnato un progresso nell’approccio al delicato tema? Al Sindaco Linić cui, dopo alcune vive polemiche, improntate
però a grande correttezza, mi legò una sincera amicizia, dissi: "È il ritorno della nostra storia taciuta che noi vogliamo nelle sedi e nei luoghi opportuni. La memoria della nostra Fiume italiana abbia sul piano storico, diritto di cittadinanza nella Rijeka del presente". Questo, del resto, è il tema dominante del Manifesto Culturale Fiumano del 1998 di cui sono stato ideatore e promotore. Sottoscritto dal Sindaco Slavko Linić e personalità come Leo Valiani, Claudio Magris, Luciano Violante, Miklos Vasarhely, Riccardo Zanella junior, Ervin Dubrović, Elvio Baccarini, Ezio e Irene Mestrovich, Elvia Fabijanić, Melita Sciucca e tanti altri in Italia e in Croazia. Il manifesto indica con estrema chiarezza la nostra progettualità. Le parole al sindaco Linić non sono cadute nel vuoto. Successivamente collaborando strettamente con l’Istituto Croato per la Storia di Zagabria diretto dal dottor Mirko Valentić, è uscita dalle stampe nel 2002 l’opera l’opera bilingue, unica nel suo genere, per questa iniziativa di grande onestà intellettuale, "Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni 1939 -1947") Curata dal sottoscritto e dal prof. Mihael Sobolevski, edita dal Ministero Italiano per i Beni e le Attività Culturali Direzione Generale per gli Archivi, è presente nelle università italiane e in alcune europee. Ebbe il patrocinio dei Presidenti Oscar Luigi Scalfaro e Franjo Tudjman. Un’opera colossale, supportata da gruppi di ricercatori, istituzioni storiche militari e archivistiche, consolati, ambasciate e ministeri italiani. Nell’introduzione ci sono tre pagine fitte di nomi che elencano tutte le collaborazioni. È stato un impegno lungo e penoso, potei consultare tra gli altri l’Archivio Storico dell’Armata Jugoslava di Belgrado, l’Archivio della Corte Suprema di Belgrado, l’Archivio Centrale dello Stato di Belgrado, in ogni pagina la morte aveva lasciato la sua firma. La Società di studi fiumani è
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impegnata da anni per la riesumazione del gruppo di italiani, in testa il senatore Riccardo Gigante, uccisi nel centro di Castua e quindi sepolti nel discosto bosco della Loza. Seppur iniziata, l’opera si è poi fermata. Per quali motivi? Che cosa si farà in futuro? Nella parte conclusiva del profilo storico da me steso nell’opera di cui abbiamo parlato, affermavo di aver individuato una fossa comune nei pressi di Castua, nel bosco della Loza, che ci risultava contenere i miseri resti delle vittime di un eccidio perpetrato da partigiani jugoslavi titini a guerra finita, il 4 maggio 1945. Tra le vittime accertate il senatore Riccardo Gigante, il giornalista Nicola Marzucco, il maresciallo della Guardia di Finanza Vito Butti e, con molta probabilità, anche il vice brigadiere dei carabinieri Alberto Diana. L’unico riesumato e sepolto altrove Vito Butti, per l’intercessione della cognata, partigiana in attività. Una fittissima corrispondenza agli atti, mia personale con le autorità competenti, corroborata da solide prove documentali, raccolte sia in Croazia che in Italia, corrispondenza regolare, incessante e quasi pressante, in attesa che si desse attuazione all’accordo italo-croato sulla necessità di far luce su tutte le fosse comuni, per riesumare i resti e dar loro cristiana sepoltura, purtroppo non ha prodotto risultati concreti. Non sono mancate verifiche dirette e sopralluoghi da parte di Onorcaduti e delle autorità croate, ma tutto è stato inutile. Le mie personali ricerche in loco, insieme all’amico Mario Stalzer, ormai molto lontane negli anni, quando erano possibili condizioni di pericolo personali, mi condussero ad incontrare un sacerdote croato, don Franjo Jurcević, dotato di vero spirito cristiano che, nel fallimento delle iniziative ufficiali, dal 4 maggio 1999, ogni anno, in quella triste ricorrenza, celebra una messa in suffragio
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delle povere vittime, come atto di fede e di civile protesta, alla presenza nostra, dei dirigenti della Comunità italiana e delle nostre autorità consolari. Quest’anno poi, una comunicazione del Ministro della Difesa Pinotti ad una nostra rinnovata richiesta di aggiornamento è stata più deludente del solito; di contro, l’interessamento del sen. Aldo Di Biagio, sempre vicino alle nostre tematiche e la sua forte sollecitazione verso il Ministro Pinotti, ha rinnovato le nostre indebolite speranze. Recentemente don Jurčević in un coraggioso articolo su "La Tore" dell’anno scorso ha denunciato il suo profondo sdegno per tanta intollerabile indifferenza. I premi alle scuole italiane di Fiume arricchiscono da anni il contatto con la tradizione fiumana. Quale è il bilancio che si può fare? Una delle prime iniziative del dialogo fu la licenza accordataci dal Provveditorato agli studi della Contea e dall’Assessorato alla Cultura di Rijeka, per l’istituzione di concorsi a premi per gli studenti delle scuole italiane della città. Questi rapporti hanno prodotto risultati ampiamente positivi. Era inevitabile: la scuola italiana di Fiume è come uno scrigno prezioso che ha difeso tenacemente, pur nel pieno rispetto della nuova realtà statale, i secolari, preziosi elementi della lingua e della cultura italiana. Per questo il nostro grazie più sentito va a presidi, docenti, famiglie e alunni. Alunni che, crescendo negli anni, in alcuni casi, hanno collaborato con la nostra Società, come il giovane William Klinger, divenuto ricercatore storico di fama internazionale, purtroppo vittima di un tragico destino. Ricca e costruttiva è la partecipazione ai nostri progetti della prof. Ingrid Sever, rinnovata con lo stesso spirito di amicizia, nell’avvicendarsi della presidenza, dal prof. Michele Scalembra. Con la recente Facoltà di
italianistica a Fiume si sono aperti ampi spazi di collaborazione. Fiume-Rijeka capitale della cultura europea nel 2020 potrà essere un’opportunità anche per la cultura italiana della città? Certamente. La cultura italiana, ammirata in tutto il mondo, è stata per secoli elemento pregnante della città. La vocazione europea della nuova Croazia democratica, che ben si concilia con i temi del nostro manifesto, indica un cammino che solo uomini di nobili valori possono percorrere. Proprio in questi giorni il prof. Ervin Dubrović, sostenuto dall’Ambasciata croata di Roma, nella persona di Damir Grubiša ha portato in un aula del Senato della Repubblica Italiana la mostra di Francesco Drenig a cui la Società di Studi Fiumani ha collaborato con invio di importanti documenti. Figlio di padre sloveno e madre croata, nato a Fiume, maturando una fortissima identità italiana, fu nella Giovine Fiume irredentista di ispirazione mazziniana e per questo internato nel campo ungherese di Kiskunhalas. Membro del Consiglio Nazionale Italiano del 30 ottobre 1918, promotore dell’azione dannunziana, respingendo il regime totalitario titino, dopo il 1945, fu esule in Italia. Anima d’artista, amò e tradusse la lirica croata, fu critico d’arte, traduttore, fondatore di riviste fiumane aperte alla Mitteleuropa e ai Balcani, eccellente fotografo d’arte, ponte, anche sotto il regime fascista a Fiume, fra le culture slave e l’Italia. Basterebbe l’incredibile intreccio di questi elementi per attribuire meritatamente a Fiume il nobile titolo di capitale della cultura europea. D’altronde non fu proprio Giuseppe Mazzini, creatore della "Giovine Italia", ispiratore della Giovine Fiume, ad auspicare, come futuro obiettivo di civiltà la "Giovine Europa"? M.S.
Novant'anni fa si spegneva Antonio Grossich • di Rino Cigui
Quella tintura di iodio salvò milioni di vite umane
Novant’anni fa, il primo ottobre 1926, si spegneva a Fiume il medico Antonio Grossich, universalmente conosciuto per esser stato l’ideatore della tintura di iodio, un composto con proprietà ossidanti utilizzato in chirurgia come disinfettante e cicatrizzante. Ricordare oggi, seppure in modo cursorio, la scomparsa del grande medico istriano è doveroso anche e soprattutto per i significati che una tale operazione comporta: infatti se da un lato essa si prefigge di attirare l’attenzione dei contemporanei sulla figura di un medico di notevole spessore e di un uomo
politico attivo tra Otto e Novecento, dall’altro rappresenta un’appropriazione di quel passato e di quelle figure che hanno contribuito allo sviluppo civile della società nelle sue più diverse articolazioni. Nacque il 7 giugno 1849 a Draguccio, la borgata posta a metà strada tra Pinguente e Pisino, da Giovanni Matteo Grossich, imprenditore agricolo, e Angela Francovich, di Romans d’Isonzo. Assolti gli studi liceali a Capodistria, nel 1868 s’iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Graz per studiarvi legge, abbandonata tuttavia dopo solo tre trimestri per trasferirsi a Vienna e dedicarsi con impegno allo studio della "scienza prediletta", la medicina, fino al conseguimento della laurea nel 1875. Le condizioni finanziarie affatto floride della famiglia lo costrinsero a stipulare, nel 1876, un contratto triennale con la cittadina di Castua come medico condotto, scaduto il quale si trasferì per breve tempo a Fiume dove concorse per il posto di primario dell’ospedale civico, che venne però assegnato al dottor Giorgio Catti (al cui nome è oggi intestata la Casa dell’anziano di Costabella, n.d.r.). Riprese allora la strada per Vienna per completare
la sua preparazione scientifica, ultimata la quale si stabilì a Fiume esercitando la medicina; qui conobbe e sposò Edvige Maylander, sorella del fondatore del Partito autonomista e poi sindaco della città Michele Maylander. L’esito negativo al concorso di "fisico comunale" della città, bandito nel 1884, lo indusse a trasferirsi nuovamente nella capitale asburgica, dove ebbe modo di specializzarsi in ostetricia con il dr. Gustav August Braun e in chirurgia con il dr. Karel Maydl, prima di far ritorno nella città di S. Vito e partecipare al concorso per il posto di primario chirurgo bandito dall’ospedale civico, che gli fu assegnato nel 1886. A Fiume lavorò instancabilmente, sicché ben presto la sua perizia nell’operare e le innovazioni da lui introdotte fecero sì che la sua fama varcasse i confini della città, facendo accorrere pazienti da tutta la Dalmazia, dall’Istria ed anche dall’Italia. Con l’arrivo di Grossich anche l’ospedale acquisì rinomanza a livello europeo e, grazie all’amicizia con il Nostro, alcuni dei più illustri chirurghi dell’epoca, quali Jan Miculicz-Radecki e Theodor Billroth, eseguirono operazioni chirurgiche a Fiume.
Sono passati novant’anni dalla morte di Antonio Grossich, personaggio di primo piano della storia e della politica fiumana nella seconda metà dell’Ottocento e nel primo quarto del secolo successivo. Per avere un quadro quanto più possibile organico della sua figura, ci siamo rivolti al dott. Rino Cigui, ricercatore presso il Centro di ricerche storiche di Rovigno che, nell’ambito dell’azione promossa dalla CI di Pisino per valorizzare i personaggi dell’area pisinese, ha analizzato la figura nel libro "Antonio Grossich 1849 – 1926, la vita e l’opera" di prossima pubblicazione in edizione bilingue italo - croata.
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In Grossich coabitarono tutta la vita interessi diversi, dalla medicina alla politica: irredentista e assertore dell'annessione all'Italia, caldeggiò esplicitamente l'intervento di D'Annunzio, ma ben presto fra i due si creò un conflitto molto aspro.
