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FOTOgraphia 215 ottobre 2015

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Mensile, 6,50 euro, Poste Italiane SpA - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (convertito in Legge il 27-02-2004, numero 46), articolo 1, comma 1 - DCB Milano

ANNO XXII - NUMERO 215 - OTTOBRE 2015

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Zeiss Milvus A VOLTE... TORNANO Wpoty 2014 NATURA... LMENTE

GIAN PAOLO BARBIERI SKIN... IN MONOGRAFIA


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prima di cominciare TUTTO QUANTO ATTORNO A NOI. L’anagrafe è una inquietante e imbarazzante compagna di vita. I suoi passi condizionano quanto compone i tratti delle nostre esistenze, confondendo ciò che ci circonda. Nello specifico, tra tante altre considerazioni di età e oltre tante altre considerazioni di età, arriva anche il tempo nel quale l’anagrafe ci impone di salutare compagni di strada, che si sono addormentati per l’ultima volta. Lo scorso giovedì diciassette settembre è mancato Ferdinando Chiesa (semplicemente Nando per tutti), straordinario truccatore che ha agito dietro-le-quinte della fotografia di moda degli ultimi cinquant’anni. Se la fotografia potesse riconoscere i ruoli di tutti coloro che l’hanno resa possibile (oltre il fotografo autore), Nando sarebbe celebrato come una delle personalità più significative del secondo Novecento. La sua capacità professionale, trasversale a tanti e tanti autori, è stata coltivata anche alla luce di una cultura esistenziale profonda e radicata. Quindi, si è edificata su un garbo e una educazione e una gentilezza e una eleganza che hanno composto i tratti concreti di un’etica e una morale che ha pochi eguali.

La fotografia si vive, non si sogna. Pino Bertelli; su questo numero, a pagina 65 Se questo, anche questo, non è il compito della Fotografia, ditemi voi -allora- qual è. Maurizio Rebuzzini; su questo numero, a pagina 43 La fotografia non è cosa facile... vi si segnalano soprattutto clown, istrioni e criminali in formato grande. A giudicarla dai fotografi che ha prodotto, la nostra epoca sarà stata tutto, tranne che intelligente! Pino Bertelli; su questo numero, a pagina 65 Ci piace vederla e interpretarla così: agire affinché la fotografia sia fantastico s-punto di partenza... verso riflessioni individuali che consentano a ciascuno di vivere la fotografia individuandone il vero e autentico valore: che ognuno di noi deve trovare in se stesso. mFranti; su questo numero, a pagina 11 Un mondo senza fotografi sarebbe altrettanto stupido quanto un parlamento senza iene. Pino Bertelli; su questo numero, a pagina 65

GIAN PAOLO BARBIERI

Copertina Dall’affascinante monografia Skin, di Gian Paolo Barbieri, una fantastica evocazione, che anticipa il fantastico e avvincente contenuto. Oltre quanto richiamato, commentato e visualizzato da pagina trentaquattro: Lo sturpro (da Jean-Honoré Fragonard) Per quell’ironia esistenziale che permette alle coincidenze di manifestarsi (ma le coincidenze possono essere anche intese come gli unici accadimenti che rivelano come e quanto la vita possa avere anche senso), ricordiamo Nando in avvio di un numero della rivista che presenta una fantastica serie fotografica di Gian Paolo Barbieri, con relativo lancio dalla copertina. E il binomio Nando - Gian Paolo Barbieri è stato uno dei motivi conduttori della fotografia di moda che dalla metà degli anni Sessanta si è allungata avanti nei decenni. Qui e ora non voglio evocare nulla di personale, perché vogliamo che quanto ci siamo detti in numerosi incontri rimanga un segreto nostro. Però non soprassediamo su una nota sovrastante: l’arricchimento che ogni dialogo con Nando ci ha lasciato nel cuore. Per noi, la sua capacità di affrontare in maniera trasversale le vicende esistenziali, magari a partire dalla fotografia, magari approdando alla fotografia, è stata lezione fondamentale. Nando non è più qui. Sappiamo per certo che è da qualche altra parte, non più qui. Ma qui, anche qui con noi, rimane il suo spirito, la sua cultura, la sua serena avventura di vita. Punto. M.R.

3 Fotografia nei francobolli Dalla compendiosa analisi Fotografia nei francobolli, di Maurizio Rebuzzini, in corso d’opera e prossima pubblicazione, dettaglio da un francobollo della Repubblica Democratica Tedesca (DDR), emesso il 9 novembre 1956, nel centodecimo anniversario della fondazione della produzione ottica Carl Zeiss (17 novembre 1846). In una serie di tre valori, il soggetto dedicato proprio a Carl Zeiss (gli altri due, all’ottico Ernst Abbe e alla fabbrica di Jena)

7 Editoriale Domanda d’obbligo (?), che riferiamo al settore fotografico, ma avrebbe (ha) valore assoluto: Quale futuro? Risposta evidente (e nostra): il modo migliore per conoscere il futuro è quello di costruirlo. Esclamativo

10 Ciò che fa la differenza Dal SI Fest 2015, a Savignano sul Rubicone

12 Notizie Attrezzature, vicende e altre segnalazioni


OTTOBRE 2015

RIFLESSIONI, OSSERVAZIONI E COMMENTI SULLA FOTOGRAFIA

14 Sciacallo tecnologico

Anno XXII - numero 215 - 6,50 euro

Curiosa combinazione cine-fotografica, nel film statunitense The Jackal. Con richiami e integrazioni Ricerca iconografica di Filippo Rebuzzini

DIRETTORE

RESPONSABILE

Maurizio Rebuzzini

IMPAGINAZIONE

Maria Marasciuolo

19 Quelle Stanze In rievocazione d’obbligo: Le Stanze della Fotografia, di Fabio Castelli. Con considerazioni in conseguenza di Beppe Bolchi

REDAZIONE

Filippo Rebuzzini

FOTOGRAFIE Rouge

SEGRETERIA

Maddalena Fasoli

HANNO

22 Warhol Polaroid Esplicitamente, la convincente Andy Warhol. Polaroids, a cura di Richard B. Woodward, è una monografia che si offre e propone come anticipazione socio-culturale di Angelo Galantini

28 A volte, ritornano Scandito sulla cadenza di sei focali di partenza (e altre ne seguiranno, a breve), il sistema ottico Zeiss Milvus rivela la chiara ed esplicita intenzione della nobile casa tedesca di essere presente nell’attuale mercato fotografico di Antonio Bordoni

34 Sul filo dei ricordi L’avvincente, convincente e affascinante monografia Skin, di Gian Paolo Barbieri, prosegue il fantastico cammino d’autore avviato due anni fa con la raccolta Dark Memories. Senso e consenso di una Storia personale e del suo intenso racconto visivo. Fotografico di Maurizio Rebuzzini

46 E, tra noi, la natura L’autorevole BBC Wildlife Photographer of the Year ribadisce il proprio consistente ruolo nell’ambito del panorama dei concorsi fotografici di livello e prestigio di Lello Piazza

57 Lindy Hop Il Lindy Hop è swing. È un ballo di origine afroamericana, nato a New York, a cavallo tra le due guerre mondiali. Maurizio Beucci ne ha frequentato il mondo, realizzando un progetto fotografico avvincente e convincente

COLLABORATO

Gian Paolo Barbieri Pino Bertelli Maurizio Beucci Beppe Bolchi Antonio Bordoni mFranti Angelo Galantini Andreas Ikonomu Chiara Lualdi Lello Piazza Emmanuele Randazzo Franco Sergio Rebosio Redazione, Amministrazione, Abbonamenti: Graphia srl, via Zuretti 2a, 20125 Milano; 02-66713604 www.FOTOgraphiaONLINE.it; graphia@tin.it. ● FOTOgraphia è venduta in abbonamento. ● FOTOgraphia è una pubblicazione mensile di Graphia srl, via Zuretti 2a, 20125 Milano. Registrazione del Tribunale di Milano numero 174 del Primo aprile 1994. Poste Italiane SpA - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (convertito in Legge il 27-02-2004, numero 46), articolo 1, comma 1 - DCB Milano. ● A garanzia degli abbonati, nel caso la pubblicazione sia pervenuta in spedizione gratuita o a pagamento, l’Editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti dagli abbonati e in suo possesso, fatto diritto, in ogni caso, per l’interessato di richiederne gratuitamente la rettifica o la cancellazione ai sensi della legge 675/96. ● FOTOgraphia Abbonamento 12 numeri 65,00 euro. Abbonamento annuale per l’estero, via ordinaria 130,00 euro; via aerea: Europa 150,00 euro, America, Asia, Africa 200,00 euro, gli altri paesi 230,00 euro. Versamenti: assegno bancario non trasferibile intestato a Graphia srl Milano; vaglia postale a Graphia srl - PT Milano Isola; su Ccp n. 1027671617 intestato a Graphia srl, via Zuretti 2a, 20125 Milano; addebiti su carte di credito CartaSì, Visa, MasterCard e PayPal (graphia@tin.it). ● Nessuna maggiorazione è applicata per i numeri arretrati. ● È consentita la riproduzione di testi e fotografie, magari citando la fonte (ma non è indispensabile, né obbligatorio farlo). ● Manoscritti e fotografie non richiesti non saranno restituiti; l’Editore non è responsabile di eventuali danneggiamenti o smarrimenti. Fotocomposizione DTP e selezioni litografiche: Rouge, Milano Stampa: Arti Grafiche Salea, Milano

Rivista associata a TIPA

62 Tre volte Nikkor Novità tecniche AF-S Nikkor: 24mm f/1,8G ED, 24-70mm f/2,8E ED VR e 200-500mm f/5,6E ED VR

64 Martine Franck Sguardo su una interprete della fotografia della tenerezza di Pino Bertelli

www.tipa.com


Attrezzature fotografiche usate e da collezionismo Specializzato in apparecchi e obiettivi grande formato

di Alessandro Mariconti

via Foppa 40 - 20144 Milano - 331-9430524 alessandro@photo40.it

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editoriale ANDREAS IKONOMU

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uel che sunt drè a cuntav l’è ’na storia vera (quello che sto per raccontarvi è una storia vera): da e con Enzo Jannacci, in Andava a Rogoredo, lato B del quarantacinque giri T’ho compraa i calzett de seda, pubblicato nel maggio 1964. Quindi, traccia del primo album in studio, La Milano di Enzo Jannacci, del dicembre 1964 -il cui retro di copertina contiene una avvincente presentazione dello scrittore Luciano Bianciardi-, nel quale la maggior parte dei motivi è cantata in dialetto milanese. In una intervista, dopo aver annotato che -malgrado la dichiarazione di partenza- la fregatura subita da un innamorato da parte della sua bella è di pura invenzione, Enzo Jannacci ha rivelato che Andava a Rogoredo è stata la prima canzone che ha composto. E qui chiudiamo con la presentazione dell’incipit, finalizzato a nostre riflessioni su una storia vera... fotografica. Urgentemente, manteniamo la promessa fatta, raccontando, per l’appunto, una storia vera: quella del nostro mercato, così come ci va di sintetizzarla e finalizzarla a considerazioni commerciali quotidiane. Ovviamente, e come sempre, non parliamo/scriviamo per sentito dire, ma riflettiamo alla luce della nostra esperienza individuale e personale, avviata nell’autunno 1972 (quarantatré anni fa), con il nostro avvicinamento originario alle redazioni delle riviste di settore. Anno dopo anno, stagione dopo stagione, il mercato si è trasformato in relazione all’evoluzione dell’offerta tecnico-commerciale, che ha condizionato il passo dell’intera filiera della fotografia: dalla produzione alla distribuzione, al punto vendita, ai clienti finali e utilizzatori. Da cui e per cui, è a tutti evidente (dovrebbe essere a tutti evidente) come e quanto la lievità del cammino antico, ereditato dalla lunga e nobile Storia della Fotografia, sia stato letteralmente stravolto dalla più recente tecnologia ad acquisizione digitale di immagini, che ha completamente rivoluzionato anche la cadenza commerciale della fotografia, oltre e dopo aver fortemente influito sui parametri logistici ed espressivi della stessa ripresa fotografica. Tanto che è proprio questa trasformazione radicale, con tutte le proprie conseguenze e consecuzioni, che consente di valutare il presente in funzione del futuro, alla luce di osservazioni radicate nel passato (anche soltanto prossimo: e la quantificazione dipende dal rapporto individuale che ciascuno di noi ha con lo scorrere del Tempo, magari misurato alla luce delle rispettive anagrafi). La domanda -non una domanda, ma proprio la domandaè d’obbligo: quale futuro si prospetta davanti a noi tutti?; soprattutto, quale futuro definirà il comparto commerciale, così discriminante e determinante su tutto e tutti? Eccoci qui con la nostra solita lievità e (forse) irriverenza. Oltre il rispetto per il passato, che continuiamo a sollecitare, bisogna realisticamente misurarlo in rapporto al presente e al futuro. Tanto che, seppure lontani da formule precostituite, che qui significano nulla, siamo perfettamente convinti che il modo migliore per conoscere il futuro sia quello di costruirlo. Meglio se con coerenza e consapevolezza. Ma!

Prima... dovrebbe esserci la Fotografia, qualsiasi cosa questo significhi per ciascuno di noi. Prima si dovrebbe promuovere la Fotografia; poi, agire verso le proprie quote mercantili individuali. Perché il modo migliore per conoscere il futuro è quello di costruirlo.

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MAURIZIO REBUZZINI

Per qualcuno, per molti (sempre di più), la fotografia è selfie: a ogni latidutine (in questo caso, Dune Rosse di Al Hibab, nel Deserto Arabico, nei pressi di Dubai), trasversalmente alla società intera, nel proprio insieme e complesso. A parte la rilevazione che si tratta di argomento intrigante, che merita attenzioni mirate e concentrate (ma non qui, ma non ora), rileviamo come spesso la Fotografia sia argomento altrui che non del proprio mondo (leggi: promozioni e pubblicità di smartphone). Senza alcuna consapevolezza della materia e della propria possibile gratificazione commerciale, un probabile scenario futuro di sigle e Megapixel e lotta fratricida sui prezzi di vendita/acquisto ci lascia perplessi. Altri saranno consapevoli del proprio comportamento (almeno, lo speriamo), ma dal nostro osservatorio ogni preoccupazione è legittima. Ancora: il modo migliore per conoscere il futuro è quello di costruirlo.

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Formalmente parlando, è tutto qui. Nella concretezza, è altrettanto tutto qui: soltanto bisogna tenere conto che le tattiche commerciali debbono rispondere a strategie a monte, a strategie che guidino e governino l’insieme, prima di occuparsi del particolare. Detta meglio, forse, ci si deve occupare di Fotografia, qualsiasi cosa questa significhi per ciascuno di noi, ma in rispetto di ciò che significa per il pubblico utilizzatore. Per il pubblico verso il quale si rivolgono tutte le intenzioni mercantili. Una volta, neppure tanto indietro negli anni e decenni, il commercio italiano della fotografia era assolutamente diverso da quello che ormai conosciamo tutti e frequentiamo. Quindi, sono intervenute condizioni travolgenti che hanno definito connotati innovativi, che -a propria volta- hanno stabilito identità nuove e moderne. Da una parte, i negozi più antichi, che negli anni Sessanta chiusero le proprie porte alle macchine fotografiche giapponesi, reputate inaffidabili rispetto il rigore della produzione europea (soprattutto tedesca), si sono dovuti arrendere al Tempo, che scorre inevitabile malgrado le intenzioni individuali, per cedere il passo a una interpretazione più agile e brillante del commercio fotografico. Nelle grandi città capoluogo sono così sorti negozi dinamici e attivi, che hanno innescato una cruenta battaglia dei prezzi (“prezzi puliti”, li certificava l’Almanacco di Fotografare, autentica bibbia dei tempi, altrettanto agile e dinamica rispetto intenzioni redazionali precedenti). Tanto che, per muoversi agevolmente sul terreno di gioco, questi negozianti abili e versatili (tanti sarebbero i nomi da evocare, ma non qui, ma non ora) si sono immediatamente rivolti a importazioni autonome, capaci di fare tesoro delle differenze di prezzo di vendita/acquisto sul mercato internazionale. Nello specifico, questi arrivi, che superavano clandestinamente i confini nazionali (evitando qualsivoglia dazio doganale), erano consentiti dai margini economici d’azione del tempo, che si muovevano su valori percentuali oggi inimmaginabili: con prezzi di vendita che hanno sfiorato la decuplicazione di quelli di acquisto dai produttori (lo sappiamo per certo!). Una volta imparata questa strada, è stato giocoforza declinare tutta la propria personalità commerciale su margini d’azione altrettanto esuberanti: con accompagnamento di atteggiamenti fiscali disinvolti. E non è questo che ci compete, quanto ci interessa rilevare che le antiche facilità di azione si sono via via ristrette una volta che le socialità si sono trasformate ed evolute, magari fino alla globalizzazione dei nostri giorni. Ragionevolmente, che eredità ci ha lasciato quel tempo di esplosione e straordinaria remunerazione? Quella di un mercato che non ha solidificato concetti necessari di marketing e strategia. E che oggi soffre in un mondo senza confini commerciali apparenti e con mille e mille sollecitazioni (attenzione: la concorrenza al consumo fotografico non è distribuita tanto orizzontalmente, tra marchi in contrapposizione che agiscono omogeneamente, ma è condizionata soprattutto dal comparto generale e complessivo del “tempo libero”, all’interno del quale agiscono entità di ben altro spessore mercantile). Ovvero, siccome nessuno ha mai parlato di “Fotografia”, ha mai promosso la “Fotografia”, ha mai sollecitato e solidificato l’interesse verso la “Fotografia”, il presente ipotizza un imbarazzante futuro. Traduzione d’obbligo, avendo mai agito per l’avanzamento della “Fotografia” nel proprio insieme e complesso, e gratificazione dell’utente finale, i connotati attuali sono preoccupanti: siamo in troppi, i margini economici d’azione sono risibili, con relativa redditività risicata, e i volumi sono in caduta libera. Ma! Ma il modo migliore per conoscere il futuro rimane quello di costruirlo. Maurizio Rebuzzini


Parliamone di Maurizio Rebuzzini (Franti)

