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1919•2019 LA GRANDE IMPRESA

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1919 • 2019

LA GRANDE IMPRESA

Ligabue, cento anni della nostra storia


«Uno dei grandi svantaggi della fretta è che porta via tanto tempo» Gilbert Keith Chesterton


A mia figlia, Silvia Diletta. Perché la memoria sia ispirazione ed esempio.


1919 • 2019

LA GRANDE IMPRESA

Ligabue, cento anni della nostra storia


Calendario manuale in latta da parete del 1965.


Indice 13

Introduzione Inti Ligabue 19

L’arte della mercatura nei cent’anni della Ligabue Alberto Clò 31

Anacleto Ligabue Massimo Orlandini 89

Giancarlo Ligabue Massimo Casarin 123

Il nuovo millennio Inti Ligabue 139

Da Centro Studi a Fondazione Adriano Favaro 177

Mecenati dello sport veneziano Sebastiano Giorgi 189

Cento anni firmati Ligabue Riccardo Ali


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Veduta notturna della sede centrale di Piazzale Roma attiva dal 1953 al 2015. 02

Articolo del 2 marzo 1957 che illustra l’attività internazionale della Ligabue.

La grande impresa

li storici economici individuano diverse fasi in quel tumultuoso «secolo breve» che è stato il Novecento. In particolare, nella gestione delle imprese, tre grandi «ere» si sono succedute dalla metà del secolo a oggi. Il primo periodo coincide con gli anni tra le due guerre e quello immediatamente successivo: il tempo dell’euforia per la ricostruzione, dopo l’annullamento dei valori sociali determinati dai conflitti, porta a stabilità e crescita. Anni pionieristici, in cui il guadagno derivava anche semplicemente dal passaggio mercantile da un ecosistema a un altro: portare merce a distanza di pochi chilometri creava già un utile d’impresa. Carisma, entusiasmo e istinto imprenditoriale erano sufficienti, laddove il cruscotto dell’imprenditore aveva solo pochi ma essenziali strumenti: il quadrante dei ricavi e dei costi; il resto non era ancora stato inventato e neppure serviva. In questa fase, in cui iniziava a farsi strada la specializzazione, ogni impresa aveva il suo prodotto e i suoi clienti fissi, che diventavano patrimonio aziendale duraturo e inalienabile, in una specie di reciproca intesa. Gli anni Sessanta e Settanta sono invece l’epoca del boom economico e del welfare state. Come la deriva dei continenti, si mette in moto un ecosistema sociale esterno che inesorabilmente modifica gli scenari. È il tempo dei grandi movimenti di massa e d’opinione, dal femminismo ai gruppi sindacali, fino alle rivendicazioni studentesche. Compare allora il management imprenditoriale. L’economia esce dalla preistoria per affrontare un mondo che si allarga all’interpretazione della concorrenza, delle tecnologie produttive e si apre alle comunità umane più complesse. Varianti strategiche si rivolgono ai miglioramenti tecnologici per ridurre i costi, sia materiali che umani, e strumenti più sofisticati arricchiscono il cruscotto dell’imprenditore. È la nascita del budget, della previsione d’impresa a breve e a medio periodo; gestire diventa un mestiere complesso e i contesti nazionali e internazionali non sono più stabili. La vera, grande rivoluzione economica sarà dalla fine degli anni Ottanta. L’umanità che aveva impiegato due milioni di anni per passare dagli strumenti di pietra a quelli di metallo, in pochi lustri raggiunge evoluzioni tecnologiche macroscopiche e non solo quelle: lo sviluppo delle comunicazioni tra gli uomini e fra le comunità sociali, l’annullamento delle isole etniche con l’integrazione geografica, l’esplosione finanziaria, i problemi ecologici e gli aspetti geopolitici che iniziano a produrre i loro effetti nelle economie internazionali. Così l’avvenimento straordinario diventa un fatto quotidiano, imprevedibile, che colpisce imprese e stati sovrani, mettendone a dura prova le fondamenta.


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La competizione cresce esasperata al limite della sopravvivenza, il cliente diventa l’obbiettivo fondamentale dell’impresa, ben lontani gli anni in cui era un patrimonio acquisito. Da quel momento, in un solo giorno si possono perdere fette di attività rimaste tranquille per decenni. I ruoli e le attività delle aziende si modificano sotto queste pressioni selettive: acquisizioni, ristrutturazioni, ridimensionamenti e molti altri sono i convulsi comportamenti d’impresa per cercare di far fronte alla caduta dei ricavi, ma soprattutto ai sempre più ridotti margini di contribuzione. Per valutare e controllare le mille variabili, il cruscotto dell’imprenditore diventa multidimensionale e multifattoriale. È in questo contesto – con un risultato finale determinato unicamente dal mercato – che il passato, l’immagine dell’azienda, la sua ricchezza culturale, rischiano di diventare valori sempre più evanescenti. Un rischio al quale abbiamo voluto sottrarci. Quando le velocità centrifughe dell’economia aumentano e le visuali si rastremano, proprio come il presente, allora credo sia fondamentale guardare indietro per recuperare i valori culturali, umani e individuali, e cogliere, nella nostra storia e nella nostra identità, le ragioni e i valori del futuro. Bisogna talvolta fermarsi, come insegna un’antica storia degli Aymara che mio padre tanto amava: «Se siamo avanzati troppo velocemente, dobbiamo attendere che le nostre anime ci raggiungano», dicevano gli indigeni che lo accompagnavano in una spedizione sulle Ande peruviane. Se dunque è necessario connettere il passato al futuro, tenendo presente la realtà di oggi, non poteva esserci migliore occasione di una tappa tanto importante nella storia della Ligabue – i nostri primi 100 anni – per ripensare al percorso fatto, alle ragioni e agli ideali che ci hanno animato, alle vicende aziendali e familiari, inevitabilmente legate nel tempo agli eventi nazionali e internazionali, al mutare dei costumi, della politica e delle realtà economiche. Come azienda, attraverso l’attività prima del Centro Studi e Ricerche e ora della Fondazione Giancarlo Ligabue, abbiamo sempre cercato di mantenere vive le nostre coscienze e di arricchire il nostro pensiero e quello delle tante persone che vivono con noi o con le quali interagiamo giorno dopo giorno. Ma è giunto il momento di rammentare e di riflettere sul perché lo facciamo e perché continueremo a farlo. Abbiamo una storia da raccontare, una «grande avventura» che crediamo sia importante ricordare a noi stessi e alle giovani generazioni, convinti che non c’è impresa laddove non ci sono passione e valori fondanti condivisi. Nelle pagine di questa monografia ripercorriamo dunque le vicende della Ligabue


Inti Ligabue Presidente Gruppo Ligabue

15 Introduzione

nelle tre generazioni che si sono succedute: quella di Anacleto, mio nonno, da cui tutto è iniziato, raccontata da Massimo Orlandini; il periodo diretto da mio padre Giancarlo, fatto di grandi aperture, internazionalizzazioni e nuovi settori, ricordato da Massimo Casarin, uno dei più stretti collaboratori dell’azienda e grande amico di famiglia; e gli ultimi anni, di cui scrivo in prima persona, raccontando congiunture, attività e scelte non sempre facili, che credo pochi realmente conoscano. Il tutto rapportato al ruolo della Ligabue, in questi 100 anni, nei diversi ambiti nei quali ha operato. Sulla funzione dell’imprenditore e dell’impresa in questo secolo, ci propone un’analisi il professor Alberto Clò che ringrazio vivamente per il suo contributo; della ricerca scientifica e delle esplorazioni, spesso condotte personalmente da mio padre e promosse dal Centro Studi e Ricerche Ligabue e quindi dalla Fondazione che porta il suo nome, racconta con dovizia di particolari Adriano Favaro, compagno di molte avventure di Giancarlo e per lunghi anni anche direttore di Ligabue Magazine. Quindi lo sport, sostenuto con passione dall’azienda di cui ha scritto Sebastiano Giorgi e l’evoluzione del marchio spiegata da Riccardo Ali, un viaggio, per certi versi romantico, nell’immagine aziendale che illustra come Ligabue abbia interpretato il cambiamento di tendenza nelle diverse epoche. Molti sono i compagni di viaggio, i personaggi e le realtà imprenditoriali che citiamo in questo racconto, ma, soprattutto, veri protagonisti sotto traccia sono i tanti lavoratori e colleghi della Ligabue, passati e presenti, che con il loro impegno, la fedeltà all’azienda, con professionalità e competenza, hanno saputo far vivere questa realtà imprenditoriale e hanno contribuito a farla crescere nel tempo. Oggi sono più di 7700. Questa monografia vuole essere quindi un tributo a loro e a quanti – parte di questa avventura – hanno creduto e sostenuto negli anni, contribuendo in modo indelebile al divenire di questa «Grande Impresa». Ad maiora Ligabue.


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Alberto Clò

L’arte della mercatura nei cent’anni della Ligabue

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Regolamento d’appalto per il servizio viveri nelle navi della Società di Navigazione Tirrenia. 1962. 04

Magazzini e movimentazione merci nel Punto Franco, a San Basilio, Venezia. 1965.

La grande impresa

«È arte overo disciplina intra le persone legiptime iustamente ordinata in cose mercantili per conservatione de la humana generatione, con speranca niente di meno de guadagno».

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C

ome ogni altro organismo vivente, le imprese così come nascono per la più parte muoiono. La vita secolare della Ligabue è quindi un fatto assolutamente raro nella storia imprenditoriale non solo italiana. Delle prime dodici imprese che circa un secolo fa capeggiavano la classifica mondiale per livelli di capitalizzazione in base all’indice Dow Jones, solo tre vi si ritrovano cento anni dopo, sempre nelle prime dodici. Le altre hanno perso posizioni, hanno cambiato mestiere, o hanno cessato di vivere. Per molte ragioni. Perché i business non possono durare in eterno, come accadde per i treni della società fondata da George Mortimer Pullman a fine Ottocento (allora quarto in classifica). Perché non hanno saputo comprendere, anticipandoli, i mutamenti delle tecnologie, dei prodotti, dei mercati come accaduto all’americana Kodak, leader nelle pellicole fotografiche tradizionali, fallita per non aver capito il passaggio alle tecnologie digitali. Ancora: perché le imprese che perseguono unicamente il profitto fine a se stesso, sono destinate più o meno rapidamente a entrare in crisi o, non ultimo, perché la competizione è aumentata enormemente per l’integrazione dei mercati, i processi di globalizzazione, lo straordinario ridursi dei tempi di diffusione delle innovazioni. Fino al 1900 la conoscenza umana raddoppiava ogni secolo. Oggi ogni tredici mesi. La capacità di resilienza, di fronteggiare questi fattori di rischio, non spiega tuttavia di per sé la lunga avventura della Ligabue. Perché in questa lettura manca il suo elemento fondante: il fattore umano. Le imprese, appare banale dirlo, sono fatte di donne e uomini – delle loro passioni, intuizioni, competenze, responsabilità – prima ancora che di macchine, ottimizzazioni produttive, modalità di gestione e pratiche aziendali. Per capirle nei loro valori fondanti, nella loro vocazione, nella loro storia, questi pur essenziali fattori non bastano. Occorre altro per comprendere i meccanismi con i quali le imprese nascono, crescono, vivono. Gli affascinanti ritratti in questo volume di Anacleto Ligabue e di Giancarlo Ligabue scritti rispettivamente da Massimo Orlandini e Massimo Casarin rimandano molto in là nel tempo: al ruolo che a fine Medioevo ebbe la cosiddetta mercatura. Attività che il mercante raguseo, ma veneziano d’adozione, Benedetto Cotrugli – che per primo descrisse il metodo ragionieristico contabile della partita doppia – così definiva nel suo Libro dell’Arte di Mercatura del 1458:


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Leggendo dell’apertura dei primi negozi e della nascita della società Anacleto Ligabue a Venezia il 15 luglio 1919 – con oggetto sociale il «commercio di formaggio, burro e salumi emiliani» cui si sarebbe aggiunto quello «di vini in bottiglia e botti» e ancora di «biade e coloniali» – ritroviamo plasticamente i luoghi e l’atmosfera nella Venezia del Cinquecento dipinti magistralmente dal grande storico francese Fernand Braudel, che per altro scrisse la prefazione al libro di Giancarlo Ligabue Il pane e la chiglia, del 1985. Scriveva Braudel nel 1977:

«Il più grande spettacolo mercantile, ieri come oggi, è quello di Piazza di Rialto, di fronte al ponte e al Fondaco dei Tedeschi [...].Verso il 1530 l’Aretino che risiedeva in una casa sul Canal Grande si divertiva a guardare le barche cariche di frutta e di montagne di meloni, che risalivano la laguna dirigendosi verso questo “ventre”di Venezia perché la doppia Piazza di Rialto, formata da Rialto nuova e Rialto vecchia, cioè il centro attivo di tutti gli scambi, di tutti i piccoli grandi affari. A due passi dai banchi rumorosi della doppia Piazza i grossisti della città si incontravano ogni mattino nella Loggia costruita nel 1455 – ma si potrebbe dire nella loro borsa – per discutere, con discrezione, dei loro affari, di assicurazioni marittime, di noli, per comprare vendere, firmare contratti tra loro e con mercanti stranieri. A due passi si trovano i banchieri nelle loro strette botteghe, pronti a regolamentare questa transazioni sul campo, con passaggi di conto in conto. A un tiro di schioppo, nello stesso luogo, c’è l’Herberia, il mercato degli ortaggi, la Pescheria, il mercato del pesce e un po’ più in là nell’antica Cà Querini le Beccarie, le macellerie nei prezzi della chiesa dei macellai, San Matteo, intatta fino alla fine del XIX secolo». 05

Il primo biglietto da visita di Anacleto Ligabue. 1920.

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«Designiamo con il nome di impresa –– le attività consistenti nella realizzazione di innovazioni, chiamiamo imprenditori coloro che le realizzano». E ancora «L’impulso fondamentale che aziona e tiene in moto la macchina capitalistica viene dai nuovi beni di consumo, dai nuovi metodi di produzione o di trasporto, dai nuovi mercati, dalle nuove forme di organizzazione industriale che l’impresa capitalistica crea. [...] Funzione degli imprenditori è di riformare e rivoluzionare il quadro produttivo sfruttando un’invenzione o, più generalmente, una possibilità tecnica finora trascurata, di produrre una nuova merce o di produrre in modo nuovo una merce vecchia, aprendo una nuova sorgente di materie prime o un nuovo sbocco ai prodotti riorganizzando un’industria». È sullo «spirito d’intrapresa», sul gusto di innovare, di creare, di fare che si fonda lo sviluppo del capitalismo. L’imprenditore ne è l’elemento catalizzante attraverso il processo di «distruzione creatrice» che secondo Schumpeter porta al continuo affermarsi del nuovo sul vecchio. L’imprenditore-innovatore è l’anima del capitalismo e primo motore dello sviluppo, con specifiche doti personali riconducibili al concetto di leadership. È su questo spirito innovatore e capacità di leadership che nasce la Ligabue con l’intuizione di creare un nuovo mercato, le forniture alimentari o catering, sviluppatasi nel tempo in diverse fasi segnate dal progressivo allargarsi del perimetro, della natura, degli orizzonti geografici delle sue attività e il modificarsi della tipologia dei clienti. La prima fase iniziata nel 1919 si limita alla fornitura di derrate

21 L’arte della mercatura nei cent’anni della Ligabue

Cinque secoli dopo si direbbe che le cose non siano granché cambiate. Sempre a dire di Cotrugli, l’arte della mercatura e il suo perpetuarsi nel tempo richiedono diverse condizioni, ma sarebbe meglio parlar di virtù, quali: una piena conoscenza delle tecniche mercantili; un preciso e solido sistema di valori; l’essere uomo di azione, ma anche di studio; l’essere un buon cittadino, giacché è il buon mercante che nasce dal buon cittadino e non viceversa; non essere dedito solo all’accumulazione, ma essere generoso ed impiegare positivamente quello che accumula. Da queste solide radici, capaci di far resistere nel tempo alla buona e alla cattiva sorte, si dipana la secolare storia della Ligabue che attraverserà fasi diverse in relazione al mutare delle circostanze esterne; delle nuove opportunità commerciali e tecniche che si dischiudevano; della capacità di coglierle da parte di chi guidava la società e delle sue maestranze. Tratto caratteristico che le attraversa era la capacità innovativa che avrebbe contribuito allo sviluppo e alla trasformazione della società da impresa artigianale a impresa moderna, che il grande economista austriaco Joseph A. Schumpeter così definiva:


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Corrispondenza con la Società di Navigazione Adriatica in merito al contratto d’appalto appena siglato. Venezia, 13 Aprile 1937.

alimentari alle navi di armatori italiani in partenza da Venezia per lontane mete. Nella seconda, dal 1929, l’attività si allarga all’innovativo «appalto navale» in partenza anche da altri scali, con la totale presa in carico dei servizi di cambusa e di cucina di bordo assumendo il rischio al posto degli armatori e l’impegno a innalzare la qualità dell’alimentazione per gli equipaggi. L’impatto sulle forniture fu enorme: con un aumento di oltre tre volte delle navi servite: dalle 130 dei primi anni Quaranta alle 400 di quelli Cinquanta (cargo, traghetti, transatlantici, navi da crociera). Vi giocò in particolare la stretta collaborazione con l’Eni di Enrico Mattei: personalità – come Anacleto Ligabue – di modeste origini, ma per questo animate da un forte desiderio di affermazione, da genialità di idee, da una comune visione illuministica sulla funzione sociale delle imprese. La politica di Mattei era di offrire alle imprese italiane opportunità di sviluppo in Italia e nel mondo nei diversi business del Gruppo. Quel che accadde col compaesano di Matelica, Aristide Merloni, che dal 1953 prese a costruire bombole di gas per l’Agip Gas, e con la veneziana Ligabue, cui Eni e le sue controllate, come Saipem, affidano le forniture alla flotta navale (avviatesi già nel 1943 con l’Agip), alle piattaforme petrolifere, alle basi operative del gruppo in giro per il mondo. Nel 1959 Snam vara la sua prima piattaforma di ricerca e perforazione denominata Scarabeo I. Scrive Mazzini Pissard, pioniere dell’Eni, che ne seguì la costruzione:

«Il servizio mensa, cambusa e pulizia delle cabine è affidata alla ditta Ligabue di Venezia, fa analogo servizio su tutte le navi Snam. Si rifornisce nei magazzini in franchigia doganale. Il suo servizio è impeccabile, la impiegheremo ovunque si presenti la necessità». In altro volume di memorie, Antonio delle Canne ricorda una riunione del board del gruppo che si tenne nel 1967 in Iran dove si estraeva greggio dalla piattaforma Sirip (Sociètè Iranien de Pétroles) nel Golfo Persico. A breve distanza aveva ormeggiato la nave Agip-Ancona.

«Approfittando del mare calmo e considerando l’età del gruppo […] dopo una navigazione di circa venti minuti, arrivammo alla petroliera da cui era stata calata la “scala reale di dritta” per agevolare la salita a bordo. Qui il comandante, dopo la visita, insistette perché si rimanesse a pranzo e, sapendo che il catering era fornito dalla Ligabue, accogliemmo l’invito con particolare piacere». Insomma, per l’intero mondo Eni la società Ligabue era una scelta di cui vantarsi perché garanzia di qualità: si trattasse di alimentare i vertici, gli ospiti stranieri, gli ufficiali e gli uomini dell’equipaggio. Questa era esattamente la finalità che si era proposto chi ne era al comando: garantire ai clienti in qualsiasi parte del mondo il


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Articolo pubblicato dal quotidiano Il Giorno, 25 maggio 1968.

L’arte della mercatura nei cent’anni della Ligabue

massimo della sicurezza e della qualità alimentare, esportando il meglio dei prodotti italiani e del nostro stile di vita. La terza fase nello sviluppo della Ligabue è nel segno della diversificazione dei settori di attività. Dagli anni Sessanta: crocieristica, negozi di bordo, cantieri di estrazione petrolifera; dagli anni Settanta: aerei e aeroporti (bar, ristoranti, duty free shop), cantieri di società di costruzione; negli anni più recenti: traghetti e portuali. Una strategia molto impegnativa che richiedeva una piena conoscenza dei nuovi mercati/ settori che erano connotati da molto più intense dinamiche concorrenziali rispetto a quelle con cui la società si era confrontata in precedenza. Per aver successo bisognava puntare sulla capacità innovativa nella qualità del prodotto, nelle politiche di approvvigionamento, nelle modalità delle forniture, nelle strutture logistiche e organizzative. Un insieme di condizioni che avrebbero dovuto consentire un’elevata efficienza produttiva e capacità competitiva grazie anche alle economie di scala conseguenti ai maggiori volumi di attività. La crescita nel tempo della società è senza soluzione di continuità, se non a causa di incontrollabili eventi esogeni come la Grande Depressione del 1929, lo scoppio della Seconda guerra mondiale, le tensioni geopolitiche nell’area mediorientale. Accadimenti che rendono ancor più straordinaria l’intrapresa avviata nel 1919. All’originalità dell’idea di operare nel settore dei servizi, antesignana rispetto alla manifattura verso cui si volgevano i nuovi orizzonti produttivi, si contrapponeva l’esiguità in quegli anni dell’attività commerciale con quella all’ingrosso che in Veneto come nell’Italia intera assorbiva appena lo 0,8 per cento della popolazione, in un’economia ancora dominata dall’agricoltura. La fine della Grande Guerra, la pace, non porta tuttavia con sé i giorni felici d’un tempo, ma l’impoverimento di vasti gruppi sociali. Il 1919 è un anno cruciale non solo per le importanti elezioni politiche che si terranno. Nei suoi primi mesi il commercio, anche al dettaglio, subisce un crollo, perché i consumatori preferiscono non acquistare nell’attesa di un calo dei prezzi. La fine del controllo sui cambi il 25 marzo 1919 causa a sua volta il crollo della lira a un valore un quinto di quello del 1914. Nel giugno 1914 occorrevano 5,18 lire per acquistare un dollaro; nel dicembre 1919 13,03 lire, un anno dopo 28,57. Schizzano i costi di importazione e conseguentemente i prezzi al dettaglio. In molte grandi e piccole città nel luglio 1919 le folle assalgono i magazzini. È in questo contesto sociale, politico, economico che il 15 luglio 1919 alla Camera di Commercio di Venezia viene registrata la società Anacleto Ligabue. La tipologia delle sue attività era e resta talmente specifica da non poterla assimilare o confrontare con le dinamiche dell’industria manifatturiera ovvero di incanalarle negli sviluppi della teoria dell’impresa ove l’aderenza alla realtà prendeva a prevalere sulle astra-


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Lavoratori dell’Agip mineraria in Marocco, nella sala mensa gestita dalla Ligabue. 1960.

zioni teoriche con gli sviluppi dell’economia aziendale, della managerial economics, degli studi di strategia. Oggi l’impresa vincente e duratura è quella che sa far proprie le innovazioni che si affacciano: quelle tecnologiche, facilmente acquisibili sul mercato, e ancor più quelle organizzative, gestionali, culturali molto meno accessibili. È l’impresa che sa operare in tempo reale in tutte le fasi della supply chain, connessa in ogni ora del giorno col resto del mondo. Specie se, come nel caso della Ligabue, opera in ogni angolo del mondo. Innovare non significa necessariamente fare cose nuove, ma piuttosto far meglio quelle che si facevano con radici locali profonde, quale la ricca eredità culturale di Venezia. Delle diverse dimensioni aziendali merita render conto di quella che per la Ligabue fu sin dalle origini un imperativo e imprescindibile connotato: l’internazionalizzazione. Una dimensione consolidatasi soprattutto dagli anni Sessanta-Settanta, che ha portato il gruppo a realizzare all’estero i sette decimi del fatturato. Pur se il nostro paese ha da sempre conosciuto una forte esposizione verso i mercati esteri, per recuperare la debolezza che le derivava dalla scarsità di materie prime, è solo negli ultimi decenni del secolo scorso che la nostra industria conosce una forte spinta all’internazionalizzazione nella duplice accezione commerciale e di localizzazione produttiva. Perseguirla oggi è strategia imprescindibile per sopravvivere. Farlo un secolo fa era ben altro. Pochi operavano con l’estero verso cui destinavamo per lo più prodotti agricoli (legumi, ortaggi, agrumi, vino, riso), mentre pochi erano quelli industriali (tessili e marmo), con un saldo negativo di 13 miliardi di lire di esportazioni contro 20 di importazioni. Alla scarsa proiezione internazionale concorreva anche la ridotta consistenza del nostro naviglio con appena 1.434 navi a propulsione meccanica, a fronte delle 2.629 unità a vela. Partire da zero per aprirsi progressivamente verso il mondo era impresa che non è esagerato definire eroica. Perché richiedeva specifiche competenze professionali, dalle legislazioni doganali alle multietniche esigenze alimentari; un assetto organizzativo articolato in basi operative, rete di fornitori, sistemi di distribuzione; un’adeguata flessibilità operativa e capacità di adattamento al mutare delle circostanze esterne. Significava però anche l’essere esposti – dato lo spettro sempre più ampio di paesi e settori in cui si operava – alle imprevedibili tensioni geopolitiche internazionali: come accadde con la modifica delle rotte a seguito della chiusura del Canale di Suez (1967-1975) o delle dismissioni, con la sua riapertura, delle grandi navi prima utilizzate nella circumnavigazione dell’Africa. I percorsi di crescita della Ligabue, pur tra gli inevitabili scogli che ha dovuto superare, hanno sortito risultati che parlano da sé: dai pochi pasti forniti un secolo fa


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L’arte della mercatura nei cent’anni della Ligabue

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si è passati ai 20 milioni del 1985 ai 40 milioni attuali. Le basi operative sono salite a 400 distribuite in 16 paesi. Gli addetti a 7.000 provenienti da 40 paesi. Il tutto per rifornire 6.000 navi, 32 piattaforme petrolifere, 115 campi di lavoro, in zone spesso difficilmente raggiungibili, cui aggiungere un gran numero di aeroporti, aerei, negozi, ristoranti. Si è detto in precedenza che tra le condizioni che definivano un tempo un buon mercante, e oggi un buon imprenditore, sta il fatto di non essere dedito solo all’accumulazione, al proprio tornaconto, ma sappia essere generoso ed impiegare positivamente quel che accumula. L’andare oltre il proprio ruolo economico per volgersi alle esigenze e alle aspettative della collettività. È quel che può dirsi per grandi uomini e imprenditori come furono Enrico Mattei e Adriano Olivetti a cui si deve il ridisegno dei rapporti tra impresa e società che superava il pur lodevole “paternalismo” di matrice aziendale di imprenditori come Rossi, Crespi, Marzotto, Pirelli. Ed è esattamente quel che può dirsi anche per Anacleto e Giancarlo Ligabue che, scrive Adriano Favaro, «ha amato navigare in un sistema che sommava le responsabilità aziendali a quelle della ricerca scientifica e della divulgazione», restituendo alla società larga parte di quel che la società gli aveva gratificato. Una propensione che oggi usa indicarsi come “Responsabilità Sociale d’Impresa” (Rsi), intesa come:

«La tensione dell’impresa – e, dunque, in primis dei suoi vertici aziendali – a soddisfare in misura sempre crescente le legittime attese sociali e ambientali, oltre che economiche, dei vari portatori di interesse (o stakeholder) interni ed esterni, mediante lo svolgimento delle proprie attività». Una responsabilità che, negando il convincimento che ragion d’essere dell’impresa fosse e sia solo la generazione di profitto o la creazione di valore per i propri azionisti, la Ligabue ha da sempre abbracciato potendola inserire in quella che i manuali di strategia aziendale indicano come Corporate Philantropy, teorizzata dal guru Michael E. Porter non solo quale espressione di uno spirito filantropico, ma anche come strategia per acquisire un vantaggio competitivo in grado nel lungo termine di far guadagnare all’azienda un nuovo e più prolifico posizionamento sul mercato ed una più elevata reputazione. Delle modalità con cui la Ligabue ha declinato la Rsi troviamo ampio riscontro nella sua storia: dall’offerta di utilità ai propri «collaboratori», come Anacleto chiamava i suoi dipendenti, (il Villaggio Ligabue o la formazione professionale) al sostegno di varie attività sportive; dall’attenzione alla scienza dell’alimentazione all’impegno nel mondo della cultura che non fosse d’élite ma diffusa, condivisa, visibile. Impegno che ebbe il suo culmine con la creazione nel 1973 da parte di Giancarlo Ligabue del


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Rifornimento di merci a bordo nel porto di Venezia. 1960.

