10 > Sommario
Editoriale Maria Elena Golfarelli Irene Pivetti
62
Gestione del personale
64
Il ruolo del commercialista
20
La copertina di Nea Emma Marcegaglia
66
Consulenza del lavoro
68
Donne e lavoro
26
Forum Confindustria LibertĂ e benessere
70
Risorse ambientali
15
30
In fabbrica con * Federica Guidi
74
Una donna per commissario Anna Maria Cancellieri
38
Le imprese verso il futuro Mariella Enoc
78
Pari opportunitĂ * Isabella Rauti
42
Donne al vertice Lorena Capoccia Laura Iris Ferro Giuliana Caleffi Mariella De Florio
82
Istruzione * Mariastella Gelmini
84
Donne in Polizia Paola Basilone
50
Impresa e codice etico * Rossana Rinella
90
In prima linea Luisa Latella
54
Appalti pubblici
94
Giustizia penale
56
Diritto del lavoro
97
Processo e regole
60
Contenzioso civile e commerciale
98
Il rosa in carcere Gloria Manzelli Maria Carmela Longo
* 030
* 050
* 078
* 082
* 114
12 > Sommario
106
Giustizia tributaria Daniela Gobbi
110
Giusta causa Monica Lambrou
114
Farmer market * Nunzia De Girolamo
120
Modelli * Le donne di Nea
168
Stragiudiziale
170
Esiti inaspettati
172
Snellire il sistema
174
Tutelare i soggetti deboli
178
Diritto di famiglia
182
Decreto Milleproroghe
130
La chiesa delle donne Lucetta Scaraffia
184
La mia Trieste Susanna Tamaro
134
SolidarietĂ Patrizia Ravaioli Maria Teresa Letta
190
Architettura * Kazuyo Sejima
196 142
Camici rosa Micaela Piccoli Maria Grazia Modena Dalila Patrizia Greco Giovanna Riccipetitoni
Giovani artisti Beatrice Buscaroli * Patrizia Sandretto Re Rebaudengo
204
Interior living
206
Struttura e interni
208
Edilizia
214
Il settore turistico
216
Lucania da scoprire Carmen Lasorella
220
La musica dentro * Silvia Colasanti
154
Sociale * Mariella Bocciardo
158
Un’italiana nello spazio Samantha Cristoforetti
164
Un nuovo senso di giustizia
* 120
* 154
* 190
* 200
* 220
Editoriale
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Fissa bene i piedi… di Maria Elena Golfarelli
Nea
parla di donne che operano in tutti i campi della vita sociale, economica, politica e culturale con l’obiettivo di proporre modelli femminili che aprono o hanno aperto la strada al giusto e utile progresso in materia di pari opportunità. Ne scaturisce una galleria di ritratti femminili: uno sguardo attento rivolto alle donne di oggi e al grande investimento di passione, volontà, intelligenza, caparbietà che stanno facendo. Emma Marcegaglia, alla quale abbiamo dedicato la copertina, ritengo che ben rappresenti queste donne. Un ideale muliebre, lei, il numero uno di viale dell’Astronomia, sta affrontando con carattere e determinazione una crisi difficile, la più difficile finora del nostro sistema economico. Dai ritratti di Nea risulta spesso una tracimazione di qualità… Mi spiego meglio con un paragone che parte da lontano, da molto lontano, dalle origini o quasi. Sono le donne che dominano la scena nella tragedia greca Antigone, Elettra, Fedra, Medea consapevoli dei confini stretti in cui sono recluse. Ma esse travalicano i limiti di questa condizione sociale perché non è in grado di controllare e arginare la forza e la risolutezza di queste donne. Ogni scelta è testimonianza della loro superiorità da cui scaturisce un sentimento di inadeguatezza che fa chiaramente percepire l’incolmabile divario tra loro e la realtà culturale che le circonda.
Torniamo ai nostri giorni con qualche cifra “sparsa”. Oggi nel nostro Paese tra uomini e donne esiste una discriminazione salariale che va dal 3 al 28%; solo in 46% delle donne lavora, al sud sono il 35% (in Europa sono circa il 60%). Su circa 82.000 dirigenti d’industria in Italia solo il 5% sono donne e in media guadagnano il 16% in meno degli uomini. Rimangono ancora minoranza nei posti più prestigiosi, sono escluse dalle lobby di potere e subiscono maggiormente il peso della crisi economica. La strada è ancora lunga eppure le cose stanno cambiando. La marcia è inarrestabile se anche autorevoli testate economiche sono portate ad affermare che la crescita economica dei prossimi lustri sarà trainata dalle donne e che tempo qualche anno arriveranno a guadagnare più dei loro partner. Le ragazze oggi vivono da protagoniste hanno abbandonato ogni complesso di inferiorità, affermano la propria individualità, originalità e differenza di personalità. Insomma, le nostre ragazze corrono più veloci e Nea propone loro e a tutte le altre donne dei modelli che sono la dimostrazione provata che “si può fare”, “che ci si può riuscire”, che possono farcela. Quindi “fissa bene i piedi – scriveva Seneca – e tutti i pesi che ti sono caduti addosso sostienili”.
Editoriale
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Oltre
la competizione di Irene Pivetti ue donne hanno rappresentato in particolare un punto di riferimento per me: mia madre e la preside del liceo scientifico che ho frequentato, Madre Gertrude, che era anche la mia professoressa di storia e filosofia. Da loro ho imparato veramente molto. Oltre alle molteplici cose che una mamma insegna alla propria figlia, devo dire che mia madre è la donna più accogliente che io abbia mai incontrato, una capacità che conserva per altro nel tempo con il passare degli anni. A questo unisce una grande energia.
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Madre Gertrude, sicuramente mi ha insegnato la forza della contemplazione come metodo di vita. Lei è una monaca benedettina e mi ha insegnato che si può vivere in contemplazione anche nella vita di tutti i giorni così frenetica. La contemplazione è un modo per conservare la concentrazione sugli aspetti veramente importanti, raggiungere l’equilibrio di sé, la stabilità. Uno strumento fondamentale per vivere. In generale, ci sono molte donne che mi colpiscono. Quando ero piccola, avevo il mito di Margherita Hack, avrei voluto fare l’astronomo proprio in virtù dell’ammirazione che nutrivo per lei. Poi, una volta cresciuta, ho capito che è una donna lontana anni luce da me, è diventata molto ideologica, politicamente distante dai miei valori. Resto sempre ammirata dalla capacità infinita delle donne di essere, nei modi più diversi, punto terminale del dolore, dalla loro dote di sopportare e di non restituire il male che ricevono. Dalla ballerina a Madre Teresa di Calcutta, si riscontra questa caratteristica. Anche sul lavoro c’è competizione tra donne però poi, alla fine, tiriamo avanti. Guardiamo oltre.
«Anche sul lavoro c’è competizione tra donne però poi, alla fine, tiriamo avanti. Guardiamo oltre»
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Prima donna a varcare le porte di viale dell’Astronomia nel 1996 da presidente dei giovani di Confindustria, Emma Marcegaglia ha saputo conquistarsi la fiducia e il rispetto dei capitani d’impresa fino a meritarsi la poltrona di presidente degli industriali nel 2008. Grinta e senso del dovere sono i tratti distintivi con cui ieri affrontava le sfide dell’azienda di famiglia e oggi quelle delle imprese italiane di Giancarlo Mazzuca
22 > La copertina di Nea > Emma Marcegaglia
È
la classica donna d’oggi con grande piglio manageriale che non ha però intaccato l’originaria vena di dolcezza che certo non guasta: quando Emma Marcegaglia, oggi a metà del suo mandato, divenne due anni fa, prima donna nella storia, presidente di Confindustria (con un voto plebiscitario e dopo il mitico Luca di Montezemolo), l’ho subito ribattezzata Emma la dolce. Donna d’acciaio ma, appunto, di quello dolce. E oggi la “first lady” dell’impresa italiana, gestisce viale dell’Astronomia con la stessa grinta e la medesima determinazione dimostrate prima negli studi (laurea alla Bocconi di Milano in Economia aziendale con 110 e lode dopo aver seguito anche un corso in Business administration alla New York University) e poi alla guida del gruppo di famiglia assieme al padre Steno, alla madre Palmira e al fratello Antonio.
Prima donna a ricoprire il ruolo di presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia dopo la laurea ha iniziato a occuparsi della rivalutazione della Albarella Spa, società turistica acquisita dal Gruppo Marcegaglia alla fine degli anni Ottanta
Il suo modello di vita è sempre stato papà Steno che, dal nulla, è riuscito a creare un impero. «Mio padre», mi disse una giovanissima Emma quando, diversi anni fa, l’intervistai per il libro Eredi che scrissi con Paolo Mazzanti sui rampolli d’oro del made in Italy, «può essere considerato il modello del vero imprenditore calvinista, tutto casa e lavoro». E, in effetti, la storia di Marcegaglia senior è significativa: figlio di un falegname veronese che, per mantenere la famiglia fu costretto a emigrare in Somalia durante la guerra, diventò prima il difensore degli oppressi, mettendosi dalla parte dei contadini nelle cause di lavoro contro i proprietari terrieri della Bassa mantovana, e poi si trasformò in un “sciur Brambilla” rilevando una piccolissima azienda di tapparelle sull’orlo del fallimento assieme a un socio, un certo signor Garaffini: dalle tapparelle ai tubi, il cammino è stato incredibilmente breve. È stato insomma il
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vero “self made man” dopo avere cominciato con un diploma da geometra mentre la moglie faticava in una trattoria di Gazoldo degli Ippoliti, il paesino del Mantovano che diventerà la culla dell’impero siderurgico di famiglia. Emma la dolce non è, dunque, nata nella bambagia, anzi: sa bene cosa significa faticare e, nella sua vita, ha attraversato anche un momento particolarmente drammatico. Accadde nel 1982: Steno fu rapito a Napoli, la città dove aveva appena avviato uno stabilimento. Si scoprì poi che i rapitori erano suoi operai. Ecco il diario di quella vicenda nel racconto della figlia: «Avevo 17 anni e frequentavo ancora il liceo: quel rapimento mi ha fatto diventare improvvisamente adulta. È stato un terribile choc, ricordo ancora mia madre distrutta dal dolore, le banche e gli amici che improvvisamente, salvo qualche eccezione, ci voltarono le spalle. Sono stati cinquanta giorni di paura, ma noi non abbiamo mai abbandonato la speranza di ritrovare vivo papà che, in effetti, riuscì a fuggire miracolosamente dalla sua prigione in Aspromonte. Quella brutta storia è anche stata, per me e Antonio, la nostra gavetta, la nostra tremenda prova sul campo». Bastano queste parole di Emma per togliere i dubbi residui a coloro che sottovalutano ancora la sua grinta, il suo carattere deciso mimetizzato da
quello sguardo tenero. Del resto, per comprendere la determinazione manageriale del futuro presidente in gonnella della Confindustria, basta raccontare i suoi giochi da bambina: «Attorno ai cinque anni, giocavo con mio fratello all’ufficio: con bambole e orsacchiotti facevamo finta di fare gli industriali che vendevano grosse partite di coils». Emma, insomma, non perde tempo e dopo la laurea si rimbocca subito le maniche: «Mio padre aveva appena acquistato dal Credito Svizzero il centro turistico di Albarella che io conoscevo bene perché nella cittadina balneare veneta trascorrevo le mie vacanze estive da bambina. Papà mi affidò il compito di gestire il centro e mi resi subito conto che le cose non andavano per il verso giusto: i funzionari di Albarella, che mi chiamavano “la bambina”, dovettero presto cambiare idea sul mio conto». “La bambina” sapeva il fatto suo e mise tutti in riga. Cosa che ha poi ripetuto quando, più tardi, divenne numero uno dei giovani della Confindustria e quando, nel 2008, puntò con successo al gradino più alto del palazzo dell’Eur raccogliendo la pesante eredità del patron della Fiat e della Ferrari.
All’inizio ho scontato, certe volte, di non essere presa troppo sul serio, ho scontato il fatto di essere femmina
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Emma Marcegaglia tra il padre Steno, fondatore e presidente del Gruppo Marcegaglia, e il fratello Antonio, che riveste come lei il ruolo di amministratore delegato del gruppo che ha il suo quartier generale a Gazoldo degli Ippoliti, in provincia di Mantova
Il Gruppo Marcegaglia, interamente controllato dalla famiglia, è organizzato in sette aree di business: steel, building, home products, engineering, energy, tourism e services. È leader mondiale nella trasformazione dell’acciaio con 5,3 milioni di tonnellate lavorate ogni anno. Conta 6.500 dipendenti e 50 stabilimenti
Sempre di slancio e con entusiasmo, nonostante la crisi economica che ha costretto molte aziende italiane a ridimensionarsi (o chiudere) e a dispetto dei tantissimi operai costretti a restare senza lavoro. Pur avendo un buon rapporto con il governo Berlusconi (e, negli ultimi tempi, anche con un occhio ammiccante agli interessi bancari e non della Lega di Bossi), la Marcegaglia ha sempre rivendicato il suo ruolo indicando puntualmente le priorità di quel partito che predilige: l’Impresa SpA. Contenuta e “soft” nei toni ma molto determinata nella sostanza, l’ex “bambina”, in questi 24 mesi, ha così messo in riga tutti i politici continuando a chiedere provvedimenti a favore di quel mondo
industriale che finalmente comincia ora a intravedere la luce in fondo al tunnel della recessione internazionale più grave dal 1929 a oggi. Senza incertezze o dubbi e soprattutto senza timori reverenziali nei confronti del Palazzo. Un impegno estenuante che ha affrontato senza tanti problemi. Neppure essere donna l’ha condizionata più di tanto. Mi disse: «Quando parlo di lavoro non ho bisogno di mettermi una maschera, sono molto caparbia. All’inizio ho scontato, certe volte, di non essere presa troppo sul serio, ho scontato il fatto di essere femmina. Ma papà mi ha sempre messo nelle stesse condizioni di mio fratello e così non mi sono mai fatta vincere dallo sconforto». Un impegno a 360 gradi, quello di Emma, che non le ha impedito di mettere su famiglia sposandosi con un ingegnere ferrarese deciso a rimanere nell’ombra perché mal gli si addice il ruolo di “principe consorte”. In che modo sia in grado di conciliare i tanti impegni è un mistero, ma fino a un certo punto. Basta rileggere quanto mi confessò tanti anni fa: «Per certi versi, essere donna facilita il lavoro di imprenditore perché i rapporti sono più naturali, al di là del “sex appeal” che ha certamente un peso. Soprattutto in Italia, dove la mentalità è ancora arretrata in questo campo, la donna deve avere un forte senso di identità e di autocoscienza delle proprie potenzialità nel gestire un’azienda». È proprio vero: per Emma Marcegaglia nulla è davvero legato al caso...
26 > Forum Confindustria > LibertĂ e Benessere
I
INTERVENTI PRECISI
in tempi brevi
Il convegno biennale di Confindustria ha festeggiato a Parma quest’anno il secolo di vita della Confederazione generale dell'industria italiana. Molti gli esponenti del governo presenti, ma anche tanti industriali per una serie di tavole rotonde e interventi al cospetto di una platea di oltre 6.000 imprenditori di Nicolò Mulas Marcello
ibertà e benessere è stato il tema del convegno di Confindustria svoltosi a Parma il 9 e 10 aprile in occasione dei 100 anni dell'Unione degli industriali. La due giorni è stata teatro di scambio di idee e proposte per risollevare l’economia e le imprese italiane dalla crisi. Numerosi gli ospiti e gli interventi illustri che si sono susseguiti sul palco della Fiera di Parma sui temi più caldi come gli ostacoli e i vincoli legati alla pressione fiscale, la spesa pubblica, la qualità delle riforme e le leggi sul lavoro. Dal segretario del Pd Pierluigi Bersani al commissario europeo Joaquin Almunia, fino agli interventi conclusivi del ministro dell’economia Giulio Tremonti, del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e del presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. Da tutti è emerso un quadro generale di moderato ottimismo per l’uscita dalla crisi. Per tornare a crescere l’Italia deve cercare di abbattere le muraglie che ne impediscono la modernità. Negli ultimi dieci anni il Pil pro capite italiano ha registrato un calo del 4,1% e da qui al 2014 si attesterà sotto la media Ue di almeno 10 punti. Le riforme dunque, per Luca Paolazzi, direttore del centro studi di Confindustria, sono essenziali per liberare le potenzialità del Paese e creare un contesto adatto alla ripresa. Per il ministro Tremonti il rischio della crisi non è finito, ma è mutato. «Ogni 8 secondi – avverte Tremonti – si emette 1 milione di euro di titoli pubblici. Il problema non è emetterli, ma collocarli. I debiti pubblici sono certo basati su poteri sovrani e hanno un profilo temporale più lungo». Il governo italiano, secondo il ministro, avrebbe invertito la marcia: «Per la prima volta la velocità di crescita del deficit e del debito pubblico italiani è inferiore alla media europea». E riguardo alla prospettiva di intervento da parte del governo spiega: «Per l'Italia le riforme sono in assoluto una necessità storica, che avremmo a prescindere dalla crisi. Oggi siamo l'unico paese europeo che pianifica riforme strutturali». La priorità è riservata alla riforma fiscale: «Il mondo è cambiato e in un simile contesto, è impensabile che il fisco resti lo stesso di quello messo in legge negli anni 70 e poi continuamente rattoppato». Per
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PROPOSTE CONCRETE DALL'EUROPA Il vicepresidente della Commissione industria della Ue Antonio Tajani (nella foto), intervenuto al convegno di Confindustria di Parma, ha affermato che «bisogna uscire dalla crisi puntando molto sulla politica industriale, una politica per le imprese. La Commissione europea deve essere un interlocutore protagonista,che fa le cose, cancellando lo stereotipo di una commissione assente». Conversando poi con i giornalisti a margine del convegno di Parma sul tema dell’accesso al credito Tajani fa sapere che in Europa si stanno dando da fare: «Si svolgerà a Bruxelles il 6 maggio una giornata per individuare problemi e ricette per agevolare l’accesso al credito. Una delle quali è quella dell’innovazione, ovvero permettere alle imprese di innovarsi, e quindi fornire credito alle aziende». Secondo i dati forniti da Tajani, il credito erogato dalle banche nel settore privato è diminuito in Europa nel 2010 del 2,7% rispetto a un anno fa. Il vicepresidente fa sapere che sta riflettendo su proposte concrete come «promuovere la creazione di un mercato integrato di capitali di rischio e migliorare l’integrazione dei mercati finanziari, rafforzare la capacità operativa della banca europea per gli investimenti, e agevolare l’accesso al fondo europeo per gli investimenti». Tajani ha spiegato inoltre che «esistono dei fondi previsti per i momenti di difficoltà e crisi e se c'è uno stato membro che chiede aiuto noi siamo pronti ad intervenire». Nel caso specifico della Fiat, Tajani ha spiegato che il compito della Commissione sarà quello «di farsi carico di trovare posti di lavoro. Se l'azienda ha deciso di ristrutturare, il nostro compito sarà quello di trovare le condizioni che permettono di trovare posti di lavoro aiutando le piccole e medie imprese del territorio a svilupparsi». Per Tajani «la strategia giusta è quella di favorire la creazioni di posti di lavoro».
28 > Forum Confindustria > Libertà e Benessere
IN EUROPA PER DISCUTERE DEL MEZZOGIORNO
Tremonti la soluzione è quella del federalismo: «Basta con un sistema in cui i poveri delle regioni ricche finanziano i ricchi, ladri, delle regioni povere». Al ministro dell'economia risponde il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia che ha chiesto interventi precisi in tempi brevi. «Basta promesse generiche. Vogliamo subito impegni precisi in tempi precisi. Chiediamo entro 2 mesi, entro la nostra assemblea di maggio, un investimento di almeno 1 miliardo su ricerca e innovazione e di un ulteriore miliardo sulle opere infrastrutturali che devono crescere». Ma serve anche un sostanzioso piano di taglio della spesa pubblica, sottolinea Marcegaglia, «che preveda un taglio della spesa corrente pari all'1% di Pil all'anno per tre anni – continua – perchè non è accettabile che fino a oggi i lavoratori e le imprese abbiano tirato la cinghia mentre lo Stato non lo fa e la spesa continua a crescere». L’intervento è poi proseguito con toni fiduciosi: «È il momento di cambiare, di attuare le riforme. Ora abbiamo davanti tre anni per farle. Berlusconi ha vinto in modo chiaro le elezioni regionali, il mondo sta cambiando e io sono fiduciosa che il presidente e il suo governo,
Si è svolto a Bruxelles l’incontro tra la delegazione di Confindustria guidata dal vicepresidente Cristiana Coppola (nella foto) e il Comitato per il mezzogiorno. I temi trattati, oltre alla crisi, sono stati quelli della semplificazione della burocrazia, abbassamento dell'Irap per le imprese, e gli investimenti in ricerca e innovazione. La vicepresidente Coppola ha sottolineato come «la risoluzione delle due storiche inefficienze del Sud, inefficienza della pubblica amministrazione e criminalità, contribuiranno a ristabilire un contesto ambientale favorevole all'allargamento del mercato, senza il quale non ci può essere né sviluppo né libertà». La Coppola ha inoltre sottolineato il bisogno di una revisione efficace degli strumenti di aiuto alle imprese: «Attualmente – ha detto – in Italia ci sono oltre 1.300 regimi di aiuto, la gran parte dei quali regionali, cioè circa 1.200, fortemente dipendenti dalla discrezionalità delle amministrazioni». I fondi europei per incentivare sviluppo e competitività del Sud ci sono: 48 miliardi in tutto, 13 per ricerca e innovazione, 8 per le imprese. «La verità – ricorda – è che finora il tasso di spesa nelle 4 regioni della convergenza, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, si è fermato al 6%». Per questo auspica che «il 60% dei fondi si concentri su progetti grandi e medi già in cantiere, ma carenti di risorse, e che le regioni facciano sistema su percorsi comuni». Anche sui crediti di imposta i segnali sono tutt'altro che negativi purchè si muovano nell'ambito di obiettivi mirati e non si configurino come aiuti a pioggia generalizzati. Tra l’altro in questo senso, ricorda Coppola, c'è già un precedente, quello della Campania, che l'anno scorso vi ha fatto ricorso per 200 milioni ottenendo l'autorizzazione della Commissione europea. In conclusione serve quindi «legalità ed efficienza delle pubbliche amministrazioni, oltre che semplificazione delle procedure Ue, ma anche sanzioni per chi non usa o usa male i fondi».
con l'aiuto di tutti, anche dell'opposizione, riuscirà a fare le riforme». Gli industriali, dal canto loro, assicura Marcegaglia, sono pronti a fare la propria parte. La sfida è quella di crescere del 2% di Pil all'anno per 3 anni e assicurare così 50 miliardi di euro in più di ricchezza e 700 mila nuovi posti di lavoro. «È una sfida importante che tutti noi dobbiamo portare avanti perchè non vogliamo chiedere solo riforme».
30 > In fabbrica con > Federica Guidi
L’azienda è un teatro dove si alternano scene diverse ogni mezz’ora In un’azienda niente è immobile. Ogni giorno si profilano nuovi obiettivi da raggiungere. Perciò Federica Guidi, direttore generale di Ducati Energia, ama il suo lavoro. Ecco una giornata tipo dell’imprenditrice bolognese di Francesca Druidi
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32 > In fabbrica con > Federica Guidi
a piccola Federica Guidi avrebbe voluto fare il veterinario, in virtù del suo indiscusso amore per gli animali, in particolare per i cani. Ma la paura di vederli soffrire l’ha frenata. «È una professione – confessa – che comunque avrei praticato con la stessa spinta che oggi infondo nel mio lavoro». Presidente dei giovani imprenditori di Confindustria e direttore generale di Ducati Energia, Federica Guidi è rimasta affascinata dal mondo della fabbrica fin quando, da bambina, accompagnava suo padre, Guidalberto Guidi, alle Fonderie Corni. «Per me la fabbrica ha sempre identificato qualcosa di vivo, di dinamico». L’azienda, con i suoi ritmi e le sue sfide quotidiane, aderisce come un guanto al carattere di Federica Guidi, che non teme di agire anche sotto pressione. «La fabbrica vuol dire improvvisare costantemente, gestire con rapidità le informazioni. E, certo, anche affrontare i problemi». Nell’aprirci le porte della Ducati Energia, l’imprenditrice ammette di essere uno dei presidenti dei giovani imprenditori che rimane meno a Roma. «Resto lo stretto necessario,
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preferisco spostarmi dalla Capitale di sera e arrivare a mezzanotte a Bologna però essere in azienda la mattina dopo. Lavoro meglio da qua, anche se mi occupo di Confindustria».
Ricostruiamo la giornata tipo di Federica Guidi. A che ora è al lavoro? «Entro in azienda alle 8 circa. Negli ultimi tempi, mi capita di arrivare più tardi rispetto al solito: l’incarico in Confindustria ha modificato la logistica
Direttore generale di Ducati Energia e presidente dei giovani imprenditori di Confindustria dal 2008, dopo aver ricoperto la stessa posizione in Emilia Romagna. Nel curriculum di Federica Guidi, anche un’esperienza di analista finanziario
Federica Guidi è laureata in giurisprudenza, ma come lei stessa racconta non ha mai voluto diventare avvocato o magistrato. «Psicologicamente, mi sembravano professioni caratterizzate da rituali troppo standardizzati. L’azienda è, invece, un palcoscenico dove si alternano rappresentazioni diverse ogni mezz’ora»
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dei miei spostamenti e oggi è più discontinua la mia frequenza qui. Non faccio però pause durante la giornata. Di sera, esco di solito attorno alle 19.45».
Come si articola il suo lavoro? «Analizzo e verifico i dati dei tabulati puntualmente ogni mattina in quanto offrono un aggiornamento in tempo reale sulla situazione. Dalla mia postazione, situata in un open space al centro dell’ufficio acquisti, seguo l’andamento dei diversi ambiti e mi occupo di tutto ciò che non sono riuscita a sistemare il giorno prima: trattare con un nuovo fornitore, verificare con l’ufficio tecnico i disegni per un prodotto in lancio. Spesso sono coinvolta sul fronte commerciale. Non manca poi un veloce controllo ai tre stabilimenti Ducati in Romania, Croazia e India. La giornata è poi scandita da molte riunioni: una volta le seguivo tutte, oggi inevitabilmente partecipo solo a quelle più urgenti. Rispetto al passato, il mio ruolo è cambiato».
Oggi dedico più tempo al coordinamento delle risorse, mantenendo un ruolo operativo, connaturato al mio modo di fare In che modo? «Dedico più tempo al coordinamento delle risorse, mantenendo comunque un ruolo operativo, particolarmente connaturato al mio modo di fare. Del resto, non riuscirei ad assolvere questa funzione se non continuassi ad avere il polso sugli aspetti operativi dell’azienda». C’è una divisione con cui ha un rapporto privilegiato? «L’ufficio acquisti, non solo perché vi mantengo la mia scrivania, ma è lo spazio che più di tutti sento come il “mio” ufficio. Essendo stata per molti anni direttore del settore, e grazie anche al fatto che molte delle persone che vi lavorano hanno iniziato a
34 > In fabbrica con > Federica Guidi
collaborare con me 15 anni fa, ho sviluppato una quotidianità fatta di gesti e di sguardi al punto di riuscire a lavorare con loro senza ricorrere troppo al dialogo. Mi basta ascoltare il tono di una telefonata dall’altra parte della scrivania per individuare la presenza di un eventuale problema».