CIÒ CHE FA LA DIFFERENZA

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Non è il caso di entrare nel dettaglio dello svolgimento della ventiquattresima edizione di SI Fest - Savignano Immagini Festival, il cui apice si è registrato nel fine settimana dodici-tredici settembre, con solenne inaugurazione la sera del precedente venerdì undici. Le mostre in programma si sono poi allungate in avanti, fino alla fine del mese. Non è il caso di entrare nel dettaglio, perché -come ormai accade al giorno d’oggi- la Rete ha già avuto modo di informare in tempo reale sui vincitori della lettura portfolio, nona tappa (su dieci totali) del programma Portfolio Italia 2015 - Gran Premio Apromastore-Pentax, la qualificata rassegna annuale ideata nel 2004 dall’autorevole Fiaf (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche): Michela Benaglia e Luigi Poiaghi, rispettivamente con i progetti From 7 to 7 e Ombre. In questa chiave, in questi momenti di informazioni rapide (e, spesso, transitorie... ahinoi), è giornalisticamente doveroso distinguere il Web rispetto altre scritture e comunicazioni. Cioè, la Rete si distingue per freschezza e rapidità di argomenti, con relativa facilità e velocità di ricerca e informazione, mentre la lettura (scrittura) di riviste e/o libri offre tempo e modo per elaborare e riflettere. Come dire, e diciamolo!, che la scrittura/lettura di riviste (e/o libri) favorisce la comprensione di argomenti complessi e articolati. Da cui e per cui... eccoci qui. L’insieme delle esposizioni personali allestite a Savignano sul Rubicone, in provincia di Forlì-Cesena, è stato confezionato attorno il programma enunciato di [Habitus]. Dagli abiti all’abitudine, dai costumi al costume: mostre distribuite in spazi del centro storico della affascinante cittadina romagnola. Per mille e mille motivi, probabilmente tutti legittimi, non spetta a noi entrare nello specifico e dettaglio dello svolgimento del tema preposto: lasciamo ogni commento a chi persegue spiriti critici (da parte nostra, non siamo tanto immorali da considerarci “critici”: per nostra abitudine, preferiamo osservare... senza giudicare). Ancora, e in aggiunta, possiamo solo annotare il fa-

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Affascinanti allestimenti scenici al SI Fest - Savignano Immagini Festival 2015, a metà settembre in provincia di Forlì-Cesena, il cui programma ha richiamato l’accattivante visione di [Habitus] Dagli abiti all’abitudine, dai costumi al costume: con personali di autori di alto profilo.

scino complessivo del programma, e il nostro allineamento individuale con molte delle mostre proposte. Quindi, non entriamo nel merito dei progetti più concettuali, che esulano dalla nostra sfera di comprensione. Ma, ancora prima di qualsivoglia specifico, ciò che ci preme sottolineare e annotare è lo spirito del SI Fest Savignano Immagini Festival, che riesce ad allestire programmazioni annuali di grande richiamo e svolgimento profondo: con contorno di incontri di alto profilo. Grande merito assoluto e ancora più grande merito, se e quando e per quanto lo misuriamo alla luce dei tanti/troppi appuntamenti

fotografici italiani che non sono riusciti a superare la loro prima e unica edizione (senza giudizio negativo, ma in semplice constatazione). Qual è, sopra tutte e prima di tante altre considerazioni, lo spirito che qualifica il SI Fest - Savignano Immagini Festival? Presto rilevato: il concentrato spirito con il quale è organizzato e svolto, che coinvolge l’intera cittadina in un fine settimana di straordinaria partecipazione collettiva. Insomma, a differenza di tante altre “invasioni” fotografiche, che non si integrano minimamente nel territorio d’azione e proposizione, a Savignano sul Rubicone la fotografia si respira


Parliamone Oltre gli appuntamenti ufficiali di SI Fest Savignano Immagini Festival 2015, dalle mostre agli incontri, alla lettura portfolio, l’intera Savignano sul Rubicone, in provincia di Forlì-Cesena, è coinvolta nel clima fotografico del fine settimana di avvio: quest’anno, dodici e tredici settembre.

FILIPPO REBUZZINI (5)

Al SI Fest - Savignano Immagini Festival 2015, l’imperturbabile (?) Beppe Bolchi, autore che più e meglio di altri frequenta la fotografia stenopeica e la fotografia a sviluppo immediato (spesso in combinazione e unione tra loro), ha allestito una convincente sala di posa, nella quale ha realizzato accattivanti ritratti immediati con la nuova emulsione Impossible 8x10 pollici bianconero.

La lettura portfolio del SI Fest Savignano Immagini Festival 2015 ha scandito la nona delle dieci tappe di Portfolio Italia 2015 - Gran Premio Apromastore-Pentax, a cura dell’autorevole Fiaf (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche). I due vincitori di tappa: Michela Benaglia (con From 7 to 7) e Luigi Poiaghi (con Ombre).

passo dopo passo, anche percorrendo semplicemente le sue strade. Ovviamente, oltre gli impegni finanziari di fondo e necessità (che supponiamo adeguatamente consistenti, dato l’alto spessore formale della manifestazione), contano anche i tanti volontariati di supporto e sostegno, che consentono uno svolgimento impeccabile e perfettamente corretto (a completa differenza di tante e tante altre improvvisazioni che abbiamo incontrato in tante e tante altre occasioni). In perfetta onestà intellettuale, andrebbero ricordati tutti coloro che contribuiscono con il proprio impegno al successo del Festival. Non è possibile farlo, ma non possiamo (né vogliamo) ignorare la discreta regia di Mario Beltrambini, autentico deus ex machina dell’intera filiera: c’è, e la sua presenza è percepibile e palpabile, nonostante la discrezione che gli impone di non apparire mai in prima persona, di stare educatamente discosto dalle luci della ribalta. Insomma, oltre se stesso e il proprio svolgimento, SI Fest - Savignano Immagini Festival è anche un esempio per tutti coloro i quali intendono organizzare e trattare la materia fotografica. Da qui c’è molto da imparare, nonostante in Italia si celebrino altre personalità (da molte delle quali prendiamo le debite distanze); da qui si possono ricavare i tratti di un impegno che è effettivamente fotografico, in relazione a quella missione che Alfred Steichen ha ben definito. In doverosa ripetizione, oltre tante altre nostre precedenti annotazioni: «Missione della fotografia è spiegare l’Uomo all’Uomo, e ogni Uomo a se stesso». E lo stesso vale per i programmi di presentazione e visualizzazione del percorso espressivo della fotografia. Ancora, e a conclusione, cosa distingue e qualifica SI Fest - Savignano Immagini Festival? In sostanziosa autoreferenzialità con uno dei nostri credo, ci piace vederla e interpretarla così: agire affinché la fotografia non sia arido punto di arrivo, ma fantastico e privilegiato s-punto di partenza. Con franchezza: s-punto di partenza verso osservazioni e riflessioni individuali -a ciascuno, le proprie- che consentano a ciascuno di vivere la fotografia individuandone il vero e autentico valore: che ognuno di noi deve trovare in se stesso. ❖

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Notizie

a cura di Antonio Bordoni

SEMPRE SULLA BRECCIA. Erede tecnologicamente attuale di una nobile genìa, avviata in tempi di fotografia argentica (analogica), la Ricoh GR II, con sensore di acquisizione digitale Cmos in dimensioni APS-C e processore di immagini GR Engine V, ripropone i fasti di una configurazione compatta di alto valore e straordinario pregio. In ordine con quanto oggi richiesto, e forse persino necessario (?), è la prima dotazione della serie ad adottare Wi-Fi e NFC (Near Field Communication), per collegarsi agli smartphone e ad altri dispositivi mobili, a partire dal trasferimento wireless dei file e la ripresa a distanza.

proprio schema include due lenti asferiche e un elemento in vetro ad alta rifrazione e basso indice di dispersione, per minimizzare la distorsione e l’aberrazione cromatica, riproducendo immagini nitide e ben contrastate fino ai bordi del campo inquadrato. La qualità formale di immagine si basa anche sulla riprogrammazione dell’algoritmo che riguarda il bilanciamento del bianco, per migliorare la precisione dell’Awb (bilanciamento automatico), e sull’affinamento del programma di compensazione, per prevenire il rumore alle alte sensibilità. (Fowa, via Vittime di Piazza Fontana 52bis, 10024 Moncalieri TO; www.fowa.it).

QUANTA (TANTA) LUMINOSITÀ. Il Mitakon Speedmaster

Ovviamente, sono replicate le dimensioni estremamente ridotte, che hanno proiettato le consecuzioni Ricoh GR di tutti i tempi verso la street photography, con immagini di alta qualità formale e risoluzione consistente, assicurate da un conveniente e convincente sensore immagine. Quindi, si segnala una dotazione ottica di alte prestazioni, che si presenta come il migliore obiettivo della storia GR, già qualificata da disegni ottici di alto lignaggio (e qui corre l’obbligo di ricordare che l’originario 28mm f/2,8 della Ricoh GR di partenza è stato realizzato anche in montatura a vite 39x1, per apparecchi Leica e similari/dintorni [FOTOgraphia, marzo 1998 e febbraio 2000]): grandangolare fisso 18,3mm f/2,8, equivalente all’inquadratura 28mm sul formato fotografico 24x36mm, che nel

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25mm f/0,95 è un obiettivo che propone al mercato fotografico una luminosità relativa/massima fuori del comune, fino a oggi frequentata unicamente da obiettivi di alto prestigio (quale il leggendario Leica Noctilux-M 50mm f/0,95, nella sua attuale configurazione tecnica, e quale l’antico Canon 50mm f/0,95, realizzato nel 1961 per il sistema a telemetro originario). L’attuale proposta ottica è rivolta alla fotografia con apparecchi Micro QuattroTerzi, per una interpretazione focale equivalente alla inquadratura 50mm sul formato standard 24x36mm (inevitabile riferimento d’obbligo). Prodotto da Shenyang Zhongyi Optical & Electronic Company Limited, per tanti versi una delle attuali eccellenze di nicchia della fotografia dei nostri (tormentati) giorni, il Mitakon Speedmaster 25mm f/0,95 interpreta in modo adeguato e conveniente le condizioni di luce tenue e bassa, da assolvere senza l’ausilio di flash che alterano l’equilibrio luminoso naturale. Di piccole dimensioni ed estremamente leggero (60x45mm, 230g), si adatta perfettamente agli apparecchi fotografici ai quali è destinato e indirizzato, stabilendo i tratti di un compagno ideale per la fotografia istantanea quotidiana... della vita nel proprio svolgersi. Il suo raffinato disegno ottico di

undici elementi in nove gruppi, con convincenti combinazioni di lenti a basso indice di dispersione e lenti ad alto indice di rifrazione, risolve in qualità l’aspetto formale della ripresa fotografica, con pertinente ed efficace controllo delle aberrazioni, a partire dalla luminosità relativa f/0,95, che non è soltanto diaframma di comodo, ma diaframma fotograficamente operativo. Allo stesso momento, la costruzione meccanica dell’iride del diaframma, a undici lamelle, compone sempre un passaggio di luce prossimo al cerchio, al quale corrisponde una adeguata pastosità delle aree fuori fuoco, oltre il soggetto principale, inviolabilmente a fuoco. Ovviamente, è prevista anche l’applicazione video, con inalterati princìpi di qualità formale. (Shenyang Zhongyi Optical & Electronic Company Limited; www.zyoptics.net).

MASSIMA RESISTENZA. Applicando una serie di accorgimenti e finiture già da tempo adottate dalla proprie lenti oftalmiche graduate, la giapponese Hoya ha creato una nuova gamma di filtri per fotografia che respingono la polvere e le gocce d’acqua, risultando così più facili (e sicuri) da pulire. I filtri Hoya Fusion sono efficacemente resistenti ai graffi e meno “aggredibili” da agenti esterni, sia atmosferici sia fisici.

Il nuovo trattamento antistatico, che alla resa dei conti si comporta come un campo magnetico negativo sulle due superfici del filtro, respinge polvere e sporco. I filtri Hoya Fusion sono anche dotati di un rivestimento indurente, che offre un duplice effetto: rende i filtri meno esposti a graffi e macchie e -nel contempo- li rende anche idrorepellenti. Le gocce d’ac-

qua scivolano via, senza fermarsi sul filtro. I filtri Hoya Fusion sono quindi particolarmente indicati all’impiego in ambienti “ostili”, ovvero umidi e/o polverosi. I filtri Hoya Fusion sono realizzati in cristallo ottico di alta qualità, presentano un trattamento anti-riflessi a nove strati su entrambe le superfici e sono equipaggiati con una montatura circolare “slim”, che previene l’insorgere di vignettature ai bordi della proiezione al piano focale (sia con pellicola fotosensibile, sia con sensore ad acquisizione digitale di immagini), quando lo stesso filtro è montato su focali grandangolari estreme. I filtri Hoya Fusion sono disponibili nelle versioni Protector, UV e Polarizzatore Circolare, in tutti i diametri compresi tra 52mm e 82mm. (Rinowa, via di Vacciano 6f, 50012 Bagno a Ripoli FI; www.rinowa.it). ❖


Cinema

di Maurizio Rebuzzini - Ricerca iconografica di Filippo Rebuzzini

SCIACALLO TECNOLOGICO

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Risolviamo subito l’attraversamento “fotografico” del film statunitense The Jackal, di Michael Caton-Jones, del 1997, che nella distribuzione italiana, in videocassetta, Dvd e televisiva (nessuna proiezione in sale cinematografiche) ha conservato il titolo originario. Il sicario protagonista, per l’appunto the jackal (lo sciacallo, interpretato da Bruce Willis), incrocia in un paio di passaggi l’uso di una reflex durante suoi sopralluoghi preventivi. Quindi, in scenografia più affascinante e accattivante, utilizza un apparato cine-fotografico Canon, con potente zoom, come mirino di puntamento della sua micidiale arma: un energico mitragliatore a lunga distanza. Contrariamente al solito, nell’attuale spazio redazionale, soprassediamo sulla personalità o trasversalità “fotografica” del film preso in considerazione, che in The Jackal è autenticamente risibile, per occuparci del film in quanto tale. Come accade con la moltiplicazione aritmetica, anche qui, invertendo l’ordine dei fattori... il risultato non cambia: una volta ancora, una di più, mai una di troppo, decliniamo la fotografia per quanto offre in chiave privilegiata di lettura della vita e socialità, nel proprio insieme e complesso, cinema compreso. Ovvero, una volta ancora, una di più, mai una di troppo, non consideriamo la fotografia come arido punto di arrivo, ma in quanto fantastico s-punto di partenza. In questo senso, il film The Jackal ci consente di esprimere considerazioni specifiche sul mercato cinematografico, nella propria intenzione mercantile, di richiamo del pubblico. Infatti, la sceneggiatura di The Jackal altro non è che un remake (si dice così?), che una trascrizione del film originario franco-inglese Il giorno dello sciacallo, del regista austriaco Fred Zinnemann, del 1973 (The Day of the Jackal, in distribuzione internazionale; Chacal, in Francia). Nella propria duplicazione statunitense è stata conservata la statura della vittima designata, per la cui uccisione viene ingaggiato un attentatore di grande fama e prestigio nel mondo del terrorismo senza frontiere:

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Remake statunitense dell’originale francese Il giorno dello sciacallo, del 1973, il film The Jackal, di Michael Caton-Jones, del 1997, ha attirato la nostra attenzione per una combinazione fotografica particolare: apparato cine-fotografico Canon, con potente zoom, usato come mirino di puntamento di una micidiale arma.

In ogni caso, se serve annotarlo, nel film The Jackal si registrano anche macchine fotografiche usate per ricognizione: dal killer (Bruce Willis) e da agenti Fbi.

nell’originale, è il presidente francese Charles De Gaulle; nella versione statunitense, la First Lady. Ambientazione geografica a parte, le differenze formali di svolgimento tra i due film riguardano soltanto gli investigatori che -a conoscenza del piano eversivo- si affannano nella ricerca del killer e nella protezione della vittima designata. Quindi, nel concreto, al pari di quasi tutte le altre trascrizioni, la trasposizione statunitense è mille e mille anni lontana dal clima e fascino del film originario. Da una parte, in Il giorno dello sciacallo, c’è un contesto storico pertinente e convincente -l’avversione per il presidente francese delle frange estreme dell’Oas (Organisation armée secrète), che agivano per mantenere la presenza coloniale in Algeria-; dall’altra, affiora soprattutto un machismo di retorica. Ancora e in combinazione: da una parte, il pubblico è avvolto da una recitazione lieve e sottile, propria e caratteristica del cinema

thriller e poliziesco; dall’altra, si registra soprattutto la virilità dei protagonisti (insieme al terrorista interpretato da Bruce Willis, Sidney Poitier, nei panni di un dirigente dell’Fbi, e Richard Gere, in quelli del militante dell’Ira che aiuta nelle indagini). Così che, risolta in fretta la trasversalità fotografica di The Jackal, presa a prestito per poter riflettere su altro, è doveroso annotare come le trascrizioni geografiche delle sceneggiature cinematografiche che trasmigrano dall’Europa agli Stati Uniti perdano sempre il proprio sapore, per diventare stereotipi e macchiette per un pubblico grossolano. Limitandoci alla sola origine francese, e a parte volonterose performance recitative, si può affermarlo senza indugi, alla luce dei passaggi da Il rompiballe, di Édouard Molinaro, del 1973, diventato Buddy Buddy, nel 1981 (diretto da Billy Wilder, con Jack Lemmon e Walter Matthau, nelle parti originariamente interpretate da Lino Ven-


Cinema

Dal 1973 di sceneggiatura originaria al remake del 1997, il film The Jackal reinterpreta la semplicità meccanica dell’arma del killer in chiave inviolabilmente tecnologica.

Test di impiego dell’implacabile mitragliatore, con mirino tecnologico di puntamento basato su una combinazione cine-fotografica Canon.

Dopo i test di impiego, l’implacabile killer si appresta a colpire la First Lady degli Stati Uniti.