Nel frattempo iniziò a partecipare attivamente alla vita culturale e politica della città. Socio del Club Alpino fiumano, di cui fu anche presidente nel 1900-1901, animatore e presidente, nel 1912, della Società Filarmonica - Drammatica fu, con Andrea Bellen, Isidoro Garofolo, Arturo Nascimbeni, Francesco Vio e Michele Maylander, tra i fondatori del "Circolo Letterario Fiume", sorto in un momento di forti tensioni politiche con il preciso scopo di conservare ed affermare l’identità storica della città attraverso l’organizzazione di biblioteche popolari e conferenze alla quali venivano invitati i migliori letterati e poeti italiani. E fu proprio la convinzione che la difesa dell’italianità di Fiume coincidesse con la sua autonomia che lo spinse ad aderire, nel 1897, al partito autonomista di Michele Maylander e ad entrare nel Consiglio comunale (1898) dove non mancò di assumere posizioni nette su questioni da lui ritenute vitali. Per il Nostro furono questi anni intensi anche dal punto di vista scientifico, che lo videro però alter-
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nare pure scritti di carattere medico a opere prettamente letterarie. Risale, infatti, al 1893 il dramma in quattro atti La donna fatale, cui fece seguito, tre anni dopo, Viaggio di una principessa in Terra Santa dedicato all’arciduchessa Stefania, vedova di Rodolfo d’Asburgo. Tra queste due opere s’inserisce il breve articolo del 1893 Casuistische Beiträge, apparso nella prestigiosa "Pester Medizinisch-Chirurgische Presse", e gli Appunti sulla chirurgia dei polmoni, una relazione che avrebbe dovuto presentare al Congresso medico di Roma del 1894 ma che, a causa della sua impossibilità ad intervenire, fu pubblicata quello stesso anno a Fiume. Il meglio di sé lo diede tuttavia nella ricerca medica, che gli permise di trovare soluzione ad uno dei più grossi problemi scientifici ancora insoluti, quello dell’antisepsi chirurgica. Dal 1907, infatti cominciò a sperimentare un nuovo metodo di disinfezione cutanea che utilizzava la tintura di iodio sotto forma di pennellazioni sul campo operatorio prima dell’intervento. Un mezzo semplice ma validissimo che, pur non essendo immediatamente e universalmente accettato, col tempo si affermò a livello internazionale rendendo più sicuro, semplice e veloce l’intervento chirurgico. Il cosiddetto "metodo Grossich" fu applicato su vasta scala e con successo nel corso della guerra di Libia (1911-1912) e soprattutto durante la Grande Guerra, riducendo i decessi che sopraggiungevano per le infezioni delle ferite e la scarsissima igiene presente nelle trincee e negli ospedali da campo. Al culmine della notorietà, il 31 marzo 1914 venne eletto secondo vicepresidente del Consiglio comunale, carica che mantenne fino all’entrata in guerra dell’Italia nel maggio 1915. L’impegno politico, però, gli attirò addosso gli strali del governo, che lo considerava un personaggio scomodo e pericoloso: contro
la sua volontà fu allora confinato a Vienna, dove rimase fino all’estate del 1918, quando gli fu concesso di far ritorno a Fiume. Con la disfatta militare dell’Austro-Ungheria la situazione politica in città si fece sempre più caotica, lasciando italiani e croati a contendersi la città: al "Narodno Vijeće", già esistente, il 29 ottobre 1918 si affiancò un "Consiglio nazionale italiano alla cui guida fu chiamato il dottor Grossich, il quale partecipò attivamente alla redazione del Proclama del 30 ottobre con il quale veniva rivendicato il diritto di autodecisione per la città e proclamata l’annessione all’Italia. Per ottenere comunque la formale assegnazione della città di S.Vito all’Italia, nell’aprile del 1919 si recò alla Conferenza della pace di Parigi dove, in rappresentanza del Consiglio nazionale, si appellò al senso di giustizia della stessa, fiducioso che il plebiscito sarebbe stato ratificato. A Fiume, intanto, la situazione si faceva sempre più tesa: nel luglio 1919 scoppiarono gravissimi incidenti tra la popolazione locale e i reparti francesi del corpo d’occupazione alleato tanto da indurre quest’ultimo a ritirare il contingente italiano; tale comportamento fu ritenuto assai pericoloso poiché faceva presagire un possibile cedimento del governo italiano, presieduto da Francesco Saverio Nitti, con la conseguente assegnazione di Fiume al neocostituito Regno dei Serbi Croati e Sloveni (SHS). L’uso della forza sembrò allora l’unica soluzione possibile, per cui fu su pressante invito di alcuni ambienti militari, del Consiglio nazionale italiano e dello stesso Grossich, che il contingente di volontari guidati da Gabriele D’Annunzio entrò a Fiume il 12 settembre mettendo così fine all’occupazione interalleata. Nel giro di pochi mesi però i rapporti tra d’Annunzio e il nuovo Consiglio nazionale di Antonio Grossich si fecero sempre più difficili. Lo stato di tensione latente tra
i due interlocutori divenne palese nel dicembre 1919 in occasione del plebiscito sul nuovo modus vivendi proposto dal governo di Roma, considerato accettabile dalle autorità fiumane, ma osteggiato e interrotto con la forza dal comandante. Gli scontri tra il Consiglio nazionale italiano e D’Annunzio s’inasprirono ulteriormente nel 1920 quando, nel pieno delle trattative tra i governi di Roma e Belgrado per risolvere la delicata questione adriatica, una delegazione guidata dal medico s’incontrò con il presidente del consiglio Nitti per chiedere l’annessione di "(…) tutta l’Istria con Fiume fino all’Eneo", senza peraltro ottenere da questi alcuna conferma. D’Annunzio, che non aveva gradito la visita dei rappresentanti fiumani a Roma, definì la loro condotta "non ammirabile" in quanto indebita ingerenza nella sua politica e lesiva dei suoi diritti sovrani e condannò duramente Grossich per aver accettato d’incontrare il governo nonostante l’arresto di due delegati fiumani avvenuto dopo gli scontri tra la polizia ed i partecipanti a una manifestazione celebrativa per ricordare l’entrata in guerra dell’Italia. Si trattò del preludio alla rottura definitiva dei rapporti già tesi tra il Consiglio nazionale di Grossich e il comandante, che divenne tale quando, sul finire dell’estate 1920, questi manifestò il proposito di una soluzione politica della questione fiumana consistente nella creazione di una Reggenza italiana del Carnaro, retta da un nuovo statuto presentato come Ordinamento dello Stato libero di Fiume (Carta del Carnaro). In tutta risposta l’8 settembre il Consiglio nazionale rassegnò in massa le dimissioni, delegando i poteri a un Comitato direttivo cui fu assegnato l’incarico di indire le elezioni per la Costituente e di amministrare il paese fino alla formazione del nuovo governo. Sul fronte italiano, intanto, il presidente del consiglio Giovanni
Giolitti, subentrato a Francesco Nitti, aveva accelerato le trattative con il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni nel tentativo di chiudere quanto più rapidamente la questione adriatica, sicché il 12 novembre 1920, i due governi firmarono il Trattato di Rapallo che stabiliva i confini tra i due stati e le rispettive sovranità. In conformità all’accordo fu creato lo "Stato libero di Fiume", il cui territorio doveva essere delimitato dai confini della città e del suo distretto con un’ulteriore striscia di territorio che ne garantiva la continuità territoriale con il Regno d’Italia. La reazione di D’Annunzio al Trattato, che significava il crollo della Reggenza e delle sue ambizioni, fu feroce: fallito ogni tentativo di soluzione pacifica, il braccio di ferro con il governo italiano sfociò negli scontri armati del tragico "Natale di sangue" e nella successiva resa del comandante (31 dicembre). Nonostante l’amarezza per il Trattato di Rapallo e i sanguinosi avvenimenti di Natale, Grossich accettò nuovamente di presiedere un governo provvisorio che guidò fino alle elezioni del 24 aprile 1921, svoltesi in un clima di accese tensioni tra il Blocco nazionale, annessionista e filoitaliano, e gli autonomisti guidati da Riccardo Zanella. La vittoria autonomista fu seguita da gravi disordini che portarono alle sue dimissioni e alla presidenza Zannella, incapace di far tornare alla normalità la vita cittadina e travolta, il 3 marzo 1922, da una rivolta armata organizzata dai fautori di un’immediata annessione all’Italia. In segno di protesta, la maggioranza autonomista decise allora di abbandonare la città, circostanza questa che permise ad Antonio Grossich ed ai consiglieri appartenenti al gruppo nazionale di affidare ad Attilio Depoli l’incarico di esercitare il potere amministrativo e politico. Ad ogni modo, la breve e tribolata stagione dello "Stato libero di Fiume" ebbe il suo epilogo il 27 gennaio 1924 con
la firma del Trattato di Roma tra l’Italia ed il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Grossich, che per i servizi resi alla patria italiana era stato nominato il 19 aprile 1923 senatore del Regno, fu tra coloro che il 16 marzo successivo accolsero Vittorio Emanuele III giunto a Fiume per proclamare l’annessione della città; la lunga battaglia politica che aveva combattuto affinché ciò si avverasse, poteva dirsi finalmente conclusa. Diciotto mesi più tardi, il primo giorno di ottobre del 1926, stroncato da un improvviso attacco cardiaco, si spense a Fiume,. La notizia della sua scomparsa si diffuse rapidamente suscitando profonda costernazione e vivo cordoglio; la salma fu traslata nella sala del Consiglio comunale per le onoranze funebri e quindi, accompagnata dalle note della marcia di Chopin, depositata nella tomba di famiglia al cimitero di Cosala. Da ricordare che all’entrata dell’ospedale, in due lunette c’erano i busti di Grossich e di Lionello Lenaz, altro illustre medico. Anche il nostro Liceo portò per qualche anno il nome dell’illustre concittadino.
La tomba a Cosala in cui Grossich è sepolto con la moglie Edvige, sorella del leader Michele Maylander, che morì nel 1910 a soli 51 anni.
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Intemperanze di un assessore palesemente poco informato • di Patrizia Venucci Merdžo
Teatro, conoscere la storia prima di aprir bocca... In una delle ultime conferenze stampa indette dal TNC "Ivan de Zajc", Ivan Šarar, assessore per la cultura di Fiume, ebbe a dire - s’immagina riferendosi all’attuale dirigenza teatrale - che si era ereditato un "teatro austroungarico di terza categoria". Al momento ci parve di non aver sentito bene, di essere stati vittime di un’allucinazione uditiva, tanto che per un attimo l’azione del nostro sistema respiratorio rimase sospesa a mezz’aria, e il dono della favella ci fece difetto. Era mai possibile che il primo personaggio della cultura della città di Fiume avesse proferito quell’enormità d’ignoranza autolesionistica, quella falsità madornale, quella palese assurdità? Giovanni de Zaytz, che fondò l’opera di Zagabria - quando a Fiume già da mezzo secolo si gustavano le primizie del belcanto - si sarà rivoltato nella tomba assieme a tutti i nostri predecessori melomani fiumani. È pur sempre vero che il nostro assessore proviene dal burrascoso campo del "rock", però un’ infarinatura informativa circa la storia della massima istituzione cultuale e artistica della nostra città speravamo l’avesse acquisita prima di intronarsi sull’alto scranno delle Muse. Superato lo choc del primo momento, armata di pazienza certosina, la sottoscritta si mise di buona lena a spiegare all’"illustre" politico che l’ente lirico fiumano - vanto di ogni fiumano patoco - giammai era stato un teatro di categoria "C", bensì uno dei teatri più aggiornati e a la page dell’epoca in questa parte d’Europa, uno dei principali brand, tutt’oggi, della città di San Vito,
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da inserire e vendere alla grande nell’ambito del programma di Fiume capitale europea della cultura 2020. Continuammo la nostra apologia del Tempio delle Muse di Fiume ricordando che già il vecchio e glorioso Teatro Adamich, e quindi il Comunale, poi Giuseppe Verdi, erano stati scenario di allestimenti non solo delle opere belcantistiche e italiane – fatto questo che ci viene riconosciuto da quanti posseggono qualche nozione di storia locale - ma avevano spaziato generosamente pure nell’ambito dell’opera francese, tedesca e persino wagneriana; è questo un dato storico praticamente sconosciuto anche agli addetti ai lavori, a cominciare da Šarar. È davvero stupefacente, sfogliando le cronache dell’epoca, constatare la varietà e la portata delle opere liriche nei cartelloni del tempo. A parte Rossini, Donizetti, Bellini e Verdi che "facevano parte
del paesaggio", figurano, ricordando per sommi capi, nelle stagioni liriche "Fra Diavolo" di Auber, "Mignon" di Thomas, "Giulietta e Romeo" e "Faust" di Gounod, "Werther" di Massenet, ‘"Africana" di Meyerbeer, "Carmen" e "I pescatori di perle" di Bizet, "Sansone e Dalila" di Saint-Saens per l’opera francese. Per il teatro lirico tedesco rileviamo il "Freischutz" ("Il franco cacciatore") di Carl Maria von Weber, e poi Wagner: "I maestri cantori", "Il vascello fantasma", "Lohengrin", "Tannhauser", "La Valchiria" e perfino "Tristano e Isotta", apice del romanticismo lirico tedesco...Per non parlare di Umberto Giordano, Alfredo Catalani, Mascagni, Puccini e via dicendo. E meno male che stiamo parlando di un teatro di terza categoria... Ma non intendiamo rimanere ancorati al passato, per quanto esso sia stato prestigioso. Volgiamo piut-
tosto la nostra attenzione alla trascorsa stagione teatrale 2015/2016 prendendo in esame alcuni degli allestimenti che ci pare siano meritevoli di una menzione particolare. Dopo anni di promesse, nell’ambito dell’opera lirica, lo "Zajc" ha finalmente messo in scena "Andrea Chenier" di Giordano, un titolo assente dal cartellone del TNC da diversi decenni, il cui allestimento – una rilettura che ha miscelato elementi del teatro moderno con allusioni all’epoca della rivoluzione francese – è stato gradito dal pubblico in primo luogo per la partecipazione del nostro eccellente Giorgio Surian, artista autentico in tutti i sensi, dell’infervorato tenore messicano Luis Chapa e della primadonna fiumana Kristina Kolar, sorretti dalla validissima e professionale Orchestra dell’Opera. Vivo interesse ha suscitato il capolavoro mozartiano "Don Giovanni", spettacolo di alto rango con una regia e scenografia importanti, che si è avvalso della partecipazione di cantanti ospiti finlandesi e della bacchetta di Ville Matvejeff alla direzione di un’orchestra squi-
sita. Con tutta probabilità è stata la prima esecuzione di quest’opera a Fiume, come anche "Giulio Cesare in Egitto" di G.F. Haendel è stata la prima rappresentazione di un’opera barocca. Nel difficilissimo ruolo di Cesare abbiamo avuto la giovane fiumana Diana Haller - in Germania e altrove è in piena ascesa artistica – che pure in quest’occasione ha sfoggiato le sue ottime qualità sceniche e virtuosistiche. Una ventata di freschezza musicale è stata l’incursione nel Novecento con la tragica partitura stravinskiana di "Oedipus rex" di Stravinski. In ambito concertistico sinfonico, memorabile è stata la forte interpretazione della Quinta sinfonia di Mahler, uno dei vertici più alti del sinfonismo europeo, sotto la direzione del direttore ospite Matvejeff e la poderosa e profonda esecuzione della Sinfonia n.11 di Shostakovich. A ciò si aggiungano le registrazioni dell’opera di Suppè "Il ritorno del marinario" e di musiche di Papandopulo per una casa discografica tedesca, come pure la seconda edizione del Concorso internazionale di canto "Zinka Milanov". Il tutto per
dire che il Teatro si è fatto portatore di allestimenti complessi e di ampio respiro, dilatando l’offerta culturale e musicale con titoli e autori anche inediti per Fiume, come pure veicolo di collaborazioni e progetti internazionali che pongono Fiume in un circuito musicale europeo. Perciò, alla luce di quanto sopra, è del tutto fuorviante e sbagliato il giudizio del ministro Zlatko Hasanbegović, secondo il quale il programma del TNC di Fiume (noi ci siamo limitati all’aspetto musicale) sarebbe di valenza regionale e adatto ad un pubblico di giovani e ragazzi, e non di portata nazionale. Un’opinione viziata che avrà le sue ragioni in motivi che ci sfuggono, o forse in una politica culturale aberrante che vorrebbe spegnere, o comunque degradare a livello di enti locali i teatri in Croazia, ad eccezione, naturalmente del Teatro di Zagabria. Una tendenza – o forse più di una tendenza? – inaccettabile e illogica, se confrontata in rapporto alla grande e prestigiosa tradizione culturale della città di Fiume e alle esigenze artistiche e di cultura della sua popolazione.