In generale, come si muove in azienda? «Mantengo il gusto di svolgere personalmente i passaggi necessari, perché questo mi offre la possibilità di essere dentro a tutti i meccanismi dell’azienda. Ho così la possibilità, sia rispetto a tutti i collaboratori e lavoratori, sia rispetto agli eventi che si susseguono, di non basarmi mai su informazioni filtrate». Nel momento in cui deve allontanarsi per impegni legati a Confindustria, come riesce a gestire le diverse attività? «Trascorrendo il tempo dei viaggi in treno al telefono, maledicendo le interruzioni dovute alle gallerie. E contattando, di volta in volta, le persone giuste in azienda, con le quali confrontarsi direttamente sulle questioni più urgenti e agire di conseguenza. È fondamentale contare su una buona segreteria di coordinamento che, dopo tanti anni, riesce a scremare con efficacia. In ogni caso, in azienda sanno di trovarmi sempre, non è mai
Forse non sarei quello che sono oggi se non avessi avuto gli anni di movimento confindustriale alle spalle accaduto che fossi irreperibile per una decisione importante».
In che modo l’impegno nei Giovani Imprenditori l’ha arricchita sotto il profilo umano e professionale? «Sono 15 anni che frequento il movimento. Questo percorso ha in qualche maniera accompagnato anche il mio ingresso in azienda. È una parte importantissima della mia vita che mi ha offerto l’opportunità di confrontarmi realmente con giovani imprenditori di tutta Italia, rappresentanti di realtà diverse, di imprese simili oppure molto diverse dalla mia. Giovani con i quali sono diventata amica e a cui a volte ho chiesto consigli e informazioni per importanti operazioni aziendali. È un mondo che ti forma, che abitua al confronto, che serve a smussare gli angoli del carattere e, nel mio caso, anche a superare la timidezza. Probabilmente non sarei quello che sono oggi, nel bene e nel male, se non avessi avuto questi anni di movimento alle spalle».
38 > Le imprese verso il futuro > Mariella Enoc
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Donne imprenditrici player dell’ECONOMIA
«Il numero di donne che scelgono di rischiare avviando un’attività in proprio è in aumento e questo costituisce un aspetto molto positivo e un esempio concreto di diffusione della cultura imprenditoriale». Mariella Enoc indica le sfide ancora da vincere di Renata Gualtieri
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Mariella Enoc imprenditrice del settore servizi, presidente di Confindustria Piemonte dal 2008 e dell’Associazione industriali di Novara
innovazione e di inventiva che introduce a livello di mercato.
er il sistema produttivo piemontese nel suo complesso ci sono dei segnali di miglioramento, ma la strada per ritornare sui livelli precedenti la crisi è ancora molto lunga. «Per dare fiato alla ripresa è indispensabile attuare politiche di sostegno della domanda e una riforma fiscale più coerente con i bisogni delle imprese. Siamo molto favorevoli al federalismo fiscale ed è indispensabile che la Regione continui a sostenere il tema dell’innovazione, insieme a politiche di attrazione di investimenti e di nuove imprese sul territorio». Mariella Enoc, presidente di Confindustria Piemonte, registra con piacere una gran voglia di fare tra gli industriali e sottolinea l’importanza dell’imprenditoria femminile per la capacità di
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Quanto conta la sua esperienza da imprenditrice in relazione agli obiettivi da raggiungere a capo di Confindustria Piemonte? «La mia storia imprenditoriale è sempre stata contrassegnata da una notevole varietà di relazioni, professionali e umane. L’operare nell’ambito della sanità e dei servizi alla persona, nel mondo delle fondazioni bancarie e del credito e in quello dell’industria in senso più stretto, mi hanno consentito di recepire una notevole quantità di stimoli che rappresentano una inestimabile ricchezza in termini di esperienza. È proprio questa caratteristica, e il suo declinarsi concretamente nella capacità di fare rete tra il mondo delle imprese e i suoi numerosi stakeholder, che ho voluto mettere a disposizione del sodalizio che rappresento». Le imprese femminili possono costituire una risorsa nella crisi? «Chi mi conosce sa bene quanto io sia poco incline a condividere ragionamenti sulle quote rosa o sulle differenze di genere all’interno degli ambiti dell’attività imprenditoriale, come di quella politica. I parametri di valutazione e di giudizio dell’attività di un manager devono essere altri. Ciò non toglie che l’imprenditoria femminile possa costituire un elemento in più per far fronte alla crisi, soprattutto in termini di
40 > Le imprese verso il futuro > Mariella Enoc
La Torino-Lione è un’infrastruttura essenziale per raggiungere l’obiettivo di un rilevante trasferimento del traffico merci dalla strada alla ferrovia lungo tutto l’asse Est-Ovest nella pianura padana, con significativi vantaggi ambientali, energetici e di sicurezza. Deve, quindi, rimanere un’opera prioritaria anche per il governo, e la tabella di marcia per la sua realizzazione deve essere assolutamente rispettata. Adesso i tempi stanno cominciando a diventare stretti
ideazione di nuove iniziative e di impulso verso una gestione eticamente più sostenibile del business». Ha gestito da sempre con passione e sensibilità il suo lavoro in un settore delicato quale quello dei servizi alle persone. Quali sono le prossime sfide che seguirà con il consueto entusiasmo per gli industriali piemontesi? «Le sfide, come sempre, si possono giocare e vincere solo se si fa fronte comune. Le priorità strategiche da condividere con le istituzioni e gli altri nostri interlocutori sono il rafforzamento delle infrastrutture e della logistica, lo sviluppo della ricerca e dell’innovazione, l’attenzione al tema delle energie rinnovabili e del nucleare, la promozione dell’internazionalizzazione delle imprese, lo sviluppo del turismo e un maggiore investimento sui settori dell’education, della formazione e del mercato del lavoro». Come leader degli industriali piemontesi cosa pensa manchi alle Pmi italiane per avviare una ripresa che è ancora così debole e quali sono le urgenze per uno sviluppo economico del territorio nazionale?
Mariella Enoc assieme ad Emma Marcegaglia
«La politica economica deve dimostrarsi all’altezza delle sfide attuali. A livello nazionale le leve corrette da utilizzare sono un incremento degli investimenti e degli ammortizzatori sociali, in modo da adeguarli alle modifiche del sistema produttivo che hanno caratterizzato gli ultimi anni. Sono urgenti infrastrutture moderne, amministrazione pubblica efficiente, mercati più liberi, politica meno invasiva, sindacati senza ideologie, istruzione che formi un valido “capitale umano”. Per quanto riguarda le Pmi, vera spina dorsale dell’economia, si deve puntare sempre più su qualità e innovazione, e iniziare a dar vita a processi virtuosi volti alla creazione di “reti” di imprese e di filiera che consentano di rimanere sul mercato e di continuare a crescere».
42 > Donne al vertice > Lorena Capoccia
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Lo STOP arriva dopo l’ALLORO
È un labirinto di cristallo, per Lorena Capoccia di Minerva Federmanager, quello in cui si aggirano le donne che aspirano a ruoli di vertice in azienda. «Il percorso di crescita professionale spesso viene bloccato nelle fasi intermedie perché si ritiene che una donna debba dare prova delle sue capacità prima di essere fatta progredire professionalmente» di Eliana Prati
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Lorena Capoccia è componente del Comitato esecutivo di Minerva Federmanager per il Nord Italia e amministratore delegato di Cartomac. Ha un bagaglio di esperienze maturate in multinazionali ad alto contenuto tecnologico
rampa di lancio. «Questo accade – spiega Capoccia – perché si ritiene che una donna debba dare prova delle sue capacità prima di essere fatta progredire professionalmente, mentre all’uomo si tende a dare fiducia a priori, lasciandogli maggiori spazi di crescita. Il fenomeno è molto avvertito dalle manager. In effetti, il rapporto tra dirigenti uomini e donne è di 6 a 1, ma fra le donne “quadro” la proporzione si inverte, tanto che si arriva a una percentuale del 50%».
iù che di soffitto, preferisce parlare di labirinto di cristallo perché «il percorso di crescita professionale delle donne spesso viene bloccato nelle fasi intermedie: dopo l’uscita dall’università, ma prima del raggiungimento di una posizione dirigenziale da cui accedere alla stanza dei bottoni». Lorena Capoccia la questione la conosce a fondo. Sia quale componente del Comitato esecutivo di Minerva Federmanager (la parte rosa della Federazione) per il Nord Italia, sia come donna che ha trovato l’uscita dal labirinto. Oggi, infatti, è amministratore delegato di Cartomac, con un bagaglio di esperienze maturate in multinazionali ad alto contenuto tecnologico. La grisaglia in rosa viene stoppata, dunque, sulla
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In Parlamento giacciono due disegni di legge che promuovono l’eguaglianza di genere negli organi sociali delle società italiane quotate in Borsa. Si arriverà mai al varo? «Il fatto che i due progetti di legge presentati alla Camera siano stati unificati e siano sostenuti da entrambi i principali schieramenti politici lo fa sperare. Indubitabilmente un provvedimento di legge di questo tipo implica problematiche tecniche per le aziende non indifferenti, ma un’applicazione graduale permetterebbe di fare entrare nei Cda la quota femminile senza creare disfunzioni nella gestione». La Norvegia “punisce” le imprese con meno del 40% di top manager donna. Decisione draconiana, ma forse è l’unica possibile? «In Italia da anni si sta cercando di portare più donne non solo nei Cda, ma anche nelle posizioni di vertice aziendale. Ciò nonostante, coloro che ricoprono questi ruoli sono nettamente inferiori a quelle degli altri Paesi europei. Anche se, come emerge dalla ricerca Federmanager “Donna & Manager 2010”, le manager italiane cominciano a
44 > Donne al vertice > Lorena Capoccia
In Parlamento giace un disegno di legge per l’eguaglianza di genere negli organi sociali delle società quotate in Borsa. Una sua applicazione graduale permetterebbe di fare entrare nei Cda la quota femminile senza creare disfunzioni nella gestione
primeggiare nel marketing, nella ricerca e sviluppo, nella gestione delle risorse umane e nei servizi legali. Quindi, così come è successo in Norvegia, ma se ne sta parlando anche in Francia, una misura di questo genere potrebbe dare alla presenza delle donne nei Cda un impulso vitale, infrangendo quelle barriere che fino a oggi non si è riusciti a eliminare». Come Federmanager Minerva voi proponete quote rosa temporanee per le donne nei board. La logica dell’essere a termine non indebolisce la vostra idea? «Al contrario, la temporaneità della misura ha un significato che rafforza la nostra idea. Infatti, auspichiamo che le quote rosa permettano alle donne, con un adeguato profilo professionale, di emergere e accedere alle posizioni di vertice. Superata questa fase, è evidente che si debba lasciare spazio ai manager di valore, donne o uomini che siano, selezionati in base a criteri meritocratici». Nell’Europa a 27 stelle, abbiamo il tasso di occupazione in rosa più basso con l’eccezione di Malta. Inoltre siamo ben lontani dall’obiettivo del 60% fissato dall’Agenda di Lisbona per quest’anno. Quali le buone pratiche da importare? «È riconosciuto come il principale ostacolo allo
sviluppo dell’occupazione femminile sia la maternità e, più in generale, la cura della famiglia. In Italia in particolare, oltre al cronico problema della mancanza di strutture, è da tenere in considerazione il forte peso dell’aspetto culturale, che tende a dare per scontato che il lavoro da dedicare alla cura dei figli e della famiglia debba a essere totalmente a carico della donna. Come dimostra l’indagine Federmanager, gli stessi dirigenti uomini riconoscono in maggioranza (73,7%) questo fenomeno. Da questo punto di vista, credo che si dovrebbe fare riferimento ai Paesi Scandinavi dove la cura dei figli e della famiglia è equamente nella coppia. Tra l’altro quest’approccio soddisfa anche una primaria esigenza del bambino. Chiudo con una proposta condivisa dai mille dirigenti che hanno partecipato all’indagine di Federmanager: dare alla donna manager la possibilità di gestire autonomamente il periodo di maternità, lavorando anche sino alla vigilia del parto e rientrando in servizio prima di quanto previsto dalla legge, se stanno bene e lo desiderano».
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dei bottoni LLa stanza si tinge di ROSA Capitane d’industria, amministratori delegati e presidenti: le top manager avanzano. Con forza. Laura Iris Ferro, Mariella De Florio e Giuliana Caleffi sono ai vertici di tre colossi, Gentium, Simet e Caleffi. Tre fiori d’acciaio di Ettore Castellanza
a grisaglia da top manager l’hanno lasciata nell’armadio. Ma nella stanza dei bottoni Laura Iris Ferro, Mariella De Florio e Giuliana Caleffi ci sono arrivate, dimostrando di non essere da meno dei colleghi uomini. Donne in carriera le si definisce, in modo un po’ settario, quando si deve attribuire loro un’etichetta. Eccezioni, insomma. Differenti le strade, e le storie, che le hanno portate a essere top manager. Espressione unisex anglosassone. Molte leghe avanti sulla parità aziendale nei board. Intraprendenza e passione. Laura Iris Ferro la “sua” Gentium se l’è addirittura fondata. «Ho
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Mariella De Florio, amministratore delegato del gruppo Simet, società calabrese di trasporti
combinato la mia esperienza e formazione clinica con quella di tipo aziendale, maturata nell’impresa di famiglia – spiega con apparente semplicità, anche se la voce tradisce una tenacia d’acciaio –. La mia intenzione è stata di dar vita a una iniziativa che, attraverso la ricerca, potesse fornire al mercato risposte terapeutiche adeguate a patologie senza possibilità di cura». Un obiettivo premiato da riconoscimenti scientifici. E da una crescita che ha portato l’impresa comasca, presieduta da Ferro che di recente ha ceduto la poltrona di Ceo, a essere quotata al Nasdaq. Tenacia e determinazione hanno guidato, invece, Mariella Di Florio alla poltrona di amministratore delegato del gruppo Simet, società calabrese attiva nel settore dei trasporti. Un ambito, notoriamente, molto maschile. «È stato difficile smentire l’idea che gli attributi e le competenze erano riservati solo al sesso maschile – rivela De Florio –. Certo, è pur vero, che questo settore è sempre stato coniugato al maschile. Nel nostro gruppo, comunque, nella stanza dei bottoni, il rapporto è di 1 a 1: le donne sono alla pari, non solo numericamente, con i collaboratori dell’altro sesso». Il passato che guarda al futuro è il segreto dell’affermazione di Giuliana Caleffi, presidente dell’omonima impresa leader nell’home fashion.
46 > Donne al vertice > Laura Iris Ferro, Mariella De Florio, Giuliana Caleffi
A fianco, Laura Iris Ferro, presidente e fondatore dell’azienda farmaceutica Gentium, quotata al Nasdaq. Sotto, Giuliana Caleffi, presidente dell’omonima impresa
Ci sono segnali incoraggianti di progressiva affermazione delle donne nella vita professionale ed economica
«È importante condividere la filosofia aziendale con i propri collaboratori – avverte –, mantenendo viva la tradizione e saldi i valori della propria azienda che sono alla base della crescita e del successo sul mercato». E le soddisfazioni non mancano. Di recente, la Caleffi ha ricevuto «il premio Disney Champion the change 2009 come prima azienda italiana distintasi per aver saputo coniugare flessibilità, capacità di cambiare, di rinnovare la mentalità e innovare il modo di fare business, giocando un ruolo fondamentale per essere competitivi». Ferro, De Florio e Caleffi raccontano di successi. Non certo in discesa e senza sconti. «Come donne – osserva la presidente di Gentium – c’è sempre qualcosa in più da dimostrare. Non fosse altro per la necessità, che è un piacere anche se stressante, di conciliare lavoro e famiglia». Un “discrimine” quest’ultimo rilevato anche dalla presidente di Caleffi: «Essere imprenditore è un
ruolo di grande responsabilità; una donna, allo stesso modo di un uomo, è chiamata a una dedizione al lavoro che comporta molti sacrifici, ma forse la maggiore difficoltà è nella ricerca di un giusto equilibrio tra vita aziendale e impegni familiari». Per fortuna, «il riconoscimento ripaga ampiamente l’impegno profuso». Ma se il dover dimostrare di più è uno stigma che rimane, il soffitto di cristallo pare mostrare qualche crepa. «È pur vero che le donne hanno difficoltà maggiori nel dare prova delle proprie capacità, ma la rotta si sta invertendo e questo può avvenire solo da un sano e convinto confronto e da un ascolto scevro di pregiudizi», evidenzia De Florio. Insomma, ribatte Ferro «ci sono segnali incoraggianti di progressiva affermazione delle donne nella vita professionale ed economica. Un esempio? Un presidente della Confindustria donna: mi auguro che non rimanga un caso isolato».
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50 > Impresa e codice etico > Rossana Rinella
L’etica non è un costo
C’è anche la sua mano sul codice di comportamento etico promosso da Confcommercio, oggi divenuto un modello per l’intero sistema produttivo. Rossana Rinella ritrae la difficile maturazione delle aziende italiane verso un’economia sempre più moderna e sostenibile di Andrea Moscariello ino a pochi anni fa, in Italia, poco si parlava di etica associata al concetto di impresa. O, almeno, non si riconosceva l’implicazione pratica di un tale binomio. Soltanto nei paesi anglosassoni questo abbinamento poteva reggersi sull’attribuzione di un reale valore giuridico. E nel nostro Paese, a iniziare il percorso verso un simile risultato, è stata la Confcommercio. «L’associazione si è rivelata pioniera in un’opera difficilissima» dichiara Rossana Rinella. L’avvocato, che tra le altre cose segue dal 1986 numerose procedure di appalto di opere e forniture, si è occupato proprio della redazione del primo codice di comportamento approvato dal Ministero della Giustizia oltre che dall’Ocse. «È stato un onore - afferma – oltre che una sfida assai stimolante». Un compito che, con la crisi, assume un significato ancora più importante, ma proprio a tal ragione risulta più complesso. Secondo Rinella, infatti, «la crisi ha destabilizzato il perseguimento di un operato dettato da principi etici all’interno delle imprese. Come avviene con ogni costo aggiuntivo, per giunta legato a obbligazioni che, ancora, a molti appaiono solo ed esclusivamente petizioni di principio. Si preferisce, allora, il costo del rischio».
®fabio Lovino
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Rossana Rinella Avvocato e fondatore dello Studio Associato Rinella & Partners di Roma
Le imprese, comunque, sono sempre più penalmente responsabilizzate.
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«È proprio questa la novità introdotta dalla normativa in questione. Il carattere sostanzialmente penale della responsabilità deriva dalla mancata ed efficace adozione, da parte delle imprese, di modelli di organizzazione e controllo a prevenzione di tutti quei reati cui la normativa stessa si riferisce. Purtroppo, sia nell’ambito processuale che in quello imprenditoriale, esistono notevoli zone d’ombra. Questo dato, unitamente alla reticenza, da parte di molti, nell’accettare il fatto che la responsabilità penale non sia più solo personale, posto che l’impresa è ormai chiamata a rispondere dei reati commessi al proprio interno, hanno costituito un notevole ostacolo all’adozione della normativa di derivazione etica». Quali sono i punti fondamentali del codice etico di Confcommercio? «La filosofia del codice è volta a rendere comprensibile, a un panorama eterogeneo di imprenditori, non solo la necessità ma, soprattutto, l’utilità della sua applicazione. In particolare, ciò è avvenuto mediante la descrizione analitica dei comportamenti che, nell’ambito della gestione aziendale, costituiscono reato, ivi incluse le conseguenze.
Confcommercio si è resa pioniera nel difficile percorso che ha portato all’approvazione del codice di comportamento per le imprese. Questo è stato approvato sia dal governo, sia dall’Ocse
Che genere di reazioni state rilevando? «Il riscontro, da parte degli imprenditori, direi che è tutt’ora in corso. I primi approcci, come ben si può comprendere, sono stati piuttosto timidi». Chi, tra il manager e l’imprenditore, può fare
Il carattere penale della responsabilità deriva dalla scarsa prevenzione, da parte di molte imprese, di tutti quei reati cui la normativa stessa si riferisce Fondamentale è stata anche la formulazione di norme che, volutamente, abbiamo definito “etico-pratiche”, costruite appositamente per facilitare gli operatori nell’attività di redazione dei propri peculiari modelli di organizzazione e controllo interno. Il tutto, mi permetto di dire, senza che fosse trascurato nulla».
da leva per una cultura aziendale improntata sui principi etici? «Direi che l’azionista, e, quindi, l’imprenditore, continui a connotare e definire l’azione e gli obiettivi societari, come è giusto. Ma, indubbiamente, il conseguimento degli obiettivi così determinati è affidato ai manager, alla loro cultura, alla loro sensibilità, al loro pragmatismo
®fabio Lovino
52 > Impresa e codice etico > Rossana Rinella
Bisogna dare il giusto riconoscimento all’esistenza e al grande valore di quella operosità delle donne, assidua e atavica, che non si è mai posta in contrapposizione con il mondo maschile
e alla loro attenzione. E siccome il perseguimento degli obiettivi dell’azionista non credo possa prescindere dal fornire riscontro all’evoluzione legislativa, anche in materia di etica, saranno proprio i manager a svolgere il delicato compito di sensibilizzare i loro azionisti all’introduzione di principi, metodologie e criteri, in grado di tutelare gli azionisti stessi e, naturalmente, l’impresa». Ha un forte connotato etico anche il tema delle pari opportunità. Il tessuto produttivo italiano può contare su un’importante presenza femminile. Le donne, però, debbono ancora conquistare importanti traguardi, anche numerici. «Bisogna dare il giusto riconoscimento
all’esistenza e al grande valore di quella operosità, assidua e atavica, che non si è mai posta in contrapposizione con il mondo maschile, né, per quanto mi riguarda, intende farlo, volendo, piuttosto, lavorare affinché si prenda atto della costante esistenza di questo “valore”, riconoscendolo finalmente come tale. Uguale ma distinto. Come tutte le cose uniche. Su questi presupposti si basa anche il Festival dell’eccellenza femminile, che seguo con grande interesse sin dalla prima edizione e al quale, in occasione della prossima, che si terrà in autunno, probabilmente parteciperò come relatrice». Utilizzare, come parola chiave, quella dell’eccellenza è anche un modo per affermare il ruolo delle donne basandosi esclusivamente
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«Il conseguimento degli obiettivi etici è affidato ai manager, alla loro cultura»
sulle loro qualità. In parte, questo concetto, si distacca da quello delle “quote rosa”, che punta su un’assegnazione di diritto, numerica. Quale, tra queste due filosofie, è da perseguire? «Domanda da un milione di dollari, su cui potrebbe aprirsi un dibattito lunghissimo. Provo a sintetizzare. Se i valori di tipo numerico continuano a essere sostanzialmente irrilevanti, risulta assai arduo che possa valorizzarsi, emergere e affermarsi l’eccellenza, non crede?». Il Festival cosa si prefigge? «Quello che dicevo poc’anzi, l’emersione di valori importanti, spesso “sommersi”. L’eccellenza della sinergia delle peculiarità dei sessi. Siamo fatti per essere “con” e non contro. Tutto qui. Anche se non è né poco, né semplice». In che modo, da avvocato, trasmette alle imprese i valori etici e paritari che sostiene? «Penso di offrire alle aziende e agli enti che assisto quello che ogni buon avvocato è capace di offrire, naturalmente mettendoci del mio, gettando spesso il cuore oltre l’ostacolo senza troppi timori. Io stessa mi sono strutturata come un’azienda, come del resto ogni professionista che operi con una o più strutture, con dipendenti e consulenti a ogni livello. Il contributo che, anche in termini evolutivi, cerco di comunicare, nasce dal confronto con le stesse aziende, nasce dall’analisi quotidiana delle problematiche gestionali, spesso in presa diretta. Peraltro, mi onoro di appartenere all’Aidda - Associazione donne imprenditrici e dirigenti di azienda - nel cui ambito, ogni tavolo, ogni iniziativa, ogni incontro, sono fonte di esperienza, conoscenza e crescita. Questo mi aiuta ad anticipare, spesso anche sommessamente, le problematiche del futuro più
NEL CONFRONTO CON LE PMI Una società che intende reggere la propria economia su determinati dettati etici deve necessariamente considerare gli elementi tipici che vanno a costituire e a caratterizzare il proprio quadro produttivo. L’Italia, come è noto, in tal senso rappresenta un modello unico nel mondo, data la vasta mole di piccole e micro imprese a carattere familiare. C’è chi, però, osserva questa peculiarità come un dosso difficilmente superabile sulla strada verso la realizzazione di un’economia moderna e inserita nel mercato globale. Ma sarà giusto affermare il fatto che il modello “familiare” rappresenta un limite allo sviluppo di una cultura manageriale avanzata? «Credo che la questione debba probabilmente essere affrontata sulla base di quella che, di fatto, è la realtà economica del Paese – spiega Rossana Rinella - E dobbiamo fare i conti con la circostanza che, almeno il 90% del tessuto economico italiano, si fonda ed è costituito proprio dalle Pmi». A questo punto occorre chiedersi come, le categorie professionali più vicine alle aziende, possano essere di aiuto. «Si tratta, di accompagnare il loro percorso, favorendo l’evoluzione aziendale, sia sotto il profilo tecnologico e culturale che manageriale. Il tutto agevolando, così, il riscontro di criteri e metodologie al passo con le necessità di un moderno ed efficace sviluppo economico». studio@rinella-partners.eu
prossimo, fungendo, spesso, da supporto nella quotidiana attività di problem solving aziendale. Credo che, forse, in quest’ambito l’essere donna regali quel pizzico di intuito e sensibilità utili a far sì che, anche le novità di maggior impatto, vengano percepite come “normali”. Il resto, forse, non dovrei dirlo io…».
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54 > Appalti pubblici > Caterina Di Marzio
La trasparenza tutela il mercato
La maggiore chiarezza in materia di appalti pubblici deve essere garantita dalle istituzioni, mediante la predisposizione di un organo di controllo indipendente. Capace di garantire la neutralità delle stazioni appaltanti. L’analisi di Caterina Di Marzio di Simona Langone
n materia di appalti, l’emanazione del Codice sui contratti pubblici ha risolto, in parte, l’annosa questione relativa alla mancanza di un corpo legislativo unico. Rimangono accese le questioni afferenti l’integrazione e armonizzazione della normativa nazionale con quella comunitaria e l’aspetto riguardante «i frequenti richiami, riscontrabili nella presente normativa, nei confronti di quella previgente». Ad affermarlo l’avvocato Caterina Di Marzio, esperta in materia di appalti pubblici ed espropriazioni.
