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nea 05 2011

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Nea Maggio 2011

So Sommario

L’intervento

- Diana Bracco - Laura Frati Gucci

Copertina

15

18

- Lorenza Morello

Riforme - Maria Elisabetta Alberti Casellati

Avvocatura - Claudia Parzani - Patrizia Corona

Le donne e la politica - Letizia Moratti - Daniela Gasparini - Luciana Cappelli - Gianna Gancia - Barbara Degani - Wanda Ferro

In prima linea -

Patrizia Impresa Perla Stancari Maria Federico Giovanna Maria Iurato Carmela Floreno

L’impegno sociale - Carla Tirelli Di Stefano

Come nasce la notizia

24 26

- Lella Golfo - Le protagoniste

Donne d’impresa - Ferruccio Dardanello - Patrizia De Luise - Silvana Neri - Gianna Martinengo

Modelli associativi - Maria Luisa Coppa - Diana Theodoli Pallini - Maria Fermanelli - Alessia Zaninello

12

- Adriana Lommi

Consulenza del lavoro - Monica Melani

- Ombretta Magaraci - Marzia Mazzoleni

52

142

Il settore dei servizi - Barbara Buzzi

Public e media relations

66

Quote rosa - Gabriele Fava - Le donne di Confindustria

70 Le donne del vino - Pia Donata Berlucchi - Camilla Lunelli - Donatella Cinelli Colombini - Sabina Maffei

76 Made in Italy 82

- Mario Boselli - Mariuccia Mandelli - Patrizia Bambi - Giovanna Furlanetto

Consulenza strategica - Ileana Tovaglieri

94

Servizi alle imprese - Mari Eugenia Baroncelli Rindi - Emanuela Vavassori

Formazione - Maria Giovanna Garuti

103 108

- Cristina Trolli

Organizzazione eventi - Maria Luisa Salvati - Andreina Mancini

- Anna Marinello

Comunicazione integrata - Fabrizia Rossetti

Grafica

128

- Maria Giovanna Pansera

Meccanica per l’agricoltura - Sara, Giovanna e Chiara Radrizzani

154 156 158 160

Impianti - Jenni Reina

132 L’industria della vagliatura - Annamaria Furlan

146

152

Il wedding planner

126

144

150

Accoglienza - Jenny Romero

116

136 138

Consulenza

- Cristina Parodi, Costanza Calabrese, Simona Branchetti, Cesara Buonamici, Maria Concetta Mattei e Mikaela Calcagno

Premio Bellisario

134

Gestione dei sinistri

32

162

Nea • Maggio 2011


Verso nuovi mercati - Tatiana Nieri

Stampa autoadesiva - Lidia Cattaneo

Logistica - Marina Melissari e Emanuela Serra

Il settore tessile - Simona Colombo

Sartoria - Annamaria Buoncristiani

Laboratori della moda - Lauria Letteria

Arte orafa - Floriana Cusi

Gioielleria e argenteria - Giuseppe Santamaria

Musica classica - Patrizia Garrasi e Luisa Panarello

164 Interior design 166

- Francesca Frendo - Monica Mamprin

L’industria lapidea

168

- Marta Maddalena

170

- Laura Tirone - Sonia Bonesi - Olga Dentella

Materiali

172 Riqualificazione - Cinzia Improta

174 Attrezzature edili - Maria Grazia Della Bianca

176 L’amministrazione condominiale

178

- Isabella Esposito

180

- Teresa Bottasso

Green economy Smaltimento rifiuti - Adele Marelli

Il mondo del suono e del doppiaggio - Elisabetta Bucciarelli

Forme d’arte - Maria Grazia Frassetto

Processi creativi -

Zaha Hadid Donata Paruccini Teresa Sapey Daniela Volpi

La tecnica e il progetto - Margherita Bongiovanni - Amalia Ercoli Finzi

Architettura -

Luisita Facchin Arabella Rocca e Alvisi-kirimoto Rossella Giulia Bucci Daniela Pietroboni

182 Turismo 184 186

-

Michela Vittoria Brambilla Flavia Franceschini Ivana Dotti Caterina Fioritti Silveria Colnago

Progetto Donne e Futuro - Cristina Rossello

La conciliazione obbligatoria

198 202

- Antonietta Giannuzzi

Mediazione - Graziella Ausiello - Renata Marzano - Mariantonietta Miccoli

Gestione d’impresa - Barbara Di Lelio

Giuslavoro - Paola Cerullo

Diritto civile e societario - Mariangela Petullà

Diritto industriale e intellettuale - Paola Tarchini

Privacy - Alessandra Zabotto

Il ruolo del legale - Cristina Del Zoppo

Nea • Maggio 2011

210 214 216

222 224 226 228 230

Diritto di famiglia - Grazia Cegna

Notariato - Flavia Colangelo - Maria Federico

Politiche antidroga - Giovanni Serpelloni - Elisabetta Simeoni

Chirurgia - Cristina Marmorale - Giovanna Riccipetitoni

268 270 274 280

233 Ricerca antitumorale

284

Neonatologia

286

- Marina Del Bue

- Fortunata Megale

244

Infertilità

248

Psicoterapia Psicoanalitica

250

Dermatologia

- Michelina Vitagliano

- Mirella Baldassarre

- Lucia Brambilla

Chirurgia estetica - Patrizia Gilardino

288 290 292 294

256 Cosmesi

296

258 Estetica e salute

298

260 Oftalmologia

300

262

Odontoiatria

302

264

Istruzione

- Anna Laura Lampa

- Barbara Bianchi

- Patrizia Vassallo

266

- Maria Grazia Ricci

-

Mariastella Gelmini Maria Maddalena Novelli Daniela Beltrame Lucrezia Stellacci Maria Letizia Melina

306

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L’intervento Puntare sulla ricerca per avvicinare l’Europa di Diana Bracco

Vicepresidente di Confindustria per ricerca e innovazione

P

er tornare ad avere una crescita economica sostenuta e un aumento della produttività è necessario difendere il nostro comparto manifatturiero, riorientando la politica industriale sulla ricerca e sull’innovazione. Solo introducendo nuovi prodotti e nuovi processi produttivi e, adottando tecnologie avanzate, le imprese potranno aumentare la loro efficienza, battere la concorrenza e conquistare nuovi mercati. Le ultime stime di Confindustria ci dicono che la ripresa non è più un miraggio. La produzione sta ripartendo, anche se per arrivare ai livelli pre-crisi, ci vorrà ancora tempo, e a mio parere il peggio sarà davvero dietro le spalle solo quando risaliranno i livelli occupazionali. Per questo bisogna agire subito per sostenere la crescita. Infatti, se da un lato è certamente giusto tagliare sprechi e riqualificare la spesa pubblica tenendo d’occhio i conti del Paese, dall’altro occorre anche Nea • Maggio 2011

investire sul futuro puntando soprattutto sulla ricerca e sull’innovazione, sulla semplificazione e sulle infrastrutture. In questo momento stare vicino alle imprese, soprattutto quelle piccole che più hanno sofferto la crisi, e ai loro lavoratori è una priorità. Confindustria propone di adottare un programma operativo di mediolungo termine, con obiettivi chiari, strumenti efficaci e flessibili, tempi rapidi e risorse finanziarie adeguate e certe nel tempo. In particolare, deve essere perseguito l’obiettivo del 2% del Pil in investimenti in R&S, destinando un miliardo di euro di risorse pubbliche ogni anno per i prossimi cinque anni. È questo l’approccio anche della nuova politica Ue di “Europa 2020”, in cui si ripete con forza la centralità della ricerca e dell’innovazione per assicurare sviluppo, si richiama il ruolo delle imprese e la necessità di guardare ai risultati concreti degli interventi, alla messa a sistema delle risorse finanziarie e a una governance più forte e integrata.

Proponiamo di rendere il credito d’imposta per gli investimenti in ricerca e sviluppo una misura strutturale automatica per i prossimi cinque anni. In passato il credito d’imposta in R&S ha avuto effetti molto positivi, con un’ampia partecipazione (29.000 imprese hanno presentato richieste idonee) per un ammontare di circa 2,5 miliardi di euro. Purtroppo, però, l’effetto disincentivante legato al click day ha introdotto elementi d’incertezza per le imprese che ne hanno fatto richiesta. Inoltre, riteniamo importante realizzare grandi progetti nazionali di ricerca e innovazione mettendo a sistema risorse pubbliche e private su grandi temi strategici per il Paese. Infine, superare il digital divide e dotare, entro il 2015, l’intero territorio di banda larga con una copertura a 20 Mb/s, elevata a 100 Mb/s per i distretti industriali e i grandi centri urbani, e realizzare la completa digitalizzazione della pubblica amministrazione. 15


L’intervento Europa, un futuro comune di Laura Frati Gucci

E

rano stati chiamati gli Stati Uniti d'Europa, sono diventati la Comunità europea condividendo congiuntamente ideali su libertà, democrazia, sviluppo, economia, solidarietà e pace. Gli Stati Uniti d'Europa hanno richiesto sforzi, anche economici, a tutti i cittadini; sforzi accolti nell'auspicio di creare un futuro migliore per tutti, un futuro più sicuro, più regolamentato, più internazionale e interculturale, più consolidato e stabile rispetto agli altri “potenti paesi”. Così gli Stati Uniti d'Europa si sono rafforzati negli anni puntando ad applicare un'omogeneità di diritti e di obblighi, cercando di dare un assetto omogeneo affinché norme e diritti potessero essere equiparabili, sia nel pubblico che nel privato. Sembravano sforzi condivisi che guardavano a un orizzonte comune, invece, oggi appare evidente quanto siano instabili e non condivisi tanti temi che i diversi governi affrontano. Manca una governance integrata. Possiamo dare la colpa alla crisi economica e finanziaria? Da imprenditrice sono portata a vedere il bicchiere sempre mezzo pieno e voglio augurarmi che questa situazione possa essere considerata provvidenziale per realizzare in concreto quell'alleanza che Nea • Maggio 2011

Presidente di Aidda, associazione donne imprenditrici e dirigenti d’azienda

sempre più appare indispensabile per un puzzle di piccoli Stati con tanti temi e problemi comuni. Stare uniti è sicuramente un vantaggio reciproco, forse, addirittura indispensabile. In un'ottica femminile, che non ritengo un “minus” bensì un “plus”, vorrei considerare la situazione europea, utilizzando la forza e l'incisività che hanno i punti di vista delle donne europee all'interno delle proprie famiglie. Sì perchè gli Stati Uniti d'Europa, forse, devono essere visti proprio come una famiglia, dove si aiuta il figlio debole, si sostiene il parente in difficoltà, ci si occupa per una soluzione che a volte apparentemente sembra svantaggiosa per alcuni ma che poi porterà vantaggi a tutti. I panni sporchi si lavano in casa ed è il nome del casato che deve essere sostenuto, mantenuto e protetto. La famiglia è un valore fondante della nostra civiltà europea e in questa ottica vorrei considerare il nostro futuro. Le donne ragionano diversamente dagli uomini senza voler dire che sono meglio o peggio - partono da approcci diversi ai problemi e analizzano le possibilità a cui danno priorità diverse. Ma quei principi comuni che hanno portato alla costituzione della comunità europea, che vorrei definire “il nostro

oggetto sociale”, dove sono finiti? La solidarietà di cui in tutti gli Stati tanto si parla dov'è finita? Viene da chiedersi se questo è il risultato della non capacità di ascoltare e comprendere quel che sta avvenendo nei paesi arabi e nell'Africa in generale. Occorre ritrovare un'unità di intenti affinché si possa insieme ai nostri concittadini europei rispondere ai grandi mutamenti in uno scenario internazionale di fragili equilibri in cui nessun singolo Stato europeo può avere una voce significante da solo, uniti sì. Come approcciare cambiamenti così grandi se si rinnegano gli accordi e i principi cardine dell'Unione europea? In avvicinamento alle elezioni del 2014, nelle nostre differenze socioeconomiche, noi donne imprenditrici sentiamo forte la necessità di alleanze governative che superino le troppe discussioni e le volontà individualistiche del momento che troppo spesso vengono declinate in ogni singola “regione europea”. Un appello forte affinché si guardi, invece, a un futuro comune per i cittadini tutti dell'Europa unita, cittadini che hanno chiesto e votato principi e valori comuni su cui occorre continuare a impegnarsi. Una voce di donna può sperare di essere ascoltata? 17


In copertina

lorenza morello

LA GIUSTIZIA AL BIVIODELLA MEDIAZIONE Quello italiano è un sistema giudiziario afflitto da troppi deficit. Non stupisce, quindi, se emergono sempre più le opinioni di quegli operatori favorevoli alle soluzioni stragiudiziali. A parlarne è la presidente dell’associazione nazionale Avvocati per la Mediazione, Lorenza Morello

di Andrea Moscariello 18

Maggio 2011 • Nea


In copertina

S

ono 3300 i giorni che, in media, occorrono a una causa per giungere a una sentenza definitiva. O perlomeno sono quelli che occorrono in Italia. Quella della giustizia è divenuta oramai la matassa più difficile da sciogliere. Stato, magistratura e avvocati faticano a portare a casa risultati soddisfacenti, limitati come sono dalle lungaggini e dalla disorganizzazione strutturale di moltissimi uffici giudiziari. Si tratta di un vero e proprio cancro che divora il potenziale di sviluppo economico del paese. Tuttavia mentre sugli obiettivi da raggiungere si è, bene o male, tutti d’accordo, sono ben più acuti i contrasti sulle strategie da perseguire. Nell’avvocatura è il tema della mediazione a far discutere. Per alcuni è una sorta di panacea con cui liberare i tribunali da pile di cause bagatellari, per altri uno strumento integrativo cui affiancare l’operato dei giudici, per altri ancora, infine, una soluzione da evitare, sconveniente per i molti business che le cause creano. Sul tema si fa sempre più sentire, negli ultimi mesi, la voce di Lorenza Morello, giovane presidente dell’Associazione Nazionale Avvocati per la Mediazione (APM). «Ciò che disse Warren Burger, già presidente della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, si presta benissimo a descrivere la situazione italiana – sostiene Lorenza Morello -. Burger sostenne che “L’intera classe forense è come ipnotizzata dalla ricerca dello scontro in tribunale al punto che tendiamo a dimenticare il nostro dovere di curare i conflitti. Il sistema è diventato troppo costoso, troppo doloroso, troppo distruttivo e troppo inefficiente per una società realmente civile”». La Morello, oggi anche al vertice della società FormaMed, specializzata in servizi di formazione, consulenza e gestione operativa stragiudiziale dei conflitti, ben rappresenta una giovane generazione di avvocati desiderosi di liberare milioni di cause italiane dalla “gabbia dogmatica” dei tribunali. Non senza incontrare ostacoli. Con la sua società si prepara a creare 5mila nuovi mediatori. Perché, secondo lei, in Italia occorrono queste figure professionali? «La situazione italiana è drammatica. I tribunali traboccano di cause e per molte di queste la parola fine non arriva prima di dieci anni. Ormai questo è sotto gli occhi di tutti. È chiaro, a mio avviso, che non si può più permettere a ogni contenzioso di arrivare davanti a un giudice. Al processo dovrebbe giungere solo ciò che è lesivo di un vero diritto soggettivo o di un interesse legittimo, e non, come spesso accade, dei conflitti che si portano avanti “purché sia”, quasi a dire “à la guerre comme à la guerre!”».

AL PROCESSO NON DOVREBBE GIUNGERE OGNI CONTENZIOSO, MA SOLO CIÒ CHE È LESIVO DI UN VERO DIRITTO SOGGETTIVO O DI UN INTERESSE LEGITTIMO

Quali sono i rischi maggiori che corre il paese? 20

Maggio 2011 • Nea


«Un paese con una giustizia lenta disincentiva gli investimenti esteri. In Italia abbiamo pochi investitori stranieri perché sono tutti consapevoli che, nel caso di instaurazione di un giudizio, non è possibile stimare un quantum verosimile e ragionevole, né dalla parte della durata del tempo né, tantomeno, da quella della stima dei costi da sostenere. Ecco perché FormaMed, sin da tempi non sospetti, ha investito e creduto nella conciliazione tanto dal punto di vista della diffusione della cultura conciliativa, organizzando gratuitamente eventi aperti al pubblico su tutto il territorio nazionale, quanto esercitando in modo attivo la conciliazione anche con l’ausilio di tecnologie avanzate».

Lorenza Morello, presidente dell’associazione nazionale Avvocati per la Mediazione

Di cosa si tratta? «Siamo l’unico organismo di conciliazione ad avere un portale di ODR, Online Dispute Resolutions, tecnologicamente avanzato. Nel contesto del commercio internazionale, l’esistenza di un sistema condiviso di ADR (Alternative Dispute Resolution) assurge a strumento fondamentale per superare quelle “barriere giudiziarie” costituite soprattutto dalla diversità dei sistemi giuridici sostanziali e processuali, che spesso impediscono, o rendono assai più onerose, le attività di interscambio e di collaborazione con gli altri paesi». Quali sono le caratteristiche che la ADR deve avere per poter spiegare appieno, in tutti i settori, le sue funzionalità? «Le procedure di ADR sono state a lungo caratterizzate da una classificazione a “esclusione”, che raggruppa procedure molto eterogenee, dalla negoziazione all’arbitrato, accomunate unicamente dall’elemento negativo di essere estranee all’esercizio del potere giurisdizionale da parte dello Stato. La focalizzazione sull’aggettivo originario “alternativo” ha però innescato in Italia dibattiti interminabili, quanto spesso inutili, sulla statualità della giurisdizione, la supremazia della giustizia pubblica e l’accesso alla giustizia per ogni cittadino. L’aggettivo alternativo, in realtà, non deve essere interpretato nell’accezione di “reciprocamente esclusivo” rispetto alle principali forme statali di soluzioni delle liti, ma in quello di aggiuntivo. In altre parole, il “titolare” dell’alternativa non è certo lo Stato, chiamato a smantellare l’apparato giurisdizionale in favore di formule privatistiche di gestione della conflittualità, bensì il fruitore del servizio Giustizia e il suo consulente legale, cui va offerta una varietà di forme, il più ampia possibile, per risolvere le eventuali liti in cui si trovasse coinvolto». Dunque si tratta di integrare, non di sostituire il procedimento giurisdizionale? «Esatto. Inoltre, elemento caratterizzante del fenomeno ADR è il tentativo di evitare la rigidità delle tradizionali procedure avversariali, vale a dire il processo e l’arbitrato, che mal si adattano al variegato universo, per natura e protagonisti, dei contenziosi. Secondo i sostenitori della ADR, infatti, uno tra i suoi benefici principali consiste proprio nell’idoneità a trovare soluzioni che si addicano alla natura della lite, e soprattutto alle esigenze e ai bisogni dei protagonisti di questa. È la procedura che si deve adattare alla controversia, non viceversa. Questa fondamentale considerazione ha dato vita anche a un ripensamento della terminologia, facendo parlare alcuni di ADR come risoluzione “appropriata”, invece che alterNea • Maggio 2011

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In copertina Il progetto FormaMed

F

ormaMed è una società a responsabilità limitata formata da avvocati, notai, dottori commercialisti, docenti universitari, professionisti di diversa

provenienza e specializzazione, esperti nel settore della consulenza, negoziazione e gestione operativa dei conflitti, sia in ambito giudiziale, sia stragiudiziale. Inoltre, il gruppo si occupa di formazione nel settore giuridico, economico, finanziario, aziendale e della comunicazione. Il Progetto FormaMed (www.formamed.it) unisce profili formativi e consulenziali, progettazione e realizzazione operativa, studio e disamina pratica dei principali comparti del mondo del diritto, dell’economia e della finanza.

nativa, delle liti, per restare all’acronimo originario. E questo, ad esempio, è determinante in un settore molto delicato e “a sé” dell’ambito mediativo, ovvero la mediazione familiare».

L’attività societaria interessa ogni tematica di attualità, propone sinergie e relazioni con i vari ordini professionali, realtà istituzionali, Ministeri, Enti pubblici e privati, Organizzazioni a livello nazionale e internazionale, Associazioni di varia natura, al fine di garantire un migliore accesso alla giustizia. In particolare, la società propone un programma operativo denominato "multi-door problem solving system", ideato dai propri professionisti che lavorano a stretto contatto con i diretti protagonisti di ogni situazione di conflitto. Tale programma consente agli stessi di poter scegliere, in modo consapevole e informato, il procedimento di risoluzione delle dispute, che meglio si

Sì, ma parlare di famiglia, in attaglia alle proprie esigenze, interessi e bisogni, in ambito giudiziale o stragiudiziale. La molti casi, significa anche parlare di scelta viene effettuata in base ai vantaggi che ogni procedimento offre per tutte le parti tutela dei minori. Non è rischioso ri- in conflitto, alle opportunità che è in grado di creare in termini di mantenimento dei volgersi a metodi di risoluzione stra- rapporti futuri, ai tempi e ai costi di possibile definizione dello stesso. giudiziali? «Il discorso è molto complesso e necessiterebbe di essere trattato in modo esclusivo e compiuto. Posso però affermare che, sicuramente, la mediazione familiare, ponendo la persona al centro, può rivelarsi una prima buona risposta a una visione più accorta e legata alle singole problematiche in questo ambito». La classe forense si è divisa in merito alla riforma sulla conciliazione. Su questo, lei ha assunto una posizione diversa rispetto a quella dell’Oua, l’Organismo Unitario dell’Avvocatura italiana. In che cosa si distinguono, fondamentalmente, le due posizioni? «Perché gli obiettivi del sistema possano essere raggiunti, e in special modo quelli quantitativi, è evidente che il ricorso all’ADR debba essere sistematico, non limitato a una controversia isolata, ma piuttosto essere previsto in tutti i casi ritenuti idonei, come ad esempio, secondo un’ottica privatistica, in tutte le liti nascenti da una stessa tipologia di contratti. Ciò che allontana maggiormente la mia posizione in qualità di presidente di APM rispetto a quelle assunta dall’OUA, è il fatto che queste ultime vorrebbero continuare a riconoscere soltanto la conciliazione endo-processuale, che tra l’altro è stata strumentalizzata più volte dai legali solo per dilazionare termini. Sempre la conciliazione, poi, spesso viene osteggiata solo in quanto non prevede la presenza obbligatoria del difensore in camera di conciliazione». 22

Maggio 2011 • Nea


Riforme

Velocizzare l’iter processuale

L’operato del governo è finalizzato alla creazione di una macchina giudiziaria sempre più snella ed efficiente. Con ripercussioni positive anche sullo sviluppo economico. Il bilancio del sottosegretario Maria Elisabetta Alberti Casellati di Michela Evangelisti

«A

bbiamo cercato di dare efficienza alla macchina giudiziaria. E, rispetto allo stato fallimentare in cui l’abbiamo trovata all’inizio della legislatura, possiamo dire, con soddisfazione, di aver fatto notevoli passi in avanti». Così esordisce il sottosegretario Maria Elisabetta Alberti Casellati nel tracciare un bilancio dell’operato di due anni e mezzo di governo in materia di giustizia. «La riforma del processo civile è uno degli interventi più sostanziosi che abbiamo realizzato insieme all’informatizzazione degli uffici giudiziari – spiega –. Si tratta di operazioni che mirano a velocizzare l’iter processuale, anche alleggerendo il fardello <burocratico che pesa sui procedimenti. Il governo, poi, ha messo in atto il più grande sistema di contrasto alla mafia. La più incisiva lotta alla criminalità organizzata che ha portato alla confisca e al sequestro di 18 miliardi di beni e all’arresto di 7mila criminali. Grazie al lavoro di forze dell’ordine e magistratura, ma anche di leggi che hanno inasprito il regime di carcere duro (41bis), possiamo dire di aver incrementato l’attività di repressione. Senza dimenticare, infine, tra le misure messe in campo dal 2008, il Piano carceri per affrontare la grave emergenza del sovraffollamento».

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La vera zavorra sono i processi pendenti. Quali sono i dati in vostro possesso? «Il numero di processi civili pendenti per la prima volta è diminuito del 4 per cento rispetto al 2009. Non succedeva da trent’anni e questo è un risultato che ci inorgoglisce. E a partire da marzo, con l’entrata in vigore della mediazione civile, ci sarà un nuovo strumento deflattivo, alternativo alla giurisdizione. In più il ddl approvato nel Cdm del 9 febbraio scorso consentirà a 600 giudici ausiliari di smaltire in media 100mila sentenze l’anno. L’abbattimento dell’arretrato penale, invece, sarà l’obiettivo della seconda parte della legislatura». Il processo breve è all’ordine del giorno. Qual è la sua utilità? «Ritengo che la ragionevole durata dei processi - perché questa è la definizione giusta - sia un’esigenza condivisa da tutti. Il governo, infatti, non fa altro che rispondere a una richiesta dell’Europa e dei cittadini, che vorrebbero vedere la loro vita personale, sociale ed economica non più appesa a tempi indeterminati. Non bisogna dimenticare, infatti, che si prescrivono ben 465 processi al giorno e 170mila in un anno». Maggio 2011 • Nea


UN SISTEMA CHE DISPENSA CERTEZZA GIURIDICA AGLI OPERATORI “CONVIENE” PERCHÉ PROMUOVE LO SVILUPPO ECONOMICO La grave situazione di sovraffollamento delle carceri è stata considerata un’emergenza. In quale direzione sta andando il governo? «Abbiamo scelto la via più difficile che è quella degli interventi strutturali perché consapevoli che misure adottate in maniera contingente, come l’amnistia e l’indulto, avrebbero creato benefici solo momentanei. Nelle celle italiane ci sono circa 68mila detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 44mila 608 posti e una tollerabilità stimata in 67mila unità. Anche se gli ingressi in carcere nel 2009 sono calati del 17% rispetto all’anno precedente, il governo ha ben chiara quest’emergenza e dall’inizio del suo mandato ha cercato di fronteggiarla. L’edilizia penitenziaria è solo una delle misure che abbiamo messo in campo. Il Piano, che prevede la costruzione di 11 nuovi istituti di pena e di 20 padiglioni in ampliamento di strutture già esistenti, ha consentito, in due anni e mezzo, di incrementare di 2mila 200 i posti disponibili. In pratica, tanti quanti sono stati realizzati nell’ultima decade. A novembre scorso, inoltre, abbiamo approvato la legge che permette, per i reati minori, di scontare l’ultimo Nea • Maggio 2011

anno di pena ai domiciliari. Non solo, ma dopo gli accordi bilaterali stretti con i Paesi europei, adesso stiamo puntando a chiuderne con quelli extraeuropei affinché i detenuti stranieri - il 40% della popolazione carceraria - possano scontare la loro pena negli Stati di provenienza». Esiste un legame tra economia e giustizia? «Sì. E non è affatto sottile. Un sistema che dispensa certezza giuridica agli operatori, infatti, “conviene” perché promuove lo sviluppo economico. La lentezza della macchina giudiziaria frena gli investimenti e danneggia le imprese. Si è calcolato che i ritardi producono un danno di due miliardi e 660milioni di euro, pari a una tassa di 380 euro che pesa, ingiustamente, su ciascuna delle 6 milioni di imprese italiane. Che esista un legame tra economia e giustizia civile, tra l’altro, lo attesta la Banca Mondiale nel rapporto “Doing Business 2009”. L’indagine evidenzia come nei Paesi con adeguate strutture giudiziarie, i fidi bancari crescano fino al 27 per cento». 25


Avvocatura

Una passione da coltivare La libera professione non è esente da problematiche talvolta analoghe a quelle che si riscontano nel lavoro dipendente. Claudia Parzani spiega il suo percorso nel settore legale finanziario e le asperità che contraddistinguono questa strada di Nicolò Mulas Marcello

L’

avvocatura è un settore che risente di criticità importanti come le difficoltà di accesso alla professione soprattutto per quanto riguarda i giovani, e la disparità di trattamento economico femminile. Le donne costituiscono oltre il 45% degli avvocati ma guadagnano molto meno dei loro colleghi uomini, con un gap medio sul fronte redditi pari al 50%. «Spesso chi deve conciliare una vita professionale a fianco di una vita familiare – sottolinea l’avvocato Claudia Parzani – fa passi indietro, anche se non desiderati, però resi necessari». Cosa l’ha spinta a scegliere la carriera dell’avvocatura e quale è stato il suo percorso? «Ho deciso di intraprendere questa strada a prescindere da scelte opportunistiche di carriera ma semplicemente per interesse. Sono stata sempre appassionata di finanza quindi ho scelto un ambito di nicchia all’interno dell’avvocatura, pertanto il mio è stato un percorso un po’ di diverso da quello tradizionale. Ho deciso di seguire all’Università statale di Milano il primo corso di Giurisprudenza d’impresa dove erano presenti materie finanziarie. Da lì poi ho intrapreso una strada in ambito finanziario, cogliendo le opportunità e la fortuna. Ho iniziato da un ambiente tradizionale come lo studio Mucciarelli Pedrazzi dove lavoravano una decina di professori universitari, quindi 26

claudia parzani Claudia Parzani, partner presso lo studio legale Linklaters di Milano

molto legato all’ateneo. Dopo i primi anni di diritto societario iniziarono a insediarsi i primi studi internazionali, quindi ho cominciato a lavorare per Clifford Chance che era il primo studio che si consolidava a livello locale ma con un’anima internazionale. Eravamo 20-25 poi lo studio è cresciuto e si sono aperte anche nuove opportunità e altri studi internazionali e io mi sono spostata e trasferita anche all’estero». Come è cambiato questo settore da quando è entrata a farne parte? «Nell’ambito finanziario dell’avvocatura il settore è cambiato moltissimo in quanto si sono moltiplicati gli studi stranieri e sono cresciuti anche gli studi italiani che ambivano a fare operazioni che fossero di finanza pura o di capital market o di banking, questo ha fatto sì che sia diventato un settore più competitivo. A livello di avvocatura in generale devo dire, invece, che non vedo enormi cambiamenti. Vedo però particolari difficoltà a snellire il sistema e la crescita di professionisti fa in modo che la competizione sia sicuramente più elevata di un tempo». Maggio 2011 • Nea


Quali sono i principali problemi che si riscontrano condo lei è giusta questa valutazione? Come interveoggi nell’accesso alla professione? «Sicuramente i nu- nire per equilibrare le opportunità tra uomini e meri dicono che uno dei problemi è rappresentato, come donne? «È stato firmato un protocollo per le pari oppordicevo prima, dalla concorrenza, ovvero dalla presenza di tunità anche nell’ambito della professione forense. Evimolti professionisti. Poi c’è una maggiore sofisticatezza da dentemente la situazione non è paritetica perché l’esigenza di intervenire con un proparte dei clienti. Nell’ambito finantocollo dimostra che c’è un disequiliziario, ad esempio, ci sono clienti brio. La discrepanza maggiore nasce sempre più capaci e che chiedono più L’AVVOCATURA dal fatto che le donne per una quecompetenza ai professionisti in temi ATTUALMENTE È UNA stione di contatti e di networking che sono anche al limite del diritto CARRIERA DIFFICILE hanno una clientela molto diversa come comprensione del business e ri- DA INTRAPRENDERE dagli uomini. Guardando all’avvocasvolti economici di certe sfaccettature PER UN GIOVANE tura in generale le donne hanno come legali. Nell’avvocatura in generale ci sono problematiche legate alla sopravvivenza del profes- clienti principalmente famiglie o singoli individui e tratsionista. Soprattutto i giovani sono poco remunerati dai tano meno società e imprese. È quindi una questione di colleghi più anziani e quando crescono sono poco remu- ciò che è insito nella nostra cultura: la capacità di conerati dai clienti. Molti hanno difficoltà a far fronte a una struire relazioni, che è sempre stata forte da parte degli serie di spese fisse e un lavoro che ha sempre delle enormi uomini, li aiuta anche in ambito professionale. Nell’amincertezze. L’avvocatura attualmente è una carriera difficile bito prettamente finanziario la vera difficoltà sta nel fatto da intraprendere per un giovane. Per questo acquistano che a una professionista viene chiesta una disponibilità rilevanza i grandi studi dove i giovani trovano più certezze sempre maggiore, quindi spesso chi deve conciliare una vita professionale a fianco di una vita familiare fa passi in termini di retribuzione e di struttura». indietro, anche se non desiderati ma resi necessari. Le pari Secondo il 67,7% delle professioniste nell’ambito opportunità possono esserci ma ci sono difficoltà oggetdell’avvocatura non esistono pari opportunità. Se- tive a mantenere il passo». Nea • Maggio 2011

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Avvocatura

patrizia corona

Occorre un sistema più omogeneo Una formazione più approfondita può servire ai giovani per avere maggiori possibilità nel difficile cammino dell’avvocatura. Patrizia Corona illustra quali interventi occorrono per migliorare questa realtà di Nicolò Mulas Marcello

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er aiutare i giovani nel difficile percorso di accesso alla professione forense alcuni ordini di avvocati si sono organizzati per offrire ai neo laureati opportunità di crescita, prima ancora che la formazione fosse regolamentata dal Consiglio Nazionale Forense. L’Ordine degli avvocati di Trento dà la possibilità di incrementare la propria preparazione sia ai giovani praticanti sia agli iscritti che necessitano aggiornamenti. «Nel corso del 2010 – spiega Patrizia Corona, presidente dell’Ordine degli avvocati di Trento – è stato organizzato in collaborazione con la camera penale un corso di secondo livello nella materia del diritto e procedura penale con docenti di fama nazionale e è in corso l’organizzazione del primo congresso di aggiornamento giuridico distrettuale». Quando ha assunto l’incarico di presidente dell’Ordine lei ha fatto sapere che intende mantenere alto il livello di offerta formativa per tutti gli avvocati. In che modo? «L’Ordine di Trento ha sempre avuto quale priorità 28

nella propria attività la formazione dei giovani praticanti e l’aggiornamento degli iscritti. Ben prima che la formazione degli avvocati fosse regolamentata dal Consiglio nazionale forense, l’Ordine ha offerto agli iscritti un’ampia possibilità di incrementare la preparazione con incontri e seminari. Oggi abbiamo una scuola forense di eccellenza e il nostro piano formativo annuale offre la possibilità a tutti di assolvere l’obbligo formativo in modo gratuito e completo nelle varie discipline».

Patrizia Corona, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Trento

Quali obiettivi ha raggiunto finora nello svolgimento del suo ruolo e cosa ancora intende perseguire? «L’Ordine si è molto impegnato in questi due anni per fornire agli iscritti e alla cittadinanza il servizio di mediazione e conciliazione. Abbiamo ottenuto, ancora prima dell’entrata in vigore della normativa, l’accreditamento presso l’organismo di mediazione forense del ministero di Giustizia, abbiamo organizzato corsi che hanno formato 150 avvocati mediatori. Nel corso del 2010 Maggio 2011 • Nea


è stato organizzato in collaborazione con la camera penale lavoro degli avvocati». un corso di secondo livello nella materia del diritto e proceSono circa 700 gli avvocati di Trento. Qual è la perdura penale con docenti di fama nazionale ed è in corso l’organizzazione del primo congresso di aggiornamento centuale delle donne avvocato rispetto agli uomini? «Le giuridico distrettuale. Abbiamo dedicato energie anche al- colleghe sono il 43% del totale degli iscritti. Fra gli iscritti al registro dei praticanti la percentuale è però l’informazione creando un bollettino biinvertita e le giovani aspiranti avvocato ragmestrale e implementando le notizie LE DONNE SONO giungono il 67% del totale complessivo». pubblicate sul nostro sito. Infine abbiamo PIÙ TIMOROSE voluto orientare l’attività anche a favore NELL’ACCETTARE Ci sono difficoltà maggiori per le della diffusione della cultura della legalità IL RISCHIO donne che decidono di intraprendere la con interventi nelle scuole e con il pros- DELL’APERTURA carriera legale? «Direi che non vi sono simo allestimento di una mostra sulla re- DI UN PROPRIO difficoltà maggiori nell’accesso alla profesaltà carceraria accompagnato dalla STUDIO. sione. Le statistiche dicono che le donne pubblicazione di un libro». conseguono mediamente valutazioni superiori sia nel perCosa occorre fare per snellire l’iter dei processi e nel corso universitario sia nelle valutazioni in sede di esame di contempo agevolare il lavoro degli avvocati? «Credo che Stato, che superano in percentuale maggiore rispetto ai colun riordino della materia processuale civile, gravata da nu- leghi maschi. Le difficoltà sorgono nell’esercizio della promerosi riti, sia una scelta di razionalità che si impone al fine fessione. Le avvocate incontrano ostacoli maggiori nel di dare omogeneità al sistema. La giustizia necessita di in- trovare una loro collocazione sul mercato in quanto spesso vestimenti in termini di mezzi e di persone al fine di perse- sono relegate in ambiti “femminili”. Faticano poi a emerguire il risultato di civiltà di sentenze rese in tempi gere individualmente poichè, per conciliare tempi e ruoli, accettabili. Dotare di mezzi nuovi gli uffici giudiziari, penso sono più timorose nell’accettare il rischio dell’apertura di un soprattutto al processo telematico, semplificherebbe anche il proprio studio». Nea • Maggio 2011

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letizia moratti


Le donne e la politica

Una Milano competitiva a misura di cittadino

“Una città più bella da vivere”. È la Milano di Letizia Moratti, dove convivono spazi verdi e infrastrutture, innovazione e servizi alla persona di Leonardo Testi

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ono tanti gli appellativi con cui Milano ha dovuto confrontarsi negli anni e ai quali ha dovuto tener testa. Tra questi, il più diffuso è “capitale”. Morale, economica, finanziaria, della moda, del design, della cultura, delle avanguardie artistiche. E tanti altri se ne potrebbero trovare per qualificare quella che da più parti è vista come la più importante tra le città italiane. Ma per Letizia Moratti, che il capoluogo meneghino l’ha guidato negli ultimi cinque anni, Milano è prima di tutto “una città più bella da vivere”. Perchè amica delle famiglie, più sicura, più sostenibile, attenta alle richieste di cittadini e imprese. Ha spesso dichiarato di sentirsi a metà del percorso e, non a caso, le sue parole sono “completare” e “insieme”. «La prima fa riferimento a un percorso che abbiamo avviato e che certamente non possiamo considerare concluso – ha sottolineato Letizia Moratti – da qui la parola “completare”. “Insieme” nasce, invece, dalla convinzione che il futuro di Milano dipenda dall’alleanza virtuosa fra istituzioni e società civile». Pro-

Nea • Maggio 2011

prio per questo motivo, il primo passo è stato quello di porre l’accento su aspetti positivi dell’operato e sui risultati conseguiti: «Ho voluto raccogliere in un libro, quello dei “Cento progetti realizzati”, le cose che abbiamo fatto in questi anni, perché credo che sia doveroso per ogni amministrazione rendere conto ai propri cittadini del lavoro svolto. Un libro che ho inviato a mie spese a tutti cittadini, senza gravare sul bilancio del Comune. Cento progetti che ruotano attorno alle priorità che ci siamo dati in questi anni, dalla famiglia alla sicurezza, dalla mobilità sostenibile al verde, dall’ambiente alla cultura, e che sono solo l’inizio di un percorso». Su quali temi ritiene che i cittadini milanesi siano maggiormente sensibili in questo momento? «Tra gli argomenti più sentiti dei milanesi c’è sicuramente il tema della sicurezza, dei trasporti, dell’ambiente e dell’occupazione. Tutti argomenti che ci hanno visti impegnati in un grande lavoro di squadra quotidiano fatto di piccoli

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Le donne e la politica

passi che, in questi anni, hanno portato a risultati concreti. Ecco perché vogliamo una Milano sempre più attenta ai suoi cittadini, che sia sempre più a misura di famiglia, che soddisfi il bisogno abitativo dei milanesi e, in particolare, delle giovani coppie e delle fasce più deboli. Sempre più sicura con particolare attenzione alle periferie: in tre anni abbiamo ridotto del 48% il numero dei reati. Una città sempre più infrastrutturata, ma anche una città più verde e bella da vivere». In che modo? «Dal 2006 il numero di alberi è già stato incrementato del 40% e con il nuovo piano di governo del territorio Milano passerà a 50 milioni di mq di verde entro il 2030: il doppio rispetto a oggi. Penso a una Milano più semplice, che sia veramente al servizio dei cittadini, grazie allo snellimento della burocrazia e 34

sulla base di quel percorso, già avviato, fondato sulla trasparenza e sull’uso delle nuove tecnologie. Tutto continueremo a farlo contenendo i costi per i cittadini e senza tagliare i servizi. In questi cinque anni, infatti, non abbiamo aumentato le tariffe, mantenendo i costi dei servizi più bassi in Italia». In che modo il Pgt e le opere per l’Expo 2015 camMaggio 2011 • Nea


DOPO VENT’ANNI, SIAMO TORNATI A INVESTIRE SULLE METROPOLITANE CON DUE NUOVE LINEE, LA M4 E LA M5, E IL PROLUNGAMENTO DI QUELLE ESISTENTI bieranno il volto della città? «Con il nuovo Pgt, dopo 30 anni, saremo in grado di ridisegnare il futuro della città. Un futuro in cui l’interesse pubblico prevarrà sempre su quello privato. Un futuro volto ad assicurare nuove condizioni di vivibilità, nel quale costruire non significherà più consumare suolo pubblico e in cui lo sviluppo immobiliare sarà sempre collegato all’offerta di adeguati servizi pubblici. Ogni abitazione, infatti, avrà una fermata di metropolitana e servizi entro 500 metri. Milano nel 2015 sarà una città più facile da percorrere. L’Esposizione Universale è la grande occasione per dotare Milano di nuove metropolitane, nuove strade, nuovi collegamenti ferroviari. Dopo vent’anni, siamo tornati a investire nelle metropolitane con due nuove linee, la M4 e la M5, e prolungando quelle esistenti. Nuove infrastrutture che contribuiranno ad aumentare la competitività di Milano e del Paese. E ancora, Expo lascerà in eredità a Milano il più grande parco d’Europa: 800 ettari, dalla Darsena fino a Pero, dove sorgerà il sito espositivo. Un grandissimo polmone verde nel cuore della città». Nea • Maggio 2011

Come valuta i quesiti referendari per la qualità dell’ambiente e la mobilità sostenibile in proposito dei quali i cittadini milanesi sono chiamati a esprimersi insieme a quelli di carattere nazionale? «Mi sono impegnata in prima persona per l’accorpamento dei cinque quesiti civici, per il miglioramento della qualità dell’ambiente, con i referendum nazionali fissati per il 12 e 13 giugno. Una scelta dettata dalla volontà di incentivare la partecipazione alle consultazioni referendarie e garantire, al tempo stesso, un importante risparmio di risorse comunali. Personalmente voterò sì a tutti e cinque i referendum. Sì, quindi, alla riduzione del traffico e dello smog attraverso il potenziamento dei mezzi pubblici, alla pedonalizzazione del centro. Al raddoppio degli alberi e del verde pubblico e alla riduzione del consumo di suolo. E ancora sì al futuro parco dell’area Expo; al risparmio energetico, alla riduzione dell’emissione dei gas serra e alla riapertura del sistema dei Navigli milanesi». 35


Le donne e la politica

Investire in benessere e cultura Guidare una città vicina a una realtà accentrante e strategica come quella di Milano è una delle sfide affrontate dal sindaco di Cinisello Balsamo, Daniela Gasparini, la quale rilancia politiche di sistema più efficienti. Per una migliore convivenza metropolitana di Francesca Druidi

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a ricoperto il ruolo di primo cittadino di Cinisello Balsamo per tre legislature, compresa l’attuale. «Dopo l’esperienza in Provincia – racconta il sindaco Daniela Gasparini – ho trovato una situazione molto difficile, caratterizzata da un forte senso di incertezza e dalla mancanza di risposte da parte del governo, che non ha proposto alcuna strategia per far uscire il Paese dalla crisi economica». Un’amministrazione locale deve pertanto, secondo il sindaco, agire dal basso, cercando di lanciare un segnale positivo. «Ed è proprio quello che sto cercando di fare, mettendomi in gioco in prima persona. Dobbiamo ridurre la spesa pubblica e vi sono molteplici problemi da affrontare, con una forte scarsità di risorse e una totale assenza di piani strategici. Elementi con cui oggi mi ritrovo a fare i conti».

come continuum urbano, con le dimensioni di una vera e propria “regione urbana” che necessita di metodologie, di rapporti e di governo radicalmente diversi rispetto a quanto fatto finora. La Giunta Penati avanzò all’allora ministro La Loggia la proposta di eliminare la Provincia con l’avvio sperimentale di un governo della città metropolitana. Proposta purtroppo rimasta solo sulla carta. All’interno del progetto di piano strategico “Città di Città”, ci recammo a Parigi, una realtà per certi versi piuttosto simile a quella milanese, per studiare come i francesi hanno affrontato un problema simile al nostro».

Essere donna garantisce un approccio peculiare alla gestione della cosa pubblica oppure oggi il genere sessuale non costituisce più un fattore determinante? «Credo che essere donna possa fare ancora la differenza, in particolare per la sensibilità e il pragmatismo che contraddistinguono il genere femminile. Da sindaco donna, pongo più attenzione al benessere dei cittadini e, in particolare, al futuro della mia città e dei giovani».

daniela gasparini

Ha proposto di creare una figura istituzionale che mantenga i rapporti di Milano con l’hinterland. Per quale motivo? «Milano è un territorio molto vasto, vissuto 36

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In apertura, il sindaco di Cinisello Balsamo Daniela Gasparini. In alto, da sinistra, la biblioteca del museo di Fotografia contemporanea e il render del nuovo Centro culturale della città

Il risultato? «Parigi ha costruito una rete di legami tra i territori, intuendo da subito come fosse necessario inventare un modo diverso di produrre consenso su problemi e territori condivisi, istituendo un assessorato alle relazioni con le collettività territoriali, di fatto una Conferenza Metropolitana. Ho proposto al candidato sindaco Pisapia un’analoga iniziativa. Istituire cioè un luogo dove si affrontano, con gli esperti di diverse discipline, i progetti per la trasformazione urbanistica delle zone della città e dei territori omogenei dell’intera area. Come amministratori, su alcuni temi abbiamo avanzato da tempo proposte chiare e condivisibili che potrebbero diventare operative, se si avviasse davvero una collaborazione dal basso che permetta di realizzare migliori politiche di sistema: la prima è quella relativa alla tariffa unica sui mezzi pubblici dell’area metropolitana». Altre proposte? «La seconda riguarda un pacchetto condiviso di misure per contenere l’inquinamento, accettando la proposta - avanzata dalla Conferenza dei sindaci - di premiare i comportamenti virtuosi messi in atto dalle diverse amministrazioni in materia di piste ciclabili, teleriscaldamento, investimenti in energie alternative, auto pro-capite, utilizzo dei mezzi pubblici. La terza proposta riguarda la riqualificazione del sistema di trasporto pubblico locale, estendendo la rete delle metropolitane, potenziando il sistema del passante ferroviario - prima di farne un altro va reso efficiente e compatibile quello esistente - e riqualificando le stazioni per garantirne l’accesso a tutti, facendole diventare luoghi accoglienti». Serve un cambio di visione. «Partiamo dal basso con una sinergia tra Milano e i comuni dell’area, invertendo Nea • Maggio 2011

la tendenza negativa che finora ha dominato. Seguiamo la linea adottata da Parigi: “prima il progetto poi la governance”. Da qui, potremo ripartire per avviare una diversa logica di pianificazione, attenta agli obiettivi di benessere pubblico e capace di coinvolgere le tante competenze presenti sul territorio milanese e di valutare in modo corretto i progetti compatibili con quegli obiettivi avanzati dai diversi operatori finanziari e immobiliari». Quali sono gli obiettivi per il futuro di Cinisello Balsamo? «Preservare innanzitutto gli investimenti sul tema della cultura e promuovere un’offerta aperta all’area metropolitana. L’obiettivo è quello di dar vita a un polo di attrazione di dimensione sovra comunale, che ospiti una biblioteca, concepita secondo criteri innovativi, un centro multimediale, il centro di documentazione storica e un importante auditorium con spazi dedicati alla formazione. Il progetto mira a consolidare e valorizzare l’immagine di Cinisello Balsamo oltre i suoi confini, estendendo tutte le iniziative e le proposte a un bacino di utenza sempre più ampio. È un altro tassello, con il Museo di Fotografia Contemporanea, con Villa Forno sede dell’Università Bicocca, con Villa Ghirlanda e il suo parco, della riqualificazione della città». Il Centro culturale resta per la città un progetto prioritario su cui investire? «Sì, rappresenta una delle più importanti scommesse per lo sviluppo di Cinisello Balsamo: nella società della conoscenza, una città che non investe sulle nuove generazioni, sulle opportunità offerte dall’innovazione tecnologia, sull’accrescimento culturale e professionale dei suoi abitanti, è destinata a soccombere nelle sfide che le trasformazioni economiche e sociali ci impongono con tempi sempre più pressanti». 37


Le donne e la politica

Ritorno alla vera autonomia

Centro propulsivo per i servizi, il commercio e la cultura dell’area dell’Empolese Valdelsa, Empoli è un comune in crescita demografica che cerca la propria strada per lo sviluppo economico, sociale, infrastrutturale. A indicarla è il suo sindaco Luciana Cappelli di Francesca Druidi

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uove strategie e nuovi modelli di governance sono stati improntati, a livello locale così come nazionale e internazionale, per far fronte alla crisi economica che ha investito il mondo intero in questi ultimi anni. Empoli non solo sta cercando di superare gli effetti della congiuntura negativa, ma sta facendo fronte anche ai cambiamenti che la stanno attraversando. Il sindaco Luciana Cappelli, chiamata nel 2009 al suo secondo mandato dopo il successo elettorale del 2004, è impegnata nel tentativo di mantenere un efficace equilibrio tra sviluppo e protezione sociale. Sviluppo che non può prescindere dal territorio di riferimento di cui Empoli fa parte: il circondario Empolese Valdelsa, che nel tempo ha saputo farsi apprezzare da cittadini e istituzioni come esempio di governance del territorio. Traghetterà Empoli fino al 2014. Qual è la sua visione della città per il futuro? «Empoli a breve supererà i 50mila abitanti. Con più cittadini servirà un’attività straordinaria sui servizi alla persona: scuola e sostegno alle fasce deboli. Ma serviranno anche nuovi investimenti sulle infrastrutture, per rendere più efficiente e meno inquinante la viabilità. Nei prossimi tre anni, abbiamo previsto investimenti per oltre 21 milioni di euro. Una parte servirà alla manutenzione straordinaria di strade, piazze e scuole, una parte 38

a realizzare nuove piste ciclabili e parcheggi. Un’ultima parte a realizzare opere strategiche per Empoli come la nuova strada di collegamento tra lo svincolo di Empoli della Firenze-Pisa-Livorno e la parte sud della città, che rappresenta un adeguamento infrastrutturale importante anche per le esigenze delle nostre imprese». Su quali vocazioni deve puntare il territorio per guardare allo sviluppo e quali progetti, in particolare, ritiene prioritari? «Oggi occorre puntare sulle eccellenze, sulla tecnologia e sul terziario avanzato. A Empoli realizzeremo un laboratorio sperimentale di nanotecnologie, che farà ricerca e svilupperà le applicazioni della nanotecnologia a diversi settori produttivi legati al nostro territorio: biomedico, farmaceutico, vetro e ceramica, settore plastico, della depurazione e della catalisi, dell’energia alternativa, del tessile, dell’edilizia sanitaria avanzata. E cercheremo di agevolare un rapporto stabile tra il laboratorio e le risorse umane e intellettuali provenienti dal polo universitario di Empoli, che ha corsi in chimica applicata, urbanistica, ingegneria e professioni sanitarie. Inoltre, esiste un polo specializzato nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, la cosiddetta Ict, incentrato in particolare sui servizi informatici per le banche, con aziende che rappresentano

Maggio 2011 • Nea


luciana cappelli Nea â&#x20AC;˘ Maggio 2011

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Le donne e la politica

nella programmazione dei servizi e del governo del territorio».

eccellenze nazionali nel settore». Il circondario Empolese Valdelsa identifica un modello di amministrazione che tiene insieme le specificità municipali senza essere vittima del municipalismo. È applicabile ad altre realtà italiane? In questo contesto, Empoli che ruolo occupa? «Il nostro circondario è un esempio di governance che semplifica il livello decisionale, è un luogo di sintesi e di rappresentanza di una popolazione con oltre 150mila abitanti ed è stato portato avanti senza alcun costo aggiuntivo della politica. Il circondario ha un ruolo fondamentale nell’armonizzare le politiche di 11 comuni in numerosi ambiti: dal sistema delle infrastrutture all’offerta scolastica, dai trasporti alla programmazione territoriale, alla promozione del territorio e del turismo. Ci permette, al contempo, di fare massa critica per attuare le grandi scelte per la nostra area. Empoli deve essere il principale interprete di queste grandi scelte, perché è il centro più grande e importante dell’Empolese Valdelsa. Il circondario può essere un modello applicabile ad altre realtà italiane purché si tratti di realtà omogenee dal punto di vista territoriale e con medesime esigenze di fondo

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Come cambia il ruolo di sindaco con l’attuazione del federalismo municipale? «Un sindaco deve saper ascoltare i cittadini e trovare soluzioni razionali alle loro richieste. È chiaro che per farlo, servono strumenti chiari, risorse certe e possibilità di decidere. Negli ultimi anni, le decisioni del governo in materia di autonomia locale, invece, hanno diminuito questa possibilità. Abolizione dell’Ici, blocco delle imposte, freni alla spesa e vincoli di bilancio tolgono autonomia ai sindaci e tolgono ai cittadini la possibilità di giudicarne l’operato. Il che lascia spazio ai populismi, che chiedono più servizi, più strade, più asili nido, ma meno tasse. Questo non può essere un modo serio di governare. Restituiamo autonomia ai sindaci e poi mettiamoli alla prova. Saranno i cittadini a giudicare se hanno amministrato bene o no. Se il nuovo federalismo fiscale restituirà ai Comuni le loro capacità di scelta, allora i sindaci potranno tornare a interpretare le esigenze dei cittadini, altrimenti saremo inchiodati a gestire l’esistente». Lei è la prima donna sindaco di Empoli. Cosa rappresenta per lei questo traguardo? Come valuta allo stato attuale il grado di accesso delle donne italiane alle più importanti cariche amministrative? «In Toscana, Empoli è il comune più grande amministrato da una donna, il settimo a livello nazionale. La cosa mi fa ovviamente molto piacere. Oggi ci sono poche donne alla guida delle città. E questo dipende da molti fattori, in primis culturali. Molto spesso, anche a donne che sono riuscite ad affacciarsi sulla scena politica in posti di responsabilità, si affidano incarichi che hanno attinenza con i servizi sociali e la famiglia, oppure con la cultura. È ora che alle donne siano affidate anche responsabilità nel campo dell’urbanistica, dell’economia, dei lavori pubblici. Il nostro contributo alla politica può essere determinante se sapremo mettere in gioco le nostre capacità di mediare, di essere concrete e inventive. Tutte qualità che si richiedono agli amministratori pubblici di questi tempi, dove con risorse minori a causa dei tagli dobbiamo assicurare sviluppo economico, sostegno alle fasce più deboli e quindi alle politiche sociali». Maggio 2011 • Nea


Le donne e la politica

L’imperativo è “guvernè bin”

Capire i bisogni dei cittadini, condividerne le esperienze e rendersi utili elaborando programmi concreti. È l’idea del buon governo di Gianna Gancia, presidente della Provincia di Cuneo. Che per il suo territorio ha un sogno: avvicinarlo ancora di più all’Europa di Tiziana Achino

gianna gancia

Gianna Gancia dal 2009 ricopre la carica di presidente della Provincia di Cuneo

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resiede la provincia definita, per le sue dimensioni e i 250 Comuni, come “Provincia Granda”. Gianna Gancia condivide gli obiettivi e il metodo del “governare bene” di Giovanni Giolitti e i principi di Luigi Einaudi, ai quali la terra cuneese ha avuto l’onore di dare i natali. Il rapporto con la gente e lavori concreti e poche vane parole: questo il suo sistema di amministrare e di proporre per il futuro. Presidente Gancia, quali obiettivi si è posta principalmente? «Quelli che il nostro concittadino Giovanni Giolitti riassumeva nella celebre formula “guvernè bin”. Il buongoverno è qualcosa che s’aspettano i cittadini, qualcosa che è loro dovuto. Particolarmente in una provincia come la nostra, che ha dato i natali non solo a Giolitti ma anche a Luigi Einaudi. E “guvernè bin”, oggi vuol dire offrire risposte puntuali alla domanda di servizi e investimenti in un contesto di finanza, pubblica ma anche privata, che è, inutile nasconderlo, critico. Da qui la necessità di azzerare spese inutili, sprechi e privilegi per concentrarci sui nostri compiti fondamentali». Nel Cuneese quali opere rilevanti sono in fase di realizzazione? «È in fase di gara il raddoppio del tunnel di Tenda, che congiunge basso Piemonte, Ponente ligure e Costa Azzurra: un collegamento turistico-commerciale indispensabile e per il quale a fine anno partiranno lavori per 209 milioni di euro. Che si sommano ai quasi 300 milioni di lavori che la società concessionaria Asti-Cuneo sta investendo per il collegamento autostradale del capoluogo, con apertura al traffico entro i primi mesi del 2012. E ai quasi 800 milioni che sempre la società Asti-Cuneo investirà sul lotto Alba-Cherasco, i cui lavori saranno avviati a inizio 2012. Nel complesso sono investimenti che superano il miliardo di euro. Investimenti dovuti in una terra che ha sempre dato tanto ma non sempre ha ricevuto altrettanto». Il suo metodo di lavoro nell’amministrazione ha particolari caratteristiche? «È un lavoro impegnativo, forse anche più di quello che potessi immaginare. Ma anche ricco di stimoli e soddisfazione. Non ho metodi particolari, salvo la propensione al confronto e all’ascolto, atteggiamenti che ritengo indispensabili in una realtà come la Provincia di Cuneo, che è più grande della Liguria e conta su 250 sindaci e oltre 80mila aziende».

Nea • Maggio 2011

Alcuni progetti ancora da definire ma ai quali sta già pensando per i prossimi anni? «Vorrei lavorare per qualcosa che, oggi, sta a metà strada tra una suggestione e un sogno: provare, tutti insieme, a immaginare un collegamento, autostradale o superstradale, tra Cuneo e Sisteron. A Sisteron già c’è un’autostrada che sale da Marsiglia verso Gap. A Cuneo l’autostrada arriverà, vivaddio, tra pochi mesi. Poco più di cento chilometri di distanza da colmare per avere una valida alternativa al Fréjus a Nord e all’Autofiori a Sud. Un’alternativa che potrebbe consentire di collegare l’Italia del Nord con la Francia e la Spagna, pienamente compatibile con i corridoi prefigurati dall’Unione europea. A giugno avrò un incontro diretto con le autorità d’Oltralpe». Lavoro e imprenditoria: quali le sue osservazioni sul Cuneese a confronto con l’Italia nel suo complesso? «La nostra è una realtà particolare, fatta di oltre 80mila partite Iva, perlopiù coincidenti con aziende familiari. Sono la nostra forza, quella che ci ha consentito di attraversare questa crisi. Grazie al sacrificio e al lavoro che da noi sono valori importanti. Per questo dico che la nostra è una provincia che ha dato tanto e che merita altrettanto: famiglie e aziende cuneesi versano ogni anno allo Stato circa 1,6 miliardi di euro a solo titolo di Irpef. Con il federalismo fiscale ritengo si sarà finalmente messi in condizione per dare risposte». Perché? «Perché si smetterà di dare trasferimenti in funzione della spesa storica ma sarà innescato il meccanismo dei costi standard. Se fino a ieri chi più aveva speso, più otteneva, domani non sarà più così. E anche noi amministratori saremo, per così dire, “padroni a casa nostra”: nel senso che avremo l’onore, e anche l’onere, di essere sovrani sulle fonti di entrata. Per le quali risponderemo direttamente ai cittadini e ai contribuenti». 43


Barbara Degani, presidente della Provincia di Padova

barbara degani


Le donne e la politica

Donne protagoniste della società

Per la presidente della Provincia di Padova, Barbara Degani, non esiste una condizione perfetta per la donna, ma si può mirare a «un soddisfacente equilibrio e benessere». Migliorando su più fronti la condizione femminile di ingresso nel mondo del lavoro di Francesca Druidi

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na delle più spigolose emergenze italiane relative al mercato del lavoro riguarda l’occupazione femminile, un tema di cui si è molto occupata Barbara Degani, presidente della Provincia di Padova, che si mostra fiduciosa analizzando la situazione del proprio territorio: «Le imprenditrici padovane sono circa 133mila, con un leggero aumento nell’ultimo anno e, in generale, nel 2010 la crescita occupazionale è stata soprattutto femminile e in particolare nel terziario avanzato. Sono buoni segnali». Certo, resta ancora molto da fare, ma per la numero uno di Palazzo Santo Stefano è fondamentale accompagnare le donne in un percorso che non escluda loro a priori alcuna scelta, professionale o privata, rivolgendo uno sguardo privilegiato alle giovani generazioni. Quali misure sono necessarie per incentivare, a livello territoriale ma anche nazionale, l’occupazione in rosa? «Sono troppi gli interventi che dovrebbero essere attivati insieme: politiche per la famiglia, per il lavoro, per la conciliazione dei tempi, per la considerazione dei generi e soprattutto servono molte risorse. Le esperienze degli altri paesi simili all’Italia per quantità di popolazione, ci insegnano che non è un unico tipo di intervento quello che risolve. Serve agire su più fronti. L’obiettivo primario deve essere quello di sostenere la creazione della famiglia e riuscire a mantenere il lavoro a tempo pieno, soprattutto per la donna che diventa mamma. Per quanto riguarda il nostro livello provinciale, abbiamo una serie articolata di provvedimenti che riguardano, in particolare, il sostegno alle famiglie numerose o con anziani e disabili. Si sa che il carico maggiore si riversa sulle donne e, quindi, puntiamo ad alleggeNea • Maggio 2011

rire questo sovraccarico e a far sì che non si arrivi all’autaut tra famiglia e lavoro». In che modo? «Aiutiamo le ragazze madri e soprattutto le giovani nel primo inserimento al lavoro. E anche i nostri centri per l’impiego sono attivissimi nel considerare l’immissione nel mondo del lavoro delle donne. A livello locale, occorrono inoltre interventi mirati e discernimento anche per evitare lo spreco di risorse pubbliche». Quali istanze ritiene maggiormente importanti per le donne? «Le giovani investono nella scuola e qui dobbiamo fare attenzione al contenimento della dispersione scolastica e a costruire ambienti adeguati, aspetto che la Provincia di Padova inserisce tra le proprie prerogative e priorità. I nostri plessi scolastici godono di investimenti sostanziali del bilancio generale. Le donne, oggi, in molte facoltà universitarie hanno superato, per quantità, i maschi e questo è un segnale importante, anche dell’esigenza delle più giovani di trovare soddisfazione nel lavoro e non solo nella famiglia. Credo che l’impegno più importante per chi governa, a qualsiasi livello, dovrebbe essere quello di favorire le opportunità per le giovani generazioni. Vietato deludere chi ha investito negli studi e oggi chi investe nello studio sono soprattutto le donne. In generale, non credo che le donne debbano rincorrere “l’uguaglianza” col maschile, piuttosto agirei come per la salute. Così come non esiste il concetto di salute assoluta, non credo esista la condizione assolutamente perfetta per la donna. Lavoriamo per una condizione di soddisfacente equilibrio e benessere». “La società veneta protagonista della ripresa” identifica

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Le donne e la politica

La seduta del consiglio provinciale a Palazzo Santo Stefano per l’approvazione del bilancio di previsione 2011

una delle linee guida del suo governo. Quale ruolo per le donne anche nell’ottica dell’iniziativa imprenditoriale? «Il dato sulle donne imprenditrici delle nostra provincia lo ritengo significativo perché dimostra non solo la quantità, ma anche la qualità dell’impegno nella produzione di ricchezza da parte delle donne. Ricchezza che si aggiunge anche a quella prodotta, ma quasi mai conteggiata, delle donne e mamme che seguono i figli, che sono casalinghe, che curano i genitori anziani e così via. Il Veneto da anni ha un fondo per l’imprenditoria femminile che funziona a pieno ritmo e che nella provincia di Padova è molto utilizzato. Ad esempio, nel settore delle biotecnologie le donne sono più degli uomini e stiamo parlando di ricercatrici, imprenditrici e manager di un settore competitivo e avanzato. Se è vero che dalle università escono più laureate che laureati, avremo di conseguenza nel breve futuro un mondo del lavoro maggiormente al femminile. Non vedo, quindi, un ruolo per la donna-imprenditrice diverso dal ruolo dell’uomo-imprenditore, piuttosto un maggiore e migliore accesso al mondo del lavoro da parte delle donne che cambierà modi, tempi e concezioni del lavoro stesso». Donne e politica. Oggi è meno complesso per una donna intraprendere la carriera politica o restano ancora criticità? «Per principio e conseguenza logica del ragionamento fatto finora, sono contraria alle quote rose in qualsiasi campo. Ma è pur vero che, da qualche parte, bisogna 46

cominciare e se servono vengano pure. La mia esperienza personale va al contrario del principio delle quote. Ho deciso di fare politica da giovanissima, l’ho fatta, continuo a farla. Non mi pare che i nostri costumi sociali e la mentalità impediscano oggi a una donna di scegliere l’impegno politico diretto. Se prendiamo le sette Provincie del Veneto, ad esempio, tre di queste sono governate da donne: non mi sembra un risultato da leggere in negativo. Se prendiamo altri dati riguardo i sindaci, gli assessori, i consiglieri regionali, allora il panorama di genere cambia decisamente. Oggi è senza dubbio più facile per una donna fare politica e perciò decideranno anche le generazioni future se continuare su questa strada. Io, per quanto poco, sto svolgendo la mia parte». Come concilia l’impegno amministrativo con quello di moglie e madre? «Non è questione di aut-aut, ma di etet. La capacità di tenere insieme aspetti diversi anche della propria vita personale è questione di talento, ma anche di dedizione e impegno. Personalmente, non ho rinunciato né a una piena vita affettiva e famigliare né all’impegno sociale e politico. Forse ho qualche facilità perché ho sposato un uomo politico ed entrambi comprendiamo cosa significano i relativi impegni di lavoro che, a volte, sono molto pressanti. La verità, comunque, è che spesso non si riesce a conciliare famiglia e lavoro; questo crea frustrazioni, ma è la vita ad essere complicata, non il fatto di avere una famiglia e lavorare». Maggio 2011 • Nea


Le donne e la politica

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la donna presidente di Provincia più apprezzata in Italia, così come è emerso a fine 2010 dalla classifica di gradimento effettuata dalla tredicesima edizione di “Monitor Provincia” di Fullresearch. La percentuale di preferenza ha toccato il 61,9%. «Essere prima tra le donne è una circostanza che mi dà tante soddisfazioni quanti pensieri – commenta Wanda Ferro, dal 2008 alla guida della Provincia di Catanzaro –, credo sia complesso mantenere un così alto indice di gradimento tra la gente, specie in presenza di problemi difficili da affrontare e risolvere, come le tante alluvioni che hanno devastato il nostro territorio e per le quali non abbiamo avuto da nessuno risorse aggiuntive». Mantenere un contatto continuo con i cittadini, far sentire loro vicina l’istituzione e lavorare incessantemente con l’obiettivo di non deludere la loro fiducia, sono le linee guida di Wanda Ferro: «Il mio approccio è quello di ricordare sempre che le esperienze politiche sono transitorie e, quindi, non sentirmi mai qualcosa di più della persona che sono nella vita di ogni giorno o tra le mura di casa».

cosiddette quote rosa, troppo simili alle riserve, non costituiscono la giusta soluzione. Le donne forse sbagliano quando, nel loro approccio alla politica, cercano di emulare gli uomini, negli atteggiamenti e nei fatti concreti, dimenticando di rappresentare un mondo ampio e ricco di sfaccettature che, se messe in evidenza, diventano una risorsa fondamentale. A mio avviso, i motivi alla base di questa si-

In Calabria il politico è ancora “uomo”: scarso è, infatti, ancora il numero delle donne che occupano il ruolo di amministratore pubblico. È importante avvicinare le donne al mondo della politica o è un processo che va assecondato senza forzature? «Occorre un avvicinamento naturale e spontaneo delle donne alla politica. Ho sempre pensato che una donna può portare all’interno delle amministrazioni qualcosa di molto particolare e relativo ai problemi di tutti i giorni, con un’importante visione generale della società moderna e un’altrettanto seria capacità di individuare le leve necessarie alla soluzione delle criticità. Certo, questo processo va in qualche modo favorito, ma le

wanda ferro Vicina ai cittadini Sfide da cogliere e responsabilità da affrontare. Il presidente della Provincia di Catanzaro, Wanda Ferro, racconta la propria esperienza di amministratore del territorio di Francesca Druidi 48

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Nella pagina accanto, Wanda Ferro, presidente della Provincia di Catanzaro. In questa pagina, veduta della città

LE PRIORITÀ SONO TANTE, MA DEVE ATTUARSI UNA RIVOLUZIONE CULTURALE CHE METTA AL CENTRO DI OGNI PROGETTO LA RICERCA DI UN’IDENTITÀ CHE ACCOMUNI LE DIVERSE AREE DELLA PROVINCIA tuazione vanno ricercati nella storia e nella tradizione della politica e nell’assoluta mancanza di una volontà degli uomini e delle donne di cambiare lo stato delle cose». Ha mai incontrato o incontra oggi particolari criticità nel suo percorso politico dovute al fatto di essere una donna? «Forse l’unica vera difficoltà l’ho avvertita all’inizio del mio percorso, quando alla passione e alla voglia di impegnarmi faceva da contraltare la paura di non essere all’altezza, da donna, di un mondo così controverso e difficile da comprendere. È stato importante compiere un passo alla volta, affrontare il giudizio degli elettori presentandomi tre volte da consigliere comunale e una da consigliere provinciale, risultando sempre eletta. È un po’ come mettere ogni volta in discussione tutto il lavoro svolto, superando gli ostacoli nella convinzione che, una volta caduta, sarebbe stato difficile tornare in corsa. L’errore più clamoroso è quello di entrare in politica con presunzione e arroganza, saltando la militanza e la gavetta. Certamente, l’essere donna ti pone sempre maggiori dubbi, ma quando vivi un’esperienza importante e avverti il fatto che la gente per strada ti saluta con affetto, comprendi di essere sulla strada giusta e, alle paure iniziali, segue una convinzione superiore nelle proprie idee. In questo senso, per me è stata straordinaria l’esperienza da assessore comunale alla Cultura, quando ho compreso che, anche nell’amministraNea • Maggio 2011

zione, con il lavoro si possono tagliare i traguardi più ambiziosi nel rispetto della gente». Quali sono le potenzialità del comprensorio e le priorità da realizzare per lo sviluppo di Catanzaro? «La nostra provincia può vantare un’assoluta centralità all’interno del territorio regionale che, a sua volta, è al centro del Mediterraneo. Ci sono le condizioni favorevoli per tutte le ipotesi possibili di sviluppo e la buona dotazione infrastrutturale di Catanzaro, che dobbiamo sempre e comunque migliorare, diventa una risorsa fondamentale. Le priorità sono tante, ma alla base deve attuarsi una vera e propria rivoluzione culturale, che metta al centro di ogni progetto la ricerca di un’identità che accomuni le diverse aree della provincia. Se è vero che abbiamo una precisa vocazione turistica e bellezze paesaggistiche, dai mari alle montagne, da far invidia a molte aree del mondo, dobbiamo puntare sul turismo in maniera concreta, favorendo innanzitutto la realizzazione di un sistema globale che abbracci tutto il territorio e ne evidenzi le tante peculiarità; fatto questo, occorre mettere in rete tutti i diversi progetti e presentare un’offerta completa che mostri dei caratteri evidenti. Lo stesso percorso si può ipotizzare per lo sviluppo dell’agricoltura, per l’artigianato locale, per le piccole attività imprenditoriali e per far diventare storia, cultura e tradizioni, nuove occasioni in grado di offrire ai giovani opportunità di lavoro». 49


Nuove autonomie avvicinano cittadini e istituzioni

La sua carriera nell’amministrazione dell’Interno ha inizio nel 1981. Oggi Patrizia Impresa è prefetto a Cuneo, «una funzione che oggi assume una valenza essenziale. Una polizza sul futuro dei modelli di raccordo fra Stato e sistema delle autonomie» di Tiziana Achino 52

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Patrizia Impresa In prima linea

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i origini napoletane, Patrizia Impresa è la prima rappresentante femminile del Governo nel territorio di Cuneo, sebbene in provincia si contino già molte donne al vertice della politica e dell’industria. Entrata nella carriera prefettizia dell’amministrazione civile dell’Interno nel 1982, Impresa ha operato presso la prefettura di Firenze sino al 1986, poi in quella di Milano, dove è stata promossa a viceprefetto, per passare nel 2007 a Varese come viceprefetto vicario. Per una donna che ha sempre lavorato in città medio-grandi, dove si vivono dinamiche all’interno di un contesto globale con il rischio di perdere l’identità sul territorio, Cuneo rappresenta una sfida e al tempo stessa una svolta di carriera. Sostenitrice dell’Italia “minore”, Impresa vuole difendere l’unità e l’autenticità dei piccoli centri dove anche le soluzioni si studiano a contatto con i cittadini. Oltre a favorire progetti d’appartenenza per le istituzioni e le imprese e sensibilizzare i giovani sul valore dei piccoli centri in ottica professionale. Gli ambiziosi traguardi del 2011, nell’intervento del neo prefetto Patrizia Impresa. Quali sono gli eventi che lei ritiene più rilevanti legati alla sua funzione? «Ritengo che tra le funzioni quali espressioni del ruolo di prefetto, una delle più significative resti quella di rappresentante gene-

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rale del Governo e la sua mediazione nei conflitti sociali. Per intenderci, la disciplina del nostro ordinamento detta una precisa procedura finalizzata a tutelare i diritti della persona. Per i conflitti sociali a carattere locale il potere di mediazione è affidato al prefetto. Le regole quindi ci sono e sono chiare, così come sono chiari gli interessi e i valori in gioco; da un lato il diritto incomprimibile di coloro che attuano forme di libere manifestazioni delle loro opinioni, dall’altro il diritto altrettanto incomprimibile dei cittadini a veder riconosciuti i loro diritti, parimenti garantiti. A queste indicazioni il prefetto, per esempio in occasione di sciopero, si attiene nel supremo interesse del rispetto della legalità e nella salvaguardia della correttezza delle regole democratiche e di convivenza civile». Quali cambiamenti prevede si debbano affrontare? «Le sempre più necessarie opere di mediazione richieste, inducono a pensare che bene è stato fatto a rafforzare le funzioni del prefetto di coordinamento delle strutture periferiche amministrative statali, e che verso questo orientamento bisogna continuare ad andare, per garantire la qualità dei servizi vari alla cittadinanza, anche ai fini del rispetto del principio costituzionale di leale collaborazione con le autonomie territoriali».