Superata nella tecnica, la foto ha un'eccezionale valenza documentaristica. A lato del canale ancora adibito alla navigazione commerciale si ergono le impalcature del teatro che presto sarà finito. La solenne inaugurazione avvenne nel 1885 con l'Aida verdiana.
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Lungo la Rječina/Eneo, dalla sorgente alla foce • di Tullio Iliassich
Fiume in cui s'incarna l'anima di una città
La cartiera all'inizio del XX secolo era un impianto industriale molto avanzato
Questo scritto non è un trattato sulla Rječina, ma una mia passeggiata, con fermate nei punti che ho ritenuto importanti, se Vi interessa accompagnatemi. Due pillole di descrizione generale. Le acque correnti della regione liburnica, date le caratteristiche carsiche, si riducono a due soli corsi
La trota è "inquilino abituale" del fiume
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degni di nota: la Rječina – Eneo e la Ličanka. La Rječina, Eneo o Rečina, così denominata dalle popolazioni autoctone del circondario, nasce a N di Fiume, nel fondo del solco che da essa prende il nome. La sorgente si trova ad un’altezza di 325 m sul livello del mare, ai piedi di una roccia a picco facente parte del monte Kičej, il cui ciglio superiore ha un’altezza di 606 m. Studi fatti all’inizio del secolo scorso hanno ipotizzato che questa non sia la sua vera fonte, ma la fuoriuscita di un volume d’acqua che, in conseguenza delle precipitazioni e della condensazione dei vapori atmosferici, si raccoglie sull’altipiano superiore del Carso e, dopo aver percorso molte caverne sotterranee, arriva allo scoperto in quel punto. Un tanto sarebbe dimostrato dalla sua temperatura media che corri-
sponde alla media annuale delle regioni dell’altipiano carsico. Ha un corso di circa 19 km di lunghezza con una larghezza che varia dai 9 ai 16 metri. L’acqua della sorgente, perfettamente limpida anche nel caso di forti acquazzoni caduti su tutto il Carso ed anche all’atto dello scioglimento delle nevi, viene usata sin dal 1915 per l’approvvigionamento idrico della città. I suoi "inquilini" più conosciuti sono: la trota d’acqua dolce e il gambero. Proseguiamo la passeggiata. La valle scende lentamente verso sud, in leggero dislivello, per circa 3 km fino a Kukuljani, il primo villaggio, situato a circa 290 m sul livello del mare. La sorgente è collegata ad esso da una strada sterrata, ideale per una leggera passeggiata, e contornata di prati, boschi e ogni tanto (quelli che sono stati riparati) punti con panche e tavoli per il ristoro degli escursionisti. Ancora oggi è facile imbattersi in pecore, capre e
La sorgente all’inizio del Novecento
La diga di Valići
mucche al pascolo, animali che noi "cittadini moderni", in linea di principio vediamo solo in televisione. Nei pressi si trova l’ultima stazione della corriera di linea N.ro 12A, che fa la spola da Dražice a Kukuljani, mentre dalla città parte la linea 12 che va fino a Dražice, per coloro che non vogliono farla a piedi oppure in macchina. Continuando la discesa, incontriamo Zoretići, Milasi e Lubarska, villaggi di scarso interesse. È doveroso, però, sottolineare Lubarska, perché verso ovest si diparte una strada che, dopo un centinaio di metri, arriva al corso della Rječina e all’abitato di Martinovo selo, interessante perché ospita l’ultimo mulino ad acqua sul fiume, mentre verso la fine del XIX secolo ne esistevano 27. Porta il nome di Gašparov mlin e risale a più di 350 anni fa. L’ultima ricostruzione risale al 1992 ed è a tutt’oggi perfettamente funzionante, nonché trasformato in attrazione turistica. Dopo Lubarska il fiume procede, con capricciose svolte, lungo un canalone di una larghezza media dai 3 ai 4 km, ed un fondo in gran parte ricoperto da residui alluvionali. Fra Lukeži e Drastin vi sbocca da sinistra l’unico affluente notevole, la Sušica, d’ordinario a secco, ma
in epoca di pioggia, dato un bacino idrico almeno sei volte maggiore della Rječina, ed essendo circondata da pendii montani ripidi e denudati, ingrossa rapidamente e contribuisce notevolmente alla ricchezza di acqua del corso principale. All’altezza del villaggio di Grohovo si erge la diga di Valići, costruita dal 1964 al 1966. Il bacino è situato alcuni chilometri nell’entroterra, ad un’altezza di 229,5 m sul livello del mare. La diga, con un’altezza di 35 metri, chiude il lago che ha una capacità di circa 470.000 m³ d’acqua, mentre l’idrocentrale si trova nelle vicinanze delle sorgenti Zvir. Continuando la discesa il canalone comincia a farsi più profondo e si arriva ad un ponte che ci porta dalla sponda destra a quella sinistra. Nei pressi di Pašac, raggiunto il calcare, il fiume vi incide una profonda gola, dalla quale esce per correre fino ad Orehovica. Qui abbandona il solco longitudinale, per portarsi attraverso una pittoresca e selvaggia forra trasversale sino al mare. In origine sfociava in un golfo, il lacus marinus ricordato dai documenti, e visibile nelle vecchie carte della città, che formò il primo porto. A poco a poco però le alluvioni colmarono questo golfo, che arrivava circa all’altezza di Tersatto, e si
spinsero verso il mare a formare il delta che, con correzioni artificiali, sussiste ancora oggi. Poco prima della foce il fiume, che nell’ultimo tratto si chiama anche Fiumara, riceve il tributo d’acque dello Zvir, che, appena venute alla luce ai piedi del colle di S. Caterina, si gettavano in essa. Oggi però sono raccolte e alimentano l’acquedotto della città . Importante notare che da Orehovica verso il mare si svilupparono varie industrie, purtroppo la maggior parte è da tempo chiusa e abbandonata all’usura del tempo. Le prime imprese, i cui resti partono da sotto Orehovica e arrivano fino a via dell’Acquedotto sono i mulini, tutti in pessimo stato di conservazione. Tra i più importanti vanno ricordati: il mulino Matešić e il mulino Matković sotto Žakalj. Interessante la storia del mulino di Žakalj. Luka Matković ne è proprietario dal 1839 al 1841, in seguito suo figlio Gašpar lo vende a due triestini: Carlo d’ Ottavi Fontana e Marco Pigazzi che lo ingrandiscono, costruiscono un canale e una diga e collegano il lato destro della Rječina con un ponte alla Luisiana. Dopo un incendio, nel 1862 il mulino viene comprato dallo Stabilimento commerciale di farine di Fiume con Ignazio Scarpa come dirigente. Lo Stabilimento costruisce un impianto di 90 m di lunghezza
Foto della Cartiera, inizio 1900
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e 25 d’altezza, con annessi gli uffici della direzione. La produzione continua fino alla I guerra mondiale dopodiché viene abbandonato e devastato. Il ponte verrà minato nella II guerra mondiale. Proseguendo verso il mare, al giorno d’oggi troviamo l’idrocentrale e la centrale dell’ acquedotto fiumano Zvir. Siamo già nella parte bassa del canalone, quasi a livello del mare, ed ecco apparire la famosa fabbrica di carta detta "Cartiera" di Fiume. Nel 1821 Andrea Ludovico Adamich compera un mulino in località Lučice e lo adatta alla produzione di carta. Nel 1827 vende gli impianti agli imprenditori Charls Maynier e Walter Crafton. L'acqua viene adoperata per far girare i mulini che forniscono forza motrice alla fabbrica. Data la crescita di questa industria, nel 1833 viene installata la prima macchina a vapore nei Balcani, per far fronte al sempre maggior fabbisogno di energia. La Cartiera per lungo tempo fu simbolo della cultura tecnica di Fiume. Sotto la direzione tecnica di Eugene Fremont e con la direzione di Henry Maynier, nipote di Charles, divenne fabbrica di fama mondiale. Alluvioni (1852), incendi e varie calamità non riuscirono a mettere in ginocchio gli imprenditori: nel 1860 venne considerata tra le prime quattro produttrici mondiali di carta. Verso il 1906 si trasforma in società per azioni e ai soci Smith e Meynier si affianca la prima industria della carta ungherese, che nel 1910 decide di continuare solo la fabbricazione di carta speciale per sigarette. Con fasi alterne la produzione continua, il numero di occupati varia dai 300 ai 600, per arrivare a 1100 attorno al 1991 quando è la seconda fabbrica di carta da sigarette in Europa, orientata per l’80% verso l’estero. Purtroppo, dopo l'ultima guerra non si riprende sicché nel 2005 viene chiusa.
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Usciti dalla Cartera scendiamo verso il mare. Arrivati vicino al ponte della ferrovia che collega Fiume e Zagabria volgiamo lo sguardo verso l’alto, e vediamo innalzarsi due colli. A destra il Calvario, famoso per i resti del Vallo romano e per la scalinata intervallata da cappelle votive verso la cima di S. Caterina a sinistra il colle di Tersatto con il castello dei conti Frangipani. Spostiamo lo sguardo avanti e verso S-E e ci appare l’albergo Kontinental, con il ponte, oggi rinnovato a unire le due parti della città con il letto del fiume come congiunzione. Nel 1780, uno dei più ricchi abitanti di Fiume, Simeone Adamić, lo fece costruire su una spianata formatasi dalle alluvioni del fiume e fino ad allora coperta da vigneti. Esattamente ai piedi delle scale di Tersatto e all’inizio della strada Carolina sorse un edificio a tre piani, con la facciata anteriore rivolta verso il fiume. Ideatore del progetto fu l’ingegnere Mate Glavan. Davanti al Kontinental c’è oggi un’ampia piazza, le strade che collegano il centrocittà a Sušak e Tersatto e due vie d’acqua: l'Eneo e la Fiumara, chiamata anche Canal morto. Sino all’inizio del 1800, il corso era parallelo alle vecchie mura cittadine: durante i secoli aveva accumulato detriti che avevano prolungato il delta e formato l’odierna piana chiamata Brajdica, coperta di
Il Calvario ripreso dalla parte bassa del corso
vigneti (braide). Il letto del fiume era adibito a porto, ma di scarsa capienza e troppo piccolo per le navi moderne. Nel 1855 fu scavato un novo letto per dirottarne il corso verso est, in modo da renderlo più rettilineo e quindi più placido. Il vecchio corso, ritrovatosi, praticamente con poca quantità d’ acqua corrente, con una larghezza di una trentina di metri per una lunghezza di circa 500 m, venne adibito a porto per barche fino a 1.000 t, i nostri bragozzi, brazzere e altri navigli dell’Adriatico. Il canale venne diviso in due parti da un ponte, la parte interna, verso le sorgenti, per piccoli natanti, quella esterna per quelli di maggior tonnellaggio. La via che passava dietro al teatro Verdi, oggi Ivan pl. Zajc, prese il nome di via del Molon. Il Canal morto o Fiumara sfocia tutt’oggi ad est della città, il porto di Sušak, chiamato anche porto Baross, dal ministro ungherese che contribuì in modo notevole alla crescita della città. Ecco, passeggiando lentamente siamo arrivati fino al mare, accompagnati dalle acque della Rječina. Ora non mi resta altro da fare che prendere le mie togne e andare nell’altro porto, sul Molo Longo, a pescar ociade. Se Vi siete divertiti son contento.