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Quali sono gli ostacoli che si incontrano nelle procedure di appalto? «L’aspetto più difficoltoso riguarda la scarsa aderenza della normativa con la realtà che vivono le imprese e i professionisti nella gestione delle rispettive attività. Mi riferisco chiaramente ai casi in cui il legislatore, anche per aderire alle disposizioni europee, richiede, ai partecipanti alle gare di appalto, il possesso di requisiti economici e tecnici, oltre che morali. L’acquisizione di tali prerogative è resa estremamente difficoltosa a causa della farraginosità del nostro sistema amministrativo, spesso privo di procedure di
Nella foto l’avvocato Caterina Di Marzio nel suo studio di Roma. Lo studio svolge attività giudiziale e stragiudiziale. studiolegdimarzio@virgilio.it
semplificazione». Quali sono i difetti principali che emergono nella stipula degli accordi? «Ulteriore punto debole nelle procedure di gara è la scarsa vigilanza sulle aggiudicazioni degli appalti. Molti partecipanti, società o persone fisiche,
denunciano il riproporsi, nella scelta degli affidatari, di una preferenza che ricade spesso sugli stessi candidati. Con gravi conseguenze per l’economia e la crescita professionale, sia dei singoli che del Paese. L’economia italiana trova linfa vitale nell’attività di piccole e medie imprese, in quella di professionisti di diversa estrazione giuridica e, in genere, nella classe socioeconomica produttiva. Tutti questi soggetti devono essere garantiti e tutelati sul corretto svolgimento delle procedure di esplicazione degli appalti e, quindi, sulla corretta e trasparente erogazione di denaro pubblico». A quali casi fa riferimento? «Mi riferisco alle varie procedure di gara ma anche a quelle modalità di aggiudicazione semplificata, in ragione delle quali le amministrazioni selezionano operatori da inserire in liste, utilizzate secondo necessità, da cui trarre i nominativi dei partecipanti all’affidamento dell’appalto. Ritengo che questi elenchi debbano essere resi pubblici affinché possano essere visionati. Così come pubblici, e pubblicati sui siti web, dovrebbero essere i nominativi, le motivazioni, l’oggetto e il valore del servizio, di coloro che sono scelti a rotazione». Il suo ruolo è anche chiamato a fare da tramite tra Pubblico e Privato. Come giudica la dialettica e i meccanismi che intercorrono in questo rapporto? Serve una maggiore vigilanza tra i due attori, anche al fine di evitare azioni illecite? «Una più efficace forma di trasparenza e chiarezza nello svolgimento delle procedure porterà senz’altro a una diminuzione del contenzioso. Al raggiungimento di questo scopo può contribuire la previsione di una forma di vigilanza, mediante un organismo terzo indipendente che operi, attraverso un pedissequo controllo, sulle modalità di scelta del contraente privato». In materia di espropri quali aspetti, problemi, criticità, ritiene debbano essere posti all’attenzione dell’opinione pubblica? «Nel settore espropriativo il problema di maggiore spessore coinvolge sicuramente l’aspetto economico
I nominativi, le motivazioni, l’oggetto e il valore del servizio, di coloro che si aggiudicano gli appalti dovrebbero essere pubblici, e magari pubblicati sui siti web ovvero il riconoscimento dell’idennità dovuta dall’amministrazione pubblica espropriante al privato espropriato. I fattori di particolare criticità riguardano il quantum e la tempistica del versamento. Le aree espropriate, pur se edificate o prossime a un centro abitato, per ragioni dovute alla vetustà dei piani urbanistici o alla mancanza di controlli del e sul territorio, sono spesso identificate come agricole. Ciò comporta che la stessa indennità di espropriazione sia calcolata prendendo a parametro il costo delle aree agricole, ridotto rispetto a quello delle aree edificate o edificabili. Con il conseguente onere per il privato di dover provare il maggiore valore, spesso attraverso l’azione giudiziaria. Oggi, grazie all’intervento della Corte costituzionale, la posizione del privato è nettamente migliorata, ma la problematica non è del tutto risolta».
56 > Diritto del lavoro > Antonietta Giannuzzi
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Norme più snelle per il lavoro
Nonostante il problematico panorama del sistema, sembra che nella giustizia del lavoro siano in atto alcuni cambiamenti importanti. L’avvocato Antonietta Giannuzzi fa un’analisi della particolare fase che sta attraversando la normativa in quest’ambito di Eugenia Campo di Costa
ran parte delle inefficienze del sistema giustizia in Italia derivano dal vero e proprio intasamento dei Tribunali, contro cui i legali si scontrano quotidianamente. Tale problematica si riscontra sia sotto il profilo del numero delle cause che vengono avviate e che, in linea di massima, allungano i tempi della giustizia, sia sotto il profilo della mole di lavoro che viene consegnata alle cancellerie e che solo parzialmente viene alleviata dagli strumenti telematici, non ancora completamente efficienti in tutto il territorio. «Nonostante i rallentamenti del sistema – afferma l’avvocato Antonietta Giannuzzi, esperta in diritto del lavoro e della previdenza sociale - per quanto riguarda i tempi della giustizia in generale, e nello specifico per quanto riguarda le Sezioni Lavoro, sembra che qualcosa si stia muovendo». In particolare, l’avvocato Giannuzzi fa riferimento alla legge 69/2009, entrata in vigore lo scorso 4 luglio, «che ha finalmente inserito in una norma codicistica, l’art. 360 bis c.p.c., il principio della nomofilachia, che esisteva già da prima in dottrina, ma non era mai stato confermato normativamente. Tale principio ritiene inammissibile il ricorso per Cassazione nelle ipotesi in cui la parte ricorrente chieda, su una
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questione di diritto, un orientamento difforme da quello costante della Cassazione, in assenza di validi motivi che possano giustificare una modifica di orientamento».
L’avvocato Antonietta Giannuzzi è specializzata in diritto del lavoro e della previdenza sociale. Lo studio, con sede a Roma, ha carattere eminentemente familiare, dal momento che esercita l’attività con il marito. Da circa due anni ha aperto una sede secondaria a Lecce, sua città di origine, in considerazione della vitalità e dell’importanza di tale Foro, che vanta una tradizione di giuristi di primissimo spessore giannuzzi@mclink.it
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Quali novità introduce, di fatto, la legge 69/2009? «Innanzi tutto questa norma consente una prima valutazione da parte della Cassazione in Camera di Consiglio, con la possibilità che il procedimento termini in tale fase. Inoltre, la normativa ha abbreviato i termini per la riassunzione delle cause interrotte, riducendoli da sei a tre mesi, imponendo quindi alle parti che abbiano un effettivo interesse a proseguire la controversia di non adottare comportamenti dilatori. Di seguito, il 3 marzo 2010 è stato approvato dal Senato il ddl n. 1167B, poi rinviato dal Presidente della Repubblica alle Camere in considerazione della problematicità di alcuni profili, contenuti agli artt. 31 e 20, che riformano le garanzie fino a oggi apprestate al lavoratore». Che significato hanno, secondo lei, queste disposizioni? «Indubbiamente rappresentano un segno dei tempi,
Interessante è l’introduzione del termine di 60 giorni per impugnare il contratto a termine, oltre a successivi 180 giorni per depositare il ricorso e incardinare il giudizio avanti al Giudice del Lavoro
e soprattutto sono sintomatiche della presa d’atto, necessaria alla luce dell’attuale andamento del mercato del lavoro, che, pur tenendo ferma la necessità di tutela del lavoro, venga contemperata la necessità di abbreviare i tempi in cui questa tutela viene realizzata, e, di conseguenza, i tempi in cui il datore di lavoro rimane assoggettato alla possibilità che il giudice ordini la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, con tutti gli oneri economici,
58 > Diritto del lavoro > Antonietta Giannuzzi
molto spesso ingenti, che ne conseguono». L’art. 31, in particolare, conteneva la modifica alle disposizioni del codice di procedura civile in materia di conciliazione e arbitrato nelle controversie individuali di lavoro. «Sarebbe una novità positiva, sempre che tale
impugnare il contratto a termine, oltre a successivi 180 giorni per depositare il ricorso e, dunque, incardinare il giudizio avanti al Giudice del Lavoro. La novità assume particolare rilievo se si considera che una percentuale piuttosto alta del contenzioso in materia di lavoro riguarda l’illegittimità dell’apposizione del termine al contratto di lavoro, e
Le inefficienze del sistema giustizia derivano dall’intasamento dei tribunali, sia sotto il profilo del numero delle cause, sia sotto il profilo della mole di lavoro che viene consegnata alle cancellerie modifica venisse emendata nel senso di assicurare al lavoratore la libertà di scelta nel ricorso a detto strumento, in considerazione del fatto che, come ha più volte dichiarato la Corte Costituzionale, solo la concorde quanto effettiva volontà delle parti può consentire deroghe al diritto del cittadino di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. Altrettanto interessante è, inoltre, l’introduzione del termine di 60 giorni per
la rivendicazione, dunque, di un contratto a tempo indeterminato. Dunque, fermo restando che le motivazioni alla base della normativa indicata costituiscono il segnale di una concreta presa d’atto delle gravi problematiche che affliggono la giustizia del lavoro nonché della volontà di risolverle, occorrerà attendere per vedere come il nuovo testo verrà licenziato da Camera e Senato secondo le indicazioni del Presidente della Repubblica».
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60 > Controversie civili e commerciali > Denise Ferrero
La mediazione
è prima di tutto una chance
Con il Decreto Legislativo 28, del 4 marzo 2010, in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali, sono state inserite modifiche rilevanti. L’analisi di Denise Ferrero di Simona Cantelmi
l nuovo provvedimento è entrato in vigore il 20 marzo 2010 e delinea l’istituto della mediazione. Si tratta di un’azione, svolta da un “arbitro” imparziale, finalizzata all’assistenza di due o più soggetti nella ricerca di un accordo per arrivare alla conciliazione, cioè alla composizione di una controversia. «Negli ultimi tempi si è assistito al moltiplicarsi di percorsi alternativi alla pronuncia giudiziale e finalizzati alla conciliazione» spiega l’avvocato civilista torinese Denise Ferrero. «Alcuni sono già in vigore, come la normativa sulla mediazione per la conciliazione in ambito civile e commerciale, altri sono in corso di, travagliata, formazione, come il disegno di legge che verrebbe a incidere sulle attuali procedure di conciliazione delle controversie individuali di lavoro presso le Direzioni Provinciali del Lavoro, assegnando alle commissioni di conciliazione un ruolo propositivo nella ricerca dell'accordo e contemplando la facoltà per le parti di deferire alle stesse anche la risoluzione arbitrale delle controversie». Il processo del lavoro costituisce, da oltre dodici anni, un campo di esperienza per la composizione stragiudiziale delle controversie. La riforma del 1998 ha introdotto nel processo del lavoro una condizione di procedibilità della domanda
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giudiziale: il tentativo obbligatorio di conciliazione davanti agli Uffici del Lavoro, dove sono istituite apposite commissioni composte dal direttore dell'ufficio o un suo delegato e dai rappresentanti delle parti nominati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative. «L'obbligatorietà – precisa Denise Ferrero -, sta nell'esperire il tentativo e non nel raggiungere necessariamente un accordo in tale sede. Accordo che, una volta raggiunto, può essere reso esecutivo dal giudice alla stregua di una sentenza». Ma, non tutte le realtà sono favorevoli
A sinistra, l’avvocato civilista di Torino Denise Ferrero avv.denise.ferrero@studiolegaleferrero.it
Rifiuto che un procedimento di mediazione possa essere vissuto come una seccatura o una mera formalità e non come una chance allo strumento della mediazione. «Le grandi aziende lo snobbano, perché non lo considerano terreno adatto al confronto – prosegue l’avvocato le piccole e medie aziende, invece, appaiono senz'altro più disponibili ad avviare una trattativa preliminare per evitare la causa e i suoi costi. Come avvocato, rifiuto che un procedimento di mediazione, reso obbligatorio dal legislatore, possa essere vissuto come una seccatura o una mera formalità e non piuttosto come una chance per il proprio assistito, che sia l'una o l'altra parte del rapporto lavorativo». Anzi, paradossalmente, secondo Denise Ferrero una transazione è riuscita quando scontenta entrambe le parti. «Essa può soddisfare poco nell'immediato, ma a lungo termine il cliente percepirà di aver operato la scelta giusta. Il ruolo dell'avvocato, infatti, è quello di guidare il proprio assistito verso una soluzione
ottimale definitiva e non quello di sostenere, con intransigenza, atteggiamenti vendicativi o punitivi che non portano a nulla e rendono il tentativo di conciliazione una perdita di tempo». Attenzione, quindi, alla propria linea di condotta. «Scoprire troppo le carte, forti delle proprie convinzioni e del fatto che, almeno sino a oggi, la commissione non abbia potere di rendere giudizi, rischia di compromettere la conciliazione preliminare e può influenzare l'esito del processo che seguirà, consentendo alla controparte di predisporre tutte le contromisure necessarie». La materia è in evoluzione. Le riforme in atto tendono ad attribuire sempre maggior rilievo alle valutazioni espresse dalle parti in sede conciliativa. «Oggi questo già avviene nella quantificazione delle spese di lite del successivo giudizio, ma in futuro il giudice potrebbe essere costretto a tener conto delle risultanze del verbale di conciliazione proprio nella formulazione del suo giudizio. Pertanto in sede di conciliazione stragiudiziale occorre una strategia anche più attenta e lungimirante di quella che verrà successivamente applicata nel corso del processo, quando, letti gli atti ed esaminati i documenti, appariranno chiari gli obiettivi e gli elementi di prova realmente a disposizione della controparte».
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62 > Gestione del personale > Luisella Fassino
Il valore
del capitale umano
L’Italia abbonda di capitale umano. Un fattore che stride con la scarsa formazione rivolta ai settori strategici, con la svalutazione dei lavoratori e con i preoccupanti, oltre che contraddittori, dati occupazionali. Luisella Fassino analizza il quadro di Andrea Moscariello
arte da un’osservazione di carattere storico l’analisi che Luisella Fassino pone su uno dei punti cruciali dello sviluppo del nostro tessuto industriale. Da una fase che, superato il boom economico, vede prevaricare il valore “oggetto” al valore “umano”. «A partire dagli anni ’70 del secolo scorso, si è via via affermata l’idea che il capitale umano fosse secondario rispetto al sistema organizzativo e tecnologico, e spesso si è dato per scontato che le persone fossero una risorsa più facile da reperire sul mercato rispetto agli altri fattori produttivi» spiega la dottoressa, che da Torino si occupa di consulenza del lavoro. Dunque nel 2010 possiamo ancora parlare di un divario tra sviluppo tecnologico e valorizzazione del personale. O forse quest’ottica, per certi versi fordista, dell’economia contemporanea è da rivalutare? Secondo l’esperta «L’attuale configurazione delle aziende e i continui cambiamenti impediscono di operare per standard preconfezionati». Anche per
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La scuola deve fare di più per sostenere gli istituti tecnici, conferendo alla loro mission formativa la dignità che merita la nostra produzione artigiana
questo, «organizzazione, tecnologie e capitale umano sono le tre leve indispensabili». Nelle logiche di affermazione sul mercato, la formazione che tipo di variabile rappresenta per un'impresa? «L'Italia è un Paese che, non disponendo di proprie risorse naturali, ha basato il proprio sviluppo industriale sulla trasformazione creativa. In questo modello tradizionale assume grande importanza l'economia della conoscenza, per affrontare, governare e superare i cambiamenti che lo scenario dell'auspicato "dopo crisi" offrirà, tenendo bene in considerazione che le competenze esistenti potrebbero non essere più sufficienti. Sarà dunque importante valorizzare la risorsa primaria del nostro Paese, l’unica materia prima di cui disponiamo in abbondanza. Il capitale umano». In che modo la sua categoria può rivelarsi strategica in tal senso? «Il consulente del lavoro indirizza la propria attività alla gestione del personale soprattutto delle Pmi. Oggi è necessario aiutare le aziende nello sviluppo delle strategie di crescita e riqualificazione delle risorse umane. Il rilancio dell'economia aziendale passa inevitabilmente attraverso percorsi formativi di "long life learning" che escono dalle
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Resistere formandosi «La realizzazione di piani formativi aziendali legati all'introduzione di nuove tecnologie, è possibile grazie all'utilizzo dei fondi paritetici interprofessionali per la "formazione on the job" dei lavoratori sospesi per cassa integrazione, come previsto dalla legge 102/2009» spiega Luisella Fassino, che
promuove tali formule assieme allo staff, interamente femminile (nella foto). «Nella gestione di questi strumenti di “resistenza attiva alla crisi” è fondamentale l’apporto del consulente del lavoro, conoscitore degli strumenti della formazione finanziata e degli ammortizzatori sociali». www.studiofassino.com
aule e entrano nei luoghi di lavoro, per stimolare le persone coinvolte nei progetti a crescere, sviluppare la capacità di lavorare in squadra e fidelizzarne i protagonisti».
per conferire a questo tipo di formazione la dignità che merita la nostra produzione artigiana».
Dove osserva le maggiori lacune? «Il “made in Italy” è il risultato del lavoro di migliaia di piccolissimi imprenditori che oggi sono in difficoltà a trovare sia risorse formate, che risorse da formare. Nel 2009, ci ricorda il “Corriere della Sera”, le aziende artigiane hanno avuto difficoltà a reperire 24.000 professionisti su tutto il territorio nazionale. Dati che fanno riflettere, se confrontati al nostro tasso di disoccupazione, al 7,8%. Ci sono ancora molte resistenze da parte dei giovani nei confronti del mondo artigiano, la scuola non incoraggia la scelta degli studi tecnici e dovrebbe fare molto di più
Questa svalutazione quale peso rivestirà in futuro? «I pochi investimenti nella ricerca, la scarsa valorizzazione del capitale umano e l’elevato costo del lavoro ci espongono dannosamente alla concorrenza delle economie del terzo mondo. La difficoltà ad adeguare le competenze del personale nei settori avanzati hanno impedito alle imprese di sviluppare tecnologie proprie o di acquisirne in maniera proficua dall’estero. Il low cost è una parola di gran moda, e dal prezzo dei biglietti aerei al lavoro umano il passo potrebbe essere più rapido di quanto si possa immaginare. E in alcuni settori il futuro è già arrivato».
64 > Il ruolo del commercialista > Romana Romoli
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Meno esposti alla crisi
La prevenzione della crisi si ottiene attraverso un controllo costante e analitico della propria impresa. E in questo si determina il ruolo del commercialista nella gestione anche strategica della crisi, come spiega Romana Romoli di Andrea Moscariello
ual è il vero volto della crisi? Il più delle volte si avverte, e se ne parla, quasi come fosse un imprevisto, una catastrofe, in questo caso economica, che colpisce il mercato, la finanza, le imprese. Ma chi non si sofferma agli effetti, andando alla radice del problema, sa bene che la congiuntura è la risultante di una lunga serie di fattori. «Ora tutti siamo costretti a confrontarci a causa della continua evoluzione ambientale, che richiede valori quali rapidità di risposta, immediatezza operativa, velocità di transazioni, competenza nella risoluzione e razionalizzazione delle risorse tecniche e umane». Romana Romoli osserva ormai da anni il tessuto imprenditoriale, in particolare emiliano-romagnolo, e dipinge i tratti del commercialista moderno, spiegando perché la capacità di previsione e reazione ai fattori di dinamismo assume «un’importanza
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Serve uno studio accurato della propria situazione economica e finanziaria per evidenziare il margine che sta “perdendo” e individuare quale sia l’aspetto su cui apportare opportuni correttivi
vitale per mantenere, o creare, in periodi di crisi, il vantaggio competitivo a condizioni di rischio accettabili». Prima di tutto, però, la crisi va identificata e accertata. Quali elementi vanno osservati? «I principali fattori esterni che espongono al rischio di crisi sono la velocità di cambiamento degli scenari economici e politici internazionali, la molteplicità e volubilità dei fabbisogni del mercato e la continua evoluzione dei fenomeni umani e sociali. I fattori interni che costituiscono segnali di crisi e che, indipendentemente da quelli esterni, portano l’impresa a dover intraprendere dei correttivi, sono, ad esempio, la bassa redditività, l’incapacità di autofinanziarsi, una scarsa patrimonializzazione o un’insufficiente comunicazione interna ed esterna». Le aziende in genere come si comportano durante le crisi? «Distinguiamo innanzitutto il comportamento passivo da quello attivo. Nel primo caso l'impresa non desta la necessaria attenzione ai mutamenti dell'ambiente in cui opera e che, unitamente ai segnali interni, nel lungo termine possono essere causa di situazioni di dissesto. Nel secondo caso, invece, l'impresa rileva i
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segnali di cambiamento scegliendo anche di seguirli e, per non farsi cogliere impreparata, anticipa i necessari adattamenti nella strategia e nella struttura. Certo è, che a seconda della forza più o meno intensa dei segnali di crisi, cambia l’atteggiamento che l’impresa adotta. Possono optare per operazioni di risanamento, quando sono in stato di forte dissesto, di correzione, per risolvere problematiche specifiche, o di ristrutturazione strategica, per aumentare la propria competitività». Quali sono gli strumenti più importanti? «Sicuramente le analisi strategiche. Serve uno studio accurato della propria situazione economica e finanziaria con redazione di bilanci infrannuali per evidenziare quale sia il margine che sta “perdendo” e individuare quale sia la gestione operativa, finanziaria o straordinaria sulla quale apportare opportuni correttivi. Poi, a seconda delle situazioni, si può ricorrere alle ristrutturazioni, agli ammortizzatori sociali, all’attuazione di nuove tecniche organizzative al fine di rendere più efficiente l’operato dell’impresa. Inoltre, occorre ripensare alla propria mission aziendale ed alla propria business idea, con eventuale interventi quali: ripianamento del debito (stabilendo eventuali rapporti di conversione di questo in capitale)
ATTENTA AL MERCATO È dalla fine degli anni ottanta che Romana Romoli, ragioniera commercialista, esercita nella città di Bologna. Sostiene che, non a caso, il suo staff è composto di sole donne. «Questo lavoro richiede una dedizione che si rispecchia molto nell’attitudine e nell’animo femminile». A caratterizzare il lavoro del suo studio negli ultimi mesi, è stata l’adozione di una politica d’azione volta a sostenere le imprese in crisi, prevenendo i dissesti, e ad agevolare quelle nella fase di start up. romana@studioromoli.com
giungendo, nelle situazioni più estreme, a valutare anche l’ipotesi di dismissione degli attivi». E in tutto questo l’imprenditore non può agire autonomamente. «È fondamentale il sostegno del commercialista. Un ruolo divenuto nel tempo sempre più importante sino a divenire colui che, nella veste di consulente, affianca il management o, molto più spesso, per le aziende a conduzione famigliare, la proprietà, supportandoli nelle diverse scelte, aiutandoli nell’analisi e nella ricerca di strategie economiche e finanziarie ad hoc. Senza dimenticare l’esame delle varie implicazioni fiscali al fine di poter volgere a favore della specifica realtà, quanto concesso dalla normativa».
66 > Consulenza del lavoro > Maria Cristina Ronzoni
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Il valore è nella squadra
Lontane dal modello della donna di successo stile Anna Wintour e orgogliose di trasferire le tipiche doti femminili sul proprio percorso verso l’affermazione professionale. Il caso di uno studio di consulenza del lavoro “all women” di Claudia Sesto
ochi anni fa il Wellesley, uno dei più autorevoli college femminili d’America, ha pubblicato i risultati di una ricerca secondo cui 100 tra le più affermate top manager, imprenditrici e libere professioniste di successo hanno ammesso di
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OBIETTIVI CONDIVISI «Ognuna di noi è chiamata a mettere a disposizione del gruppo le proprie qualità e capacità – Spiega Maria Cristina Ronzoni - Le eccellenze, come anche i limiti di ciascuna di noi, vengono esaltate e assorbite dal gruppo, così che quando lavoriamo per un obiettivo comune i risultati sono evidenti». Un obiettivo che lo studio Casiglia e Ronzoni condivide con numerose Pmi dei vari settori produttivi, nonché dell’autotrasporto e dello spettacolo. ronzoni@casigliaronzoni.it
aver imparato la cosiddetta “arte del comando” affaccendandosi tra pannolini, mariti, baby sitter e panni da stirare. Un dato che fa riflettere Maria Cristina Ronzoni, consulente del lavoro: «In una professione come la nostra, dove le donne rappresentano più del 40% degli iscritti, caratteristiche tipicamente femminili quali l’elasticità mentale, la capacità di giocare contemporaneamente molteplici ruoli, la disciplina, la pazienza e l’empatia fanno realmente la differenza». E la consulente, assieme ad altre 12 colleghe, riscontra queste peculiarità quotidianamente all’interno di un singolare studio ormai storico della capitale. Cosa vuol dire essere una squadra al femminile? «Sicuramente, nel nostro gruppo si attivano energia positiva e voglia di fare non solo per un sano spirito di competizione, ma perché ci piace mettercela tutta nella consapevolezza di contribuire al successo dei nostri clienti». Sensibilità, quindi, aggiunta alle competenze tecniche necessarie ad assistere gli attori di un’economia in crisi, oltre a una buona dose di autocritica, caratterizzano il team dello studio. «Il nostro modello organizzativo pensato sul lavoro di squadra, sulla divisione del lavoro in aree di competenza e sul telelavoro, viene proposto alle aziende delle quali vogliamo essere partner nella crescita e nello sviluppo».
68 > Donne e lavoro > Claudia Melillo
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Sono davvero pari opportunità?
I progressi in materia di pari opportunità tra uomini e donne sono evidenti. Ma nel mondo del lavoro persiste ancora una certa disparità relativa alla retribuzione e all’evoluzione della carriera. Il punto dell’avvocato Claudia Melillo di Eugenia Campo di Costa
econdo la relazione presentata nel 2008 dalla Commissione delle pari opportunità della Regione Lombardia, al Parlamento europeo, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni, le donne, oggi, contribuiscono in maniera sostanziale alla crescita, all’occupazione e alla coesione sociale dell’Unione europea. Tuttavia, sono spesso occupate in lavori precari basati su contratti temporanei o part time, risultando più esposte a situazioni di povertà rispetto agli uomini. «Se è vero che lo scarto medio tra il tasso di occupazione delle donne e quello degli uomini si sta riducendo - spiega l’avvocato Claudia Melillo -, le donne trovano ancora limitazioni in termini di evoluzione della carriera, di retribuzione e di diritti al pensionamento». Nel 2008 la Commissione ha avviato contro alcuni Stati membri, procedimenti di infrazione, per il recepimento non corretto della direttiva 2002/73/CE sull’accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionale e della direttiva 2004/113/CE sulla parità di trattamento nell’accesso ai beni e servizi. «Alcune offerte di impiego sono rivolte unicamente al sesso maschile e violano l’art.1 della legge sulla parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro». Spesso la discriminazione è attuata in maniera indiretta, con meccanismi di preselezione che indicano come requisito
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Claudia Melillo, avvocato a Milano, si occupa soprattutto di diritto civile e del lavoro. È presente nell’Elenco di Avvocati esperti in materia lavoro femminile, di normative sulla parità e pari opportunità dell’Ufficio della Consigliera di parità regionale e provinciale della Regione Lombardia studiolegale@melilloclaudia.191.it
professionale l’appartenenza all’uno o all’altro sesso. E le deroghe, si applicano solo in casi specifici. «Il datore di lavoro – conclude l’avvocato Melillo - è sempre tenuto a garantire, in materia di occupazione e condizioni di lavoro, un principio di parità di trattamento tra i lavoratori, che si traduce nel divieto di porre in essere nei luoghi di lavoro comportamenti discriminatori di qualsiasi tipo».