L’arte della mercatura nei cent’anni della Ligabue

Riconoscere tutto questo non è cedere al vento della retorica che sempre, giustamente, soffia in occasione di ogni anniversario, specie se di tal portata. È, prima di ogni altra cosa, un atto dovuto al lavoro, al sacrificio, alla dedizione delle migliaia di donne e uomini che giorno dopo giorno hanno fatto la storia della Ligabue: a cominciare da chi l’ha fondata, Anacleto; chi l’ha consolidata nel mondo, Giancarlo; chi oggi ne è alla guida, Inti. Mi si conceda così nel finire il personale ricordo di quella mattina del 20 dicembre 2004, quando in un’affollata aula della facoltà di Economia dell’Università di Bologna, davanti alla commissione di laurea discussi con Inti la sua tesi, col babbo Giancarlo che lo guardava commosso mentre narrava la storia della società che un giorno avrebbe guidato.

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Centro Studi e Ricerche Ligabue, poi Fondazione, che in uno stretta rete di rapporti con altri scienziati, centri, università, ha effettuato – in centinaia di spedizioni in cinque continenti – scoperte divenute parte integrante della storia della paleontologia, dell’archeologia, dell’antropologia, dell’etnologia. Di quel che si è sin qui sinteticamente narrato è doveroso aver memoria. Perché senza memoria non vi è trasmissione di valori, di principi, di conoscenze. Non si comprende il presente mentre il futuro diventa lontano, nebuloso. Perché, tornando a Cotrugli, il «mercante perfetto è quello capace di ricordarci le cose passate, considerare le presenti, prevedere quelle future». Un’ottima ragione quindi per ricostruire le vicende di un’impresa italiana che ha saputo cogliere opportunità di lavoro ad altri sconosciute, superare inevitabili grandi difficoltà, saper coniugare l’arte della mercatura con l’attenzione al sociale, alla scienza, alla cultura, al territorio.

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Massimo Orlandini

Anacleto Ligabue 31

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Anacleto Ligabue, ferito di guerra, insieme ai commilitoni che con lui presero parte alla Battaglia dell’Isonzo. Ospedale Militare di Treviso, 15 agosto 1915.

La grande impresa

e strade della vita sono imprevedibili: c’è chi inizia la sua esistenza percorrendo già quelle di una grande città, con i suoi traffici e la sua vita pulsante, e c’è chi parte da quelle polverose della campagna reggiana per andarci, nella grande città. Il destino di chi nasce a Villa Argine, frazione di Cadelbosco di Sopra, provincia di Reggio Emilia, sembrerebbe quindi essere segnato; spesso coprire distanze sociali è più faticoso che percorrere spazi reali, migliorare le proprie condizioni di vita richiede uno sforzo maggiore che trasferirsi da un luogo all’altro. Anacleto Ligabue, nato ad Argine e unico figlio di una famiglia modesta, andrà invece incontro al destino abbattendo uno a uno pregiudizi e difficoltà: diventerà un imprenditore di successo, un innovatore e precursore assoluto nel suo campo, quello dei rifornimenti e appalti navali, in un luogo che, seppur non lontanissimo da quello delle sue origini, gli è del tutto estraneo, Venezia, che sembra trovarsi agli antipodi di una piccola frazione di un comune della Bassa emiliana. Una città circondata dal mare anziché dalla terra, area di vivaci scambi internazionali, contrapposta all’altra, dove invece la tradizione agricola, l’allevamento del bestiame e la cooperazione rappresentano valori quasi immutabili, perché comportano una certa sicurezza, anche sociale. Villa Argine darà però ad Anacleto Ligabue un fedele compagno di viaggio, un prodotto della sua terra che, grazie a lui, si affermerà sul mare e senza il quale la provveditoria marittima A. Ligabue forse non sarebbe mai nata. Stiamo parlando del parmigiano reggiano, che Anacleto preferiva chiamare solo «reggiano», in onore della sua origine, nel quale trova la chiave per aprire le porte di cucine e cambuse. Per interi decenni, d’altra parte, assorbe tutta ma proprio tutta la produzione casearia della latteria sociale La Grande, di Argine, e di altre latterie dei dintorni. La latteria possedeva anche un marchio in ferro apposito – un’ancora con la scritta «Ligabue» – per contrassegnare a fuoco le forme destinate ai rifornimenti navali; la Ligabue stagionava il parmigiano reggiano nei propri magazzini di Venezia e Anacleto non esitava a saggiare di persona il grado di stagionatura del formaggio, aprirne una forma e offrirla ai clienti, in special modo armatori (come il suo grande amico Achille Lauro) in visita alla sua Cambusa delle cambuse, come quel luogo veniva chiamato. Già da tutto questo si intuisce l’originalità di una storia che comincia il 17 giugno 1894 quando, in questo lembo della Bassa emiliana, nasce il primogenito di Alcide, muratore, e di Carolina Magnani, casalinga. Lo chiamano Anacleto, come il nonno. Sono anni duri, quelli; mamma Carolina partorirà altre sei volte, ma nessuno dei bambini sopravviverà e, purtroppo, nel settembre 1902, anche lei muore, lasciando soli padre e figlio. Anacleto rimane orfano a 8 anni; papà Al-


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Il sergente Ligabue con il personale della mensa ufficiali di Venezia. 1916. 12

Diploma di conferimento della Croce al Merito di Guerra ad Anacleto Ligabue. La firma è quella di Benito Mussolini, capo del governo che deteneva in quell’anno l’interim come ministro della Guerra. 11 Maggio 1928.

cide, rimasto vedovo a 33 anni, si risposa qualche mese più tardi con Faustina, una ragazza di 23 anni originaria di un paese vicino, da cui avrà altri due figli. Anacleto, dopo le scuole elementari ad Argine, fin da adolescente aiuta il padre come garzone da muratore, come si diceva allora, spesso caricandosi sulle spalle pesanti sacchi di calcina. La sua famiglia, nel 1911, si trasferisce a Reggio Emilia e lui, diciassettenne, ragazzone ben piantato con tanta voglia di fare e di conoscere il mondo, è affascinato dai racconti di un professionista (nella cui casa esegue lavori per conto del padre); questi ha un figlio che studia all’estero e gli parla spesso della Svizzera, della Germania: luoghi sconosciuti, affascinanti, un mondo tutto da scoprire. Lo incoraggia a perfezionarsi imparando un nuovo mestiere, gli suggerisce la ristorazione e lo induce ad andare a Massa Carrara, dove lavorerà come facchino in un albergo. Poco si conosce di questa fase della sua vita. Molto probabilmente gioca la voglia di viaggiare e di farsi valere in un campo per lui nuovo, l’alimentare e la ristorazione, aiutato certamente nell’idea dalla generosità della sua terra che genera da sempre prodotti eccellenti, dal parmigiano reggiano ai salumi, al vino. Anacleto vuole allargare i propri orizzonti: riesce a farsi assumere nella Compagnia dei vagoni ristoranti, dove comincia dalla mansione più umile, ma finalmente può viaggiare e vedere posti inusuali. Per un ragazzo della sua età significa affacciarsi a una nuova vita. È in gamba, lo promuovono cameriere e comincia a darsi da fare con piccoli traffici. Il treno ferma anche a Venezia, una città strana, sull’acqua, dove signore e signori ben vestiti e danarosi scendono dai vagoni e prendono la gondola che li porta negli alberghi più lussuosi della città. Una fetta di mondo che il giovane Anacleto può solo sognare e ammirare da lontano. Per il momento. La Grande Guerra Arriva la chiamata alle armi: alla fine del 1914 Anacleto, che ormai è un ventenne gioviale e capace, parte per unirsi al Regio Esercito. Deve interrompere la vita da civile e andare al corso di istruzione, in forza al 66° reggimento di fanteria di stanza a Reggio Emilia. Il foglio matricolare dice è alto un metro e 75, ha capelli e occhi castani, sa leggere e scrivere e di professione è cameriere. Il servizio di leva, però, non finisce, perché cominciano le ostilità. Dopo il 24 maggio 1915 viene trasferito in zona di guerra e il suo reggimento viene schierato sull’Isonzo, nella zona di Tolmino (oggi Tolmin, in Slovenia).


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Cartolina del 66° reggimento di fanteria; Anacleto Ligabue ne fa parte quando viene ferito, il 14 agosto, a Tolmino, pochi giorni dopo la fine della seconda battaglia dell’Isonzo. 1915.

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Passano soltanto tre mesi e il 14 agosto viene ferito. La compagnia di Ligabue viene tagliata fuori da un’azione nemica e c’è necessità di comunicare con gli altri reparti: bisogna uscire dalla trincea e correre allo scoperto per raggiungere il resto del proprio esercito. È pericoloso, tutti se ne rendono conto. Viene sorteggiato un commilitone, Anacleto sa che è un padre di famiglia e si offre al suo posto. Esce dalla trincea, gli austroungarici lo intercettano e aprono il fuoco, cominciano a esplodere granate dappertutto. Quand’è a metà percorso viene colpito, ma nonostante venga ferito alla gamba, riesce a compiere la sua missione. Questo comportamento eroico gli varrà una croce al merito di guerra. Il 15 agosto Anacleto viene trasportato fuori dalle zone teatro di guerra e più tardi trasferito all’ospedale militare di Treviso. La ferita è grave, come detto, ma non mortale. Ci vuole tempo, ma Anacleto è forte e riesce a riprendersi, pur con qualche difficoltà. Non può tornare al fronte: nella vita civile è cameriere, perciò viene assegnato alla mensa ufficiali di Venezia. I problemi di approvvigionamento sono enormi e quasi tutte le trattorie della città sono chiuse. Inoltre Venezia è considerata zona di guerra: nel vecchio arsenale della Serenissima si allestisce e ripara naviglio militare, gli idrovolanti austriaci partiti da Trieste la bombardano dall’alto; il 24 ottobre 1915 hanno anche distrutto il soffitto, affrescato da Giambattista Tiepolo, della chiesa degli Scalzi, accanto alla stazione ferroviaria. «Bisogna mirare a un Tiepolo per colpire una stazione», scrive, caustico, Karl Kraus, giornalista e polemista viennese, nonché incallito pacifista. Anacleto Ligabue, quindi, si impegna per far sì che il circolo ufficiali venga rifornito adeguatamente: è emiliano, viene dalla campagna, sa dove andare a prendere quel che cerca. I prodotti della sua terra cominciano ad affluire a Venezia. Il cerchio si è chiuso: Venezia e il suo porto, con le navi provenienti da tutto il mondo, saranno gli elementi che caratterizzeranno la sua vita. Il 21 giugno 1917 Anacleto Ligabue viene promosso sergente; di lì a pochi mesi, a fine ottobre, avviene la disfatta di Caporetto. Le cose cambiano di nuovo: gli italiani si attestano sul Piave, Venezia stessa appare a forte rischio di invasione, gli austriaci sono convinti che a breve la conquisteranno e arriveranno al Po. Ora vengono richiamati al fronte anche convalescenti, parzialmente inabili, camerieri, cuochi, furieri: tutti devono essere pronti a combattere per fermare il nemico. Ligabue viene schierato sul Piave, nel trevigiano, vicino al ponte di Vidor, ma dopo un mese, nel novembre 1917, viene assegnato a un battaglione presidiario, composto da soldati e ufficiali malati, anziani o feriti, che avevano compiti di servizio nelle retrovie e assistenza ai combattenti. Finita la guerra, Anacleto rimane sotto le armi ancora per dieci mesi: il congedo arriva nel settembre 1919.


Il porto di Venezia aveva toccato il massimo dei traffici nel 1912, con tre milioni di tonnellate di merci, diventando il secondo scalo italiano, dopo Genova, e ora attende di tornare ai fasti prebellici. Qualcuno, nel comando militare cittadino, evidentemente si ricorda di quanto andasse bene la mensa ufficiali gestita dal sergente Ligabue e gliela riaffida, questa volta da civile. Anacleto, visto che fa arrivare cose buone dall’Emilia a Venezia, pensa bene di allargare l’attività e, oltre a gestire la mensa, apre un negozio, il primo, nella centralissima Spadaria, al civico 700, alle spalle di piazza San Marco. Poco dopo ne seguirà un secondo nella piccola calle Paradiso, che sfocia in riva del Vin, vicino a Rialto. Il 1° luglio 1919 comincia a operare la “Anacleto Ligabue”, con oggetto sociale registrato il 15 luglio alla Camera di Commercio di Venezia, che prevede il «commercio di formaggio, burro e salumi emiliani».

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Nasce la ditta “Anacleto Ligabue”

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Foto della famiglia Ligabue in vacanza a Enego, sull’Altopiano di Asiago. 1935. 15

Foto della famiglia Ligabue nella casa di Venezia. 1940.

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La vita di Anacleto Ligabue sta per cambiare anche sul piano personale, oltre che su quello professionale. All’ospedale militare di Treviso, durante la convalescenza, aveva conosciuto un ufficiale medico delle sue parti, da civile commerciante di generi alimentari. Wando Lasagni, questo il suo nome, saputo che Anacleto ha ricevuto l’incarico di rifornire la mensa ufficiali, gli fa il nome di un parente, Giustino Mazzieri, un possidente di San Martino in Rio, comune reggiano vicino a Correggio, a neanche venti chilometri da Argine. Mazzieri, gli dice, sarebbe stato in grado di

Anacleto Ligabue

Il matrimonio con Zita


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Il sergente Anacleto Ligabue nell’ufficio della direzione della mensa ufficiali di Venezia. 1916. 17

L’atto di costituzione della ditta Ligabue Anacleto, in data 15 luglio 1919. 18

L’atto di costituzione della società Ligabue Anacleto & C., in data 21 settembre 1921.

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Anacleto Ligabue (sullo sfondo senza cappello) con i dirigenti e il presidente, Gualtiero Fries, della Società Veneziana di Navigazione. Anni `20. 20

La motonave Mauly, prima unità appaltata dalla Ligabue alla fine degli anni `20.

aiutarlo a trovare generi alimentari e vino di qualità per la mensa ufficiali veneziana. Così in effetti accade, e per di più Mazzieri ha una figlia, Zita, di cui Anacleto si innamora. I due si sposano il 20 gennaio 1920 a San Martino in Rio, nel gennaio successivo nasce la loro prima figlia, Carolina. La giovane sposa e la bambina non vanno subito a vivere a Venezia, dove invece Anacleto sta ampliando l’attività e cercando una casa adeguata per la famiglia vicino a Rialto. Sempre nel 1920, all’oggetto sociale della ditta viene aggiunto il «commercio di vini in bottiglia e in botti». È lecito pensare che, oltre al parmigiano reggiano, Ligabue abbia cominciato a trattare il buon lambrusco della sua terra. Gli anni del primo dopoguerra sono difficili, turbolenti e complicati e tante imprese commerciali finiscono in difficoltà. Intanto tutta la famiglia si trasferisce a Venezia. Nasce la secondogenita, Liliana, e Ligabue allarga l’attività al commercio di «biade e coloniali». Certo, cavalli a Venezia ce ne dovevano essere pochi davvero, ma la parola veneziana per indicare un negozio di generi alimentari è biavarol (biadaiolo): in quegli anni ce n’erano ben 280 in città. Anacleto ne aprirà, come abbiamo visto, due, uno a San Marco e uno vicino al ponte di Rialto. Nel frattempo rinsalda i legami con i produttori della sua terra, in particolare con Ercole Camurani che, attraverso la sua Cremeria Reggiana, gli fornirà per decenni il formaggio e il burro; o la Arduini Artemisio, che farà altrettanto con i salumi e i derivati del maiale. Già da questi contatti si vede quale sarà la linea sempre mantenuta da Anacleto Ligabue: cercare cibi e vini genuini al prezzo più vantaggioso e della migliore qualità possibile. Si sale a bordo

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Rifornimento a bordo nave nel porto di Venezia. 1945. 22

La motonave Marin Sanudo, come la Mauly costruita a Monfalcone e appaltata dalla Ligabue alla fine degli anni `20.

Finalmente arriva il momento decisivo delle forniture navali. Anacleto conosce Gualtiero Fries, presidente della Società veneziana di navigazione, che gli propone di rifornire le sue navi. Il 1919 è un anno di grandi avvenimenti: si avvia la costruzione di Porto Marghera e si firma il trattato di Saint-Germain, con il quale Trieste diventa italiana. Facile comprendere come questi due fatti cambino completamente gli equilibri dell’alto Adriatico. Per di più cessa di esistere il Lloyd Austriaco, che fino al 1914 aveva monopolizzato le rotte verso l’estremo oriente. Nel 1924 il Cantiere navale triestino di Monfalcone, proprietà della famiglia Cosulich (oggi è della Fincantieri e vi si costruiscono le navi da crociera più grandi del mondo), vara la motonave Mauly, prima nave con macchine diesel prodotta in quel sito, che comincia a navigare due anni dopo con la livrea della Veneziana, assieme alla Marin Sanudo, pure quella costruita a Monfalcone.


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Anacleto Ligabue, il Maestro di casa e lo chef organizzano i rifornimenti di bordo. 1935.

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Particolare dell’interno dei magazzini di Venezia, in quel momento ancora non vengono chiamati Cambusa delle cambuse. 1925. 25

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Trasporto a bordo di botti di vino marchiate Ligabue. 1954. 26. Il primo listino

prezzi della ditta Ligabue. Inizio anni `20.

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Marchio per le forme di parmigiano reggiano, in uso dal 1945 al 1960 circa.

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Nel 1926 nasce anche la terza figlia di Anacleto e Zita, Anna Maria. La Mauly è la prima nave rifornita da Anacleto Ligabue: il suo modello è esposto in una teca di cristallo nell’attuale sede della società. L’imprenditore però non vuole più limitarsi a fornire e portare a bordo derrate alimentari di buona qualità: nella sua mente prende forma l’idea che rivoluzionerà del tutto il mondo delle forniture navali e pure le sorti della Ligabue, trasformandola nella grande società che ancora oggi è. L’idea è quella dell’appalto navale, ovvero della totale presa in carico di quella che al tempo si chiamava «panatica», il vitto del marinaio, e dei servizi di cambusa e di cucina di bordo, assumendosene il rischio al posto degli armatori. Un sistema che accontenta tutti: gli armatori, che si ritrovano con un servizio in meno da gestire e il vantaggio di un costo prefissato da pianificare a inizio appalto; la Ligabue, che può realizzare economie di scala: controllo dei costi all’acquisto, dei consumi a bordo, dello svolgimento del servizio, ovvero garanzia di qualità e congruità del cibo somministrato, a fronte di una tariffa prefissata. Il controllo era garantito da ispettori che effettuavano frequenti visite sulle navi. È un cambiamento epocale. La Ligabue selezionava e istruiva cuochi e cambusieri che – novità introdotta da Anacleto – dovevano tenere un libro gestione dei consumi di bordo. Per le navi passeggeri, fu creata in seguito una specifica figura, il «Maestro di casa», dipendente della Ligabue, che sovrintendeva ai servizi di ristorazione. Gualtiero Fries affida ad Anacleto Ligabue le due motonavi della Veneziana appena entrate in servizio, Mauly e Marin Sanudo, che coprono la rotta Venezia-Calcutta e, dopo qualche anno, pure la Barbarigo, varata nel 1930. In effetti questo è l’inizio di un’attività che via via si amplia. Il sistema evidentemente funziona, conviene agli armatori e quindi arrivano gli appalti per altre unità: quella della Società anonima di navigazione “San Marco”, collegata alla Veneziana, e anche per le navi della società Puglia, che copriva la rotta su Alessandria d’Egitto.

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Ligabue gestisce ancora due negozi. Sono anni di crescita impetuosa della navigazione commerciale: la Veneziana passa da otto a quattordici navi e allunga la rotta toccando anche Rangoon (oggi Yangon, Myanmar), Fries diventa sempre più potente, fino ad assumere la carica di presidente della Federazione fascista degli armatori dell’Adriatico occidentale. Nell’aprile 1932 Veneziana, San Marco, Puglia e altri armatori minori si fondono per dare vita a una nuova compagnia, l’Adriatica di navigazione (durerà fino al 2004, quando confluisce nella Tirrenia). Un anno prima si è svolto a Venezia il Congresso internazionale di navigazione; vi partecipano 182 armatori che rappresentano 283 navi: per Anacleto, un’impareggiabile occasione di conoscere e farsi conoscere. Il 30 ottobre 1931, intanto, nasce Giancarlo, quartogenito di Zita e Anacleto, nonché futuro presidente della Ligabue. L’appalto navale: una rivoluzione epocale 28

Tabella delle spettanze giornaliere per gli ufficiali del Lloyd triestino. 1933. 29

Tabella delle spettanze settimanali per gli equipaggi di tre unità della Società di Navigazione Adriatica. 5 maggio 1937. 30

Elenco del 1950 delle navi appaltate. Solo nel 1956 si riuscirà a superare la quota che era stata raggiunta nel 1943.

Anacleto Ligabue

L’idea non era del tutto nuova: l’aveva già avuta Jean-Baptiste Colbert, ministro delle finanze di Luigi XIV e figlio di mercanti, che favorì grandemente lo sviluppo e l’ammodernamento della marina francese e del suo approvvigionamento. Come abbiamo visto, quando alla fine degli anni Venti del Novecento Ligabue perfeziona definitivamente l’appalto navale, capisce che non si tratta solo di rifornire gli equipaggi con cibo e bevande: andando al di là della tradizionale figura del fornitore navale, intuisce che occorre ridefinire anche il modo di nutrirsi a bordo, abbandonando il concetto di panatica che aveva caratterizzato fino a quel momento il regime alimentare degli equipaggi. Tale nome richiamava in modo esplicito il biscotto, ovvero il pane cotto due volte, antenato della galletta. Come è noto, la dieta dei marinai era monotona nonché piuttosto povera e sbilanciata. Ligabue punta invece a un’alimentazione più sana: insiste con gli armatori perché installino nelle navi frigoriferi al posto delle vecchie ghiacciaie; fa mettere i primi forni di panificazione, in modo da poter finalmente fare a meno delle gallette; propone menù più variati e seleziona le derrate così da adattare gli approvvigionamenti alle rotte seguite e ai gruppi etnici imbarcati. Non è la stessa cosa, infatti, rifornire una nave diretta in Sud America o una che va in Oriente, ma occorre tener conto di diversi fattori, per esempio le condizioni climatiche e le diverse abitudini alimentari. Le innovazioni introdotte grazie all’appalto navale sono fondamentali. La cambusa era a lungo stata in precedenza oggetto di speculazione da parte di comandanti e cuochi, al soldo diretto dell’armatore. Risparmiare sui rifornimenti permetteva di accrescere i guadagni, ma naturalmente significava dall’altro lato denutrire l’equi-


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Pubblicità del Ristorante bar Autorimessa, di Piazzale Roma, dal 1941 in gestione alla Ligabue. 32

Alcune immagini degli interni dei vasti magazzini di Piazzale Roma. 1945.

paggio, quindi renderlo insoddisfatto e poco efficiente. Ligabue vara la tabella delle spettanze minime, ovvero una soglia sotto la quale non si possa scendere. Si tratta di un completo cambio di mentalità: Ligabue capisce di avere due clienti, da un lato quello di sempre, ovvero l’armatore, che paga, ma dall’altro c’è pure l’equipaggio, che mangia, e che quindi deve rimanere soddisfatto di ciò che gli viene proposto. Nasce in tal modo quello che più avanti diventerà noto come il «Si mangia Ligabue». Nel 1936 accade intanto un fatto fondamentale: il riassetto generale della navigazione italiana. Le nove compagnie esistenti vengono ridotte a quattro, sotto il cappello della Finmare: Lloyd Triestino, Adriatica, Italia e Tirrenia, con sede rispettivamente a Trieste, Venezia, Genova e Napoli; oltre alle quattro grandi società pubbliche, restano varie compagnie in mano a privati, la più nota delle quali era la napoletana Flotta Lauro. La Ligabue gestisce 27 unità in appalto, di sette diversi armatori, tra queste anche alcune navi passeggeri: l’Adriatico e la Barletta dell’Adriatica, per esempio, o il vecchio piroscafo Palatino e la motonave Città di Catania, quest’ultima iscritta al compartimento di Palermo. Ormai siamo alla vigilia del secondo conflitto mondiale, e le navi vengono impiegate per il trasporto truppe: nel 1937 per la guerra di Spagna, nel 1939 per l’occupazione dell’Albania. Il bar ristorante di Piazzale Roma

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Il 25 aprile 1933, giorno di San Marco, viene inaugurato il nuovo terminal automobilistico, allora come oggi chiamato Piazzale Roma, su progetto di Eugenio Miozzi, prolungamento del nuovo ponte translagunare: ora la città non è più collegata direttamente alla terraferma soltanto dal treno e le automobili possono finalmente arrivare a Venezia. Anacleto capisce che il posto è strategico e dimostra il suo intuito imprenditoriale investendo, proprio in tempo di guerra, nel 1941, in un’altra impresa. La nuova sede è lì vicino, in fondamenta Santa Chiara, e rileva il bar ristorante Littorio, ribattezzandolo Ristorante bar autorimessa, situato all’angolo del grande e nuovo edificio terminato nel 1934. La gestione Ligabue durerà fino alla sua morte, nel 1971, esattamente per trent’anni.