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Cinema MIRINI DI PUNTAMENTO

sopra tutti, un richiamo al californiano Peter Gowland, con consistente curriculum d’autore, e alle sue Gowlandflex [FOTOgraphia, giugno 1999]; e, poi, rimandiamo alle analoghe biottica grande formato accreditabili a Philippe Halsman, con certificazione in un ritratto posato realizzato da Yale Joel, per Life, nel 1952 [FOTOgraphia, dicembre 2009]. Ancora, si può evocare il prototipo di biottica 4,5x6cm, realizzata da Sinar alla metà degli anni Ottanta, con elementi del proprio sistema a banco ottico [FOTOgraphia, luglio 1998 e maggio 2015]. Rimanendo in tema, circa, la stagione degli anni Cinquanta e primi Sessanta del fotogiornalismo internazionale è stata attraversata da numerose varianti sul tema del grande formato 4x5 pollici da usare a mano libera o da combinare con potenti teleobiettivi. In Italia, registriamo il tanto artigianato che ha accompagnato la cronaca degli operatori della Publifoto, di Vincenzo Carrese, per lo più risolto dai milanesi Boniforti e Ballerio, sul mercato con le configurazioni Linear e Kobell. Quindi, riallacciandoci all’apparato cine-fotografico Canon, con potente zoom, usato come mirino di puntamento del micidiale mitragliatore a lunga distanza del protagonista del cinematografico The Jackal, annotiamo la configurazione in pezzo unico (artigianale) combinata dal fotogiornalista olandese Frits J. Rotgans (1912-1978), alla metà degli anni Cinquanta: una 8x10cm a mano libera, capace di arrivare fino al lungo teleobiettivo Schneider Tele-Xenar 1000mm f/8. In questa dotazione 1000 SSLR Camera 8x10 (SSRL per Super Single-Lens Reflex?), il mirino di simulazione dell’inquadratura era una Hasselblad completa di Carl Zeiss Sonnar 250mm f/5,6, montata sulla sommità dell’imponente struttura (qui a sinistra). Per concludere con la stessa compagnia, segnaliamo anche un accomodamento per lungo-lungo tele su folding grande formato Linhof Technika 13x18cm, della stessa metà degli anni Cinquanta, sempre del fotogiornalista olandese Frits J. Rotgans (qui sotto).

ARCHIVIO FOTOGRAPHIA

Come accennato nel corpo centrale dell’odierno intervento redazionale, la sostanza fotografica trasversale al film statunitense The Jackal, di Michael Caton-Jones, del 1997, riguarda soprattutto -o, forse, soltanto- la scenografia dell’apparato cine-fotografico Canon, con potente zoom, usato come mirino di puntamento della micidiale arma del killer protagonista (interpretato da Bruce Willis): un energico mitragliatore a lunga distanza. Dalla tecnologia attuale di questa combinazione, con collegamento dedicato tramite telefono cellulare e comando dalla tastiera di un computer, la memoria individuale retrocede ad anni ormai (tra)passati di fotografia inviolabilmente meccanica, quando e dove erano possibili (e semplici) mescolanze tecniche finalizzate a esigenze individuali. In questo senso, sono state celebri le configurazioni 4x5 pollici (10,2x12,7cm) con visione biottica:

tura e Jacques Brel), e da Nikita, di Luc Besson, del 1990, ispirato all’omonimo brano di Elton John, diventato Nome in codice: Nina (Point of No Return), diretto da John Badham, nel 1993, prima di ispirare persino una serie televisiva (Nikita, di produzione canadese, dal 1997 al 2001). Dei remake interni, non vogliamo occuparci, per almeno due motivi: anzitutto, ormai, la riedizione successiva è diventata una scorciatoia per sopperire alla mancanza di idee originali; quindi, perché a volte si tratta di sce-

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1000 SSLR Camera 8x10 realizzata dal fotogiornalista olandese Frits J. Rotgans, a metà degli anni Cinquanta: con “mirino” Hasselblad completa di Carl Zeiss Sonnar 250mm f/5,6, che simula l’inquadratura dello Schneider Tele-Xenar 1000mm f/8. Quindi, Linhof Technika 13x18cm... particolare.

neggiature e film che hanno acquisito un proprio sostanzioso valore cinematografico. In questo senso, è significativo il caso del recente I sogni segreti di Walter Mitty, della fine 2013, peraltro sceneggiatura e scenografia ad alto tasso fotografico, della quale ci siamo occupati in tre occasioni consequenziali [FOTOgraphia, maggio, giugno e dicembre 2014], remake di The Secret Life of Walter Mitty, tradotto in Italia come Sogni proibiti, del 1947, declinato in onore e merito di Life. Ovviamente, la trasmigrazione fun-

ziona spesso male anche quando va in direzione inversa: dagli Stati Uniti all’Europa. E qui, in conclusione, registriamo il perfido film italiano È già ieri, di Giulio Manfredonia, del 2004, ricavato dall’originario Ricomincio da capo (Groundhog Day), di Harold Ramis, del 1993. Sì, il protagonista italiano Antonio Albanese è adeguatamente piacevole (magari, in televisione e a teatro), ma la verve del protagonista statunitense Bill Murray è di ben altra scuola. Insomma! Come spesso annotiamo, a ciascuno il proprio... Film. ❖


Collezionare fotografia di Beppe Bolchi

Parlare di collezionismo della fotografia, in Italia, non è facile, soprattutto perché manca il terreno culturale sul quale poggiare teoria e pratica. Parlare di collezionismo della fotografia quando la stessa fotografia non è universalmente riconosciuta dagli addetti ai lavori del mondo della cultura può addirittura sembrare improponibile. Ho già avuto modo di esternare il mio pensiero in merito, ovvero come viene (mal)trattata la “Regina della Comunicazione” (la Fotografia), senza la quale, forse, non potremmo capire quale sia l’argomento delle nostre relazioni e delle stesse notizie, considerando l’enorme e spropositata mole di immagini prodotte, condivise e consumate sul Web a livello mondiale. Orientarsi nella valutazione e scelta di immagini avvincenti, valide, affascinanti, meritevoli di essere ammirate, acquistate e conservate richiede grande capacità e sensibilità verso il mezzo specifico, quello della Fotografia, unita a una profonda conoscenza culturale e di mercato, che solo pochissimi stanno dimostrando di avere. Sensibilità e conoscenza delle quali Fabio Castelli ha indubbiamente dato prova: non solo di possedere, ma soprattutto di saper dominare e gestire con grande sagacia. Sorprende solo il fatto che la proposta della quale sto per parlare sia stata eclatante e al tempo stesso messa in disparte. Nel 2007, riuscì a convincere -o a farsi convincere- ad allestire Le Stanze della Fotografia all’interno di uno dei più prestigiosi eventi d’arte in Italia, in occasione di ArtVerona, che in autunno organizza una qualificata rassegna sulle proposte artistiche contemporanee. Ne ho vissuto l’esperienza dall’interno, essendo stato invitato a collaborare, per lo specifico ambiente della fotografia a sviluppo immediato (polaroid) e -più ampiamente- per la documentazione fotografica delle opere esposte. Da questa posizione privilegiata, aver potuto ammirare la realizzazione e l’allestimento finale, disegnato lungo un percorso ben delineato, spiegato e ammirevole attraverso tutti i generi fotografici visti dall’occhio e dalle con-

BEPPE BOLCHI (2)

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QUELLE STANZE

siderazioni di un collezionista esperto e consolidato, è stata una grande e piacevole sorpresa. Non è stata occasione per parlarsi addosso, come spesso succede dalle nostre parti, ma accattivante semplice dimostrazione pratica di criteri e avvertenze da considerare per un sano collezionismo, unitamente alla esposizione delle relative immagini originali, reali testimonianze di modi e mode per realizzare fotografie che hanno un senso, estetico, culturale, dimostrativo, il cui valore ha, quindi, un riscontro pratico e riconosciuto. Le finalità sono state proprio quelle di offrire l’opportunità di una maggiore consapevolezza per chi voglia collezionare e anche per chi voglia offrire fotografie d’autore. Opportunità corredata dalla stampa di ben trecentomila copie del relativo catalogo, vero e proprio compendio di riferimento, distribuito ai visitatori unitamente ai lettori della rivista Arte, e tuttora consultabile e scaricabile in formato pdf dal sito www.fabiocastelli.it. Il risultato è stato una mostra anche didattica e per un pubblico vasto, che ha via via messo in luce i vari aspetti peculiari del realizzare fotografie, dai

Le Stanze della Fotografia, di Fabio Castelli, sono uno straordinario esempio di collezionismo fotografico attento alla qualità e quantità di movimenti espressivi che si sono alternati dalle origini. Passo a passo: Introduzione. Dalla grafica alla fotografia, Vintage e dintorni, Il procedimento polaroid, Tecniche e Tirature, La “notifica” della fotografia d’arte, Arte e impresa, Superamento dei generi, Le icone rivisitate, Video, Da altre Collezioni.

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Collezionare fotografia

In avvicinamento, le vetrine che, nelle Stanze della Fotografia, ospitano Il procedimento polaroid.

propri esordi fino ai nostri giorni. Un percorso ben congegnato, che ha toccato tutti i tasti e le note che questo potente mezzo di comunicazione ha messo in campo per andare oltre la semplice divulgazione o notifica di fatti, avvenimenti e sentimenti, per raggiungere il cuore di chi è capace di emozionarsi. Vale certamente la pena indicare la sequenza delle stanze: Introduzione. Dalla grafica alla fotografia, Vintage e dintorni, Il procedimento polaroid, Tecniche e Tirature, La “notifica” della fotografia d’arte, Arte e impresa, Superamento dei generi, Le icone rivisi-

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tate, Video, Da altre Collezioni. Cosa si è perso chi non l’ha vista! Ma perché non è stata più proposta? Perché le nostre istituzioni -culturali e non- hanno perso questa grande occasione di organizzarne un tour in giro per l’Italia? E, perché no, in Europa e nel mondo? Ancora, perché lo stesso Fabio Castelli, dinamico organizzatore di Mia Fair [ FOTOgraphia, maggio 2015] non la propone all’interno del proprio contenitore? Potrebbe richiamare ancora più persone di quelle che abitualmente frequentano la manifesta-

In occasione dell’allestimento delle Stanze della Fotografia a ArtVerona 2007 è stato realizzato un catalogo allegato alla rivista Arte. Lo stesso catalogo è disponibile in formato pdf sul sito www.fabiocastelli.it.

zione, facendola brillare e distinguere rispetto ad altre analoghe e coincidenti in Europa e nel mondo? Solo per fare alcuni nomi qua e là, poter ammirare tutte insieme opere di Olivo Barbieri, Franco Fontana, Giovanni Gastel, Luigi Ghirri, Paolo Gioli, Nino Migliori, Mario Giacomelli, Michael Kenna, Man Ray, Jan Saudek, Luigi Veronesi, Eugène Atget, William Henry Fox Talbot, Edward Weston, Francesco Radino, Nan Goldin, Horst P. Horst, William Klein, Jeanloup Sieff, Occhiomagico, Ulrich Tillmann, Marina Abramovich, Bernd e Hilla Becker, Vanessa Beecroft, William Egglestone, Mimmo Jodice, Philip Lorca di Corcia, Abelardo Morell, Cindy Sherman, Wolfang Tillmans e molti altri autori, ai quali, probabilmente, se ne saranno aggiunti altri, ancora, affermatisi di recente, non è certo cosa di poco conto. Più che un museo, Le Stanze della Fotografia è una testimonianza reale, vibrante, aggiornata, di ciò che la fotografia può offrire agli appassionati, ai cultori, ai collezionisti e certamente anche ai “gestori della Cultura”, che avrebbero la possibilità di abbeverarsi e approfondire, magari anche di capire e diffondere il fatto che la Fotografia è l’espressione comunicativa per eccellenza, e come tale merita attenzione, ancora più attenzione, conoscenza, didattica, divulgazione e supporto. Ma le Stanze offrono ancora di più, al neofita come a chi vuole approfondire: attraverso semplici schemi esemplificativi vengono spiegati i procedimenti di stampa fotografica, il funzionamento di una camera oscura e della camera chiara, la notifica, le tipologie dei montaggi e un ben dettagliato glossario. Il tutto al servizio proprio di quella cultura della fotografia, così remota e persino ampiamente vituperata da istituzioni e media. Un plauso, quindi, a Fabio Castelli, ma soprattutto un incentivo perché si faccia promotore di altri eventi analoghi, magari itineranti, che consentano al “volgo e all’inclita” di lustrarsi gli occhi, rifocillando la nostra cultura con preziosi elementi, importanti al pari delle vitamine che abbiamo bisogno di assumere per il mantenimento del nostro fisico. Per fortuna posso dire “io c’ero”, ma spero che, prima o poi, anche voi tutti ne possiate usufruire e godere. ❖


WARHOL POLAROID Realizzata da Richard B. Woodward, Andy Warhol. Polaroids è una avvincente monografia che riunisce e presenta centinaia di istantanee del celebre artista, che rivelano una attualità sociale e di costume a dir poco sorprendente. Nell’epoca nella quale Instagram e i social network documentano le esistenze quotidiane, queste istantanee si profilano come anticipazione temporale di una socio-cultura che oggi impera nel tempo dell’immagine (fotografica?) senza barriere

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di Angelo Galantini

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enza entrare in altri meriti (o demeriti, secondo visioni critiche avverse alla sua parabola espressiva), Andy Warhol è stato un cronista implacabile della vita e dei suoi incontri. Lo ha fatto sia in forma cinematografica, con numerose invenzioni linguistiche, sia con la fotografia, che è territorio che ci interessa maggiormente. Dalla fine degli anni Cinquanta, quando ha avviato la sua fortunata parabola espressiva, ha sempre accompagnato le proprie sperimentazioni e la sua stessa esistenza quotidiana con apparecchi fotografici. Tra questi, hanno avuto un ruolo fondamen-

tale e discriminante quelli per la fotografia a sviluppo immediato, genericamente riferiti al marchio di fabbrica Polaroid, con i quali ha accumulato una sconfinata collezione di istantanee di amici, mecenati, incontri, amanti, senza soluzione di continuità tra personaggi noti e gente comune... con contorno di innumerevoli autoritratti, sia in posa sia improvvisati. Conteggiando “1958-1987”, dall’avvio della sua creatività alla sua scomparsa, l’accreditato critico d’arte Richard B. Woodward -che ha tenuto una autorevole rubrica su The New York Times, dal 1995, e ora scrive per The Wall Street Journal, il settimanale Time, The Paris Review e per il blog aggregatore The Huffington Post - ha curato una intensa monografia a tema: per

Dennis Hopper (1970).

Andy Warhol, from Myths (1981).

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POLAROID PREVISTE E INATTESE

Beppe Bolchi, spesso presente su queste pagine, non è solo un raffinato interprete della fotografia a sviluppo immediato, che declina anche con il foro stenopeico [FOTOgraphia, aprile 2008]: in aggiunta, è anche un attento cultore della materia. Ha compilato una efficace Bibliografia ragionata di titoli polaroid, che spazia dai manuali tecnici alle storiografie, alle monografie d’autore: prezioso elenco eterogeneo, quanto esaustivo. Certamente, come ne è cosciente il curatore, non si tratta di una bibliografia completa, ma ragionata. Dunque, non una banale lista della spesa, ma una autentica guida. Altri titoli se ne possono aggiungere, ma il senso non cambia. A integrazione, piuttosto che sovrapposizione, è indispensabile menzionare monografie d’autore che fanno esplicito richiamo a “polaroid”. Si incontrano personalità prevedibili e nomi inattesi: a ciascuno, le proprie opinioni al proposito. Pubblicato in coincidenza con la prima mostra di fotografie originali, allestita alla Galleria Fulvio Ferrari, appassionato custode della memoria del suggestivo autore, l’essenziale Carlo Mollino. Polaroid (Umberto Allemandi & C, 1985) ha anticipato la consacrazione di un non professionista al quale la fotografia italiana deve molto (soprattutto, gli è debitrice di una attenta Storia della fotografia, Il messaggio dalla camera oscura, pubblicata nel 1949 e rieditata nel 2006 da AdArte, di Torino [FOTOgraphia, dicembre 2006]). A seguire, nel 1999, Fulvio Ferrari ha curato il corposo Mollino. Polaroid, ancora pubblicato da Umberto Allemandi & C, al quale ha fatto presto seguito Carlo Mollino. Polaroids, attribuito anche a Napoleone Ferrari, per Arena Editions, di Santa Fe (2002). Altri titoli raccontano da tempo la fotografia del fantasioso architetto torinese, fino al volume-catalogo che ha accompagnato la mostra Carlo Mollino - A occhio nudo. L’opera fotografica 1934-1973, al Museo Nazionale Alinari della Fotografia, nella primavera 2009, alla quale sopravvive. Ma nessuno di questi fa esplicito riferimento a “polaroid”. Dunque. Prevedibile e atteso è Andy Warhol. Polaroids - Celebrities and Self-Portraits: almeno tanto quanto è esplicito il sottotitolo (catalogo della mostra alla Starmach Gallery, di Cracovia, Polonia, dell’autunno 2000), in un certo senso, anticipatorio dell’attuale Andy Warhol. Polaroids, in edizione Taschen Verlag. Occorre ribadirlo? Ritratti di personaggi dello star system newyorkese degli anni della Factory e autoritratti dell’eclettico artista-sperimentatore, che ha inevitabilmente frequentato e interpretato l’espressività della fotografia a sviluppo immediato. Ancora illustrato con sole

polaroid, il recente Warhol’s Queens, del tedesco Hatje Cantz Verlag, del 2013, non richiama “polaroid” nel titolo. Quindi, a corredo, segnaliamo che una sequenza di tre ritratti di Andy Warhol con Polaroid SX-70, realizzata da Oliviero Toscani, illustra la copertina del numero monografico Polaroid. Eine Episode, dell’autorevole mensile svizzero du, del giugno 2002. Altrettanto scontato è l’incontro con Pola Woman, di Helmut Newton, le cui polaroid, definitive o test di scatto, sono ben quotate nel mercato della fotografia d’autore (Schirmer / Mosel, 1995). Tutte realizzate con Polaroid 180 o 195, le immagini a colori e in bianconero riprendono le tematiche e ripropongono l’inconfondibile stile di Newton. In più, gusto feticistico?, oltre gli inconfondibili bordi della copia polaroid (a strappo), si registra anche qualche annotazione ai margine delle inquadrature. Altrettanto dicasi per il più vicino, editorialmente parlando, Newton. Polaroids, pubblicato da Taschen Verlag in due versioni (2011 e 2015). Ancora ampiamente prevedibile: Polaroids. Mapplethorpe (Prestel, 2007). Ancora fotografie riprese con filmpack a strappo della serie 600. Ancora selezione postuma dell’autore newyorkese; è inevitabile: Mapplethorpe è prematuramente mancato nel 1989. Ancora fotografie che ribadiscono, confermandolo, lo stilema di Robert Mapplethorpe universalmente noto e riconosciuto. Sorprese? Diremmo proprio di sì: André Kertész. The Polaroids e Manuel Álvarez Bravo. Polaroids. In entrambi i casi, polaroid integrali a colori autosviluppanti, presentate con la propria cornice-cimosa caratteristica, nel primo caso, e come inquadrature approssimativamente quadrate, nel secondo (rispettivamente, W.W. Norton, 2007, e Editorial RM, 2005). Tra la colta fotoricordo e impianti compositivi di altro spessore, due autori che pensavamo lontani dallo spirito e lessico dello scatto immediato e rapido. Menzione doverosa per New York Polaroid..., dell’italiano Maurizio Galimberti (Damiani, 2007), che frequenta una variegata espressività polaroid integrale applicando spesso l’intervento manuale in sovrapposizione sulla copia in sviluppo e componendo fantastici mosaici. Ovviamente, tutta la fotografia di Maurizio Galimberti è a sviluppo immediato [FOTOgraphia, maggio 2105], e questa unica segnalazione si basa sull’evocazione esplicita “polaroid” nel titolo. Ultima citazione, per Patti Smith. Camera Solo (Yale University Press, 2011): polaroid della musicista e scrittrice statunitense che rivelano quanto l’espressività individuale non sia mai confinata entro limiti prestabiliti [FOTOgraphia, settembre 2014].