70 > Risorse ambientali > Maria Cristina Lenoci
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Una riserva per l’economia
Lo sfruttamento delle risorse ambientali è disciplinato da norme che vanno ulteriormente semplificate. Per promuovere l’ambiente come strumento di sviluppo e fonte occupazionale. L’analisi dell’avvocato Maria Cristina Lenoci di Adriana Zuccaro
partire dall’enciclica Caritas in Veritate, Papa Benedetto XVI ha affrontato in diversi interventi il tema della coscienza ecologica. Già il titolo di uno dei suoi messaggi “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”, esalta il riferimento all’ambiente naturale come cosmo, sottolineando il concetto di responsabilità degli uomini. «Uomini che non devono considerare la natura come un tabù inviolabile, ma come una risorsa da poter impiegare al meglio, nel rispetto degli equilibri dell’ecosistema». La riflessione è di Maria Cristina Lenoci, avvocato e convegnista esperta in diritto ambientale, secondo cui «oggi l’ambiente va inteso come volano di sviluppo».
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In quale direzione si muove oggi lo status giuridico per la risoluzione delle problematiche legate all’ambiente? «Rispetto al passato, la particolare attenzione manifestata dal Legislatore all’esigenza di “semplificazione” costituisce uno dei maggiori
passi avanti compiuti a livello normativo in ambito ambientale. Una forte spinta verso la semplificazione è stata data dall’art. 12 del D. Lgs. n. 387/2003 che ha introdotto l’autorizzazione unica per la realizzazione di impianti per la produzione di energia con fonti alternative e rinnovabili. Segno tangibile dell’impegno del Legislatore è la costituzione del Comitato di Studio per il Correttivo del Codice dell’Ambiente già da mesi al lavoro». Quali strumenti il nostro ordinamento ha disposto a favore del settore ambientale e del mercato di riferimento? «Innanzitutto, la scelta dello strumento autorizzatorio, in luogo di quello della concessione, va nella prospettiva di consentire in termini più netti la liberalizzazione del settore e l’applicazione di un regime di piena concorrenza. Attualmente, nel nostro ordinamento il punto di riferimento è quello dell’Autorizzazione Integrale Ambientale, il cui utilizzo è previsto per
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L’avvocato Maria Cristina Lenoci, amministrativista esperta in diritto ambientale, è impegnata nell’organizzazione di convegni sulle problematiche legate all’ambiente. I suoi studi legali hanno sede a Roma e a Taranto studioroma@studiolenoci.net studiotaranto@studiolenoci.net
L’attenzione manifestata dal Legislatore all’esigenza di semplificazione normativa costituisce uno dei maggiori passi in avanti compiuti in ambito ambientale l’autorizzazione di attività industriali particolarmente inquinanti». Su quali fronti dovrebbe muoversi il sistema giuridico-amministrativo? «Purtroppo non sempre il sistema giuridico riesce a dare concreti input a chi lavora per l’ambiente. Ciò a causa della disomogeneità della materia ambiente e, soprattutto, del fatto che essa non rientra tra quelle di competenza esclusiva del Giudice Amministrativo. In linea generale, il G.A. ha giurisdizione su questioni ambientali nel caso in cui davanti a lui si invochi la tutela di situazioni giuridiche soggettive di interesse legittimo, oppure nelle ipotesi in cui i beni e gli interessi ambientali siano in qualche modo
riconducibili all’uso e al governo del territorio. Se si vuole consentire al G.A. di intervenire in maniera più incisiva sulle problematiche ambientali occorre che il Legislatore gli attribuisca più ampi poteri di sindacato». In che modo si interseca il ruolo di mediatore dell’avvocato amministrativista nella gestione del territorio? «L’assenza di saldi riferimenti normativi e, quindi, le continue oscillazioni della giurisprudenza amministrativa, conferiscono all’avvocato esperto in diritto ambientale un ruolo di particolare importanza. Da una parte, egli assurge al ruolo di collettore/mediatore degli interessi in gioco, facendosi carico dell’interesse
72 > Risorse ambientali > Maria Cristina Lenoci
“Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”. Una frase di Benedetto XVI esalta il riferimento all’ambiente naturale come cosmo, sottolineando il concetto di responsabilità degli uomini
del suo assistito, relazionandosi con gli opposti interessi e sciolinando argomentazioni in grado di ripristinare la legalità violata; dall’altra, funge da promotore di iniziative convegnistiche come quelle da me attuate con i convegni “Ambiente è sviluppo” e “Ambiente in-formazione” che hanno avuto lo scopo di raccordare imprenditori, operatori di diritto e politici per trovare assieme soluzioni concrete alle varie problematiche ambientali». “L’ambiente può diventare un volano dello sviluppo”. La sua affermazione raccoglie già qualche frutto? «Esistono già significativi esempi di progresso ecosostenibile accompagnato in alcuni casi anche da un incremento dell’occupazione. Gli impianti di energia rinnovabile, innanzitutto, negli ultimi 5 anni hanno visto uno sviluppo sia in termini di fatturato che di posti di lavoro; oppure la riconversione al biologico, premiato dal costante aumento di tali prodotti nelle tavole degli italiani nonostante i costi più alti rispetto ai cibi non bio; e ancora, l’edilizia ispirata ai fondamenti dell’efficienza energetica i cui maggiori costi vengono ammortizzati in pochi anni dagli investimenti iniziali. Un esempio virtuoso è poi quello dell’illuminazione pubblica a LED adottata dal piccolo comune salernitano di Torraca, primo
LOW IMPACT, ASSOCIAZIONE NO PROFIT Quando si parla di ambiente non ci si può soffermare solamente sui grandi temi delle energie rinnovabili, del ciclo dei rifiuti o del risparmio idrico. Occorre un approccio pragmatico e più ampio. In tal senso, l’associazione Low Impact ammette al suo interno, istituzioni, imprese, associazioni ed enti che dimostrino, attraverso la verifica del rispetto dei Disciplinari Low Impact, di adottare un impegno costante per il conseguimento del risparmio ambientale. Uno dei principali valori aggiunti dell’associazione consiste nel coinvolgimento su larga scala dei cittadini. Le tematiche trattate, la condivisibilità dei valori proposti, il coinvolgimento di importanti testimonial e le strategie di comunicazione, sono gli elementi alla base del potenziale di crescita della community che è stimata in 300 mila iscritti l’anno.
LED CITY al mondo. Per quanto riguarda il futuro possiamo quindi immaginare quanto siano compatibili sviluppo economico e rispetto dell’ambiente pensando ad esempio al settore auto in cui il lancio su larga scala dell’automobile elettrica genererà un volano economico di elevate dimensioni».
74 > Una donna per commissario > Anna Maria Cancellieri
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BUONSENSO sotto le Due Torri
Ex Prefetto di Genova, Anna Maria Cancellieri è approdata a Bologna come commissario straordinario. A lei è affidata l’amministrazione della città fino alle elezioni del nuovo sindaco. «Mi impegnerò a fare tutto quello che è necessario per i cittadini di Bologna e tranquillizzerò chi è preoccupato» di Nicolò Mulas Marcello
opo le dimissioni del sindaco Delbono, la guida di Palazzo D’Accursio a Bologna è stata affidata a un commissario donna in attesa di eleggere un nuovo primo cittadino. Anna Maria Cancellieri vanta un curriculum vitae di tutto rispetto che l’ha vista svolgere il ruolo di Prefetto in varie città italiane come Vicenza, Bergamo, Brescia, Catania e Genova. Sensibilità e acutezza nel comprendere i problemi delle città sono le caratteristiche che i suoi collaboratori le riconoscono. «In questo mio percorso – sottolinea
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– mi sono di grande aiuto i direttori, i funzionari, i dipendenti dell’Amministrazione comunale; così come tutte le personalità, istituzionali e non che ho avuto il piacere e l’onore di incontrare. Oltre, chiaramente, i cittadini di Bologna che riescono sempre a darmi preziosi suggerimenti». Lei ha ricoperto il ruolo di prefetto e di commissario in varie città italiane. Da due mesi svolge le sue funzioni di commissario nella città di Bologna. Cosa Ha trovato sotto le Due Torri?
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Sessantaseienne, romana, esperta nel problem solving e donna dalle spiccate capacità di mediazione. A 19 anni un primo incarico al Consiglio dei ministri, nel 94 la nomina a Prefetto di Vicenza, poi Bergamo, Brescia, Catania e infine Genova. Anna Maria Cancellieri ha già svolto il ruolo di commissario nella città di Parma. Per Bologna ha scelto di mantenere la delega del centro storico, della cultura e dei rapporti con l’Università
«Bologna è una città straordinaria. Bellissima. I suoi colori, le piazze, i palazzi con questi portici che la caratterizzano, una città veramente bella; credo che la città sia sottovalutata in quelli che sono i circuiti classici del turismo. La cosa che più mi ha colpito, e mi ha fatto tanto piacere quando sono arrivata a Bologna, è stata l’accoglienza davvero calorosa che mi hanno riservato i cittadini bolognesi, un sentimento di simpatia che mi accompagna, che percepisco e di cui li ringrazio sinceramente».
Lei ha affermato che per Bologna seguirà i principi di legalità dai quali non si discosterà neanche un minuto e che non si farà condizionare dai partiti. «Sicuramente la legalità sarà, lo è sempre stata, il mio punto di riferimento». Una delle accuse avanzate a Cofferati era legata al fatto che non conosceva la città. Anche lei non ha avuto lunghe frequentazioni con Bologna. Pensa che per amministrare bene una città sia indispensabile conoscerla? «La conoscenza delle cose, delle situazioni, è sicuramente un valore aggiunto. Il mio impegno è quello di continuare a ricevere tutte le informazioni, le indicazioni che mi possano aiutare a colmare questo gap. In questo mio percorso mi sono di grande aiuto i direttori, i
76 > Una donna per commissario > Anna Maria Cancellieri
funzionari, i dipendenti dell’Amministrazione comunale; così come tutte le personalità, istituzionali e non che ho avuto il piacere e l’onore di incontrare. Oltre, chiaramente, i cittadini di Bologna che riescono sempre a darmi preziosi suggerimenti». In molti sostengono che lei abbia spiccate doti di mediazione. Una qualità essenziale per ricoprire il suo ruolo. Ma quale peso ha la sensibilità femminile in ruoli come quello del prefetto? «Naturalmente le donne hanno una sensibilità diversa da quella maschile. Le donne hanno una visione più complessiva delle cose, vediamo sempre anche l'altra faccia della medaglia, portiamo sempre con noi la nostra capacità di “cura” e riusciamo a svolgere più compiti contemporaneamente. Quindi sì, penso di aver portato la mia specificità di donna in tutti i ruoli pubblici che ho ricoperto». Non sono molte le città con un sindaco donna anche se due delle principali città italiane come Milano e Napoli, ne hanno uno. Si è parlato spesso di quote rosa per quanto riguarda la vita politica e amministrativa del nostro paese. Lei
cosa ne pensa? «Sono contraria alle “quote rosa”, non siamo una razza a parte da tutelare in blocco, sono invece, chiaramente a favore delle pari opportunità, nel senso che non si può partire con uno svantaggio quando si fa la stessa cosa. Sappiamo lavorare di più, concludere di più, correre di più degli uomini, ma abbiamo meno tempo di loro. Il problema non è dare più opportunità alle donne, è togliere loro il peso del troppo “da fare” creando più servizi. Sa qual è il problema? Noi donne siamo assolutamente in grado di ricoprire incarichi che sino a poco tempo fa erano di esclusiva competenza maschile, insomma sappiamo fare anche “lavori da uomo” ma, salvo rare eccezioni, non si può certo dire il contrario». Se dovesse stilare un bilancio della sua carriera tra incarichi di prefetto e di commissario che voto si darebbe? «No, non mi permetterei mai di darmi un voto... Sono stata fortunata ho avuto importanti opportunità lavorative e una famiglia meravigliosa che mi ha permesso di coglierle. Da parte mia ho sempre affrontato ogni nuovo incarico con il medesimo spirito di servizio, impegno e passione».
78 > Pari opportunità > Isabella Rauti
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Verso una dirigenza al FEMMINILE Come sconfiggere il “glass ceiling”? Stop agli stereotipi. «Bisogna attuare una rivoluzione a livello culturale e di costume» fa notare Isabella Rauti, capo dipartimento del ministero delle Pari opportunità di Nike Giurlani
l soffitto di vetro è una barriera invisibile, ma resistente – sottolinea Isabella Rauti – che ostacola la progressione di carriera, cioè il raggiungimento di ruoli elevati, anche in quei settori lavorativi dove le donne sono abbastanza presenti». Di fatto persistono delle segregazioni non solo orizzontali, ma anche verticali. «Le statistiche parlano chiaro – prosegue – le ragazze si laureano più velocemente dei ragazzi e rappresentano più del 50% degli studenti universitari». Ma le donne che occupano posizioni accademiche elevate «sono soltanto il 19%» puntualizza il capo dipartimento del ministero delle Pari opportunità. «Il restringimento nelle posizioni di potere è stato esemplificato dall’Istat con la metafora dell’imbuto. Questa realtà – spiega Isabella Rauti – purtroppo riguarda un po’ tutti i settori lavorativi, in particolare quelli economici e scientifici».
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Isabella Rauti, capo dipartimento del ministero delle Pari opportunità
Ci sono delle isole felici? «È stata registrata una controtendenza positiva per quanto concerne il mondo dell’imprenditoria, nel quale le donne rappresentano un’eccellenza.
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Posso affermare, infatti, che “se la battono” quasi ad armi pari con i loro colleghi maschi. Recentemente sono emersi due dati importanti e incoraggianti: le donne direttrici delle poste italiane hanno raggiunto il 59% mentre le dirigenti degli istituiti scolastici sono oltre il 50%. Ad eccezione di questi comparti, però, le posizioni di vertice sono per lo più ricoperte da uomini. Il dato di occupazione femminile è pari al 46,3 % con un’evidente differenza geografica: nel sud le donne che lavorano sono poco più del 30% rispetto a una media del nord-est che supera il 56%. Questo dato pone il nostro Paese, comunque, a circa dieci punti percentuali sotto la media europea di occupazione femminile». Quali sono le prossime sfide che le donne italiane devono affrontare? «Sicuramente acquisire posizioni di rilievo in quei settori in cui risultano più svantaggiate.
Il soffitto di vetro è una barriera invisibile ma resistente che ostacola la progressione di carriera Altro aspetto fondamentale, che non interessa soltanto le donne, è la stabilizzazione del posto di lavoro: nel 46,3% che citavo prima, rientrano anche molte lavoratrici precarie, con una bassa remunerazione e con una segmentazione del percorso lavorativo. La sfida più importante è, però, quella di risolvere la questione della conciliazione tra tempi di vita e quelli di lavoro, altrimenti non sarà possibile immaginare una maggiore presenza femminile nel mercato del lavoro e neanche un aumento del prodotto interno lordo. Proprio per far fronte a questo tipo di esigenza il ministero del Lavoro e quello delle Pari opportunità hanno elaborato il “Piano 2020”».
80 > Pari opportunità > Isabella Rauti
Il progetto “Nidi Pa” è stato avviato alla fine dello scorso anno per incrementare l’offerta di nidi a disposizione dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, attraverso la sottoscrizione di un protocollo d’intesa, tra il ministro per la Pubblica amministrazione e l’innovazione, il ministro per le Pari opportunità e il sottosegretario per le Politiche della famiglia. Il protocollo prevede l’attivazione di un insieme coordinato di azioni e interventi volti a favorire la realizzazione, presso le pubbliche amministrazioni di tutti i livelli di governo, di nidi aziendali e di eventuali altri servizi socio-educativi per l’infanzia, al fine di tutelare e favorire il lavoro femminile, anche nell’ottica del progressivo innalzamento dell’età pensionabile delle lavoratrici del settore pubblico.
Quali sono alcune delle proposte contenute nel piano? «Includere, per esempio, le donne all’interno dei così detti “green job” che permetteranno alti tassi di occupazione. Inoltre, sono state proposte delle iniziative da attuare in sinergia con le Regioni: si va dalle tate di condominio all’erogazione di voucher per beni e servizi, dedicati alle famiglie che hanno spese di cura sia per i bambini che per gli anziani. Inoltre, il ministero delle Pari opportunità con il dipartimento per le Politiche della famiglia e quello della Funzione pubblica hanno stanziato delle risorse per la creazione di asili nido nelle sedi centrali e periferiche della pubblica amministrazione. Ma, ripeto, non basta agevolare l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro, va anche garantita la loro permanenza. Per questo motivo occorre riorganizzare le politiche del lavoro, rendendole più attive e dinamiche».
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«Le ragazze si laureano più velocemente dei ragazzi e rappresentano più del 50% degli studenti universitari ma, le donne che occupano posizioni accademiche elevate sono soltanto il 19%». Qualcosa però sta cambiando. «Recentemente sono emersi due dati importanti e incoraggianti le donne direttrici delle poste italiane hanno raggiunto il 59% mentre le dirigenti degli istituiti scolastici sono oltre il 50%»
Quali sono i vantaggi della dirigenza al femminile? «È dimostrato che, generalmente, una dirigenza al femminile tende a ridurre gli sprechi economici e garantisce una maggiore razionalizzazione delle risorse umane, dei tempi e dei modelli di organizzazione del lavoro. Le donne sono portatrici di una maggiore praticità e trasparenza, e la introducono anche all’interno delle istituzioni e delle amministrazioni. Questo dipende storicamente, in parte, dal fatto che per molto tempo le donne sono state lontane dall’esercizio diretto del potere. Il resto è storia. È la valorizzazione delle competenze e dei talenti femminili che sicuramente contribuisce ad armonizzare l’intero mercato del lavoro e delle istituzioni politiche. Infine, le donne hanno dimostrato di far fronte alla crisi e di saper resistere forse più degli uomini. Hanno, infatti, dimostrato spirito di sacrificio e una maggior inventiva nel trovare sistemi intelligenti per risparmiare, puntando su spese oculate e bilanciate».
Il nostro Paese è ancora vittima di stereotipi e non offre alle donne le stesse opportunità degli uomini. Per cambiare la situazione non bastano solo nuove leggi. Che cosa deve cambiare? «Le leggi sono una condizione necessaria ma non sufficiente, servono per correggere un difetto, per colmare un deficit, per rispondere a un determinato bisogno. Se però non cancelliamo gli stereotipi e, in particolare, quelli di genere che affliggono la mentalità di tutti noi, avremo sempre una condizione di scarto tra la parità normativa/descrittiva prevista dalla legge e la cosiddetta parità sostanziale e sociale. È in questo scarto che si esercitano gli stereotipi, che non sono altro che delle semplificazioni e banalizzazioni di realtà complesse. Prima di tutto, quindi, gli uomini devono assumere un atteggiamento diverso nei confronti delle donne: bisogna attuare una rivoluzione a livello culturale e di costume. Dal canto loro, però, le donne, non devono dare nulla per scontato, anche se è stato garantito dalle leggi. Inoltre, basta rivendicazionismi, meglio puntare sulle condivisioni, mantenendo sempre un atteggiamento sobrio e uno spirito concreto, non veicolando immagini di donne ammiccanti, già ampliamente e negativamente diffuse dalla pubblicità».
82 > Istruzione > Mariastella Gelmini
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Svolta epocale nella scuola italiana
«Solo un sistema scolastico di qualità può rendere i nostri ragazzi protagonisti del loro futuro». Ecco perché, secondo il ministro Mariastella Gelmini, era indispensabile riformare la scuola superiore italiana dando più spazio a lingue straniere, strumentazioni multimediali e stage formativi di Nike Giurlani
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opo più di 80 anni la scuola superiore verrà riformata. A partire dall’anno scolastico 2010-2011 per superare il problema dell’eccessiva frammentazione e consentire alle famiglie e agli studenti di compiere scelte chiare i 396 indirizzi sperimentali, i 51 progetti assistiti dal Miur e le varie sperimentazioni attivate saranno ricondotte in 6 licei. Inoltre il rilancio degli istituti tecnici e professionali rappresenta «la migliore risposta che la scuola potesse dare alla crisi economica» sottolinea il ministro Mariastella Gelmini. Uno sguardo poi indispensabile va all’Europa e quindi al potenziamento delle lingue straniere.
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Da settembre si vedranno i primi effetti della riforma che ha interessato le scuole superiori. Quali sono gli aspetti che rendono questo cambiamento “epocale”? «L’impianto dei licei risaliva agli anni 20. Per l’istruzione tecnica e professionale il riordino era atteso da quasi 80 anni. Si tratta di una riforma indispensabile e non più rinviabile che raggiungerà alcuni precisi obiettivi: razionalizzare i piani di studio e ridurre la frammentazione degli indirizzi, privilegiare la qualità della didattica e l’approfondimento delle materie, irrobustire le lezioni di matematica, di scienze, delle lingue, incentivare la didattica in laboratorio e costruire un rapporto più stretto tra scuola, imprese e territorio». Il presidente Berlusconi ha definito la riforma in “linea con l’Europa”. Su quali aspetti ha posto particolare attenzione per rendere possibile questo miglioramento? «Il presidente Berlusconi ha sempre seguito con estrema attenzione i problemi della scuola e la messa a punto di questa riforma. Solo un sistema scolastico di qualità infatti può rendere i nostri ragazzi protagonisti del loro futuro. Per questo motivo il presidente ha richiamato più volte l’attenzione di tutti sulla necessità di potenziare lo studio delle lingue straniere, sulla digitalizzazione In apertura, il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini
della didattica attraverso la diffusione di nuovi strumenti come le lavagne multimediali e sulla promozione delle occasioni di stage e tirocini durante il periodo scolastico». Uno dei suoi obiettivi primari è creare un legame sempre più stretto tra scuola e impresa. Quali sono le iniziative che intende promuovere? «Il riordino dell’istruzione tecnica e professionale ha proprio l’obiettivo di rilanciare l’occupazione giovanile e formare quelle figure professionali che le nostre imprese hanno sempre più difficoltà a trovare. Sono 180mila infatti i profili professionali richiesti dalle aziende che il mercato del lavoro, la scuola e la formazione non riescono a fornire. Per questo ritengo che il rilancio degli istituti tecnici e professionali sia la migliore risposta che la scuola possa dare alla crisi economica. In particolare dal secondo biennio aumenteranno le ore di stage e dei tirocini per agevolare la transizione scuola-lavoro. La razionalizzazione degli indirizzi, inoltre, è stata attuata tenendo presenti le esigenze del nostro tessuto imprenditoriale. Inoltre, utilizzando la quota di autonomia, le scuole potranno organizzare percorsi didattici mirati che valorizzino i settori produttivi strategici per i singoli territori». A partire già dall’anno scolastico 2009/2010 sono stati apportati dei cambiamenti, come, per esempio, il voto di condotta e il maestro unico. Si possono riscontrarne già i benefici? «Certamente. Con il maestro unico abbiamo restituito ai ragazzi una guida, un punto di riferimento stabile a cui affidare la propria formazione. Con il voto in condotta finalmente è stato riaffermato il principio secondo cui gli studenti sono titolari di diritti e anche di doveri, tra i quali il rispetto per i propri compagni e per l’istituzione scolastica. È giusto infatti che i ragazzi vengano valutati non solo per le conoscenze acquisite, ma anche per il comportamento tenuto in classe. Quest’anno sono stati oltre 63mila gli studenti che hanno ricevuto il 5 in condotta nel I quadrimestre. Non fa mai piacere quando a un ragazzo viene assegnata un’insufficienza, ma la scuola deve anzitutto educare».
84 > Donne in Polizia > Paola Basilone
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Udella vita
Un aspetto dinamico
Un percorso professionale ricco di soddisfazioni conquistate grazie a una ferma determinazione. Il vicecapo della Polizia Paola Basilone illustra la sua carriera che l'ha portata oggi a rivestire un incarico importante e impegnativo, frutto del riconoscimento di professionalità di grande valore di Nicolò Mulas Marcello
stata nominata vicecapo della Polizia alla fine del 2009 dal ministro dell’Interno Roberto Maroni. Il prefetto Paola Basilone è la prima donna a ricoprire questo incarico dagli inizi degli anni 90, quando questo ruolo fu affidato al prefetto Maria Teresa Cortellessa Dall’Orco. «È una promozione importante – ha commentato il ministro – che riguarda un prefetto, una donna giovane, che ha svolto attività sul territorio e da qualche tempo è tornata al Dipartimento». Per il vicecapo della Polizia di Stato la determinazione è fondamentale e il confronto non rappresenta una difficoltà: «Il problema è avere senso di responsabilità nell’affrontare il proprio lavoro, mi sento responsabile quanto i miei colleghi, nella stessa misura».
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Partiamo dalla sua nomina avvenuta alla fine del 2009. Cosa rappresenta per lei questo incarico all’interno del suo articolato percorso professionale? «Per me è un grande risultato, devo dire che non mi sarei mai aspettata nella mia vita di poter raggiungere questo incarico così ambito. Rappresenta il coronamento di tutto il mio percorso professionale certamente pieno di soddisfazioni. Inaspettato perché nulla è scontato». Lei è anche la prima donna a ricoprire questo incarico dagli inizi degli anni 90. Avverte in qualche modo una responsabilità ulteriore per il fatto di essere una donna in un contesto
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Laureata in giurisprudenza all’Università di Napoli, Paola Basilone ha iniziato la carriera prefettizia nel marzo 1981, conseguendo la qualifica di viceprefetto ispettore nel 1991 e quella di viceprefetto nel 1998. Nel 2006 è stata nominata prefetto
prettamente maschile? «No, non avverto nessun peso per il fatto di essere una donna che ha acquisito una posizione di rilievo in un ambiente tradizionalmente maschile. Prima di tutto perché ho trovato colleghi disponibili, con i quali collaboro quotidianamente senza nessun problema, e un ambiente accogliente. Non mi sento più responsabile di quanto non lo sia un mio collega che svolge le stesse o analoghe attività. Il problema è avere senso di responsabilità nell’affrontare il proprio lavoro, mi sento responsabile quanto i miei colleghi, nella stessa misura».
Spero che con il tempo, gli esempi e il lavoro, le donne al pari degli uomini possano assumere gli stessi incarichi di vertice
La sua nomina può essere un segnale utile per altre donne che vogliono intraprendere questa carriera? «Io penso di sì. Non mi sono mai posta il problema se il mio esempio potesse in qualche modo essere da traino per gli altri, ma questo fa parte del mio vissuto, di un mio modo di pensare. Capisco anche che, in una società non proprio poliedrica, possa assumere ahimè ancora oggi un significato particolare il fatto che una donna possa ricoprire questo incarico. Per questo penso che il mio esempio possa essere sicuramente positivo per tutte le donne della Polizia di Stato che, al pari degli uomini, sono impegnate in attività particolari di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, nelle attività di prevenzione e nell’attività giudiziaria. Sono convinta che altre funzioni e altri incarichi debbano venire naturalmente». Pensa che anche il livello di maturazione di questa consapevolezza sia ancora lontano? «Sì. Per questioni culturali e storiche, se si parla ancora di genere vuol dire che ancora non siamo maturi. E spero che con il tempo, con gli esempi e con il lavoro le donne possano assumere gli stessi incarichi di vertice. Anche perché quotidianamente donne e uomini dividono lo stesso percorso di carriera e le stesse responsabilità, e non sempre questo si viene a enfatizzare. Ma mi risulta, ed è così sicuramente, che anche le donne sono molto impegnate su questo fronte».