Dalla sua prima esperienza presso la prefettura a Firenze, poi Milano e Varese, oggi a Cuneo. Il suo metodo di lavoro è sempre stato il medesimo o diverse province hanno differenti esigenze di metodo? «Come ogni carriera, anche quella prefettizia è il susseguirsi di esperienze maturate giorno per giorno, percorse sul campo. In ogni realtà dove sei chiamato a operare, arrivi e metti al servizio di quelle società tutta la tua professionalità con tutte le tue capacità; quando vai via per raggiungere una nuova sede, con nuovi incarichi, comprendi quanto il tuo bagaglio si sia arricchito. Firenze, Milano,Varese, Roma, Cuneo, sono realtà territoriali diverse tra loro, nelle loro culture, tradizioni, necessità di intervento; ma dovendo pensare a un mio metodo di lavoro, credo di poter affermare che questo sia stato sempre lo stesso, modulato sulle diverse realtà sui diversi obiettivi ma univoco, sempre espressione di una ricerca di cooperazione, di coinvolgimento, partecipazione dei collaboratori e grande rispetto per il lavoro di tutti». La collaborazione con gli enti locali ha assunto una forma diversa nell’ultimo decennio. Secondo lei ci sono stati cambiamenti costruttivi per il futuro? «La presenza dello Stato in ambito provinciale e comunale ha subito negli anni una profonda tra-

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sformazione, passando da una fase in cui gli enti locali erano assolutamente e incondizionatamente subordinati all’ingerenza dei livelli superiori di governo, all’attuale contesto ordinamentale, caratterizzato da rilevanti fenomeni di federalismo amministrativo e decentramento istituzionale. Necessariamente il rapportarsi agli enti locali per l’istituto prefettizio è mutato, lasciando le funzioni di controllo che adesso risultano pienamente compatibili, in base al nuovo assetto costituzionale, con l’autonomia riconosciuta alle autonomie territoriali esplicandosi pertanto principalmente all’interno dell’ente locale stesso. La riforma del titolo V della Costituzione invece ha configurato pienamente il controllo statale sugli organi. In particolare, con evidente efficacia, i controlli che il rappresentante del Governo esercita sugli 54

organi locali sono comunemente distinti in controlli che incidono sulla legitimatio ad officium degli organi dell’ente locale e i controlli che incidono sulla legitimatio ad agendum degli organi medesimi. Vale a dire che i primi colpiscono direttamente l’organo che viene sostituito dal commissario prefettizio appositamente nominato. I secondi vengono invece attivati in caso di inerzia dell’organo competente ad adottare determinati atti obbligatori, concretizzandosi per il prefetto in un sindacato di legittimità sul comportamento omissivo e quindi l’esercizio del suo potere sostitutivo». La notorietà della funzione del prefetto ha avuto un incremento. Ritiene che sia derivata dal ruolo che riveste? «Sì. Le sostanziali novità rispetto a quella più originaria

è costituita dal riconoscimento del ruolo del prefetto di coordinamento dell’attività amministrativa delle strutture periferiche dello Stato, al fine di garantire l’attuazione del principio della leale collaborazione tra lo Stato e le istituzioni territoriali. Tale ruolo realizza l’espressione della funzione di amministrazione generale conferita al prefetto. Ciò in pratica determina che, attraverso il rappresentante del Governo sul territorio, si possano promuovere la buona qualità di lavoro pubblico attraverso la fluidificazione delle relazioni tra cittadini e istituzioni, come strumento di valorizzazione e crescita del quadro autonomistico. Si tratta a mio avviso di una funzione che oggi assume una valenza essenziale. Una polizza sul futuro dei modelli di raccordo fra Stato e sistema delle autonomie». Maggio 2011 • Nea


Perla Stancari In prima linea

Un modello di vivibilità

Perla Stancari è il prefetto di Verona: dall’esperienza dell’alluvione all’emergenza immigrazione, le sue regole per il buon governo di un territorio «ricco di risorse non solo ambientali, culturali e imprenditoriali, ma anche e soprattutto umane» di Riccardo Casini

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eati in calo del 14%, in particolare omicidi (-80%), rapine (-36,2%), furti (-13%) e truffe (-40%): i dati dell’attività 2010 non possono che soddisfare la prefettura di Verona, impegnata lo scorso anno anche nella gestione dell’emergenza alluvione che ha colpito diversi comuni della provincia causando gravi danni alle abitazioni, alla viabilità e agli insediamenti produttivi. La prefettura in quel caso coordinò gli interventi che portarono, tra le altre cose, al soccorso di circa 2mila persone alluvionate di cui oltre mille evacuate. A guidarla, in quell’occasione, c’era già Perla Stancari: napoletana, prima di insediarsi nel 2009 ha ricoperto a lungo l’incarico di direttore centrale per i Diritti civili, la cittadinanza e le minoranze del Dipartimento per l’immigrazione. Che bilancio può stilare di questo primo periodo alla guida della prefettura di Verona? «Molto positivo. La realtà di questo territorio è un esempio di come convivenza civile, legalità, laboriosità, sicurezza e integrazione possano rappresentare un modello di straordinaria vivibilità». Nea • Maggio 2011

Perla Stancari, prefetto di Verona

Lei si è occupata spesso, anche tramite alcune pubblicazioni, del tema dell’immigrazione. Come giudica l’attuale legislazione in materia? In che modo è possibile migliorarla? «I flussi migratori sono sempre stati caratterizzati nel nostro emisfero da spostamenti da sud verso nord o, nell’ambito dell’Europa, verso realtà economiche più ricche che presentano migliori opportunità di vita. Anche noi siamo stati emigranti, ma era un’emigrazione di singoli individui che sceglievano di lavorare all’estero

con grandi privazioni. Di recente, la crisi del nord Africa ha determinato nuovi e imponenti flussi che il nostro Paese sta affrontando con grande disponibilità. Queste nuove sfide richiedono l’attuazione di una politica europea comune, pertanto oggi ogni cambiamento della nostra normativa non può non tener conto delle politiche di immigrazione dei nostri partner europei con i quali occorre condividere priorità e opportunità». A questo proposito, lo scorso

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In prima linea Perla Stancari

aprile sono arrivati a Verona 106 profughi provenienti dal nord Africa. Come state gestendo l’emergenza a livello territoriale? «Il presidente Luca Zaia è in contatto con la prefettura di Venezia e quest’ultima con tutte le prefetture della regione per la gestione della fase di assistenza degli stranieri che stanno arrivando. In particolare, la prefettura di Verona sta coordinando, presso l’aeroporto militare veronese di Caluri, l’assegnazione di migranti e profughi in questa e nelle altre province del Veneto. Abbiamo finora messo a disposizione strutture d’accoglienza religiose e laiche che avevano già esperienza di immigrati e che stanno seguendo i nuovi arrivati con progetti di alfabetizzazione e di accompagnamento all’integrazione che comprende anche l’osservanza delle regole e dei principi della Costituzione. Quasi tutti coloro che sono arrivati dalla Tunisia sono già partiti per altri paesi d’Europa, mentre coloro che sono arrivati di recente, profughi dalla Libia, probabilmente permarranno per un periodo più lungo». Oltre a questa, quali sono in questo momento le principali criticità registrate sul territorio? In che modo le state affrontando? «Il territorio veronese è particolarmente ricco di risorse, non solo ambientali, culturali e imprenditoriali, ma anche e soprattutto di risorse umane impegnate a farlo crescere. Tutto questo consente di lavorare in piena sinergia con le istituzioni e con gli organi rappresentativi dalla società civile, raggiungendo ottimi risultati. È un territorio che ha superato meglio di altri la crisi economica e strutturale: il tessuto produttivo è solido perché diversificato, basato anche su grandi realtà industriali. Inoltre è vasto

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LA CRISI DEL NORD AFRICA HA DETERMINATO IMPONENTI FLUSSI CHE IL NOSTRO PAESE STA AFFRONTANDO CON GRANDE DISPONIBILITÀ, MA SERVE UNA POLITICA EUROPEA COMUNE l’ambito dell’ortofrutticolo, che ha tenuto meglio di altri nella fase della crisi». Sembra ottimista, insomma. «Nel 2010 e nei primi mesi del 2011 l’economia sta recuperando, come traspare da due coefficienti importanti: minor ricorso alla cassa integrazione e aumento nelle esportazioni e nel numero di nuovi ingressi nell’imprenditoria. Occorre comunque vigilare perché non si creino criticità sociali per effetto di un eccessivo ricorso al credito: ciò può comportare fenomeni di usura e di estorsione, se la famiglia o l’imprenditore non sono dotati di sufficienti garanzie secondo i parametri bancari». Ma quali sono oggi i suoi obiettivi? «Continuare nel percorso di affiancamento all’economia locale, perché

la tenuta sociale è determinata anche dalla continuità nel lavoro che evita l’insorgenza di problemi personali, economici e familiari; ma occorre anche proseguire nella leale collaborazione con gli enti locali e altri attori istituzionali, cercando di semplificare le procedure, mettendo a sistema le risorse delle pubbliche amministrazioni, facendo dialogare queste ultime maggiormente fra loro e rendendo più incisivi ed efficienti gli strumenti di monitoraggio sugli appalti pubblici per escludere violazioni della legge ed evitare infiltrazioni della criminalità organizzata sul territorio. Nell’azione congiunta con gli altri enti infine bisogna continuare ad assicurare sicurezza nel territorio, non solo in termini di ordine pubblico, ma declinata in tutti i suoi aspetti: dell’ambiente, del lavoro, sul lavoro, e quindi anche come forma di sicurezza sociale». Maggio 2011 • Nea


Obiettivo integrazione Alla sua prima esperienza da prefetto, Maria Federico lavora in un territorio caratterizzato da una forte immigrazione: «Ho svolto parte della mia carriera in aree non facili, ma devo ammettere che Prato mi sta impegnando severamente» di Riccardo Casini

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ata a Palermo e impiegata presso il ministero dell’Interno dal 1982, solo a fine 2009 è stata nominata prefetto dal Consiglio dei ministri: oggi Maria Federico opera a Prato, città caratterizzata, tra le altre cose, da una forte presenza di immigrati. Non a caso, dice, «il tavolo permanente sull’immigrazione è stato istituito dal ministro dell’Interno proprio qui»: premettendo che «l’immigrazione costituisce una problematica che impegna tutto il territorio nazionale e non solo» e precisa che «nella provincia di Prato que-

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sto fenomeno ha delle peculiarità che lo rendono singolare, sia per le dimensioni che per le implicazioni in settori particolarmente delicati dell’intera compagine provinciale». Ma quali sono gli obiettivi del Tavolo?«Il Tavolo ha l’obiettivo primario di sviluppare, sull’approfondita e parcellizzata analisi di un campione significativo, un laboratorio funzionale all’elaborazione di strategie appropriate e puntuali per meglio affrontare un fenomeno che in termini analoghi verosimilmente si potrà presentare in altre

province del territorio nazionale». Come procede invece la lotta a lavoro nero e contraffazione? «Il settore del lavoro nero e della contraffazione è solo uno degli aspetti di una problematica più ampia che comunque si lega alla gestione complessiva degli interventi. È pur vero però che esso provoca in questa provincia una particolare incidenza su settori trainanti dell’economia: già la circostanza che operano sul territorio 7.228 imprese straniere, di cui 4.640 cinesi, arreca un notevole pregiudizio all’economia locale, a cui si Maggio 2011 • Nea


Maria Federico In prima linea

aggiunge un’imponente “industria della contraffazione”, cui fa da contraltare lo sfruttamento del lavoro nero». Quali sono le dimensioni del fenomeno? «Si registra a Prato una popolazione di circa 30mila extracomunitari sui 188mila complessivi, popolazione peraltro destinata ad aumentare nel tempo, con un’intensa attività commerciale in settori paralleli all’economia locale, con usi e costumi del tutto differenti e una percentuale di clandestini difficilmente individuabili e censibili, con un tasso di criminalità sempre crescente. Ed è per tale ragione che interventi massicci e mirati sono stati effettuati (nel 2010, 320 imprese controllate con oltre 6.200 macchinari sequestrati) e lo saranno ancora di più per raggiungere risultati più soddisfacenti di quelli sinora conseguiti». Come giudica attualmente la sinergia tra istituzioni e forze dell’ordine impegnate sul territorio? In che modo è possibile migliorarla? «Tali risultati sono arrivati solo perché si è

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fatto luogo a una convinta e costante sinergia fortemente propugnata dal ministro dell’Interno fra le forze dell’ordine, gli enti statali, regionali e segnatamente il governo locale; anche se mi occorre l’obbligo di precisare che la sinergia non potrebbe essere da sola decisiva e determinante se non fosse orientata verso obiettivi univoci dettati da un puntuale coordinamento in sede locale svolto dal prefetto che, basato sull’analisi di quotidiane verifiche ed esperienze, modula man mano le direttive e quindi l’operatività degli interventi». Lei è prefetto da poco più di un anno. Che bilancio può trarre finora da questa esperienza? Quali le principali difficoltà riscontrate, anche in rapporto ad esempio al compito di commissario svolto a Somma Vesuviana? «Ho svolto parte della mia carriera in aree non certo facili ma non posso comunque non ammettere che la sede di Prato mi sta impegnando assai severamente anche se in maniera differente rispetto a prima. Per esempio,

l’impegno che ho affrontato da commissario presso il Comune di Somma Vesuviana mi ha arricchito di preziose esperienze ed è stato esaltante. Ma qui a Prato, oltre a un ruolo diverso, c’è una sostanziale differenza nella visione e gestione dei problemi». Cosa intende? «Nel comune campano esistono conflitti e problematiche che si agitano nell’ambito stesso della collettività comunale, mentre in questa provincia la dialettica si svolge tra le compagini locali e un fronte estraneo, ancorché insediatosi stabilmente da tempo, con implicazioni che possono far scaturire criticità nei rapporti con altri Paesi. È per queste due ragioni che l’impegno qui è più complesso, con l’aggravante anche della circostanza che in ordine alla peculiarità della situazione pratese esistono scarse esperienze precedenti». Quali sono invece gli aspetti sui quali sta lavorando la sua prefettura in chiave futura? «Innanzitutto si ascrive maggiore attenzione a una corretta integrazione, e con tale obiettivo sono stati avviati da tempo intensi e proficui rapporti con le rappresentanze diplomatiche regionali della maggiore comunità presente sul territorio, ovvero quella cinese, con risultati finora estremamente lusinghieri, sia per lo scambio di preziose informazioni che per lo sviluppo di iniziative funzionali al coordinamento degli interventi. Si terrà comunque alta l’attenzione sulla necessità di governare i settori che destano maggiore allarme sociale, e segnatamente l’economia e la sicurezza». 59


In prima linea Giovanna Maria Iurato

Dimenticare il 6 aprile Un predecessore ingombrante e un territorio da ricostruire, anche «emotivamente». Giovanna Maria Iurato, da un anno prefetto dell’Aquila, ha preso in mano una sfida particolare: «Serve attenzione al dolore della collettività» di Riccardo Casini

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n’eredità difficile, quella raccolta da Giovanna Maria Iurato: non solo a causa del suo predecessore alla prefettura dell’Aquila, quel Franco Gabrielli oggi a capo della Protezione civile, ma anche per gli strascichi del sisma avvenuto nel 2009, che ancora oggi segna la vita quotidiana degli abitanti. L’attuale prefetto del capoluogo abruzzese, a un anno dall’insediamento, può comunque tirare le prime somme. «È stato – spiega – un anno intenso sul piano umano e professionale: il sisma del 2009 ha lasciato in eredità una serie di problemi, molti dei quali, oltre a essere ancora irrisolti, vanno affrontati con metodi e soluzioni innovative da parte delle istituzioni. Questo ha significato per me interpretare in maniera particolare il mio ruolo. Arrivando in questo territorio ho avuto sin dall’inizio ben chiaro che tra i doveri non scritti del prefetto vi era anche quello di prestare orecchio e attenzione al profondo dolore della collettività. Credo che, con la squadra dei miei collaboratori, siamo riu60

sciti in questo intento e abbiamo saputo far sentire la vicinanza dello Stato anche a collettività piccole, come quelle dell’Alta Valle dell’Aterno, interessate lo scorso anno da un prolungato sciame sismico». Ma quali sono oggi le principali necessità degli aquilani? «I cittadini di L’Aquila e degli altri comuni del cosiddetto “cratere sismico” hanno ormai maturato la consapevolezza che occorreranno anni perché le loro città ritornino a una condizione di normalità. In questa transizione credo che sia fondamentale innanzitutto garantire adeguati livelli di vivibilità in questi centri e in particolare a L’Aquila che, con la realizzazione degli insediamenti del Progetto Case (dove vivono più di 14mila persone), si è estesa in aree in precedenza prevalentemente rurali. Si tratta di assicurare in queste aree una rete di servizi capaci di far vivere queste realtà e allo stesso tempo di collegarle efficacemente al resto della città. Vi è poi la necessità di una “ricostruzione emotiva”».

Cosa intende? «Tutte le fasce della popolazione del “cratere” attraversano una condizione esistenziale difficile, ma a soffrire di più sono giovani e anziani che risentono della perdita dei tradizionali punti di aggregazione sociali. Infine, occorre preservare le punte di eccellenza di questo territorio, prima tra tutte l’Università dell’Aquila, ma anche recuperare un importante patrimonio artistico e architettonico, e far uscire l’economia locale da un momento di crisi». A proposito di ricostruzione: come procedono i lavori? «A partire dai primi mesi del 2010 è cominciata la seconda fase della ricostruzione, quella che dovrà portare al recupero del patrimonio edilizio e privato, dei beni monumentali e architettonici, e al risanamento del sistema delle infrastrutture. Si tratta di un’opera complessa che vede oggi in fase avanzata alcuni importanti progetti come la “Cittadella giudiziaria” o il recupero degli immobili meno danneggiati, Maggio 2011 • Nea


anche se non si possono negare alcuni ritardi soprattutto per quanto riguarda i centri storici. L’Aquila e il cratere sono oggi il più grande “macrocantiere” d’Europa, dove, secondo i dati in possesso della Prefettura, hanno operato e operano oltre 2.400 imprese, più della metà delle quali abruzzesi. Complessivamente fino al 2012 sono stati stanziati per la ricostruzione e l’assistenza alla popolazione circa 14 miliardi di euro».

IL SISMA HA LASCIATO IN EREDITÀ UNA SERIE DI PROBLEMI, MOLTI DEI QUALI VANNO AFFRONTATI CON METODI E SOLUZIONI INNOVATIVE DA PARTE DELLE ISTITUZIONI Come state lavorando per evitare infiltrazioni malavitose negli appalti? «Il Governo ha subito varato un articolato piano di prevenzione delle infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici in base al quale la prefettura dell’Aquila coordina il monitoraggio, svolto dalla rete della Prefetture e dagli organi di polizia, di tutte le imprese affidatarie di appalti e altri sub-commesse per la ricostruzione. Dal 2009 a oggi è stato completato lo screening di circa 1.800 imprese, con l’esecuzione di 27 accessi ai cantieri. Sono stati emessi provvedimenti interdittivi nei confronti di 17 imprese, che sono state escluse dall’esecuzione delle opere pubbliche, e sono state adottate 60 “informazioni atipiche” per richiamare l’attenzione delle amministrazioni aggiudicatrici su situazioni di possibile sospetto o tali da suscitare perplessità e quindi meritare un ulteriore approfondi-

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L’AQUILA OGGI SI È ESTESA IN AREE RURALI NELLE QUALI VA ASSICURATA UNA RETE DI SERVIZI CAPACI DI FAR VIVERE QUESTE REALTÀ E DI COLLEGARLE EFFICACEMENTE AL RESTO DELLA CITTÀ

mento». Quali risultati hanno dato queste iniziative? «Dato l’elevatissimo numero di imprese coinvolte, direi che finora i tentativi di infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici sono stati contenuti e non hanno assunto le dimensioni che si era paventato. Da quest’anno abbiamo ricevuto la legittimazione normativa a estendere il monitoraggio alle imprese affidatarie di interventi di ripristino affidati dai privati con l’impiego di fondi pubblici, secondo un modello di prevenzione che è stato messo a punto anche d’intesa con il comitato Grandi opere del ministero dell’Interno e l’autorità giudiziaria. A partire dal 28 febbraio scorso, in collaborazione con la Direzione

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provinciale del lavoro, sono state eseguite 6 visite ispettive a cantieri privati dove stavano operando imprese affidatarie di lavori finanziati con contributi pubblici per oltre 11 milioni di euro. È la prima volta che si sottopongono a controlli antimafia opere commissionate dai privati, ai quali viene richiesta una collaborazione attiva per la tenuta del sistema». Quali sono invece oggi le principali sfide della città in ottica futura? «Direi che la sfida più impegnativa è il risanamento dei centri storici, in particolare di quello di L’Aquila che ha un’estensione di circa 170 ettari. Si tratta di un’impresa complessa che richiede di risolvere alcuni problemi di base (ad esempio, il completo smalti-

mento delle macerie), ma soprattutto di pianificare e attuare una serie di interventi infrastrutturali (ad esempio le reti idriche, elettriche, telefoniche e del gas) che condizioneranno il futuro assetto di questi agglomerati urbani. Insieme a questo occorre sin da adesso porre i presupposti per una ripartenza dell’economia locale su basi nuove, capaci di garantire il rilancio di questo territorio. Infine, e questo viene sollecitato a gran voce dalla società civile, occorre che l’intero processo di ricostruzione avvenga nel massimo rispetto dei criteri di sicurezza antisismica, aspetto sul quale sono le amministrazioni comunali a svolgere un’azione di controllo e sorveglianza. È questa la migliore garanzia che non si ripeta più una notte come quella del 6 aprile 2009». Maggio 2011 • Nea


Carmela Floreno In prima linea

Vita di frontiera

Non solo immigrazione: Siracusa soffre di una forte crisi economica e occupazionale. Per il prefetto Carmela Floreno occorre ripartire da turismo («che va assolutamente potenziato») e infrastrutture di Riccardo Casini

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na carriera al ministero dell’Interno iniziata nel 1972, poi la promozione a viceprefetto, funzione svolta a Siracusa e Catania, per arrivare nel 2003 alla nomina a prefetto: prima a Enna, poi dal 2009 il ritorno a Siracusa in sostituzione di un altro prefetto “rosa”, Maria Fiorella Scandurra. La catanese Carmela Floreno oggi è la seconda donna alla guida della prefettura di Siracusa, un territorio che negli ultimi anni sta conoscendo una forte crisi economica e occupazionale. Prefetto, che bilancio può trarre finora della sua esperienza a Siracusa? Quali meriti rivendica? «Dal mio punto di vista il bilancio è più che positivo, ma i meriti andrebbero chiesti ai siracusani. Di certo ci siamo impegnati da subito per la città e riteniamo di aver dato un’impronta più moderna alla Prefettura. Il mio compito è garantire l’ordine pubblico, inteso a 360 gradi: tutto, infatti, può costituire una sua turbativa, anche uno sciopero, ma più che reprimere è importante prevenire, ovvero evitare che certe cose avvengano». Quali sono oggi i rischi principali? «Purtroppo questo è un periodo Nea • Maggio 2011

Carmela Floreno, prefetto di Siracusa

complesso, con fenomeni come la crisi occupazionale che interessano l’intero Paese e le province del Sud in particolare. A questo si aggiunge l’immigrazione, che dobbiamo gestire in quanto territorio di frontiera: non parlo solo di quella proveniente oggi dal Nord Africa, ma anche di quella “regolare”, particolarmente intensa in primavera,

periodo di raccolti. Non dimentichiamo infine il turismo, che va assolutamente potenziato e tutelato dagli atti di criminalità minori, come gli scippi». Quali differenze ha riscontrato con l’ambiente di Enna, dove ha operato in precedenza? «Quella di Siracusa è una provincia storicamente conosciuta

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In prima linea Carmela Floreno

per il turismo, mentre Enna si affaccia solo ora sul mercato con un’offerta turistica vera e propria, dal momento che fino a poco tempo fa non riusciva a valorizzare il proprio patrimonio. Anche a livello economico poi si tratta di due realtà diverse: qui è il settore petrolchimico, pur con le sue luci e ombre, ad aver dato lavoro agli abitanti, mentre il territorio di Enna ha una vocazione prettamente agricola e oggi ha risentito della crisi che ha coinvolto il settore e le graminacee in particolare». Insieme al ministro per l’Ambiente Stefania Prestigiacomo sta coordinando il tavolo istituzionale permanente per lo sviluppo economico della provincia. Come è nato questo “asse” con il ministro? «Il prefetto è il rappresentante del Governo nelle province, e già questo gli consente di avere rapporti diretti con i ministri. In questo caso il rapporto è ancor più stretto, dal momento che il ministro Prestigiacomo, essendo siracusana, ha un occhio di riguardo per questo territorio. Finora comunque il tavolo ha avuto principalmente la funzione di esaminare e sollecitare una serie di progetti, già vicini a diventare cantieri veri e propri, che diano occasione di lavoro: si è trattato di coordinare una serie di possibilità per dare una risposta occupazionale adeguata». Ma in quali direzione devono andare le politiche di sviluppo per il Siracusano? Quali ambiti di inter64

vento vanno privilegiati? «Questa è una provincia che risente enormemente della carenza di infrastrutture, dalle autostrade programmate e non ancora realizzate alle ferrovie depotenziate. Ma non può esserci sviluppo se il turista viene sempre costretto a utilizzare la propria auto, e questo vale per la Sicilia in generale. Certo, va riconosciuto che sono stati fatti progressi, e l’autostrada Catania-Siracusa ne è un esempio. Ma occorre insistere in questa direzione». Che ruolo ha invece in questo momento la criminalità organizzata nel mancato sviluppo locale? «Devo dire che qui la criminalità organizzata non costituisce una remora allo sviluppo, e questo rappresenta indubbiamente una vittoria per lo Stato. Come detto, è necessario piuttosto guardare

alle infrastrutture: un imprenditore, prima di insediarsi sul territorio, ha bisogno di sapere come potranno essere collegati i suoi investimenti». Oltre a questa, quali sfide restano ancora da vincere a Siracusa? «Questa provincia può contare su tre volani dell’economia e dello sviluppo sui quali è necessario continuare a puntare: un’agricoltura di qualità, con prodotti Igp come il pomodoro di Pachino (ma anche gli agrumi) che hanno un fiorente mercato; un turismo che può ulteriormente essere incrementato; un’attività industriale che non generi danni ambientali come avvenuto negli anni Cinquanta. Ma per andare in queste direzioni occorre una sinergia tra tutte le istituzioni, a partire da Comune e Provincia». Maggio 2011 • Nea


L’impegno sociale Carla Tirelli Di Stefano

Una leonessa al servizio degli altri Non tutti hanno un’idea chiara dell’attività dei Lions. A svelarne alcuni aspetti è Carla Tirelli Di Stefano, governatore del distretto milanese, il primo creato in Italia di Francesca Druidi

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ati negli Stati Uniti, precisamente nel 1917, dall’iniziativa dell’assicuratore di Chicago Melvin Jones, i Lions rappresentano la più grande associazione di volontariato a livello internazionale, con circa 45mila club distribuiti in oltre 200 paesi. Una realtà dedita al sostegno delle persone non vedenti e non solo. Il primo Club Lions italiano, il Milano Host, nasce il 21 maggio 1951. «Stiamo per festeggiare il sessantesimo compleanno», sottolinea Carla Tirelli Di Stefano, governatore dell’Ib4, il distretto meneghino appunto, che ha ritirato nel dicembre scorso l’Ambrogino d’oro, la più importante onorificenza assegnata annualmente dal Comune di Milano, con la quale è stata riconosciuta la costante e concreta attività di servizio dei Lions. Carla Tirelli Di Stefano è la diciannovesima donna governatore nella storia dei 17 distretti nei quali è divisa l’Italia “lionistica”, la terza nel distretto del capoluogo lombardo, votata con il 100% dei consensi. «Mi sono avvicinata al mondo dei Lions per curiosità, poi mi sono appassionata alla causa». È corretto affermare che stia facendo da apripista ad altre donne pronte ad assumere questo ruolo? «È senz’altro singolare che, proprio nell’anno dell’anniversario della nascita del distretto, io sia l’unica donna tra i 17 governa66

MI SONO AVVICINATA AL MONDO DEI LIONS PER CURIOSITÀ, POI MI SONO APPASSIONATA ALLA CAUSA tori italiani. La percentuale delle donne governatori è molto bassa, ma si sta intensificando: il prossimo anno saranno cinque le signore che avranno tale incarico elettivo. Ciò significa che sempre più numeroso è il contingente femminile che decide di mettersi in gioco, compiendo tutti gli step necessari per arrivare a essere elette. Chiaro, mentre non fa notizia il governatore uomo, qualcuno mostra ancora un moto di stupita ammirazione e dubbio nei confronti del governatore donna: è inutile negare che la società sia ancora per Maggio 2011 • Nea


In apertura, Carla Tirelli Di Stefano alla consegna dell’Ambrogino d’Oro. Sopra, celebrazione del 60° anniversario della nascita del Lionismo in Italia a Milano

certi versi maschilista, anche se molti passi avanti sono stati compiuti. Esistono ancora club non favorevoli all’ingresso delle donne - e non solo nei Lions - che resistono in numero superiore ai pochi club esclusivamente femminili rimasti. Inoltre, mi accorgo che il fatto che sia un governatore donna gentile sì, ma non morbidissima, suscita un po’ di perplessità». È un impegno vincolante quello di governatore? «Per me è stato un traguardo naturale dopo 14 anni di excursus lionistico. Ad ogni modo, bisogna parlare in pubblico, essere disponibili e spesso stare fuori la sera. Per chi ha una famiglia di cui occuparsi, ciò non è fattibile. Bisognerebbe migliorare l’organizzazione interna, promuovendo una più stretta collaborazione tra i vari office del distretto come stiamo cercando di fare adesso. Con un maggiore interscambio tra governatore e membri del consiglio, il governatore sarebbe più libero». Come avviene l’elezione? «Chi candida è il club. Nei Lions i primi attori - le cellule portanti - dell’associazione sono i club, i soci intesi come individui sono associati al club. Questo è il principio». A quale spirito ha voluto rifarsi per il suo mandato? Nea • Maggio 2011

«In tutto il mondo, il nostro logo rappresenta i due leoni: quello dall’aspetto più “anziano” guarda verso il passato, mentre il più giovane verso il futuro. Il mio motto è “vivere il futuro con l’orgoglio della tradizione” proprio in omaggio ai due leoni». Quasi tutte le cariche elettive e gli incarichi durano un anno. Occorre realizzare velocemente i progetti previsti. Una sfida per i Lions nella società odierna iperburocratica e indifferente? «È vero, la carica di governatore dura un anno ed è insufficiente a svolgere un programma innovativo e a lungo termine. Spesso non si riesce ad andare più in là dei normali compiti istituzionali, considerando gli imprevisti che sempre e comunque si verificano. Ci possiamo ritenere soddisfatti se riusciamo a improntare attività a medio termine. Dovremmo affiancare le istituzioni per condividere idee e progetti, ma in effetti la burocrazia ci mette i bastoni tra le ruote e l’annualità non permette sempre di cementare la collaborazione, nelle iniziative e nelle attività, tra il governatore e il consiglio direttivo». Quali sono le maggiori aree di intervento del club e quali le iniziative più significative? «Siamo presenti in tutto ciò che è solidarietà e siamo conosciuti come i

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L’impegno sociale Carla Tirelli Di Stefano

LA SCUOLA DI CANI GUIDA PER CIECHI, CHE HA SEDE A LIMBIATE, È IL NOSTRO FIORE ALL’OCCHIELLO CON I SUOI TANTISSIMI CANI REGALATI AI NON VEDENTI A TITOLO GRATUITO

“Cavalieri della luce” in virtù di milioni di persone che, grazie a noi, nei paesi più poveri sono stati curati, in molti casi risolvendo problemi legati alla cecità. La scuola di cani guida per ciechi, che ha sede a Limbiate, è il nostro fiore all’occhiello con i suoi tantissimi cani regalati ai non vedenti a titolo gratuito; a ciò si affianca il Libro Parlato, un progetto sempre rivolto ai non vedenti. Particolare attenzione viene data alla dislessia e moltissime attività di prevenzione vengono realizzate per i giovani con Lions Quest e Aidd (Associazione Italiana contro la Diffusione della Droga). Da segnalare poi tutte le attività in Africa per la costruzione di scuole o la perforazione di pozzi; il portale per l’informazione sulle malattie rare Aidweb; le nostre università della terza età, gli interventi nel mondo della cultura e dell’arte, l’aiuto ai bisognosi e molte altre iniziative. Un’importanza primaria la riveste la Fondazione Lions Club International Foundation, il nostro braccio caritatevole che non solo interviene in tutto mondo e immediatamente in casi di calamità, ma co-finanzia anche quei progetti che assolvono determinati requisiti». 68

Avete in programma particolari iniziative per festeggiare i 60 anni? «È tutto l’anno che nei club d’Italia si svolgono iniziative in proposito. Il 19 febbraio scorso un consiglio dei 17 governatori, con altrettanti vice governatori e presidenti dei distretti Leo (i giovani dell’associazione), ha celebrato a Milano l’anniversario, oltre alla consegna da parte del sindaco Moratti dell’Ambrogino d’oro. Il 21 maggio il Milano Host festeggerà presso il Castello Sforzesco la Charter, cioè il suo sessantesimo compleanno». Maggio 2011 • Nea


L’Italia dei tg è un paese per donne Dove va l’informazione televisiva mentre viviamo nell’era di internet e assistiamo all’avvento del digitale terrestre? Cristina Parodi, Costanza Calabrese, Simona Branchetti, Cesara Buonamici, Maria Concetta Mattei e Mikaela Calcagno seguono i “passi” della notizia di Renata Gualtieri

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annuncio della morte di Osama Bin Laden ha visto come protagonista un media di eccezione: internet. Infatti, prima che dalla Casa Bianca arrivasse l’annuncio della morte del terrorista, su Twitter trapelavano già le prime indiscrezioni della notizia. «Tutto ha avuto inizio da un tweet di un testimone oculare che ha notato un elicottero sorvolare Abbottabad, la città dove era nascosto e dove è stato ucciso il leader di Al Qaeda». Questo è un chiaro segnale che i tempi stanno cambiando e che 70

la comunicazione parte in rete, prima che da una testata giornalistica e, viaggia, in rete. Oggi dunque abbiamo a disposizione una grande offerta di news in tempo reale e contenuti interattivi che rendono lo spettatore protagonista. Senza contare le sorprese che possono derivare dal matrimonio tra internet e tv. Ma nel settore dell’informazione non sta cambiando solo il modo di fare informazione, una svolta epocale è rappresentata anche dall’elezione di Lorenza Lei come direttore generale Maggio 2011 • Nea


L’informazione in tv

della Rai, è la numero 23 ma soprattutto è la prima donna a ricoprire questo ruolo. C’è una Lei alla Rai, dunque, che prende il posto di Mauro Masi in un momento delicato per la televisione in generale. E se la primogenitura della conduzione in solitaria di una donna va assegnata ad Alba Parietti, che rese indimenticabile l’edizione del 1990 di “Galagol” su Telemontecarlo, con il celebre sgabello dal quale svettavano le sue lunghissime gambe, oggi sono tante le lady del calcio. A esaltare la rappresentazione delle donne nei diversi mezzi di Nea • Maggio 2011

comunicazione arriva la “carica” delle telegiornaliste. Unica donna a ricoprire però il ruolo di direttore di un Tg è Bianca Berlinguer, «tempra indubbiamente forte, tenace, decisa», il cui esordio giornalistico risale alla trasmissione “Mixer” di Giovanni Minoli. E su questa scia fanno ben sperare le nomine di Annalisa Spiezie e Cesara Buonamici come vicedirettori di Studio Aperto e del Tg5. Con alcuni tra i volti più noti dei telegiornali nazionali proviamo a capire se davvero qualcosa è cambiato in tv ai tempi del digitale e del web. 71


L’informazione in tv Cristina Parodi TG5 opo un esordio sulle piccole reti TelePiccolo e Telereporter e successivamente su Odeon TV, nel 1990 è passata in Fininvest portando al debutto due anni dopo la testata giornalistica di Canale 5, il Tg5, di cui è diventata uno dei volti storici. Con le nuove tecnologie è cambiato il Tg o la sua conduzione? «È il Tg che cambia. L’informazione di base tende a essere disponibile in tempo reale, e la gente si sta abituando a ricevere le notizie in qualsiasi momento, via web o direttamente sui cellulari. Il fatto che la recente uccisione di Bin Laden sia stata annunciata da un social network (twitter) prima che da una testata giornalistica dà il segno dei tempi. Il Tg, che mantiene orari fissi, è chiamato di conseguenza a una prima dimensione di approfondimento, che è particolarmente complessa visti i tempi in cui ogni edizione è confezionata. È una sfida ambiziosa e stimolante». Il Tg5 che evoluzione ha subito dal 92? «Il Tg5 è nato con una linea editoriale, fortemente voluta dall’allora direttore Mentana, molto concentrata sulla cronaca con un’informazione vicina alla gente, per contrapporsi al più paludato e politico Tg1. Nel corso degli anni poi si è naturalmente evoluto sulla base del cambiamento del paese, delle tecnologie e della tv. In sintesi direi che, a distanza di 20 anni, il Tg5 continua ad avere l’obiettivo di raccontare la politica come la cronaca, per bocca dei protagonisti e senza condizionamenti esterni (il linguaggio semplice usato dai giornalisti e dai conduttori, nessuno dei quali usa il gobbo elettronico, è un altra costante che è rimasta invariata). Il cambiamento più importante è avvenuto invece negli ultimi anni, con il dilagare dell’informazione via web, per cercare di offrire anche un punto di vista diverso sulle notizie a un pubblico, giovane e informato, che sa già quello che è successo». Oggi la notizia continua a essere più importante di chi la presenta?«Certamente sì. Sempre. Ma se a riferirla è un conduttore che, alla professionalità unisce anche carisma e appeal sul telespettatore, anche l’informazione ne trae vantaggio. E così pure l’ascolto». Pensa che nel nostro paese la libertà di espressione sia garantita? «Assolutamente sì. Sta ai giornalisti poi “praticare” questa libertà senza sottometterla all’interesse personale o di parte, al timore di dispiacere qualcuno o, al contrario, al desiderio di compiacere. Se interpretato con dignità e coraggio questo è un mestiere che è possibile fare con piena libertà di espressione». Qual è la ricetta per l’informazione ideale?«Quella che si sforza di raccontare le cose come stanno, cercando di essere il più possibile obiettivi. È una ricetta semplice quanto impegnativa, soprattutto in una stagione in cui sembra invece andare di moda l’informazione schierata, di parte». Dopo Bianca Berlinguer che al Tg3 ha inaugurato la strada, quali caratteristiche deve avere una donna per arrivare ai posti di comando dell’informazione televisiva? «Deve essere competente, ambiziosa, piena di idee e indipendente, ma soprattutto capace di fare il capo e di gestire una redazione che è un ambiente di lavoro non sempre facile. I primi requisiti li hanno moltissime giornaliste, quest’ultima qualità è più difficile da trovare».

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L’INFORMAZIONE TENDE A ESSERE DISPONIBILE IN TEMPO REALE, LA GENTE SI STA ABITUANDO A RICEVERE LE NOTIZIE IN QUALSIASI MOMENTO, VIA WEB O DIRETTAMENTE SUI CELLULARI

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Costanza Calabrese Tg5 nizia il suo percorso professionale nel 1998 nella redazione del mensile Talk; dal 1999 al 2003 lavora per La Repubblica; a ottobre 2003 approda a Mediaset, inizialmente a Retequattro (La zona rossa) e poi a Canale 5, redattrice di Verissimo, inviata e conduttrice del Tg5. Le nuove tecnologie quanto hanno inciso sulla conduzione di un Tg? «È diventata più movimentata, più efficace, più gradevole. Le nuove tecnologie rappresentano una ricchezza per il lavoro in studio, ma soprattutto nel giornalismo sul campo. Basti pensare che dalla chiamata a gettoni dalla cabina telefonica per aggiornare il proprio caporedattore si è passati alla diretta in mezzo al mare per informare milioni di telespettatori». E il Tg5 come è cambiato in questi anni? «La maggior parte dei miei colleghi sono in questa redazione dagli esordi. Ognuno, nel proprio piccolo, sente il Tg5 come una creatura da accudire, far

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crescere e maturare. Da poco il nostro telegiornale ha compiuto la maggiore età e credo che un forte lavoro di squadra, con grandi comandanti, abbia traghettato il tg5 verso traguardi importanti. La rotta può indicare cronaca, costume, politica, esteri, economia ma il porto finale da raggiungere è sempre stato informare i telespettatori in modo corretto e completo». Che peso ha il conduttore sugli ascolti? «Per la mia breve (ma preziosa!) esperienza, credo siano i conduttori a dover entrare nella notizia. Se, ad esempio, il tema lo consente, penso che un sorriso sia il miglior modo di accompagnare il lancio dallo studio». È ricorrente il tema della libertà di stampa. Da giornalista cosa ne pensa? «Per dovere di cronaca dico che la bellezza del giornalismo sta nel raccontare con le parole ciò che si vede con gli occhi. Il nostro sguardo deve essere fedele, umile, onesto, attento, corretto e intelligente. Credo che, nel

rispetto della libertà altrui, ci sia anche la massima libertà di stampa». Qual è il media perfetto per trasmettere una notizia? «La televisione. Sarò di parte, ma le immagini video accompagnate dalle parole di un testo raccontano le notizie meglio di qualsiasi altro mezzo». Quale donna vedrebbe bene come futuro direttore del Tg? «Una donna autorevole, competente e capace di fare squadra. Nella redazione del Tg5 con queste caratteristiche ce ne sono tante».

Maria Concetta Mattei Tg2 ssunta come giornalista in Rai tramite concorso nel 1979, già praticante a Televisione delle Alpi. Dal 1991 fa parte della redazione del Tg2, di cui attualmente conduce le edizioni serali. Come cambia l’informazione nell’era digitale? «Radicalmente: innanzitutto per ritmo, perché l’informazione acquista sempre maggiore velocità. Ma si rinnova anche l’impostazione. I volti che si avvicendano diventano sempre più numerosi, anche per effetto della moltiplicazione dei canali. Oggi c’è un’offerta amplissima. Inoltre molti giovani non guardano nemmeno più il telegiornale, perché trovano le informazioni direttamente su internet, leggono le pagine web dei giornali, spesso senza acquistare il quotidiano stampato, o vanno su siti specializzati». Anche il Tg2 è in continua evoluzione? «Assolutamente sì. E si affacciano in video nuovi colleghi: giovani professionisti di grande appeal e competenza». Ha più valore la notizia o il conduttore? «Il conduttore - come rivela la parola stessa - è solo un mezzo, un veicolo

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di trasmissione del valore che è rappresentato dalla notizia: il racconto di ciò che accade. La ricerca della verità ci guida. L’informazione trasparente è il nostro obiettivo». È ricorrente il tema della libertà di stampa. Da giornalista cosa ne pensa? «La libertà di stampa è uno dei pilastri della democrazia. Se i giornalisti non possono raccontare ciò che vedono, che sanno e che tutti hanno diritto di conoscere, vuol dire che non c’è più libertà». Indichi 3 aggettivi per l’informazione perfetta. «Pluralista, leale, sincera». Quale donna immaginerebbe come futuro direttore del Tg? «Vorrei vedere molte più donne alla direzione non solo dei Tg ma anche dei giornali, come Concita de Gregorio all’Unità e come lo è stata Flavia Perina al Secolo XIX. Noi in Rai ora abbiamo grandi speranze: per la prima volta il consiglio di amministrazione ha nominato all’unanimità una donna direttore generale: Lorenza Lei, un’interna all’azienda, che ha sempre lavorato con dedizione e capacità. È una bella premessa».

IN RAI ORA ABBIAMO GRANDI SPERANZE IL CDA HA NOMINATO UNA DONNA DIRETTORE GENERALE: LORENZA LEI 73


L’informazione in tv Cesara Buonamici Tg5

nizia la sua carriera a TeleLibera Firenze per poi passare a Retequattro, dove collabora con le più importanti produzioni giornalistiche (Parlamento In, TV TV, Dentro la notizia, Studio Aperto). È nella squadra del Tg5 - di cui attualmente è vicedirettore - dal primo giorno come conduttrice e inviata di politica interna ed estera. Come può cambiare la conduzione di un Tg con l’avvento delle nuove tecnologie? «Il problema non è tanto di come cambi un Tg con le nuove tecnologie, ma di come queste cambino l’informazione. Cioè non è questione di come sia utilizzabile un satellite, ma che cosa si riesca a fare di giornalistico con un telefonino. O, come nel caso dell’uccisione di Osama Bin Laden, come ci sia stata una cronaca involontaria dell’evento». E il Tg5 come è cambiato in questi anni? «I Tg in parte cambiano per le innovazioni, per i climi nei quali vivono, ma molto per la personalità dei direttori. Quindi non c’è, credo, una sorta di “evoluzione”, salvo appunto quella soprattutto tecnologica, bensì di un andamento legato agli uomini e alle donne che lo producono. Come i giornali, d’altra parte». Oggi la notizia continua a essere indiscussa protagonista? «Se non è così, siamo nei guai. La bravura di chi conduce è fondamentale, certo. Ma non si vive di facce e basta, si vive di qualità del prodotto, nel quale conta un viso, ma senza la bontà di quel che si dice, si va poco lontani». È garantita oggi la libertà di stampa? «La libertà di stampa non è un dato. È come la salute: c’è se stai attento a una vita sana, se ti curi quando sei malato, se non abusi. È un continuo raddrizzare il tiro. Anche perché la libertà di stampa è sempre invocata contro qualcuno, se poi quella libertà ferisce noi, allora parliamo di eccesso o di abuso. È un equilibrio sempre difficile». Esiste l’informazione ideale? «No. L’informazione è un fatto culturale, legata a luoghi e tempi. In generale, semplificando, meno vincoli ci sono e più garanzie ci sono per tutti». Quale donna vedrebbe bene come futuro direttore del Tg? «Vuole che dica “me stessa”? Non lo dico, mentre colleghe brave ce ne sono tante e sempre di più. Processo lento, ma inesorabile, ne avremo tante».

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Simona Branchetti Tg5 sordice a Odeon Tv con la conduzione di programmi d’intrattenimento. Nel 2000 è a Happy Channel, e nel 2002 arriva a Stream Tv. Dal 2003 al 2007 lavora per la redazione di Sky Tg 24 e dall’ottobre 2007 è al Tg5 come inviata e conduttrice. Il dilagare di nuove tecnologie come influenza la professione?«L’avvento di nuove tecnologie può di certo aiutare a rendere il lavoro più rapido e permettere quindi di dare più notizie. Basta pensare all’uso del touch screen per la rassegna stampa che permette inoltre una maggior copertura; alla possibilità di realizzare connessioni anche da postazioni difficili tramite skype o tramite

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l’ausilio di ftp per l’invio di servizi attraverso un computer. Infine, l’uso del telefonino che, se in mancanza di una telecamera, permette spesso di documentare tutto». Il Tg5 come è rispetto a venti anni fa? «Credo che l’identità del Tg5 sia sempre la stessa: un Tg rapido, veloce fatto soprattutto di cronaca. Da sempre è la sua forza e credo lo sia ancora». Oggi la notizia continua a essere più importante del giornalista? «La notizia è e deve essere sempre la protagonista, anche se non nego che il valore aggiunto di un bravo conduttore sia essenzialmente quello di saperla porre nel miglior modo possibile, ovvero in modo semplice e chiaro. Chi annuncia deve

saper parlare a tutti». È ricorrente il tema della libertà di stampa. Da giornalista cosa ne pensa? «Penso innanzitutto che il giornalismo, come tutti i lavori, sia fatto di persone, vulnerabili e pensanti, ognuno con le proprie opinioni che non sempre si riesce a non far trapelare, anche se ritengo che la vera forza di un giornalista sia proprio quello di saper raccontare una notizia con obiettività, qualità che spesso scarseggia». Qual è l’informazione ideale?«Quella più obiettiva possibile. Capace di raccontare i fatti per quelli che sono, difficile, perché è inevitabile che ognuno di noi ci metta del proprio nel raccontare una notizia, la propria emotività, per il semplice fatto che ognuno di noi vede e percepisce le cose in modo del tutto personale». Quale donna vedrebbe bene come futuro direttore del Tg? «Purtroppo al momento non ne vedo all’orizzonte. Domani chissà».

Mikaela Calcagno Mediaset Premium a esordito come giornalista a Telenord con Aldo Biscardi nella trasmissione “Il derby del martedì”. Poi, da dicembre 2003 è passata all’emittente Roma1 del circuito Sky conducendo il Tg e realizzando un programma serale oltre a una trasmissione su Lazio e Roma. Dal 2005 è a Italia 1 in varie trasmissioni sportive e dal 2008 conduce trasmissioni e notiziari sportivi per Mediaset Premium. Come si è evoluta l’informazione tradizionale con l’avvento delle nuove tecnologie? «Internet e le novità legate alla telefonia hanno rivoluzionato tutto. Ora si parla di un’informazione globale e continua che avviene secondo dopo secondo e questo cambia anche la struttura di un telegiornale. Il fatto che poi tramite iPhone e iPad ognuno in ogni momento può essere collegato ed essere aggiornato costantemente su cosa succede influenza inevitabilmente l’informazione tradizionale».

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Nea • Maggio 2011

E i Tg sportivi come sono cambiati? «I Tg sportivi e il modo di fare informazione calcistica hanno subito delle trasformazioni perché è cambiato il modo di gestire le società e l’aspetto comunicativo. Una volta ci si avvicinava ai campi di allenamento e si facevano interviste fuori dai cancelli oggi invece è tutto gestito dagli uffici stampa e dai responsabili della comunicazione, quindi non si può fare molto di più che un’intervista programmata». Ha più importanza la notizia o chi la comunica? «La notizia, e guai se non fosse così; deve essere la cosa importante al di là del modo di comunicarla di ognuno». Esiste la libertà di informazione? «Sì ed è data dalla pluralità dei mezzi di informazione. Riferendosi al calcio si può fare l’esempio di Calciopoli. Ognuno può farsi la sua idea leggendo anche diversi giornali che trattano il tema in maniera diversa a seconda anche dei bacini di

utenza. La possibilità di poter leggere tutto e farsi le proprie idee garantisce la libertà di informazione». Come si può definire l’informazione ideale? «Il fatto puro, oggettivo e separato delle opinioni». Chi potrebbe prendere il “timone” del Tg5? «Annalisa Spiezie e Cesara Buonamici che, assieme a Enrico Mentana e Lamberto Sposini, hanno fatto la storia del Tg5, che di fatto ha cambiato la struttura dei telegiornali. Donne che hanno anche già degli incarichi perché la prima è vicedirettore di Studio Aperto e la seconda del Tg5».

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L’intervento Il futuro è un terreno di opportunità di Lella Golfo

Presidente della Fondazione Bellisario

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l 17 giugno a Roma il Premio Marisa Bellisario girerà la boa della sua ventitreesima edizione. Il tema di quest’anno è ancora una volta impegnativo: “Donne, innovazione e capitale umano”. Abbiamo voluto raccogliere il monito del presidente Napolitano: dare assoluta centralità alla “questione generazionale”, accendendo i riflettori sui giovani talenti, convinte come siamo che per competere sui mercati e ritrovare le condizioni di uno sviluppo sostenibile e duraturo, c’è bisogno di una moderna classe dirigente e imprenditoriale che sappia cogliere il cambiamento in atto e stimoli l’accumulazione di capitale intangibile attraverso investimenti in capitale umano, ricerca e innovazione. È questa la sfida di domani, una sfida che giovani e imprese devono portare avanti insieme e in cui le donne possono e devono essere protagoniste. Per questo, sul nostro palco quest’anno saliranno giovani e brillanti ricercatrici, laureate in ingegneria nucleare, donne in prima fila nelle forze dell’ordine, sportive pluridecorate, giovani protagoniste del made in Italy, dell’innovazione, dell’arte e della cultura. Ancora una volta, offriremo al Paese un suggestivo scenario della leadership femminile, di oggi e domani. Giovani promettenti in tutti i campi della nostra ineguagliabile tradizione, saranno al fianco dei Premi speciali: donne che hanno costruito carriere di successo, che

Nea • Maggio 2011

sono arrivate al vertice con la forza del proprio impegno e delle proprie competenze. E come sempre ministri, autorità, rappresentati del mondo dell’economia, della politica e della società civile consegneranno ai nostri talenti la Mela d’Oro, simbolo oramai riconosciuto in tutto il mondo dell’eccellenza femminile italiana. Per la prima volta, saremo al Teatro delle Vittorie, ospiti della Rai che due giorni dopo manderà in onda la nostra manifestazione. Ancora e più degli altri anni sarà un palcoscenico ricco di quello spirito positivo e propositivo, di quella carica di energia vitale che da sempre guida il nostro Premio. E che in questi anni è riuscito a trasmettere un’immagine nuova e diversa dell’eccellenza femminile italiana. Con le quasi quattrocento Mele d’Oro consegnate in questi anni abbiano voluto lanciare al Paese un messaggio chiaro: rinunciare a questo immenso serbatoio di talenti, non dar loro lo spazio che meritano, tenerle fuori dalle stanze del potere rappresenta un errore che l’Italia non può continuare a correre. E allo stesso tempo, abbiamo voluto trasmettere alle giovani donne il messaggio lasciatoci in eredità da Marisa Bellisario: con il lavoro duro, la determinazione e l’impegno anche la meta più ambiziosa può essere raggiunta! Io sono positiva: il futuro è un terreno di opportunità per le donne e mi auguro che le giovani generazioni sappiano coglierle tutte e non perdano il treno del cambiamento.

Devono abbandonare l’abito del vittimismo e iniziare a volere quello che le donne americane chiamano “il nuovo tutto”: famiglia, carriera, tempo libero. Devono risalire la china delle posizioni di vertice, anche con strumenti legislativi che affermino una reale pari opportunità e mettano fine alla sistematica discriminazione delle donne nei gangli vitali dell’economia. Oggi le giovani professioniste e imprenditrici hanno le competenze e la consapevolezza necessarie per affermarsi e rivendicare ruoli di responsabilità e potere. Per questo, la Fondazione Bellisario ha promosso il progetto “Mille curricula eccellenti”, che ad oggi ha raccolto e certificato quasi 1.600 profili che hanno i requisiti per accedere a quei ruoli che, all’indomani dell’approvazione della mia proposta di legge sulle quote di genere nei CdA delle società quotate e controllate, “spetteranno” di diritto alle donne. Abbiamo tanti talenti femminili inespressi e sono convinta che lo sviluppo e il benessere del nostro Paese dipendano anche da una corretta valorizzazione di queste potenzialità. Sono certa che le giovani donne vinceranno questa sfida, che non vede protagoniste solo loro ma tutto il Paese. 77


Premio Bellisario Le protagoniste

Superano la crisi e regalano prestigio al paese Le donne premiate dalla Fondazione Bellisario sono il volto vincente dell’imprenditoria femminile che continua a crescere in numero e fatturato. Bernabei, Lungarotti, Servidori nel 2010: storie di chi ce l’ha fatta di Elisa Fiocchi

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onne motore dell’economia familiare e del mercato, donne ancora di salvezza in tempi di crisi. Lo confermano i dati, lo ha sostenuto nel 2010 la Fondazione Marisa Bellisario che, in occasione della ventiduesima edizione dell’omonimo premio, ha riconosciuto il talento di quel bacino d’imprenditrici, manager, professioniste al femminile che hanno contribuito allo sviluppo del Paese, tenendo alto il nome del made in Italy nel mondo. Oggi più che mai, la valorizzazione dei talenti rosa risulta un passaggio chiave per l’affermazione delle pari opportunità professionali e di quelle proposte maturate da una lobby tutta al femminile impegnata nel tentativo di ribaltare la logica di un paese ancora marcatamente maschile nel management. Tra le eccellenze del Premio Bellisario, Matilde Bernabei ha ottenuto la Mela d’Oro nel 2010 in veste di presidente di Lux Vide - società leader nella produzione di fiction in 78

Europa - premiata per l’intuito, la sensibilità e lo spirito imprenditoriale con cui ha ideato e portato al successo internazionale fiction di alta qualità. Tra le motivazioni, anche la sua particolare attenzione nella valorizzazione dell’apporto creativo e professionale delle donne unita alla capacità di promuovere l’immagine dell’italianità all’estero. Il suo segreto? «Fare sempre dei patti chiari con la qualità e avvalersi della collaborazione di professionisti del settore in grado di mantenere alti gli standard offerti». Per le innegabili competenze e il know how dedicate al tema dell’occupazione femminile, il premio speciale alle Pari opportunità è stato conferito ad Alessandra Servidori, consigliera nazionale di parità del ministero del Lavoro e delle politiche sociali, descritta come una «seria e appassionata artefice di proposte e iniziative». Nella sezione Carriera, ha trionfato Maria Grazia Marchetti Lungarotti, direttrice delMaggio 2011 • Nea


LA VENTIDUESIMA EDIZIONE DEL PREMIO BELLISARIO HA PREMIATO LE DONNE “MOTORE DELL’ECONOMIA”

l’omonima Fondazione, generosa ambasciatrice del made in Italy, appassionata imprenditrice di vini di alta qualità, instancabile ideatrice culturale e creativa, fondatrice di due gioielli museali e di un albergo. «L’interesse è stato fondamentale nella mia vita e ha orientato il mio lavoro» racconta. «La necessità della documentazione, la forza del bello come sollecitazione all’agire e un continuo confronto culturale». A farle compagnia, anche le imprenditrici Licia Mattioli ed Elena Zambon (rispettivamente ad e presidente di Antica Ditta Marchisio), Francesca Fiore (Vodafone), Rita Marino (Eni), Paola Piccinini Tosato (Simest) e le neo dottoresse in economia Claudia Arena, Marta Spedicato, Barbara Torre. Il riconoscimento alla cultura, con l’assegnazione della Mela d’Oro, è stato attribuito a Maria Di Freda (Fondazione Teatro alla Scala) mentre quello al giornalismo ha premiato il vice direttore del Corriere della Nea • Maggio 2011

Sera Barbara Stefanelli. Le premiate del 2010: dall’alto Matilde Il prossimo anno, quando la legge Bernabei, Maria Grazia sulle quote rosa diventerà operaMarchetti Lungarotti e Licia Mattioli tiva, il numero di donne all’interno dei Cda delle società quotate in Borsa potrebbe raggiungere il 20 per cento. Significherebbe aprire uno scenario finora impensabile nel panorama italiano, fanalino di coda nelle classifiche europee per numero di donne al comando con un allarmante ventinovesimo posto su 33 paesi censiti. I traguardi professionali e la determinazione delle eccellenze rosa in Italia dimostrano, al contrario, quanto sia possibile uscire dall’isolamento. Lo confermano, anche in tempi di crisi, le potenzialità e i margini di crescita delle imprese femminili che chiudono con bilanci superiori rispetto ai trend dell’imprenditoria maschile. 79


La cooptazione come principio vincente «L’ostacolo a una maggior presenza delle donne nelle classi dirigenti non è nelle scelte discriminatrici ma in quei sistemi che oggi necessitano di essere ripensati e bilanciati». Il punto di Ferruccio Dardanello di Elisa Fiocchi

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a un’età media di 54 anni e coltiva grandi aspettative professionali. Ecco l’identikit dell’imprenditrice italiana fornito dal secondo rapporto nazionale sull’imprenditoria femminile realizzato da Unioncamere. Le donne manager, che guidano oltre 1,4 milioni di aziende rosa in Italia, fanno impresa per scelta e non per necessità e si collocano alla guida di realtà imprenditoriali giovani e di piccole dimensioni, più numerose nel sud Italia. Tuttavia, anche a fronte della migliore tenuta delle loro aziende sul mercato, negli elenchi dei consiglieri dei primi dieci titoli quotati a Piazza Affari, su 147 poltrone appena 8 sono occupate da donne. Tradotto: poco più del 5% del totale. «L’imprenditoria femminile ha dato un importante contributo alla crescita del nostro Paese ma deve essere ancora promossa attraverso nuove attività economiche ma soprattutto attraverso l’acquisto o il subentro in quelle esistenti». A offrire nuove vedute sul futuro delle donne nelle imprese, interviene il presidente 82

di Unioncamere Ferruccio Dardanello. Considerando appunto il successo ottenuto dall’imprenditoria femminile in tempi di crisi, come si spiega tale chiusura? «L’ostacolo a una maggior presenza delle donne nelle classi dirigenti non è rappresentato da discriminazioni di genere. Semplicemente serve un ripensamento del sistema, che necessita di essere basato sul principio della cooptazione. Laddove viene meno una valutazione di merito è difficile per le donne essere riconosciute e accreditate a far parte della classe dirigente. La considerazione da fare, dunque, trasversale a tutta la società, è che occorre favorire scelte basate sul merito, per consentire a una potenziale classe dirigente, a partire soprattutto dalle donne, di diventare tale». Le aziende rosa dimostrano maggiore stabilità rispetto a quelle maschili e, tra il giugno del 2009 e Maggio 2011 • Nea


ferruccio dardanello

Donne d’impresa

I DATI CONFERMANO IL TREND POSITIVO CON UN +1% TRA IL MARZO 2010 E IL MARZO 2011 Ferruccio Dardanello, presidente di Unioncamere

quello del 2010, il loro numero è salito di 20mila unità (+2,1%) contro il calo dello 0,4% di quelle maschili. Per quali ragioni, le imprese femminili hanno reagito meglio alla crisi? «Si può ipotizzare che gli elementi distintivi dello stile imprenditoriale femminile abbiano limitato i danni. Fra questi: la capacità delle donne di dare un valore centrale a una “rete cooperativa” che include affari, comunità e famiglia, le abilità relazionali caratteristiche del management femminile e una più accentuata oculatezza gestionale – rispetto ai colleghi uomini - che mette al riparo dalle turbolenze dei mercati finanziari». Le previsioni del 2011 parlano ancora di un trend positivo? «Al primo trimestre 2011, le imprese femminili in Italia sono 1.422.605, quasi un quarto (23,3%) del totale nazionale. I dati confermano il trend positivo delle imprese femminili con un incremento dell’1% tra il marzo 2010 e il marzo 2011: la crisi ha rallentato la loro corsa ma non ha innescato una battuta d’arresto». Nel confronto con l’Europa, il nostro Paese è fanalino di coda per numero di donne al comando: ventinovesimo su 33 paesi censiti. A quali politiche europee dovrebbe ispirarsi il nostro paese per favorire l’inversione di tendenza e quali sono le principali complessità politiche e sociali che ostacolano il cambiamento? «I dati sulle imprese femminili che il sistema camerale elabora trimestralmente confermano la vitalità della componente femminile del tessuto imprenditoriale italiano e la Nea • Maggio 2011

stessa recente rivisitazione dello Small Business Act va nella direzione di prevedere azioni mirate al sostegno, miglioramento e sviluppo dell’imprenditoria femminile, in considerazione non solo del ruolo economico, ma anche del forte elemento di inclusione e coesione sociale che esse rappresentano. Occorre continuare a stimolare la nascita di nuove imprese femminili, soprattutto accompagnandole nelle fasi di start-up, contribuendo così ad accrescere la competitività di tutto il nostro Paese». La legge sulle quote rosa cambierà radicalmente la situazione in un paese così marcatamente maschile nel management? «È sicuramente una novità importante, ma occorre leggere il tema delle quote in un’ottica di crescita culturale e di costruzione di maggiori opportunità. Per costruire prospettive vere, bisogna contestualmente investire sul merito e sulla competenza con strumenti adeguati per conciliare meglio per tutti - donne e uomini - tempi di vita e di lavoro. Come sistema camerale, e anche questo è stato uno dei risultati dell’impegno della rete dei comitati per l’imprenditoria femminile, nel decreto legislativo n. 23/2010, è stata introdotta una norma sulle pari opportunità, che ora dovrà essere tradotta nei decreti ministeriali e soprattutto speriamo potrà avere un effetto culturale anche in ambito associativo. È un segno importante che rispecchia l’efficacia del lavoro delle donne che, in questi anni, si sono impegnate nei comitati per l’imprenditoria femminile, a dispetto di un contesto che - purtroppo resta ancora fortemente maschile, nelle imprese, nelle associazioni e nelle istituzioni». 83


Donne d’impresa

patrizia de luise

Verso l’impresa consapevole

Grazie ai corsi di formazione, creare impresa al femminile diventa meno rischioso. Nel futuro? Più alleanze rosa e forme associative: «Le donne sono più elastiche nel fare società» racconta Patrizia De Luise di Elisa Fiocchi

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e imprese che hanno almeno il 30% di donne nel consiglio d’amministrazione continuano a essere stabili negli anni e si dimezzano addirittura le probabilità di insolvenza quando le parole presidente e amministratore delegato sono declinate al femminile. Ma quali dinamiche ostacolano il cammino delle aspiranti imprenditrici? Il tema dell’accesso al credito ha sempre occupato un ruolo di primaria importanza nella vita delle imprese, soprattutto in termini di disparità di trattamento uomo-donna nella ripartizione dei finanziamenti. «Per favorire l’imprenditoria femminile si è cercato di intervenire con strumenti finanziari adeguati e, nonostante gli sforzi e i protocolli d’intesa, non si è ottenuto tantissimo». Patrizia De Luise, presidente di Fif-Confesercenti e del comitato per l’imprenditoria femminile di Genova, individua la strada per creare impresa consapevolmente.

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Esistono davvero differenti modalità di trattamento? «Va detto che non tutte le donne s’interfacciano al sistema bancario allo stesso modo. Alcune hanno un bagaglio di competenze maggiore e quindi sono più abili nel gestire gli aspetti dei finanziamenti. Altre, invece, presentano maggiori difficoltà nel farsi avanti e chiedere un prestito. C’è sempre quel velo di soggezione e imbarazzo che accomuna tutto il genere femminile. Come se chiedere un finanziamento fosse sinonimo di debolezza. I dati oggettivi in nostro possesso ci dicono però che le donne sono più solvibili degli uomini, non solo perchè chiedono cifre più basse, ma anche perchè sono più attente nell’ottemperare ai loro impegni. In linea generale, però, s’individuano alcune contraddizioni di fondo perchè se è vero che il mondo bancario continua a sostenere l’uguaglianza di trattamento nell’elargire i finanziamenti, sappiamo anche, grazie a

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Patrizia De Luise, presidente di Fif-Confesercenti e del comitato per l’imprenditoria femminile di Genova

molte testimonianze di imprenditrici, che le banche spesso chiedono a garanzia la firma del marito (anche in caso di divorzio coniugale) o del genitore. Una disparità di genere che può essere assimilata all’approccio utilizzato nei riguardi dell’imprenditoria giovanile».

NEI FINANZIAMENTI LE DONNE SONO PIÙ SOLVIBILI DEGLI UOMINI PERCHÈ CHIEDONO CIFRE PIÙ BASSE

In che modo i comitati per l’imprenditoria femminile affrontano il delicato trasferimento generazionale e il passaggio tra la sfera familiare e quella lavorativa? «Si tratta di una delle note dolenti che riguarda tutte le donne lavoratrici a cui viene affidata la cura della famiglia che comprende non solo i figli ma anche i genitori anziani. Quando questi compiti s’inseriscono nella giornata di una donna imprenditrice il discorso si complica ulteriormente. Di fatto non esistono più le 8 ore canoniche di lavoro e non ci si può permettere di prendersi un’aspettativa. Diventa necessario lavorare con le consigliere di parità per consolidare una lobby al femminile, riconoscere i servizi e attuare un lavoro di formazione rispetto alla creazione di impresa. I corsi hanno l’obiettivo primario di informare e costruire una maggiore consapevolezza nelle donne che decidono di creare un’impresa. Offriamo una visione senza veli per garantire scelte oculate e prive di grossi rischi. Alla base dei motivi per cui molte donne creano impresa c’è ovviamente la mancata occupazione, oppure il desiderio di tornare a lavorare dopo il primo figlio. Credono sia una strada più facile senza considerare però che non esistono gli ammortizzatori sociali. Per molte di loro poi, si tratta di pura necessità soprattutto in tempi in cui cresce il numero di famiglie monoreddito». Le politiche di lobby possono offrire una maggiore Nea • Maggio 2011

rete di servizi alle donne che lavorano? «Le donne sono capaci di stringere molte alleanze tra di loro. Si dimostrano più elastiche e questo permette di poter continuare nella direzione del “fare sistema”. Offriamo corsi di formazione a cui le imprenditrici dimostrano interesse nonostante la non facile conciliazione dei tempi lavoro-famiglia e pensiamo a un processo d’accompagnamento per garantire quei meccanismi grazie ai quali si possono realizzare sinergie vincenti».

L’imprenditoria femminile si presenta statica o è in grado di uscire dagli schemi consolidati che inseriscono le donne in settori più tradizionali come il tessile e l’abbigliamento? «A partire dagli ultimi cinque anni, anche grazie al lavoro di formazione, abbiamo assistito a una graduale ridistribuzione delle risorse femminili nei comparti d’impresa. Ci sono molte donne che ora operano in quei settori un tempo appannaggio maschile. Inoltre, il trend di cambiamento si esprime anche nella voglia di fare società e creare sempre nuove forme di associazione». È cambiato l’identikit dell’imprenditrice italiana negli ultimi anni? «Oggi l’imprenditrice è il più delle volte una donna che era uscita dal mondo del lavoro per crearsi una famiglia, oppure, al contrario, una giovane donna che non trova risposte dal mondo del lavoro. Certamente il contatto con l’imprenditoria avviene a un’età inferiore rispetto al passato e assistiamo all’emergere di una nuova figura imprenditoriale femminile, quella dell’immigrata, che opera per lo più in settori tradizionali e talvolta nel commercio». 85


Donne d’impresa Silvana Neri

Giovani manager, si parte dalla formazione Portare l’impresa tra i banchi di scuola, supportare chi intende avviare una nuova attività, aiutare chi è già attivo a farsi conoscere. È la formula proposta da Silvana Neri per consolidare i numeri già alti dell’imprenditoria torinese in rosa di Michela Evangelisti

silvana neri

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n rapporto più stretto tra scuole e imprese, attraverso incontri periodici e stage in azienda; questa la miglior ricetta per diffondere la cultura imprenditoriale femminile già dal momento della formazione. «Sarebbe utile suscitare nei giovani interesse e curiosità verso il variegato mondo delle imprese, anche per far riscoprire loro l’importanza della creatività e della manualità – spiega Silvana Neri, presidente del Comitato per l’imprenditoria femminile presso la Camera di Commercio di Torino e contitolare di un’azienda operante nel settore artistico della tradizione ceramica di Castellamonte –. Non dimentichiamo che molti mestieri non trovano ricambio nelle nuove generazioni, con una grave perdita di professionalità e opportunità». Le donne rappresentano comunque una forza importante del tessuto imprenditoriale locale. In quali ambiti si stanno affermando? «Prevalentemente nel settore dei servizi alle imprese, poi nel commercio e nell’industria. Il rapporto nazionale sull’imprenditoria femminile presentato da Unioncamere lo scorso febbraio ha dimostrato che le donne hanno retto meglio degli uomini alla crisi economica e, anzi, le imprese Nea • Maggio 2011

femminili sul territorio provinciale sono cresciute di una percentuale dello 0,2%: molto bassa, se vogliamo, ma un chiaro sintomo della forza femminile e della volontà di auto affermarsi». Quali sono al momento le iniziative promosse dal comitato camerale? «Il nostro obiettivo è supportare le donne che intendono avviare un’attività di impresa, aiutandole a capire le opportunità offerte dal mercato; abbiamo da poco organizzato un percorso informativo, “Training per nuova imprenditorialità”, che ormai riproponiamo ogni anno, grazie al quale gli interessati (donne e non solo) hanno acquisito le informazioni di base per iniziare a prendere confidenza con il mondo imprenditoriale. Ritengo però che non sia sufficiente spronare le donne ad avviare un’impresa; dobbiamo anche aiutare le imprenditrici che già sono sul mercato a farsi conoscere e a sopravvivere in un mondo spesso difficile. Per questa ragione realizzeremo nel corso dell’anno tre “quaderni per l’imprenditoria”, una vetrina dove le imprenditrici potranno farsi conoscere attraverso le loro creazioni e il loro lavoro». Con quali ostacoli si scontrano ancora oggi le

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Donne d’impresa Silvana Neri

NON DIMENTICHIAMO CHE MOLTI MESTIERI MANUALI E CREATIVI NON TROVANO RICAMBIO NELLE NUOVE GENERAZIONI, CON UNA GRAVE PERDITA DI PROFESSIONALITÀ E OPPORTUNITÀ

donne che vogliono fare impresa? «Ritengo che la difficoltà maggiore sia la conciliazione fra tempi di vita e di lavoro. Mancano sufficienti strutture per l'assistenza alla prima infanzia e per gli anziani e le donne spesso devono sopperire a queste carenze. All'interno di molte famiglie esistono poi ancora forti divisioni tra il ruolo femminile e quello maschile, sopratutto nella gestione del quotidiano, e ciò favorisce uno sbilanciamento delle responsabilità famigliari, con conseguenze negative sulle carriere delle donne». La sua associazione di riferimento è la Cna. Quale rilievo ha la presenza femminile nel settore 88

dell’artigianato e della piccola media impresa? «Nel Torinese la presenza di donne titolari di impresa nel settore dell'artigianato è di circa il 23%. Ma dobbiamo considerare anche le donne imprenditrici artigiane che fanno parte di società, a cui vanno aggiunte le coadiuvanti; la percentuale così si alza notevolmente. Si tratta di un settore nel quale innovazione e creatività vanno di pari passo e dove le donne si mettono maggiormente in luce proprio sui temi dell’innovazione, della responsabilità sociale, della comunicazione. La crisi si vince anche attraverso l’ammodernamento dell'impresa e una migliore gestione delle risorse umane». Maggio 2011 • Nea


Donne d’impresa

Una giornata lunga 27 ore Le donne non solo hanno una marcia in più nel conciliare impegni professionali e familiari ma battono gli uomini nella crescita delle imprese, soprattutto a Milano. Ne parla l’imprenditrice Gianna Martinengo di Elisa Fiocchi

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Gianna Martinengo, presidente del Comitato imprenditoria femminile della Camera di Commercio di Milano e componente del comitato strategico Donna Famiglia Lavoro

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e vere protagoniste nel mondo dell’imprenditoria in rosa? Senza dubbio le donne lombarde. Dal 2009 a oggi, si è assistito a un aumento dell’1,5% delle loro aziende contro lo 0,4% delle attività maschili per un totale di oltre centosettantamila imprese in tutta la regione. Un quadro che diventa ancora più chiaro se si scorrono i dati riguardanti la sola provincia milanese che vanta il 33,7% delle società al femminile di tutto il territorio lombardo, seguita da Bergamo e Brescia. «Nel 2010 sono state circa 57mila le imprese femminili attive nella provincia di Milano, numeri importanti» commenta l’imprenditrice Gianna Martinengo, presidente del Comitato imprenditoria femminile della Camera di Commercio di Milano e componente del comitato strategico Donna Famiglia Lavoro della Regione. «Parliamo di un’impresa su cinque tra tutte quelle attive (femminili e non) sul nostro territorio, di un terzo delle imprese femminili regionali e di un’impresa “rosa” su venti tra quelle attive in Italia». E proprio nei bilanci della regione Lombardia gli ultimi dati aggiornati a fine 2010 offrono uno scenario ancora una volta in miglioramento. Nonostante la crisi, infatti, le imprese femminili lombarde - oltre 171mila precisa la Martinengo - sono in leggera crescita del +0,4%, facendo meglio della crescita media nazionale delle imprese in rosa che si ferma per lo stesso periodo al +0,2%. Il dato assume ancora più rilevanza se lo si raffronta con l’andamento dei colleghi uomini che hanno chiuso l’anno in leggera flessione (-0,1%). «Le donne stanno quindi dimostrando di saper reagire alle difficoltà, magari associandosi, in consorzi e cooperative. Entrambe le forme giuridiche registrano, infatti, una crescita su base annua nel numero di imprese attive superiore al 7% ma anche come piccole realtà, crescono le ditte individuali, +1,2% in un anno». Le attività artigianali guidate da donne restano sostanzialmente stabili a fronte di una diminuzione di Maggio 2011 • Nea


Oltre alla difficoltà nell’ottenere prestiti dalle banquelle guidate da uomini. Che lettura offre di questo primato e quali altri settori confermano un trend che, molte imprenditrici, oppresse dai mille impegni, stabile sul territorio? «Il settore dell’artigianato è stato abbandonano l’attività. Come fare per invertire questa pesantemente colpito da questa crisi, tra il 2009 e il tendenza? «L’accesso al credito resta una delle problema2010 ha perso infatti in Lombardia, se consideriamo tiche principali di chi chiunque svolga attività di una impresa, sia donne che uomini. Una solo le piccole imprese, quasi 3mila difficoltà che il perdurare della crisi, ditte individuali. Anche qui le LA REGIONE HA che non dimentichiamo nasce in amdonne fanno meglio degli uomini, DELIBERATO A FINE bito finanziario, ha reso ancora più perimanendo sostanzialmente stabili MARZO UN sante soprattutto per i piccoli con un -0,2% in un anno, a fronte PROGRAMMA DI di una diminuzione di ditte indivi- INTERVENTI A FAVORE imprenditori e imprenditrici. Anche per questo, la Camera di Commercio duali con titolare uomo dell’1%. Il DELLO START UP di Milano è attiva con strumenti come dato va letto anche considerando i D’IMPRESA quello delle garanzie tramite il sistema settori d’attività in cui uomini e donne sono più presenti. Tradizionalmente le ditte ar- dei Confidi che agevolano l’accesso al credito e permettigiane maschili sono più concentrate nei settori del- tono di abbattere il costo del denaro. Per quanto concerne l’edilizia e della manifattura, tra i più colpiti da questa le altre difficoltà, che per molte donne spesso riguardano crisi, mentre le donne sono numerose nei servizi, so- la conciliazione di impegni professionali e familiari, i dati prattutto alle persone, che complessivamente stanno re- ci dicono che anche in questo ambito le donne, sia lavosistendo meglio alle difficoltà economiche. ratrici sia imprenditrici, hanno una marcia in più. Da Considerando poi i settori in cui le imprenditrici sono un’indagine della Camera di Commercio del 2010, risulta più presenti, continua anche nel 2010 il trend positivo infatti che la giornata delle donne si estende fino a 27 ore: delle imprese femminili attive nell’istruzione privata in media infatti riescono a mettere da parte 3 ore in più al (+4,3%), nei servizi alla ristorazione (+3%), nella sanità giorno grazie alla capacità di far coesistere diverse attività, ben un’ora in più rispetto ai maschi. E questo vale ancora e assistenza sociale (+2,7%)». Nea • Maggio 2011

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Donne d’impresa

È NECESSARIO ELIMINARE ALCUNI OSTACOLI CHE PESANO SULL’IMPEGNO LAVORATIVO DELLE DONNE E NE LIMITANO LA PRESENZA ATTIVA NEL NOSTRO SISTEMA PRODUTTIVO

di più per le imprenditrici: in circa un caso su tre, infatti, gli orari dell’impresa sono molto flessibili e rendono possibile gestire più attività insieme». Quali opportunità e criticità s’affacciano invece nel cammino delle giovani donne aspiranti imprenditrici? «Le donne sono sempre più attive a livello professionale, grazie alle loro qualità e competenze, ma c’è ancora molto da fare per promuovere una maggiore presenza femminile, a partire dal lavoro autonomo e dalle imprese che giocano un ruolo importante soprattutto a Milano. I dati ci dicono che le donne quando fanno impresa sono brave, perché sono portatrici di valori e abilità importanti, legate anche alle loro qualità relazionali, pragmatiche, creative e soprattutto di particolare attenzione alle persone. Ma allo stesso tempo le donne incontrano numerose difficoltà, ad esempio nello scalare i vertici delle aziende, spesso per diffidenze o pregiudizi e a volte anche per un problema oggettivo di difficoltà a conciliare i ritmi e le esigenze delle famiglie con quelle della carriera. È necessario lavorare innanzitutto per eliminare alcuni vincoli e ostacoli che pesano sull’impegno lavorativo delle donne e ne limitano la presenza attiva nel nostro sistema produttivo. Occorre ad esempio avere mag92

giore attenzione alla flessibilità per quello che riguarda il tempo di lavoro. Inoltre, si deve ricordare le difficoltà che le donne incontrano nei processi di creazione imprenditoriale per le quali si riscontra a volte una maggiore debolezza delle imprese create. E in questo senso va l’impegno del Comitato per l’imprenditoria femminile della Camera di Commercio, e l’attività di formazione rivolta proprio alle imprenditrici, con un’attenzione particolare per le più giovani, che l’ente camerale svolge insieme all’azienda speciale Formaper». Quali tutele e misure ad hoc favoriscono la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro in Lombardia? «La Regione ha deliberato a fine marzo un programma di interventi a favore dello start up d’impresa al fine di promuovere e sostenere interventi finalizzati all’avvio di nuove attività imprenditoriali, di lavoro autonomo e indipendente, con particolare riguardo alle iniziative proposte da giovani (18-35), donne e soggetti svantaggiati. La dotazione finanziaria è di 30 milioni di euro e siamo in attesa del bando. Analogamente quasi 7 milioni di euro sono stati destinati a interventi finalizzati a favorire la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro». Maggio 2011 • Nea


Modelli associativi

maria luisa coppa Dietro le quinte del commercio

Donne e impresa, binomio storico. Nuovissima è invece la rappresentanza istituzionale. «Crescerà, ma attenzione a non farne una forzatura». Parola di Maria Luisa Coppa, vicepresidente di Confcommercio di Paola Maruzzi

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ome la goccia che scava la roccia, il tocco dell’impresa femminile cambia il volto dell’entourage economico nazionale. Leggeri ma incisivi i passi in avanti: nel 2010 le aziende in rosa sono cresciute dello 0,8%. Ma tra le file delle rappresentanze istituzionali a esporsi sono sempre loro, gli uomini. Un esempio? Ai vertici delle associazioni di categoria, tra quelle che Maria Luisa Coppa, vicepresidente di Ascom Piemonte e provincia, chiama “divise grigie” scherzando sullo stile ingessato dei colleghi maschi, è ancora irrilevante la presenza femminile. Le donne, ingranaggi preziosi soprattutto nelle dinamiche dell’impresa familiare, agiscono, per così dire, lontane dai riflettori. «Questo perché hanno sempre delegato, ma qualcosa sta cambiando». Lo sforzo sta quindi nel raccontare i protagonisti meno visibili, quelli che magari non fanno audience ma hanno fatto la storia. Una prospettiva che, di riflesso, riporta al centro il tema cardine della piccola impresa, di cui l’Ascom è andata a caccia. «In occasione del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia abbiamo premiato una serie di aziende storiche. In Piemonte ce ne sono 340 ultra centenarie, qualcuna sfiora il mezzo secolo. Sono tutte realtà che sono riuscite a navigare a vista senza l’aiuto di nessuno, senza attingere alle risorse pubbliche». Per Maria Luisa Coppa è qui che grava il compito di 94

uscire dal tunnel della crisi «Oggi, ancora di più la responsabilità sarà sulle piccole e medie imprese». Il presidente di Rete imprese Italia, Giorgio Guerrini, ha evidenziato, parlando del fondo di garanzia per le pmi, di come questo non debba essere utilizzato come uno strumento settoriale. É d’accordo? «Guerrini fa bene a sollecitare l’attenzione sull’indirizzo dei fondi di garanzia. Naturalmente l’industria deve avere la sua fetta importante, ma non a scapito degli altri attori economici. Sul credito credo che le cose stiano cambiando. Mi riferisco alla tendenza, come accadeva in passato, di utilizzare i fondi di garanzia a favore di pochi. È un rischio che va evitato. Ecco perché abbiamo sempre guardato a Rete impresa con grandissimo favore, proprio per la sua capacità di mettere insieme molteplici rappresentanze. La Rete nasce per non disperdere in mille rigagnoli quello che è invece il valore unico: la piccola e media impresa». Nel contesto attuale quale ruolo sta ricoprendo in Italia l’imprenditoria femminile? «La storia della nostra organizzazione è fatta da più del 50% di donne imprenditrici, che però hanno delegato i ruoli di rappresentanza, forse per via di quell’attitudine alla concretezza che le porta a distaccarsi dalla dialettica politica. Come presiMaggio 2011 • Nea