Piero Klausberger fu il primo e unico sindaco italiano del dopoguerra • di Giacomo Scotti
Basta un piatto di minestra non mi serve nient'altro
Nelle edizioni del 31 ottobre e 1.mo novembre 1981 il "Novi List" e "La Voce del Popolo" annunciavano la scomparsa di Piero Klausberger, un operaio, combattente della Resistenza, presidente (o "sindaco") di Fiume "negli anni più difficili della prima fase postbellica", l’attivista socio-politico, "attivo anche in seno alla Comunità degli Italiani di Fiume". Nato nel 1906, aveva iniziato già a dodici anni l’apprendistato, dapprima di fabbro, poi di falegname e infine di imbianchino, aderendo presto all’idea antifascista. Dopo la guerra, primo (ed unico) fiumano sindaco della città, rimase in carica dal maggio 1945 al 1952. Fu anche il primo deputato italiano di Fiume al Sabor della Croazia e, successivamente, per tre legislature consecutive, alla Camera Federale del Parlamento jugoslavo. La figlia Aurelia è scomparsa qualche mese fa. Quando andai a trovarla in Belvedere, nel modesto
appartamento del padre, tirò fuori due tessere rilasciate al deputato Pietro Klausberger nel 1948 e nel 1950 che, oltre all’immunità, gli consentivano di viaggiare gratis su treni, autobus ed aerei. Se ne servì solo per andare a Belgrado, mai per altre destinazioni o scopi. Chi conobbe "Perka" – era questo il suo nome di battaglia – lo ricorda come persona di straordinaria modestia e parco di parole quando era costretto a parlare di se stesso, eppure "ha lasciato dietro di sè una profonda orma di quella che è la storia di Fiume" scrisse Lucifero Martini sulla Voce il 3 novembre 1981. Si spense a 75 anni il 30 ottobre; il 2 novembre fu commemorato all’Assemblea comunale e alla Comunità dei Comuni di Fiume; i funerali si svolsero nel pomeriggio al cimitero di Cosala. Aurelia conservava i documenti del padre e i ritagli di giornali che scrissero moltissimo di lui alla scomparsa, ma raramente negli anni in cui guidò la città. Dopo un rinnovato lunghissimo silenzio, tornarono a farlo nel giugno 2005 in occasione della mostra di fotografie "Tutti i nostri sindaci". La prima foto, immancabilmente è la sua. Il Novi list ricordò allora che la sorte d’essere il primo "Presidente del Comitato Popolare Cittadino", come allora veniva definita la carica, toccò a Pietro Klausberger, già attivo combattente antifascista ed eminente rappresentante degli italiani di Fiume". Suo successore, va ricordato, sarebbe stato Edo Jardas
- un castuano appena tornato dal Canada dove aveva capeggiato il PC - a cui fu assegnata una prestigiosa villa a Costabella mentre Klausberger continuò a vivere nel modesto alloggio di Belvedere. Amalia mi raccontò: "Vivevamo da sempre in Belveder, in cinquantacinque metri quadri, io, mio fratello e i genitori. Offrirono a mio padre di scegliersi una villa sul mare in zona Costabella. E guardaroba nuovo, telefono, macchina... Non volle accettare mai niente. Venuto su in una famiglia povera, soleva dire: ‘Più di un piatto di minestra non mi serve’. Schivava la vita mondana, gli inviti a pranzi e cene, preferiva restare a casa, con la famiglia, giocare con noi ragazzi a ‘Non ti arrabbiare’ o a briscola. Gli piacevano i libri di scienze naturali, le biografie, i gialli, ma soprattutto andare a teatro, specialmente all’opera. In casa accennava arie operistiche o canticchiava canzonette, accompagnandosi al mandolino. Lui e mio fratello Paolo erano intonati, io e mia madre no. Spesso mi diceva: ‘Se stai zitta, ti dò dieci dinari’, e se la rideva". Nel testo rievocativo, Martini si sforzò di "stabilire l’identità di un uomo che indubbiamente contraddistinse un’epoca tra le più gloriose, ardite e perigliose di una Fiume che lo vide nascere ed alla quale diede tutto se stesso". Il nome appare già nell’ottobre 1941 quando, al fianco di Alberto Labus, Vittorio Marot, Ladislao Tomè e Tomasini, operai come, lui, creò la prima "cellula dei pittori". Era un antifascista di vecchia data; le riunioni clandestine dei
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vari gruppi della Resistenza si erano tenute più volte nella sua abitazione. Rientrato dopo l’8 settembre da un servizio militare prestato per brevissimo tempo a Trieste, già agli inizi di ottobre tenne nella sua casa una riunione nella quale – presenti Labus, Amedeo Ursich, tali Codrè, Smerdelj e Rodizza – fu costituito un "Centro cittadino" di Resistenza ai tedeschi. Il Movimento di liberazione, scrisse Martini, si allargava sempre di più nasceva il primo Comitato Popolare Cittadino con Franjo Kordić presidente e Pino Cucera segretario, l’organizzazione di Partito si rafforzava ed estendeva in quattro settori che comprendevano tutta la città. "Dei quattro rioni il terzo (s’era nel gennaio del 1944) venne affidato a Piero Klausberger, che lavorò in stretto collegamento con Romano Glažar-Mladen. In questo rione operavano anche le organizzazioni del Fronte Popolare, delle Donne Antifasciste, della Gioventù ed abbracciava venti gruppi formati da oltre cento persone. Alla fine del mese di marzo Piero Klausberger entrò a far parte del Comitato cittadino del Partito e venne reso responsabile dell’attività illegale di partito". L’affermazione del movimento di resistenza in città allarmò gli
occupatori. In una serie di rastrellamenti, nella notte del 29 giugno le SS arrestarono più di duecento persone, tra le quali gli esponenti della Resistenza Franjo Kordić, Andrija Petrić, Leo Levi e Nicolò Radman. Pur figurando nell’elenco dei ricercati, Klausberger riuscì a sfuggire alle SS ed alla fine di luglio entrò a far parte del Comitato circondariale del Partito comunista costituitosi nel territorio controllato dai partigiani di cui facevano parte anche i connazionali Cucera, Michelazzi e Martinis insieme a Glažar.
SFUGGITI PER UN PELO ALLE RETATE In agosto si costituisce pure il Comitato circondariale del Fronte di Liberazione e di nuovo ne fanno parte Cucera, Klausberger e Michelazzi, insieme agli ingegneri Mamich e Faraguna, a Giuseppe Arrigoni, Fornasari, Scrobogna, Surina… In settembre il Comitato circondariale del PC affida la guida dei gruppi d’azione del I rione di Fiume e delle fabbriche (industria pesante) a Klausberger e Cucera che diventano inoltre responsabili del lavoro del Comitato cittadino del Fronte di Liberazione e dei collegamenti con il Fronte Femminile Antifascista. Trattandosi di un lavoro difficile e pericoloso, il Comitato regionale del partito, insediato nel Castua-
Siamo nel 1946, ci vogliono braccia per la ricostruzione: Klausberger da l'esempio
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no, predispone per i due capi un nascondiglio che diventa anche il centro dal quale dirigere le azioni di lotta. Grazie all’instancabile lavoro dei due, si accelera sia la diffusione in città della stampa partigiana che l’approvvigionamento dei partigiani. Una nuova serie di arresti si ebbe nel gennaio del 1945. In marzo mancò poco che finissero nelle maglie delle SS Michelazzi, Spiller, Cucera, Klausberger ed altri che, lasciato il "rifugio" extraurbano, erano venuti a Fiume per una riunione del Comitato cittadino del partito della quale i nazisti erano venuti a conoscenza. Il 3 maggio, fatte saltare in aria fabbriche e attrezzature portuali, i nazisti si ritirarono. Lo stesso giorno nel Palazzo del Governo si tenne la prima seduta del Comitato Popolare Cittadino di Fiume liberata. Ne fu presidente Franjo Kordić, segretario Viktor Hreljanović, assessore per gli affari sociali Piero Klausberger. Qualche settimana dopo, però, insediatosi il Comitato ufficialmente nel Palazzo del Comune, Klausberger fu nominato presidente, ossia sindaco. Qualche fonte vorrebbe che la nomina fosse avvenuta solo nel 1948, ma i giornali smentiscono: tutte le ordinanze del CPC di Fiume apparse nel 1945 su "La Voce del Popolo" portano la firma di Klausberger che fu dunque sindaco negli anni più duri del primo dopoguerra, quelli della fame, della ricostruzione, della rottura con Mosca e della deportazione dei "cominformisti", sull’Isola Calva… In quegli anni, mentre i servizi segreti facevano il lavoro sporco, "Perka" si adoperò costantemente, per alleviare le pesanti condizioni di vita dei cittadini. Così scrive un testimone di quei tempi, il giornalista Ettore Mazzieri, su "Panorama" nell’agosto del 1985: "Indubbiamente un posto di
preminenza tra coloro che con maggiore abnegazione e perseveranza si prodigarono per cancellare le stigmate di Fiume, lasciata quasi incenerita dall’occupatore in fuga, spetta al compianto Pietro Klausberger, "Perka" per i compagni di lotta. Assurto per consenso popolare e collettivo alla carica di primo cittadino, per un settennio fece onore al suo mandato. La modestia era il suo scudo, la tenacia e l’onestà le sue armi. Era così profondamente onesto che usufruiva dell’auto comunale solo per circostanze strettamente ufficiali". Dappertutto andava a piedi, volentieri si confondeva tra la gente, cittadino qualunque fra i cittadini.
DOV'È L'IMPERMEABILE? "In quei tempi le riunioni si susseguivano dalla mattina alla sera – raccontò Aurelia. Una volta tornò da una senza l’impermeable. "Era stato appena riparato e rivoltato da mia madre che da ragazza aveva fatto la sarta d’uomo. Per anni quella povera donna pianse per quel benedetto trench, mentre mio padre la consolava dicendo: ‘L’avrà preso qualcuno più povero di me’. Suonavano spesso alla porta, c’era un viavai di gente. Ognuno di loro sperava di risolvere qualche problema. Venivano quasi sempre portando qualche regalino, che pensavano di lasciare: umili oggetti. Ma mio padre ci aveva severamente proibito di accettare qualsiasi cosa, da nessuno!"
LA SARTA DI TITO NON FU SFRATTATA "Un giorno qualcuno del ‘potere’ politico cercò di sfrattare dal suo appartemento la signora Cavallotti, rinomata sarta personale di Jovanka Broz, la moglie di Tito. Dicevano, quei ‘politici’, che i Cavallotti disponevano di un alloggio troppo grande per loro. Stavolta intervenne mio padre, e la sarta rimase nella casa che abitava da anni annorum.
Per sdebitarsi, la Cavallotti venne a casa nostra – io avevo allora nove o dieci anni - e senza neanche bussare alla porta, lasciò là fuori un pezzo di burro e una bottiglia di vino. Il burro, in quei tempi, te lo potevi soltanto sognare! Mio padre portò il tutto alla ‘Casa del Pensionato’. L’indomani, ascoltando Radio Fiume, la signora Cavallotti si sentì ringraziare dalla Casa del Pensionato per il bellissimo regalo". Un altro aneddoto. Nel 1946, una delegazione guidata da Branko Vukušić andava a visitare la Fiat per negoziare l’acquisto di una partita di autobus per la nostra città. Al ritorno, tutto euforico, Branko entrò nella stanza del sindaco e gli disse: ‘Perka, vieni a vedere che cosa ti ha mandato in regalo Gianni Agnelli!’ "Era un’automobile nuova di zecca, magnifica, destinata al sindaco di Fiume, a mio padre... Branko andò raccontando in giro, per anni, la lavata di testa che si era preso da nostro padre. E la tattica che dovette usare per rimandare al mittente quel ‘regalo’". Nel 1952 il comandante dell’incrociatore statunitense "Glasgow" visitò Fiume. Visitò le chiese, alcune fabbriche, scuole... Il sindaco lo accompagnò per tutto il giorno. Al commiato l’alto ufficiale americano regalò al padrone di casa una penna stilografica d’oro. E chi ce l’aveva allora? Forse neanche Tito. "Un giorno, entrando nell’ufficio di mio padre al Comune, l’assessore all’edilizia del tempo, Ferruccio Glavina, vide sul tavolo la penna e ne fu entusiasta... Papà si accorse che gli occhi gli splendevano e gli disse semplicemente: ‘Prendila tu, tanto io non ho cosa da scrivere’". Da giovane appassionato escursionista e calciatore dilettante nella squadra "Audace" composta prevalentemente da operai, disputò l’ultima partita a 38 anni da terzino su un campo di San Nicolò. Nel novembre del 1998, ricorrendo il cinquantesimo della Società di pesca sportiva "Luben", i giornali ricordarono che
Klausberger nel 1949 sull'incrociatore britannico Glasgow con il comandante e il ministro per i territori liberati Vjenceslav Holjevac
Klausberger ne era stato il fondatore e primo presidente. Sfogliando i vecchi giornali, troviamo il numero del 18/19 dicembre 1976 del "Novi List" con la cronaca delle celebrazioni per i trent’anni del Club calcio "Rijeka" (inizialmente "Quarnero"). Quando si alzò a parlare Klausberger, accolto da un applauso particolarmente caloroso, molti si aspettavano un lungo discorso; invece si limitò a dire "Grazie". Era stato per anni vicepresidente del "Quarnero" e aveva coperto la medesima carica nel primo Comitato cittadino di Cultura Fisica. Sportivo fra gli sportivi nella ricostruzione degli stadi di Cantrida e Crimea, presente spesso agli incontri di boxe e di basket, incoraggiò la costruzione della piscina a Scoglietto, organizzò il circuito motoristico di Preluca… A proposito, Aurelia ci disse: "Amante dello sport, specialmente della pesca, mio padre accettava un unico regalo da chi glielo offriva: qualche amo o qualche togna di nylon che gli portavano dall’estero. Vicino alla Fiumara c’era allora una baracca, un magazzino buio, diventato ritrovo di amici amanti della pesca. Papà passava là parte del suo tempo libero. Spesso passava a trovarli il famoso tenore Gino Bonelli che, su insistenza dei presenti, cantava divinamente qual-
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Perka accanto alla barca, attrezzo indispensabile per la pesca
che aria operistica". In mezzo a corde, reti, remi e nasse, "Perka si impegnava appassionatamente e in prima persona per la soluzione dei più scabrosi problemi, sempre pronto a mettere le spalle sotto, come ad assumersi la sua parte di responsabilità", scriveva Mazzieri riferendo che era uso frequentare la pescheria di primo mattino. "Sotto la sua egida, subito dopo il 3 maggio 1945, vista la crisi alimentare che attanagliava la città e che una nave-rifornimenti proveniente da Bari aveva urtato su una mina subacquea ed era affondata nei pressi di Buccari, organizzò una massiccia caccia al pesce nel golfo che fruttò cospicui quantitativi del prodotto che immediatamente venne regalato alla popolazione". Confermando l’aneddoto Aurelia spiegò: "Erano anni duri, non c’era da mangiare, i negozi erano vuoti e quando arrivava qualcosa si formavano code interminabili e si facevano anche cinque e più ore in fila. Così, quando in pescheria, un giorno, il pesce venne requisito per ordine del sindaco, successe il finimondo. Le donne, furiose, impossessatesi chissà come di bastoni e bottiglie, marciarono verso il grattacielo fiumano, sede del Comune.