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Oggi le donne presenti nell’organico della Polizia di Stato sono circa 15.000, ovvero il 15% dell’intera Polizia di Stato. L’apertura della Polizia alle donne risale al 1960 e inizialmente il compito a loro affidato era quello della tutela dei minori. Grazie alla legge 121 del 1981 non vi è più alcuna differenza nell’assegnazione degli incarichi
Cosa l’ha portata ad abbracciare questo tipo di carriera dopo la laurea in giurisprudenza? «Io sono una persona che ama le sfide, mi piace cogliere l’aspetto dinamico della vita. Se non avessi intrapreso questa carriera avrei fatto il magistrato. In linea di massima non mi piace, per carattere, tutto ciò che è statico. Per esempio non avrei mai potuto fare l’insegnante, sarei stata una pessima professoressa. Ho preferito seguire il mio istinto». Le donne in polizia sono oggi quasi 15mila, un numero raddoppiato nell’arco di vent’anni. Cosa consiglierebbe a una giovane donna che si prepara a intraprendere la professione? «Io credo che le donne per certi versi abbiano un qualcosa in più. E questo lo dico senza smentire quello che ho affermato prima. Hanno una sensibilità maggiore e anche una grazia che aggiunge un binomio fondamentale tra efficacia culturale e operativa».
Credo che le donne per certi versi abbiano un qualcosa in più. E lo dico senza smentire quello che ho affermato prima
A proposito di sfida, per concludere, quali sono state le sfide che lei ha incontrato nei diversi incarichi che ha svolto anche in più parti d’Italia? «La sfida più grande e più importante è acquisire la fiducia dei propri collaboratori. Noi ci misuriamo sul campo, possiamo raggiungere obiettivi più o meno lusinghieri, però quello che ogni giorno ci accompagna è la stima dei nostri collaboratori, dei nostri colleghi, della gente che lavora con noi. Questa è la cosa più importante, insieme all’umiltà di approccio. Sembra una contraddizione ma è una ricetta fondamentale. Intanto ho potuto affrontare bene tutti i miei incarichi perché ho sempre cercato di lavorare in cooperazione, coordinando un’attività di squadra. E penso, fino a oggi, di essere riuscita a portare dei risultati. Per il resto spettava agli altri il compito di giudicarmi».
90 > In prima linea > Luisa Latella
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Tante facce della legalità
«Conoscere il fenomeno della criminalità organizzata, nei luoghi dove essa ha origine, è sicuramente un modo per sconfiggerla». Luisa Latella, prefetto di Vibo Valentia, traccia gli obiettivi per le nuove generazioni e il futuro della regione di Renata Gualtieri
orgerà in Calabria, nelle ville confiscate alla ‘ndrangheta l’Università dell’Antimafia. Un polo di formazione che ha come modello il campus americano. In questi edifici prenderà il via un progetto molto coraggioso e fortemente voluto da Adriana Musella, presidente dell’associazione antimafia “Riferimenti” e ampiamente sostenuto anche dal prefetto di Vibo Valentia, Luisa Latella. Il magistrato spiega come la cultura possa diventare un’arma contro l’illegalità e contribuire a sviluppare una nuova coscienza sociale. Tra i banchi di Limbadi, sede del campus, si terranno incontri su legislazione antimafia e storia della criminalità a cui prenderanno parte magistrati, sociologi, testimoni di mafia e familiari delle vittime.
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L’Università dell’antimafia a Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, sui terreni confiscati alla mafia. Come ha accolto questo progetto? «Il progetto mi è stato presentato da Adriana Musella, presidente dell’associazione “Riferimenti” e l’idea di realizzare l’università in uno dei luoghi simbolo della criminalità mi è sembrata eccellente.
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Qui sotto veduta aerea di Limbadi dove sorgerà l’Università Antimafia. Corsi di legislazione antimafia si tengono oggi a Perugia e a Lecce e seminari a Bologna e Palermo. In apertura Luisa Latella, Prefetto di Vibo Valentia
L’obiettivo comune è instillare nei giovani, il seme della legalità e restare uniti contro questi fenomeni criminali Limbadi è il comune di origine della cosca Mancuso, la più potente della provincia di Vibo Valentia e con una grande influenza in Calabria, con traffici anche all’estero e collegamenti con le cosche della Piana di Gioia Tauro. In quel luogo l’università acquisterà una forza simbolica notevolissima, anche perché sarà ubicata proprio in immobili confiscati ai Mancuso. Si programmeranno corsi rivolti agli studenti e si creeranno punti di aggregazione per i giovani che provengono non solo da Limbadi ma anche dai paesi vicini e da tutta la Calabria. Conoscere il fenomeno della criminalità organizzata, nei luoghi dove essa ha origine, è sicuramente un modo per sconfiggere questo fenomeno che si sta radicando sempre di più in Italia e ha numerosi rapporti anche con l’estero, come la strage di Duisburg ha chiaramente dimostrato».
Paolo Borsellino diceva che la mafia si sconfigge con la cultura della legalità. Come si possono coinvolgere le nuove generazioni? «Per riuscire nella lotta alla criminalità organizzata occorre fare rete tra coloro che operano nel tessuto sociale. L’obiettivo comune è quello di instillare, soprattutto nei giovani, il seme della legalità e la necessità di restare uniti contro questi fenomeni criminali che, nell’Italia meridionale, acquistano una valenza ancora maggiore che altrove perché il tessuto sociale non è perfettamente impermeabile rispetto ai tentativi di infiltrazione. Bisogna lavorare soprattutto con le nuove generazioni per poter costruire un futuro diverso perché altrimenti per queste terre non ci potrà essere mai un vero e proprio sviluppo». Il successo di questi corsi potrebbe bloccare il forte esodo dei giovani calabresi verso le altre regioni d’Italia? «Magari riuscirà ad allentarlo. Ma è uno strumento che deve essere utilizzato insieme a tanti altri. È chiaro che la diffusione della coscienza e della cultura della legalità tra i giovani
92 > In prima linea > Luisa Latella
Il generale Lucio Nobili fa visita a Luisa Latella, prefetto di Vibo Valentia dal primo settembre 2009 e prefetto di Reggio Calabria nel corso del 2008
è la cosa più importante, ma accanto a questo ci devono essere tante altre operazioni di supporto. Quello che in atto prevale è solo l’attività repressiva della magistratura e delle forze di polizia che si deve però accompagnare ad una presa di coscienza della società civile che deve coadiuvare, deve fare fronte comune, con le forze di polizia e con la magistratura». Sono previste forme di collaborazione con altre università italiane e straniere? «Al momento abbiamo ottenuto il finanziamento dal ministero dell’Interno sui fondi del Pon Sicurezza, cioè i fondi europei per la ristrutturazione degli immobili destinati a ospitare il campus universitario. Ora si deve passare al progetto esecutivo e poi bisogna materialmente
Una presa di coscienza della società civile deve fare fronte comune, con le forze di polizia e con la magistratura
fare la gara d’appalto per ristrutturare gli immobili e adeguarli alle nuove esigenze, perché si tratta di civili abitazioni da ristrutturare completamente, per adeguarli a uffici pubblici. La fase successiva sarà l’avvio di questi corsi e di tutte le attività di aggregazione sociale. Proprio allora si dovranno prendere contatti con associazioni del territorio, istituzioni e in primo luogo con le altre università, tra quelle istituzionali, che hanno corsi sulla legalità. Ad esempio l’Università di Cosenza ha già dei corsi specifici». La criminalità quanto frena lo sviluppo economico della regione? «È nei fatti. La Calabria è la regione più povera d’Italia e sicuramente una delle più povere d’Europa. Quindi è ovvio che il fenomeno criminale incide tantissimo. Il libero mercato qui è drogato da una presenza incombente che impone all’imprenditoria temi che non sono quelli tipici della libertà di mercato, che poi è la fonte di tutto lo sviluppo economico. Ci sono dei vincoli notevoli, l’imprenditoria è stretta nella sua capacità operativa».
94 > Giustizia penale > Liliana Longhetto
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I limiti del terzo potere
A dispetto di cambiamenti e riforme, il nostro sistema giudiziario necessita ancora di alcuni accorgimenti che restituiscano efficacia e trasparenza al sistema. L’analisi di Liliana Longhetto, esperta penalista del Foro di Torino di Adriana Zuccaro
ella professione forense, e più spiccatamente nell’ambito penalistico, «il bagaglio d’esperienzia del professionista gioca un ruolo determinante, fornendo le garanzie più ampie sulla capacità di espletare al meglio l’incarico affidatogli, e garantendo un fondamentale rapporto di fiducia». L’incipit dell’avvocato Liliana Longhetto, funge da monito per chi necessita dell’assistenza di un legale penalista e annuncia un esplicito resoconto su alcuni aspetti della giustizia penale italiana.
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Il sistema “giustizia” italiano ha subito non poche variazioni, parallele a quelle sociali, politiche e finanziarie. Ritiene che l’applicazione del codice penale si sia adattato a tali mutamenti? «Ritengo che alcune delle normative introdotte di recente abbiano di fatto modificato in peggio la situazione. Mi riferisco in particolare all’adozione di istituti giuridici come il patteggiamento e il rito abbreviato, che pur contribuendo a ridurre i tempi dell’iter giudiziario hanno privato il dibattimento di parte del suo significato». Quali sono i principali aspetti del diritto penale in cui la riforma non è più procrastinabile? «Penso che la suddivisione delle carriere sia un aspetto prioritario, nell’ambito di una
L’avvocato Liliana Longhetto, penalista di Torino. La sua carriera annovera partecipazioni a molti dei più grandi processi d’Italia tra cui quelli legati all’inchiesta sullo “scandalo dei petroli” degli anni ’80 avvlonghetto@libero.it
riorganizzazione razionale dell’intero quadro. Le normative concorsuali già esistenti in Europa, in paesi come la Germania o la Svizzera, potrebbero servire da traccia per una rielaborazione utile a restituire efficacia e trasparenza al sistema giudiziario». Quali sono le dinamiche che coinvolgono l’avvocato penalista in procedure di indagine? «La possibilità di condurre indagini difensive costituisce uno snodo cruciale per la delicatezza dell’ambito in cui si colloca. Bisogna infatti considerare che il legale, pur contando su una base di diritto sancito dalla legge, non dispone dell’ampiezza di mezzi che contraddistinguono le strutture investigative preposte a tale scopo. Inoltre,
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il rapporto fiduciario che lo lega all’assistito è di fatto del tutto dipendente dalla buona fede di quest’ultimo, con i rischi conseguenti». Il circuito mediatico veicola aspetti dell’attuale sistema “giustizia” in cui tutto appare dubbio e confuso. Quanto conta l’influenza che i media esercitano sull’opinione pubblica e di riflesso, sull’applicazione del codice penale? «Conta molto, indubbiamente. A mio avviso i media rappresentano una sorta di quarto potere, organico alla terna di poteri legislativo, esecutivo, giudiziario. In questo ambito l’opinione pubblica dimostra di essere sensibile in particolare a quella che al momento sembra essere una duplice insoddisfacente percezione: la non certezza della pena e una carenza nella linearità di giudizio». Il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio permea l’intero ordinamento processuale. Quando però non vi sono fatti o prove inconfutabili, quali procedure determinano l’attendibilità degli attori in causa e la più equa risoluzione giudiziaria? «Nel secondo comma dell’Articolo 530 del Codice Penale, che recita “il giudice pronuncia sentenza di assoluzione anche quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova che il fatto sussiste, che
Oggi, l’opinione pubblica si dimostra sensibile a quella che sembra essere una duplice insoddisfacente percezione: la non certezza della pena e la carenza nella linearità di giudizio l’imputato lo ha commesso, che il fatto costituisce reato o che il reato è stato commesso da persona imputabile” è contenuto lo strumento giuridico più idoneo a tutelare la garanzia del diritto individuale». La figura dell’avvocato incarna il ruolo di mediatore tra il cittadino accusato di reato penale e il giudice. In tal senso, quali sono i punti cardine della deontologia forense? «Ritengo la mia professione deontologicamente assimilabile a quella del medico, essendo basata sui medesimi presupposti di assoluta fiducia nel professionista al quale ci si affida. Personalmente ho sempre cercato di infondere nel rapporto con mio l’assistito tutta la mia capacità di affiancamento e di supporto, nel più totale rispetto di un’etica rigorosa».
Processo e regole > Sabrina Lucantoni
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Cross examination e il rispetto delle norme
Non sempre nell’esame incrociato all’interno del processo penale, le norme vengono rispettate. Anzi è frequente che una prassi deviante stravolga la struttura propria del dibattimento. È ciò che sostiene Sabrina Lucantoni di Simona Cantelmi
attenzione alle norme è fondamentale durante il processo penale, per permettere alle parti in causa di mettere in campo in modo corretto le proprie linee difensive o accusatorie. «A distanza di oltre vent’anni dall’entrata in vigore del “nuovo codice di procedura penale”, le regole dell’esame incrociato vengono eluse, se non travolte dalla deformazione della prassi» dichiara Sabrina Lucantoni, avvocato penalista del Foro di Velletri. «Dall’analisi di uno studio che si sta conducendo dal 2008, è emerso che giudici e pubblici ministeri si sono adagiati su una interpretazione rivisitata e non autentica delle norme processuali, dettate invece in maniera chiara dal legislatore. I difensori dal loro canto sembrano rassegnati e silenti, dinanzi a una prassi deviante». Secondo l’avvocato Lucantoni, si è registrata un’eccessiva invadenza del giudice. «Durante l’esame e fuori dai casi previsti dal codice, spesso viene tolta la parola a chi sta interrogando (pubblico ministero o difensore) per formulare direttamente domande, annientando totalmente la strategia di chi
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stava conducendo l’esame. Vi è altresì un eccessivo ricorso a introdurre ulteriori prove ex art. 507 c.p.p. da parte del giudice, soprattutto in ausilio a un P.M. che non è stato solerte nelle indagini, o ha dimenticato di inserire nella lista testimoniale soggetti sentiti quali persone informate dei fatti». Nel luglio del 2008 si è costituito il LAPEC, laboratorio permanente esame e controesame. «Si tratta di un gruppo di esperti (avvocati, magistrati, docenti) preoccupati da un ritorno di metodi probatori fortemente inquisitori, che organizzano convegni e seminari per fornire una formazione specifica degli operatori del diritto. È stata redatta altresì una bozza di protocollo di udienza, affinché si attui il pieno rispetto delle regole processuali».
Sabrina Lucantoni, avvocato penalista del Foro di Velletri, ha partecipato a tutti i convegni organizzati dal Lapec (Siracusa maggio 2009, Alghero settembre 2009, Venezia marzo 2010) e ha organizzato un importante convegno presso il Tribunale di Velletri il 27 marzo 2010, al quale hanno partecipato magistrati e avvocati s.lucantoni@tiscali.it
98 > Il rosa in carcere > Gloria Manzelli
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Fermezza
e passione
Dal 2004 il carcere di San Vittore a Milano è amministrato da Gloria Manzelli. Il giusto connubio tra determinazione e sensibilità è ciò che serve per svolgere con passione un ruolo a volte complesso come questo di Nicolò Mulas Marcello
l carcere di San Vittore è uno dei più grandi del nord Italia. Le problematiche del sovraffollamento e della gestione dei detenuti da parte degli agenti di polizia penitenziaria non risparmia neanche la storica casa circondariale milanese dove furono detenuti personaggi illustri come Indro Montanelli, Mike Bongiorno o Gaetano Bresci, l’anarchico che uccise il Re Umberto I il 29 luglio del 1900. Gloria Manzelli è il ventiquattresimo direttore del carcere di San Vittore, la prima donna.
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Quanti sono attualmente i detenuti presenti? «Sono complessivamente 1.630 per una capacità ricettiva complessiva di 950 posti. Tenga conto che
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l’afflusso è estremamente elevato con una media di 30/35 ingressi per arresto al giorno, ma abbiamo raggiunto anche picchi di 55 ingressi giornalieri».
Quali sono le principali criticità che presenta il carcere di San Vittore? Quanto è sentito il problema del sovraffollamento? «Il sovraffollamento e il turn over sono le maggiori criticità. L’elevato numero di ingressi giornalieri porta a problematiche a cascata che sono significative che vanno dall’ubicazione alla traduzione dei detenuti in tribunale per il processo. Poi ci sono problemi legati al fatto che il 75% delle presenze a San Vittore sono rappresentate da stranieri provenienti da qualsiasi paese del mondo per cui con culture e religioni completamente diverse che devono essere rispettate e garantite in una situazione già difficile». Uno dei problemi lamentati in molte carceri è la scarsità di agenti di polizia penitenziaria. Sul fronte del personale com’è la situazione?
È previsto un ammodernamento della struttura, ma non so se fa parte del piano carceri o di un finanziamento stanziato precedentemente «Ci sono 750 agenti di polizia penitenziaria: duecento di questi sono impiegati nel nucleo traduzioni. Effettivamente è una grande lacuna. Ci sono periodi in cui alcuni detenuti sono ricoverati in luoghi esterni di cura per cui non si riesce a garantire e seguire il piantonamento nell’ambito di quattro turni. Il rapporto agenti-detenuti quindi si sente nel momento in cui devono essere garantiti i servizi essenziali soprattutto nello spostamento dei detenuti all’esterno della struttura. Arriviamo anche a 80-90 trasferimenti al giorno al tribunale per i processi, questo vorrebbe dire impiegare circa 270 guardie carcerarie ma non ce lo possiamo permettere. Per contenere il sovraffollamento dobbiamo trasferire i detenuti in altri istituti anche lontani come Sicilia, Sardegna, Calabria». In apertura, Gloria Manzelli
100 > Il rosa in carcere > Gloria Manzelli
Il nuovo piano carceri varato dal governo prevede vari provvedimenti. Quali toccheranno direttamente il suo carcere? «Non so se incideranno anche su questo istituto, ma tenga conto che quando vengono aumentati i posti disponibili è evidente che dovrebbe ridursi il sovraffollamento. Però se d’altra parte si aumenta il ricorso alla carcerazione è palese che il problema non si risolve. È previsto un ammodernamento della struttura, ovvero due reparti ma non so se fa parte del piano carceri o di un finanziamento stanziato precedentemente. Per quanto riguarda San Vittore però ancora niente è stato stabilito». In che modo il carcere di San Vittore sviluppa i fini rieducativi della pena? Quali sono le attività che svolgono i detenuti? «Ci sono molte attività scolastiche e attività di lavoro. Abbiamo alcuni laboratori, attività sportive, di formazione professionale e anche un laboratorio per detenuti affetti da patologie psichiatriche per i quali abbiamo declinato una serie di servizi specifici rivolti al contenimento degli effetti derivati dalla patologia psichiatrica. Siamo anche sede di centro clinico e abbiamo detenuti assegnati da tutti gli
San Vittore La struttura è costruita sul modello del Panapticon, il carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham. San Vittore è stato inaugurato il 7 luglio del 1879 durante il regno di Umberto I. L’edificio presenta sei bracci di tre piani l’uno. Attualmente sono presenti 1.630 detenuti a fronte di una capienza massima di 950 posti. Sono 750 gli agenti di polizia penitenziaria impiegati all’interno della struttura; è di 35 la media degli ingressi giornalieri per arresto.
istituti penitenziari della penisola con problematiche anche di natura psichiatrica. Dobbiamo provvedere anche a loro e lo facciamo anche con interventi di natura trattamentale».
Conta la sensibilità femminile nel suo lavoro? «La sensibilità è sempre uno strumento in più, ma non credo che sia ad appannaggio femminile. Credo che se una persona è sensibile, lo è a prescindere dal fatto che sia donna. Probabilmente la donna deve essere più determinata rispetto a un collega uomo perché siamo viste ancora come sesso debole, anche se in realtà siamo molto più determinate. Ma questo fa parte del luogo comune e non credo che sia indirizzata solo alle direttrici di carceri».
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102 > Il rosa in carcere > Maria Carmela Longo
Un ascolto vero e partecipato
In una delle città italiane che conta il più alto numero di operazioni di polizia come Reggio Calabria, le criticità del carcere di San Pietro non sono legate solo al sovraffollamento ma anche alla carenza di fondi e di agenti. Il direttore Maria Carmela Longo illustra la situazione di Nicolò Mulas Marcello
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aria Carmela Longo è una delle molte donne che dirigono importanti case circondariali italiane. Da sei anni amministra il carcere San Pietro di Reggio Calabria, un penitenziario che presenta alcune problematiche che si riconducono essenzialmente al ben noto sovraffollamento e alla mancanza di fondi. In un ruolo come quello di direttore di un carcere la passione e la sensibilità delle donne svolgono una funzione importante nelle scelte e, come sottolinea la stessa direttrice, «la sensibilità femminile conta in questo ruolo e consiste nel dare il giusto peso e la giusta importanza alle varie situazioni».
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Qual è attualmente la situazione del carcere di San Pietro in termini di sovraffollamento? «È preoccupante. La capienza tollerabile è fissata a 260 posti e oggi sono presenti circa 320 detenuti. Ma il problema non è solo l’esubero numerico. La criticità è dovuta anche alla carenza del personale penitenziario e congiuntamente una carenza dei fondi a disposizione perché non siamo più in grado di sostenere i costi minimi per garantire il funzionamento della struttura. Vi è una carenza di almeno 30 unità sulla presenza che sarebbe necessaria per garantire livelli di sicurezza accettabili». Quali sono le attività pedagogiche e lavorative che vengono svolte all’interno del carcere? «A causa delle condizioni prima citate, le attività hanno subito una gravissima contrazione. Per le attività lavorative ci impegniamo a garantire il minimo necessario perché siano assicurate condizioni di igiene all’interno dell’istituto con una grande limitazione a quelle attività che sarebbero invece necessarie per una ristrutturazione dell’impianto. Negli anni passati le attività erano molteplici, quest’anno stiamo garantendo la scuola elementare e media e solo il progetto “Liberamente”, nato e voluto per far fronte alle situazioni di disagio sempre
più ricorrenti all’interno di tutte le strutture penitenziarie e in particolare di questa casa circondariale. Si tratta di un’attività che coinvolge più operatori di varie aree, quella strettamente fisica, pedagogica, ludica, che si manifesta poi con laboratori di creatività, di espressione di scrittura creativa. È comunque insufficiente perché è rivolta a un numero limitato di detenuti, sono 20-30 i partecipanti. Sono attività che non riescono ad abbracciare e raggiungere tutti i detenuti presenti».
Sono previsti interventi a livello economico per l’ammodernamento del carcere? «Recentemente è stato previsto uno stanziamento che dovrebbe essere destinato a ristrutturare la parte riservata ai detenuti, anche se il fondo non copre tutta la spesa necessaria per ristrutturare interamente i due grossi reparti di questo istituto. Il finanziamento è senz’altro necessario, ma siamo ancora fermi perché non siamo in grado di poter sfollare l’istituto in quanto i lavori si possono fare con i detenuti all’interno. Sono fondi ordinari provenienti dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria» Quanto conta la sensibilità femminile nel suo lavoro? «Credo che abbia grandissima importanza nel momento in cui la donna per sua natura è comunque portata e incline ad amministrare e gestire la famiglia e la casa. In fondo il carcere è questo. Una gestione di più persone come se fosse una grande famiglia e una grande casa perché la struttura comunque è di per sé una casa. Conta perché la sensibilità femminile consiste nel dare il giusto peso e la giusta importanza alle varie situazioni. Per saper affrontare quello che è più urgente e quello che è meno urgente. La donna è quella che è più in grado per sua stessa natura di saper ascoltare in maniera empatica e non un semplice sentire ma un ascolto vero e partecipato. Conta nel momento in cui lo stesso sistema delle relazioni è più gentile e torna utile in un contesto grigio come il carcere».
106 > Giustizia tributaria > Daniela Gobbi
La Corte di Cassazione di Roma, dove il 25 marzo si è svolta la prima Giornata celebrativa della giustizia tributaria
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ispezioni, le riunioni periodiche con i presidenti delle Commissioni regionali e provinciali, il controllo dell’arretrato attraverso un sistema di verifica e di monitoraggio, l’emanazione di risoluzioni».
All’organo che lei presiede è affidata la funzione di supervisione e accertamento del corretto funzionamento delle commissioni tributarie provinciali e regionali. Come avviene la sinergia fra gli organismi locali e quello centrale? «Il consiglio di presidenza della Giustizia tributaria ha il compito, tra l’altro, di vigilare sull’attività delle commissioni tributarie. L’azione viene esercitata in vari modi. Tra questi le
Quali sono i maggiori punti critici della giustizia tributaria? Quali operazioni andrebbero attuate per migliorare il sistema? «Il sistema già oggi funziona perfettamente. Il processo tributario è quello che, senza ombra di smentita, è in linea con il principio costituzionale del giusto processo. I primi due gradi di giudizio si svolgono in non più di 18 mesi. Il collo di bottiglia si rinviene nel giudizio di legittimità presso la Suprema Corte dove occorrono diversi anni prima che il processo concluda il suo iter. Occorrerebbe implementare il numero dei giudici di cassazione presso la V sezione per consentire uno smaltimento più rapido delle pendenze. Oltretutto, per gli interessi che tratta il processo
nche la giustizia tributaria necessita di alcune innovazioni importanti, come incentivare la formazione e riconoscere maggiormente il lavoro del giudice. A parlare delle esigenze del sistema e degli ultimi progetti, in quest’anno che pare contraddistinto da un incremento del contenzioso a causa dell’aumento di controversie per tributi locali, è la donna numero uno dell’organo di autogoverno dei giudici fiscali, l’avvocato Daniela Gobbi, eletta alla carica di presidente l’estate scorsa.
LLa certezza
del diritto Il Consiglio di presidenza della Giustizia tributaria ha il compito di vigilare sul corretto funzionamento della giustizia a tutela del cittadino e del fisco. Il presidente Daniela Gobbi spiega le ultime iniziative di Simona Cantelmi
108 > Giustizia tributaria > Daniela Gobbi
tributario è necessario arrivare a delle pronunce definitive in tempi rapidi. Questo per garantire certezza del diritto e affidabilità nel sistema giustizia. A chi è utile una decisione che perviene dopo dieci o vent’anni?».