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Verbale del Consiglio di amministrazione, nel quale vengono evidenziate le difficoltà dell’azienda in conclusione del periodo bellico. 1945. 34

Relazione del Consiglio di amministrazione nel primo anno del dopoguerra: la ripresa è cominciata. 1946. 35

Rifornimento della nave Angelina Lauro nella filiale di Colón, a Panama. 1967. Anacleto Ligabue

Nel giugno 1940 l’Italia entra di nuovo in guerra: cominciano anni difficili per tutti, Ligabue compresa. Ora gli arrivi delle navi vengono annunciati con un solo giorno di anticipo, ma sempre confermati a vista, ovvero quando le unità stanno già per entrare nel porto. I rifornimenti partono in treno dai magazzini veneziani verso gli altri porti italiani e devono essere scortati da personale della società per evitare che vengano deviati su binari morti, in particolare nel nodo di Bologna, sorvegliando il carico in caso di allarmi aerei. Bisogna che i carri della Ligabue viaggino, e pure in fretta, se a bordo si trovano carne o altri generi alimentari deperibili. Nel 1943 risultano appaltate alla Ligabue ben 129 unità e, per la prima volta, compaiono negli elenchi navi della Lauro e della Sidarma, che al tempo aveva sede a Fiume (oggi Rijeka, in Croazia). Comincia anche il rapporto, che prosegue ancora oggi, con l’Agip: la Ligabue gestisce la motonave cisterna Sergio Laghi, una delle poche unità che sopravviverà alla guerra. Nel 1940 la flotta mercantile italiana poteva contare su 786 navi oltre le 500 tonnellate di stazza, nel 1945 erano ridotte a poco più di una novantina. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’Italia si divide in due: mentre il Sud è sottoposto al Governo militare alleato, nel Nord si instaura la Repubblica sociale italiana, di fatto sotto il controllo dei nazisti. Anche la Ligabue si spezza, con le sedi di Brindisi e Napoli che restano separate da quelle dell’Italia settentrionale. Un episodio, riportato nel libro di memorie della stilista veneziana Giuliana Coen Camerino – che diventerà famosa come Roberta di Camerino – ci consente di sottolineare la nobiltà d’animo di Anacleto. Giuliana e il marito, Guido Camerino, sono entrambi ebrei e nel 1944 la situazione per loro si fa sempre più pericolosa. Giuliana ricorda nel suo libro di memorie (uscito nel 1981) che avevano deciso di fuggire e andarsene in treno, ma la loro condizione di fuggiaschi era evidente a tutti. Per loro fortuna, quando sono ormai in stazione, si imbattono proprio in Anacleto Ligabue. «Ma siete matti? Ma se mi state in giro così, fra mezz’ora siete già in un vagone piombato. Venitemi dietro, non mi parlate. E non discutiamo. Avete i minuti contati». Li porta a casa sua, a San Polo, e li nasconde. I Camerino riusciranno poi a scappare in Svizzera e a salvarsi. Probabilmente proprio le incertezze legate al periodo bellico inducono a un riassetto societario: nel luglio 1944 la società individuale Anacleto Ligabue viene trasformata in una Srl. Le cariche sociali vengono distribuite ai collaboratori più stretti e ai generi, mentre Anacleto riserva per se stesso un ruolo più defilato: prudenza che si rivelerà preziosa quando, pochi mesi più tardi, il precipitare degli eventi rischierà di travolgere anche la società. Intanto viene deliberato l’anticipo

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Ancora una guerra


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Anacleto Ligabue

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Regolamento d’appalto con l’armatore Achille Lauro, Venezia. 1943. 37

Rinnovo del contratto di appalto con la Società di Navigazione Adriatica, Venezia. 6 luglio 1943. 38

Pubblicazione La Cambusa delle cambuse: i magazzini Ligabue garantiscono un sempre maggiore varietà di derrate. 1956.

di una mensilità ai 37 dipendenti, affinché possano fare scorta di viveri. A dicembre 1944 la situazione contabile viene definita «soddisfacente», nonostante si lavori «tra difficoltà e rischi di ogni genere». Una lista di 132 navi assistite si rivela però del tutto irrealistica: quelle unità risulteranno in buona parte fuori servizio, requisite, bombardate nei porti, o affondate. Tra il 28 e il 29 aprile 1945 le truppe alleate entrano a Venezia: alla Ligabue stanno per giungere i giorni più difficili. Nella relazione dell’assemblea dei soci relativa a quel periodo si legge: «L’arrivo della pace venne accolto con calde manifestazioni di gioia, mitigate però dall’occupazione dei nostri magazzini da gruppi di partigiani, non sempre controllati, e poi per il provvedimento che poneva l’azienda sotto un’amministrazione commissariale del Cln» (Comitato di Liberazione Nazionale). Bisogna leggere fra le righe per capire ciò che stava succedendo: quel «non sempre controllati» lascia intendere che qualcuno, per l’appunto fuori controllo, abbia saccheggiato i depositi, e intanto l’azienda viene sfilata dalle mani dei suoi amministratori. Molte società che avevano operato durante la Repubblica sociale erano state commissariate per accertarsi che titolari o dirigenti non fossero stati collusi con il regime fascista. Quei tre mesi (metà maggio-metà agosto 1945) si rivelano però deleteri. Il Comando alleato mette fine al commissariamento definendolo illegale, ma intanto l’attività si è fermata e non si sono instaurati rapporti con le nuove autorità portuali, succedute a quelle repubblichine. Le cose, tuttavia, non si risolvono, perché il commissario, pur esautorato, continua a operare a nome della Ligabue, in parallelo e a insaputa dei dirigenti della società, tanto che l’11 agosto 1946 il Governo militare alleato intima al sedicente commissario di non proseguire nella sua azione, minacciando un’esemplare punizione da parte del Tribunale militare. La costituzione in forma societaria, che era stata definita un paio d’anni prima, si dimostra fondamentale per restituire l’azienda al controllo dei suoi dirigenti, ma quel che si ritrovano in mano è sostanzialmente una scatola vuota. Con i magazzini saccheggiati, le navi affondate o danneggiate, il personale navigante e negli uffici ridotto al minimo, la gestione in mano a un commissario illegittimo, la Ligabue si trova di fatto a dover ripartire da zero. Anacleto non è uomo da lasciarsi scoraggiare: dirà più volte che l’aver superato il periodo difficile del dopoguerra è stato per lui come nascere un’altra volta. La risalita del dopoguerra Nel 1946, i magazzini risultano requisiti dagli Alleati e gli uffici sono provvisoriamente sistemati al piano superiore del Ristorante bar autorimessa di Piazzale


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Arriva il primo montacarichi nei magazzini di Napoli. 1956. 40 40

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Si movimentano le merci dal magazzino del Punto Franco, a San Basilio, Venezia. 1970.

Anacleto Ligabue

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Italo Giambra, capo produttori provveditoria navi estere negli anni `60.

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Si caricano le merci nei camion all’interno del Punto Franco. 1970. 43

Le derrate sono pronte per salire a bordo di una nave nel porto di Trieste. 1970.

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Cartoline delle navi Roma e Sydney, Flotta Lauro, e della Andrea Gritti, Sidarma. 1940.

Roma. L’Italia sconfitta è rimasta quasi senza navi mercantili, perciò la Ligabue non ha più appalti. Il bilancio dell’anno si chiude in perdita, mitigata dal fatto che negli ultimi mesi si avvia una timidissima ripresa. Il Piano Marshall, promosso dagli americani per rimettere in piedi l’Europa, comporta anche la vendita a condizioni particolarmente favorevoli di mercantili classe Liberty, le navi varate negli Stati Uniti al ritmo di una al giorno per trasportare in Europa truppe e materiali. La risalita è faticosa, ma costante: nel gennaio 1948 la Ligabue ha in appalto una cinquantina di navi, il cui nucleo più importante è quello della Flotta Lauro, con 23 unità. Intanto la società esce da Brindisi, mentre apre una filiale a Genova. L’Italia di quegli anni sta compiendo uno sforzo epocale per rimettersi in piedi: la navigazione riparte sulle citate navi cedute dagli americani; altre, autoaffondate nei porti, vengono letteralmente tirate su dal fango (grazie all’opera dei nostri leggendari palombari), altre ancora vengono rabberciate nei cantieri, ma navigano, e Ligabue ne nutre gli equipaggi. Sono anni nei quali riprende una forte emigrazione, tanto che proprio i flussi migratori risultano determinanti nella rinascita della navigazione italiana. Non sono sufficienti nemmeno le navi passeggeri e gli armatori allestiscono cameroni – scomodi e affollati – a bordo dei mercantili per consentire agli emigranti di attraversare gli oceani. Gli italiani si trasferiscono nelle Americhe, in Sudafrica, in Australia e, a bordo di alcune delle navi che li portano tanto lontano, mangiano quel che la Ligabue ha messo in cambusa. Tra queste, le tre unità della Flotta Lauro, Roma, Surriento e Sydney, che al ritorno caricano le carni congelate per rifornire i magazzini di Anacleto, il che permette di sviluppare un notevole vantaggio competitivo. Nel 1949 le unità appaltate dalla Ligabue sono salite a 59 e fanno parte delle più importanti compagnie armatoriali dell’epoca: dalla Sidarma alla Lauro, dall’Adriatica alla Tripcovich. Si apre una filiale a Trieste: la sede è nel magazzino 18 del Porto Vecchio. La filosofia che ispira Anacleto è sempre la stessa: puntare alla qualità. Perciò raccomanda, in una lettera al personale navigante, diligenza e professionalità: «Preferiamo dei bravi cuochi e pessimi contabili, ai bravi contabili ma pessimi cuochi»; l’affermazione si spiega riferendosi agli equipaggi del tempo che erano oltre il triplo rispetto a quelli attuali. Si aprono nuove filiali, crescono le navi appaltate: nel 1951 sono 92, proprietà di 21 diversi armatori, con 243 persone in servizio tra cuochi, cambusieri, maestri di casa e garzoni; tre anni più tardi saranno salite a 96 e soltanto nel 1956, quando le navi appaltate raggiungeranno quota 141, si saranno superate le posizioni del 1943. In una pubblicazione del 1950 la Ligabue si definisce con giustificato orgoglio «l’unica organizzazione completa di provveditoria marittima» in Italia e all’estero. Il grande deposito di Venezia viene chiamato Cambusa delle cambuse. Dagli anni Cinquanta, anche questo lo si è visto, tutta la produzione della latteria


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Nave Angela Germana, del Gruppo Onorato nel bacino di San Marco, anni `40. 46

Nave Giovanni Grimaldi, del Gruppo Grimaldi, anni `50. 47

Nave Silvia Onorato, del Gruppo Onorato, anni `50.

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Nave Anna Maria d’Amico, del Gruppo d’Amico che ha appaltato il catering alla Ligabue dal 1949. 49

Nave Città di Salerno, anche tale unità appartiene al Gruppo d’Amico. 50

Nave Imperia, una unità del Gruppo Grimaldi servita dalla Ligabue.

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sociale La Grande viene acquistata in blocco dalla Ligabue, che fa stampigliare le forme con il proprio marchio. «Naviga in tutti gli oceani il formaggio di Villa Argine» titola il reportage di un giornale locale; le foto mostrano scaffali dove si susseguono lunghissime file di forme di colore nero, perché al tempo, per proteggerle, si utilizzava il nerofumo. Vengono allestite grandi sale di stagionatura per salumi e formaggi; si provvede in proprio a tostare il caffè, a confezionarlo, a imbottigliare il vino proveniente da Cipro. Il tutto attentamente controllato da un laboratorio di analisi situato all’interno dei magazzini. È presente una vastissima scelta di tabacchi di ogni tipo e provenienza. Anche gli imballaggi venivano etichettati con il simbolo della Ligabue, come testimoniano le lastre flessografiche utilizzate per stampigliare i cartoni, che sopravvivono negli archivi.

Cresce l’attività e si pensa a una nuova sede già nel 1951. L’anno successivo si individua l’area dove costruirla e nel 1953 la si inaugura. È molto vicina alla vecchia sede di Santa Chiara ma, per così dire, «al piano di sopra», ovvero si trova al termine del ponte della Libertà, sulla rampa che dà accesso al terminal automobilistico di Piazzale Roma. Si tratta di un edificio particolarmente innovativo per l’epoca, di grande impatto e che esiste ancor oggi, seppur convertito ad altri usi. A progettarlo in stile razionalista è l’architetto Carlo Cristofori. La notizia dell’inaugurazione è riportata dal Gazzettino del 28 maggio 1953. Dopo una lista infinita di intervenuti (tutti citati con titolo e cognome, come si usava al tempo), il giornale accenna al fatto che, per costruire il nuovo edificio, si sono dovute superare notevolissime difficoltà tecniche, «che avevano scoraggiato altre precedenti iniziative». Al piano terreno si trovano i magazzini nazionali, in quello superiore gli uffici. Ascensori, montacarichi, gru spostano persone e merci. Sono sempre in funzione i magazzini del Punto Franco, dove le derrate stazionano prima di essere caricate a bordo. Si tratta di una novità importante, al tempo sconosciuta, almeno in Italia: tenerle in magazzini nel Punto Franco significa evitare di importare e poi riesportare le derrate alimentari, con tutti i relativi aggravi sia in termini di costi, sia burocratici. Rimanendo nel Punto Franco, i rifornimenti stazionano in zona extradoganale: un’altra idea innovatrice di Anacleto Ligabue che permette un ulteriore vantaggio competitivo. I cronisti dell’epoca si lasciano trasportare dall’entusiasmo e, oltre a descrivere la nuova sede («d’aspetto fresco e gaio», afferma uno dei giornalisti), tratteggia-

Anacleto Ligabue

La nuova sede a Piazzale Roma


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Prospetto della nuova palazzina di Piazzale Roma i cui magazzini verranno chiamati Cambusa delle cambuse. 1950. 52

La nuova palazzina di Piazzale Roma è operativa, sopra la porta da acqua compare la scritta Cambusa delle cambuse. 1955.

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no anche un ritratto di chi sta a capo di quell’impresa. Anacleto Ligabue «lavora diciotto ore al giorno, facendo la spola tra Venezia, Napoli, Genova, Trieste». Si occupa di tutto: prezzi, qualità della merce stoccata, organizzazione dei magazzini; tiene i rapporti con fornitori e corrispondenti; fa in modo che tutto giri come un orologio, senza ritardi e intoppi. «Il nostro colloquio», annota il cronista, «durò esattamente sette minuti, interrotto da tre telefonate, dall’arrivo di un telegramma, dall’entrata frettolosa della sua segretaria per una comunicazione urgente. Sette minuti vertiginosi, durante i quali il commendator Ligabue mi fece venire il capogiro». Dopodiché avrebbe accompagnato due persone a visitare il Punto Franco e poi sarebbe partito per Napoli. Attività frenetica, non c’è che dire. Chi lo aveva conosciuto allora lo descrive come un uomo gioviale, naturalmente portato ai contatti umani. Se la sua personalità sorprende favorevolmente gli interlocutori, i magazzini fanno trasecolare: «L’ospite è stupito dalla vastità degli spazi e dall’enorme quantità di merce stoccata. Il «Si mangia Ligabue» diventa sinonimo di benessere e qualità. La Cambusa delle cambuse viene utilizzata da Anacleto come strumento di marketing: ci porta i visitatori – giornalisti, armatori, capitani, politici, banchieri, imprenditori – che ne rimangono regolarmente impressionati. Le reazioni entusiaste sono riportate nel libro degli ospiti, in lettere, telegrammi, biglietti arrivati da ogni parte del mondo. Alla fine anni Cinquanta, tra le unità appaltate vi sono navi passeggeri, traghetti, unità mercantili e miste che caricano sia merci, sia passeggeri. Tanto per dare un’idea, i tre già citati transatlantici della Lauro trasportano, in media, un centinaio di passeggeri di prima classe e ottocento tra seconda e terza. Significa che, solo su tali navi, ogni giorno, si devono servire oltre tremila pasti principali (colazione, pranzo, cena), senza considerare che a bordo si servono anche merende e pasti notturni e che, ovviamente, va nutrito pure l’equipaggio. Si capisce quindi quanto enorme sia la quantità di cibo che deve essere immagazzinato e smistato per rifornire le cambuse di bordo. Tra la nuova clientela arrivano le navi della Navarma, fondata da Achille Onorato, dell’omonima famiglia di armatori (divenuta oggi Onorato Armatori, proprietaria di Moby, Tirrenia e Toremar). L’attuale presidente, Vincenzo Onorato, ricorda un episodio avvenuto in quei tempi: «Subito dopo la seconda guerra mondiale, mio padre recuperò dal fondo del mare una nave bombardata. Spese, sangue e sacrifici per farlo. Il catering di bordo lo affidò a un signore veneziano che si chiamava Anacleto Ligabue. La nave affondò, tragicamente spezzata in due sulle secche di Dover. Mio padre


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Vista prospettica della palazzina di Piazzale Roma, attiva dal 1953 al 2015. 54

Anacleto Ligabue viene nominato Cavaliere del lavoro dal Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat. 1970. 55

Nella sede di Piazzale Roma, alle spalle di Anacleto Ligabue, campeggia il dipinto che rappresenta Venezia dall’antichità ai nostri giorni. 1970.

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L’allora ministro dell’Industria, Giulio Andreotti, in visita alla Ligabue nel 1967, affiancato da Anacleto e Giancarlo. 55

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Articolo del Corriere della sera del 26 novembre 1970 che definisce la Ligabue «la maggior impresa internazionale di catering».

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disse a Ligabue che aveva perso tutto e che non aveva soldi per pagarlo. Gli confessò che non l’aveva neppure assicurata perché non gli era rimasto alcun denaro per farlo. Aveva speso tutto quello che possedeva e di più per rimetterla in condizione di navigare. “Ci rifaremo insieme, Achille, ci rifaremo”. Questa fu la risposta del gentiluomo veneziano. Altri tempi, altri uomini, altri mari». La Ligabue intanto costruisce nuove sedi per le agenzie di Trieste, Genova e Napoli, rinnova il parco mezzi di trasporto e assume nuovo personale specializzato, sia a terra, sia in mare. Gli anni Sessanta sono quelli del boom economico e, anche per la Ligabue, corrispondono a un periodo di impetuoso sviluppo, sia nel campo degli appalti sia in quello della provveditoria. Qui bisogna fare una precisazione per i non addetti ai lavori. Cosa fossero gli appalti lo abbiamo già visto: la società veneziana si assumeva in prima persona la responsabilità della cambusa e del personale della cucina di bordo. La provveditoria, invece, è la semplice vendita di derrate alimentari agli armatori internazionali. In quegli anni l’impegno della Ligabue è suddiviso all’incirca a metà nei due settori. Va sottolineato che la forza della società consisteva proprio nel non compartimentare rigidamente i vari rami di attività, ma nel creare un’osmosi in grado di alimentare l’ambito dove ci fosse più bisogno al momento. Oggi si chiama flessibilità, ma il vocabolo al tempo non era ancora di moda. All’inizio del decennio la Ligabue e la genovese Barbagelata costituiscono una società indirizzata specificatamente ai clienti esteri, dal nome International Ship Supplies United Enterprises. La Issue ha sede dapprima a Genova e, dal 1963, a Venezia sotto la direzione di Giancarlo Ligabue; viene assunto personale multilingue per tenere i contatti con le navi in tutti i porti di residenza. Ligabue si occupa della cambusa, Barbagelata delle forniture di macchina e coperta: le attività si integrano l’una con l’altra, in teoria dovrebbe andare tutto liscio, la strada invece è in salita. Al tempo gli armatori stranieri considerano i fornitori italiani poco professionali e di conseguenza scarsamente affidabili. Il lavoro della Issue, quindi, non è solo quello di offrire servizi impeccabili, ma anche di costruirsi una reputazione. L’impresa riesce, grazie a un’attenta politica del passo per passo, fatta di visite periodiche alle sedi degli armatori in tutto il globo volte a guadagnarne la fiducia. Va tutto per il meglio, fino a raggiungere livelli di fatturato molto elevati e, in alcuni casi, i rapporti di fornitura saranno trasformati dalla Ligabue in contratti di appalto. In questo ambito viene costituita una rete di agenti procacciatori nei più importanti centri marittimi internazionali. L’attività della Issue sarà sciolta nel Duemila. La provveditoria costituisce tuttora un segmento importante delle attività del gruppo. Attualmente ha in forza alcune sedi all’estero (ad esempio Rotterdam) che includono nei rifornimenti anche macchine e coperta.


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Il villaggio Ligabue 58

Anacleto Ligabue, vice presidente del Comitato provinciale di Venezia della Croce rossa italiana, visita a Enego la colonia alpina della sezione veneziana. 1964. 59

Inaugurazione a Villa Argine (Re) della Casa della carità, intitolata a Carolina Ligabue, mamma di Anacleto. 1961. 60

Anacleto Ligabue con gli allievi dell’Istituto professionale per le attività marinare “Giorgio Cini” al quale forniva un cuoco e le derrate per la mensa. 1955. 61

Il circolo Acli di Villa Argine: il centro ricreativo culturale era stato voluto e realizzato da Anacleto Ligabue. 1958.

Nel Veneto il capitalismo illuminato ha avuto una lunga tradizione, e le case che Anacleto Ligabue fa costruire per i propri dipendenti si collocano in questo solco. Siamo negli anni Cinquanta, periodo di impetuoso sviluppo di Porto Marghera e quindi, in parallelo, di forte immigrazione: c’è bisogno di operai e tante persone premono per trovare casa nei dintorni. I prezzi degli affitti salgono e chi ha scarsa disponibilità economica deve andare a vivere sempre più lontano. Le società più importanti, prime fra tutte la Montevecchio, del gruppo Montecatini, con il “Villaggio Sartori”e la Chiari e Forti, fanno costruire edifici dove i dipendenti possano abitare. Lo fa anche la Ligabue: a Mestre, in zona Altobello, all’inizio degli anni Cinquanta sorge il «villaggio Ligabue», ancora oggi esistente, ovvero una trentina di appartamenti suddivisi in alcune palazzine, da assegnare ai dipendenti che ne avessero avuto bisogno e ne avessero fatto richiesta. La formula era quella del riscatto: pagando una somma mensile al posto dell’affitto, dopo un determinato numero di anni ne sarebbero diventati proprietari. Anacleto tiene moltissimo ai suoi dipendenti. Li chiama sempre «collaboratori», esige che siano gentili con i clienti, ma pretende altrettanto da questi ultimi: non avrebbe esitato a perdere un cliente qualora si fosse comportato male con un suo collaboratore. Non c’è comunque mai stato bisogno di ricorrere a questi estremi. Manda quadri e funzionari a perfezionarsi all’estero, finanzia corsi di aggiornamento professionale, soprattutto nel campo delle materie doganali, soggette a continui cambiamenti. Qualche volta organizza visite che stanno a metà tra lo svago e l’apprendimento, come quando egli stesso va in crociera fino a Spalato con la nave jugoslava Jadran, assieme a 160 dipendenti, per conoscere il sistema portuale del paese d’oltre Adriatico. Stringe rapporti con le imprese marittime dalmate e dà vita a un vero e proprio gemellaggio, portando con sé i famosi gondolieri e pluricampioni del remo Ciaci e Strigheta. Ligabue inserisce nella busta paga dei dipendenti il «premio puntualità», perché tutto deve ruotare come un meccanismo oliato nei tempi stabiliti, affinché avvengano senza intoppi i rifornimenti a navi che sostano pochi giorni e in taluni casi soltanto qualche ora. Istituisce il «premio fedeltà»: aumenti di stipendio dopo dieci, venti e venticinque anni di permanenza nell’azienda, sottolineati da festeggiamenti dei lavoratori anziani, e accompagnati da gratifiche straordinarie. Da questo si può comprendere perché fosse tanto ambito andare a lavorare alla Ligabue. Tra i dirigenti vanno ricordati i mariti di due figlie: Franco Piloni, responsabile dei magazzini del Punto Franco e di tutte le operazioni doganali; Giuseppe Poli, direttore amministrativo e finanziario. Inoltre Anacleto utilizzava quello che oggi chia-


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meremmo un lobbysta, ovvero un professionista che a Roma teneva le relazioni con i ministeri, in modo da monitorare le questioni burocratiche legate ai cambiamenti di normative; di questi interventi hanno beneficiato tutti i provveditori navali italiani riuniti nell’Anpan (Associazione nazionale provveditori appaltatori navali), della quale Anacleto è stato promotore e cofondatore nel 1970 e della quale fu nominato presidente onorario. L’attenzione ai problemi sociali 62

Festeggiamenti per il ritorno in serie A del Venezia Calcio, di cui Anacleto Ligabue è vice presidente. 1961. 63

Il patriarca di Venezia, Giovanni Urbani, all’imbarcadero della sede veneziana della Ligabue. 1960. 64

Anacleto Ligabue con Vittorio Cini, in visita alla Fondazione intitolata alla memoria del figlio Giorgio, nell’isola di San Giorgio Maggiore. 1955.

Anacleto Ligabue

L’imprenditore di valore non si comprende solo col fatturato, ma anche dalle attività sociali che promuove e dagli utili che reinveste nell’associazionismo e nelle opere di carità. Alcune iniziative di questo tipo non erano note, altre sono ben evidenti nella storia familiare di Zita e Anacleto. Negli archivi della Ligabue si conserva una lettera del 1957 con la quale il patriarca di Venezia, Angelo Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII, ringrazia Zita e Anacleto per la donazione a favore dell’Istituto Pio XII, che sul lago di Misurina aveva rilevato l’ex Grand Hotel trasformandolo in un preventorio tubercolare per bambini. I coniugi erano tra i grandi benefattori di questa struttura, in attività ancora ai nostri giorni (è il grande edificio a fondo lago che si vede in tutte le cartoline): oggi è l’unico centro montano in Italia specializzato nella cura e riabilitazione delle malattie respiratorie di bambini e adolescenti. Ligabue tornava ogni anno nella sua Villa Argine e regalava ai bambini materiali scolastici e pacchi dono, nonché nuovi arredi a tutta la scuola elementare. Beneficava la parrocchia e le famiglie; tutti gli anni sorteggiava un bracciale d’oro che andava in dono a una giovane sposa. Zita e Anacleto fanno anche restaurare la chiesa, contribuiscono alla costruzione del centro ricreativo parrocchiale e donano la Madonna del villaggio, una grande statua in bronzo, che viene messa sopra il campanile, a proteggere tutta la comunità. Erano attesissimi i generosi pacchi dono natalizi, che andavano a ogni dipendente: contenevano generi alimentari. Nel 1958 Anacleto porta con sé a Villa Argine 150 dipendenti, provenienti da Venezia, Napoli, Trieste e Genova: tre pullman per una due giorni che suscita l’entusiasmo della stampa locale. Queste iniziative non sono soltanto conviviali: i dipendenti visitano i luoghi di produzione e di stagionatura di salumi e parmigiano reggiano, dei quali tante volte hanno letto i riferimenti sulle bolle di carico delle merci imbarcate. In quella stessa occasione, a Reggio Emilia, viene festeggiato il passaggio dell’asticella delle 200 navi appaltate (202 per la precisione) e i dipendenti regalano ad Anacleto la riproduzione in oro di una cocca (nave da carico) veneziana cinquecentesca.