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Dagli uffici fu un fuggi-fuggi generale, tutti gli impiegati si barricarono nelle loro stanze. Mio padre invece si presentò davanti alle donne che urlavano d’aver fame e maledicevano la miseria. Lui le ascoltò e poi spiegò: il pesce sequestrato era stato destinato agli ammalati dell’Ospedale... Le donne capirono, si calmarono e si scusarono. Passato il pericolo, i ‘compagni’ fecero capolino dietro le porte, tornarono agli sportelli... Mio padre, l’indomani, organizzò la pesca nel Golfo per regalare il pesce alla popolazione". Riprendiamo l’annotazione di Mazzieri: "Lo trovavi nelle fabbriche, tra i giovani delle scuole; era il più puntuale nelle riunioni, trovava sempre, con il suo inconfondibile e mite sorriso, la parola incoraggiante per chi, in quei periodi di emergenza, veniva a trovarsi a disagio. Perka, con pala e piccone, era puntuale all’appuntamento con il lavoro volontario perché – come era solito dire – "il presidente dev’essere sempre d’esempio"! Nessuna meraviglia, dunque, se Perka (…) offrì i suoi servizi di manovalanza per lo scarico di merci dal camion, in maniera da consentire l’apertura tempestiva di un negozio programmata per il giorno dopo". Spesso chiudeva la sua intensa giornata tuffandosi nella vita notturna della tipografia de "La Voce del Popolo" dove rimaneva fino all’uscita. È difficile ricostruire la vita "pubblica" di Klausberger: evitava al massimo le cerimonie, i discorsi e le interviste. Una foto lo ritrae con all’ammiraglio Mountbatten, comandante della flotta statunitense nel Mediterraneo durante la sua visita a Fiume nel 1952. Alcune foto lo ritraggono insieme a Tito che assieme alla consorte trascorse a Fiume due intense giornate nel maggio del 1970. In quell’occasione al cineteatro Fenice (all’epoca "Partizan") venne consegnata a Klausberger la targa d’argento della Città. E questo
è tutto. Anche dopo aver ceduto la poltrona, a quel tempo scomodissima, di primo cittadino, fu molto attivo sul piano sociale. Sapeva di aver portato a termine i compiti suoi più importanti – diremo con Martini – e modestamente si mise da parte cedendo il passo a coloro che, più giovani e più istruiti, meglio potevano dare…". Alle careghe proprio non ci teneva; e quando veniva lodato, storceva la bocca in un sorriso come per dire – e talvolta lo diceva: "Non ‘ste esagerar. Go fato solo quel che dovevo e sentivo de far". Se avesse potuto avrebbe ripetuto quella frase quando, davanti alla bara che ne accoglieva la salma, uno dopo l’altro i più alti rappresentanti di Fiume e un ministro ne esaltarono i meriti nel giorno dei funerali. Si svolsero al cimitero di Cosala – citiamo la cronaca – "davanti a una folla commossa che ha voluto così porgergli l’ultimo saluto". Un saluto formulato anche da uno dei suoi amici più cari, Luciano Michelazzi. Ci si accomiatava, disse, da uno dei figli più degni di Fiume da lui amministrata negli anni più difficili, nell’epoca in cui con l’entusiasmo e la buona volontà si sopperiva alla carenza di tutte quelle cose che rendono più agevole la vita. Negli ultimi trent’anni aveva nuovamente indossato la tuta di pittore, rimanendo in quella tuta fino alla fine dei suoi giorni. Due giorni prima dei suoi funerali scrissi la mia ultima cronaca per "La Voce del Popolo"; da dove poi fui mandato via. Scrissi e ripeto: un semplice operaio divenne sindaco della città dopo la catastrofe della guerra: lasciò quella carica per tornare un semplice operaio, tornò a fare el pitor fondando una cooperativa di imbianchini, restando uomo semplice, genuino uomo del popolo, fino alla morte che lo colse all’ospedale, dopo breve malattia.
A sessant’anni da quell’esame...
Con la gentile collaborazione dell’attuale preside della SMSI di Fiume, prof. Michele Scalembra, le "ragazze" della penultima generazione dell’Istituto magistrale italiano, che nel 1956 hanno ultimato la scuola media superiore, hanno rivissuto per un pomeriggio i "vecchi tempi". A sessant’anni da allora, hanno risposto all’appello sei delle
21 allieve. Le altre sono purtroppo lontane o malate, talune anche decedute. Con grande emozione hanno salito nuovamente la scalinata dell’ex Liceo dove le attendeva il registro aperto per l’appello. Scendendo poi per le medesime scale, era impossibile non pensare alla velocità con la quale le avevano scese sei decenni
Le mule de Stranga
Le rimpatriate in genere sono momenti felici, emozionanti; rivedersi dopo anni, rinverdire i ricordi, diciamo pure riscoprirsi. Questa volta a incontrarsi, dopo lunghissimi anni, sono state le "mule de Stranga" unite da un unico filo di ricordi: la crescita in un rione di bambini felici. L’iniziativa la si deve a Claudia Kostadina, instancabile organizzatrice di altre rimpatriate che ha rintracciato una ventina di
"strangarize"di cui all’appuntamento, sotto alla Torre civica, si sono presentate in dodici. Era il 18 marzo scorso. È bastato guardarsi per riconoscersi. Poi il piacere dell’essersi ritrovate ha dìsteso i volti. Queste donne ormai mature hanno ricordato con piacere la vita in comune, gli anni giovanili trascorsi a giocare nei cortili delle case di Stranga, una vita scandita da giochi che ormai nessuno pratica più. C’è stata chi ha
fa dopo aver sostenuto con successo tutti gli esami, in "volo" verso la vita. Non è mancato un mesto pensiero alle compagne e ai professori che non sono più tra noi. L’incontro è proseguito poi in un ristorante del centro dove, tra una portata e l’altra, sono stati richiamati alla memoria tutti i momenti più emozionanti trascorsi insieme sui banchi di scuola, quegli stessi banchi che, disposti a "U" in aula magna, erano stati utilizzati per il loro ballo di maturità, con tutto il necessario portato da casa dalle allieve (dolci, bibite, bicchieri, posate…). All’incontro hanno partecipato Giliana Rusich-Rosić, Nadia Stanich-Pelosa, Sonia Srebot-Volarić, Elisa Cettina-Jurjević, Iside Grebaz-Surdić, Annamaria (Bruna) Ghersini-Vidotto. (cv)
ricordato anche le recite, le rappresentazioni teatrali a favore dei condomini quando la parola socializzazione non era necessario spiegarla perchè la vita di quartiere veniva scandita da rapporti di amicizia e di solidarietà umana. La comitiva ha trascorso un pomeriggio allegro a ricordare le vicissitudini vissute assieme e quelle seguite ai trasferimenti da Stranga. Alcune "mule" non si erano viste da decenni. La foto testimonia senza bisogno di commenti l’entusiasmo dell’essersi ritrovate. Hanno aderito all’appuntamento Nirvana Modrušan Machin, Nela Radovčić Orlić, Rosi Benasich Gasparini, Isa Calcich Šišić, Vali Spincich Kraljić, Fulvia Bontempo, Ksenia Superina Balas, Nina Superina Mulc, Nataša Superina, Nađa Rađenović Mađarević, Bogumila Draženović e l’organizzatrice, Claudia Pillepich Kostadina.
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Spiccioli di storia del calcio cittadino • di Bruno Bontempo
Legan, coetaneo della Fiumana Veselica, fra gol e rimpianti
Il primo punto di svolta del calcio fiumano è stato il 1926. Nella primavera di 90 anni fa una grave crisi colpì la Federazione Italiana Gioco Calcio e fornì al regime fascista il pretesto per intervenire nel mondo pallonaro e imporre la riorganizzazione che portò alla nascita della Divisione Nazionale, massima categoria divisa in due gironi, antesignana dell’odierna Serie A. La ristrutturazione su scala nazionale dei campionati non poteva avvenire in molte realtà locali sulla base delle società esistenti, motivo per cui il regime favorì (laddove non impose) l’accorpamento e le fusioni societarie su base cittadina anche perché vedeva di cattivo occhio rivalità all’interno delle città che avrebbero potuto contrastare le sue finalità di pace sociale. A Fiume prevalse l’esigenza di rinforzare la forza in campo calcistico riunendo le due maggiori compagini cittadine per poter figurare
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dignitosamente nei tornei nazionali. Così, il 2 settembre 1926 dalla fusione di Gloria e Olympia nacque l’Unione Sportiva Fiumana, che nella partita inaugurale fu sconfitta dal Bologna per 3-2. Quello stesso che, nell’ambito del Girone B della Divisione nazionale, il 29 gennaio 1929 a Cantrida avrebbe avuto partita vinta a tavolino dopo che l’arbitro Ferro di Milano decretò la sospensione del match al 50’, sull’1-0 per i felsinei, in seguito alle proteste dei fiumani, che si erano visti annullare due gol (mano e fuorigioco) mentre il direttore di gara aveva sorvolato su un evidente fallo di mano in area dei bolognesi su tiro di Froglia. Ferro si ritirò negli spogliatoi e, assediato, fuggì via mare verso Abbazia. Il Bologna vinse il Girone B e poi si aggiudicò lo spareggio scudetto con il Torino, vincitore del raggruppamento A, le prime dieci di ogni gruppo formarono la nascente Serie A, la Fiumana, 14.esima in classifica davanti a Reggiana e Fiorentina, fu
retrocessa in Serie B. La neoformata società giocava le sue partite casalinghe sul campo di Cantrida, ricavato più di cent’anni fa da una ex cava, per il cui sfruttamento era stato sbancato un intero costone di montagna nella frazione che veniva chiamata Borgomarina, un antico toponimo ormai quasi totalmente in disuso. Più volte ristrutturato ed ampliato, gioiello di rara bellezza, incastonato tra un costone roccioso verticale e il mare, lo stadio ha chiuso i battenti - si spera provvisoriamente - all’inizio dell’estate 2015, quando il Rijeka ha inaugurato il nuovo centro sportivo di allenamento nella zona collinare di Rujevica, che offre una magnifica vista sul Quarnero. Il campus comprende cinque campi di allenamento e un piccolo stadio, capienza 5000 posti, che ha ottenuto il via libera per ospitare le gare casalinghe del Rijeka in attesa del nuovo, avveniristico stadio. L’ambizioso progetto, voluto e finanziato da Gabriele Volpi, dal 2012 proprietario maggioritario della società con una quota del 70 per cento, è ancora nella sua fase embrionale, e anzi, la pianificazione dovrà essere rivista in quanto all’idea iniziale l’investitore ha aggiunto altri contenuti, albergo e centro commerciale, per cui sarà necessario apportare sostanziali modifiche al piano urbanistico della zona di Cantrida prima di dare inizio ai lavori sul vecchio sito cantridano.
la neonata fiumana e i suoi primi "gioielli" La Fiumana prima versione esordì nell’autunno 1926 con i nuo-
vi colori sociali - rosso cardinale, blu e giallo - che, seppur simili a quelli del Gloria, vennero ereditati dal tricolore della bandiera del cessato Stato Libero di Fiume, colori che ufficialmente erano cremisi, oro e indaco e che forse, salvo ripensamenti delle istituzioni croate preposte al riconoscimento degli emblemi araldici storici, torneranno sui pennoni della città. Il club in maglia amaranto (colore ripreso parzialmente quest’anno per le magliette del Rijeka di Volpi, su iniziativa del presidente Damir Mišković) partì dal campionato interregionale di Prima Divisione, secondo livello dell’epoca. Era la squadra dei vari Marietti, Romeo e Narciso Milinovich, Pilepich, Ossoinak, Varglien I (Mario), Negrich, Serdoz, Tarlao, Mihalich, Spadavecchia... I tre gioielli erano Mario Varglien, Marcello Mihalich e Luigi Ossoinach. Mario Varglien, o Varglien I (1905-1978), il più anziano dei due fratelli che fecero storia con la Juventus, centromediano o mezzala d’attacco, da calciatore esordì con l’Olympia, giocò nella neonata Fiumana e poi, acquistato dal Pro Patria, debuttò nella Divisione Nazionale nel 1927-28 prima di passare alla Juventus, nella quale militò per 14 stagioni, accumulando un impressionante numero di presenze, 352 partite in bianconero, vincendo cinque scudetti, quelli del cosiddetto Quinquennio d’oro della Vecchia Signora, e una Coppa Italia. Convocato da Pozzo, fu campione del mondo 1934 con la nazionale italiana, pur non essendo mai sceso in campo: in effetti con la nazionale azzurra giocò solo l’amichevole con la Francia del febbraio 1935. Si distinse anche nell’atletica: con il suo formidabile scatto primeggiò nelle gare regionali dei 100, 200, 400 e triplo. Mandato da bambino a far nuoto perché troppo rotondetto, fu terzo nell’edizione 1921 della Coppa Scarioni, le cosiddette "Popolari di Nuoto", manifestazioni natatorie
La Fiumana nel 1941
aperte a tutti, iniziate nel 1914 e disputate fino all’inizio della seconda guerra mondiale con qualificazioni zonali e finali nazionali. Marcello Mihalich (1907-1996), attaccante, giocò 138 partite e segnò 56 reti nella massima divisione italiana: esordì nella Fiumana contro il Brescia (3-2) andando subito in gol. Dal ‘29 al ‘33 giocò nel Napoli segnando 31 gol per tre campionati di seguito, fu campione d’Italia con la Juventus nel ‘34, giocò una sola partita ma segnò due gol con la nazionale azzurra. Luigi Ossoinach (1899-1990) è stato probabilmente uno degli atleti di più alto spessore tecnico: per le sue doti di finezza, velocità, precisione e decisione nel 1920, quando militava nell’Olympia, venne definito dalla stampa nazionale miglior calciatore di Fiume. Poteva ricoprire qualsiasi ruolo ma si distinse come attaccante ed i suoi gol per-
misero all’Olympia di guadagnare la promozione, prima squadra fiumana salita in Seconda divisione nazionale. Dal 1927 giocò a Prato, Roma, Cagliari per tornare nel ‘32 alla Fiumana. Atleta polivalente, quando non giocava a calcio faceva il pugile, lanciava il disco, correva i 100 e 400 metri, nel canottaggio fu capovoga dell’otto dell’Eneo due volte campione d’Italia... Torniamo alla Fiumana, le cui fortune sportive furono alquanto altalenanti nei suoi scarsi vent’anni di vita. Grazie ai risultati, ma anche in virtù della politica del regime relativa alle terre di confine, nell’estate del 1928 per decreto del presidente della FIGC, insieme a Venezia e Triestina, fu promossa nel Campionato di Divisione Nazionale (massima serie del calcio italiano del tempo), inserita nel girone B. Sull’esito di quella stagione abbiamo detto più sopra: i fiumani, penalizzati dalla ri-
La giovanile del Rijeka negli anni 1953/1954
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Sergio Legan festeggiato negli spogliatoi del Rijeka nell'agosto scorso
forma dei campionati, furono destinati alla neonata Serie B dalla quale, come ultimi classificati, nel 1930 retrocessero nuovamente nei tornei interregionali. Tra il 1930 e il 1941, partecipò al campionato di terza serie denominato inizialmente Prima Divisione per poi, nel 1935, mutare nome in Serie C. Dopo anni di alterne vicende, tornò agli onori della cronaca vincendo il campionato di Serie C 1941-42 e guadagnò la promozione in B. Ma la gioia fu di breve durata: dopo una sola stagione tra i cadetti, la formazione portabandiera del Quarnerino venne rimandata indietro, lasciandosi sfuggire la salvezza per due soli punti. La stagione di Serie C 1942-43 fu l’anno dell’ultimo campionato italiano della Fiumana, concluso con un onorevole terzo posto nel girone A, alle spalle di Pro Gorizia e Treviso, mentre l’altra squadra della città, Magazzini Generali, si piazzò al decimo posto su dodici squadre. La Fiumana giocò l’ultima partita "ufficiale" il 14 marzo 1943 battendo per 4-1 il Vittorio Veneto.