Occorrono altre azioni? «Bisognerebbe anche valorizzare il ruolo del giudice oggi sempre più impegnativo, riconoscendogli professionalità, competenza, un maggiore compenso economico e una diversa progressione di carriera. Il compenso economico maggiore s’impone per una ragione di dignità della funzione. Il giudice tributario è l’unico che a oggi percepisce un compenso fisso di circa 198 euro e uno variabile di circa 26
Daniela Gobbi col Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il 7 ottobre 2009 durante l’incontro di presentazione del neoeletto Consiglio di Presidenza della Giustizia tributaria
Supervisione Nell'ordinamento italiano il Consiglio di presidenza della giustizia tributaria (Cpgt) è l'organo di autogoverno dei magistrati delle commissioni tributarie, ossia della magistratura tributaria
euro, per il relatore, a sentenza. È un’esigenza di dignità della funzione. Poi occorrerebbe rimuovere gli impedimenti legislativi che non consentono ai giudici provenienti dal mondo laico di ricoprire i ruoli semidirettivi o direttivi. Paradossalmente oggi una donna avvocato è presidente dell’Organo di autogoverno, delle Commissioni tributarie mentre nessun professionista può ricoprire un posto di presidente di sezione o di commissione. È una contraddizione fin troppo evidente».
A fine 2009 vi eravate proposti alcuni obiettivi come visite ispettive presso le Commissioni, l’incentivazione, la formazione e l’aggiornamento dei giudici e lo sviluppo di una piattaforma telematica. Come procede il progetto? «In modo ottimale, direi. Siamo insediati da
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Alla Giornata celebrativa della giustizia tributaria presso l’Aula Magna della Corte di Cassazione era presente anche il senatore a vita Oscar Luigi Scalfaro. Nell’immagine a fianco, Il Salone della Giustizia di Rimini 2009
Bisognerebbe valorizzare il ruolo del giudice oggi sempre più impegnativo, riconoscendogli professionalità, competenza, un maggiore compenso economico e una diversa progressione di carriera
appena otto mesi e, se si considera che l’insediamento è avvenuto in luglio e la pausa estiva, che di fatto non vi è stata perché il Consiglio ha operato anche in agosto per l’attività amministrativa e di coordinamento, possiamo dirci soddisfatti del ritmo di lavoro e delle iniziative promosse. Prima tra tutte la partecipazione al Salone della Giustizia di Rimini, le riunioni periodiche con i presidenti delle Commissioni regionali e provinciali, le risoluzioni in materia d’incompatibilità e il riordino della materia in tema di assenze. Abbiamo sottoscritto il protocollo d’intesa per lo svolgimento del processo telematico che vede impegnati oltre trenta giudici della Commissione provinciale di Roma e regionale del Lazio impegnati quasi a tempo pieno».
Organizzate corsi o seminari? «A oggi sono stati organizzati incontri di studio seminariali in numerose regioni di Italia e prossimamente ne proporremo altri. Siamo intenzionati a coprire periodicamente tutte le regioni, in modo da consentire a tutti i giudici di partecipare alle giornate di aggiornamento formativo con la minima spesa». In che modo riuscite a garantire costantemente un operato “al servizio dello Stato e a tutela del contribuente”? «Attraverso il controllo dell’efficienza del servizio, della terzietà e la preparazione professionale del giudice». Come la sua sensibilità femminile entra nel suo ruolo di presidente e vigile supervisore? «Cerco di essere attenta ai particolari e scrupolosa. Dedico molto tempo al ruolo che oggi ricopro. Non so se queste caratteristiche siano tipiche dell’essere femminile, certamente rispecchiano il mio modo di essere. Spero di fornire un buon servizio nell’interesse dell’Istituzione».
110 > Giusta causa > Monica Lambrou
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A fianco, l’avvocato Monica Lambrou socia dello Studio legale Fava & Associati di Milano. È competente in diritto del lavoro da parte datoriale
QUANDO IL LICENZIAMENTO è legittimo A causa della congiuntura economica attuale, i licenziamenti sono all’ordine del giorno. Spesso, però, le dinamiche tra dipendenti e datori di lavoro nascondono una verità: ci sono lavoratori che non fanno gli interessi dell’azienda. E il licenziamento per giusta causa diventa legittimo. Lo spiega l’avvocato Monica Lambrou di Alessandro Cana
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n questi ultimi mesi il settore lavoro è teatro di licenziamenti frutto di strategie di ridimensionamento forzato. Le imprese, intente a salvarsi dalla crisi, devono fare i conti con tagli del personale e riorganizzazioni aziendali. Mai come in questo periodo gli imprenditori si sono trovati a dover giudicare la produttività dei propri dipendenti. E questo stato di cose ha tolto il velo su una situazione che spesso passa in sordina: chi tutela i datori di lavoro quando i dipendenti non fanno, di proposito, gli interessi dell’azienda? Domanda dalla difficile risposta, soprattutto in un Paese come il nostro, testimone per decenni del potere dei sindacati. Di fronte ad atteggiamenti controproducenti per l’azienda (ore passate su internet invece di lavorare, utilizzo del telefono aziendale per scopi privati, la tendenza a mettersi in malattia anziché in ferie e così via) cosa può fare il datore di lavoro? È costretto a licenziare, sperando però che l’ingrato dipendente non si rivolga a sindacalisti e avvocati pretendendo il reintegro o, peggio, una “buona” uscita per togliere il disturbo. «Il contenzioso crea alle aziende problemi di carattere economico oltre che organizzativo» chiarisce l’avvocato Monica Lambrou, competente in diritto del lavoro da parte datoriale, che sottolinea come occorra «una complessiva riforma in termini di flessibilità e sicurezza». Da ambo le parti.
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Quali i casi più frequenti di contenzioso in
materia di diritto del lavoro oggi in Italia? «Alla luce dell’attuale situazione economica di crisi del mercato, il contenzioso più frequente riguarda il licenziamento non solo individuale, ma anche collettivo. Negli ultimi tempi, inoltre, sono divenute frequenti le controversie in materia di mobbing e di demansionamento. Ma in tali settori è molto ampio il margine di incertezza normativa. L’articolo 2103 del Codice civile prevede la possibilità di mutare le mansioni di un dipendente solo se equivalenti: tale espressione implica la necessità per l’imprenditore di effettuare una valutazione in un caso concreto, valutazione che può non coincidere con quella effettuata, nel caso di contenzioso, dal giudice, lasciando così un margine di incertezza in relazione alla possibilità e, quindi, alla legittimità del mutamento delle mansioni di un dipendente. Sta creando parecchie incertezze anche il fenomeno del mobbing che non è previsto legislativamente, ma trae origine solo da interpretazioni giurisprudenziali che, come tali, sono mutevoli soprattutto in relazione alle circostanze del caso. Anche nell’ipotesi di licenziamento collettivo si registra incertezza applicativa, poiché la legge è molto generica in merito e l’interpretazione giurisprudenziale, per conseguenza, non è univoca». Vi sono casi in cui un datore di lavoro può licenziare senza preavviso? «Nel nostro ordinamento i casi i cui un lavoratore può esser licenziato senza preavviso si riducono essenzialmente all’ipotesi della “giusta causa” prevista e disciplinata dall’articolo 2119 del Codice civile. La giusta causa di licenziamento è dettata da un fatto così grave da ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario con il datore di lavoro e impone l’immediata cessazione del contratto. Tra i motivi che possono essere sanzionati con recesso per giusta causa vi è anche l’abuso di Internet e della posta elettronica. Infatti, il legislatore, anziché indicare in maniera specifica e tassativa le ipotesi che possono giustificare l’interruzione immediata dal rapporto di lavoro, utilizza una formula generale che consente alla norma di stare “al passo” con l’evoluzione organizzativa delle aziende e con il mutare del contesto socio-lavorativo».
Le ipotesi più rilevanti di licenziamento senza motivazione sono senza dubbio il licenziamento del lavoratore in prova, di quello che abbia raggiunto i requisiti pensionistici e la risoluzione del rapporto di lavoro a termine
È prevista la possibilità di licenziare senza motivazione? «A seguito dell’introduzione della legge 604/1966 e della legge 108/90 i casi in cui un lavoratore può essere licenziato senza motivazione sono molto pochi. Queste leggi prevedono che ogni recesso da parte del datore di lavoro debba essere sorretto necessariamente da un giustificato motivo. Quest’ultimo può essere “soggettivo” ossia relativo a un notevole inadempimento del lavoratore oppure “oggettivo” se si riferisce a fatti inerenti l’attività produttiva, all’organizzazione e al regolare funzionamento di un’impresa. Le ipotesi più rilevanti di licenziamento senza motivazione sono senza dubbio il licenziamento del lavoratore in prova, il licenziamento del lavoratore che abbia raggiunto i requisiti pensionistici e la risoluzione del rapporto di lavoro a termine». In quali casi può essere impugnato il licenziamento da parte del lavoratore? «Il licenziamento del lavoratore può essere impugnato se risulta privo della giusta causa o di un motivo giustificato. Il recesso datoriale è inefficace se
intimato in assenza di forma scritta oppure in caso di mancato rispetto della procedura prevista per la sua comminazione. Il licenziamento, ancora, è nullo in tutti i casi in cui sia sorretto da un motivo discriminatorio ovvero perché comunicato in presenza di divieti di licenziamento, come in caso di lavoratrici madri, matrimonio, incarichi sindacali, sciopero». La normativa attuale garantisce una flessibilità in uscita coerente con le esigenze sia del mercato che della tutela del lavoro? «Pur non garantendo molta flessibilità in uscita dal rapporto di lavoro a tempo indeterminato, la normativa attuale consente alle aziende di utilizzare molteplici forme di lavoro flessibile al fine di far fronte alle repentine fluttuazioni del mercato. Non credo che il problema da risolvere sia la flessibilità in uscita, ma garantire una maggiore elasticità nella gestione del rapporto di lavoro che oggi, tuttavia, manca». Come valuta il problema della difficoltà a dare giustizia in tempi adeguati nel settore del contenzioso del lavoro? «Il problema è grave e deve essere affrontato con urgenza soprattutto attraverso una complessiva riforma del diritto del lavoro che garantisca maggiore flessibilità e sicurezza attuando anche in Italia i principi della flexicurity tipica dei Paesi scandinavi».
114 > Farmer market > Nunzia De Girolamo
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Dalla terra alla tavola
Per combattere la crisi agricola Nunzia De Girolamo lancia un’idea: i farmer’s market, cioè la vendita diretta senza intermediazioni, che hanno dato già buon esito in Alto Adige, Toscana, Lazio, Puglia e Sicilia di Nike Giurlani
a crisi del comparto agricolo in Campania «è generalizzata, con punte molto preoccupanti nei settori del tabacco, dell’ortofrutta, dei cereali, del latte e dell’allevamento di bestiame» sottolinea l’onorevole Nunzia De Girolamo. Per far fronte a quest’emergenza, «è indispensabile la riattribuzione, così come previsto nel programma del presidente Caldoro, di un ruolo autonomo dell’assessorato all’Agricoltura, sganciato dalle Attività Produttive» prosegue l’onorevole. Ma non può bastare. «È necessario – continua De Girolamo – l’istituzione di un tavolo agroalimentare per far incontrare e dialogare le parti della filiera al fine di promuovere un piano agroalimentare di qualità per riequilibrare i rapporti tra agricoltura, industria e grande distribuzione».
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Inoltre, altro aspetto che va urgentemente affrontato è «la semplificazione delle procedure – mette in evidenza l’onorevole –, visto che, per ogni impresa di medie dimensioni, sono oltre cento le giornate lavorative dedicate alle attività burocratiche legate agli adempimenti di varia natura richiesti dalle norme in vigore». Per lei da dove si dovrebbe partire? «Dagli incentivi per gli investimenti e sviluppo delle attività produttive che devono puntare innanzitutto a rilanciare le imprese, compensando il gap di competitività che ha prodotto negli ultimi anni un calo dei redditi degli agricoltori. Si può e si deve puntare sulle forze propulsive dell’economia agricola, che sono, in prima battuta, gli imprenditori, animatori della crescita e dello sviluppo “dal basso”, favorendo, quindi, le libere scelte imprenditoriali». Quale deve essere lo strumento chiave di quest’attività politica?
Nunzia De Girolamo, deputata del Pdl
La Commissione europea deve sforzarsi di pensare per aree omogenee, tenendo in considerazione che le problematiche delle aree meridionali sono ben diverse da quelle mittleuropee e del nord Europa «Sicuramente il Piano di sviluppo rurale. Abbiamo ormai superato la scadenza del primo biennio dell’attuale periodo di programmazione 2007-2013 e alcuni elementi di valutazione già stanno emergendo. Occorre tarare le misure in funzione delle reali esigenze delle imprese, evitando l’utilizzo di risorse a favore di altri soggetti e puntando sugli imprenditori, veri protagonisti del mondo agricolo. Infine, va anche reso più rapido e snello il processo di presentazione-valutazione-liquidazione delle domande, che ancora rallenta le erogazioni. Inoltre, le politiche regionali per l’agricoltura devono avere sempre al centro dei propri obiettivi l’impresa agricola anche per quanto riguarda il credito, dove va superata la “stretta” dovuta alla crisi economicofinanziaria, premiando nelle idee imprenditoriali il merito e il talento, nonché gli incentivi per la ricerca e l’innovazione, ma anche la connessa attività di divulgazione e assistenza tecnica. In quest’ambito va ritrovato quell’anello di congiunzione tra il mondo della ricerca e quello delle imprese». L’Europa ha predisposto un pacchetto di misure anticrisi, che riguarderanno principalmente latte e formaggi ma anche altri settori, da presentare a giugno al Parlamento europeo e al Consiglio dei Ministri dell’agricoltura. Pensa che possa bastare a risollevare le sorti dell’agricoltura campana?
116 > Farmer market > Nunzia De Girolamo
«La Commissione europea deve sforzarsi di pensare per aree omogenee, tenendo in considerazione, ovviamente, che le problematiche delle aree meridionali sono ben diverse da quelle mittleuropee e del nord-Europa. Le carenze del Sud dell’Italia, poi, sono del tutto particolari sia per questioni culturali che socio-economiche e ambientali. Vanno approfonditi e calati nelle singole realtà gli impatti di detti provvedimenti che dovrebbero dal “basso” essere portati all’attenzione degli organismi europei. Ritengo, quindi, che in questa direzione ci sia ancora molto da lavorare». Ha una proposta particolare per il miglioramento e il rilancio del comparto agricolo? «Sono convinta che l’apertura dei farmer’s market sia un ottimo segnale per i produttori ma anche per i consumatori. L’importanza della vendita diretta da parte degli agricoltori è una forma di commercio che assicura un prezzo equo per i prodotti di alta qualità, che rafforza il legame del prodotto con il territorio e che sensibilizza il consumatore a una scelta consapevole riguardo agli aspetti qualitativi e ambientali. A tal proposito, lo scorso 4 novembre, ho presentato un disegno di legge sugli incentivi alla produzione e alla vendita diretta dei prodotti locali, tradizionali e biologici, che è all’esame della commissione Agricoltura della Camera dei deputati». Di che cosa si tratta? «La proposta intende incentivare lo sviluppo del fenomeno su tre fronti: favorire l’utilizzo di prodotti alimentari di “filiera corta”, anche ai fini della riduzione delle emissioni di gas serra, ampliando le possibilità di vendita diretta e dettando norme quadro uniformi su tutto il territorio nazionale. Tutelare, inoltre, la specificità delle aree vocate alla produzione agricola tradizionale e biologica e più genericamente i suoli agricoli e favorire una maggiore redditività dell’agricoltura. In Italia i farmer’s market contano varie esperienze interessanti in Alto
Adige, Toscana, Lazio, Puglia e Sicilia. La Sicilia ha stanziato 1 milione di euro per l’allestimento dei banchi espositivi mobili e delle attrezzature connesse in 42 mercati contadini. A Roma, il sindaco Alemanno ha avviato iniziative sperimentali, che hanno avuto enorme successo, e progetta di realizzare quattro strutture di vendita diretta, anche al fine di ridurre di almeno il 30 per cento i prezzi per il consumatore finale. Perciò spero che la vendita diretta dei prodotti agricoli possa trovare presto una giusta dimensione anche in Campania». Quali sono le caratteristiche di un prodotto alimentare di qualità? «La tracciabilità dell’intera filiera produttiva consente una maggiore visibilità del prodotto ed è garanzia di qualità e sicurezza alimentare. Ovviamente il tutto non può prescindere
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dall’impiego di prodotti e, anche manodopera, di alta qualità e specializzazione. In Campania numerose sono le aziende agricole che fruiscono della consulenza in campo di specialisti anche di livello universitario». Qual è il rapporto tra qualità e prezzo? «Si dice sempre che il prezzo alto sia sinonimo di qualità: molte volte ciò corrisponde al vero. È chiaro, però, che il solo prezzo non può determinare la qualità di un prodotto. Il giusto rapporto deve consentire, quindi, a un produttore di qualità di remunerare adeguatamente il capitale, anche umano, investito nell’azienda non
L’importanza della vendita diretta da parte degli agricoltori è una forma di commercio che assicura un prezzo equo per i prodotti di alta qualità
penalizzando il consumatore. Comunque, a proposito dei farmer’s market, anche il Parlamento Europeo, nell’approvare la relazione sul Libro Verde della Commissione sulla qualità dei prodotti alimentari, ha affermato che i mercati per la vendita diretta degli agricoltori assicurano un prezzo giusto per i prodotti di alta qualità, senza tralasciare il legame con il territorio e l’aspetto qualitativo ed ambientale del prodotto. Senza intermediazioni e tanti passaggi è chiaro che il prezzo del prodotto dovrebbe essere molto più basso di quello praticato generalmente nei supermercati. In questo senso, infatti, la “filiera corta” potrebbe essere anche un “toccasana” alla scarsa redditività». Come viene garantita la qualità dei prodotti che mangiamo? «La legislazione attuale è variegata e a volte un pochino farraginosa, penso alle procedure Haccp e alla certificazione aziendale di qualità, tuttavia ritengo che in Italia siamo all’avanguardia nella tutela della qualità e sicurezza alimentare, ovviamente tutto e migliorabile. Anche il codice del consumo offre un valido supporto alle produzioni di qualità per il semplice fatto che garantendo il consumatore, concretamente favorisce le produzioni di qualità». Come ci si può difendere dai prodotti Ogm? «In Europa, sino a pochissimo tempo fa, le produzioni ogm erano vietate, con la prima autorizzazione alla coltivazione della patata geneticamente modificata, anche se per uso non alimentare umano, i prodotti Ogm sono entrati ufficialmente nella Ue. Nel resto del mondo e soprattutto negli Usa questi prodotti sono una realtà da ormai alcuni decenni. Non credo che, obiettivamente, si possano continuare a bandire ancora per lungo tempo nell’Unione. Occorre, quindi, puntare sempre alla tipicità e rintracciabilità dei prodotti e consumare, per quanto possibile, prodotti a km zero protetti da marchi di qualità Doc e Dop».
120 > Modelli > Le donne di Nea
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Quando le DONNE diventano esempio
Imprenditrici. Politiche. Attiviste. Scienziate. Artiste. Donne che hanno mutato il volto del mondo. Alcuni nomi femminili dell’imprenditoria, della politica e della cultura italiana indicano le donne che più le hanno ispirate di Francesca Druidi
on ho vissuto da protagonista il femminismo nei suoi anni più caldi: ero impegnata nel mio lavoro all’estero e poi a Ivrea. Lavoravo e facevo carriera, dimostrando che potevo fare quello che facevano gli uomini, e forse farlo meglio”. È uno dei passaggi più significativi dell’autobiografia di Marisa Bellisario, scomparsa a 53 anni, ancora oggi ricordata come la donna manager più famosa d’Italia. Un modello indiscusso, grazie alle intuizioni, all’intraprendenza e soprattutto alle sfide che ha saputo raccogliere e vincere, come la
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In apertura, Laura Frati Gucci, presidente dell’Associazione imprenditrici e donne dirigenti d’azienda
presidenza della Olivetti Corporation of America o la ristrutturazione dell’Italtel. Senza mai perdere la sua spiccata femminilità. Decise di entrare a far parte della Commissione nazionale per la parità tra uomo e donna, istituita nell’84 dall’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi, perché mossa da un autentico richiamo all’uguaglianza di genere, intesa come opportunità, ma anche come rimozione degli ostacoli che si frapponevano alla scalata ai vertici. «Per noi giovani donne che ci affacciavamo al mondo del lavoro, Marisa Bellisario ha identificato una vera e propria icona», commenta Lella Golfo, deputata Pdl, fondatrice e presidente della Fondazione Marisa Bellisario. Fondazione che ogni anno organizza il premio omonimo, assegnato alle donne che si sono distinte nella professione, nel management, nell’imprenditoria o nel sociale. «È l’esempio – prosegue l’onorevole – che con la determinazione e la tenacia, ma anche con lo studio e l’impegno costante, si potevano raggiungere traguardi allora impensabili per una donna». La manager piemontese ha rappresentato un
Alle giovani della mia generazione affascinate da ruoli di primaria importanza nel mondo del business, prettamente maschile, Marisa Bellisario e Anna Bonomi Bolchini hanno infuso la giusta dose di determinazione e coraggio
NILDE IOTTI Leonilde, per tutti Nilde, Iotti, nata nel 1920 e scomparsa nel 1999, si è laureata in lettere presso l’Università Cattolica di Milano. Partecipa alla Resistenza, prima come porta-ordini e poi come membro dei gruppi di Difesa della donna. Entra a far parte dell’Assemblea Costituente e della “Commissione dei 75”, incaricata di redigere la bozza della Costituzione repubblicana. Al centro di forti polemiche per la sua relazione sentimentale con Palmiro Togliatti, ha ricoperto dal 1979 al 1992 la carica di Presidente della Camera, segnalandosi per grande capacità di equilibrio, di mediazione e di saggezza.
punto di riferimento importante anche per Laura Frati Gucci, presidente di AIDDA (Associazione imprenditrici e donne dirigenti d’azienda). Insieme ad Anna Bonomi Bolchini, scomparsa nel 2003 a 92 anni, protagonista per quarant’anni della vita finanziaria milanese: «Alle giovani della mia generazione – sottolinea l’imprenditrice fiorentina – affascinate da ruoli di primaria importanza nel mondo del business, prettamente maschile, queste donne hanno infuso la giusta dose di determinazione e coraggio». LE SIGNORE DELLA POLITICA - Un’altra figura femminile che, secondo Lella Golfo e Laura Frati Gucci, ha lasciato il segno è
122 > Modelli > Le donne di Nea
MARGARET THATCHER È stata la prima e, fino a oggi, unica donna nel Regno Unito ad aver ricoperto la carica di Primo Ministro. Nata nel 1925, dopo aver conseguito la laurea in chimica a Oxford e la qualifica di avvocato, scende in politica. Leader del partito dei conservatori, ha ricoperto tre mandati: il primo nel periodo 1979-1983, il secondo negli anni 1983-1987 e dal 1987 al 1990, quando è costretta a dimettersi e abbandona il n.10 di Downing Street in lacrime. Resta famosa per il successo nella guerra delle Falkland, per i processi di privatizzazione e per la storica battaglia contro il sindacato dei minatori.
Margaret Thatcher, per tutti la “Lady di ferro”, il cui spirito riformatore ha caratterizzato la scena politica inglese dal 1979 al 1990. Un personaggio amato, ma anche per molti versi odiato, certamente controverso. «Credo che il suo scettro di premier dura e competente – chiosa Lella Golfo – in parte sia passato ad Angela Merkel». In uno scenario italiano dove ancora si discute di quote rosa e dove la partecipazione alla politica da parte delle donne è sempre in cerca di una piena maturazione e
consacrazione, Leonilde Iotti detta Nilde, ha incarnato senza ombra di dubbio una fonte di ispirazione autorevole, grazie alla partecipazione a tutte le fasi cruciali della storia del Paese e della Prima Repubblica. Non solo, infatti, ha preso parte in maniera attiva alla Resistenza, ma ha contribuito in prima persona alla redazione della Costituzione. Ha vissuto da vicino l’andamento della politica italiana, assumendo l’incarico di presidente della Camera dei Deputati per tre legislature consecutive, dal 1979 al 1992. «Ho avuto come modello Nilde Iotti – conferma Gianna Schelotto, psicoterapeuta e scrittrice – perché, quando sono divenuta parlamentare, lei rappresentava un punto di riferimento, una donna di equilibrio e di classe, che aveva superato molteplici difficoltà in tempi
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difficilissimi». Margherita Boniver, inviata del ministro degli Esteri Franco Frattini per le emergenze e presidente del Comitato Schengen, fa il nome di un altro esponente della politica italiana declinata al femminile, Maria Magnani Noya: «Quando decisi di fare politica, a metà degli anni 70 – ricorda la deputata del Pdl – nel gruppo socialista avevamo un’unica donna parlamentare, Maria Magnani Noya appunto, che poi è stata anche sindaco di Torino. Un esempio molto importante da emulare innanzitutto per il suo coraggio e per la sua lucidità politica». Nelle parole di Margherita Boniver traspare non solo il grande impegno profuso da Maria Magnani Noya nel portare avanti battaglie per i diritti civili e l’emancipazione femminile, ma anche il contributo fattivo e concreto nell’appoggiare e alimentare l’ingresso delle donne nelle stanze dei poteri nostrane: «È stato grazie anche alle richieste motivate politicamente che conducevamo insieme a lei – sottolinea – che il partito, all’epoca estremamente maschilista come tutte le formazioni, cominciò lentamente ad assumere posizioni favorevoli anche ai giovani e alle donne». Attivista nelle battaglie per i diritti civili è anche Gisèle Halimi, avvocato e intellettuale francese di origine tunisina, tra i fondatori nel 1971 del movimento “Choisir”, impegnato nel corso degli anni in molte cause, dalla depenalizzazione per l’interruzione di gravidanza negli anni Settanta all’uguaglianza professionale delle donne. La carriera, il coraggio e la convinzione nelle proprie idee di Gisèle Halimi hanno particolarmente impressionato Margherita Boniver:
Quando sono divenuta parlamentare, Nilde Iotti rappresentava un punto di riferimento, una donna di equilibrio e di classe, che aveva superato molteplici difficoltà in tempi difficilissimi
Nella foto, Gianna Schelotto, scrittrice e psicoterapeuta. Nella pagina a fianco, Margherita Boniver, deputata Pdl e inviata del ministro degli Esteri per le emergenze
124 > Modelli > Le donne di Nea
«Ogni qualvolta mi reco in missione nei posti più impervi, più poveri del pianeta, come di recente in Congo, Burkina Faso, paesi che sembrano dimenticati da Dio e dagli uomini tali sono l’assoluta povertà, la violenza e le sopraffazioni di genere che si registrano, e incontro delle donne battagliere mi viene in mente Gisèle Halimi. E la fatica che queste donne fanno per poter esistere, agire, affermarsi e incidere sul loro destino e sul destino dei loro simili». DONNE CHE NON SI ARRENDONO - Ci sono poi donne entrate non solo nelle pagine dei libri di storia, ma anche nell’immaginario collettivo, per aver saputo fondere determinazione e sensibilità femminili con il sapere e la dedizione verso la ricerca, imponendosi in un mondo, come quello scientifico,
PINA BAUSCH Philippine detta Pina Bausch è scomparsa nel 2009, all’età di 69 anni. Danzatrice, coreografa e direttrice di compagnia tedesca, ha influenzato profondamente gli orizzonti culturali ed estetici della danza contemporanea. Inconfondibile per la sua silhouette, Pina Bausch è stata capofila del teatrodanza europeo (Tanztheater), che ha rinnovato l’espressione scenica del corpo e della danza avvicinandola al gesto teatrale e alla drammaturgia. Nel 1973 ha fondato la sua compagnia, il Tanztheater Wuppertal. Tra i suoi spettacoli più famosi, Café Muller, Kontakthof, Arien, La leggenda delle castità, Walzer, Nelken.
