Mensile, 6,50 euro, Poste Italiane SpA - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (convertito in Legge il 27-02-2004, numero 46), articolo 1, comma 1 - DCB Milano
ANNO XVII - NUMERO 167 - DICEMBRE 2010
YOSSI LOLOI FULL BEAUTY
Non è venduta in edicola. Per averla hai una sola possibilità: sottoscrivere l’abbonamento annuale. 12 numeri 65,00 euro
Abbonamento 2010 (nuovo o rinnovo) in omaggio 1839-2009
Dalla Relazione di Macedonio Melloni alla svolta di Akio Morita M A U R I Z I O
R E B U Z Z I N I
1839-2009 Dalla Relazione di Macedonio Melloni alla svolta di Akio Morita
Come dire, dal dagherrotipo all’acquisizione digitale di immagini. E consecuzioni
INTRODUZIONE
DI
GIULIANA SCIMÉ
F O T O G R A P H I A L I B R I
prima di cominciare TIPA SURVEY 2011 (ANCHE ONLINE). Tradizionale appuntamento degli anni pari, che si proietta sul dispari immediatamente successivo. Quarta edizione del Sondaggio TIPA, promosso dall’associazione di categoria Technical Image Press Association, della quale facciamo parte con altre ventinove riviste internazionali di settore (non più e non soltanto europee). Seconda edizione con appetitosa estrazione a premio tra i partecipanti: lo scorso 2008, sul 2009, il premio più prestigioso, una reflex Nikon D3 (Best D-SRL Professional Tipa Award 2008), è stato vinto da un nostro lettore, Pietro Guidugli, di Molazzana, in provincia di Lucca, presidente del Circolo Fotocine Garfagnana. Auguri per chi, quest’anno, compilerà il questionario, pubblicato da pagina sedici e proposto anche online: http://presseforschung.de/fotographia. A questo proposito, si impone una precisazione. Le due serie di domande/risposte si indirizzano una all’atteggiamento di mercato (per il quale, quest’anno, abbiamo adottato il questionario non professionale, che ci è parso meglio adatto all’analisi commerciale), l’altra all’apprezzamento (?) della nostra rivista. Sia chiaro che non siamo tanto autoreferenziali da elevarci di tono: rispondete con chiarezza e sincerità a entrambe le sezioni, ma non abbiate scrupoli nel giudicarci. Abbiamo la presunzione di svolgere una azione consistente nel mondo della fotografia, e ne riparleremo ad aprile, a margine del PhotoShow 2011, di Milano (dal venticinque al ventotto marzo), che probabilmente ricominceremo a frequentare, dopo una convinta assenza da sei edizioni (esilio volontario: indesiderati, niente affatto graditi, abbiamo tolto il disturbo). Abbiamo questa presunzione, ma non pretendiamo che sia condivisa, apprezzata, né certificata. Quello che conta è soltanto che il Sondaggio TIPA 2011, promosso e svolto tra i lettori delle trenta riviste associate alla Technical Image Press Association, possa effettivamente rilevare e valutare le opinioni e tendenze in tema di fotografia. Partecipare al sondaggio significa fornire all’Associazione importanti informazioni, che -analizzate dall’istituto WIP, di Colonia, Germania- saranno presentate alle maggiori industrie del settore, per sottoporre alla loro attenzione l’orientamento dei clienti finali. Non si sa mai cosa ne possa scaturire. A corollario, lo ribadiamo, tra tutti i lettori delle riviste TIPA partecipanti al Sondaggio 2011 saranno estratte a sorte le sei macchine fotografiche insignite dai TIPA Awards 2010 [FOTOgraphia, giugno 2010]. Una volta ancora, una di più, mai una di troppo: auguri e buona fortuna.
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Da pagina 16, il questionario Sondaggio TIPA 2011, al quale si può partecipare anche online: http://presseforschung.de/fotographia. E poi, finalmente: kodachrome. Maurizio Rebuzzini; su questo numero, a pagina 26 La fotografia, tutta la fotografia, senza soluzione di continuità, racconta il Tempo, la Vita, l’Esistenza, trasmigrando e distribuendo emozioni e sentimenti. E non lasciamo che i sentimenti se ne vadano. Se ne possano andare. Angelo Galantini; su questo numero, a pagina 54 L’utopia è il sogno cosmogonico che non edifica nessun paradiso, né inferno; si àncora all’eversione della bellezza e lascia frammenti di eternità nelle periferie invisibili della Terra. Pino Bertelli; su questo numero, a pagina 66 Pace. Andiamo a braccio, a emozione, a sensazione, lasciandoci guidare da quel piacere della fotografia senza confini, né preclusioni, che indirizza e governa la nostra esistenza, sia pubblica, sia privata. Antonio Bordoni; su questo numero, a pagina 56
Copertina Una folgorazione! Uno di quegli incontri che cambiano la vita, che danno senso alla (propria) vita. In chiave natalizia, forse è inevitabile, sicuramente è voluto, una delle FullBeauty di Yossi Loloi, autore che merita tutta la nostra attenzione. E non soltanto la nostra, sia chiaro. Ne riferiamo da pagina 34
3 Altri tempi (fotografici) Apparecchio reflex Artista, “L’apparecchio il più razionale”, dal Catalogo Generale Ica, di Desda, del 1910: cento anni fa, ormai agli sgoccioli. In otto formati, uno dei quali quadrato 9x9cm, dal 6,5x9 al 13x18cm
7 Editoriale Furore, con furore: sia di avere libri (fotografici), ma non è poi così importante, sia in risposta a stupidaggini (e siamo buoni) che rivelano la povertà ideologica e culturale della (modesta) fotografia italiana. Attenzione, sia esplicito: il consumo di cultura anticipa i modelli della società. Fotografia come s-punto
8 Ancora parole. Sempre Pensieri del giorno, da www.FOTOgraphiaONLINE.it
10 Notizie Attrezzature, vicende e altre segnalazioni
DICEMBRE 2010
R , RIFLESSIONI IFLESSIONI, OSSERVAZIONI E COMMENTI OSSERVAZIONI E COMMENTI SULLA FOTOGRAFIA SULLA FOTOGRAFIA
12 Cantieri sicuri (e altro) Campagna Inail, con richiamo fotografico esplicito Ricerca iconografica di Filippo Rebuzzini
16 Sondaggio TIPA 2011 Sondaggio tra i lettori delle trenta riviste associate alla Technical Image Press Association. Anche online: http://presseforschung.de/fotographia
21 Dovima e gli elefanti Aggiudicata a ottocentoquarantunomila euro, la celebre fotografia di Richard Avedon si colloca all’ottavo posto della particolare classifica che prende in esame le stampe più pagate al mondo. E, poi: Collezionare fotografia
26 Kodachrome addio 31 dicembre 2010: la diapositiva kodachrome è dismessa. Una rievocazione, tra nostalgia (la nostra, di sempre), amarezza (la nostra, di sempre) e imbecillità (quella altrui, altrettanto di sempre). E chi di dovere sta a guardare Ricerca iconografica di Ciro Rebuzzini
34 Lettera da lontano Entusiasmante! Il progetto FullBeauty, di Yossi Loloi, è uno dei più affascinanti e convincenti di questi tormentati tempi fotografici. Un incontro folgorante. Tante grazie di Maurizio Rebuzzini
45 Panoramiche d’oggi Per quanto le Sony Nex-5 e Nex-3 siano tanto, e tanto d’altro, sopra tutto la funzione panoramica. Evviva di Lello Piazza
50 Il più grande! Una monografia di Benedikt Taschen, editore e curatore allo stesso tempo, celebra Muhammad Ali. Il più grande di Angelo Galantini
Anno XVII - numero 167 - 6,50 euro DIRETTORE
RESPONSABILE
Maurizio Rebuzzini
IMPAGINAZIONE
Gianluca Gigante
REDAZIONE
Angelo Galantini
FOTOGRAFIE Rouge
SEGRETERIA
Maddalena Fasoli
HANNO
COLLABORATO
Pino Bertelli Antonio Bordoni Valerio Gabardi Maddalena Fiocchi Yossi Loloi Chiara Lualdi Lello Piazza Franco Sergio Rebosio Ciro Rebuzzini Filippo Rebuzzini Redazione, Amministrazione, Abbonamenti: Graphia srl, via Zuretti 2a, 20125 Milano; 02-66713604 www.FOTOgraphiaONLINE.it; graphia@tin.it. ● FOTOgraphia è venduta in abbonamento. ● FOTOgraphia è una pubblicazione mensile di Graphia srl, via Zuretti 2a, 20125 Milano. Registrazione del Tribunale di Milano numero 174 del Primo aprile 1994. Poste Italiane SpA - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (convertito in Legge il 27-02-2004, numero 46), articolo 1, comma 1 - DCB Milano. ● A garanzia degli abbonati, nel caso la pubblicazione sia pervenuta in spedizione gratuita o a pagamento, l’Editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti dagli abbonati e in suo possesso, fatto diritto, in ogni caso, per l’interessato di richiederne gratuitamente la rettifica o la cancellazione ai sensi della legge 675/96. ● FOTOgraphia Abbonamento 12 numeri 65,00 euro. Abbonamento annuale per l’estero, via ordinaria 130,00 euro; via aerea: Europa 150,00 euro, America, Asia, Africa 200,00 euro, gli altri paesi 230,00 euro. Versamenti: assegno bancario non trasferibile intestato a Graphia srl Milano; vaglia postale a Graphia srl - PT Milano Isola; su Ccp n. 28219202 intestato a Graphia srl, via Zuretti 2a, 20125 Milano; addebiti su carte di credito CartaSì, Visa, MasterCard.
56 Visioni per la memoria
● Nessuna maggiorazione è applicata per i numeri arretrati. ● È consentita la riproduzione di testi e fotografie, magari citando la fonte (ma non è indispensabile, né obbligatorio farlo). ● Manoscritti e fotografie non richiesti non saranno restituiti; l’Editore non è responsabile di eventuali danneggiamenti o smarrimenti.
Un ritrovamento tra le pieghe del Caso: nudi cinesi di Antonio Bordoni
Fotocomposizione DTP e selezioni litografiche: Rouge, Milano Stampa: Arti Grafiche Salea, Milano
Rivista associata a TIPA
62 P.G.R. Per Grazia Ricevuta: una fotografia che non c’è più (?) di Valerio Gabardi
65 Paolo Cardone Sguardi sulla fotografia del desiderio e dell’intuizione di Pino Bertelli
www.tipa.com
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editoriale F
otografica è una gran bella manifestazione, che Canon organizza da quattro anni. La recente edizione, dal ventiquattro al ventotto novembre alla Fondazione Forma, di Milano, ha registrato ottomila presenze, una quantità di pubblico che esprime un valore del quale tenere conto. Come abbiamo già scritto, in occasione di Fotografica 08, non occorrerebbe aggiungere altro, a parte i doverosi riconoscimenti a tutti coloro che hanno agito e lavorato, creando i presupposti del successo: dallo staff Canon a quello Forma, fino a chi ha animato le cinque intense giornate di conferenze, workshop, lettura di portfolio e mostre. Un nome si impone sopra tutti: Martina Colombari, modella, attrice e conduttrice, presente a Fotografica 10 con una mostra di autoritratti (Martina In_Visibile, a cura di Settimio Benedusi). Tante le polemiche al proposito, tutte di sproposito, tutte tignose e tutte fuori luogo. Dai blog della riottosità a tutti i costi, della rissosità gratuita, sono state lanciate saette infuocate. Dunque, è d’obbligo, se di questo si tratta: io sto con Canon/Forma/Colombari. Uno: hanno diritto di fare ciò che vogliono (e hanno fatto tanto e bene). Due: se anche avessero cercato di ammaliare un pubblico più ampio, meno fotografico del solito, hanno fatto più che bene. Tre, e poi basta: non facendo nulla, è facile criticare chi fa (ma anche chi fà: a ciascuno, il proprio). Registro questo, soltanto per diritto di cronaca. Altri diritti, questa artificiosa polemica non ne ha. Ora, al concreto e personale (esperienza). Sono stato uno dei relatori di Fotografica 10, domenica ventotto, con un incontro titolato Tra insegnamento e apprendimento della Fotografia, verso la Vita. A partire dalla pratica della mia docenza a incarico di Storia della Fotografia, all’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Brescia, ho analizzato quanto l’impegno individuale in fotografia non debba mai essere fine a se stesso, ma inteso come s-punto privilegiato di partenza. Appunto, verso la Vita, per la Vita. Ritengo necessario sottolineare che tra insegnamento (non necessariamente mio) e apprendimento (sicuramente mio), anche l’incontro di Fotografica 10 mi ha dato di più di quanto possa aver offerto: anche così va la vita. E non solo. Per una curiosa serie di circostanze, questa relazione si è temporalmente aggiunta a una serie di incontri che ho svolto in diverse sedi, nelle settimane precedenti e in quelle seguenti; e ancora sto svolgendo. Del furore di avere libri (fotografici) è una lettura sostanzialmente articolata, che si basa sul supporto di duecentoventitré immagini per ottantatré titoli presi in considerazione (entrambi, numeri primi, con somma interna che compone altrettanti due numeri primi: sette e undici, Mad ha sollecitato). Ma perché ci si impegna a parlare di fotografia? Non per la sua sola personalità, che pure guida e dirige le parole e le considerazioni, ma perché il consumo di cultura anticipa i modelli di comportamento della società. Niente d’altro, niente di più, o diverso. Maurizio Rebuzzini
Da Martina In_Visibile, autoritratti di Martina Colombari, a cura di Settimio Benedusi, proposti nell’ambito di Fotografica 10. In risposta alle polemiche suscitate, io sto con Canon/Forma/Colombari.