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L’imprenditore annuncia nel suo discorso che da quell’anno in poi sarebbe stata corrisposta una mezza mensilità in più, in occasione delle ferie estive, vera e propria anticipazione della quattordicesima nel settore del commercio che sarebbe stata prevista dal contratto nazionale soltanto alcuni anni dopo. Sempre a Villa Argine, Zita e Anacleto fanno realizzare la Casa della Carità, per anziani non autosufficienti, inaugurata nel 1961 e tuttora in funzione, dedicata alla mamma di Anacleto, Carolina. Anacleto si era anche preso cura dell’Istituto Scilla per orfani di guerra che funzionava anche come scuola alberghiera, all’interno dell’Istituto professionale per le attività marinare Giorgio Cini, conosciuto a Venezia come «scuola dei marinaretti»: forniva le derrate necessarie per preparare i pasti, sotto la guida di un capocuoco Ligabue. Con l’Eni di Enrico Mattei 65

I dipendenti della Ligabue pronti a partire per la crociera offerta in occasione dei 50 anni della società. 1969.

Abbiamo già visto come, ancora prima della guerra, tra le unità appaltate dalla Ligabue, ce ne fosse una dell’Agip, la Sergio Laghi, una delle poche che si erano salvate dagli eventi bellici. Nel 1952 l’Agip diventa una delle società del gruppo Eni, alla cui guida si trova Enrico Mattei. Questi, fin dai primi anni Cinquanta, fa costruire dieci petroliere e, un decennio più tardi, le navi sono ormai una ventina. Le appalta Ligabue, che prima apre un’agenzia ad Augusta, la città che fa da base all’Eni in Sicilia, e poi vi costituisce una nuova società che si occupa di approvvigionare e gestire il catering, oltre che nelle navi, sulle piattaforme petrolifere nel Mediterraneo. Questa attività verrà ampliata da Giancarlo Ligabue a livello internazionale ed è tuttora settore di primaria importanza per l’espansione internazionale a fianco delle grandi imprese. Negli anni Sessanta del Novecento si assiste al frenetico sviluppo dell’aviazione commerciale; la Ligabue si attrezza per rifornire gli aerei passeggeri e prende in gestione bar, ristorante e mensa del nuovo aeroporto di Venezia, il Marco Polo, da poco costruito ai margini della laguna, in località Tessera. Anacleto si dedica con passione anche al mondo dello sport: diventa presidente della Reale società canottieri Bucintoro. Diventa prima presidente commissario, nell’annata 1960/’61, e l’anno successivo vicepresidente dell’Associazione Calcio Venezia assieme a Enrico Linetti, presidente il conte Giovanni Volpi di Misurata: questo il gruppo dirigente che nel 1961 riporta, dopo molti anni, il Venezia calcio in serie A. Nel 1969 la Ligabue festeggia i 50 anni di attività, ha in appalto 300 navi e Anacleto, nel frattempo nominato cavaliere del lavoro, viene affettuosamente chiamato “Grande cambusiere” e in veneziano “El Leon”. In quell’anno la società partecipa con uno stand alla prima mostra internazionale marittima, chiamata Posidonia, che si


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tiene ad Atene e che richiama armatori e operatori da ogni parte del mondo. Vanno a visitarla anche i dipendenti della Ligabue, grazie a un velivolo dell’Alitalia noleggiato per questo scopo. In quel periodo viene costituita la Ligabue Hellas, con sede al Pireo, di supporto sia al settore appalti che a quello provveditoria, scelta importante dal punto di vista operativo e promozionale. Nel 1970 l’Associazione internazionale dei provveditori navali (Issa) tiene il congresso annuale proprio a Venezia, con la partecipazione di tutti i maggiori fornitori del mondo. Il più importante di questi è la società giapponese Fuji Trading, guidata dal suo fondatore Chuhei Koike, che chiede e ottiene di trascorrere due giorni nei magazzini e uffici veneziani della Ligabue per apprendere come si svolge l’attività di quello che gli era stato riferito essere il miglior fornitore navale del mondo. Al fianco di Anacleto, già da quasi dieci anni, viene inserito in azienda, nel Consiglio di amministrazione e poi come vice presidente, il figlio Giancarlo, che si fa subito valere, dimostrando le proprie capacità commerciali e cominciando a orientare la società verso l’estero, internazionalizzandola. Anacleto muore il 27 luglio 1971 e Giancarlo è già pronto alle nuove sfide del mercato mondiale che lo aspettano. Anacleto e Zita riposano ad Argine vicino alla chiesa, alla Madonna del villaggio e alla casa della Carità, nella loro terra reggiana che li ha per sempre riabbracciati.

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Anacleto Ligabue

Enrico Mattei, presidente dell’Eni, davanti a un velivolo con il marchio del Gruppo e alle spalle un hangar della Ligabue: le due società avevano da poco cominciato a collaborare. 1952.

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Massimo Casarin

Giancarlo Ligabue 89

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Anacleto Ligabue con il figlio ed erede Giancarlo all’interno di Palazzo Erizzo Ligabue. 1965. 68

Brochure pubblicitaria della Ligabue Hasani, sede della società negli Emirati arabi uniti. 1975. 69

Pubblicazione commerciale della Ligabue Panama, sede della società a Colón, sul lato atlantico del canale. 1976.

La grande impresa

a vita aziendale di Giancarlo Ligabue era in ogni caso cominciata da tempo. Si era fatto le ossa, come si dice, affiancando papà Anacleto dopo aver studiato negli Stati Uniti e a Ca’ Foscari, l’ateneo veneziano. La prima missione importante è quella in Australia del 1959. Giancarlo ha 28 anni quando parte con il responsabile acquisti della Ligabue, Renato Allegrini. Vanno in Australia per trattare con alcuni produttori di carni congelate. La missione va bene, ne scaturisce un accordo con la società Jackson, i cui titolari ricambieranno la visita l’anno successivo a Venezia. Non è per quello, però, che la missione in Australia sarà ricordata: che tutto si chiudesse nel migliore dei modi non era scontato, ma era atteso. L’imprevisto invece è sempre in agguato e l’intoppo si materializza in una tempesta che costringe il piccolo aereo noleggiato a un atterraggio di fortuna. Il pilota è abile, la manovra riesce, nessuna conseguenza su chi si trovava a bordo, salvo una: Allegrini torna a casa con i capelli sbiancati. Giancarlo esordisce nell’azienda paterna selezionando e creando una rete di fornitori di fiducia per le navi appaltate nei vari porti del mondo. Si può affermare che da quel momento, il 1960, comincia la vera espansione internazionale della società. È indispensabile che tutto funzioni in modo regolare, che il servizio sia affidabile, e che le merci siano standardizzate in modo da garantire il migliore rifornimento in qualsiasi parte del globo. Un articolo del Corriere della sera del novembre 1970 offre un efficace ritratto della Ligabue e della sua attività di catering navale: «Innanzi tutto che cos’è il catering? È l’intero iter di rifornimenti e servizi collegati: tutto ciò che serve a bordo di una nave – o di un aereo – per l’alimentazione dei passeggeri e dell’equipaggio. Dalla colazione del mattino al pranzo serale, dal drink allo spuntino di mezzanotte, con il relativo training e impiego di cuochi, cambusieri, camerieri, chef, maître, macellai, panettieri, pasticceri, maestri di casa: un esercito di personale specializzato. Tutto questo è catering. Tutto questo è, in buona sostanza, e in termini riassuntivi, tutto ciò che costituisce il lavoro della Ligabue di Venezia». Gli archivi della società restituiscono un Piccolo ricettario di cucina per le mense equipaggio, ristampato nel 1971, e curato da Ettore Giraldi, capo cuoco del Lloyd Triestino, una delle compagnie rifornite dalla società veneziana. In quel periodo Ligabue raggiunge un accordo che permette di creare un deposito delle proprie merci a Port Said, sul canale di Suez, in grado di rifornire le navi che transitano in entrambi i sensi e che non fanno scalo in Italia. Il settore delle navi da carico continua a svilupparsi, la società veneziana acquisisce i servizi di catering di numerose flotte delle nazionalità più disparate e quindi ha la necessità di adeguare le provviste con i prodotti tipici. Tra gli arma-


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I prodotti destinati ai rifornimenti di bordo vengono marchiati con il logo aziendale. 1970.

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tori esteri più importanti vanno ricordati: Naess Shipping di New York, Overseas Maritime con sede a Londra, Olympic Maritime di Montecarlo (la compagnia di Onassis) e Energy Transportation che prevede la presenza di un ispettore Ligabue in Giappone. Il 1971 segna la fine di un’epoca: quella del gold standard, ovvero della convertibilità tra valuta cartacea e oro. In Europa era stata abolita da tempo, negli Stati Uniti se ne decreta il termine il 15 agosto. Il consiglio di amministrazione della Ligabue di fine anno la registra così: «L’annullamento della convertibilità aurea del dollaro e l’imposizione della sovrattassa del 10 per cento sulle importazioni americane decretati da Washington hanno creato lievitazioni paurose della valute europee e la pressoché totale chiusura del mercato americano». Gli avvenimenti politici segnano anche la vita economica e dal 1967 al 1975 il canale di Suez rimane chiuso. La causa è la guerra dei Sei giorni, scatenata dagli arabi, ma risoltasi con l’occupazione israeliana della penisola del Sinai. A quel punto il canale diventa il confine – ad altissima tensione – tra Egitto e Israele e resta intransitabile finché, in base agli accordi di pace, gli israeliani si ritirano. Il traffico marittimo,

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La Ligabue provvede in proprio alla torrefazione del caffè e alla confezione in buste di polietilene. 1965. 72

Nave Navarino, il catering viene curato dalla Ligabue dopo l’accordo con l’armatore Karageorgis. 1976. 73

Caffè a marchio Ligabue imbustato e pronto per il mercato estero. 1965.

Una chiatta con camion e personale Ligabue in navigazione nel bacino di San Marco. 1970.

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La nave Deutschland dell’armatore Deilmann che aveva sottoscritto un accordo con la Ligabue già negli anni Ottanta. 1998. 76

Nave da crociera ormeggiata a Venezia, la Ligabue si occupa del personale di cucina e di sala. 1985.

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Motonave cisterna Agip Lazio, varata a Monfalcone nel 1976 e rifornita dalla Ligabue. 1985. 78

Nave Achille Lauro, le unità della Flotta Lauro in transito per il canale di Panama vengono seguite dalla locale sede della Ligabue. 1985.

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Nave Danae, della Costa crociere, dove viene sancita la collaborazione tra la Ligabue e lo chef Alfredo Beltrame, titolare dei ristoranti El Toulà. 1984.

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La rosetta di Grande Ufficiale al merito del lavoro della Repubblica Italiana conferita a Giancarlo Ligabue, dal presidente Giorgio Napolitano. 21 maggio 2007. 81

Copertina del numero di dicembre 1975 della rivista Fortune dedicata a Giancarlo Ligabue e alla società di catering.

Giancarlo Ligabue

però, non poteva interrompersi per otto anni e quindi le rotte subiscono modifiche radicali. Se non si passa più per il canale di Suez, si rimedia anche transitando per quello di Panama, e quindi la società veneziana apre una filiale – Ligabue Zona Libre – nel porto di Colón, ovvero sul lato atlantico del canale. In quel periodo transitano di frequente due importanti navi passeggeri della Flotta Lauro: la Angelina e la Achille Lauro. La Ligabue aveva intanto acquisito pure l’appalto del gioiello della Società Italia di Navigazione, ovvero l’ammiraglia Michelangelo (attiva fino al 1975) e dei due transatlantici del Lloyd triestino: la Leonardo da Vinci e la Galileo Galilei. Più tardi, la Vistamar diventa la prima nave da crociera gestita completamente dalla Ligabue, ovvero tutti i servizi di bordo, esclusi soltanto quelli riferiti alla navigazione. Il verbale del consiglio di amministrazione del 18 marzo 1971 registra un avvenimento epocale per la Ligabue, anche se, con ogni probabilità, al tempo nessuno se ne rendeva conto: l’arrivo del primo computer. Il maggior importo delle spese registrato rispetto alla gestione precedente «è formato principalmente dall’acquisto di un computer “Philips”». Naturalmente costava una cifra folle per l’epoca. Nel 1973 Giancarlo Ligabue fonda ufficialmente il Centro Studi e Ricerche Ligabue, oggi divenuto Fondazione. Nell’autunno 1974 viene inaugurato nel porto di Trieste il più grande magazzino frigorifero del mondo per le forniture navali che può contenere fino a milleduecento tonnellate di carnami. Abbiamo visto poco sopra che sono anni difficili, questi: la crisi petrolifera fa schizzare all’insù i prezzi dei carburanti, ma la società continua a investire, certa che torneranno tempi migliori. In Italia, oltre che su quelli di Venezia, la Ligabue può contare sui magazzini di Trieste, Napoli, Genova e Ravenna, nel mondo i più importanti sono quelli di Dubai e Panama. Il sistema di distribuzione si avvale in Italia di centoquaranta tra camion e imbarcazioni aziendali. Il vino arriva con bettoline, viene immagazzinato in botti di cemento e mandato a bordo in grandi contenitori di plastica o già imbottigliato, l’olio viene imbarcato in latte da una ventina di chili, prima di andare a bordo il caffè viene miscelato, torrefatto e confezionato in appositi contenitori di polietilene che la Ligabue utilizza per la prima volta. L’aumento dei costi manda fuori mercato navi di vecchia concezione, dove il rapporto tra passeggeri e personale è troppo squilibrato. La veneziana Adriatica vende Enotria, Messapia e Illiria. Nel dicembre 1975, Giancarlo Ligabue riceve una consacrazione non da poco: la copertina di Fortune, la famosa rivista americana di business. All’interno un servizio di dieci pagine, intitolato «Lo straordinario veneziano che rifornisce

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Nel marzo 1977 Giancarlo Ligabue viene nominato Cavaliere dell’Ordine Reale della Stella Polare di Svezia. Lo stesso mese era già stato insignito della carica di Console onorario del paese scandinavo. 83

La regina madre è in visita a Venezia a bordo del Royal Yacht Britannia e la Ligabue ne cura i rifornimenti. 1984.

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le navi ovunque» che precisa: «Ha fatto della sua azienda il più importante fornitore di catering del mondo». E poi: «A quarantaquattro anni, Giancarlo Ligabue è quasi certamente l’uomo più vitale di Venezia». E poi via a elencare quello che fa: dirige l’impresa di persona, partecipa a scavi archeologici in Africa e in Asia e ci scrive dei libri, sta riorganizzando il Museo di Storia Naturale, è presidente della squadra di pallacanestro veneziana, va pesca, caccia, è Console Onorario di Svezia, gli resta pure il tempo di essere cordiale non solo con clienti, dipendenti e colleghi paleontologi, ma anche con scrittori, artisti e musicisti. Fortune scrive che Giancarlo Ligabue ha coniato un neologismo, «gastropsicologia», e lo spiega ricordando che anche la sequenza con la quale vengono proposti i vari piatti ha una sua fondamentale importanza per far quadrare i conti. Poi il giornalista visita il magazzino veneziano, dove sono stivati milleottocento diversi generi alimentari e ne rimane vivamente colpito. Nel 1978 Giancarlo conosce a Roma Sylvia Granier, una bellissima boliviana. Nel 1981 nasce Inti. La mamma Sylvia Granier purtroppo morirà quando il figlio avrà appena sedici anni. Giancarlo diventa papà a cinquant’anni e anche questo fattore avrà un peso sulla formazione di Inti, il quale, già da bambino, segue il genitore in alcune spedizioni. Intanto al mare si aggiunge l’acqua dolce, cioè le crociere sul Danubio, che dagli anni Ottanta si diffondono sempre più e si avvalgono di navi prestigiose, come la Donauprinzessin, dell’armatore Peter Deilmann e la Mozart. Per tale motivo viene aperto un ufficio a Salisburgo che si occupa di selezionare e assumere il personale di bordo. L’iniziativa ha successo, tanto che poco tempo dopo viene creata una società comune tra la Ligabue e la Compagnia statale austriaca di navigazione fluviale: l’ufficio di Salisburgo recluta personale anche per le unità dello stato austriaco, inoltre viene aperto un ristorante italiano nel porto fluviale di Vienna. La crocieristica risale la china con nuove navi e nuovi criteri di gestione e nel maggio 1984 in bacino di San Marco a bordo della Danae, della Costa, si celebra l’alleanza tra la Ligabue e uno dei più importanti chef del tempo, Alfredo Beltrame, titolare della catena di ristoranti e alberghi El Toulà. Le sue intuizioni rinnovano anche la cucina di bordo, in precedenza molto tradizionale. Viene approntato un menù a colori, una novità assoluta, per l’epoca: il rosso dà sicurezza, il giallo serenità, il bianco spiritualità, il bordò viene definito «rinascimentale». L’obiettivo di Ligabue e Costa è rinnovare la cucina di bordo evitando le preparazioni in anticipo,


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Chef dei ristoranti El Toulà a bordo della Costa Crociera. 1984. 87

Pubblicità dell’American Express che raffigura Giancarlo Ligabue mentre sorseggia un caffè seduto sopra un moai dell’isola di Pasqua. 1987.

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che fino a quel momento erano la prassi. Per farlo si imbarcano cibi freschi a ogni toccata e il Toulà mette a punto per i cuochi di bordo ben 200 schede di piatti diversi. L’esperienza viene ripetuta con successo nelle crociere della Danae in Giappone. In quell’anno la Ligabue riforniva 30 navi passeggeri e 280 mercantili, per un totale di 13 milioni di pasti che salivano a 20 milioni aggiungendo le piattaforme i cantieri e gli aeroporti. Nel medesimo 1984, in autunno, Venezia riceve una visitatrice illustre: la regina madre d’Inghilterra, che arriva a bordo del Britannia, lo yacht reale. La Ligabue provvede agli approvvigionamenti e, una volta terminata la visita, riceve una lusinghiera lettera: «I rifornimenti quotidiani delle varie provviste sono sempre arrivati in orario, il che è una benedizione, e il servizio è stato sempre superbo». Purtroppo, come spesso accade, non mancano i periodi di crisi e a metà degli anni Ottanta se ne verifica uno. Il canale di Suez è stato riaperto e gli armatori dismettono le superpetroliere da 200/300 mila tonnellate utilizzate quando era necessario circumnavigare l’Africa. Ora diventano dei giganti ingestibili: basti pensare che il costo giornaliero di una di queste superpetroliere corrispondeva a quello di una trentina di unità tradizionali. I disarmi divengono molto numerosi e trascinano al fallimento alcune compagnie, come la Flotta Lauro e la giapponese Sanko Line. Nel primo caso, visti i buoni rapporti personali tra i figli dei fondatori, Ercole e Giancarlo, la Ligabue non intenta azioni legali contro la Lauro per il recupero crediti o il sequestro conservativo. Nel secondo frangente, la società veneziana vantava notevoli crediti nei confronti della compagnia nipponica che aveva 120 navi, molte delle quali facevano sosta in Italia. La tempestività fu essenziale: un viaggio-lampo a Tokyo e due lunghe riunioni con i dirigenti della Sanko permettono di ottenere l’immediato pagamento dell’88 per cento dei crediti, prima che scattino i sequestri conservativi delle navi ferme nei porti. Non è tuttavia possibile evitare nel 1986 una dolorosa ristrutturazione dell’azienda che viene portata a termine con oculatezza senza che si verifichino scioperi o manifestazioni analoghe. Già dall’anno successivo, però, si cominciano a vedere i risultati del risanamento e il ritorno all’utile di bilancio, che sale ulteriormente nel 1988.

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La caduta del muro di Berlino (1989) ha ripercussioni quasi immediate: un anno dopo la Ligabue viene chiamata a gestire due navi da crociera russe, Kazakistan e Azerbaigian, con base a Odessa, sul Mar Nero, e assume anche l’appalto di una nave dell’ex Ddr, la Arkona. È la prima volta che una società occidentale viene chiamata a occuparsi di servizi di bordo in precedenza svolti direttamente dall’armatore sovietico; inoltre le vengono affidati i servizi della Pietro I, la grande clinica oftalmica russa galleggiante, ormeggiata a Dubai, dove si opera il tracoma, malattia che colpisce la maggior parte della popolazione dell’Arabia Saudita. È la prima esperienza di questo genere, la sala operatoria prende quasi mezzo ponte e vi possono lavorare simultaneamente fino a sei gruppi di chirurghi; tra pazienti e accompagnatori si contano fino a 400 passeggeri. «Non si tratta solo di dar da mangiare, bene e secondo le abitudini, al personale russo e agli ospiti arabi, ma soprattutto di rispettare una serie di norme igienico-sanitarie», commenta Giancarlo Ligabue. La politica della qualità paga: nel novembre 1990 la cucina della nave passeggeri tedesca Berlin riceve il premio Cordon Bleu. L’armatore è il medesimo Peter Deilmann che un po’ più sopra abbiamo incontrato parlando delle crociere sul Danubio. Questa unità, invece, va per mare e trasporta 400 ospiti (al 90 per cento tedeschi) e 200 membri dell’equipaggio. I festeggiamenti del premio avvengono a Venezia, per sottolineare l’importanza del catering della Ligabue. Nella ristorazione le cose stanno cominciando a cambiare e lo chef di bordo offre anche menù dietetici. In una crociera di due settimane la Berlin consuma: 20 quintali di carne, 6 quintali di pollame, 8 quintali di pesce, 3 quintali di crostacei, 13 quintali di farina, 22 quintali di verdure, 20 quintali di patate, 15.500 uova, 14.500 panini, 4.000 bottiglie di vino.

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Il 5 novembre 1990 viene assegnato il premio Cordon Bleu alla nave Berlin il cui catering è affidato alla Ligabue. 89

Giancarlo Ligabue con alcuni collaboratori nell’ufficio di Piazzale Roma. 1975.

Nel 1993 viene fondata una nuova società, in Grecia, questa volta, con il gruppo armatoriale Chandris, con sede al Pireo, per la gestione delle navi Azur e Victoria. Naturalmente non perde d’importanza il mercato italiano, dove si consolidano le collaborazioni con le più importanti compagnie armatrici dei traghetti: Tirrenia, Moby Lines, Grimaldi, D’Amico. Nello stesso periodo si registra lo sviluppo impetuoso di un settore collaterale, quello dei negozi di bordo. La Ligabue già gestiva i duty free shops di alcuni aeroporti italiani e di numerose navi passeggeri, ora acquisisce le attività commerciali a bordo di importanti navi da crociera con sede a Miami. Di conseguenza viene inviato un funzionario in Florida che si occupa anche dell’assunzione di personale per il catering.

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Giancarloligabue, Anacleto Ligabueil fondatore (18941971)

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Le piattaforme e i cantieri È il periodo della grande diversificazione, dagli anni Sessanta in poi nel mare non ci sono più soltanto le navi da rifornire, ma si affianca un numero crescente di piattaforme di perforazione e ricerca. Il periodico del sindacato dei lavoratori dell’energia nel marzo 1975 pubblica un reportage da bordo della piattaforma Scarabeo II. Ai 75 dipendenti della Saipem si aggiungono i 12 della Ligabue: il linguaggio usato oggi fa davvero sorridere, «sembra doveroso, nel quadro di una elementare solidarietà di classe, parlare anche di loro». Comunque il lavoro degli uomini Ligabue è considerato prezioso perché «a mensa, nella sala soggiorno, negli alloggiamenti, i tecnici trovano l’oggettiva possibilità di scaricare la tensione che si accumula nei quindici giorni di permanenza sulla piattaforma». La ricerca petrolifera non avviene soltanto in mare, ma anche nell’entroterra e quindi la Ligabue comincia a occuparsi dei rifornimenti dei campi onshore e dei grandi cantieri internazionali che vedono protagoniste le imprese italiane di costruzioni. Viene creata una nuova struttura interna della società veneziana, indipendente dalle altre, che si interessa dei rifornimenti «full catering» nei settori sopracitati. L’inglesismo si riferisce ai servizi collaterali, connessi alla somministrazione dei pasti al personale, oltre ai servizi alberghieri e logistici. La Ligabue si deve più che mai internazionalizzare creando una rete di rifornimenti

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Pozzo esplorativo dell’Eni nel deserto alle spalle della città di Tarfaya, in Marocco. 1960.

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La brochure Ligabue Offshore Department rivolta ai gestori delle piattaforme petrolifere. 1975. 92

Pagine interne della brochure Ligabue Offshore Department nelle quali viene spiegata l’organizzazione del catering. 1975.

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A metà anni Novanta si registrano alcuni importanti accordi. Quello con l’armatore tedesco Ahrenkiel porta all’apertura di una base a Cipro che rifornisce le 25 navi della società con sede ad Amburgo e presto acquisisce anche l’appalto di una cinquantina di navi di altre compagnie armatoriali. Nel 1995 un funzionario veneziano viene dislocato a Manila per gestire due navi passeggeri, una norvegese e una filippina, che percorrono rotte dell’Estremo oriente. Intanto, e siamo nel 1994, Giancarlo Ligabue viene eletto al Parlamento europeo. Per un paio d’anni, fino al 1996, diventa anche presidente del gruppo parlamentare di Forza Italia, ma dati gli impegni aziendali decide di non ricandidarsi alla fine della legislatura. La presenza della società veneziana si allarga nell’estremo oriente: nell’autunno 1996 a Manila viene costituita, in accordo con un armatore locale, la Ligabue Philippines che fornisce la nave Mabuhay-Sunshine, con 55 addetti al catering. A fine 1997 il settore navale risulta di gran lunga il prevalente nell’attività Ligabue, con i due terzi del portafoglio clienti, mentre il catering aereo assomma la restante parte delle attività del gruppo.