Credo che lo scettro di premier dura e competente di Margaret Thatcher in parte sia passato ad Angela Merkel
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A destra, Laura Ravetto, sottosegretario per i Rapporti con il Parlamento. Nella pagina a fianco, Lella Golfo, deputata Pdl, fondatrice e presidente della Fondazione Marisa Bellisario
soprattutto un tempo quasi esclusivamente maschile. È sufficiente nominare Rita Levi Montalcini, senatore italiano a vita e premio Nobel per la medicina, o Marie Curie, la scienziata polacca naturalizzata francese (unica insieme a Linus Pauling a ricevere due premi Nobel in due campi differenti) per rievocare storie di donne pioniere, catalizzatrici di progressi. «Al di là dei premi Nobel per la fisica e la chimica – spiega Alessandra Ghisleri, direttrice di Euromedia Research, società che cura sondaggi politico-elettorali – è la tipologia di donna che incarna ad avermi sempre affascinato: un cervello riconosciuto, una donna avvenente. Marie Curie si è sudata ogni traguardo e ogni risultato, con studio e olio di gomito. La sua storia e il suo percorso riguardano molto da vicino la condizione femminile». C’è chi, come Alessandra Ghisleri, apprezza soprattutto le donne
RITA LEVI MONTALCINI Nata a Torino nel 1909, fin dai primi studi universitari si concentra sul sistema nervoso. L’identificazione del fattore di crescita delle cellule nervose (noto con l’acronimo NGF) le è valso, nel 1986, il premio Nobel per la Medicina. Dal 1969 all’89, dirige l’Istituto di Biologia Cellulare del CNR a Roma. È membro delle più prestigiose accademie scientifiche nazionali e internazionali: è presidente dell’Istituto Europeo di Ricerche sul Cervello, da lei costituito nel 2005, e della Fondazione Rita Levi-Montalcini Onlus, in favore delle giovani generazioni. Il 1° agosto 2001 è stata nominata Senatore a vita.
126 > Modelli > Le donne di Nea
capaci di andare contro il sistema, facendo valere i propri diritti in quanto riconosciuti, sudati, guadagnati. «Nel bene e nel male. Un esempio emblematico è Anna Bolena, che sconvolse il sistema religioso e politico inglese». C’è chi, invece, come Laura Ravetto, sottosegretario per i Rapporti con il Parlamento, è ispirata nella sua vita da
integrità, schiettezza e onestà. Valori e qualità, quindi, piuttosto che singoli personaggi. Prescindendo comunque dalla connotazione di genere. «Ritengo che quando una persona s’ispira a figure specifiche, lo faccia indipendentemente dal loro sesso». Ad appassionare Laura Ravetto sono gli sportivi, in particolare quelli che non praticano discipline in qualche modo legate da un filo privilegiato allo star system oppure a un’ampia visibilità. Nel momento in cui questi atleti conseguono un risultato importante, salgono sul podio e cantano l’inno nazionale, suscitano ammirazione. Ed emozioni. «Incarnano – continua – il valore dello sport, inteso come sfida e non come inseguimento di una fama senza risultati, di un successo scisso dal sacrificio».
Alessandra Ghisleri, direttrice di Euromedia Research
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Marie Curie si è sudata ogni traguardo e ogni risultato, con studio e olio di gomito. La sua storia e il suo percorso riguardano molto da vicino la condizione femminile
ANNA BOLENA Il suo matrimonio con Enrico VIII fu causa di considerevoli sconvolgimenti politici e religiosi. Figlia di Thomas Boleyn e di Elizabeth Howard, Anna Bolena dopo alcuni anni trascorsi alla corte francese, divenne damigella della regina Caterina d’Aragona. Corteggiata dal re, divenne sua sposa in segreto nel gennaio del 1533, qualche mese prima che l’arcivescovo di Canterbury annunciasse ufficialmente il divorzio del sovrano dalla prima moglie. Regina solo per tre anni, diede alla luce Elisabetta I d’Inghilterra. Accusata di adulterio e di incesto, venne imprigionata e poi giustiziata il 19 maggio 1536.
UNA E CENTOMILA - Un’ideale carrellata di figure femminili che rappresentano o hanno rappresentato un modello per la società e per le donne in particolare, professioniste affermate o meno, difficilmente può dirsi esaustiva o definitiva, arricchendosi giorno dopo giorno di volti e di storie. Come non menzionare Madre Teresa di Calcutta, la giornalista e scrittrice Oriana Fallaci, «una donna coraggiosa e
ribelle», come la racconta Lella Golfo, «che ha dato lezioni di un giornalismo nuovo e spregiudicato», la coreografa Pina Bausch, il cui talento e la cui carica innovatrice sono stati eternamente immortalati dall’omaggio che il regista Pedro Almodovar ha voluto farle in uno dei suoi film più belli, Parla con lei, e poi Mina, che ha da poco compiuto settant’anni: un mito che si alimenta da almeno trent’anni fuori dalle logiche mediatiche dominate dal predominio dell’immagine e che pure continua ad avere un grande seguito, anche dalle pagine dei giornali e dei magazine da dove continua a far sentire le proprie opinioni. Del resto, «oggi – commenta Gianna Schelotto – trovo più complesso individuare una figura femminile da ammirare, non perché manchino donne in gamba e bravissime, ma perché siamo travolti da immagini di donne tutte corpo ed esibizione, e questo secondo me finisce con l’oscurare altre immagini che pure sarebbero numerose e valide». Non va infine mai sottovalutato il valore di tutte quelle donne che, senza grandi clamori, magari in sordina, svolgendo qualsiasi ruolo sociale o economico, realizzano ogni giorno giochi di equilibrismo per coniugare e armonizzare vita privata e professionale. Dimostrando eclettismo, dinamismo ed elasticità.
130 > La chiesa delle donne > Lucetta Scaraffia
Lucetta Scaraffia, scrittrice e giornalista
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CRISTIANESIMO e valorizzazione delle differenze L’ La prima fu Maria: «tutto il cristianesimo dipende da lei». La donna nella Chiesa cattolica, per Lucetta Scaraffia docente di Storia contemporanea a La Sapienza di Roma, ha un ruolo cardine. In Vaticano, afferma, «le donne potrebbero occupare posti decisionali anche come religiose o come laiche, non è necessario il sacerdozio» di Guido Piani
archetipo comportamentale si staglia nelle pagine della Buona Novella che «abbonda di importanti figure femminili». Una lunga teoria che ha come capofila Maria: «senza il suo sì non avremmo avuto l’incarnazione e quindi la salvezza. Tutto il cristianesimo dipende da lei». E poi c’è la Maddalena: «la prima persona a cui appare Gesù risorto». E donne come la samaritana: «a loro Gesù ha rivolto le sue parole più importanti». Ha scandagliato a fondo l’altra metà del cielo Lucetta Scaraffia, docente di Storia Contemporanea all’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Ha osservato la metà laica, ma anche quella consacrata. Donne nel Vangelo e nella Chiesa. Con un ruolo che
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si può dire in prima fila. «Il cristianesimo – spiega l’accademica – nasce da subito come una religione paritaria, in cui le donne e gli uomini hanno lo stesso valore spirituale: basta pensare alle molte e importanti sante che hanno costellato la sua storia». Del resto «non è un caso che le donne, nei primi secoli del cristianesimo, costituissero circa i due terzi dei fedeli: questo non si spiegherebbe se seguire Gesù non avesse offerto alle donne un miglioramento della loro condizione».
Ma in Vaticano non ci sono donne ai vertici. Forse perché vige l’impossibilità al sacerdozio? «Non credo, le donne potrebbero occupare posti decisionali anche come religiose o come laiche, non è necessario il sacerdozio, del resto non ipotizzabile in una religione che prevede ruoli diversi per identità diverse. Penso che sia necessario ancora un po’ di tempo: le rivoluzioni sono lente, soprattutto è difficile superare il rifiuto di un corpo sociale totalmente maschile da duemila anni. Mi risulta che anche le donne-soldato incontrino notevoli problemi».
Dottore della Chiesa è il titolo attribuito dalla Chiesa cattolica a personalità religiose, come santa Teresa d’Avila, santa Caterina da Siena e santa Teresa di Lisieux, che hanno mostrato particolari doti di illuminazione nella Dottrina sia per fedeltà che per divulgazione o per riflessione teologica.
La storia della Chiesa è costellata di sante, ma i dottori della Chiesa donne sono però solo tre. Anche qui il tetto di cristallo? «Le donne sono state riconosciute sante e sono divenute oggetto di devozione nel cristianesimo ben prima di ottenere qualche riconoscimento nella società laica. Quando Paolo VI ha nominato la prima santa dottore della Chiesa, le donne insignite da un Nobel, o riconosciute nel mondo scientifico, si contavano ancora sulle dita di una mano. E se pure la società laica ha compiuto velocissimi progressi nel riconoscimento delle donne nelle varie professioni, tutte si lamentano ancora del tetto di cristallo. Forse bisognerebbe capire che una
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Più che il 68 è il femminismo che ha travisato il rapporto Chiesadonne. «Il femminismo ha lottato perché le donne si emancipassero dalla loro differenza, la maternità, mentre la Chiesa fonda il proprio rapporto con loro sulla maternità, biologica e spirituale. L’ideologia femminista vuole che le donne diventino uguali agli uomini, la Chiesa, e la Mulieris Dignitatem lo afferma a chiare lettere, pensa invece a un’uguaglianza nella valorizzazione delle differenze».
rivoluzione di questa portata ha bisogno di un po’ di tempo per affermarsi: è già avvenuto un cambiamento fondamentale in tempi velocissimi, ma qualche lentezza la dobbiamo ancora sopportare. Oggi le religiose hanno quasi tutte studiato, conoscono bene la storia della chiesa e molte sono specializzate in discipline laiche, possono quindi intervenire a buon diritto nella vita della Chiesa, e molte lo fanno. Esiste, ad esempio, una società di teologhe, religiose e laiche, che discute e influenza le interpretazioni delle sacre scritture. Non dobbiamo dimenticare che Giovanni Paolo II ha accettato l’interpretazione della Genesi proposta dalle teologhe per cui Eva non sarebbe stata creata dalla costola di Adamo, ma direttamente anch’essa da Dio: “Maschio e femmina Dio li creò” recita infatti un’altra versione, trascurata, della Genesi».
Accanto a questa dimensione, vi è quella legata a un lavoro pionieristico. Dalle missioni alla cura. Forse è questa la sfera più congeniale alle donne nella Chiesa? «Oggi le religiose costituiscono circa i 2/3 del numero totale dei religiosi: sono loro quindi che “tengono in piedi” la Chiesa, facendo letteralmente di tutto. Dal pulire e cucinare a organizzare case editrici e uffici stampa, missioni e scuole, ospedali e centri di assistenza degli emigranti. E, spesso, nel corso di una vita non è raro che passino da un lavoro all’altro, accumulando un’originale scorta di esperienze. Certo l’organizzazione pratica e il lavoro di cura sono quelli che svolgono con maggiore facilità, e in maggior numero, ma potrebbero fare, e spesso fanno, qualsiasi cosa. L’importante è che il
loro lavoro venga riconosciuto per ciò che vale, e non come un appoggio a progetti più importanti gestiti dal clero».
Il bene comune è raggiungibile attraverso una società che lascia spazio a uomini e donne, a laici e religiosi? «Naturalmente, le differenze costituiscono un arricchimento per la società. La parità non coincide con l’omogeneizzazione o l’uguaglianza. Di donne importantissime di cui non si sa nulla ne abbiamo veramente segnalate tante perché, purtroppo, moltissime sono state dimenticate dalle donne stesse, soprattutto quelle al di fuori dello spettacolo o della politica. Siamo una società schiacciata sui media e sullo spettacolo, e non riusciamo a ricordare figure magari molto più importanti, ma poco note al grande pubblico».
134 > Solidarietà > Patrizia Ravaioli
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Un modello apprezzato in tutto il mondo
La Croce Rossa italiana ha compiuto 150 anni. È tempo di portare avanti nuove sfide e progetti. Questo è, infatti, il compito che si è assunta Patrizia Ravaioli, direttore generale della Cri di Nike Giurlani
onna, direttrice e neo mamma. Ecco in poche parole chi è Patrizia Ravaioli che, a soli 43 anni, ha già alle spalle numerosi ruoli di spicco. Attualmente è il direttore generale della Cri e, da quando ha assunto questo incarico, ha provveduto prima di tutto ad attuare una riorganizzazione strutturale e burocratica della Croce Rossa italiana, che recentemente ha compiuto 150 anni. Dopo cinque mesi di pausa per maternità a dicembre è ritornata a pieno ritmo al suo lavoro, con un obiettivo chiaro e concreto: «rivedere lo statuto della Cri». L’emergenza in Abruzzo e ad Haiti hanno messo a dura prova la Croce Rossa italiana,
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A destra Patrizia Ravaioli, direttore generale della Croce Rossa italiana. La Cri è una realtà forte e conosciuta in tutto il mondo che può contare sulla presenza di 95 milioni di volontari. Molti i progetti in corso in diverse parti del mondo come in Sri Lanka e a Gaza
che, però, ha superato brillantemente l’esame. La Federazione internazionale ha, infatti, apprezzato il lavoro fin qui svolto in Abruzzo sia «per quanto riguardo l’aria logistica amministrativa, sia per le competenze mediche che abbiamo messo in atto sul campo» tiene a precisare.
anche una pubblica amministrazione. L’obiettivo alla base del mio intervento è stato quello di trasformare, in maniera ancora più competitiva, la Croce Rossa Italiana per portarla all'altezza delle sfide che da sempre raccoglie, porta avanti e vince».
Quali sono state le principali iniziative che ha promosso appena è stata nominata? Quali i cambiamenti sostanziali all’interno della Cri? «Con il commissario straordinario Francesco Rocca e con l’indispensabile aiuto di tutti coloro che credono nel progetto abbiamo posto subito la nostra attenzione sulla macchina organizzativa, intervenendo su tutto il sistema di governance, partendo però dal presupposto che la Cri è un'eccellenza assoluta, soprattutto a livello di competenze non solo sul piano nazionale, ma anche su quello internazionale. Inoltre, abbiamo affrontato l’aspetto burocratico perché, oltre a essere un’associazione di volontariato, siamo
Del lavoro che ha svolto all’interno della Cri, di che cosa va particolarmente fiera? «In primo luogo la qualità e la tempestività del lavoro svolto dalla Cri nelle situazioni di emergenza, come per esempio all’Aquila ed ad Haiti. A livello organizzativo interno sono orgogliosa di aver approvato il bilancio e il consuntivo del 2005. Questo per me rappresenta una bella soddisfazione poiché i bilanci erano fermi al 2004. Un traguardo che ho potuto raggiungere grazie ad un fondamentale lavoro di squadra». Quali i progetti futuri vanno portati a termine a breve?
136 > Solidarietà > Patrizia Ravaioli
«Si tratta di un progetto legato all’aspetto normativo: rivedere lo statuto della Croce Rossa Italiana. Al riguardo c’è un progetto di legge in corso di approvazione. Una volta ottenuto il consenso, insieme al governo, ai volontari e alla Federazione internazionale pianificheremo una nuova governance». Lei ha anche coordinato gli aiuti per l’Abruzzo. Quali sono stati i momenti di particolare tensione? «Sicuramente i momenti iniziali. Mi ricordo, come se fosse ora, quella terribile notte del 6 aprile, quando io, insieme a tutti i miei colleghi ci siamo subito attivati per far fronte all’emergenza. In particolare è stato fondamentale l’intervento del commissario Rocca, in prima fila nella macchina degli aiuti insieme con il capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso. Ho, inoltre, sempre in mente le parole del commissario Cri Abruzzo, Maria Teresa Letta, che mi ha raccontato la disperazione dei primi istanti quando tantissime persone erano scappate dalle loro case e non avevano più niente. I nostri volontari hanno provveduto a rivestirle e a fornire loro aiuti
e assistenza. Il mio è stato, più che altro, un lavoro di back office, attraverso il quale coordinavo i lavori da Roma. Meno visibile sul campo, ma di grande responsabilità». La Croce Rossa porta avanti importanti progetti umanitari e spesso vi siete trovati ad agire in contesti drammatici. Qual è la percezione che hanno della Cri all’estero? E quale il contributo che la Cri può portare? «I movimenti internazionali della Cri sono molto importanti e possono contare sulla presenza di 95 milioni di volontari. Siamo una realtà importante e solida, stimata in tutto il mondo e sono veramente orgogliosa di farne parte. Di progetti umanitari ne abbiamo portati e ne stiamo seguendo molti e in diverse parti del mondo come in Sri Lanka e a Gaza. L’immagine della Cri si è, inoltre, rafforzata anche alla luce del lavoro fin qui svolto in Abruzzo. La Federazione internazionale è venuta più volte in Italia per verificare il nostro operato che è stato molto apprezzato sia per quanto riguardo l’aria logistica amministrativa, sia per le competenze mediche che abbiamo messo in atto sul campo».
138 > Solidarietà > Maria Teresa Letta
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CROCE ROSSA vivere in prima linea
Dal dramma all’Abruzzo alle missioni internazionali. Ecco come il prezioso lavoro della Croce Rossa Italiana ha fatto fronte a numerose situazioni di emergenza come ci racconta la presidente di Cri Abruzzo, Maria Teresa Letta di Sara Marchegiani
ite scomparse, vite distrutte, vite da ricostruire. Questo lo scenario che i volontari della Croce Rossa italiana hanno trovato a poche ore dal terremoto in Abruzzo. «Dopo il primo soccorso e gli interventi sanitari – racconta la presidente della Croce Rossa Italiana Abruzzo Maria Teresa Letta – la Cri, ha gestito dodici tendopoli tra le più grandi e si è interessata degli ospedali da campo disseminati nella zona del cratere». A una anno dalla tragedia le popolazioni «necessitano prima di tutto di case per sistemare gli anziani e i single, i quali, ancora, sono ospitati negli alberghi della costa» spiega Maria Teresa Letta. «Inoltre – continua – queste persone desiderano fortemente ritrovare i loro centri di aggregazione che caratterizzavano la loro vita quotidiana: il corso, i portici, i bar, i teatri». Come in questi mesi la Cri è stata loro vicino? «Data l’entità e il gran numero di donazioni in denaro ricevute, la Croce Rossa ha ricostruito e assegnato le case di Onna e di San Gregorio e ha costruito e consegnato alla Asl dell’Aquila gli ambulatori di Collemaggio, Barete, Paganica e Navelli. Inoltre, ha costruito la sala Consiliare di Navelli, donata al Comune. Attualmente la Cri sta realizzando la Casa di riposo per
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Maria Teresa Letta, presidente Cri Abruzzo ha vissuto in prima persona i drammatici momenti che sono seguiti al terremoto di un anno fa. La Cri ha provveduto a coordinare i soccorsi, allestendo le tendopoli e assistendo le persone in difficoltà
quando diventava difficile portare anche aiuti umanitari. Bisognava lottare contro tutti i tipi di corruzione, come succede spesso durante i conflitti».
Navelli e siamo in procinto di iniziare i lavori per l’ambulatorio e il centro civico di San Gregorio oltre che per la palestra di riabilitazione di Collemaggio. Sono state arredate, inoltre, le scuole materne di via De Amicis e di Padre Minozzi e la scuola di Poggio Picenze». Qual è il primo pensiero che le torna in mente se ripensa a quella notte? «Se ritorno a quella sera, la mente va subito all’esodo degli studenti universitari che lasciavano L’Aquila: una processione inarrestabile». Lei è anche la responsabile degli aiuti umanitari internazionali, in particolare, quali sono state le principali difficoltà che ha dovuto affrontare nella missione nei Balcani? «Senza dubbio le ore trascorse lungo le frontiere
Haiti e il Cile: due realtà distrutte. Quali sono stati gli interventi promossi dalla Cri? «Per Haiti la Croce Rossa italiana è partita immediatamente. Attualmente è presente un campo dove ogni mese si alternano nostri collaboratori e il campo base degli aiuti internazionali. Questo è il ruolo assegnato all’Italia dalla Federazione di Ginevra. Per il Cile, ci sono state e ci sono molte resistenze per quanto riguarda il nostro intervento». Recentemente è stata insignita dell’onorificenza di Grande ufficiale della Repubblica per le numerose iniziative che ha promosso. Che peso ha nella sua vita la Cri? Qual è la forza di questo ente? «Quest’onorificenza mi ha reso molto felice perché vuol dire che negli anni è stato apprezzato il mio lavoro, che, comunque, non ha certo cambiato la mia vita. La forza della Cri è tutta negli ideali di fraternità e solidarietà espressi dai famosi sette principi su cui si fonda la nostra associazione di volontari e che io sento, condivido e vivo profondamente».
142 > Camici rosa > Micaela Piccoli
Micaela Piccoli, presidente della commissione Donne chirurgo dell’Acoi
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DONNE col BISTURI Le donne chirurgo sono una realtà in forte ascesa. Come e perché questa professione si è femminilizzata? Lo illustra Micaela Piccoli, presidente della commissione Donne chirurgo dell'Acoi di Nike Giurlani
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l mondo della chirurgia si tinge di rosa, le donne con il bisturi sono in forte ascesa. Il motivo? «Questa carriera, che in passato era prettamente maschile – spiega Micaela Piccoli, dirigente di Chirurgia laparoscopica di Modena, – per gli uomini ha perso la sua capacità attrattiva perché non è più prestigiosa e remunerativa come un tempo». Sei anni di medicina e sei di specializzazione «oggi significano quasi dodici anni di precariato, senza tenere conto dei continui rischi e denunce a cui noi chirurghi siamo sottoposti» fa notare. «Ormai, non si tratta più di un semplice lavoro, ma piuttosto di una vera e propria missione, visti gli orari e i ritmi molto intensi ai quali siamo soggetti. Solo se dietro c’è una grande passione e una forte tenacia, che non manca certo alle donne, si può intraprendere questo mestiere».
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A quando un cambio al vertice concreto? «La femminilizzazione della professione è un fenomeno recente e deve ancora affermarsi in maniera forte. Quando mi iscrissi all’università, non c’erano donne che ricoprivano ruoli prestigiosi. La realtà, però, sta cambiando. Io ho 43 anni e sono responsabile del modulo organizzativo di endocrinologia. Tra circa dieci anni, con il cambio generazionale, le donne conquisteranno anche poteri maggiori. Questo, a mio avviso, rappresenta uno stimolo per tutte quelle donne che vogliono entrare nel mondo della chirurgia. Con una dirigenza al femminile, mi auguro, che saranno garantite maggiori tutele a tutte quelle donne chirurgo che vogliono essere anche mogli e madri. Al contrario, finché ci saranno gli uomini al potere, certe esigenze non possono essere ben recepite».
Mi auguro che con una dirigenza al femminile saranno garantite maggiori tutele a tutte quelle donne chirurgo che vogliono essere anche mogli e madri
Tra le non molte donne che sono riuscite, per ora, a far carriera c’è più competizione o più solidarietà? «La chirurgia è un mestiere molto complesso e competitivo a prescindere dal sesso perché è gerarchico e stressante e, inoltre, la sala operatoria rappresenta un vincolo molto forte. È vero, però, che essendo un lavoro basato anche sul gioco di squadra, si instaura, spesso, un clima fortemente solidale, specialmente nelle condizione di emergenza». Dalla sua esperienza come presidente della commissione Donne chirurgo dell’Acoi, quali sono le problematiche e le richieste che le vengono principalmente sollevate? «Le donne chirurgo lamentano spesso la disparità di trattamento tra uomini e donne. Ci sono molte isole felici dove svolgono il loro percorso di carriera senza ostacoli, in altri casi, invece, sono relegate a ruoli marginali, quelli di chirurgia minore, soprattutto coloro che non rinunciano ad avere una famiglia e dei figli». Un consiglio per le nuove leve? «Se sono mosse da una forte passione devono dare ascolto al loro istinto. È un lavoro molto duro, ma denso di soddisfazioni. A coloro che vogliono avere anche una vita familiare, consiglio di concepire subito dei bambini, senza aspettare di completare tutto l’iter formativo».
144 > Camici rosa > Maria Grazia Modena
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È tempo di rompere le BARRIERE
Un carattere forte e determinato. Ma anche tanta bravura e un pizzico di fortuna che non guasta mai. La caparbietà è la qualità che ha caratterizzato la carriera di Maria Grazia Modena di Nike Giurlani
rima donna a guidare la Società italiana di cardiologia, ha rivoluzionato una realtà, da sempre, a dirigenza maschile. Maria Grazia Modena ha infatti vissuto il suo mestiere come una continua sfida. Se si guarda indietro, può ritenersi più che soddisfatta del lavoro e delle ricerche che ha portato avanti. Non a caso è stata anche insignita del Premio Marisa Bellissario per il contributo fornito alla medicina dal centro “Benesseredonna” che lei stessa ha creato e «grazie al quale il Policlinico di Modena ha ottenuto anche l’assegnazione di tre bollini rosa che vengono attribuiti agli ospedali a misura di donna», racconta il direttore della cattedra e della divisione di Cardiologia del Policlinico di Modena. Ma ha ancora un sogno nel cassetto: rivoluzionare il mondo accademico. «Mi piacerebbe poter ricoprire il ruolo di rettore, così potrei sovvertire gli schemi anche in questo ambito».
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Quali sono state le difficoltà che ha incontrato durante la sua esperienza alla Sic?