Legan, commovente omaggio al capitano di 60 anni fa Nell’immediato dopoguerra anche nello sport della nuova Jugoslavia entra l’ideale del collettivismo socialista come ottimo collante dopo gli stravolgimenti politici e sociali. Si punta sulla centralizzazione e nascono le società polisportive. A Fiume, su iniziativa del com-
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pianto Ettore Mazzieri, grande firma del nostro giornalismo sportivo, apprezzato dirigente sia nel campo dello sport, sia in quello comunitario (per me è stato un maestro e un amico), il 29 luglio 1946 si fonda la Quarnero, che oltre al calcio ha altre undici sezioni (tra le quali primeggiano basket, ciclismo, pugilato...). Nel calcio esordisce già l’8 agosto battendo in amichevole l’Hajduk per 2-0, con gol di Petronio e Nori. Una curiosità è legata al primo stemma societario, che aveva ancora carattere bilingue: la stella rossa e le silhouette stilizzate del mare e del Monte Maggiore erano racchiuse in una cornice rotonda formata dalla lettera Q (che sta per Quarnero) alla quale si intersecava una K (di Kvarner). Forse è stato l’ultimo simbolo di quel bilinguismo che molti dei nostri padri avevano creduto, forse un po’ ingenuamente, sarebbe stato possibile mantenere nella Fiume inserita nella nuova realtà storica, politica e sociale, speranze ben presto svanite... Nella rosa della neonata Quarnero troviamo i nomi di Belcastro, Bertok, Blasich, Burattini, Cergnar, Chinchella, Deluca, Flaibani, Gardassanich, Laurencich, Legan, Ljubačev, Lucchesi, Macorin, Marčetić, Matošić, Mazzoli, Nardi, Nori, Pavanello, Petronio, Privrat, Raunich, Starcich, Stefanović, Tiblias, Vrtan. Tra questi, Sergio Nini Legan - coetaneo della Fiumana (anzi, son più
vecio, mi son nato el 11 agosto del 1926 e la Fiumana xe stà fondada el 2 setembre!, rimarca orgoglioso) è probabilmente l’ultimo superstite della prima squadra fiumana del dopoguerra. Lo abbiamo raggiunto per fargli gli auguri in quanto la scorsa estate è arrivato a festeggiare il prestigioso traguardo dei 90 anni e rubargli qualche scorcio delle sue memorie. "Ho cercato di scoprire se c’è ancora qualcuno in vita, ma non mi risulta" spiega il simpatico e vivace Nini, che è stato capitano della Quarnero e, quando nel ‘54 la squadra ha cambiato nome in Rijeka, il primo a portare sul braccio la fascia che contrassegna il ruolo. Quale ricordo conserva del decennio trascorso nella Quarnero e poi nel Rijeka? "È stato senza dubbio il più bel periodo della mia vita. Ci si accontentava di poco, si giocava per attaccamento ai colori sociali, senza pensare al guadagno..." Legan giocò da centromediano e poi da terzino, distinguendosi come marcatore tecnico dai piedi buoni, veloce nel recupero, con uno spiccato senso della disciplina tattica. Iniziò nella Torpedo e sul finire del ‘45 passò alla Portuale, ma l’anno dopo i talent-scout della Quarnero (Ettore Mazzieri, Egidio Barbieri, Renato Tich, Edoardo Radetti e Giovanni Cucera) non se lo fecero scappare. Il suo esordio in prima squadra non fu molto fortunato poiché quel 6 ottobre 1946 la Quarnero subì un umiliante 5-0 dalla zagabrese Lokomotiva. Ma in seguito diventò una garanzia per la difesa e un portabandiera della squadra: nelle dieci stagioni passate alla Quarnero-Rijeka accumulò circa 500 presenze fino al ritiro, nel 1956. A 60 anni di distanza, il Rijeka giustamente gli ha allestito una festa, portandogli in dono una maglietta della squadra di oggi con la simbolica fascia di capitano, incorniciata sotto un vetro, concedendogli inoltre, due soli giorni dopo il suo 90.esimo compleanno, l’ono-
re del calcio d’inizio di una partita di campionato nel nuovo stadio di Rujevica e l’omaggio del numeroso pubblico. Ma, ironia della sorte, la partita era Rijeka-Lokomotiva, questa volta, però, finita 1-0 per i quarnerini... Nel corso della sua brillante carriera, Nini Legan ha avuto anche le sue belle offerte di cambiare casacca. Lo voleva il Partizan di Belgrado, che si era aggiudicato i primi due campionati jugoslavi del dopoguerra, ma anche il grande Torino, che stava ricostruendo la squadra dopo la tragedia di Superga (tra le vittime della squadra granata c’era anche Ezio Loik, che Nini aveva visto giocare nella Fiumana quando era ragazzino). La richiesta d’opzione, però, gli fu rifiutata ben tre volte e gli andò buca anche quando un intermediario lo avrebbe dovuto far passare illegalmente il confine. Nel suo cuore, Legan è rimasto un fiumano patoco, nato a Cosala, ma dal 1955 abita nel rione di Cantrida, proprio sopra lo stadio che fu anche suo. Per dovere di cronaca, ricorderemo che dal ‘46 al ‘51 la Quarnero giocò sull’ex Campo Cellini, rimesso a nuovo, e anche dopo la riapertura di Cantrida la squadra tornò saltuariamente a giocare alcune partite su quel terreno. Ma in tema di fiumanità, Nini Legan non manca di ricordare, oggi che si parla del possibile ritorno dell’aquila sulla Torre Civica, il ruolo che ebbe suo nonno Giovanni, classe 1860 ("non so né come né perché era nato a Graz): capofonditore della notissima "Fonderia e fabbrica macchine Matteo Skull" (fondata a Fiume nel 1878 e diventata in breve tempo la più importante industria privata della città) in merito ai simboli cittadini. Nel 1906 infatti Giovanni Legan firmò l’atto di fusione del metallo nella forma da cui si ottenne l’aquila bicipite fiumana che fu posta sulla porta cittadina simbolo della fiumanità. E il signor Nini conserva gelosamente i
documenti e le foto di quell’avvenimento storico. Il calcio di oggi non gli piace molto: "Qui da noi c’è poco da vedere, preferisco le partite dei campionati stranieri, spagnolo, inglese... Il calcio italiano? Ah, la Juventus è stata sempre il mio grande amore! Il Rijeka? Gli sono riconoscente per la festa che mi ha organizzato per il mio 90esimo compleanno. Sta facendo di tutto per arrivare al primo titolo nazionale, ma finché c’è di mezzo questa Dinamo, credo che c’è poco da sperare... Chi era il miglior giocatore della neonata Quarnero? Senza dubbio Nereo Burattini, il più forte attaccante che abbiamo avuto tra le nostre file. E dopo di lui Stojan Osojnak (93 anni, il più anziano tra gli ex calciatori fiumani ancora in vita, che dalla Svizzera ritorna ogni estate nella sua Abbazia, nda), venuto però alla Quarnero solo nel ‘49". Nereo Burattini, classe 1917, è scomparso a New York nell’ottobre del 2010. Cresciuto nella Leonida, maturato nella Fiumana d’anteguerra, dopo aver fatto il militare in Italia si fermò alla Sanremese (C) e con il Genoa disputò anche tre partite in Serie A, segnando altrettanti gol. Poi tornò a Fiume, nella Torpedo e quindi nella Quarnero, ma già nell’autunno del ‘46 ripartì per l’Italia, giocò nel Treviso in Serie B e segnò 24 gol. "Nei primi anni la rosa
Ultimi reperti di bilinguismo a Fiume: lo stemma della polisportiva Quarnero / Kvarner come figurava in quegli anni
della squadra cambiava di giorno in giorno". Leggermente velato di tristezza, Legan ripensa a quel periodo: "L’esodo lasciava grandi vuoti: in breve tempo se ne andarono otto giocatori titolari". Ci congediamo da Nini con un ultimo tuffo nel passato, legato al suo ritiro dal calcio giocato a soli 30 anni, nel 1956. "Ben presto capii che il mio futuro non sarebbe stato vincolato al calcio ma alla mia professione di tornitore. Tuttavia, lasciata l’attività agonistica, nei quattro anni in cui fui responsabile del settore giovanile del Rijeka riuscimmo a vincere due edizioni del torneo Riviera del Quarnero, ‘57 e ‘60. Nel frattempo, dopo l’impiego alla Torpedo, che nel ‘45 era stata anche la mia prima squadra di calcio, venni assunto alla Mamić, dove continuai a lavorare come caporeparto tornitori fino al pensionamento".