Helmut Newton. Polaroids; Taschen Verlag; 224 pagine Manuel Álvarez Bravo. Polaroids; Editorial RM, 2005; 21x27,5cm; cartonato (2011, in italiano), 39,99 euro; in spagnolo e inglese; 96 pagine 20,8x25,9cm, copertina morbida (2015, in inglese), 19,99 euro. cartonato; 50,00 euro.

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Polaroids. Mapplethorpe; catalogo della mostra a cura del Museum of Modern Art di Oxford; Prestel, 2009; 256 pagine 19x23,5cm, cartonato; 52,99 euro.


William Burroughs (1980).

l’appunto, Andy Warhol. Polaroids, pubblicata dall’attento e ardimentoso Taschen Verlag, di Colonia, i cui meriti sono tra i più alti del panorama internazionale dell’editoria illustrata (anche e spesso fotografica). Raccolto in collaborazione con la Andy Warhol Foundation, questo avvincente casellario riunisce e presenta centinaia di fotografie istantanee del celebre artista, molte delle quali assolutamente e inevitabilmente inedite. Pagina dopo pagina, nel proprio racconto di tempi passati, spesso tra-passati, queste fotografie rivelano una attualità sociale e di costume a dir poco sorprendente. Va detto: in un’epoca -quale è la nostra attuale- in cui Instagram documenta le esistenze quotidiane (e, in subordine, lo fanno anche tutti gli altri social network, in comunione di intenti), questi ritratti di Andy Warhol, allineati con paesaggi, lattine di zuppa iconiche e momenti estemporanei, si profilano come anticipazione temporale di una socio-cultura che oggi impera nel tempo dell’immagine (fotografica?) senza barriere. Oltre qualsivoglia altro valore grammaticale e linguistico (che non supera il fantastico territorio della foto-

ricordo), questa fotografia di Andy Warhol si propone soprattutto per l’aspetto compulsivo della sua azione, sostanzialmente cruda e improvvisata, in forma di fotografia a sviluppo immediato, con quanto questo significa / ha significato sotto molti aspetti. In questo senso, il curatore Richard B. Woodward è esplicito e diretto, quando afferma che «L’insieme dei ritratti rivela che la persona fotografata è stata accolta nell’entourage di Andy Warhol, indipendentemente dal luogo e occasione dell’incontro: da quelli più esclusivi a quelli più popolari. Con la propria azione, all’interno della sua arte, Andy Warhol ha delineato i fondamenti di una generazione che oggi misura il successo in YouTube».

GIÀ... POLAROID La combinazione Andy Warhol - polaroid non è certamente casuale, per quanto rientri comunque nella compulsione fotografica del celebrato artista statunitense. Tanto che, una volta attestato il sostanzioso valore dell’attuale monografia Andy Warhol. Polaroids, sono necessarie riflessioni sulla fotografia a sviluppo

Andy Warhol. Polaroids, a cura di Richard B. Woodward; Taschen Verlag, 2015 (distribuzione Inter Logos, strada Curtatona 5/2, Località Fossalta, 41100 Modena; 059-412648 www.libri.it); 560 pagine 27x34cm; 74,99 euro.

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CASELLARI IMMEDIATI

Presentazione ragionata, per quanto filtrata, con un avvio indietro nei decenni. Partenza nobile, con Ansel Adams, avvicinato da Edwin H. Land -anche appassionato di fotografia- all’indomani del suo annuncio newyorkese del 21 febbraio 1947, che è sempre stato consulente della Polaroid Corporation. Tra l’altro, Adams e Land diventarono amici, così come è riportato, in coincidenza di aneddoti, nelle rispettive autobiografia e biografia, pubblicate anche in edizione italiana: Ansel Adams. L’autobiografia (Zanichelli, 1994) e Edwin H. Land e la Polaroid, di Peter C. Wensberg (Sperling & Kupfer, 1989). Obbligatoriamente, partiamo con Polaroid Land Photography, del 1963 (e riedizione 1978), che fa parte della serie originaria di manuali tecnici di Ansel Adams, tradotti in italiano da Zanichelli, che è rimasto nella sua sola versione americana. Nel 2003, una mostra di fotografie di Ansel Adams, Dalla Collezione Polaroid, è stata allestita al PhotoFestival, di Milano, a contorno del PhotoShow [FOTOgraphia, marzo 2003]. Da qui, la segnalazione di alcune collettive di autori polaroid raccolte in volume; alcune edizioni sono reperibili in libreria, altre, già bibliograficamente rare, ricercate e preziose, attraverso i canali della investigazione storica e antiquaria. Pubblicata nel 1978, Faces and Facades è una significativa selezione di fotografie Polacolor 808: quarantasei, di sedici autori. È stata realizzata all’indomani del lancio della fotografia a sviluppo immediato di più grandi dimensioni: 8x10 pollici (20,4x25,4cm), la massima a disposizione di tutti, ma inferiore alla Polaroid 20x24 (pollici, equivalente a 50,8x61cm, semplificati in 50x60cm), circuitata al di fuori dei confini tecnico-commerciali consueti. Tutta statunitense, Legacy of Light presenta duecentocinque polaroid di cinquantotto autori (Alfred A. Knopf, 1987). Visione a trecentosessanta gradi sulla fotografia a sviluppo immediato, per quanto soltanto americana, la monografia si allinea alla serie delle Selections periodiche, che Polaroid aveva avviato nel precedente 1982, stabilendo i princìpi e connotati delle peculiarità visive dell’espressività delle proprie pellicole (e a volte dei propri apparecchi), sia nelle confezioni a strappo sia della genìa integrale a colori autosviluppanti, esordita con la leggendaria SX-70, del 1972. Il filone delle collettive registra ancora la raccolta Innovation Imagination, pubblicata per il cinquantenario, esplicitamente evocato dal sottotitolo 50 Years of Polaroid Photography (Harry N. Abrams, 1999). Ovviamente, manco a dirlo: osservazione assolutamente e inviolabilmente americanocentrica. Così che, in contraltare, annotiamo un titolo italiano, che ha ovviamente privilegiato la fotografia polaroid di autori altrettanto italiani assai prima di quanto abbia successivamente fatto il catalogo di La magia della polaroid, numero monografico di Riflessioni, periodico culturale della Fiaf (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche), nel 2009. In molte delle sue segnalazioni, Arte, Scienza e Creatività nella fotografia immediata, del 1984

The Polaroid Book; Taschen Verlag, 2005; du: numero monografico Polaroid. 352 pagine 17,5x21,5cm; 9,99 euro. Eine Episode, giugno 2002.

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(Massimo Baldini Editore), è stato addirittura profetico. Tralasciando i capitoli della documentazione dell’arte e dalla scienza, rileviamo che per la creatività non furono presentati soltanto autori affermati (Gian Paolo Barbieri, Oliviero Toscani, Ralph Gibson, Lucas Samaras, Christian Vogt), ma anche personalità allora emergenti: Giovanni Gastel, Fabrizio Ferri, William Wegman. Ancora internazionale, non più americanocentrica, ma sempre poco italiana (annotazione d’obbligo), è stata la selezione allestita in mostra itinerante, con passaggio al Palazzo delle Esposizioni, di Roma, nell’autunno 1991. Significativo il titolo del catalogo (Edizioni Carte Segrete): Sviluppi non premeditati; con sottotitolo mutuato dalla combinazione appena segnalata, La fotografia immediata fra tecnologia e arte. Particolare è stata poi la monografia che il prestigioso periodico svizzero Camera, di Allan Porter, realizzò nel settembre 1978, in allineamento di date con la Photokina di Colonia. In edizioni distinte, in lingua tedesca, inglese e francese, Autoportrait fu scandita sul ritmo di trentuno autoritratti polaroid di fotografi internazionali, tra i quali gli italiani Gian Paolo Barbieri, Pepi Merisio e Oliviero Toscani. Selezione dalla Polaroid Collection, a cura di Steve Crist, con il contributo di Barbara Hitchcock, The Polaroid Book è una guida illustrata assolutamente indispensabile alla e per la conoscenza della fotografia polaroid, casellario della sua Collezione. Originariamente, la raccolta è stata pubblicata dal tedesco Taschen Verlag, nel 2005; e poi è stata riproposta in edizione identica nel 2008, a un prezzo di vendita drasticamente ridotto, con l’attribuzione alle celebrazioni dei venticinque anni dell’editore, conteggiati con straordinaria larghezza di date dal 1980 di partenza. Due sole differenze, che per qualcuno sono sostanziali: la prima edizione è confezionata in una busta metallizzata che riprende le protezioni esterne dei filmpack Polaroid, e anche la sua copertina ripete e ripropone l’impostazione grafica del packaging delle pellicole Polaroid a colori dei decenni scorsi. Infine, è del tutto particolare l’affascinante Found - Polaroids, realizzato dall’associazione statunitense Found, che si propone di dare visibilità a documenti della vita quotidiana, recuperati dall’oblio e dalla spazzatura. L’associazione pubblica libri che riguardano diversi argomenti. Tra questi, il titolo di polaroid ritrovate per strada: ognuna certificata con luogo e data dello stesso ritrovamento. Assolutamente affascinante! Con Andy Warhol in copertina, in un ritratto comprensivo di SX-70 realizzato da Oliviero Toscani (la cui sequenza originaria di tre ritratti illustra la copertina del numero monografico Polaroid. Eine Episode, dell’autorevole mensile svizzero du, del giugno 2002), From Polaroid to Impossible riunisce opere fotografiche a sviluppo immediato dalla WestLicht Collection, prendendo atto della realtà attuale della linea di pellicole Impossible: Hatje Cantz Verlag, 2011.

Found - Polaroids; Found Magazine, 2006; Autoritratto Polaroid SX-70 di Ansel Adams: 192 pagine 17,2x18,3cm. FOTOgraphia, marzo 2003.


Jack Nicholson (1972).

(centro pagina) Sandy Brant (1970).

Yves Saint Laurent e Bianca Jagger (Venezia, 1973).

(centro pagina) Audrey Hepburn (1973).

immediato, che si è allungata dalla fine degli anni Quaranta del Novecento all’inizio del Duemila (circa). Di fatto, nel processo evolutivo della fotografia e del proprio lessico, l’invenzione di Edwin H. Land, che ha consentito di avere stampe pronte e finite una manciata di secondi dopo lo scatto, ha significato molto, in tante applicazioni. Per quanto si debba annotare che certo fotogiornalismo ha potuto affrontare e risolvere problematiche di cronaca in rapido svolgimento e l’analisi scientifica e medicale ha potuto disporre di responsi istantanei, in questo ambito va specialmente considerata la fotoricordo (entro la cui categoria si inseriscono le istantanee di Andy Warhol), che ha conquistato una avvincente immediatezza di risultati, presto condivisi tra chi ha scattato e chi è stato fotografato (caratteristica sottotraccia dell’attuale acquisizione digitale di immagini, con osservazione del e sul monitor dell’apparecchio fotografico). Ma, soprattutto, svincolandosi dai tempi inevitabilmente prolungati tra lo scatto e la stampa, indispensabili alla fotografia tradizionale, e guadagnando il

valore della copia unica, la creatività ha acquisito uno strumento che le ha consentito di allinearsi con modalità caratteristiche di altre espressività: con manifestazione del gesto temporalmente coincidente con la sua rivelazione. Ed è proprio questa applicazione che ha maturato frutti gustosi e appetibili. Dalle origini della fotografia a sviluppo immediato, qualificati e apprezzati autori hanno espresso e realizzato una fantastica quantità e qualità di immagini, che hanno arricchito la storia della fotografia e quella dell’Uomo. Sia aderendo alle condizioni standardizzate di utilizzo di apparecchi e pellicole, sia divergendone con manipolazioni e interpretazioni proprie, ciascuno ha comunque sottolineato i pregi e valori della fotografia pronta in una manciata di secondi (altresì in copia unica), con quanto significa in termini utilitaristici e per l’interpretazione profonda della creatività espressiva: mai raffigurazione apparente, ma sempre rappresentazione coinvolgente. Come è il caso, eccelso!, dell’attuale casellario Andy Warhol. Polaroids. Evviva! ❖

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La prestigiosa e autorevole gamma di obiettivi Zeiss Milvus, in sei focali di partenza, dal 21mm f/2,8 al 100mm f/2 Macro (altre a breve), è disponibile in baionetta Canon e Nikon (pagina accanto), rispettivamente identificate ZE e ZF.2.

Zeiss Milvus: 21mm f/2,8, 35mm f/2, 50mm f/1,4, 85mm f/4, 50mm f/2 Macro, 100mm f/2 Macro.

di Antonio Bordoni

C

oloro i quali seguono il vorticoso ritmo del Web, e sono altresì interessati soltanto all’apparenza (a ognuno evidente), conoscono già tutto ciò che c’è da sapere sull’ufficialità della nuova linea di obiettivi Zeiss Milvus, in baionetta Canon e Nikon (rispettivamente identificate ZE e ZF.2; altre a seguire?). Infatti, nel pieno rispetto degli accordi con il produttore, che ha fissato inviolabili date di divulgazione, all’indomani della presentazione ufficiale, lo scorso giovedì dieci settembre, la Rete è stata letteralmente invasa da segnalazioni in cronaca. Come abbiamo già avuto modo di annotare, e come ripetiamo ancora anche su questo stesso numero della rivista, in altro ambito e con altri riferimenti, siamo perfettamente consapevoli delle differenze tra la comunicazione Web e quella “cartacea”. Ribadiamo: la Rete si distingue per freschezza e rapidità di argomenti, con relativa facilità e velocità di ricerca e informazione,

mentre la lettura (scrittura) di riviste e/o libri offre tempo e modo per elaborare e riflettere. Come dire, e diciamolo!, che la scrittura/lettura di riviste (e/o libri) favorisce la comprensione di argomenti complessi e articolati. Dunque, qui e ora -e personalmente distanti da ogni rapidità in veloce esaurimento (che rispettiamo, pur lasciandone la frequentazione ad altri: più autorizzati di noi a farlo)-, affrontiamo la gamma di obiettivi Zeiss Milvus con intenzioni diverse, che non quelle della descrizione didascalica delle rispettive prerogative tecniche, peraltro schematizzate a parte, in una apposita sintesi tabellare, pubblicata a pagina 32. Invece, e concedendoci «tempo e modo per elaborare e riflettere», andiamo sottotraccia per affrontare e commentare la filosofia che intravediamo dietrole-quinte di questa gamma di obiettivi di profilo alto, a focale fissa e di qualità superlativa: sia in teoria, sia nell’impiego fotografico effettivo. Da parte nostra, e per nostro modo di intendere l’osservazione fotografica oltre la superficie apparente e

A VOLTE,

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TORNANO Autentico sinonimo di qualità senza compromessi, di interpretazioni ottiche di profilo superbo, gli obiettivi Carl Zeiss sono stati e sono tuttora una delle certezze della fotografia. Senza alcuna ombra di dubbio, sono gli obiettivi piÚ autorevoli di ogni tempo. Da cui e per cui, le sei focali di partenza Zeiss Milvus, dal 21mm f/2,8 al 100mm f/2 Macro, rivelano la chiara ed esplicita intenzione di essere autorevolmente presenti nell’attuale mercato della fotografia con una gamma di spicco e onore ottico

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Con Zeiss Milvus 21mm f/2,8.

GREG WATERMANN

Con Zeiss Milvus 35mm f/2.