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www di Angelo Galantini
ANCORA PAROLE. SEMPRE
S
Subito una precisazione, ma chi ha voluto se ne è già accorto. Avviato alle 10,10 del 10-10-10 (mille motivi per non averlo fatto fino a oggi; ne è bastato uno, per farlo oggi), il sito www.FOTOgraphiaONLINE.it, che parte e deriva dall’edizione cartacea di FOTOgraphia, realizzata dal maggio 1994, si occupa poco (o nulla) delle novità tecnico-commerciali di mercato: altri indirizzi sono preposti a questo, è inutile aggiungersi. Così come fa l’edizione cartacea, anche la comunicazione in Rete, privilegia e antepone la Parola della fotografia, e non. Di parole abbiamo tutti bisogno. Sono le parole (sincere) che danno senso e motivo alle nostre esistenze. Sono le parole (sincere) che ci accompagnano e confortano. Sono le parole (sincere) che fanno ancora la differenza. Certo, viviamo in un’epoca che non fa mistero del proprio uso gratuito e indiscriminato di parole (non sincere). Ma noi rimaniamo qui, fedeli, con una resistenza inviolabile: la parola sia sincera, o non sia. Niente di più. Ogni giorno, dalla/sulla propria homepage, FOTOgraphiaONLINE propone un pensiero. Una volta ancora, non cerchiamo mai parole che facciano la differenza nelle nostre vite; a volte, però, le incontriamo. Alcune parole sono concrete: esprimono ipotesi e visioni subito spendibili, nella propria vita, in fotografia e in generale. Altre, maturano nel tempo e con il tempo. Ecco qui come sono proposte a dicembre: e le date e le combinazioni non sono mai casuali, o quasi (le identificazioni delle persone meno note nel quotidiano della fotografia si trovano nella trascrizione in Rete; qui, per tutti, soltanto nomi e cognomi). Primo dicembre Cerco di diventare il più possibile responsabile di fronte al soggetto. L’atto di essere uno
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che viene da fuori e che punta una macchina fotografica può essere una violazione dell’umanità. Il solo modo in cui posso giustificare il mio ruolo è di avere rispetto per la situazione difficile dell’altra persona. La misura in cui io faccio ciò è la misura in cui vengo accettato dall’altro, e la misura in cui posso accettare me stesso. James Nachtwey (1985) 2 dicembre Cosa ci sarà per questi ragazzi che vivono oggi, come sarà il loro futuro? Che insegnamenti ricevono? Che scuola di pensiero c’è? Non ce n’è. C’è molto cinismo. Io ho avuto soddisfazioni nella mia vita, come fotografa e come persona. Questo mi serve per riconoscere che ho avuto una vita onorata; però, allo stesso tempo, non mi serve a nulla: perché non sono riuscita a cambiare niente, perché oggi è come se non fossi esistita. Ma io volevo che le cose cambiassero. Letizia Battaglia (2008)
3 dicembre Sull’emancipazione dei desideri nascono i venti di tutte le libertà. Pino Bertelli (2004) 4 dicembre Con la fotografia posso dire cose che non sono in grado di dire con la pittura. E con il cinema ancora di più. William Klein (2001) 5 dicembre Solo guardando tante fotografie puoi capire quelle che funzionano e che continueranno a funzionare. Anche prima di diventare fotografa, ho sempre guardato più immagini che potevo. Mary Ellen Mark (2009) 6 dicembre La fotografia è più adatta alla fotografia. Non ci sono regole facili. Quello che oggi definiamo arte, potrebbe non esserlo più domani. Ciò che distingue gli esseri umani dagli altri esseri viventi è l’arroganza. È proprio l’arroganza che spinge qualcuno ad attribuire e attribuirsi etichette. Bruce Davidson (2009)
7 dicembre Un tempo, i collezionisti d’arte compravano quadri dove difficilmente c’era una notizia raffigurata, un momento storico, salvo i grandi quadri delle battaglie navali o avvenimenti simili. Oggi, un collezionista compera spesso fotogiornalismo, Robert Frank, Henri Cartier-Bresson, Don McCullin... Lello Piazza (2009) 8 dicembre Ritengo che rifiutare per princìpio opere che rispondono a canoni vecchi, o soltanto precedenti, non sia un atteggiamento intelligente, e mi ispira un senso di tristezza vedere che certa gente non è più in grado di apprezzare lavori tradizionali. Philippe Garner (2009) 9 dicembre Penso che una fotografia potente o anche soltanto buona ti costringa a fermarti a osservarla e a riflettere. Zelda Cheatle (2009) 10 dicembre Per un giovane che sta costruendo la sua carriera, vincere un premio, classificarsi tra i primi a un concorso, o avere le proprie fotografie esposte in una mostra importante, o pubblicate nel libro-catalogo dello stesso concorso, è certamente una gran cosa, una spinta ad andare avanti. Mark George (2009) 11 dicembre Forma [il Centro Forma, di Milano] è anche un luogo dove si presentano libri, si incontrano autori, dove ci si diverte persino e si discute intorno alla fotografia. È la casa della fotografia. Roberto Koch (2009) 12 dicembre Per me è Phil Stern il CartierBresson o il Robert Frank di Hollywood. Non avrebbe mai accettato di scattare fotografie tipo quelle di oggi, orche-
www strate dalle pubbliche relazioni delle star. E, nella realtà di Hollywood, scattare fotografie vere rappresenta una autentica eccezione. David Fahey (2003) 13 dicembre Mi piace inventare le storie, e dunque il fumetto è proprio adatto alla mia personalità: io disegno e invento storie scrivendo. Guido Crepax (1989) 14 dicembre Ci sono molti non professionisti che sono ottimi fotografi; alcuni, persino e addirittura più bravi di certi professionisti. Astrid Merget (2009) 15 dicembre Diciamolo chiaramente e riconosciamolo. La sincerità è un esercizio individuale della mente: ciascuno risponde alla propria idea e ipotesi di sincerità, mai oggettiva, sempre soggettiva. Maurizio Rebuzzini (2009) 16 dicembre Se è vero che in fotografia un attimo può essere decisivo (ed è vero), è altrettanto vero che nella creazione di un’immagine, a volte, la riflessione, il Tempo, il pensiero decretano la differenza. Alessandra Alpegiani (2005) 17 dicembre
Ogni movimento rinnega senza riserve un passato intero e remoto senza sapere che legittimamente reagisce solo al passato prossimo, cioè a quello esausto e oramai incapace di rispondere alle istanze di un gusto attuale che si afferma e muta con il continuo divenire del mondo. Carlo Mollino (1949) 18 dicembre Il fatto che sia una donna, probabilmente fa sì che il mio interesse si concentri sugli elementi narrativi della fotografia, e sulle relazioni suggerite o rivelate dall’immagine. Sue Steward (2009) 19 dicembre Che significa ciò? Forse niente. Piero Raffaelli (2004) 20 dicembre Che significa ciò? Forse davvero poco. Piero Raffaelli (2004) 21 dicembre Se paragono un quadro di due secoli fa che rappresenta un momento storico a una fotografia di oggi, che rappresenta un episodio della nostra storia recente e che costituisce sicuramente qualcosa di importante per la memoria futura, bene, vedo una grande distanza tra le due opere. Philippe Garner (2009)
22 dicembre Non sono un pianificatore. Penso che questa sia una mia grande carenza, ma per me il lavoro è libertà, e le sensazioni da seguire mi devono emergere dentro senza che mi sia preparato in anticipo: meno informazioni ho, più sarà originale il risultato del mio lavoro. Pep Bonet (2004) 23 dicembre Le fotografie possono essere enigmatiche. Alle volte funzionano per ciò che è presente nell’inquadratura, altre volte per ciò che ne resta fuori. Non c’è una formula per scattare fotografie. È un processo misterioso; una sfida senza fine. Nuove idee si schiudono costantemente e nuove possibilità si rivelano dietro ogni angolo. Il trucco è di aprirsi abbastanza per riconoscerle nel momento nel quale appaiono, saperle portare avanti e perseguirle. Mary Ellen Mark (1999) 24 dicembre La sottocultura produce stereotipi e la cultura archetipi. Maurizio Rebuzzini (1989 e 2003) 25 dicembre La fotografia non sa mentire, ma i bugiardi sanno fotografare. [oppure] La fotografia è veri-
tà, ma anche i bugiardi possono fotografare. Lewis W. Hine (1874-1940) 26 dicembre Let it Be (lascia che sia). Beatles (ultimo album e suo brano guida; 1969) 27 dicembre C’è una differenza anche fra la velocità e la fretta. James Whitlow Delano (2005) 28 dicembre Attualmente, i critici italiani si indirizzano più sui modi e sulla evoluzione del linguaggio fotografico, che non sulle implicazioni sociali. Lello Piazza (2009) 29 dicembre Cerco di informare la gente e, al contempo, informo me stesso. E imparo qualcosa ogni giorno. Cerco di essere un interprete dell’evento che ho la fortuna di vivere. Questo è il mio lavoro. Marcus Bleasdale (2009) 30 dicembre Che piaccia o no, la vita si muove velocemente, a differenza della fotografia. Diane Keaton (1993) 31 dicembre Con tutte le cose meravigliose che ci sono nell’universo, la fotografia non è così importante. Phil Stern (2009) A risentirci. ❖
Notizie a cura di Antonio Bordoni
interna della lente frontale presenta anche un rivestimento aggiuntivo Canon SubWavelength Structure Coating (SWC), che rallenta gradualmente la luce verso il basso, fino a equipararla alla visione completa, eliminando così il flare che si potrebbe manifestare prima di raggiungere il sensore. (Canon Italia, via Milano 8, 20097 San Donato Milanese MI).
CON OCCHI DIVERSI. Uno zoom tutto fish eye, nella gamma di obiettivi professionali. Con il Canon EF 8-15mm f/4L Fisheye USM, che sostituisce il precedente EF 15mm f/2,8 Fisheye a focale fissa, si ottengono sia fotografie a piena copertura di formato sia riprese circolari, al centro dello spazio immagine. Nello specifico, con reflex full frame, come le Eos 5D Mark II e Eos-1Ds Mark III, è prevista l’opzione di ripresa, con passaggio dall’una all’altra registrazione fotografica. Da cui, per dirla anche così, si registra una sorta di flessibilità creativa, da applicare all’interpretazione dei soggetti inquadrati, fino alla visione completa circolare di 180 gradi. Analogamente, quando il Canon EF 8-15mm f/4L Fisheye USM viene utilizzato con reflex dotate di sensore di dimensioni inferiori, APS-C o APS-H, si può realizzare soltanto la copertura di campo completa. Comunque, un meccanismo di blocco dello zoom sul corpo dello zoom consente di limitare volontariamente l’escursione, piuttosto che arrestare la lunghezza focale, per evitare la vignettatura ai bordi. Un disegno ottico di quattordici elementi in undici gruppi, compresa una lente asferica e una Ultra-low Dispersion (UD), assicura un alto contrasto una eccellente riproduzione dei colori. Le immagini fantasma e i riflessi provocati dalle fonti di luce forte, inevitabili a un tale ampio angolo di visione, sono minimizzati dal rivestimento Super Spectra Coating. La superficie
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KIT PHOTOFLEX. Tre soluzioni per chi desidera la luce ottimale per oggetti e ritratti, anche in ambiente domestico. Tre idee alla portata di tutti, a un prezzo conveniente e accessibile. Product Kit è indirizzato alla fotografia di oggetti; comprende: due illuminatori First Star, due lampade da 250W, due stativi e un Lite Igloo. Portrait Kit (qui sotto) è rivolto al ritratto (è ovvio): due illuminatori First Star, due lampade da 250W, due stativi e due ombrelli di 114cm di diametro. Kit Pro Duty Support, con fondale in stoffa, è il supporto per fondali, studiato appositamente per essere facilmente trasportabile e montato con rapidità in ogni luogo. La stabilità del kit permette di raggiungere l’altezza di 3,65m, per consentire scatti impeccabili sugli sfondi desiderati anche con i soggetti più ingombranti: un’asta di supporto fondali, due stativi (altezza massima 365cm), una sacca di trasporto in cordura, un fondale maculato in stoffa 2,9x6m. (Aproma, via Cimabue 9, 20032 Cormano MI).
CORSI E RICORSI. Reflex medio formato in proiezione professionale, che strizza l’occhio (benevolo) anche a utenti non professionisti che apprezzano prestazioni di qualità formale alta. Questo è l’intendimento palese, per quanto non dichiarato come tale, della Pentax 645D, che riprende i termini che hanno definito una fantastica genìa di apparecchi fotografici dei decenni scorsi, per fotografia 4,5x6cm su pellicola a rullo 120/220. Ovviamente, reflex a obiettivi intercambiabili, con sensore di acquisizione di grandi dimensioni (44x33mm), pari agli standard digitali dei dorsi dedicati: quaranta Megapixel effettivi. L’affidabilità, operabilità e manovrabilità coincidenti con le reflex 35mm si basano sull’esperienza pluridecennale del progetto, che ha sempre rappresentato un plus dell’offerta fotografica Pentax medio formato (altresì comprensiva di una 6x7cm di personalità sostanziosa). Così, è legittimo ipotizzare un ritorno con stile, nella fedeltà della propria tradizione. Corpo macchina leggero, ma solido: telaio in magnesio e lega d’acciaio, rivestimento antisfondamento del pannello LCD e finiture antipolvere. Compatibilità con la maggior parte degli obiettivi del sistema ottico Pentax 645. (Fowa, via Tabacchi 29, 10132 Torino).
EVOLUZIONE. Nuovo dorso digitale ad alta risoluzione Multi-shot: scatto multiplo da 48,8 Megapixel. Complementare al già conosciuto eVolution75 H, ampiamente diffuso, Sinar eVolution86 H dispone di un sensore CCD con una quantità di pixel significativamente maggiore. Abbinato a obiettivi appro-
priati, questo incremento qualitativo del cinquanta percento migliora considerevolmente la qualità dell’immagine: file da 300dpi in dimensioni 50x70cm. Nella fotografia di still life, le opportunità operative del Multi-Shot si traducono in alta risoluzione fin nei dettagli più minuti, che si accompagna a un contrasto ricco di passaggi cromatici. Nella modalità 4-shot, il sensore CCD si sposta tre volte lateralmente o verticalmente, in modo che ogni punto dell’immagine sia registrato nei colori primari (rosso, verde e blu). Altra caratteristica della fotografia Multi-Shot riguarda la sostanziale riduzione dell’effetto moiré. Questa tecnica di esposizione elimina completamente l’interpolazione che è necessaria nell’acquisizione fotografica One-Shot. Ovviamente, in base a condizioni operative che lo richiedono, il dorso digitale Multi-Shot può essere utilizzato in modalità a scatto singolo. Adattatori per apparecchi Sinar P3, Sinar Hy6, Mamiya RZ67, Mamiya RB67, Mamiya 645AFD Pro, Fuji GX680, Contax 645, Hasselblad V e H. (Mafer, via Brocchi 22, 20131 Milano). ❖
Omaggi
di Antonio Bordoni - Ricerca iconografica di Filippo Rebuzzini
CANTIERI SICURI (E ALTRO)
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Da novembre, una intensa campagna Inail (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro) promuove un Piano prevenzione edilizia. In affissione, soprattutto nelle stazioni ferroviarie, e in annunci stampa, il richiamo è esplicito: Perché un mondo a misura d’uomo si costruisce solo in cantieri sicuri (www.prevenzionecantieri.it). Con declinazione mirata, lo stesso ordine di idee è ribadito in una serie di spot radiofonici di trenta secondi, ai quali non abbiamo modo di riferirci.
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Omaggi Spesso erroneamente attribuita a Lewis W. Hine, che fotografò l’edificazione dell’Empire State Building, di New York [ FOTOgraphia, dicembre 2001], Lunch Atop a Skyscraper (pranzo in cima a un grattacielo), oppure Lunch Atop a Girder (pranzo in cima a una trave), è di Charles C. Ebbets. È stata scattata durante l’edificazione del Rockefeller Center, nel 1932, a New York.
A parte condividere quanto rilevato e sottolineato dalla campagna “visiva”, che comunque riguarda la nostra sfera privata, e lì si conclude, esaurendosi, dal nostro punto di vista mirato sono opportune (?) osservazioni sull’ennesima parodia (diciamola così) della celebre fotografia degli operai edili in pausa pranzo, a New York, su una traversina sospesa nel vuoto, a una altezza consistente. Si tratta di una fotografia più che nota e riconosciuta, che ha superato i confini degli addetti, per approdare a socialità quotidiane: riprodotta mille e mille volte in poster e infiniti richiami (copertina di quaderni, mouse pad, arredi e decori vari). Appunto per questo, è stata richiamata dalla/nella campagna Inail.
Realizzata da Sergio Funari, di New York (www.sergiofunari.com), 1932 Rockefeller Center Iron Workers Lunch Time è una scultura itinerante, che l’autore presenta a Manhattan, in luoghi e riferimenti frequentati dal turismo internazionale (per esempio, in Union Square, come certifica una fotografia di dettaglio di questa serie). La scultura è disponibile in versione ceramica, bronzo e dorata.
(pagina accanto) Affissione e totem. Realizzata da Inail (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro), da novembre una intensa campagna Piano prevenzione edilizia promuove un atteggiamento consapevole sull’argomento. Ennesima reinterpretazione di una fotografia assai conosciuta dal grande pubblico. In omaggio, anche?
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Omaggi
Re-interpretazioni di Lunch Atop a Skyscraper, di Charles C. Ebbets (omaggi a?), tra le innumerevoli che sono state realizzate. In ordine, ricostruzione con Lego, di Balakov, campagna statunitense Volkswagen, della primavera 2009, ipotesi futuribile, di Endswell ( Lunchtime Atop A Death Star; 2010), grafica al femminile, di Ynners, e il cast della serie televisiva Csi New York.
Siccome Lewis W. Hine, figura fondamentale della Storia della fotografia e di quella della società, quantomeno statunitense [Sguardo su, di Pino Bertelli, in FOTOgraphia dell’ottobre 2005], fotografò e documentò l’edificazione dell’Empire State Building, di New York [FOTOgraphia, dicembre 2001], spesso gli si attribuisce erroneamente questa immagine. No! Ufficialmente identificata come Lunch Atop a Skyscraper (pranzo in cima a un grattacielo), oppure Lunch Atop a Girder (pranzo in cima a una trave), questa fotografia è di altro autore, Charles C. Ebbets, e si riferisce all’edificazione del Roc-
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kefeller Center (1932), tanto che diverse versioni di scultura in acciaio, una intitolata 1932 Rockefeller Center Iron Workers Lunch Time, si sono giusto ispirate a questa fotografia. Ne riferiamo con le illustrazioni di accompagnamento. La recente campagna affissione Inail / Piano prevenzione edilizia, di questo autunno 2010, rappresenta l’ennesima reinterpretazione della stessa fotografia. Interpretazione in omaggio, diciamo noi, ma non è vero; quanto, interpretazione che si basa su un richiamo visivo universalmente riconosciuto. E tanto è. ❖
tipa.com La Technical Image Press Association (TIPA) è un’associazione non-profit registrata in Spagna.
SONDAGGIO TIPA 2011 Sondaggio tra i lettori delle trenta riviste associate alla Technical Image Press Association LA VOSTRA OPINIONE VALE Ogni due anni, TIPA rileva e valuta le opinioni e tendenze dei lettori delle trenta riviste associate, in tema di fotografia. Partecipare al sondaggio significa fornire all’Associazione importanti informazioni, che -analizzate dall’istituto WIP, di Colonia, Germaniasaranno presentate alle maggiori industrie del settore, per sottoporre alla loro attenzione l’orientamento dei clienti finali. Tra tutti i lettori delle riviste TIPA partecipanti al Sondaggio 2011 saranno estratte a sorte presso uno studio notarile di Madrid le sei macchine fotografiche* insignite dai TIPA Awards 2010. *le quattro reflex, solo corpo; eventuali tasse o imposte sono a carico del vincitore; regolamento alla pagina www.tipa.com/italian/latest_news.php
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TRA TUTTI I PARTECIPANTI AL SONDAGGIO TIPA 2011 IN PALIO LE SEI MACCHINE FOTOGRAFICHE PREMIATE CON I TIPA AWARDS 2010 Best Digital SRL Advanced Canon Eos 550D (solo corpo)
Best Compact System Camera Advanced Panasonic Lumix G2 (con 14-42mm f/3,5-5,6)
Best Digital SRL Expert Canon Eos 7D (solo corpo) Best Digital SRL Entry Level Pentax K-x (solo corpo)
Le reflex sono visualizzate complete di obiettivo per motivi puramente estetici
Best Compact System Camera Entry level Olympus PEN E-PL1 (con 14-42mm f/3,5-5,6)
SONDAGGIO TIPA 2011 COMPILA IL QUESTIONARIO (ANCHE IN FOTOCOPIA) E INVIALO PER POSTA O E-MAIL. PARTECIPI ALL’ESTRAZIONE DI UNA DELLE SEI MACCHINE FOTOGRAFICHE* PREMIATE CON I TIPA AWARDS 2010. *le quattro reflex, solo corpo; eventuali tasse o imposte sono a carico del vincitore; regolamento in inglese e spagnolo alla pagina www.tipa.com/italian/latest_news.php.