Il direttore del Rijeka, Vlado Čohar, consegna a Legan la nuova maglietta della squadra
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BRUNO Veselica, ovvero il secondo bomber di sempre Correva come un matto e saltellava come un gatto, e tutti gli gridavano così:/oh, oh, oh che centrattacco/ oh, oh, oh tu sei un cerbiatto,/sei meglio di Levratto ogni tiro va nel sacco oh, oh, oh, che centrattacco! Chi non ricorda la canzone che il Quartetto Cetra lanciò nel 1959? Simbolicamente la vogliamo dedicare al nostro prossimo interlocutore, l’albonese naturalizzato fiumano Bruno Veselica, che lo scorso gennaio ha superato la soglia delle 80 primavere, portate molto bene, del resto. Persona modesta e tranquilla, è stato un grande protagonista sul campo a cavallo degli anni ‘50-’60, secondo bomber di sempre nella storia del Rijeka con 83 gol, 7 in meno di Boško Bursać, l’attaccante bosniaco arrivato a Fiume dal Proleter di Zrenjanin che nel 1964 raccolse il testimone e la maglia numero 9 proprio da Veselica. L’anno dei grandi anniversari del calcio fiumano ci ha fornito l’occasione giusta per far parlare Bruno Veselica, anzi, per strappare un po’ con le tenaglie alla sua proverbiale riservatezza qualche ricordo, qualche reperto di un periodo del calcio fiumano, che sarebbe incoerente e paradossale confrontare con quello attuale, ma che deve venir preso per quello che vale, anzi, che valeva all’epoca. E che come tale si è meritato, eccome, un posto privilegiato nella storia che, per arrivare al Rijeka di oggi, è passata attraverso la Quarnero di ieri, e che era partita dalla Fiumana di ieri l’altro, in un arco di tempo di 90 anni tondi tondi. "Storicamente, sportivamente e umanamente sono tutte legate da un unico filo", come aveva giustamente riassunto Nini Legan, e io aggiungo che, pur parlando di solo sport, in ogni epoca hanno costituito un prezioso patrimonio di questa città. Veselica è stato uno dei giocato-
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ri più amati dai tifosi (e non) della squadra fiumana, tanto per la bravura quanto per la modestia e simpatia. Alla Quarnero era venuto da Albona, da sempre fucina di ottimi calciatori. Prima di lui, nell’immediato dopoguerra, aveva fatto una breve apparizione Toni Privrat, più tardi al Rijeka arrivarono Milevoj, Rabac, Brnjac, Celić, Mohorović, Poldrugovac (che già giocava a Pola), Stemberga, Paliska, Radmanović, Šumberac... Quali segreti cela il bacino albonese? "Non saprei. All’epoca la nostra cittadina non offriva nessuna distrazione ai giovani e il calcio era l’unico svago. Tutto qua, credo..." cerca di spiegare così anche la passione per il calcio, che in Bruno nasce molto presto e la sua crescita è ancora più rapida. Tanto che a 15 anni Giorgio Giambastiani, buon calciatore d’anteguerra e uno dei fondatori dell’albonese Rudar, lo fa giocare da centravanti in prima squadra: nonostante la giovanissima età, si può dire che ha un fisico da... minatore, che fu il mestiere del papà. Giambastiani capisce subito che si tratta di un grande e precoce talento calcistico: veloce ed esplosivo, mostra subito un’incredibile dimestichezza con il gol. Le sue prodezze in campo hanno vasta eco e ben presto arriva l’inte-
Bruno Veselica oggi
ressamento della fiumana Quarnero, che all’epoca milita nello Zonale e morde il freno per arrivare al massimo campionato jugoslavo. Secondo passo, il trasferimento nella squadra juniores di Cantrida, al quale seguirà la piena affermazione di questo nuovo gioiello anche nei campionati di categoria superiore. E non aveva ancora 18 anni quando, nel ‘54 il Rijeka, nuovo nome dell’appena sciolta Quarnero, decise di portarlo in tournée in Nord Africa (Siria e paesi vicini) per metterlo alla prova con la squadra titolare. Ma, quando si arrivò al rilascio dei passaporti, si accorsero che Veselica non aveva ancora compiuto la maggiore età il che comportava un divieto d’espatrio. Ma sappiamo che da sempre il calcio ha saputo entrare nelle maglie del potere di stato e con qualche ritocco alla sua data di nascita, l’inghippo fu superato e il promettente centravanti poté partire per la Siria. E dopo un periodo di rodaggio, si guadagnò a suon di gol un posto da titolare in prima squadra. Ma prima di sistemarsi definitivamente a Fiume, Brunic, come è stato sempre chiamato dagli amici e compagni di squadra, soprannome che rivela la sua indole mite e dolce, per due volte aveva deciso
di lasciare tutto e tornare a casa. "A Fiume mi sentivo solo, spaesato, mi mancavano gli amici di infanzia ricorda Veselica -. Due volte presi le mie cose e tornai ad Albona. Ci pensò Renato Tich, grande firma del giornalismo sportivo alla Voce e autorevole dirigente della Quarnero, a convincermi a tornare, a rassicurarmi e spiegarmi che a Fiume avrei potuto affermarmi in campo, che avevo i numeri per raggiungere livelli importanti e che sarebbe stato un peccato sprecare l’occasione. Così a poco a poco mi convinsero e intanto al Rijeka nascevano nuove amicizie, con Vinicio Zidarich, Ravnich, Zadel... In prima squadra ero nettamente il più giovane, ma i gol cominciarono ad arrivare come per incanto. Ormai navigati, Legan, Canjuga e compagnia mi infondevano fiducia, sintetizzando il tutto con raccomandazioni di estrema semplicità: "Mulo, in campo pensa solo de trovarte pronto co ariva el balon e de butarlo dentro. Tuto el resto lassa che pensemo noi..." Gli appassionati di calcio fiumani, e pure io da ragazzino ai miei esordi da spettatore, lo ricordano per l’esplosività, lo scatto, la velocità, il tiro potente e preciso ma soprattutto i gol. Quali erano le sue doti peculiari? "Accelerare fulmineamente e bloccarsi di scatto, fingere e ripartire. Ero ambidestro, ma ho segnato molte più reti con la destra e il piede mancino lo usavo preferibilmente per scodellare il pallone e preparare il tiro. E naturalmente, su tutto, fiuto del gol, istinto realizzativo, capacità di farsi trovare pronto". E Bruno Veselica non mancava di trovarsi pronto: già nella prima stagione con il Rijeka fu capocannoniere con 16 reti in 20 partite, l’anno dopo ne fece altrettante in 18 gare. Nei dieci anni passati al Rijeka realizzerà anche più gol di Stojan Osojnak, con il quale ha fatto coppia d’attacco dopo il suo ritorno dalla Dinamo. "Sì, in alcune partite abbiamo giocato con il doppio cen-
trattacco. Lui era stato un grandissimo giocatore, ma all’epoca la sua carriera era già sul viale del tramonto, fatto sta che nel 1960 appese le scarpette al chiodo e presto diventò il nostro allenatore". Nella storica stagione 1957-58 il Rijeka ebbe quattro goleador: Osojnak segnò 16 reti, Medle 10, Veselica 8 e il nuovo arrivato, Naumović, 17. E proprio con Naumović nella veste di trequartista regista, che segnò un’intera epoca del Rijeka calcio (dal ‘56 al ‘65), Bruno Veselica ebbe un’intesa perfetta. "Naume sapeva a occhi chiusi dove mi avrebbe trovato, i suoi lanci smarcanti erano pennellate..." Quello fu l’anno della storica promozione nel massimo campionato jugoslavo... "Ahimé, andai a fare il militare e fui penalizzato proprio nella stagione più gloriosa, quella del ritorno in Prima lega. Non fu facile seguire a distanza le vicende della squadra, ma la gioia fu grande lo stesso. Eravamo tutti molto legati tra noi, io ebbi un particolare rapporto di amicizia con il compianto Pero Radaković, grande giocatore, serio, affidabile, sensibile". Di allenatori, al Rijeka, Veselica ne ha passati una decina. "Duković è stato il primo, mi ha seguito nella giovanile e in prima squadra. Poi abbiamo avuto in panchina alcuni dei nostri ex compagni di squadra, prima Osojnak, poi Angelo Zicovich, e ovviamente c’era meno timore reverenziale nei loro confronti e più confidenza avendo giocato assieme per anni...." Nel Rijeka degli anni ‘50 la fiumanità era ancora molto presente. Tra i compagni di squadra c’erano Geni Ravnich e Fulvio Superina, Enzo Zadel, Icio Brussi, Vinicio Zidarich, Renzo Sternizza, Stojan Osojnak, Angelo Zicovich. Poi il dirigente Renato Tich e il massaggiatore Alfredo Bobi Otmarich (19131990). Parlando del Rijeka degli anni ‘50-’60 il suo nome è ineludibile: da giocatore è stato portiere di
Veselica: stile, eleganza, potenza
riserva della Fiumana, ma ha trovato sulla sua strada, come scrive Luca Dibenedetto sul Balon fiuman, due dei più grandi in questo ruolo mai visti a Cantrida, Raicovich e Dapretto. "Bobi era simpatico, allegro, scherzoso, con lui si rideva, per noi era come un papà. E poi era tuttofare: massaggiatore, medico, economo, confidente... Indimenticabile". Dal ‘58 al ‘64 Veselica ha avuto modo di giocare nel massimo campionato jugoslavo in cui figuravano grosse squadre e grandi campioni. "Alla Dinamo c’era un gigante, Dražen Jerković (322 gol in 315 partite dal ‘54 al ‘65, nda), il Partizan aveva Galić, ma il miglior giocatore in assoluto era certamente Vukas e vicino a lui Bobek. E Beara tra i portieri. Da avversari e da spettatori li guardavamo come fossero degli dei e naturalmente la più grande emozione e soddisfazione era giocare contro di loro e magari segnare qualche gol, soprattutto a Belgrado contro Crvena Zvezda e Partizan..." E siamo allo sfortunato finale di carriera. Dopo dieci ottime stagioni al Rijeka, quasi sempre da capocannoniere della squadra e nel 60-’61 anche miglior giocatore, nel 1964, nella piena maturità tecnica e fisica, Brunic ebbe l’offerta di un buon ingaggio da parte dell’Olimpija di Lubiana, che stava costruendo una squadra in grado di "introdurre" la Slovenia nel massimo campiona-
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Veselica con la maglia del Rijeka (foto archivio I. Kramarsich)
to."Partii da Cantrida con la caviglia che aveva già subito distorsioni, ma in una partita con gli sloveni subii un gravissimo incidente, un forte trauma. Fui ricoverato a Belgrado, ma non ci fu niente da fare. Con il calcio era finita. Prematuramente. La delusione fu cocente, avevo 28 anni e contavo di poter giocare ancora per qualche stagione. Il taglio con il football fu totale. In gioventù avevo fatto l’avviamento professionale quale tornitore ed avevo lavorato alla Vodogradnja. A carriera finita, fino al pensionamento ho fatto l’autista, prima al cantiere Viktor Lenac e quindi all’azienda lavorazione del legno di Clana". Alcuni anni prima di passare all’Olimpija, però, Veselica era stato sul punto di lasciare il Rijeka per la Dinamo... "Fu una toccata e... fuga, nel vero senso della parola. All’insaputa del Rijeka, devo ammetterlo, mi avevano fatto venire a Zagabria per un provino. Arrivai la sera prima e andai in albergo. La mattina dopo, quando vidi il treno per Fiume, non ci pensai due volte e lo pre-
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si in corsa, lasciando in albergo la valigia con le mie cose. Pensai che al Maksimir c’era Jerković, intoccabile, e poi la nostalgia per Fiume e la mia Albona fecero il resto: era meglio lasciar perdere tutto. Un’altra occasione persa, forse, fu l’offerta arrivata dall’Italia, dove alcuni di noi avrebbero potuto restare quando con il Rijeka stavamo tornando da una tournée in Svizzera. Bruno Persich tentò l’avventura, io rinunciai. Ero giovane, avevo una bella cerchia di amicizie, non me la sentivo di cambiar vita..." Il calcio totale è venuto molti anni dopo, però anche in passato c’è stato qualche tecnico che ha voluto sperimentare. Lei lo ha provato sulla sua pelle, quando un allenatore ha voluto metterlo alla prova nel ruolo di terzino. "Sì, Ognjanov volle sfruttare la mia velocità in fase difensiva e in Svizzera in un’amichevole mi schierò in quel ruolo. Fui tra i migliori e altre volte ripetemmo l’esperimento. Poi, però, quando l’attacco faceva cilecca, venivo rimandato a coprire il mio ruolo naturale. Visto
che da centravanti ero destinato a prendere tante bastonate su caviglie e polpacci dai difensori avversari, forse sarebbe stato meglio se fossi rimasto a giocare da terzino, avrei potuto procedere a qualche... regolamento di conti!" A 50 anni dalla fine della carriera, quali differenze e quali similitudini nota tra il calcio dei suoi tempi e di oggi? "Sono come il giorno e la notte. Noi eravamo a metà lavoratori e a metà calciatori, si giocava ancora per passione, i guadagni erano lontani mille miglia da quelli di oggi. Altri tempi in tutti i parametri, metodi di allenamento e di gioco, investimenti, promozione, aspettative, giro di denaro. Oggi c’è uno spietato professionismo da star system. Non mancano i grandi giocatori e le star possono realizzare enormi guadagni in breve tempo, però sono molto più sacrificati di quanto lo eravamo noi, a tutti i livelli. Chi mi piace di più? Il primo della classe è senza dubbio Messi, dopo viene Ronaldo. La pulce è dotata di una tecnica sopraffina, gioca con eleganza e leggerezza, segna gol con estrema facilità, come pochi lo sanno fare. È il più completo. Il Rijeka? Sta facendo grandi cose per consolidare la società e sul piano dei risultati sta alle calcagna della Dinamo. Il nuovo stadio? Fantascienza in confronto alla carbonella sulla quale giocavamo noi all’ex Cellini. Le squadre italiane? Oggi seguo molto marginalmente la Serie A, ma in gioventù ad Albona abbiamo sempre tifato Torino". A Fiume ha trovato l’amore, in Circolo ha conosciuto quella che sarebbe diventata sua moglie, Laura Zuccherich, però l’amore per Albona è rimasto intatto... "Ci torno spesso e volentieri, c’è ancora mia sorella, 86enne, e a Valmazzinghi mi aspetta la mia barca. Pescare mi rilassa e mi sento perfettamente a mio agio. Lì ritrovo la mia pace e sono in armonia con se stesso".