Maria Luisa Coppa, vicepresidente di Confcommercio nazionale e presidente di Ascom Torino e provincia

dente dell’Ascom di Torino e provincia e vicepresidente nazionale non credo di essere più preparata di molte imprenditrici che magari agiscono nell’ombra. Insomma, l’impresa femminile non è una storia recente, piuttosto è la rappresentanza a costituire una novità». Attualmente lei è l’unica donna della presidenza. In futuro questo trend potrà cambiare? «Sì, anche se non deve essere un percorso ostentato, di facciata. Le donne devono mettere avanti la loro voglia di impegnarsi. Da dieci anni a questa parte in Confcommercio qualcosa è cambiato: se un po’ tutte le organizzazioni sono state maschiliste all’inizio, oggi si è ben contenti di aprirsi alla rappresentanza femminile. Attenzione però che le quote rosa non diventino una forzatura, un modo per sbandierare il fatto di essere all’avanguardia. Vengono prima le competenze. Devo riconoscere che Confcommercio fa molta attenzione alla meritocrazia». Quali prospettive per l’economia? «Ripartiamo dai consumi, che sono fermi al palo. Si dà sempre molta importanza alla produzione, ma finché non si muoveranno i consumi sarà molto difficile dare ossigeno all’industria, soprattutto al made in Italy di cui noi siamo esageratamente orgogliosi e al quale dovremmo fare maggiore atNea • Maggio 2011

tenzione: i nostri luoghi del commercio sono sempre più in mano a gruppi stranieri. Poi bisogna insistere sul turismo, uno dei grandi settori in positivo, che dovrebbe essere ulteriormente promosso a livello nazionale, perché fa da traino a ciò che di meglio esprime l’Italia, enogastronomia compresa. Per il Governo il turismo dovrebbe passare dal 10 al 20%, ma vanno fatte delle politiche mirate per arrivare a questi risultati. Pensiamo, per esempio, ai paesi dell’area Bric e alla loro evoluzione: sono questi i mercati che dobbiamo intercettare». Cosa fare, invece, per far ripartire i consumi interni? «La politica sui consumi non passa che attraverso qualche soldo in più nelle tasche dei nostri dipendenti, con la consapevolezza che questo è un periodo di grande difficoltà. Per diversi semestri abbiamo stretto i denti e giustamente il ministro Tremonti ha messo dei paletti molto forti perché non potevamo rischiare da un punto di vista finanziario. Ora bisogna pensare ai consumi interni, non possiamo continuare a rimanere in una situazione stagnante e depressa: priorità, quindi, alla defiscalizzazione. Ci aspettiamo una politica che non è certo quella dell’aumento dell’Iva, cosa che preoccupa enormemente. Andiamo a inventarci qualcos’altro che non siano le tasse». 95


Modelli associativi

La piccola impresa si regge sulle sue gambe Da un’analisi effettuata dalla Confederazione nazionale dell’artigianato emerge un’imprenditoria femminile forte e autonoma. Ma sono ancora troppi gli ostacoli e i retaggi culturali che ne limitano lo sviluppo. A parlarne sono le due donne al vertice dell’associazione, Maria Fermanelli e Alessia Zaninello di Andrea Moscariello

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e donne imprenditrici nel nostro paese sono più di un milione e quattrocentomila. Più di un quarto delle imprese italiane sono gestite da donne, e di queste oltre l’81% sono state create tra il 1990 e il 2008. Ciò nonostante una donna su due non trova lavoro o, peggio, non lo cerca neppure. Parliamo di un tasso di inattività che supera quello di tutti gli altri 25 paesi europei. Le italiane “attive” sono il 46,3%, a fronte di una media europea del 58%. A fornire i dati è stata direttamente la presidenza di Cna Impresa Donna. Ampia è l’attenzione che la Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa sta riservando all’imprenditoria femminile. A testimoniarlo è anche la presenza di due vicepresidenti nazionali, Maria Fermanelli e Alessia Zaninello. «La nostra presenza garantisce certamente un’influenza positiva – spiega Maria Ferma96

nelli –perchè all’interno della confederazione trova sempre più spazio la tematica dell’imprenditoria femminile». Secondo Alessia Zaninello, poi, è variegato il quadro dei settori cui ci si riferisce. «Mentre fino a pochi anni fa le donne erano impegnate soprattutto nell’ambito dei servizi alla persona, oggi presenziano anche in settori storicamente maschili quali l’edilizia e l’impiantistica. È mutato profondamente il quadro di riferimento». Secondo una recente ricerca condotta su un campione di nostre associate, presentata nel corso del convegno “L’altra metà dell’economia, imprenditrici che crescono”, le italiane confermano una propensione al continuo rinnovo dei prodotti e dei servizi offerti. Soltanto il 37,6% Da sinistra, Alessia Zaninello e Maria Fermanelli, vice presidenti nazionali della Confederazione nazionale dell’artigianato e delle piccole imprese

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del campione analizzato, infatti, registra una sostanziale staticità mentre un’ampia fetta di imprenditrici, il 55,4%, attesta un cambiamento almeno parziale. Dall’analisi emerge soprattutto una donna che crea dal nulla la sua impresa. Il 54% delle intervistate, infatti, si è appoggiata quasi esclusivamente sui propri capitali. Solo il 12,1% ha chiesto, e ottenuto, un prestito presso le banche per avviare un’attività. Ma questo dato è da leggere in chiave critica. Evidenzia, infatti, il perdurare di una difficoltà di rapporto tra il mondo dell’impresa e il sistema creditizio. Problema alimentato, in taluni casi, anche da una sorta di discriminazione di genere. «Oggi non è solo l’imprenditoria femminile a risentire della stretta creditizia – spiega Fermanelli –. Il problema riguarda l’intero tessuto imprenditoriale. È innegabile, però, la presenza di un gap, che va al di là dei tassi di interesse. Per le donne diventa più difficoltoso ottenere un prestito perché il più delle volte non sono intestatarie di beni». Vi è, dunque, un problema di garanzia patrimoniale che inibisce le banche e che rischia di frenare lo

alessia zaninello

sviluppo dell’economia in “rosa”. «Da imprenditrice, non ho mai riscontrato questo problema – racconta Alessia Zaninello –. Molte altre donne, invece, devono lottare per ottenere il credito. Non si capisce come mai ci si incancrenisca in questi retaggi culturali. Anche perché le donne in questo paese stanno dimostrando di essere puntuali nei pagamenti, flessibili e vogliose di mettersi in gioco da un punto di vista manageriale». Non solo, sempre secondo Cna, le imprenditrici creano un considerevole indotto occupazionale. Un dato particolare riguarda la presenza di familiari occupati all’interno delle imprese gestite da donne, (59,4%). Il nucleo familiare più ristretto è generalmente coinvolto nell’attività produttiva, a dimostrazione del ruolo fondamentale dell’impresa familiare nella tradizione artigiana italiana. Le imprenditrici, poi, sono molto attente all’occupazione femminile. In occasione del primo ventennale di Cna Impresa donna è emersa con forza una sorta di solidarietà di genere, associata a una sempre più marcata consapevolezza delle difficoltà che le donne hanno nell’inserirsi nel mercato del lavoro. Solidarietà che scaturisce prevalentemente dalle imprenditrici over 40, che tendono ad assumere personale femminile, il 58,9%, oltre che ad adottare formule contrattuali e

maria fermanelli

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Modelli associativi

È INNEGABILE LA PRESENZA DI UN GAP, CHE VA AL DI LÀ DEI TASSI DI INTERESSE. PER LE DONNE DIVENTA PIÙ DIFFICOLTOSO OTTENERE UN PRESTITO PERCHÉ IL PIÙ DELLE VOLTE NON SONO INTESTATARIE DI BENI

orari di lavoro flessibili, che ben si adattano a tutte coloro che devono gestire figli o situazioni famigliari problematiche. Sul futuro, due sono le emergenze su cui i vertici di Cna dovranno concentrarsi. In primo luogo, sul fronte dell’artigianato, occorre colmare un vuoto formativo che ormai da tempo sta riducendo all’osso alcune delle attività imprenditoriali storiche del paese. «Quello che si tenta di fare è di rendere più concreta l’offerta formativa – spiega Maria Fermanelli –. In realtà la formazione non manca, il punto è che non si sta rivelando efficace. Occorre verificarne le azioni e i risultati, aprendo punti di contatto reali, sinergie, tra scuole, università e imprese artigiane. È su questo che ci focalizzeremo». Secondo Zaninello, poi, questo problema nasce anche da una disattenzione generale nei confronti della piccola e micro impresa. «L’Italia deve tornare a concentrarsi sulle pmi, seguendo le indicazioni europee e lo Small Business Act, che ovviamente noi in Cna non possiamo che osservare favorevolmente. Pensare al piccolo non significa pensare in piccolo. Ricordiamoci che l’Italia vanta la più alta 98

concentrazione europea di micro e piccole imprese». L’auspicio è un aumento dei sostegni rivolti a tutte quelle frange produttive troppo spesso lasciate ai margini: i giovani, le donne e gli artigiani. A tal proposito le associate a Cna giudicano in maniera fortemente negativa le azioni, da parte delle istituzioni, a favore dell’imprenditoria femminile. Il secondo scoglio su cui le due vicepresidenti insistono, è quello della burocrazia. Manca, per Maria Fermanelli, «il senso della convenienza». In pratica i piccoli imprenditori hanno perso la percezione dell’utilità degli adempimenti burocratici. «Bisogna ovviamente semplificare – insiste – ma occorre anche far comprendere agli imprenditori i vantaggi che derivano da certi obblighi, altrimenti non potrà che scemare la voglia di ottemperare alle regole». Fattore, quest’ultimo, che alimenta il nemico numero uno dei micro imprenditori, la concorrenza sleale. «La burocrazia va resa più snella e accessibile – e conclude Fermanelli – senza i dovuti controlli sulla congruità delle procedure ogni taglio o semplificazione risulterà inutile». Maggio 2011 • Nea


Modelli associativi

diana theodoli pallini

L’agricoltura apre alle donne

Diana Theodoli Pallini è la prima donna a essere entrata nella giunta esecutiva di Confagricoltura, inaugurando una tendenza che ancora oggi continua a registrare una decisa apertura del comparto agricolo alla sfera femminile di Francesco Bevilacqua

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on un tasso di crescita che si attesta intorno al 3% per la dirigenza dell’organizzazione. «L’aumento della presenza annuo, l’occupazione femminile nel settore agricolo femminile nel settore sta rappresentando una piacevole evorappresenta il fiore all’occhiello di un mondo che so- luzione, favorita dall’intensa attività di sensibilizzazione che a prattutto in Italia ha ancora qualche difficoltà a sancire la livello normativo e finanziario, formativo e informativo, organizzativo e promozionale il nostro istipiena affermazione delle donne. «Il tuto sta portando avanti, coinvolgendo 40% delle giovani imprese nostre assoin questa opera anche il mondo politicociate – sottolinea orgogliosamente istituzionale a tutti i livelli». Diana Theodoli Pallini, membro della L’apporto femminile si sta rivelando giunta esecutiva nazionale di Confagriuna carta vincente per tutto il comcoltura – è condotto direttamente da parto: le aziende condotte da donne donne». Il loro profilo è di alto livello: hanno dimensioni prevalentemente due su tre sono laureate e sono per lo medio-grandi, offrono produzioni di più dedite alla conduzione di attività inqualità e orientate al mercato e moteressanti e innovative come agriturismi, strano una convinta apertura verso il aziende biologiche e fattorie didattiche. commercio estero. A questo si aggiun«Non solo: da una decina di anni a quegono le doti caratteriali delle imprendista parte il contributo femminile è autrici, che denotano un grado di mentato con decisione in tutti i consapevolezza del ruolo, di soddisfacomparti dell’agroalimentare». zione per l’attività scelta e di ottimismo La stessa Pallini rappresenta un’antesiverso il futuro più elevato rispetto ai colgnana, avendo rivestito un ruolo quasi Diana Theodoli Pallini, membro della leghi maschi. pionieristico: è stata infatti la prima giunta esecutiva di Confagricoltura Un altro punto che la stessa Pallini dedonna a sedersi attorno al tavolo direttivo di Confagricoltura e ancora oggi, grazie al suo carattere finisce il suo «chiodo fisso» è quello riguardante la necessità pragmatico e sempre diretto, costituisce un valore aggiunto di incrementare gli sforzi per portare le piccole aziende e il 100

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DA UNA DECINA DI ANNI A QUESTA PARTE IL CONTRIBUTO FEMMINILE È AUMENTATO CON DECISIONE IN TUTTI I COMPARTI DELL’AGROALIMENTARE

comparto agroalimentare in genere a fare rete, a creare delle sinergie oggi irrinunciabili se si vuole superare la crisi, uniti e fortificati. «Certamente l’agricoltore non ha una mentalità propensa alla collaborazione – spiega in proposito Pallini –, ogni azienda ha le sue strutture, le sue abitudini, i suoi metodi; ciononostante, sono persuasa che questa sia la strada giusta. Se dicessi che la stiamo già percorrendo mentirei, però noi, come organizzazione, stiamo insistendo molto su questo punto e portiamo avanti un progetto a livello sia nazionale che locale che coinvolge le nostre cooperative e quelle con cui collaboriamo». Pallini, così come Confagricoltura tutta, ha un’idea molto chiara su come superare il momento di grave difficoltà che sta attraversando il settore agricolo italiano. L’ispirazione, a questo proposito, viene da oltreconfine, come spiega lei stessa: «Se diamo uno sguardo a ciò che sta accadendo a livello internazionale, possiamo notare che molti grandi paesi, come la Cina o alcune nazioni del mondo arabo, stanno comprando ettari ed ettari di terreni e numerose aziende agricole sui mercati Nea • Maggio 2011

mondiali. Fanno ciò perché si sono resi conto di non essere in grado di sostentare la propria popolazione e cercano in questo modo di raggiungere l’autosufficienza alimentare. Lo stesso dobbiamo fare noi». È questo un chiaro invito che la componente della giunta esecutiva di Confagricoltura rivolge ai responsabili politici italiani ed europei, affinché la preziosa risorsa rappresentata dal tessuto produttivo del nostro paese venga tutelata e valorizzata: «Qualche anno fa Marianna Fisher Boel, commissario europeo per l'agricoltura e lo sviluppo rurale, suggerì di demandare ad altri l’agricoltura alimentare. Al contrario, ritengo fondamentale che le nostre aziende agricole vengano sostenute e messe nelle condizioni di svolgere con continuità e sicurezza economica il loro compito di produrre cibo e questo va fatto prima di tutto attraverso una decisa semplificazione normativa e procedurale. Si tratta di un passaggio fondamentale e la posta in gioco va ben al di là della ripresa economica, riguarda il futuro di tutti noi». 101


L’intervento Sprint alle quote rosa di Gabriele Fava Chairman dello studio legale Fava & Associati

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on la proposta normativa sulle quote rosa nei consigli di amministrazione delle società quotate ormai in fase di approvazione, la questione della presenza femminile nel mondo imprenditoriale è nuovamente al centro del dibattito politico italiano. La volontà di garantire un paritario accesso delle donne al lavoro ha portato il legislatore a intervenire più volte proponendo soluzioni di vario genere. Il punto non è solo quello di evitare, per quanto possibile, il verificarsi discriminazioni legate al sesso, ma anche quello di creare le condizioni che permettano alle donne di conciliare la vita lavorativa con quella familiare. Un tentativo in tal senso è rappresentato dal programma di istituzione di asili nido nelle aziende. Nonostante vi siano stati diversi finanziamenti per lo sviluppo di detto progetto, attualmente quella degli asili nido aziendali non è una realtà poi così affermata. Ci sono sì esempi di grandi imprese e multinazionali che hanno costruito strutture di questo tipo al proprio interno, ma a livello “locale”, nelle aziende più piccole, il fenomeno non si è sviluppato secondo le aspettative. È chiaro che le realtà imprenditoriali non di grosse dimensioni presentano un interesse minore, rispetto ad esempio a una multinazionale, all’istituzione di asili nido interni, non solo in ragione dei costi, ma anche dell’effettivo numero delle potenziali utilizzatrici. In ogni caso, chi non può godere dell’aiuto di nonni, parenti o asili vicini al posto di

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lavoro, otterrebbe enormi vantaggi nel poter lasciare il proprio bambino in azienda, senza problemi relativi al recupero dello stesso. Risparmio di tempo, di denaro e soprattutto di “stress emotivo”. Maggiori finanziamenti in questo campo sarebbero dunque opportuni, prevedendo magari somme più consistenti per le imprese più piccole. Altra soluzione, avente un differente approccio rispetto alla predetta, è quella degli sgravi fiscali e contributivi alle aziende che assumono donne. In questo caso, infatti, si vuole creare un incentivo per le imprese a impiegare rappresentanti del genere femminile, rendendo appetibile la loro assunzione. Oltre ai bonus “diretti”, cioè quelli connessi all’impiego di donne residenti in aree geografiche con tasso di occupazione femminile inferiore a determinate soglie, anche le altre tipologie di sgravi (ad esempio per l’assunzione di disoccupati) potrebbero essere parametrate alla questione femminile, prevedendo una maggiore percentuale di incentivo se si tratta di donne. Ovviamente, come in tutti i provvedimenti di questo tipo, bisogna evitare l’instaurarsi di meccanismi di discriminazione “al contrario”, cioè nei confronti del genere maschile. Il criterio più corretto, per scongiurare distorsioni di questo tipo, sarebbe quello di collegare gli incentivi alla circostanza generale di “mancanza di parità”. Un esempio è la proposta sulle quote rosa nei Cda delle società quotate dove, in realtà, si parla di garantire l’equilibrio tra i “generi”, lasciando aperta dunque la possibilità che vi sia disparità non solo a sfavore

delle donne, ma anche a discapito degli uomini. Proposte di questa natura sono particolarmente incisive perché impongono la parità, con relative sanzioni in caso di mancata osservanza. Un’estensione, ad esempio, a tutte le società e non solo a quelle quotate, potrebbe sì determinare un concreto passo avanti nella presenza femminile ai vertici aziendali, ma, allo stesso tempo, dovrebbe essere accompagnata da particolare cautela. La previsione di quote obbligatorie di donne nei Cda e in generale negli organi aziendali, infatti, potrebbe trasformarsi in una “cieca” imposizione dall’alto che prescinde dalle specifiche e particolari realtà aziendali. La predisposizione di incentivi lascerebbe invece maggiore discrezione valutativa alla singola impresa circa la scelta di assumere donne, in funzione delle proprie e concrete esigenze. A ciò dovrebbe poi affiancarsi una politica di “semplificazione della maternità”, cioè una politica fatta di iniziative volte a rendere più compatibile lo status di madre con quello di lavoratrice, in modo tale che la donna non si trovi inevitabilmente a dover scegliere tra la vita familiare e quella lavorativa. Il tutto evitando però, al contempo, un eccessivo aggravio delle spese aziendali legate alla maternità. 103


Più donne nei Cda ma senza escamotage all’italiana Serve un passaggio graduale altrimenti il rischio è di minimizzare il merito. Parlano le donne al vertice degli industriali: quando il talento e la formazione personale superano pregiudizi e le battaglie di genere di Elisa Fiocchi 104

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Quote rosa

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accesso ai vertici delle grandi imprese rappresenta per molte A sinistra, Emma Marcegaglia. Sotto, Ilaria Vescovi, presidente donne un vero e proprio privilegio, spesso accompagnato da sadi Confindustria Trento crifici che esulano dalla singola professione. C’è da combattere la battaglia al pregiudizio, che si traduce in un numero maggiore di selezioni da superare all’ingresso, e bisogna fare i conti, presto o tardi, con quella cultura italiana in cui i tempi di conciliazione lavoro-famiglia non sono così flessibili e possono indurre alla rinuncia della carriera. Le donne capaci di saltare entrambi gli ostacoli e posizionarsi con forza nel management di impronta maschile hanno tuttavia dimostrato che cambiare le regole del gioco è possibile senza la necessità di rivendicare alcuna specifica femminile o avanzare battaglie sul tema delle quote rosa. Per molte di loro è il merito l’unico vero motore del successo ottenuto, l’unica costante capace di spostare il piano dell’attenzione dal genere alla persona. Emma Marcegaglia è stata la prima donna al vertice dei giovani industriali nel 1996, fino a conquistare la presidenza di NON SI PUÒ PASSARE Confindustria con un plebiscito unanime (125 sì su 132) che non DAL 5% AL 30%, SENZA si verificava dai tempi della elezione di Luigi Abete nel 1992. Die- NESSUNA GRADUALITÀ, tro ai traguardi raggiunti, Marcegaglia conta vent’anni di lunga CON IL RISCHIO DI formazione: «Sono favorevole a una presenza femminile più forte METTERE DENTRO ma dobbiamo fare attenzione a non fare una cosa all’italiana: non AI CONSIGLI AMICHE si può passare dal 5% al 30% direttamente, senza nessuna gra- E FIDANZATE, OSSIA DONNE dualità, con il rischio di mettere dentro ai consigli amiche e fi- NON COMPETENTI danzate, ossia donne non competenti». Lei, «donna d’acciaio», è nota a tutti per la sua politica del rigore, arma vincente per combattere i pregiudizi e dribblare le critiche in agguato soprattutto quando si porta avanti un mandato in tempi di pesanti flessioni economiche. «Per ricominciare a crescere bisogna avere i conti pubblici in ordine» ha detto poche settimane fa il presidente degli industriali. «Il peggio della crisi è alle spalle però siamo ancora in una fase di crescita lenta e in cui il recupero dell’occupazione è basso, la produzione industriale e l’export stanno rallentando. Se questo paese continua a crescere all’1,1% noi non andiamo da nessuna parte. L’obiettivo è tornare al 2%». E, a partire dal 2012, con un possibile incremento delle donne nelle posizioni di comando.

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Quote rosa A fianco, Diana Bracco. A seguire, Anna Maria Artoni, Cristiana Coppola e Antonella Mansi

La questione dell’occupazione, anche secondo il presidente di Confindustria Emilia Romagna, Anna Maria Artoni, rappresenta un tema chiave specialmente nella componente giovanile e in particolare per quanto riguarda le donne, «su cui occorrerà investire di più per il futuro». Anche la giovane presidente di Confindustria Toscana, Antonella Mansi, classe 1974 e già presidente regionale dei giovani industriali, si è espressa a proposito della nuova legge sulle quote rosa, definendola però «solo un contenitore dove inserire il contenuto». Ovvero il merito, le qualità individuali. Per l’affermazione delle donne, che già trovano dinanzi a sé maggiori chiusure rispetto agli uomini, bisogna puntare al massimo sulla formazione. «Ci sono ancora poche donne competenti – ha sottolineato Mansi – anche se quando arrivano sono più brave, intelligenti, razionali e ottime organizzatrici». Dunque spazio al management rosa, ma mantenendo alto il livello di selezione, lo stesso che finora ha consentito all’imprenditoria femminile di posizionarsi con un ruolo di prestigio nel panorama nazionale. L’imprenditrice grossetana non ha mai nascosto la sua sensibilità alle tematiche dell’imprenditoria giovanile e femminile e alle questioni legate al territorio e, assieme a Cristiana Coppola, vicepresidente per il Mezzogiorno, esprime il volto innovativo del panorama industriale. «Gli imprenditori sono scoraggiati – ha detto – vorrebbero lavorare in un contesto migliore, ecco perchè migliorare la qualità del territorio, dai servizi alle infrastrutture è un requisito fondamentale se vogliamo cogliere i target strategici di crescita di Europa 2020 e portare il Mezzogiorno in una dimensione europea». Per fare sistema e dare linfa al progetto Sud-Nord, Diana Bracco, vicepresidente di Confindustria per Ricerca e Innovazione, ha avviato assieme a Coppola una «mappatura delle competenze di ricerca in tutto il paese, progetti interregionali, tra privati e con il pubblico, fondi regionali e nazionali» e ha garantito piena disponibilità al ministro Gelimini per «informare le imprese in modo da favorire la più ampia partecipazione possibile». Dello stesso parere è un’altra donna ai vertici confindustriali, Ilaria Vescovi, giunta al quarto e ultimo anno di mandato. La presidente di Confindustria Trento si associa a Diana Bracco sull’importanza del dialogo interno, necessario alla sopravvivenza delle imprese, ma insiste anche sul tema dell’internazionalizzazione e dell’innovazione, «l’unico futuro possibile». Il bilancio del suo mandato si chiude infatti con cinquantacinque incontri territoriali organizzati in 4 anni. «Il periodo tra il 2008 ed il 2010 è stato pesante e non ne siamo ancora fuori». Tuttavia, le priorità individuate nel 2007 sembrano essere ancora attuali per il mondo industriale: «Anzi – conclude Vescovi – la loro centralità è ancora più evidente». 106

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pia donata berlucchi Dietro ogni calice Cosa si nasconde dietro un corposo rosso rubino? E dietro centinaia di bollicine? Quale storia, quale antica cultura, quale aneddoto? A parlarne Pia Donata Berlucchi di Lara Mariani


Le donne del vino Pia Donata Berlucchi

S

ono sempre più numerose le donne capaci di destreggiarsi abilmente tra carte dei vini e calici di Amarone e Barolo. E se l’universo femminile mostra grande interesse per il vino, dal punto di vista del consumo e della degustazione, tantissime sono anche le protagoniste della filiera vitivinicola, produttrici, ristoratrici, enologhe, sommelier. Bisogna vederle all’opera e incontrarle sul luogo di lavoro - che sia una cantina, un ristorante o un’enoteca - e partecipare ai loro convegni per apprezzarne la competenza. Una professionalità che si manifesta nell’attenzione ai dettagli non solo produttivi, ma anche e soprattutto storici e culturali legati da sempre al nettare di Bacco. Una professionalità testimoniata dall’associazione nazionale “Le donne del vino”, che da 23 anni raccoglie le protagoniste del mondo enologico. Tra le sue fila ci sono nomi illustri, uno tra tanti quello di Pia Donata Berlucchi, che è stata per sei anni presidente dell’associazione e oggi racconta non solo la sua esperienza, ma anche il rapporto naturale, culturale e anche un po’ spirituale che lega le donne al vino. Quello delle “Donne del vino” è un fenomeno abbastanza raro. Da dove deriva l’esigenza di accorparsi in un’associazione così ben strutturata? «Il merito è dell’intuito sottile e brillante di Elisabetta Tognana. Fu lei la prima ad avere l’idea, più che l’esigenza, di riunire quelle donne che avevano un ruolo di primo piano nella filiera del vino, un settore che tradizio-

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nalmente era governato dagli uomini. Così ha creato un’associazione senza fini di lucro, affinché queste donne potessero mettersi in contatto, scambiarsi esperienze e accrescere la loro competenza tramite il confronto». Associazione che è partita con 8 partecipanti. «Elisabetta iniziò con 7 amiche, oggi siamo quasi 800. Nel tempo l’associazione ha preso sempre più piede e oggi comprende tutti i più grandi nomi italiani». E rappresenta tutte le regioni. «Devo dire che è stata una grande soddisfazione nei miei sei anni di presidenza riuscire a portare nell’associazione anche le regioni meno conosciute dal punto di vista enologico come la Basilicata, la Valle d’Aosta, l’Alto Adige. Le delegate regionali oggi hanno il compito di organizzare incontri, eventi e corsi per tutto ciò che concerne i vini della loro zona, mentre la sede nazionale sovraintende ciò che viene fatto nelle regioni e si occupa di organizzare gli eventi nazionali, come il Vinitaly». Anche le statistiche dell’Associazione nazionale giovani agricoltori e del Censis testimoniano il ruolo crescente dell’imprenditoria femminile nel campo agricolo ed enologico. «L’Anga ha dichiarato che il 40% delle giovani imprese di Confagricoltura è condotto da donne e io confermo che il 30% di queste sono aziende vitivinicole. Il Censis ha pubblicato statistiche che ci hanno dato molto orgoglio, poi-

ché dimostravano che nelle aziende condotte da donne c’è un minor numero di licenziamenti, di fallimenti e una maggiore stabilità lavorativa. Ciò significa che la direzione femminile, tutt’altro che tenera, è molto equa e corretta». Qual è stato il cambiamento, la molla che ha fatto scattare la presenza femminile in un panorama imprenditoriale e produttivo che sembrava avere un’egemonia solo maschile? «Storicamente la donna è sempre stata la depositaria dell’alimentazione della famiglia. Ci sono rappresentazioni antiche degli egiziani e dei sumeri che testimoniano che la donna curava le derrate alimentari. Quindi, tutto sommato, è sempre stata presente e vicina alla terra. Ma il vero Maggio 2011 • Nea


L’ASSOCIAZIONE “LE DONNE DEL VINO” OGGI COMPRENDE TUTTI I PIÙ GRANDI NOMI ITALIANI

cambiamento è scattato circa 30 anni fa, quando le donne hanno cominciato ad avvicinarsi agli studi di agronomia ed enologia e oggi sentono molto il fascino della terra. Psicologi e sociologi sostengono che tra la terra e la donna ci sono molte somiglianze. Sono entrambe imprevedibili, con tutti i pregi e i difetti che ne possono derivare. La variabilità è molto femminile ma è una caratteristica anche della terra». Quindi secondo lei è questo il valore aggiunto che la donna ha portato nel mondo del vino? «Più che la variabilità, direi l’apertura. L’apertura verso le novità, la capacità di ascoltare, di confrontarsi con diversi interlocutori, la curiosità, l’amore per la storia e la tradizione che hanno reso grande il Nea • Maggio 2011

vino. Ad esempio, il suo valore organolettico è importantissimo, ma oggi questa bevanda non sarebbe così apprezzata se intorno a essa non ci fosse anche un valore storico, tradizionale, culturale. Che l’uomo non considerava più di tanto. Prima si pensava a produrlo e basta. Poi sono arrivate le donne, con il loro desiderio di farlo capire, di farlo amare, di farlo diventare un elemento di socializzazione». Quindi la donna ha valorizzato il vino con strumenti “diversi” rispetto al passato. «La donna gli ha restituito i valori che ha sempre avuto fin dall’antichità, ma che erano stati lasciati da parte a favore del puro business. Il vino oggi, non smette di essere un business, ma è anche cultura, passione, tradizione, socializzazione, armonia».

Ha quindi recuperato le sue radici. «Il vino è sempre stato vicino alla musica, alla pittura alla scultura. Lo testimoniano le opere artistiche dell’antichità, ma anche quelle dei secoli scorsi dove il vino è spesso presente. Allora il vino era un mito, aveva un’aureola di fantasia e di fiaba e le donne gli hanno rimesso quest’aureola che si era persa». C’è un vino che lei ama particolarmente? «Onestamente non c’è un vino che amo di più, lo amo a 360 gradi. Mi faccio influenzare da quello che c’è dietro il calice, magari perché ha un nome affascinate che viene dal greco, perché ha una storia importante, perché mi ricorda un episodio. Non posso discernere il sapore del vino da quello che c’è dietro il calice». 111


Le donne del vino

donatella cinelli colombini D

a circa trent’anni il rapporto tra le donne e il mondo del vino è divenuto più stretto non solo per quanto riguarda gli aspetti comunicativi ma anche dal punto di vista della produzione. Se prima la presenza femminile in questo settore era confinata dietro le quinte, oggi il loro ruolo è sempre più alla luce del sole, non solo nelle imprese familiari ma anche negli organi di carattere associativo come l’associazione nazionale “Donne del vino”. «Le donne hanno un forte legame con il territorio – sottolinea Donatella Cinelli Colombini, la signora del Brunello che nel 1998 ha fondato la Fattoria del Colle e il Casato Prime Donne a Montalcino – producono soprattutto vini con denominazione, hanno aziende mediamente più sane e meglio gestite di quelle dei maschi. I dati sull’agricoltura al femminile in generale sono molto importanti, il 35% agriturismi è condotto da donne, nel Sud le donne sono protagoniste e conducono la metà delle imprese agricole». Un’emancipazione che ha portato, grazie all’indole femminile all’organizzazione, anche molti risultati positivi dal punto economico. «L’associazione – spiega la friulana Sabina Maffei, dell’azienda agricola Plozner – è nata in maniera abbastanza naturale e credo che venga dall’abitudine, dalla propensione naturale tra donne a incontrarsi e avere occasioni di confronto. Le nostre riunioni sono sempre situazioni informali dove si fanno un’infinità di cose, c’è una progettualità enorme. Anche se rimangono delle cene tra amiche, sono comunque una fucina di progetti». L’associazione è nata con lo scopo di apportare un valore aggiunto in un mondo che è stato sempre tipicamente maschile, attraverso la proposta di progetti che

Donne e vini forti Ventitre anni fa è nata un’associazione che sancisce lo stretto legame tra le donne e il vino. Ne parlano alcune rappresentanti di Belinda Pagano 112

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sabina maffei

camilla lunelli valorizzino la produzione vinicola. «All’interno dell’associazione siamo tante, sia produttrici che comunicatrici – fa sapere Camilla Lunelli, oggi a capo delle pubbliche relazioni delle Cantine Ferrari –. Questo è dovuto anche a un fattore anagrafico, le imprese famigliari con il passaggio generazionale hanno portato anche la presenza femminile. C’è una componente diciamo fisiologica che è quella del passaggio generazionale e una di valore aggiunto. La donna dal punto di vista della comunicazione ha cambiato il vino, con il suo linguaggio e la sua sensibilità gustativa completamente diversa da quella degli uomini». Proprio per questo la presenza femminile ha fatto in modo che anche da parte delle consumatrici si sia verificato un incremento. «Il fatto che ci siano sempre più donne produttrici, sommelier e giornaliste – continua Camilla Lunelli – ha aiutato anche ad avvicinare le consumatrici. Se una volta era raro vedere al ristorante una coppia in cui era la donna che teneva la lista dei vini, ora avviene sempre più spesso. La donna ha meno ansia da prestazione nel scegliere il vino, non si sente in necessità di mostrare quello che non sa, ma spesso ne sa come gli uomini». Una competenza dovuta senz’altro anche all’alto grado di scolarizzazione che negli anni ha coinvolto nel mondo vinicolo Nea • Maggio 2011

un numero sempre più grande di donne. «Le donne del vino – ribadisce Donatella Cinelli Colombini – per metà hanno una laurea. Ma la situazione è cambiata soprattutto per il consumatore, le donne sono molto competenti. In India e Giappone gli amanti del vino sono soprattutto donne. Quindi anche all’estero sta cambiando la situazione. Poi le donne hanno incrementato la loro presenza nei corsi, c’è una volontà molto forte di diventare consumatrici competenti, attraverso corsi, letture o viaggi nel vino, per scoprire cosa c’è dietro al vino». E questa maggiore consapevolezza di tutto ciò che concerne il mondo del vino ha contribuito anche allo sviluppo di gusti raffinati che in Italia possono contare su una vasta gamma di prodotti. «Sono solita parlare e giudicare i vini come le persone – confida Sabina Maffei – nel senso che mi piacciono molto quelli con molto carattere perché non sono i più facili né come persone né come vini. Amo molto i riesling e i sauvignon, vini molto decisi che però non sono di facile compagnia diciamo. Tra i vini friulani amo indistintamente i bianchi e i rossi. Il “friulano”, quello che è diventato il nostro vino bandiera, è un vino di grande versatilità che si può bere in molte occasioni e che sta bene con molti piatti, ha un ottimo carattere». 113


Fuori dal tunnel entro il 2012

Con 8 miliardi di fatturato e 45mila addetti, il settore rappresenta per Milano oltre il 20% del Pil. La città «vuole rimanere la capitale delle capitali del pret-à-portèr alto» dichiara Mario Boselli, con uno sguardo interessato al mercato cinese di Elisa Fiocchi

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ambia il passo della moda italiana, che s’avvicina a chiudere il primo semestre del 2011 con un progresso del settore stimabile all’8% e una risalita del fatturato (60 miliardi e 198 milioni di euro) del +6,5 per cento nel 2010. «Certamente la semina delle due grandi fashion week, Milano Moda Uomo e Milano Moda Donna, è andata bene» conferma il presidente della Camera nazionale della moda italiana, Mario Boselli, guardando ai primi segnali del 2011. Tuttavia il grafico della risalita, pur asimmetrico rispetto alla caduta del biennio 2008/09, non esprime un reale consolidamento dei parametri di sviluppo che potrebbero subire sbalzi già nei prossimi mesi e senza, in aggiunta, raggiungere i valori del periodo pre-crisi. Già a partire dalla seconda parte dell’anno, l’accelerazione del settore potrebbe rallentare significativamente per motivi non del tutto connessi alle dinamiche economiche del nostro Paese: «Come in agricoltura, la semina è condizione essenziale ma non sufficiente per garantire un buon raccolto, che dipenderà da tanti fattori e accadimenti internazionali». Le risposte alla crisi e i nuovi investimenti necessari al settore nell’intervento di Mario Boselli. 116

Si avvertono già i primi segnali di flessione e, nel caso, cosa fare per evitare lo stop della ripresa? «Dopo lo tsunami in Giappone, i gravi fatti in nord Africa e le conseguenze già manifestatesi in Medio Oriente, abbiamo qualche preoccupazione. Dall’analisi fatta, è evidente che certe situazioni che sono al di fuori del nostro controllo non possono essere contrastate da volontà forti come quelle dei governanti, tanto meno dalla Camera della moda. Noi ci dobbiamo preoccupare di aiutare la crescita al di là di situazioni patologiche e quindi impegnarci nella promozione del made in Italy in Italia e nell’organizzazione di missioni all’estero». C’è chi sostiene che se alcune imprese sono cresciute è solo perché altre hanno chiuso. La vera ripresa arriverà a fine del 2013? «Io direi che alcune aziende sono cresciute anche perché, purtroppo, altre hanno dovuto chiudere, ma non solo per quel motivo. Lo scenario che avevamo previsto si è verificato e nel 2010 la crescita del fatturato è stata del 6,5% rispetto al 2009. Si tratta di un aumento significativo rispetto alla perdita degli anni scorsi, ma ancora non abbastanza vigoroso da consentire di raggiungere i livelli Maggio 2011 • Nea


Mario Boselli con Franca Sozzani, direttore di Vogue Italia

mario boselli pre-crisi. Nel 2011 la crescita del fatturato dovrebbe essere dell’8% e, se non si verificheranno altri gravi accadimenti a livello internazionale, dovremmo riuscire a raggiungere i livelli pre-crisi del 2007 entro la fine del 2012». Guarire dalla crisi è un obiettivo raggiungibile nel breve-medio periodo? «In un momento come questo, in cui il mercato italiano è tra i fanalini di coda di quelli europei e internazionali, dubito che si riesca a raggiungere questo traguardo nel breve termine». Quali complessità rallentano i mercati tradizionali, caratterizzati da consumi statici e a volte in regressione? «In Europa, e soprattutto in Italia, i consumi sono molto deboli perché la fiducia dei consumatori è influenzata da un’opinione negativa sulle prospettive economiche a breve termine. Migliori opportunità di crescita vengono sicuramente dai mercati emergenti dei paesi Bric, ma bisogna ricordarsi che per ora non superano ancora il 10% delle esportazioni e che quindi, per il successo del made in Italy, bisogna impegnarsi su entrambi i fronti». Da quattro anni è stata instaurata una sinergia costruttiva tra moda e design. Che bilancio si può trarre oggi? «L’idea di creare “Milano Moda Design” per valorizzare le home collection delle griffe della moda, che spaziano anche nell’ambito del design, è stata condivisa da molte case Nea • Maggio 2011

di moda e ha avuto molto successo. Con questa manifestazione siamo riusciti a promuovere e dare visibilità agli eventi legati alla moda che rischiavano di perdersi tra le numerosissime proposte di quella settimana. Alcune aziende hanno già confermato la loro partecipazione all’edizione del 2012». Dall’ultima ricerca condotta, sono emersi dati interessati riguardanti il made in Italy e il confronto con altri mercati come quello cinese. Come il settore moda italiano dovrà tutelarsi e migliorare in termini di promozione dei valori della tradizione qualitativa e stilistica? «Sono convinto che il modo migliore per tutelarsi sia rimanere fedeli al vero made in Italy. L’importante è soprattutto che gli operatori della moda non facciano i furbi, cioè non vendano a prezzi italiani o europei ciò che in realtà è stato prodotto con materiali e qualità inferiori in paesi con bassi costi della manodopera. Questo comportamento rischia di far molto male al sistema e fargli perdere credibilità. Per quanto riguarda la promozione, la Camera nazionale della moda italiana continua a organizzare 9 appuntamenti all’anno a Milano e diverse missioni all’estero. L’ultima in Cina, dove abbiamo firmato un accordo rivoluzionario con la China Fashion Association. Uno degli obiettivi dell’accordo è portare le aziende italiane di dimensioni medie nel mercato cinese, che ora è solo e soprattutto appannaggio di quelle grandi». 117


Made in Italy

Il gusto supera la prova del tempo

Un’affascinante carriera quella di Mariuccia Mandelli. La donna Krizia guarda al futuro con uno stile che rimane impeccabile e l’energia e l’emozione che accompagnano ogni collezione sono quelle di sempre di Renata Gualtieri

mariuccia mandelli L

o stile che caratterizza Mariuccia Mandelli, nota a tutti come Krizia, gioca tra le contraddizioni, perché «gli accostamenti più arditi riescono a far cantare i materiali e le forme». Creazioni che si inseriscono tra passato e futuro, ridisegnate in chiave moderna. Una moda che spazia dall’ironia alla spregiudicatezza. «In America è stata ribattezzata “Krazy Krizia”. Ma un grammo di follia è indispensabile nel processo creativo della moda». La sua vera «ultima follia» è un hotel griffato nelle Antille. «Un albergo extralusso con spiaggia di sabbia bianca e finissima, palmizi, arredi minimali ed elegantissimi e un negozio che vende le linee di abbigliamento sportivo disegnate dalla Kappa più famosa d’Italia, Mariuccia Mandelli» spiega la stilista. E poi lo “spazio Krizia”, multifunzionale e multimediale che ospita eventi culturali e artistici «mirati al confronto con ciò che avviene nel mondo della creatività internazionale, dalla letteratura all’arte, dalla musica al design».

La stilista Mariuccia Mandelli e, a destra, alcuni capi di sfilata della collezione autunno inverno 2011

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Cosa c’è dietro la moda di Krizia e come si realizza una sua creazione? «Dietro la moda di Krizia c’è sia la mia curiosità che abbraccia tutto ciò che mi circonda che il supporto del mio staff che si compone di ragazzi molto giovani, con tanta voglia di fare. Ciò che mi stupisce ancora dopo tanti anni di carriera è che, alle volte, mi ritrovo più originale di loro. Per esempio, nell’ultima collezione autunno-inverno, la mia idea di far sfilare dei calzettoni Maggio 2011 • Nea


NELL’ULTIMA COLLEZIONE LA MIA IDEA DI FAR SFILARE DEI CALZETTONI COLORATI NON PIACEVA, MA POI TUTTI MI HANNO DATO RAGIONE colorati non piaceva ai miei collaboratori; alla fine però tutti mi hanno dato ragione». A cosa si affida nella ricerca del nuovo e come sceglie i suoi collaboratori? «Seguo molto i miei impulsi, sono una persona molto curiosa verso tutto. I miei collaboratori sono per me fidatissimi; ci sono persone che lavorano con me da più di 40 anni». L’idea di dare alla sua maison il nome Krizia deriva da un personaggio dei Dialoghi di Platone che dilapida i suoi beni per amore della bellezza femminile. Che rapporto c’è, nelle sue creazioni, tra “capriccio” e praticità? «Il nome Krizia deriva proprio da quel dialogo ma in versione femminile. Con il corso degli anni ho riflettuto moltissimo sull’autonomia della donna e trovo che il connubio tra capriccio e praticità sia una mia arma vincente». Nea • Maggio 2011

Nelle sue creazioni ci sono riferimenti al mondo dell’arte, della letteratura e della cinematografia: Kandinskij, Degas, Marguerite Duras, l’Opera di Pechino. C’è spazio anche per l’arte contemporanea? «Da sempre sono sostenitrice dell’arte contemporanea e non a caso nel mio spazio ospito da oltre dieci anni, in occasione del Salone del Mobile, un genio come Ingo Maurer. E non solo, adoro e sostengo i giovani talenti e credo nella creatività italiana anche se andrebbe maggiormente aiutata e stimolata». Il suo debutto ufficiale avviene nel 1957 a Torino. Cosa è cambiato in più di 50 anni nel mondo della moda e come immagina l’abito del futuro? «Vivono con me sempre la stessa energia e la stessa emozione, ogni volta che presento una mia collezione. Certo, i tempi sono cambiati e si fa molta più attenzione a cosa si acquista ma alla fine vincono sempre il gusto e la ricercatezza». 119


Made in italy Patrizia Bambi

Genio creativo e strategie vincenti Patrizia Pepe. Un marchio che negli anni si è imposto sul mercato nazionale e internazionale. Ora è approdato anche online. Un successo nato dalla forza creativa di Patrizia Bambi e dalle innovazioni manageriali apportate da Claudio Correa di Nike Giurlani

Patrizia Bambi e Claudio Orrea

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n connubio vincente quello tra Patrizia Bambi e Claudio Correa. Anima creativa e forza manageriale. Questo il segreto che si cela dietro il marchio Patrizia Pepe nato nel 1993 dalla Tessilform, l’azienda di produzione tessile da loro precedentemente fondata. Un’eleganza semplice, minimalista, ma in grado di sorprendere grazie all’aggiunta di dettagli studiati per creare un effetto originale. All’intuizione stilistica si unisce, però, una nuova strategia distributiva e di servizio al dettagliante. L’idea è stata quella di sorpassare i due classici ordini stagionali per distribuirli lungo il corso dell’anno, che in numeri significa 40 collezioni durante l’anno per altrettante settimane. Il sistema si completa con 2 collezioni main programmate e 2 collezioni flash per soddisfare i negozianti abituati ad acquistare su campionari, ma che successivamente, nel corso della stagione, ritrovano nelle proposte settimanali le integrazioni necessarie ai loro assortimenti. Qual è stata la strategia del marchio Patrizia Pepe per combattere la crisi? «Non abbiamo messo in atto una particolare strategia perchè eravamo già organizzati nel fornire il massimo servizio al punto vendita attraverso i riassortimenti, le proposte settimanali e con la presentazione di una nuova collezione ogni sei mesi. Questo meccanismo che già 120

aveva dato degli ottimi risultati prima della crisi si è rivelato particolarmente vincente proprio nel corso della delicata congiuntura economica mondiale. In questo modo siamo stati in grado di garantire ai nostri clienti un business più sicuro senza grandi stock di magazzino, ma basato su acquisti settimanali, che permettono anche di tenere i punti vendita sempre aggiornati con le ultime novità». Quali iniziative da portare avanti per competere nel Maggio 2011 • Nea


IL NOSTRO OBIETTIVO È, E CONTINUERÀ A ESSERE, FOCALIZZARE L’ATTENZIONE SUL PUNTO VENDITA, PERCHÉ RAPPRESENTA PER NOI L’ASPETTO PIÙ IMPORTANTE CHE CI CONSENTE DI ARRIVARE AL CLIENTE FINALE

nuovo scenario di mercato post crisi? «Il nostro obiettivo è, e continuerà a essere, quello di focalizzare l’attenzione sul punto vendita, perché rappresenta per noi l’aspetto più importante che ci consente di arrivare al cliente finale. Continueremo quindi l’espansione attraverso l’apertura di nuovi punti vendita, l’acquisizione di nuovi mercati e rafforzando la presenza in quelli nei quali siamo già presenti».

2009 abbiamo deciso di lanciarci in questa nuova sfida. Abbiamo aperto il nostro sito di vendita online e devo dire che abbiamo ottenuto dei risultati incredibili e inaspettati, con una crescita molto significativa. Abbiamo riscontrato una particolare tendenza ad acquistare on line in Germania e più in generale in tutto l’Est Europa, ma l’Italia rappresenta il mercato più importante».

Quali sono i mercati nei quali avete ottenuto già buoni risultati e invece quelli che intendete aggredire nel futuro? «Abbiamo raggiunto ottime performance in Germania, Russia e Cina, ma il nostro obiettivo è conquistare presto il mercato americano che rappresenta una realtà molto interessante ed estremamente competitiva. Ci stiamo lavorando».

Patrizia Pepe e la Toscana, un connubio vincente nel vostro caso. Che rapporto c’è con il territorio? Quali i punti di forza della regione? «La vicinanza con Prato è sicuramente un vantaggio in quanto qui sorge un distretto che produce tessuti di qualità e innovativi. In questo modo possiamo avere un accesso immediato e preferenziale su questi prodotti. Più in generale, tutto il nostro territorio si caratterizza per un forte culto del bello che rappresenta uno stimolo per le nostre creazioni».

Il futuro della moda sarà l’e-commerce? Qual è la vostra esperienza su Internet? «Molti anni fa non avrei mai pensato che fosse possibile vendere abbigliamento tramite internet e tanto meno che potesse diventare un volume importante di mercato. Ho sempre ritenuto molto importante toccare il capo, indossarlo, ma con il tempo mi sono dovuto ricredere. Sempre più spesso ormai le persone utilizzano questo mezzo per realizzare i propri acquisti, non solo per quanto riguarda l’abbigliamento. Così all’inizio del Nea • Maggio 2011

Nuove sfide per il futuro? «Continuare a portare avanti la nostra strategia basata sull’apertura di nuovi punti vendita e sulle nostre tre linee, attraverso le quali riusciamo a coprire il mercato che al momento ci interessa. E poi puntare sempre più sull’e-commerce, oltre ovviamente a rafforzarci su tutti gli altri mercati». 121


Made in Italy

Moda e arte in un accessorio «L’innovazione ma, al tempo stesso, la fedeltà ai valori del marchio sono fattori essenziali per continuare a stupire il nostro cliente finale soprattutto in mercati maturi come l’Europa». La spinta di Giovanna Furlanetto verso nuove opportunità di mercato di Renata Gualtieri

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na storia imprenditoriale di successo, frutto di una tradizione familiare che trova in Giovanna Furlanetto lo stimolo giusto, tra estro e creatività, lusso e bellezza, innovazione e ricerca stilistica. «Furla oggi è presente in 64 paesi del mondo e il Giappone – commenta la manager – è dopo l’Italia il nostro più importante mercato, siamo in Europa, in Usa, in Russia, negli Emirati, a Hong Kong, in Corea, in Cina». Tanti ancora i mercati da potenziare e quelli da cui ci si aspetta la crescita maggiore sono la Cina, la Russia, l’India e il Brasile. Il presidente del Gruppo Furla rivela le ragioni di un successo indiscusso in campo internazionale e i segreti di un brand che, tra futuro e contemporaneo, promuove il made in Italy nel mondo rifugiandosi nell’arte, alla ricerca continua delle idee e del talento giovanile. La filosofia dell’azienda è stata sempre quella di ottenere prodotti eccellenti a prezzi accessibili. Oggi come è possibile garantire questo risultato coniugando tradizione e innovazione? «Sicuramente mantenere o migliorare il value for price dei prodotti, così come gli scenari che stiamo attraversando richiedono, non è semplice. I costi di distribuzione di un marchio “premium” come Furla sono fondamentali e legati anche alla qualità delle location internazionali nelle strade più importanti, lo sforzo quindi si deve concentrare sulla creatività, su quello che noi chiamiamo “engineering di prodotto”, vale a dire il massimo dell’eccellenza con la minima incidenza di tempi di produzione. Sono molto importanti anche le economie di scala, sia nell’acquisto dei pellami che degli accessori di metallo, perché potendo 122

giovanna furlanetto

Giovanna Furlanetto, presidente del Gruppo

avvantaggiarsi di produzioni numericamente rilevanti si possono ottenere prezzi migliori. Allo stesso modo si può migliorare molto la capacità di competere razionalizzando il numero dei fornitori con cui avere rapporti continuativi di vera partnership, in modo da saturare nell’arco dei dodici mesi la capacità produttiva. Qualche produzione la stiamo sperimentando anche nel bacino del Mediterraneo e in Romania, anche se vedo con molto piacere una ritrovata volontà Maggio 2011 • Nea


di competere che cresce in Italia. L’innovazione, ma al tempo stesso la fedeltà ai valori del marchio, sono un altro aspetto importantissimo per continuare a stupire il nostro cliente finale soprattutto in mercati maturi come quello europeo».

Sarà necessario come dicevo puntare su qualità, innovazione, design, creatività (dove l’Italia da sempre fa scuola) per contrastare i nostri costi più alti e, al contempo le imprese dovranno fare sempre più attenzione all’efficienza interna, all’utilizzo dei sistemi informativi, alla razionalizzazione dei costi, all’uso di internet».

La passione per l’arte è evidente nell’istituzione della Fondazione e del premio Furla. Quanto è importante aliQuali le nuove opportunità di mercato? «Alla fine del mentare la creatività per un’azienda come la sua? «La pas2008 l’azienda ha inaugurato la sua sione per l’arte è molto sentita nel boutique online, puntando sul web mondo della moda perchè osservare attraverso un progetto di ampio reil lavoro degli artisti apre la mente LA PELLETTERIA spiro, integrando i due filoni delverso il futuro, crea nuovi stimoli, af- MADE IN ITALY l’info-commerce e fina la sensibilità verso i problemi che PUÒ CONTINUARE dell’e-commerce. Crediamo che affliggono il mondo e, in generale, A ESSERE IMPORTANTE quest’ultimo strumento rappresenti distoglie da quell’eccesso di effimero NONOSTANTE I PLAYER per noi un valido canale di vendita che pervade il modo degli addetti ai SIANO AUMENTATI aggiuntivo, grazie alla forza di inlavori nel nostro settore. La Fonda- E SI AVVALGANO DI ternet di raggiungere capillarmente zione Furla sostiene i giovani e bene- PRODUZIONI IN ASIA ficia del loro sguardo in avanti». A COSTI MOLTO PIÙ BASSI anche la potenziale clientela residente in centri non ancora coperti Furla come ha retto alla crisi e come immagina il fu- dalla nostra rete distributiva. Negli ultimi anni si sono inolturo della pelletteria e del made in Italy? «Il Gruppo ha tre registrati incrementi significativi nella crescita dei conretto bene, anche se stiamo portando avanti un importante sumi e nelle vendite negli aeroporti e nei duty free. Per progetto di revisione interna per adeguare la struttura agli cogliere al meglio questa opportunità offerta dal mercato, importanti cambiamenti che questa crisi ha generato sui mer- Furla ha varato un progetto strategico finalizzato all’espancati mondiali. Credo che il futuro della pelletteria e del made sione del business in quest’area. È stata pertanto costituita in Italy possa continuare a essere importante nonostante i una business unit con un team di manager dedicati che si ocplayer siano enormemente aumentati e, in particolare, molti cupano di sviluppare la presenza del brand negli aeroporti, si avvalgano di produzioni in Asia a costi molto più bassi. nei duty free, nelle vendite a bordo». Nea • Maggio 2011

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Consulenza strategica Ileana Tovaglieri

Gestire i cambiamenti d’impresa

Sempre più aziende si affidano a partner qualificati per sviluppare la loro attività attraverso un management più attento e lungimirante. L’esempio di Geb Consulting nelle parole di Ileana Tovaglieri di Erika Facciolla

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onostante l’abilità di una classe imprenditoriale solida come quella italiana, non è sempre facile tenere il passo delle continue evoluzioni di un’economia che oggi più che mai pone sfide sempre più ardue. Occorre mettersi in discussione, essere pronti al cambiamento e molto spesso affidarsi ad un supporto esterno specializzato che sappia formulare soluzioni adatte alle varie specificità aziendali. Lo sa bene Ileana Tovaglieri, partner di Geb Consulting, società che dal 2004 offre servizi di consulenza strategica e or-

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ganizzativa con uno specifico orientamento alla gestione del cambiamento.

Il vostro approccio è molto diverso da quello degli altri advisor: su cosa è fondato esattamente? «Il nostro approccio si fonda sulle competenze frutto dell’esperienza maturata dai partner in vari settori della consulenza in diversi segmenti di mercato e su un insieme di tecniche specifiche. Questo ci consente di integrare le conoscenze dei clienti in molteplici Maggio 2011 • Nea


contesti. La centralità del lavoro in team, inoltre, fa sì che si operi all’interno dei gruppi di lavoro del cliente in quanto il nostro obiettivo è supportarlo nella ricerca della soluzione ottimale».

LE IMPRESE TENDONO A CONCENTRARE LE ANALISI SUI COSTI, MENTRE INVESTONO POCO SUL FRONTE DELLA PIANIFICAZIONE E GESTIONE DELLA POLITICA DEI PREZZI

In quest’ottica il rapporto di fiducia che si instaura è fondamentale. «I nostri gruppi di lavoro sono formati da uno o due professionisti di elevata seniority, oltre al partner incaricato di gestire i rapporti con il cliente e supportare il team. Questo approccio ci consente di concentrare gli sforzi su ciò che il cliente ritiene fondamentale e ci ha portato a costruire rapporti solidi e duraturi, come testimoniato dall’elevato tasso di retention».

Quali sono le aree di mercato che vorreste presidiare in futuro? «Ci piacerebbe lavorare su tutta l’area della pianificazione e controllo dei prezzi e delle modalità di remunerazione e sviluppo dei canali e delle reti di vendita. In molte realtà industriali, tutta quest’area, genericamente identificata come marketing, è poco integrata con altre funzioni aziendali come il controllo di gestione».

Quali sono i vantaggi che ne derivano? «Per il cliente, la consapevolezza delle decisioni prese e degli strumenti utilizzati nel corso del progetto. In questo modo, acquisisce nuovi strumenti di analisi ed è maggiormente in grado di controllare l’esecuzione delle soluzioni proposte». E per Geb Consulting? «Lavorando fianco a fianco, riusciamo ad acquisire una maggiore sensibilità e applicare modalità operative più facilmente accettabili. È in questo modo che diventiamo veri e propri “colleghi” che condividono la fatica e le soddisfazioni che ogni progetto genera». Ci sono, di contro, degli svantaggi derivanti da un simile modus operandi? «Sicuramente l’approccio è oneroso in termini di tempo e di dedizione. Per garantire che ognuno abbia la massima attenzione e qualità, i nostri collaboratori devono conoscere in modo approfondito la realtà del cliente, acquisire e utilizzare il linguaggio specifico di quell’azienda e coltivare il rapporto personale con ogni persona del team». Tutto questo è compensato da una crescita graduale della società? «Geb Consulting è cresciuta ogni anno in termini di fatturato, ma soprattutto di ampiezza e qualità. La nostra filosofia è quella di perseguire una crescita basata sulla soddisfazione dei clienti, sulla costruzione di una relazione professionale di fiducia reciproca che sappia generare risultati positivi nel tempo». Ileana Tovaglieri, partner della Geb Consulting Srl di Milano www.gebconsulting.it

Nea • Maggio 2011

La cultura di impresa con cui si confronta è aperta al cambiamento oppure è ancora reticente? «Le imprese italiane sono molto più orientate all’innovazione di prodotto o di mercato, piuttosto che all’innovazione delle tecniche di management e di analisi della performance. Ritengo che il ricorso a modelli maggiormente analitici potrebbe aiutare ad essere più reattive sul mercato e a sapersi confrontare con i concorrenti internazionali». Può chiarire il concetto con un esempio concreto? «Le imprese tendono a concentrare le analisi sui costi, mentre poco è investito sul fronte della pianificazione e gestione della politica dei prezzi. L’introduzione di modelli quantitativi di pianificazione e analisi delle strategie di prezzo può aiutare le imprese ad estrarre maggior valore dai propri prodotti attraverso una migliore segmentazione della clientela e una “valorizzazione” delle caratteristiche distintive dell’offerta». A suo parere, cosa dobbiamo imparare dalla crisi economica e quali aspetti del management devono essere messi in discussione? «Credo che la lezione fondamentale sia che la crescita può derivare solo dalla vera creazione di valore economico e che i mirabolanti risultati generati dalla finanza siano rischiosi ed effimeri. E per creare vero valore economico serve tempo, dedizione e competenza da parte di tutte le risorse che operano in azienda. Il management deve gestire l’impresa affinché questo non sia semplicemente un gioco a somma zero». 127


Servizi alle imprese Mari Eugenia Baroncelli Rindi

Così rivivono i magazzini simbolo della storia fiorentina Mari Eugenia Baroncelli Rindi illustra i benefici che il rinnovo dei magazzini di via Panciatichi avranno sull’economia fiorentina. Una struttura recentemente rinnovata che offre l’opportunità di integrare logistica, movimentazione e attività doganali al servizio delle imprese di Paolo Lucchi

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na struttura risalente alla fine dell’Ottocento che, creata per stimolare lo sviluppo economico del territorio fiorentino, ha rappresentato anche un simbolo dell’Unità nazionale. I Magazzini Generali di via Panciatichi a Firenze hanno, insieme alle Ferrovie, alle Poste e alle Dogane «consolidato il concetto politico dell’Unità d’Italia, nata pochi decenni prima». A sostenerlo è Mari Eugenia Baroncelli Rindi, amministratore delegato della Magazzini Generali e Silos Spa, società che ha recentemente ristrutturato i suoi immobili, al cui interno effettua attività di logistica e movimentazione oltre ad ospitare il front office dell’Agenzia delle Dogane di Firenze e il nucleo operativo del Corpo Forestale dello Stato. Una struttura, insomma, che consente di effettuare in un unico posto tutte le operazioni necessarie allo sdoganamento delle merci.

Perché è così importante il valore simbolico di questo edificio? «Perché rappresenta una parte di storia che dovrebbe essere conosciuta soprattutto dai giovani. Sul piano economico i Magazzini hanno consentito alle piccole e medie aziende, quando non erano presenti le strutture proprie, di utilizzare con costi limitati spazi e servizi per il deposito e la movimentazione delle merci. Questi servizi consentivano in passato agli imprenditori di accedere anche ai servizi finanziari garantiti dai titoli di deposito e pegno. Il nostro intervento, volto al recupero immobiliare di una struttura importante per la città di Firenze, vuole mantenere e incrementare alcuni servizi essenziali per le imprese. Allo stesso tempo vorremmo tenere le porte aperte alla città, affinché trovi nei Magazzini opportunità di incontri ed eventi culturali ed economici».


Mari Eugenia Baroncelli Rindi, amministratore delegato della Magazzini Generali e Silos Spa www.magazzinigeneraliesilos.it

L'INTERVENTO SUI NOSTRI IMMOBILI, VOLTO AL RECUPERO DI UNA STRUTTURA IMPORTANTE PER LA CITTÀ DI FIRENZE, VUOLE MANTENERE E INCREMENTARE ALCUNI SERVIZI ESSENZIALI PER LE IMPRESE La ristrutturazione in che modo incrementerà il business della vostra società? «I Magazzini sono composti da 7 edifici comunicanti tramite 10mila metri quadri di piazzali. Aree che ci permettono, di conseguenza, di offrire una logistica articolata, con grande flessibilità e professionalità. I committenti possono utilizzare spazi che vanno dai 50 agli oltre 2000 metri quadri, il tutto assistiti nella movimentazione di ogni tipo e dimensione di merce, dal collo più piccolo a quello di 70 quintali, avvalendosi di mezzi tecnicamente avanzati». A quali necessità dell’imprenditoria odierna risponde la struttura dei Magazzini Generali? «L’imprenditore di oggi è sempre alla ricerca di flessibilità e riduzione dei costi, specie di quelli fissi. Noi offriamo un pacchetto in outsourcing, sollevando le aziende dalla necessità di spazi variabili e servizi delle merci sullo scarico, stoccaggio e spedizione». Come nasce la collaborazione, all’interno, con l’Agenzia delle Dogane di Firenze? «Dalla loro costituzione i Magazzini hanno avuto l’Agenzia presso di loro. Quando, nel 2004, abbiamo iniziato la ristrutturazione degli ediNea • Maggio 2011

fici, si è dedicata molta attenzione alla gestione delle merci soggette a vincolo doganale, nel rispetto di un’attività storica dei Magazzini. Inoltre, è stato ritenuto utile dare a Firenze un punto doganale unico, dove le aziende e i cittadini potessero svolgere le varie formalità senza dispersioni. Al nostro interno sono operanti anche il Nucleo Operativo CITES del Corpo Forestale dello Stato, un magazzino doganale e aree attrezzate per lo svolgimento delle operazioni». Quali settori, in particolare, si stanno appoggiando ai vostri spazi? «Tutte le imprese possono essere interessate alla nostra attività, interveniamo sui più vari settori merceologici. Anche le grandi aziende, che spesso dispongono di strutture proprie, trovano talvolta più utile rivolgersi a noi, sopperendo a momenti favorevoli di mercato». Cosa si aspetta dal futuro? «I committenti trovano nella nostra collaborazione opportunità di servizi specializzati a costi contenuti e fissi. È quindi auspicabile che il futuro ci riservi una buona espansione, non solo nel territorio fiorentino, ma anche in quello nazionale, attraverso lo sviluppo di un’attività logistica sempre più avanzata». 129


Servizi alle imprese Emanuela Vavassori

Un aumento di valore per l’intero sistema impresa Soluzioni di motivazione tramite la gestione di benefit per le risorse umane, programmi incentive e loyalty e servizi di assistenza sociale. Per valorizzare le differenze e incrementare la produttività e lo sviluppo. La mission di Sodexo nelle parole del direttore Corporate Affairs Emanuela Vavassori di Erika Facciolla Emanuela Vavassori www.sodexo.com

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a crescita dell’economia e di quel substrato imprenditoriale formato dalle piccole, medie e grandi imprese, volano dello sviluppo del nostro paese, passa anche attraverso realtà professionali in grado di soddisfare una gamma eterogenea di bisogni attraverso la fornitura di soluzioni specifiche per ogni esigenza. Potenziare le risorse produttive e umane, infatti, vuol dire creare valore per l’intero sistema-impresa attraverso un’azione integrata di servizi ‘su misura’ opportunamente ponderati sulla specificità di ogni caso. Sodexo, società leader nel settore della ristorazione collettiva e nei servizi per la motivazione aziendale che da anni offre un approccio integrato ai servizi food, soft e hard per permettere al cliente di operare in modo flessibile in condizioni di efficienza di costo e performance e di concentrarsi sul proprio vantaggio competitivo. Ne parla Emanuela Vavassori, direttore Corporate Affairs dell’azienda.

Quali sono i principali settori di riferimento e i paesi presidiati con i vostri servizi? «Attualmente siamo presenti in ottanta paesi nel mondo. In Italia siamo una realtà di oltre tredicimila persone, una comunità di oltre 130

due milioni di soggetti tra affiliati, partners, clienti e utilizzatori. Operiamo con due organizzazioni che coprono la globalità dei bisogni di servizio di aziende di ogni tipo e dimensione. Sodexo Motivation Solutions fornisce soluzioni di motivazione tramite la gestione di benefit per le risorse umane, programmi incentive e loyalty e servizi di assistenza sociale. Sodexo On Site Service Solutions con soluzioni complete per il facility management opera nei segmenti aziende, sanità, scuola, senior».

Quale valore aggiunto può dare all’impresa una strategia mirata a motivare i propri dipendenti? «Sappiamo quanto la gestione e la valorizzazione delle differenze sia significativa per la produttività e lo sviluppo. I bisogni sono diversi, per ogni individuo, per ogni organizzazione. Noi progettiamo soluzioni su misura per passare dalle politiche astratte alla concretezza degli strumenti. Le aziende che, come la nostra, s’impegnano a favorire la crescita personale e sociale dei collaboratori, attraverso la rigorosa attenzione contro ogni discriminazione e nel rispetto delle diversità, possono raggiungere traguardi molto ambiziosi». Maggio 2011 • Nea


Sotto, Team dedicato a Diversity & Inclusion e CSR: in alto, da sinistra, Silvia Burigana, Chiara Candiani, Laura Rossetto, Raffaella Parente. In basso, da sinistra, Emanuela Vavassori, Fabiana Saleari, Anna Labombarda e Anna Molten

SAPPIAMO QUANTO LA GESTIONE E LA VALORIZZAZIONE DELLE DIFFERENZE SIA SIGNIFICATIVA PER LA PRODUTTIVITÀ E LO SVILUPPO. I BISOGNI SONO DIVERSI, PER OGNI INDIVIDUO, PER OGNI ORGANIZZAZIONE Come si è tradotto praticamente tale impegno? «Negli Stati uniti siamo al primo posto per ‘diversità e inclusione’ e nella classifica di diversity inc siamo tra le prime delle cinquanta top company nel mondo. In Italia abbiamo un team dedicato alla diversity e alla responsabilità sociale. Un team composto da donne e uomini con diverse competenze e grandi capacità professionali che hanno accettato di confrontarsi con questo tema per migliorare ogni giorno la qualità della nostra vita in azienda e stimolare anche soluzioni che potranno essere utili per i clienti». Quali sono i vostri servizi più richiesti e in cosa consistono nello specifico?«Sodexo Motivation Solutions in Italia è più conosciuta per il servizio sostitutivo di mensa tramite buoni pasto. Un benefit che si è diffuso negli anni Ottanta nelle grandi aziende. Il buono pasto non risponde soltanto al bisogno di consumare un pranzo ma diventa un modo flessibile per gratificare i dipendenti». Nea • Maggio 2011

Quali altre soluzioni proponete? «La nostra esperienza ha facilitato lo sviluppo di soluzioni che hanno arricchito la gamma di servizi: ad esempio i Pass gift, Passincentive e il Pass mobility, un benefit innovativo per il dipendente. Con questo strumento le aziende motivano i dipendenti offrendo loro il tragitto casa lavoro, e fanno vivere il loro impegno di responsabilità sociale sollecitando la rinuncia all’uso dell’auto». Come ha influito la recente crisi economica sul vostro business? «La nostra è da sempre un’azienda con un grande spirito di progresso, che segue e stimola i cambiamenti non subendoli ma cavalcandoli con energia. Tutti i problemi incontrati nel percorso di crescita si trasformano in opportunità. La nostra è un’offerta unica nel mercato, per questo ci aspettiamo di essere valutati con una crescente consapevolezza che quando si parla delle persone, delle loro famiglie dei loro bambini, dei loro clienti, gli aspetti dell’etica del business non potranno essere un elemento trascurabile». 131


Formazione Maria Giovanna Garuti

Il mondo del lavoro cambia: il ruolo della formazione Dalla formazione all’addestramento, dalla selezione allo sviluppo organizzativo delle risorse umane in un mondo del lavoro in costante evoluzione. L’approccio consulenziale e operativo di ISMO nelle parole di Maria Giovanna Garuti di Erika Facciolla

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a formazione è uno strumento fondamentale per le imprese che vogliono sviluppare le loro risorse, umane ed economiche, per rimanere al passo con le richieste di un mercato sempre più mutevole e competitivo. Ma ‘formare’ significa innanzitutto valorizzare l’individuo nella sua duplice dimensione, umana e professionale, affinché possa approcciarsi alla realtà lavorativa in maniera serena e propositiva, tanto più in un momento di forte crisi economica come quello che stiamo vivendo. Questa è, sinteticamente, la filosofia ispiratrice di ISMO - gruppo professionale interventi e studi multidisciplinari nelle organizzazioni - che dal 1972 opera nel campo delle risorse umane e del lavoro. Guidata da un team di esperti tra i più autorevoli del settore, Ismo offre multidisciplinarietà nella lettura dei contesti e nella gestione dei progetti. Di recente la società ha curato un importante progetto di formazione promosso dalla Provincia di Trento. Ne parliamo con Maria Giovanna Garuti, psicologa del lavoro e partner di ISMO.

monitoraggio realizzato ad alcuni mesi di distanza dalla fine dei corsi ci dice che il 60% dei corsisti ha trovato un’occupazione e che l’80% di essi sta ancora lavorando in diversi settori con prevalenza terziario e servizi». Tra le prerogative del progetto vi è anche la formazione dei lavoratori stranieri. «Nei corsi di Trento molti partecipanti erano stranieri anche perché ISMO-SIMKI ha realizzato corsi di apprendimento della lingua italiana. Lo straniero è stato assunto a metafora della “stranierità” di ciascuno rispetto a qualcuno o qualcosa. Il cambiamento continuo, l’evoluzione tecnologica, l’alta mobilità, la diffusione dell’informazione, i social network fanno sì che tutti siamo stranieri per certe cose e tutti siamo “indigeni” per altre».

Con quali obiettivi è nato il progetto della “formazione anti-crisi” finanziato dalla Provincia di Trento? «Si tratta di un’iniziativa particolarmente virtuosa perché ha saputo guardare avanti ponendosi in un’ottica di “prevenzione” piuttosto che di constatazione. ISMO-SIMKI ha interpretato questa esigenza ponendo al centro lo sviluppo della persona. Questo significa dare vita ad una proposta formativa che senza trascurare le conoscenze e le competenze utili valorizzi le capacità di cittadinanza, di relazionalità, di riconoscimento di sé e del proprio contesto. La didattica ha quindi sapientemente integrato modalità differenti di lavoro sia individuali che collettive, privilegiando sempre la dimensione “esperienziale”». Quali sono i risultati raccolti dall’iniziativa? «Il primo 132

Maria Giovanna Garuti, psicologa del lavoro e partner ISMO www.ismo.org

Maggio 2011 • Nea


LA FORMAZIONE DEVE PORSI NELLO SPAZIO DI “NON ANCORA” MA POSSIBILE, ALLENANDO LE PERSONE ALL’APPRENDERE AD APPRENDERE, A COSTRUIRE PROGETTI REALISTICI E quali sono stati i riscontri più evidenti in tal senso? «Dai primi dati tutto ciò sembra aver prodotto vantaggi sia alle persone che al mercato del lavoro. Le persone occupate dopo i corsi hanno coperto, con molta flessibilità, posizioni variegate. Inoltre, una buona percentuale ha fatto anche altra formazione professionalizzante e ciò dimostra che, una volta avviato, il processo di valorizzazione di sé prosegue anche al di là della singola iniziativa». Molti settori lamentano difficoltà nel reperire tecnici o artigiani specializzati. In che modo ISMO può contribuire a colmare questo gap? «La nostra esperienza ci dice che può innestarsi un modello virtuoso di scambio fra domanda e offerta di lavoro e che la formazione può essere un facilitatore di tale incontro, se sa tenere la sua posizione di ‘tramite’. La formazione deve proprio porsi in questo spazio di “non ancora” ma possibile, allenando le persone all’apprendere ad apprendere, a costruire progetti realistici. È dunque importante far conoscere il mercato del lavoro e permettere a ciascuno di conoscere meglio se stesso». Cosa ha insegnato la recente crisi alle nostre aziende in merito alla valorizzazione delle risorse umane? «SinceNea • Maggio 2011

ramente mi sembra che le nostre aziende abbiano appreso molto poco. Utilizzano le risorse umane, ma non valorizzano le persone. Prevale la fretta, la frenesia dell’azione, lo spauracchio della perdita del lavoro e lo spazio dedicato alla formazione è sempre più limitato, sia in termini di tempo che di progettualità». Donne e lavoro: un tema in cui certe evidenze appaiono ancora più allarmanti. «Le donne che fanno carriera sono poche sia per le ben note ragioni delle non “pari opportunità”, sia perché a far carriera sono quelle più omologate alla logica del potere vigente. Più o meno donne nei CdA rischiano di non cambiare nulla nei modi di pensare e governare l’impresa e il lavoro». Quali sono le prospettive e i progetti per il futuro della società di formazione? «La crisi si può superare soltanto con investimenti forti in “education” intesa come formazione, scuola, ricerca, università. Vi è dunque un grande bisogno di formazione che non sempre si traduce in domande significative e coerenti. ISMO non vuole rinunciare a proporre una formazione effettivamente orientata ad un benessere maggiore per le persone e per i sistemi organizzativi». 133


Gestione dei sinistri Adriana Lommi

Lo sviluppo manageriale dalla formazione

Il caso della Engineering Data di Torino, tra le società più affermate nella gestione dei sinistri. Una realtà che, seguendo la strada indicata dal suo fondatore, Attilio Mercalli, lascia ora spazio alle nuove generazioni. A parlarne è Adriana Lommi di Filippo Belli

È

inconsueta l’attività professionale scelta da Adriana Lommi. Sono poche, infatti, le amministratrici donne impegnate nel settore peritale. La società cui si trova al vertice la manager, la Engineering Data di Torino, l’ha però fortemente voluta in questo ruolo, investendo su di lei. «La mia formazione professionale è nata proprio grazie alla spinta propulsiva dell’azienda, che ha seguito la mia crescita durante gli oltre 30 anni di lavoro che le ho dedicato». In un mercato sempre meno attento alla valorizzazione del personale, e in cui purtroppo emergono ancora discriminazioni di sesso, il caso Lommi rappresenta un esempio importante di un’imprenditoria che investe proprio sul capitale umano. «La società mi ha offerto grandi percorsi culturali – ribadisce la responsabile amministra134

tiva -. Attivando affiancamenti con lo studio dei commercialisti fiduciari e con i consulenti informatici accreditati, sono cresciute le mie competenze, anche attraverso corsi di studio e viaggi nel mondo, fino all’assegnazione di un congruo numero di quote della società».

Come si sta evolvendo il vostro settore? «ED si occupa della gestione dei danni. Un ambito in cui, storicamente, i singoli professionisti vengono coadiuvati da una segreteria per gestire incarichi affidati da assicuratori, tribunali o aziende colpite da un sinistro o coinvolte in un contenzioso tecnico. Per questo ogni professionista tendeva a orientarsi su una specifica competenza, cioè su alcune ristrette tipologie di sinistri. Ad esempio chi sui furti e gli incendi o chi sulle responsabilità civili causate da difMaggio 2011 • Nea


formità quantitative/qualitative di forniture. Insomma, si parla di un settore che negli anni si è via via sempre più ramificato».

Adriana Lommi insieme allo staff della Engineering Data di Torino www.engineeringdata.it

E ora questo sta cambiando? «È emerso come questa tipologia di conduzione obbligasse l’utenza a intrattenere rapporti di consulenza con una numerosa schiera di professionisti, con tutte le problematiche che ne conseguono, sia da un punto di vista gestionale che economico. Per non parlare, poi, di quando si verificano simultaneamente più eventi di natura differente. E così l’orientamento della categoria è cambiato, sia sul versante dell’utenza, sia sulla tipologia di professionisti». In che modo? «I consulenti oggi tendono a sviluppare strutture multidisciplinari, costituite da associazioni di soggetti coordinati a loro volta da un leader o, comunque, coagulate attorno ad un “senior”. I giovani operatori, ognuno esperto nel proprio settore, possono così operare in concerto in una sola struttura. Le aziende, di conseguenza, si interfacciano con un solo interlocutore. Il nostro caso rappresenta un esempio, in cui le persone con più esperienza si sono impegnate per trasmettere ai giovani gli schemi fondamentali della perizia, nelle sue multiformi modalità di conduzione e redazione». Qual è lo strumento più idoneo per ottimizzare il rapporto? «La consulenza peritale è lo strumento classico destinato a ottimizzare il rapporto, verosimilmente conflittuale per opposti interessi, fra l’assicuratore da un lato e il danneggiato dall’altro o, più genericamente, fra soggetti investiti di responsabilità attiva o passiva. Engineering Data rappresenta proprio quel tipo di struttura dedita alla consulenza peritale, ottimizzata dalla graduale formazione di un team multidisciplinare, ormai ampiamente consolidato, con operatività nei vari settori della perizia, a livello nazionale e internazionale». Quali sono i settori nei quali avete raggiunto i risultati migliori? «In primis nell’ambito nelle maggiori compagnie di assicurazione italiane, tedesche e spagnole. In secondo luogo lavoriamo molto con i più affermati Nea • Maggio 2011

INVESTENDO COSTANTEMENTE NELLE ATTIVITÀ FORMATIVE ABBIAMO SUPERATO AGEVOLMENTE I DISAGI DEL MERCATO, SPECIE IN UN MOMENTO DI CRISI INTERNAZIONALE, COME QUELLO CHE STIAMO VIVENDO istituti di credito, quali gestori del leasing immobiliare e dei beni strumentali. Infine, siamo scelti anche dalle società di renting, nonché dai gestori di flotte, tanto di autovetture, quanto di veicoli commerciali».