È POSSIBILE PARTECIPARE ANCHE ONLINE SU http://presseforschung.de/FOTOgraphia 01 Scatto fotografie ❏ Da privato ❏ Da semi-professionista ❏ Da utente professionale (libero professionista: architettura, designer, altro) ❏ Da fotografo professionista
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03 Produco le mie fotografie con Reflex digitali Reflex con sensore digitale medio formato Reflex con sensore digitale a pieno formato In formato grezzo RAW In formato compresso Jpeg
07 La funzione video nella reflex Mi sembra una aggiunta utile La uso frequentemente Ha una qualità insufficiente
02 Mi riconosco nelle seguenti definizioni Partecipo spesso ai concorsi La mia attrezzatura deve essere in linea con le ultime tecnologie Spendo in accessori tanto quanto per le macchine fotografiche Regolarmente, do consigli per l’acquisto di un prodotto fotografico
06 In un anno creo e stampo circa ......... photo book
08 Mi informo regolarmente sui prodotti fotografici 1. Su riviste di fotografia 2. Su riviste di computer 3. Su riviste di tecnica varia (foto digitale / video / audio) 4. Presso il mio negoziante 5. Alle fiere specializzate 6. Su dépliant dei distributori 7. Su Internet Tra tutte, mi fido di più della fonte numero .........
09 FOTOgraphia pubblica dieci numeri all’anno Ne leggo ......... numeri all’anno Questa è la prima volta che la leggo
10 Ottengo FOTOgraphia (indicare solo la più pertinente) In abbonamento Come saggio promozionale La leggo quando altri l’hanno già letta
04 Scatto circa ......... fotografie al mese Uso ❏ una macchina fotografica / ......... macchine fotografiche Ne stampo circa ......... personalmente circa .......... più grandi di mezza pagina di rivista Ordino circa ......... stampe a un laboratorio/negozio circa .......... più grandi di mezza pagina di rivista
Altrimenti
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11 Sfoglio o leggo ogni numero di FOTOgraphia circa ......... volte 05 Per presentare le mie fotografie scelgo spesso ogni tanto
Photo community gratuite Photo community a pagamento Photo community italiane Photo community internazionali Altri siti Internet
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12 Di ciascun numero di FOTOgraphia leggo Tutte o quasi tutte le pagine Circa tre quarti della rivista Circa la metà della rivista Circa un quarto della rivista Solo alcune pagine della rivista
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PER LA PRIVACY, L’AREA TRATTEGGIATA CON I DATI PERSONALI VERRÀ SEPARATA AL RICEVIMENTO SE NON VOLETE RITAGLIARE QUESTE PAGINE, FOTOCOPIATE LE DUE FACCIATE, OPPURE SCARICATELE DAL SITO www.FOTOgraphiaONLINE.it IL QUESTIONARIO (FRONTE E RETRO) DEVE PERVENIRE ENTRO IL 31 GENNAIO 2011 È POSSIBILE INVIARE IL QUESTIONARIO IN FORMA ANONIMA, RINUNCIANDO ALL’ESTRAZIONE Potete evitare di fornire i vostri dati (che comunque non saranno forniti a terzi). Però, in questo modo rinunciate alla possibilità di partecipare all’estrazione di una delle sei macchine fotografiche in palio. L’anonimato è garantito, perché questa parte del questionario verrà separata dalle risposte. Elaborati dall’istituto WIP di Colonia, i risultati saranno pub-
blicati sul sito tipa.com, su FOTOgraphia e su Fotografia Reflex. L’estrazione delle sei macchine fotografiche avverrà entro marzo 2011, presso uno studio notarile a Madrid, in Spagna (attenzione: eventuali tasse o imposte sono a carico del vincitore). Regolamento su www.tipa.com/italian/latest_news.php
13 Leggo una copia di FOTOgraphia per un totale di ......... minuti
18 Leggo la pubblicità che appare su FOTOgraphia sempre ❏ spesso ❏
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14 Oltre a me, altre ......... leggono ogni numero di FOTOgraphia 19 La pubblicità che appare su FOTOgraphia 15 Giudico FOTOgraphia
da completamente vero da completamente vero
Un’importante rivista di fotografia Fonte di ispirazione (riflessione) Di grande aiuto pratico Molto attendibile e competente Dà ottimi consigli per l’acquisto di attrezzatura Dà ottimi consigli per l’acquisto di accessori Rende il mercato fotografico più trasparente Se FOTOgraphia non ci fosse, mi mancherebbe
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più volte una volta ogni al mese al mese 2-3 mesi
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Per tenermi aggiornato Per gli argomenti di fotografia Per le curiosità della fotografia Per la cultura della fotografia
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21 Informazioni personali Sono maschio Ho ......... anni
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Grazie per aver partecipato al SONDAGGIO TIPA 2011
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22 La disponibilità mensile netta della mia famiglia è (indicazione facoltativa) Inferiore a 1000,00 euro ❏
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COMPILAZIONE FACOLTATIVA (rinunciando all’estrazione dei premi) nome
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17 Nei prossimi ventiquattro mesi (due anni) intendo acquistare Reflex digitale Sistema digitale medio formato Sistema digitale grande formato Compatta digitale a obiettivi intercambiabili Compatta digitale Obiettivi intercambiabili Sistema di gestione colore (color management) Software foto / grafico Luci da studio Scanner
Ha un valore informativo Mi ha già spinto a chiedere più informazioni Mi ha già spinto a fare un acquisto
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FOTOgraphia - Sondaggio TIPA via Zuretti 2a - 20125 MILANO MI
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graphia@tin.it
In asta
di Lello Piazza e Maurizio Rebuzzini
DOVIMA E GLI ELEFANTI
A
Alle fatidiche cinque della sera dello scorso venti novembre, presso la sede di Parigi della casa d’aste Christie’s (9, Avenue Matignon), sono state battute sessantacinque fotografie che la Richard Avedon Foundation ha messo sul mercato per finanziare le proprie missioni filantropiche (www.richardavedon.com); completi delle relative aggiudicazioni, i soggetti sono specificati in un apposito riquadro, pubblicato a pagina 22. Nel proprio insieme, la sessione d’asta Avedon: Photographies provenant de la Fondation Richard Avedon (espressione commercialmente felice), che ha fatto parte delle manifestazioni previste per la quattordicesima edizione di Paris Photo, avviata il diciotto, ha stabilito un record mondiale per un’asta di fotografie in Francia: sono stati sfiorati cinque milioni e mezzo di euro (5.467.250 euro, per l’esattezza, equivalenti a 4.674.499 sterline e 7.495.600 dollari), con la vendita di tutti i sessantacinque lotti presentati, il più consistente insieme di opere di Richard Avedon proposto al mercato (ricordiamo che Avedon è mancato il Primo ottobre 2004, in un annus terribilis, che ha registrato la scomparsa di sette fotografi di primo piano e di Susan Sontag; FOTOgraphia, febbraio 2005). Nella sessione di vendita, una stampa della celebre Dovima with Elephants, la sedicesima dell’asta, ha raggiunto la quotazione di ottocentoqua-
Dovima with elephants, Evening dress by Dior, Cirque d’Hiver, Paris, August 1955, di Richard Avedon: 841.000 euro (1.151.976 dollari) all’asta di Christie’s, di Parigi, dello scorso venti novembre. Record d’asta e ottava aggiudicazione fotografica di tutti i tempi.
Gli autori delle prime undici aggiudicazioni fotografiche, in base a una classifica attendibile (altre ce ne sono): Andreas Gursky, Edward Steichen, Dmitry Medvedev, Edward Weston, Alfred Stieglitz, Alfred Stieglitz, Richard Prince, Richard Avedon, Edward Weston, Joseph-Philibert Girault de Prangey e Gustave Le Gray.
rantunomila euro (equivalente a un milione e centocinquantunomila dollari abbondanti), superando di molto le aspettative (con stima di partenza da quattro a seicentomila euro). La fotografia è stata scattata proprio a Parigi, nell’agosto 1955, per Dior, che è anche l’acquirente di questa copia, e ritrae la modella che indossa un abito dello stilista francese, tra gli elefanti del Cirque d’Hiver [Dovima è anche una delle modelle che interpretano se stesse nel cinematografico Funny Face / Cenerentola a Parigi, che tratteggia giusto la personalità di Richard Avedon; FOTOgraphia, luglio 2008]. Le dimensioni della stampa sono importanti: 2,168x1,667 metri. Si tratta dell’ingrandimento che, per oltre venticinque anni, dal 1978, ha decorato una parete dell’ingresso dello studio di Richard Avedon, a New York. Con questa quotazione, la fotografia si inserisce all’ottavo posto di sempre, in base a una classifica attendibile. Attenzione, si tratta di una delle classifiche ufficiali e accreditate; altre ce ne sono, che quantificano e conteggiano diversamente. Dove sta la verità? Tutto sommato, ci interessa nulla; le considerazioni sono comunque pertinenti, anche se i valori relativi dovessero essere diversi, anche se le graduatorie dovessero includere altri autori, altre fotografie, la sostanza non cambia. Da cui, l’elenco delle dieci fotografie più pagate fino a oggi.
1. Andreas Gursky, 99 Cent II Diptychon (2001): 3,346 milioni di dollari (febbraio 2007, Sotheby’s, Londra; altre due stampe dello stesso soggetto sono state vendute per 2,48 milioni di dollari, nel novembre 2006, e 2,25 milioni di dollari, nel maggio 2006). 2. Edward Steichen, The PondMoonlight (1904): 2,928 milioni di dollari (febbraio 2006, Sotheby’s, New York). 3. Dmitry Medvedev, Kremlin of Tobolsk (2009): 1,75 milioni di dollari (stampa bianconero da uno scatto a colori; gennaio 2010, Fiera di Natale, San Pietroburgo). 4. Edward Weston, Nude (1925): 1,6 milioni di dollari (aprile 2008, Sotheby’s, New York). (continua a pagina 24)
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In asta SESSANTACINQUE VOLTE AVEDON (1923-2004) 1. Veruschka, Dress by Kimberly, New York studio, January 1967: 17.500 euro / 23.971 dollari. 2. Shoe, designed by Perugia, Place du TrocadÊro, Paris, August 1948: 29.800 euro / 40.819 dollari. 3. Suzy Parker and Robin Tattersall, Dress by Dior, Place de la Concorde, Paris: 217.000 euro / 297.240 dollari 4. Dovima and Betsy Pickering, dresses by Lanvin-Castillo, Paris studio, August: 33.400 euro / 45.750 dollari. 5. Marella Agnelli, New York studio, December 1953: 49.000 euro / 67.119 dollari. 6. Nastassja Kinski, Los Angeles, California, June 14, 1981: 85.000 euro / 116.430 dollari. 7. Sicily, 7-14-47: 67.000 euro / 91.775 dollari. 8. Santa Monica Beach, California, 9-30-63: 46.600 euro / 63.831 dollari. 9. Lew Alcindor, 61st Street and Amsterdam Avenue, New York City, May 2, 1963: 49.000 euro / 67.119 dollari. 10. Bob Dylan, folk singer, New York City, 2-10-65: 58.600 euro / 80.268 dollari. 11. The Beatles Portfolio, London, England, 8-11-67: 445.000 euro / 609.547 dollari. 12. Suzy Parker, evening dress by Dior, Paris studio, August 1956: 26.200 euro / 35.888 dollari. 13. Twiggy, Hair by Ara Gallant, Paris studio, January 1968: 34.600 euro / 47.394 dollari. 14. Jean Shrimpton, Toga by Forquet, Paris Studio, August 1965: 15.000 euro / 20.547 dollari. 15. Veruschka, Dress by Bill Blass, New York studio, January 1967: 37.000 euro / 50.681 dollari. 16. Dovima with elephants, Evening dress by Dior, Cirque d’Hiver, Paris, August 1955: 841.000 euro / 1.151.976 dollari. 17. Avedon Paris: 169.000 euro / 231.491 dollari. 18. Simone, evening dress by Nina Ricci, Paris studio, August 1959: 20.000 euro / 27.395 dollari. 19. Carmen, evening dress by Lanvin-Castillo, Paris studio, August 1957: 18.750 euro / 25.683 dollari. 20. Workroom, House of Dior, Paris, August 1947: 49.000 euro / 67.119 dollari. 21. Vicomtesse Jacqueline de Ribes and Raymundo de Larrain, New York studio, May: 23.750 euro / 32.532 dollari. 22. Francis Bacon, artist, Paris, 4-11-79: 79.000 euro / 108.212 dollari. 23. Alberto Giacometti, sculptor, Paris, 3-6-58: 20.000 euro / 27.395 dollari. 24. Jean Genet, writer, New York City, 3-11-70: 12.500 euro / 17.122 dollari. 25. Andy Warhol, artist, New York City, August 20, 1969: 169.000 euro / 231.491 dollari. 26. Robert Frank, photographer, Mabou Mines, Nova Scotia, 7-17-75: 13.125 euro / 17.978 dollari. 27. John Martin, dancer, New York City, 3-20-75: 11.250 euro / 15.410 dollari. 28. Pablo Picasso, April 1958: 97.000 euro / 132.868 dollari. 29. William Casby, born in slavery, Algiers, Louisiana, 3-24-63: 56.200 euro / 76.981 dollari.
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In asta 30. 31. 32. 33. 34. 35. 36. 37. 38. 39. 40. 41. 42. 43. 44. 45. 46. 47. 48. 49. 50. 51. 52. 53. 54. 55. 56. 57. 58. 59. 60. 61. 62. 63. 64. 65.
His Holiness The Dalai Lama, Kamataka, India, January 1998: 13.750 / 18.834 dollari. William Burroughs, writer, New York City, 7-9-75: 10.625 euro / 14.554 dollari. Malcolm X, New York City, March 27, 1963: 99.400 euro / 136.155 dollari. Andy Warhol and Group, October 1969: 301.000 euro / 412.301 dollari. Rudolph Nureyev, dancer, New York City, 5-31-67: 41.800 euro / 57.256 dollari. Rudolf Nureyev, Paris, France, July 25, 1961: 39.400 euro / 53.969 dollari. Brigitte Bardot, 1959: 109.000 euro / 149.305 dollari. Marilyn Monroe, actress, New York City, May 1957: 169.000 euro / 231.491 dollari. Jesse Kleinsasser, pig man, Hutterite Colony, Harlowton, Montana, 6-23-83: 39.400 euro / 53.969 dollari. Jay Greene, grain thresher, Burley, Idaho, 8-19-83: 73.000 euro / 99.993 dollari. James Story, coal miner, Somerset, Colorado, 12-18-79: 121.000 euro / 165.742 dollari. Buster Keaton, New York, 9-18-52: 27.400 euro / 37.532 dollari. Marcel Duchamp, artist, New York, January 31, 1958: 28.600 euro / 39.175 dollari. Minneapolis Portfolio: 169.000 euro / 231.491 dollari. Lauren Hutton, Great Exuma, Bahamas, October 1968: 56.200 euro / 76.981 dollari. Lauren Hutton, Great Exuma, the Bahamas, October 1968: 67.000 euro / 91.775 dollari. Veruschka, Wrap by Giorgio di Sant’Angelo, New York studio, March 1972: 27.400 euro / 37.532 dollari. Penelope Tree, Mask by Ungaro, Paris studio, January 1968: 17.500 euro / 23.971 dollari. Debbie McClendon, carney, Thermopolis, Wyoming, 7-29-81: 91.000 euro / 124.649 dollari. Heidi Hamilton and Gordy Bray, rodeo contestants, Douglas, Wyoming, 7-28-81: 26.200 euro / 35.888 dollari. Charlene van Tighem, physical therapist, Augusta, Montana, 6-26-83: 58.600 euro / 80.268 dollari. Samuel Beckett, Paris, France, April 13, 1979: 92.200 euro / 126.293 dollari. Jacob Israel Avedon Portfolio; 34.600 euro / 47.394 dollari. Central Park, New York City, November 17, 1949: 8.750 euro / 11.985 dollari. Killer Joe Piro, 1362: 18.750 euro / 25.683 dollari. John Ford, director, Bel Air, California, 4-11-72: 39.400 euro / 53.969 dollari. Chet Baker, singer, New York City, January 16, 1986: 39.400 euro / 53.969 dollari. The Family; 205.000 euro / 280.803 dollari. Audrey Hepburn and Art Buchwald with Simone, Barbara Mullen, Frederick; 73.000 euro / 99.993 dollari. Suzy Parker and Robin Tattersall, Evening Dress by Grès, Moulin Rouge, Paris: 70.600 euro / 96.706 dollari. Stephanie Seymour, model, New York City, May 9, 1992: 265.000 euro / 362.989 dollari. Malgosia Bela and Gisele Bündchen, Dresses by Dior Couture, New York City: 67.000 euro / 91.775 dollari. Malgosia Bela, Body Jewel by Tom Binns, New York City, March 13, 2000: 49.000 euro / 67.119 dollari. Made in France: 8.750 euro / 11.985 dollari. Richard Avedon: Portraits: 16.250 euro / 22.259 dollari. Richard Avedon, self-portrait, New York City, vers 1963: 103.000 euro / 141.086 dollari.