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93 - 94 nei vari luoghi in cui opera, assumendo personale locale e dando vita a nuove Pubblicazione joint venture con partner del posto. ...where geologists go… La prima importante commessa di questo genere fu quella acquisita con il grupdove si illustra po Eni-Agip nella Patagonia, a Comodoro Rivadavia, principale punto d’esportail servizio catering per zione dei prodotti petroliferi dell’Argentina. Poco dopo arriva anche la gestione le aree remote e difficili, dei campi petroliferi nei monti Zagros, in Iran, che durerà per alcuni decenni e come i deserti. 1980. che avrà grandi sviluppi. Viene creata la Isasco, in società con un partner locale, presieduta da Morteza Daftari (un ammiraglio in pensione dai modi aristocratici) 95 che riceve un’importantissima commessa a fianco delle imprese che costruiscoI mezzi Ligabue no i porti di Bandar Abbas e Khorramshahr; si arrivano ad avere punte di 20 mila riforniscono la piattaforma lavoratori di diverse etnie, con differenti esigenze ed abitudini alimentari. Complicato soddisfare le pretese di persone tanto diverse fra loro e impossibile Perro Negro, della Saipem, al largo di Ravenna. 1970. farlo limitandosi ai prodotti reperibili sul mercanto iraniano. La soluzione è di conseguenza creare una provveditoria in società con il titolare di una catena di 96 supermercati. Al tempo la città degli Emirati non era ancora il nodo di scambi La nave-gru che oggi è diventata e quindi il fatto di averla scelta come base per le attività in quella zona del mondo, rivela una notevole intuizione. Senz’altro ha contato il semisommergibile Micoperi 7000 (oggi Saipem 7000), fatto che non esistevano dazi doganali né particolari adempimenti burocratici varata a Monfalcone: i 725 e quindi risultava abbastanza naturale organizzare proprio da lì il sistema di membri dell’equipaggio rifornimenti per le attività in Iran, che venivano effettuati attraversando il Golfo hanno a disposizione Persico con piccole unità navali. due mense, gestite Gli Emirati Arabi Uniti si trovavano in quel periodo in pieno fermento: progetdalla Ligabue. 1987. ti edilizi, insediamenti industriali, prospezioni petrolifere. Tutto questo aveva bisogno di supporto logistico e di rifornimenti che, ovviamente, arrivavano via 97 mare. Decine e decine di navi che trasportavano materiali di ogni tipo attendeLa nave posatubi vano per settimane alla fonda in rada il loro turno per potere accostare le bansemisommergibile chine e scaricare le merci. Castoro Sei, varata La Ligabue, grazie alla casa madre veneziana e ai contatti con gli armatori, si assicura il rifornimento di queste unità. Talvolta capita di occuparsi dello spirito a Trieste, ha un equipaggio di 347 persone. 1980. anziché soltanto del corpo ed è proprio quel che succede nella notte di capodanno del 1974, quando gli equipaggi di una quarantina di navi da mesi in attesa del loro turno per scaricare si sentono piuttosto intristiti perché costretti a bordo. Considerata la situazione, gli addetti della Ligabue Emirates – tutti poliglotti – organizzano una sorta di bingo via radio, con premi messi in palio dalla società. L’iniziativa ha un enorme successo, suscita l’entusiasmo tra gli equipaggi e fa parlare della Ligabue in tutte le compagnie di navigazione: molto più efficace di una campagna di marketing milionaria. Nel 1980 la società veneziana si assicura il più importante contratto di sempre,


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Antartide, veduta aerea di Terra Nova, in una baia del mare di Ross, dove la Ligabue gestisce il catering di due navi, una rompighiaccio e un’unità di supporto logistico. 1985. 99

Antartide, stazione scientifica del Cnr a Terra Nova, sul mare di Ross, che ospita a rotazione 250-300 ricercatori. 1985.

ovvero il rifornimento giornaliero del vitto per 18/20 mila persone impegnate in Libia, a Misurata, in quella che al tempo era la più grande acciaieria del mondo. L’impianto, proprietà della Lisco (Libyan Iron and Steel Company) era stato realizzato dagli austriaci della Voestalpine, con sede a Linz, in collaborazione con i tedeschi della Krupp (acciaierie) e della Hochtief (costruzioni). La manodopera era in buona parte filippina, organizzata dalla società Galaxy, controllata da alcuni alti ufficiali dell’esercito vicini all’allora presidente, Ferdinand Marcos. In quest’occasione si dimostra quanto fossero importanti le sinergie tra le varie attività intraprese da Giancarlo Ligabue. L’incontro tra Ligabue e Marcos si rivela decisivo sia per le spedizioni scientifiche del Centro Studi che per le forniture alimentari dell’azienda in Libia. Il presidente filippino da un lato incarica il responsabile della Galaxy di mettere a disposizione di Giancarlo Ligabue un elicottero delle forze armate a supporto della missione, dall’altro viene sottoscritto un accordo preliminare di esclusiva per il rifornimento alimentare dell’acciaieria nordafricana. La spedizione del Centro Studi nelle foreste delle Filippine riesce a studiare e documentare l’esistenza di gruppi nativi che non avevano avuto alcun contatto con il mondo esterno. Per di più Giancarlo Ligabue tiene anche un’affollata e apprezzata conferenza su temi paleontologici all’università di Manila. Tutto questo fa sì che cominci un imponente flusso di rifornimenti in direzione Misurata: ogni mese partivano dall’Italia una quarantina di container da 20 e 40 piedi, refrigerati e no. A metà anni Novanta avviene lo sbarco a Shenzhen, in Cina: Ligabue e Nanhai Oil, compagnia petrolifera statale, costituiscono una società mista per il catering delle piattaforme di perforazione del consorzio formato da Agip, Texaco, Mobil Oil, nel mar Cinese meridionale. L’Antartide Qui siamo in un campo del tutto nuovo, che esula dai settori tradizionali della navigazione e dei cantieri. Una nuova e affascinante sfida per la Ligabue che nel 1985 affianca Enea per organizzare il catering della prima base italiana permanente in Antartide. La Stazione, oggi intitolata a Mario Zucchelli, suo progettista scomparso nel 2003, si trova a Terra Nova, sul mare di Ross, ed è gestita da Cnr ed Enea. La sfida, come è comprensibile, è delle più difficili: la società veneziana gestisce una nave rompighiaccio norvegese, e una nave italiana di supporto logistico nonché, una volta costruita, la mensa della base a terra che ospita 250-300 ricercatori. Questa esperienza ha costituito una novità assoluta per la Ligabue che


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ne ha ricavato una documentazione filmata e scritta utilissima per le successive missioni italiane nel Polo australe. Nel 1988 il Corriere della sera intervista con un telefono satellitare Mario Zucchelli mentre si trova in Antartide, poco prima del rientro in Italia, alla fine della quarta missione. Lo scienziato spiega come si svolga la vita nella base e a un certo punto precisa: «La temperatura durante la permanenza può variare da qualche grado sopra lo zero a meno trenta gradi. Per combattere l’anomala situazione, i nostri cibi forniti dalla Ligabue garantiscono un’integrazione di circa mille calorie alla dieta giornaliera». Da questa esperienza insolita il Centro Studi e Ricerche promuove un convegno scientifico dal titolo: «L’alimentazione in ambienti remoti: il caso Antartide». Giancarlo Ligabue spiega: «Più la gente rimane lontano da casa, più mangia dolci. Vengono a mancare gli affetti, è una regressione all’infanzia e allora il cibo diventa un integrativo psicologico». In cielo

A metà anni Ottanta l’attività al Marco Polo di Venezia attraversa un periodo di crisi che rende necessario un riassetto societario, comunque già nel 1986 viene aperto un nuovo centro aero-catering della Sole. Negli anni Novanta la Sole (Ligabue ne detiene il 70 per cento) cura il catering di una ventina di compagnie aeree che fanno scalo a Venezia e Treviso, per un totale di circa mezzo milione di pasti all’anno, e gestisce i free shops in questi due aeroporti oltre che Bologna e Trieste. A inizio 1994 la Ligabue chiude un accordo

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Un mezzo Ligabue rifornisce un velivolo Alitalia nell’aeroporto Marco Polo, di Venezia. 1970.

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Tutto era cominciato nel dopoguerra, quando sulla pista erbosa dell’aeroporto Giovanni Nicelli del Lido di Venezia atterravano i Dc 3 Dakota, spesso ex trasporti militari riconvertiti a usi civili. Erano i tempi nei quali non si potevano portare a bordo le penne stilografiche perché le cabine non erano pressurizzate e l’inchiostro sarebbe fuoriuscito, macchiando irrimediabilmente i vestiti. Il motoscafo della Ligabue arrivava da Venezia portando panini con l’olivetta e il formaggio per i 4-5 passeggeri che prendevano quei voli. Trascorre circa un quindicennio, e a metà degli anni Sessanta viene acquistata la società Sole per la gestione dei negozi negli aeroporti e per la somministrazione dei pasti ai passeggeri delle varie compagnie aeree che fanno scalo a Venezia. Pochi anni dopo venne inaugurato il grande centro di produzione catering nelle adiacenze dell’aeroporto Marco Polo.


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L’immagine di una pubblicità che illustra la qualità del servizio offerto dalla Ligabue a bordo dei voli Alitalia. 1980.

per somministrare il catering ai velivoli Alitalia in transito a Milano Linate; viene allestito un nuovo centro di 6 mila metri quadri che assorbe circa 150 dipendenti e fornisce 9 mila pasti al giorno; due anni dopo, nel settembre 1996, Ligabue annuncia di aver acquisito anche il servizio catering per l’aeroporto di Malpensa. In questi due scali milanesi la società veneziana opera con il proprio nome. Il traffico aereo cresce impetuosamente e nel giugno 1996 Giancarlo Ligabue inaugura il nuovo centro di catering della Sole nell’aeroporto di Venezia: 10 mila metri quadri, 5 mila pasti al giorno con 130 addetti in grado di confezionare pasti anche per i servizi marittimi e di mensa. Unica lamentela: la burocrazia. Per arrivare dalla progettazione all’inaugurazione sono passati cinque anni, poiché i lavori – incredibilmente veloci – sono durati solo dodici mesi, significa che quattro anni se ne sono andati per autorizzazioni e pratiche burocratiche. Nel corso della conferenza stampa di presentazione vengono anche elencate alcune curiosità: i cuochi forniscono menù personalizzati ai jet privati. Per i comuni mortali, le compagnie impongono risparmi che nei decenni successivi sarebbero arrivati all’estremo, riducendo radicalmente i pasti a bordo. Ristoranti e altro Nel corso degli anni Sessanta e Settanta la Ligabue rifornisce di cibo, alcolici e tabacco una cinquantina di ambasciate estere a Roma, attraverso un proprio agente di vendita in loco. Nel 1988 prende in gestione lo storico caffè Quadri, in piazza San Marco, che correva seriamente il rischio di venire trasformato in un fast food. «Da veneziano» dichiara Giancarlo Ligabue in un’intervista al Giornale, dell’agosto 1988, «non potevo permettere che un locale ricco di storia e tradizioni, un salotto che ha ospitato Byron e Liszt, Wagner e Dalì, chiudesse i battenti o venisse snaturato. Così ho deciso di intervenire. Fino all’autunno il Quadri resterà in attività come bar. Poi verrà ristrutturato in modo da poter riaprire come ristorante, tra alcuni mesi». In effetti il ristorante Quadri, l’unico ad affacciarsi su piazza San Marco, che era rimasto chiuso per molto tempo, viene riaperto e rilanciato nell’aprile 1989. Non molti mesi dopo, nel 1990, la Ligabue rileva anche la gestione del caffè più importante di Udine, il Contarena. La gestione della società veneziana, in ogni caso, non riguarda solo locali di grande storia e prestigio: anche gli operai delle vetrerie di Murano, al tempo assai numerosi, mangiano Ligabue: un apposito centro cottura prepara per loro 800 pasti al giorno.


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La descrizione di tutte le tipologie di attività della Casa madre e delle società controllate nei vari paesi per quanto riguarda il periodo 1960-2000, anni di grandi fermenti e di incredibili sviluppi tecnologici è necessariamente sintetica e sicuramente non esaustiva. In tale lasso di tempo Ligabue ha esteso la propria presenza nei cinque continenti dove il brand ha consolidato la propria reputazione tuttora sinonimo di affidabilità e flessibilità. Un patrimonio che dopo un periodo di stallo sta conseguendo un forte incremento del giro d’affari con rinnovato successo, come apprenderete dall’intervento di Inti Ligabue già da alcuni anni alla guida di questa incredibile avventura imprenditoriale.

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Mezzi della società Sole, controllata dalla Ligabue, riforniscono un Concorde della British Airways in sosta nello scalo aereo veneziano. 1986. 103

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Pubblicità dello storico caffè ristorante Quadri, affacciato su piazza San Marco, la cui gestione venne acquisita dalla Ligabue nel 1988.

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Il nuovo millennio 123

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Inti Ligabue, presidente della Ligabue SpA, relatore alla presentazione delle prime 500 aziende della provincia di Venezia.

La grande impresa

uando nel 2005 entrai in azienda, ero fresco di studi universitari in economia. In quel momento avrei preferito frequentare un Master, o fare un’esperienza all’estero, come molti dei miei compagni e amici, ma i tempi imponevano altro. Mio padre spingeva per accelerare il passaggio generazionale nella direzione dell’azienda e per la mia formazione sul campo. Avrei compreso pienamente solo in seguito le reali ragioni: la malattia di Giancarlo che avanzava e i primi segnali di un appannamento della società. Alcuni dei settori dove operavamo avrebbero presto vissuto una crisi epocale: una rivoluzione di costumi, ritmi e tecnologie che l’avvento del nuovo millennio aveva imposto e che noi fronteggiavamo faticosamente. Una crisi di cui ancora non avevo coscienza. L’impresa che avevo sempre visto come una fortezza invincibile cominciava a vacillare. A quel tempo le divisioni trainanti della Ligabue erano divenute fondamentalmente due. Inoltre, l’impegno politico di mio padre al Parlamento europeo, dal 1994 al 1999, lo aveva allontanato dall’azienda, gestita da persone fidate che avevano però spinto la barra principalmente verso la divisione crocieristica, da un lato, e verso quella aeroportuale e del catering aereo dall’altro; un settore, quest’ultimo, che in quegli anni aveva dato molte fortune alla nostra azienda: dai servizi negli scali – negozi, bar, duty free, ristoranti – ai pasti sui voli. Era tuttavia questo un mercato che presupponeva un’organizzazione molto diversa da quella a cui eravamo abituati e la scelta fatta allora fu di investire pesantemente, in strutture per la realizzazione di pasti in serie, irrigidendo di fatto l’azienda nel suo stato patrimoniale. Anche i contratti con le compagnie erano vincolanti e complessi, a fronte di un’utenza in continua crescita, ma della quale non era probabilmente chiara la previsione. Nel 1998 a Malpensa, nel primo giorno di apertura furono serviti cinquemila pasti contro i mille preventivati. In quegli anni il settore aeroportuale è dominante. Si investe a Milano Linate, si rinnova lo stabilimento dell’aeroporto di Venezia, gestito dalla partecipata Sole, si stringe anche una partnership paritetica con il secondo operatore mondiale del catering aereo, la Gate Gourmet, costola della Swiss Air, per rilevare nel 1998 il catering dell’aeroporto di Fiumicino, dove erano impiegati 420 addetti. Questo in realtà non si rivelerà un investimento proficuo, sono stati anni di tensioni sindacali e difficoltà economiche: le preoccupazioni di mio padre in quel periodo sono ben note. Successivamente Gate Gourmet ringrazierà e se ne andrà dalla compagine, lasciando alla Ligabue l’onere di risolvere le questioni pendenti. Nel contempo, purtroppo, il mercato stava cambiando drasticamente. Un esempio banale ma chiarificatore: negli anni Ottanta sui voli Venezia-Fiumicino in business class


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si servivano pietanze costose, dal filetto all’aragosta, ma già dieci anni dopo sarebbe stato impensabile. Oggi non viene servito nulla. I margini del mercato si stavano assottigliando, nasceva il turismo di massa, mutava l’idea del viaggio e dunque cambiava drasticamente il modello di business. L’11 settembre 2001 105

Magazzino della Ligabue a Venezia Marghera. 106

Muletti meccanici della Ligabue imbarcano derrate nel porto di Venezia. 107

Sede della Ligabue a Venezia Marghera. 108

Chef e personale di cucina della Ligabue.

Quel momento drammatico che tutti noi ricordiamo e che ha cambiato il nostro modo di percepire anche la quotidianità, è un vero e proprio spartiacque tra due epoche. In quell’anno crollano tutti i mercati; soprattutto c’è la debacle dei vari vettori aerei, con il fallimento o la crisi di diversi nostri clienti come Alpi Eagles, Swiss Air, Volare, Air Azzurra, Alitalia. Non solo il mercato si riduce, ma i nostri crediti diventano di fatto inesigibili. Inizia l’agonia delle revocatorie imposte dai curatori per ricostituire il patrimonio dei falliti a tutela dei creditori. Tra questi c’eravamo anche noi: ma mentre abbiamo dovuto restituire soldi ricevuti per il servizio reso, non abbiamo mai recuperato alcuno dei nostri crediti. La divisione verrà dismessa nel 2006. Sarò io stesso a dover cedere il settore, non vedendo alcun margine di manovra per un miglioramento. Nel frattempo, dalla fine degli anni Novanta ai primi anni del Duemila, anche il settore crocieristico, l’altro pilastro della società, aveva dovuto registrare grandi trasformazioni. Iniziavano a mancare i nostri clienti tipici, proprietari di flotte piccole o medie, fino a sei, otto navi, perché assorbiti dalle grandi compagnie americane, come era avvenuto nel 1997 per la Costa Crociere e, a seguire, molte, molte altre. La tedesca Peter Deilmann, alla scomparsa dell’armatore, con cui ci legava un rapporto importante anche dal punto di vista umano e personale, decide di non rinnovare l’appalto alla Ligabue (di lì a pochi anni dovrà anche portare i libri contabili in tribunale), mentre un’altra grande partnership, quella con la Festival Crociere fondata da George Poulides per la quale gestivamo sei navi – un contratto importantissimo in termini economici, di sviluppo e visibilità – si scontrerà con la dichiarazione di bancarotta nel 2004 della compagnia italo-greca, con una perdita per la Ligabue di svariati milioni di euro. È in questo contesto che diventò effettivo il mio impegno all’interno dell’impresa di famiglia. La presa di coscienza della situazione non fu immediata: avevo sempre visto papà come un coraggioso ammiraglio e la Ligabue come una nave inaffondabile. Devo a un grande imprenditore, un amico della nostra famiglia, Vincenzo Onorato, il merito e la forza di avermi aperto gli occhi facendomi comprendere i rischi ormai evidenti che minacciavano l’azienda.


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Ricordo ancora il giorno in cui mi convocò a Valencia e tra la commozione di entrambi, parlando della situazione difficile in azienda e di mio padre, mi disse: «Se fallisci adesso nessuno potrà imputarti nulla, ti ci sei trovato in questa situazione, ma ricorda che sarai sempre un fallito». Mi ammonì sui rischi morali di un fallimento. Tornai a casa convinto di non dover desistere, ma anche scosso dal peso della responsabilità. Era la consapevolezza di una situazione stantia, di mercati logori, di un management che aveva dato quello che doveva, ma che oramai non era più al passo con i tempi. In una fatale coincidenza qualche mese prima – in quello che era il momento più delicato per la Ligabue – se n’era andato dall’azienda anche lo storico amministratore delegato, la persona che mio padre aveva destinato come ponte tra me e lui. Da quel momento, sei anni di perdite hanno condotto l’azienda in totale crisi patrimoniale e finanziaria. Siamo diventati gli ultimi della classe e per tutti, inevitabilmente, ero io il protagonista e l’artefice di questo insuccesso, colui che avrebbe gettato al vento la fatica e il sudore di tanti. Ricordo questo periodo con grande affanno, ma ho chiaro anche il sostegno di alcuni stretti collaboratori e non ho mai dimenticato l’incoraggiamento e l’affetto di quella conversazione “valenciana”. L’esempio di mio nonno e di mio padre hanno fatto il resto, spingendomi comunque a non derogare mai a quei valori e a quella cifra familiare che avevano saputo trasmettermi. I primi anni non furono affatto facili. Non c’era a quel tempo un vero mercato trainante, andava tutto male; la lancetta finanziaria continuava a scendere e il debito a salire, le promesse a fornitori, banche e revisori erano sempre più difficili da sostenere. Vennero fatti anche investimenti sbagliati, come un magazzino a Genova, una vera cattedrale nel deserto, con l’idea di abbassare il costo del venduto e i costi logistici delle nostre forniture, per aggredire il mercato crocieristico americano che iniziava a consolidarsi nella costa tirrenica: non fu così e i costi di gestione divennero insostenibili.

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Il traghetto Moby Aki, del Gruppo Onorato il cui catering è affidato alla Ligabue. 110

Pozzo esplorativo onshore del gruppo Eni. 111

Mensa per il personale Saipem a Ben Aknoun, in Algeria. 112

Magazzini e cucina di un’unità da crociera fluviale in navigazione sul Danubio.

La ripresa Gli anni cruciali – quelli delle scelte drastiche, ma anche degli eventi chiave che hanno permesso di salvare l’azienda e di tornare a crescere fino a oggi, di nuovo ai vertici del settore a livello internazionale – sono gli anni tra il 2009 e il 2012. La decisione inevitabile nel 2009 fu quella di cedere una quota di minoranza dell’azienda a un fondo di investimenti. Questo per rifinanziarla e darle la possibilità di continuare a operare, mantenere viva la speranza. Fu allora però che una divisone, negli anni dimenticata – la divisione Industrial – co-

La Saipem 7000 (già Micoperi 7000) che imbarca le gru navali più grandi del mondo.

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Il traghetto Cruise Roma, della Grimaldi Lines, è una nave Ro-Pax che può trasportare fino a 2794 passeggeri. 115

La motonave Cielo d’Italia, del gruppo d’Amico, il cui catering rimane affidato alla Ligabue.

minciò a dare frutti che divennero risultati imprescindibili per la salvezza dell’azienda. L’acquisto nel 2003 di una società operante nel catering dei grandi cantieri in zone remote, si rivelò un investimento azzeccato. La partecipata neoacquisita iniziò a inanellare anni di crescita a doppia cifra e utili importanti, realizzati con il nostro supporto. A questo si aggiunse, nel 2009, l’aggiudicazione di un contratto fondamentale con Saipem ed Eni: la gestione in Kazakistan di diverse Barge (navi a supporto di cantieri di costruzione) per la realizzazione del gasdotto nel Kashagan. Il segmento industriale ci dava finalmente il respiro necessario. Bisognava ora agire per ricostruire anche lo storico mercato marittimo. Orfani del catering aeroportuale, ceduto nel 2006, e con un mercato crocieristico in crisi, decidemmo due importanti operazioni: l’acquisizione del tour operator Plantours & Partner, un player tedesco nel settore delle soft-adventure cruises – che si rivelerà strategica soprattutto in questi anni – e l’apertura al mercato dei traghetti che iniziava allora un percorso di grande sviluppo e che dava ossigeno finanziario all’azienda, nel periodo estivo, con il suo modello di business. Nel 2010, la ripresa è ancora flebile e anche se formalmente non sono ancora alla guida dell’azienda, capisco di dover assumere in prima persona decisioni drastiche. Sono momenti duri perché dobbiamo avviare la ristrutturazione completa della divisone Ship supply, con la chiusura di magazzini storici come quelli di Livorno e di Ravenna e la vendita del magazzino di Genova a una consociata di Msc (Italcatering). Con queste operazioni inevitabili, ma umanamente difficili, l’organico viene ridotto di circa cento persone, mantenendo sostanzialmente stabili i fatturati, ma di fatto dimezzando i costi di gestione e l’indebitamento, soprattutto legato all’immobile di Genova. Da affrontare non c’era solo un turnaround aziendale, ma anche una serie di passività e cause che cercavano di affogarci da anni: fardelli legali costosissimi e complicatissimi, che rallentavano l’azienda e offuscavano la mente. Grazie agli amici e grandi professionisti in materia legale ed economica, Roberto Nevoni e Renato Bogoni, attuale consigliere, avremmo risolto le passività una a una. In seguito, abbiamo rivisto l’organizzazione, intervenendo sui processi, sulle persone, sulle società; abbiamo ripensato il modello di business, modificato l’approccio ai contratti di supply chain della divisone Cargo – non più rata fissa, ma cost plus con obiettivi – ridefinito i rapporti con tutti i clienti, cercando di investire nella formazione e nel ringiovanimento della classe dirigente. Abbiamo ridotto il numero di società per azzerare o cercare di ridurre la complessità aziendale, rendendo più diretti e trasparenti i passaggi decisionali in modo che fossero chiari responsabilità e meriti. Dal 2012 finalmente, il percorso è costruttivo e di crescita; l’azienda inizia ad assu-


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Nave da crociera Hamburg agli ormeggi su una banchina del Tamigi, a Londra.

Nave Hamburg, personale impegnato nel servizio di sala. 119

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Nave Hamburg, particolare dell’impiattamento eseguito dal personale dalla Ligabue.

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Nave Hamburg, personale di cucina.


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Mio padre è venuto a mancare il 25 gennaio del 2015 e, pur nel dolore di quella perdita, ho la gioia di avergli fatto capire che l’azienda era salva. Oggi il Gruppo Ligabue conta 7700 collaboratori di 40 nazionalità diverse. Sono loro che portano il nome della Ligabue nel mondo. Ne sono consapevole e il mio senso di orgoglio e di responsabilità è nei loro confronti. Il conoscere e rivivere il passato e presente non può che aiutare la lettura del futuro, ma non è certo facile, oggi. L’operare in contesti ultra competitivi, con assetti burocratici e fiscali ostili e con scenari macro-economici in continua evoluzione, spesso influenzati da tematiche geopolitiche, è una vera impresa. La risposta futura a queste sfide prevede come ruolo centrale la qualità delle proprie risorse umane, la loro coesione, il condividere gli obiettivi e l’unione di tutti a un sistema di valori comuni. Infine, decisioni coraggiose, ponderate ed efficaci. Speude Bradeos!

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Rendering della nuova nave Lady Diletta, di proprietà della Ligabue. 121

Inti Ligabue con il premio San Marco, ricevuto nel 2019, dedicato alle eccellenze veneziane.

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mere e passa dai 200 milioni di fatturato dell’epoca ad oltre 350 milioni di quest’anno, sensibilmente ridotto l’indebitamento e soprattutto riguadagnato la fiducia degli operatori che lavoravano con il gruppo. A partire da quegl’anni il mercato Industrial cresce a doppia cifra, divenendo un segmento cardine della nostra organizzazione. Anche la divisione Ferries, nell’ultimo lustro, ha avuto un grande sviluppo con l’acquisizione da parte di nostri partner di intere flotte e l’ingresso di alcune di queste nei mari del Nord. Le recenti acquisizioni societarie ci fanno ben sperare: da prede, quali eravamo all’inizio degli anni Duemila, siamo divenuti aggregatori. Nel 2018 vengono acquistate due società: ad Abu Dhabi, l’Admiral Marine Services, per rafforzare il catering nel settore offshore in Medio Oriente, e a Rotterdam l’olandese Maas Shipstores, per la divisione Ship supply, che ha consolidato la Ligabue nelle forniture nel nord Europa garantendo nel contempo il lavoro, altrimenti a rischio, di settanta persone. Oggi abbiamo operato anche un riposizionamento della divisione Cruise – grazie al ruolo del nostro tour operator – verso il cliente finale: un’attività leisure guidata dalla volontà del passeggero, quindi dal mercato. Un cambiamento che ci ha spinti a investire anche nella costruzione di una nave da crociera fluviale, che porterà il nome di Diletta, mia figlia.


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Adriano Favaro

Da Centro Studi a Fondazione Giancarlo Ligabue durante il viaggio esplorativo nell’isola di Pasqua. 1992.

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Premio Unesco Image et Science conferito a Parigi a Giancarlo Ligabue nel 2000 per la comunicazione scientifica.