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ANDREAS BOGENSCHUTZ BENJAMIN VÖLKER

ufficiale, l’attuale sistema ottico Zeiss Milvus sottintende un autorevole e potente ritorno del nobile marchio tedesco, profondamente radicato nella storia evolutiva della fotografia. In questa chiave di lettura, le sei focali Milvus di partenza, a cui faranno presto seguito altri disegni ottici, sono altro e sono sostanzialmente autonome rispetto quanto Zeiss sta offrendo da tempo al mercato fotografico, oltre la propria prestigiosa leadership nel mondo della cinematografia professionale, con accompagnamento di tre Academy Award tecnici (Oscar) ottenuti nel corso degli anni. Con ordine. In coerenza con il nostro pensiero, eccoci qui a spiegare. I due qualificati Zeiss Otus 55mm f/1,4 e 85mm f/1,4 (in baionetta Canon e Nikon) sono ottime interpretazioni di schemi ottici di profilo alto, che valgono identificazioni di qualità superlativa: a parte la loro esclusività, per l’appunto scandita dal prezzo di vendita/acquisto selettivo, sono comunque soltanto due obiettivi e non rappresentano un sistema. Allo stesso momento, la gamma Zeiss Classic, che propone le eccellenze della propria Storia, in configurazione attuale (sempre in baionetta Canon e Nikon), scandendo nove passi cadenzati, dal Distagon T* 15mm f/2,8 all’Apo Sonnar T* 135mm f/2, deve fare i propri conti commerciali con la messa a fuoco manuale dei singoli obiettivi... in era autofocus. Altri discorsi riguardano, oppure potrebbero riguardare, gli obiettivi Zeiss per reflex Sony Alpha, che arricchiscono il relativo sistema fotografico, e gli obiettivi Zeiss Batis e Loxia per CSC (Compact System Camera, già Mirrorless) Sony, e Touit per CSC Sony e Fujifilm. Infine, sono affascinanti, ma completamente fuori gara, gli obiettivi in baionetta ZM per gli apparecchi a telemetro Zeiss Ikon (ancora sul mercato?), che riprendono e ripetono stilemi del passato remoto. Anzi, per la precisione, del più nobile passato remoto. Date queste premesse, le sei focali di partenza Zeiss Milvus, dal 21mm f/2,8 al 100mm f/2 Macro, rivelano la chiara ed esplicita intenzione di essere autorevolmente presenti nell’attuale mercato della fotografia. Ovvero, non solo con interpretazioni di spicco e onore ottico, ma proprio con una gamma ottica articolata, che presto si arricchirà di nuove proposte. Con ciò, dunque, registriamo l’autentico e possente ritorno di uno dei più qualificati marchi dell’ottica fotografica, che tanto ha influito sull’evoluzione tecnologica e sulla qualità delle interpretazioni: se servissero attestazioni, basti pensare agli obiettivi Carl Zeiss del sistema Hasselblad e alle dotazioni Carl Zeiss delle biottica Rolleiflex, che hanno scandito passi significativi nella Storia della Fotografia, nel proprio insieme e complesso. Autentico sinonimo di qualità senza compromessi, di interpretazioni ottiche di profilo superbo, gli obiettivi Carl Zeiss sono stati e sono tuttora una delle certezze della fotografia. Senza alcuna ombra di dubbio, sono gli obiettivi più autorevoli di ogni tempo. Oggi, alla vigilia del bicentenario dalla nascita del fondatore Carl Zeiss (Primo settembre 1816), da cui il marchio di fabbrica (dal 17 novembre 1846: centosettanta anni fa), la gamma Milvus afferma e testimonia una personalità senza tempo e senza ombre. In un’epoca, quale è la nostra attuale -di poche cer-

Con Zeiss Milvus 50mm f/1,4.

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Zeiss Milvus (in baionetta Canon / ZE e Nikon / ZF.2) Diaframmi

A fuoco da

Disegno ottico

Angolo di campo (diagonale full frame)

21mm f/2,8 35mm f/2 50mm f/1,4 85mm f/1,4 50mm f/2M 100mm f/2M

f/2,8 - f/22 f/2 - f/22 f/1,4 - f/16 f/1,4 - f/16 f/2 - f/22 f/2 - f/22

22cm 30cm 45cm 80cm 24cm 44cm

16 lenti in 13 gruppi 9 lenti in 7 gruppi 10 lenti in 8 gruppi 11 lenti in 9 gruppi 8 lenti in 6 gruppi 9 lenti in 8 gruppi

90 gradi 62 gradi 46 gradi 29 gradi 45 gradi 25 gradi

BJOERN PADOS

Focale

Con Zeiss Milvus 85mm f/1,4.

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tezze e troppi dubbi- l’evidenza e convinzione di questa attuale proposta ottica rappresenta un approdo sicuro, un punto di arrivo... che va interpretato e inteso come affascinante punto di partenza. Comunque la si intenda, comunque la si frequenti, comunque la si consideri, la fotografia deve sempre essere grata soprattutto a quegli obiettivi che sanno interpretare con autorevolezza la propria proiezione al piano focale, là dove viene raccolta secondo intenzioni (su pellicola fotosensibile, piuttosto che in file digitali). Non ci sono “se” o “ma”: la qualità è una e una soltanto. Dopo di che, lo sappiamo bene, l’espressività e creatività della ripresa fotografica non

si basano, né dipendono, necessariamente da questa soltanto, ma fanno i propri conti con tante e tante altre sfumature visive. Però, diamine, se e quando e per quanto si pensa in termini di requisiti e peculiarità, i margini di pensiero e ragionamento si restringono verso parametri inviolabili. Ognuno la pensi come desidera. Ognuno disquisisca per quanto intende. Ognuno se la racconti alla propria maniera. Ma nel segreto dei pensieri individuali, lontani da confronti e raffronti mediati e negoziati, la fotografia Carl Zeiss è un assoluto inviolabile. Oggi rivitalizzata in chiave e cadenza Milvus. Null’altro da aggiungere. ❖


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SUL FILO D

LA BELLA OTERO


Skin, fotografie di Gian Paolo Barbieri; saggi introduttivi di Nikolaos Velissiotis e Pino Bertelli; Silvana Editoriale, 2015; 144 pagine 30x38cm; fotografie in bicromia più vernice supergloss, su carta patinata opaca da 200g; 49,00 euro.

Le ardite e esplicite visioni e invenzioni di Gian Paolo Barbieri, in continuità da Dark Memories (monografia del 2013) all’attuale Skin (secondo capitolo di un cammino intrapreso), assolvono magistralmente tante e tante condizioni esistenziali della fotografia. Siamo tutti sollecitati da queste immagini, in base alle quali ognuno richiama ricordi personali. Senza scippi o strappi, come sollecita il garbo fotografico dell’autore, ciascuno si impossessa delle singole visioni per farle sue, per lasciare andare la propria mente. Se anche questo non è il compito della Fotografia, diteci voi -allora- qual è

DEI RICORDI

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ATENE) DI

ACROPOLI CADUTO (DA

CATHERINE...

IL GIGANTE

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JE SUIS

A

ltri, più qualificati di noi a farlo (?), avranno modo di approfondire la filologia delle fotografie che Gian Paolo Barbieri ha ordinato e riunito nella avvincente monografia Skin, che per tanti versi, tutti legittimi e intuibili, prosegue il cammino intrapreso due anni fa con la fantastica raccolta Dark Memories, della quale ci siamo occupati in due occasioni consequenziali: in presentazione, nel giugno 2013; in commento delle definite “Opere vietate”, il successivo novembre. Da parte nostra, ci preme sottolineare come e quanto queste fotografie, realizzate in tempi diversi, in tempi autonomi e distinti tra loro, rappresentino e sottolineino il senso di una Storia personale e del suo racconto visivo (fotografico). Da un punto di vista che nasce e parte dalla Fotografia, con pertinente equilibrio tra le sue parole a contorno e l’esercizio professionale (che magari rivelano nostre presunte qualifiche), noi aggiungiamo qualcosa che nasce dal profondo e dall’interno: parole sulla fotografia, diciamo così, nella propria essenza. In particolare, una volta ancora, una di più, mai una di troppo, prima di tutto è obbligatorio (oltre che perentorio) stabilire un parametro, un valore, un assioma: come e quanto la fotografia influenza la nostra vita. Autentico linguaggio del Novecento, non soltanto visivo, la fotografia appartiene tanto alla vita quotidiana attuale, da suggestionarla: dalle pagine dei giornali, come anche dalle affissioni pubblicitarie lungo la strada. Da e con Paul Valéry (in Scritti sull’arte - La conquista dell’ubiquità; 1934): «Come l’acqua, il gas o la corrente elettrica, entrano grazie a uno sforzo quasi nullo, provenendo da lontano, nelle nostre abitazioni per rispondere ai nostri bisogni, così saremo approvvigionati di immagini e di sequenze di suoni, che si manifestano a un piccolo gesto, quasi un segno, e poi subito ci lasciano». Tra tanto altro, senza alcuno spirito di qualsivoglia antagonismo o contrapposizione, la fotografia dà spessore a una propria caratteristica, che la distingue dalla pittura. Mentre i dipinti, di ogni epoca, sono sempre e soltanto attribuiti al proprio autore, e compongono i tratti della sua arte, la fotografia rimane vincolata anche al soggetto rappresentato. E su questo si basa il suo valore documentario ed esistenziale: che in questo caso

specifico definiscono un tragitto individuale vissuto da Gian Paolo Barbieri oltre la propria fotografia di moda (per la quale è uno degli autori fondamentali del secondo Novecento: statura planetaria) e oltre i corrispondenti progetti etnici, svolti soprattutto nei mari del Sud del mondo. Certo, non siamo così ingenui da non conoscere le insidie del linguaggio fotografico, e degli stereotipi che l’accompagnano. Per cui, sappiamo bene come sia soprattutto occidentale l’idea secondo la quale ciò che si trova davanti all’obiettivo debba essere vero, debba essere la realtà. Ancora: l’effetto di realtà della fotografia riguarda innanzitutto la propria aderenza formale a ciò che rappresenta; il suo contenuto può essere manipolato e selezionato senza inficiare il suo supposto valore di verità documentaria fondato sulla tecnica. Da cui: la grande rivoluzione della fotografia è stata quella di mostrare la realtà senza apparenti mediazioni e da qui, forse, è nata la sua diffusione e popolarità anche come documento. In questo senso, le ardite e esplicite composizioni di Gian Paolo Barbieri, in continuità da Dark Memories all’attuale Skin, assolvono magistralmente la condizione che il filosofo sir Francis Bacon espresse nel 1620, in The new organon or true directions concerning the interpretation of nature: «The very contemplation of things as they are, without superstition or imposture, error or confusion, is in itself more worthy than all the fruit of inventions» (La semplice contemplazione delle cose così come sono, senza superstizioni o inganni, errori o confusioni, vale di più di tutti i frutti dell’invenzione). Già, le cose così come sono. Ma! Ma, sfogliando le pagine di Skin, in monografia d’autore (Gian Paolo Barbieri) corre l’obbligo di una sostanziosa precisazione: non tutta la fotografia! Ovverosia, c’è sempre bisogno di autori, siano professionisti o non professionisti conta poco (anche se in questo caso -composizioni, luce, atmosfera, empatia...- conta molto), che sappiano raggiungere il cuore e la mente degli osservatori, in un tragitto di andata e ritorno, senza soluzione di continuità. Nella sua fotografia, Gian Paolo Barbieri pare scomparire dietro la superficie delle singole immagini: non prevarica mai i propri soggetti. Assente in apparenza, ma partecipe nella so(continua a pagina 42)

OUI,

di Maurizio Rebuzzini


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SPLENDORE

NELL’ERBA (DA

BRUCE SARGEANT)


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SALOMÈ

“THE ANVIL” NEW YORK CITY

CAINO ALZÒ

LA MANO

/

CONTRO IL FRATELLO

ABELE /

E LO UCCISE.

(GENESI 4,8)

CORRI VAGA LUNA, / SBRIGATI / PRIMA CHE UN’ALTRA SVEGLI / IL BELL’ENDIMIONE... (MELEAGRO, ANTOLOGIA PALATINA)


(GIOVENALE, SATIRE ) NIGROQUE SIMILLIMA CYGNO

/ IN TERRIS,

RARA AVIS LA CARNE NON AMMETTE / ALCUN LIMITE AL PIACERE, / NÉ HA LIMITI IL TEMPO / CHE SERVE A PROCURARLO. (EPICURO, RATAE SENTENTIAE, EPIGRAMMA XX )

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(continua da pagina 36) stanza (e si vede bene!), sta come discosto, e lascia parlare l’immagine. E proprio l’immagine, la sua fotografia, bussa garbatamente alla porta. Noi l’apriamo e, come per miracolo, diventiamo protagonisti delle storie raccontate. Veniamo presi per mano e accompagnati, scatto dopo scatto, immagine dopo immagine, in un mondo che non conosciamo (almeno non in questo modo). All’inizio, possiamo anche rimanere sconcertati, e concentrarci solo su quanto esplicitamente le stesse fotografie raffigurano sulla propria superficie. Poi, proseguendo, veniamo coinvolti in una atmosfera che non è più definita dall’apparenza delle forme, ma è disegnata dalla sostanza dei contenuti. Le fotografie di Gian Paolo Barbieri smettono di essere tali, fotografie, e si muovono, prendono vita, costruiscono vita. Non


OLYMPIA (DA EDUARD MANET)

siamo più solo osservatori, ma diventiamo protagonisti. Ci muoviamo anche noi negli stessi spazi e percepiamo la presenza delle medesime persone: siamo nelle situazioni, non stiamo più guardandone solo delle raffigurazioni. È questa la magia della fotografia d’autore, che presto fa dimenticare la propria forma necessaria per lasciare libero il pensiero individuale. Ribadiamo: alla fine, non abbiamo più davanti agli occhi fotografie di sogni manifestati, ma siamo autenticamente al loro interno. Addirittura, cominciamo a sentire gli aromi dei luoghi e le voci della gente. Non siamo più protetti negli spazi personali della nostra vita, ma sul volto sentiamo il vento dell’aria aperta. C’è di che riflettere. C’è di che discutere. Cosa sarebbe più la nostra vita senza fotografia? Cosa sarebbe la nostra mente, senza fotografie d’autore? La nostra percezione della realtà

ne rimarrebbe mortificata. La nostra esperienza, impoverita. Il nostro sapere, modesto. Siamo tutti sollecitati da queste fotografie di Gian Paolo Barbieri, in base alle quali ognuno richiama ricordi personali. Senza gesti forti, senza scippi o strappi, come sollecita il garbo fotografico dell’autore, ci siamo impossessati di queste visioni per farle nostre, per lasciare andare le nostre menti là dove l’efficacia visiva di Gian Paolo Barbieri ci ha condotti. Io ho camminato per mio conto, incontrando molti che, come me, si sono allineati con queste fotografie. Ci siamo riconosciuti, educatamente salutati, prima di proseguire, ciascuno di noi, per il proprio personale cammino. Se questo, anche questo, non è il compito della Fotografia, ditemi voi -allora- qual è. ❖

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La fotografia come nessun altro l’ha mai raccontata.

.

novembre 2015

BASCULANDO BASCULANDO. ANCORA RITORNO AL GRANDE FORMATO. Con corpi mobili


Ogni immagine è accompagnata dal testo che l’accompagna in mostra e sul catalogo. Nelle didascalie, sono riassunti sia la storia e le emozioni che hanno motivato l’autore, sia i requisiti tecnici della fotografia.

di Lello Piazza

W

alter Palmer, il dentista del Minnesota che lo scorso luglio ha abbattuto Cecil, il leone più famoso dello Zimbabwe, avrebbe pagato cinquantamila dollari per la sua “impresa”. E ora una bella testa circondata da folta criniera starà appesa sopra il suo caminetto, o la bella pelle di Cecil sarà stesa ai piedi del suo letto. Lasciatemi dire che è barbarie appendere a una parete un pezzo di essere morto, creare una specie di cimiterino verticale per mostrare agli ospiti quanto sia coraggioso il padrone di casa. Barbarie è etimologicamente il termine appropriato: cioè da barbaro, individuo appartenente a una cultura che non ha ancora letto Pascal e Montesquieu. Per esempio, un tempo non era considerato barbarie avere schiavi in casa. Oggi, sì. Lo stesso con la caccia. Anche solo un secolo fa, quando il leone era veramente il re della savana africana, non ancora minacciato dalle cavallette umane che divorano i territori e li sottraggono agli animali, un trofeo di leone non era ancora barbarie. Oggi, ritengo che un certo tipo di caccia sia assolutamente accettabile, per esempio quella praticata per il controllo del proliferare eccessivo di certe specie animali, come cinghiali e daini nella nostra Toscana: ma, oggi, è accettabile cacciare, come ha fatto Walter Palmer, leoni in Africa? Confrontate, con la fantasia, un caminetto con esibita sopra una testa di leone e un altro caminetto con appesa sopra The last great picture, la straordinaria fotografia di leoni scattata dallo statunitense Michael Nichols, Wildlife Photographer of the Year 2014, in Tanzania, nel Serengeti National Park. Invece di un leone, ne vedreste cinque. Il coraggioso fotografo, che ha rischiato tanto quanto il cacciatore Walter Palmer per il suo trofeo, potrebbe raccontare che i leoni (anzi le leonesse, per la precisione) stanno riposando dopo aver attaccato e cacciato due maschi del branco per difendere i loro cuccioli (qui accanto). A proposito di cuccioli, tornando a Walter Palmer, un altro danno provocato dal suo gesto è quello di aver messo in grande pericolo la progenie di Cecil. Il suo grande rivale, un leone chiamato Jerico, molto probabilmente cercherà di uccidere questi cuccioli attaccando le femmine di Cecil, rimaste vedove, per fecondarle col proprio seme. Ma molte femmine potrebbero soccombere in questi duelli, e quindi accelerare la diminuzione dei leoni in Africa, che già sono vicini al valore critico che ne minaccia l’estinzione. Vi potreste immaginare un’Africa senza leoni?

Michael “Nick” Nichols (Usa): The last great picture (L’ultima grande fotografia). Wildlife Photographer of the Year 2014. Nick è un fotografo, artista e giornalista che usa il proprio talento per raccontare storie su problematiche concernenti l’ambiente e il rapporto dell’uomo con la natura selvaggia. La sua carriera è iniziata trentacinque anni fa, e il suo lavoro è stato pubblicato in numerosi libri e riviste. I moltissimi premi che ha ricevuto riflettono il riconoscimento internazionale che ha raggiunto.