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In asta COLLEZIONARE FOTOGRAFIA
Sollecitato dalla sessione d’asta parigina di Richard Avedon, l’argomento delle quotazioni della fotografia si presenta assolutamente intrigante. Ma anche complesso, e definito da mille e mille sfaccettature ignote al grande pubblico, e spesso ignorate anche da presunti addetti. Ignote, fino a ieri. La lacuna, che poi è stato un autentico vuoto, è stata colmata da una recente edizione libraria, preziosa come poche. A cura di Denis Curti e Sara Dolfi Agostini, Collezionare fotografia si presenta e offre come autentica guida per comprendere le logiche e i criteri del mercato delle immagini, da cui, conseguente e consequenziale, il sottotitolo esplicito (tanto quanto lo è già il titolo): Il mercato delle immagini. Denis Curti è direttore della sede milanese dell’agenzia fotografica Contrasto e vicepresidente della Fondazione Forma, Centro Internazionale di Fotografia [FOTOgraphia, maggio 2009 e settembre 2010] e Sara Dolfi Agostini collabora con le pagine di arte contemporanea di Il Sole 24ore e Arte e Critica). Dunque, due esperienze complementari, che creano una miscela a dir poco avvincente, oltre che convincente. Così, Collezionare fotografia - Il mercato delle immagini si impone come testo fondamentale per comprendere questo aspetto (concreto e determinante) della fotografia. Dalla presentazione, sul sito www.contrastobooks.com. «Collezionare fotografia è un manuale di rapida consultazione e pieno di pratici consigli: il primo vademecum sul collezionismo fotografico. Il libro si sviluppa su diversi livelli, e attraverso una breve storia del collezionismo fotografico rintraccia le ragioni storiche ed estetiche della presenza, all’interno del mercato dell’arte contemporanea, della fotografia, vissuta come parte integrante dell’offerta e quindi del mercato dell’arte. «Un’ampia parte è dedicata al tema quanto mai controverso, del “valore della fotografia”: cosa lo determini e da cosa dipenda. Questioni come la tiratura di un’opera, l’importanza del percorso artistico dell’autore, il valore e il ruolo sul mercato delle opere “vintage” e delle stampe contemporanee sono affrontate con chiarezza e precisione. «Ma il volume è anche un vero manuale, e contiene indicazioni pratiche per districarsi all’interno di questo mercato e imparare a individuare le gallerie di riferimento, le pubblicazioni da consultare, le fiere e i “saloni” irrinunciabili, i musei e le collezioni private da tenere d’occhio, i critici di riferimento da seguire. «Collezionare fotografia offre al lettore anche una serie di indispensabili “schede tecniche”, a cura di Eugenia Bertelé, Roberta Piantavigna e Lorenza Fenzi, dedicate ad alcuni casi del mercato della fotografia e approfondimenti sui problemi di conservazione e manutenzione delle opere fotografiche». In un’epoca, come è la nostra attuale, di troppe parole inutili, in un mondo, come è quello della fotografia (italiana), che addirittura fa bandiera e vanto della manifesta vacuità di molte sue parole, Collezionare fotografia propone con voce sommessa l’autorevolezza di chi sa cosa dire, e perché, dove e quando farlo. Se non ci fossero altri valori -ma tanti ce ne sono-, da sola questa condizione sarebbe non solo sufficiente, ma addirittura fondamentale e indispensabile al concreto percorso individuale, mano nella mano con la Fotografia, inevitabile maiuscola volontaria e consapevole. Diciamolo con schiettezza, la nostra di sempre: un libro assolutamente indispensabile. Altrimenti, possiamo continuare a parlare a vuoto, per sentito dire. Non ci sono più scuse! Collezionare fotografia - Il mercato delle immagini, di Denis Curti e Sara Dolfi Agostini; Contrasto, 2010; 318 pagine 15x21cm; 21,90 euro.
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Buster Keaton, New York, 9-18-52 (27.400 euro / 37.532 dollari). Richard Avedon, self-portrait, New York City, vers 1963 (103.000 euro / 141.086 dollari).
(doppia pagina precedente, da sinistra) Marella Agnelli, New York studio, December 1953 (49.000 euro / 67.119 dollari). Nastassja Kinski, Los Angeles, California, June 14, 1981 (85.000 euro / 116.430 dollari). Bob Dylan, folk singer, New York City, 2-10-65 (58.600 euro / 80.268 dollari). Marilyn Monroe, actress, New York City, May 1957 (169.000 euro / 231.491 dollari).
(continua da pagina 21) 5. Alfred Stieglitz, Georgia O’Keeffe Hands (1919): 1,47 milioni di dollari (febbraio 2006, Sotheby’s, New York). 6. Alfred Stieglitz, Georgia O’Keeffe Nude (1919): 1,36 milioni di dollari (febbraio 2006, Sotheby’s, New York). 7. Richard Prince, Senza titolo (Cowboy; 1989): 1,248 milioni di dollari (novembre 2005, Christie’s, New York). 8. Richard Avedon, Dovima with Elephants (1955): 1,151 milioni di dollari (novembre 2010, Christie’s, Parigi). 9. Edward Weston, Nautilus (1927): 1,082 milioni di dollari (aprile 2010, Sotheby’s, New York). 10. Joseph-Philibert Girault de Prangey, 113 Athènes, Temple de Jupiter olympien pris de l’est (1842): 922.488 dollari (2003). Undicesimo posto, decimo prima dell’asta della quale stiamo riferendo: Gustave Le Gray, The Great Wave, Sete (1856-1859): 838.000 dollari (1999). Ovviamente, non entriamo nel merito di alcune valutazioni, che possono anche essere legate a fatti contingenti e geografici (Dmitry Medvedev, con Kremlin of Tobolsk?), ma certifichiamo soltanto l’ufficialità. Quantomeno, una delle ufficialità possibili. ❖
Manuale Kodachrome (1941), qui in terza edizione 1946. Americans in Kodachrome (1945-1965); a cura di Guy Stricherz; Twin Palms Publishers, 2002.
Ted & Ned, Deansboro, New York, 1953 (fotografia di George L. Smith). First Television, Port Byron, Illinois, 1950 (fotografia di Leota Hull). (pagina accanto) In nostra interpretazione, diapositiva kodachrome del 1939 (archivi Eastman Kodak).
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di Maurizio Rebuzzini ricerca iconografica di Ciro Rebuzzini
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ncora una volta, immancabilmente (ormai e purtroppo), il mondo della fotografia italiana è stato travolto da cattiva informazione. Ancora una volta, immancabilmente (ormai e purtroppo), l’ha subìta tacendo: e tacendo, acconsente. Prima di rievocare l’epopea kodachrome, diapositiva giunta alla fine del suo splendido ciclo vitale, e dopo aver steso un pietoso velo su come (non) lo abbia riferito il giornalismo di settore, benefiche eccezioni a parte, ci soffermiamo su come il giornalismo non settoriale abbia trattato la sua morte annunciata, e ne abbia colto pretesto per la compilazione dell’ennesima sequela di inesattezze, che ri-
velano come e quanto la fotografia possa essere maltrattata: quantomeno, in Italia. Ne abbiamo già riferito, lo scorso ottobre 2009, ma la ripetizione si impone. Magari è vero che repetita iuvant, che “le cose/parole ripetute aiutano”: a forza di ripeterlo, accadrà mai che qualcuno (dal mercato, nel mercato, sul mercato... della fotografia) finisca anche per ascoltare? Quindi, esattamente, in questa sequenza: cialtronerie giornalistiche, ufficialità Kodak, clamoroso precedente, amare conclusioni. E poi, finalmente: kodachrome!
KODACHROME
Eccoci qui. Già qualche tempo addietro, nella primavera 2004, ci siamo indignati quando la dismissione dell’APS da parte di Kodak fu riportata dalla stampa nazionale come fine e morte della pellicola fotosensibile nel proprio complesso; all’inizio dell’estate 2009, l’odioso copione si è replicato, andando a confondere la dismissione del leggendario kodachrome con (ancora) la fine e morte della pellicola fotosensibile nel proprio complesso. Testuale, da un notiziario radiofonico, diremmo Radio Rai 2: «Kodak dichiara che non produrrà più pellicole». A differenza di quanto accaduto nel 2004, che
ADDIO
Ufficiale: la diapositiva kodachrome è stata dismessa. Il trentuno dicembre finisce anche il suo sviluppo, per pellicole inviate entro il trenta novembre. Alla fine della sua lunga, nobile e gloriosa storia, che per molti tratti è stata coincidente con la Storia della fotografia, la diapositiva kodachrome lascia il mercato quasi in sordina. Magari fosse stato così, dolce eutanasia. Invece della morte indolore, questa fine annunciata è stata ennesima occasione per diffondere notizie errate, oltre che denigratorie. Prima di tutto, scriviamo di questo. A seguire, rievochiamo gli splendori di una pellicola più che rara, addirittura unica preziosa e impareggiabile 27
ARCHIVIO FOTOGRAPHIA (2)
Richiamato nel comunicato ufficiale con il quale Kodak ha annunciato la fine della diapositiva kodachrome, e pedestramente ripreso dalla stampa quotidiana nazionale, che peraltro ha relazionato con imprecisione e approssimazione, il celebre ritratto della profuga afghana di Steve McCurry è stato copertina di National Geographic, nel giugno 1985, diventando poi simbolo di tutta la fotografia del valido fotogiornalista, con ripetizioni continue: per esempio, copertina della monografia Portraits, pubblicata da Phaidon Press, nel 1999.
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stiamo per richiamare, questa volta la stampa periodica ha fatto qualcosina di meglio, limitandosi a informazioni approssimative. Martedì ventitré giugno 2009, il Corriere della Sera si è lanciato in una commemorazione commovente, soprattutto grottesca, accostando il Kodachrome alla “street photography” (mica vero), nelle interpretazioni di William Eggleston (ok, per il kodachrome, ma non per la street photography), Henri Cartier-Bresson, Robert Frank e Alfred Eisenstaedt (con i dovuti distinguo, ok per la street photography, ma non per il kodachrome). Quindi, soprassediamo sulle speculazioni di basso profilo, figlie di un giornalismo popolare che mira al solo sensazionalismo delle parole, che scandiscono i tempi redazionali dell’occhiello («Fine di un’era. Nell’85 catturò la celebre immagine della bimba afghana»: no, quella celebre fotografia è merito del suo autore, Steve McCurry, più che della pellicola), del titolo («Il digitale manda in archivio la pellicola delle grandi foto[grafie]»: che palle!, la tecnologia digitale è specchio dei tempi, non loro avanguardia; dunque, non manda in pensione nulla, ma interpreta la personalità più apparente ed evidente della contemporaneità), e del sommarietto («Ritirata la Kodachrome cantata da Paul Simon»: sì, è vero, Kodachrome è anche uno dei motivi scritti dal celebre compositore e autore [FOTOgraphia, ottobre 2009], ma, diavolo!, il valore espressivo e tecnologico del kodachrome è assolutamente indipendentemente da questa nota di costume, che aggiunge soltanto un colore di diverso sapore al colore della sua interpretazione fotosensibile).
UFFICIALITÀ KODAK Per dovere di cronaca, è bene riportare la comunicazione ufficiale con la quale, il 22 giugno 2009, Kodak ha annunciato il ritiro del kodachrome. La pubblicazione integrale non esula dai compiti del giornalismo, ed è introduttiva per le nostre riflessioni, immediatamente a seguire, che ancora vanno a lamentare come e quanto il mondo della fotografia non abbia ribattuto le notizie inesatte, nonostante il loro tono allarmista sia (stato) deleterio, nocivo, rovinoso e funesto per l’intera filiera commerciale, penalizzata da informazioni false che hanno raggiunto il pubblico (potenzialmente) consumatore. Ma, tant’è. Ovviamente, prendiamo le distanze dalle affermazioni assolute, proprie e caratteristiche degli uffici stampa, come anche dalle interpretazioni tecniche, commerciali e storiche, che non corrispondono necessariamente al vero. Altrettanto ovviamente, non siamo responsabili dell’uso spavaldo della grammatica e della declinazione temeraria della lingua italiana: come spesso rileviamo, a ciascuno il suo. Kodak ritira dal mercato la pellicola Kodachrome. Addio alla vecchia pellicola, icona nel portfolio Kodak. Rochester, NY, 22 giugno [2009]. Eastman Kodak Company ha annunciato oggi che entro fine anno ritirerà dal commercio la pellicola a colori Kodachrome, concludendo così il ciclo di vita di un’icona fotografica lungo settantaquattro anni.
Le vendite della pellicola Kodachrome, che nel 1935 era divenuta la prima pellicola a colori di successo al mondo, hanno subìto un drammatico declino negli ultimi anni, a causa del passaggio dei fotografi alle pellicole Kodak più recenti e alle tecnologie del digital imaging, di cui Kodak è stata antesignana. Oggi, la pellicola Kodachrome rappresenta solo l’uno per cento delle vendite totali di Kodak nel settore delle pellicole. «La pellicola Kodachrome è un prodotto icona e testamento della lunga e continua leadership di Kodak all’interno della imaging technology», ha affermato Mary Jane Hellyar, President di Kodak’s Film, Photofinishing and Entertainment Group. «La decisione di ritirarla è stata sicuramente difficile, data la sua splendida storia. Ma la maggioranza dei fotografi odierni, per catturare le proprie immagini, preferisce le tecnologie più nuove, sia analogiche sia digitali. A tale proposito, resta fermo l’impegno di Kodak nella fornitura dei prodotti maggiormente performanti, sia analogici sia digitali, per la soddisfazione di questi bisogni». Sebbene Kodak ottenga il settanta percento delle proprie entrate dal settore digitale, continua ad essere leader mondiale nel business delle pellicole. Kodak ha continuato a portare nuovi e innovativi prodotti in questo mercato, incluse sette nuove pellicole professionali e diverse nuove pellicole cinematografiche Vision2 e Vision3, negli ultimi tre anni. Questi nuovi prodotti sono divenuti la scelta dominante tra i fotografi professionisti e gli amatori più esperti, che usano le pellicole Kodak. Tra i più conosciuti fotografi professionisti che hanno usato la pellicola Kodachrome, troviamo Steve McCurry, la cui foto[grafia] di una giovane afghana catturò il cuore di milioni di persone in tutto il mondo, quando apparve indimenticabile sulla copertina del National Geographic Magazine, nel 1985 [qui, a sinistra]. Come tributo alla pellicola Kodachrome, Kodak ne donerà gli ultimi rullini al George Eastman House International Museum of Photography and Film, di Rochester, New York, che detiene la collezione più grande al mondo di macchine fotografiche e artefatti correlati. McCurry scatterà delle foto[grafie] con uno di questi ultimi rullini, e le immagini saranno donate alla Eastman House. «La prima parte della mia carriera è stata caratterizzata dalla pellicola Kodachrome; con questa diapositiva ho realizzato alcune delle mie foto[grafie] più indimenticabili», ha rilevato McCurry. «Sebbene la pellicola Kodachrome era perfetta per me, da allora ho dovuto rivolgermi ad altre pellicole e apparecchi digitali per creare le mie immagini. Infatti, quando sono tornato a fotografare la “Ragazza Afghana”, diciassette anni dopo [FOTOgraphia, novembre 2002], ho usato la pellicola Kodak Professional Ektachrome E100 VS, per ricreare quella immagine, anziché la pellicola Kodachrome, com’era stato in origine». Tutta questa magia fornita da Kodachrome è il risultato di processi di fabbricazione e di sviluppo
complessi. C’è un unico laboratorio di photofinishing al mondo -Dwayne’s Photo, di Parsons, Kansas, Stati Uniti- che sviluppa la pellicola Kodachrome, a causa della difficoltà di questo processo. La carenza di laboratori di sviluppo disponibili, così come le caratteristiche delle nuove pellicole Kodak lanciate negli ultimi anni, ha accelerato il declino della domanda della pellicola Kodachrome. Durante il suo corso, la pellicola Kodachrome ha riempito una speciale nicchia negli annali del mondo dell’immagine. È stata usata per catturare alcune delle migliori foto[grafie] della storia, inoltre è stata la pellicola scelta per gli slide show familiari nella generazione dell’esplosione demografica. Per salutare la grande storia di questa pellicola, Kodak ha creato una galleria di immagini famose, inclusa la ragazza afghana e altre foto[grafie] di McCurry, così come altre immagini dei fotografi professionisti Eric Meola e Peter Guttman; il tutto disponibile sul sito: www.kodak.com/go/kodachrometribute. Saranno realizzati sul sito anche podcast speciali di McCurry e Guttman. Kodak stima che le scorte correnti di pellicola Kodachrome termineranno agli inizi di autunno nei negozi dove sono attualmente vendute. Dwayne’s Photo ha confermato che continuerà a sviluppare la pellicola per tutto il 2010. Gli utilizzatori della pellicola Kodachrome sono incoraggiati ad usare altre pellicole Kodak, come Kodak Professional Ektachrome E100 G e Ektar 100, che dispongono di una grana finissima. Per maggiori informazioni, visitate il sito: www.kodak.com/go/professional. Ripetiamo l’ufficialità: pellicola dismessa nel 2009; trattamento di sviluppo delle pellicole in circolazione fino al trentuno dicembre [con conteggio a ritroso alla homepage di www.FOTOgraphiaONLINE.it: omaggio dovuto, riconoscimento sentito], con invio entro il trenta novembre (data finale!). Da qui, le notizie stampa approssimative, e quelle tragiche. Ripetiamo quanto sentito in un notiziario Radio Rai: «Kodak dichiara che non produrrà più pellicole».