Suo mentore, nonché fondatore della Engineering Data, è Attilio Mercalli. Cosa rappresenta, per lei, l’esempio di questo imprenditore? «Lavorare al suo fianco ha significato imparare da un manager illuminato. Al compimento del suo settantesimo anno di età, ha scelto di distribuire gratuitamente a sei dei suoi collaboratori, tutte le quote della società, rimanendo attivo come esperto senior e amministratore unico, per volontà del suo team. È un uomo motivato, che crede nei giovani e che, negli oltre quarantatre anni di attività della ED ha investito costantemente nelle attività formative, permettendoci di superare agevolmente i disagi del mercato, specie in un momento di crisi internazionale, come quello che stiamo vivendo». 135


Consulenza del lavoro Monica Melani

Più attenzione sui doveri dei lavoratori La consulente del lavoro Monica Melani evidenzia un divario, culturale e normativo, tra i diritti e i doveri dei lavoratori italiani. Analizzando danni e responsabilità a carico di imprese, dipendenti e sindacati di Aldo Mosca

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n una società democratica i diritti devono andare di pari passo con i doveri. Ma posti i due termini sui due piatti della bilancia, risulta fragile l’ago che ne garantisce l’equilibrio. Un problema che in Italia è tornato a emergere su uno dei temi più importanti e socialmente strategici: il lavoro. Industriali, lavoratori, sindacati e politici. Crescono le barriere e le incomprensioni. Stona il fatto, però, che a essere ai margini, perlomeno mediatici, della discussione, siano i veri protagonisti della nostra economia, i piccoli imprenditori. Un quadro che osserva criticamente anche Monica Melani, tra i più affermati advisor milanesi, titolare dell’omonimo studio di consulenza del lavoro. «In Italia spesso si parla di diritti e quasi mai di doveri dei lavoratori – sottolinea la Melani -. In altre realtà europee, al contrario, il candidato a un posto di lavoro si informa prima di tutto su quali siano i suoi doveri, dopodiché si interessa ad approfondire i diritti». Secondo la consulente il problema non è puramente legato a un approccio culturale. Sarebbe, infatti, proprio l’apparato normativo a creare questa discrasia. «Le normative italiane sono molto vincolanti per i datori di lavoro e il più delle volte, se si arriva a una causa civile, il giudizio si chiude a favore dei dipendenti».

Dunque secondo lei il lavoratore dipendente, in Italia, è molto più tutelato che in altri stati europei? «Esattamente. I procedimenti disciplinari vengono impugnati e le cause molto spesso finiscono con il dare ragione al dipendete. Il codice disciplinare consente di parlare in maniera più specifica di quelli che sono gli obblighi del lavoratore. Quello subordinato è tenuto a osservare specifici obblighi e doveri, durante tutto il periodo di svolgimento del rapporto. Il lavoratore deve adempiere l’obbligazione lavorativa secondo diligenza, 136

Monica Melani, titolare dello studio Melani & Partners di Milano www.studiomelani.it

obbedendo alle direttive impartite dal datore di lavoro, e non deve agire in concorrenza con gli interessi di quest’ultimo».

Cosa prevede il dovere di diligenza? «Prevede che il lavoratore, nell’adempiere la propria attività lavorativa, debba usare la diligenza richiesta dalla natura della prestazione dovuta. La violazione dell’obbligo di diligenza può determinare, in capo al lavoratore, la responsabilità per inadempimento delle obbligazioni. Una responsabilità che, avendo natura contrattuale, può essere superata dal lavoratore solo mediante la prova che il mancato adempimento di diligenza è dovuto a una causa a lui non imputabile. L’obbligo di diligenza si soMaggio 2011 • Nea


IL LAVORATORE NON PUÒ LIMITARSI A METTERE A DISPOSIZIONE LA SUA FORZA LAVORO, MA DEVE AVERE ANCHE UN COMPORTAMENTO TALE DA CONSENTIRE ALL’IMPRESA DI USARE IN MANIERA PROFICUA ED EFFETTIVA LE SUE ENERGIE stanzia nell’obbligo di rispettare tutte le prescrizioni concrete connesse alla prestazione, comprese quelle fissate dalle norme di legge e di contratto collettivo applicabili al rapporto».

Mentre i doveri di obbedienza e fedeltà? «Il primo costituisce una delle modalità con cui deve essere adempiuta l’obbligazione lavorativa. Il lavoratore deve osservare le disposizioni per l’esecuzione e la disciplina del lavoro impartite dall’imprenditore e dai suoi collaboratori. Ricordiamoci che è il datore di lavoro a decidere le modalità con le quali deve essere eseguita la prestazione lavorativa, con l’emanazione di ordine di carattere direttivo, organizzativo e disciplinare. Il dovere di fedeltà, invece, riguarda gli obblighi di riservatezza e il divieto di concorrenza richiesti ai lavoratori dipendenti per preservare il bene dell’azienda in cui operano. Molti non sanno che anche “il parlare male” dell’impresa nella quale si lavora rappresenta una violazione dell’obbligo di fedeltà». Quello che lei ha appena spiegato, in realtà, dovrebbe essere noto e ritenuto scontato da tutti. Perché allora si fatica a diffondere e far conoscere questi dettami? «Il lavoratore non può limitarsi a mettere a disposizione la sua forza di lavoro, ma deve avere anche un comportamento tale Nea • Maggio 2011

da consentire all’impresa di usare in maniera proficua ed effettiva le sue energie. Le negligenze e le imprudenze di chi lavora non danneggiano solo i titolari delle aziende, ma anche i dipendenti e l’economia intera. È una forma mentis che occorre riconquistare. La responsabilità credo sia anche del sindacato, che dovrebbe perdere questo atteggiamento da sessantottino, e iniziare finalmente a collaborare con gli imprenditori, non per fare perdere posti ai lavoratori, ma per crearne di nuovi».

Anche gli imprenditori, però, avranno la loro fetta di responsabilità, non crede? «Certamente, chi fa impresa è ovviamente responsabile, ma ricordiamoci che si tratta di un lavoro molto difficile. Al di là dei grandi scandali che hanno travolto negli ultimi anni il nostro paese, che riguardano i cosiddetti grandi industriali, esiste la realtà del piccolo e medio imprenditore che lotta tutti i giorni con gli insoluti, con la mancanza di commesse, con la mancanza di flessibilità della normativa sul lavoro». E in che modo, in questo quadro, la sua categoria si rivela strategica? «Il ruolo dei consulenti del lavoro, sempre più delicato, sta emergendo come vero mediatore tra gli interessi delle parti, tra lavoratori e imprenditori». 137


Consulenza Ombretta Magaraci

La sfida della libera professione

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ent’anni fa la pratica professionale non era ancora obbligatoria per gli aspiranti commercialisti. Ciononostante, mossa dal desiderio di aprire uno studio proprio, Ombretta Magaraci affrontò gratuitamente un tirocinio presso due differenti studi milanesi per poi dare l’esame di stato: «Il mio carattere indipendente, il bisogno di continui stimoli e la voglia di studiare ancora presente mi diedero la spinta per intraprendere la libera professione».

Quali sono i rischi che questa scelta ha comportato? «Per fare un passo del genere, oggi come ieri, occorre molto coraggio. La nostra professione è molto rischiosa per via delle sue caratteristiche e della vastità delle materie trattate quotidianamente. Non è un mestiere che si può improvvisare, anche se sono molti coloro che sottovalutano pericolosamente l’impegno che occorre per diventare commercialisti. Al contrario, servono molto sacrificio e molto studio. La banalizzazione e i luoghi comuni su questa importante figura professionale vanno combattuti con tutte le nostre forze. Noi commercialisti abbiamo un ruolo fondamentale sia nella vita quotidiana delle imprese, sia nel contesto politico economico sociale del nostro paese. Un professionista preparato, aggiornato e di qualità può determinare il successo di qualsiasi realtà. Va precisato, inoltre, che le incombenze a nostro carico sono di anno in anno sempre maggiori e i rischi nei confronti dei clienti da un lato e del fisco dall’altro si sono potenzialmente moltiplicati». Di cosa si occupa il suo studio? «Mi occupo degli adempimenti fiscali e contabili delle aziende, ho esperienza in contabilità e bilanci. Lavoro con le aziende, specie con società piccole, medie o grandi, e i lavoratori autonomi come artigiani e commercianti. Ma anche i lavoratori dipendenti possono rivolgersi al mio studio per la

Ombretta Magaraci, titolare dello studio Magaraci di Milano www.studiomagaraci.com

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Per un commercialista aprire un’attività propria è una scelta impegnativa che richiede forza di volontà e capacità organizzativa, Ombretta Magaraci racconta la sua esperienza di Amedeo Longhi contabilità personale, la dichiarazione dei redditi e la liquidazione delle imposte».

In che maniera organizza il suo tempo dedicandosi all’aggiornamento e alla ricerca da un lato e all’attività quotidiana dello studio dall’altro? «È molto difficile conciliare l’attività di aggiornamento e di ricerca con l’attività quotidiana dello studio. Occorre molta organizzazione e soprattutto un team di lavoro valido a supporto. Bisogna investire molto tempo e molto lavoro nell’addestramento di personale di qualità, in modo tale da riuscire a dedicare parte della giornata lavorativa all’attività di aggiornamento, importantissima per un lavoro di buon livello. Lo studio quotidiano di giornali, libri e riviste di settore, è fondamentale e non va mai trascurato, nonostante gli impegni e le scadenze siano davvero pressanti. A tale proposito ritengo opportuno sottolineare che l’aggiornamento costante e necessario, chiamato “formazione professionale continua”, è un obbligo giuridico e deontologico per tutti gli iscritti all’albo, pena l’esclusione dall’albo professionale». Cosa consiglia a chi deve affidare la gestione della fiscalità personale o della propria azienda a un professionista? «È molto importante fare attenzione a coloro i quali si spacciano per commercialisti ma in realtà non lo sono; potrebbero procurare danni inimmaginabili senza per questo essere puniti. L’iscrizione a un Albo professionale e la stipula di una polizza rc professionale è una conditio sine qua non per l’esercizio della professione. Raccomando, quindi, prima di affidare le sorti della propria azienda in mano a un commercialista, di farsi mostrare le credenziali e verificare la sua effettiva professionalità». Maggio 2011 • Nea


Consulenza Marzia Mazzoleni

Flessibilità nel gestire il lavoro Cambia il mondo del lavoro e, con esso, il ruolo delle figure professionali di supporto alle aziende che vi gravitano intorno, a cominciare dai consulenti. Bilanci e prospettive tracciate da Marzia Mazzoleni di Erika Facciolla

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a crisi economica che ha investito l’economia globale ha sicuramente influito gravemente anche sul mercato del lavoro con tassi di occupazione media in netto calo un po’ in tutti i comparti. La gestione del mondo del lavoro, di conseguenza, deve seguire tali tendenze e farsi trovare pronta a situazioni sempre più ‘emergenziali’ che di ‘ordinaria amministrazione’. A complicare il quadro c’è anche una maggiore complessità delle norme che regolano le nuove forme di lavoro flessibile e i rapporti tra dipendenti e aziende: è in questo contesto che il ruolo del consulente del lavoro diventa di cruciale importanza per tutti i soggetti coinvolti. Parallelamente all’evoluzione sul piano legislativo, infatti, vi è stata una ancora più incisiva evoluzione sul piano sostanziale. Abbiamo affrontato queste tematiche con Marzia Mazzoleni, professionista bergamasca che da oltre trent’anni si occupa di consulenza del lavoro. Qual è il bilancio sull’attività professionale svolta nell’ultimo anno e come ha influito la crisi economica? «Quest’anno ricorrono i trentacinque anni della mia iscrizione presso l’ordine dei Consulenti del Lavoro di Bergamo. La crisi che ci ha investito in quest’ultimi anni ha fortemente intaccato il tessuto economico della nostra Provincia, con conseguente diminuzione di posti di lavoro e chiusure di aziende nel settore tessile meccanica e servizi. È evidente che ciò ha influito nel bilancio delle attività professionali, attività che si è spostata da una gestione equilibrata del mondo del lavoro a una gestione caratterizzata da emergenze (cassa integrazione, contratti di solidarietà, cassa in deroga e licenziamenti). In questi momenti di crisi l’attenzione va posta non solo sulla gestione del rapporto di lavoro, ma va anche spostata sul mercato del lavoro».

professione? «Oggi la gestione del mondo lavoro sempre più è caratterizzata dalla parola flessibilità: ciò comporta essere preparati nella gestione delle risorse umane e implica la necessità di un rapporto più stretto tra il consulente e le aziende. Infatti la gestione di rapporti di lavoro flessibili e la gestione di ammortizzatori sociali sono regolate da normative che si sono complicate e vanno quindi adattate alle specifiche esigenze della problematica aziendale; ciò si può ottenere solo con un rapporto più stretto con l’azienda».

Il ragioniere Marzia Mazzoleni esercita a Bergamo info@marziamazzoleni.it

Soprattutto sotto quali aspetti sta mutando la sua 140

Maggio 2011 • Nea


LA FEMMINILIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI INTELLETTUALI COSTITUISCE UNO DEI TRATTI DISTINTIVI DEGLI ULTIMI QUINDICI ANNI. SI TRATTA DI UN FENOMENO ESPLOSIVO: LA PROFESSIONE NON SOLO SARÀ, MA È GIÀ DONNA Tra le imprese da lei assistite si annoverano anche molte farmacie, un ambito che richiede una preparazione specifica. Quali sono le principali criticità che si trova ad affrontare? «I titolari di farmacie sono professionisti ineccepibili, molto disponibili e svolgono un servizio particolarmente vicino alle esigenze dei cittadini. Questi sono momenti difficili anche per le farmacie. Il 2010 è stato un anno critico sia per la sanità, che per l’intero Paese. Il prezzo medio dei farmaci dispensati dalle farmacie cala in continuazione e la maggior parte dei farmaci nuovi e costosi non passa per le farmacie, il ché provoca una continua riduzione della redditività». La sua è una professione in cui si affermano sempre di più le donne. È un fenomeno casuale o, secondo lei, c’è una motivazione dietro questa “maggioranza rosa”? «La “maggioranza rosa” nella nostra professione ha una motivazione logica: se si entra in uno studio di consulenza del lavoro si notano un notevole numero di lavoratrici occupate Nea • Maggio 2011

nel controllo e compilazione di cedolini paga e nelle applicazioni a questi dei vari contratti di lavoro. Questo tipo di lavoro è più adatto alla mente femminile che a quella maschile. La femminilizzazione delle professioni intellettuali costituisce uno dei tratti distintivi degli ultimi quindici anni fra le categorie. Le donne professioniste aumentano ovunque più degli uomini, si tratta di un fenomeno esplosivo: la professione non solo sarà, ma è già donna». Quale futuro si aspetta per la nostra economia? «Il futuro del Paese è inscindibilmente legato alle piccole e medie imprese. Occorre, dunque, creare le condizioni che consentano a queste di esprimere compiutamente le loro potenzialità e comprendere quali sono le prospettive di una ripresa economica che deve necessariamente accompagnarsi ad un incremento di posti di lavoro. Il mio scopo è di confrontarmi sulle riforme da fare e sulle criticità da affrontare per analizzare un mercato sempre più in difficoltà. E la strada è ancora molto lunga». 141


Il settore dei servizi Barbara Buzzi

Più controlli sul personale non in regola Il settore dei servizi, a cominciare dal ramo delle pulizie, assiste al dilagarsi di alcuni fenomeni di illegalità, dall’evasione al lavoro nero. Purtroppo, molte volte a pagarne le conseguenze sono solo le imprese virtuose. Il punto di Barbara Buzzi, a capo della romana PO.MO. di Carlo Sergi

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iù vasto è il mercato, più frequenti sono i rischi legati a una concorrenzialità scorretta. Un problema che riscontrano, in particolare, i piccoli e medi imprenditori, e che risolleva con forza l’annoso problema dell’illegalità sul tessuto produttivo. Nel settore dei servizi la concorrenza sleale rappresenta un ostacolo che, se sommato alla congiuntura negativa, non può più essere ignorato. Secondo Barbara Buzzi, titolare di una nota società di servizi romana, la PO.MO. Srl, «questo è attualmente il problema più gravoso». In particolare, la Buzzi evidenzia alcune criticità relativamente a uno dei suoi core business, quello delle pulizie. «Purtroppo ci confrontiamo con alcune aziende che scelgono di operare nell’illegalità».

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A cosa si riferisce soprattutto? «Alla gestione del personale, dipendente e non, che se attuato in maniera scorretta impedisce alle aziende virtuose di vincere numerosi appalti pubblici, facendole partire ampiamente svantaggiate». Sono accuse molto gravi. «Sì, però occorre dire che non sono poche le aziende che assumono il personale in maniera “parziale”, ovvero non per la totalità delle ore effettive in cui questo lavora. Ciò comporta che in sede di gara pubblica, queste cosiddette aziende possono offrire prezzi estremamente bassi. E per chi lavora nella piena legalità diventa difficile partecipare». Un paradosso. «Ormai in Italia siamo abituati ad averne. Maggio 2011 • Nea


LA GESTIONE DEL PERSONALE, DIPENDENTE E NON, SE ATTUATA IN MANIERA SCORRETTA IMPEDISCE ALLE AZIENDE VIRTUOSE DI VINCERE NUMEROSI APPALTI PUBBLICI, FACENDOLE PARTIRE AMPIAMENTE SVANTAGGIATE Basti pensare che la mia società è al di fuori da quel gap che la C.C.I.A.A. ha posto come termine di paragone per le spese relative ai dipendenti, in quanto supero in eccesso la media dei costi che “dovrebbero” riguardare, appunto, i lavoratori».

basi d’asta non sono veritiere, visto che si prendono per buoni dei parametri in origine artefatti. Ed ecco perché nel mercato privato la concorrenza disonesta, soprattutto in un periodo di crisi, riesce ad accaparrarsi ampie fette di mercato».

E questo cosa comporta? «Addirittura si è insinuato il sospetto, nei controllori del bilancio, che io possa emettere cedolini paga “fittizi” per aumentare le spese. Un’altra stranezza è quella relativa all’obbligo, da parte delle aziende, di fornire ai dipendenti il tesserino di riconoscimento contenenti la fotografia, le generalità del lavoratore, l’indicazione del datore di lavoro e il numero matricola ricavato dal libro matricola. Bene, hanno provato a fare qualcosa per accertarsi che il dipendente sia veramente assunto, salvo poi eliminare l’obbligo della tenuta del libro matricola. Tutto questo, sommato a tanti altri modi di evadere, comporta, nel settore pubblico, l’impedimento oggettivo a partecipare a gare di appalto indette al massimo ribasso, alle quali un’azienda regolare non può partecipare.

Nel settore delle pulizie aumenta la presenza, sul territorio, di imprenditori stranieri. Cosa rappresenta questo per una società come la sua? «Se ci riferiamo a quella miriade di lavoratori in nero è chiaro che per noi rappresentano un danno. Molti imprenditori, poi, riducono sostanzialmente i costi relativi all’utilizzo di prodotti a norma, biodegradabili, con presidio medico chirurgico, rifornendosi ai discount senza badare alla salute dei propri lavoratori in primis. Intendiamoci, noi non siamo contrari all’integrazione dell’impresa straniera nel nostro ramo di attività, purché avvenga legalmente, nel rispetto dei lavoratori e del fisco. Spesso, in Italia, chi lavora ottemperando a tutte le leggi è senz’altro svantaggiato. I controlli sono giusti e doverosi, ma a patto che vengano estesi a tutti in modo omogeneo ed egualitario. Occorrerebbe, inoltre, che anche i controllori venissero vigilati».

Si parte da basi d’asta troppo basse? «Già in partenza le

Barbara Buzzi, a capo della PO.MO. Srl di Roma www.pomoimpresa.com

Nea • Maggio 2011

Quali aspettative ripone per il futuro della PO.MO? «La nostra società è presente sul mercato di Roma da oltre trent’anni. Grazie a questo siamo riusciti a fidelizzare i clienti e, non ultimi, anche i dipendenti. Alcuni di questi collaborano con noi da più di vent’anni. Questo ci riempie di orgoglio e ci convince nel voler perseguire il nostro operato nel pieno rispetto della legalità. Per noi è inconcepibile instaurare un rapporto di lavoro senza onestà e correttezza. Il nostro bilancio, sia nel 2010, ma anche nel 2009, nonostante la crisi si è rivelato tutto sommato soddisfacente. Ci auguriamo, per i prossimi anni, di poter ottenere un contributo tangibile dal governo. Chiediamo maggiori controlli su tutto quel personale non in regola, o almeno non del tutto. Soprattutto, viviamo nella speranza che la percentuale di tassazione si riduca, che tutti paghino il giusto. Non si possono più tartassare gli imprenditori onesti per colmare il vuoto lasciato da coloro che evadono il fisco». 143


Public & media relations Cristina Trolli

Comunicare l’eccellenza Una forte specializzazione nella comunicazione integrata, che assicuri massima visibilità attraverso progetti studiati sulla base di esigenze specifiche. Il futuro delle public relations secondo Cristina Trolli di Guido Puopolo

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n’adeguata strategia comunicativa, capace di attirare e conquistare l’attenzione dei consumatori, è un ingrediente indispensabile per il successo di qualsiasi attività. Per un’azienda risulta quindi determinante potersi affidare a specialisti qualificati, dotati di competenze tecniche, organizzative e creative, necessarie per la gestione di progettualità di questo tipo. È in questo contesto che si inserisce l’attività dello Studio Contatto, agenzia specializzata nelle Public & Media Relations per la realizzazione di strategie mirate a creare identità e immagine per aziende, prodotti, personaggi, eventi o servizi. Fondata nel 1982 da Cristina Trolli, l’agenzia con sede a Milano, nel cuore del quadrilatero della moda, gestisce l’immagine di alcuni importanti brand e personaggi di portata nazionale, anche attraverso l’ideazione e la gestione di eventi. «Oltre 30 anni di lavoro ci hanno consentito di stringere una fitta rete di contatti non solo con i media, ma anche con le istituzioni, il mondo dell’industria, della moda, della cultura e dello sport – spiega Trolli – grazie ai quali riusciamo sia a valorizzare l’immagine dei nostri clienti sia a supportarli nel raggiungimento dei loro obiettivi».

Cristina Trolli, fondatrice e titolare dello Studio Contatto di Milano. Nella pagina accanto è con il team dei suoi principali collaboratori, tra cui il figlio, Emmanuele Nicosia. In basso, un evento organizzato da Studio Contatto: la sfilata di Custo Barcelona www.studiocontatto.net

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Come si sono evolute, negli anni, le strategie di comunicazione aziendale? «L’avvento di internet e dei nuovi media offre nuove possibilità, grazie a blog, social network e web tv. Le caratteristiche principali di questi strumenti sono la velocità e l’immediatezza della comunicazione, che devono però essere supportate da contenuti adeguati. Un ufficio stampa, infatti, non ha la bacchetta magica e, per poter sfruttare al meglio questi nuovi mezzi, deve poter fornire al pubblico materiali e informazioni continuamente aggiornati e accattivanti».

Qual è il core business della vostra agenzia? Sicuramente un efficiente e consolidato Ufficio Stampa, esteso Maggio 2011 • Nea


UN’ADEGUATA STRATEGIA COMUNICATIVA, CAPACE DI ATTIRARE E CONQUISTARE L’ATTENZIONE DEI CONSUMATORI, È UN INGREDIENTE INDISPENSABILE PER IL SUCCESSO DI QUALSIASI ATTIVITÀ anche ai New Media, oltre ad uno staff specializzato nella creazione e nella gestione di eventi studiati ad hoc, con caratteristiche non convenzionali e altamente personalizzate.

Chi sono i vostri clienti ideali? «La mia agenzia supporta qualsiasi azienda, personaggio o ente che desideri una comunicazione d’immagine completa e coordinata. Siamo però specializzati nella gestione della comunicazione di brand d’alta gamma in particolare nei settori moda, cosmesi, food, tecnologia e cultura». Sulla base di quali criteri adottate i diversi piani di comunicazione? «Il nostro Studio crea e gestisce le strategie di comunicazione più idonee al raggiungimento degli obiettivi dei committenti attraverso l’utilizzo coordinato e integrato di vari strumenti, tenendo sempre presente le specificità di ciascun cliente. Siamo in grado di seguire sia le grandi aziende che le piccole realtà, un’attività quest’ultima molto gratificante poiché ci rende pienamente partecipi del processo di crescita e sviluppo dell’azienda stessa. Ad esempio abbiamo curato per dodici anni le relazioni pubbliche, l’Ufficio Stampa e l’organizzazione dei relativi eventi per Loro Piana, attualmente una delle aziende leader nella produzione di abbigliamento di lusso». Cosa rende Studio Contatto così all’avanguardia? «Senza dubbio l’esperienza e le conoscenze maturate in quasi trent’anni di attività, unite alla creatività di uno staff giovane, dinamico e attento a intercettare le nuove tendenze in ambito comunicativo, ci permettono di offrire un servizio di assoluto livello. Ma la nostra forza risiede soprattutto Nea • Maggio 2011

nella capacità di riuscire a instaurare un rapporto privilegiato con i nostri clienti, tanto da diventare quasi loro partner, o comunque parte integrante delle aziende. Condividiamo con grande entusiasmo e passione i loro progetti e obiettivi, diventandone alleati sinergici, perché crediamo che i contatti e i rapporti umani siano l’elemento essenziale alla base della nostra attività».

In che modo la crisi economica ha influenzato il vostro settore? «Molte aziende, obbligate a ridurre le spese in un momento di grave difficoltà, hanno ridotto gli investimenti a livello di comunicazione. Chi invece, proprio in una situazione di crisi generale, si è rivolto a noi decidendo di investire nella promozione di campagne integrate di pubblicità e pubbliche relazioni, come un nostro cliente produttore di vino, in breve tempo ha ottenuto importanti risultati in termini di visibilità». Che progetti avete per il futuro? «Attualmente stiamo lavorando a una serie di progetti, rivolti prevalentemente ad aziende attive nel settore food, da presentare a Expo 2015. Sono attività in continua evoluzione, realizzate in stretta sinergia con i nostri clienti e basate su proposte di concept di eventi finalizzati a una valorizzazione ottimale della loro immagine in vista dell’esposizione universale, un palcoscenico imperdibile per le imprese italiane». 145


Organizzazione eventi Maria Luisa Salvati

Gestire la complessità Organizzare un evento congressuale significa generare valore, attraverso soluzioni originali, innovative e sempre personalizzate. L’esperienza di Maria Luisa Salvati di Nicoletta Bucciarelli

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n mercato sempre in mutamento e un forte dinamismo rappresentano le situazioni con cui deve maggiormente confrontarsi un sistema di organizzazione eventi. «La lunga esperienza del Centro Italiano Congressi relativa in particolar modo ad eventi di carattere medico e scientifico ci ha consentito di costruire un solido e duraturo vantaggio competitivo, mantenendo relazioni stabili con tutti i protagonisti del mercato e accre-

scendo il numero delle realtà che collaborano con noi: società scientifiche, dipartimenti universitari e ospedalieri, aziende farmaceutiche, associazioni di pazienti. Il numero di eventi organizzati dal Centro Italiano Congressi, in oltre 40 anni di attività è molto considerevole ed in costante aumento». È con queste parole che Maria Luisa Salvati introduce il Centro Italiano Congressi di Roma, società certificata UNI EN ISO 9001:2008, secondo i requisiti del Sistema di Gestione per la Qualità, per la progettazione e organizzazione di eventi e corsi relativi a programmi di formazione professionale di medici ed operatori sanitari.

LA CAPACITÀ DI SODDISFAZIONE DEI SERVIZI OFFERTI E QUINDI LA LORO QUALITÀ È LA CHIAVE PER CONSOLIDARE E SVILUPPARE LE PROPRIE POSIZIONI SUL MERCATO INDIVIDUANDO NEL PIENO SODDISFACIMENTO DELLE ATTESE DEL CLIENTE L’OBIETTIVO PRIORITARIO.

Maria Luisa Salvati, titolare del Centro Italiano Congressi di Roma www.centroitalianocongressi.it

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Le difficoltà maggiori riscontrabili nell’ organizzazione di eventi oggi sono dovute in modo particolare all’alto livello di competitività raggiunto. «Il contesto in cui oggi viviamo è caratterizzato da un livello di complessità superiore a quello di qualche anno fa; la concorrenza e l’approssimazione organizzativa insidiano sempre più il lavoro di strutture collaudate. È indispensabile continuare ad operare con professionalità e correttezza perché questo premia e aiuta a superare le difficoltà che possono presentarsi per raggiungere gli obiettivi. Ritengo che l’offerta e la qualità che caratterizza il Centro Italiano Congressi, ottenuta attraverso un impegno costante , vada in questa direzione». Maggio 2011 • Nea


Gestione eventi Andreina Mancini

La gestione dei congressi

Come è cambiata la gestione dei congressi medico scientifici negli ultimi vent’anni? Ne parliamo con la dottoressa Andreina Mancini, titolare della Gestione Congressi di Roma di Nicoletta Bucciarelli

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e limitazioni imposte dal Ministero della Salute agli eventi medici a partire dagli anni novanta hanno dato inizio non a una diminuzione nel numero degli eventi bensì a un lento, ma costante ridimensionamento della parte ludica e sociale degli stessi pur lasciando intatto il loro valore scientifico. Con Andreina Mancini, della Gestione Congressi di Roma, parliamo dei cambiamenti che hanno interessato il settore.

Quali sono i maggiori cambiamenti della gestione congressuale? «Premettendo che noi organizziamo quasi esclusivamente eventi medici, bisogna registrare che i cambiamenti in questi ultimi venti anni sono stati tantissimi. Fino agli anni 90, l’evento sia medico sia di altro argomento, sia che avvenisse in Italia che all’estero, aveva un “contorno” di grande rilevanza: si teneva di solito in sedi storiche o alberghi particolari con spettacoli, cene grandiose ed eventi per gli accompagnatori. Attirava moltissimi partecipanti e, di conseguenza, moltissimi sponsor». E dopo quel periodo? «Le nuove regole limitative introdotte dal Ministero davano inizio alla decadenza degli eventi come manifestazioni ludiche e sociali. Al momento l’evento medico, sempre valido da un punto di vista scientifico, è ai suoi minimi storici per quanto riguarda il “contorno”, anche a causa della crisi economica che ha drasticamente fatto diminuire sponsor e contributi. Le nuove regole, introdotte dall’istituzione dell’Aggiornamento Educazione Continua in Medici, ha cambiato il punto focale del Congresso e della sua organizzazione. Ora i rapporti con il Ministero della Salute e l’Agenzia Italiana del Farmaco sono di primaria importanza a scapito dell’organizzazione e della logistica». Qual è l’apporto al femminile che riesce a porre in una realtà come la Sua? «Sicuramente la cura del dettaglio, la creatività, l’originalità, il gusto nella scelta delle manifestazioni sociali e la facilità nelle relazioni umane. 148

Andreina Mancini, titolare della Gestione Congressi di Roma, insieme alle collaboratrici www.gccongressi.it

Purtroppo però queste doti nei congressi medici attuali non hanno occasione di esprimersi mentre è necessaria un’organizzazione collaudata, tecnologica, ferrea da un punto di vista amministrativo che lascia poco spazio all’inventiva. Infatti non è un caso che, mentre fino agli anni novanta, la stragrande maggioranza delle società di eventi erano formate da donne, oggi nel settore sono presenti moltissimi uomini. Queste qualità restano invece valide nell’organizzazione di eventi di altro tipo. Oggi la donna nel settore della comunicazione ha una marcia in più solo se, oltre alla sua creatività e doti umane, è contemporaneamente ferrata nelle tecnologie moderne e amministrative».

Tra tutti gli eventi che avete organizzato, quale ricorda con maggior piacere? «Sicuramente, tra gli eventi medici, il Congresso Mondiale di Flebologia del settembre 2001, mentre, tra gli eventi non medici, le manifestazioni organizzate in occasione dei mondiali di calcio Italia 90». Maggio 2011 • Nea


Accoglienza Jenny Romero

L’accoglienza all’insegna del lusso

Una location d’eccezione e l’intuito femminile a decretarne il successo. Jenny Romero racconta il suo impegno presso il Luxury Country House romano Locanda del Pontefice di Lucrezia Gennari

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a presenza femminile sul mercato del lavoro nel settore alberghiero, nell’ultimo decennio, ha registrato in Italia una notevole crescita. Sebbene nel comparto “alberghi e ristoranti” la rappresentanza femminile sia piuttosto contenuta, solo il 36% delle imprese è guidato da donne, è innegabile che nel turismo la presenza femminile sia di gran lunga maggiore rispetto a quella registrata in altri settori. E le donne, sempre più spesso, ricoprono ruoli di responsabilità. È il caso ad esempio di Jenny Romero, marketing & sales e organizzatrice di eventi all’interno del Luxury Country House romano Locanda del Pontefice. Una figura professionale fortemente voluta dal proprietario Piero Calderoni, che ha voluto affidarle il lancio della nuova struttura alberghiera, all’insegna del lusso e del buon gusto.

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Come si è avvicinata al settore turistico? «È un ramo che mi ha sempre affascinato. Sono cresciuta nel mondo dell’ospitalità, dedicandomi all’accoglienza con grande passione. Trovo che il settore turistico sia in grado di ampliare gli orizzonti, facendo interfacciare le persone a livello internazionale e facendo crescere, anche dal punto di vista professionale. La mia formazione, multiculturale, ha spaziato da quella stile americano della catena Hilton, sotto la direzione del General Manager Hans Fritz, all’eleganza e allo charme della catena Relais & Chateaux, sotto la direzione sempre di un tedesco Rolf Rampf». Come deve essere gestito, secondo lei, il rapporto con il cliente, dagli “addetti ai lavori”? «Sono convinta che il cliente non debba essere semplicemente accontentato. A tutti i livelli, bisogna riuscire a superare le sue aspettative, garanMaggio 2011 • Nea


DALLE NOSTRE FINESTRE SI PUÒ AMMIRARE LA RESIDENZA ESTIVA DEL PAPA, CHE DOMINA DALL’ALTO DELLA COLLINA, IL LAGO DI CASTELGANDOLFO E LA CAMPAGNA ROMANA, SINO AL MARE

tendogli un’organizzazione precisa, soluzioni ideali, il massimo comfort, un ventaglio di alternative e informazioni che siano in grado di assicurare l’ottima riuscita del suo viaggio o dell’evento cui prende parte. Questo è possibile unicamente lavorando in squadra, in maniera collaborativa». Parliamo del Luxury Country House Locanda del Pontefice. Innanzi tutto sorge in un contesto meraviglioso. «La Locanda del Pontefice è una dimora prestigiosa, situata proprio nel parco naturalistico dei Castelli Romani, poco distante dal centro di Roma, ma anche da Albano, Ariccia, Frascati e Grottaferrata. Dalle nostre finestre si può ammirare la residenza estiva del Papa, che domina dall’alto della collina, il sottostante lago di Castelgandolfo e la campagna romana, sino al mare. Si racconta che, in passato, fosse solito frequentare questo luogo papa Urbano VIII, al secolo Maffeo

In apertura, un esterno della Locanda del Pontefice. Sopra Jenny Romero, marketing & sales della struttura. In alto, un altro esterno e la Hostaria del Pontefice www.lalocandadelpontefice.it

Nea • Maggio 2011

Barberini, per trascorrere giornate di preghiera godendo dello splendido panorama della zona». Quale valore aggiunto offre la Locanda del Pontefice ai suoi ospiti? «Sorgendo in un simile scenario, offre innanzi tutto serenità e relax. La struttura, inoltre, conta poche ed esclusive camere, elegantemente arredate con mobili d’antiquariato, e tutte diverse tra loro. Tra i vari servizi, dispone di una sala congressi fino a 90 posti a platea e presto verrà aperto anche un centro benessere. Colazione, pranzo e cena vengono servite all’interno dell’Hostaria del Pontefice, sempre di proprietà di Piero Calderoni». Dove si gusta la cucina dei Castelli Romani. «La cucina dei Castelli Romani è nota per la genuinità dei prodotti, sapientemente combinati, nel nostro ristorante, dallo Chef Executive Maurizio Morbidelli. I piatti vengono serviti con gli eccellenti vini locali e le migliori etichette nazionali. Il ristorante è situato al terzo piano della Locanda. La parte che affaccia sul lago è completamente a vetri, affinché gli ospiti possano appagare sia gli occhi che il palato, gustando i nostri piatti mentre ammirano il panorama. Il ristorante è l’ideale per pranzi riservati, di lavoro o piccole riunioni, ma è anche molto adatto per ricevimenti ed eventi particolari, che amo organizzare insieme al mio staff». 151


Il wedding planner Anna Marinello

Affinché quel giorno sia indimenticabile

Creare un evento a immagine e somiglianza degli sposi, coinvolgendoli in ogni decisione affinché quel giorno rispecchi perfettamente i loro desideri, i loro caratteri e i loro gusti. Il ruolo del wedding planner descritto da Anna Marinello di Belinda Pagano

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organizzazione di matrimoni è sempre stata in Italia un qualcosa di tipicamente familiare, radicata nelle tradizioni locali, un piacere ma anche un impegno e un onere al quale dover provvedere nei tempi stabiliti. Solo nell’ultimo decennio qualcosa sta cambiando, grazie a una figura professionale fino a poco tempo fa sconosciuta e affermata solo al di là dell’Oceano: il wedding planner. Ne abbiamo parlato con Anna Marinello, una delle prime donne ad aver portato questo particolare lavoro nella nostra penisola. L’attività del wedding planner era soprattutto nota in

America, ultimamente però si sta affermando anche nel nostro paese. Questo tipo di lavoro particolare è ancora in una fase incerta oppure si è già radicato nel panorama nazionale? «Negli ultimi anni è tutto cambiato. Ho iniziato la mia attività nel 2003, appena rientrata dagli Usa, dove vivevo e avevo notato come questo tipo di lavoro fosse richiesto e rispettato. All’epoca in Italia non esisteva questo tipo di figura professionale, al massimo vi erano agenzie di organizzazione eventi. Dieci anni fa, dunque, ho dovuto affrontare l’ostacolo di far capire qualcosa di nuovo a chi normalmente era abituato da sempre a fare tutto all’interno dell’ambito familiare. Un senso di diffidenza, stupore e confusione diffuso». Normalmente le scelte venivano fatte all’interno della famiglia. Il wedding planner tuttavia non si intromette nelle decisioni prese dagli sposi? «Assolutamente no. Si preferisce coinvolgere i futuri coniugi al 100 per cento in quanto sarà il giorno più importante della loro vita e tutto deve rispecchiare i loro voleri, i loro caratteri e i loro gusti. L’essere sempre un passo indietro per creare un evento a loro immagine e somiglianza, ecco il compito del perfetto wedding planner».

Anna Marinello, professionista wedding planner. Nella pagina affianco, allestimenti da lei curati www.matrimoniodautore.it

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L’essere donna, in questo tipo di mestiere, secondo lei aiuta? «Questo è un lavoro tipicamente femminile perché unisce una parte di spiccata creatività a una parte puramente organizzativa, con un po’ di quello spirito di sacrificio tipico di noi donne. La capacità di riuscire, infine, a seguire più punti differenti contemporaneamente unendo il tutto a un gusto raffinato ed estetico non è sempre facile. Si consideri che i due aspetti devono andare di pari passo, perché la sola creatività non è sufficiente, così come non basta un’organizzazione capillare. Il giorno del matrimonio tutto deve funzionare come un Maggio 2011 • Nea


C’È CHI SI RIVOLGE AL WEDDING PLANNER UN MESE PRIMA, CHI UN ANNO PRIMA. IN REALTÀ DIPENDE MOLTO DAI TEMPI BUROCRATICI DEI COMUNI. SE VIENE RICHIESTA ANCHE L’ORGANIZZAZIONE DELLA DOCUMENTAZIONE, OCCORRONO ALMENO TRE MESI

perfetto meccanismo per creare un evento speciale e indimenticabile». Qual è il tempo minimo per organizzare un matrimonio? «C’è chi si rivolge al wedding planner un mese prima, chi un anno prima. In realtà dipende molto dai tempi burocratici dei comuni. Se viene richiesta anche l’organizzazione della documentazione, occorrono almeno tre mesi». Lei copre tutto il panorama nazionale. Riscontra delle differenze sostanziali a seconda dei posti in cui opera? «Sì, la mia sede principale è a Milano, tuttavia il mio lavoro mi porta a operare in tutta Italia. Nord e sud sono completamente diversi sia per numero di invitati, sia per budget e per sfarzo. Al Nord tutto è concentrato sulla funzionalità, una cerimonia minimale ma particolare, al Sud invece si è ancora radicati alla tradizione. Sicuramente l’organizzazione è più impegnativa al Sud in quanto normalmente il numero di invitati è sempre maggiore, mentre la creatività è più impegnativa al Nord. Per il resto è tutto molto simile». Dal punto di vista economico, quanto può influire l’intervento di un wedding planner sul costo totale del matrimonio? «Incide all’incirca il 10 per cento del Nea • Maggio 2011

costo del matrimonio stesso, tenendo comunque conto che una figura professionale come la mia si avvale di una vasta rete di collaboratori e di fornitori per cui è semplice ottenere dei prezzi di favore per quanto riguarda, ad esempio, l’allestimento floreale e quant’altro. In genere nel nostro paese si ha ancora l’idea che il lavoro da noi svolto abbia dei costi esagerati e molte persone, senza neanche informarsi, decidono a priori di non affidarsi ai wedding planner. In realtà non è così». Lei è stata una delle prime persone a portare questa figura professionale in Italia. Ad oggi cosa ancora la contraddistingue? «Nel mio ambiente sono conosciuta per serietà, professionalità e passione. Quando svolgo il mio lavoro, i clienti apprezzano il fatto di vedere quanto mi possa piacere farlo e che i valori fondamentali sono altri rispetto alle imponenti scenografie proposte dagli show televisivi. L’importante è riuscire a organizzare un evento speciale che rimanga nella mente e nel cuore degli ospiti. Se tutto è organizzato alla perfezione e pensato in funzione degli ospiti, insieme a una creatività elegante ma mai eccessiva allora si è sicuri che il matrimonio sarà perfetto. Il massimo della soddisfazione personale e professionale è vedere, infatti, che gli sposi rimangono, al momento e per i giorni a venire, piacevolmente colpiti dal mio operato». 153


Comunicazione integrata Fabrizia Rossetti

Esperta in creatività

Un tentativo di rivincita personale diventato anche un successo professionale. L’esperienza di Fabrizia Rossetti, fondatrice e Ceo di un’agenzia di comunicazione con sedi a Roma, Firenze e Milano di Luca Cavera

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elaborazione delle strategie comunicative non può essere affrontata con improvvisazione. Oggi più che mai, con il diversificarsi dei canali e le nuove dinamiche generate dalla rivoluzione dell’informatica, la comunicazione deve essere affidata a professionisti ed esperti del settore. Il rischio è quello, altrimenti, di non centrare il bersaglio. Fabrizia Rossetti, dopo una breve ma brillante carriera nel settore congressuale farmaceutico, decide di compiere un grande passo e di affrontare il mercato della comunicazione. Ha iniziato da sola, ma via via è stata circondata da altre professionalità, che hanno permesso alla società di cui oggi è Ceo, la Fasi, originariamente impegnata nell’organizzazione di eventi e convegni, di occuparsi anche di comunicazione integrata: oggi FASI è certificata per la qualità ISO 9001/2008 e ha affiancato alla sede di Roma anche una sede a Firenze e un’altra a Milano.

Che cosa l’ha spinta a passare dal settore congressuale farmaceutico a quello della comunicazione? «Lo spirito di intraprendenza e di libertà. E la voglia di costruire qualcosa di mio. È stata una specie di sfida con me stessa. Sui banchi di scuola e all’università non ero riuscita a dare il meglio ed ero un po’ indisciplinata. Volevo dimostrare, soprattutto a me stessa, che avrei potuto fare qualcosa di buono, anche senza seguire gli schemi. Mi sono impegnata moltissimo in questo lavoro e credo di avere meritato tutto quello che ho. Impegnarsi al massimo non è sempre sufficiente per raggiungere un obiettivo ma di certo aiuta a vivere bene con se stessi e questo è sicuramente il migliore dei successi». Dalla nascita della Fasi, quali sono stati i cambiamenti più rilevanti che avete dovuto affrontare? «Ogni giorno, nella comunicazione, ci sono dei piccoli cambiamenti, che sul lungo periodo diventano delle vere e proprie rivoluzioni. Quando ho iniziato, e sto parlano di circa venticinque anni fa, esisteva il telex, il fax stava ancora muovendo i primi 154

Fabrizia Rossetti, Ceo dell’agenzia di comunicazione Fasi Srl www.fasiweb.com

passi. Oggi siamo nell’era di Internet e dei social network. La comunicazione ha nuovi registri e anche nuovi canali di diffusione. La prima attività, nel nostro settore, è quella di seguire e inserirsi nelle innovazioni».

Fasi è una realtà tutta al femminile. Ritiene che questa possa essere un’arma vincente in questo settore? «In realtà, l’arma vincente è soprattutto la flessibilità. È indiscutibile poi che conti molto anche il saper essere multitasking, dote che considero tipicamente femminile. Tuttavia, in Fasi siamo sì tutte donne, ma non è stata una scelta, bensì un caso. In alcuni momenti della nostra attività abbiamo avuto collaboratori maschi. Non abbiamo una preferenza di genere nella nostra selezione delle risorse umane. La comunicazione è uno di quei settori dove conta l’individuo, la sua professionalità e creatività, non l’appartenenza di genere. Non ho mai pensato di avere una marcia in più perché donna, se l’ho avuta e l’ho è per quello che ho saputo fare e dimostrare». Maggio 2011 • Nea


Grafica Maria Giovanna Pansera

Sul territorio, oltre la crisi Sono le piccole realtà a costituire la parte sana del tessuto economico, quella che sta traghettando il nostro paese oltre la crisi. È questa l’idea che si è fatta Maria Giovanna Pansera portando avanti l’attività del suo studio grafico di Francesco Bevilacqua

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i lavora abbastanza tranquillamente anche perché alla fine è l’azienda che parla più della persona». Come si evince chiaramente da questa affermazione, Maria Giovanna Pansera, amministratrice della Grafi Sud di Reggio Calabria, è convinta che più dell’immagine contino i fatti e le capacità imprenditoriali per affermarsi. «Siamo una piccola realtà: io dirigo uno staff composto da un grafico e dagli stampatori e abbiamo dei rapporti diretti abbastanza consolidati con clienti. Operiamo per lo più con aziende del luogo, soprattutto per riviste locali e, in generale, chiunque abbia la necessità di realizzare depliant, brochure o altro materiale per il commerciale e il settore marketing».

Com’è la realtà del settore nella vostra zona? «Ci sono diversi studi come il mio, non di grandi dimensioni ma con un indotto consolidato e radicato sul territorio. Quando è arrivata la crisi qualche difficoltà l’abbiamo avuta, più che altro perché le aziende con cui lavoriamo hanno dovuto a loro volta affrontare gravi criticità. Tuttavia, anche molte agenzie nostre concorrenti hanno accusato una flessione, alcune non hanno retto e quindi i clienti sono tornati da noi perché abbiamo una struttura affidabile, che esiste da tanto tempo e che è stata in grado di sopravvivere. Adesso il mercato si sta riprendendo leg-

OPERIAMO PER LO PIÙ CON AZIENDE DEL LUOGO, SOPRATTUTTO PER RIVISTE LOCALI E, IN GENERALE, CHIUNQUE ABBIA LA NECESSITÀ DI REALIZZARE DEPLIANT, BROCHURE O ALTRO MATERIALE PER IL COMMERCIALE E IL SETTORE MARKETING 156

germente, senza grandi picchi. Qui sono in ripresa più che altro le piccole aziende, mentre diverse ditte di grandi dimensioni con cui lavoravamo hanno dovuto chiudere i battenti. Diciamo che è la piccola imprenditoria che ci sta incoraggiando ad andare avanti».

Come ha vissuto questa situazione problematica e quali prospettive ha per il futuro? «Qualche anno fa ho avuto la tentazione di effettuare un cambiamento radicale: il mercato era in grossa flessione, i pagamenti per i lavori svolti erano sempre incerti e dilazionati ma noi, pur con qualche difficoltà, abbiamo sempre cercato di garantire la sicurezza dello stipendio ai dipendenti. La Grafi Sud esiste però dal 1985, il nome era già affermato e il mercato consolidato, così abbiamo stretto i denti e insieme abbiamo superato il momento di difficoltà. Adesso sto pensando di effettuare un aggiornamento tecnologico delle attrezzature, potenziando la parte dedicata alla stampa digitale». Maggio 2011 • Nea


Meccanica per l’agricoltura Sara, Giovanna e Chiara Radrizzani

Una multinazionale a conduzione familiare

Meccanica pesante per l’agricoltura, un settore esclusivamente maschile. Stereotipo o realtà? A raccontarcelo sono Sara, Giovanna e Chiara Radrizzani, tre cugine imprenditrici nel “campo degli uomini” di Daniele Dodaro

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hi dice che nell’industria di oggi fatta di delocalizzazione e internazionalizzazione non ci possa esser spazio per una “gestione familiare”? Un esempio di questa possibile convivenza è la ADR System Spa, impresa nata nel 1954 a Uboldo in provincia di Varese, dall’idea di Giovanni e di sua moglie Antonia, che oggi vede coinvolta la terza generazione della famiglia Radrizzani. Una generazione particolare perché declinata al femminile. Del possibile accordo tra un modello d’impresa multinazionale e strategie di gestione in cui assumono importanza i legami familiari abbiamo parlato proprio con le protagoniste di questa storia: Sara, Giovanna e Chiara Radrizzani.

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ADR System è una grande azienda dall’attitudine fortemente internazionale, come gestite il rapporto con le aziende consociate? GIOVANNA RADRIZZANI: «Sappiamo che le aziende per loro natura sono portate a distaccarsi dalle strategie di gruppo, vuoi per la cultura della nazione in cui sono dislocate, vuoi per le diverse idee delle persone che lavorano nelle diverse sedi aziendali. Il segreto è mantenere una guida centralizzata e affidare la conduzione delle imprese a persone fidate che condividano la vision del gruppo. Generalmente queste persone organizzano numerose trasferte in queste sedi aziendali, almeno una o due al mese, e rimangono

Maggio 2011 • Nea


IL SEGRETO È MANTENERE UNA GUIDA CENTRALIZZATA E AFFIDARE LA CONDUZIONE DELLE IMPRESE A PERSONE FIDATE CHE CONDIVIDANO LA VISION DEL GRUPPO

una o due settimane per discutere dei problemi giornalieri così come degli obiettivi di medio e lungo periodo».

Persone fidate che in questo caso sono i membri della famiglia. SARA RADRIZZANI: «Sì, è vero. La terza generazione della nostra famiglia è composta da tre maschi e tre femmine e ognuno di noi si dedica a una sede all’estero, seguendola assiduamente. Siamo un gruppo di cugini abbastanza affiatati e abbiamo tra gli obiettivi in comune il benessere del gruppo e non solo quello dell’azienda che seguiamo». Una scelta organizzativa di questo tipo vi assicura un ottimo controllo sulla qualità dei prodotti, ma quanto pesa sulla vostra vita familiare? CHIARA RADRIZZANI: «Certamente comporta molti sacrifici sul piano personale. E questo vale ancora di più per noi donne che abbiamo più oneri familiari. Per Sara che segue la sede in Inghilterra e per Giovanna che segue quella in Polonia. Il mio caso poi è ancora più particolare: nel 2008 ho deciso di trasferirmi in Cina con tutta la famiglia perché lì avevamo un’azienda avviata nel 2005. Il mercato cinese è ostico e imbevuto di una cultura imprenditoriale opposta alla nostra, ed è per questo che avevamo bisogno di una persona fissa in sede. Certamente non è stata una scelta facile, ma a conti fatti è stata una scelta vincente». Qual è il vostro rapporto con l’innovazione? CR: «Teniamo molto in considerazione le informazioni fornite dai clienti e sulla base di queste sviluppiamo i prodotti. Investiamo molto nell’innovazione; infatti, il nostro laboratorio di ricerca è tra i più evoluti a livello mondiale. Un laboratorio di cui andiamo molto orgogliose e che il prossimo autunno sarà protagonista di un evento open day, in Nea • Maggio 2011

Sopra a sinistra, Giovanna e Sara Radrizzani, a destra, Chiara con due membri dello staff di ADR Cina. Nelle altre foto, alcuni stabilimenti della ADR di Uboldo (VA) www.adraxles.com

cui verranno invitati i giornalisti delle riviste di settore più importanti a cui mostreremo la nostra strumentazione, le nostre tecnologie».

Tornando alla questione dei ruoli femminili, è vero che il settore della meccanica pesante è un settore maschilista o è solo un luogo comune? SR: «Sì, è assolutamente vero, nessuno stereotipo falso. Ancor di più se si considera che noi, producendo rimorchi, siamo coinvolti per l’80% nel settore agricolo. La cultura e la mentalità in questo settore sono ancora molto “maschiliste”, quindi per una donna è difficile riuscire a essere considerata, e per acquistare la fiducia altrui bisogna dimostrare molto di più». E come avete affrontato queste difficoltà? GR: «Dimostrandoci preparate e competenti; dando risposte certe a clienti e fornitori. Molto spesso le difficoltà stanno nell’impatto iniziale, e con alcuni nuovi clienti non sono mancate, ma non appena hanno capito che potevano contare su piene competenze e conoscenze la questione di genere è passata in secondo piano». 159


Impianti Jenni Reina

Puntiamo sull’autonomia produttiva Di padre in figlia si tramanda uno stile di gestione aziendale improntato sulla cura diretta di tutte le fasi di produzione e progettazione e sulla meticolosa preparazione tecnica del personale. Jenni Reina descrive la sua esperienza di Amedeo Longhi

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n’azienda di famiglia che, contrariamente alle attuali tendenze, mantiene tutte le fasi della sua attività al suo interno. È questa la scelta di Jenni Reina, titolare della R&R, che dal 1978 si occupa della realizzazione di impianti di aspirazione per i settori di ristorazione e collettività, come ristoranti, alberghi, mense aziendali, mense ospedaliere. «L’autonomia della produzione, totalmente interna – spiega Reina –, agevola un controllo più accurato degli standard qualitativi del ciclo, dalla materia prima al prodotto finito». Quali sono i passaggi che dovete curare nella costruzione di ciascun impianto? «Prima della produzione vera e propria bisogna effettuare diverse visite tecniche per verificare le caratteristiche che dovrà avere la struttura, a cui seguono la proposta dei preventivi e la stesura degli elaborati. Realizzato il prodotto, si procede all’installazione, al bilanciamento e al collaudo finale dell’impianto. In questa serie di procedimenti, notevole importanza è rivestita dalla formazione di personale qualificato e competente, in grado di effettuare sopralluoghi

In alto, Jenni Reina, titolare della R&R di Desio (MB). Sopra una fase di produzione www.rraspirazione.it

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e di seguire i cantieri, adattandosi a una domanda di mercato fattasi negli anni sempre più esigente in fatto di qualità. Il numero delle consulenze tecniche che effettuiamo quotidianamente per soddisfare le innumerevoli richieste rappresenta la testimonianza più diretta dell’apprezzamento che la nostra strategia sta riscuotendo sul mercato». In quest’ottica quanto è importante la preparazione tecnica del personale? «È sicuramente fondamentale e richiesta dall’utilizzo di moderni macchinari per la lavorazione dell’acciaio nelle fasi di taglio, piegatura, scantonatura e assemblaggio. L’importanza del lavoro manuale di personale altamente qualificato e l’adozione dei più recenti programmi elettronici di progettazione consentono un’esecuzione accurata del prodotto, sia da un punto di vista tecnico che funzionale, non trascurando la possibilità di eseguire anche produzioni “fuori standard” per venire incontro a domande specifiche dei committenti». Qual è stato il suo percorso all’interno dell’azienda? «La R&R è nata grazie all’iniziativa e all’intraprendenza di mio padre, Giancarlo Reina, che sin dall’inizio si è concentrato sugli impianti di aspirazione nel settore delle cucine professionali per hotel, ristoranti e collettività in generale. La competenza tecnica e commerciale, l’affabilità e la serietà hanno favorito l’apprezzamento dell’azienda da parte del mercato, del suo prodotto e delle risorse umane. Presente in azienda sin dal 1991, alla fine del 2003, improvvisamente e per causa forza maggiore, ho ereditato l’intera gestione della società. Questo passaggio, senza dubbio molto impegnativo, è stato superato procedendo nel solco tracciato da mio padre e apportando quei cambiamenti inevitabili legati alle diverse condizioni di mercato e all’evolversi dei rapporti interpersonali». Maggio 2011 • Nea


L’industria della vagliatura Annamaria Furlan

Un settore dalle applicazioni molteplici A dispetto di ciò che si potrebbe pensare, il settore dei vibrovagli, i moderni setacci, richiede inventiva e fantasia e può anche offrire sfide molto stimolanti. A descriverlo Annamaria Furlan di Amedeo Longhi

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itrovarsi proiettati in un mercato completamente nuovo, a capo di un’azienda appena nata per poi scoprire dopo diverse decine di anni che gli aspetti da esplorare sono ancora tanti. È questa la singolare storia imprenditoriale di Annamaria Furlan, oggi amministratore unico della Vibrowest Italiana, azienda al vertice dell’industria della vagliatura. Parte della società da sempre, Furlan descrive gli inizi dell’attività, partita quasi per caso: «In principio non facevamo vibrovagli, ma altre macchine legate al settore edile. Dopo alcune esperienze in Inghilterra e Stati Uniti, abbiamo iniziato a importarli, per poi avviare la produzione vera e propria. Negli anni Sessanta è stata creata una branca dedicata, di cui sono stata designata responsabile, e nel 1972 è nata l’attuale società».

Come ha affrontato questa nuova sfida? «La cosa che mi entusiasmava e mi entusiasma ancora oggi dei vibrovagli è che queste macchine possono essere impiegate in molti settori. Da quello dolciario, alla produzione legata all’industria chimica, dalla plastica, alla farmaceutica, passando per l’oro, tutti questi campi – e ne sto citando solamente alcuni – si servono dei vibrovagli. Si tratta di una macchina talmente

In alto, Annamaria Furlan, amministratore unico della Vibrowest Italiana di Limbiate (MB). Sopra, una fase della produzione www.vibrowest.it

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eclettica che trova applicazioni in ogni ramo dell’industria. Ancora adesso, dopo quarantacinque anni, scopriamo dei nuovi utilizzi. Proprio questa è stata la molla che mi ha convinto ad accettare una sfida così impegnativa e che tutt’oggi mi trasmette l’entusiasmo con cui svolgo il mio lavoro».

Quindi in questo settore l’inventiva è fondamentale. «Noi non vendiamo macchine, vendiamo soluzioni. A volte incappiamo in problematiche complesse e dobbiamo creare delle apparecchiature speciali, modificarle, personalizzarle. Questo è uno stimolo a pensare e applicare idee sempre nuove. Di volta in volta bisogna testare il prodotto, capire cosa vuole ottenere il committente, vedere se è possibile attuare la soluzione nel suo stabilimento, valutarne l’efficacia. Lavoriamo con aziende di qualsiasi dimensione, da quella piccola alla multinazionale come la Ferrero o la Nestlè. Tutte hanno bisogno del vaglio, un utensile vecchio come il mondo, che risale a migliaia di anni fa. Noi ne abbiamo solamente intuito l’utilità e l’abbiamo applicata all’industria». Quindi in questo lavoro servono delle doti che appartengono all’universo femminile? «Sicuramente la costanza, la convinzione in ciò che si fa e la fantasia. Sembra un lavoro freddo perché trattiamo acciaio inossidabile, bulloni, viti e motori, invece offre grandi soddisfazioni. Come donna, spesso mi viene chiesto se non mi senta fuori posto nel campo metalmeccanico, ma io ne sono entusiasta, proprio per la possibilità di scoprire sempre nuove applicazioni, nuove possibilità, nuovi mercati». Maggio 2011 • Nea


Verso nuovi mercati Tatiana Nieri

L’elettromeccanica al femminile Una storia imprenditoriale tutta femminile nel difficile settore dell’elettromeccanica. Dagli esordi nel mondo del lavoro alla direzione di un’azienda affermata, Tatiana Nieri racconta la sua esperienza di Amedeo Longhi

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ggi Tatiana Nieri dirige un’importante azienda italiana del settore dei cablaggi elettrici ed elettronici, con una produzione solida e una finestra aperta sul mercato dell’est Europa. Il suo percorso professionale parte però da lontano; dopo le prime esperienze lavorative, nel 1989 fa il suo ingresso nel settore elettromeccanico: «Sono approdata alla Elettromeccanica M.B., dove la M. sta per Maraschi Diego, fratello di mia madre. Lì mi sono occupata di acquisto di materiale, contabilità, amministrazione maturando un’approfondita conoscenza dell’azienda». Nel 2000 la piena maturazione professionale e l’ingresso nell’azienda che ancora oggi dirige, la SA. AR Cavi. Quest’ultima è nata come attività integrativa all’Elettromeccanica M.B. sotto la direzione del padre di Tatiana, che lei affiancava, insieme a un responsabile di produzione, con compiti di amministrazione. Dopo un po’ di tempo, il definitivo passaggio di consegne: «Quando mio padre è andato in pensione, ho deciso di dedicarmi esclusivamente alla conduzione della SA. AR. La nuova impresa ha assorbito tutte le mie forze lavorative. Grazie all’esperienza maturata negli anni precedenti ho attuato una politica aziendale basata sull’acquisto diretto presso i produttori, la riduzione ai mini termini delle spese generali, il decentramento del lavoro per non avere problemi nei momenti di flessione del volume di produzione e la certificazione per il sistema di gestione della qualità per montaggio e cablaggio quadri elettromeccanici e realizzazione di cablaggi su specifica cliente, il tutto senza stravolgere la realtà aziendale». Tatiana Nieri della SA.AR Cavi di Grassobbio (BG) www.saarcavi.com

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Aperta a nuove esperienze e priva di pregiudizi, Tatiana Nieri ha deciso di sbarcare nel 2008 nel mercato rumeno, grazie alla collaborazione stretta con alcuni professionisti in Romania. «Una nostra dipendente rumena, ci ha proposto di aprire l’attività a Bistrita, paese dal quale proviene e dove la sorella è commercialista e il cugino è laureato in elettrotecnica. Dopo alcuni sopralluoghi ci siamo resi conto dell’affidabilità delle persone e del vantaggio offerto dalla collocazione». Da questa iniziativa imprenditoriale è nata Cawel Marnieri. «L’attività è stata avviata in tempi estre-

INCLINE A NUOVE ESPERIENZE, TATIANA NIERI HA DECISO DI SBARCARE NEL 2008 NEL MERCATO RUMENO, GRAZIE ALLA COLLABORAZIONE STRETTA CON ALCUNI PROFESSIONISTI IN ROMANIA mamente celeri, dalla costruzione del capannone all’assunzione del personale. La gestione è stata affidata dapprima a una persona di fiducia, dirottando man mano poteri e responsabilità a un nostro collaboratore locale in grado di garantire qualità e affidabilità. Del resto, grazie anche agli attuali supporti informatici, intratteniamo con facilità rapporti quotidiani con tutti i dipendenti della sede rumena». Nieri conclude con una riflessione sul ruolo che la donna ha da giocare oggi nel mondo dell’industria: «Il rapporto tra uomini e donne è sensibilmente cambiato, rispetto a quando ho iniziato a lavorare: forse perché le nuove generazioni hanno meno pregiudizi. Come dirigente ritengo doveroso ribadire il mio impegno coerente in questa direzione». Maggio 2011 • Nea


Stampa autoadesiva Lidia Cattaneo

La stampa punta su innovazione e tecnologia La stampa delle etichette autoadesive, destinate a diversi settori produttivi, richiede una tecnologia avanzata e in costante aggiornamento. La parola a Lidia Cattaneo, fondatrice di Eurolabel di Salvatore Cavera

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empra, tenacia e coraggio imprenditoriale sono le virtù che caratterizzano Lidia Cattaneo, imprenditrice milanese che dopo aver intuito, lavorando nella tipografia del padre, che quello della stampa era il suo futuro, ha fondato un’azienda che oggi e ? un punto di riferimento nel mercato delle etichette autoadesive. La Eurolabel è specializzata nella produzione di etichette autoadesive destinate per oltre il novanta per cento al mercato italiano e a diversi settori industriali, che vanno dall’alimentare alla cosmetica, dal farmaceutico alla chimica, dai vini alla grande distribuzione. Dietro al successo di Eurolabel, oltre alla caparbietà imprenditoriale di Lidia Cattaneo, c’è stata anche una precisa strategia di investimento, per un’azienda che da sempre ha puntato sull’innovazione, l’aggiornamento delle tecnologie e i servizi.

Com’è cambiato nel tempo il lavoro e il mercato di

Lidia Cattaneo, fondatrice di Eurolabel www.eurolabel.it

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riferimento di Eurolabel? «Al nostro esordio ci dedicavamo interamente al nascente mercato delle etichette autoadesive per i centri meccanografici. La strada, fatta di stampa a colori e di autoadesivo, era stata tracciata. Ci occupiamo di diversi settori: dalla cosmetica alla farmaceutica, dall’enologia agli alimentari, dalla chimica alla grande distribuzione. Con gli anni, siamo arrivati a lavorare per circa quattromila aziende; per fare qualche nome: Safilo, Buitoni, Carapelli, Nestlé, Benetton e Parmacotto. Oggi abbiamo anche il privilegio di essere una delle sette aziende fiduciarie che, per conto dell’Istituto Poligrafico e Zecca di Stato, stampano i bollini per le confezioni dei medicinali che consentono il rimborso del Servizio sanitario nazionale». Come ha articolato la strategia di crescita della società? «Puntando sull’innovazione, le tecnologie e il servizio. Armi che ho sempre considerato più importanti del prezzo. Eurolabel non si è mai piegata alla guerra degli sconti e dei ribassi, rinunciando anche – di fronte a concorrenti che offrivano commesse a prezzi stracciati, a sacrificio della qualità – a clienti importanti come il colosso Tim. Del resto la politica di investimento di Eurolabel ha sempre privilegiato l’acquisto di macchine di ultima generazione e, possibilmente, “gemelle”, per mantenere la massima flessibilità produttiva e rispondere al meglio alle richieste del mercato». Quali sono le macchine più importanti nel vostro stabilimento? «Uno Maggio 2011 • Nea


HO VOLUTO IMPOSTARE UNA STRATEGIA DI CRESCITA, PUNTANDO SULL’INNOVAZIONE E SULLE TECNOLOGIE. ARMI PIÙ IMPORTANTI DEL PREZZO. NON CI SIAMO MAI PIEGATI ALLA GUERRA DEI RIBASSI, RINUNCIANDO ANCHE A CLIENTI IMPORTANTI degli ultimi investimenti importanti è stato l’acquisto di una linea offset a 10 colori dedicata in particolar modo alla produzione di etichette per il settore enologico e cosmetico, settori che da sempre richiedono un elevato standard qualitativo. L’ultima installazione invece riguarda un sistema di stampa digitale che comprende una stazione di prestampa, una linea di finissaggio per verniciare, plastificare e fustellare e una linea di stampa digitale HP INDIGO WS 6000 a 7 colori. Con questo impianto, che è quanto di meglio oggi il mercato del digitale possa offrire, abbiamo iniziato una trasformazione tecnologica che sta portando sempre più velocemente il nostro mondo ai sistemi digitali. Il nostro parco macchine comunque comprende tutti i sistemi di stampa con 6 linee flexo/serigrafiche rotative fino a 8 colori, 2 linee serigrafiche piane fino a 5 colori, 2 linee tipografiche a 9 colori e 2 linee dedicate alla produzione di etichette senza stampa sia a rotolo sia a foglio.

Nea • Maggio 2011

Per un’azienda che si occupa di grafica, la flessibilità delle macchine da stampa è fondamentale. Le vostre macchine sono anche in grado di eseguire processi particolari? «Abbiamo le unità di accoppiamento, utilizzate per esempio per la plastificazione; macchine per la stampa a caldo o a freddo di foil, per oro, argento e ologrammi; per la stampa a rilievo (braille), per gli inchiostri di sicurezza o per wood, termocromi reversibili e irreversibili. Abbiamo macchine capaci di stampare in offset, flexo, serigrafia a caldo e a freddo, con decori a lamine, goffrature e rilievi a secco. Questi sono soltanto alcuni dei processi di lavorazione che siamo in grado di eseguire e di elaborare con un elevato grado di personalizzazione. E proprio per perfezionare al massimo questa capacità produttiva e qualitativa – in gran parte riservata al mercato italiano, ma anche al servizio di società estere, alcune multinazionali, con sede in Svizzera, Tunisia, Hong Kong, Romania e Irlanda –, investiamo per tenere aggiornato il nostro parco macchine». 167


Logistica Marina Melissari ed Emanuela Serra

“Dove serve e quando serve” La logistica può fare realmente la differenza per la competitività di un’impresa. Anche se ancora presenta molteplici difficoltà riscontrabili sul piano operativo. Il punto di Marina Melissari ed Emanuela Serra sull’esigenza di una logistica efficiente di Nicoletta Bucciarelli

N

on è un caso che il termine logistica derivi da “logistiké”, parola che in greco significa “l’arte di calcolare”. L’origine etimologica ingloba infatti una delle molte attività che la logistica sottende. Ne parliamo con Marina Melissari, AD della SGL Logistica e Segretario Nazionale dell’Associazione Reloader onlus, ed Emanuela Serra, addetto commerciale dell’azienda di spedizioni Pacorini Forwarding SpA. «Ho incontrato la logistica - spiega Marina Melissari, che opera nell’ambito tecnico progettuale - parecchi anni fa nel corso della mia carriera di consulente di marketing strategico e operativo. E a mio avviso quello che può fare davvero la differenza per la competitività di un’impresa sul mercato globale è proprio una logistica efficiente, vale a dire la capacità di servire i clienti con un sistema di consegna puntuale delle forniture e concepito in chiave di prossimità alle loro esigenze». Un’ottica particolarmente importante per le piccole e medie imprese. «Queste costituiscono la

Sopra, Marina Melissari, amministratore delegato della SGL Logistica (www.sgllogistica.it) ed Emanuela Serra, addetto commerciale dell’azienda di spedizioni Pacorini Forwarding SpA

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spina dorsale della nostra economia ma, lasciate da sole come sono, hanno grosse difficoltà ad offrire al mercato il servizio logistico. È necessario abbattere costi e impatti ambientali, che sono al momento davvero troppo alti. Questo si può ottenere per mezzo di supporti informatici all’avanguardia in grado di gestire l’intero ciclo logistico diretto e inverso, di distribuzione ma anche di raccolta, ad esempio dei Raee, rifiuti di apparecchi elettrici ed elettronici». Creare piattaforme logistiche web based intelligenti rappresenta il primo passo verso la soluzione. «Per questo mi sono sempre più impegnata nella e-logistics per mezzo della quale è possibile collegare in rete gli attori della filiera, integrare e sincronizzare molteplici operazioni, ottimizzare i percorsi, saturare i veicoli, garantire tracciabilità e rintracciabilità delle merci in viaggio». Nel mondo della logistica, le difficoltà riscontrabili sul piano operativo sono molteplici. A parlarne è Emanuela Serra. «Sono cresciuta sentendo parlare di spedizioni da mio nonno e da mio padre. Così sono entrata a lavorare nell’azienda di famiglia, la Luigi Serra e devo riconoscere che è stato davvero emozionante: non si trattava semplicemente di imbarcare container su navi o pallet su aerei. Dietro c’era tutto un complesso lavoro di valutazione e ricerca della migliore soluzione per trasportare la merce e per ottimizzare i costi». Gli ostacoli incontrati, in ogni caso, sono stati molteplici. «Durante la mia carriera lavorativa mi sono spesso dovuta scontrare con il silente maschilismo che pervade il mondo della logistica. Sono riuscita a raggiungere l’obiettivo che mi ero prefissata, ovvero ricoprire incarichi di responsabilità, ma sicuramente con una tempistica maggiore rispetto ai colleghi maschi». Un mondo quello della logistica, che dovrebbe in ogni caso fornire un’attenzione maggiore all’ambiente. «È proprio quello su cui interverrei maggiormente, cercando di implementare i trasporti ferroviari e ampliando la rete. Al momento invece sta accadendo l’esatto contrario». Maggio 2011 • Nea


Il settore tessile Simona Colombo

Il valore sociale dell’impresa

Alcuni settori, come quello tessile, nonostante la crisi sono ancora in grado di offrire posti di lavoro. Il punto di Simona Colombo, che sostiene il valore sociale e collettivo dell’impresa di Carlo Gherardini

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allarme disoccupazione giovanile ma in molti settori, ad oggi, risultano esserci tanti posti di lavoro scoperti. Sono comparti che richiedono in gran parte capacità professionali che comprendono anche abilità manuali. Uno di questi è il reparto tessile, dove è sempre più difficile trovare manodopera. «le nuove generazioni hanno sempre meno interesse ad avvicinarsi a questo tipo di attività» afferma la dottoressa Simona Colombo, alla guida, insieme al fratello Sergio e alla madre Carla, del Maglificio Silco di Busto Arsizio. I giovani oggi sono più orientati ad altri tipi di studio, faticano a pensare di acquisire capacità professionali specifiche come quelle richieste nel comparto tessile. Ma, se è vero che il settore è in crisi, è altrettanto vero che esistono ancora realtà positive, che riescono a tenere il mercato.

In apertura, una fase di lavorazione all’interno del Maglificio Silco di Busto Arsizio. Qui sopra, la dottoressa Simona Colombo www.silcomoda.com info@silcomoda.com

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Quali sono le maggiori criticità del settore? «È sempre più difficile trovare aziende della filiera che si occupino delle varie fasi di lavorazione ma, più su larga scala, credo che il grande male della piccola impresa sia il fatto che si

sia un po’ persa la percezione del suo valore sociale. Bisognerebbe sfatare la visione dell’imprenditore, attento solo al guadagno, che sfrutta il lavoratore. Se l’azienda lavora e ha successo non sono solo l’impresa e l’imprenditore a goderne, ma anche il lavoratore stesso. Credo che all’interno dell’azienda si debba creare una vera e propria cultura partendo da “chi si è”, “cosa si fa” e “dove vogliamo andare tutti assieme”, e che il dipendente debba essere sempre di più un vero e proprio collaboratore dell’imprenditore».

La vostra è una piccola impresa familiare con più di cinquant’anni di storia. «Il maglificio Silco è stato fondato nel 1959 da mio padre, Silvio Colombo. Inizialmente la produzione si concentrava sulla maglieria intima ed esterna per uomo, donna e bambino. Con il passare degli anni ci siamo orientati sempre di più sulla maglieria esterna da donna, puntando su un riposizionamento di immagine e di marchio, proponendo linee a costi commisurati per una fascia media di consumatrici». Oggi quante linee di maglieria contate? «Tre. La scelta di dedicarci a una fascia di clientela non giovanissima, con la linea Gaia B., si è rivelata vincente e l’azienda è diventata così un marchio di riferimento sul mercato nazionale. In seguito abbiamo creato la linea Gaia Più e la Gaia Easy, ultima nata, la linea più giovane e dinamica. Tutti i nostri prodotti, dalla scelta dei tessuti, alle lavorazioni, alle rifiniture sono rigorosamente made in Italy». Maggio 2011 • Nea


Sartoria Annamaria Buoncristiani

Più considerazione per i piccoli artigiani

Nell’alta moda, così come in tanti altri settori, la vera base è costituita dal lavoro appassionato e artigianale delle piccole aziende. Oggi questa preziosa risorsa viene colpevolmente trascurata. Ne parliamo con Annamaria Buoncristiani di Francesco Bevilacqua

«S

ono nata a Torino dove ho iniziato il tirocinio lavorativo e professionale. Designer e modellista, ho lavorato nelle più importanti sartorie di Roma. Giovanissima, ho fatto uno stage a Parigi presso la sartoria Dior e Guy Laroche. Attualmente sono titolare dell’atelier A.B. Haute Couture». Annamaria Buoncristiani esordisce ricordando il suo ricco curriculum. Non si tratta di ostentazione gratuita, quanto piuttosto del preludio a un duro sfogo: «Mi sono messa in proprio vent’anni fa, ho creato una bottega che, come tante altre piccole realtà, costituisce un tassello fondamentale per la moda e per l’intera economia italiana. Considero quindi a dir poco ingenerosi gli attacchi che i rappresentanti dei grandi industriali stanno rivolgendo in questo periodo verso le piccole e medie imprese, a cui anche le grosse multinazionali devono tanto». Già, perché la sartoria di Annamaria Buoncristiani svolge un duplice ruolo fondamentale anche per i grandi marchi di moda. «Da qualche anno sta scomparendo una parte importante della nostra clientela, quella medio-alta che ordinava l’abito su misura. Così ho ricominciato a collaborare con le importanti griffe per cui ho lavorato in passato, curando delle realizzazioni per loro conto». Non solo lavorazione diretta però; anche buona parte dei designer e dei modellisti del circuito dell’alta moda proviene dalle piccole realtà: «In questo momento ho sette stagisti ai quali insegno il mestiere. Oltretutto, diversamente da molti altri, dopo tre mesi comincio a dar loro un piccolo stipendio, un rimborso spese che è modesto ma che serve a invogliarli e a spronarli. Ne ho già istruiti parecchi, restano da me un anno dopodiché, riescono a entrare grandi griffe come Valentino e Gattinoni». Sono sei i ragazzi usciti da Haute Couture negli ultimi due anni che oggi con successo proseguono il loro stage per Valentino e Gattinoni: «Non è che le grandi firme non siano capaci di allevare i designer in casa, però sanno che se provengono dalla mia sartoria sono già in grado di lavorare». 172

Annamaria Buoncristiani, titolare dell’atelier A.B Haute Couture di Roma, insieme ai suoi stagisti www.abhautecouture.it

Nonostante rappresenti un’importante risorsa anche per i grandi marchi, Annamaria Buoncristiani lamenta una grave disattenzione, che sovente si trasforma in avversione, da parte dei quadri dell’economia italiana nei confronti della piccola e media impresa. Essa, oltre a costituire un indotto rilevante, è l’anello di congiunzione che unisce la passione e la sapienza dell’artigianato tradizionale con le esigenze dell’economia moderna. Buoncristiani conclude citando le parole di Luigi Einaudi, affinché esse siano al tempo stesso incoraggiamento per chi crede ancora nella passione del lavoro e monito per chi questa passione sta cercando di distruggerla: «Migliaia e milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli e scoraggiarli. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, abbellire le sedi costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno». «Per me è un motivo di orgoglio consegnare a questi stagisti giovani, colti e volenterosi questo mestiere che sta scomparendo. Prego i politici e i sindacati di muoversi prima che l’artigianato dell’alta moda muoia». Maggio 2011 • Nea


Laboratori della moda Lauria Letteria

La moda per tradizione e cultura

“Il capo giusto alla persona giusta” è il motto di Lauria Letteria che porta avanti la moda per tradizione e cultura, sempre rimanendo con lo sguardo rivolto al presente e un’attenzione particolare ai capi raffinati di Maria Elena Casadei

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na piccola realtà artigiana in provincia di Reggio Calabria, che da anni lavora puntando solo a qualità e tradizione. È la boutique Cubo d’Oro di Lauria Letteria. «La tradizione è la nostra arma vincente, in quanto abbiamo costruito la nostra immagine sul mercato associandola a correttezza e professionalità e usufruendo della fiducia che si tramanda di madre in figlia». Rimanere competitivi nel settore, soprattutto per un’attività minore, non è sempre facile, soprattutto in questi tempi. «La situazione generale non è sicuramente delle più semplici, ma proprio perché la boutique è una piccola realtà artigiana è rimasta solida sul mercato. Secondo la nostra filosofia, la qualità vince sempre, e permette al lavoro di avere una continuità. Le clienti preferiscono avere nell’armadio capi di eccellenza, piuttosto che numerosi. Solo difendendo professionalità e qualità ci si riesce a differenziare dalle altre realtà dello stesso settore». La sartoria interna è il fiore all’occhiello della boutique «Sicuramente è il punto di forza, che associamo al buon gusto e alla buona qualità della merce. I nostri capi, già di ottima fattura, vengono modificati e migliorati secondo le esigenze di linea delle clienti. Offriamo una raffinata sartoIn alto, Lauria Letteria, proprietaria della boutique Cubo d’Oro

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ria che mette la donna in condizione di essere sempre chic». La ricerca del giusto capo però prevede un lavoro tutt’altro che immediato «è un passaggio fondamentale, in quanto è indispensabile per la continuità del lavoro e per mantenere la fiducia che la clientela ripone in noi. Il nostro slogan è “il capo giusto alla persona giusta”. La scelta dei capi è frutto di una scrupolosa indagine di mercato, che si effettua all’interno delle proposte che arrivano dalle aziende leader nel settore. A tal proposito la ricerca si estende anche al mercato estero, attraverso le sfilate e le fiere, che si svolgono due volte l’anno a Milano, la città della moda. Queste manifestazioni ci danno l’opportunità di aggiornarci riguardo le tendenze di più settori, la maglieria, i capi sportivi, i completi eleganti e per concludere anche l’accessorio». Una negozio chic, costantemente alla ricerca del capo giusto per una donna dalle elevate esigenze. «Sicuramente il target della boutique è medio-alto, e anche chi acquista per la prima volta rimane piacevolmente affascinato dai capi personalizzati e dalla cordialità dello staff. La nostra boutique offre un’ampia scelta di capi per diverse esigenze lavorative della donna di oggi, accontentando sia la ragazza che la donna in carriera». Maggio 2011 • Nea


Arte orafa Floriana Cusi

Dettagli preziosi Dallo studio della storia dei gioielli alla loro creazione. L’arte orafa, al servizio degli amanti di perle e pietre preziose, nell’esperienza di Floriana Cusi di Guido Puopolo

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ioielli speciali, pezzi unici pensati e realizzati per soddisfare un pubblico raffinato ed esigente. La gioielleria Cusi, storico negozio di Corso Monforte a Milano, è ormai da anni un punto di riferimento per tutto il settore, capace di coniugare la tradizione più classica con le nuove tendenze del mercato, sempre nel segno della qualità. «La nostra è una produzione su misura – spiega Floriana Cusi, vera anima creativa dell’azienda – frutto di una storia centenaria. Progettiamo e realizziamo gioielli di pregio in oro o platino, ma anche diamanti, gemme di colore, perle e gioielli in argento, destinati a donne di tutte le età».