Quatro ciacole in fiuman
de Bruno Bontempo
Econe qua, ben o mal, se vedemo de novo. Qualchedun brontola che la Tore se ga intardigà. No xe vero gnente, questi xe solo babezi de chi che ne vol mal. Forsi la ga scominzià un poco intoparse, la ga avù qualche missiamento, ma de rif o de raf anca stavolta potemo dir fata la xe. Co se gavemo salutado un ano fa, go scrito ciaro e tondo che non so per qual santo se gavariimo trovado a leger la nova Tore. E volè veder che el Marin, novo mistro del governo del Zircolo, me ga ciapà sula parola. Prima el xe stà un poco in catura, ma quando che el ga inquadrà mejo la situazion el xe partì in quarta: el ghe ga spiegà dala Orieta, capoviza del Zircolo, e dal Marieto, numero un de la Tore, che saria mejo lassar che passi San Vito, perché noi semo... modesti e sto ano che gavemo la festa, poteremo sgnonfarse de... crescenza, un formajo cussì leger che ghe se lo pol dar magnar perfin dale done in altro stato. E come vedè anca la Tore ga cressù. No ste ciapar paura, no ghe ga cressù el prezo (almeno me par) ma solo el... peso: sto quà xe un numero che val dopio, el xe squasi come un libro! Mi spero che sto ano ciaperemo qualche flica de più, ciò, dopo che i ne ga fato lavorar come mati. Prima i ne ga deto che La Tore saria venù fori adiritura due volte, una come sempre (o squasi) per San Vito e un’altra per San Martin, raso la zelebrazion dei 70 ani del Zircolo e del vin novo. Per drito e per storto ti devi far come i vol lori e cussì in magio me go messo scriver a sbregabalon. Ma quando che gavevo squasi finido, xe arivà el contrordine: ferma lavor, gavemo cambiado idea, stavolta la Tore la vederemo in novembre! Ja, perché intanto la Laura ga molà in bando el Zircolo
per andar vender oro de cluca in politica, ma dopo un poco de tira e mola se ga trovà finalmente uno che gaveva voja de ciapar in mani la baraca e diventar el brazo destro de la Orieta. Ma sto malignaso de Marin, che in sto tempo ga arivado anca far una fia, ga pensà che saria mejo far tuto un zuff, una roba ecstralarge, come che se dise ogi, con un mucio de pagine de più e de farla venir fora per la festa de novembre, che go sentì dir se prepara in segreto qualcossa de grande, come quela americana del ringraziamento, ma non go capì se la Orieta ne porterà anca el dindio rosto. Pien de voja e de idee, al Marin ghe ga bastà far do conti per capir che stampar un giornal più grosso costa sempre meno che farghene due più fini. E cussì la direzion ga voltà la fritola: sto ano se fa solo un numero de la Tore, ma el sarà più stagno, el Zircolo farà bela figura e drioman sarà contenti tuti i santi del triumvirato dei patroni de Fiume. Sapè quel vecio modo de dir, gavemo ciapà due colombi con una fava. Anca perché la Orieta, che già bagola al pensier de poter meter in tajo un poco de spaghi, e quei che xe in scrabiza no basta gnanca per pagar acqua, luze e gas, la ga deto senza pei sula lingua: "Zente mia, da noi i mesi de la zivola dura... ani e alora bisogna darghe ancora una raspada ale spese e zercar de cambiar qualcossa..." Forsi sbalio, ma me par de gaver sentì far sti discorsi almeno un per de volte... Lassemo star. Co xe venù sto ribalton con la Tore, me ga tocà romper le carte, butar via tuto e scominziar scriver de novo. Meno mal che intanto al Marin ghe xe nata la fia e nol ga potù sugarsela de brazolarla co la frignava de note. Ma cussì nol
ga potù leger mejo la storia. Bon per noi, perché se el se gaveria acorto che la prima riunion per far el Zircolo talian de cultura i la ga fata el 2 giugno del ‘46, in Sala Bianca, forsi ghe gaveria girà la bacolera e el gaveria volù che in do e do quatro, se fazi un altra Tore per ricordarse de quel giorno. Ma el Marin no se ga fermà qua, el ga mandà una zircolar col compiuter per avisar de veder prima che se stampi el giornal cossa che se ga scrito. I dirà che son un meticiacole, ma mi sta roba me spuza de... zensura! Non potevo taser e me go lamentà dal Marieto. "Tien la lingua a casa - el me ga racomandà de rimando -. Stavolta ti devi scriver solo de robe bele, serie, storie vere, gnente monade inventade, gnente ciacole che possi rovinar la festa del Zircolo, che ga setanta ani e me par che sia un’età che va tratada con rispeto e con creanza. Sta atento, che se sgaremo ciapemo la fuga! Finis". Ahi memèni, go pensà, bruta me la vedo. Squasi un ano non potemo più scriver (gnanca per gnente) per i giornai de la Edit, che xe in braghe de tela e come el Zircolo, la va un poco a piedi e un poco caminando. E per salvarla ghe se volerà una mana dal ziel. Se i ne buta fora anca de la Tore, go pensà, ne resterà unico de andar in giribus a scrabociar... sui muri! Poveri noi. Intanto ve posso dir che mi sta festa me dà anca un poco de afano e penso che molti in zità no capirà un tubo de cossa vol dir setanta ani del Zircolo e i penserà che noi taliani semo qua apena dal ‘46. Ja, cossa volè, fino adesso nissun ghe ga contà che latinus grossus qui fecit tremare pollastros, come diseva i nostri veci co i era in vena de zivetar in latin, un poco macheronico
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ma bon per far due ridade. Setanta ani? Come core ‘sto tempo. Ma xe bon che semo ancora quà, pochi ma tacadi come un edera, "immensamente innamorato della città in cui son nato", come che canta el Franco, perché "Fiume, sei nel mio cuor, Fiume bela come un fior" ghe risponde la Nevia, che se cala dala Svezia fin qua per far qualche cantada. Meno mal che in Radio Fiume se li sente tuti due abastanza spesso. Bon, go ascoltà i ordini del Marieto per butar zò ste due righe. Spero che non le rovinerà la festa. Go pensà de provar far come el Gigi de la televison taliana che lavora sempre de note e che da quei che el ciama per intervistar, el ghe dise feve una domanda e deve una risposta. E co li sento me vien sempre de dir che sti qua i se la fa e i se la dise. So che da qualchedun non ghe anderà per i versi, ma mi ogni tanto me domando cossa pol voler dir ogi esser taliani qua a Fiume, cossa xe sta fiumanità dela qual se parla molto, ma, fora del Zircolo e paesi circonvicini, no se fa gnente per ela. Go capì che me go messo in una rogna ma, zensura o no, mi ve dirò quel che penso, anca se da qualchedun ghe poterà venir voja de strazar quel che go scrito. Ma per ogni bon conto go fato tuto con la carta copiativa e saria de rider se dopo sta roba finiria su feisbuk... Prima de tuto me piaseria che questa sia la festa de tuti i fiumani, de qua e de là, de su - che ghe ne xe sempre de più - e de zò, dei rimasti, dei partidi, dei tornadi e de quei dimenticadi, de quei che non se nomina più gnanche per sbalio, anca se per el Zircolo i ga dado la vita. Volerio che sto setantesimo sia l’ocasion de parlar de quei che no xe proprio patochi, perché se gavemo mis’ciado, de spiegar chi semo, de dove venimo e dove se pensa che potessimo andar. Me piasessi sentir cossa ga de dir quei che non rispeta i nostri diese comandamenti, perché no i vien mai in Zircolo, no
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Due vecie cocole fotografie de Fiume: cussì se costruiva Palazzo Modello fino al 1885...
i lege La Voce e Panorama, no i va veder el Drama Talian, no i manda i fioi int’ele scole taliane. Che bel che saria se finalmente gaveria voja de venir in festa i giornalisti e i maestri che se tien lontani del Zircolo, quei che xe i nostri inteletuali ma che el Zircolo ghe spuza e el ghe xe bon solo per poterlo criticar quando che i vien presentar qualche libro e i trova quatro gati sbrovadi che li ascolta. Opur se quel giorno se poteria portar in Zircolo quei che vien vizin solo quando i diventa presidenti, o quei che quando li vedemo in lista per le elezioni se domandemo chi che i xe, e che né prima né dopo se li vederà mai passar per i anditi de Palazo Modelo. Me piasessi che poteria esser anca la festa de quei che era presidenti, diretori o i gaveva alte carighe in Zircolo, in comun o in qualche partito, che co ghe ocoreva li ciamava e ghe diseva: compagno, me dispiase, ma ti devi andar là, mandarne qualche befel e tenir la situazion soto controlo. Non te piase? Ma xe ordine del partito! E che dopo, assai presto, e dirio per fortuna, i se dimenticava de noi. Che ridade che fario se in sta festa vegneria anca quei che in una volta xe diventà talianissimi e fiumanissimi, i ga scominzià parlar de novo el nostro dialeto, quando che xe venù le pensioni taliane e dopo i pasaporti.
E che ghe ga tocà andar scavar nei cassoni, che i veci ghe gaveva lassà in sofita, per zucar fora le domande de opzion, che ghe era stade rifiutade, le carte de identità e i libreti militari e de lavor del tempo del fascismo, che i gaveva sconto, per paura e per vergogna. E pensar che gaveva mancà poco che i buti tuta sta roba in scovaze... Noi gavessi mai pensado che i tempi saria cambiadi tanto, de poter far la parodia anca de "Bandiera rossa", che adesso el mulo Sajeta de Abazia canta "Candela rossa la trionferà, eviva Gesù Cristo e la libertà..." Volerio che quela de novembre possi esser anca la festa de tuti quei che xe fiumani ala maniera de ogi, de quei che in Zircolo vien poco o gnente ma che su feisbuk, che xe la corispondenza moderna, i mete la pezeta tuta forza e i se manda uno a l’altro una montagna de stupidezze ma anca robe bone e un mucio de vece fotografie, che a vederle ne fa venir le lagrime, tanta roba che se poteria far un museo. I ga fato anca un per de grupi de amizi per modo de dir, che i se ciama enziclopedia fluminensis, un fiume de fiumani, grupo alpin fiuman e altri. Tuto fa brodo, ma intanto sta nostra zente che vive qua e là sparpajada per el mondo pol trovarse, scriverse, comoverse e in qualche maniera esser de novo assieme, magari virtual-
mente. Mi penso che fiumanità no pol esser solo quel che se fa, se dise e se pensa in tel nostro bel, bon, caro, vecio Palazo, che per ciamarse veramente Modelo el gaveria bisogno de un poco de stuco e pitura per darse una rinfrescada. El Samani soto la parola "lissia", el spiega che una volta la roba se la lavava cussì: se meteva smojar in una mastela la roba sporca, poi toco per toco se la insaponava e se la lavava su una tavola che stava su la mastela. Dopo lavada, se la copriva con una straza e sopra ghe se butava acqua bojente e zenere. Dopo due, tre ore se la resentava soto la spina e se la meteva sugar in sol. Quando che la era suta, se la sopressava. Go pensà che una lissia cussì ne venissi assai ben, ma non solo da noi taliani... Radio Fiume ga una cocola mula che se ciama Iva, una che parla s’cieto e che ga sempre la tacada pronta. Ogni tanto la fa el programa in talian e zerti giorni in crovato, ma co la finisse la saluta sempre disendo baci e abbracci! Anca ela ghe xe un oso in gola da molti, che ga telefonado per protestar che cossa se parla tanto talian, che se volemo parlar sta lingua potemo farse una Radio separato per noi, e cussì via. Ma la Iva no se dà e la continua a far star cuci quei che ciama per dir castronade simili. Che no i ne bada gnanche per fero vecio lo ga lassà capir anca la presidente Kolinda, che per San Vito in teatro non la ga incuzà proprio tuto sula storia de Fiume, disendo che "questa zità xe stada sempre crovata" e la ga fato un spriz de tute le minoranze che xe quà e no ghe xe restà in amente che zerti xe quà de sempre, e che zerti, ma non xe colpi lori, i xe rivadi de cussì poco che ancora no i ga gnanche imparado nudar... Ma a sti pedoci dei politici semo ormai abituadi e questo xe diventà la nostra (in)felizità interna lorda, come che diria i grandi zervei de la economia. Poco ma de cuor, se poteria dir,
... e cussì se repezava "quela altra" Tore nel 1890
perché fori del Zircolo, dell’Edit, dele scole, del Drama e de Radio Fiume, in zità se trova solo qualche rimasuglio dela nostra lingua, che ghe vien ben dai dentisti e dai comerzianti, che i sfruta el talian per darghe nomi de elit dove che se vende bevagne, magnadora e de vestir. Ma i più ganzi xe i tifosi de balon, che almeno de un trenta ani a Cantrida, ma anca adesso che i li ga sbalotadi a Rujeviza, i ziga "Forza Fiume" e "Soli contro tuti". Me par come se i parlassi de noi... Baci i e abbracci. Piesse. Non ste pensar che Franzelin e Carleto xe andà in pension. Anca se ogni tanto qualcossa ghe fa scric lo stesso i xe pieni de morbin. Ma zerte volte no i se pol controlar e la ghe scampa! La scoresa? Pegio, qualche batuda ruspida. E con sta aria pesante che me par de respirar go pensà
de lassarli fora anca sta volta, che non i me combinassi qualche falopa dopo che el Marieto me deto "Va avanti coi guanti". E inveze mi go fato come el Caminito, che non so perché i lo ciamava cussì. Una volta in Zircolo, sarà un zinquanta ani fa, el era un poco in bala, el fazeva macacade in andito e el rompeva le togne da tuti. La Moretti, che vendeva i biglieti per el balo, se ga stufà de vederselo rolar davanti e cussì, tuta infogada, la ghe ga zigà: "Caminito, o ti fa el mona o ti va via!" Povera, ghe era scampà una frase un poco inverigolada, ma Caminito ga capì ben e con tuta la calma de sto mondo el ghe ga deto: "E alora fazo el mona..." E mi go fato giusto cussì. Go finì. Per mi xe stà un parto lungo e doloroso. E adesso xe inutile che i me guardi scuro. Se vedemo. Forsi.
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Mololungo, fra reti e pescatori
Fiume non è certo una località di pescatori per eccellenza. Eppure c’è un angolo della città che sempre più spesso assume questo carattere, con una piccola flottiglia di pescherecci e barche da pesca attraccate al nostro caro e ritrovato Mololungo, che ingiustamente si continua a chiamare "mololongo", termine ripreso (erroneamente) dal dialetto triestino. Dal momento della sua riapertura, è diventato il luogo di passeggiate ormai tra i più amati dai fiumani di tutte le generazioni. Oltre a offrire una bellissima vista sul Golfo e le Isole, sul Monte Maggiore e il retroterra, ci permette di vedere Fiume da una nuova prospettiva, invogliandoci a cercar di individuare questo o quel luogo, la nostra casa, quella dove siamo nati o dove abbiamo vissuto, la scuola o la chiesa che abbiamo frequentato, gli obbrobri architettonici nati in anni più recenti. E davan-
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ti a noi gli ormeggi del porto tristemente vuoti. La vecchia diga foranea non è certo un modello di ordine e pulizia, ma in alcuni tratti è ravvivata dalla presenza delle reti dei pescatori: bagnate per la pesca della notte, sono messe ad asciugare al sole, lungo la banchina del molo o appese ai verricelli delle motopesca. E prima di essere nuovamente raccolte a bordo, passano tra le abili mani esperte e callose dei pescatori, impegnati a rammen-
dare le maglie strappate accidentalmente durante la pesca. Sono momenti suggestivi e romantici, che richiamano tempi lontani e luoghi diversi, con le reti multicolori che, illuminate dal sole o magari nel controluce, assumono le sembianze della tavolozza di un pittore. Semplicemente ci ricordano che anche una vecchia rete da pesca può trasformarsi in un elemento d’arte... (Testo e foto Bruno Bontempo)