ALLE ORIGINI (DAL 1935-36)
Basandosi su precedenti studi sul colore, la pellicola kodachrome fu realizzata da due chimici con la passione comune della musica: Leopold Mannes (1899-1964) e Leopold Godowsky Jr (1900-1983, figlio del celebre virtuoso del piano), violinista uno e pianista l’altro [qui sotto]. Ufficialmente, il kodachrome viene annunciato il 15 aprile 1935, e nasce nel formato cinematografico 16mm; la diapositiva 35mm per fotografia arriva nell’autunno 1936. Dopo un primo risultato di pellicola a due strati, uno sensibile al rosso-arancio e l’altro al blu-verde, che registrava non solo colori specifici ma anche miscele (1933), Leopold Mannes e Leopold Godowsky Jr approdarono al procedimento a tre colori che, come tutti i veri procedimenti pratici di fotografia a colori, dipende dalla divisione nei propri tre componenti rosso, verde e blu-violetto. La pellicola che sarebbe diventata il kodachrome, con evoluzioni di sostanza nel corso dei successivi decenni, presenta tre strati di emulsioni bianconero sovrapposti. Lo strato più vicino al supporto della pellicola è sensibile alla luce rossa, quindi c’è uno strato-filtro e un altro strato sensibile alla luce verde; ancora uno strato-filtro e lo strato superiore sensibile alla luce blu-violetto. Dalle note originarie dei due chimici (musicisti): «Quando si registra una immagine con questa pellicola, i tre componenti della luce vengono automaticamente separati all’interno degli strati emulsionati. Le immagini nei tre strati vengono prima sviluppate come le normali pellicole bianconero e poi, attraverso una serie di trattamenti successivi, le immagini vengono trasformate in positivi formati dai coloranti. Tutti i sali d’argento vengono rimossi, e l’immagine conclusiva consiste di tre immagini a colori sovrapposti». Tutto qui. Semplice a dirsi.
CLAMOROSO PRECEDENTE Questo maltrattamento del comparto fotografico, a fronte di un giornalismo che invece presta adeguate attenzioni ad altri mondi, non è una novità. Così come, in allineamento, siamo già stati abituati alla mancanza di reazione da parte di associazioni di categoria e/o aziende, che avrebbero anche il dovere (istituzionale?) di tutelare la propria filiera. Cinque anni fa, all’inizio del 2004, con una comunicazione analoga, Kodak annunciò la dismissione del programma APS. All’avanguardia di una colpevole serie di relazioni giornalistiche fraintese, tutte declinate nello stesso senso appena riferito, «Kodak non produrrà più pellicole», il ventinove gennaio, il quotidiano La Stampa rivelò clamorosamente come e quanto, in Italia, i discorsi sulla Fotografia (scienza? materia? espressione? disciplina? commercio?) siano spesso improvvisati, incompetenti e ignoranti. Su una partenza fraintesa, senza conforto di verifiche, con colpevole pressapochismo,
La Stampa scrisse di economia e tecnologia fotografica costruendo un edificio denso di idiozie pericolose, che approdarono addirittura al terrorismo ideologico, alla destabilizzazione del mercato (per quanto si possa fare): tanto da creare confusione tra il pubblico, tra i potenziali clienti della fotografia, a tutto danno del commercio nel proprio insieme. L’argomento allora proposto da La Stampa non era da poco. A pagina quindici del numero di giovedì ventinove gennaio, il titolo a sette colonne fu perentorio: «Addio al rullino, è il trionfo della fotocamera digitale / La Kodak manda in pensione il 35mm: entro la fine dell’anno sarà fuori mercato». Mica roba da poco! Preso per vero (ma stiamo per svelare dove La Stampa capì male una comunicazione originaria), questo annuncio venne addirittura anticipato in prima pagina: «Kodak, mai più pellicole». Dove nacque l’equivoco? Come accennato, dal-
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rio, il pubblico assorbì una comunicazione falsa): «Il rullino Kodak da 35mm ha fatto il suo tempo e dopo otto anni di successi e popolarità va in pensione». Capito? È l’APS che era nato otto anni prima; e non sono stati neppure otto anni di successi, altrimenti non se ne sarebbe recitato l’epitaffio. Il 35mm è sul mercato da molto più tempo. Nella sostanza è di origine cinematografica e corre sempre l’obbligo di riferirne l’impiego fotografico a quel fotogramma 24x36mm portato al successo a partire dalla Leica originaria (ufficialmente nata nel 1925). L’equivoco della Stampa fu talmente radicato da sollecitare addirittura un clamoroso, quanto grottesco, sottotitolo: «Ancora qualche mese e per poter trovare il “film” da inserire manualmente si dovrà andare nei mercatini per amatori». Ma dove? Ma perché? Ma si ha idea di cosa significhi produrre una pellicola? Nei mercatini?
CHE FARE? CHE DIRE?
Kodachrome: The American Invention of Our World 1939-1959; a cura di Els Rijper; Delano Greenidge Editions, 2002.
Groucho Marx, 1945 circa (fotografia di Weegee).
la comunicazione ufficiale con la quale Kodak annunciò che nel corso dell’anno avrebbe terminato la produzione di macchine fotografiche APS (Advanced Photo System) e la commercializzazione di macchine fotografiche 35mm negli Stati Uniti, in Canada e in alcuni paesi dell’Europa occidentale. Nonostante la stessa comunicazione ufficiale avesse precisato che Kodak avrebbe comunque mantenuto il proprio impegno nella produzione e commercializzazione di pellicole 35mm di alta qualità e di macchine fotografiche monouso, La Stampa confuse “apparecchi” con “pellicole” e “APS” con “35mm”, approdando alla propria fantasiosa conclusione: «La Kodak manda in pensione il 35mm». Infatti, il testo dell’articolo rivelò subito l’equivoco (attenzione, lo rivelò a noi addetti; all’esatto contra-
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La domanda che ci poniamo è sempre la stessa. Come mai, in altre geografie, il giornalismo e la socialità si riferiscono alla fotografia con cognizione e perizia, addirittura con abilità e autorevolezza, mentre in Italia la materia è trattata in modo approssimativo, andando a confondere lucciole per lanterne? Come mai, quotidiani stranieri e testate internazionali di prestigio, non settoriali della fotografia, considerano l’argomento fotografico degno di interesse e approfondimento, secondo i rispettivi intendimenti e parametri specifici (culturali, finanziari, di costume o altro)? Come mai, in Italia si possono scrivere autentiche inesattezze, peraltro nocive a un mercato (si provino, con la moda o l’automobile), con grande disinvoltura? Come mai, si parte da malintesi, per costruire ipotesi fantascientifiche, quanto devastanti? Chi dovrebbe intervenire, per tutelare la fotografia, quantomeno nella concretezza dei propri addetti e nella serietà della propria personalità commerciale? Magari anche la severa unione dei consumatori, sicuramente le associazioni di categoria: entrambe colpevolmente assenti, tanto da paventare la connivenza. Comunque, tutti coloro che si occupano di fotografia, noi tra questi, si debbono porre la solita domanda, qui e ora alla sua ennesima replica: come mai, in Italia, sulla fotografia si possono scrivere e si scrivono corbellerie? Come mai, in Italia, la fotografia è sempre materia trascurata, forse disprezzata, sicuramente negletta? Come mai in altre geografie viene rispettata e trattata con discrezione e competenza? Non basta la nostra rilevazione sulla scarsa partecipazione sociale, che compete e spetta a qualsiasi argomento, e trasversale a molti altri nostri interventi redazionali. Sicuramente, il disagio è più profondo e coinvolge mille altri valori.
ADDIO KODACHROME Quando furono chiare e palesi sia le problematiche di trattamento della diapositiva kodachrome, sia l’incapacità di interpretazione dei nuovi processi di trasformazione litografica, nel dicembre 2005 celebrammo
e commemorammo la fine di questa straordinaria emulsione, ufficialmente ancora disponibile, ma nel concreto improbabile. Con copertina dedicata, quelle nostre osservazioni furono declinate nel doppio senso di devoto omaggio e sentita rievocazione. In allineamento con la fine ufficiale, sancita dalla comunicazione Kodak appena riferita e richiamata, riprendiamo la testimonianza di allora, per ribadire, confermandola, la nostra commossa testimonianza. Cosa sia stato il kodachrome è presto detto: la diapositiva per eccellenza per una nutrita schiera di professionisti di primo piano, a partire da quelli di natura e paesaggio. Tanto è vero che, leggenda neanche troppo metropolitana (?), pare che per molto tempo, fino a pochi anni fa, l’autorevole National Geographic Magazine, autentico riferimento d’obbligo, non abbia accettato altra diapositiva dai propri fotografi. A parte la versione per cinematografia a passo ridotto, che per lunghi decenni ha alimentato i processi Kodak di trattamento di tutto il mondo, l’autentico kodachrome 35mm è stato quello da 25 Asa (non ancora Iso) di sensibilità. La versione da 64 Asa è stata sempre considerata con riserva, per non parlare dei 200 Iso di più recente configurazione e della confezione a rullo 120, arrivata nella seconda metà degli anni Ottanta. I termini usati per descrivere l’interpretazione cromatica del kodachrome hanno sempre sottolineato la personalità del suo “corpo”: quindi, “profondità”, “smalto” e trascrizione “reale” e “naturale” sono stati connotati che hanno attraversato i decenni, accompagnandosi con una definizione straordinaria e una grana finissima. Di fatto, la diapositiva kodachrome è stata assolutamente unica. Una diapositiva a colori derivata da un’emulsione che nasce bianconero ed è colorata in fase di trattamento (semplifichiamola così): tre strati di emulsioni bianconero sovrapposti, rispettivamente sensibili alla luce rossa, verde e blu-violetto. In assoluto, dove si sono formati, i coloranti kodachrome sono diversi da quelli amorfi di ogni diapositiva. Sono coloranti duri, cristallini, chimicamente forti, che si depositano in modo particolare e autonomo attorno i granuli d’argento, contribuendo a mantenere la grana estremamente fine, pressoché inesistente. Tra l’altro, annotazione niente affatto secondaria, proprio questi coloranti sono alla base di una fantastica stabilità cromatica nel tempo: la diapositiva kodachrome ha attraversato i decenni senza deperimenti di colore. Tutto questo è dovuto a un progetto particolare, che ha comportato un trattamento di sviluppo analogamente particolare (che fino all’inizio degli anni Ottanta, o giù di lì, era realizzato esclusivamente da Kodak; tanto è vero che fino allora le pellicole kodachrome, fotografiche e cinematografiche a passo ridotto, venivano vendute con la formula di “trattamento incluso”, ovviamente prepagato). La pellicola vergine non contiene copulanti-colore; è una pellicola a base di alogenuro d’argento fotosensibile, come appena sintetizzato, per tanti versi analoga/identica al comune bianconero. Il colore viene depositato -strato per strato- attraverso successive fa-
West Side Highway, New York, agosto 1956 (fotografia di Charles Rotkin).
Jackie Robinson (dei Brooklyn Dodger), 3 marzo 1953 (International News Photos).
si di sviluppo. In origine, nella seconda metà degli anni Trenta, l’intero processo durava tre ore e mezzo; in tempi più recenti si è ridotto a trentasei minuti, pur dipendendo da una lunga catena e mantenendo un elevato tasso di inquinamento potenziale (argomento e considerazione inesistente quando il kodachrome è stato studiato e realizzato). Per quanto consideriamo i colori kodachrome reali e naturali, non possiamo sorvolare sull’evidente saturazione di tono e alta cromaticità delle rispettive restituzioni. Esplicitamente, si è trattato di un sapore d’epoca, che negli Stati Uniti è definita “The Kodachrome Era”, che trasmette il senso di un momento passato e di riti che datiamo indietro nei decenni. Non rinunciamo alla Memoria. ❖
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Nell’arte, anzi direi nella vita in generale, ci sono persone che vorrebbero essere quello che non sono, e pensano che l’apparire sia sufficiente per essere. All’opposto, ci sono persone umili, che non alzano mai la voce, ma che hanno idee, hanno mani d’oro, e qualsiasi cosa facciano lo fanno non per interesse, non per vana gloria, ma solo e unicamente per passione. La vera grandezza di un uomo sta nell’umiltà, non nella forza e nelle luci! L’amico di cui parlo fa parte di questa seconda categoria, alla quale riservo tutta la mia ammirazione: senza soluzione di continuità, è una grande persona e un bravo artista. Conosco Vittorio Rivalta da oltre trent’anni. È forlivese, e negli anni Sessanta e Settanta ha vissuto a Milano, dove ha frequentato il Circolo Fotografico Milanese, uno dei sette fondatori della Fiaf (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche), che ha annoverato tra i propri soci personaggi del calibro di Pietro Donzelli, Mario Cattaneo, Boris Gradnik e Ernesto Fantozzi.
In quegli anni, la grande passione (anche fotografica) di Vittorio Rivalta sono stati i concerti jazz: molte immagini di quel periodo sono diventate copertine per la Queen Jazz e la Ricordi, con i ritratti di Miles Davis, Stan Getz e Duke Ellington; successivamente, sono state esposte in mostre fotografiche, a Milano e Forlì. Fino all’inizio degli anni Settanta, Vittorio Rivalta ha realizzato i suoi lavori fotografici in bianconero; poi, è passato al colore, dedicandosi prima allo still life, quindi al paesaggio; ancora, si segnalano fotografie per numerose pubblicazioni su Forlì, sua città natale. Nel periodo milanese, maestri come Mario De Biasi, il cinema neorealista italiano, Jean Renoir e altri grandi registi francesi della stessa generazione hanno svolto un ruolo fondamentale nella sua formazione espressiva. Lo hanno fatto anche i fotografi americani dell’epoca, le cui immagini con colori accesi e intensi gli hanno trasmesso quelle pe-
culiarità che ancora oggi reinterpreta alla luce della sua inventiva. Molte fotografie le ha realizzate anche in camera oscura, creando sfumature, evanescenze da altri suoi cicli creativi, nei quali la sua arte non è più raffigurata, ma evocata; le immagini ottenute da queste contaminazioni di effetti cromatici diventano opere che si richiamano al surrealismo. Nel 2000, è tra i fondatori del Gruppo Polaser; con l’occasione, cambiano i supporti: non più macchine fotografiche e pellicole tradizionali, ma soltanto materiale a sviluppo immediato. Però, lo stile di Vittorio Rivalta continua a essere presente in tutte le sue realizzazioni. Con il Polaser, ha partecipato ai progetti più importanti: dalla Maison d’Italie, nella Cité Universitaire, a Parigi, fino alla recente mostra del decennale Polaser, nel Museo di San Domenico, a Imola, e alla partecipazione al libro/monografia Fiaf Gruppo Polaser - 10 anni di Magia. L’arte di Vittorio Rivalta non si ferma alla fotografia, ma spazia anche in al-
tri “mondi”, e infatti lo incontro nel suo orto, che pare un giardino all’italiana, mentre sta raccogliendo diverse specie di insalata. Qualche giorno dopo, gli porto dei libri, e lo trovo nel laboratorio ricavato nel garage di casa, intento a restaurare un trumeau emiliano della seconda metà del Diciottesimo secolo. L’orto e il restauro dei mobili antichi sono altri due suoi grandi “amori”. Come nascono queste passioni così diverse tra loro? «Nella vita bisogna sempre inventarsi qualcosa, e quindi trovo che anche queste due attività, così distanti tra loro, diano stimoli alla creatività.