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La grande impresa

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ul tavolo di lavoro si alternavano un chopper, il primo strumento usato dall’umanità, proveniente da Olduvai, un’amigdala del deserto del Sahara, una piccola scultura in pietra di un lama delle Ande, un fermacarte in argento a forma di scatola di sardine aperta, un cranio fossile di tigre dai denti a sciabola, qualche vago di collana in vetro di Murano del Settecento in una scatola di carta pressata, una confezione in busta monouso di cibo per astronauti con il simbolo della Nasa. Poi qualche cartella con il nome di un paese orientale con i documenti per una fornitura o un appalto, un volume sull’evoluzione e gli ominidi, alcune matite, una lente di ingrandimento. Sulla parete, accanto alla porta d’ingresso, alcune cornici appese mostravano foto di lui assieme a uomini di stato, il re e la regina di Svezia, poi un diploma che lo autorizzava «alla caccia dei dinosauri», un documento che assegnava il suo nome ad un asteroide; e una lettera firmata da Wilbur E. Garrett. Spesso lui, Giancarlo Ligabue indicava quel foglio incorniciato, qualche volta la staccava dalla parete, guarda, leggi qua. Il direttore del National Geographic – non un uomo d’ufficio, sequestrato quando operava come fotografo dai guerriglieri nel Laos – faceva i complimenti al lavoro di ricerca della Ligabue Foundation e per come era organizzato e si stava sviluppando il Magazine, ringraziava per il dono di una statuina in terracotta della cultura Valdivia, accettava, ma senza poterlo attuare subito l’invito di viaggiare fino a Venezia. E si augurava che «Mr. Giancarlo Ligabue potesse passare in un vicino futuro a 20036 Washington DC», la sede del magazine più famoso al mondo; il periodico che quando era nato, nel 1888, pochi fogli, assomigliava al primo sottile numero del Ligabue Magazine. Garrett un giorno aveva spiegato così la sua filosofia al Washington Post: «Andiamo nei posti che meritano di essere narrati. Abbiamo quello che agli altri manca». Una sensibilità che passava oltre la solita curiosità per le maree dei mari del Nord o le lune di Saturno: piuttosto cercava di spiegare gli effetti del Niño in Perú, i problemi degli agricoltori andini col caffè e la coca. Innovatore, avventuriero anche nella divulgazione. Un po’ come Ligabue, che diceva spesso: «Molti credevano che non ci fosse più niente da scoprire nel mondo. Con le nostre ricerche abbiamo dimostrato che non era vero». Siamo sicuri che da qualche parte ci debba essere una foto scattata con un potente grand’angolo che mette a fuoco questa immagine di uno studio a Venezia pieno di segni e simboli e che lascia anche trasparire potenti messaggi. Un’immagine che è anche così la sintesi più nitida e significativa del rapporto tra impresa e cultura. Se esiste un solo clic che racconti come questo veneziano pieno di humor e curiosità abbia sempre saputo scrivere i capitoli della sua storia uscirà alla luce. Intanto noi


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raccontiamo la storia di un uomo che – per scelta – non ha quasi mai camminato da solo, amando condividere fatiche e soddisfazioni nella ricerca scientifica e nell’avventura imprenditoriale. E quella di suo figlio, Inti, che ha seguito quei passi a partire da quando, a otto anni, ha cominciato a muoversi a fianco del genitore e vicino ai paleoantropologi in Tanzania. Scrivendo, adesso, anch’egli un altro capitolo – il «suo» – dell’avventura del sapere e del comunicare attraverso l’attività della Fondazione che ha creato dedicandola al padre, dal quale ha ereditato un’impresa di catering dal respiro mondiale. Giancarlo Ligabue è stato imprenditore che ha amato navigare in un sistema che sommava la responsabilità aziendale a quelle della ricerca scientifica e della divulgazione quando in Italia questo binomio non era quasi conosciuto. Molti giornali per raccontare l’insolito mix composto dall’avventura che appariva dalle spedizioni e dall’esplorazione di un imprenditore del catering – che non «faceva mai vacanza perché viveva il tempo libero sempre tra archeologi e paleontologi» – lo chiamarono in fretta l’«Indiana Jones della laguna», o «del Canal Grande». In azienda nessuno muoveva un muscolo ogni volta che riappariva quel titolo facile e che al presidente aggradava proprio poco, anche se, in fondo, i film d’avventura non gli dispiacevano. Ma c’è una coincidenza straordinaria che allora quasi nessuno poteva conoscere: l’idea di un personaggio dal nome Indiana Jones era nata nella mente del produttore e regista americano George Lucas, nel 1973, una data che – vedremo fra poco – è fondamentale per Giancarlo Ligabue. Lucas, lo dirà lui stesso in un’intervista, si era ispirato per Indiana anche a un avventuroso esploratore veneto, Giovanni Battista Belzoni, una vita passata da archeologo in Egitto, un gigante pieno di coraggio ed entusiasmo. Anche lui un essere «larger than life». La passione del giovane veneziano si accende un giorno per via di una punta di freccia di selce. Accade quando l’imprenditore trevigiano Augusto Krüll offre a Giancarlo poco più che adolescente una selce che aveva raccolto sui fianchi del Montello. Il secondogenito di Herman Krüll, tedesco prussiano stabilitosi dal 1850 a Venezia, spiega la vita e la storia degli uomini che stavano dietro a quella selce con tale stile che Giancarlo Ligabue ne esce incantato: «Riusciva a farmi vedere tutto quello che raccontava». Scoppia la voglia dell’avventura, quella che aveva a lungo incontrato sui libri, soprattutto di Emilio Salgari: devo allo scrittore veronese – diceva Ligabue – tanta della mia voglia di conoscere il mondo. Dopo i primi esami ad economia a Ca’ Foscari il giovane Ligabue comincia a girare il mondo sulle navi «inviato speciale» del padre Anacleto, da Sumatra («dove capisco che i cannibali esistono ancora») all’Iran. Comincia la vita di un imprenditore che è anche esploratore, collezionista, ricercatore. Così, un giorno del 1971 – quando, dopo la scomparsa del padre Anacleto Giancarlo


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Da Centro Studi a Fondazione

Giancarlo Ligabue con nativi pigmei della Papua Nuova Guinea che realizzano asce di pietra. 1985.

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Giancarlo Ligabue e Alberto Angela in Mongolia. 1991. 126

Giancarlo Ligabue con un pigmeo della Papua Nuova Guinea. 1985. 127

Un Papua Dani mentre attraversa un fiume della Papua Nuova Guinea su un tronco d’albero abbattuto. 1985.

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Da Centro Studi a Fondazione

Giancarlo Ligabue e Donald Johanson mentre osservano un cranio di ominide. 1986.

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è alla guida dell’azienda – mentre ritorna da Parigi in aereo, per caso, su un giornale francese legge una lunga intervista ad un giovane paleontologo, Philippe Taquet, appena tornato dal Niger alla ricerca di dinosauri. «Mi chiama al telefono del museo di Storia naturale di Parigi», ha ricordato lo scienziato con gli occhi accesi di grazia, «e mi propone di incontrarlo a Venezia: arrivo a casa sua e mi dice che vuole scavare con me un dinosauro». Dal 1971 al 1973 altrettante spedizioni nella zona di deserto nigeriano chiamata Gadoufaoua – che significa il luogo dove i cammelli temono di andare – area che i geologi francesi stavano studiando per estrazioni minerarie, formeranno il nucleo della grande avventura umana e scientifica di Giancarlo Ligabue. È fin dall’inizio del suo percorso, un imprenditore-scienziato che quando non dorme in tenda nel deserto deve badare alle attività della sua azienda per le forniture alimentari nel settore navale e aeroportuale. Attività allargatesi soprattutto dopo il successo internazionale come primo «caterer» di strutture industriali, di compagnie che operano per estrazione di energia in piattaforme offshore in tutto il mondo. Quel rettile di parecchie centinaia di chili, che arriva in casse sigillate a Venezia, fa cominciare l’epopea di quello che è ormai diventato il Centro Studi e Ricerche Ligabue (Csrl), ma contagia tutta la città di Venezia e l’informazione internazionale. Il Museo di Storia naturale – ospitando l’intero scheletro dell’Ouranosaurus nigeriensis e quello di un Sarcosuchus imperator, enorme coccodrillo lungo oltre otto metri – diventa così, in poco tempo, il più attrattivo d’Italia, un paese dove i dinosauri interi non si erano mai visti, solo calchi o pezzi. Ligabue finisce in giornali e riviste di mezzo mondo, per narrare la storia di questo ritrovamento si mobilitano disegnatori come Dino Battaglia, uno dei maestri del fumetto della seconda metà del Novecento. E il documentario filmato montato subito dopo la prima spedizione incanta il pubblico del film festival internazionale di Trento. Un successo che sarà aumentato vent’anni dopo quando appare il film Jurassic Park; e il «dinosauro vero» di Venezia diventa una star anche se nessuno, o quasi, ha mai saputo che la difficoltà più grossa per arrivare in Italia l’Oranosaurus nigeriensis era stata la dogana in laguna, con ispettori sgomenti perché non esisteva la voce «importazione di dinosauri fossili». Assieme a Philippe Taquet, Giancarlo Ligabue percorre nuovi sentieri che lo fanno incontrare con scienziati di fama mondiale nelle spedizioni in Madagascar, in Brasile (più volte) alla ricerca di altri dinosauri per porli a confronto con quelli del Ténéré e verificare la teoria e la storia del supercontinente Gondwana. Poi il Centro Studi e Ricerche – che è nato ufficialmente in quegli anni e che si struttura per un preciso dialogo con centri di ricerca, istituzioni e università – passa in Patagonia, in Arabia Saudita, in India. Nel frattempo Giancarlo Ligabue studia alla Sorbona: la sua tesi di dottorato di ricerca su Leonardo e i fossili è da leggere per intuizioni e modernità. Diventerà poi membro corrispondente del museo di Storia naturale di Parigi.


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Il Centro Studi e Ricerche Ligabue dopo il sentiero dei dinosauri percorre quelli tracciati delle campagne di ricerche etnografiche: gli Yanomami dell’Alto Orinoco, in Venezuela, (1976) popolo in bilico; le tribù di Jívaro e Waorani, in Ecuador. Fino all’incontro nell’isola filippina di Palawan dei cavernicoli Tau’t Bato, che mai prima avevano avuto alcun contatto con uomini bianchi; l’esperienza ha un’eco mondiale. C’è da domandarsi quale sia il filo rosso che lega in una mappa immaginaria tutte queste attività, anzi quali siano i molti fili che compongono quella geografia di inaudita e spettacolare attualità. Bisogna ricordarsi che l’attività di catering, sulla spinta delle ricerche geologiche, è diventata sempre più attività anche di frontiera. Si devono quindi studiare quei confini, i bordi dove le carte geografiche diventano mappe approssimative: da lì verranno conoscenze nuove e ispirazioni per il futuro delle ricerche e dell’attività aziendale. Non c’è solo il limite geografico da scoprire o superare ma – per Ligabue Catering e il Centro Studi e Ricerche Ligabue – quello culturale. Capire come ha vissuto l’umanità, come eravamo, significa avvicinarsi al come siamo e soprattutto al come saremo e come cambieremo di fronte ad un ambiente che si modifica in continuazione. Quel muoversi per confini, entrare e uscire in nuove dimensioni è combinazione di rara forza: Ligabue colleziona così nei decenni una lunga serie di contatti con centri di ricerca, istituti, università, scienziati. Ora la bussola del Centro Studi e Ricerche si orienta – siamo a cavallo dei decenni Ottanta-Novanta – sempre di più verso l’America Latina: sono gli anni delle esplorazioni nell’alto Rio Marañón, gli anni delle ricerche archeologiche ed et-

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Valigie e contenitori per attrezzature utilizzati durante le spedizioni del Centro Studi e Ricerche Ligabue. 130

Da Centro Studi a Fondazione

Un tuareg osserva i resti della colonna vertebrale di un dinosauro nel deserto del Ténéré, in Niger. 1973.

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Lo scheletro dell’Ouranosaurus Nigeriensis, scavato nel 1973 dalla spedizione Ligabue ed esposto nel Museo di Storia Naturale di Venezia. 132

L’arrivo al Museo di Storia Naturale di Venezia delle casse contenenti lo scheletro dell’Ouranosaurus Nigeriensis. 133

Giancarlo Ligabue e il «suo» dinosauro montato nella sala dedicata nel Museo di Storia Naturale di Venezia.

nologiche in Bolivia, della scoperta delle mummie dei Chachapoyas, ancora una volta in Perú, delle campagne sulle culture andine che avevano preceduto gli Inca, delle spedizioni per approfonditi studi sui rettili, del mondo abitato da tribù in via di estinzione e i viaggi sulle tracce degli ultimi sciamani. E poi esplorazioni nella Sierra Nevada di Santa Marta, in Colombia, nell’Argentina patagonica, fino all’impressionante incontro archeologico ottenuto con gli impegnativi scavi nelle tombe della cultura Moche nel nord del Perú, nel mausoleo reale di Sipán. Scoperte che inanellano quelle del mondo mesoamericano, soprattutto nelle aree di cultura maya nella zona Colha, in Belize, dove gli scienziati del Centro Studi e Ricerche Ligabue rinvengono segni di bevanda di cacao in alcune ceramiche del IV secolo a.C.: la datazione più antica fino a quel momento, nella metà anni Ottanta del secolo scorso. Una rilettura che si accompagna al riscoperto ruolo dei Maya degli altopiani, della storia di collassi ambientali che accompagnarono la fine di un’imponente cultura. L’attrazione per l’America Latina continua fino alla cilena Isola di Pasqua: tre anni di campagne di scavo con i più bravi scienziati italiani che operano in compagnia di archeologi cileni. Una collaborazione praticamente inedita che porterà ad una grande mostra sull’isola dell’oceano Pacifico nel castello Sforzesco di Milano. L’Italia scoprirà molte storie e culture dell’America Latina attraverso Giancarlo Ligabue. Già negli anni Ottanta, Venezia aveva ospitato – sempre grazie alle idee di Giancarlo Ligabue – la mostra «Tesori della terra di Atahualpa. Ecuador dalla preistoria agli Inca» e quasi vent’anni dopo, sempre a palazzo Grassi, ecco un’imponente e originalissima mostra sulla cultura Maya. L’imprenditore scienziato ed esploratore continua la sua attività sulle tracce degli antichi popolazioni che hanno colonizzato le isole del Pacifico, Polinesia, Nuova Guinea. Da questa regione arriverà – dono di Ligabue – fino al Museo di Storia naturale del fondaco dei Turchi a Venezia, una canoa comprata per qualche chilo di tabacco, segata per farla entrare in aereo e rimontata in un cantiere della laguna. «Avventura la nostra? Non credo proprio», sorrideva Ligabue, «è stata più rischiosa quella dei quattro vogatori veneziani che hanno portato per la laguna, dal cantiere, attraverso il Canal Grande e poi la sede del Museo di Storia naturale, una piroga lunga oltre una decina di metri, strettissima e difficile da governare. Hanno rischiato a ogni pagaiata per il forte moto ondoso». Venezia in fin dei conti è sempre stato il centro, l’anima e il cuore di Giancarlo Ligabue e della sua attività, sia di ricercatore che di imprenditore che ha continuato ancora con spedizioni in Irian Jaya, isole Marchesi, Indonesia. Fino ad arrivare in Australia, rinvenendo pitture rupestri nella Terra di Arnhem antiche di quasi 20 mila anni e scoprendo in una caverna una scena dipinta rappresentante un parto ancestrale.


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Il cine operatore Sergio Manzoni mentre riprende tre guerrieri della popolazione Ilongot, nelle Filippine. 1978. 135

Alcuni nativi Tau’t Bato dell’Isola di Palawan, nelle Filippine, assistono all’arrivo della spedizione del Csrl. 1978.

Da Centro Studi a Fondazione

Etnologia e antropologia sono sempre in primo piano e negli sguardi appassionati che Ligabue, e gli scienziati che lo seguono, rivolgono a quelle aree studiate nello stesso periodo nel quale affronta gli enormi spazi africani: dall’Egitto predinastico, agli scavi in Tanzania, nella gola di Olduvai, che portano alla luce resti di Homo Abilis, antico di due milioni di anni; in Tanzania si studiano anche le popolazioni Hadza. In Africa si svolgono ricerche paleoantropologiche nel deserto del Kalahari, nella terra di Punt, in Sudan. Una grande stagione di investigazioni e ricerche è operata in concomitanza ad attività imprenditoriali della Ligabue Catering nelle regioni delle steppe asiatiche. Dalle intense campagne di scavi archeologiche in Turkmenistan nel deserto del Karakum (antica Margiana) si procede verso il Kazakistan (Altai) nella zona di Berel – al confine con la Cina – dove viene portato alla luce un mausoleo con molti corredi perfettamente intatti di un principe scita del IV secolo a.C. Un’operazione complessa soprattutto per la necessità di conservare in celle frigorifere che raggiungono su camion un altopiano kazako ai confini con la Cina i reperti estratti dal sottosuolo ghiacciato. Sommare tutte queste attività a quelle della divulgazione che vedremo fra poco è sforzo che può dare i capogiro. Non si resta sorpresi quindi che l’Unesco – nel 2000 a Parigi in collaborazione con il Centre national de la recherche scientifique – consegni il premio «Image et Science» a Giancarlo Ligabue, presidente dell’omonimo Centro Studi e Ricerche per «l’eccezionale contributo alla divulgazione culturale, produzione audiovisiva, edizioni scientifiche e per l’impegno nelle attività museali». Ligabue ottiene «Camera awards» per tre delle quattro sezioni previste: per una fondazione (il Centro Studi), per una rivista (Ligabue Magazine), per un museo («per l’impegno nella rivitalizzazione del Museo di Storia naturale di Venezia»). Viene così riconosciuto da uno dei più prestigiosi organismi culturali internazionali il risultato dei lavori di 130 spedizioni in tutti i continenti e la foltissima rete di relazioni con gli scienziati di tutto il mondo. Tre anni dopo, nell’anno del trentennale della costituzione del Centro Studi e Ricerche Ligabue – ricordando come l’idea nacque in un gruppo di amici e studiosi che condividevano la passione per archeologia e altre materie e viaggi Ligabue disse: «Il nostro orgoglio più forte viene dalle spedizioni realizzate in cinque continenti. Abbiamo permesso a molti giovani ricercatori di ogni nazionalità di acquisire esperienze sul campo tutte volte alla conoscenza dell’uomo, delle sue origini, del suo habitat, nel rispetto delle specifiche tradizioni etniche». Erano enormi passi in avanti, per il futuro, che obbligavano a svolgere lo sguardo ai momenti iniziali di quel percorso, quando le sinergie con l’impresa di catering furono elemento determinante sia per il sostengo economico che per l’espansione a carattere internazionale di entrambe le organizzazioni.


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Ci sono state alcune guide scientifiche, e morali, che hanno accompagnato il Centro Studi lungo i sentieri del mondo come l’archeologo Sabatino Moscati che riconoscerà alle intuizioni di Giancarlo Ligabue risultati che – come gli studi sulla Battriana, area confinante con l’Afghanistan – «ci obbligano a riscrivere una parte di storia di quella regione asiatica». Ed era una festa tra amici e scienziati quando Ligabue invitava a casa Irenäus Eibl-Eibesfeldt, etologo, il più famoso allievo di Konrad Lorenz; o il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza: incontri e dialoghi, progetti, scambi di idee, una fucina di emozioni. Restano storici anche i contatti come quelli con l’archeologo russo di origini greche Viktor Sarianidi, studioso che diede grande impulsi alle analisi sulle antiche civiltà dell’Oxus. Questo scienziato contribuì al salvataggio dei 22 mila pezzi d’oro – che lui stesso aveva scoperto 25 anni prima – che si credevano dispersi (o anche venduti) a Kabul dopo il caos della guerra. E restano indimenticabili le prolungate esplorazioni di molte aree amazzoniche e andine peruviane con Federico Kauffmann Doig e le scoperte di un ominide antico di due milioni di anni, compiute in Tanzania con il paleoantropologo americano Donald Johanson. Giancarlo Ligabue ha svolto una fondamentale opera di divulgazione scrivendo da solo o assieme ad altri autori decine di libri a carattere scientifico, alcuni dei quali legati alle sue ricerche dirette sul campo. Quasi anticipando il motto della Fondazione a lui intitolata – «Conoscere e far conoscere» – creata nel 2016 per volontà del figlio Inti, è stato autore ed editore: tra i suoi titoli più importanti Il Pane e la chiglia (1985), Battriana (1988), Prima dell’Alfabeto (1989), Popoli in bilico (1990), Mongolia (1992), Ecce homo (1999) e I cavalieri delle steppe (2000). Il Centro Studi e Ricerche ha prodotto anche oltre settanta documentari, molti dei quali diffusi dalla trasmissione tv della Rai «Quark», di Piero Angela e da altri programmi di reti italiane e straniere. Anche qui un elenco lungo da compilare: basterà ricordare solo le serie di «Sulle orme dell’uomo» con la Tv della Svizzera italiana, i lavori in collaborazione con la Rai per il Dipartimento scuola ed educazione, la serie «Primissima», di Giuseppe Sicari, «Livingstone», con Bruno Modugno, e le collaborazioni con i telegiornali nazionali e i dossier della Rai; o con la rete francese Le Cinq. Resta memorabile un servizio di «Superquark» (Rai) in diretta con Piero Angela conduttore e Alberto Angela inviato con una troupe televisiva che riprese e trasmise in diretta da palazzo Erizzo, a Venezia, l’apertura di una rara tavoletta mesopotamica «imbustata» in un involucro di ceramica che era rimasta intatta per quaranta secoli. Uno spettacolo mozzafiato incoronato dalla lettura della tavoletta, opera di un assirologo italiano. Il percorso parallelo tra impresa e cultura obbligava anche a impegni etici: «Non si


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Un uomo della popolazione Mentawai con il suo bambino, nel villaggio di Siberut, Indonesia. 1986. 137

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Giancarlo Ligabue fa assaggiare la sua cena a un uomo della popolazione Yanomami dell’Alto Orinoco, Venezuela. 1976. 139

La canoa Asmat, donata da Giancarlo Ligabue, oggi esposta al Museo di Storia Naturale di Venezia. Nei riquadri il suo arrivo al Museo nella seconda metà degli anni Ottanta. (Foto A. Favaro) 138

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Un anziano Papua Dani mentre mostra i resti mummificati di un antenato nel suo villaggio, Papua Nuova Guinea. 1985.


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Donald Johanson e Alberto Angela nel sito paleontologico di Olduvai, Tanzania. 1986. 141

L’archeologa Elena Barinova durante l’ultimo scavo organizzato dal Centro Studi e Ricerche Ligabue, a Kaspan, nel Kazakistan. 2014. 142

Giancarlo Ligabue assieme a Viviano Domenici nel villaggio dei Papua Dani, Nuova Guinea. 1985. 142

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Articoli di stampa sulle spedizioni del Centro Studi e Ricerche Ligabue.