In un periodo di crisi come questo, l’acquisto di un gioiello può ancora rappresentare un investimento? «Sicuramente sì, anche perché gli oggetti di elevata qualità non perdono il loro valore. È chiaro però che in un momento di difficoltà generale le famiglie, costrette a risparmiare, tendono a rinunciare a quei beni considerati di lusso. Tuttavia, proprio la raffinatezza dei nostri prodotti ci ha permesso di non risentire più di tanto della crisi». Come si sono modificati, negli ultimi tempi, i gusti degli italiani in fatto di gioielleria? «Ultimamente abbiamo registrato un significativo aumento di richieste per oggetti che erano stati un po’ dimenticati, come collane lunghe e anelli con pietre colorate, fermo restando il fascino immutato dei classici bracciali e girocolli. Per quel che ci riguarda disponiamo di un grande assortimento di perle colorate, un tratto distintivo del nostro negozio. Cerchiamo di offrire una produzione in linea con le aspettative della gente, interpretando però a modo 176

Floriana Cusi, titolare con il marito Rinaldo Cusi dello storico negozio di Corso Monforte a Milano. In basso, una delle creazioni della gioielleria www.gioielleriacusi.com

nostro le mode del momento. A questo proposito, ad esempio, in vista dell’estate, mi sono dedicata alla creazione di oggetti e collane decorate con fantasie colorate, che si adattano perfettamente alla moda e all’abbigliamento estivo».

A chi si rivolge la vostra produzione? «La nostra è una clientela di nicchia, consolidatasi nel corso degli anni. Chi viene da noi non si limita a comprare un oggetto, ma vuole essere guidato e consigliato nella scelta. Allo stesso tempo può partecipare alla creazione del gioiello stesso, seguendo l’evoluzione del progetto con la possibilità di intervenire per apportare eventuali modifiche. Inoltre ci piace sottolineare il fatto che la nostra non è una semplice attività commerciale, ma ha anche un valore culturale e didattico. Organizziamo infatti frequentemente incontri e mostre a tema, in cui i gioielli sono protagonisti, per fornire tutte le informazioni necessarie a un acquisto consapevole. Ultimamente, ad esempio, abbiamo proposto una conferenza sulla simbologia della perla nell’arte, un’iniziativa di grande successo che ha conquistato il pubblico». Maggio 2011 • Nea


Gioielleria e argenteria Giuseppe Santamaria

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n contesti economici difficili, oggigiorno, la parola d’ordine è “reinventarsi”. Nel mercato, per emergere, non si può essere semplici rivenditori: la differenza è la peculiarità che rende richiesti e competitivi. Le novità stimolano le persone, afferma infatti Giuseppe Santamaria amministratore della “Gioielleria Federica” presente a Reggio Calabria dal 1965, che ha sempre proposto manufatti di “taglio” diverso, avvalendosi della sinergica collaborazione di esperti maestri orafi ed argentieri. La Gioielleria Federica, articolata su due piani, oltre ai pezzi d’argento più classici, e orologi e gioielli di noti marchi, è fornita di una vastissima gamma di articoli fatti su misura: centri tavola, coralli, gioielli, fusioni a cera persa che decorati con pietre rigorosamente perfette diventano “pezzi unici” e per le liste nozze cristalli, porcellane, lampade. «Siamo stimolati dai clienti che offrono idee da sviluppare in articoli, a volte, di impossibile realizzazione, ma la sfida dell’azienda

La Gioielleria Federica è a Reggio Calabria

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Arte orafa su misura

Oggi più che mai bisogna sapersi differenziare sul mercato. Ecco perché Giuseppe Santamaria punta su gioielli e argenti “su misura”, realizzati con gusto e creatività di Lucrezia Gennari

è proprio la creazione degli oggetti più strani quali: argenti, gioielli, elementi d’arredo, bomboniere» spiega Giuseppe Santamari. «Nell’ambito dei gioielli frequentiamo la piazza di Valenza, presso i cui laboratori orafi di antica tradizione creiamo “pezzi unici” di qualità eccellente e lusinghieri a prezzi competitivi». La Gioielleria Federica può realizzare qualunque oggetto modificato e riproposto tante volte, sì da soddisfare pienamente l’esigenza del cliente. Dicasi altrettanto per gli articoli d’argento effettuati con decori, su precise indicazioni del cliente, da incisori e modellisti lombardi su disegni in scala 1 a 1. «Di particolare pregio sono anche i nostri manufatti in corallo che provengono dalla collaborazione con le botteghe artigiane di Torre del Greco.“Splendide” le incisioni su corallo raffiguranti soggetti mitologici». Pertanto la Gioielleria Federica, forte di un’offerta particolare e differenziata, nonché del profondo radicamento nel territorio e della lunga esperienza accumulata negli anni, è in grado di garantire una produzione di alto livello. Ammirare le vetrine costantemente riassortite e impreziosite dai “pezzi unici”, che hanno oggi un valore aggiunto rispetto all’offerta tradizionale, è un invito a visitare la Gioielleria Federica e, perché no, a diventarne anche clienti. Maggio 2011 • Nea


Musica classica Patrizia Garrasi e Luisa Panarello

Percorsi nel mondo della musica

La situazione della musica classica in Italia dalla voce di Luisa Panarello, socia insieme a Patrizia Garrasi della Resia di Milano. «Ciò che serve è investire sulla cultura della musica» di Nicoletta Bucciarelli

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n Italia gli artisti emergenti che propongono buona musica molto spesso non ricevono l’attenzione che meritano. La situazione a volte è ancora più difficile se si tratta di giovani artisti provenienti dal mondo della musica classica. È su questo campo che si concentra il lavoro di Resia, società di Milano che da più di trent’anni opera al servizio della musica classica non soltanto nel tradizionale lavoro di management di direttori d’orchestra, solisti, formazioni da camera e orchestre, ma soprattutto nella valorizzazione di giovani musicisti italiani in ambito internazionale. Tra gli artisti seguiti dalla Resia spiccano i nomi del pianista Maurizio Pollini, del pianista Andrea Lucchesini e del violoncellista Enrico Dindo, oltre a giovani talenti come la soprano Maria Radoeva e il pianista Gabriele Carcano. Luisa Panarello, socia insieme a Patrizia Garrasi della Resia di Milano, racconta di un mondo, quello della musica classica, «in cui la donna trova uno spazio assolutamente pari a quello degli uomini».

© Deutsche Grammophon

Resia Artists nasce circa vent’anni fa. Come siete arrivate a lavorare nel e per il mondo della musica?

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Un’evoluzione naturale in risposta ai vostri studi o siete state mosse soprattutto da una passione? «Resia in realtà nasce molto tempo prima, nel 1980, come naturale erede di una delle tre grandi agenzie italiane dell’epoca, quella di Ada Finzi. Patrizia Garrasi, proveniente dalle traduzioni dal e in tedesco, arriva casualmente nel mondo della musica nel 1966, ma si appassiona immediatamente alla nuova attività e decide di proseguirla anche dopo la chiusura dell’agenzia Finzi, a partire dal 1972. Io invece provengo da studi giuridici e nel 1980 vengo chiamata a collaborare dalla mia attuale socia». Voi collaborate con molti artisti di fama internazionale. Come viene organizzato nello specifico il vostro lavoro di management? «Il nostro lavoro si basa soprattutto sul rapporto di fiducia che si stabilisce sia nei confronti dell’artista che ci ha affidato la cura della sua attività nel nostro paese e all’estero, sia verso i teatri, le orchestre, le società di concerti e festival. Per l’artista curiamo ogni aspetto della sua attività, dalla ricerca dei concerti alla realizzazione pratica degli stessi. Ne condividiamo non solo i successi, ma anche i dubbi e le ansie che spesso accompagnano lo sviluppo di una carriera». Accanto al lavoro di management di grandi artisti svolgete anche l’importante ruolo di accompagnare i giovani verso una crescita. Potreste parlarci di questo importante ruolo che svolge la Resia? «La caratteristica principale della Resia è quella di dare largo spazio ai giovani talenti italiani e non, seguendoli quasi Maggio 2011 • Nea


Nelle immagini artisti seguiti dalla Resia. Nella pagina accanto, il violoncellista Enrico Dindo e il pianista Maurizio Pollini. In questa pagina, il pianista Andrea Lucchesini con il compositore Luciano Berio. Sotto, il pianista Gabriele Carcano

DIAMO MOLTA IMPORTANZA ALLA COLLABORAZIONE TRA ARTISTI, FAVORENDO I RAPPORTI TRA GIOVANI E “FAMOSI”. RITENIAMO INFATTI CHE SIA NECESSARIO CONDIVIDERE LE ESPERIENZE TRA MUSICISTI CON STORIE E PERCORSI DIVERSI

quotidianamente nella loro formazione, consigliandoli sulle scelte da fare, evitando loro una pressione troppo intensa ma lasciando il tempo per una naturale maturazione umana, culturale e musicale. Diamo molta importanza alla collaborazione tra artisti, favorendo i rapporti tra giovani e “famosi”. Riteniamo infatti che sia necessario condividere le esperienze tra musicisti con storie e percorsi diversi».

mancanza di sicurezza di fondi che permettano una programmazione certa e a lungo termine. Non si fa abbastanza per la formazione di un nuovo pubblico e per un ricambio più frequente nelle direzioni artistiche. Anche all’estero ci sono difficoltà, ma ben altra è l’attenzione dei governi verso la cultura. In alcuni Paesi in particolare, l’educazione musicale ha pari importanza di quella umanistica o scientifica».

Da esperte del settore come trovate la situazione di chi lavora con il mondo della musica in Italia? Quali differenze possono riscontrarsi con l’estero? «La situazione della musica in Italia è ogni anno più difficile, per molte ragioni. Innanzitutto possiamo osservare una costante diminuzione delle organizzazioni musicali e una

Che cosa rappresenta per voi la musica classica? «La bellezza di questa musica è l’ essere una vera e propria fonte di serenità e di riflessione, ma anche un grande mezzo di comunicazione per pensieri, idee e sogni e non è necessario essere degli intenditori per goderne. Vorremmo che tutti ne fossero incuriositi e attratti».

Nea • Maggio 2011

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Il mondo del suono e del doppiaggio Elisabetta Bucciarelli

Le voci nascoste del grande schermo Ciak, si registra. Accade da Sound Art 23, lo studio di doppiaggio che da anni contribuisce a far “passare” in casa il cinema mondiale. A microfoni spenti Elisabetta Bucciarelli racconta l’impresa di Paola Maruzzi

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d accorgersi di lei fu Gigi Reder, il ragioner Filini della commedia fantozziana, che la incoraggiò a partecipare al provino di doppiaggio per Sweet Movie, la cui edizione italiana fu curata da Pier Paolo Pasolini e da Dacia Maraini. «Lo vinsi e scoprii così un nuovo mondo», ricorda Elisabetta Bucciarelli, imprenditrice romana. Alle spalle si lascia la fortuna di aver lavorato con artisti del calibro di Tino Buazzelli, Giorgio Albertazzi, Raf Vallone, Arnoldo Foa, Franco Enriquez. Davanti le si apre l’universo parallelo al grande schermo, quello che gli dà voce. Entrata in punta di piedi in un settore di cui, paradossalmente si parla poco ma che permette al cinema di oltrepassare le barriere linguistiche, oggi è a capo di Sound Art 23, dove sono di casa le pellicole internazionali: da Kieslowsk a Kitano, da Lelouche a Wenders.

Aderenza all’originale e libertà d’espressione: dov’è il giusto equilibrio? «Nel nostro mestiere, come più in generale nel cinema, è il lavoro d’equipe a contribuire al risultato finale. Questo vuol dire che gli aspetti tecnici e quelli artistici devono essere di sostegno l'uno all'altro. Nel doppiaggio, un adattamento dialoghi non deve limitarsi a una traduzione pedissequa, ma va rielaborato nel rispetto dello stile e dei contenuti, tenendo conto

Elisabetta Bucciarelli di Sound Art 23; nell’altra foto in basso è con la figlia, Marzia dal Fabbro, responsabile clienti esteri dello studio di post-produzione cine-televisiva di Roma www.soundart.it

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degli aspetti tecnici. È importante, quindi, che il direttore di doppiaggio conosca perfettamente ogni sfumatura del film, in modo da restituire un prodotto diverso dall'originale, ma uguale nei contenuti e nella capacità di trasmettere emozioni».

In questa “traduzione globale”, come l’ha definita, che posto occupa il suono? «Non è di poca importanza. Una bella interpretazione con il suono inappropriato non renderà giustizia all'interprete, ma allo stesso tempo il suono non può rendere quello che non ha reso il doppiatore al leggio». Qual è il cambiamento sostanziale che ha attraversato Sound Art 23? «Negli anni recenti ci siamo impegnati a potenziare l'attività internazionale. Di questo se ne occupa Marzia dal Fabbro, mia figlia, laureata a Cambridge e conoscitrice di ben quattro lingue. Attiva sia sul campo artistico che imprenditoriale, ha sviluppato un'interessante rete di contatti con i clienti esteri, che grazie alle tecnologie digitali, possono ormai gestire facilmente le collaborazioni con studi di doppiaggio in Italia. Soddisfazioni professionali ne abbiamo anche da progetti di edizione e post-produzione, per citarne alcuni: Harem Suare, uno dei primi successi di Ferzan Özpetek; Einstein di Liliana Cavani; Romanzo Criminale di Stefano Sollima. Poi ci sono le importanti edizioni italiane come Segreti e Bugie di Mike Leigh, Lost in Translation di Sofia Maggio 2011 • Nea


LA VARIAZIONE DEL LIVELLO DI UN EFFETTO SONORO RIESCE A MODIFICARE LA REAZIONE EMOTIVA DELLO SPETTATORE Coppola o il debutto cinematografico dello stilista-regista Tom Ford: A Single Man, distribuito in Italia da una grande donna di cinema, l'imprenditrice Vania Traxler Protti».

Cosa l’ha spinta a scegliere e imporsi quale professionista e imprenditrice nell’industria del suonodoppiaggio? «Nel tempo mi sono sempre più appassionata al gusto di ritrovare nel suono ricostruito

artificialmente, la stessa verità e le stesse emozioni di quello reale. È affascinante scoprire come la variazione del livello di un effetto sonoro riesca a modificare la reazione emotiva dello spettatore. Entrare in questo mondo è stato un passaggio naturale, così come lo è stato prendere dimestichezza con gli aspetti imprenditoriali, tramandati da mia madre, una delle prime donne imprenditrici della provincia di Viterbo che operava nel settore dei combustibili, e che a mia volta trasmetto a mia figlia».

Rispetto a quando ha iniziato le donne si approcciano con più disinvoltura a questa professione? «Si iniziano a vedere con piacere, oltre alle sincronizzatrici che sono sempre state una forza del nostro settore, anche donne tecnici del suono. Nel nostro settore non ci sono grandi pregiudizi». Quindi cosa consiglierebbe a una giovane desiderosa di intraprendere una carriera nel mondo del suono e del doppiaggio? «Partire da basi solide: studiare, prepararsi e avvicinarsi alla professione con umiltà e tenacia, i risultati arriveranno. Con l'impegno e la capacità qualifichiamo il nostro lavoro». Nea • Maggio 2011

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Forme d’arte Maria Grazia Frassetto

L’arte e il gallerista Cosa rende il gallerista una figura artistica professionale a tutto tondo? A raccontarcelo è Maria Grazia Frassetto, ideatrice del “Trofeo G. B. Moroni” di Daniele Dodaro

C’

è un concorso che negli anni ha accresciuto la sua importanza destando l’attenzione dell’Osservatorio Parlamentare Europeo e del Consiglio d’Europa. E dietro questo concorso c’è una galleria d’arte, la cui eco risuona oltre le valli bergamasche, raggiunge l’Italia intera e valica le Alpi e la Manica. Ma dietro il trofeo, dietro il concorso c’è la storia di una donna. Quella di Maria Grazia Frassetto,in Pasqua, pittrice, ceramista e restauratrice da una vita, e dal 2003 direttore artistico della New Artemisia Gallery e del “Trofeo G. B. Moroni”. Spontaneo chiedersi come è stato passare dal fare arte in prima persona a curare le esposizioni altrui. «A differenza di quanto si possa pensare, il passaggio da artista a gallerista non è una svolta drastica. La percezione di uno scarto netto è spesso dovuta al fatto che si appiattisce la figura del gallerista su quella dell’organizzatore di eventi o dell’impresario – spiega Maria Grazia Frassetto. In realtà un gallerista plasma comunque la materia artistica, perché cerca di dare un significato ulteriore a opere che hanno un senso di per sé, ma che devono essere strutturate in un progetto complesso, come può essere una mostra». Così, quando nel 2003 l’atelier dall’artista Maria Grazia Frassetto, titolare della New Artemisia Gallery di Bergamo. Sotto, gli interni della galleria m.frassetto@libero.it

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è stato trasformato nella galleria moderna e contemporanea New Artemisia Gallery il fare artistico non è stato espunto dalla porta, ma ha solo trovato altre forme di realizzazione. Un’evoluzione in cui è stata affiancata dalla figlia Dott.ssa Enrica Pasqua storico e critico dell’arte, , che svolge in forma libera l’attività di critico dell’arte, e dalla figlia Dott.ssa Manuela Pasqua, Dottore Chimico Farmaceutico , più orientata alla consulenza di marketing. L’idea alla base del progetto è semplice. «La galleria è nata come un centro di servizi in cui si organizzano mostre collettive e personali, e si offrono pacchetti pubblicitari per migliorare il percorso espositivo d’ogni artista. Per esporre viene richiesto un rimborso spese, ma in caso di vendita la galleria non trattiene alcuna percentuale. Inoltre, da quattro anni siamo collegati con gallerie europee, in particolare londinesi e berlinesi, in modo da ottenere spazi ove presentare i nostri artisti anche di fronte al contesto internazionale». Ed è così che la gallerista Frassetto collabora con gli artisti per dar forma al loro percorso. E sempre nel 2003, il fare creativo dell’artista trevigiana si è concretizzato anche in un altro progetto: un concorso di pittura intitolato a Giovan Battista Moroni, pittore cinquecentesco bergamasco a cui è intitolata la via in cui ha sede la galleria. Un concorso nato in Bergamo bassa ma che ben presto ha acquistato un respiro internazionale, tanto da ottenere nel 2010 il patrocinio dell’Osservatorio Parlamentare Europeo e del Consiglio d’Europa. E l’affermazione fuori dei confini italiani di Maria Grazia Frassetto e del suo progetto è testimoniato dalla presenza in qualità di ospite VIP all’Art Dubai del 2010, e la conferma dell’invito a partecipare in qualità di Gallerista per l’edizione 2012. Ed è in questa direzione, che va al di là della creazione propriamente detta, che continua a snodarsi il percorso di Maria Grazia Frassetto. Un percorso che mette in luce tutta l’arte del gallerista. Maggio 2011 • Nea


Forme fluide del nostro tempo La rigida struttura della maggior parte delle città va stretta a una società contemporanea sempre più complessa e dinamica, flessibile e globalizzata. Un’architettura caratterizzata da fluidità e continuità è la proposta di Zaha Hadid di Michela Evangelisti

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a fluidità è il leitmotiv di tutti i suoi progetti e la scioltezza del disegno a mano libera è una firma autografa che accompagna le sue creazioni fino a rivelarsi nelle linee dinamiche e continue degli edifici finiti. Zaha Hadid, fra gli interpreti più significativi del decostruttivismo in architettura, dopo l’infanzia irachena si è trasferita a Londra, dove ha ora sede il suo studio, fucina di forme e creatività. Vincitrice nel 2004 del premio Pritzker per l’architettura, ha sempre combattuto il pregiudizio con le unghie della professione e i suoi progetti hanno letteralmente cambiato il modo di percepire lo spazio urbano, in Italia e nel mondo. La sua proposta per il museo Maxxi di Roma ha convinto la giuria grazie alla capacità di integrarsi nel tessuto urbano e di superare l’idea dell’edificio-museo. La complessità dei volumi, le pareti cur-

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zaha hadid

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Zaha Hadid Processi creativi vilinee, il variare e l’intrecciarsi delle quote determinano una trama spaziale e funzionale molto articolata che i visitatori possono attraversare seguendo percorsi sempre diversi e inaspettati. Anche per la torre progettata per CityLife la Hadid è rimasta fedele ai concetti di movimento e dinamismo. «La torre è una tipologia di costruzione spesso trattata come strategia statica e fissa; una “soluzione” tecnocratica di ingegneria, governata da fattori economici DOBBIAMO ARRIVARE A UNA STRATIFICAZIONE specifici – spiega –. Per Ci- CHE PERMETTA DI INTEGRARE I LUOGHI DOVE ABITIAMO, tyLife, invece, abbiamo vo- LAVORIAMO E SPENDIAMO IL NOSTRO TEMPO LIBERO luto considerare l’ubicazione urbana della torre come vero elemento generatore dell’identità del progetto. I flussi pedonali di passaggio nel sito danno idealmente origine a un vortice che risulta essere, appunto, il dinamismo progettualmente ricercato». Nell’ambito del progetto ha realizzato anche un blocco di residenze: quali sono le forme e i materiali che possono oggi assicurare l’equilibrio tra esigenze estetiche ed esigenze funzionali, qualità dell’abitare e vincoli economici? «I materiali e le forme utilizzati per le residenze CityLife sono in continuità con la ricerca architettonica e progettuale effettuata dal nostro studio nel corso degli anni, che coniuga un linguaggio architettonico e formale d’avanguardia con la cura dei materiali e della loro sostenibilità ambientale. Legno, vetro, pannelli di cemento fibrorinforzato sono usati per caratterizzare gli spazi e sottolineare in maniera inconfondibile gli ambienti e le architetture, all’interno e all’esterno degli edifici. In questo contesto è fondamentale anche l’uso e la progettazione dell’illuminazione, sia naturale che artificiale. La prima esaltata dall’uso di grandi vetrate, sia negli spazi pubblici che privati, la seconda disegnata con lunghe linee di luce dalle forme dinamiche e di grande efficienza energetica». Il progetto CityLife dà grande importanza anche alle aree verdi e pedonali: in che modo le fa dialogare con i suoi edifici? «Nei nostri progetti è sempre stato fondamentale il rapporto con il paesaggio – il landscape – a tal punto che gli edifici stessi ne diventano concettualmente parte, fondendosi con esso grazie alle loro forme fluide e organiche. Le stesse strategie di ricerca e progettazione sono applicate sia agli edifici che alle aree verdi, che assumono pertanto la medesima importanza da un punto di vista compositivo. Il verde non è mai casuale o trattato come un riempitivo, ma studiato nelle sue forme, nei suoi percorsi e nei materiali. Dall’interno degli edifici e degli appartamenti, la vista del verde circostante è esaltata dalle ampie vetrate e dai parapetti in cristallo delle terrazze. L’abbondanza di spazi di cerniera tra il lotto residenziale e il verde pubblico, quali il verde condominiale, i giardini privati, i percorsi di collegamento pedonali e ciclabili, sottolineano la simbiosi tra il complesso residenziale e il grande parco circostante». Qual è la sua concezione dello spazio urbano? «Credo che la complessità e il dinamismo della società contemporanea non possano più essere contenuti nella rigida struttura tipica della maggior parte delle città sviluppatesi durante l’era industriale; ora tutto è divenuto più flessibile e globalizzato, abbiamo a che fare con Nea • Maggio 2011

Render della Torre Hadid, nell’ambito del progetto CityLifea Milano; nella pagina a fianco, l’architetto Zaha Hadid

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Processi creativi Zaha Hadid

diagrammi sociali molto più complessi rispetto a L’ARCHITETTURA È UNA COMPONENTE quelli del ventesimo secolo. È quindi necessario VITALE E INDISPENSABILE DELLA CULTURA rapportarsi alle mutate circostanze sociali attraverso COSÌ COME LO SONO LA SCIENZA, un’architettura caratterizzata da fluidità e contiL’ECONOMIA, LA POLITICA E L'ARTE nuità. Il nostro studio esplora soluzioni di design Dopo il Maxxi di Roma è stata da poco inaugurata organico, un linguaggio architettonico in continua evoluzione che enfatizza forme curvilinee, in grado di facilitare la tran- l’Opera House di Guangzhou, in Cina. Qual è il futuro delsizione tra i diversi elementi. Ogni nostro progetto è il risul- l’architettura come creatrice di contenitori di arte e cultura? tato di questo approccio che genera una sensualità scultorea «L’architettura è una componente vitale e indispensabile della cultura così come lo sono la scienza, l’economia, la politica e caratterizzata da una logica formale coerente». l'arte. La cultura, a propria volta, rappresenta un aspetto fonTra i diversi progetti che ha realizzato in Italia c’è anche damentale dello spazio urbano e della vita all’interno di esso. la stazione marittima di Salerno. Cosa connota maggior- È tuttavia necessario cambiare totalmente il modo in cui ci rapmente questo progetto? «La stazione marittima di Salerno portiamo alla città, dobbiamo andare oltre la rigida separazione s’inserisce in un più ampio ridisegno del lungomare e del in zone e arrivare ad una stratificazione che permetta di inteporto di Salerno ed è pertanto intesa come il catalizzatore di grare i luoghi dove abitiamo, lavoriamo e spendiamo il nostro una serie di progetti volti a trasformare la città e sviluppare la tempo libero. I progetti del nostro studio sono molto vari da sua dotazione di strutture turistiche. Per la conformazione oro- un punto di vista formale e siamo sempre interessati ad amgrafica del territorio, l’edificio è il punto focale di molte pro- pliare il nostro repertorio, cercando di mettere in relazione in spettive e vedute urbane, divenendo così un simbolo, un me- modo assolutamente unico ogni nostro progetto con il contaforico faro della città, una traccia simbolica sul tracciato testo nel quale è inserito. Lungi dal voler creare dei semplici cittadino reso complesso dalle influenze normanno saracene. oggetti rispondenti solo a logiche estetiche o autoreferenziali, La stazione marittima funge, sia dal punto di vista percettivo il nostro lavoro è teso alla ricerca di soluzioni che permettano che funzionale, da elemento di mediazione tra la solidità ter- non solo la fruizione di un determinato evento o attività culrestre e la fluidità del mare. Il progetto forgerà un nuovo e più turale, bensì fungano da catalizzatori di scambio, aggregazione intimo rapporto tra la città e l’acqua. Alla pari di un’ostrica, il e interazione tra le persone. Credo di poter dire che il Maxxi suo guscio duro agirà da protezione contro l’intenso sole me- e l’Opera House di Guangzhou rappresentino esempi quanto mai lampanti di questo nostro approccio». diterraneo e accoglierà al suo interno elementi fluidi». 188

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donata paruccini Stare sul mercato non è un ripiego

Una creativa molto razionale, sicura che il pensiero, se ben strutturato, «può dare risposte fantasiose che funzionano realmente». Le difficoltà e le soddisfazioni del designer raccontate da Donata Paruccini di Michela Evangelisti

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appeti, appendiabiti, utensili per la cucina, bottoni e gioielli; sono solo alcune delle mille forme nelle quali si materializza la creatività attenta ai particolari di Donata Paruccini. I comuni denominatori sono un’esperienza frutto di una spessa stratificazione di informazioni e insegnamenti e una precisa consapevolezza: «Il mondo non necessita del mio contributo formale: non ho la presunzione di migliorarlo. Ho invece capito ultimamente che lavoro per me, cerco con coerenza di dire qualcosa di nuovo; analizzo via via le problematiche del caso e rispondo con un mio personale pensiero». Per la designer ogni nuovo progetto è una sfida. «Utilizzo sempre più o meno gli stessi schemi – spiega –, ma avere un campo di analisi con elementi diversi dal solito

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Processi creativi

può essere molto stimolante». Nata a Varedo, Donata Paruccini ha studiato industrial design all’Isia di Firenze e ha poi iniziato il suo percorso lavorando per parecchi anni nello studio dell’architetto e designer Andrea Branzi. Quali difficoltà ha dovuto affrontare per riuscire a diventare libera professionista? «Gli anni di lavoro presso uno studio fanno capire molte cose, si acquisiscono strumenti e metodologia. Poi nella carriera autonoma si costruisce il proprio percorso personale, ma bisogna aver la possibilità di mettersi alla prova e all’inizio mancano le occasioni; così bisogna inventarle. Le difficoltà maggiori sono quelle economiche, di sopravvivenza, insite in una professione che non è ancora considerata tale e che quindi non è retribuita come lo sono le altre professioni. Si lavora senza contratto e senza rimborsi, nella speranza che tutto vada a buon fine, investendo energie e soldi; ora, grazie a qualche risultato ottenuto, la mia professione sta diventando più interessante».

MI SEMBRA PIÙ INTERESSANTE OPERARE LA MIA RICERCA ALL’INTERNO DEI PROGETTI COMMISSIONATI PIUTTOSTO CHE INVENTARMI DOMANDE FITTIZIE A CUI DARE RISPOSTE PRESUNTE Al di là delle commissioni delle aziende, riesce a portare avanti progetti autoprodotti, in cui privilegia temi e problematiche di cui si interessa personalmente? «Il designer ha una sua visione personale anche quando lavora con l’azienda: non è un creativo solitario, ma un creativo autonomo chiamato a progetto. Mi sembra più interessante operare la mia ricerca all’interno dei progetti commissionati piuttosto che inventarmi domande fittizie a cui dare risposte presunte. A volte utilizzo l’autoproduzione, ma la ritengo un ripiego e non una conquista di libertà del designer che, così facendo, pensa di non piegarsi alle esigenze di mercato; per me, invece, vuol dire non aver trovato un produttore adatto al progetto. Autoprodurre poi significa diventare anche imprenditore e commerciale e allora sono necessarie delle altre competenze; io preferisco dedicare il mio tempo a progettare prodotti».

In apertura, la designer Donata Paruccini e “Bulbi”, piccoli vasi realizzati con lampadine dismesse; in alto, “Fly”; sotto, “Pluvio”, vaso in ceramica

Quale momento vive oggi la professione di designer in Italia? «Per i designer in Italia esiste un buco generazionale di quasi 40 anni. Le ditte italiane da tempo utilizzano soprattutto dei professionisti stranieri, che sono molto bravi, credo grazie al corretto lavoro e all’investimento che viene fatto su di loro. All’estero il design è considerato un settore chiave per lo sviluppo economico ed è gestito con risorse e programmi di sviluppo; esistono critici, talent scout e sistemi di sostegno dedicati alle nuove generazioni. In Italia per i giovani ben poco viene Nea • Maggio 2011

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Processi creativi

fatto istituzionalmente; cito come eccezione il ciclo di mostre di Mini e Triennale CreativeSet e il premio Caiazza, organizzato da Promosedia. Mostre alle quali ho preso parte e spero che siano d’esempio ad altre organizzazioni».

ALL’ESTERO IL DESIGN È CONSIDERATO UN SETTORE CHIAVE PER LO SVILUPPO ECONOMICO ED È GESTITO CON RISORSE DI SVILUPPO In alto, “Monoblocco”, portamatite; sotto, “Clothes Rack”, appendiabiti in pelle, prodotto da Eno, 2007

Attualmente vive e lavora tra Milano e Parigi. L’estero sembra l’ancora di salvezza per le professioni creative: quali possibilità in più offre? «Il nostro Paese offre alle generazioni giovani pochissimi lavori e a condizioni imbarazzanti. I creativi sono spesso precari con partite Iva, che vuol dire essere doppiamente soli. All’estero non regalano niente, ma nella mia esperienza c’è un rispetto diverso per il lavoro; se te ne propongono uno c’è sempre un contratto accettabile, tutto è verificabile e rispettano le scadenze di pagamento. In Italia si discutono contratti e condizioni a lavoro finito, non ho mai visto un tabulato di vendita e devo spesso sollecitare i pagamenti. Lavorare in queste condizioni è sfiancante. Per arginare la fuga dei creativi occorre metterli nella condizione di poter lavorare nei diversi campi con dignità, smettendo di sfruttarli». In una recente intervista ha affermato che nel design è difficile per una donna emergere. «Il fatto che siamo in poche è dichiarato dalle statistiche. Le scuole di architettura e di design sono frequentate maggiormente da donne, che poi però non riescono ad esercitare o, quando ci riescono, hanno solo dei ruoli gregari in studi gestiti da uomini. Credo che questo rifletta purtroppo il ruolo della donna che nel nostro Paese non ha raggiunto la parità con l’uomo in nessuna professione. Rispetto a gran parte dell’Europa l’Italia è indietro e negli ultimi anni la situazione è anche peggiorata: assistiamo sempre di più a un ritorno della figura femminile da abbellimento, la nostra televisione ne è la testimonianza. Ma la recente scesa in piazza di molte donne mi fa ben sperare; forse le cose cambieranno».

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Processi creativi

teresa sapey La vocazione a creare emozioni

Dare vita a spazi urbani non solo funzionali ed estetici ma che risveglino tutti i sensi, rendano i visitatori protagonisti, raccontino storie, facciano sognare. Ă&#x2C6; il ďŹ l rouge che guida il lavoro di Teresa Sapey di Michela Evangelisti

Nea â&#x20AC;˘ Maggio 2011

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Processi creativi

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er lei l’architettura non è una scelta ma una vocazione. Piemontese di nascita e spagnola d’adozione, dalla base di Madrid Teresa Sapey esporta i suoi colorati progetti in tutto il mondo. La predisposizione a concentrarsi su quegli spazi poco convenzionali, grigi e bui, che sono i parcheggi sotterranei, per reinventarli trasformandoli in luoghi da visitare e da vivere, le è valso il soprannome di “Madam parking”. Che però non esaurisce la sua vivace vena progettuale, pronta a spaziare dai negozi agli uffici, dagli alberghi alle scuole. In Spagna l’architetto ha realizzato alcune delle sue opere più importanti, ma ora con il suo team ha cantieri aperti anche in Italia. «Secondo la legge universale per cui nessuno è profeta in patria, gli italiani iniziano a scoprirci – spiega Sapey –. Ad esempio stiamo collaborando con Redais alla realizzazione di un edificio sostenibile a Casal L’IMPORTANTE NON È CHE TI LODINO O TI Bertone, fuori Roma, per il quale ab- LUSINGHINO. MEGLIO ESSERE CRITICATI MA biamo disegnato i parcheggi: sotter- LASCIARE UN’IMPRONTA. E SE DAI UN’EMOZIONE, ranei, ecologici, innovativi e caratte- CHI L’HA RICEVUTA SE LA RICORDERÀ PER SEMPRE rizzati da percorsi emozionali». La sua architettura viene spesso definita appunto “emozionale”. Cosa s’intende? «L’importante non è che parlino bene di te, ti lodino o ti lusinghino, ma che si ricordino del tuo operare: meglio essere criticati ma lasciare un’impronta. E se dai un’emozione, chi l’ha ricevuta se la ricorderà per sempre».

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In apertura, l’architetto Teresa Sapey; sotto, parking Hotel puerta de América, Madrid, 2004

Nea • Maggio 2011


Com’è nata la scelta di aprire uno studio a Madrid, nel 1990? «La Spagna ha vissuto 20 anni di grande fortuna nel nostro settore; la differenza maggiore tra Spagna e Italia sta nel fatto che in Italia i professionisti della mia età generalmente parlano di architettura ma non fanno architettura, mentre qui finora c’è stata davvero la possibilità di operare. Adesso la situazione non è delle più semplici, stiamo galleggiando e reagiamo cercando di aprirci a un mercato internazionale. Il nostro studio rimane in Spagna per una questione di amore e di riconoscenza verso il Paese, ma potremmo essere ovunque, non siamo più legati al territorio».

Sopra, Pasarela parque Roma; sotto, párking plaza Cánovas, Valencia, 2008

Lei è esperta in progettazione ed ergonomia degli spazi lavorativi e commerciali: due ambiti che hanno subito grandi trasformazioni negli ultimi decenni. Come ha interpretato questi cambiamenti nei suoi lavori? «Creando degli spazi che invecchino bene, pensando all’immagine, all’estetica, alla pubblicità in tre dimensioni, ma anche alla manutenzione; il nostro impegno ci è valso diversi riconoscimenti, come di recente il premio Wallpaper per il miglior negozio per Aspesi a Madrid. Non ritengo, comunque, che gli spazi commerciali siano cambiati molto negli ultimi anni; diciamo che è sempre maggiore l’esigenza di trasformare il cliente da spettatore passivo a soggetto attivo». Lo studio Sapey è l’unico al mondo specializzato nell’abbellire quei luoghi funzionali all’urbe moderna che normalmente non hanno nulla di esteticamente valido. Da dove nasce questa esigenza? «Innanzitutto dal bisogno di trovare uno spazio di nicchia: credo che sia necessario reinventare sempre la propria professione. Il mondo è stato rovinato a vita con tatuaggi indelebili e noi architetti dobbiamo essere quasi dei chirurghi estetici, andando a toccare quei luoghi tipici della contemporaneità nati soltanto per unire spazi diversi e dove oggi, in realtà, passiamo gran parte del nostro tempo». Nea • Maggio 2011

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Sfide trasparenti

È la prima donna presidente del consiglio dell’Ordine degli architetti a Milano. L’impegno di Daniela Volpi «per difendere la dignità di una professione tanto affascinante quanto bistrattata» di Michela Evangelisti

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daniela volpi

n autentico regista, che non può più limitarsi a gestire i processi creativi ma deve essere in grado di coordinare i progetti in tutta la loro complessità. Questo, secondo Daniela Volpi, il tratto distintivo dell’architetto del ventunesimo secolo; una carriera che sembra ancora affascinare in modo particolare i discendenti di Palladio e Brunelleschi - «nel nostro Paese contiamo 1 architetto ogni 470 abitanti, contro la media mondiale di 1 ogni 3.757 abitanti» - ma che sta attraversando un momento delicato di crisi di mercato e sconta un’anomalia tutta italica: «L’incapacità di mettere ordine nelle competenze professionali tra tutte le figure afferenti alla progettazione determina una sovrapposizione di attività che favorisce la conflittualità e la polverizzazione». L’Ordine di Milano, in particolare, conta circa 13.000 iscritti, di cui quasi il 40% under 40, che si trovano in situazioni spesso critiche nel 196

momento dell’accesso alla professione. «Occorrono nuovi modelli organizzativi che rispondano a interventi complessi con competenze articolate – suggerisce il presidente –, perché lo scenario si muova tra innovazione e competizione, in una sfida che si possa giocare sulla professionalità, sull’etica e sulla qualità dei servizi e delle prestazioni offerte». Avete distribuito tra gli architetti della provincia un questionario per comprendere come sta cambiando la professione. Quali elementi critici e dinamici sono emersi dall’indagine? «L’Osservatorio sul mercato della progettazione architettonica realizzato dal Cresme per il consiglio nazionale ha consentito una valutazione della situazione di crisi e una riflessione sugli scenari futuri. Il 37% degli intervistati considera il momento attuale la “peggiore crisi”, con un crollo verticale per la progettaNea • Maggio 2011


Processi creativi zione di nuove costruzioni residen- IL CONCORSO DI PROGETTAZIONE DEVE ziali. Nel 2010, il 67% degli intervi- RITROVARE LA SUA DIGNITÀ DI STRUMENTO stati lamenta un calo dell’attività e un FONDAMENTALE PER UNA CORRETTA 41,5% stima una riduzione dei voPROGRAMMAZIONE DELLE OPERE PUBBLICHE lumi d’affari superiore al 25%. Quali obiettivi ha già conseguito come presidente delGrandi difficoltà si notano anche nel settore non residenziale e nelle opere pubbliche, mentre segnali più con- l’ordine e quali si propone di centrare? «Crediamo che un fortanti vengono dalla riqualificazione del patrimonio Ordine debba essere una struttura agile e capace di soddisfare le molteplici esigenze che si presentano ormai giornalmente e esistente e dalle attività legate al risparmio energetico». che determinano situazioni difficilmente gestibili dal singolo Quali interventi sarebbero più urgenti per risolle- architetto. In questi dieci anni abbiamo lavorato per difendere vare le sorti del settore? «La riforma dei concorsi pub- la dignità di una professione tanto affascinante quanto biblici è indispensabile. Oggi i concorsi sono il 5% del strattata, promuovendo attività culturali, formative, incontri, totale delle procedure indette per l’affidamento dei servizi sondaggi, collaborando con tutte le istituzioni di settore e le di progettazione mentre noi chiediamo che diventino la pubbliche amministrazioni. Nel 2007 abbiamo rinnovato procedura principale, che sia limitato il ricorso all’appalto completamente il sito internet, rendendolo un vero e proprio integrato, che i servizi di architettura e ingegneria siano portale, sul quale gli architetti possono pubblicare un portfoassoggettati a regime tariffario, che l’aggiudicazione av- lio di progetti per rendere visibile il loro lavoro all’esterno». venga prevalentemente secondo criteri di qualità. PenQuali tra le iniziative che proponete le stanno particosiamo insomma che il concorso di progettazione debba ritrovare la sua dignità di strumento fondamentale per larmente a cuore? «Sicuramente il Premio biennale europeo una corretta programmazione delle opere pubbliche, per d’architettura Ugo Rivolta, oggi alla terza edizione, nato con la miglior garanzia di trasparenza e di correttezza nell’af- l’obiettivo di dare un contributo alla ricerca e al dibattito sulfidamento degli incarichi, per la ricerca e la promozione l’housing sociale in Europa. Poi, certi che l’informazione sia della qualità dell’architettura. Intanto in Italia si fa di una componente fondamentale della professione, abbiamo tutto tranne concorsi di architettura. E quei pochi che promosso negli anni molti itinerari di architettura milanese vengono banditi troppo spesso restano sulla carta per de- del Novecento, che hanno visto una buona partecipazione, non solo di architetti. L’attuale consiglio intende infine dedicenni e anche per sempre». care risorse allo “sportello esteri”: un portale in cui favorire gli scambi con i colleghi europei, la partecipazione a concorsi internazionali, gli stage, oltre alla creazione di un gruppo giovani dedicato a stimolare il consiglio con proposte e iniziative utili per interpretare le loro necessità specifiche».

Daniela Volpi, presidente dell’Ordine degli architetti della provincia di Milano

Nea • Maggio 2011

Alcuni grandi progetti, come CityLife e Porta Nuova, stanno cercando di dare un nuovo volto a Milano: cosa pensa di questi modelli di organizzazione urbana? «Giudico positivamente questa città che trova l’energia per rispondere alle sfide della globalizzazione e si adegua ai tempi in cui vive aprendosi al futuro. Esiste una nuova dimensione geografica della città contemporanea, non più coincidente con quella amministrativa, esiste la possibilità di fare ricorso alle fonti rinnovabili, possibilità che deve passare dal livello dell’edilizia a quello della città e del territorio. Esiste, infine, l’opportunità per Milano di passare da una dimensione nazionale a una europea». 197


La tecnica e il progetto Margherita Bongiovanni

Ingegneria, il cerchio si allarga Donne e tecnica. Un rapporto che si è costruito faticosamente e lentamente nell’arco di un secolo. E che oggi rivela numeri secondo Margherita Bongiovanni decisamente interessanti. «Il cambiamento più sensibile è tuttora in atto» di Michela Evangelisti

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a sua attività si svolge presso il Centro di documentazione storica del Politecnico di Torino, dove studia in particolare la presenza delle donne nell’ateneo e l’evolversi del legame tra mondo femminile e universo della tecnica. Margherita Bongiovanni, da poco nominata presidente dell’Associazione italiana donne ingegneri e architetti, ha quindi ben chiare le tappe di un percorso in faticosa salita che prende le mosse da Emma Strada, la prima donna ingegnere in Italia (1908), per arrivare fino ai dati confortanti dei nostri giorni. «Solo dagli anni 60 si iniziò a riscontrare un incremento evidente della presenza femminile in ateneo, in particolare sul fronte della laurea in Architettura» spiega. La vera svolta si è verificata dagli anni 80, quando, con le moderne riforme sociali, «la donna ingegnere iniziò ad assumere un ruolo consono ai paradigmi delle pari opportunità, grazie anche alle nuove figure dell’ingegnere elettronico, informatico e gestionale, che si slegano dagli schemi di una professione tipicamente maschile operando al di fuori dell’officina». Ma il cambiamento più sensibile nel rapporto delle donne con il settore tecnico è avvenuto dopo il 2000 ed è tuttora in atto. «Nel 2010 – pone l’accento Bongiovanni – si è riscontrata al Politecnico di Torino una percentuale di laureate superiore al 57% alla facoltà di Architettura e superiore al 23% alla facoltà di Ingegneria». Come giudica il sistema universitario italiano? È adeguato a preparare i giovani al mondo del lavoro? «Quest’anno si è parlato fin troppo di sistema universitario e di riforme. Io mi riferisco in particolare alla realtà del Politecnico di Torino: credo che il sistema di insegnamento, soprattutto nelle facoltà di forte stampo tecnico, sia adeguato per preparare i giovani. In più da molti anni ormai è possibile aderire a progetti di mobilità internazionale e interscambio accademico per maturare differenti conoscenze anche all’estero. Inoltre il Politecnico 198

Margherita Bongiovanni, presidente dell’Aidia, l’associazione italiana donne ingegneri e architetti

ha investito molto in internazionalizzazione, dimostrando una forte capacità d’attrazione verso studenti stranieri». La scelta di trasferire la propria attività all’estero sembra essere comunque sempre più gettonata dai giovani professionisti. Quali riforme sarebbero auspicabili per invertire questa tendenza? «Si tratta purtroppo ormai di un movimento irreversibile, il problema è però troppo ampio per affrontarlo in poche righe; occorrerebbe una soluzione a livello nazionale. È vero che siamo sempre più esportatori di competenze e professionalità verso l’estero, ma bisognerebbe trovare il modo di andare in controtendenza. Il rettore del Politecnico di Torino si sta da tempo impegnando per portare in Italia studenti Nea • Maggio 2011


NEGLI ULTIMI TEMPI LA PRESENZA FEMMINILE AI CORSI DELLE FACOLTÀ DI INGEGNERIA È SALITA IN MODO MASSICCIO: È VERO CHE SIAMO ANCORA INDIETRO, MA IL CAMBIAMENTO DI ROTTA È ORMAI UN DATO DI FATTO provenienti dalla Cina e da altri Paesi in fase di crescente sviluppo, e sarebbe auspicabile a parer mio puntare anche su Paesi come il Brasile. Anche l’Aidia si sta impegnando a far entrare nell’associazione donne ingegnere e architetto provenienti da altri Paesi che hanno conseguito la laurea in Italia, anche perché questa sarà la nuova realtà sociale del futuro». Da poco è stata nominata presidente dell’Aidia. Quali sono oggi i numeri dell’associazione? «L’associazione ha una lunga storia, di forte spessore culturale. È nata a Torino nel 1958, abbiamo quindi festeggiato da poco 50 anni di attività. Dobbiamo considerare che internet ha cambiato il modo di comunicare solo negli ultimi anni; l’associazionismo al tempo della fondazione dell’Aidia aveva un forte scopo di coesione. Oggi siamo in Italia circa duecento, ma il dato positivo è che si sono aperte recentemente due nuove sezioni in Sicilia, a Siracusa e a Caltanisetta, e le nostre socie del Sud, presenti anche in Puglia e Calabria, sono piene di idee e di proposte». Nea • Maggio 2011

Con quale spirito affronta il mandato e quali mete si pone? «L’obiettivo del biennio è quello di coordinare le attività delle varie sezioni territoriali, che hanno peculiarità differenti in base alla formazione del gruppo delle iscritte: in alcune sezioni ci sono più architette, in altre vi è una netta maggioranza di donne ingegnere. Una meta alla quale sto pensando da tempo è quella di organizzare una giornata di studio in occasione dell’Expo 2015 sulla condizione delle donne ingegnere e architetto nel bacino mediterraneo: sarebbe un confronto davvero ricco di spunti». L’ingegneria è ancora un settore prettamente maschile. Possiamo aspettarci a breve un cambiamento di rotta? «Negli ultimi tempi la presenza femminile ai corsi delle facoltà di Ingegneria è salita in modo massiccio. È vero che siamo ancora indietro, ma il cambiamento di rotta secondo me è ormai un dato di fatto; pensiamo soltanto che dieci anni fa le laureate alle facoltà di Ingegneria erano il 15% circa e lo scorso anno sono state più del 23%». 199


La tecnica e il progetto

amalia ercoli finzi Un invito dalla

signora dello spazio Amalia Ercoli Finzi lancia un messaggio ai giovani: «Scegliete di intraprendere una carriera difficile, perché solo cimentandovi con grossi ostacoli tirerete fuori il meglio del vostro carattere» di Michela Evangelisti

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Nea • Maggio 2011


C’

è chi con una lunga carriera alle spalle è ancora pieno di entusiasmo e guarda al futuro puntando in alto. I prossimi obiettivi di Amalia Ercoli Finzi, ad esempio, sono Marte e la Luna. Troppo ambiziosi? Decisamente no, se si considera che la signora italiana dello spazio, medaglia d’oro dell’associazione italiana di aeronautica e professore onorario del Politecnico di Milano, si occupa di dinamica del volo spaziale, progetto di missioni spaziali e sistemistica spaziale da oltre 25 anni. «Per fortuna ci sono ruoli adatti a tutte le età e questo mi consente di lavorare ancora tanto – spiega Amalia Ercoli Finzi –. Sono coinvolta in una missione spaziale che sta mandando un esperimento su una cometa; ho la responsabilità di uno strumento che compirà delle analisi in loco del suolo cometario per cercare le famose molecole organiche. Faccio parte di una missione per Marte, un primo passo di una strategia di esplorazione marziana che dovrebbe portare, in un futuro non lontanissimo, a una missione umana su Marte. Coordino poi una missione italiana per la Luna che si chiama Amalia e che speriamo di lanciare in tempi brevi».

Ma continua a occuparsi tanto anche di formazione. «Lo sento come dovere morale: formando adesso bravi ingegneri prepariamo la classe dirigente del futuro in questo settore. Alle ragazze e alle professioniste poi mi sto interessando in modo particolare: la vita delle donne è sempre più complicata rispetto a quella dei colleghi uomini e penso che si debba essere operativi. Il comitato pari opportunità del Politecnico di Milano, di cui sono presidente, ha ad esempio organizzato due asili nido all’interno dell’ateneo. Abbiamo inoltre aperto uno sportello d’ascolto che raccoglie l’eventuale disagio dei dipendenti e ci avvaliamo di una consigliera di fiducia, che si occupa dei possibili problemi di mobbing». Che momento sta attraversando oggi la sua professione? «Visto che viviamo in un’epoca nella quale la tecnologia ha un grande rilievo, perché consente di vivere meglio e al tempo stesso diventa sempre più raffinata e inaccessibile, il ruolo dei tecnici è ormai fondamentale e insostituibile. Ho la presunzione di dire che gli ingegneri sono la bassa manovalanza del Padreterno, per la loro capacità, nonostante tutti i limiti del caso, di trasformare idee in realtà. Quando vanno a letto la sera dicono “hodie diem non perdidi”: sono pieni di problemi da affrontare, anche di carriera, ma non sono mai frustrati, perché il senso di utilità sociale dà loro una profonda soddisfazione interiore». Quale il grado di riconoscimento che gli ingegneri inNea • Maggio 2011

L’ingegnere Amalia Ercoli Finzi

contrano in Italia? «La società riconosce di avere bisogno degli ingegneri, tant’è che andiamo a cercarli all’estero perché l’Italia non ne produce abbastanza, ma questo accade proprio per la pessima politica messa in atto nel nostro paese nei confronti della categoria. La formazione è faticosa e costosa, sia per la società che per gli studenti stessi, che quando poi entrano nel mondo del lavoro si vedono messi in secondo piano rispetto agli amministratori e ai manager: gli ingegneri italiani sono i peggio pagati d’Europa. E a questo punto le più maltrattate sono proprio le donne». In che senso? «Riescono bene negli studi e di primo acchito il mondo del lavoro le apprezza, per la loro capacità di affrontare i problemi di una società di grandi sistemi in maniera globale. Ma la carriera poi viene riservata agli uomini. Ma sono ottimista: se il futuro della società è affidato ai tecnologi di ingegneri ci sarà sempre bisogno, e le donne sono dei bravissimi ingegneri». Nel corso della sua carriera è stata anche presidente dell’Ordine degli ingegneri. «Esatto, e mi sono posta alcuni obiettivi fondamentali: la difesa della categoria in primis, non per farne un club ristretto ma perchè ha bisogno di essere adeguatamente apprezzata. L’Italia ha un piano spaziale eccezionale che sta dando grandi risultati, ma tutta la gente pensa che la ricerca spaziale si faccia solo in America. Poi la formazione permanente e l’internazionalizzazione». Cosa pensa infine della necessità di una riforma della professione? «È una questione piena di chiaroscuri e preferisco non entrare nel merito. Per un punto però mi batto: non è necessario chiudere le frontiere agli ingegneri stranieri, ben vengano tutte le persone capaci ed entusiaste della professione. Ma dobbiamo accertarci che abbiano un’adeguata preparazione: ne va di mezzo la salvaguardia della nostra sicurezza». 201


Architettura Luisita Facchin

Il senso del luogo

Incontro con Luisita Facchin, volto giovane e innovativo dell’architettura residenziale, che apre le porte del suo studio, specchio di uno stile in perenne evoluzione di Filippo Belli

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l luogo, nell’arte, è spesso l’humus della creatività. E così non stupisce se in architettura, considerata dagli antichi come l’arte suprema, l’ambiente in cui si crea, si disegna, si concepisce, sia spesso un tutt’uno con la mente e l’ambizione stilistica di chi ci lavora. Entrando nello studio di Luisita Facchin, giovane e affermato architetto milanese, questo principio salta subito agli occhi. «Il luogo nel quale opero ha subìto continui cambiamenti nel corso degli anni, esso infatti si è adeguato ai nuovi concept e alle nuove esigenze della mia professione» spiega la Facchin, professionista che si distingue per gli stili, poliedrici, che hanno segnato la sua carriera fino ad ora. «Ho sempre ritenuto importante essere aperti alla sperimentazione di nuovi materiali, rivolgendoci a quanto la natura ci può donare, avendo il coraggio di proporsi stilismi sempre nuovi. 202

Amo tutto ciò che di innovativo il mondo della tecnologia ci sta fornendo, grazie all’epoca nella quale viviamo». Per questo è difficile, in lei, identificare un carattere architettonico preciso? «Non esiste uno stile da privilegiare, l’importante è che esso sia realmente supportato dalla perfetta conoscenza del luogo nel quale si opera, ecco l’importanza di studiare ogni ruolo e ogni elemento caratterizzato dal sito, e ecco perché ogni progetto avrà la propria unicità e riconoscibilità». Entrando nel suo studio, poi, ci si rende conto di come lei ricerchi una simbiosi con il luogo in cui lavora. «Una simbiosi che mi permette di comunicare direttamente con i miei collaboratori. All’interno del mio studio non si Maggio 2011 • Nea


trovano divisori e separazioni, tutto è concepito in modo tale da favorire un continuo scambio tra le persone che vi operano». Quali sono gli spazi più caratteristici? «Importante, per me, è anzitutto la zona “officina”, nella quale si sperimenta l’uso di nuovi materiali e si concretizzano le idee progettuali. Il cortile del Bramante, poi, luogo di accoglienza per i nostri visitatori, è sicuramente la massima caratterizzazione del contesto al quale appartiene». Cosa vuole trasmettere a chi si reca nei suoi ambienti di lavoro? «Il lavoro dell’architetto mira in prima istanza alla soddisfazione della propria espressione, oltre che a una realizzazione delle opere. Puntando sul raggiungimento della migliore qualità, ogni progetto diviene unicità. Al visitatore che si reca in via dei Piatti, dove si trova lo studio, l’ambiente si presenta più come un’officina di prova, nelle quali si sperimentano nuove realizzazioni. In questo la materialità di ciò che si realizza è fondamentale, le scelte guida sono l’idea di spazio, la sensazione del luogo, ed è da quest’ultima che parte la fase progettuale. Trasformazioni residenziali differenti tra loro, ma accomunate dallo stesso stile, razionale e minimalista nelle forme, e allo stesso tempo dotato di un linguaggio, che grazie all’uso sapiente dei materiali, aspira ad essere personale e riconoscibile». Perché ci tiene a instaurare un rapporto stretto con chi le commissiona i progetti? «Perché, come più volte ho sostenuto, l’idea progettuale e la sua successiva realizzazione devono rappresentare colui che sarà il fruitore. Nessun progetto di interni può ritenersi riuscito se chi lo abita non vi ritrova proprie caratteristiche e simboli. Nulla si può creare se non si conosce l’oggetto d’intervento, il contesto diviene quindi caratteristica del progetto. I tempi in cui viviamo ci aiutano a sperimentare e a realizzare qualunque idea, anche con l’aiuto delle nuove tecnologie costruttive, sempre più all’avanguardia. Scelta formale e scelta tecnica devono svilupparsi in contemporanea per dare vita a quanto il progetto richiede, così da dare forma alle idee». Recentemente su quali lavori si è concentrata? «Negli ultimi anni ci siamo concentrati su interessanti lottizzazioni in tutta Italia. Questi interventi rappresentano oggi il fiore all’occhiello dello studio». Nea • Maggio 2011

Nelle immagini, lo studio dell’architetto Luisita Facchin di Milano, in cui collaborano anche gli architetti Andrea Corti, Davide Galleani, Paola Zonco e lo strutturista Marco Zitelli viadeipiatti@fastwebnet.it

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Architettura Arabella Rocca e Alvisi-kirimoto

Creatività eterogenee Una realtà giovane e prevalentemente al femminile che ha fatto del mix culturale una delle particolarità dello studio. Ne parliamo con l’architetto Arabella Rocca, partner dello Studio Alvisi Kirimoto di Roma di Nicoletta Bucciarelli

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na struttura del tutto particolare che ha investito sulla multiculturalità delle componenti del suo studio trasformandola in una ricchezza. L’architetto Arabella Rocca presenta lo Studio Alvisi Kirimoto composto al 75% da donne. Un gruppo creativo e pragmatico, «come vuole l’indole femminile». Caratteristiche leggibili nella scelta dei progetti dello studio stesso: dagli spazi pubblici a quelli di lavoro, dal restauro e progettazione di ville e interni residenziali a quelle dei teatri. Lasciarsi aperte tutte le possibilità senza escludere nessuna strada connessa alla progettazione e all’arte è tra le caratteristiche principali dello studio fondato nel 2002 dall’architetto italiano Massimo Alvisi e dalla giapponese Junko Kirimoto. «Per far fronte a una committenza variegata come la nostra – prosegue l’architetto Rocca - sono necessari una grande capacità di team work e di organizzazione del lavoro, flessibilità mentale e un forte orientamento al “problem solving” e al “multi-tasking”».

Il vostro studio d’architettura svolge progetti a 360 gradi. Su quali lavori vi concentrate prevalentemente? «Il nostro campo di progettazione è in effetti molto ampio, ci occupiamo di edifici pubblici, di residenze private, di grafica, 204

di design e a volte anche di project management per grandi progetti in Italia e all’estero. Attualmente sono in via di ultimazione due cantieri importanti. Il primo, che inaugurerà proprio in questi giorni, è una fabbrica farmaceutica ad Hanoi in Vietnam; il secondo, la cui inaugurazione è prevista tra luglio e settembre, è un edificio per uffici in Puglia. Contemporaneamente abbiamo iniziato tre cantieri per le ristrutturazioni di tre residenze romane, stiamo seguendo la progettazione di un teatro a San Pietroburgo, di un negozio a Roma e un masterplan per il parco di Chianciano Terme. Abbiamo quest’anno ultimato due importanti teatri: l’interior design del Teatro dell’Accademia di Belle Arti di Napoli e il restauro e la ristrutturazione del Teatro Comunale di Corato. A brevissimo inizieremo il cantiere della Cantina Privata di Giovanni e Paolo Bulgari. Stiamo seguendo il project management, in collaborazione con lo studio OMA, della Fondazione Prada a Milano e il 17 aprile abbiamo vinto il premio di design eco democratico alla Biennale Democrazia di Torino con dei kit modulari multifunzione per i marciapiedi di Hanoi».

Qual è l’apporto fondamentale che una donna può forMaggio 2011 • Nea


In apertura, l’architetto Arabella Rocca con Junko Kirimoto, fondatrice insieme a Massimo Alvisi dello Studio AlvisiKirimoto di Roma. Sopra, alcuni lavori realizzati dallo studio www.alvisikirimoto.it

nire al mondo dell’architettura? «Credo che l’apporto principale derivi dal mix di praticità e sensibilità che una donna riesce ad applicare anche in ambiente lavorativo. La capacità organizzativa, accompagnata dal livello sempre molto profondo di analisi e ricerca che viene fatto è probabilmente la ricetta vincente di un team di donne come il nostro. C’è da dire che siamo tante donne e ognuna, ovviamente, apporta qualcosa di diverso ad ogni progetto ma abbiamo sempre un riscontro anche maschile, visto il continuo confronto con l’architetto fondatore dello studio Massimo Alvisi». Un architetto al femminile offre un importante contributo sia nell’organizzazione che nel progetto stesso. Da questo punto di vista l’apporto è più dal punto di vista dell’eclettismo, del sesto senso o della praticità? «Penso che sia l’insieme di queste cose ad arricchire veramente i progetti, sicuramente ecletticismo e una buona dose di curiosità sono i tratti forti del nostro studio e ci portano ad una continua ricerca nel linguaggio delle arti figurative anche al di fuori dall’architettura, con un occhio sempre attento alle tecnologie e ai materiali innovativi. Questo diviene la carta vincente per offrire idee sempre nuove e soluzioni all’avanguardia. Inoltre ritengo che la buon riuscita del lavoro derivi anche dal mix culturale e internazionale che è alla base del nostro team, Junko Kirimoto è giapponese, Carolina Ossandon è cilena, io ho lavorato a Barcellona e studiato a LiNea • Maggio 2011

sbona, Alessandra Spiezia a Londra, Chiara Quadraccia e le altre persone con cui collaboriamo hanno tutte alle spalle delle esperienze internazionali. Questo background culturale ci rende più eterogenee e più adatte a far fronte a richieste spesso molto varie».

Quali sono le principali fonti d’ispirazione per lo studio Alvisi Kirimoto & partners? «Il fondatore dello stu-

AVER COLLABORATO CON GRANDI ARCHITETTI COME RENZO PIANO, REM KOOLHAAS E OSCAR NIEMEYER CI HA OFFERTO LA POSSIBILITÀ DI CONFRONTARCI CON REALTÀ MOLTO GRANDI E CON PROGETTI DI FAMA MONDIALE dio, Massimo Alvisi, ha lavorato 7 anni presso il Renzo Piano Building Workshop e sicuramente questo ha influenzato in maniera molto positiva l’organizzazione del lavoro e l’approccio progettuale del nostro studio. Il fatto di collaborare e aver collaborato con grandi architetti come Renzo Piano, Rem Koolhaas e Oscar Niemeyer ci offre la possibilità di interfacciarci con realtà molto grandi e con progetti di fama mondiale. In ogni caso credo che la nostra forza sia quella di avere un nostro stile, di credere molto nel team e nei progetti». 205


Architettura Rossella Giulia Bucci

La versatilità del progetto Un’architettura pura, che lasci poco spazio ai formalismi. Per una tendenza sempre più razionalista. La parola all’architetto Rossella G. Bucci di Roma di Salvatore Cavera

«L

a mia idea è quella di fornire e comunicare un’immagine dell’architettura con spazi puliti ed elementi geometrici. Una visione razionalista dell’architettura, ricca di figure pure e senza formalismi: un’architettura che a partire dai riferimenti preferiti nella mia formazione, Richard Meier e Le Corbusier, faccia propria anche la cultura architettonica italiana in particolare quella razionalista romana di Adalberto Libera e Luigi Moretti». È con queste parole che l’architetto Rossella G. Bucci, dello Studio Bucci di Roma, sintetizza il suo concetto di architettura.

«Lasciata la società per cui ho lavorato per diversi anni dopo la laurea, nel 1995, ho intrapreso l’attività di libera professione, puntando essenzialmente nel campo della progettazione e della consulenza. Non potendo da sola competere con i grossi studi di progettazione romani, ho cercato di sviluppare e fornire un’ampia gamma di servizi, sempre legati all’attività edilizia, che mi permettessero di acquisire visibilità. Le attività principali sono state la ristrutturazione e l’allestimento di interni, insieme alla progettazione e direzione lavori nei fabbricati condominiali per le opere di manutenzione. Ho anche avuto modo di condurre una piccola impresa edile per qualche anno. Questa esperienza mi ha permesso di maturare e di conoscere aspetti del lavoro e dell’edilizia che non si fermano alla mera stesura del disegno progettuale».

Qual è uno degli ultimi progetti in cui è stata impegnata? «L’ultima realizzazione che ho eseguito è stato un progetto di riqualificazione di un Giulia Bucci, architetto, circolo sportivo a Roma, il Circolo Rossella dirige uno studio di architettura a Roma Magistrati Corte dei Conti. Mi sono rg.bucci@architettobucci.it occupata di ristrutturare la sede so- www.architettobucci.it ciale, la segreteria, gli uffici, riqualiQuali sono le attività principali del ficando gli spazi e utilizzando materiali adeguati, suo studio oggi? «Lo studio ha le capacità per seguire soprattutto il legno e il vetro. La particolarità del pro- tutte le fasi di un’opera che, oltre alla progettazione e reagetto è stata quella di aprire e fluidificare gli spazi con lizzazione, prevede procedure amministrative e burocrapareti mobili a scomparsa; in questo modo la sede può tiche fino all’accatastamento presso il Nceu (Nuovo essere suddivisa in varie sale per le differenti attività, op- catasto edilizio urbano) e addirittura alla stesura di un repure, in occasione di cene o feste può diventare un unico golamento di condominio con le relative tabelle millesigrande spazio e raccogliere tutto il corpo sociale. Un mali. Un’altra attività è quella di consulenza, che sin dal progetto sicuramente versatile». 1992 svolgo come Consulente Tecnico d’Ufficio presso il Tribunale e la Corte d’appello di Roma, in materia ediliCom’è stato il passaggio dal lavoro dipendente al zia e di estimo. Svolgo anche un’attività di consulenza per mettersi in proprio e quali scelte ha comportato? alcuni Istituti Bancari». 206

Maggio 2011 • Nea


Progetti architettonici Daniela Pietroboni

Geometrie dell’abitare Potenziare la luminosità degli ambienti. Liberare gli spazi dal sovraccarico di segni inutili. E nel rigore delle geometrie, creare luoghi senza tempo. Sono gli input progettuali di Daniela Pietroboni di Adriana Zuccaro

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gni progetto architettonico non si risolve soltanto in razionalità e funzione, che pure hanno parte dominante. «Esiste una costante ricerca di magiche prospettive che si aprono impreviste negli spazi a dire quanto la ragione del progetto faccia i conti con la poesia dell’abitare». Impegnata in attività di progettazione e recupero di edifici residenziali e di palazzi adibiti a uffici, l’architetto Daniela Paola Pietroboni ha le idee chiare sugli elementi da prediligere e anticipare per la realizzazione di opere che non siano meri spazi ben costruiti e arredati, ma veri e propri habitat in cui vivere secondo ideali ma tangibili forme dell’abitare.

Qual è, secondo lei, l’elemento chiave di ogni progetto architettonico? «Senza dubbio la luce e tutto quanto può potenziare la luminosità degli ambienti, quindi materiali luminosi e tagli aperti nei muri che permettano alla luce naturale d’illuminare anche gli spazi più interni. La luce partecipa alla ricerca di magiche prospettive, che si aprono impreviste negli spazi a dire quanto la ragione del progetto faccia i conti con la poesia dell’abitare». Cosa intende con “poesia dell’abitare”? «Ciò che mi prefiggo essenzialmente durante la progettazione, anticipando i bisogni inespressi, è di configurare uno spazio dei desideri, dove chi abita o lavora possa circondarsi degli arredi e degli oggetti preferiti. È importante vivere e lavorare in uno spazio che ci corrisponde. È poi nel rigore delle geometrie il passaggio indispensabile per creare luoghi senza tempo, partendo dalla pulizia del progetto e dall’esigenza di liberare gli spazi dal sovraccarico di segni inutili. La bellezza insieme alla funzionalità rimane comunque l’obiettivo principale del progettista».

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Daniela Paola Pietroboni è titolare di uno studio di architettura a Milano. In basso, panoramica del Borgo di Casanova restaurato dall’architetto archidpp@tin.it

Su quali tipologie progettuali ha negli ultimi anni concentrato il suo lavoro? «Ritengo di particolare importanza per la mia personale espressione professionale, la realizzazione di progetti per numerose ville site in località di vacanza come Miami, Ibiza, Minorca, Crans-sur-Sierre, St. Moritz, Lugano, Sicilia, Sardegna, Portofino e Val Badia. Significative le realizzazioni della sede del Sole 24 Ore a Roma, della nuova scuola di ballo della Scala di Milano e il recupero dell’intero Borgo di Casanova, a Chiatri in Lucchesia». Quali sono i “segni particolari” del Borgo di Casanova? «La progettazione è partita dal desiderio di riqualificare e forse reinventare un patrimonio architettonico e artistico. In questo senso il restauro e il riutilizzo di questo borgo, può servire da stimolo e da modello per il recupero d’importanti tasselli architettonici, che segnano ancora il nostro paesaggio, creando un’operazione di naturale e necessaria visibilità artistico-culturale. È stato indispensabile confrontarsi con il passato attraverso una sensibilità necessariamente contemporanea, sottolineando il rapporto dialettico tra antico e nuovo, attraverso soluzioni tecniche di restauro filologico e di moderna costruzione». Maggio 2011 • Nea


Interior design Francesca Frendo

Tra praticità e senso estetico

Domotica, nuovi materiali ecocompatibili, resine per la progettazione. Con l’architetto Francesca Frendo di Napoli parliamo di progettazione d’interni, un campo che, più di altri, richiede «un mix di praticità, sesto senso ed eclettismo» di Nicoletta Bucciarelli

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ssere attenti alle ultime tendenze in fatto di interior design, mettere la giusta versatilità nel lavoro e conoscere le esigenze di chi andrà ad abitare la casa. Ma soprattutto, capire queste esigenze e concretizzarle in una ristrutturazione adeguata all’ambiente circostante e rendendola allo stesso tempo funzionale. È seguendo questa linea di pensiero che da circa quindici anni lavora lo studio dell’architetto Francesca Frendo di Napoli. La progettazione di architetture d’interni di alto profilo viene effettuata usando le migliori competenze e tecnologie

disponibili. Il suo studio si occupa d’architettura d’interni. Quali sono le ultime tecnologie applicabili? «Applicare le ultime tecnologie al settore dell’interior design è diventato oggigiorno un obbligo. Questo soprattutto perché l’utenza si è fatta molto più esigente e informata. Mi riferisco in modo particolare ai nuovi materiali ecocompatibili, alla domotica in generale e alle resine che sono ormai entrate nella progettazione come elementi cardine. Accanto a queste novità ci sono poi strumenti informatici avanzati che ci aiutano ad eseguire e a controllare il progetto in maniera molto precisa. CAD avanzati e programmi di rendering foto realistico rappresentano la base della progettazione architettonica contemporanea». Cosa caratterizza i suoi progetti? «Sono tutti nati da grande dedizione all’architettura, e soprattutto sono frutto di attenzioni continue, ricerca di materiali, studio dei colori e dei dettagli. Ci tengo ad applicare questi piccoli dettagli sia alle piccole cose, come il design di un mobile, sia alla progettazione di un edificio o di una villa». Ha una fonte d’ispirazione fondamentale? «È necessario gettare sempre lo sguardo alla genialità e al modus progettuali dei grandi. Renzo Piano per l’architettura attuale. Le forme sinusoidali del grande Gaudì per l’architettura passata; Karim Rashid e Simone Micheli per l’interiors design. La cosa più importante, in ogni caso, è il fare architettura nel rispetto di tutto ciò che ci circonda».

Sopra, l’architetto Francesca Frendo dello Studio Frendo di Napoli. Nella pagina accanto, esempi di ristrutturazione d’interni svolti dallo Studio Frendo francesca.ark@gmail.com

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In che modo, nello specifico, viene organizzato il lavoro di ristrutturazione d’interni? «È necessario seguire Maggio 2011 • Nea


È IMPORTANTE RIUSCIRE AD INTERPRETARE AL MEGLIO IL MODUS VIVENDI DI UNA CASA CHE SIA VIVIBILE QUOTIDIANAMENTE, E NON UNA CASA MUSEO RIGIDA E ALGIDA insieme al committente un percorso. Si comincia e si conclude assieme nel rispetto dei ruoli, e delle scelte. In questo senso l’architetto diventa lo spirito guida di questo percorso che deve portare ad un unico obiettivo: rinnovare, senza stravolgere, lo spirito insito dell’opera architettonica». Qual è il valore aggiunto che può essere dato all’architettura d’interni? «Per quanto riguarda la mia esperienza l’approccio è soprattutto quello di capire immediatamente la psicologia del committente, così da interpretare al meglio le sue esigenze. Questo rappresenta la base della mia Nea • Maggio 2011

ispirazione progettuale. In più come donna e come mamma, riesco ad interpretare al meglio il modus vivendi di una casa che sia realmente vivibile quotidianamente, e non una casa museo rigida e algida. È un contributo a livello di praticità degli spazi e contemporaneamente di empatia con ciò che viene richiesto. Quello che è necessario è un apporto importante che derivi da un mix di eclettismo, sesto senso e praticità. Tutti e tre questi aspetti concorrono alla corretta riuscita di un buon lavoro. Da una parte sesto senso ed eclettismo, che sono doti naturali che non è possibile acquisire con gli studi, dall’altra la praticità, che è invece dettata da anni di esperienza». 211


Interior design Monica Mamprin

Un tocco contemporaneo e raffinato

Anche nel mondo dell’interior design, l’attenzione per l’ambiente spinge la scelta dei tessuti che partecipano all’arredamento, verso fibre naturali. Monica Mamprin della MamTessuti racconta le moderne tendenze di Adriana Zuccaro

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ll’interno del circuito produttivo-commerciale odierno, l’attenzione sempre più smodata al lowcost e il contrastante aumento dei prezzi delle materie prime, non aiutano certamente le imprese. «Le istituzioni governative dovrebbero profondere validi ed essenziali input per il rilancio delle piccole-medie imprese, prestando un’attenzione particolare al credito, premiando le idee e le iniziative degli imprenditori e delle imprenditrici e, in definitiva, apportando vantaggi all’economia e al made in Italy». Monica Mamprin, amministratrice e contabile della MamTessuti, conosce bene il mercato attuale e le sue inflessioni, così come ogni dinamica sottesa alla direzione aziendale e al commercio all’ingrosso di tessuti destinati al settore dell’arredamento, all’industria e ai salottifici di cui, tramite l’esperienza della MamTessuti, racconta le ultime tendenze.

I tessuti utilizzati per rivestire e decorare oggetti d’arredamento possono essi stessi fungere da protagonisti di puro design. In tal senso, quali sono gli ambienti in cui i prodotti MamTessuti trovano ideale applicazione? «La maggior parte dei nostri tessuti trovano la loro massima collocazione in un ambiente moderno ma non eccessivamente minimalista. Per questo puntiamo molto sulla proposta di colori nuovi, in linea con le ultime tendenze della moda, e di fantasie capaci di valorizzare gli ambienti. Non capita raramente però di accorgerci come spesso un tessuto in linea con la moda attuale trovi una sua dimensione In alto, Monica Mamprin, amministratrice della ManTessuti di Borgoricco (PD). A lato, una campionatura www.mamtessuti.it

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anche in un ambiente classico, dando un tocco contemporaneo e raffinato».