«Il restauro risale alla mia infanzia, quando, nel periodo delle vacanze estive, mia madre non voleva che me ne andassi a zonzo, e allora mi trovò un lavoro presso un ebanista, dove appresi l’arte del restauro di mobili antichi. Nella vita, ho fatto altro, ma quella del restauratore è rimasta una passione che coltivo ancora oggi». E la passione per l’orto? «È nata per caso. Qualche anno fa, mi offrirono un piccolo appezzamento di terreno, dove cominciai a coltivare verdura per la mia famiglia, puntando soprattutto sulla genuinità del prodotto, senza l’uso di veleni. «La soddisfazione nel vedere crescere una piantina, giorno dopo giorno, oppure ridare vita a un legno “stanco”, facendo nuovamente risaltare le sfumature e i colori nascosti dal tempo, è come osservare una fotografia latente mentre si sta sviluppando». Pino Valgimigli
www.polaser.org
«La limitazione dei mezzi determina lo stile, dà vita a nuove forme e dà impulso alla creatività» Georges Braque Questa citazione dal pittore Georges Braque aiuta a comprendere lo slancio e spirito che guida e ispira gli artisti del Gruppo Polaser, eterogenei per interessi artistico-culturali e per provenienza da molte città italiane e anche dall’estero, accomunati dalla ricerca e sperimentazione di nuove possibilità espressive nelle molteplici forme dell’arte, dalla fotografia alla pittura, scultura, design, architettura, ceramica, letteratura, teatro, a altro ancora.
di Maurizio Rebuzzini
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resentato in un luogo inconsueto -la sala di posa di Gian Paolo Barbieri, il più significativo fotografo italiano contemporaneo [FOTOgraphia, luglio 1995, novembre 2004 e settembre 2007], un luogo dove sono state create e realizzate le più avvincenti fotografie di moda (e dintorni) dei nostri tempi (se le pareti potessero parlare e raccontare!)-, da fine ottobre, l’avvio del progetto FullBeauty, di Yossi Loloi, cominciato negli Stati Uniti, nel 2006, ha rivelato una intelligenza fotografica fuori dal comune. Al solito, non abbiamo paura delle parole che esprimiamo, sempre con franchezza convinta: si tratta di una delle serie fotografiche più affascinanti, tra quante ne abbiamo incontrate in questi ultimi tempi. Una serie che ci riconcilia con la fotografia contemporanea, che troppo spesso si manifesta in maniera quantomeno deludente. Ormai. Il lavoro di Yossi Loloi, che si è incontrato/scontrato con un tema inconsueto -l’obesità (al femminile)-, è ammirevole per mille e mille motivi. Cerchiamo di isolarne alcuni, senza la presunzione di rivelarli tutti. Anzitutto, sopra tutto, la poesia! Come abbiamo già annotato su queste stesse pagine, che danno spazio e fiato soprattutto alla parola, alla riflessione, solo i poeti sanno veramente parlare della libertà, dolcissima e inebriante (da e con Pino Bertelli). Yossi Loloi è un poeta: le sue immagini sono fantastiche, coinvolgenti, amorevoli. Raggiungono direttamente il cuore di chi, speriamo noi tra questi, sa ancora commuoversi, fino a piangere. Ha speso bene il suo tempo (fotografico), consapevole che i giorni non torneranno più. Quindi, ancora e avanti, FullBeauty offre occasioni per fermarsi a ragionare sul valore implicito, oltre che esplicito, della fotografia, sulla sua capacità di raccontare con delicatezza, leggerezza e morbidezza. In un tempo nel quale, in Italia soprattutto, si pensa soltanto a colpire allo stomaco, non sempre per raggiungere altro che questo, Yossi Loloi sottolinea i pregi espressivi della fotografia lieve, che sfiora i sentimenti... per sollecitarli. A questo punto, chi si ferma alla superficie apparente delle sue raffigurazioni, senza approdare alla loro rappresentazione, ha modo e tempo per perdere questa opportunità e rinchiudersi nei propri pre/giudizi: bravo è quel fotografo che concede anche questo. Che permette a ciascuno di rimanere l’idiota che è. Per cui, ne siamo più che convinti, certi addirittura, lui ne avrà sentite delle belle. Speriamo soltanto che non le esterni, neppure a noi, e ci lasci vivere nell’inconsapevole limbo dell’intelligenza del pensiero e delle parole dette. L’entusiasmante collezione di ritratti di donne dalle forme sovrabbondanti, nude e seminude, compilata da Yossi Loloi con ammirevole bravura (non soltanto formale, ma di contenuto), si offre e propone come riflessione sul tema del modello estetico dominante e dell’accettazione fisica. Come
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Entusiasmante nei propri contenuti, confezionati in una forma impeccabile (a tutti palese; ma, attenzione!), il progetto Full Beauty, di Yossi Loloi, è uno dei più affascinanti, convincenti e coinvolgenti di questi ultimi (tormentati) tempi fotografici. Oltre gli intendimenti originari, l’operazione realizzata approda alla autentica celebrazione di quella fantastica mediazione visiva che converte la sola raffigurazione fotografica, oggettivamente indispensabile, in rappresentazione convincente. Questa entusiasmante collezione di ritratti di donne dalle forme sovrabbondanti, nude e seminude, si offre e propone come riflessione sul tema del modello estetico dominante e dell’accettazione fisica. E tanto altro, ancora
LETTERA DA
A LONTANO
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certificato ufficialmente, è particolarmente significativo che una critica alla bellezza standardizzata e alla dittatura estetica dei media abbia solennemente preso “corpo” (è il caso) nello studio di uno dei più eminenti interpreti della fotografia di moda, Gian Paolo Barbieri, che per la prima volta ha aperto al pubblico le porte della sua officina creativa. Così, paradossalmente (?), nello stesso spazio nel quale cen-
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tinaia di modelle e celebrità si sono alternate nell’incarnare in molte interpretazioni lo stesso ideale di perfezione, si è potuta ammirare la bellezza straripante di corpi femminili dalle forme morbide ed esagerate. Già: morbide ed esagerate! Yossi Loloi ha avvicinato ed esaltato la femminilità delle sue modelle, trasformandola in puro estetismo; quasi un manifesto contro l’uniformità del gusto e l’omologazione estetica.
Con consapevolezza, l’autore ha applicato una straordinaria lezione fotografica, che è creativa anche in relazione alla declinazione convinta (e convincente) del suo lessico: a differenza della parola, va riconosciuto un valore proprio della fotografia (da applicare e usare con rigoroso giudizio -etica, morale e deontologia dell’autore-): la grande rivoluzione della fotografia è stata quella di mostrare la
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realtà senza apparenti mediazioni e da qui, forse, è nata la sua diffusione e popolarità anche come documento. E questo di Yossi Loloi è proprio un “documento”. Per quanto è vero che la sottocultura produce stereotipi (quanti ne avrà incontrati l’autore, nei pre/giudizi sui suoi soggetti, in quanto fisicamente abbondanti, in quanto donne, in quanto nude, in quanto...), è altrettanto vero che la cultura pro-
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duce invece archetipi, dei quali arricchirsi e andare fieri. Autore di statura, Yossi Loloi ha realizzato un’opera di rara bellezza, sia formale sia di contenuto. Oltre il soggetto esplicito, che stabilisce un punto fisso che scarta a lato ogni sovrastruttura e codifica termini e spessore della ricerca fotografica contemporanea, è opportuno riflettere sulla sostanza della questione.
Si è soliti affermare che quando si ha un minimo dubbio, non ci sarebbero dubbi. Nel senso che il dubbio può essere sia una delle più evidenti manifestazioni di intelligenza, sia una condizione esistenziale con la quale convivere. Di fronte al progetto di FullBeauty, di Yossi Loloi (www.fullbeautyproject.com), non ho soltanto un minimo dubbio: sono addirittura sepolto dai dubbi. Uno, articolato, sopra tutti!
Basta/basterà la sua statura di autore per far compiere alla Fotografia (anche soltanto italiana, soprattutto italiana) quel balzo in avanti che da tempo ci si auspica? Quel balzo in avanti grazie al quale la forma dell’immagine abbia senso per se stessa, e basti, e non alteri i discorsi, le riflessioni, le osservazioni e quanto d’altro sui contenuti? L’operazione con la quale Yossi Loloi elimina in un sol colpo mol-
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ALLO STUDIO BARBIERI
si sono alternate nell’incarnare in molte interpretazioni lo stesso ideale di perfezione. In cambio di passo, lo stesso luogo ha permesso di ammirare la bellezza straripante di corpi femminili dalle forme morbide ed esagerate. Se solo le pareti potessero parlare e raccontare! Quindi: la forma del contenuto. La raffinatezza, il garbo e il gusto di Gian Paolo Barbieri, coadiuvato dall’esemplare assistente Emanuel Randazzo, hanno confezionato un allestimento a dir poco imponente. Utile, non soltanto necessario, per apprezzare appieno gli ingrandimenti di generose dimensioni che compongono la fantastica galleria FullBeauty.
ZAST
Come annotato e certificato, la galleria di ritratti di FullBeauty, di Yossi Loloi è stata presentata allo studio Barbieri, dove è rimasta esposta dal ventotto ottobre al dieci novembre. Anzitutto: questi fantastici, lievi ritratti di donne dalle forme sovrabbondanti, nude e seminude, che si offrono prima di tanto altro come riflessione sul tema del modello estetico dominante e dell’accettazione fisica, sono stati allestiti in uno studio, quello dell’eminente Gian Paolo Barbieri (a nostro giudizio il più significativo fotografo italiano contemporaneo), nel quale centinaia di modelle e celebrità
te parole sul ritratto dei nostri giorni (abusato nel fotogiornalismo, ed è un altro discorso, già fatto; abusato nella fotografia espressiva, e ne dovremmo discutere) e sulla fotografia in posa è/sarà anche operazione capace di convincere la più approfondita e qualificata discussione sulla Fotografia? Sulle sue emozioni, sulle sue fantastiche visioni, sulla sua coinvolgente e appassionante mediazione? In effetti, in un’epoca -quale è la nostra odierna- nella quale produrre “buone” fotografie inutili è più che facile, scontato addirittura, la Parola fotografica dovrebbe poter andare oltre, fino a occuparsi della sostanza dell’immagine: il suo Tempo, Spazio, Anima e ancora altro. Come ho intuito, e ormai accettato, alla fine del giorno verrò punito per la mia gentilezza. Ma non ne posso fare a meno, e continuo a considerare ogni percorso fotografico individuale anche per quanto può e riesce a dare a quel complesso collettivo e globale di nozioni, al quale ciascuno di noi può attingere, in un viaggio di continua andata-e-ritorno. Di-
ciamola come più ci piace (dare per avere, restituire focaccia per pane), ma la questione è proprio questa. Viviamo e pensiamo per quanto le esperienze nostre si integrano a quelle altrui, per quanto le esperienze altrui arricchiscono le nostre. Del resto, come sono solito pensare, nello svolgimento quotidiano della mia esistenza monoliticamente imprigionata nel solo mondo della fotografia, qualsiasi viaggio nella vita, se non fosse intrapreso per ragioni umane e con comprensione e amore, sarebbe un viaggio assolutamente inutile. Dovremmo parlare sempre e soltanto di qualcosa che vale la pena ricordare, dal momento che l’anima e l’emozione possono spesso trasformare in realtà antichi sogni. La fonte dell’arte è quella stessa fonte che alimenta la Vita e l’evoluzione dell’esistenza. Così facendo, alimenta anche la nostra immaginazione e i sogni di tutti noi. Lo scrittore Hanif Kureishi ha puntualizzato che «Se vivere è un’arte, è un’arte strana, che dovrebbe comprendere tutto, e in particolare un forte piacere. La sua forma evolu-
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ta dovrebbe comprendere un numero di qualità fuse insieme: intelligenza, fascino, fortuna, virtù, nonché saggezza, gusto, conoscenza, comprensione, oltre all’accettazione del fatto che l’angoscia e il conflitto fanno parte della vita. [...] Le persone di cui penso che vivano con talento sono quelle che hanno vite libere, che formulano grandi schemi e li vedono realizzati. E loro sono anche la migliore compagnia». Io ho conosciuto Yossi Loloi in occasione della presentazione pubblica della sua galleria FullBeauty; la sua è una fantastica compagnia: dal vivo, e attraverso le sue immagini. In questo caso, già dal titolo, fin dal titolo, Yossi Loloi svela e rivela il proprio proposito, dichiaratamente ed esplicitamente Beauty: e non ci sono/siano dubbi! Oltre gli intendimenti originari, l’operazione realizzata approda alla autentica celebrazione di quella fantastica mediazione visiva che converte la sola raffigurazione fotografica, oggettivamente indispensabile, in rappresentazione convincente. Da e con Enzo Jannacci, da Lettera da lontano, in Come gli aeroplani (2001): «Lettera da seguire le parole con l’indice di una mano / Lettera scritta fuori dai denti / Lettera che sembra una canzone d’amore / Lettera a chi si rifiuta di accettare comici, musicanti, poeti, medicastri e cantori di canzoni / Lettera consegnata a voce a tutta la gentile normale ipocrita massa di rompicoglioni». ❖
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1839-2009
la finestra di Gras Dalla Relazione di Macedonio Melloni 2009.unaRicordando pagina, una illustrazione alla svolta di Akio Morita
Come dire, dal dagherrotipo all’acquisizione digitale di immagini. E consecuzioni
1839. Dal sette gennaio al dodici novembre sedici pagine, tre illustrazioni
Tappe fondamentali, che si sono proiettate sul linguaggio e l’espressività, con quanto ne è conseguito e ancora consegue Relazione attorno al dagherrotipo diciotto pagine, tre illustrazioni
1839. Fotogenico disegno dieci pagine, quattro illustrazioni
1888. Box Kodak, la prima diciotto pagine, quarantacinque illustrazioni
1913-1925. L’esposimetro di Oskar Barnack ventiquattro pagine, cinquantotto illustrazioni
1947 (1948). Ed è fotografia, subito ventiquattro pagine, sessantadue illustrazioni
1981. La svolta di Akio Morita dodici pagine, ventisei illustrazioni
• centosessanta pagine • nove capitoli in consecuzione più quattro, tre prima e uno dopo • duecentosessantatré illustrazioni 1839-2009 Dalla Relazione di Macedonio Melloni alla svolta di Akio Morita di Maurizio Rebuzzini Prefazione di Giuliana Scimé 160 pagine 15x21cm 24,00 euro
F O T O G R A P H I A L I B R I Graphia srl • via Zuretti 2a - 20125 Milano 02-66713604 • graphia@tin.it
2009. Io sorrido, lui neanche un cenno dieci pagine, ventisette illustrazioni
Le paternità sono ormai certe otto pagine, tredici illustrazioni
2009. Alla fin fine cinque pagine, quindici illustrazioni
PANORAMICHE D’OGGI
di Lello Piazza
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io benedica chi ha inventato la fotografia digitale. Su base tecnologica nuova,quanto innovativa, va detto!, le opportunità creative che gli apparecchi della nuova era mettono a disposizione dell’appassionato sono, a volte, fantastiche. E ci si diverte pure un sacco. Sia in ambito professionale (utilità pura), sia altrimenti (straordinaria fotoricordo), tutto è talmente cambiato, in meglio, da non avere dubbi. Chi li dovesse avere, alla luce di conseguenze/consecuzioni anche discutibili, tenga conto di doversi riferire alla società, alla maleducazione, più che alle tecnologie: in fotografia, per quanto ci interessa direttamente, e altrove, in senso più generale e globale. Il mio più recente grande divertimento è stato quando ho avuto per le mani la Sony Nex, una configurazione mirrorless, presentata in due modelli, Nex5 e Nex-3, commercializzati all’inizio dell’estate. Certo, l’eleganza del design; ancora certo, la qualità degli obiettivi; immancabilmente certo, la possibilità di disporre di un’intercambiabilità di obiettivi in
Per quanto le nuove Sony Nex-5 e Nex-3 siano ricche di consistenti caratteristiche tecniche e funzioni di utilizzo, soffermiamoci soltanto, ma anche soprattutto, sulla possibilità di realizzare convincenti panoramiche, sia in orizzontale, sia in verticale, impostando l’apposita modalità che mette a frutto una sequenza rapida di scatti adeguatamente programmati. Per il resto, ognuno per sé indaghi e valuti le fantastiche opportunità a disposizione della ripresa fotografica nell’era digitale. Non scherziamo affatto! Epoca di straordinarie opportunità e altrettanto estrose gratificazioni individuali
Lello Piazza, qui in autoritratto riflesso (con Nex-5), considera discriminante la funzione delle Sony Nex-5 e Nex-3 di realizzare scatti in sequenza rapida, finalizzati alla combinazione di panoramiche di dimensioni tali da rendere il risultato assolutamente unico.
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Compatte mirrorless a obiettivi intercambiabili e visione diretta sul monitor LCD da tre pollici, le Sony Nex-5 e Nex-3 sono fantastiche configurazioni che danno avvio a una nuova/innovativa interpretazione della fotografia. Oltre le prestazioni proprie, infinite doti di alta personalità, tra le quali la restituzione panoramica in postproduzione.
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costruzioni ottico-meccaniche sostanzialmente tascabili; irrimediabilmente certo, il fatto che registrino video in Full-HD (in HD, la Nex-3). Questi, e altri ancora, tutti da apprezzare, sono pregi da non sottovalutare. Anzi, è addirittura vero l’esatto contrario. Ma ciò che mi ha colpito maggiormente, e persino affascinato, è la funzione di scatti in sequenza rapida, nata, creata e proposta per realizzare visioni panoramiche di dimensioni tali da rendere il risultato assolutamente unico, non paragonabile a quello che si potrebbe ottenere con un obiettivo ipergrandangolare. La panoramica in postproduzione funziona così. Sulla Sony Nex si imposta la direzione lungo e verso la quale si intende realizzare la visione panora-
mica (non necessariamente, né solamente in senso orizzontale, lungo l’orizzonte): da sinistra a destra, da destra a sinistra, dal basso in alto, dall’alto in basso. Poiché il software non è scritto per pazzarielli, il movimento della Nex deve essere rettilineo e non, per esempio, ondeggiante, questo è da sottolineare. Infatti, il processo di fotografia in sequenza si blocca se e quando, durante la ripresa, si devia (troppo) dalla linearità ottimale. Ma le macchine fotografiche, si sa, sono macchine, lo rivela subito la loro stessa definizione. E se si è molto abili, talvolta queste sequenze sono pilotabili per ottenere risultati un poco biz-
Panoramiche combinate con l’apposita funzione della Sony Nex-5: compatta mirrorless a obiettivi intercambiabili, che offre prestazioni consistenti. Per la restituzione panoramica in postproduzione, sulla Sony Nex si deve impostare la direzione lungo e verso la quale si intende realizzarla: da sinistra a destra, da destra a sinistra, dal basso in alto, dall’alto in basso.
Quando il software panoramico si sente tradito dal modo con il quale si ruota/muove la Sony Nex, l’operazione di messa in sequenza degli scatti abortisce, e prosegue con fotogrammi completamente neri. Per ingannare il sistema di controllo della Sony Nex occorre muoversi molto lentamente, magari ruotando il corpo macchina su se stesso. L’impresa non è affatto facile, perché il software vigila attentamente, e quindi, nei vari e ripetuti tentativi, si andrà incontro a molti fallimenti, che compongono i tratti dell’esperienza personale, per approdare, infine, al risultato desiderato.
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Nelle raffigurazioni volontariamente distorte (con senso espressivo finalizzato), il file risulta di dimensioni diverse da una vera e propria panoramica.