Alla sua cinquantesima edizione, dal 1965 di origine, l’autorevole concorso BBC Wildlife Photographer of the Year ribadisce il proprio consistente ruolo nell’ambito del panorama dei concorsi fotografici di livello e prestigio e nei confronti della materia istituzionale: natura e propri corollari. Come da intenzioni, le sue cifre di partecipazione e la qualità delle fotografie premiate contribuiscono ad accrescere la presenza della fotografia naturalistica all’interno della Storia della Fotografia. Ancora e sempre, come da intenzioni, le immagini del concorso contribuiscono a rafforzare il lavoro delle organizzazioni protezionistiche, per aiutarle a proteggere animali e territorio. In ripetizione d’obbligo... missione esplicita della fotografia 46


Nick mette costantemente alla prova i limiti della fotografia, usando il massimo consentito dalla tecnologia. Per lui la fotografia naturalistica «non consiste nel rappresentare la natura, ma piuttosto nel trasmettere messaggi». «Poche persone hanno visto i branchi di leoni da questa prospettiva. Nick ha fotografato qualcosa di comune in un modo totalmente nuovo. L’uso di una macchina fotografica a infrarossi è stato fondamentale per raggiungere lo scopo proposto», ha dichiarato Jim Brandenburg, presidente di giuria.

Tom Ang, un altro giudice, ha affermato: «Immagine ingannevole e a più livelli, con la drammaticità del cielo sullo sfondo e il senso di pace in primo piano. È un’immagine molto più difficile da realizzare di quello che sembra. È stata ottenuta con una reflex alla quale è stato tolto il filtro che taglia le luci infrarosse. Grazie all’infrarosso, i leoni sembrano risplendere sulle rocce». Serengeti National Park, Tanzania. Canon Eos 5D Mark III, Canon EF 24-70mm f/2,8L II USM a 32mm; 200 Iso equivalenti, 1/250 di secondo a f/8.

E,TRA NOI,

LA NATURA

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Tornando alla fotografia e alla fotografia di Nick (soprannome con il quale gli amici chiamano Michael Nichols), va detto che è stata scattata con un apparecchio fotografico al quale è stato eliminato il filtro che taglia la luce infrarossa. Quindi, è come se fosse stata ripresa con la vecchia pellicola in bianconero per l’infrarosso. Naturalmente, davanti all’obiettivo era stato montato uno dei filtri che si usavano, per l’infrarosso appunto, nella fotografia analogica. Lezione antica, interpretazione attuale.

Bence Máté (Ungheria): Herons in time and space (Aironi nel tempo e nello spazio). Vincitore nella categoria Uccelli. Dopo aver passato settantaquattro giorni nel capanno, finalmente le condizioni si sono rivelate ottimali. La costellazione dell’Orsa Maggiore era in posizione corretta, riflessa sulla superficie calma del lago. Bence Máté ha costruito due timer: per realizzare una serie di esposizioni perfettamente sincronizzate e per registrare la nitidezza delle stelle e del lago che fanno da sfondo alle figure oniriche degli aironi. Per quanto non prettamente notturni, gli aironi possono essere piuttosto attivi di notte. La migrazione invernale verso sud avviene prevalentemente di notte. Inoltre, gli aironi si nutrono di giorno o di notte, generalmente subito prima dell’alba o poco dopo il tramonto. Kiskunság National Park, Ungheria. Nikon D800, Sigma 15mm f/2,8 EX DG Diagonal Fisheye; 32 secondi (un secondo a f/10, poi trentuno secondi a f/2,8); quattro flash, treppiedi, capanno.

Simone Sbaraglia (Italia): Communal warmth (Riscaldamento collettivo). Finalista nella categoria Mammiferi. Simone Sbaraglia ha aspettato che questo gruppo di gelada tornasse alla base, dopo una giornata passata alla ricerca di cibo. Con l’incombere del freddo notturno, le scimmie hanno trovato un luogo sicuro per dormire su un ciglio sporgente su uno strapiombo, stringendosi insieme per riscaldarsi. Simone Sbaraglia si è appoggiato al bordo e ha composto la sua inquadratura. Ha fotografato impostando la sensibilità più alta, abbinata a un colpo di flash. Le gelada sono l’ultima specie sopravvissuta di primati, un tempo ampiamente diffusi, che si nutrono brucando erba. Sono sopravvissute in gole rocciose, precipizi e brughiere degli altopiani etiopi. Alcune notti, le temperature del luogo scendono sotto lo Zero, rendendo probabili questi assembramenti per riscaldarsi. Simien Mountains National Park, Etiopia. Nikon D800, AF-S Nikkor 70-200mm f/2,8G ED VR II a 180mm; 6400 Iso equivalenti, 1/125 di secondo a f/13 (-0,6EV); flash Nikon SB-800 AF.

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Carlos Perez Naval (Spagna): Stinger in the sun (Pungiglione al sole). Young Wildlife Photographer of the Year. Carlos Perez Naval ha trovato questo scorpione che si riscaldava al sole vicino a casa, e la luce del tardo pomeriggio emanava un bagliore così affascinante che l’ha indotto a condurre esperimenti con una doppia esposizione. Ha cominciato


Infine, va aggiunto che nella fotografia si vedono anche le grandi pianure dell’Africa, rimaste come ai tempi della Bibbia: una visione resa ancora più intensa dalla luce del sole che filtra attraverso le nubi. C’è qualcuno che possa ancora preferire una testa appesa a questa fotografia? Quasi dappertutto, nel mondo occidentale, la caccia fotografica ha oggi sostituito la caccia tradizionale (forse grazie anche a Pascal e Montesquieu). La sua massima celebrazione avviene

una volta all’anno, con la conclusione dei lavori del concorso BBC Wildlife Photographer of the Year e con la premiazione dei vincitori. L’attuale edizione del 2014 (conclusasi nel 2015) è la cinquantesima di questo concorso. La prima si tenne nel 1965, grazie all’opera di Nigel Sitwell, direttore di Animals Magazine (che oggi si chiama BBC Wildlife Magazine). Dieci anni prima, era nato il World Press Photo. (continua a pagina 54)

con lo sfondo, usando un tempo di otturazione rapido, per non sovraesporre il sole; quindi, ha scattato per il soggetto principale con il flash. Consapevole della presenza del bambino (otto anni), lo scorpione ha mostrato il pungiglione come avvertimento. Questo scorpione giallo comune, altamente velenoso, è notturno; probabilmente era appena uscito dal proprio nascondiglio. Si nutre di una grande varietà di insetti

e usa le sue chele per afferrare la preda. Poi, schiaccia la preda con le chele o le inietta il veleno neurotossico contenuto nella ghiandola posta in cima alla coda. Teruel, Spagna. Nikon D300, AF-S VR Micro-Nikkor 105mm f/2,8G IF-ED (e AF-S Nikkor 28-300mm f/3,5-5,6G ED VR, per il fondo); 320 Iso equivalenti, 1/320 di secondo a f/10; flash elettronico.

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IN MOSTRA E IN EDIZIONI

Grazie all’Associazione culturale Radicediunopercento, presieduta da Roberto Di Leo, per il quarto anno consecutivo, Milano ospita l’importante mostra che raccoglie le immagini premiate al concorso Wildlife Photographer of the Year (2014). Patrocinata dal Comune di Milano, da Expo Milano 2015 e Expo in Città, l’esposizione ha luogo dal nove ottobre al ventitré dicembre nella sale della Fondazione Luciana Matalon, in Foro Buonaparte 67, in pieno centro cittadino, a due passi dal Castello Sforzesco. In mostra tutte le cento immagini premiate. A cominciare dalle due più rilevanti: The last great picture, di Michael Nichols (Usa), scattata in Tanzania, nel Serengeti National Park [a pagina 46], e Stinger in the sun, di Carlos Perez Naval (Spagna, otto anni), che ritrae uno scorpione in atteggiamento aggressivo [a pagina 48], che hanno meritato il massimo riconoscimento, rispettivamente il Wildlife Photographer of the Year e il Young Wildlife Photographer of the Year. Poi, tutte le altre lungo un percorso espositivo che rispetta la divisione delle sezioni nelle quali è articolato il concorso: Diversità sulla Terra, suddivisa nelle categorie Mammiferi, Uccelli, Anfibi e Rettili, Invertebrati, Piante e Funghi, Specie acquatiche; Creatività e Tecnica, con le categorie Natural Design, Bianconero e il nuovo Premio speciale TimeLapse, che prevede filmati con riproduzione accelerata dei fotogrammi; Documentario, diviso in Il Mondo nelle nostre mani e Premio speciale Fotogiornalista di Natura dell’Anno; poi, la sezione Ambienti terrestri. Quindi, verso la conclusione, Portfolio, con Premio speciale talento emergente (età diciotto-venticinque anni) e Premio speciale Portfolio (oltre i ventisei anni). Infine, Primi scatti, con le categorie dedicate ai giovani fotografi fino a dieci anni; da undici a quattordici anni e da quindici a diciassette anni. Infine, citiamo che, quest’anno, la mostra fa parte di Photofestival, la manifestazione che da undici edizioni coordina il mondo della fotografia milanese (?), e che Pas Events (www.pasevents.com) ha l’esclusiva della mostra per l’Italia. Wildlife Photographer of the Year 2014. Fondazione Luciana Matalon, Foro Buonaparte 67, 20121 Milano; 02-878781; www.fondazionematalon.org; www.radicediunopercento.it. Dal 9 ottobre al 23 dicembre; martedì-domenica 10,00-19,00, giovedì e venerdì 10,00-22,00, sabato 10,00-17,30.

Wildlife Photographer of the Year Portfolio 24, con tutte le immagini premiate e segnalate, a cura di Rosamund Kidman Cox; in inglese; The Natural History Museum, 2014; 160 pagine 25,5x25cm; 35,00 euro.

50 Years of Wildlife Photographer of the Year: How Wildlife Photography Became Art, monografia commemorativa che celebra i cinquanta anni del concorso, a cura di Rosamund Kidman Cox; in inglese; The Natural History Museum, 2014; 256 pagine 28,5x28,5cm, cartonato; 50,00 euro.

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Adriano Morettin (Italia): Touch of magic (Tocco di magia). Finalista nella categoria Specie acquatiche. Nell’estate 2013, centinaia di meduse hanno invaso le acque delle scogliere sotto il castello di Miramare, nell’ononima frazione di Trieste. Per realizzare una fotografia adeguata, nonostante fosse colpito dalle loro sostanze urticanti, Adriano Morettin si è avvicinato alle meduse


con un obiettivo fortemente grandangolare, addirittura fisheye. Ma la vera sfida è stata quella di seguirle durante il loro movimento, «mentre usavano il loro ombrello come motore», aspettando che due di loro sfiorassero la superficie. Entrambe queste specie, il polmone di mare ( Rhizostoma pulmo), a sinistra, e la medusa tuorlo d’uovo ( Phacellophora camtschatica), a destra, si possono trovare in grandi assembramenti nel Mediterraneo, ma difficilmente si trovano insieme,

come in questo caso. Entrambe filtrano l’acqua per nutrirsi di piccoli organismi planctonici che possono risucchiare attraverso piccole aperture sui loro sottili tentacoli. Inquadratura e composizione di grande efficacia. Castello di Miramare, Trieste, Italia. Nikon D800E, Sigma 15mm f/2,8 EX DG Diagonal Fisheye; 100 Iso equivalenti, 1/160 di secondo a f/18; custodia scafandrata Seacam Superdome, due flash Seacam Seaflash 150D.

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Ary Bassous (Brasile): Night of the deadly lights (Notte delle luci spettrali). Vincitore nella categoria Invertebrati. «Questa immagine rappresenta il culmine di una ricerca durata dieci anni», spiega Ary Bassous. Quando un elateride adulto è volato nel cielo, illuminato dal bagliore e dalle luci rossastre di una città distante, ha impostato un tempo di otturazione lungo, facendo in modo che la luce stessa -emessa dalle larve, mentre ondeggiavano e si muovevano intorno a un termitaio- creasse una autentica opera d’arte (almeno, così la intendiamo). Per le prime due settimane della stagione delle piogge, termitai abbandonati

brillano illuminati dalle luci prodotte dalle larve di elateride. Le larve emettono luci bioluminescenti con un apparato posizionato subito dietro il capo. La luce serve per attrarre le prede, termiti e formiche volanti. Ma il luogo dove vivono, le savane della regione brasiliana del Cerrado, è minacciato a causa della rapidità con cui si diffondono i terreni coltivati. Una volta ancora, una di più, mai una di troppo, va osservato e sottolineato come tanta fotografia di natura contribuisce a rafforzare l’opera delle organizzazioni protezionistiche. Emas National Park, Brasile. Nikon D800, AF-S Nikkor 16-35mm f/4G ED VR a 16mm; 3200 Iso equivalenti, 30 secondi a f/5,6, treppiedi, torcia MagLite.

Alexander Badyaev (Russia / Usa): The mouse, the Moon and the mosquiton (Il topo, la luna e la zanzara). Vincitore nella categoria Mammiferi. Vicino al sentiero che Alexander Badyaev stava percorrendo, un fungo Langermannia gigantean stava attirando l’attenzione di molti animali: «Ogni topo, chipmunk [scoiattolo nordamericano] e scoiattolo, nei paraggi, si avvicinava al fungo». Con la luna piena che stava salendo nel cielo, un colpo di flash è servito a congelare nella fotografia l’attività frenetica intorno al fungo. I baffi del topolino (che risaltano nell’inquadratura) forniscono al roditore

informazioni sull’ambiente, come se un uomo cercasse di capire cosa si muove nel buio mettendo avanti le mani. Le sue mani sono i baffi. Insieme a uno sviluppato senso dell’olfatto e dell’udito, i baffi rappresentano una specie di radar, che permette ai topi muoversi nel mondo notturno. Per questo motivo, la zanzara dovrebbe fare più attenzione a dove passa: infatti, diversamente da altre specie di topi, questa si nutre anche di insetti. Blackfoot Valley, Montana, Usa. Canon Eos-1D Mark IV, 105mm; 250 Iso equivalenti, 2,5 secondi a f/14; flash Canon Speedlite 430EX II.


Bruno D’Amicis (Italia): The price they pay (Il prezzo che pagano). Vincitore nella categoria Il mondo nelle nostre mani. Catturato illegalmente nella sua tana, nel deserto del Sahara, un fennec di tre mesi è offerto in vendita. Bruno D’Amicis si è guadagnata la confidenza degli abitanti del villaggio, parlando a lungo con loro. Così, ha scoperto un commercio diffuso di animali selvatici. Ha scoperto anche le cause che lo determinano: una forte disoccupazione, una scarsa educazione, una mancanza di controlli di polizia e turisti ignoranti. Spera che le sue immagini aiutino a fare conoscere questa situazione.

Il piccolo fennec è perfettamente adattato alla vita nel deserto. Ha evoluto grandi orecchie, che agiscono come radiatori, dissipando il calore del corpo. Sono proprio queste grandi orecchie che lo rendono singolare per i turisti. Per quanto il fennec sia molto diffuso nel Nord Africa, la maggiore minaccia per la sua conservazione è rappresentata dal fatto di essere molto richiesto dall’industria che procura agli occidentali animali da compagnia. Altra minaccia deriva dall’uso che se ne fa negli spettacoli locali. Douz, Tunisia, Canon Eos 5D Mark II, Canon EF 17-40mm f/4L USM a 38mm; 400 Iso equivalenti, 1/160 di secondo a f/4.

Alessandro Carboni (Italia): Ice land (Terra di ghiaccio). Finalista nella categoria Ambienti terrestri. Mentre Alessandro Carboni era in attesa davanti ad acque tempestose, ha percepito la straordinaria forza della natura e il fascino dei blocchi di ghiaccio gettati dalle onde sulla battigia. «Volevo che la linea dall’acqua raggiungesse il blocco di ghiaccio e lasciasse disegni sulla sabbia nera in primo piano», ha commentato [situazione analoga alla fotografia di Ellen Anon, encomio nella categoria Wildscapes (Paesaggi selvaggi), al Wpoty 2013;

FOTOgraphia, ottobre 2014, con lancio in copertina]. Proveniente dal vicino ghiacciaio Breiôamerkurjökull, il blocco di ghiaccio risalta sulla sabbia nera di origine vulcanica. L’intenso colore blu rivela l’età antica del ghiaccio. Con il tempo, le forze naturali hanno compresso minuscole sacche d’aria tra cristalli di ghiaccio. Il ghiaccio è divenuto più denso, tanto da assorbire il rosso nello spettro dei colori, e in modo da riflettere solo il blu. Jökulsárlón, Islanda. Nikon D700, Zeiss Distagon T* 21mm f/2,8; 200 Iso equivalenti, 1,3 secondi a f/16; filtro graduato Lee Neutral Density 0,75, treppiedi.

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(continua da pagina 49) Fanno sempre effetto i numeri, che qui sintetizzano bene la situazione: nella prima edizione, le immagini partecipanti furono trecentosessantuno (361), quasi tutte provenienti dal Regno Unito, un paese nel quale la fotografia naturalistica ha tradizioni antiche. Nell’attuale del 2014, hanno concorso quarantaduemila immagini (42.000), realizzate da fotografi professionisti e non professionisti provenienti da novantasei paesi.

E, come ha scritto l’autorevole The Guardian, il concorso è diventato hugely popular / popolarissimo in tutto il mondo. Uno degli scopi originari di Nigel Sitwell è stato quello di sollecitare l’attenzione dei media affinché -con il loro interessepotessero trasformare la passione dei wildlife photographer in una professione. Un altro intento era quello di accrescere l’importanza della fotografia naturalistica all’interno della Storia della Fotografia. Infine, sperava che le immagini del concorso avreb-

Silvio Tavolaro (Italia): Snow stand (Faggi nella neve). Finalista nella categoria Piante e Funghi. Silvio Tavolaro stava guidando verso casa, durante una gelida giornata invernale, quando ha notato questo gruppo di faggi. I rami erano stati delicatamente imbiancati da una fresca nevicata. Colpito dal silenzio della scena,

«ha rappresentato il senso di pace e leggerezza», impostando un’esposizione che ha evidenziato il contrasto tra i rami ricoperti di neve e i tronchi sottostanti, di colore scuro. La lezione espressiva è sempre la stessa: bisogna possedere competenze della mediazione tecnica... per dimenticarla, applicandola là dove, quando e per quanto serve alla comunicazione e visualizzazione.


bero potuto contribuire a rafforzare il lavoro delle organizzazioni protezionistiche, per aiutarle a proteggere animali e territorio. Rosamund Kidman Cox, direttore del BBC Wildlife Magazine dal 1983 al 2004 e curatrice della consistente retrospettiva 50 Years of Wildlife Photographer of the Year: How Wildlife Photography Became Art, ha dichiarato: «Data la sua grande diffusione di oggi, è difficile capire quanto fosse veramente nuova e dirompente l’apparizione, cinquanta anni fa, del concorso

In Italia, molti paesaggi di montagna sono dominati da foreste di faggi. I faggeti sono spesso privi di sottobosco, perché quando le loro foglie cadono sul terreno, si decompongono lentamente, e lo coprono di un tappeto impenetrabile. Monte Livata, Italia. Canon Eos 5D Mark III, zoom Sigma 70-200mm f/2,8 EX DG OS HSM a 70mm; 800 Iso equivalenti, 1/640 di secondo a f/8.