Naturali e sintetiche. Quanto l’essenza delle fibre determina la scelta di un tessuto piuttosto che di un altro per un dato settore o ambiente? «Nel corso degli anni, i vari trattamenti sempre più innovativi hanno modificato di molto l’aspetto estetico e la sensazione al tatto delle fibre. La scelta, naturale o sintetica, viene tuttavia sempre determinata dalle esigenze del cliente. Non si può poi tacere che, nell’ultimo periodo, l’attenzione per l’ambiente e il rispetto dello stesso, stiano indirizzando maggiormente il cliente finale a richiedere tessuti in lino e/o in cotone, capaci di conferire agli arredi e gli spazi in cui vengono collocati uno stile “nature”. Ciononostante, grazie appunto alle nuove tecnologie, le fibre sintetiche giungono a somigliare sempre più a quelle naturali, sia nell’aspetto visivo che al tatto». Quali sono le tendenze più attuali? «Secondo la quotidiana esperienza della MamTessuti, le tendenze si possono suddividere secondo due categorie di clienti che le rappresentano: la maggioranza di questi predilige tessuti sempre più tecnici e pratici nella loro manutenzione, smacchiatura e lavaggio; altri, invece, disinteressati alla praticità, puntano a scelte condizionate dalle caratteristiche estetiche dei tessuti più pregiati. Personalmente ritengo che in futuro queste due categorie tenderanno ad avvicinarsi, ricercando molto più l’emozione visiva e tattile che un tessuto può trasmettere, senza però tralasciare l’aspetto tecnologico dei trattamenti». Maggio 2011 • Nea


L’industria lapidea Marta Maddalena

La passione per la pietra non ha “limiti di genere”

Un settore, quello dell’industria lapidea, da sempre coniugato alla forza lavoro maschile. Ma a sfatare il luogo comune ci ha pensato Marta Maddalena della Milgem, azienda il cui la lavorazione di marmi e graniti avviene innanzitutto per passione di Adriana Zuccaro

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na tradizione lunga trecento anni. Una realtà imprenditoriale in cui il passaggio del timone societario seguiva la legge salica del diritto successorio relegato solo e unicamente al primogenito maschio. La catena patriarcale si fermava però con Marta Maddalena, attuale amministratore unico della Milgem, Maddalena industria lavorazione graniti e marmi, azienda che, a dispetto di temporanei cambi di nome e ragione sociale susseguitisi nel tempo, oggi continua a mantenere piena affermazione imprenditoriale nell’industria e nel mondo dell’arte lapidea. «Il mio ruolo si traduce nella gestione globale dell’impresa, quindi dal primo contatto con il cliente alla supervisione della progettazione, fino alla produzione e posa quando richiesta. È molto importante per me cercare di seguire ogni lavoro nella totalità della sua filiera in modo da poterne tenere sotto controllo sia la qualità che i tempi di produzione che diventano, sempre più, la vera sfida da vincere». Marta Maddalena racconta la sua passione per la pietra e il quotidiano impegno per riuscire a tramandarla alle generazioni future.

Opere pubbliche. Edilizia classica. Interior design. Interventi speciali. In ogni spazio in cui vengono applicati i marmi Milgem, il prestigio dei materiali diviene tutt’uno con l’opera che costituisce o decora. In tal senso, quali sono le più recenti innovazioni che esaltano la qualità dei vostri marmi? «Lavorando un range di materiali naturali come il marmo e il granito, il concetto di innovazione alla Milgem viene interpretato e applicato alle varie fasi di lavorazione, mediante lo studio ideativo che possa coniugare il programma progettuale con forme di utilizzo dei materiali originali e rispondenti all’idea del progettista che richiede la nostra collaborazione. Grazie alla nostra struttura solida, imperniata sugli uffici tecnici di Milano e lo stabilimento produttivo di Brembate, ma molto duttile perché basata su un grande network di collaborazioni sviluppato in tutti questi anni di attività, siamo in grado di porre la massima attenzione al dettaglio per le esigenze sia dei privati, sia dei general contractor che eseguono grandi opere “turn-key”, potendo offrire un servizio che oltre alla semplice fornitura di qualsiasi tipologia e formato di materiale naturale, prevede progettazione e installazione del prodotto fornito». Oltre ai marmi e ai graniti, quali altri materiali lavorate? «Lavoriamo qualsiasi tipologia di materiale naturale ornamentale. Riforniamo anche una clientela estremamente raffinata ed elegante che ama utilizzare i pregiatissimi onici e altri materiali semipreziosi con i quali diviene possibile realizzare opere uniche di rara bellezza. Soprattutto in questi casi, la soddisfazione dell’utente finale coincide appieno con il nostro appagamento perché non c’è niente di più gratificante di una persona o un’azienda per cui hai lavorato che ti ringrazia per lo sforzo profuso e per il risultato raggiunto».

Marta Maddalena è amministratore unico della Milgem, Maddalena industria lavorazione graniti e marmi di Milano www.milgem.it

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Come siete riusciti a coniugare l’artigianalità insita nella tradizione lapidea con l’innovazione tecnologica dei Maggio 2011 • Nea


I MARMI E GRANITI DELLA MILGEM SONO STATI UTILIZZATI PER LA REALIZZAZIONE DI IMPORTANTI OPERE ANCHE A DUBAI, SEUL, LONDRA, EDIMBURGO, EMIRATI ARABI E NEW YORK giorni nostri? «Abbiamo avuto la possibilità e la capacità di mantenere l’artigianalità implicita al nostro settore anche in momenti in cui il mercato sembrava voler diventare solo tecnologico. Abbiamo investito in macchinari di nuova generazione ma non oltre le nostre necessità effettive di produzione in modo da poterne agevolmente reggerne il relativo impatto finanziario. Durante il corso degli anni poi, nel settore dei prodotti standard, la capacità produttiva è aumentata enormemente creando un’offerta a volte superiore alla domanda, spingendo quindi i prezzi dei prodotti naturali verso il basso e rendendoli spesso, in questa fascia di mercato, più competitivi della stessa ceramica». Attraverso quali dinamiche di produzione e marketing tessete la rete commerciale della Milgem? «La nostra è un’azienda familiare le cui attività si rivolgono a un mercato di nicchia costituito da clienti storici e affezionati e da newcomers che vengono in contatto con noi semplicemente tramite passaparola o per avere visto e apprezzato le nostre realizzazioni. Lavoriamo in assoluta partnership con i clienti prestando la massima attenzione a ciascuno di loro, siano essi designer di fama, general contractor o semplice privato. Chi sceglie la nostra azienda per realizzare opere e spazi meravigliosamente “atipici” lo fa per poter avere un prodotto di altissima qualità e soprattutto adeguato all’utilizzo finale. Non per questo limitiamo la nostra capacità produttiva o il nostro raggio di azione: abbiamo fatto direttamente o tramite general contractor importanti opere all’estero come a Dubai, Seul, Londra, Edimburgo, Nea • Maggio 2011

Emirati Arabi, New York solo per citarne alcune».

Come si evolve la collaborazione con i vari progettisti/committenti? «Spesso i progettisti vengono alla Milgem proponendo un’idea; stabilita la fattibilità dell’opera mediante stretta e attenta collaborazione, lavoriamo insieme a loro per fare sì che il progetto proposto divenga realizzabile prima di tutto da un punto di vista tecnico ed estetico, ma senza perdere di vista neanche l’aspetto economico: è importante poter ottenere un valido risultato adeguatamente rapportato al suo costo. Con tale obiettivo, quando possibile, cerchiamo di elaborare diverse soluzioni così da poter permettere al committente di decidere quale possa essere la più adatta alle proprie necessità del momento». Cosa significa per lei lavorare in un mondo prettamente maschile come quello dell’industria lapidea? «È in effetti vero che buona parte delle imprese del settore sono di impronta maschile come pure la maggior parte dei clienti appartenenti al mondo dell’edilizia ma non mi è mai capitato di sentirmi in difetto perché appartenente al gentil sesso. Sono cresciuta in un contesto familiare senza limiti di genere e mi è stata data la possibilità di scegliere e impegnarmi in ciò che più mi piaceva, senza scandalizzarsi se a vestiti e glamour, preferivo sport e motori. Dopo la laurea, master in economia e un’esperienza presso una multinazionale americana, quando è venuto il tempo di dover fare una scelta ho abbracciato con entusiasmo questo mestiere che si tramanda nella mia famiglia da più di trecento anni. Sono innamorata del mio mestiere che è vario, mai ripetitivo e a contatto con un materiale come la pietra che è veramente capace di dare emozioni. Mi auguro di poter dare la possibilità alle mie figlie di fare lo stesso e quindi continuare, se lo vorranno appassionatamente, una tradizione familiare e imprenditoriale incredibilmente stimolante e soddisfacente». 215


Materiali Laura Tirone

La pietra, per l’edilizia e per l’arredamento Spesso la pietra da quel tocco in più alla costruzione che la rende particolare non solo dal punto di vista estetico, ma anche sotto il profilo della qualità e della durata dell’opera. Il punto di Laura Tirone di Francesco Bevilacqua

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ello, funzionale e sostenibile. Ecco tre aggettivi con cui si potrebbe definire l’utilizzo delle pietre nella realizzazione non solo di edifici, ma anche di accessori, elementi d’arredo e piccole opere infrastrutturali come marciapiedi e selciati. Come spiega Laura Tirone, le variabili sono numerosissime: «La Tirone Edilizia tratta circa ottanta materiali diversi, che si possono classificare a seconda dei formati, del tipo di posa che consentono, dei colori, delle finiture e delle caratteristiche intrinseche e mineralogiche».

Come si svolge il vostro lavoro? «Noi ci rapportiamo da un lato con il team che realizza l’opera, dall’altro con il committente. Il nostro compito consiste nel guidarli tra i vari materiali a disposizione per scegliere la soluzione migliore, mediando fra i gusti estetici e le esigenze tecniche e rispettando lo stile e le caratteristiche generali del progetto. Per fare questo, a un’approfondita conoscenza tecnica vanno affiancate una spiccata propensione all’ascolto e all’interpretazione delle richieste unitamente alla grande cura per i dettagli». Come si determina la scelta di un materiale piuttosto che di un altro? «Le variabili sono tantissime ed è molto difficile individuarle con precisione. Lavorando in tutta Italia abbiamo notato che a seconda delle regioni di provenienza ci sono delle sfumature cromatiche ben definite, legate anche ai colori tipici delle varie zone del paese. Per esempio in Lombardia è il grigio che va per la maggiore e si utilizza abitualmente ad esempio la beola grigia, che si può trovare in moltissimi cortili di Milano. Già a Bergamo però, la stessa beola è poco usata, mentre si preferisce per i pavimenti un materiale chiamato porfiroide, di un bel grigio scuro, molto più piano e regolare. Al di là dei classici, 216

Laura Tirone, della Tirone Edilizia di Milano www.tirone.it

ci sono anche delle tendenze abbastanza variabili: fino a qualche mese fa per esempio andava molto il beige, mentre adesso stanno tornando di moda colori neutri come il grigio e il tortora».

Lavorate anche nel campo della bioarchitettura? «La pietra naturalmente fa parte dei materiali bio. In questo settore la fa un po’ da padrona, poiché è una materia prima molto durevole. Inoltre, in questo momento ci stiamo muovendo nel campo dell’isolamento termico della casa: abbiamo messo a punto un cappotto che si chiama Termo Facciata Stauss, che abbinato a un isolante ecologico con forte potere coibente consente dei ridotti ingombri. La Termo Facciata Stauss poi, è l’unica struttura di cappotto alla casa che può essere rivestita nuovamente in pietra poiché, contrariamente alle applicazioni usuali che reggono solo il peso di una semplice intonacatura, essa è un vero sottile muro di cemento armato e per questo rivestibile». Maggio 2011 • Nea


Materiali Sonia Bonesi

“Sotto il segno del vetro”

Tra i lavori più importati eseguiti vanno annoverati la realizzazione dello show-room di Armani a Hong Kong, gli interni del Museo Quai Branly di Parigi e della Bank of America di New York. Il caso della Vetraria Brembana e della Vetraria Bergamasca Tecnovetro raccontato da Sonia Bonesi di Adriana Zuccaro

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ersegue con determinazione un’esperienza imprenditoriale nata negli anni Settanta. Mantiene in grembo e trasmette agli eredi la tenacia del “fare impresa” e la forza prestigiosa di un materiale, il vetro, che non conosce concorrenza o surrogati all’altezza delle sue ineguagliabili proprietà. Scala in fretta le vette del mercato italiano ed europeo. Fondatore e amministratore unico del gruppo aziendale di famiglia composto dalla Vetraria Brembana, con sede ad Almè, e dalla Vetraria Bergamasca Tecnovetro, con sede a Zanica, Angelo Bonesi ha nel tempo affidato la gestione delle aziende ai quattro figli. Nelle parole della portavoce, Sonia Bonesi, le realizzazioni delle vetraie del gruppo Bonesi per i settori dell’edilizia e dell’arredamento, raccontano, in Italia e nel mondo, quell’eccellenza produttiva che il territorio bergamasco possiede. Quali vantaggi ha apportato nel tempo la gestione della duplice realtà aziendale? «Il mantenimento della divisione formale tra le due società permette soprattutto di spezzettare il rischio e di fornire al mercato prodotti tra loro com218

plementari. Le decisioni sono sempre prese a livello di gruppo, ma mentre l’attività della Vetreria Brembana è indirizzata al settore dell’edilizia, quella della Vetraria Bergamasca Tecnovetro è dedicata all’arredamento; inoltre, a seguito dell’acquisizione di un grossista, quest’ultima possiede una propria rete commerciale che fornisce vetro ad altre aziende di lavorazione. Gli investimenti tecnologici e le singole strategie adottate dalle due società in questi anni rispecchiano questa divisione». Su quali ambiti aziendali sono stati fatti importanti investimenti? «Dalle strutture alle tecnologie fino al potenziamento dei canali commerciali, gli investimenti costituiscono da sempre un’importante sottomaglia della politica aziendale fondata, di fatto, sul potenziamento continuo delle sue attività. Sia Vetraria Brembana che Tecnovetro hanno investito tutti gli anni in quantità e dimensione degli impianti per la lavorazione del vetro che, a livello tecnologico, rappresentano un primato europeo. Inoltre, nel 2010, per adeguare le strutture alle nuove disposizioni energetiche, Maggio 2011 • Nea


rispettare l’ambiente e consumare energia pulita, entrambe le vetrerie sono state dotate di un impianto fotovoltaico in grado di produrre più di 1,2 milioni di kW l’anno». Attraverso quali canali il gruppo è giunto a scalare le vette del mercato non solo nazionale? «Il riconoscimento del successo arriva direttamente dal mercato. Negli anni continua a crescere il volume di commesse affidate alle nostre vetraie per l’esecuzione di numerosi lavori di prestigio, sia in Italia che all’estero. Attraverso un’attenta politica aziendale iniziata nel 1999, il gruppo è riuscito in breve tempo a raddoppiare il fatturato: anche se la strategia prevedeva uno sviluppo lungo un arco temporale di 10 anni, dopo soli 5 siamo riusciti a raggiungere il risultato programmato». Quali sono le principali opere realizzate nell’ultimo decennio? «La costante ricerca di fornire prestazioni di qualità e alto servizio, ha permesso alla Vetraria Bergamasca Tecnovetro di dedicarsi alla realizzazione di lavori particolari, che andavano a soddisfare precise nicchie di mercato, rimanendo in questo modo lontano dalla bagarre dei prezzi e dal rischio di vendere sottocosto. Tra i lavori più importati eseguiti dal gruppo nel mondo vanno annoverati la realizzazione dello showroom di Armani a Hong Kong, gli interni del Museo Quai Branly di Parigi e della Bank of America di New York; in Italia, sono stati realizzati lavori per la nuova sede della Rolex in via Monte Napoleone a Milano, per la stazione di Bressanone, per la metropolitana di Torino e per il Teatro Verdi di Pordenone. E quest’ultimo ci ha addirittura permesso di vincere nel 2005 il primo premio del concorso “Il vetro e l’architettura”». L’anno 2005 sembra rappresentare il “periodo d’oro” per entrambe le aziende. «È stato infatti necessario incrementare gli investimenti. In quell’anno a Zanica vengono installate due bilaterali nuove, una macchina a controllo numerico verticale, una serigrafia automatica e una manuale che ci consentono di raggiungere il traguardo di essere fra le prime aziende in Italia per la lavorazione del vetro. Poco dopo, per sopperire alle maggiori richieste della clientela di una qualità eccellente e di un servizio tempestivo, abbiamo investito ancora con l’ampliamento del capannone, l’acquisto di un nuovo forno da tempera e di una nuova bilaterale, entrambi attrezzati anche per la lavorazione di vetri magnetronici». Nea • Maggio 2011

In alto, Sonia Bonesi, portavoce delle aziende di famiglia, Vetraria Brembana e Vetraria Bergamasca Tecnovetro; sotto, show-room Armani a Hong Kong; in basso, facciata realizzata dalla VBT a Gallarate, (VA) www.vtbglass.com

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Materiali Olga Dentella

La protezione dei vetri rende più confortevoli gli ambienti Olga Dentella descrive le dinamiche imprenditoriali della Isofilm di Bergamo, azienda specializzata nelle pellicole a controllo energetico, oscuranti, antiUV e antisfondamento per l’edilizia civile e industriale di Luca Cavera

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a nostra società è fondata su tre valori fondamentali: ricerca, esperienza e tecnologia. Che per noi significano ricerca continua di materiali innovativi e performanti, qualità della posa, un’inesauribile passione che alimenta la voglia di nuove sfide per trovare nuovi sbocchi, nuove applicazioni tecniche di un materiale polifunzionale quale il film in poliestere». In questo modo Olga Dentella presenta la filosofia aziendale che

Isofilm Srl, azienda specializzata in pellicole protettive per vetri, ha sede a Bergamo www.isofilm.it

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guida Isofilm, una società che importa, seleziona e distribuisce pellicole protettive per vetri, operando a contatto con diverse realtà industriali, artigianali e commerciali. «Il nostro film è una pellicola adesiva di poliestere che può essere laminata, metallizzata e colorata con tecnologie all’avanguardia frutto dei laboratori di ricerca americana Sputtering». Durante l’inverno il calore disperso da un ambiente attraverso i vetri è enorme. È sufficiente misurare la temperatura in una stanza vicino a una finestra per notare come questa zona sia sempre più fredda della zona muro. «L’applicazione della pellicola sui vetri risolve il problema: la particolare struttura della pellicola consente infatti di respingere all’interno della stanza il calore che si sarebbe disperso attraverso i vetri». Ma i vantaggi di questa tecnologia sono percepibili anche durante la buona stagione. «Durante l’estate il vetro consente l’entrata di enormi quantità di calore solare e lo intrappola all’interno dell’ambiente, è il cosiddetto “effetto serra”. Questo disagio, notevole nelle abitazioni, aumenta nelle costruzioni che hanno grandi superfici vetrate, come gli uffici, le cliniche, le scuole, i negozi e le aziende industrie in genere. Se sono presenti doppi vetri, l’effetto è inoltre amplificato, perché l’utilità dei doppi vetri è solo quella di trattenere il calore durante l’inverno. In estate, invece, il sole li attraversa come attraversa i vetri normali e il caldo rimane all’interno dell’ambiente senza poter uscire». Oltre alla protezione dagli effetti indesiderati e nocivi dei raggi UV, le pellicole hanno anche altre garanzie di sicurezza. «Le nostre pellicole, in caso di rottura del vetro, impediscono i danni alle persone, poiché mantengono uniti i frammenti di vetro. Per questo la nostra soluzione è particolarmente consigliata per gli ambienti aperti al pubblico come gli asili, le scuole, le palestre, i negozi, ma anche le abitazioni private. Tale sicurezza è certificata dall’Europee British Safety Standard Fest». Maggio 2011 • Nea


Riqualificazione Cinzia Improta

Dal porto il rinnovamento di Napoli Un complesso progetto di riqualificazione sta dando nuova vita al Porto di Napoli. E prevede la riconversione di un altro edificio, in linea con le istanze di rinnovamento della città. Cinzia Improta illustra il progetto di Eugenia Campo di Costa

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a sempre snodo logistico di milioni di passeggeri e turisti, il Porto di Napoli mette in comunicazione l’Oriente con l’Occidente. Qui fanno scalo le navi da crociera provenienti dal Nord Europa, dall’America, dall’Africa, dall’Asia. E partono i traghetti diretti verso le isole maggiori. «Valorizzare le strutture del Porto di Napoli, crocevia di traffici marittimi da tutto il mondo, era un’esigenza sempre più sentita» afferma Cinzia Improta, amministratore delegato della Compagnia Marittima Meridionale, società che fa capo alla famiglia Improta e che, costituita nel 1950, iniziò la sua attività nel Porto di Napoli svolgendo operazioni di deposito e movimentazione di merci e gestendo i magazzini denominati “Capannone Juta” e “Capannone Nuovo” alla Calata Porta Massa. Dal 2000 in poi, la radicale trasformazione delle attività portuali e le mutate esigenze degli spazi all’interno del porto, con lo spostamento della barriera doganale prima da piazza Municipio a Porta Massa e in seguito al Varco Carmine, hanno indotto la società a voler cogliere nuove opportunità e occasioni di sviluppo: «per effetto del continuo incremento del traffico passeggeri e dell’uso intensivo dello scalo marittimo – spiega Cinzia Improta -, si è reso indispensabile avviare un processo di riorganizzazione dell’intera area portuale destinata al traffico crocieristico, al traffico cabotiero delle autostrade del mare e a quello passeggeri per la mobilità del Golfo di Napoli, mediante la riprogettazione del waterfront portuale». È nata così l’idea

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della Stazione Marittima, a supporto dei passeggeri del cabotaggio nazionale e di quello per il Golfo di Napoli.

Quali i motivi originari della costruzione dei capannoni Juta e Nuovo? «Il capannone Juta fu realizzato nel 1913 allo scopo di servire il traffico di importazione dai paesi d’oltremare nel settore delle fibre tessili. Il volume dei traffici di merci si sviluppò notevolmente, tanto che, una decina di anni più tardi, fu costruito il Nuovo capannone, gemello del capannone Juta. Nel dopoguerra, poi, con il declino del polo tessile napoletano, e fino all’intervento di riconversione attuale, il capannone Juta fu destinato al

Maggio 2011 • Nea


Sotto, da sinistra, Concetta Improta, consigliere, Gaetano Improta, presidente del CdA e Cinzia Improta, amministratore delegato della Compagnia Marittima Meridionale. In alto, esterno e interno del capannone Juta cinzia.improta@cmmna.it

deposito franco di caffè e spezie, mentre il capannone Nuovo fu utilizzato per immagazzinare merci varie».

Gli edifici rivestono particolare interesse architettonico, sono infatti sottoposti all’alta sorveglianza della Soprintendenza ai beni artistici. Com’è avvenuta la riqualificazione del capannone Juta? «Il progetto di riconversione e riqualificazione architettonica del manufatto Juta, da deposito doganale di caffè e spezie al servizio del traffico passeggeri, è stato concepito nel rispetto degli ideali architettonici mediterranei, conservando la memoria dell’originaria destinazione attraverso il recupero dei materiali originari: pavimento in basolato e antiche travi a vista, impreziosite da un ricercato design di illuminotecnica. L’opera di restauro è stata inoltre armonizzata con l’impiego di materiali di pregio quali acciaio, marmo, cristalli e pietra lavica. I lavori sono terminati nel 2007 e la Compagnia Marittima Meridionale, il 21 settembre 2007, ha avuto l’onore della visita ufficiale, promossa dal Comando della Capitaneria di Porto e dall’Autorità Portuale, del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha scoperto una targa celebrativa all’interno del salone centrale della Stazione Marittima con la scritta evocativa: “Un deposito per le merci diventa una struttura al servizio dei passeggeri, con le stesse pietre di un secolo fa, esempio di recupero architettonico che unisce modernità e tradizione”». Nea • Maggio 2011

Quando è entrata in funzione la nuova attività? «La Stazione Marittima è in funzione a pieno regime dal 4 febbraio 2008. Al suo interno ospita le biglietterie per le navi traghetto delle società Tirrenia dirette a Palermo e Cagliari; Siremar per le Isole Eolie; Caremar e Medmar per le isole del Golfo di Napoli e SNAV, con destinazione Sorrento. La rosa degli armatori che scalano i moli alla Calata Porta Massa è completata dalla TTT Lines che gestisce i collegamenti per Catania. I passeggeri oggi possono contare, oltre che su accoglienti sale d’attesa, rinnovati servizi igienici, telefoni pubblici, tabelloni informativi, uffici di presidio delle autorità di pubblica sicurezza, anche su beni e servizi complementari quali un punto di ristoro, una tabaccheria, servizio Lottomatica, una parafarmacia, una filiale bancaria, una libreria con edicola, una sala giochi e un internet point». Quali altri progetti e servizi prevedete di realizzare? «Nella Stazione Marittima sono ancora disponibili diversi spazi per l’apertura di attività commerciali. Prossimamente ospiterà un nuovo ristorante e disporrà di una rete wireless per il collegamento a internet. Per quanto riguarda il fabbricato gemello, “Nuovo”, anch’esso è oggetto di un progetto di riconversione che lo vedrà struttura ricettiva per il turismo, nonché luogo d’arte orientato agli scambi interetnici e interculturali, in sintonia con la vocazione cui la città di Napoli si predispone per il prossimo futuro». 223


Attrezzature edili Maria Grazia Della Bianca

Ponteggi sicuri, una priorità per l’edilizia Ponteggi e attrezzature edili rappresentano uno strumento fondamentale per garantire la sicurezza degli operatori. Il punto di Maria Grazia Della Bianca sulla sicurezza nei cantieri di Amedeo Longhi

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ggi più che mai è prioritario prestare grande attenzione al tema della sicurezza sul lavoro. Quello edile, specialmente per quanto riguarda i lavori che prevedono di operare su tetti e strutture sopraelevate, è fra i settori più interessati dagli incidenti sul lavoro. Lo sa bene la Carpedil Spa, azienda di Eboli che dal 1974 opera nella produzione di ponteggi e attrezzature per l’edilizia. «Quando nel 1996 l’azienda volle dotarsi della certificazione di qualità – racconta Maria Grazia Della Bianca, portavoce del gruppo Carpedil – non fu solo per porre un marchio sulla carta intestata e sui cataloghi, ma soprattutto per coinvolgere e sensibilizzare il personale, sia operaio che impiegatizio, a operare

La Carpedil Spa ha sede a Eboli (SA) www.carpedil.it

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entro confortevoli margini di sicurezza, adottando nuovi schemi e sistemi di controllo più rigidi in tutte le fasi di lavoro». Il risultato raggiunto si può ritenere soddisfacente, dal momento che le contestazioni sia sui prodotti venduti, sia sulla accuratezza e sulla sollecitudine dei documenti inviati sono pressoché inesistenti. Ciononostante, la ricerca volta al miglioramento qualitativo continua senza sosta. L’azienda ha adottato sin dall’origine una politica di sviluppo mirata da un lato ad arricchire la gamma delle attrezzature prodotte, dall’altro a incrementare le vendite sul mercato nazionale e in alcuni mercati esteri. Inoltre, è costante anche l’aggiornamento degli impianti produttivi e degli stabilimenti e soprattutto la ricerca del miglioramento qualitativo dei prodotti offerti. Carpedil è ben nota sul mercato dell’edilizia per la produzione di ponteggi, sia quelli a telai che quelli tradizionali a tubi e giunti. «L’ufficio tecnico – spiega Maria Grazia Della Bianca – è composto da ingegneri e collaboratori sia interni che esterni e studia in particolare il settore ponteggi con il duplice scopo di ampliare la gamma di accessori e di realizzare nuovi modelli da proporre». Proprio nel 2010 infatti, è entrato in produzione un nuovo ponteggio prefabbricato denominato Rapid A06 che unisce caratteristiche di maggiore versatilità, sicurezza di montaggio e facilità di trasporto. I ponteggi di Carpedil sono prodotti certificati dal marchio SQ Ponteggi, che è rilasciato dall’Istituto di Garanzia della Qualità (ICQ). Questa certificazione, oltre a testimoniare l’attenzione dell’azienda per i controlli e le procedure atti a migliorare la sicurezza sul posto di lavoro, è naturalmente conforme alle normative vigenti e tutti i ponteggi e i loro elementi sono autorizzati dal Ministero del Lavoro. Maggio 2011 • Nea


L’amministrazione condominiale Isabella Esposito

I condomìni verso l’ecosostenibilità

Il rialzo della falda acquifera a Milano. L’ammodernamento degli impianti di riscaldamento e la predisposizione di sistemi più efficienti e meno inquinanti. La parola a Isabella Esposito di Luca Cavera

A Isabella Esposito, amministratrice di condominio con uno studio professionale a Milano espositoisabella@tin.it

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Milano, sotterranei e box interrati si trovano a rischio allagamento, a causa della falda acquifera in rialzo. Questo sta determinando un problema per molti condomini; la soluzione inizia con l’impegno dell’amministratore, che nell’intervallo che intercorre fra la richiesta di un accertamento tecnico preventivo al tribunale e la messa in sicurezza degli ambienti sotterranei, si trova spesso impotente. Come spiega Isabella Esposito, amministratore di condominio: «Qualora lo stabile sia ancora in garanzia, non appena si ve-

rifica il problema, occorre informare, il venditore o l’impresa costruttrice. Ma di fatto, trattandosi di un contenzioso legale, il problema non può essere risolto fino alla perizia ufficiale e all’individuazione di chi debba intervenire. Questo, naturalmente, provoca malumore tra i condomini e di conseguenza c’è un grosso impegno per l’amministratore che deve instaurare la procedura, nominare un tecnico di parte, seguire tutti i sopralluoghi». Questa è solo una delle responsabilità che competono a un amministratore di condominio. Maggio 2011 • Nea


NEI VECCHI STABILI È DIFFICILE INTERVENIRE. CI SI LIMITA A SOSTITUIRE LE VECCHIE CENTRALI TERMICHE CON QUELLE DI ULTIMA GENERAZIONE. GLI STABILI DI NUOVA COSTRUZIONE PERMETTONO DI AVERE COSTI ENERGETICI MOLTO CONTENUTI

La cultura dell’ecosostenibilità è ormai vincente. In che modo vecchi e nuovi stabili milanesi seguono e sviluppano questa tendenza? «Purtroppo sui vecchi stabili è molto difficile intervenire; ci si limita a sostituire le vecchie centrali termiche con quelle di ultima generazione, ecosostenibili ed economiche, o a collegarsi al teleriscaldamento. Per gli stabili di nuova costruzione il discorso è diverso, perché le nuove tecnologie permettono di edificare case con costi energetici molto contenuti, grazie ai pannelli solari, al recupero delle acque bianche e alla produzione centralizzata di acqua calda». Come reagiscono di solito gli “amministrati” alla proposta di cambiamenti radicali come l’adeguamento a piani urbanistici sostenibili? «Per fare un esempio, un condominio doveva assolutamente sostituire la centrale termica, ormai vecchia, ma non vi era spazio per installare una caldaia di nuova generazione. Mi sono così interessata alla possibilità di allaccio alla rete di teleriscaldamento. All’inizio i condomini erano scettici. Finalmente dopo svariate riunioni, grazie anche all’offerta vantaggiosa di A2A, anche i più irriducibili hanno accettato il cambiamento, che una volta messo alla prova è stato valutato più che positivamente». Nea • Maggio 2011

Durante una ristrutturazione privata, che tipo di vincoli è tenuto a rispettare il proprietario per non ledere i diritti degli altri condomini? «In generale, chi ristruttura non deve ledere i diritti dei vicini, né fare opere che possano alterare la stabilità o il decoro dell’immobile. Occorre poi vedere cosa stabilisce ogni singolo regolamento di condominio – alcuni consentono soltanto interventi minimi. Nel caso di lavori in un singolo appartamento, l’amministratore può richiedere copia della licenza edilizia e fare dei sopralluoghi per accertare che i lavori siano svolti nel rispetto delle normative. Accade però che alcuni lavori vengano fatti senza che il condomino informi l’amministrazione». Qual è la sua opinione sulle modifiche alle normative apportate nell’ultimo biennio? «Molte di queste norme porteranno benefici e chiariranno diritti e doveri dei condomini. C’è però qualche aspetto che potrebbe complicare il lavoro degli amministratori, come la norma che liberalizza nuovamente la possibilità di distaccarsi dai riscaldamenti centralizzati per l’installazione di quelli autonomi. Già oggi ogni unità immobiliare è praticamente “autonoma”, potendo scegliere la temperatura secondo le proprie esigenze, senza i problemi di inquinamento e di sicurezza dei singoli impianti». 227


Green economy Teresa Bottasso

Il futuro dell’energia a portata di sole La rivoluzione della green economy, tra crescita economica e tutela ambientale, raccontata da Teresa Bottasso. Dalle prime auto alimentate dal sole alle collaborazioni con governi e associazioni nei paesi in via di sviluppo, una storia fatta di intuizioni geniali e spirito innovativo di Guido Puopolo

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l mondo industriale e imprenditoriale ha trovato, nelle possibilità offerte dallo sviluppo delle energie rinnovabili, un prezioso alleato in grado di contribuire al rilancio dell’economia nazionale, anche attraverso la creazione di nuovi posti di lavoro. Attualmente, secondo un recente studio condotto dal GSE – Gestore Servizi Elettrici - il settore conta quasi 120.000 occupati tra diretti e indotto, che potrebbero diventare circa 250.000 entro il 2020, con ricadute positive non soltanto a livello occupazionale ma anche da un punto di vista ambientale ed economico. Ben diverso era però lo scenario con cui si è dovuta confrontare, all’inizio della sua attività,Teresa Bottasso, titolare della ENERGIA SOLARE Srl, società con sede a Carignano (TO), che offre servizi di inge-

Teresa Bottasso, titolare della ENERGIASOLARE srl di Carignano (TO) www.energiasolare.com

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gneria, commercializzazione e installazione di sistemi solari fotovoltaici e termici, unitamente a tutte le componentistiche e apparecchiature collegate a questi sistemi, azionista Scenerg S.p.A., società veneta produttrice di moduli fotovoltaici. Considerata una vera e propria pioniera nel campo del fotovoltaico Bottasso aveva intuito, già trent’anni fa, le potenzialità connesse all’utilizzo del sole come fonte di energia e oggi, forte di una grandissima esperienza, continua a mettere le proprie competenze al servizio di innumerevoli progetti in giro per il mondo: «L’energia solare è gratuita, inesauribile, silenziosa, non ha bisogno di particolare manutenzione ed è applicabile ovunque. Acquistare un pannello fotovoltaico capace di convertire l’energia solare in energia elettrica significa realizzare un sicuro investimento».

Come giudica la grande diffusione, avvenuta negli ultimi anni, degli impianti fotovoltaici a livello mondiale? «L’energia solare rappresenta il futuro, e ciò che sta accadendo è solo l’inizio di un grande cambiamento. La mia azienda ha iniziato a installare impianti fotovoltaici e termici nel 1977 circondata dallo scetticismo generale, ma la situazione attuale conferma la bontà delle nostre idee. Oggi inoltre abbiamo a disposizione nuovi strumenti frutto del progresso tecnologico e, per quel che riguarda l’Italia, una politica di incentivi molto favorevole, che mi rende assai fiduciosa anche in prospettiva. Il Quarto Conto Energia, recentemente approvato, ha riportato stabilità dopo alcuni mesi di incertezza per tutto il settore, adesso tocca a noi riuscire a cogliere le opportunità offerte da questi nuovi scenari». Più nel dettaglio, cosa comprende la vostra produMaggio 2011 • Nea


GRAZIE AL SOLARE, NEL GIRO DI QUALCHE ANNO, TUTTE LE NUOVE COSTRUZIONI POTREBBERO ESSERE COMPLETAMENTE AUTOSUFFICIENTI A LIVELLO ENERGETICO

zione? «Oltre al fotovoltaico, le cui applicazioni negli ultimi anni sono diventate sempre più varie, siamo specializzati nello sfruttamento dell’energia solare per usi termici. I sistemi che offriamo permettono di ottenere acqua calda e di integrare il riscaldamento anche in condizioni di temperature rigide e di scarso sole, con costi contenuti e una manutenzione limitatissima tanto che, nel giro di qualche anno, tutte le nuove costruzioni potrebbero essere completamente autosufficienti a livello energetico. Allo stesso tempo abbiamo deciso di investire anche nella produzione di impianti eolici, poiché il vento è un'altra fonte rinnovabile dalle enormi potenzialità, e nell’illuminazione pubblica e privata con i LED a nanotecnologia. In questo campo stiamo ultimando un progetto, che dovrebbe essere presentato a breve, basato su una tecnologia innovativa capace di garantire altissime prestazioni». Quali sono i vostri mercati di riferimento? «La nostra attività si svolge a tutte le latitudini, dall’Italia all’America Latina, passando per l’Africa, dove abbiamo realizzato molti interventi con una forte valenza sociale. Abbiamo infatti collaborato con diversi governi e organizzazioni di volontariato per cercare di contribuire al miglioramento delle condizioni di vita di diversi villaggi in Congo, Madagascar, Benin e Togo, portando elettricità e acqua calda anche nelle zone più impervie, attraverso i cosiddetti impianti stand alone». Cosa rende ENERGIA SOLARE Srl una delle aziende Nea • Maggio 2011

leader del settore? «Sicuramente le competenze acquisite in oltre trent’anni di attività ci garantiscono un vantaggio competitivo non indifferente. In più disponiamo di personale altamente qualificato, in grado di offrire un servizio completo, dalla progettazione all’installazione dell’impianto. Chi si rivolge a noi sa di affidarsi a professionisti del settore e l’esperienza mia e dei miei collaboratori, unita a una costante ricerca volta a migliorare i nostri prodotti, è una garanzia di qualità ed efficienza. Anche in un momento di crisi economica come quello attuale, infatti, la nostra produzione non ha subito alcun rallentamento e questo per noi è motivo di grande soddisfazione, perché vuol dire che gli sforzi compiuti in tutti questi anni hanno dato i loro frutti. Stiamo vivendo una fase di grandi trasformazioni e io sono convinta che il mondo, decidendo di puntare sulle fonti energetiche rinnovabili, abbia imboccato la giusta direzione per un futuro migliore». 229


Smaltimento rifiuti Adele Marelli

Anche in Italia il rifiuto è una risorsa Investire sulla capacità di trattamento e recupero dei rifiuti industriali e urbani per realizzare materie prime seconde o energia da rimettere sul mercato. Il caso di Adele Marelli e del successo industriale della sua Ecoltecnica di Mario Pinoli

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on oltre venticinque anni di attività alle spalle, Adele Marelli si conferma un simbolo dell’imprenditoria femminile più intraprendente. A capo, sin dal 1988, della società Ecoltecnica di Milano, la Marelli ha saputo trasformarla in una delle realtà tecnologicamente più interessanti ed economicamente più floride del settore ambientale, grazie a uno sviluppo di competenze, e a cospicui investimenti finanziari e nel capitale umano. Il core business attuale è quello della gestione industriale dei rifiuti speciali pericolosi e non. «Un’attività che non si può e non si deve improvvisare, sia per una logica di tutela ambientale che per una effettiva possibilità di rendimento economico. Ma non bastano le tecnologie, per gestire rifiuti è necessaria competenza tecnica e normativa». E il capitale umano per l’ambiente serve? «Un tema focale nella policy di Ecoltecnica, che seguo in prima linea, selezionando collaboratori di primo livello e investendo nella loro formazione. Per chi non è del nostro settore non è forse facile da capire, ma il capitale umano nel nostro lavoro è una risorsa preziosa. Nella nostra azienda vige la politica della cosiddetta “porta sempre aperta”. Posso inoltre confermare che le nostre “quote rosa” sono molto alte, soprattutto rispetto a un settore che tutti erroneamente pensano specificatamente maschile».

In apertura, Adele Marelli, presidente di Ecoltecnica. Nelle altre immagini, una fase di bonifica e un dettaglio dell’impianto di trattamento www.ecoltecnica.com

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La capacità di gestire i rifiuti urbani e industriali non si improvvisa. «Nel suo sviluppo Ecoltecnica ha maturato un’esperienza e una realizzazione significative in due aree fondamentali della gestione rifiuti, nell’ambito della nostra società moderna: quello dei Rifiuti solidi Urbani (RSU) e quello dei Rifiuti Speciali di Maggio 2011 • Nea


che svettano, piazzali lindi, personale giovane e competente, controlli ambientali accurati e archiviazione digitale dei dati in sofisticati computer. «Abbiamo, tra i nostri committenti, alcune delle principali aziende italiane (nell’industria chimica e farmaceutica) che necessitano, in tempi rapidi, di un servizio completo, nel totale rispetto delle leggi ambientali, con la garanzia assoluta del corretto trattamento e smaltimento finale. Siamo inoltre attivi su tipologie di rifiuti con caratteristiche chimico fisiche particolari e rifiuti a radioattività naturale». Dunque puntate a un’attività produttiva che potrebbe rappresentare una risposta alla crisi economica? «Mi auguro di sì, anche se posso parlare solo a nome della nostra società. E i numeri parlano chiaro. Ecoltecnica è riuscita a mantenere nell’ultimo triennio una media di fatturato intorno ai 28/30 milioni grazie anche all’elaborazione di nuove strategie. A riprova del fatto che in questo settore gli anni di esperienza contano eccome, non ci si può improvvisare. Tutto ciò in un mercato in continua evoluzione che spesso risente della lentezza burocratica»

provenienza industriale. Possiamo tranquillamente affermare che il nostro expertise (maturato come Ecoltecnica in 23 anni di esperienza, n.d.r.) in campo rifiuti è ampio e strutturato. Ci occupiamo da almeno 20 anni del tema RSU e abbiamo gestito importanti attività per il Comune di Milano e di Parma, comprendenti anche realizzazione e gestione di impianti di ampie dimensioni per il trattamento dei rifiuti domestici». Ma non solo, infatti una delle sue precipue attività attuali è quella della gestione della complessa tematica dei rifiuti industriali. «Si è uno dei temi in cui lavoriamo di più attualmente, con il nostro impianto di Milano, sito nell’area di Milano Nord». Lo stabilimento di Ecoltecnica è una vera e propria industria tecnologica del rifiuto con silos d’acciaio Nea • Maggio 2011

E questo cosa comporta a livello di mercato? «Ci rende chiaramente meno competitivi con i nostri concorrenti stranieri. Trovo paradossale il fatto che l’Italia debba mandare i suoi rifiuti in Germania e Francia per ottenerne un recupero energetico perché in Italia non vi è un numero sufficiente di impianti in grado di produrre energia dai rifiuti». Cosa troviamo sull’agenda di Ecoltecnica per il futuro? «Vi saranno nuovi investimenti sulla sicurezza e sulla qualità dell’ambiente. Si sta anche valutando la possibilità di cambiare sito produttivo. Attualmente siamo localizzati sui territori di Milano e Baranzate. Queste aree sono state recentemente individuate come sito da destinare all’Expo, pertanto è in discussione con gli enti l’eventuale opportunità di trasferirci altrove. Una nuova sfida che siamo pronti a percorrere. A livello globale, credo sia necessario un cambiamento culturale, il rifiuto non deve essere un problema ma un’opportunità, come recupero delle materie prime e di fonte energetica alternativa, anche per il nostro Paese». 231


Editoriale La spinta necessaria al turismo di Michela Vittoria Brambilla

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ono estremamente soddisfatta dell’approvazione definitiva del decreto legislativo con la normativa statale su ordinamento e mercato del turismo e l’attuazione della direttiva CE sulla multiproprietà, in breve il Codice riforma del Turismo, che rappresenta una svolta determinante per il settore e la sua competitività. Il testo non solo risponde a un’esigenza di semplificazione e riordino della legislazione in materia molto sentita dagli operatori e di grande portata per i turisti, ma rappresenta la prima vera e completa opera di riforma del turismo che viene fatta in questo Paese per un settore, tra l’altro, privo fino a oggi di un sistema di regole chiaro e completo. Una riforma che ha l’obiettivo di tutelare il turista, aiutare le imprese, stimolare la riqualificazione dell’offerta turistica nell’ottica di una maggiore competitività del sistema Italia nel suo complesso. Il nostro testo adegua l’offerta italiana a quelle che sono le tendenze e le aspettative del turista del terzo millennio. La nascita di nuovi prodotti turistici nazionali d’eccellenza, che vadano ad affiancare quelli tradizionali del mare, della montagna e dell’arte e

della cultura, trova nel nostro progetto di valorizzazione del territorio una perfetta sintonia. Si tratta quindi di sviluppare al meglio le grandi potenzialità che le singole regioni offrono. Con il riordino del quadro normativo di riferimento la nostra iniziativa legislativa conferisce certezza e sicurezza a tutti i soggetti coinvolti, siano essi gli operatori o i turisti, e costituisce, senza ombra di dubbio, una straordinaria occasione per la crescita e lo sviluppo di un settore strategico per l’economia del Paese, anche grazie all’introduzione di istituti di semplificazione, incentivazione e valorizzazione. In particolar modo, per quanto riguarda il turismo balneare, con le norme previste nel decreto sviluppo, relative alle coste demaniali e ai distretti turistici, il governo incentiva in modo sostanziale lo sviluppo del settore tramite il rilancio del turismo del mare, che rappresenta il primo prodotto turistico italiano, un unicum in Europa, ma che purtroppo vive anni di sofferenza e di graduale perdita di competitività per note ragioni. Interveniamo per risolvere definitivamente l’annosa questione delle concessioni balneari, prevedendo la possibilità di trasformare la concessione in diritto

TUTELARE IL TURISTA, AIUTARE LE IMPRESE, STIMOLARE L’OFFERTA TURISTICA NELL’OTTICA DI UNA MAGGIORE COMPETITIVITÀ DEL SISTEMA ITALIA NEL SUO COMPLESSO Nea • Maggio 2011

di superficie per la durata di 90 anni, garantendo quindi ai nostri bravi imprenditori del settore la continuità e la certezza dei loro investimenti e della loro attività, nonché salvaguardando le loro specificità. Inoltre, viene prevista l’istituzione dei distretti turisticoalberghieri con gli obiettivi di riqualificare e rilanciare l’offerta turistica a livello nazionale e internazionale, di accrescere lo sviluppo delle aree e dei settori del distretto, di migliorare l’efficienza nell’organizzazione e nella produzione dei servizi, di assicurare garanzie e certezze giuridiche alle imprese che vi operano con particolare riferimento alle opportunità di investimento, di accesso al credito, di semplificazione e celerità nei rapporti con le pubbliche amministrazioni. 233


Turismo

Un supporto flavia franceschini concreto agli operatori Cambiano i modi e i tempi dei viaggi, ma gli italiani non rinunciano alle vacanze. E i tour operator devono saper venire incontro alle loro esigenze. Il punto di Flavia Franceschini, direttore generale di Astoi di Eugenia Campo di Costa

Flavia Franceschini, direttore generale dell’Associazione Tour Operator Italiani

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viluppare servizi, attività e progetti volti a favorire, semplificare e supportare l’attività dei tour operator. È questo l’obiettivo principale di Flavia Franceschini, da due anni direttore generale dell’Associazione tour operator italiani. «A questo scopo – afferma – è indispensabile avere nei confronti dei soci, un atteggiamento “osmotico”: mettersi sempre nei loro panni, attuare un confronto sinergico e un dialogo volto a tenere nella massima considerazione le loro istanze, garantendo al contempo risposte concrete. Il nostro obiettivo è fare in modo che i bisogni dei soci rappresentino costantemente la “bussola” che l’associazione usa per definire la rotta delle proprie attività». L’ultimo biennio è stato difficile anche per il comparto turistico, e ha richiesto un’attenzione particolare da parte dell’associazione. «Siamo stati interessati dalla crisi economico-finanziaria globale, tuttora in atto, mentre l’attività dei soci che fanno outgoing, è stata condizionata da eventi che hanno toccato, in un modo o nell’altro, praticamente tutti i continenti del mondo, basti pensare all’epidemia H1N1 in Messico, alla nube vulcanica islandese, ai disordini politici accaduti in Tunisia, Egitto e Siria, alle catastrofi naturali come il terremoto e lo tsunami in Giappone». In uno scenario così complesso, come si è evoluta l’attività dell’associazione? «Questo particolare contesto ha naturalmente generato un’intensificazione dell’attività di supporto e assistenza che normalmente eroghiamo ai soci. Un’attività che si è, quindi, spesso convertita in “gestione delle emergenze”. Le aziende che Astoi rappresenta svolgono un’attività estremamente complessa e sono, per antonomasia, “bisognose” di risposte rapide e, soprattutto, concrete. L’attività svolta dai tour operator è infatti legata non solo a quella dei terzi fornitori dei servizi che vengono “pacchettizzati” e organizzati, ma anche a un’infinità di variabili indipendenti che generano un sistema di responsabilità senza precedenti rispetto a quello di altre attività turistiche. Inoltre, l’assistenza che i tour operator assicurano ai consumatori, viste le rigide normative che ne regolano Nea • Maggio 2011


GLI ITALIANI NON HANNO MAI SMESSO DI VIAGGIARE, OGGI LO FANNO IN MODI DIVERSI l’attività, è pressoché totale. Quindi, l’attività di affiancamento, la consulenza legale e fiscale, l’assistenza in caso di emergenza o l’interlocuzione con le istituzioni per la risoluzione di specifiche problematiche legate all’operatività dei nostri soci rappresentano sicuramente il nostro “pane quotidiano”». In collaborazione con i ministeri del Turismo del Cairo e di Tunisi, Astoi sta lavorando a un rilancio del turismo in Egitto e Tunisia. Qual è l’attuale situazione del turismo in questi paesi? «Egitto e Tunisia rappresentano mete di primaria importanza per i nostri soci, pensiamo che solo nel 2010 il numero di turisti italiani verso l’Egitto ha toccato quota1,2 milioni, mentre 400mila hanno scelto la Tunisia, e il turismo per questi paesi è senz’altro uno dei principali strumenti di sviluppo economico. Mettere in campo azioni di promozione e rilancio di queste mete significa contribuire non solo all’attività delle imprese che li programmano ma, al contempo, alla loro stabilità e prosperità economica. Oggi abbiamo la fruibilità di tutte le località turistiche di questi paesi e i flussi stanno gradualmente tornando ai livelli Nea • Maggio 2011

precedenti. La situazione in Egitto e Tunisia si è ormai normalizzata, ma è vero che ancora nell’opinione pubblica resta un senso di timore e di incertezza ed è nostro compito far conoscere la realtà dei due paesi, che li vede pronti a offrire ai turisti, oltre a ciò che hanno sempre garantito, un rinnovato spirito di accoglienza e un accresciuto appeal frutto della nuova “era” che intendono condividere con i loro visitatori». La crisi economica ha influenzato l’investimento delle famiglie italiane nella voce vacanze? Pensa che sia in atto una fase di ripresa? «Senza dubbio abbiamo assistito a una contrazione della capacità di spesa degli italiani, ma il dato positivo è che i nostri connazionali difficilmente rinunciano alla vacanza, considerata bene primario, indispensabile proprio per ritemprarsi e “fuggire” dai problemi del quotidiano. Certamente il riflesso di tale diminuita propensione alla spesa potrebbe essere una riduzione del periodo di vacanza, ma non una rinuncia. Gli italiani non hanno mai smesso di viaggiare, piuttosto lo fanno in modi diversi o per periodi più limitati o frazionati nel tempo, ma ritengono il viaggio un

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Turismo

LA SITUAZIONE IN EGITTO E TUNISIA SI È ORMAI NORMALIZZATA, MA È VERO CHE NELL’OPINIONE PUBBLICA RESTA ANCORA UN SENSO DI TIMORE E DI INCERTEZZA

insostituibile strumento di relax e lo affrontano sempre con entusiasmo e curiosità». Quali tipologie di vacanze, proposte dai tour operator vostri associati, sono oggi quelle più gettonate? «Il panorama è veramente vasto. I nostri soci programmano tutte le principali destinazioni turistiche del mondo, quindi direi che dovremmo senz’altro differenziare la risposta per “aree geografiche”. Per quanto riguarda il corto-medio raggio, sono da sempre molto apprezzati i pacchetti che riguardano le città e le capitali europee, le Baleari, le Canarie, la Grecia con le sue isole e, come detto, stiamo inoltre assistendo a una ripresa di Egitto e Tunisia. Relativamente al lungo raggio, sono molto in voga i Caraibi, gli Stati Uniti, le isole dell’Oceano Indiano (Mauritius, Maldive, Seychelles), ma anche Thailandia, Cina, Kenya, Brasile e Sud Africa. Da non dimenticare poi le crociere, il prodotto che ha registrato la maggiore crescita negli ultimi anni, grazie alla varietà di mete che offrono, all’estrema flessibilità e alla forte competitività di prezzo». Su quali aspetti i tour operator devono fare leva per proporre un’offerta di qualità? «Certamente il viaggiatore deve es236

sere posto al centro dell’attività dei tour operator in tutte le fasi dell’esecuzione del pacchetto. Dalla partenza al rientro, è fondamentale la cura e la soddisfazione del cliente, che poi porta alla fidelizzazione e al “passaparola”. Questo tipo di centralità è già sicuramente l’oggetto principale delle politiche commerciali dei nostri soci, convinti del fatto che la gestione tempestiva ed efficace di tutto ciò che possa rappresentare un ostacolo alla completa soddisfazione del cliente sia la prima leva da utilizzare. I nostri soci hanno aderito, ad esempio, al Protocollo che abbiamo siglato con alcune delle principali associazioni dei consumatori (Adiconsum, Federconsumatori e Movimento Consumatori). Attraverso questa iniziativa, assolutamente all’avanguardia nel settore, si riconferma la volontà delle nostre imprese di dialogare con i consumatori e con i loro rappresentanti, volontà incentrata su quella stessa disponibilità normalmente rivolta ai clienti per interpretarne le esigenze e consigliarli al meglio. Oggetto della procedura di conciliazione è inoltre la gestione delle controversie di qualsiasi natura e valore insorte tra uno o più consumatori e un tour operator socio Astoi. Quindi, i tour operator mettono in campo tutte le azioni necessarie per evitare qualsiasi disguido ma, qualora dovesse insorgere un problema, sono assolutamente disponibili a cercare una via di mediazione con il cliente». Nea • Maggio 2011


Ivana Dotti Turismo

In avanscoperta di luoghi lontani Mete e itinerari di viaggio pensati ad hoc per sole donne: nuove iniziative per le italiane che, stanche della routine e desiderose di svago, partono all’avanscoperta del mondo. Ivana Dotti, dell’agenzia Fuorirotta, racconta come il viaggio esalti la sensibilità femminile di Adriana Zuccaro

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u uando il desiderio di rompere i ritmi routinari e stantii della quotidianità diviene un’esigenza, l’immaginario comune si trascina verso una sola traiettoria e ne conquista la via d’uscita. Il viaggio. La partenza verso luoghi non visitati prima, emoziona, libera, arricchisce. Sradicarsi temporaneamente dal proprio habitat e attecchire, anche solo per pochi giorni, in una nuova terra, «diventa una fuga dal quotidiano oppure una gratificazione, un qualcosa che si fa per sé stessi, una “coccola” e anche una necessità». Decidere le destinazioni, organizzare le possibili tappe e obiettivi del tour, comprovarne la fattibilità e proporre soluzioni per ogni singola idea di viaggio in solitaria o in gruppo, è il percorso lavorativo che Ivana Dotti, portavoce del team di Fuorirotta, conduce da anni. E tra le novità proposte dall’agenzia, mete e itinerari pensati ad hoc per gruppi di sole donne. Realtà già consolidata all’estero, il viaggio organizzato per gruppi di sole donne in Italia è un’idea nuova che Fuorirotta ha contribuito a lanciare attivamente. Quando e com’è nata l’idea? «È nota la lentezza con cui in Italia vengono recepite le innovazioni. Di fatti, quando abbiamo dato il via a questa iniziativa, diversi anni fa, l’idea era coraggiosa e anche un po’ azzardata. Il nostro è sempre stato un team di donne appassionate e piene di entusiasmo. E di entusiasmo in questi anni ne abbiamo messo tanto, anche a discapito della parte più realistica del progetto, quella finanziaria. Vicissitudini lavorative e cause di forza maggiore hanno portato, infatti, a cambiamenti radicali, come il cambio di sede e l’inserimento di un settore “al femminile” in una programmazione più generale». Qual è, secondo la vostra esperienza, il rapporto tra la donna e il viaggio? «La donna ha da sempre un rapporto particolare con il viaggio, sia che si tratti di un viaggio culturale che di un semplice weekend di shopping con le amiche. Le donne Nea • Maggio 2011

Sopra, a sinistra, Ivana Dotti, portavoce dell’agenzia di viaggio Fuorirotta, una delle poche in Italia a organizzare viaggi per gruppi di sole donne

sono molto esigenti e soprattutto molto attente anche al singolo dettaglio. Poi è evidente che ci sono diverse categorie di viaggiatrici e che ci sono anche tante donne che non hanno mai neanche pensato di poter viaggiare. Ma anche in questi ultimi casi, l’importante è l’approccio con la vacanza e soprattutto con una destinazione nuova. Il viaggio diventa una fuga dal quotidiano oppure una gratificazione, un qualcosa che si fa per sé, una “coccola” e anche una necessità». Quali sono le caratteristiche peculiari di un viaggio per sole donne? «La cosa più difficile è creare un gruppo il più possibile omogeneo, non necessariamente per età ma soprattutto per spirito, affinità e interessi. Per questo motivo il gruppo non deve essere numeroso, l’ideale è di 5-6 persone, e le partecipanti devono essersi incontrate almeno in un’altra occasione; per questo motivo, compatibilmente con il luogo di residenza, prima di ogni viaggio organizziamo una cena-briefing durante la quale illustriamo le caratteristiche salienti del viaggio. L’affiatamento del gruppo è sicuramente determinante per la buona riuscita della vacanza, soprattutto nel caso di un viaggio

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Turismo Ivana Dotti

al femminile. Le tabelle di marcia devono essere assolutamente flessibili perché si sa, le donne peccano in puntualità e soprattutto non amano essere pressate quando sono intente a svolgere visite o attività di loro particolare interesse».

LE ESPERIENZE DI VIAGGIO PIÙ BELLE? IN TUNISIA, NELLA SPLENDIDA SIDI BOU SAID E A SUD, IN FUORISTRADA TRA LE OASI DI MONTAGNA E IL DESERTO

Quali le mete predilette dalle viaggiatrici? «Le destinazioni clou di Fuorirotta sono sempre state concentrate in nord Africa e Medio Oriente e così anche per la sezione “al femminile” gli itinerari proposti si concentravano in Tunisia, Marocco, Siria, Egitto. Tutte destinazioni perfette per viaggiatrici che desideravano apprendere e condividere elementi di culture e mondi diversi, con la curiosità e sensibilità tipica delle donne. Fino a dicembre la Tunisia è stata la meta più gettonata perché vicina e perché permette diverse tipologie di viaggio: deserto, benessere, cultura. La situazione internazionale attuale ci ha costretto a cambiare un po’ il panorama delle nostre mete; la richiesta è di viaggi più vicini e più brevi». Quali nuovi itinerari contate di inserire nei vostri programmi? «Stiamo aggiornando il panorama delle nostre destinazioni aggiungendo mete europee meno conosciute e frequentate, ma non per questo meno affascinanti, o le classiche capitali ma con quel pizzico di originalità in più nella scelta di un locale o ristorante, una mostra o una visita insolita». Può raccontare un viaggio organizzato di recente? «Tra tante, le esperienze di viaggio più belle sono state quelle 238

in Tunisia, sia a nord nella splendida Sidi Bou Said - con “puntatine” di remise en forme ad Hammamet - sia a sud, in fuoristrada tra le oasi di montagna e il deserto. È stato impressionante vedere lo spirito di adattamento di donne che non si erano mai allontanate da casa e che mai avrebbero pensato di intraprendere un viaggio in un Paese musulmano. È cambiato, con il viaggio, il loro approccio a culture diverse anche una volta tornate a casa». Quale riscontro sta avendo questo tipo di proposta? «Pur essendo tra le poche realtà in Italia che organizzano viaggi “al femminile” e pur essendoci appassionate a questa iniziativa, non possiamo permetterci di lavorare espressamente su questa tipologia di viaggi. Non è facile spingere le donne abituate alla vacanza classica, estiva o invernale con la famiglia, a prendersi anche qualche spazio in più magari fuori stagione o convincere la donna single che vuol partire da sola o con le amiche che si può, sì, acquistare un semplice biglietto aereo in Internet ma che ci si può anche far organizzare un viaggio con quel dettaglio in più che può servire a rendere la vacanza appagante. Nonostante tutto continuiamo a crederci e speriamo di trovare sempre più viaggiatrici che vogliano farsi trasportare dal piacere del viaggio». Nea • Maggio 2011


Turismo Caterina Fioritti

Le impronte femminili sul turismo italiano Promuovere l’industria ricettiva italiana nonché il patrimonio artistico del territorio e, nel contempo, valorizzare la figura della donna nel settore turismo. Caterina Fioritti spiega gli obiettivi dell’associazione “Donne nel turismo” di Eugenia Campo di Costa

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a sempre uno dei comparti di punta dell’economia italiana, il turismo, vede un’ampia partecipazione femminile, maggiore rispetto a quella di altri settori. Numerose sono le donne che proprio sull’accoglienza e la ricettività hanno costruito la propria impresa. Dall’inizio degli anni 90, sono riunite in un’associazione, “Donne nel Turismo”, nata con lo scopo di creare una rete di imprenditrici che possano, attraverso la realizzazione di un team nazionale, creare uno strumento operativo per valorizzare la figura della donna all’interno di un settore in cui il potere decisionale è delegato ancora al ruolo maschile nell’80% dei casi. «Donne nel Turismo – afferma Caterina Fioritti, presidente dell’associazione dal 2001 – vuole coinvolgere in progetti comuni tutte le donne operatrici nel settore del turismo, dalle albergatrici alle proprietarie di agriturismo, di bed&breakfast e di ristoranti, dalle titolari di agenzie di viaggio e tour operator, alle guide turistiche, fino a spingerle alla costruzione di una rete, di un network trasversale, basato sulla raccolta di tutte le esperienze lavorative delle associate, un network capace di far crescere il potere decisionale delle donne in alcuni segmenti dell’industria turistica e di valorizzare la loro professionalità sul territorio per lavorare meglio, di più e insieme». Quali sono, dunque, gli obiettivi istituzionali dell’associazione? «L’obiettivo principale è la promozione dell’industria del turismo nei suoi diversi aspetti mediante l’impegno di un “pool” di donne che, unendo la

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Caterina Fioritti, presidente dell’Associazione Donne nel Turismo

loro creatività e le diverse sinergie, possono dare impulso a un ampio ventaglio di attività. “Donne nel turismo” mira a valorizzare il patrimonio artistico, culturale, enogastronomico delle regioni in cui è presente, attraverso la fattiva e stretta collaborazione tra i diversi operatori dei settori che si occupano di turismo e gli enti pubblici e privati. In particolare, l’associazione è presente in Lazio, Marche, Campania, Liguria, Abruzzo e Piemonte. Un altro obiettivo, infine, è la valorizzazione del ruolo fondamentale che le donne hanno nell’imprenditoria turistica, attivandolo attraverso l’associazione stessa». Di recente però avete deciso di non escludere gli uomini. «Infatti. Nel tempo ci siamo aperte anche agli uomini e alle loro esperienze lavorative. Oggi anche gli uomini posNea • Maggio 2011


tiva. L’associazione organizza, perciò, seminari e corsi di formazione destinati alle donne manager e imprenditrici, per arricchire la loro professione e per offrire quelle potenzialità qualitative che le migliorano, fornendo quasi un “certificato di garanzia virtuale” nella promozione del fenomeno turistico. Il turismo è una punta di diamante del nostro paese, una risorsa economica fondamentale da valorizzare».

L’OBIETTIVO PRINCIPALE DELL’ASSOCIAZIONE È LA PROMOZIONE DELL’INDUSTRIA DEL TURISMO MEDIANTE L’IMPEGNO DI UN “POOL” DI DONNE CHE POSSONO DARE IMPULSO A UN AMPIO VENTAGLIO DI ATTIVITÀ sono diventare soci sostenitori della nostra realtà. Questo sempre nell’ottica di uno scambio fruttuoso e virtuoso, allo scopo di promuovere ulteriormente l’industria del turismo italiana». Quali aspetti, secondo lei, devono essere valorizzati per andare incontro alle esigenze dei turisti? «L’associazione è molto attenta alla valorizzazione e alla cultura della qualità, affinché, nel confronto con il turista, le sue aspettative trovino sempre, e in ogni settore, la risposta più soddisfacente». Come si può sintetizzare la filosofia che ha portato alla creazione dell’associazione e che ne guida l’attività? «Il motto che anima lo spirito dell’associazione è “le persone sono più importanti delle destinazioni”. È una filosofia importante poiché guarda alle donne, alle loro esigenze e necessità, anche a quelle che vanno oltre la vita lavoraNea • Maggio 2011

Crede che il settore del turismo sia strategico per la ripresa? «Assolutamente sì. L’associazione rappresenta, oggi, un’importante occasione per aprire continuamente momenti di confronto tra imprese, enti, istituzioni, altre associazioni e pubblica amministrazione per il sostegno e la promozione dell’iniziativa d’impresa “al femminile”, fornendo risposte concrete alle esigenze di una realtà lavorativa alle prese, oggi, con problemi e situazioni di un momento particolarmente difficile. Il turismo si consolida sempre più come una realtà fondamentale nel nostro paese, poiché esso è alla base di un cambiamento intenso e progressivo che coinvolge la nostra vita, la nostra cultura, la nostra economia. E il fatto di fare squadra aiuta a vincere». 241


Viaggi Silveria Colnago

Scoprire l’Italia

L’organizzazione di una vacanza personalizzata in Italia. I percorsi più classici accanto a nuovi e ricercati itinerari, alla scoperta di una Roma poco nota ai più. La parola a Silveria Colnago, tour operator della capitale di Salvatore Cavera

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l territorio e le città italiane, prima fra tutte la capitale, conservano con fierezza le prove della loro antichità. Segno ne sono i monumenti che, fin dai tempi dell’antica Roma, civiltà e dominazioni hanno eretto e che oggi compongono i tratti del volto unico dell’Italia. Un volto fatto di stratificazioni e accostamenti, di stili e dimensioni appartenenti ai diversi secoli della nostra storia e che oggi è possibile cogliere insieme in un unico colpo d’occhio, con uno sguardo che attraversa all’indietro le epoche e le riunisce in un conglomerato irripetibile. Di fronte a questo panorama così florido, l’approfondimento non può che essere selettivo e mirato, a meno di non avere a disposizione mesi o anni per le proprie vacanze. L’organizzazione è quindi fondamentale per cogliere al meglio almeno uno spicchio dell’enorme patrimonio artistico italiano. Per venire incontro a questa esigenza, Best Italy, società fondata da Silveria Colnago, si è specializzata nell’organizzazione di viaggi di gruppo in Italia e ha elaborato dei percorsi tematici. Dedicati, per esempio, alla Roma cristiana e a quella antica, ma anche alla Roma del cinema; percorsi sulle tracce di Goethe, altri dedicati alla Firenze letteraria o intitolati Serenata in gondola. In alternativa, è anche possibile richiedere l’organizzazione di un “viaggio su misura”. «Dedichiamo particolare attenzione nell’offrire un’assistenza personale e completa a tutti i nostri clienti. Tenendo in considerazione che ogni persona interpreta in modo personale il concetto di vacanza, facciamo il possibile per soddisfare ogni tipo di esigenza, dalla più semplice alla più raffinata. Vogliamo creare un viaggio o un evento che risponda perfettamente ai desideri e alla disponibilità, sia economica sia di tempo.Curiamo con la stessa attenzione gruppi turistici, religiosi e scolastici. Attualmente, per quel che riguarda la capitale, cresce la richiesta di escursioni inusuali alla scoperta di quella Roma fuori dalle consuete guide turistiche e dai percorsi ordinari. Per que-

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Silveria Colnago, titolare di Best Italy, insieme a due collaboratrici www.bestitalysrl.it

sto, oltre ai più classici tour che si organizzano per ogni città d’arte e a quelli enogastronomici, ci siamo specializzate nell’organizzazione di visite dentro questa Roma “segreta”». Grazie a uno staff attento alle offerte del mercato turistico, è sempre possibile trovare la soluzione ideale. «Per dare la massima assistenza, ogni singolo gruppo viene seguito dalla richiesta alla partenza da un unico operatore. In modo particolare per quel che riguarda Roma, possiamo anche offrire servizi per appuntamenti congressuali e convegni, sia in hotel sia in ville d’epoca o in vere e proprie sale riunioni; naturalmente, forniamo anche tutti i servizi connessi di ristorazione, noleggio auto, guide e assistenti plurilingue. Garantiamo l’elevata qualità di queste strutture e servizi poiché ne curiamo personalmente la scelta». Maggio 2011 • Nea


Progetto Donne e Futuro Cristina Rossello

Un progetto per le leader del futuro

Dai territori locali all’Europa, Cristina Rossello trae un primo bilancio del suo ambizioso Progetto Donne e Futuro. Un disegno che coinvolge le figure femminili più influenti della nostra economia, e che scommette sulle nuove generazioni di Carlo Sergi

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ual è il reale contributo femminile nel mondo delle professioni, delle arti e delle imprese? Qual è, in pratica, il valore aggiunto dell’universo donna per la nostra economia? Sono queste le domande poste alla base del Progetto Donne e Futuro, promosso dall’avvocato Cristina Rossello. «In tutto il mondo le donne stanno prendendo coscienza del proprio ruolo di soggetti che orientano e decidono la maggior parte dei consumi, oltre a costituire un immenso serbatoio di talenti nel mondo del lavoro» spiega Cristina Rossello la quale, attraverso questa iniziativa, vuole rimarcare la necessità di far percepire, nella società tutta, il peso che le donne rivestono, riflettendo sui risultati ottenuti in passato e ponendosi nuovi obiettivi per il futuro.

In cosa consiste il Progetto Donne e Futuro? «Così come è definito dalle parole che lo contraddistinguono, si tratta di un’iniziativa proiettata al futuro delle nuove generazioni femminili. Il progetto consiste nella promozione di un’attività di mentoring delle giovani generazioni. È un’occasione di ponderata riflessione sul contributo femminile nell’economia del Paese, preso atto del ruolo delle donne e della responsabilità che tale consapevolezza comporta. Vogliamo premiare giovani talenti che meritano l’opportunità di un inserimento rapido e facilitato nel mondo del lavoro, attraverso il riconoscimento di borse di studio e l’inizio di un percorso di tutoraggio». Cristina Rossello, insignita dal Sindaco di Milano Letizia Moratti e dall'Assessore Mariolina Moioli del premio per l'eccellenza e l'etica nella conduzione degli affari per la categoria della lettera "B " (Business) all' “Alfabeto delle Primedonne” di Milano, in occasione della giornata Internazionale della Donna l'8 marzo 2011 www.cristinarossello.it

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Dunque selezionate le eccellenze femminili nei vari settori economici e professionali? «Esattamente. Ciascuna di esse viene affidata a una madrina, figura rappresentativa ed esperta, individuata nel rispettivo campo di attività e capace di guidare e spronare le giovani premiate. L’obiettivo è riconoscerne e promuoverne il valore e il taMaggio 2011 • Nea


Alcune immagini del primo evento di Progetto Donne e Futuro tenutosi a Savona, il 25 settembre 2010. In alto le madrine Daniela Girardi Javarone, Marta Pulini, Maria Gloria Giani Pollastrini, Silvana Giacobini e le premiate Anna Delfino, Rebecca Falco, Veronica Piolini e Nadia Denurchis

L’avvocato delle imprese italiane Avvocato, esperta di diritto societario, bancario e dei valori mobiliari, Cristina Rossello è uno dei consulenti più apprezzati e riconosciuti nelle principali società quotate e imprese famigliari italiane. Assiste la sua clientela in materia giudiziale e stragiudiziale e segue i rapporti con l’Autorità Garante per Concorrenza e Mercato e con l’Autorità Garante per le Comunicazioni, con ConSob e con Banca d’Italia. Esperta di diritto dello sport, è stata anche docente al Corso di perfezionamento in Diritto Sportivo e Giustizia Sportiva dell'Università Statale di Milano. Autrice di libri e numerose pubblicazioni su riviste di diritto civile e commerciale, è membro di comitati scientifici e di reda-

lento specifici, attraverso l’individuazione dei migliori percorsi di immissione nel mondo del lavoro e delle più favorevoli opportunità di stage o di sbocchi professionali in un percorso di durata annuale».

Ma come è nata questa iniziativa? «L’ispirazione è giunta in occasione del conferimento di un premio internazionale, che mi è stato riconosciuto, nel corso del quale sono pervenuti a sorpresa i saluti della mia città natale per mezzo del Sindaco, del Vescovo, dei miei genitori e delle Suore dell’Ordine Religioso della prozia di mio padre. Il premio valorizzava i talenti e si è così tradotta in me l’idea di porre al centro dell’attenzione l’apporto femminile nel mondo del lavoro, insieme a un percorso di mentoring per giovani studentesse meritevoli, selezionate secondo stretti canoni meritocratici e valutazioni scolastiche di eccellenza, in virtù di criteri trasparenti».

zione di riviste e associazioni di diritto commerciale e di impresa. È consulente per Commissioni del Senato e della Camera dei Deputati cui ha partecipato con lavori preparatori di riforme legislative in materia di diritto civile, commerciale, societario e sportivo.

Nea • Maggio 2011

Come si struttura il Progetto? «Si articola in un evento con cadenza annuale e in altri intermedi, con cadenza quadrimestrale, in diverse città italiane. L’obiettivo è presentarlo dapprima regione per regione, per poi svilupparlo nelle singole province. In occasione degli eventi quadrimestrali vengono presentati i risultati del percorso

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Progetto Donne e Futuro Cristina Rossello

annuale intrapreso dalle premiate, coadiuvate dalle loro madrine nel delicato passaggio tra la scuola o l’università e il mondo del lavoro».

Il primo evento legato al Progetto Donne e Futuro si è tenuto proprio nella sua città natale, Savona. Quale riscontro avete ottenuto? «Questo evento ha riscosso così tanto favore che siamo stati invitati a presentarlo di lì a poco anche per la Regione Piemonte. A Savona, oltre al convegno, abbiamo organizzato anche un momento culturale, con la visita alla Pinacoteca Civica e, ovviamente, uno dedicato alla premiazione, che è avvenuto al Teatro Chiabrera».

Alcune delle madrine che hanno presenziato all’evento tenutosi il 2 maggio a Milano. Dall’alto, Lea Pericoli, Pina Amarelli, Cristina Finocchi, Liliana Cosi, Alida Catella, Barbara Stefanelli e Ilaria Branca

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Mentre in Piemonte, a Gennaio, cosa avete organizzato? «Abbiamo presentato, a Torino, i risultati del primo quadrimestre, nella splendida cornice del Circolo Ufficiali dell’Esercito. In tale occasione è stato presentato il libro che racchiude gli atti del convegno. Inoltre, al contributo femminile nelle professioni e nello sviluppo dell’economia si è aggiunto il tema di quando l’arte diventa impresa. Sempre in quell’occasione Progetto Donne e Futuro ha celebrato l’omaggio al 150° anno dell’Unità d’Italia con la presentazione del libro “Le italiane” promosso da Telefono Rosa». Dagli atti si evince come lei si basi sul progetto di Womenomics territoriale. «Esatto, per questo la presentazione dei risultati quadrimestrali è volutamente prevista in regioni diverse da quella Ligure, di partenza, al Maggio 2011 • Nea


in alto un'immagine del convegno torinese di Progetto Donne e Futuro. A fianco due immagini dell'evento tenutosi a Milano con la madrina Tiziana Rota e la premiata Aurora Di Sclafani

fine di presentare e amplificare al meglio Progetto Donne e Futuro, permettendo l’adozione del relativo modello anche in altre realtà locali. La risonanza e l’effetto tamtam della “rete rosa” ha peraltro già dato ulteriori frutti: la Womenomics territoriale è oggetto di attenzione da parte di altre regioni e importantissime città, anche straniere, hanno chiesto di presentarlo, offrendo sostegno, ospitalità e disponibilità. Tra queste figura Bruxelles, dove il 22 marzo 2011 ho presentato il Progetto al Parlamento Europeo. L’iniziativa ha trovato l’attenzione di tutte le europarlamentari. In quest’ottica l’assistente parlamentare Jessica Trombin ha presentato un progetto per l'Europa, proponendosi come madrina con l'obiettivo di permettere a una giovane studentessa di entrare in contatto con le dinamiche delle istituzioni europee».

Cosa determinerà il suo impegno? «La giovane studentessa potrà iniziare il suo percorso formativo, seguendo direttamente il tavolo dei lavori al Parlamento europeo, le discussioni in aula, le conferenze e le audizioni dei commissari europei, utilizzando gli strumenti di lavoro necessari per la redazioni di documenti ufficiali. Al fine di crescere professionalmente e in una realtà internazionale, la giovane studentessa potrà approfondire la conoscenza linguistica, visto che le lingue di lavoro sono l'inglese e il francese». A inizio Maggio Milano vi ha ospitato con un convegno dal titolo “Il contributo femminile nelle professioni e nello sviluppo dell’economia”. L’assessore Mariolina Moioli e il sindaco Letizia Moratti vi hanno volute a Palazzo Reale, a presentare il Progetto, dove hanno aperto i lavori con l’intenzione di sostenerlo con le forze di un’amministrazione pubblica aperta e concreta. «Milano e la Lombardia, con le loro realtà, le imprese e le industrie sul territorio, sono un simbolo per il paese. Il Progetto calza a pennello per Nea • Maggio 2011

tracciare la via della ripresa e indicare nuovi indirizzi strategici ai giovani per consolidare i loro percorsi di crescita e il loro inserimento nel mondo del lavoro. Io sono ligure ma mi sono trasferita a Milano, venticinque anni orsono, perché ho scelto questa città come base per l’inizio del mio percorso professionale. Da qui ho sempre avviato i miei progetti, i miei programmi, i miei sogni. Dall’esempio dei lombardi ho compreso come il primo valore dell’impresa sia quello sociale. Milano è la città che per nascita e destino è la più aperta alla vita e la più sensibile alle esigenze del mondo economico italiano».

Quale reazione ha suscitato nel sindaco Moratti e nell’assessore Moioli? «Hanno subito colto come il Progetto possa rivolgersi con duttilità al tessuto produttivo cittadino. A convincerle sono state la possibilità di inserimenti lavorativi in piccole e medie imprese, la cultura della valorizzazione dell’artigianalità, e l’ambizione di poter fare un programma per i giovani che possono trovare spazi anche in settori alternativi come l’arte. Ogni ragazza che si affaccia al mondo del lavoro viene sostenuta, guidata, aiutata, incoraggiata, ma mai sostituita dalla figura della madrina, solo così si può garantire un futuro alle prossime generazioni: infondendo loro il coraggio di ambire a un progetto lavorativo». 247


La conciliazione obbligatoria Antonietta Giannuzzi

Per una mediazione più equilibrata L’istituzione della mediazione civile racchiude al suo interno grandi potenzialità ma anche diversi punti critici. Elementi di continuità e diversità con la normativa in vigore in altri Paesi, secondo il parere dell’avvocato Antonietta Giannuzzi di Guido Puopolo

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entrata in vigore della cosiddetta media conciliazione obbligatoria, lo strumento giudiziario pensato per snellire la tempistica delle controversie civili e commerciali, non sembra mettere d’accordo tutte le parti in gioco. Dal 21 marzo scorso, infatti, per effetto della conversione in legge del d.lgs. 28/2011, il ricorso alla magistratura per alcune specifiche cause dovrà essere necessariamente preceduto dalla mediazione e, solo nell’ipotesi di un mancato accordo in questa sede, si potrà procedere con le consuete modalità. Nello specifico, l’Organismo Unitario dell’Avvocatura – OUA - chiede di rivedere proprio la norma che impone l’obbligatorietà della mediazione civile, e allo stesso tempo rivendica un maggior coinvolgimento degli appartenenti alla categoria forense nel procedimento, in quanto categoria professionale maggiormente competente in materia giuridica. L’avvocato Antonietta Giannuzzi analizza vantaggi e criticità della norma, anche in relazione alle esperienze sviluppate da altri sistemi giuridici internazionali.