SONY NEX-5 (E NEX-3), IN SINTESI Risoluzione Sensore APS-C Accensione Ritardo di scatto (senza prefocussing) Ritardo di scatto (con prefocussing) Sequenza (fino a) Sequenza massima in scatto continuo Tempi di otturazione Autoscatto Esposizione Modalità Scena Bilanciamento del bianco Sensibilità Flash in dotazione Acquisizione e registrazione Monitor LCD Video Batteria ricaricabile Slot per card Connessioni Dimensioni e peso Distribuzione
Certo, l’eleganza del design delle Sony Nex-5 e Nex-3; ancora certo, la qualità degli obiettivi; immancabilmente certo, la possibilità di disporre di un’intercambiabilità di obiettivi in costruzioni ottico-meccaniche sostanzialmente tascabili; irrimediabilmente certo, il fatto che registrino video in Full-HD (in HD, la Nex-3). Ma ciò che ci ha colpito maggiormente, e persino affascinato, è la funzione di scatti in sequenza rapida, nata, creata e proposta per realizzare visioni panoramiche.
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14,6 Megapixel / 4592x3056 pixel Exmor Cmos, 23,4x15,6mm 2,20 secondi 0,50 secondi 0,02 secondi 7 fotogrammi al secondo (AF/AE bloccati) 14 fotogrammi da 30 secondi a 1/40.000 di secondo programmabile Auto programmato (P); Auto a priorità dei tempi (S); Auto a priorità dei diaframmi (A); Manuale (M); Bracketing automatico 8 automatico; personalizzabile; 6 impostazioni preordinate da 200 a 12.800 Iso equivalenti (7 step) On, Off, Auto, Slow-sync, Anti occhi rossi, Sincronizzazione sulla seconda tendina Jpeg (in 3 gradi di compressione), Raw, DCF 3 pollici a 921.600 pixel / Zoom durante il preview / Index durante il preview / Slideshow durante il preview Full-HD 1920x1080 pixel a 30 fotogrammi al secondo (Sony Nex-3: HD720p, in formato Mp4) Li-Ion Memorystick, SD, SDHC, SDXC interfaccia PC (USB, HDMI) 110x58x38mm, 229g Sony Italia, via Galileo Galilei 40, 20092 Cinisello Balsamo MI
zarri (che solitamente vengono nobilitati in “creativi”), realizzando visioni distorte, lontane dalla realtà del soggetto inquadrato e fotografato. Per ingannare il sistema di controllo della Sony Nex occorre muoversi molto lentamente, magari ruotando il corpo macchina su se stesso. L’impresa non è affatto facile, perché il software vigila attentamente, e quindi, nei vari e ripetuti tentativi, si andrà incontro a molti fallimenti, che compongono i tratti dell’esperienza personale, per approdare, infine, al risultato desiderato. Quando il software panoramico si sente tradito dal modo con il quale si ruota/muove la Nex, l’operazione di messa in sequenza degli scatti prosegue con fotogrammi
completamente neri [come sottolinea l’esempio pubblicato a pagina 47]. Dove il soggetto risulta distorto, il risultato finale ha dimensioni molto diverse da una vera e propria panoramica; addirittura, la sua dimensione in pixel può essere inferiore a quella degli scatti standard. Se una fotografia scattata con l’impostazione standard dimensionalmente è 4592x3056 pixel (pari a poco più di quattordici Megapixel), la panoramica può pesare fino a 8192x1856 pixel, ma essere anche di dimensioni imprevedibili, come i 3872x2160 pixel delle panoramiche distorte. Comunque, buone panoramiche, buone visioni orbicolari. Ma, soprattutto, buona fotografia nell’era digitale. Capito? ❖
via San Giorgio 3, 40121 Bologna 340-0710216 www.contemporaryconcept.it info@contemporaryconcept.it Dall’11 dicembre all’11 febbraio 2011 lunedì-venerdì 9,30-13,00 - 15,30-19,00 sabato 10,00-19,00 domenica su appuntamento
trentadue visioni più una dalla Collezione di Maurizio Rebuzzini fotografie di Irving e Paula Klaw a cura di Filippo e Maurizio Rebuzzini responsabile del progetto e art director Gaetano La Mantia
Con il contributo di
I AM BETTY PAGE
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IL PIÙ GRANDE! di Angelo Galantini
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ette anni fa, riferendosi all’edizione originaria Goat - Gratest of all Time, l’autorevole settimanale tedesco Der Spiegel attestò: «Questo non è un libro. È un monumento sulla carta. Il libro più imponente nella storia della civiltà, il più grande, più pesante, il più luminoso mai stampato. È l’ultima vittoria di Ali». Incontestabile, incontestato; ammirevole, ammirato; condivisibile, condiviso; sottoscrivibile, sottoscritto; approvabile, approvato. Ora, Taschen Verlag, editore dai mille e mille meriti, declina quella Collector’s Edition, ai tempi proposta in novemila copie numerate e firmate, per e verso un pubblico numericamente più ampio: Greatest of all Time - A Tribute to Muhammad Ali ripete e conferma il proprio tributo, in un consistente volume di seicentocinquantadue pagine 33x33cm, due delle quali si dispiegano su quattro facciate, per tre chili e seicento grammi di peso fisico, per un peso non misurabile di emozioni e coinvolgimenti. Come spesso sollecitiamo: a ciascuno, il proprio, i propri.
Houston Astrodome, 14 novembre 1966: Muhammad Ali esulta dopo il knockout con il quale ha steso Cleveland Williams (fotografia di Neil Leifer).
Il Campione, maiuscola volontaria e consapevole, è tornato! Muhammad Ali, il più grande pugile di tutti i tempi (forse? certamente!), uno dei simboli dello sport, è celebrato in una monografia che ne ripercorre la luminosa carriera; esplicito: Greatest of all Time - A Tribute to Muhammad Ali. Tra gesti atletici, tanti e indimenticabili, e inderogabili scelte di vita, un simbolo dei tempi, un esempio di coerenza e volontà (chi non le ha seguite in cronaca, per propria anagrafe, si informi: ne vale la pena). Un incontro che può fare la differenza nella vita. Complice accertata la fotografia, il racconto di un’epopea 51
Greatest of all Time A Tribute to Muhammad Ali, a cura di Benedikt Taschen; Taschen Verlag, 2010; 652 pagine 33x33cm, cartonato con sovraccoperta, due gatefolds; 99,99 euro.
(pagina accanto) Un giovane Muhammad Ali, ancora Cassius Clay, all’indomani delle Olimpiadi vinte a Roma, nel 1960, al Miami Beach Fifth Street Gym, nel 1961 (fotografia di Flip Schulke).
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Universalmente acclamato come il più grande atleta dell’era moderna, capace di allineare la propria disciplina dello sport con inflessibili coerenze esistenziali, condotte ben oltre le convenienze alle quali tutto il mondo ormai si piega (leggiamo, impariamo, cambiamo il nostro quotidiano: sarebbe ora!), Muhammad Ali non è stato grande soltanto sul ring, dove pure lo è stato, eccome, ma grande in tutti i sensi: un esempio. Lo ripeto, ribadendolo: chi, per propria anagrafe, non ne ha seguìto l’esistenza in cronaca, si informi. Ne vale la pena: facendolo, incontra un simbolo dei tempi, un esempio di coerenza e volontà. Un incontro che può fare la differenza nella vita. Complice accertata la fotografia, il racconto di un’epopea. Alle Olimpiadi di Roma, del 1960, dove conquistò la medaglia d’oro di categoria, fu una folgorazione. Negli anni a seguire, il suo impegno civile fu un esempio. Ora, Taschen Verlag, sui cui meriti potremmo compilare pagine e pagine di lodi, onora questa autentica leggenda vivente con una edizione libraria che accresce la biblioteca di chi frequenta e vive la fotografia, arricchendone al contempo il cuore: combinazione non sempre realizzabile, me-
no frequente di quanto si possa supporre. Greatest of all Time - A Tribute to Muhammad Ali, curato dallo stesso editore Benedikt Taschen in prima persona, è una potente monografia illustrata (tante le firme dei fotografi coinvolti), un libro epico: vibrante, tanto quanto lo è stato, nella propria vita, il grande Ali, il più grande di tutti. Pagina dopo pagina, questo imponente volume rivela il coraggio, la profondità, la creatività e l’energia abbagliante di un uomo straordinario. Proprio la fotografia scandisce il ritmo della narrazione: migliaia di immagini, di oltre cento professionisti, raccontano sia i momenti pubblici sia quelli privati di un autentico eroe del nostro tempo. A completamento, sia chiaro “a completamento”, perché è la fotografia l’autentica protagonista del libro, saggi originari, interviste e altri testi chiudono il cerchio. In chiusura, due annotazioni d’obbligo. Una, la prima, riguarda la tristezza delle gerarchie con le quali l’intellighenzia fotografica etichetta le immagini, distinguendole in categorie meritevoli e meno meritevoli (?). Oltre la documentazione e certificazione del proprio soggetto esplicito, lo sport non è mai preso in considerazione: errore,
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Ritratto di Carl Fischer, del 1967, ispirato al Martirio di San Sebastiano, interpretato da numerosi pittori, a partire dal Perugino (affresco del 1505 nella chiesa di San Sebastiano, a Panicale, in provincia di Perugia). Ritratto pubblicato in copertina, da Esquire, nell’aprile 1968, quando Muhammad Ali venne privato dei suoi titoli pugilistici per aver rifiutato di prestare servizio militare nella guerra in Vietnam, in relazione alle proprie convinzioni religiose.
Benedikt Taschen, editore e curatore della monografia Greatest of all Time - A Tribute to Muhammad Ali, incontra Muhammad Ali negli uffici della filiale californiana della casa editrice, sul Sunset Boulevard, di Hollywood (fotografia di Howard L. Bingham).
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orrore! A parte tanti personalismi (io ho i miei, tutti abbiamo i nostri), a parte l’eleganza e fantastica bellezza di tanti gesti atletici, c’è una fotografia di sport che ha lo stesso contenuto emotivo di tutta la fotografia: racconto di vita, osservazione di esistenze, sintesi di commozioni che non si esauriscono in cronaca. La seconda è in conseguenza, di conseguenza. La bellezza della fotografia è tanta e tale che merita (meriterebbe) di non dipendere da barriere e steccati. La fotografia, tutta la fotografia, senza soluzione di continuità, racconta il Tempo, la Vita, l’Esistenza, trasmigrando e distribuendo emozioni e sentimenti. E non lasciamo che i sentimenti se ne vadano. Se ne possano andare. ❖
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VISIONI PER Ancora un ritrovamento tra le pieghe del Caso, che combina incontri fantastici. È proprio vero, come ci è stato detto: non siamo noi che cerchiamo gli oggetti, ma gli oggetti che trovano noi. Invece di un turismo di maniera, a Pechino abbiamo frequentato (al solito, come al solito) librerie e dintorni. In una libreria antiquaria ci siamo imbattuti in una edizione neppure tanto lontana, o forse sì, del 2003: Sight For Remembrance, firmata da un irrintracciabile Zhan Xulong, che si presenta e propone come First Photography of Nude’s Charm from The Chinese Dance. Fotografia di nudo estranea al neo colonialismo culturale dei nostri giorni. Ecco qui di Antonio Bordoni
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nnesima scoperta per caso, per quel Caso che indirizziamo con i nostri comportamenti e i nostri passi. Rintracciata e recuperata in una libreria antiquaria di Pechino, raggiunta invece di altra forma di turismo occidentale (shopping sfrenato e dintorni), la monografia Sight For Remembrance, in traduzione ufficiale dagli ideogrammi cinesi originari, completa la propria identificazione di visione/quadro per la memoria con la specifica di rito: First Photography of Nude’s Charm from The Chinese Dance (vogliamo dire, prima fotografia di fascino dalla scuola di danza cinese?). Ciò detto, subito una precisazione d’obbligo: in Rete non si trova nulla al suo proposito, e neppure il fotografo autore, Zhan Xulong, è significativamente presente (qualcosa soltanto attraverso quei social network -anti-social network? dovremmo rifletterne- che fin che riusciamo ci rifiutiamo di frequentare). Pace. Andiamo a braccio, a emozione, a sensazione, lasciandoci guidare da quel piacere della fotografia senza confini, né preclusioni, che indirizza e governa la nostra esistenza, sia pubblica (qui e ora, anche), sia privata. Pubblicato nel 2003, e del tutto sconosciuto in occidente, ma ipotizziamo anche in patria, Sight For Remembrance è un progetto che merita (meriterebbe) di essere conosciuto. La successione dei nudi espliciti presentati sulle sue pagine di generose dimensioni (25,8x35cm) è assolutamente avvincente. Da una parte, per fortuna soltanto formale, questi nudi risentono di una sorta di neo colonialismo (quello che esporta e impone ovunque la cultura occidentale), soprattutto nella messa in pagina e nella scomposizione per capitoli consequenziali e indirizzati (la cui specifica conta niente); dall’altra, però, nei propri contenuti, mantengono e affermano solidi princìpi di una raffigurazione visiva che dipende più da tradizioni nazionali che da importazioni culturali dell’ultima ora. E della penultima. Così che, pur nel Terzo millennio, pur in un’atmosfera di spocchiosa globalizzazione generalizzata, l’incontro è a dir poco affascinante e coinvolgente. Non possiamo certificare se si
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tratti effettivamente della prima espressione contemporanea di nudo fotografico cinese; di certo, non se ne sono mai visti tanti. Anzi, nessuno per il vero. Comunque, non sono nudi all’occidentale, con volti orientali, ma nudi che ricalcano un altro percorso espressivo, che fa piacere incontrare. Come appena rilevato, non entriamo nel merito delle scomposizioni in capitoli, e allo stesso momento non prendiamo in considerazione le ambientazioni più didascaliche e ingenue (per dire, la presenza di tastiere di computer e mouse, nella sezione “Office”: terribili! da saltare a piè pari). Mentre ci soffermiamo con appassionata partecipazione sulle evocazioni più lievi,
LA MEMORIA
che sposano gli inevitabili connotati della fotografia contemporanea con uno spirito e un sentimento che hanno radici visive ed espressive profonde e lontane. Già, “fotografia contemporanea”; sì, inevitabile. Non possiamo chiedere a nessuno di non vivere ed agire al passo con i tempi; così dai backstage distribuiti lungo il percorso della monografia, in elegante accompagnamento alle immagini, registriamo che la metodologia fotografica di Zhang Xulong è coincidente con quella di qualsivoglia sala di posa del mondo: flash elettronici di potenza adeguata, diffusori della luce, pannelli di rischiaramento. Quindi, la ripetizione di molte composizioni quadrate, qualcuna
perfino comprensiva di “sporchi” di lavorazione presto riconosciuti, fa dedurre l’impiego di un apparecchio fotografico 6x6cm, con quanto ne consegue in termini di trascrizione lessicale (considerazione nota a coloro i quali ammettono e accettano la consecuzione tra tecnica e creatività: ne abbiamo scritto tante volte, non è escluso che lo faremo ancora tante altre; è una promessa). Già, “fotografia contemporanea”; sì, inevitabile. Ma declinazione significativamente diversa da quella che attraversa il mondo occidentale e che, come già sottolineato, dipende da altri percorsi culturali individuali e su questi si basa. Sia l’espressi(continua a pagina 61)
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(continua da pagina 57) vità di toni volontariamente abbassati e di contrasti ammorbiditi, sia le scenografie spesso abbondanti, mai in modo fastidioso, non appartengono al linguaggio fotografico che definisce l’attuale fotografia occidentale (che per molti è l’unica che c’è), da tempo indirizzato verso la precisazione di soggetti ben identificati all’interno della composizione/inquadratura. Ma non è soltanto questo che stabilisce una affascinante differenza, una di quelle differenze espressive che rendono immortale la riflessione pacata e intelligente sulla fotografia. Del resto, come già richiamato su queste stesse pagine, in tante altre occa-
sioni, il linguaggio fotografico ha un sapore unico e irrinunciabile, che ne sancisce l’alto valore: quello di essere persino una straordinaria combinazione di regole logiche e usi arbitrari. Per paradosso, ma neppure poi tanto paradosso, questi nudi del cinese Zhang Xulong, che sono anche nudi cinesi del fotografo Zhang Xulong (e ci sarebbero sia coincidenze sia divergenze), sono esattamente questo: regole logiche della raffigurazione fotografica e usi arbitrari per raggiungere la rappresentazione fotografica. E adesso dobbiamo riferirci al soggetto: al nudo. Qual è il gesto di Zhang Xulong? Mentre propone una stratificazione di richiami e riferimenti, di fatto consegna all’osservatore una autentica scomposizione ed eliminazione di segni. A partire dal rigore delle composizioni, così ricche di informazioni, l’autore arriva a evocazioni da sogno, che fanno sognare. È più che incredibile, straordinario addirittura, ma alla fine le sue fotografie impongono la riflessione personale. Ciascuno compia le proprie. Io le mie le ho già fatte. Probabilmente, spingendo il sogno in là, molto in là (troppo in là?), vorrei possedere fisicamente le donne che ha composto in inquadrature niente affatto segreganti. Questa di Zhang Xulong, raccolta nella serie Sight For Remembrance, visione/quadro per la memoria, non è certo una fotografia che può essere definita erotica, oggi che per erotismo si intende l’inutile e insolente raffigurazione di anatomie esplicite. Però è una fotografia di sogno, già l’ho scritto. Eccezionali sono i suoi corpi veri (!) offerti con solare complicità. Che bello poter amare queste donne, offerte alla dimensione onirica della speranza. ❖
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Parliamone di Valerio Gabardi
È
È l’acronimo di Per Grazia Ricevuta. Di norma, sono cuori in argento, una lamina sottile con le tre lettere sbalzate in maiuscolo. Ne sono piene le chiese, ma soprattutto i santuari italiani. Stanno a significare che qualcuno a chiesto a Qualcuno una grazia e che questa grazia è arrivata. Capire quanto per l’intercessione di Qualcuno o quanto perché era nel destino che la pena dovesse finire, dipende da un’altra grazia, che davvero non arriva a tutti, e che si chiama fede. Proprio davanti al Santuario della Madonna di Pompei, venerato oltre le cristiane competenze come è tipico delle popolazioni del sud, dove
P.G.R.