Wildlife Photographer of the Year. Fu la prima manifestazione di questo tipo, una vera rivoluzione». La prima edizione aveva solo due sezioni, Gran Bretagna e Overseas, ciascuna divisa nelle categorie Uccelli, Mammiferi e Altri animali. Il primo BBC Wildlife Photographer of the Year fu Roger Dowdeswell, con un’immagine a colori di un allocco che portava un topo al suo pulcino. Molte condizioni non sono cambiate nel concorso, ma altrettante sono, invece, cambiate: come è cambiato il mondo della fotografia e del protezionismo in questi cinquanta anni. Nel 1977, fu inserita la categoria dedicata al bianconero (il primo vincitore fu il fotografo tedesco Fritz Pölking). Nel 1981, furono inserite due categorie espressamente dedicate alla fauna selvatica negli ambienti urbani e ai problemi ambientali. Iniziò anche la parte del concorso dedicata ai giovani, Young Photographer Competition. Nel 1984, il concorso trova la propria sede fisica nel Natural History Museum, di Londra, il Museo di Storia Naturale a Kensington, in Cromwell Road, dove si svolge ancora oggi. Nello stesso anno, vengono aggiunte le categorie Underwater Photography e Landscape Photography. Quest’anno è stata introdotta la sezione TimeLapse, tecnica facilmente praticabile grazie alla tecnologia delle attuali macchine fotografiche digitali, e una categoria dedicata alla fotografia scattata con smartphone o tablet, riservata ai giovani fotografi (diciassette anni massimo). Tra i personaggi che hanno animato la serata di consegna dei premi, ricordiamo sir David Attenborough, conduttore dei documentari di grandissimo successo trasmessi dalla BBC, e sir Peter Scott, uno degli ideatori del WWF e fondatore del Wildfowl and Wetlands Trust, una delle più importanti organizzazioni protezioniste inglesi, e anche unico figlio del famoso esploratore polare Robert. L’edizione 2014 ha visto ben sette riconoscimenti per i fotografi naturalistici italiani. Bruno D’Amicis è risultato vincitore nella categoria Il mondo nelle nostre mani, con la fotografia The price they pay. Impegnato da tempo in un progetto dedicato alla salvaguardia delle specie in via di estinzione nel Sahara, in un villaggio nel sud della Tunisia, Bruno D’Amicis ha immortalato un adolescente che vende un cucciolo di volpe fennec presa da un covo nel deserto. Cattura o uccisione di queste volpi selvatiche sono illegali, ma ancora molto diffuse, e immagini stimolanti come questa possono contribuire ad aumentare la consapevolezza su ciò che sta accadendo al fragile ambiente del Sahara: come sottolineato nella didascalia all’immagine [a pagina 53]. Gli altri sei italiani sono risultati finalisti in diverse categorie, a un passo dal podio: Simone Sbaraglia, con la fotografia Communal warmth (categoria Mammiferi [a pagina 48]; Silvio Tavolaro, con la fotografia Snow stand (categoria Piante e Funghi [qui a sinistra]; Adriano Morettin, con la fotografia Touch of magic (categoria Specie acquatiche [a pagina 50]; Alessandro Carboni, con la fotografia Ice land (categoria Ambienti terrestri [a pagina 53]; Cristiana Damiano, con la fotografia A long line in legs (categoria Bianconero); Bernardo Cesare, con la fotografia Kaleidoscope (categoria Natural Design) [queste ultime due immagini non sono visualizzate nella nostra relazione]. Riteniamo questo lusinghiero risultato un vero miracolo. I fotografi naturalistici italiani, penalizzati da un quasi totale disinteresse dei media, suppliscono con la propria bravura e passione alla impossibilità di fare della fotografia naturalistica una professione, magari anche solo parziale. Un grande bravò, come dicono i francesi, va a tutti loro. ❖

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TAU Visual si presenta

Ciao! Probabilmente ci conosci già, ma ci presentiamo ugualmente: l’Associazione Nazionale Fotografi Professionisti TAU Visual è un’associazione di fotografi professionisti che lavora per offrire strumenti concreti di lavoro. L’obiettivo principale dell’Associazione consiste nell’aiutare il fotografo nelle sue necessità professionali di ogni giorno, con consulenza, informazioni, incontri, testi, documentazione e attività gratuite, per risolvere i problemi immediati della professione. Nel medio termine, poi, lavoriamo assieme per elevare la cultura e la preparazione specifica di tutti gli operatori del settore. Ci sforziamo di affrontare i problemi in chiave positiva: più che contrastare gli aspetti negativi, lavoriamo per favorire gli elementi positivi della vita professionale di tutti.

Diventare Socio TAU Visual

Per avere un’idea delle attività dell’Associazione, la cosa migliore sarebbe che tu chiedessi a qualche collega già Socio, in modo da avere un parere diretto, e non una “pubblicità”. Puoi associarti solo se eserciti l’attività fotografica con una corretta e definita configurazione fiscale. Se sei un professionista, puoi presentare domanda partendo da: www.fotografi.org/ammissione.

Un regalo utile per i lettori di

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Come accennavamo, lavoriamo moltissimo per supportare i Soci nella loro attività, ma produciamo anche documentazione utile per il settore fotografico nel proprio complesso. Fra le altre cose, esiste un volumetto di 125 pagine, che raggruppa le risposte ad alcune delle tematiche su cui ci vengono poste domande con maggior frequenza. Se desideri ricevere via email il file in pdf di questo volumetto, è sufficiente che tu ce lo richieda mandando un’email alla casella associazione@fotografi.org, scrivendo nell’oggetto: “FOTOgraphia - Mandatemi il volume in pdf Documentazione TAU Visual per il Fotografo Professionista”. Indice dei contenuti del volume che ti invieremo Copyright diritto d’autore Tesserini, Pass e Permessi di ripresa Menzione del nome dell’autore Esempi di contratti standard Proteggibilità delle idee Tariffe professionali Pubblicabilità del ritratto Compendio documentazione sulla postproduzione fotografica


Il Lindy Hop è swing. È un ballo di origine afroamericana, nato a New York, nel quartiere di Harlem, a cavallo tra le due guerre mondiali. Dopo decenni di oblio, negli ultimi cinquedieci anni, il fenomeno popolare di questo ballo si è considerevolmente riaffermato. Il talentuoso Maurizio Beucci ne ha frequentato il mondo, realizzando un progetto fotografico profondo, avvincente e convincente, che porta a buon fine un’idea concreta di bellezza e fraternità

di Angelo Galantini

S

iamo soliti affermare che per frequentare la fotografia, realizzandola, l’autore debba possedere una solida base tecnica, che gli consenta di dominare l’inquadratura e la composizione con interpretazioni consapevoli e deliberate. Allo stesso momento, siamo soliti affermare anche che la fotografia è -comunque e sempre- parafrasi di cultura individuale, sia in senso assoluto (qualsiasi cosa questo possa o voglia significare), sia in riferimento relativo alla propria lunga e nobile storia evolutiva, ricca di tanti insegnamenti, lucrosa di straordinarie immagini che si sono

sommate le une alle precedenti, nel corso di oltre centosettanta anni, dal 1839 di fatidica nascita. In completamento di pensiero, siamo soliti affermare e sottolineare queste due condizioni, che consideriamo indispensabili... a patto di dimenticarsene. Ovverosia, a patto di non applicarle pedissequamente per se stesse (come, magari, fa e ha fatto tanta fotografia non professionale: gesto atletico di misura delle condizioni tecniche), ma tenerle conservate nel proprio cuore e cervello -ognuna al posto giusto-, pronte per tornare spontaneamente in superficie al momento dell’inquadratura e composizione: che, appunto, dipende anche da capacità formali e intenzioni visive individuali.

LINDY HOP

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Il preambolo si è rivelato necessario, per approdare al progetto che il bravo Maurizio Beucci ha svolto in relazione alla nuova esistenza (attuale) di un ballo antico, che per decenni era stato dimenticato e accantonato, e che da una mezza dozzina di anni, o poco più, si sta riaffacciando alle luci di identificate ribalte, in tutto il mondo. Subito risolto: capacità tecnica di Maurizio Beucci di dominare ambienti scarsamente illuminati, tanto da essere spesso addirittura bui; e sua conoscenza di tante e tante fotografie della Storia, tanto da lasciarci intravedere, in alcune sue inquadrature, similitudini (spontanee e non ricercate e non forzate) con straordinarie immagini nientemeno che di Robert Doisneau, in questo parallelo, fantastico cantore di gioie dell’immediato secondo dopoguerra. Dal sito del bravo fotografo (www.mauriziobeucci.com), ricaviamo una presentazione del progetto Lindy Hop, motivato nei propri princìpi ispiratori (annotazione parallela: nel documentare la vita nel proprio svolgersi, i fotografi sono sempre più pre-informati sul proprio soggetto di quanto non lo siano

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i giornalisti di penna, che ricorrono al proprio eloquio per coprire non conoscenze dell’argomento affrontato. Questo va detto). Annota Maurizio Beucci: «Il Lindy Hop è swing. Forse questa è la definizione più precisa e al tempo stesso semplice che si possa avere di questo ballo. Di fatto, il Lindy Hop è di origine afroamericana. Nasce a New York, nel quartiere di Harlem, negli anni a cavallo tra le due guerre mondiali, poco prima della grande depressione che scoppiò con la crisi del 1929. Il Lindy Hop è un ballo di coppia, non esclusivamente, ma quasi, e le sue caratteristiche sono l’allegria, la velocità e l’armonia delle figure composte dalle coppie. Il sound delle Big Band, così come lo swing dei quintetti jazz, è stato la colonna portante di questo ballo per tutti gli anni in cui la pop music non si era ancora affacciata sulle piste da ballo. Fino a fine Novecento, del Lindy Hop si trovano scarse tracce; eppure, negli ultimi cinque-dieci, anni il fenomeno popolare di questo ballo sembra essersi riaffermato e ci sono sempre più appassionati in tutto il mondo che hanno ricominciato a delinearne il successo».

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Come spesso accade alla fotografia, ai fotografi, il soggetto reale, ripreso dalla vita nel proprio svolgersi, si rivela come pretesto. Sì, Maurizio Beucci ha svolto il progetto che si è preposto con assoluta capacità narrativa e con coinvolgimento, che da se stesso trasmigra all’osservatore. Però, allo stesso momento, ha anche declinato una condizione fondamentale dell’essere fotografo, trasversale a molto, forse a tutto (e che noi apprezziamo): portare a buon fine un’idea concreta di bellezza e fraternità. Siamo d’accordo con il caustico Pino Bertelli, che solitamente conclude la fogliazione della rivista, quando annota che «Nell’animo di un buon fotografo (come di qualsiasi uomo) alberga un poeta; infatti, solo i poeti sanno veramente parlare della libertà, dolcissima e inebriante». Così pensata e detta, ci porta a pensare che anche Maurizio Beucci sia un poeta, che detiene il coraggio di ciò che veramente sa ed è. Il fascino estraniante e stregato della sua fotografia rimanda alla parola mai detta, all’infelicità mascherata, alla violenza esasperante della quotidianità mai affrontata. Noi, ora, osservatori di questa sua avvincente azione, veniamo

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coinvolti in prima persona, fino a diventarne complici. Domanda d’obbligo: può la fotografia, nella semplicità della propria veste e complessità del proprio linguaggio, arrivare a tanto? Certamente! Soprattutto in questo caso, nel quale l’amore si manifesta in tutta la propria avvolgente ricchezza. Amore della mente, amore del cuore, amore fisico che trasuda da un omaggio visivo che scorre su un binario perlomeno e quantomeno doppio. A un tempo, questa fotografia di Maurizio Beucci è pretesto e fine. A un tempo, il soggetto conta e non conta. A un tempo, la fotografia svolge il proprio meraviglioso compito: quello di sollecitare il cuore che batte nel petto di ciascuno di noi. Nel momento in cui questo avviene, la Fotografia (maiuscola consapevole e volontaria) raggiunge il proprio scopo. Non la natura che si fa di sé medesima pittrice, verso la quale ambivano i pionieri, ma la vita che si rivela tra le pieghe della propria raffigurazione. Raccogliamo questo invito di Massimo Beucci, la cui efficace fotografia fa del nostro tempo (spesso travagliato) un tempo migliore nel quale vivere e amare. ❖

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Obiettivi di Antonio Bordoni

TRE VOLTE NIKKOR

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Questa va proprio detta, magari pensando anche a coloro i quali (non noi, di certo) persistono in nostalgie tecniche e tecnologiche che non hanno alcun motivo di essere frequentate e considerate. Prima di farlo, a garanzia di una onestà intellettuale della quale andiamo fieri e orgogliosi, va rivelato che -personalmente- siamo più vicini al passato che non al presente, siamo altresì più consoni con cadenze lente, piuttosto che con l’esuberante rapidità dei nostri giorni. Ma! Ma... un conto sono talune predisposizioni, un altro conto è la realtà con la quale bisogna confrontarsi giorno dopo giorno, istante dopo istante. Quindi, per quanto amiamo agire in una logica nella quale «Quel tarlo dell’esistenza chiamato orologio non ha alcuna importanza» (in adattamento, da e con Georges Simenon, in L’enigmatico signor Qwen), sappiamo anche riconoscere i fantastici benefici che la tecnologia offre alla vita quotidiana, fosse anche osservata dal solo punto di vista della fotografia, nostro territorio statutario di incontro. Dunque, riprendendo l’incipit: questa va proprio detta. Va riconosciuto che, al giorno d’oggi, la fotografia offre interpretazioni un tempo impensabili. Ovviamente, per quanto riguarda la tecnologia ad acquisizione digitale di immagini c’è poco da stupirsi, e ancor meno da confrontare. Invece, sul fronte degli obiettivi la meraviglia si misura anche in relazione a condizioni ottiche precedenti. Eccoci qui a registrare l’arrivo sul mercato di tre nuovi obiettivi Nikkor di alte prestazioni, in configurazioni ottiche... un tempo impensabili, vuoi per generosa apertura relativa, vuoi per consistente escursione focale. In ordine progressivo: AF-S Nikkor 24mm f/1,8G ED, che si allinea ai grandangolari 20mm e 28mm, completando la linea ad apertura relativa f/1,8, e promette immagini dinamiche e coinvolgenti, anche in condizioni di scarsa illuminazione; AF-S Nikkor 24-70mm f/2,8E ED VR, dal design completamente rinnovato, versatile, robusto e stabile; AF-S Nikkor 200-500mm f/5,6E ED VR, con

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Crystal Coat garantiscono immagini sempre brillanti. La distorsione è ben controllata, come pure le piccole lievi imperfezioni che si possono registrare ai bordi di un obiettivo grandangolare. AF-S Nikkor 24-70mm f/2,8E ED VR: grazie al design completamente rinnovato, l’obiettivo zoom professionale più venduto della gamma ottica Nikon è oggi più versatile, più robusto e più stabile che mai. L’aggiunta della tecnologia di stabilizzazione ottica Nikon VR, l’innovativo schema ottico e una meccanica più robusta hanno dato nuova vita a questa apprezzata escursione focale. In uno schema ottico composto da venti elementi divisi in sedici gruppi è inclusa una lente ED asferica di nuova concezione. Progettato per ridurre aberrazioni cromatiche e coma, questo nuovo elemento accresce l’uniformità della luce e consente di ottenere una risoluzione senza compromessi anche nelle aree periferiche. Grazie all’esclusivo Nikon SWM (Silent Wave Motor), anche l’efficienza

superba escursione focale tutto tele, a un prezzo di vendita/acquisto sostanzialmente contenuto. Nel dettaglio. Presentando il AF-S Nikkor 24mm f/1,8G ED, Nikon ha dichiarato che «Gli obiettivi grandangolari sono indispensabili per coloro i quali desiderano esaltare la prospettiva; e la lunghezza focale 24mm è sempre stata un’opzione di primo piano per i fotografi particolarmente creativi. Posizionandosi tra le focali 20mm e 28mm, il nuovo 24mm f/1,8 assicura immagini dinamiche e coinvolgenti. Garantisce eccellenti prestazioni anche in condizioni di scarsa illuminazione e permette di ottenere affascinanti sfondi fuori fuoco per composizioni di atmosfera». Ancora: Il nuovo AF-S Nikkor 24mm f/1,8G ED è definito da eccellenti valori di nitidezza e contrasto su tutta l’area di campo. Lo schema ottico è composto da dodici elementi divisi in nove gruppi. Due lenti in vetro ED (a bassissimo indice di dispersione), due lenti asferiche e il trattamento Nikon Nano

Il nuovo grandangolare AF-S Nikkor 24mm f/1,8G ED è definito da eccellenti valori di nitidezza e contrasto su tutta l’area di campo, fino ai bordi dell’inquadratura. Disegno ottico composto da dodici lenti divise in nove gruppi, con due lenti asferiche e due in vetro ED.

L’attuale versione AF-S Nikkor 24-70mm f/2,8E ED VR rinnova le prestazioni fotografiche dello zoom professionale più venduto della gamma Nikon.