Che conseguenze porterà, nel nostro ordinamento, l’introduzione della mediazione civile? «Il procedimento di mediazione civile, la cui mancata attivazione è sanzionata dalla declaratoria di improcedibilità della fase giudiziale, costituisce uno strumento alternativo di composizione dei conflitti. Riguarda la maggior parte delle materie controvertibili, dalle successioni ereditarie alle ipotesi di responsabilità medica, dalla locazione alla diffamazione a mezzo stampa. Da tutto ciò deriva che chiunque voglia far valere in giudizio i propri diritti è tenuto, previamente, a espletare il procedimento di mediazione civile. Occorre comunque rilevare che l’intento del legislatore di far fronte al cronico intasamento e alla conseguente lentezza dei tribunali italiani è senza dubbio encomiabile, e prende le mosse dalle esperienze già in atto in altri paesi, sia di common law che di civil law». Può fare un esempio a questo proposito? «Le procedure di conciliazione che si collocano al di fuori del processo non assumono in nessun ordinamento, tranne in casi di scarsa valenza, il carattere della obbligatorietà. In Inghilterra, ad esempio, con la riforma del processo civile del 1998, entrata in vigore nel 1999, sono stati introdotti i pre action protocols, ipotesi di mediazione che prescindono da un intervento conciliativo di una parte terza in senso stretto, e del giudice in particolare. Con questi protocolli si voleva promuove e favorire lo scambio di informazioni tra le parti, anticipando la preparazione del caso da parte degli avvocati. Tuttavia tale

L’avvocato Antonietta Giannuzzi esercita a Roma giannuzzi@mclink.it

Maggio 2011 • Nea


IL PROCEDIMENTO DI MEDIAZIONE CIVILE RIGUARDA LA MAGGIOR PARTE DELLE MATERIE CONTROVERTIBILI, DALLE SUCCESSIONI EREDITARIE ALLE IPOTESI DI RESPONSABILITÀ MEDICA, DALLA LOCAZIONE ALLA DIFFAMAZIONE A MEZZO STAMPA strumento non ha ricevuto l’adesione attesa da parte dei soggetti interessati. Questo perché le parti chiamate a trovare un accordo, piuttosto che rivolgersi a enti “esterni”, preferiscono ricorrere alla mediazione all’interno del processo - Court annexed - imperniata sui poteri decisori, conciliativi e soprattutto manageriali del giudice». Cosa prevede, invece, la normativa italiana? «In Italia è stata introdotta, come detto, una conciliazione obbligatoria stragiudiziale che, tuttavia, richiede un controllo ex post da parte del giudice. Quest’ultimo, infatti, potrà sanzionare con la condanna alle spese la parte del processo che, pur vittoriosa, non abbia inteso accettare la proposta conciliativa. Si tratta, con tutta evidenza, di una soluzione ibrida, che per queste ragioni ha visto diffidenti sia la maggior parte degli Ordini degli Avvocati italiani, sia le associazioni dei consumatori. Questa diffidenza ha assunto connotazioni tali da indurre l’Organismo Unitario dell’Avvocatura a presentare ricorso al Tar del Lazio contro il regolamento attuativo sulla mediaconciliazione. Il Tar, a sua volta, confermando le preoccupazioni dell’OUA, ha rimesso alla Corte Costituzionale il giudizio sulla legittimità del provvediNea • Maggio 2011

mento in questione, a testimonianza di un quadro normativo con diverse criticità». Secondo la sua esperienza, come si dovrebbe intervenire per garantire una maggior tutela dei cittadini? «L’obbligatorietà della mediazione comporta anche delle spese per i fruitori del servizio. Ci sono infatti costi da sostenere per richiedere la conciliazione, che non vengono ammortizzati nel corso del processo, dal momento che all’instaurazione del contenzioso l’istante dovrà versare il contributo unificato. Inoltre l’inesistenza di qualsivoglia vincolo in ordine alla competenza territoriale, una crescita incontrollata di forme private di conciliazione e mediazione offerte da enti e associazioni privati, su base tendenzialmente concorrenziale e in assenza di qualunque connessione con il processo giurisdizionale, non lasciano ben sperare in ordine alla riuscita della mediazione civile come strumento deflattivo. Meglio sarebbe stato, invece, potenziare il ruolo del giudice e munirlo di poteri, anche coercitivi o sanzionatori in ordine ad una conciliazione, garantendo così, in primo luogo, il diritto del cittadino ad essere giudicato da un giudice naturale». 249


Mediazione Graziella Ausiello

“Il peggior accordo è più vantaggioso della miglior sentenza” Quali sono le principali controversie che la figura del mediatore deve affrontare? Il focus dell’avvocato Graziella Ausiello a due mesi dall’introduzione di questa nuova figura professionale di Nicoletta Bucciarelli

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l fine di decongestionare il sistema della giustizia civile, spesso rallentata dall’eccessiva durata dei processi, dal marzo 2011 è stata introdotta la figura del mediatore. Una procedura, quella della mediazione, che deve svolgersi e concludersi nel termine di quattro mesi anche in caso di ricorso ad esperti e a consulenti tecnici. Una maggior immediatezza per il cittadino «che renderà il contraddittorio senz’altro più puntuale ed efficace». Ne parliamo con l’avvocato Graziella Ausiello dello Studio Ausiello di Napoli. Quali saranno i vantaggi per i cittadini nel potersi rivolgere alla figura del mediatore? «Il maggior vantaggio è costituito dalla possibilità di ottenere in termini assolutamente brevi e con un costo sensibilmente inferiore a quello di una

procedura giudiziaria il riconoscimento di un diritto o di una pretesa; di veder risolta una questione o una contestazione che impedisca la fisiologica evoluzione di un rapporto recuperando, ad esempio, relazioni commerciali o di lavoro che dal protrarsi del conflitto giudiziario sarebbero irrimediabilmente compromesse». Quali sono i principali tipi di controversie che la figura del mediatore si trova ad affrontare? «Il mediatore affronterà controversie in materia di condominio, diritti reali, divisioni, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazioni, comodato, affitto d’azienda, risarcimento danni da circolazione, responsabilità medica, diffamazione a mezzo stampa, contratti assicurativi, bancari e finanziari». Qual è l’attitudine del cittadino di fronte a questa nuova figura professionale? «Si rileva invero una diffusa conoscenza, sia pure superficiale, e un’attenzione del cittadino alla nuova figura del mediatore sia come opportunità per dirimere i conflitti sia come nuovo sbocco professionale. Quest’ultimo aspetto purtroppo sposta l’attenzione dell’utente dall’obiettivo e dal principio informatore della legge che è quello di fornire una risposta alla domanda di giustizia più immediata e meno onerosa».

L’avvocato Graziella Ausiello esercita la professione forense a Napoli studioausiello@libero.it

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Da esperta del settore, ha già potuto riscontrare dei benefici dall’introduzione della figura del mediatore? «Non è ancora possibile valutare gli effetti della nuova legge, entrata in vigore soltanto lo scorso mese di marzo. Peraltro le eccezioni di incostituzionalità della legge sollevate e non ancora risolte avevano indotto la convinzione di un ulteriore slittamento della operatività che è stato invece stabilito soltanto Maggio 2011 • Nea


IL MEDIATORE AFFRONTERÀ CONTROVERSIE IN MATERIA DI CONDOMINIO, DIRITTI REALI, DIVISIONI, SUCCESSIONI EREDITARIE, PATTI DI FAMIGLIA, LOCAZIONI, COMODATO, RISARCIMENTO DANNI DA CIRCOLAZIONE, RESPONSABILITÀ MEDICA, DIFFAMAZIONE A MEZZO STAMPA, CONTRATTI ASSICURATIVI, BANCARI E FINANZIARI per le cause relative ai danni da circolazione e alle controversie in materia condominiale che congestionano non poco gli uffici giudiziari». Come vede, a lungo termine, gli effetti di questa nuova figura nel mondo dell’avvocatura? «L’avvocatura ha manifestato diffidenza e perplessità nei confronti della nuova figura del mediatore. Lungi dall’arroccarsi in difese corporativistiche, gli avvocati, consapevoli del loro ruolo istituzionale, ritengono imprescindibile un’assistenza qualificata per chi agisce per il riconoscimento di un proprio diritto. Peraltro l’avvocato è intimamente ed essenzialmente mediatore di diritto giacché l’interesse dell’assistito si realizza compiutamente e spesso anche più efficacemente nella soluzione del conflitto che può essere raggiunta evitando o conciliando un procedimento giudiziario. Un vecchio adagio recita che il peggior accordo è più vantaggioso della miglior sentenza. La previsione che la funzione di mediatore possa essere esercitata dalle più diverse competenze professionali induce fondatamente la perplessità che il processo mediativo possa essere compromesso dalla mancata conoscenza delle norme sostanziali e Nea • Maggio 2011

processuali che regolerebbero l’eventuale successivo procedimento giudiziario. Inoltre, il ricorso alla mediazione, risulterà efficace quando il processo sarà conforme all’esigenza e ai tempi della domanda di giustizia del cittadino, oggi mortificato nel riconoscimento dei propri diritti a motivo delle note disfunzioni. Le riforme volute dall’avvocatura sono quindi imprescindibili. «Certamente. La prassi confermerà non solo l’esigenza dell’ineludibile assistenza legale nel corso del procedimento mediativo, ma altresì la necessità della competenza giuridica e giudiziaria del mediatore proprio perché risulti efficace la sua funzione istituzionale. Gli avvocati per primi hanno pertanto individuato tali lacune e tali esigenze che potrebbero attualmente ridurre il ricorso alla mediazione a una mera condizione di procedibilità dell’imprescindibile procedimento giudiziario successivo, vanificando così una formidabile opportunità per rispondere all’esigenza di giustizia dei cittadini in modo più puntuale e conforme ai tempi e alle diverse legislazioni. Pertanto l’avvocatura rimarrà senz’altro artefice e protagonista del riconoscimento e della tutela del diritto». 251


La mediazione Renata Marzano

Verso la riduzione del contenzioso

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ediare deriva dal latino “medius”, colui che è nel mezzo. Quando ad essere nel mezzo tra due parti avverse è un mediatore, la situazione potrebbe però risolversi in modo positivo. Da marzo 2011 è stata introdotta la figura del mediatore. «Chi intende esercitare in giudizio un’azione prevista nell’art. 5 del decreto legislativo 28/2010, -afferma l’avvocato Renata Marzanodeve prima esperire il procedimento di mediazione che è un’attività svolta da un terzo imparziale finalizzata ad assistere i soggetti nella ricerca di un accordo per la composizione della vertenza».

Nella mediazione permangono i vantaggi dell’assistenza da parte di un legale? «Come avvocato e come mediatore facente parte dell’organismo di Mediazione Forense del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma posso testimoniare che nella mediazione l’assistenza di un legale rappresenta un valore aggiunto, atteso che l’esperienza del professionista è di ausilio nella ricerca della conciliazione. Anche al di fuori della mediazione è utile per il soggetto rivolgersi in via preventiva a un avvocato al fine di evitare l’insorgere di problemi e trovare con il suo aiuto una soluzione alla conflittualità». L’introduzione della figura del mediatore, a suo avviso, renderà possibile l’introduzione di un nuovo concetto di avvocato? «L’avvocato dovrà adeguarsi ai criteri della mediazione; in particolare, dovrà aiutare l’assistito a superare i pregiudizi al fine di ricercare un nuovo e migliore assetto dei suoi interessi. La mediazione fa emergere anche una più completa rappresentazione della figura dell’avvocato e della sua professionalità avente il fine di evitare il radicamento di azioni giudiziarie mediante la negoziazione da svolgersi dinanzi ad un terzo equidistante rispetto alle parti, privo di pregiudizi e di interessi in riferimento all’esito del procedimento». Considerata la sua esperienza, il cittadino è stato adeguatamente aggiornato ed è a conoscenza della neo introdotta figura del mediatore? «La norma è entrata in vigore senza un’adeguata presentazione e il cittadino ne sta 252

I vantaggi che emergeranno dall’introduzione della figura del mediatore dalle parole dell’avvocato Renata Marzano. Uno strumento che offre alle parti la possibilità di una soluzione immediata delle loro controversie perché «la mediazione non potrà avere una durata superiore ai quattro mesi» di Nicoletta Bucciarelli

L’avvocato Renata Marzano esercita la professione forense a Roma www.studioavvocatiroma.it

prendendo conoscenza molto lentamente. Questo avviene quando ci si rivolge ad un legale il quale ha l’obbligo di rendere edotto il cliente dei principi ispiratori dell’istituto della mediazione. Va aggiunto poi che il cittadino che si rivolge all’istituto della mediazione viene garantito dal vincolo della riservatezza sulla documentazione depositata».

Quali saranno gli effetti dell’introduzione della mediazione? «Un volta che la norma sarà andata a regime e la Corte Costituzionale avrà deciso in merito alla sollevata eccezione di incostituzionalità le posizioni conflittuali potranno essere risolte in tempi brevi con l’intervenuta conciliazione anche grazie alla collaborazione degli avvocati. Ciò comporterà, di conseguenza, una drastica riduzione del contenzioso giudiziario». Maggio 2011 • Nea


La mediazione Mariantonietta Miccoli

Superiamo la paura che rende ostili alla mediazione La mediazione obbligatoria è un’importante novità nello sconfortante scenario che offre oggi la giustizia italiana. Mariantonietta Miccoli ne parla e prova a immaginare in che modo essa cambierà l’avvocatura di Francesco Bevilacqua

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a lentezza della giustizia è il vero male che affligge la società italiana. Le imprese sono in fuga verso paesi ove la risoluzione delle controversie è garantita in tempi ragionevoli e la conflittualità è ridotta. Tale fenomeno ho potuto osservarlo con la diretta esperienza maturata presso lo studio di mio padre che tra i primi in Italia si è rivolto alla Corte Europea dei Diritti Dell’Uomo di Strasburgo, che ha censurato il sistema processual-civilistico italiano inidoneo a risolvere i problemi della giustizia». Così esordisce l’avvocato Mariantonietta Miccoli, Presidente dell’Associazione Nazionale Gestione Conflitti.

La riforma processuale varata dal Governo con l’introduzione del Dlgs. N.28/2010 potrà attenuare la crisi giudiziaria? «L’adozione della mediazione obbligatoria contribuirà certamente a deflazionare i processi favorendo in tal modo lo sviluppo dell’economia e quindi l’interesse delle aziende a operare nel territorio. Ritengo tuttavia che un ruolo fondamentale l’avrà l’avvocatura che allo stato attuale ha criticato la sua applicazione. Invece la mediazione va vista fuori da un’ottica corporativa, perché è fondamentale comprenderne l’utilità e la convenienza».

strutture e noti professionisti che garantiscono qualità, indipendenza e imparzialità. L’obiettivo è offrire un prodotto di alta qualità professionale e tecnica avvalendosi di sofisticati strumenti che possono consentire l’esercizio della mediazione anche in sedi differenti e lontane in contemporanea grazie all’utilizzo della videoconferenza. Ma la preparazione dei mediatori è la nostra forza. Alla distanza la qualità paga e sarà presto chiaro che competenza, professionalità e indipendenza sono fondamentali per lo svolgimento della mediazione».

Vi è pericolo che tale istituto possa subire condizionamento da organismi qualitativamente non validi? «È proprio su questo punto che il TAR Lazio e l’avvocatura hanno mosso le critiche più ragionevoli. L’utente quindi non dovrà fermarsi alla facciata ma guardare all’interno di ogni organizzazione prima di fare la sua scelta».

Cosa vuole dire all’avvocatura? «Come avvocato, dico che dobbiamo superare la paura irrazionale che ci rende ostili alla mediazione. Da anni questo istituto è praL’avvocato Mariantonietta Miccoli, ticato con successo in America e in tutta presidente dell’Associazione Europa. La nostra professione acquisterà Nazionale Gestione Conflitti www.angec.it qualità perché l’effetto deflattivo consentirà agli avvocati e ai magistrati di prestare Che cos’è l’ANGEC? «È un organismo di mediazione e più attenzione ai problemi seri e alle questioni giudiziaformazione accreditato presso il Ministero della Giustizia rie che finiranno dinanzi alla giurisdizione. Il nostro con sede legale in Reggio Calabria. È il primo organismo ruolo è trasformato, non eliminato, poiché fino qualche privato accreditato in Calabria, con sedi operative in tutta tempo fa l’avvocato si era formato in quel processo, in Italia. Ha formato centinaia di mediatori in Italia avvalen- quel sistema di risoluzione delle controversie che è divedosi di docenti universitari e avvocati specializzati nel set- nuto nel tempo inidoneo a garantire ai cittadini una giutore. Anche nel campo delle mediazioni si avvale di valide stizia rapida ed effettiva». 254

Maggio 2011 • Nea


Gestione d’impresa Barbara Di Lelio

Le nuove esigenze del “mondo impresa”

Oltre la gestione contabile e fiscale affidata ai commercialisti, i piccoli e medi imprenditori hanno aperto gli occhi sulla necessità di poter contare anche su specifiche competenze legali. Barbara Di Lelio fotografa i principali aspetti del ruolo dell’avvocato nei rapporti imprenditoriali di Giulio Conti

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ai come negli ultimi anni, le piccole e medie imprese necessitano di un’assistenza legale continua, nel planning e nella pratica quotidiana; la congiuntura economica ha selezionato e continua a determinare le sorti di quelle che riescono a reggerne l’urto e di quelle che, al contrario, finiscono soccombendo agli effetti. «I piccoli e medi imprenditori si rendono conto che, per rimanere sul mercato occorre “cambiar pelle” alle loro aziende». Ad aiutarli nell’intento, l’avvocato Barbara Di Lelio, esperta in diritto commerciale e societario, collabora per una quanto più efficace gestione d’impresa, seguendone tutte le dinamiche interne ed esterne.

L’avvocato Barbara Di Lelio esercita la professione forense a Roma avv.dilelio@studiolegaledilelio.it

In che modo gli imprenditori stanno “cambiando pelle” alle loro aziende? «Adeguando le organizzazioni aziendali alle nuove esigenze dettate dal “mondo impresa”. Per adattarsi ai tempi che corrono non è più sufficiente l’ausilio del commercialista, attento solo all’aspetto contabile e fiscale, ma occorre una sinergia di competenze, tra le quali quella dell’avvocato, con l’ausilio del quale vengono, ormai sempre più spesso, assunte le determinazioni più importanti per la gestione dell’impresa».

perano i 50 dipendenti: il loro rapporto con il datore di lavoro, soprattutto quando consolidato negli anni, è diretto e personale. Posso inoltre dare atto che i lavoratori sono consapevoli e partecipi delle difficoltà del momento, disponibili a modifiche del rapporto di lavoro, acconsentendo anche a una riduzione dell’orario lavorativo purché sia loro garantita la prosecuzione dell’attività aziendale e quindi la continuità del rapporto. Di fatto, nessuna delle aziende che assisto ha avuto necessità di procedere a licenziamenti».

Quali sono le principali problematiche esposte dai suoi assistiti? «Innanzitutto la notevole compressione dei margini del ricavo economico che induce a contenere le spese aziendali senza però dover sacrificare il valore della competitività garantito dagli investimenti; l’eccessiva burocrazia e la lentezza e l’incertezza dei rapporti con le Pa; e l’esigenza di mantenere un costante e proficuo dialogo con le banche che, alla stretta di Basilea 3, finanziano le imprese con massimo scrupolo nella concessione di credito e la successiva fase del recupero».

In quali situazioni aziendali il ruolo del mediatore diviene imprescindibile? «Nell’ambito stragiudiziale si tratta di contemperare al meglio le contrapposte esigenze cercando di prevenire e/o di comporre i dissidi che possono sorgere innanzitutto all’interno della stessa compagine societaria quando, ad esempio, occorre assumere decisioni che possono stravolgere la struttura aziendale mantenuta per decenni; oppure, nelle imprese familiari, quando vi sono avvicendamenti generazionali o generalmente, quando sorgono contrasti tra datori di lavoro e lavoratori per l’esigenza di ridimensionamento del personale. Il riuscire a mediare con la reciproca soddisfazione delle parti interessate, è l’aspetto che più mi gratifica della professione».

Come la crisi ha cambiato il rapporto tra dipendenti e datori di lavoro? «Le aziende delle quali mi occupo non su256

Maggio 2011 • Nea


Giuslavoro Paola Cerullo

Rapporti sinergici tra legale e impresa Per ogni realtà imprenditoriale, il coinvolgimento di un giuslavorista nella gestione del personale si rivela un prezioso strumento. Perché, come spiega l’avvocato Paola Cerullo, consente di prevenire il contenzioso e di realizzare una più efficace difesa in caso di vertenza giudiziaria di Giulio Conti

«L

a normativa del lavoro, come e più di altre branche del diritto, si caratterizza per una continua evoluzione, per il coinvolgimento e la connessione con altre materie, prime fra tutte la sicurezza e salute sul lavoro e la privacy, e per l’esistenza di rigidi termini e formalità la cui inosservanza può comportare, a prescindere dal merito della questione, nullità e inefficacia di atti datoriali». L’incipit dell’avvocato Paola Cerullo, esperta in diritto del lavoro e socio dell’AGI, Avvocati Giuslavoristi Italiani, annuncia un resoconto sul ruolo dei legali interni alle realtà imprenditoriali italiane. Soprattutto per le imprese medio-piccole che non possono vantare un responsabile delle risorse umane interno, la costante collaborazione e il coinvolgimento di un legale giuslavorista nella gestione del personale si rivela un prezioso strumento. «Da un lato l’azienda riceve un valido supporto

L’avvocato Paola Cerullo, giuslavorista, esercita la professione forense a Milano p.cerullo@studiolegalecerullo.it

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per la trattazione delle varie problematiche sin dal loro primo verificarsi; dall’altro il legale riesce così a entrare “nelle maglie” dell’azienda, a comprenderne a fondo le dinamiche, le caratteristiche esigenze e le strategie, che può improntare dei necessari requisiti di legittimità ed efficacia». Questa sinergia si rileva utilissima sia per prevenire alla radice il contenzioso, sia per una più efficace difesa in caso di vertenza giudiziaria. «Nelle imprese le controversie proliferano, più spesso di quanto si reputi per non conoscenza o travisamento degli esatti precetti di legge – afferma l’avvocato Cerullo –. Tipici esempi sono il licenziamento per “giusta causa”, sovente fonte di equivoco quanto al reale significato ma soprattutto alle modalità di intimazione laddove abbia natura ontologicamente disciplinare, e l’obbligo di “repechage”, ossia d’offerta di soluzione occupazionale alternativa in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo». Il rapporto di collaborazione impresa-giuslavorista, laddove consolidato, può comportare un risparmio di spesa, visto che i costi del contenzioso in materia di lavoro pesano sui bilanci delle imprese, nonché la possibilità di pianificare e formalizzare procedure interne che semplifichino l’organizzazione e certifichino l’adozione di regole certe e codificate. «Si tratta di un’operazione di “trasparenza” che giova all’immagine aziendale e tutela altresì i lavoratori, rendendoli edotti, in via preventiva e indiscriminata, di loro diritti e obblighi». Ogni azienda è composta anzitutto da uomini e donne così che il fattore risorse umane è condizionante per la sua vita e il suo successo. «La gestione consapevole e corretta del personale previene gli errori, attenua gli scontri e favorisce la serenità dell’ambiente di lavoro – asserisce Cerullo –, incentivando i lavoratori a riconoscersi parte essenziale di un sistema aziendale la cui buona riuscita non può prescindere dal loro fondamentale supporto». Maggio 2011 • Nea


Diritto civile e societario Mariangela Petullà

L’immagine dell’avvocato si rinnova

Cambia il mondo dell’avvocatura e cambiano i servizi che gli studi legali devono essere in grado di fornire, sempre più specializzati e ritagliati sulle esigenze degli assistiti. Il punto di Mariangela Petullà di Erika Facciolla

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n un contesto sociale, economico e culturale in constante evoluzione, alcune delle figure professionali più sensibili a tali cambiamenti sono gli avvocati, chiamati, oggi più che mai, a rispondere alle esigenze di una clientela eterogenea che chiede risposte specifiche a specifiche esigenze. Siamo di fronte a un processo di generale rinnovamento, in cui l’avvocatura deve reinventarsi e sdoganarsi da retaggi giuridici e culturali che oggi appaiono addirittura anacronistici. L’avvocato diventa un

professionista in grado di fornire prestazioni legali varie, e con esso gli studi legali sono sempre più orientati alla creazione di servizi ‘su misura’. Ne è convinta Mariangela Petullà, avvocato di Reggio Calabria specializzata in diritto civile e societario. Il suo studio legale è in grado di offrire assistenza sia in ambito giudiziale che stragiudiziale, coprendo aree afferenti al diritto di famiglia, amministrativo fino al diritto penale.

Quali sono le principali criticità che si rilevano attualmente nello svolgimento dell’attività legale? «Le criticità incontrate sono le più disparate a partire da un sistema di giustizia palesemente in crisi. Nel corso del tempo, assecondando l’esigenza di un mercato in lenta, ma costante evoluzione, ho avuto modo di seguire una clientela estremamente disomogenea. Il mercato legale sembra, almeno nel sud Italia, ancora connotato da una forte dicotomia: da una lato, una costante crescita di una domanda di servizi legali specializzati, dall’altra, una concreta difficoltà ad interfacciarsi con un’unica tipologia di cliente». Che fare, allora, in un mercato come detto ancora in evoluzione e non allineato ai tempi? «Scartata l’ipotesi di un avvocato tutto fare, è compito del legale affrontare la domanda di giustizia dell’utente. Ben venga in tal senso la predisposizione di servizi di natura prettamente stragiudiziale che dà seguito all’esperienza maturata in materia di ADR nel corso di uno sforzo deflattivo dei contenziosi, sviluppato in via autonoma dall’avvocatura».

L’avvocato Mariangela Petullà esercita a Reggio Calabria avv.petulla@alice.it

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Quali sono, in tal senso le responsabilità specifiche dell’avvocato? «Da un lato, ricade sull’avvocato l’onere di incentivare e informare la clientela circa la fruibilità di una via alternativa, più rapida rispetto alla tradizionale; dall’altra, l’acquisizione di una serie di competenze e capacità, in capo a ciascun professionista dello studio, in Maggio 2011 • Nea


modo da poter seguire il cliente nel suo percorso commerciale-lavorativo, garantendo tutta l’assistenza e il servizio legale sia in sede giudiziale che stragiudiziale: la strada da perseguire diventa quella di fornire servizi ad ampio spettro».

Si va verso un servizio ‘su misura’? «Se è vero che la domanda di servizi legali è sempre più indirizzata ad un aspetto specifico, è anche vero che il cliente ha necessità di essere seguito, supportato e accompagnato nei vari aspetti della sua attività e non solo nel contenzioso. Sulla scorta del più tradizionale made in Italy, ciò che anche in sede di servizi legali è utile fare consiste in un vero e proprio servizio su misura, vale a dire costruito, ritagliato sulle peculiari caratteristiche e richieste dell’assistito».

IN UN MONDO LEGALE TUTT’ALTRO CHE STATICO, MA PER SUA PECULIARE NATURA IN CONTINUA EVOLUZIONE E CAMBIAMENTO, LA FIGURA DELL’AVVOCATO STRETTO AI CODICI E ALLE AULE DI TRIBUNALE, È ORMAI UNA FIGURA D’ALTRI TEMPI

Quali sono le implicazioni pratiche di un simile approccio? «Strutturare uno studio legale come soggetto fornitore di servizi non è di per sé una novità. Oggi tale aspetto va coniugato con un mercato che ha incontrato i risvolti di una crisi velenosa, che fonda le sue radici nelle contraddizioni del tessuto economico italiano. Ecco perché il quid pluris di un moderno studio legale deve essere la capacità di fornire servizi tagliati su misura. Ciò lo si può ottenere con una risposta specialistica e con un’adeguata copertura del territorio».

Quali sono gli ambiti di afferenza in cui la sua esperienza affonda? «La mia specializzazione mi ha portato ad orientarmi nel ramo del diritto civile e nel sottoinsieme delle problematiche societarie. Insieme alle temaNea • Maggio 2011

tiche civilistiche, altro aspetto che curo personalmente è quello del fase contenziosa e pre-contenziosa».

Ci si avvia, dunque, verso una rinnovata immagine dell’avvocato. «In un mondo legale tutt’altro che statico, ma per sua peculiare natura in continua evoluzione e cambiamento, la figura dell’avvocato stretto ai codici e alle aule di tribunale, è ormai una figura d’altri tempi. Oggi, è un professionista chiamato dalla società a fornire una serie di servizi legali, ma anche precise risposte, in un contesto che pone sistematicamente novità in cui l’avvocatura è la vera protagonista». 261


Diritto industriale e intellettuale Paola Tarchini

Gli sviluppi della proprietà industriale Per le implicazioni economiche che sottende, è una delle materie in più rapida evoluzione. Con l’avvocato Paola Tarchini, parliamo di diritto industriale e intellettuale di Nicoletta Bucciarelli

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n Italia sono state istituite, presso dodici Tribunali e Corti d’Appello, le sezioni specializzate in materia di proprietà intellettuale e industriale che si occupano, in modo esclusivo, della tutela di questi diritti» sottolinea l’avvocato Paola Tarchini, dello studio Sena e Tarchini di Milano, fondato dal professore Giuseppe Sena, studio che rappresenta le più importanti imprese in ciascuno dei rispettivi settori della proprietà intellettuale, industriale e in ambito commerciale. Con l’avvocato Tarchini parliamo di come si è evoluto il diritto industriale e intellettuale anche a seguito delle modifiche del 2 settembre 2010 apportate al Codice di proprietà industriale.

tiva si sono già potuti verificare in sede giudiziaria, attraverso la concessione di misure cautelari che hanno tutelato le imprese “creatrici” di queste opere dell’ingegno».

Per quanto riguarda i brevetti? «I brevetti per invenzione industriale rappresentano un aspetto apparentemente distinto, ma che sempre rientra nella tutela della attività intellettuale. In questo ambito il mio studio opera da decenni nei più disparati settori: dalla meccanica alla chimica, dalla farmaceutica alla biotecnologia».

In una società “globalizzata”, come quella odierna, e considerando soprattutto il “potere” del web, in che modo tale mezzo di diffusione ha Parlando di diritto industriale quali L’avvocato Paola Tarchini esercita inciso nel suo settore? «È evidente sono i settori più importanti?«Il di- la professione forense presso lo Studio Legale Sena e Tarchini di Milano che la pubblicizzazione, la commerciaritto industriale comprende diverse ma- senatarchini@senatarchini.com lizzazione e la circolazione in internet terie, tutte collegate all’attività creativa, di prodotti contraddistinti da marchi, o intellettuale. Rientrano nella materia gli aspetti più rileha imposto agli imprenditori un più attento controllo e una vanti della moda, del design e dei problemi relativi alla tumaggiore attenzione ai fenomeni di contraffazione che astela di tali creazioni; in particolare, poi, la difesa dei marchi sumono aspetti a volte palesemente illeciti e altre volte al lie del made in Italy, hanno acquistato un’importanza sempre mite della liceità. Mi riferisco, in particolare, alla maggiore. Da un punto di vista più tecnico, posso aggiun- commercializzazione via internet di prodotti originali, sfrutgere che la tutela di queste creazioni e dei loro marchi si rea- tando tuttavia in modo abnorme il marchio del titolare, così lizza tanto davanti ai Giudici nazionali, quanto a livello da far ritenere al consumatore che il terzo rientri nella rete comunitario. Va inoltre sottolineata la recente tutela confe- dei distributori ufficiali del titolare, senza però offrire alrita dal diritto d’autore al design. Si è trattato, per il nostro l’utente quelle garanzie date solo con l’acquisto del prodotto paese, di un lungo percorso, che si è finalmente concluso originale. I nostri Tribunali specializzati tuttavia, sono percon il pieno riconoscimento del diritto d’autore a quelle fettamente consci del problema, e si sono già espressi in teropere che la giurisprudenza italiana tutelava solo se registrate mini di tutela in modo equilibrato e soddisfacente, anche come disegno o modello. Gli effetti di tale recente norma- nell’ambito delle relative sanzioni». 262

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Privacy Alessandra Zabotto

I rischi di violazione della privacy nell’era del web Nuove tecnologie informatiche, sistemi di comunicazione integrati, social network e web: i rischi a cui la privacy è esposta si moltiplicano. La risposta della giurisprudenza illustrata da Alessandra Zabotto di Erika Facciolla

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a tutela della privacy è uno dei temi più scottanti che la giurisprudenza moderna è chiamata ad affrontare, in un’epoca in cui qualsiasi informazione è preda delle moderne tecnologie di comunicazione telematiche. Il web, con i suoi social network, blog e community, è il luogo dove l’identità della persona può essere più facilmente violata e vittima di abusi. Occorre che l’attività giudiziaria segua di pari passo l’evoluzione sociale per meglio rispondere ai ‘rischi’ prodotti dalle nuove tecnologie. Alessandra Zabotto, avvocato penalista con una lunga esperienza in diritto civile e amministrativo, ha improntato la professione legale alla ricerca, all’approfondimento, alla cura per ogni caso: rappresentano questi i capisaldi dell’intensa attività di questa professionista che ci aiuta a far luce sull’evoluzione delle leggi a tutela dei cosiddetti ‘diritti della personalità’.

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Cosa vuol dire, oggi, tutelare la privacy dell’individuo? «La tutela della privacy, ovvero del diritto alla riservatezza, rappresenta, oggigiorno, un’esigenza inderogabile, visto l’enorme sviluppo delle tecnologie informatiche che permettono una diffusione in tempo reale di varie tipologie di dati. Di qui l’esigenza di regolamentare la materia, dettando precise regole disciplinanti la diffusione, la comunicazione e l’utilizzo di dati personali, al fine di tutelare la sfera più intima dell’individuo». Il diritto alla riservatezza è dunque il fulcro intorno al quale orientare l’attività giuridica. Quali sono le tappe evolutive che ha conosciuto questa materia? «Il diritto alla riservatezza rientra nei ‘diritti della personalità’. Il diritto in questione entra a far parte del nostro ordinamento positivo nel 1996, con la legge 675 (legge sulla priMaggio 2011 • Nea


L’avvocato Alessandra Zabotto, penalista, ha maturato una lunga esperienza nel diritto civile e amministrativo Esercita a Milano studio_zabotto@libero.it

In particolare, quali tipologie di dati sono contemplate da questo provvedimento? «I dati sensibili, i dati giudiziari e i cosiddetti dati ‘supersensibili’, in quanto coincidenti con la sfera più intima dell’individuo: sono questi i dati idonei a rilevare l'origine razziale ed etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o politiche lo stato di salute e la vita sessuale, ecc. ad esempio, sono oggetto di tutela anche i dati trattati con sistemi di localizzazione satellitare in quanto presentano rischi specifici per i diritti e le libertà fondamentali». Cosa si può fare di fronte a una violazione rientrante in una di queste casistiche? «Esistono varie forme di tutela. L’interessato può rivolgersi al Garante per ottenere una tutela amministrativa, oppure può proporre ricorso. Analogamente, si può ricorrere all’autorità giudiziaria ordinaria con ricorso, per tutte le controversie che riguardano l’applicazione delle disposizioni del codice».

vacy), che ha introdotto una tutela generalizzata della riservatezza. Grazie alle importanti indicazioni fornite dalla Corte Costituzionale, la giurisprudenza ha riconosciuto il diritto in parola come diritto autonomo di ogni individuo. Il più recente decreto legislativo n. 196/03 - codice in materia di protezione dei dati personali - ha conferito maggiore organicità, introducendo sanzioni anche di natura pecuniaria in caso di violazioni amministrative e civili, prevedendo specifiche ipotesi di reato».

Quali sono, dunque, i principi alla base di questo importante decreto? «Innanzitutto si stabilisce che ‘chiunque ha diritto alla protezione dei dati personali che lo riguardano’, dove per ‘dato personale’ si intende qualsiasi informazione relativa a persona fisica, persona giuridica, ente o associazione. Lo scopo è garantire che il trattamento dei dati personali si svolga nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, nonché della dignità dell'interessato, con particolare riferimento alla riservatezza, all'identità personale e al diritto alla protezione dei dati personali». Nea • Maggio 2011

Ci sono delle sentenze, in tal senso, che aiutano a comprendere meglio l’intento del legislatore? «Una recente sentenza del tribunale di Milano ha condannato un noto provider per trattamento illecito di dati personali per fini lucrosi. Sempre sul versante processuale, la Corte Suprema di Cassazione ha affrontato la questione dei limiti e delle modalità di anonimizzazione dei dati identificativi degli interessati nelle sentenze e negli altri provvedimenti giurisdizionali di ogni ordine e grado, introducendo il problema del bilanciamento tra l’interesse del soggetto interessato alla privacy e la massima trasparenza del fenomeno processuale». È possibile invocare una sorta di diritto all’essere dimenticati dopo un evento che ha richiamato l’attenzione dei media per molto tempo? «La giurisprudenza ha ammesso l’invocabilità del diritto alla riservatezza ogni qual volta non sussista l’esigenza dell’attualità della notizia. In pratica si afferma il diritto della persona a non restare esposta ai danni ulteriori che arreca al suo onore e alla sua reputazione la reiterata pubblicazione di una notizia divulgata in passato». 265


Il ruolo del legale Cristina Del Zoppo

La procedura d’indennizzo diretto

Il focus dell’avvocato Cristina Del Zoppo sulla “procedura di risarcimento diretto” a cinque anni dalla sua introduzione. Una norma che ha spesso portato il danneggiato «a dover valutare la congruità di un'offerta risarcitoria senza l'ausilio di un tecnico legale» di Nicoletta Bucciarelli

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n un periodo in cui il “sistema giustizia” è al centro di dibattiti e polemiche e a cinque anni dall'entrata in vigore del Codice delle Assicurazioni, decreto legislativo 07/09/2005 numero 209, con l’avvocato Cristina Del Zoppo parliamo degli sviluppi relativi all'introduzione della "procedura di risarcimento diretto". Una norma applicabile «solo nel caso di sinistri tra due veicoli a motore, identificati e assicurati, da cui siano derivati danni ai veicoli coinvolti e alle persone».

Dall’entrata in vigore del risarcimento diretto, a distanza di alcuni anni, quale resoconto è possibile indicare sul suo funzionamento e applicazione? «In via di L’avvocato Cristina Del Zoppo esercita la professione forense a Milano c.delzoppo@studiodelzoppo.com

approssimazione può ritenersi che non più del 60% sia stato gestito attraverso la procedura di risarcimento diretto. Questo per quanto riguarda l’applicazione. Per quanto attiene al funzionamento, intendendosi la gestione da parte dei servizi liquidativi delle compagnie di assicurazione, essa è quella tradizionale che passa attraverso l’accertamento delle responsabilità e dei danni. La compagnia che gestisce e liquida il danno al proprio assicurato deve poi rendere conto, nella sede prevista, della gestione effettuata alla compagnia “per conto della quale ha gestito e liquidato il sinistro”. Ne consegue che l'adozione della procedura d’indennizzo diretto incide solo in modo relativo sulle tempistiche di liquidazione del danno. L'impatto sul sistema giudiziario della riforma è stato, invece, almeno in un primo tempo, positivo, in quanto evidentemente il fatto di trattare con il proprio assicuratore ha favorito la definizione stragiudiziale dei danni, segnatamente dei danni alle cose».

Quali i vantaggi e le incongruenze rispetto alla precedente procedura CID? «Occorre sottolineare che chi si avvale della procedura di indennizzo diretto, deve rinunciare all'assistenza di un legale, il costo del quale, qualora interpellato, rimane a suo esclusivo carico, al contrario, invece, del consulente medico, il cui costo viene riconosciuto dalla compagnia. Ciò ha avuto come conseguenza una diminuzione dell’incidenza, su costi a carico delle compagnie, degli interventi legali e una maggiore celerità nella liquidazione dei danni alle cose. Il che peraltro, da un lato, non ha portato alcuna diminuzione nel costo della polizza, dall'altro ha diminuito la tutela del danneggiato che si trova a dover valutare la congruità di un'offerta risarcitoria senza l'ausilio di un tecnico legale cosa che, soprattutto in tema di danni alla persona, può presentare notevoli difficoltà». 266

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Come dovrebbe agire, a suo parere, il sistema giuridico italiano per ovviare ai tanti dubbi di costituzionalità, violazioni normative e di procedura dell’indennizzo diretto? «Quanto alle obiezioni di incostituzionalità della procedura, il nostro sistema giuridico è intervenuto sulla questione affermando ripetutamente che la procedura in argomento non costituisce e non rappresenta altro che un diritto-azione in più per il danneggiato che si aggiunge al diritto-azione di cui già precedentemente godeva. Se da un lato questo ha respinto l’eccezione di incostituzionalità dell’articolo 149, dall’altro ne ha negato in radice la obbligatorietà e l’esclusività dell’azione relativa, provvedendo a correggere e/o integrare il testo di legge in sede interpretativa. In altre parole le Supreme Corti, hanno mantenuto a favore del danneggiato la possibilità di rivolgersi per il risarcimento alla propria compagnia di assicurazione, accanto alla possibilità di agire nei confronti della compagnia del danneggiante». Quali cambiamenti ha subito il ruolo dell’avvocato nella richiesta di indennizzo? «Con la limitazione dell'intervento del legale nella procedura di indennizzo diretto, almeno nella sua prima fase, si è venuto a limitare non solo un elemento di garanzia e tutela del danneggiato, ma anche uno degli elementi maggiormente propulsivi nell'elaborazione del concetto stesso di danno risarcibile, concetto che negli anni è in continua evoluzione. Le sentenze di cui si è detto sopra, ridando dignità alle azioni di tutela concorrenti, hanno ridato spazio anche alla figura del legale nella sua accezione tradizionale. Certamente con la riforma si è persa un'occasione per valorizzare la figura dell'avvocato in chiave conciliativa, cosa che avrebbe favorito comunque l'alleggerimento del carico giudiziario, senza togliere la garanzia dell'assistenza legale al cittadino». Nea • Maggio 2011

CON LA RIFORMA SI È PERSA UN'OCCASIONE PER VALORIZZARE LA FIGURA DELL'AVVOCATO IN CHIAVE CONCILIATIVA, COSA CHE AVREBBE FAVORITO COMUNQUE L'ALLEGGERIMENTO DEL CARICO GIUDIZIARIO A seguito dell’introduzione del risarcimento diretto, vista la sua esperienza, sono diminuite le frodi assicurative? «Non risulta che l’introduzione della norma dell’articolo 149 abbia sortito l’effetto di ridurre le frodi assicurative, con ciò intendendosi le denunce di sinistri mai verificatisi o verificatisi con modalità ed effetti non conformi a verità». Potrebbe farci un resoconto della sua esperienza di avvocato e di donna all’interno di un settore così specialistico dato che si occupa di diritto bancario, leasing e diritto delle assicurazioni? «Se nel settore del diritto di cui mi occupo, in effetti, la presenza femminile è minoritaria, sia per quanto riguarda gli avvocati, sia per quanto riguarda gli interlocutori nelle aziende clienti, il fatto di essere donna non mi ha mai creato alcun tipo di ostacolo, né ho mai potuto percepire alcuna diffidenza o perplessità nei confronti della mia professionalità e competenza, per motivi legati al sesso. Anzi, credo che il fatto di avere a che fare con interlocutori particolarmente qualificati, giovi a eliminare qualsiasi tipo di pregiudizio. Semmai ho dovuto misurarmi con le difficoltà che nel nostro paese incontrano tutte le donne che hanno attività che le porta fuori casa per gran parte della giornata, cioè la carenza di infrastrutture che le supporti nella gestione della famiglia, e in particolar modo dei figli, situazione che certamente può costituire un handicap nei confronti dei colleghi maschi, a prescindere dal settore di attività». 267


Diritto di famiglia Grazia Cegna

La donna e il diritto di famiglia

Una posizione particolare per affermare l’uguaglianza dei diritti familiari, ultimamente pendente verso un favoreggiamento della donna. Il punto di vista dell’avvocato Grazia Cegna di Belinda Pagano

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e si considera la storia della giustizia italiana e del diritto di famiglia in particolare i diritti delle donne sono partiti da vere e proprie aberrazioni legislative nella determinazione del concetto di adulterio. Ovviamente bisogna rallegrarsi di avere raggiunto la tanto sperata parità, ma purtroppo questa situazione è andata decisamente oltre soprattutto in determinate situazioni familiari». Così inizia il suo discorso l’avvocato Grazia Cegna, sostenendo una posizione alternativa che può apparire in netto contrasto con le tendenze contemporanee. «Al giorno d’oggi infatti siamo arrivati all’eccesso contrario: la donna è troppo favorita, tale disparità di giudizio parte dall’interpretazione della Corte di Cassazione della normativa antecedente al 2006. L’ultima legge, la 54 del marzo 2006, stabilisce il pari diritto del padre e della madre di crescere e accudire i figli, il cosiddetto affido condiviso. Nel 99 per cento delle casistiche ad esempio, la casa, una volta coniugale, viene assegnata alla donna favorendola decisamente e mettendo in serie difficoltà i padri». Come fare, dunque, per avere più equilibrio? «Bisognerebbe sensibilizzare la donna che ha sì voluto la parità di diritti, ma che dovrebbe anche avere parità di doveri, specialmente se si tratta di madri considerate casalinghe». Lo studio Cegna, infatti, dal 1968 si occupa del diritto di famiglia soprattutto per clientela nobile e/o comunque con tradizioni ottocentesche in cui la donna non intende lavorare per sua scelta, sebbene successivamente alla separazione ne potesse nascere la necessità. In questo tipo di ambiente, è necessario, precisa l’avvocato Cegna, «distinguere fra la vera casalinga e una casalinga invece che viene definita tale perché non risulta lavoratrice ma che vuole conservare uno stile di vita elevato quale era quello antecedente alla separazione. È essenziale comprendere che, dove si devono creare giustamente due strutture adeguate al proseguimento della vita del singolo coniuge e alla crescita dei minori, il reddito di questi due nuovi nuclei non può cerL’avvocato Grazia Cegna, dell’omonimo studio romano sito in via Valtrompia 56

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LA DONNA DOVREBBE CERCARE DI COLMARE LE SUE ESIGENZE CON LE PROPRIE FORZE NON ADAGIANDOSI AL SOSTEGNO FORNITO DALLE SENTENZE DELLA CASSAZIONE tamente essere identico a quello antecedente e perciò nasce la necessità dell’apporto di entrambi i coniugi e della nuova interpretazione della S. C.». Una casistica di disparità che porta conseguenze inevitabili, tali da poter affermare che «purtroppo in alcuni ambienti il matrimonio è visto come un vero e proprio business. Bisognerebbe perciò raggiungere una certa maturità all’interno della coppia e la donna cercare così di colmare le sue esigenze con le proprie forze, non adagiandosi al sostegno fornito dalle sentenze della Cassazione che tutt’ora nonostante l’avvento della novella legge, continua a sostenere “un livello pari a quello precedente”. Vengono infatti emanate sentenze che risultano basate sull’interpretazione ormai obsoleta perché in contraddizione con la realtà oggettiva che si va creando dal 2006. È necessario quindi adeguarsi ai tempi in modo che non si producano danni permanenti, soprattutto nella crescita dei figli. I minori infatti sono le persone più danneggiate dal matrimonio-business. Il figlio, oltre a essere affidato alla madre, ha il diritto di avere uguale tempo da trascorrere col padre e sarebbe giusto che l’uomo, una volta pater familias, avesse pari possibilità di educazione e un confronto costante costruttivo, di qualità e di tempo con il proprio figlio; è innegabile il diritto agli affetti reciproco, padre-figli. Tutto ciò che è legale non è detto necessariamente che sia buono, ancor più in considerazione se vi è stata un’evoluzione sostanziale nella società e nelle norme; perché se interpretato male, attribuendo diritti e ignorando doveri, ciò che è legale diventa solo un’arma e non qualcosa di positivo per la crescita dei figli e per il rispetto dell’umanità». Una forte e realistica conclusione, ma necessaria. Maggio 2011 • Nea


Notariato Flavia Colangelo

La professione fuori dal pregiudizio

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na professione tanto affascinante quanto complicata che negli ultimi anni ha riscoperto il ruolo di ‘mediatore’ e ‘risolutore’ di delicate controversie in diversi campi di intervento: successioni, circolazione di beni immobili e nei passaggi cruciali della vita societaria di un’impresa. Oggi, l’attività notarile deve confrontarsi con pregiudizi vecchi e nuovi associati alla professione e con gli incalzanti cambiamenti economici, sociali e giuridici che hanno caratterizzato l’ultimo decennio. Forte della sua esperienza e della passione che da sempre ispira la sua attività, Flavia Colangelo ci aiuta a conosce meglio questa professione attraverso l’analisi di alcune tematiche più che mai attuali.

Con la crisi sono emerse tutte le fragilità dell’economia globale. Come sta rimettendo in luce il valore strategico del notariato questo nuovo quadro di riferimento? «Sicuramente la preparazione del notaio in materia di diritto commerciale e societario, ne fa uno strumento di impulso in favore dell’iniziativa economica dei privati. Soprattutto nel nostro Paese in cui l’economia nazionale è dominata principalmente dalla media – piccola impresa è fondamentale garantire un’assistenza tecnica con spiccati caratteri individuali. Inoltre grazie anche all’incremento della tipologia di strumenti partecipativi ispirati al modello anglo – americano, il mercato italiano sta suscitando sempre di più l’interesse di investitori stranieri, sprigionando una discreta vis attrattiva di capitali provenienti dall’estero». Le imprese, dunque, stanno mutando l’approccio nei confronti della categoria, oppure persistono delle reticenze? «Ancora oggi è difficile smantellare vecchi pregiudizi che da sempre vengono accostati alla professione, limitandone la sua effettiva utilità. La tutela della pubblica funzione colloca il notaio al centro del rapporto tra società, mercato e regole, rendendolo garante del valore fondante della nostra convivenza civile, la legalità. Un valore che si dimostra sempre più elemento indispensabile allo sviluppo e al corretto affermarsi dei valori di mercato. Compito del 270

Una figura professionale cruciale per aziende e cittadini, oggi più che mai chiamata a confrontarsi con le nuove sfide dell’economica globale. Il ruolo del notaio nella società moderna illustrato da Flavia Colangelo di Erika Facciolla

Il notaio Flavia Colangelo esercita a Roma fcolangelo@notariato.it

notaio è anche quello di tutelare i più deboli, quelli che non sono in grado di pagarsi l'avvocato migliore, quelli che comprandosi la prima e unica casa della vita non possono rischiare niente e vogliono che ci sia qualcuno che garantisca loro che la casa è realmente disponibile, e non ha ipoteche; qualcuno, cioè, che dia certezze».

Quindi, alla domanda ‘perché ricorre al notaio’ cosa risponde? «La risposta credo sia abbastanza agevole: perché il cittadino ha più sicurezza, più efficienza, meno costi, più semplificazione nei rapporti con la Pubblica Amministrazione, dispone di un professionista che risponde economicamente della solidità dei contratti che stipula, rappresenta una sorta di sportello unico di grande qualificazione giuridico - fiscale e di forte garanzia morale». Tra i momenti più delicati della vita d’impresa vi è senza dubbio quello del passaggio generazionale. In Maggio 2011 • Nea


che modo l’intervento di un notaio si rivela utile in tal senso? «Sempre più frequentemente si parla di trasferimento d’impresa e passaggio generazionale, ovvero quel momento a volte critico in cui un figlio succede al padre nella gestione organizzativa e strutturale dell'azienda. Si tratta di una fase molto delicata che se mal gestita può determinare il fallimento dell’impresa, provocando nel contempo la perdita di moltissimi posti di lavoro, nonché la dispersione del patrimonio di conoscenze, di capacità manuali, di tradizioni, di legami con il territorio rappresentati dalle nostre aziende. Di recente il Legislatore con lo scopo di fornire un valido strumento di ausilio ad un momento così critico, ha introdotto il cosiddetto “patto di famiglia”, consentendo, per la prima volta un’importante deroga ai cosiddetti patti successori». Come si traduce tale intervento legislativo nella pratica? «Si consente che una famiglia, in persona dei suoi componenti padre, madre e figli, possa decidere in merito alle sorti di un elemento successorio, e precisamente un’azienda, pur essendo ancora in vita tutti i componenti della famiglia stessa, e ciò senza che tale decisione possa nuovamente essere messa in discussione in seguito alla morte dell’imprenditore. In pratica, si anticipa la designazione che l’imprenditore compie in merito a colui il quale gli succederà nella gestione e amministrazione dell’azienda». Ci sono ancora dei margini di miglioramento in senso legislativo e in che direzione occorrerebbe muoversi dal suo punto di vista? «A mio parere al fine di agevolare, con effetti pratici immediati, il passaggio generazionale dell’impresa e allo stesso tempo al fine di esaltare l’autonomia e la libertà negoziale dei privati sarebbe opportuno abolire definitivamente i patti successori. Innanzitutto non ritengo più essere sufficiente la vecchia concezione della famiglia, poiché credo che in virtù del mutamento della coscienza popolare, siano altrettanto meritevoli di essere tutelate tutte le forme di famiglia. Pertanto, come accade in altri ordinamenti, sarebbe corretto Nea • Maggio 2011

LA TUTELA DELLA PUBBLICA FUNZIONE COLLOCA IL NOTAIO AL CENTRO DEL RAPPORTO TRA SOCIETÀ, MERCATO E REGOLE, RENDENDOLO GARANTE DEL VALORE FONDANTE DELLA NOSTRA CONVIVENZA CIVILE, LA LEGALITÀ e utile consentire a un individuo la possibilità di scegliere il proprio successore non solo in forza di un atto cosiddetto mortis causa, quale il testamento, ma altresì mediante un contratto tra vivi».

Quali sono le prospettive e gli obiettivi per il futuro della sua attività professionale? «Continuerò nel futuro a spiegare e a dimostrare, che il notaio è un consulente vicino alle persone e ai loro problemi, e che, sempre con il dovuto rispetto, usa il “tu” con i suoi clienti, cercando di allontanare retaggi storici figli di antiche leggende popolari, che con estrema certezza posso dire di essere estranei, non solo a me, ma anche a molti colleghi». 271


Notariato Maria Federico

Il notaio tra burocrazia ed empatia

«Fare il notaio significa stare in equilibrio tra le incombenze burocratiche e le esigenze del vissuto della gente». Per Maria Federico non basta quindi assistere i clienti nelle scelte tecniche, ma sono fondamentali sensibilità, empatia e capacità di condivisione di Francesco Bevilacqua

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ando naturalmente per scontato che una profonda conoscenza della materia è un presupposto per esercitare al meglio la professione, un notaio deve possedere anche qualità più personali, relazionali, capaci di favorire l’instaurarsi del rapporto umano. Maria Federico, notaio in Reggio Calabria, punta molto sul senso di coesione e sull’affiatamento del suo team di lavoro, composto da sole donne: «Infondere queste caratteristiche allo studio è stato importante per sfruttare al meglio le nostre doti di duttilità e versatilità. Attribuisco grande importanza anche alla capacità di investimento affettivo che può coinvolgere il lavoro così come altre attività che svolgiamo e che spesso rappresenta un valore aggiunto».

Nel suo ambito professionale che valore hanno queste caratteristiche? «Condivisione ed empatia aiutano a “farsi carico” delle varie situazioni che l’attività professionale quotidianamente presenta. Fare il notaio significa stare in equilibrio tra le incombenze burocratiche e le esigenze del vissuto dei clienti, assisterli nelle scelte che richiedono una spiccata competenza tecnica, aiutarli a volte a fronteggiare situazioni drammatiche. Si tratta di un lavoro di

Il notaio Maria Federico ha lo studio a Reggio Calabria ed è presidente dell’associazione Centaurea Onlus info@centaureaonlus.it

alta specializzazione, che va però svolto senza perdere di vista gli effetti che produce sulla vita delle persone. Molti si rivolgono a me con fiducia, ma spesso con timore, preoccupati per notizie diffuse dai media o per esperienze riferite da altri. La sovrapposizione di normative più o meno cogenti costituisce uno sbarramento per i non addetti ai lavori, a volte insofferenti per la mole di documenti che siamo costretti a richiedere nel corso dell’istruttoria di una pratica».

Lei ha anche fondato un’associazione, Centaurea Onlus. Di cosa si tratta? «Da qualche anno, insieme a un gruppo di amiche, ho fondato questa associazione di volontariato, della quale sono la presidente, con l’intento di svolgere attività benefiche, culturali, divulgative mediante la valorizzazione delle specifiche competenze e delle sensibilità proprie del mondo femminile. Siamo un gruppo di sole donne e probabilmente manterremo questa connotazione, più che altro per conservare una maggiore facilità di aggregazione. Le iniziative dell’associazione, consistono in eventi di cultura e divulgazione, momenti di informazione, presentazioni di libri, e altri tipi di attività che abbiano una specifica attinenza con quello che è il nostro scopo principale, cioè rivolgere l’attenzione verso le donne e i minori, soprattutto quelli che si trovano in situazioni di disagio, di emarginazione, di difficoltà economica. Beneficiarie di una parte delle nostre iniziative, sono alcune strutture operanti in città che si prendono cura di soggetti svantaggiati. Ma ci siamo dedicate anche alla cultura in senso lato e addirittura alla prevenzione e alla sicurezza stradale, campo nel quale abbiamo avuto il piacere di ospitare Alessio Tavecchio, che in due anni ha parlato ad oltre duemila ragazzi della città e della provincia di Reggio Calabria. Infine, abbiamo istituito un premio, denominato “Gens Aurea”, che viene consegnato ogni anno a personalità illustri della nostra terra.» Maggio 2011 • Nea


Politiche antidroga Giovanni Serpelloni

Donne, cresce l’allarme droga Mentre in Italia calano i consumi di stupefacenti, la percentuale di donne tossicodipendenti aumenta rispetto al passato. «Servono tutele specifiche» dichiara il capo del dipartimento per le Politiche antidroga della presidenza del Consiglio, Giovanni Serpelloni di Elisa Fiocchi

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ggi i programmi di trattamento e prevenzione delle tossicodipendenze tengono adeguatamente conto delle differenze di genere tra uomo e donna che si traducono in diversità biologiche, sociali ed ambientali. «Quello delle donne è un dato allarmante» sottolinea Giovanni Serpelloni, capo del dipartimento Politiche antidroga della presidenza del Consiglio, la cui delega è affidata al sottosegretario Carlo Giovanardi. «Così come la diffusione e la distribuzione di nuove droghe all’interno degli smart shop». A tal proposito, quali sono le iniziative principali del 2011 inserite nel piano di azione nazionale sulle droghe? «Sono in programma tanti progetti che vanno a inserirsi in una serie di macroaree di intervento. Uno di questi riguarda la prevenzione, che comprende il supporto alle famiglie e la diagnosi precoce: se un genitore nutre qualche dubbio sul figlio, meglio che lo scopra subito per non intaccare il rapporto di fiducia all’interno della famiglia. La 274

prevenzione selettiva si applica su coloro che fin da piccoli hanno maggiori probabilità di nutrire disturbi di questo tipo. Altri aspetti importanti riguardano la cura farmacologica con sistemi di trattamento precoce e residenziale, attuata all’interno di comunità terapeutiche; la prevenzione di patologie correlate per evitare la trasmissione delle malattie; la riabilitazione e il reinserimento del soggetto in ambito sociale e professionale; la valutazione del fenomeno per analizzare i risultati ottenuti. Infine, l’azione di contrasto per la repressione dello spaccio e del traffico di droghe». Uno dei progetti coordinato dal dipartimento delle Politiche antidroga è Dad.Net con la realizzazione di microeventi che riguarderanno l’ambito della prevenzione rivolti al genere femminile. È emerso che le donne necessitino di maggiore assistenza medica generale, psichiatrica e di sostegno rispetto agli uomini. «È un dato molto importante su cui lavorare. La percentuale di donne inNea • Maggio 2011


teressata alla droga e all’alcol è andata aumentando rispetto al passato, quando i dati parlavano di un 10-15%. Anche per questo motivo la maggior parte dei servizi si indirizzava sul genere maschile. Oggi ci troviamo dinanzi al 25% circa di donne che fa uso di eroina e un 40% di cocaina, per non parlare del consumo di cannabis e anfetamine che può sfiorare il 50%. È uno scenario allarmante che impone particolare tutela nei riguardi delle donne esposte a un abuso alcolico molte forte, all’uso eccessivo di anfetamine per il controllo del peso e vittime di violenze se sottoposte alla droga Ghb. Senza dimenticare la gravidanza in fase di tossicodipendenza». Si parla sempre più spesso di nuove droghe e smart shop. Come è possibile impedire la diffusione di nuove sostanze e la creazione di reti di distribuzione e vendita delle stesse? «Per prima cosa bisogna attivare un sistema di allerta rapida in modo da analizzare velocemente tutte le nuove sostanze sul territorio che andranno poi identificate e certificate all’interno di una tabella. Finora ne abbiamo accertate 250. Si procede poi con i sequestri del materiale venduto negli smart shop (che vengono tutti censiti) e sui portali online, e all’attivazione su tutto il territorio nazionale delle prefetture e delle forze dell’ordine. Ciò ha reso possibile lo smantellamento di una rete di spacciatori e la perquisizione di magazzini nelle città di Milano, Roma e Napoli. Il mercato della distribuzione necessita di costanti controlli, pressioni anche da parte dei Nas e verifiche della rete internet dove gli spacciatori utilizzano un linguaggio criptato attraverso coordinate Gps». Come si posiziona l’Italia nel campo della ricerca per la prevenzione? E quali rapporti di collaborazione sono stati intrecciati con le istituzioni estere? «L’Italia fa parte del Ghd, il Gruppo orizzontale droga del Consiglio Ue, e collabora in maniera serrata con l’ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine che ha sede a Vienna. Abbiamo stretto collaborazioni con l’Europa attraverso l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, ma anche oltreoceano con il National institute on drug abuse (Nida) negli Stati Uniti». Quali novità emergono dagli studi e dai rapporti internazionali sempre in tema di droga e tossicodipendenza?«C’è un dato molto interessante: il calo del 25% nei consumi di sostanze stupefacenti in Italia, dopo ben vent’anni di trend al rialzo. A Milano ad esempio, il consumo di cocaina è sceso del 50%». Nea • Maggio 2011

Rubrica sulle tossicodipendenze in collaborazione con:

Giovanni Serpelloni, Capo Dipartimento delle politiche antidroga

La campagna pubblicitaria antidroga del 2011 lancia il messaggio «Non ti fare, fatti la tua vita» a significare che tutte le cose belle della vita si collocano sul fronte opposto a quello della droga. Oltre allo spot, sono previsti incontri di informazione nelle scuole? «Come ogni anno sono stati attivati progetti di prevenzione nelle scuole, 13 quest’anno, che completeranno il messaggio della campagna pubblicitaria in onda sulle reti pubbliche, private, enti locali, cinema e metropolitane». Un altro problema dei tossicodipendenti è quello del reinserimento nel mondo del lavoro. «È l’aspetto che mi sta più a cuore e su cui lavoriamo per offrire sempre maggiori opportunità di formazione per il soggetto. Non basta solo prevenire e curare: bisogna rieducare e riabilitare favorendo un nuovo inserimento professionale in cui andranno gettate le basi per garantire al soggetto completa autonomia. A tal proposito abbiamo attivato il più alto finanziamento europeo che si traduce in 8 milioni e mezzo di euro destinati al reinserimento con l’attivazione di 130 progetti correlati in tutt’Italia». 275


Politiche antidroga Elisabetta Simeoni

Nuovi spazi e trattamenti specifici

L

a fragilità è la peggior nemica delle donne che si trovano a contatto con le sostanze stupefacenti e può bastare, da sola, a trascinarle più velocemente degli uomini nel vortice della tossicodipendenza con l’illusione di provare una nuova forza, quella effimera e devastante della droga. Oggi sono oltre 27mila le donne tossicodipendenti nel nostro paese, di cui 23mila (86%) quelle che s’interfacciano ogni anno con i servizi pubblici richiedendo un trattamento per dipendenza da sostanze stupefacenti. Un approccio al femminile assolutamente in linea con gli studi che dimostrano come le donne siano più brave degli uomini nel seguire le procedure terapeutiche. Tuttavia, a far suonare l’allarme, è la tempistica con cui avviene il primo contatto con i servizi sanitari: dopo circa 6-8 anni dall’inizio della dipendenza. Un tempo su cui ora si concentrano gli sforzi del dipartimento delle Politiche antidroga per fornire corsi di formazione agli operatori, alle famiglie e soprattutto agli insegnanti, spesso i primi ad accorgersi del problema droga in classe. Elisabetta Simeoni, promotrice di Dad.Net e direttore tecnico-scientifico del dipartimento Politiche antidroga, illustra tutte le tappe dell’ambizioso progetto in collaborazione con l’Unicri. Il progetto Dad.Net è stato affidato all’ente delle Nazioni Unite per dare una rilevanza internazionale all’attività. «In questo modo gli obiettivi e le conseguenti deadline sul territorio italiano sono adattabili anche a livello internazionale. Inoltre le nostre linee guida renderanno l’assistenza più flessibile a tutto il genere femminile. Fino ad ora, infatti, venivano proposti servizi “no gender oriented”. Non vogliamo tanto creare delle disparità quanto colmare l’attuale divario esistente. Molti servizi per le tossicodipendenze non hanno, ad esempio, bagni separati per le donne e gli uomini».

Chi sono i principali interlocutori di Dad.Net? «Esistono tre target principali. Il primo comprende le donne e le ragazzine che non hanno mai avuto alcun contatto con le droghe ma si presentano come persone estremamente vulnerabili, con la predisposizione ad avvicinarsi alle sostanze stupefacenti. Il secondo gruppo concerne quelle donne che fanno un uso occasionale, ad esempio consumano qualche 276

Restituire nuova dignità alle donne tossicodipendenti è una frontiera possibile per il Dipartimento delle politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dei ministri. Elisabetta Simeoni lancia Dad.Net, la sfida tutta al femminile contro alcol e droga di Elisa Fiocchi

Elisabetta Simeoni, promotrice del progetto Dad.Net e direttore tecnico-scientifico del Dipartimento politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dei ministri

pasticca durante il sabato sera. L’ultimo target d’interesse è infine quello relativo alle donne già tossicodipendenti. Alcune di loro hanno bambini, altre ancora debbono affrontare tematiche relative alla gravidanza». Come s’interviene in maniera innovativa in particolare su quest’ultime? «Innanzitutto bisogna aggiornare gli operatori sulle tecniche di procreazione assistita che consentono alle tossicodipendenti con altre patologie, come ad esempio l’Hiv, di avere un bambino. Oppure essere in grado di offrire delle linee guida madre bambino per garantire loro un rapporto migliore». Al vertice di Vienna hanno partecipato molti stati: quali problemi accomunano l’Europa e non solo? «Tutti sentono il problema delle giovani ragazze e della famiglia che gioca un Nea • Maggio 2011


Rubrica sulle tossicodipendenze in collaborazione con:

ruolo molto importante per il loro futuro, soprattutto per quelle più vulnerabili che vanno protette da qualsiasi rischio. Stiamo dunque organizzando corsi di formazione per i genitori, ma anche per gli educatori e soprattutto per gli insegnanti che spesso si accorgono del problema ma non hanno gli strumenti per affrontarlo in maniera adeguata. In linea generale si può affermare che sono tanti gli stati che vivono tematiche e complessità comuni e che il tema più trasversale è senza dubbio quello che colpisce il terzo target con particolare difficoltà nella gestione del rapporto tra madre e bambino. Nelle donne già tossicodipendenti possono subentrare altre variabili di rischio come la prostituzione ai fini di ottenere denaro per acquistare la droga e le violenze subite». Dopo la conferenza presso la sede della Fao, Dad.Net passa alla fase operativa. Quali le tempistiche? «Identificare

Consumo di sostanze stupefacenti (almeno una volta nella vita - Anno 2010)

Sostanze

Maschi 15 -19 anni Minimo

Massimo

Femmine 15 -19 anni Minimo

Massimo

CANNABIS

26,0%

27,4%

17,7%

18,9%

COCAINA

4,9%

5,6%

2,8%

3,3%

ALLUCINOGENI

4,4%

5,1%

2,0%

2,4%

TRANQUILLANTI E SEDATIVI

4,2%

4,8%

5,5%

6,2%

ALCOL CON PASTICCHE

3,1%

3,7%

2,3%

2,8%

EROINA

1,5%

1,9%

0,9%

1,2%

Nea • Maggio 2011

277


Politiche antidroga Elisabetta Simeoni

i tre target del progetto rappresentava un pas- IL SITO METTERÀ IN COMUNICAZIONE saggio chiave per procedere nella realizzazione OPERATORI SANITARI, PAZIENTI E RAGAZZE dei nostri obiettivi. Ciò che seguirà adesso ri- CHE HANNO BISOGNO DI CONSULTI SULLE guarda il ruolo dei gruppi di lavoro che si sono PROBLEMATICHE CHE AFFLIGGONO LE DONNE già riuniti e nel giro di un semestre saranno in grado di produrre delle bozze di linee guida che poi verranno lavoro svolto dal dipartimento che ha saputo porsi in modo testate e implementate all’interno della rete dei servizi italiani». multi disciplinare sotto l’indicazione del sottosegretario Carlo Giovanardi, realizzando interventi in tutti i settori. Per il successo del progetto, sarà implementata L’attività ha spaziato dai test antidroga per la sicurezza sulle anche la rete di servizi sul territorio nazionale? «Ri- strade, alle campagne di comunicazione, alla sensibilizzaspetto ad altri paesi vantiamo una rete di servizi e strutture zione di una rete di ricercatori universitari. Il calo dei conterapeutiche già avanzate, come ad esempio la comunità di sumi è un fenomeno che ci conforta tuttavia l’azione di San Patrignano, unica nel suo genere anche per quanto ri- monitoraggio deve rimanere costante per mantenere nella guarda la sezione madre-bambino a cui è dedicato uno giusta direzione il buon lavoro fatto finora». spazio specifico all’interno della struttura. L’Italia non può Il sito online in fase di costruzione, quale contributo ofdefinirsi a un livello semplicemente base ma garantisce buone strutture di servizi e la flessibilità dei suoi opera- frirà nell’ottica di rendere il progetto internazionale e sitori, la maggior parte dei quali saranno coinvolti nel pro- multaneo sul territorio nazionale? «Il sito metterà in getto Dad.Net che si rivolge a tutto il territorio nazionale». comunicazione operatori sanitari, pazienti e ragazze che hanno bisogno di qualsiasi tipo di consulto sulle problematiche che Il dato confortante riguarda il calo dei consumi di stu- affliggono le donne. Ogni settimana ci sarà un operatore nuovo pefacenti in Italia. Come operare, ora, per mantenere a disposizione di tutti coloro che avranno bisogno di tutele e inbasse le percentuali? «Questi dati sono il risultato del buon formazioni specifiche. Affiancati a numerose altre attività». 278

Nea • Maggio 2011


Chirurgia

Q

u uando nel 2007, dopo aver “conquistato” la vicepresidenza dell’Acoi, è diventata primario del reparto di Chirurgia pediatrica al Buzzi di Milano è stata definita “donna dei record”. Non era mai successo, infatti, che un bisturi rosa arrivasse così in alto. Oggi Giovanna Riccipetitoni, abituata a confrontarsi con il top della medicina internazionale, continua a catalizzare l’attenzione. «Pochi giorni fa ho eseguito un delicatissimi intervento - in Italia è in assoluto un unicum - su un bambino affetto dal morbo di Crohn: senza taglio e con un solo accesso ombelicale è stato possibile recidere un tratto di intestino» annuncia la dottoressa. La novità? «In nessun ospedale italiano si era mai messa in pratica su un baby paziente la metodica Sils, che appunto prevede un solo “buchino”». Sorprendente il risultato in termini di velocità di recupero. «Il piccolo sta bene ed è già in grado di camminare».

fa attenzione affinché il bambino non pianga. Di conseguenza è fondamentale ridurre l’ospedalizzazione, potenziando le prestazione ambulatoriale, il day hospital, il day surgery e tutte quelle metodologie sofisticate che, anche per interventi complessi, permettono un recupero veloce». Quali sinergie chiede la chirurgia pediatrica, anche nelle fasi pre e post operatorie? «Dialoghiamo con tutte le specialità pediatriche e ostetriche. Spesso, infatti, ci occupiamo di pazienti ancora in utero. Tra tutte le sinergie, fondamentale è quella con il nostro team di anestesisti, particolarmente competenti, che nei casi più gravi gestiscono anche la fase post ope-

Si dice che le donne siano più brave nell’approcciarsi ai pazienti e ai loro familiari: è solo un cliché o nasconde qualcos’altro? «Il fatto che le donne siano particolarmente votate al dialogo aiuta a stringere una solida alleanza terapeutica con i genitori e, laddove è possibile, con i piccoli pazienti. Un valore aggiunto soprattutto in un ambito delicato come la chirurgia pediatrica». Più in generale quali sono le sfide di un ospedale a misura di bambino? «Sono molteplici. La prima accortezza è creare un ambiente che il meno possibile ricordi l’ospedale, quindi stanze, possibilmente singole, capaci di accogliere uno dei genitori e spazi di aggregazione in cui poter giocare e, perché no, anche studiare. È importante che attraverso il web i piccoli si mantengano in contatto con le scuole. Un tema trasversale è poi quello del “bambino senza dolore”, una filosofia terapeutica in passato trascurata: in sostanza si

giovanna riccipetitoni Chirurgia soft Dopo essere arrivata ai vertici dell’ospedale Buzzi di Milano, Giovanna Riccipetitoni continua a far parlare di sé e opera un baby paziente con la tecnica Sils: primo intervento simile in Italia di Paola Maruzzi 280

Nea • Maggio 2011


Nella pagina accanto, Giovanna Riccipetitoni, primario del reparto di Chirurgia pediatrica al Buzzi di Milano

ratoria. Stessa stretta collaboraIL FATTO CHE LE DONNE SIANO PARTICOLARMENTE zione per le cure intensive neonaVOTATE AL DIALOGO AIUTA A STRINGERE UN’ALLEANZA tali: operiamo bambini che TERAPEUTICA CON I GENITORI E CON I BABY PAZIENTI pesano meno di 500 grammi affetti da gravi patologie. E qui entrano in gioco i terapisti dole avvicinare al tavolo operatorio, invitandole ad andare alintesivi. Poi ci sono i servizi, per esempio la radiologia pe- l’estero per degli stage, introducendole alle nuove tecnologie. diatrica, in grado di fornire esami ad altissima definizione». Importante è anche l’associazionismo. Negli Usa, cito il caso di Women in Surgery, in Italia c’è Acoi che pur non essendo coBisturi e pari opportunità: quali condizioni lavorative stituita solo da donne inizia a promuovere scelte che facilitino possono sostenere questo passaggio, soprattutto quando la carriera dei camici rosa anche in ambito chirurgico». si reggono ritmi pressanti, come sei o più interventi al giorno? «È vero, rispetto ad altre categorie di medici, la proLe sale operatorie cambiano volto: la chirurgia è semfessione del chirurgo comporta un grande sacrificio, una fa- pre più sofisticata e mininvasiva. Significa che si apritica psicofisica maggiore, quasi una sorta di logoramento. ranno nuove opportunità anche per le donne? «In un Quando si raggiungono livelli alti non si può pensare di “fare certo senso sì, perché questo tipo di chirurgia soft è molto sconti” solo perché si è donne. L’impegno non conosce ge- meno faticosa rispetto a quella tradizionale. Più in generale neri: personalmente passo moltissime ore in sale operatoria la chirurgia pediatrica sarà sempre meno meccanica e movial pari dei miei colleghi. Piuttosto bisognerebbe creare delle mento di mani. Il cambiamento all’insegna delle nuove tecfacilities: a questo compito è chiamata la politica». nologie si porterà dietro anche nuove figure professionali». Qualche esempio? «Aprendo asili nido negli ospedali, garantendo le scuole a tempo pieno, dando la possibilità di ridurre l’orario di lavoro. Ma attenzione a non guardare a questa professione con un’ottica di tipo impiegatizio: la cura del paziente chirurgico richiederà sempre uno sforzo maggiore». In che modo incoraggia le giovani donne a emergere nella chirurgia pediatrica? «Insistendo sulla loro formazione, facenNea • Maggio 2011

Su quale progetto all’avanguardia sta lavorando? «Assieme ai colleghi di Londra, stiamo puntando sull’ingegneria tessutale, quindi sulla ricostruzione di organi non ben conformati. Grande sforzo, dunque, nell’interagire con competenze legate ai materiale e alle biotecnologie. Mentre è ancora lunga la strada, principalmente a causa dei costi elevati, della robotica, che a Seattle a Boston ha già una sua applicazione pediatrica». 281


cristina marmorale Bisturi, privilegio Chirurgia

per poche «In Italia solo 5 donne sono professori ordinari di chirurgia. Cresceremo». Lo dice Cristina Marmorale, una delle poche a ricoprire una posizione di leadership in ambito universitario di Paola Maruzzi

I

camici rosa sono in fase di sorpasso. Solo nel 2009 le donne impiegate nel servizio sanitario nazionale hanno raggiunto il 63% e, come ha ricordato lo scorso 9 marzo il ministro Ferruccio Fazio in occasione della prima conferenza dedicata all’approfondimento del fenomeno, i numeri sono destinati ad aumentare. Molteplici le ragioni del trend positivo, che a velocità diverse coinvolge tutta l’Italia. Da non sottovalutare la maggiore preparazione dimostrata dalle studentesse alle prese con il test d’ammissione alle facoltà di medicina. Insomma, gli assi nella manica ci sono ma oltre ai risultati brillanti va detto che solo una donna su 10 ricopre un ruolo di leadership nelle strutture complesse. Inoltre, all’interno dei 106 ordini provinciali dei medici appena 2 hanno come presidente una donna. Sono quelli delle provincie di Gorizia e di Fermo. E non lontano dal comune marchigiano ci si imbatte in un’altra eccezione: Cristina Marmorale, una delle poche a dirigere una scuola di specializzazione, quella di Chirurgia generale dell’Università Politecnica delle Marche. A buon diritto è quindi entrata nella lista delle poche donne con un ruolo di dirigenza nel settore sanitario (oggi sono il 13,2%, 1.284 su 9.692 totali). Tra le novità dell’indagine promossa dal ministero della Salute, la creazione di un ta282

SU CIRCA 5700 ISCRITTI ALLA SOCIETÀ ITALIANA DI CHIRURGIA, 413 SONO DONNE, PARI AL 7% volo di monitoraggio permanente sullo sviluppo delle carriere femminili: l’obiettivo è capire se, anche grazie a queste apripista, si possa generare un fenomeno virtuoso. Sistema sanitario nazionale e università: un’indagine del ministero della Salute ha rivelato che è solo apparente, nella pratica manca quasi del tutto. Ad Ancona com’è la situazione? «Nella nostra regione l’integrazione tra sistema sanitario nazionale e università non Nea • Maggio 2011


A sinistra, Cristina Marmorale, direttore della scuola di specializzazione di Chirurgia generale dell’Università Politecnica delle Marche

è solo apparente. Seppur con le note difficoltà, i protocolli d’intesa vengono applicati e quindi definirei la situazione soddisfacente. La nostra scuola di specializzazione da anni si è aperta al territorio regionale, coinvolgendo le strutture ospedaliere nella rete formativa. Abbiamo inoltre più di un caso di colleghi ospedalieri che hanno intrapreso la carriera universitaria dimostrando così l’integrazione tra due mondi fino a poco tempo fa chiusi e distanti». Lei è una delle poche donne in Italia a dirigere una scuola di specializzazione: si sente chiamata a promuovere l’abbattimento del tetto di cristallo? «Non parlerei di abbattere il tetto di cristallo, piuttosto di aprirlo all’altra metà del cielo. Gli antichi assetti sono oramai anacronistici e personalmente devo riconoscere che sono stata valutata al pari dei miei colleghi. Forse solamente all’inizio della carriera ho dovuto dimostrare di essere “almeno” come un uomo. Non è stato difficile, anche se devo riconoscere che esistono forti discriminazioni di genere, in particolare in ambito universitario». La chirurgia è forse più di tutti l’ambito in cui le figure femminile sono carenti. «Vorrei citare alcuni nuNea • Maggio 2011

meri: su circa 5.700 iscritti alla Società italiana di chirurgia, 413 sono donne, pari al 7%. È ovvio, quindi, il motivo per cui sono ancora poche coloro che ricoprono ruoli apicali o di potere. Per quanto riguarda la scuola di specializzazione che dirigo, la componente femminile, dopo una lenta e graduale crescita in questi ultimi anni, ha raggiunto oggi il 45%». Secondo un classico luogo comune, la chirurgia sarebbe appannaggio degli uomini. Come la professionalità è in grado di sfatare i luoghi comuni? «Per lungo tempo, e accade ancora oggi, la chirurgia è stata refrattaria alle donne. Le uniche figure femminili del secolo scorso nei nosocomi erano le suore. Il perché va ricercato nella loro rinuncia alla maternità; infatti, la donna sarebbe distolta dall’apprendimento continuativo che la nostra professione richiede dalla cura dei figli. Ma questo è svincolato dalle capacità oggettive proprie delle donne, come la manualità, la precisione e il rigore. Con il tempo abbiamo dimostrato che la maternità rappresenta un “plus” e infatti siamo in grado di lavorare durante la gravidanza, prendendoci cura della famiglia. Il problema è solo organizzativo e molte mie colleghe lo hanno dimostrato sul campo». 283


Ricerca antitumorale Marina Del Bue

La ricerca si quota in Borsa Prima tra le società biotech a quotarsi presso la Borsa Italiana, MolMed diventa protagonista sullo scenario della ricerca antitumorale. Ma, come spiega Marina Del Bue, il passaggio dal laboratorio alla terapia non è così scontato di Andrea Moscariello

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a ricerca accresce il patrimonio della conoscenza ma non porta alcun progresso se non trova applicazioni pratiche. Specie nel settore medicale. L’Italia è sempre più in difficoltà nel trovare strutture e fondi idonei per trasferire i risultati dei laboratori nella produzione e nell’industrializzazione di terapie su larga scala. Un problema che anche la dottoressa Marina Del Bue, ai vertici della società MolMed, evidenzia ormai da tempo. «I ricercatori, per concretizzare il proprio lavoro, devono diventare anche un po’ imprenditori – spiega la Del Bue -. L’evoluzione si ottiene solamente quando la ricerca si trasforma in terapia. Ma per raggiungere questo risultato i ricercatori devono sapersi districare tra fondi, investimenti e aziende coinvolte». E la Del Bue non parla certamente a vanvera, essendo Direttore Generale della prima società biotech quotata presso Borsa Italiana. MolMed, i cui laboratori si trovano all’interno del Parco Scientifico del San Raffaele di Milano, che tra l’altro è uno dei suoi azionisti, è oggi un’azienda biotecnologica impegnata nello sviluppo di nuove terapie antitumorali. Un campo che richiede, oltre a grossi investimenti economici, anche una progettualità a lungo termine. «Possono volerci molti anni 284

Marina Del Bue, Direttore Generale della società MolMed SpA di Milano www.molmed.com

Maggio 2011 • Nea


prima di ottenere i primi risultati, per questo è presto per parlare di ricavi o quote di mercato».