A Pompei, davanti al Santuario della Madonna, una serie di testimonianze della chimica della fotografia, che oggi si presentano, offrono e propongono... per grazia ricevuta.
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il confine tra il sacro e il profano non è mai accuratamente definito -come non lo era nelle pregresse religioni, che proprio in quelle terre hanno imperato, pensando ai fenici, ai lucani, ai romani e alle influenze della Magna Grecia-, c’è un solido negozio di fotografia. Dal numero di vetrine e dai logotipi che ne adornano (ancora) le facciate, si intuisce che non si tratta di un mero negozio di souvenir, cartoline, plasticoni di Kodachrome con le più belle immagini del luogo, pellicole, solo a colori, solo da 100 Iso e solo da dodici pose. Quei marchi sono alcuni dei più importanti della storia della fotografia, ed è doveroso notare quanto, ai tempi della pellicola, fossero notevolmente più importanti, più visibili e più vistosi proprio i marchi delle pellicole, piuttosto che quelli dei loro contenitori, vale a dire della macchine fotografiche. Eccoli, sono ancora lì, rosolati dal solleone e rosi dalla pioggia, quasi dei PGR, dove, volendo, gli occhi della statua della Madonna di Pompei, che svetta dal campanile della piazza antistante, potrebbero -eccomeposarsi e, così, trasformarli in PGR. Ma, niente da fare: la pellicola ancora si trova, e senza neppure troppa fatica; ma interessa sempre meno, e soprattutto ai più interessa sem-
pre meno pensare che facilmente ha gli anni, ottimisticamente, contati. Sarà forse davvero venuto il momento di comprendere il digitale, di non considerarlo come un’alternativa, ma come l’unica risorsa disponibile per continuare a cogliere e a raccogliere attimi fuggenti. Noi, almeno, le abbiamo documentate, fissandole nel tempo e per il tempo. Ovviamente, usando una reflex digitale. Sono marchi a noi ben noti, ma sempre meno noti al pubblico. In attesa di una grazia... ❖
Sguardi Cinema su
di Pino Bertelli (Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 6 volte novembre)
L
PAOLO CARDONE
La fotografia ai tempi della civiltà dello spettacolo strappa le maschere e i travestimenti dell’arte truccata o è solo un’ecumenica fanghiglia consumistica, che riduce il linguaggio fotografico a una frenesia dell’ignoranza che affoga nello spavento della comunicazione e nell’infamia del mercimonio. La fotografia, quando è autentica, non può mai venir ridotta a merce; pertanto, conoscere la fotografia del desiderio significa conoscere già la realtà quale è. Il rapporto della fotografia del desiderio con la verità, il suo modo di vedere il mondo e raccontarlo, è anche l’espressione profonda della sua libertà; la fotografia così fatta si colloca tra la poetica dell’immaginario liberato e la critica radicale della società omologata, Pier Paolo Pasolini diceva. Il passato della fotografia, di tutta la fotografia, è il suo presente assassinato o il suo canto magico che insorge contro l’indifferenza dell’esistente. L’iconografia del piacere, che è al fondo della fotografia del desiderio, lavora sul gusto dell’evidenza e il senso dell’ambiguità: non dissemina certezze, né architetta minacce: coglie l’accadere sui crinali dell’ordinario e iscrive nella storia violata l’epifania di ogni strappo scippato alla realtà. Non c’è altra fotografia che quella di oggi, quella che ora “io” posso pensare, affabulare e vivere. La fotografia della diserzione o del piacere estremo (come la parola vera) brucia: divora chi non è preparato a riceverla, Balzac annotava. I miracoli sono stati inventati solo per gli stupidi o i deboli di spirito.
SULLA FOTOGRAFIA DELL’INTUIZIONE La fotografia dell’intuizione è una ritrattistica del desiderio e coincide nel contatto tra fotografo e ciò che fotografa. L’intuizione si spinge contro la dialettica della desolazione e rivaluta la vita quotidia-
na in contrasto ai meccanismi di produzione e circolazione della società comsumerista. Tutti i luoghi/spazi dove si insegna, si celebra o si vende fotografia sono pieni di vomito e lordura; la fotografia corrente è là dove il mercante la vuole, ed è ciò che essa mostra. Niente è stupido quanto l’iconologia dell’artistico prezzolato o della propaganda religiosa o politica; tanto più insignificante è il simulacro da adorare, tanto più i fotografi d’accatto hanno la possibilità di avere successo nella banalità generalizzata. Le fotoscritture di Paolo Cardone (almeno quelle non alimentari o della necessità di mangia-
oscura dello zio o di momenti bambini trascorsi ad osservare sua madre che, dopo aver caricato lo châssis di una vecchia macchina a soffietto dal telaio in ghisa, si appresta ad eseguire un ritratto, curando l’esposizione, contando i secondi prima di dare il via allo scatto pneumatico. «La prima macchina fotografica arriva in regalo a Paolo [Cardone] all’età di dieci anni, e così, tra curiosità e desiderio di crescere, comincia il lungo carosello di tentativi e di pellicole che tracciano orme precise nella sua esistenza. Arrivano poi gli studi musicali e, a venti anni, il diploma di Conservatorio, l’insegnamento
«Il potere assoluto non è cosa facile: vi si segnalano soltanto gli istrioni o gli assassini in formato grande» Emil Michel Cioran re) si collocano all’interno della fotografia intuitiva, percettiva, abrasiva, anche, che raccoglie l’abbandono di ogni finalità referenziale o denotativa e lascia a briglia sciolta il disincanto dell’immaginario. È un’annunciazione del divenire legata alla pratica dell’interrogazione; eleva la fotografia all’altezza del cuore e si specchia nell’autobiografia dell’umiltà. Ecco cos’ha scritto Gianna Piano su questo fotografo dell’inquietudine: «Paolo Cardone è un fotografo per scelta e per destino. Suo nonno, postino-barbiere del paese, aveva l’hobby della fotografia, e il bromografo di legno che gli è appartenuto, e che tuttora assolve con caparbia diligenza il proprio lavoro, contribuisce a ricordare la sua figura. Paolo [Cardone] mi racconta di nascondini giocati nel buio misterioso e affascinante della camera
nello stesso Conservatorio, quindi, per otto anni, nella scuola media. Infine, sfidando un determinismo familiare e collettivo, che, in virtù di una certa sicurezza economica, vorrebbe relegare la vera passione della sua vita a banale passatempo, impara che non si può sfuggire a quella che sembra una storia già indicata e che nella vita esiste un modo di sentirsi precario ben più doloroso della instabilità finanziaria. «Si dimette, e apre uno studio fotografico. Stabilisce parametri di coerenza con se stesso: ciò che segue sono vicende umane, personali e professionali trascorse e dedicate alla ricerca, alla crescita e all’esperienza. Ampia è la geografia delle sue immagini, che diventano di volta in volta saggio, racconto, poesia. Percorrono uomini e terre ritagliando sequenze che rendono la percezione del tut-
to. I suoi fotogrammi taglienti e umani, concisi e riassuntivi, si espongono all’interpretazione del reale e alla lettura di commoventi linguaggi non verbali. «Fotografare è il suo mestiere e la sua memoria, è la sua libertà e il suo modo di trasformare in energia le immagini che giocano nella mente. Paolo [Cardone], che rifiuta incombenze pratiche e pensieri troppo razionali, in camera oscura è governato dal suo spirito sistemico e meticoloso, che lo spinge ad affrontare difficoltà tecniche a proposito dell’incisività dell’immagine o, più semplicemente, a sperimentare intrugli alchemici di luci, sviluppi e fissaggi. Ciò che ne deriva sono spezzoni di memoria e conoscenza che raccoglie su fotografie di un bianconero potente. Immagini ipnotiche. Impulsivo, sardonico, distratto e a volte brusco, è nella fotografia che esprime la delicatezza e l’intelligenza del suo cuore, anche quando le immagini che ne risultano sono implacabili e amare. Ha il privilegio di avere gli occhi aperti, e queste sono le sue più autentiche macchine fotografiche». Per la schedografia utile agli storici dal culo di piombo, riportiamo che Paolo Cardone è nato a Wilmington Delaware (Stati Uniti), nel 1963. Vive a New York. Inizia da piccolo a interessarsi di fotografia. Nel 1972, gli fu regalata la prima macchina fotografica. Diplomato al Conservatorio di Musica, dopo nove anni d’attività di docente, nel 1992, abbandona definitivamente la musica per diventare fotografo professionista. Nel 1995, si specializza nel Sistema Zonale, con Billy Hare, allievo di Minor White, e nella Stampa Manuale a Colori, con Antonio Ramos, presso l’istituto Gaudí di Lima (Perú). Collabora con diversi periodici e quotidiani e ha cura i cataloghi di diversi artisti, tra i quali Antonio Pettinicchi, Mario Serra, Lino Mastropaolo, Jo-
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Sguardi su hanna Hamman, Ediciones Wu, Alberto Casari. Sue fotografie sono state acquistate da Hasselblad, per campagne pubblicitarie. Nel 2006, pubblica il libro fotografico Mysterium Crucis - Il Venerdì Santo a Campobasso. L’attività di docente è importante. Street Photography, paesaggio urbano, pedagogia, linguaggio numerico sono i temi che tratta; fabbrica immagini per matrimoni (con qualche singolarità apprezzabile) e partecipa a mostre internazionali. A noi, però, non interessa nulla delle origini di Paolo Cardone, dov’è nato e nemmeno perché è diventato fotografo; sappiamo bene che dietro un fotografo col vezzo della bellezza, della verità o della giustizia, si cela un assassino o un poeta. Ogni lacrima ha i suoi volti. Ciò che resta impressionato nella macchina fotografica (anche digitale) è il futuro che crolla sul presente in rovina; soltanto chi ha conosciuto la sofferenza, comprende cos’è la fotografia dell’imperfezione, sa che quando l’amore scompare non resta che un’immensa violenza dell’uomo sull’uomo. Paolo Cardone impugna la macchina fotografica come prolungamento del proprio sentire, si raccorda con la memoria storica e il pensiero interrogativo che va avanti per rotture, spaesamenti, diffrazioni iconografiche. Anche i “paesaggi urbani” (l’Eur, Montecassino e Venezia, colore o bianconero) spezzano i luoghi comuni e si raccordano con la fantasia eidetica del fotografo. Le immagini che draga nelle strade esprimono un’idea del vivere insieme o accusano disuguaglianze sociali profonde. Il suo è un linguaggio dell’interruzione (anche simbolica), o passaggio da una situazione costruita; all’incontro casuale, privilegia la domanda e bandisce certezze infauste. È un fotografare che nasce e non si esaurisce nello sguardo: si lega a ciò che crede sia giusto e non teme di essere incompreso. Nulla è più sospetto del successo e chi vi si dedica anima e corpo è un demente in potenza.
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SULLA FOTOGRAFIA DEL DESIDERIO
A giudicarla dagli imbecilli che ha prodotto, la fotografia della nostra epoca sarà stata tutto, tranne che poesia maledetta. La fotografia del desiderio o dell’intuizione nasce nel disagio della propria ombra o nella crescita della sua luce; al fondo di questa visione del mondo c’è la libertà, l’amore e l’accoglienza del diverso da sé. Si tratta di fare della fraternità o dell’indignazione una tessitura estetica/etica che respinge e non giustifica gli eccessi della tolleranza. «Insegnare alle vittime a morire nel rispetto dei loro padroni è il primo pensiero del boia», aveva annotato. Il linguaggio fotografico dell’intuizione si oppone, appunto, a tutto quello che viene rappresentato (non solo con la fotografia) come modello dominante. Ogni confessione ha conosciuto la violenza del crocifisso, ogni perdono il veleno della menzogna politica. Le immagini di Paolo Cardone -volti, corpi, gesti, nella propria varietà comunicativa- ritagliano una figurazione della dismisura, qualcosa che ha a che fare con il senso della condivisione. Con una certa leggerezza emotiva, il fotografo s’immerge in derive urbane o situazioni costruite, infrangendo regole narrative o cadute estetizzanti, all’interno di spinte e inflessioni care alla fotografia di strada. L’erranza di questo fare-fotografia si focalizza sull’insieme estetico e non importa che fotografi statue, volti di vecchi, sposi distesi su un divano o abbracciati sulla terrazza di un grande albergo; quello che più fuoriesce dalla sua intrusione nell’esistenza è sempre una sorta di vagabondaggio della malinconia del vivere. Di più... il lavoro di Paolo Cardone contiene quella perdizione picaresca o randagia che aderisce a una forte emozione gioiosa e si accosta tanto ai diritti calpestati dei diseredati (l’uguaglianza davanti alla fame), quanto alla capacità di scippare il ribollire dei sentimenti “selvatici” come espressione di una felicità, forse impossibile. L’anomalia scritturale del linguaggio fotografico dell’inquietu-
dine o dell’intuizione si colloca fuori da ogni moralismo o espressione letteraria della fotografia più consumata. La complessità tecnica/scrittoria della fotografia di strada o di liberazione dell’immaginario assoggettato -l’abbiamo già scritto altrove- si ritaglia in una poetica della bellezza che include il punto di vista dei poveri. È una sorta di Teologia dei diritti umani che disvela il sistema dei poteri autoritari e afferma che la politica coloniale è figlia della politica industriale. Non esiste nessun uso innocente dell’immagine e della libertà. Potere significa oppressione, dominazione, costrizione. La democrazia dell’uguaglianza ha per fine la partecipazione degli uomini alla vita comune. In una società di liberi e uguali, ciascuno è l’espressione della propria capacità di amare l’altro, ed è parte fondante della società di mutuo soccorso alla quale aspira. A vedere bene le fotografie di Paolo Cardone, nella loro dis/armonia discorsiva -i ritratti di Johanna Hamman, le sovrimpressioni di Gianna o il controluce di una sedia di ferro su un vecchio selciato in pietre, per esempionon è difficile scorgere una capacità descrittiva che va al di là dell’amicale, del complice o dell’estetica oggettuale. La surrealtà iconografica di questi percorsi autoriali non è mai neutrale o solamente formale: c’è dentro una sete di verità atemporale che rivela qualcosa che è accaduto e “significa” altre possibilità della magia, mai svelata del tutto (ed è buona cosa), della fattografia fotografica. La fotografia autentica contiene i “segni” della terra, e quando diventa traccia o stella del suo manifestarsi, la trasparenza dei sogni (del fotografo, come di ciò che cattura con la macchina fotografica) si fa pietra. La fotografia del desiderio porta fino al punto più alto l’interrogazione dell’uomo e dei linguaggi che incrociano differenze e alterità; apre cammini, schiude eventi, sfida l’intollerabile. È estratto di una deriva artistica che azzarda avventure, passaggi, ma-
linconie infinite per qualcosa di fatale che sgocciola un’intimità dell’immaginale come memoria e ascolto di tutto quanto ha di fronte: ruba “pezzi” di vita che cadono in una fotografia e sostiene che l’unico ordine di grandezza al quale l’immagine consumerista può giungere è quello del fallimento o dell’impossibilità di amare e di essere amati all’interno di una stanchezza collettiva che coincide con la fine di un ciclo di civiltà. Il linguaggio dell’intuizione, non solo in fotografia, è anche il rovesciamento delle connivenze tra politica, merce e arte della soggezione: è il capovolgimento di una situazione data. L’immagine dell’intuizione avvolge di verità lieve la “cosa” fotografata, per accompagnarla alla soglia della poesia dove si scrive (con la luce e le ombre) la storia svelata. La chiarezza intuitiva della fotografia così vissuta è l’espressione di una doppia sensibilità: quella del cuore e dello spirito. Fotografare è coniugare infiniti sguardi sul silenzio dell’innocenza e pensare, fare, sognare la fotografia dell’intuizione è, in qualche modo, dargli la voce. La fotografia senza utopia diventa irrespirabile: se non vuole affogare nella bestialità dell’apparenza, la fotografia che conta ha bisogno di messaggeri dell’autentico. Respiriamo le sozzure (politica, religioni, saperi) del molteplice, e il cinismo o la servitù volontaria illustrano vigliaccherie sedimentate nell’apologia del consenso. La fotografia del vero uccide l’impostura e la falsificazione, che solo la rapacità dei mercati globali della sopravvivenza rendono possibile. À la guerre comme à la guerre, Louis-Ferdinand Céline diceva. À la photographie comme à la photographie, Buenaventura Durruti gridava sulle barricate di Spagna, nel Trentasei, o forse era Benjamin Péret, o Robert “Bob” Capa. Forse era un’altra storia in utopia. L’utopia è il sogno cosmogonico che non edifica nessun paradiso, né inferno, si àncora all’eversione della bellezza e lascia frammenti di eternità nelle periferie invisibili della Terra. ❖
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