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può essere un buon imprenditore», usava ripetere Ligabue, «se non si conoscono i problemi del mondo». La sua passione scientifica, – era uomo che trasmetteva a tutti entusiasmo sia in azienda che nel Centro Studi, come nelle spedizioni internazionali – lo ha portato a lavorare intensamente sulla divulgazione affidata prima di tutto al Magazine, semestrale bilingue che si avvicina a compiere i quarant’anni. Al lavoro sulla sua rivista si sono affiancate decine e decine di articoli che il presidente della Ligabue Catering e del Centro Studi ha scritto per i quotidiani e riviste di mezzo mondo. Non gli faceva differenza comporre un articolo per Il Gazzettino, il quotidiano della sua città o il Corriere della sera, una delle più importanti testate italiane; o rilasciare un’intervista a El Comercio, di Lima. L’eco delle sue attività di ricerca giunse una volta anche a John Desmond Clark, noto antropologo inglese, docente all’università di Berkeley, lo studioso che per primo collegò paleobotanica, vita animale e strutture socio economiche degli uomini preistorici: «Potrei venire con lei nell’Irian Jaya?», chiese, «Vorrei proprio vederli quegli uomini da lei scoperti che preparano le asce di pietra come 10 mila anni fa». C’è una foto che li ritrae sereni, seduti a fianco di un pigmeo papuasico, proprio uno degli artigiani delle asce di pietra appartenente a una tribù incontrata dopo anni di investigazioni. «Ogni volta che quegli uomini, piccoli, seminudi e tranquilli mi guardavano», sorrideva raccontando Giancarlo Ligabue, «mi veniva in mente il fatto che fossero stati dichiaratamente cannibali. Erano amichevoli, ma un brividino l’ho sentito, non si può mai sapere». «Quello che è stato rilevante nelle ricerche di Ligabue e del Centro Studi», ha spiegato una volta Piero Angela, il noto divulgatore della Rai, il primo giornalista a portare la scienza in televisione in Italia che ha viaggiato e collaborato con il Centro Ligabue, «è anche la discrezione adottata negli incontri con popolazioni che vivevano isolate in grandi foreste, o che stavano scomparendo. Contatti leggeri, mai alcuna volontà di modificare il loro stile di vita, solo qualche regalo, gesto rituale d’incontro tra sconosciuti. Ha avuto un totale rispetto per gli altri, sempre». Alcune scoperte restano identificate col nome del fondatore del Centro Studi e ricerche come i resti fossili di dinosauri o insetti che portano il suo nome. Sono il Masrasector ligabuei, Augustiania ligabuei e Ligabueino andesi, (quest’ultimo un esemplare delle dimensioni di un pollo) un creodeonte oligocenico, l’Araripescorpius ligabuei, uno scorpione cretacico, il Ligabue saurus leanzai della fine del cretaceo 110 milioni di anni fa, trovato in Argentina. Per studi, scritti e scoperte archeologiche (tra cui cinque giacimenti con fossili di ominidi) Giancarlo Ligabue ricevette anche cinque lauree honoris causa dalle università di Bologna, Venezia, Modena, Lima (Perú), Asgabat (Turkmenistan). «Adesso potrei insegnare anche archeologia in un’università delle steppe asiatiche», scherzò


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subito dopo la consegna del foglio di laurea assieme a un piccolo tappeto e una fascia di lana dal rettore dell’università sulla via della seta, «ma ho dato un’occhiata alla mia agenda, il martedì mattina non ce la faccio proprio». Con la sua curiosità ha potuto spingere il Centro Studi (e l’azienda che ha guidato) su strade mai battute prima, quasi sempre su quei confini che sono stati il terreno di prova di molte azioni. Come una ricerca alimentare nel 1980 con una spedizione italiana che tentò l’impresa di salire sull’Everest, 8884 metri la cima più alta del mondo; finanziamento di test di sopravvivenza individuale nell’isola di Robinson (Más a Tierra) a 670 chilometri a ovest delle coste del Cile; collaborazione con il Cnr italiano per la prima spedizione scientifica ufficiale al Polo Sud per la quale l’azienda fornì il catering. Dai rifornimenti per i turisti su un ponte di una nave da crociera alle condizioni estreme dei petroleros in Amazzonia o dei tecnici in una piattaforma del mare del Nord gli esperti della Ligabue da tempo incrociavano conoscenze teoriche ed esperienze nella loro attività: da quel mangiare con gli occhi che Giancarlo teneva sempre in primo piano, alla ricerca delle innovazioni basate su tradizioni, dimensioni e gusto. I viaggi, le esplorazioni scientifiche, le spedizioni erano occasione per sperimentare qualsiasi tipo di alimentazione locale. E per studiare i testi di antropologia di Marvin Harris assieme ai diari dei grandi esploratori. Come si impara qualcosa di più di quello che viene dall’esperienza? Studiando l’alimentazione degli uomini primitivi fino a quella degli astronauti. Non si trattava solo di fondamentali acquisizioni professionali per un imprenditore che aveva fatto della distribuzione del cibo nei punti sperduti del globo il suo lavoro: Giancarlo Ligabue è stato fortemente convinto che la ricerca – anche quella alimentare – fosse la base dell’innovazione. Per questo avviava contatti con chiunque potesse suggerirgli nuove idee, proporgli sperimentazioni anche in condizioni estreme: coltivava questa arte degli incontri con una passione quasi religiosa. Come quando invitò chi scrive a un pranzo: e dall’altra parte del tavolo c’erano Sergei Krikalëv e la fidanzata. Krikalëv, 35 anni, allora era tornato dallo spazio da pochi mesi. Nel maggio del 1991 era decollato dal cosmodromo di Bajkonur con la Sojuz TM-12 per arrivare la stazione spaziale sovietica Mir, insieme al collega russo Anatolij Arcebars’kyj e alla britannica Helen Sharman, per una missione di sei mesi. Nessuno poteva prevedere il colpo di stato in Unione sovietica, l’arresto per presidente Michail Gorbačëv, il fallimento del colpo di stato, lo scioglimento (agosto) del Partito comunista sovietico. Né che le dieci repubbliche sovietiche entro dicembre si unissero nella Comunità degli stati indipendenti; per ripartire dopo come Federazione russa. Michail Gorbačëv si dimette e Boris Eltsin diventa presidente della Russia mentre l’Unione sovietica non esiste più. Anche il nome della città dove è nato Krikalëv, Leningrado, cambia e torna a essere San Pietroburgo. Mentre lui gira attorno alla terra,


«Eravamo in Colombia in cerca di una tribù isolata che ci era stata segnalata, i Chocó. Con l’elicottero vediamo una serie di capanne, palafitte. Atterriamo e ci sono soldati armati. Chiedo, per instaurare un dialogo: “Ci sono guerriglieri qui?”. “Señor, nosotros somos guerrilleros” (noi siamo guerriglieri)». Gli venne da rispondere: «Anch’io sono un

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il cosmodromo di Bajkonur diventa kazako, e il nuovo stato indipendente chiede forti somme per l’uso della base spaziale. La Federazione russa, con deboli risorse lascia nello spazio Krikalëv, facendosi invece pagare milioni di dollari per portare nello spazio un astronauta austriaco e uno kazako: ma in tal modo resta a terra l’ingegnere che dovrebbe sostituire l’astronauta russo. Solo il 19 marzo 1992, quando Aleksandr Kaleri, arriva alla Mir con la Soyuz TM-14, Sergei Krikalëv rientrerà, diventando un personaggio che mezzo mondo vuol conoscere. Giancarlo Ligabue è tra i primi a invitarlo in Italia: e si fa raccontare la storia. Vuole sapere cosa significhi mangiare per un anno le stesse cose, convivere con la propria solitudine, indaga sul senso dell’abbandono, sulle paure. Quella di Krikalëv, a dire il vero, a volte non sembrava una vicenda del XX secolo, bensì l’avventura di un naufrago ottocentesco nei mari del Sud. Ci fosse stato l’amato Emilio Salgari ne avrebbe scritto una storia: per Ligabue era esperienza da trasferire nel suo lavoro e nelle future ricerche. Krikalëv tornerà nello spazio con lo Shuttle degli americani, nel 1994, primo russo a bordo di un veicolo spaziale della Nasa. Quattro anni dopo sarà il primo russo a entrare nella Stazione spaziale internazionale. Volerà nello spazio fino al 2005. In quello stesso anno Giancarlo Ligabue – che era stato nominato veneziano dell’anno nel 1985 – ha ricevuto le chiavi della città dal sindaco Massimo Cacciari. Anche in quella occasione ha dimostrato la sua dote di narratore, ricordando un dialogo con i portatori di una spedizione: «Su un sentiero di montagna gli uomini si erano fermati all’improvviso. Chiesi perché. Risposero: “Andiamo troppo veloci. Dobbiamo aspettare le nostre anime”». Potente, struggente, poetico quest’uomo che non ha mai dimenticato la prima esperienza a Sumatra dove il padre Anacleto lo aveva inviato per prendersi cura dei rifornimenti a un campo petrolifero dove comprese che esistevano ancora i cosiddetti «tagliatori di teste». Folgorazione perché capì quello che il poeta persiano Omar Khayyam aveva scritto nelle sue poesie «Chi viaggia vive due volte». Per lui voleva semplicemente dire che era possibile avere una duplice esistenza: una da imprenditore e l’altra da esploratore. Esistenza che col tempo sarebbe diventata metafora della scoperta, icona di avventura, simbolo di studio e ricerca. Mai affari senza la cultura. Anche se si rischia. Come in quel 1987 quando la sua storia finì nelle prime pagine di tutti i quotidiani.


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Donald Johanson annuncia a Venezia la nascita della Fondazione Giancarlo Ligabue. 2016. 145

Inti Ligabue durante uno dei Dialoghi della Fondazione Ligabue. 2016. 146

Inti Ligabue, Alberto Angela e Adriano Favaro al teatro Goldoni di Venezia durante la serata dei Dialoghi della Fondazione Ligabue nel 2018.

Il sigillo in bronzo della cultura Battriana simbolo prima del Centro Studi e Ricerche e oggi della Fondazione Ligabue.

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guerrigliero, sono tutti i giorni in guerra con mia moglie». La risata di gente armata ha un sapore strano. Una mezza giornata quasi immobili, poche parole, alcuni tentativi di aiutare bimbi e donne che avevano bisogno di medicinali. Ma sempre aria tesissima. A un certo punto Giancarlo Ligabue si alza come avesse un impegno: «Scusate ma credo sia ora, dobbiamo andare». I guerriglieri delle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia) lasciano andare Ligabue, tre giornalisti, e il pilota dell’elicottero, proprietario delle terre dove erano atterrati, ora occupate dai medesimi guerriglieri. «Pensavamo che l’elicottero sarebbe esploso in volo o che ci avessero sparato dopo il decollo: siamo qui invece». E prima di morire (25 gennaio 2015) il presidente del Centro Studi diceva agli amici: «Sono estasiato, quando contemplo quello che abbiamo fatto». Inti Ligabue non ha mai spostato dal tavolo la foto del padre sotto il sole, gli occhi rivolti verso il terreno di scavo. E lascia che sia visibile anche quella di quando lui, a otto anni, girava per la gola di Olduvai, in Tanzania, in cerca di fossili, poco distante da papà e Donald Johanson. Far rivivere quei momenti, assieme ai tanti altri delle esplorazioni, è bellissimo anche se doloroso, a volte, per la memoria. Ma ritornare sulla strada delle spedizioni, dei percorsi dentro deserti o foreste non è quasi più praticabile in un mondo cambiato. Molte, troppe delle terre dove si arrivava con carovane di cammelli, jeep usurate, cammini tra difficili sentieri di montagna sono state trasformate da tensioni sociali, conflitti permanenti, scontri. Un mondo inquieto sta – per il momento e chissà per quanto ancora – riducendo anche se non eliminando gli spazi disponibili per la scienza e la ricerca. Ma non per questo ci si deve fermare. Se sono cambiati i tempi, i luoghi, le sicurezze non è mutato il cuore, lo spirito che ha portato i successi e le scoperte del Centro Studi. Quell’anima resta forte, ma cambia nome e si organizza (deve) per rispondere al nuove esigenze e offrire differenti possibilità: così nel gennaio 2016, a un anno dalla morte del padre Inti annuncia la nascita della Fondazione Giancarlo Ligabue. Quella Fondazione che aveva «profetizzato» Wilbur Garrett nella sua lettera su carta intestata del National Geographic, da Washington, ha il ruolo, come stabilisce lo statuto, di «favorire lo svolgimento di attività di promozione culturale e ricerca con particolare riferimento, ma non limitato, ai settori di archeologia, antropologia, paleontologia, scienze naturali e arti figurative, anche attraverso manifestazioni aperte al pubblico, mostre a tema, conferenze, convegni, pubblicazioni, divulgazione, editoria, consulenze scientifiche, restauri, erogazioni filantropiche, sia in Italia che all’estero». Il 70 per cento del fatturato di questa azienda storica adesso viene dalle attività all’estero. Le sfide internazionali sono sempre più complesse e le esperienze di mi-


Una parte dell’Italia riscopre le culture sudamericane e l’arte di popoli quasi dimenticati. Dopo Firenze la stessa mostra è pronta per un altro successo, a Rovereto, tra gli stucchi e affreschi settecenteschi di palazzo Alberti Poja, a due passi dal museo del Mart. E poi al Mann, il grande museo Archeologico nazionale di Napoli. L’affascinante percorso museale servirà per base di lancio della esposizione che si apre a palazzo Loredan, sede dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti nella prima metà del 2017. Trentacinque anni prima Giancarlo Ligabue era stato l’ispiratore della mostra sui tesori di Atahualpa, il primo grande incontro dell’arte sudamericana antica con Venezia: il filo che tiene queste due esperienze è sempre più evidente. Dopo i tesori di Meso e Sud America riappare la splendida filigrana mesopotamica con la mostra, sempre a palazzo Loredan, che la Fondazione Giancarlo Ligabue realizza nella prima metà del 2018. «Prima dell’Alfabeto. Viaggio in Mesopotamia alle origini della scrittura». Curata da Frederick Mario Fales, è la chiusura di un percorso di studio del mondo mesopotamico e dei segni di comunicazione di quell’aerea ini-

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gliaia di operatori si sommano alle conoscenze imprenditoriali per dare risposte di qualità nei continenti, oltre l’Europa, dove il gruppo Ligabue opera: dal Sud America all’Africa, all’Asia. Cambia il mondo, si modificano i mercati: ma la spinta a conoscere resta quella di sempre; e cresce. Se Giancarlo ripeteva che «la conoscenza e il recupero delle civiltà antiche è presupposto essenziale per la comprensione della nostra comune umanità», Inti insiste spiegando che studiare le tracce che l’umanità ha lasciato, in tutte le sue dimensioni, ha voluto dire dare voce a culture che spesso hanno depositato la loro testimonianza in pochi documenti. «Per la Fondazione Giancarlo Ligabue intercettare quei segnali del passato è indispensabile operazione che serve a ricostruire le mappe della nostra presenza su questa terra guardando contemporaneamente a un futuro, quello parlato in tutte le lingue dell’umanità. Quando ognuno di noi si assume la responsabilità di conservare oggetti e documenti di altre culture e di tempi lontani», precisa Inti che ha già progettato iniziative per i prossimi dieci anni, «deve diventarne anche poeta narrante, preservandone storia e alimentandone il fascino per i posteri». È la verità: alcune, molte, scoperte fatte nei quarant’anni di ricerche e attività del Centro Studi e Ricerche Ligabue sono ormai diventate parte della storia della paleontologia, archeologia ed etnologia. Così la Fondazione si impegna subito nella mostra «Il mondo che non c’era»: da settembre 2015 fino al 6 marzo 2016 il museo Archeologico nazionale di Firenze ospita le opere d’arte precolombiana dalla Collezione Ligabue e importanti pezzi di collezioni internazionali e dei musei fiorentini: 5 mila anni di storia dell’arte delle antiche Americhe, raccontati ed esposti in modo appassionante nelle mostra curata da Jacques Blazy e André Delpuech.


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I manifesti delle tre grandi mostre organizzate di recente dalla Fondazione Ligabue. 149

La mostra Idoli. Il potere dell’immagine, tenuta a Palazzo Loredan, a Venezia, nel 2018.

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Giancarlo Ligabue con il figlio Inti nel deserto del Sahara. 1988.

ziato da Giancarlo Ligabue a metà degli anni Ottanta che aveva portato (1989) alla pubblicazione del libro, sempre con Frederick Mario Fales, in cui venivano descritte tutte le tavolette (le prime tracce di scrittura) della collezione Ligabue. Quella del 1989 era però una ricerca sospesa, mancava l’altra parte di quel mondo, mancavano i sigilli scolpiti su pietre dure e semipreziose. La mostra espone così oggetti che raccontano l’evoluzione della scrittura nella regine mesopotamica a partire da seimila anni fa: un percorso incantato grazie anche ai prestiti dei musei di Torino e di Venezia, che lascia stupiti migliaia e migliaia di visitatori. Sono passati tre anni dal via alla Fondazione e il panorama delle iniziative diventa denso, densissimo anche grazie ai «Dialoghi della Fondazione», affollatissimi appuntamenti pubblici con ospiti di livello internazionale sui temi della filosofia, antropologia, teologia, arte, scienze. Per i «Dialoghi» il teatro Goldoni di Venezia è sempre esaurito, specie quando Alberto Angela, direttore editoriale della rivista Ligabue Magazine dà appuntamento (dicembre 2018) ai fan per il suo ultimo libro. Due ore di conversazione su Cleopatra e quasi di più a firmare autografi. Ma ha anche il tempo per visitare la mostra «Idoli. Il potere dell’immagine» da settembre 2017 a gennaio 2018, curatrice Annie Caubet. I cento reperti esposti a palazzo Loredan – poco distante da casa Ligabue – raccontano di un’epoca di grande transizione in un’area che va dai confini della penisola Iberica, alla valle dell’Oxus, fino all’Alto Egitto. Alcuni dei cento oggetti fanno parte della collezione Ligabue, mentre altri sono prestiti provenienti da collezioni private internazionali e da importanti musei europei. Tutti narrano dell’epoca nella quale avviene la cosiddetta «rivoluzione neolitica», quando cioè si passerà dai sistemi organizzati in clan e tribù a società più complesse. Su tutte le opere spiccava come una superstar la «Venere Ligabue» una rara statuetta, dama dell’Oxus, civiltà che si sviluppò nel III millennio a.C. lungo l’alta valle dell’Amu Darya. Il futuro della Fondazione passa adesso sempre di più anche attraverso il Museo di Storia Naturale. L’amministrazione comunale di Venezia e il sindaco Luigi Brugnaro hanno deciso di intitolare il museo al nome di Giancarlo Ligabue del quale, per anni, lo stesso è stato presidente. Una scelta di sensibilità e attenzione pubbliche che mette in luce anche il senso e il significato del lungo dialogo e delle tante iniziative che, il Centro Studi e Ricerche Ligabue prima e la Fondazione Giancarlo Ligabue ora, hanno avuto e hanno con la città. Solo per promemoria occorrerà citare Ligabue come organizzatore al museo, negli anni Novanta, della grande e seguitissima esposizione dei dinosauri del Gobi, poi passata a Parigi. Diventato Fondaco dei Turchi nel 1621, quasi trecento anni fa, l’edificio del XIII secolo è passato di mano in mano fino a diventare, a metà Ottocento, proprietà del Comune di Venezia. È ricordata ancora la storia di Saddo Drisdi, l’ultimo turco, che lo lasciò, recalcitrante, nel 1838. Dopo un profondo restauro, il Comune usò il Fondaco


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Anacleto ligabue, il fondatore (18941971)


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Vecchie cineprese a pellicola utilizzate durante le prime spedizioni del Centro Studi e Ricerche Ligabue. 152

Giancarlo Ligabue nel deserto del Sahara. 1988.

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come sede del Museo Correr – che oggi si trova in piazza San Marco – mentre, dal 1923, ospita il Museo civico di Storia Naturale. La principale attrazione delle sue sale, quasi tutte ristrutturate con criteri moderni, resta il grande Ouranosaurus nigeriensis – uno dei pochi esemplari interi di dinosauro visibili in Italia – portato dal Niger nella prima spedizione scientifica di Giancarlo Ligabue, 1973. Un dono al quale ne sono seguiti centinaia di altri, in gran parte oggetti fossili (memorabile una pietra con «pioggia fossile») che lasciano a bocca aperta decine di migliaia di visitatori. Attualmente una sala – vicina a quella dell’esploratore veneto Giovanni Miani, il «leone bianco», che offrì moltissimi dei suoi oggetti africani alla città di Venezia prima di morire nell’ultimo viaggio alla ricerca delle sorgenti del Nilo (1872) – è dedicata all’attività scientifica e alle esplorazioni di Giancarlo Ligabue; e vi sono conservati importanti reperti etnologici e archeologici recuperati nei viaggi compiuti col Centro Studi. Sì, sicuramente ha avuto ragione Alberto Angela, direttore editoriale del Ligabue Magazine a sintetizzare così il lavoro della Fondazione Giancarlo Ligabue: «Un’arca della conoscenza, capace di affascinare e sorprendere chiunque abbia sete di sapere». Il viaggio per vivere due volte continua.


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Sebastiano Giorgi

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Il Venezia Calcio riguadagna la serie A sotto la vice presidenza di Anacleto Ligabue. 1961.

La grande impresa

ue generazioni di Ligabue, a cavallo degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, hanno lasciato un segno indelebile nello sport veneziano. Anacleto e Giancarlo Ligabue sono stati imprenditori che con passione, e raro spirito di servizio verso la città, hanno scritto importanti pagine della storia delle maggiori società sportive veneziane dando lustro, anche nello sport, al nome di Venezia. Lo sport veneziano inteso sia come squadre di club delle discipline più popolari e amate – calcio e pallacanestro – sia come sodalizi di pratiche prettamente lagunari e marinare, ovvero voga veneta, canottaggio, vela e motonautica, ha vissuto e continua a vivere brevi momenti d’oro e lunghi periodi di oblio. Una situazione riconducibile a diversi fattori tra i quali da un lato una storica carenza di attenzione allo sviluppo dello sport agonistico e di rinnovo degli impianti sportivi da parte delle amministrazioni comunali veneziane, e dall’altro a una classe dirigente lagunare che si è dimostrata nel tempo spesso indifferente alle sorti sportive delle squadre della città. Una situazione politico-economica che, nel lasciare Venezia indietro rispetto all’evoluzione che ha avuto lo sport professionistico in altre città, è stata la principale ragione per cui alcuni dei presidenti e dirigenti generosamente succedutisi alla guida delle società sportive hanno poi col tempo passato la mano una volta esaurita la speranza di poter vedere realizzati i piani per inserire stabilmente le squadre lagunari ai massimi livelli dello sport. In questo quadro Anacleto e Giancarlo Ligabue per le tante energie e risorse investite nello sport si iscrivono di diritto tra i veneziani del Novecento che più hanno contribuito alle fortune delle compagini lagunari. All’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso il commendatore Anacleto Ligabue ebbe per alcuni anni un ruolo di grande rilievo nel Calcio Venezia, quella antica e gloriosa società neroverde che solo vent’anni prima trascinata dalla straordinaria coppia di mezzeali formata dal fiumano Ezio Loik e dal milanese Valentino Mazzola, seppe vincere la Coppa Italia nazionale e arrivare terza in serie A, vedendo sfumare nelle ultime giornate uno scudetto che, raccontano le cronache dell’epoca, sarebbe stato meritatissimo. I leggendari giocatori Loik e Mazzola il 4 maggio del 1949 sarebbero tragicamente scomparsi nel disastro aereo di Superga che portò via l’intera squadra del Grande Torino dove erano andati a giocare dopo le imprese veneziane. Il Calcio Venezia era quindi ancora considerato negli anni Cinquanta una squadra dal grande blasone, una nobile decaduta che da tempo galleggiava senza particolari ambizioni nella seconda serie. Ma nella stagione 1960-1961 salì ai vertici societari, in qualità di commissario, Anacleto Ligabue che diede una svolta ai destini neroverdi iniziando col richiamare sulla panchina l’allenatore Carlo Alberto Quario. Una scelta lungimirante dato che i lagunari vinsero il campionato di serie B arrivando davanti a Mantova e Palermo. Una squadra indimenticabile in cui spiccavano il giovane veneziano Gianni Rossi e i tanti nuovi arrivi di quella stagione, quali Virginio De Paoli,


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Anacleto Ligabue vice-presidente della Reyer, società di pallacanestro veneziana. 1960. 155

Anacleto Ligabue assume la presidenza della Reale società canottieri Bucintoro, a Venezia. 1962.

Sergio Frascoli, Gianni Grossi e soprattutto l’attaccante Gino Raffin, autore di 17 reti. Il trionfo venne celebrato con il tradizionale corteo acqueo dei tifosi che dallo stadio Pier Luigi Penzo di Sant’Elena fino a piazza San Marco circondarono festanti la bissona con a bordo i giocatori. La formazione neroverde riportava Venezia in serie A, una Venezia all’epoca contrassegnata da un tessuto sociale ed economico pulsante, una città d’acqua abitata da 150 mila persone, in cui la nascente industria turistica trascinata dagli anni d’oro della Mostra del Cinema era ancora equilibrata dalla presenza di tante diverse e fiorenti attività: cantieristiche, vetrarie e anche industriali, parte delle quali localizzate alla Giudecca che era una sorta di distretto produttivo lagunare. In quell’atmosfera di entusiasmo sportivo e di forza del tessuto socio-economico veneziano Anacleto Ligabue, espressione dell’imprenditoria veneziana, venne affiancato alla guida del Calcio Venezia dal conte Giovanni Volpi di Misurata che assunse la presidenza del sodalizio con vicepresidenti lo stesso Anacleto Ligabue e Enrico Linetti. Dallo studio di quel periodo emerge chiaramente come la figura di Volpi rappresentasse una sorta di fiore all’occhiello per il Venezia ma, nella sostanza, il conte si mostrò ben più interessato alla sua scuderia di auto che al calcio e la compagine neroverde durante la sua presidenza rimase in realtà ben salda nelle mani di Ligabue. Fatto confermato solo dodici mesi dopo, quando Volpi diede le dimissioni nonostante un bel campionato in cui il Venezia, con tra le sue file il madrileno Juan Santisteban, si salvò raggiungendo in classifica addirittura la Juventus che nell’ultima giornata di campionato venne battuta allo stadio Penzo per 3-0! Di quella incredibile stagione ricordiamo un aneddoto che simboleggia con quale passione Anacleto Ligabue seguisse le sorti del Venezia. Nella domenica in cui i neroverdi giocarono all’Appiani di Padova per ottenere quei punti che gli avrebbero garantito la matematica salvezza Anacleto Ligabue, nel secondo tempo della partita, fu costretto a lasciare la tribuna per un malessere causato dall’eccessiva tensione. «Ma la mia squadra si è salvata e io mi sento benissimo!», dichiarò Ligabue al termine della partita al cronista del Gazzettino. Un episodio che spinse però il suo medico a consigliargli di non andare allo stadio la domenica successiva. Al termine di quell’entusiasmante campionato si decise il futuro del Venezia attorno alla questione stadio. Se da un lato il glorioso Pier Luigi Penzo era una struttura che incomprensibilmente dal 1939 – anno di costruzione delle tribune tuttora funzionanti – non era mai stata negli anni oggetto di un vero e integrale restauro in grado di renderla più capiente e moderna, dall’altro il progetto di un nuovo stadio, da localizzarsi o a Santa Marta o in un’area individuata subito dopo il ponte della Libertà, tra San Giuliano e Marghera, venne continuamente annunciato senza che in concreto si facesse alcun vero passo avanti. Tra gli articoli dell’epoca che parlano del problema stadio ce n’è anche uno in cui l’allora amministrazione comunale, guidata dal sindaco


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Giovanni Favaretto Fisca, garantiva che il nuovo impianto sarebbe stato pronto nel 1965. Le incertezze legate alla mancanza di azioni concrete sia sul progetto di nuovo stadio, sia sul restauro del Penzo, furono decisive nello spingere Volpi alle dimissioni, seguite a ruota da quelle dello stesso Anacleto Ligabue che però per amor di patria rimase all’interno del direttivo neroverde ancora per un paio d’anni, non volendo far mancare il proprio fondamentale supporto ad una società che continuerà la sua storia in uno stato di precarietà dirigenziale con i commissari Lorenzo Bettini prima e Mario Gatto poi. Una situazione che, dopo la definitiva uscita di Ligabue dal direttivo, deflagrerà tra il 1967 e il 1968 con la doppia retrocessione che porterà il Venezia dalla serie A all’inferno della serie C. Il commendatore Anacleto Ligabue mostrò sempre una costante attenzione verso i sodalizi sportivi che portavano il nome di Venezia, tra questi non poteva mancare una delle più antiche società sportive lagunari, la Reale società canottieri Bucintoro, fondata nel 1882, di cui Ligabue assunse la presidenza alla fine dell’anno 1962, restandone ai vertici per un lungo periodo. In quell’anno la Bucintoro si preparava a festeggiare con grandi fasti il suo ottantesimo anniversario di fondazione, occasione che spinse la società a darsi un direttivo in grado di rilanciarne l’immagine e anche la competitività agonistica. Alla fine del 1962 in una partecipata riunione nell’allora sede di palazzo Musatti, Anacleto Ligabue venne eletto per acclamazione presidente della Bucintoro, affiancato dai vicepresidenti Sergio Barbasetti di Prun e Antonio Casellati, quest’ultimo futuro sindaco di Venezia. Un nuovo direttivo composto da tanti nomi importanti della Venezia dell’epoca che si propose subito di rilanciare l’antica Bucintoro riportandola ai fasti del passato quando i canottieri orogranata si imponevano nelle competizioni nazionali e conquistavano addirittura medaglie olimpiche. Il presidente Ligabue, oltre a organizzare le grandi celebrazioni dell’ottantesimo anniversario della società, investì grandi attenzioni nel canottaggio tanto che in breve tempo la Bucintoro riuscì a mettere insieme l’equipaggio di un otto fuoriscalmo che arriverà a un passo dal qualificarsi alle Olimpiadi di Tokyo. Così recita un articolo del Gazzettino della primavera del 1964:

«Questa “barca” però è stata voluta con particolare convinzione dal commendatore Anacleto Ligabue, presidente della Bucintoro, benemerito sostenitore delle fortune remiere granata. Incoraggiato dai suoi consiglieri Ligabue ha detto: proviamo; siamo andati ad Helsinki, perché non potremmo andare a Tokyo con un armo veneziano?». La stagione della presidenza Ligabue è tuttora ricordata come uno dei periodi d’oro della Bucintoro con tante vittorie in campo regionale e nazionale e una grande partecipazione sociale.