Come si è giunti alla scelta di quotarsi in Borsa? «Il percorso è iniziato a maggio 2007 e si è completato a marzo 2008. In quel periodo, nel settore biotech le società italiane tendevano a quotarsi in Svizzera o in Francia. Il nostro azionariato però comprende alcuni dei più importanti investitori industriali italiani, come Fininvest, Mediolanum e Luxottica, oltre a una realtà di eccellenza nazionale nella ricerca medica come il San Raffaele. Per questo volevamo sottolineare la nostra “italianità”. Inoltre, a convincerci ulteriormente, è stato il fatto che Borsa Italiana si stava fondendo con la London Stock Exchange. E sappiamo bene come Londra rappresenti una delle vetrine più interessanti nell’ambito delle biotecnologie». Non temevate i rischi della crisi finanziaria? «In realtà al momento della decisione di andare in quotazione ancora non si era palesata. Una volta emersa, abbiamo dovuto e saputo adeguarci in corso d’opera. Ad ogni modo, questo ci tengo a sottolinearlo, ci vuole coraggio per intraprendere una scelta di questo tipo. Per noi è motivo di orgoglio essere tra le sole tre società del settore in tutto il mondo a essere riuscite a quotarsi nel 2008». Cosa comporta la quotazione a questo punto? «Entrare in Borsa Italiana implica molti sforzi. La governance italiana è molto più rigida ed esigente rispetto a quella di altri mercati. Noi, con 100 dipendenti, abbiamo gli stessi adempimenti della Fiat. Tutto deve avvenire nella maniera più trasparente. Per rendersi conto delle differenze tra la nostra e una società statunitense, è sufficiente andare a vedere il livello e la quantità di informazioni presenti sui rispettivi siti web. Ad ogni modo trovo questa peculiarità positiva, in quanto garantisce più sicurezza sia a livello scientifico, sia a livello di business, a tutela degli azionisti». Lei ha dichiarato in più occasioni che fare ricerca, in Italia, è complicato. Per quali ragioni? «Perché manca una visione di insieme. Le eccellenze le abbiamo, i nostri ricercatori sono tra i migliori al mondo. Non vi sono però sufficienti contributi da parte dello Stato. La politica deve cominciare a considerare il nostro come un settore strategico, altrimenti resteremo sempre un fanalino di coda nel mondo. Le cure antitumorali interessano tutti, in tutto il pianeta. Trovo assurdo non poter tramutare in chiave industriale i risultati delle riNea • Maggio 2011

cerche semplicemente perché mancano le connessioni, i progetti a lungo termine tra Stato, Università e imprese. Occorrono fondi di investimento privati, è vero, ma questi non bastano. Per far confluire la ricerca all’interno dei contenitori industriali sono necessari contributi pubblici e altre tipologie di fondi di investimento come, ad esempio, il venture capital».

Nell’ultimo anno quali risultati avete raggiunto? «MolMed attualmente è concentrata sullo sviluppo di due antitumorali, entrambi nell’ultima Fase di sperimentazione clinica, ossia la Fase III. Il 2010 si è caratterizzato essenzialmente per l’ingresso di uno dei due prodotti, quello per la terapia dei tumori solidi, in Fase III per il trattamento del mesotelioma. Negli ultimi mesi, poi, abbiamo completato un aumento di capitale grazie al quale sono stati raccolti 58 milioni di euro, che serviranno a portare avanti e accelerare lo sviluppo di questi prodotti». È ottimista sul futuro della ricerca in Italia? «Direi proprio di sì. Anche se, ripeto, occorrerà non limitarsi alla ricerca, ma aprirsi a una logica manageriale, d’impresa, in grado di favorire lo sviluppo pratico del nostro lavoro». 285


Neonatologia Fortunata Megale

Aumenta l’attenzione alla prevenzione neonatale Dal 1980 a oggi, i bambini nati a Villa Elisa sono oltre 30 mila. Un dato che testimonia l’eccellenza del reparto di neonatologia. Il direttore sanitario, Fortunata Megale, si fa portavoce della “non detta” qualità della sanità calabrese di Adriana Zuccaro

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olo la presenza di strutture sanitarie altamente qualificate può bloccare il flusso di pazienti che, ogni anno, dalla Calabria emigra in altre regioni per ottenere risposte adeguate ai bisogni di salute. «In un’Italia in cui avanza il modello federalista, cogliamo quotidianamente ogni opportunità valida a realizzare una sanità di pari livello, se non superiore, a quella che esiste nel Nord Italia». È questo l’impegno costante che Fortunata Megale, medico chirurgo specializzato in pediatria, e anestesia e rianimazione, ha profuso fin dagli anni Ottanta presso la casa di cura Villa

Elisa, oggi divenuto un concentrato di alta tecnologia e di apparecchiature innovative applicate alla diagnostica strumentale per immagini, nonché un polo d’eccellenza in cui la lotta alle liste di attesa e il miglioramento continuo della qualità realizzano pienamente la centralità del paziente. Fiore all’occhiello di Villa Elisa, «il reparto di neonatologia è attrezzato per realizzare un “percorso nascita” consapevole e sereno». La dottoressa Megale, direttore sanitario della casa di cura e responsabile del reparto di neonatologia, sottolinea che «in Calabria si fa ottima sanità a dispetto di ciò che si pubblicizza». Pazienti donne, mamme e non solo. Come le attività di Villa Elisa trovano il proprio fulcro nel mondo femminile? «È bene rivelare, innanzitutto, che presso la nostra struttura, in cui si svolgono attività a servizio delle donne e del loro benessere, l’80 per cento del personale è femminile; teniamo sempre in conto quali e quanti sono i fabbisogni delle donne per conciliare la famiglia e il lavoro. Le difficoltà sono enormi per il contesto culturale e ambientale in cui si opera, ma anche in Calabria si fa ottima sanità, con un impegno costante a migliorare, lavorando sempre con trasparenza e nel rispetto delle regole. Grande attenzione è riservata al benessere psicofisico della donna e del neonato».

Fortunata Megale è direttore sanitario e responsabile del reparto di neonatologia di Villa Elisa. Nelle altre immagini, alcuni ambienti della casa di cura di Cinquefrondi (RC) www.cdc-villaelisa.it

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Come garantite il benessere della paziente e del nascituro? «L’impegno costante dei medici e del personale infermieristico attivo a Villa Elisa è sempre stato quello di creare una struttura dedicata alle madri per dare un ambiente sereno dove far nascere i propri figli, ai quali garantire un’assistenza completa e intervenire tempestivamente in casi di patologia neonatale. È favorito in ogni modo il contatto puerpera–neonato, anche patologico. Altro elemento di forza è l’attenzione per l’allattamento al seno, quale via per Maggio 2011 • Nea


il miglior benessere neonatale. La casa di cura nasce infatti, nel lontano 1976, come clinica ostetrico-ginecologica e neonatologica; con il passare del tempo, la struttura si è ampliata fino agli attuali 4.500 metri quadrati, in cui trovano collocazione nuovi e moderni servizi sanitari». Ginecologia e ostetricia, neonatologia, oculistica e diagnostica. Tra tanti servizi offerti, Villa Elisa è divenuto però un centro neonatologico d’eccellenza. Quali sono state le principali tappe evolutive? «Siamo cresciuti con perseveranza, massima legalità e impegno continuo seguendo i congressi, gli aggiornamenti, le novità presentate in campo sanitario in Italia e all’estero, sia in termini organizzativi che strutturali. Cercare di essere centro di eccellenza vuol dire applicare protocolli scientifici, utilizzare apparecchiature innovative e spingere sulla prevenzione. In tal senso il nostro reparto di neonatologia sin dagli anni Ottanta, prima ancora che fosse istituito il servizio regionale per la ricerca di malattie metaboliche, provvedeva, come prima struttura in Calabria, a effettuare i prelievi e inviarli a proprie spese alla sede della Croce Rossa romana». Grande spinta, dunque alla prevenzione neonatale. «Negli ultimi venti anni si è compiuta un’evoluzione in campo preventivo con l’esecuzione di ecografie neonatali cardiache, renali, cerebrali e dell’anca, e da circa otto anni Nea • Maggio 2011

NEGLI ULTIMI VENTI ANNI SI È COMPIUTA UN’EVOLUZIONE IN CAMPO PREVENTIVO CON L’ESECUZIONE DI ECOGRAFIE NEONATALI CARDIACHE, RENALI, CEREBRALI E DELL’ANCA eseguiamo l’esame audiometrico neonatale con tecnologia AABR brevettata che consente l’analisi in automatico della risposta uditiva del tronco encefalico per valutare l’intero percorso uditivo del neonato e superare così i limiti basati sull’impiego di tecnologia OAE (otoemissioni acustiche). Presso Villa Elisa la costanza nel mantenere elevati standard di qualità ha consentito di assistere alla nascita di oltre 30 mila nati dal 1980 a oggi». Quali servizi pre e post parto sono disponibili? «Incentiviamo la scelta del parto naturale mediante corsi gratuiti di preparazione al parto e supporto psicologico nei casi opportuni, e la possibilità di effettuare il parto indolore gratuitamente. Siamo inoltre uno dei primi centri a eseguire la raccolta del sangue cordonale in collaborazione con la Banca Regionale del Cordone e la prima struttura in Calabria ad avere bancato nell’agosto 2007 un cordone utilizzato per la cura di una leucemia a un paziente francese». 287


Infertilità Michelina Vitagliano

Realizzare il desiderio di genitorialità In Italia, sono molte le coppie infertili che decidono di intraprende un percorso di procreazione assistita all’estero. Non sempre però le attese vengono soddisfatte. Michelina Vitagliano esamina alcuni aspetti della fisiopatologia della riproduzione di Giulio Conti

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ecidere o aspettarsi di poter un giorno divenire genitore, non sempre trova soddisfazione reale nella vita di coppia. Scompensi o incompatibilità fisiologiche possono talvolta porsi d’intralcio per la soddisfazione del desiderio di genitorialità. «Per le coppie infertili diviene essenziale rivolgersi a professionisti specializzati capaci di diagnosticare le problematiche, congenite o insorte, che ostacolano le funzioni dell’apparato riproduttivo di uno o di entrambi i partner». Michelina Vitagliano, medico chirurgo specializzata in ginecologia e ostetricia, e in fisiopatologia della riproduzione umana, spiega le principali complessità relative alla fecondazione, alla gravidanza e al parto, e il da farsi in caso di infertilità.

Quali sono le difficoltà procreative più frequenti? «Purtroppo la sterilità, o per meglio dire l’infertilità, è un problema che nel nostro Paese riguarda circa il 15% delle coppie. Le più frequenti difficoltà procreative sono determinate da fattori femminili come i cicli anovulatori, ovvero cicli privi di ovulazione, e da alterazioni della fisiologia maschile come quelle rappresentate in risultati dello spermiogramma non conformi ai livelli definiti “normali”. Uno dei principali parametri su cui occorre basarsi per individuare un percorso risolutivo all’infertilità risiede però nell’età della donna, considerato, oltre le eccezioni che non confermano però la regola, un fattore determinante». Da recenti indagini risulta che in Italia il 36% delle coppie infertili intraprende un percorso di procreazione assistita all’estero. In Italia, dalle tecniche di fertilizzazione In alto, la dottoressa Michelina Vitagliano, specializzata in ostetricia e ginecologia, esercita la professione medica a Roma r.dirienzo@email.it

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in vitro nasce il 3% dei bambini. Un bilancio positivo ma cosa ci si aspetta dal futuro? «Certamente ci si può attendere un incremento delle nascite da MPA – procreazione medicalmente assistita –, in Italia motivato da una più accurata informazione, derivante, paradossalmente, proprio dall’emigrazione procreativa che genera numerose “false” aspettative. Che si scelga comunque di farsi assistere da specialisti attivi in strutture nazionali o estere, rimane essenziale affidarsi a professionisti di comprovata esperienza e in unità medico-sanitarie di certificata qualità». A cosa è dovuta nella maggior parte dei casi la diagnosi di gravidanza a rischio? «Una gravidanza può essere definita a rischio se ci sono delle condizioni che potrebbero compromettere la salute del nascituro o della madre. Tali condizioni, nella maggior parte dei casi, nascono sempre da diverse problematiche riguardanti la singola paziente e possono essere connesse all’età, a malattie preesistenti, ad alterazioni dell’apparato genitale, a obesità o deficit nella nutrizione, a cardiopatia o ipertensione. Proprio per la singolarità di ogni caso, non ritengo possa stabilirsi un percorso preventivo che sia in grado di scongiurare complicanze e difficoltà nella gestazione e nel parto e, al contrario, quando non è possibile intervenire al di sopra di una certa soglia di rischio, si attua il ricorso al taglio cesareo». Cosa suggerisce per evitare, quanto più di frequente possibile, di ricorrere al parto cesareo? «La paziente dovrebbe essere più “disciplinata” e attenersi alle direttive del ginecologo per evitare il ricorso, spesso immotivato, al taglio cesareo. Mi meraviglia tuttavia sempre di più il ricorso a tale modalità di espletamento del parto per “tocofobia” – paura del parto –, nonostante l’introduzione, su vasta scala, dell’epidurale». Maggio 2011 • Nea


Psicoterapia Psicoanalitica Mirella Baldassarre

Ricerca e psicoterapia in Italia Insegnamento e ricerca sono i due assi fondamentali lungo cui si muove l’Istituto di Ricerche Europee in Psicoterapia Psicoanalitica. Mirella Baldassarre, cofondatrice e direttrice dell’I.R.E.P., illustra la situazione dell’attività psicoterapeutica e di ricerca oggi in Italia di Amedeo Longhi

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ondatrice dell’I.R.E.P. nel 1986 insieme al professor E. Gilliéron e al dottor L. Cianciusi, Mirella Baldassarre si impegna da anni nel campo della psicoterapia psicoanalitica con determinazione e abnegazione. «Essendo un Istituto privato e non una fondazione, la prima parte del nostro percorso è stata molto complicata, gravata da difficoltà sia burocratiche che finanziarie. Dopo tanti anni di lavoro e di specializzazione, ma soprattutto di impegno, siamo riusciti a espanderci e ad aprire il primo centro clinico. Varata la legge che regola il settore, l’Istituto di ricerca è diventato anche una scuola di psicoterapia riconosciuta dal M.I.U.R., così abbiamo cominciato a organizzare seminari, congressi, giornate di studio con i colleghi italiani e stranieri, che ancora oggi sono spesso ospiti dei centri I.R.E.P. di Firenze, Padova e Roma». Le difficoltà iniziali sono state superate grazie a quello che Mirella Baldassarre definisce “un grande sogno”, condiviso dai professionisti che oggi hanno dato all’I.R.E.P. stabilità e solidità. «Abbiamo anche aperto un Centro Disturbi di Personalità – spiega la dottoressa – dove lavorano e svolgono pratica clinica i colleghi dell’I.R.E.P. interessati che dopo la specializzazione richiesta dallo Stato per diventare psicoterapeuti psicoanalitici, approfondiscono ulteriormente il loro percorso di formazione in psicoterapia psicoanalitica». La collaborazione e la supervisione offerta alle strutture pubbliche, ai servizi di psichiatria e psicoterapia consente di tenere la situazione monitorata nel tempo e di disporre di uno storico molto utile per capire l’evoluzione della patologia e le riflessioni sui metodi di intervento psicoterapeutici: «Rispetto a una trentina d’anni fa c’è una maggiore attenzione nei conLa dottoressa Mirella Baldassarre, fondatrice e direttrice dell’ I.R.E.P., con una sua collaboratrice www.psycho-irep.it

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fronti del disturbo evolutivo di famiglie e coppie di tutte le età. C’è anche più disponibilità a farsi curare, sono aumentate le richieste di psicoterapia e di consultazione psicologica e psichiatrica». Anche la formazione degli psicoterapeuti è salita di livello soprattutto in Italia, grazie alla regolamentazione attuata dal M.I.U.R. riguardo alla formazione degli psicoterapeuti e quindi alla pratica della psicoterapia. L’ I.R.E.P. usa le tecniche e le metodologie proposte dalla scuola di psicoterapia di Losanna, nata presso il Policlinico Psichiatrico Universitario di cui il professor Gilliéron, ancora oggi presidente dell’Istituto, è stato il fondatore. Per quanto riguarda la percentuale di donne presenti in questo settore, la dottoressa Baldassarre rileva con piacere che il dato in proposito è in costante aumento: «In passato ero spesso l’unica donna fra tanti uomini. Oggi c’è un cambiamento radicale e nella facoltà di psicologia, come in quella di medicina, c’è una maggioranza femminile. Questo perché le donne si impegnano di più, hanno più determinazione, resistenza e i nostri sono studi lunghi e molto impegnativi, perché alla laurea segue l’esame di Stato, un anno di stage e poi quattro o cinque anni di formazione presso una scuola di specializzazione riconosciuta dal M.I.U.R.». Lo stesso discorso vale anche per i pazienti: «Lavoro con famiglie dove ci sono disturbi psicotici e di personalità gravi e, con il loro permesso, registro gli incontri e con il gruppo I.R.E.P. facciamo ricerca. Il fatto che io sia una donna non l’ho mai vissuto con difficoltà, perché è l’energia personale che aiuta ad impegnarsi, a lottare quando è necessario: da noi arrivano molte donne, anche affermate o famose; magari non hanno un vero disturbo di personalità, però soffrono, stanno male in relazioni affettive faticose. Ciononostante si impegnano e chiedono un percorso psicologico per affrontare il disagio che vivono». Maggio 2011 • Nea


Dermatologia Lucia Brambilla

Tra la pelle e il sole Un progetto che mira a monitorare e prevenire le più frequenti patologie della pelle, a cominciare dai tumori, su quei soggetti che ne sono più esposti: gli sportivi. A parlarne è una delle sue ideatrici, Lucia Brambilla di Aldo Mosca

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a pelle è ciò che mette in connessione il nostro organismo con il mondo esterno. Per questo, la dermatologia è una delle discipline più poliedriche e variegate della medicina. «La superficie cutanea altro non è se non il nostro “vestito” naturale» spiega la dottoressa Lucia Brambilla, esperta in dermatologia. E proprio in vista della stagione più delicata per la nostra pelle, l’estate, è giusto proteggersi maggiormente, prestando attenzione ai sintomi e ai rischi che il sole può provocare. In particolare, la dottoressa Brambilla è nota nell’ambiente sportivo per la sua opera di divulgazione e formazione rivolta ad alcune categorie che, con il sole, hanno molto a che vedere. A cominciare da chi pratica la vela.

Dottoressa, come mai questa attenzione verso lo sport? «Intanto perché anche io sono una sportiva. Amo molto la barca a vela, lo sci, la bicicletta e tutte le attività sportive outdoors.Tutte attività che comportano lunghe esposizioni al sole. Per questo, assieme al mio gruppo di ricerca, abbiamo iniziato a focalizzarci sulle patologie tumorali che nascono proprio da questa esposizione, anche perché ci occupiamo di patologia oncologica da decenni ed in particolare del Sarcoma di Kaposi, che benché non si collochi tra i tumori secondari all’esposizione solare, stimola per le sue caratteristiLa dottoressa Lucia Brambilla esercita nella clinica che enormemente la ricerca in Dermatologica di Milano campo tumorale». della Fondazione Ca’Granda Policlinico Ospedale Maggiore. Riceve inoltre a Cernusco sul Naviglio ed a Milano luciabrambilla.cmc@alice.it

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Cosa prevede il progetto? «Siamo stati chiamati nelle più

prestigiose scuole di vela italiane per tenere dei corsi. In pratica, sensibilizziamo gli istruttori sulle problematiche dell’esposizione solare e sui metodi di protezione da utilizzare per proteggere maggiormente il nostro organismo,così da sensibilizzare gli allievi. Dai prodotti solari ai tessuti fino agli occhiali, ricordando che anche gli occhi sono molto sensibili al sole».

E quale riscontro state ottenendo? «Devo dire positivo, possiamo attuare un monitoraggio costante, ad esempio sui nei, attraverso visite periodiche di dermatologia. Inoltre, grazie a questa iniziativa, stiamo raccogliendo una delle casistiche più importanti e significative per la ricerca oncologica. Anche per questo stiamo realizzando sempre più convegni in cui fare il punto sui dati raccolti e coinvolgere ulteriori oncologi e dermatologi. Cosa fondamentale è poi l’attenzione che viene rivolta non tanto alla cura delle patologie in essere, quanto alla prevenzione e alla protezione della pelle». Perché è sempre più importante prestare attenzione alla pelle? «Intanto perché, come dicevo prima, sono molti i rischi cui siamo esposti, sin da quando nasciamo. In secondo luogo va calcolato anche l’allungamento della vita media. È chiaro quindi che più a lungo viviamo, più a lungo siamo esposti ed accumuliamo crediti solari che poi dobbiamo pagare. Inoltre, nella società odierna l’essere coincide, non di rado, con l’apparire. Vogliamo risultare giovani, con la pelle fresca, nascondendo i segni del tempo». E da qui la connessione tra dermatologia ed estetica. «Esattamente. Per fare un esempio, mi sono laureata in un reparto di chirurgia plastica e devo dire che il passaggio alla dermatologia è stato assolutamente naturale. Si tratta di una disciplina in costante fermento, ogni giorno si compiono passi in avanti. Anche per questo mi affascina così tanto». Maggio 2011 • Nea


Chirurgia estetica Patrizia Gilardino

Una chirurgia sempre meno invasiva

È

di questi giorni la pubblicazione da parte dell’ASAPS, Società americana di chirurgia plastica ed estetica, dei dati riguardanti la richiesta di chirurgia estetica in Italia, dove il settore viene registrato in forte aumento. Rivolgersi a un chirurgo estetico per trattamenti poco invasivi, che cercano di correggere i segni del tempo o minimizzare inestetismi, sta diventando sempre più frequente e l’Italia risulta in linea con le tendenze di altri paesi. «In una società dove è sempre più importante il contatto interpersonale e quindi la necessità di mantenere un aspetto gradevole e curato, sicuramente anche la medicina e la chirurgia estetica diventano quasi dei complementi essenziali alla vita di relazione», spiega la dottoressa Patrizia Gilardino. «Soprattutto perché in questo modo ci sentiamo meglio e quindi affrontiamo con maggiore sicurezza il rapporto con gli altri».

Quali sono gli interventi più richiesti? «I miei pazienti hanno tra i 40 e i 60 anni e chiedono di poter attenuare in modo discreto i segni dell’invecchiamento. Ma non mancano anche pazienti più giovani che desiderano correggere

Un intervento di medicina estetica compiuto dalla dottoressa Patrizia Gilardino nel suo studio di Milano patrizia.g@libero.it

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Capire qual è il vero “problema” di un paziente, quale componente del suo aspetto lo disturba e intervenire nella misura meno invasiva possibile. Con la dottoressa Patrizia Gilardino parliamo delle ultime tendenze della chirurgia estetica di Nicoletta Bucciarelli dei difetti fisici piccoli come labbra troppo sottili o orecchie a sventola, o meno piccoli come mammelle iposviluppate o naso non in proporzione rispetto ai lineamenti del viso. I pazienti maschili sono decisamente in aumento, anche se la maggioranza dei miei pazienti resta comunque costituita da donne».

Quali sono le ultime tendenze nel campo della chirurgia e medicina estetica? «Da un punto di vista tecnico sicuramente dare la precedenza a interventi poco invasivi e che richiedano una convalescenza più breve o meglio nessuna convalescenza, le cosiddette procedure della “pausa pranzo”. Dal punto di vista scientifico direi invece che l’evoluzione è sempre più verso tecniche di trattamento naturali e che siano in grado di interagire con i tessuti nel senso di uno stimolo alla rigenerazione, come la produzione di nuovo collagene o il rinnovamento degli strati superficiali della cute». Parliamo nello specifico delle tecniche poco invasive. «La ricerca scientifica è molto progredita negli ultimi 15-20 anni, e sono state introdotte molte nuove tecnologie (laser, radiofrequenza, ultrasuono) e prodotti (fillers, biorivitalizzanti, tossina botulinica) che permettono di agire con efficacia e minima invasività nel campo del ringiovanimento cutaneo e del rimodellamento corporeo. Nel mio studio ho cercato di selezionare le apparecchiature e i prodotti che garantivano la maggiore sicurezza ed efficacia. In questo modo è possibile proporre a chi lamenta un problema, un trattamento adeguato alla gravità del problema stesso. Attualmente possiamo intervenire con soluzioni semplici che permettono di tornare subito all’attività lavorativa». Maggio 2011 • Nea


Cosmesi Anna Laura Lampa

L’estetica guarda alla natura Da principi attivi naturali nascono prodotti di dermo cosmesi innovativi. Anna Laura Lampa, creatrice delle linee Dr Lauranne, spiega il loro utilizzo di Eugenia Campo di Costa

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no dei mercati che ha risentito meno della recessione è quello dell’estetica e della cosmesi. Anche se gli istituti di bellezza e i centri benessere hanno registrato una lieve flessione delle frequentazioni, un’ampia fetta della popolazione non rinuncia a prendersi cura del proprio aspetto fisico, che funge da vero e proprio “biglietto da visita” nell’attuale società. Naturalmente, anche in questo mercato, vince il giusto rapporto tra qualità e prezzo e acquisisce un valore sempre più importante la consapevolezza del consumatore. «Non basta semplicemente vendere un prodotto cosmetico, bisogna venderlo con scienza» afferma Anna Laura Lampa che, infondendo le competenze scientifiche acquisite con la laurea in Farmacia nel mercato cosmetico, ha sviluppato una propria linea di prodotti di dermo-cosmesi a marchio Dr Lauranne.

in rapporto all’inestetismo, al metodo e al tempo di applicazione. Perciò, la prima cosa che deve conoscere bene la nostra operatrice, è il funzionamento del principio attivo contenuto nel prodotto che andrà ad usare. Organizziamo pertanto corsi di formazione cosmetico-dermatologici, quindi molto teorici, che spiegano il prodotto cosmetico dal punto di vista scientifico». Qual è, secondo lei, il confine tra un prodotto cosmetico e un prodotto farmaceutico? «Il confine tra cosmetico e farmaco è molto netto. Il cosmetico non ha lo scopo di curare, ma di mantenere integra la pelle, senza minimamente alterarla. Lo fa mediante specifiche sostanze che possono essere di origine naturale o di sintesi.

Che cosa significa “vendere con scienza”? «L’utilizzatore vuole essere consapevole di cosa contiene il prodotto che consuma, ecco perché bisogna saperne spiegare la composizione e il beneficio estetico che ne consegue. Le linee cosmetiche prodotte dalla nostra azienda, sia per il viso che per il corpo, sono dedicate al trattamento di vari problemi estetici. Fondamentali sono proprio le forme cosmetiche particolari e specifiche rivolte all’attività lavorativa dell’estetista. Quello che infatti è particolarmente importante, e necessario per ottenere l’effetto desiderato, è il metodo d’uso dei nostri prodotti, che varia in base a quattro aspetti: quale parte del corpo trattare, la quantità di prodotto attivo specifico per quella parte del corpo, il tempo di applicazione del prodotto stesso (1, 2 o 3 volte a settimana), il metodo di applicazione, vale a dire la specifica tecnica di massaggio mirata a risolvere il problema di quella parte del corpo». Dunque anche e soprattutto gli operatori estetici devono essere informati sulle caratteristiche del prodotto. «Assolutamente sì. Noi insegniamo a scegliere il cosmetico 296

Anna Laura Lampa, seduta, con una collaboratrice. La dottoressa crea i cosmetici a marchio Dr Lauranne. La sua azienda ha sede a Roma www.drlauranne.eu

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In cosmetica, ad esempio, non possono essere usate sostanze farmacologicamente attive come antibiotici o cortisonici. Un altro elemento molto importante è la cosiddetta textura del cosmetico, vale a dire la base o eccipiente che lo compone, che deve essere particolarmente soffice, non grassa e di rapido assorbimento. Il cosmetico, inoltre, prevede anche una profumazione, aspetto che incide molto nella scelta del prodotto. Tutti questi elementi nel farmaco sono secondari, ciò che conta è solo il principio attivo e la sua azione farmacologica». I prodotti Dr Lauranne hanno una base molto naturale. La linea Helixir, in particolare, sfrutta le proprietà rigeneranti della bava di lumaca. Quali risultati permette di ottenere? «La bava di lumaca è uno dei tanti prodotti di origine naturale che noi usiamo da diversi anni. Ha caratteristiche molto interessanti antiaging-cicatrizzanti. La bava di lumaca che utilizziamo viene prodotta in un grande allevamento in Bulgaria, viene poi da noi stabilizzata e utilizzata nel prodotto cosmetico. I risultati che si ottengono sono ottimi e visibili sia per quanto riguarda la levigatezza della pelle che come effetto tensore. Se viene abbinata poi alle staminali vegetali di uva, come facciamo nei nostri laboratori, il risultato è ancora più rapido e visibile». La vostra offerta contempla anche una linea uomo. Che differenza c’è nello studio e nella realizzazione di prodotti mirati all’epidermide maschile piuttosto che femminile? «Abbiamo iniziato da poco tempo a produrre i cosmetici per la linea uomo. Per il momento ci stiamo concentrando soprattutto nella ricerca sulle pelli sensibili e delicate dei giovani che cominciano a veder crescere la Nea • Maggio 2011

LA BAVA DI LUMACA È UNO DEI TANTI PRODOTTI DI ORIGINE NATURALE CHE USIAMO DA DIVERSI ANNI. HA PROPRIETÀ MOLTO INTERESSANTI ANTIAGINGCICATRIZZANTI barba e che soffrono di acne. I nostri prodotti, in questo ambito, sono pertanto calmanti e cicatrizzanti. Ma credo che la cosmesi per l’uomo abbia bisogno di tempo per affermarsi bene sul mercato. Anche se è vero che oggi anche l’uomo è più attento al suo aspetto fisico, al di là del prebarba e del dopobarba, gli altri prodotti più specifici sono ancora poco usati». Quali sono i principali mercati di riferimento della linea Dr Lauranne? «I prodotti cosmetici Dr Lauranne sono distribuiti in Italia quasi esclusivamente nei centri estetici, lo stesso dicasi per l’Europa, Portogallo, Grecia, Olanda, dove solo in zone limitate si possono trovare nelle farmacie. Nel Sud-Est asiatico (Singapore, Honk Kong e Cina) si trovano sempre nei centri estetici e centri benessere. In Medio Oriente, distribuiamo nei centri medico-estetici e nelle cliniche di bellezza. Negli Stati Uniti abbiamo, a New York, una rete di vendita porta a porta». 297


Il ruolo dell’estetista Barbara Bianchi

Tra estetica e salute Sempre più persone si rivolgono ai centri estetici per migliorare il loro aspetto. Cresce il bisogno di una formazione adeguata al ruolo che l’estetista riveste nella cura di inestetismi spesso generati da vere e proprie patologie. L’esperienza di Barbara Bianchi del centro estetico Afrodite di Erika Facciolla

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n settore in lenta ma costante ascesa, che grazie allo sviluppo parallelo e sinergico della medicina estetica si prepara a compiere un passo qualitativamente importante nella definizione della propria identità professionale: parliamo dell’estetista, figura di riferimento di donne e, sempre più spesso, uomini, che trovano nei trattamenti estetici più all’avanguardia la risposta ideale al crescente bisogno di bellezza e benessere. Un settore, quello dell’estetica professionale, che negli ultimi anni sta affinando le proprie competenze attraverso un ampliamento delle aree di specializzazione e dei servizi proposti ad una clientela di riferimento sempre più vasta. Testimone di questa evoluzione è Barbara Bianchi, titolare del centro estetico Afrodite di Napoli, la cui attività è focalizzata sulla valorizzare di ogni aspetto della bellezza e delle tecniche per mantenerla intatta nel 298

tempo. Caratteristica distintiva del centro è la stretta collaborazione con un pool di medici e professionisti altamente qualificati, come il dottor Giovanni Mastrobuoni, specializzato in chirurgia. L’esistenza di una connessone tra estetica e salute è confermata dalla stessa Bianchi, convinta che spesso sia fondamentale la collaborazione tra medici ed estetisti: «ci sono problemi di natura estetica, infatti, generati da vere e proprie patologie che solo il semplice, se pur valido trattamento estetico, non basta a risolvere. È la sinergia tra le due professionalità che da il top del risultato». Può farci qualche esempio concreto? «Di fronte a una cliente che lamenta problemi legati a un’eccessiva produzione di sebo, oppure una forma di irsutismo in particolari punti del viso, andrebbe richiesto, prima di un Maggio 2011 • Nea


MASSAGGI, RIFLESSOLOGIA PLANTARE E CORPOREA SONO TRATTAMENTI CHE MIRANO A PORTARE UN RIEQUILIBRIO FISICO CON UNA CONSEGUENTE RICADUTA POSITIVA SUL PIANO PSICOLOGICO intervento di tipo estetico, il parere dell’endocrinologo per effettuare dei dosaggi ormonali. La stessa cellulite è una malattia che non può essere definitivamente eliminata ma può essere migliorata. Anche in questo caso i motivi che la determinano sono molteplici e può rendersi necessaria la collaborazione con un posturologo o con l’angiologo. Di fondamentale importanza è anche la collaborazione con il dermatologo. Nell’immaginario comune la figura dell’estetista rischia di non avere la valenza che invece merita, vista la dura formazione e la professionalità necessarie per lavorare in un campo importante e delicato come quello estetico». Come risponde a questo luogo comune da sfatare? «Lavorando sul corpo umano, l’estetista deve essere in grado di capire quando è il momento di suggerire la necessità di interpellare il medico. Per far sì che ciò accada inevitabilmente, c’è bisogno di avere cognizione precisa dell’anatomia umana e della fisiologia». A quale tipo di formazione si deve sottoporre chi è interessato a lavorare in questo settore? «Purtroppo ancora oggi ci si può avvicinare all’estetica dopo aver conseguito la licenza media, effettuando un corso di formazione presso una qualsiasi scuola privata, riconosciuta dalla regione di appartenenza. Sarebbe opportuno che venisse richiesta una formazione di tipo universitario che metta in condizione chi vuole avvicinarsi al settore dell’estetica, di avere le giuste competenze. Questo consentirebbe di dare alla figura dell’estetista un aspetto decisamente più professionale». Ci sono dei percorsi formativi che sente di consigliare? «Dal 2002, grazie al dottor Andrea Bovero, è possibile frequentare un corso di formazione universitaria per tecnici estetisti, che si tiene presso l’Università degli studi di Ferrara, facoltà di farmacia, che ho frequentato io stessa, Nea • Maggio 2011

Barbara Bianchi del centro estetico Afrodite barbara_bianchi@libero.it

che offre un percorso formativo nell’area medico-scientifica, tecnico-professionale e gestionale». Quali sono oggi i trattamenti più innovativi e quelli più richiesti? «Nell’estetica un ruolo determinante è dato dalla manualità intesa come massaggi, riflessologia plantare e corporea, trattamenti che mirano a portare un riequilibrio fisico con una conseguente ricaduta positiva sul piano psicologico». A quali trattamenti si sottopongono con maggior frequenza gli uomini? «L’interesse della popolazione maschile è mirata in particolar modo al massaggio del corpo, mentre per quanto riguarda i trattamenti si predilige il viso». Crede che, a dispetto della crisi, l’interesse e la cura del proprio aspetto siano esigenze sempre molto sentite da uomini e donne? «A causa della forte pressione dei mass media che ci propongono un’immagine sempre perfetta, sono molte le persone, uomini e donne, che vogliono scolpire il proprio corpo; questo ha portato a una richiesta sempre crescente del nostro lavoro. Tuttavia, negli ultimi tempi si è avvertito un leggero calo, specie in alcuni periodi dell’anno, ma non sicuramente nella stagione estiva quando la domanda cresce in maniera esponenziale». 299


Oftalmologia Patrizia Vassallo

Lo sviluppo della visione e l’oculistica pediatrica Le funzioni dell’apparato oculare vanno indagate fin dalla più tenera età. L’oftalmologa Patrizia Vassallo spiega l’importanza della prevenzione pediatrica e le terapie in caso di ostruzione delle vie lacrimali di Giulio Conti

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li occhi di un bambino sono sensibili alla luce quando ancora si trova all’interno del grembo materno. Dopo le due settimane di vita il piccolo inizia in parte a coordinare i muscoli oculari riuscendo a mettere a fuoco oggetti situati a poche decine di centimetri dai suoi occhi; a un anno raggiunge la visione tridimensionale che si completa però intorno ai cinque anni d’età. «A patto che non si renda evidente un particolare disturbo congenito o post traumatico, per assicurarsi della corretta funzionalità dell’apparato oculare di un bambino di 3-4 anni è

comunque consigliabile un controllo specialistico». In ogni ambito medico, la prevenzione rappresenta dunque il percorso da prediligere e iniziare quanto prima. Su questa linea, Patrizia Vassallo, medico chirurgo responsabile dell’ambulatorio di oftalmologia pediatrica del Policlinico Federico II di Napoli, afferma l’importanza della collaborazione dei genitori per l’attuazione delle terapie oculistiche nei bambini e, quale esperta in patologie orbito-palpebrali e in chirurgia delle vie lacrimali, spiega come la lacrimazione, definita tecnicamente “epifora”, possa accompagnare varie malattie dell’occhio.

Attraverso quali “attenzioni” i genitori possono collaborare per garantire il miglior sviluppo della funzionalità visiva? «È fondamentale che intorno ai 3-4 anni i bambini vengano sottoposti a un controllo oculistico perché già a questa tenera età è possibile verificare la normale visione bilaterale ed eventualmente prescrivere la correzione quando necessaria. È importante che il controllo venga eseguito prima che lo sviluppo cerebrale sia completo perché i bambini possono vedere bene solo con un occhio e avere bisogno di correggere un disturbo dell’altro. Se, in casi del genere, non si provvede subito a risolvere l’“anisometropia”, ovvero la condizione in cui i due occhi hanno una rifrazione diversa, in seguito sarà impossibile farlo. D’altra parte, i bambini accet300

Maggio 2011 • Nea


Patrizia Vassallo, medico chirurgo, specialista in oftalmologia ed esperta in chirurgia delle vie lacrimali, esercita la professione a Napoli e a Roma vassallo@unina.it

tano bene sia le penalizzazioni ottiche che gli occhiali, ma è indispensabile determinazione nelle prescrizioni da parte del medico e collaborazione consapevole dei genitori: per questo, noi oftalmologici spesso ci ritroviamo a spiegare, in maniera più che dettagliata, le strategie terapeutiche prescritte ai figli».

In oculistica pediatrica, cosa caratterizza il rapporto con i piccoli pazienti? «Molti colleghi spesso preferiscono che sia io a svolgere un controllo pediatrico non perché pensano che, essendo madre, io possa avere un rapporto preferenziale con i piccoli pazienti, quanto piuttosto perché la visita ai bambini richiede più pazienza. È importante non spaventarli. Ma, se le condizioni prenatali non richiedono un’osservazione del fondo oculare, nei primi mesi di vita, è sufficiente controllare i riflessi pupillari, il riflesso rosso del fondo, l’assenza di lacrimazione e la normale motilità oculare. Alcuni esami che possono essere percepiti come violenze – per esempio le gocce che dilatano la pupilla – se non sono presenti strabismi o sintomi particolari, possono essere rimandati a momenti in cui è possibile una collaborazione».

SE LE CONDIZIONI PRENATALI NON RICHIEDONO UN’OSSERVAZIONE DEL FONDO OCULARE, NEI PRIMI MESI DI VITA, È SUFFICIENTE CONTROLLARE I RIFLESSI PUPILLARI, IL RIFLESSO ROSSO DEL FONDO, L’ASSENZA DI LACRIMAZIONE E LA NORMALE Oltre l’oculistica tradizionale, intervenire su ostru- MOTILITÀ OCULARE zioni delle vie lacrimali fa parte del suo esercizio professionale. Può interessare anche i bambini? «Quando l’epifora, ovvero la lacrimazione, è provocata dall’ostruzione delle vie di deflusso delle lacrime che può verificarsi anche nei bambini, è possibile intervenire con terapie tradizionali o metodologie chirurgiche. Il primo tentativo è una terapia antibiotica topica, accompagnata nei bambini a un leggero massaggio per forzare l’apertura delle valvole ancora occluse alla nascita. Negli adulti si può procedere a un lavaggio delle vie lacrimali. Dopo aver tentato con la terapia medica, nei bambini intorno a un anno si procederà a un sondaggio, forzando manualmente la valvola. Nei bambini più grandi si può provare a mantenere l’apertura dell’ostio con un tubicino di silastic che passa dai due canali lacrimali». Quando serve intervenire chirurgicamente? «La chirurgia delle vie lacrimali serve a bypassare l’ostruzione. Naturalmente l’intervento sarà tanto più complesso Nea • Maggio 2011

quanto più alta sarà l’ostruzione. L’aiuto dell’endoscopia lacrimale e nasale, nonché le nuove tecniche anestesiologiche, hanno migliorato i risultati».

Quali difficoltà ha dovuto affrontare nel corso di una carriera convenzionalmente maschile come quella di oculista? «Trent’anni fa, quando ho iniziato a lavorare, le donne oculiste erano poche e nessuna in posizione apicale. Il mondo universitario già era una “casta” per privilegiati con le logiche del nepotismo più sfacciato, ma la mia era una passione e così ho affrontato con tenacia ben 16 anni di precariato, trovando il tempo per studiare ed aggiornarmi. A questo si sono aggiunte le frustrazioni di un ambiente ambizioso che non voleva collaborazione ma “manovalanza”. Al primo cedimento scattava l’esclusione. Ho resistito, e con tenacia oggi posso dire di aver raggiunto il mio scopo professionale senza aver sacrificato molto la mia vita privata». 301


Chirurgia ed estetica in odontoiatria

Dall’implantologia allo sbiancamento dentale, dalla cura del parodonto all’ossigenazione dei tessuti, fino agli effetti del fumo. Maria Grazia Ricci illustra protocolli odontoiatrici alternativi, più rapidi e di maggior comfort di Giorgio Canti

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a dottoressa Maria Grazia Ricci, laureatasi in odontoiatria all’università di Buenos Aires, e in medicina e chirurgia in Italia, oggi coordina un team di collaboratrici che hanno scelto di coadiuvare la professione, esercitata presso lo studio Ricci di Milano insieme alla dottoressa Monia Vassallo, esperta in odontoiatria estetica. «Per mantenere inalterate le funzionalità di ogni elemento che compone la cavità orale il fattore determinante sta nella prevenzione. Per risolvere poi casi patologici o post-traumatici, noi odontoiatri siamo chiamati a seguire un costante aggiornamento e ad avvalerci di notevoli tecnologie capaci di coadiuvare il nostro lavoro per la migliore assistenza e cura del paziente». Dalla chirurgia parodontale all’implantologia, dall’odontoiatria estetica alle tecniche mininvasive, fino alla nuova ortodonzia applicata con mascherine trasparenti, la dottoressa Ricci descrive le principali pratiche e innovazioni oggi necessarie per una valida e duratura cura odontoiatrica.

La dottoressa Maria Grazia Ricci è chirurgo odontoiatra, ed esercita la professione presso il suo studio di Milano. In apertura, è al centro tra le altre professioniste dello studio studiomariagraziaricci@gmail.com

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Sempre più spesso, in campo dentistico, si sente parlare di impianti a carico immediato, una nozione ormai ampiamente accettata dalla comunità scientifica. Quali vantaggi procura? «Nella società contemporanea le esigenze dell’uomo determinano la nascita e lo sviluppo di nuove tecniche basate su costanti ricerche scientifiche. Così anche in odontoiatria, abbiamo assistito a uno sviluppo e perfezionamento progressivo delle tecniche implantologiche. Infatti, se fino a qualche anno fa, il protocollo prevedeva una lunga attesa prima di poter pervenire alla costruzione della protesi su impianti, oggi, l’atteggiamento dei clinici è orientato sempre più verso protocolli alternativi capaci di garantire la riduzione dei tempi di attesa e un maggiore comfort post-applicazione. La risposta più adeguata a tali esigenze è rappresentata dal carico immediato». Quali benefici ha apportato all’implantologia l’avvento del digitale? «Le tecnologie digitali oggi disponibili sul mercato odontoiatrico permettono di pianificare gli interventi diagnostici e chirurgici in fase preoperatoria e di visualizzare le condizioni dei tessuti molli. L’implantoloMaggio 2011 • Nea


LO SBIANCAMENTO DENTALE È MOLTO RICHIESTO DAI PAZIENTI CHE DESIDERANO UN RISULTATO NATURALE E DURATURO, NON INVASIVO E RIPETIBILE NEL TEMPO gia computer guidata, infatti assicura denti funzionali e consiste nell’utilizzo di mascherine in resina che vengono alloggiate nella cavità orale durante l’intervento chirurgico. Queste dime chirurgiche consentono l’inserimento di viti implantari in specifiche posizioni, ottimali per la successiva realizzazione del manufatto protesico». Di quali rischi e controindicazioni occorre che il paziente tenga conto? «Premettendo che la nuova implantologia tenta di essere meno invasiva possibile, i rischi medici e chirurgici rappresentano il punto di partenza per l’impostazione di qualsiasi trattamento, sia tradizionale che a carico immediato. Le controindicazioni riguardano i pazienti affetti da discrasie ematiche, malattie autoimmuni, diabete mai trattato, chemioterapie o microcardiopatie. Inoltre, tra i fattori abitudinari che possono compromettere il risultato implantologico, il fumo contribuisce a diminuire l’ossigenazione dei tessuti, ostacolando quindi il processo di guarigione. La nitrosamina, la nicotina, il monossido di carbonio e i radicali ossidanti contenuti nelle sigarette vengono rilasciati a contatto con i tessuti e assorbiti a livello locale e sistemico, provocando la formazioane di osso di qualità più bassa». E in casi di problemi parodontali? «Il parodonto, costituito dai tessuti che si trovano attorno al dente, può essere attaccato da diverse patologie che se non trattate, possono creare problemi anche ad altri organi. Se la placca batterica, ad esempio, non viene rimossa costantemente si ha proliferazione batterica con conseguente perdita dei denti. Esistono più modi di intervenire e curare le gengive, ci sono anche dei nuovi protocolli che stimolano l’attacco, la crescita e il metabolismo delle cellule del legamento parodontale. Ma in ogni caso, per scongiurare la comparsa di tali patologie occorre innanzitutto fare prevenzione». Eppure la salute della bocca va sempre più spesso “a Nea • Maggio 2011

braccetto” anche con esigenze estetiche. «Esattamente. Di fatti le tecniche dell’ortodonzia e dell’odontoiatria estetica negli ultimi anni hanno conosciuto un’incessante evoluzione. Presso il mio studio, dove mi avvalgo anche della collaborazione di mia figlia, la dottoressa Monia Vassallo, utilizziamo le “faccette”, sottili gusci di ceramica, da applicare direttamente sul dente per la correzione di inestetismi quali disallineamenti, diastemi e discronie dello smalto. Anche lo sbiancamento dentale è ancora molto richiesto dai pazienti che desiderano un risultato naturale e duraturo, assolutamente non invasivo e ripetibile nel tempo, perché consente di ristabilire luce e “giovinezza” al sorriso. Oltre l’ortodonzia tradizionale, applichiamo anche mascherine ortodontiche trasparenti, efficaci nel ripristino della corretta disposizione dentale ed esteticamente invisibili». 303


mariastella gelmini

La scuola del merito

La riforma scolastica sta producendo i suoi primi effetti sul sistema dell’istruzione. Il ministro Mariastella Gelmini spiega in che modo sono stati investiti i primi risparmi prodotti dalla legge in vigore dall’inizio dell’anno scolastico di Nicolò Mulas Marcello 306

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Mariastella Gelmini Istruzione

I

l riassetto del sistema scolastico e universitario italiano non è stato esente da polemiche e proteste, ma secondo i dati del ministero dell’Istruzione i primi effetti della riforma si sono concretizzati in importanti risparmi. Per il ministro Mariastella Gelmini i tagli sono stati necessari per arginare gli sprechi e per investire quei fondi in una politica di meritocrazia che incentivasse una migliore qualità dell’istruzione. Lei ha affermato che i tagli sono stati doverosi per porre fine agli sprechi. Quali sono stati i risparmi e come verranno investiti? «Con il 30% dei risparmi abbiamo finanziato gli scatti d’anzianità per i docenti e investito nell’innalzamento della qualità della scuola, nelle nuove tecnologie e negli incentivi per gli insegnanti. Abbiamo avviato infatti un programma sperimentale per la valorizzazione del merito: agli istituti migliori sarà assegnato un premio fino a un massimo di 70 mila euro, ai docenti particolarmente meritevoli sarà assegnato un premio pari ad una mensilità di stipendio. Ma fino a quando il 97% dei fondi per l’istruzione sarà destinato al pagamento degli stipendi sarà sempre difficile liberare risorse per la meritocrazia, per la qualità e per altri importanti capitoli di spesa. Nonostante tutto siamo riusciti a investire 1 miliardo di euro per l’edilizia scolastica. Una prima tranche di circa 350 milioni è già stata sbloccata».

FINO A QUANDO IL 97% DEI FONDI PER L’ISTRUZIONE SARÀ DESTINATO AL PAGAMENTO DEGLI STIPENDI SARÀ SEMPRE DIFFICILE LIBERARE RISORSE PER LA MERITOCRAZIA Per quanto riguarda l’università quali sono i principali effetti che si prevedono alla luce della riforma? «La riforma universitaria affronta per la prima volta in modo organico tutti gli aspetti della vita dei nostri atenei, dalla governance al reclutamento, dai criteri di finanziamento al diritto allo studio. L’autonomia degli atenei sarà legata indissolubilmente alla responsabilità. Le risorse non saranno più distribuite a pioggia, le università gestite bene, che offriranno didattica e ricerca di qualità, saranno premiate, quelle meno efficienti saranno penalizzate. La distribuzione dei fondi sarà assegnata in gran parte secondo criteri meritocratici, sulla base delle valutazioni dell’Anvur. Per combattere sprechi e duplicazioni inutili, le università vicine potranno fondersi o federarsi tra loro. Non ci saranno più i rettori a vita, che potranno restare in carica non più di 6 anni. Verrà eliminato il nepotismo dai concorsi, con l’istituzione del concorso di abilitazione nazionale e con l’adozione di un codice etico da parte degli atenei per evitare favoritismi e conflitti d’interesse legati a parentele. Verrà eliminato il fenomeno dei ricercatori a vita: avranno un contratto di 3 anni, rinnovabile per altri 3. Al termine dei 6 anni, coloro che saranno ritenuti validi diventeranno professori associati».

Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca

Le proteste alla riforma continuano nelle piazze. Ci sono margini di confronto per portare modifiche costruttive alla riforma? «In ogni fase dell’elaborazione della riforma abbiamo tenuto in grande considerazione il confronto con tutte le parti interessate, con le rappresentanze studentesche, con la Crui, con i docenti e i ricercatori. Anche ora, in fase attuativa, siamo pienamente disponibili al confronto costruttivo per affinare la riforma e aumentarne ulteriormente l’efficacia». Nea • Maggio 2011

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Istruzione Maria Maddalena Novelli

Creare le condizioni per un progetto di vita Maria Maddalena Novelli è il direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale per il Lazio: una regione dove studiano oltre 700mila alunni, ognuno dei quali «va impegnato responsabilmente a beneficio della collettività» di Riccardo Casini

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ltre 900 istituzioni di ogni ordine e grado che accolgono 721.733 alunni (di cui 21.622 con disabilità e 61.625 di cittadinanza non italiana), 58.731 docenti e 19.597 unità di personale amministrativo, tecnico e ausiliario: sono questi i numeri del sistema scolastico del Lazio, un sistema che da due anni è guidato da Maria Maddalena Novelli, direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale. «Il Lazio – spiega – presenta una realtà scolastica composita e molto diversificata, resa ancor più complessa dai grandi cambiamenti che negli ultimi due anni hanno interessato soprattutto le scuole secondarie superiori per effetto della revisione dell'assetto ordinamentale, organizzativo e didattico dei licei e del riordino degli istituti tecnici e professionali. In questa prospettiva sono stati avviati due nuovi progetti regionali sull’implementazione di una didattica orientativa e sulla diffusione di una cultura della valutazione, cui stanno lavorando 359 scuole secondarie di primo e di secondo grado, associate in rete e secondo un curricolo verticale». Quale contributo offrono le istituzioni, anche locali? Che attenzione registrate nei vostri confronti? «Lo scorso febbraio è stato siglato con la Regione Lazio un accordo finalizzato all’attuazione delle linee guida per la realizzazione dei raccordi tra i percorsi degli istituti professionali e i percorsi di istruzione e formazione professionale, allo scopo di sostenere l’organicità dell’offerta dei percorsi a carattere professionale del secondo ciclo del sistema educativo di istruzione e formazione e di facilitare i passaggi tra i due sistemi, nonché il reciproco riconoscimento dei crediti e dei titoli. E l’accordo prevede anche le necessarie misure di accompagnamento». Quali invece gli obiettivi dell’accordo quadro sottoscritto con il Comitato di coordinamento delle università 308

Maria Maddalena Novelli, direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale per il Lazio

del Lazio? «L’accordo mira alla definizione di percorsi formativi, scaturiti da esigenze territoriali reali e supportati dall’istituzionale responsabilità scientifica degli atenei. Ma tale accordo risulta strategico anche per la prevista formazione iniziale degli insegnanti. I risultati sono ancora parziali, dato il respiro pluriennale dell’azione intrapresa, ma è possibile individuare la loro già evidente positività, non solo in termini di accresciuta competenza ma anche in termini di partecipazione attiva e consapevole, com’è stato registrato in occasione del primo Corso di alta formazione per i docenti sul tema dell’inclusione degli alunni con disabilità». Ma quali sono oggi le criticità della scuola laziale? «Secondo l’accurata analisi condotta da Tuttoscuola e pubblicata nel secondo “Rapporto sulla qualità nella scuola”, un elemento di criticità nel sistema scolastico laziale è rappresentato dalla sicurezza degli edifici scolastici, soprattutto a causa della presenza di tante costruzioni storiche o antiche nella Capitale che ospitano scuole, per le quali è oggettivaNea • Maggio 2011


denza nelle iscrizioni all’istruzione superiore per l’anno scolastico in corso. La collaborazione con l’Unione degli industriali sta poi proseguendo in termini di forte sensibilizzazione degli studenti alla cultura del lavoro, intesa come impegno e convergenza di molteplici competenze. Diverse scuole del Lazio hanno partecipato alla realizzazione di un video sull’effettiva percezione che gli studenti hanno dello spirito di imprenditorialità».

UN ELEMENTO DI CRITICITÀ NEL SISTEMA SCOLASTICO LAZIALE È RAPPRESENTATO DALLA SICUREZZA DEGLI EDIFICI SCOLASTICI, CHE RICHIEDE UN MONITORAGGIO CONTINUO mente difficile mettere a norma strutture e impianti: questa situazione è oggetto di monitoraggio continuo e investe appieno le responsabilità e gli impegni delle istituzioni competenti. A più ampio raggio, invece, quegli elementi di malessere, fragilità, assenza di desiderio e di visione del futuro, così ben descritti nell’ultimo rapporto Censis, trovano riscontro nel Lazio e trovano massima espressione nella realtà di Roma: qui per vincere la sfida è necessario creare le condizioni - culturali, didattiche, strutturali, amministrative - perché ogni ragazzo, con uguaglianza di opportunità, possa giungere a elaborare il proprio progetto di vita, impegnandolo responsabilmente a beneficio della collettività». Nel 2009 avete siglato un protocollo d’intesa con l’Unione degli industriali. Come prosegue oggi questa sinergia? «Il rapporto tra scuola e mondo del lavoro è uno dei temi che maggiormente impegna oggi tutti i settori coinvolti nella formazione della persona. Tra gli esiti più rilevanti dell’intesa, va sottolineata l’individuazione, sulla base di un piano di monitoraggio che ha riguardato le scuole sede di incontro con l’Unione degli industriali, di alcune linee di tenNea • Maggio 2011

Quali altri progetti avete per il prossimo anno scolastico? «L’Usr Lazio intende avviare alcune iniziative ritenute strategiche per potenziare il sistema degli interventi offerto alle scuole per affrontare l’innovazione: in collaborazione con l’Università Luiss “Guido Carli” di Roma è stata avviata una capillare ricerca quali - quantitativa sull’entità del fenomeno delle reti scolastiche nel Lazio (più di 300 all’ultimo censimento), sulla loro visione e sulle risorse gestite. E proprio alle reti, in collaborazione con la Regione, intendiamo offrire percorsi di formazione nel campo della progettazione europea per aprire nuovi spazi di collaborazione e di confronto nello Spazio europeo dell’educazione e per accedere alle risorse messe a disposizione dall’Unione europea nei vasti ambiti della ricerca, della formazione, dell’uso delle nuove tecnologie, della certificazione, della cooperazione con le Pmi, della crescita sostenibile ed

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Istruzione Maria Maddalena Novelli

ecocompatibile. Un’altra iniziativa IL RAPPORTO TRA SCUOLA E MONDO invece riguarda l’orientamento alla DEL LAVORO È UNO DEI TEMI CHE MAGGIORMENTE scelta degli studi universitari e del IMPEGNA OGGI TUTTI I SETTORI COINVOLTI lavoro, avviata in collaborazione NELLA FORMAZIONE DELLA PERSONA con il Consorzio interuniversitario Cosa succede a quel punto? «Il “profilo orientativo inAlmaLaurea e con la rete di scuole AlmaDiploma». dividuale” viene restituito agli studenti attraverso interventi Di cosa si tratta? «È un progetto longitudinale di di consulenza personalizzata da esperti orientatori e, per i orientamento agli studi universitari e all’inserimento nel diplomati che lo consentono, dalla documentazione viene mondo del lavoro, rivolto agli studenti delle quinte classi estratto un curriculum vitae, poi messo a disposizione di enti degli Istituti superiori. Nel Lazio coinvolgerà in forma spe- pubblici e privati per l’inserimento nel mondo del lavoro. Il rimentale un campione di 20 scuole, rappresentativo per percorso accademico o lavorativo dei diplomati viene mocomposizione dell’universo delle istituzioni scolastiche se- nitorato nel tempo, offrendo dati concreti di placement agli condarie di secondo grado. Oltre ad accedere a un’infor- interessati e alle istituzioni scolastiche di provenienza, cui mazione ampia e puntuale sulle opportunità offerte dalla viene restituito il “profilo orientativo di classe e di istituto” formazione universitaria e dal mondo delle professioni, gli che consente all’intera organizzazione scolastica di apprezstudenti partecipano a un percorso di auto-orientamento zare il valore aggiunto che l’istituto offre alla propria utenza. e di autovalutazione, attraverso l’uso integrato di stru- Questo è quanto accade nelle migliori esperienze europee ed menti online. Il percorso mette in luce il profilo dello stu- è quanto è necessario avviare anche nel nostro Paese, nel dente e lo aiuta a immaginare il proprio futuro, anche quale un quinto degli studenti abbandona gli studi univerdopo la laurea, offrendo un ventaglio di dieci profili pro- sitari durante il primo anno accademico e l’incontro tra dofessionali che ben corrispondono ad alcune “famiglie” di manda e offerta di lavoro, soprattutto nei settori ad alto contenuto tecnico-professionale, non si realizza appieno». aspirazioni e di caratteristiche ricorrenti». 310

Nea • Maggio 2011


Daniela Beltrame Istruzione

Scuola, in gioco c’è il futuro Daniela Beltrame, direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale per il Friuli Venezia Giulia, spiega le difficoltà di operare su un territorio di confine. Tra riduzione delle classi e plurilinguismo di Riccardo Casini

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na regione di confine, con ampie zone montane: geografia e orografia del Friuli Venezia Giulia costituiscono due elementi con i quali anche il sistema scolastico deve confrontarsi. Lo sa bene Daniela Beltrame, direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale, secondo cui «il progressivo spopolamento della montagna ha portato le scuole a fare i conti con la riduzione delle classi e con la formazione di pluriclassi, che attualmente sono 104. Alcuni comuni hanno difeso a lungo il mantenimento dei piccoli plessi, ma stanno prendendo atto che gli obiettivi didattico-pedagogici ed educativi necessitano di comunità scolastiche idonee a stimolare l’apprendimento, anche attraverso la socializzazione». In che modo è possibile allora far fronte a questa situazione? «Le scuole di montagna sono penalizzate anche dal continuo ricambio di supplenti, ma il problema non si risolve abolendo il precariato, perché il sistema scolastico è ancora governato da una legislazione vecchia e resistente al cambiamento e da norme contrattuali che consentono a qualsiasi insegnante la scelta della sede provvisoria per la nomina in ruolo, l’assegnazione provvisoria annuale fuori provincia e il trasferimento annuale da istituto a istituto. La continuità didattica degli insegnanti per la durata di un intero corso di studi potrebbe essere garantita solo dalla previsione di precisi limiti contrattuali alla mobilità annuale degli insegnanti di ruolo e dall’introduzione di supplenze pluriennali. Ma la scuola di montagna deve anche sperimentare soluzioni didattiche innovative quali le classi aperte, la teledidattica e l’uso di lavagne multimediali». Cosa è stato fatto finora in regione? «Ottimizzando la distribuzione dell’organico statale, siamo riusciti a contemperare la funzionalità delle scuole di montagna con l’esigenza di evitare classi sovradimensionate in pianura. Inoltre, stiamo atNea • Maggio 2011

Daniela Beltrame, direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale per il Friuli Venezia Giulia

tuando protocolli d’intesa per l’integrazione scolastica degli alunni diversamente abili delle scuole di montagna». Compito della scuola è anche promuovere l’integrazione. Come avviene questo in particolare in una terra di minoranze, anche linguistiche? «Questa regione rappresenta un “laboratorio linguistico” a livello nazionale ed europeo per la presenza e l’uso nella scuola di più lingue, normativamente riconosciute. È questa una specificità e una peculiarità che costituisce un valore aggiunto nel curriculum formativo dei nostri studenti e che ci consente di attuare un autentico ed efficace quadro di educazione plurilingue, con l’insegnamento e l’uso della lingua italiana, slovena, tedesca e friulana accanto alle lingue straniere. Il discorso non va posto in termini di contrapposizioni o di priorità tra lingue, ma va assunta la prospettiva plurilinguistica in aderenza alle

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Istruzione Daniela Beltrame

raccomandazioni europee, ai principi a cui tutta l’azione del ministero dell’Istruzione in questi anni si è ispirata, in quanto ritiene le diversità linguistiche una risorsa, come d’altra parte la normativa regionale indica». Come valuta invece i risultati dell’indagine OcsePisa relativi al Friuli Venezia Giulia? «Gli studenti della regione hanno confermato il trend di crescita registrato nelle edizioni precedenti, posizionandosi al terzo posto in Italia per la lettura e la matematica e al secondo per le scienze, risultati tra l’altro che ci confermano al di sopra della media nazionale e di quella Ocse». Un altro nodo storico riguarda invece il collegamento tra scuola e mondo del lavoro. Come affrontarlo? «L’Ufficio scolastico e la Regione hanno siglato recentemente un accordo sperimentale finalizzato alla promozione, all’interno degli istituti statali di istruzione secondaria di secondo grado, della metodologia dell’alternanza scuola-lavoro, una nuova modalità di insegnamento e di apprendimento che potenzia la maturazione personale degli studenti attraverso l’incontroscambio con il mondo del lavoro. L’accordo prevede che gli istituti scolastici professionali e tecnici e i licei artistici della regione possano attivare, a favore di studenti di età pari o superiore a 16 anni, esperienze di alternanza scuola-lavoro da realizzarsi presso imprese, associazioni di categoria, studi pro312

Sopra, una veduta di Ravascletto: anche in questo paese, nel prossimo anno scolastico la scuola primaria chiuderà i battenti

fessionali, centri di ricerca ed enti pubblici. L’attuazione di questa intesa con la Regione ci consente di costruire un sistema stabile di rapporti fra la scuola e il mondo del lavoro sul territorio, e di creare una nuova modalità didattica attraverso esperienze in specifiche realtà di lavoro». Quali sono invece le principali sfide da affrontare per il futuro? «La scuola si trova di fronte a una sfida molto complessa che riguarda la sua stessa identità, i suoi obiettivi: ha il compito di trasmettere il patrimonio culturale elaborato nel passato, aiutare a leggere il presente, far acquisire le competenze per costruire il futuro e far crescere il senso del bene comune in ogni cittadino. La scuola del Friuli Venezia Giulia, per continuare a essere un modello di riferimento, dovrà valorizzare i giovani talenti in tutti i livelli dell’istruzione, condizione indispensabile per conservare e accrescere, assieme al patrimonio intellettuale del Paese, la qualità del capitale umano, quella élite trainante che in qualsiasi società assume la responsabilità decisionale delle scelte politiche, economiche e sociali necessarie per rispondere alle sfide della competizione mondiale. In gioco c’è la crescita o l’arretramento del modello economico e sociale di questa regione, del nord-est e di tutto il sistema Paese». Nea • Maggio 2011


Istruzione Lucrezia Stellacci

Nel Tacco si studia meglio Secondo la recente indagine Ocse-Pisa i quindicenni pugliesi in classe sono i migliori del centro-sud. E per Lucrezia Stellacci, direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale, il merito va anche ai fondi europei di Riccardo Casini

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ono i quindicenni pugliesi gli studenti migliori del Mezzogiorno: questo almeno secondo la recente indagine internazionale Ocse –Pisa, per la quale il Tacco d’Italia si colloca al primo posto tra le regioni del centro-sud e ben al di sopra della media nazionale in tutte le discipline prese in esame (matematica, scienze e lettura del testo). Un dato che non può che rendere felice Lucrezia Stellacci, direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale per la Puglia, secondo la quale questo «è il risultato più sorprendente dell’indagine». «Se è vero – spiega – che tutti hanno fatto piccoli passi avanti rispetto alle precedenti edizioni, contribuendo a migliorare la media nazionale, le regioni del Sud hanno fatto registrare un avanzamento più marcato: in particolare la Puglia, rispetto al 2006, guadagna 49 punti in lettura, 53 in matematica e 43 in literacy scientifica, collocandosi per ciascun campo d’indagine sopra la

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media nazionale e precedendo tutte le regioni del Sud e alcune del Centro, come il Lazio e l’Umbria. Personalmente sono sempre stata convinta della qualità superiore del sistema scolastico pugliese, ma mancavano strumenti d’indagine capaci di differenziare la Puglia dalle altre regioni della macroarea Sud». Quanto hanno contribuito a questo risultato i fondi strutturali europei dedicati al Mezzogiorno? «In misura determinante. D’altra parte gli obiettivi prioritari del Programma operativo nazionale 2007-2013 puntano a migliorare il livello delle competenze di base degli studenti, a promuovere le pari opportunità e l’inclusione sociale in contrasto agli abbandoni scolastici precoci». Ma in che modo vengono impiegati nel concreto? «Le strade per tradurre questi obiettivi in risultati sono Nea • Maggio 2011


molteplici, dal miglioramento degli ambienti di apprendimento all’ampliamento del tempo scuola, aggiungendo alle lezioni curricolari attività educative opzionali; ma anche con la diversificazione delle metodologie didattiche in corrispondenza delle potenzialità e dei ritmi di apprendimento dei ragazzi, l’aggiornamento del personale docente e il ricorso sistematico a periodi di stage in azienda, di soggiorni all’estero per imparare le lingue e di alternanza scuola-lavoro, per rendere gli studenti protagonisti della costruzione del loro sapere. Tutte queste strade sono state percorse fruttuosamente dalle nostre scuole, che hanno saputo utilizzare le ingenti risorse messe a disposizione dalla Ue nonostante le complesse e spesso defatiganti procedure di progettazione, di gestione e di controllo che le accompagnano».

Lucrezia Stellacci, direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale per la Puglia

SE LA SCUOLA VUOLE ATTRARRE I GIOVANI DEVE In precedenza lei ha ricoperto il UTILIZZARE I LINGUAGGI DA LORO PREFERITI, ruolo di direttore nell’Ufficio sco- SICCHÉ NON CI SIA SOLUZIONE DI CONTINUITÀ lastico dell’Emilia Romagna. Quali FRA “TEMPO SCUOLA” E “TEMPO VITA” le principali differenze riscontrate tra i due contesti regionali? «Le differenze nascono dal diverso sistema sociale di cui la scuola è cellula attiva: più coeso, più ricco sotto il profilo del reddito e delle opportunità formative e occupazionali al Nord; meno, molto meno, al Sud dove non c’è attenzione per la scuola, che fa fatica a trasformare il medesimo capitale umano in capitale sociale». Che valore ha invece l’accordo firmato recentemente tra Usr e Agis Puglia? Quale dev’essere il ruolo delle varie forme artistiche ed espressive all’interno della scuola? «Il valore è quello di uno strumento strategico per attualizzare l’offerta formativa e modernizzarne i linguaggi. Prendiamo ad esempio la celebrazione del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, che nel corrente anno scolastico ha impegnato le scuole di ogni ordine e grado a ripercorrere la storia risorgimentale dell’unificazione e a riprodurne gli aspetti più significativi con lavori originali degli studenti: le forme espressive prescelte, tanto nello studio quanto nella rielaborazione, sono state quelle cinematografiche, teatrali e musicali, perché parlano al cuore e permettono ai giovani di esprimere Nea • Maggio 2011

le loro emozioni. Se la scuola vuole attrarre i giovani e incuriosirli al sapere e alla tradizione, deve utilizzare i linguaggi da loro preferiti, sicché non ci sia soluzione di continuità fra il “tempo scuola” e il “tempo vita”». Quali sono oggi i suoi progetti per la gestione del sistema scolastico in Puglia? «Le sfide da vincere per ridurre le distanze tra la scuola del Nord e del Sud sono essenzialmente due: da una parte, integrarla nel territorio e nella comunità sociale di appartenenza perché tutti i soggetti attivi la riscoprano come un’opportunità e si decidano a sostenerla, dedicandole risorse e attenzione; dall’altra, modernizzarne l’impianto organizzativo e didattico per farne “luogo privilegiato di crescita consapevole e di benessere” dei nostri giovani, che dopo il diritto allo studio pretendono di poter esercitare il diritto al lavoro. Ed è a questi obiettivi, che riproducono in maniera più specifica i traguardi comuni del sistema scolastico nazionale ridisegnati nelle recenti riforme, che io ispiro quotidianamente la mia azione amministrativa di coordinamento, di sostegno e di perequazione delle 914 istituzioni scolastiche autonome della regione». 315


Istruzione Maria Letizia Melina

Tutti in rete per una scuola digitale Maria Letizia Melina, direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale per l’Umbria e già collaboratrice della presidenza del Consiglio nel Dipartimento per la digitalizzazione e l’innovazione tecnologica, delinea le classi del futuro di Riccardo Casini

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u 900mila abitanti, 117.145 sono studenti di scuola del primo e del secondo ciclo: questa è l’Umbria, una regione dove «la scuola conserva il ruolo sociale del riscatto e dell’emancipazione», sottolinea Maria Letizia Melina, direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale. Qui infatti «nel 1971 il 7,5% della popolazione femminile era analfabeta, mentre oggi la recente ricerca svolta da Umbria Ricerche ha rilevato che nella popolazione scolastica il genere femminile è quello che raggiunge risultati migliori»: un motivo di orgoglio per una dirigente che, tra le altre cose, fino allo scorso anno ha collaborato con la presidenza del Consiglio nel Dipartimento per la digitalizzazione e l’innovazione tecnologica. Ne approfittiamo per capire quale sia lo stato attuale della scuola italiana in questo ambito. «Lo stato attuale – spiega – è il risultato di un lento e progressivo processo che ha preso avvio durante la metà degli anni Ottanta e che solo oggi possiamo affermare sia a

Maria Letizia Melina, direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale per l’Umbria

buon punto. Durante l’ultimo decennio la necessità di rispondere al processo di informatizzazione della pubblica amministrazione e quello di innovare la didattica ha seguito due binari paralleli, ed è sempre più sentita dai docenti l’esigenza di imparare a utilizzare nel proprio lavoro gli strumenti tecnologici dell’informazione e della comunicazione per rendere più partecipata l’attività didattica, più efficaci gli apprendimenti, più aperti alla realtà attuale i percorsi formativi». Quali progetti sono stati messi in campo? Quali interventi sono ancora necessari? «Negli ultimi anni a livello amministrativo sono state introdotte novità come il portale “Scuolamia” che permette ai vari istituti di erogare servizi digitali alle famiglie come la pagella online. Per quanto riguarda invece l’aspetto didattico, il ministero dell’Istruzione ha promosso il progetto “Scuola digitale”, che ha portato alla realizzazione del piano di diffusione delle lavagne interattive multimediali, delle cosiddette “Classi 2.0” e delle “Isole in rete”, progetto che affronta il problema della scuola a distanza per individuare un modello di formazione degli insegnanti e metterli in condizione di lavorare insieme in rete. Negli ultimi anni insomma sono stati compiuti importanti passi in avanti verso una completa digitalizzazione della scuola pubblica italiana. E la recentissima circolare del ministero che prevede, tra le altre cose, l’operazione “Scuole in WiFi”, volta a dotare le scuole di un access point gratuito per la didattica, prosegue in questa direzione». Qual è invece la situazione in Umbria? «Abbiamo 14 “Classi 2.0”, di cui 6 nella scuola secondaria di primo ciclo, 4 nella scuola primaria e 4 nella secondaria di secondo ciclo, e queste ultime risultano tutte registrate al portale “Scuolamia”. Le lavagne interattive assegnate dal ministero sono state 270, ma le scuole si sono attrezzate

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Nea • Maggio 2011


IN UMBRIA ABBIAMO 14 “CLASSI 2.0”, LE LAVAGNE INTERATTIVE MULTIMEDIALI ASSEGNATE DAL MINISTERO SONO STATE 270, MA LE SCUOLE SI SONO ATTREZZATE AUTONOMAMENTE autonomamente, acquistandole attraverso la sussidiarietà territoriale o il dispositivo dell’accordo di rete». Ma quali sono i punti di forza e le criticità del sistema scolastico umbro? «Il sistema scolastico umbro ha una lunga tradizione di sperimentazione ed eccellenze nel campo delle innovazioni. Nel complesso possiamo affermare che si tratta di un’isola felice perché i processi innovativi sono condivisi a livello interistituzionale e quindi le decisioni che sono prese hanno il carattere dell’efficacia partecipativa. In particolare, i punti di forza sono costituiti dalle risorse umane straordinarie, numerose specialmente nell’ambito dei piccoli comuni; rappresentano invece criticità la sentita frammentazione nell’organizzazione interna di alcuni istituti scolastici, dovuta all’assenza di continuità gestionale e alla precarietà delle sedi per i docenti, o la percezione di una comunicazione efficace a volte non supportata da un’adeguata documentazione delle esperienze». Quali sono state le principali difficoltà riscontrate nel corso dei primi mesi di questo nuovo incarico? «Per ora non ho rilevato particolari difficoltà: preso atto della positiva situazione del sistema scolastico regionale, ho cercato di proNea • Maggio 2011

grammare interventi in continuità con le linee operative precedenti per fornire un concreto supporto all’autonomia delle scuole. Il servizio di istruzione umbro è sano e quindi non rappresenta resistenze al cambiamento di gestione, piuttosto richiede impegno per valorizzare le eccellenze». Quali sono le linee guida seguite per la redazione del piano programmatico a sostegno delle scuole per il 2011? «Sono cinque: la formazione, i cui ambiti di approfondimento dovranno essere quelli di maggiore attualità e urgenza, legati anche al riordino del secondo ciclo; la documentazione, con la predisposizione di un’ipotesi di modello digitale e l’utilizzazione del sito web della scuola con la definizione chiara di un’apposita area che possa costituire il punto di riferimento certo per il reperimento dei materiali di documentazione; le competenze, gli apprendimenti e la valutazione, in un anno che vede per le scuole secondarie di secondo grado le novità della rilevazione del servizio nazionale di valutazione e la certificazione delle competenze a conclusione dell’obbligo di istruzione; gli studenti, con il rilancio della presenza attiva sul territorio regionale del forum delle associazioni maggiormente rappresentative dei genitori operanti nella scuola e nella formazione; infine, le tecnologie, sempre più necessarie per migliorare i processi di gestione dell’istituzione scolastica, della comunicazione interna ed esterna e della documentazione». 317


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