Obiettivi

AF è stata migliorata, fino a un autofocus una volta e mezzo più rapido di quello utilizzato nel precedente 2470mm f/2,8G. Quindi, l’aggiunta di un gruppo diaframma a controllo elettromagnetico consente di ottenere esposizioni più precise e omogenee. AF-S Nikkor 200-500mm f/5,6E ED VR: nuovo super teleobiettivo zoom in formato FX estremamente versatile e dotato di tecnologie d’avanguardia, rivolto a coloro i quali fotografano paesaggi, natura, animali e eventi sportivi. L’ampia escursione focale 200500mm offre una sostanziosa gamma di opportunità fotografiche, combinate con l’apertura relativa costante di f/5,6, che garantisce una luminosità uniforme e il controllo fluido della

Nuovo super teleobiettivo zoom in formato FX: AF-S Nikkor 200-500mm f/5,6E ED VR. Combinata con l’apertura relativa costante di f/5,6, l’ampia escursione focale si indirizza alla fotografia di paesaggio, natura, animali e eventi sportivi.

profondità di campo a ogni selezione focale. Il disegno ottico, composto da diciannove elementi divisi in dodici gruppi, con tre lenti ED a basso indice di dispersione (per ridurre al minimo l’aberrazione cromatica), offre prestazioni formalmente elevate. Oltre a essere lo zoom ad apertura relativa costante più potente dell’attuale gamma ottica Nikon, il nuovo AF-S Nikkor 200-500mm f/5,6E ED VR include anche l’ultima generazione della tecnologia di stabilizzazione ottica VR:

per scattare con tempi di otturazione fino a 4,5 stop più lunghi. In combinazione, la modalità Sport VR è dedicata alla fotografia di azioni in rapido svolgimento, con estensione anche al “panning”. L’esclusivo motore Silent Wave (SWM) di Nikon garantisce una rapida risposta AF, e il diaframma elettromagnetico assicura la stabilità del controllo AE anche con riprese in sequenza ad alta velocità. (Nital, via Vittime di Piazza Fontana 52, 10024 Moncalieri TO; www.nital.it). ❖


Sguardi su

di Pino Bertelli (Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 4 volte agosto 2015)

MARTINE FRANCK

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Cosa resta della fotografia nell’epoca della civiltà consumerista, dove il mondo cade in un’immagine, ma difficilmente è un’immagine del mondo che va demistificato... come quando si vede un bambino in fuga dalla guerra e affogato (con centinaia di migliaia di altri migranti) nelle acque “rosse” del Mediterraneo? I media internazionali pubblicano l’immagine del bambino arenato sulla spiaggia, i politici figli di puttana fingono di commuoversi in televisione e il sale della stupidità degli indifferenti consacra lo statuto di stupidità dell’Unione Europea: una menzogna alla quale credono solo gli sciacalli della finanza, i trafficanti d’armi e i mafiosi di ogni partito... che li sostengono. Le guerre sono stupide quanto i terrorismi che producono e alimentano: la pace si fa con la pace! Quando i popoli si accorgeranno della fame di pace che c’è nei loro cuori, getteranno le armi in faccia ai tiranni dell’economia politica e li faranno fuori con uno sputo! Senza servi, i ricchi non sanno nemmeno accendere il fornello del gas! Dietro un capo di Stato, un primo ministro, un generale e un papa... c’è un macellaio o un demente preso sul serio. Il falso uccide la vita, che solo la gioia di vivere tra liberi e uguali rende possibile. Fotografare è un modo per custodire l’evocazione della supponenza politica o disprezzarla... il resto è pura merda commerciale. Si tratta di lavorare contro l’insufficienza etica dell’immagine e all’incontro con l’impossibile da dire... la fotografia che si apre fuori dai nostri cuori non è nulla... un’evaporazione del vero che educa all’avvenire di una illusione.

COSA RESTA DELLA FOTOGRAFIA? La società ipermoderna, spettacolare o tecnocratica decreta la sparizione non solo dei padri (alla maniera di Jacques Lacan, Pier

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Paolo Pasolini, Michel Onfray e Massimo Recalcati), ma esalta la demolizione dei linguaggi e confina gli esseri umani nell’omologazione dell’esistenza ai mercati globali (disentificazione collettiva). Nella trasmissione del desiderio di per-

l’utopia per la conquista di un mondo più giusto e più umano non potrà mai essere fermata con i carri armati, le bombe, i trattati economici internazionali... e i tiranni sono destinati a essere impalati nei giardini pubblici all’ora del tè.

Questionario di Proust: Henri Cartier-Bresson «Domanda. Qual è il suo stato d’animo? Risposta. Se Proust avesse posto queste domande ai giorni nostri, avrebbe forse menzionato l’attitudine alla rivolta» suasione e genuflessione dell’Uomo alla merce, la fotografia (e tutti i media) è un dispositivo eccellente per la domesticazione sociale. Se vogliamo riprendere ciò che abbiamo ereditato dai padri (non solo della fotografia), bisogna riconquistarlo. I padri della fotografia ci hanno insegnato che l’immagine non è una nuda fede in qualcosa o in qualcuno, ma una condizione del desiderio di libertà e bellezza che emerge nella dimensione etica della responsabilità e dell’indignazione contro tutto quanto calpesta, offende o violi i diritti dell’Uomo. Ci sono stati fotografi che hanno denunciato l’epoca della tragedia e annunciato l’epoca della farsa. La rivolta libertaria del Sessantotto è stato l’ultimo spartiacque d’intelligenze generazionali, che hanno cercato di dare l’assalto al cielo marcio del potere e hanno perso. L’affermazione universale del liberismo ha impresso negli Uomini il marchio di consumatori e relegato le loro libertà nella soggezione, nell’autoritarismo, nella paura poliziesca: i tiranni hanno cambiato maschera, ma non la faccia! Ma

Martine Franck è una fotografa col vezzo della verità e della bellezza. Nasce da una famiglia bene, ad Anversa, nel 1938, il padre banchiere, la madre inglese. Di lì a poco, si trasferiscono a Londra. Dopo il collegio, studia storia dell’arte all’università di Madrid e presso la Ecole du Louvre, di Parigi. Nel 1963, diviene assistente dei fotografi Eliot Elisofon e Gjon Mili; poi, lavora a Vogue, Vita, Sports Illustrated; per quarantotto anni, è la fotografa ufficiale del Théâtre du Soleil. Nel 1970-1971, pubblica con l’agenzia fotografica Vu; e nel 1972 è cofondatrice dell’agenzia fotografica Viva. Nel 1980, è “candidata” nell’agenzia fotografica Magnum Photos; e nel 1983 diventa membro effettivo a pieno titolo. Si accosta alle lotte per i diritti delle donne, e nel 1985 inizia a collaborare con la federazione internazionale (no-profit) Les petits frères des Pauvres. Viaggia in Irlanda, Tibet, Nepal; nel 20032004, documenta il lavoro del regista teatrale Robert Wilson sulle favole di Jean de La Fontaine. Nel 2005, è insignita cavaliere dei

francesi con la Légion d’honneur. Nel 1966, mentre sta fotografando le sfilate di moda per il New York Times, Martine Franck incontra Henri Cartier-Bresson: ha trent’anni più di lei (nel 1967, HCB si separa dalla prima moglie, la danzatrice giavanese Ratna Mohini, sposata nel 1937), e si sposano nel 1970. Hanno una figlia (Mélanie), e restano insieme fino alla sua scomparsa (3 agosto 2004), uno dei grandi immortali della storia della fotografia. Insieme con la figlia, Martine Franck promuove il fotogiornalismo con la La Fondation Henri Cartier-Bresson (oggi, La Fondation Henri Cartier-Bresson Martine Franck). L’ombra estetica del marito, però, non offusca la qualità del suo fare-fotografia. Pubblica diversi libri, e le sue immagini documentarie e ritrattistiche sono profondamente radicate nella tradizione umanista francese. Muore a Parigi, per leucemia, il 16 agosto 2012. Sbrigate le faccende biografiche, vediamo di entrare nel tessuto fotografico -che più c’importa studiare- di una fotografa della dolcezza e della tenerezza. La sua scrittura fotografica resta quella di un lucido testimone del proprio tempo e di un’artista del disincanto, che ha fatto dell’alterità, dell’interiorità, della profondità esistenziale la ricerca e il cardine di quell’invisibile amore per l’altrove.

FOTOGRAFIA DELLA TENEREZZA La fotografia della grazia e della tenerezza di Martine Franck percorre il suo intero Imago: sia che fotografi artisti, poeti, scrittori, filosofi (Marc Chagall, Séamus Heaney, Michel Foucault, Hélène Cixous, John Berger, Balthus / Balthasar Kłossowski de Rola, Fernando Botero, Michel Leiris, Albert Cohen, Yves Bonnefoy...), comunità emarginate, il sistema educativo dei monaci tibetani Tulku e gli isolani di Tory, che par-


Sguardi su lano il gaelico... la cartografia fotografica di Martine Franck diserta i luoghi comuni; e, come nei ritratti di personaggi famosi, deterge la schiuma del mondano e dell’accademico e fissa sul fotogramma la pienezza dell’istante quotidiano. Della fotografia, Martine Franck ha detto: «Si adatta alla mia curiosità per le persone e le situazioni umane». Come sostiene in più interviste, i punti di riferimento di Martine Franck sono Julia Margaret Cameron (che -in vero- non ci appare troppo vicina alle immagini luterane della fotografa belga), Dorothea Lange, Margaret BourkeWhite. Come Henri Cartier-Bresson, comprendeva attraverso gli occhi (e il cuore): ciò che è importante nella fabbricazione di un’immagine non è la qualità, i toni, la ricchezza formale... quanto il fatto che, prima di ogni criterio estetico, dall’immagine emerga la vita. «La fotografia è difficile. L’arte risiede esclusivamente nell’umanità della propria riflessione, nello sguardo e nella coincidenza per cui ci si trova in un certo luogo in un dato momento, non nel modo di comporre» (Henri Cartier-Bresson: Vedere è tutto. Interviste e conversazioni (1951-1998), a cura di Clément Chéroux e Julie Jones; Contrasto, 2014). In questo senso, la fotografia di Martine Franck è una voce/sguardo autorevole sul disagio della civiltà e le chimere mercantili che ne mascherano la caduta. Qui non ci interessa trattare il lavoro, peraltro singolare, su moda, attori e contorni, quanto attraversare la bellezza costruttiva delle immagini di Martine Franck (in rigoroso bianconero) di ragazzi, vecchi, emarginati, poveri: nelle quali, sembra volgersi ai soggetti col pudore dei poeti che si affrancano al delirio dei miserabili e alla gaiezza degli utopisti, quasi danzando... cioè con la leggerezza di chi conosce la saggezza smaliziata con la quale denunciare (senza gridarlo) l’origine del male subìto dagli Ultimi e di chi ha un’idea di felicità e la dissemina fuori dai meccanismi depressivi della storia.

I vecchi fotografati da Martine Franck conservano quel senso di gioire dell’infanzia e guardano in macchina fuori dallo svuotamento, dal tramonto, dalla caduta: sono parte di un discorso amoroso che sconfigge l’emarginazione sociale e lascia trasparire una sovversione iconica del desiderio... un’effervescenza sovversiva del desiderio che significa non riconoscimento della morale repressiva di un ordinamento sociale che considera la vecchiaia (quindi la memoria storica) improduttiva e ingombrante. La persuasione politica, come quella mercantile, sono le gogne di una società totalitaria (perfino sanguinaria, come quella comunista), che impongono gli imperativi della produttività ed escludono e interdicono quel che resta della geologia dei sentimenti struccati. Uno. Una fotografia sulla vecchiaia per tutte. Martine Franck inquadra una vecchia in un “luogo protetto”... è seduta al tavolino, sopra c’è una bottiglia d’acqua chiusa da un bicchiere arrovesciato... dietro, un po’ sfocate, si vedono un’altra vecchia e una suora a un tavolino, davanti hanno dei bicchieri e sono perse in ricordi lontani. La vecchia del ritratto è vestita di nero, i capelli bianchi, una mano posata sul tavolino scuro... con l’altra, porta due dita a un occhio, quasi fosse il mirino di una macchina fotografica... sorride appena, senza una manciata di denti. La fotografa non si abbassa al pari della vecchia, la coglie dall’alto, con tenerezza, e racconta una storia universale dissociata radicalmente dalla vita. Il lavoro, la famiglia, la patria, la morale, i valori, l’ordine sono dissipati nell’immagine di un’esclusione. La fotografia istruisce le emozioni, stimola le sensazioni e libera la possibilità più vicina al desiderio di accrescere l’iconografia mentale di ciascuno. Quando il piacere raffinato della fotografia s’innalza al cospetto dell’eternità, sconfigge i fili spinati della storia e riduce il dispendio mercantile a scadimento dell’amore dell’Uomo per l’Uomo. La fotografia si vive, non si sogna.

Due. I bambini fotografati da Martine Franck sono visti nella giusta spensieratezza e nella loro difficoltà a vivere. La delicatezza con la quale la fotografa si accosta ai bambini (anche ai ragazzi in cattività) è particolare... i sorrisi, i giochi, gli atteggiamenti aggressivi e malinconici sono parte di un crocevia asimmetrico, dove i giovani corpi interpretano la propria verità profonda, viscerale... attraverso la trasfigurazione dell’uno verso l’altro sperimentano la condivisione, l’amicizia, l’amore, la ribellione. L’armonia delle differenze combinate in piccole attenzioni e forme del comunicare producono compiutezza, complementarità, accoglienza con il diverso da sé e permettono la scoperta di sé e dell’altro. Il bambino autistico che sembra abbracciare una statua di donna con la faccia severa, la guarda intensamente, attonito, avvolto nella propria solitudine... forse, cerca un gesto d’amore. L’immagine è semplice, diretta, perfino imperfetta (l’emozione della fotografa si riflette nella piccola porzione di testa tagliata), tuttavia riesce a esprimere appieno il sublime, la meraviglia e lo stupore di un momento scippato al dolore. Tre. I ragazzi cresciuti nelle periferie inglesi entrano nell’inquadratura di Martine Franck con la forza della disperazione, ma c’è comprensione tra la fotografa e la sregolatezza che questi ragazzi vivono tra carcasse di automobili e disordini familiari... i volti si aprono all’epifania dell’incontro, e la fotografia registra e immagazzina quello che è confuso, quello che è diverso, senza giudicare. Straordinaria l’immagine di due ragazzi stesi, abbracciati, tra le tombe di un cimitero... si guardano sereni, lei si sposta appena i capelli, lui la guarda ridente... la città si vede lontana, tra la nebbia... è la fotografia di una geografia sentimentale, di un’innocenza amorosa che sradica pregiudizi e tradizioni... riporta alla soggettività immersa nella casualità desiderata e fa del piacere dell’alterità, la vivenza di un’esperienza incantata. Quattro. La filosofia etica e della

tenerezza di Martine Franck fuoriesce con forza nelle immagini dei monaci tibetani Tulku. L’occhio attento, lo sguardo acuto della fotografa fa entrare nelle pieghe di un mondo a parte: l’allegrezza, il silenzio, l’appartenenza a una comunità che rifugge il turismo di massa, il capitalismo planetario, la ferocia delle guerre sono espressi attraverso l’anomalia posturale dei corpi... e il bello, il vero e il bene emergono in atteggiamenti, quasi infantili, che riportano ad altre visioni del reale, ad altre identità, ad altre concezioni di esistenza. Il gruppo di monaci in una piccola strada di villaggio figura la composizione di un’ascesi metafisica, che sembra indicare una via che porta all’appropriazione gioiosa e appagante della propria vita. Il bambino che studia la saggezza Tulku ride del piccione che si è posato sulla testa del maestro, e la tenerezza che suscita si rovescia nell’amichevolezza creativa della fotografa... la severità del luogo lascia il posto alle attese del meraviglioso, e l’evento fotografico costruisce una memoria piuttosto che reciderla. È con i frammenti di luce che si ricostruisce un ricordo. La fotografia, quando è grande, è un gioco sciamanico che sblocca il reale come retorica di un’estetica materialista e genera un alfabeto di segni come decifrazione del mondo. La fotografia della tenerezza è la testimonianza della precarietà delle morali autoritarie e ideologiche... è la verità che si trascolora in un’immagine che si dissocia radicalmente dalle brutture delle istituzioni forti (famiglia, partiti, chiese)... e nel proprio splendore creativo è destinata all’accoglienza della vita e alla sua umanizzazione. Fotografare significa trasmettere le proprie sofferenze, significa volere che gli altri vi si immergano e le assumano su di sé, se ne impregnino e le rivivano nelle loro, non il contrario. Nulla è più sospetto del successo e della gloria, non solo in fotografia. Un mondo senza fotografi sarebbe altrettanto stupido quanto un parlamento senza iene. La fotografia non è cosa faci-

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BIANCO E NERO laboratorio fotografico fine - art solo bianco & nero

GIOVANNI UMICINI VIA VOLTERRA 39 - 35143 PADOVA

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Sguardi su le... vi si segnalano soprattutto clown, istrioni o criminali in formato grande. A giudicarla dai fotografi che ha prodotto, la nostra epoca sarà stata tutto, tranne che intelligente! Perciò, dinanzi alla sfilata degli imperi mercantili, non ci resta che cercare una fotografia di mezzo fra il disprezzo e la tenerezza. La storia vacua della fotografia incensata si accorda bene con il totalitarismo dell’oggetto... l’apocalisse del banale le si adatta a meraviglia... ne ha il gusto, il consenso, la mediocrità, e oggi risplende più che mai, perché ha visibilmente mutato la morfologia della visione fotografica della vita. Grazie al conformismo e all’illuminata stupidità dei suoi consumatori, la fotografia è insieme paradiso e tomba dell’immaginario... la merce che la determina è la stessa che l’annulla. La libertà e l’onestà intellettua-

le si possono manifestare soltanto nel vuoto delle fedi e delle ideologie. Sotto l’ostentazione che esibisce, il superficiale fotografico si nasconde un mondo di desolazione di cui risparmierò i particolari. Motto di spirito: darei tutte le fotografie del mondo per una sola della mia infanzia passata nella pubblica via con i piedi scalzi nel sole e la pioggia sulla faccia... quando una signora vestita di bianco si trovò a passare nella mia città e in una via del porto carezzò i miei capelli mezzi di sale e di scirocco. L’ha scritto in un libro Marguerite Duras, e ho sempre pensato che forse quel bambino ero io. Mi prendo comunque le immagini di Lewis W. Hine, Roman Vishniac, August Sander, Diane Arbus e di tutti gli eretici dell’eresia che hanno ucciso il falso e fatto del vero i migliori anni della nostra vita. ❖


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FOTOgraphia 215 ottobre 2015 by FOTOgraphia - Issuu