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Il mecenatismo nello sport della famiglia Ligabue visse una sorta di passaggio di testimone tra Anacleto e il figlio Giancarlo all’interno di quella che sarebbe stata la società che più avrebbe legato la sua storia al nome degli imprenditori veneziani: la Reyer. Negli anni Sessanta del secolo scorso la società Costantino Reyer era articolata nelle sezioni lotta, pugilato, ginnastica e pallacanestro, maschile e femminile, e con alle spalle una storia antica – fondata nel 1872 – e importante grazie alle vittorie del massimo campionato italiano di basket maschile negli anni 1941-’42 e 1942-’43 (per la cronaca vinse anche il campionato successivo che però per ragioni belliche non fu omologato) e femminile nel 1945-’46. Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta la società visse un momento di incertezza che fortunatamente non si concluse con fallimento e chiusura grazie al commissariamento della società e al costante contributo di Anacleto Ligabue, nelle vesti di vicepresidente. La svolta positiva nei destini granata avvenne in coincidenza con la celebrazione dei novant’anni della Reyer, quando attorno allo storico sodalizio lagunare si radunò uno spaccato importante della classe dirigente veneziana che alla fine del 1962 elesse presidente Giancarlo Ligabue. Questo un estratto dal Gazzettino del 29 dicembre 1962:

Un articolo che sintetizza bene come la presidenza di Giancarlo Ligabue non solo rappresentò l’avvio di un nuovo ciclo nella gestione e nell’organizzazione societaria della Reyer ma anche un sostanziale passaggio generazionale sportivo e sociale. In quell’epoca a differenza del calcio la pallacanestro, anche ai massimi livelli, era sostanzialmente uno sport dilettantistico, a eccezione di alcune società, tra le quali Milano, Varese, Bologna, che si potevano permettere di assumere campioni stranieri. Ma nell’Italia del boom economico anche il basket stava rapidamente cambiando con l’arrivo del professionismo e degli sponsor. Una evoluzione che a Venezia fu

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«Giancarlo Ligabue è il nuovo presidente della Reyer. Già componente il direttivo della società, egli succede al comm. Giuseppe Bonfanti (…). La dirigenza risulta ampliata e rinsaldata rispetto alla precedente (…) una dirigenza che con la nomina a presidente del giovane Ligabue, sportivo militante, ha voluto in certo senso anticipare il proprio impegno per quanto riguarda il netto potenziamento dei programmi organizzativi e agonistici onde riportare la Reyer a un livello di preminenza nazionale anche in quei settori ove per varie ragioni essa era stata costretta a segnare il passo. (…) Giancarlo Ligabue ha avuto già occasione di esporre ai colleghi il suo indirizzo programmatico volto non solo alla valorizzazione del vivaio e all’affermazione degli atleti migliori, ma anche alla riorganizzazione delle strutture sociali e alla difesa delle prerogative di una società alla quale lo sport veneziano deve le sue glorie più luminose».


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iniziata proprio dalla moderna visione di Giancarlo Ligabue che riorganizzò la società attestando stabilmente la Reyer tra le società della massima serie. Ezio Lessana, bandiera della Reyer, che giocò in maglia granata tutta la sua carriera dai 14 ai 30 anni, con l’unica eccezione di un anno tra le fila dell’Onestà di Milano quando si trovava nel capoluogo lombardo per il servizio militare, ricorda con grande emozione il legame tra la famiglia Ligabue e la Reyer. 156

Giancarlo Ligabue diventa presidente della Reyer nel 1962. La foto si riferisce al momento delle promozione in serie A, al termine della stagione 1963-1964.

«La presidenza di Giancarlo Ligabue diede nuova vita alla società. Ricordo bene i momenti difficili degli anni precedenti, a un certo punto per protesta contro l’indifferenza della città verso uno storico sodalizio che portò Venezia nella pallacanestro ad essere Campione d’Italia si arrivò a esporre tutte le coppe in fondamenta della Misericordia per scuotere amministratori, tifosi e potenziali dirigenti. Periodi bui in cui il commissario Bonfanti cercava di tenere in piedi la società e ad aiutarlo c’era Anacleto Ligabue che nei momenti di bisogno non fece mai mancare il suo supporto. Nel 1960-’61 toccammo il fondo a livello sportivo, eravamo in serie C, ma da lì partì la riscossa. Con una squadra formata solo da giovani, io ventunenne ero il più vecchio, scalammo le categorie fino a vincere la serie B nel 1963-’64 approdando così alla serie A. Una risalita resa possibile dalla nuova visone manageriale portata da Giancarlo Ligabue che seppe cogliere le trasformazioni che stavano toccando il mondo della pallacanestro. Arrivò il primo sponsor della storia sulle maglie granata, la Noalex, fabbrica di mobili per cucine, e con il fortissimo straniero Nemanja Đurić e il nazionale Antonio Calebotta arrivammo quarti nella massima serie. Alla Reyer si passò da un puro dilettantismo ai primi premi vittoria e agli ingaggi, poi con il ritorno del grande Nane Vianello in granata piano piano ci si avviò verso il professionismo. Anni di cui mantengo ricordi indelebili sia per i risultati sportivi, sia per lo splendido ambiente societario, sia per le relazioni con la famiglia Ligabue di cui ho la fortuna d’aver conosciuto tre generazioni, da Anacleto uomo che era espressione di tempi in cui si lavorava 14 ore al giorno e non c’era tanto tempo libero, a Giancarlo che incarnava una Italia che stava cambiando, un uomo ricco di tante passioni dall’archeologia alla motonautica ma che noi fummo bravi a far appassionare al basket. Oggi sono felicemente sorpreso nell’ammirare il piglio con cui Inti Ligabue ha preso in mano l’azienda di famiglia che sento vicina perché allora ventenne vi lavorai per un paio d’anni come ispettore dell’Ufficio estero». La presidenza di Giancarlo Ligabue, suddivisa tra il decennio che va dal 1962-’63 al 1972-’73 e poi le stagioni dal 1975-’76 al 1978-’79 rappresentò una lunga e bellissima pagina sportiva della gloriosa Reyer, una guida che diede stabilità alla società e


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Tra le difficoltà affrontate da Ligabue anche l’endemico problema del palazzetto. La più bella palestra del mondo, la Misericordia, non era più adatta a ospitare partite di massima serie e la Lega vietò alla Reyer di giocarci le partite casalinghe. Così, mentre

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Servizio di stampa che racconta i successi della pallacanestro Reyer, ora sponsorizzata dalla Canon grazie all’impegno di Giancarlo Ligabue. 1975.

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«La Reyer degli anni di Ligabue era veramente la squadra ideale in cui giocare. Era un ambiente particolare e molto unito anche perché i giocatori erano lavoratori o studenti veneziani che la sera si trovavano per allenarsi. Giocare con quella maglia era un onore, così come era un onore far parte del direttivo. Pur non venendo mai retrocessi abbiamo agonisticamente passato tanti momenti di difficoltà, ma presidente e dirigenti non ci hanno mai fatto mancare il loro supporto. Non ricordo né liti, né particolari sfoghi e nessun allenatore è mai stato esonerato. Se c’erano diversità di vedute si andava tutti a cena al Bonvecchiati e a tavola si appianava ogni divergenza. C’era molto affetto tra tutti i dirigenti, erano come una famiglia, basta guardare le foto dell’epoca, sono insieme anche fuori dalla sede, spesso si trovavano a casa Ligabue. Per noi giocatori Giancarlo Ligabue era una persona speciale, oltre a essere il nostro presidente e un grande imprenditore era un antropologo di fama. Non nascondo che quando ci invitava nel suo palazzo eravamo un po’ in soggezione girando tra questi antichi reperti. Ricordo che quando gli chiedevo spiegazioni su qualcuno di quegli straordinari oggetti che vedevo in casa lui rispondeva con grande precisione facendo trasparire l’enorme passione per l’antropologia. È stato un onore averlo come presidente».

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riportò i granata al livello del loro blasone con ottime prestazioni prima in serie B nei campionati 1962-’63 – in cui la Reyer perse lo spareggio per la promozione in A contro la Goriziana – e 1963-’64 con la vittoria del campionato, e poi in serie A dove la squadra giocò ininterrottamente dal 1964-’65 fino al 1978-’79 con un solo anno di A2 nel 1975-’76. Una delle stagioni indimenticabili della presidenza Ligabue fu il campionato 1966-’67 quando tra gli affreschi della scuola grande della Misericordia – in quel tempo ammodernata e orgogliosamente ribattezzata «Palasport della Misericordia» – la Reyer, con la maglia griffata Noalex, salì fino al quarto posto, e in quell’anno il Coni conferì alla società guidata da Giancarlo Ligabue l’ambita «Stella d’oro al merito sportivo». Successi che continuarono anche nei campionati successivi con una Reyer stabilmente tra il quarto e il quinto posto dietro Milano, Varese, Cantù, ovvero il gotha del basket nazionale. Tra i tanti meriti del lungo impegno di Giancarlo Ligabue nella Reyer c’è, oltre a quello d’aver continuato con successo la tradizione familiare di mecenatismo nello sport, quello d’aver creato un ambiente sereno e unito attorno alla squadra, un clima di cui dà testimonianza Manolo Guadagnino che giocò in maglia granata sette stagioni.


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tardivamente l’amministrazione veneziana portava avanti il progetto del palasport dell’Arsenale, Ligabue si accollò due campionati giocando le partite casalinghe a Vicenza. Finalmente il 23 ottobre 1977 la Reyer tornò a Venezia per inaugurare il palasport dell’Arsenale. Quando al termine del campionato 1978-’79 Ligabue passò la guida della Reyer a Roberto Carrain, la società aveva ormai colmato il gap con le altre rivali nazionali. Una società economicamente sana, organizzata, che aveva ottenuto un bel Palasport nel cuore di Venezia e con in panchina Tonino Zorzi, allenatore che sarebbe anch’egli entrato nella storia della società veneziana. Con l’uscita di Giancarlo Ligabue dalla Reyer si chiuse con onore un ventennio di mecenatismo sportivo da parte di una famiglia che come poche in città seppe contribuire alle fortune dello sport veneziano. Un rapporto iniziato agli albori degli anni Sessanta da Anacleto sui gradoni del vecchio stadio Pier Luigi Penzo di Sant’Elena e conclusosi nel 1979 con Giancarlo Ligabue sulle gradinate di quel Palasport Arsenale che, dopo qualche decennio, per mancanza di requisiti di sicurezza, divenne inutilizzabile per la massima serie obbligando la Reyer a emigrare in terraferma.

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Giancarlo Ligabue e la squadra di pallacanestro durante i lavori di realizzazione del palasport all’Arsenale. 1977. 159

Salto sotto canestro durante una partita del campionato di A1. 1971.

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Riccardo Ali

100 anni firmati Ligabue 189

Q

uando pensiamo alla storia di un’azienda, pensiamo alle persone che l’hanno resa grande, all’impegno che ci è voluto per trasformare un’idea in una realtà, ai momenti belli e a quelli più difficili, insomma pensiamo a un’evoluzione che si dipana in un arco temporale. Se guardiamo ai cento anni di storia di Ligabue, possiamo facilmente immaginare quante cose siano cambiate e si siano evolute nel mondo attorno e dentro l’azienda. In tutto questo, c’è un dettaglio, un simbolo che è sotto gli occhi di tutti e racconta silenziosamente, ma in maniera molto significativa, attraverso l’immagine, quello che è stato il percors o negli anni di un’azienda: il logo. Oggi, nell’era digitale, dove la comunicazione è tutto, viviamo una continua «sovraesposizione all’immagine», basti pensare ogni giorno quanti brand, caratteri, foto e grafiche passino sotto i nostri occhi attraverso smartphone e tablet. Il nostro linguaggio è cambiato ed è cambiato anche il nostro rapporto con le aziende che sono diventate tutte molto più vicine a noi, a portata di clic. Ma cosa c’è stato prima? Come in cento anni Ligabue ha affrontato il cambiamento di tendenze nelle varie epoche? Insomma come ci si presentava al pubblico cento anni fa? Cercheremo di scoprire e capire assieme, attraverso un viaggio per certi versi romantico, nell’immagine aziendale del nostro marchio, quale sia stata la nostra storia e immaginare dove stiamo andando.

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Ingrandimento del primo biglietto da visita di Anacleto Ligabue. Anni `20. 161

Il primo logo della Ligabue riprodotto sulla carta da lettere. Anni `20.

Negli anni Venti le forti influenze provenienti dall’Art Déco, si ripercuotono nella comunicazione grafica e la fanno da padrone. L’immagine aziendale è decorata e ricca di dettagli, l’illustrazione è un elemento che accompagna e si fonde con la scritta «Anacleto Ligabue» realizzata con lettere gotiche provenienti dal Fraktur calligrafico, con maiuscole arricchite da svolazzi e spunti floreali. I caratteri scelti per la scritta «Venezia» arrivano dalle splendide lettere della maiuscola longobarda, qui declinate in vero e proprio lettering con tanto di spessori per renderle tridimensionali e decorate internamente da textures. Ricordiamo che il gusto déco era lo stile dei cinematografi, delle grandi residenze borghesi, delle stazioni ferroviarie e dei transatlantici, quindi perfettamente in linea con il taglio aziendale di Ligabue. Verso la fine degli anni Trenta, lo stile di comunicazione del regime fascista, in maniera particolare quello dei bollettini affissi nelle bacheche cittadine o quello delle scritte murali propagandistiche, toglie grazia e aggiunge rigore alla grafica del periodo e i caratteri morbidi, quasi floreali, lasciano il posto a lettere spigolose, rigide ed essenziali. Accanto a lettere tonde molto definite e prive di grazie, appaiono lettere

La grande impresa

1920-1940. Gli anni tra le due guerre


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spigolose con punte quasi «acuminate» come nel caso della A, la V, la M o la Z. Tutto questo non può non farci venire in mente l’immaginario dei caratteri tipografici della comunicazione grafica propria del movimento futurista che in quegli anni gode di grande popolarità anche grazie all’opera, in campo pubblicitario, di Fortunato Depero uno dei suoi massimi e influenti esponenti. 1950-1960. Un decennio di transizione e ripresa 162

Calendario manuale in latta da parete. 1970. 163

Composizione dei logotipi per i cento anni della Ligabue realizzata da Riccardo Alì. 2019. 164

Loghi aziendali dal 1919 al 2005. 165

Disegni preliminari per la realizzazione di un nuovo logotipo in occasione del centenario. 2019.

Nel dopoguerra, forse anche per fattori emotivi dovuti a un desiderio di ricostruzione e di rinascita, nella comunicazione aziendale, si sente la necessità di tornare a togliere un po’ del rigore che aveva caratterizzato in precedenza il marchio. È un timido ritorno all’ornamento e al decorativo. Per rappresentare il nome «Ligabue Anacleto», viene scelto un carattere tipografico che per certi aspetti può ricordare una firma fatta a mano, quasi a volersi riavvicinare alle persone e restituire, anche nell’ambito della comunicazione, un po’ di calore umano, una sorta di antesignano friendly mood che nell’epoca dei social noi conosciamo bene. Il nome Ligabue viene quindi presentato in un carattere che fonda le sue radici nel copperplate britannico, comunemente conosciuto come corsivo inglese. Nato come carattere da incisione a mano (copperplate significa nella traduzione letterale «piatto di rame» appunto) è caratterizzato da un alternarsi armonico di chiaro-scuri molto evidente e definito, un’inclinazione costante a 42° e la presenza di leggeri svolazzi nelle maiuscole che danno movimento alla composizione. Il risultato è una scritta molto elegante, raffinata che arricchisce senza essere invasiva ma mettendo bene in evidenza il marchio. La parte descrittiva di indirizzi e didascalie è invece affidata ai caratteri sans-serif che imperversavano nella tipografia europea del periodo. 1970-1990 . Il boom economico e tecnologico Il gusto delle grafiche della comunicazione di Ligabue negli anni che hanno anche segnato l’internazionalizzazione dell’azienda, gettano le basi per la cifra stilistica che arriverà fino ai giorni nostri. Prima di parlare dell’evoluzione del logo, vorrei soffermami su un dettaglio davvero stupefacente visto con occhi moderni. A riprova di come la comunicazione di Ligabue sia stata sempre molto attenta e a volte anche anticipatoria dei tempi, negli anni Settanta appare un elemento grafico che non può non ricordarci, per design e funzione, quello che oggi noi siamo abituati a chiamare «icona» e che possiamo trovare nei nostri dispositivi mobili per richiamare le «app».


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In occasione dei cento anni dell’azienda è stato deciso un completo restiling del logotipo Ligabue, pur mantenendo delle assonanze con la precedente versione. È stato per questo conservato il minuscolo e la caratteristica modularità, come si può notare nelle due circonferenze che ripetendosi ritmicamente disegnano le lettere. Ritmo ripreso anche nel raccordo tra corpo centrale, ascendenti e discendenti della G, A e B. Gli spessori sono sempre “importanti”, come per la precedente versione: la volontà è quella di trasmettere solidità e concretezza. L’àncora è l’elemento grafico che meno si discosta dalla precedente versione, per sottolineare un naturale raccordo storico. È stata comunque ammodernata e ridisegnata in out line, allo scopo di isolarla dal logotipo, per donare maggior visibilità ad entrambi. Il risultato è un logotipo che accompagnerà l’azienda in tutta la comunicazione dei prossimi anni.

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Cento anni firmati ligabue

Racchiuse in cerchi e con una grafica piatta ed essenziale ma molto identificativa ed esplicativa, queste «icone» rappresentavano le varie declinazioni commerciali dell’azienda. Torniamo ora al logo. Le lettere del nome si fanno grandi, lineari e pulite, le grafiche nelle quali vengono inserite sono minimali, ci stiamo avvicinando agli anni Ottanta e l’avvento del mondo digitale più freddo ed essenziale inizia a farsi sentire. Oltre alle sopracitate icone, in questi anni, la scritta «Ligabue», viene a volte accompagnata, a seconda dell’uso, da monogrammi coordinati tra loro e in linea con l’immagine dell’epoca (LH–LE). La dinamicità viene conferita dall’inclinazione del carattere che andrà negli anni a ridursi, mentre aumenterà quella del volume del peso delle lettere che dagli anni Ottanta fino ai giorni nostri rimarrà costante e verrà modificata solo in piccoli dettagli. Partendo proprio da quel decennio, durante un lento processo di revisione ed accorgimento, i caratteri che formano la scritta Ligabue, pur rimanendo nella loro veste bold, vengono leggermente spaziati e ridefiniti a favore di una migliore lettura. Attraverso la definizione degli occhielli nelle lettere A ed E, e migliorando la discendente della lettera G, che prima poteva equivocare in una Q, si arriva così alla forma utilizzata negli ultimi quindici anni, seguita dall’iconica àncora che nel tempo ha accompagnato e affiancato il nome Ligabue.


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Ringraziamenti Desidero ringraziare quanti in misura diversa ma sempre preziosa hanno partecipato e contribuito concretamente al progetto “La Grande Impresa” sul Centenario del Gruppo Ligabue. Un lavoro di archivio e ricerca che ci ha visto impegnati per oltre due anni e che ha permesso di ricostruire un’importante storia aziendale: un particolare e sentito ringraziamento a Massimo Orlandini per lo straordinario e minuzioso lavoro di documentazione e ricerca, profonda emozione e stima ad Adriano Favaro per l’appassionato racconto del Centro Studi e Ricerche e della Fondazione oggi. A Federico Dei Rossi e Luca Facchini di Ubis che hanno seguito passo passo la nascita del progetto in tutte le sue sfaccettature, curatori assieme a me del percorso storico e allestitivo della mostra. A Claudia Ghedin per gli essenziali aspetti di ricerca, documentazione e parte amministrativa, a Marta Dal Martello per la sua preziosa attività di archivio e selezione delle immagini coadiuvata da Petra Lanza, Massimo Bortolazzo per il generoso supporto al team. Ad Alessandro Marzo Magno per aver curato questa monografia. A Lucia Berti per il suo costante e insostituibile supporto, preciso, efficace e appassionato. All’amico Massimo Casarin essenziale per la ricostruzione degli anni Sessanta-Settanta del Gruppo e che ci ha restituito la formidabile figura di Giancarlo Ligabue negli anni giovanili e nella sua dimensione aziendale. Cinquant’anni di azienda ed amicizia. Viva gratitudine nei suoi confronti. Inti Ligabue


Per il capitolo “Anacleto Ligabue” Il presente contributo è il frutto preliminare di una ricerca più estesa, durata un anno, tra archivi emiliani e veneziani, alla scoperta di fonti, materiali e tracce documentali che hanno contribuito ad arricchire gli archivi aziendali e familiari Ligabue. Un grazie a tutti coloro che mi hanno aiutato in ogni modo a delineare meglio i contorni di questa grande storia d’impresa. Massimo Orlandini Per l’Emilia Roberto Baccarani, Presidente della storica Cantina Sociale di San Martino (Reggio Emilia) Michele Belleli, Istoreco, Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea, Reggio Emilia, per i dettagli e le precise indicazioni sul 66° reggimento di fanteria Alberto Bevilacqua ed Elena Infanti, Servizi Demografici, Comune di Reggio Emilia, per la ricerca, che sembrava impossibile, delle fonti inedite della presenza della famiglia Ligabue a Reggio Emilia Adalgisa “Gisetta” Camurani in Addario, Bologna, per le preziose indicazioni sulle aziende di famiglia Ercole Camurani, Reggio Emilia, storico e giornalista, recentemente scomparso Maria Carfìe e Valentina Soldani, Archivio di Stato di Modena, per l’individuazione del foglio matricolare di Anacleto Ligabue Casa della Carità, Villa Argine, in particolare suor Emanuela Ferretti e suor Marta Gualdi, per averci fatto toccare con mano l’opera filantropica di Zita e Anacleto, che ancora oggi vive ad Argine Elisa Casoni, Ufficio Servizi Demografici del Comune di Cadelbosco di Sopra (Reggio Emilia) Claudia Cremaschi, Sara Bonini e Graziano Mazza, Ufficio Servizi Demografici Comune di San Martino in Rio (Reggio Emilia), che si sono adoperati nella ricerca delle tracce della famiglia Mazzieri Roberto De Pietri, appassionato collezionista e storico di Cadelbosco di Sopra (Reggio Emilia), per il materiale donato e le preziose indicazioni fornite, in particolare su Villa Argine; con lui, l’Associazione Amici di Valerio Belluzzi, Villa Seta, Cadelbosco di Sopra (Reggio Emilia) Fausto Gemmi, Carpi (Modena), collezionista, per l’aiuto concreto nell’individuare fonti orali e documenti Caterina e Chiara Giroldi con la mamma Alba Gabbi, Villa Argine di Cadelbosco di Sopra (Reggio Emilia), per l’aiuto nella ricerca e la visione di materiale fotografico inedito di famiglia su Anacleto Ligabue a Villa Argine Angelo Lugli, Carpi (Modena), collezionista e amico di sempre, la mia prima base per le ricerche in Emilia Paola Meschini, Archivio di Stato di Reggio Emilia, per un colloquio illuminante e dettagli preziosi Giovanna Ponzanelli, Istituto Professionale di Stato “G. Minuto”, Servizi per l’enogastronomia e l’ospitalità alberghiera di Marina di Massa (Massa Carrara), per le precise indicazioni sul settore alberghiero a Massa al tempo di Anacleto Milo Spaggiari, Archivio Storico Diocesano di Reggio Emilia - Guastalla, per le fonti inedite riguardo la nascita e il battesimo di Anacleto Tania Tellini, già Sindaco di Cadelbosco di Sopra (Reggio Emilia), per la grande disponibilità dimostrataci Ilaria Valentini, Associazione Amici di Valerio Belluzzi, Villa Seta di Cadelbosco di Sopra (Reggio Emilia), per le pubblicazioni dell’associazione indispensabili alla nostra ricerca Marco Vergnani, Servizi Bibliotecari, Biblioteca del Comune di San Martino in Rio (Reggio Emilia). Per il Veneto Daniele Angiolin, Ufficio Anagrafe Comune di Venezia: una sicurezza, come sempre, nell’individuare le fonti, anche le più frammentarie, che ci hanno permesso di andare in Emilia a cercare con successo i “pezzi mancanti” dei fogli famiglia dei Ligabue Luca Benetti, Ufficio Documentale Comando Forze Operative Nord, Padova, per la precisa individuazione del foglio matricolare di Anacleto Giovanni Caniato, Archivio di Stato di Venezia per la grande disponibilità nella ricerca di tracce e documenti Patrizia Geremia, Archivio Notarile di Venezia, per l’incredibile velocità nell’individuare l’atto del 1944 relativo alla costituzione in società della Ligabue Maria Luisa Greggio in Cortese, ex dipendente Ligabue Catering SPA, Mestre (Venezia), stretta collaboratrice di Giancarlo Ligabue, preziosa amica da tanti anni, che ci ha fornito notizie indispensabili Sandra Martin, Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia Giorgio Roverato, Università di Padova per il supporto scientifico e per i generosi consigli Monica Selva, Archivio della Camera di Commercio di Venezia, Camera e Rovigo Delta Lagunare, Venezia, per il grande aiuto nella ricerca dei fascicoli camerali Ligabue, per la sua consulenza e per la grande professionalità Orietta Zanato, Università di Padova, per aver condiviso ogni attimo della ricerca e ogni scoperta, e per avermi sempre sostenuto con fin troppa pazienza.


Un emozionato ringraziamento a mia madre e mio padre che, in modi diversi ma simili, con la loro storia e il loro esempio, sono sempre al mio fianco e mi permettono di essere oggi la persona che sono. Grazie. Oltre lo spazio e il tempo.

Inti


Nella pagina precedente, Giancarlo Ligabue con la moglie Sylvia nello studio di Palazzo Erizzo, a Venezia. In questa pagina, un calendario promozionale in latta da parete che risale agli anni Settanta.


Colophon Monografia a cura di Alessandro Marzo Magno Redazione Lucia Berti Coordinamento editoriale Marta Dal Martello Petra Lanza Archivio e iconografia Claudia Ghedin Ricerche e documentazione Autori degli articoli Inti Ligabue Alberto Clò Massimo Orlandini Massimo Casarin Adriano Favaro Sebastiano Giorgi Riccardo Ali Progetto grafico Federico Dei Rossi Ubis Design Workgroup Foto Claudio Rocci Archivi Gruppo Ligabue Fondazione Giancarlo Ligabue Famiglia Ligabue Collezione Massimo Orlandini Archivio fotografico del Consorzio Culturale del Monfalconese Traduzioni David Kerr Editore Fondazione Giancarlo Ligabue Stampa Arti grafiche Conegliano Con il patrocinio

Ringraziamenti Autorità di sistema portuale del mare Adriatico settentrionale Camera di Commercio, industria, artigianato e agricoltura di Venezia - Museo di Storia Naturale di Venezia d’Amico Società di Navigazione - Grimaldi Group - Onorato Armatori


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Finito di Stampare nel mese di settembre 2019 da Arti Grafiche Conegliano.


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