Maria Grazia Modena, direttore della cattedra e della divisione di Cardiologia del Policlinico di Modena
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«Quando venni scelta per ricoprire quest’importante carica, la società stava attraversando un momento molto delicato e aveva bisogno di una ventata di novità e ricercavano un presidente in grado di realizzare questo obiettivo. Dopo una lunga tradizione di presenze maschili, una donna al comando rappresentava una vera eccezionalità, che mi venne più volte sottolineata. Fin dall’inizio mi resi conto che non sarebbe stato facile perché nel comitato elettivo c’era solo un’altra donna e la diffidenza da parte degli uomini era molto forte. Non mi diedi, però, per vinta. Mi tirai su le maniche
Ormai la medicina è in mano alle donne. Il numero di studentesse è in continua crescita anche perché le donne sono più portate allo studio e dimostrano più tenacia e adottai per la società di cardiologia lo stesso sistema che utilizzavo per dirigere il mio reparto». Quali le caratteristiche del suo direttivo? «Trasformai la situazione in modo da renderle più elastica, ridussi il comitato elettivo perché, secondo il mio punto di vista, in pochi si governa meglio. A livello economico, invece, apportai dei tagli importanti per diminuire i costi. C’erano, per esempio, troppi sprechi nelle trasferte del direttivo. Attraverso queste iniziative sono stati raggiunti importanti risultati. Inoltre, ho puntato, a realizzare una squadra forte, composta da collaboratori qualificati, all’interno della quale ognuno aveva dei compiti specifici. Ogni direttivo è stato una vera e propria lotta per cercare di cambiare abitudini che si erano cristallizzate nel tempo. Cercai anche di dare un importante impulso ai giovani, promuovendo dei corsi a Roma. Nel primo periodo fui costretta ad alzare la voce, fino a urlare, anche se non ritengo opportuno che una donna si mascolinizzi per farsi ascoltare. Ma all’inizio fu inevitabile e diventai così famosa per essere una persona aggressiva. Ovviamente, non è nella mia indole, ma avevo bisogno di far valere il mio punto
di vista. Dopo qualche mese, smisi di urlare, perché le mie parole iniziarono ad assumere un valore importante. Sono stati due anni molto impegnativi, nei quali mi sono dedicata con il cuore e con l’anima alla Sic. Era tempo di compiere una rivoluzione, di rompere le barriere». Alla luce della sua esperienza, i pazienti, soprattutto quelli che devono affrontare operazioni complesse, preferiscono affidarsi alle mani di un professionista di sesso maschile o femminile? «Partiamo dal presupposto che fino a pochi anni fa, per i pazienti, gli uomini che lavoravano in corsia erano tutti dottori, mentre le donne tutte infermiere. All’inizio mi chiamava signorina, poi signora e poi a fatica dottoressa, anche quando, nel frattempo, ero diventata primario. Non esiste una preferenza vera e propria, ma sicuramente la donna, rispetto all’uomo, riesce a stabilire un rapporto più profondo, di maggiore complicità con il paziente che, quindi, si sente più sicuro. Ormai, comunque, la medicina è in mano alle donne. Il numero di studentesse è in continua crescita anche perché le ragazze sono
146 > Camici rosa > Maria Grazia Modena
che dopo aver tanto resisto, è soggetto a diversi rischi. In questo momento sto cercando di dimostrare, insieme a una collega tedesca, un’americana, una svedese, un’austriaca e un medico israeliano la tesi che quando una donna si ammala di cuore, emergono delle peculiarità che sono tipicamente femminili, come, l’osteoporosi, le malattie autoimmuni, la tiroide e la sclerosi multipla. Quello che stiamo cercando di dimostrare è che la donna non è un piccolo uomo, ma ha delle sue tipicità ben definite».
Fino a pochi anni fa, per i pazienti, gli uomini che lavoravano in corsia erano tutti dottori, mentre le donne tutte infermiere più portate allo studio e dimostrano più tenacia nell’affrontare il lungo percorso accademico». Il notevole incremento di professioniste donne, che è stato registrato negli ultimi anni, ha comportato anche una maggior attenzione nei confronti della salute della donna. Quali le principali battaglie promosse? «Nel 1996, quando feci ritorno in Italia, dopo l’esperienza americana, i miei maestri mi suggerirono di occuparmi delle malattie cardiovascolari che colpiscono le donne e così decisi di aprire un centro chiamato “Benesseredonna” e iniziai le miei ricerche insieme ad alcuni collaboratori. La donna si ammala più tardi rispetto all’uomo perché fino alla menopausa è protetta dagli estrogeni. A 70 anni, la donna ha un cuore,
Nel 2006 ha ricevuto il Premio Bellisario per la Medicina, che cosa ha significato questo riconoscimento nella sua carriera? «È stato proprio inaspettato, un’emozione fortissima, anche perché coincise con la mia nomina di presidente alla Società italiana di cardiologia. Questo prestigioso premio, mi venne conferito in merito al mio lavoro di ricerca nel centro Benesseredonna, grazie al quale il Policlinico di Modena, ha anche ottenuto l’assegnazione di tre bollini rosa che vengono attribuiti agli ospedali a misura di donna. Il premio è stato una gratificazione importante, ma la mia attività di ricerca non si è arrestata certo con la vincita del premio. Ancora oggi, tutti giorni, mi dedico alla ricerca sulle malattie cardiovascolari che interessano le donne». Che cosa auspica per il futuro? «Io mi ritengo una persona molto fortuna, sia per quanto riguarda la vita lavorativa sia che per quanto concerne quella privata, ed è anche per questo motivo che sono riuscita ad arrivare così in alto. Ora devo pensare al futuro e a chi prenderà il mio posto. Io però ho ancora tanta energia che potrei, per esempio, mettere al servizio dell’Ateneo di Modena. Mi piacerebbe poter ricoprire il ruolo di rettore, così da sovvertire gli schemi anche in questo ambito. Sono tenace, ho intuito e capacità organizzativa e quindi potrei fornire un contributo importante, anche perché sono ancora troppo poche le donne in questo ambito rispetto agli uomini».
148 > Camici rosa > Dalila Patrizia Greco Dalila Patrizia Greco, direttore del Dipartimento chirurgico polispecialistico dell’Ospedale Niguarda Ca’ Grande di Milano
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La CHIRURGIA è una MISSIONE
Il futuro sarà in mano alle donne? Di certo nel settore sanitario sono in forte ascesa. «Ora – come evidenzia Dalila Patrizia Greco – bisognerà vedere come verranno accettate le leadership al femminile» di Nike Giurlani
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ntraprendere un percorso, in un mondo prettamente maschile, come lo era in passato la chirurgia, comportava sacrifici, una grande forza di volontà e una totale dedizione al lavoro. Dopo aver tenuto a lungo la testa bassa, Dalila Patrizia Greco ora è direttore del Dipartimento chirurgico polispecialistico, day surgery centralizzato, dell’Ospedale Niguarda Ca’ Grande di Milano. Ma arrivare a ricoprire un ruolo di prestigio le ha comportato molti sacrifici. Le studentesse, oggi, hanno la strada più spianata e devono dire grazie anche a donne come la professoressa Greco che hanno lottato e continuano a lottare per una «differenza di genere», perché «è il confronto, lo scambio tra i generi che porta ricchezza». Gli scenari futuri potrebbero però rivelarci importanti sorprese. «Le donne nel settore sanitario saranno molte di più rispetto agli uomini e – prosegue – le strutture ospedaliere subiranno un cambiamento radicale a livello organizzativo».
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Quali sono state le sfide che le donne nel campo medico e, in particolare quello chirurgico, hanno dovuto affrontare? «In passato, non c’è dubbio, ci sono state delle difficoltà nella progressione di carriera e nell’acquisizione di tutte le tecnologie disponibili, in particolare in ambito specialistico, proprio per limitare l’avanzata femminile e bloccare la possibilità alle donne di ricoprire ruoli dirigenziali. Non credo che il ritardo della femminilizzazione di questa professione sia da imputare al fatto che le donne oltre che dei pazienti si dovevano occupare anche della famiglia. Molte donne della mia generazione, infatti, sono state completamente risucchiate dal lavoro, e in poche sono riuscite a creare un proprio nucleo familiare. Per tutte le studentesse, che come me, si sono concentrate soprattutto nella carriera non ci sono state, però, delle agevolazioni. Il potere è rimasto sempre in mano agli uomini». Che cosa prevede per il futuro? «La situazione sta cambiando. Io oggi sono direttore
LA PRIMA DONNA PRIMARIO ITALIANA Giovanna Riccipetitoni, direttore di Chirurgia pediatrica dell’Ospedale Buzzi di Milano (nella foto), è stata la prima donna in Italia a diventare primario di chirurgia pediatrica. Appena nominata «ho dovuto dimostrare e fare apprezzare le mie capacità professionali e tecniche – racconta – anche sul piano organizzativo». Prima di assumere la dirigenza a Milano, la professoressa Riccipetitoni ha lavorato a lungo a Cosenza. «La realtà del Sud è più complessa e meno disponibile all’affermazione delle donne – spiega – tuttavia ho conosciuto personaggi femminili in gamba che andrebbero sostenute per i loro meriti». Per quanto concerne, però, la sua personale esperienza, lavorare a Cosenza non le ha comportato particolari difficoltà. Questo perché «mi sono proposta esclusivamente sul piano professionale evitando qualsiasi condizionamento e in questo sono stata favorita dalla mia origine e dalla mia formazione che ho svolto al Nord» continua il primario. Arrivare a ricoprire un ruolo di dirigenza comporta però «enormi sacrifici personali - chiarisce – e spesso si pagano prezzi molto alti, soprattutto per chi vorrebbe realizzarsi sia a livello lavorativo che familiare». Ancora oggi essere donne, chirurgo, madri e mogli non è, infatti, così semplice. «Nel mondo sanitario-ospedaliero occorrerebbe una maggior flessibilità – sottolinea – ad esempio riducendo, se richiesto, i permessi di gravidanza, limitando così la lontananza dal lavoro. Inoltre, bisognerebbe creare degli asili nido all’interno delle strutture ospedaliere». Il consiglio di Giovanna Riccipetitoni alle giovani colleghe è di «affrontare la maternità presto, e non di rinviare questa scelta alla realizzazione della carriera».
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di una struttura dipartimentale, non di una complessa perché queste sono ancora ad appannaggio maschile. In futuro, però, molte realtà evolveranno. Prima di tutto perché le donne nel settore sanitario saranno molte di più rispetto agli uomini e, inoltre, secondo il mio punto di vista, le strutture ospedaliere subiranno un cambiamento radicale a livello organizzativo». Quali i vantaggi di una dirigenza al femminile? «È importante avere una differenza di genere. Per quanto riguarda la mia esperienza, per esempio, ho ritenuto opportuno, per la gestione del mio reparto, non avere un personale assistenziale completamente femminile, perché la monorappresentatività di genere è limitante. È il confronto, lo scambio tra i generi che porta ricchezza. Il problema fondamentale nel settore sanitario, però, come in tutti i settori, è che non contano solo le abilità e le competenze, ma anche la capacità di tessere relazioni sociali. Un’attività per la quale gli uomini sono molto più bravi e scaltri delle donne, le quali, invece, sono più interessate al benessere dei loro malati». Che cosa le ha lasciato l’esperienza come presidente della sezione di Milano dell’
L’attività in sala operatoria, per noi giovani studentesse era un vero e proprio miraggio, a differenza degli uomini che invece erano molto più attivi e presenti Associazione italiana donne medico? «Purtroppo ho riscontrato che le giovani leve non credono più nella forza dell’associazionismo. Questo perché, a differenza delle donne della mia generazione, le nuove chirurghe si sono iscritte senza troppe difficoltà all’università e hanno portato a termine senza particolari ostacoli il loro percorso. Ai miei tempi, al contrario, l’iter era molto complesso e accedere alla specializzazione non era così scontato, ma veniva richiesto molto studio e impegno. L’attività in sala operatoria, inoltre, per noi giovani studentesse era un vero e proprio miraggio, a differenza degli uomini che invece erano molto più attivi e presenti. Io, insieme ad altre mie colleghe, siamo riuscite ad andare avanti grazie alla testardaggine e alla forza di volontà, ma sempre a testa bassa. Oggi, invece, il percorso si è molto semplificato e le studentesse di chirurgia non devono affrontare le difficoltà che ho vissuto io quando ho deciso di iscrivermi a medicina. Probabilmente, se saranno fortunate, non dovranno affrontarle mai, perché non sappiamo ancora con certezza come si evolveranno gli scenari futuri». Che cosa auspica per le donne? «Una sociologa inglese sottolineò che una professione si femminilizza quando è in decadenza. Infatti, la professione del chirurgo, non svolge più una funzione attrattiva per gli uomini. Purtroppo, quindi, l’ascesa delle donne nel mondo della chirurgia non è da imputare a un superamento di un preconcetto nei nostri confronti. Di fatto, comunque, tutto il mondo sanitario si è femminilizzato, ora bisognerà vedere come verranno accettate le leadership al femminile».
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154 > Sociale > Mariella Bocciardo
MALATTIE RARE serve la legge Sensibilizzare società e politica sull’importanza di una legge quadro sulle malattie rare. Istituire la figura del chirurgo senologo specializzato nella cura del tumore al seno. Vigilare sul delicato rapporto tra media e minori. Sono alcune delle istanze portate avanti dalla deputata Mariella Bocciardo di Francesca Druidi
Mariella Bocciardo, deputata e vice coordinatore regionale Pdl Lombardia
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n Italia sono oltre 400 le malattie rare censite, ma in realtà si parla almeno di diverse migliaia di patologie esistenti, che colpiscono nel nostro Paese circa un milione e mezzo di persone. Facile rimarcare il fatto che si tratti di un dramma umano e sanitario per chi ne soffre e per i familiari. Meno semplice è, invece, mantenere alto l’interesse, e l’ammontare degli investimenti, attorno alla questione. Prima firmataria di una proposta di legge in favore della ricerca sulle malattie rare e della loro cura è Mariella Bocciardo, vice coordinatore regionale Pdl Lombardia, che sollecita da tempo una rapida conclusione dell’iter legislativo in Senato di un altro disegno di legge sulle patologie rare presentato da Antonio Tomassini, pronto a essere modificato e arricchito grazie anche al contributo della deputata del Pdl.
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Il 28 febbraio si è svolta la Giornata mondiale per le malattie rare. Quando prevede che il disegno di legge in materia riesca a proseguire il suo cammino? «La Commissione potrebbe mettere in calendario quanto prima la discussione sulle varie modifiche che sono state presentate. Mi risulta che tutto il materiale, ossia testo di legge, proposte di modifica e previsioni di spesa, sia ora sul tavolo del ministro Fazio, che si consulterà con il ministro dell’Economia per avere semaforo verde. Mentre il disegno di legge era fermo al Senato c’è stata, comunque, un’ampia attività di analisi e verifica delle proposte di legge, mia e del senatore Tomassini, da parte di tutti gli assessori regionali alla Sanità, che a loro volta hanno proposto delle modifiche importanti. Il consenso delle Regioni su questa materia è decisivo. Il fatto che gli assessori siano riusciti a trovare un accordo rappresenta un punto a favore dell’imminente ripresa dei lavori sulla proposta di legge in discussione al Senato». Quali sono i punti cardine della sua proposta di legge, che andrà ad arricchire quella del senatore Tomassini? «Non ci sono rilevanti diversità tra i due testi sugli obiettivi da raggiungere. Si tratta, per
quanto mi riguarda, di focalizzare meglio alcuni punti, che riguardano le reti di assistenza, la formazione, il ruolo delle regioni e l’istituzione del Piano nazionale delle malattie rare che, nel frattempo, l’Europa ci chiede come impegno entro il 2013». Ha depositato un ddl per istituire la figura del chirurgo senologo. Quali vantaggi porterebbe alla lotta contro il tumore al seno? «Il tumore al seno rappresenta la forma più diffusa di carcinoma femminile. Ogni anno nel mondo si registrano più di un milione di nuovi casi diagnosticati e 400 mila vittime. In Italia, si ammalano di tumore al seno 40 mila donne. La mortalità è di 10 mila donne all’anno. E recentemente è stato lanciato un allarme: negli ultimi sei anni il tumore al seno nelle giovani donne, tra i 35 e i 45 anni, è aumentato del 28,7%. Ecco perché ho presentato la proposta di legge. Il chirurgo senologo nel nostro ordinamento non esiste come specializzazione, opera all’interno di chirurgia generale. È una specie di fantasma, quando invece dovrebbe essere un protagonista. Tutti invocano l’unione in un fronte comune contro il tumore al seno. Di fronte a questo schieramento di forze,
156 > Sociale > Mariella Bocciardo
l’infanzia e del Comitato media e minori. Oltre alla proposta di un sistema di classificazione del contenuto dei programmi televisivi, dove ritiene sia più necessario intervenire oggi? «Il Decreto Romani rappresenta un notevole passo avanti su questo fronte. Ma sulla tutela dei minori e, quindi, anche di quella fascia adolescenziale che va dai 14 ai 17 anni, ormai superesperta nell’informatica e nell’utilizzo del mezzo elettronico, la guerra è mondiale. Internet l’ha resa tale. Non basta intervenire con norme nazionali. Se non si affronta il problema globalmente, devo ammettere che si tratta di una guerra persa. Ma possiamo fare in modo che le vittime sul campo siano le meno numerose possibili. Quindi limite di accesso a certi tipi di programmi televisivi e caccia spietata ai siti internet pornografici e a quelli che promuovono droga. Ha provato a contare i siti inneggianti alla qualità della cannabis, a quelli che alimentano il mercato della pedofilia e della prostituzione, che elogiano la violenza? C’è da rabbrividire».
prendo atto con rammarico che nella nostra Università non esiste alcuna specialità in senologia, tanto meno in chirurgia senologica, che c’è una carenza strutturale di spazi chirurgici e di degenza dedicati, tranne che in alcune regioni virtuose, e che sono ancora rare le strutture che si prendono cura della paziente dal primo sospetto fino alla conclusione dell’iter diagnostico-terapeutico coordinando i vari interventi». È membro della commissione Affari sociali della Camera, oltre che della commissione per
Ha indicato l’immigrazione come una delle maggiori sfide del futuro per l’Italia. Su quali aspetti il governo dovrebbe concentrare i propri sforzi? «Noi, e per noi intendo non solo l’Italia ma l’intera Europa, siamo destinati a scomparire. Nel senso che le previsioni statistiche affermano che se non si porrà freno al flusso migratorio, alla fine di questo secolo non esisteranno più italiani, non esisteranno più cittadini europei. Cambieranno culture, modi di vita, principi religiosi. Saremo un continente musulmano. L’Italia è il paese più a rischio, perché geograficamente è una porta aperta all’immigrazione. Il governo si sta impegnando veramente a fondo per rallentare, se non eliminare, questo problema. Ma non dobbiamo assumere comportamenti xenofobi. Questo è quanto di peggio possa accadere in una società occidentale che tutela i diritti delle persone. Ma il processo di integrazione deve essere basato sul principio di reciprocità. La reciprocità fu sostenuta in una lettera del cardinal Martini, dal titolo “Noi e l’Islam” che risale al 1991. Mi pare che molti se la siano dimenticata».
158 > Un’italiana nello spazio > Samantha Cristoforetti
Il mio posto
tra le stelle Per diventare astronauta non esiste una preparazione specifica, ma occorre costruirsi con costanza un profilo professionale solido e ricco. Lo spiega Samantha Cristoforetti, prima donna italiana a far parte dell’Esa di Simona Cantelmi
er la prima volta nella storia d’Italia una donna s’è guadagnata un posto d’onore nello spazio. Fra le sei nuove reclute del corpo astronauti dell’Esa c’è lei: Samantha Cristoforetti. È stata scelta fra ben 8.500 candidati, di cui 1.430 donne. Parteciperà (e con lei un altro italiano e pilota dell’Aeronautica militare come Samantha, Luca Salvo Parmitano) alle prossime missioni sulla Stazione spaziale internazionale a partire dal 2013.
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Come ha affrontato la preparazione e le dure selezioni per diventare astronauta? «Per fare l’astronauta non esiste un percorso universitario né un tipo di carriera con cui poi aver la certezza di diventare astronauta. Ci sono alcuni profili di carriera che danno l’accesso a una selezione, quindi l’unica cosa che si può fare è scegliersi un profilo compatibile e poi cercare di essere bravo nel proprio lavoro. Bisogna farlo senza avere in mente per anni un’eventuale selezione. Poi,
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L’Esa ha scelto persone con capacità di lavorare in gruppo, cercando di creare anche una buona amalgama tra di noi. I risultati si vedono perché lavoriamo molto bene assieme
pilota militare, in particolare un pilota da combattimento sul velivolo Amx. Diciamo che era l’inizio della mia carriera operativa quando c’è stata la possibilità di partecipare alla selezione dell’Agenzia spaziale europea. In tutto il gruppo siamo in due ad avere questo profilo misto perché sia io che il collega francese Thomas Pesquet siamo ingegneri finiti a fare i piloti».
Nella scelta di voi sei avranno prestato attenzione alla capacità e attitudini di ognuno. «Sicuramente. Hanno fatto attenzione a scegliere persone che hanno capacità di lavorare in gruppo, cercando di creare anche una buona amalgama tra di noi. Questo si vede perché lavoriamo molto bene assieme. C’è anche molto senso dell’umorismo nell’affrontare le cose, che aiuta sempre. In un certo senso siamo anche abbastanza simili come profilo: persone socialmente equilibrate, senza eccessi.
nel momento in cui si presenta l’occasione, se si ha alle spalle un profilo adeguato, c’è la possibilità di essere selezionato».
Quali erano quindi i profili per accedere a questo tipo di carriera? «Io ho un profilo un po’ misto perché all’università ho studiato Ingegneria aerospaziale. Dopo la laurea ho fatto il concorso per l’Accademia aeronautica: qui ho preso un’altra laurea e poi sono diventata un
In apertura, Samantha Cristoforetti; qui sopra, l’astronauta assieme alle altre reclute del Corpo astronauti europei
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Nessuno di noi ha una personalità super estroversa che deve sempre stare al centro dell’attenzione così come nessuno di noi è timido o introverso. Siamo un bel gruppo e ci divertiamo molto».
Come ha accolto la notizia di essere fra le sei nuove reclute del Corpo astronauti europei? «Sinceramente non è arrivata come una totale sorpresa perché durante la selezione c’è stata una progressiva riduzione dei numeri. Ogni volta che si passava a una fase successiva provavo estrema gioia, ma anche sollievo perché i tempi d’attesa erano lunghi, anche di diversi mesi tra una fase e l’altra. Poi nella fase finale eravamo rimasti in dieci, quindi le possibilità di entrare a quel punto erano abbastanza alte. Quando è arrivata la telefonata, la prima reazione è stata di grande sollievo, ho fatto un grosso sospiro come per dire: “Beh, intanto è finita!”. Poi piano piano ho cercato di realizzare ciò che era successo, ma non potevo diffondere molto la notizia perché dovevo mantenere la riservatezza fino all’annuncio pubblico». Lei, come il suo collega Luca Salvo Parmitano, è giovane e ha raggiunto un traguardo importante, vantando già un curriculum di tutto rispetto. Come riesce a coniugare gli impegni professionali con le normali attività della vita quotidiana? «Bisogna sapersi organizzare. Io sono una persona che pianifica molto anche nei dettagli ogni attività perché altrimenti non riuscirei a fare tutto quello che mi piace, anche perché non voglio dedicarmi solo al lavoro, ho interessi anche fuori dal lavoro, la vita sociale, gli amici. Per riuscire a conciliare tutto ci vuole un po’ di organizzazione, di “time management”, come direbbero gli anglosassoni». In cosa consiste la vostra preparazione lì a Colonia? «Siamo impegnati qui da settembre dell’anno scorso fino al settembre prossimo sicuramente in quello che si chiama “basic training”, una sorta di corso
L’ingegnere milanese è anche pilota militare, in particolare da combattimento sul velivolo Amx
Samantha Cristoforetti è la prima astronauta italiana e la terza per l’Europa. È stata anche fra le prime donne a diventare pilota militare. Adesso è all’European astronaut center per l’addestramento
preliminare che fanno tutti gli astronauti quando vengono selezionati. Abbiamo fatto diverse centinaia di ore di lezione teorica, dalla meccanica dei fluidi all’ingegneria elettrica, dalla meccanica orbitale alla biologia. Poi cose più pratiche come il primo soccorso, a bordo della stazione spaziale. Abbiamo iniziato l’attività in piscina, un po’ particolare perché profonda 10 metri, dove vi si mettono dei mock up, strutture che simulano i moduli della stazione per fare la prefamiliarizzazione all’attività extra veicolare: quando gli astronauti escono dalla stazione, con quella sorta di scafandro bianco, per intenderci. Un esercizio che serve a orientare il proprio corpo nello spazio».
Lei è stata anche fra le prime donne a diventare pilota militare. Quali sono state le difficoltà di questo percorso? «È un percorso impegnativo al di là del fatto di essere donne o uomini. È difficile per tutti perché per quella carriera sono previsti corsi fatti in modo di avere una curva di apprendimento abbastanza ripida, per apprendere in fretta e ogni volo di addestramento è fatto per spostare sempre un po’ più in là i limiti. Sono corsi impegnativi e prolungati nel tempo, senza pause né vacanze».
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164 > Un nuovo senso di giustizia > Saveria Mobrici
Nuove prospettive per “Le Toghe”
Una declinazione al maschile da rivedere. Così come il senso di giustizia espresso nelle aule di tribunale. Un bisogno di rinnovamento che Saveria Mobrici impugna come avvocato e presidente dell’associazione “Le Toghe” di Adriana Zuccaro alorizzando energie e sensibilità che definiscono la professione forense, sono emersi prepotentemente il ruolo e il dinamismo delle donne. Studi analitici, forza e intraprendente professionalità costituiscono la cifra rappresentativa dell’attività dell’avvocato Saveria Mobrici, tradotta, fra l’altro, nella costituzione de “Le Toghe”, un’associazione volta al continuo aggiornamento professionale.
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Quali sono gli obiettivi dell’associazione “Le Toghe”?
Con la lista da lei guidata, Saveria Mobrici, alle recenti elezioni dell’Ordine degli avvocati, ha superato ogni aspettativa. Decisa a cambiare le cose, voleva rompere il vecchio schema declinato al maschile. Ed è riuscita nell’intento. «Visti i dati iniziali, lo considero un ottimo risultato. Basta donne-avvocato nelle liste come contorno, “in quota” o sussidiarie. Alla fine, centinaia di voti alla mia lista, ribaditi e ampliati anche nel ballottaggio per l’Ordine degli avvocati». Generalmente troppo sole, le donne, lavorano “in sordina” in un sistema di massa che il più delle volte non fa alcun riferimento a termini meritocratici. Ma i passi compiuti dal neo presidente, da sempre impegnato a testimoniare come la mediazione sia un’arte che va praticata con intelligenza al fine di conseguire risultati immediati e proficui, rappresentano «il segno d’inizio di una nuova stagione. Resta da vedere se a volerla sono più gli uomini o le donne». Perché anche all’avvocato Mobrici talvolta sorge qualche dubbio. avvocato.mobrici@libero.it
«L’associazione promuove la costituzione di una scuola permanente di alta formazione nei settori del diritto e della procedura, implementa attività scientifiche al fine di realizzare, per gli operatori del diritto e con particolare riguardo ai giovani avvocati, una fonte di formazione e di aggiornamento professionale anche su base europea. La scuola di formazione rilascia attestati di merito dopo una verifica biennale, dandone comunicazione ai rispettivi ordini di appartenenza e al Consiglio Nazionale Forense». Avvocato e presidente de “Le Toghe”. Perché? «La professione è nell’ordine naturale delle cose, della vita che ho scelto, di uno spirito nato già sui banchi del liceo. Ho sempre sentito la crescente esigenza di un sistema di vita professionale più ampio, dialettico e strutturato sull’analisi. Il profondo bisogno poi di aggiornare il senso di giustizia mi ha invece condotto a presiedere l’associazione “Le Toghe”». La giustizia dei tribunali le va stretta? «Tutte le azioni che rispettano la legge, osservava Aristotele, sono in un certo senso giuste. Ma che cosa dimostra questo, se la legge non è giusta? In definitiva, nessuno stato o società rinuncerebbe a “quella giustizia che diventa tollerabile” proprio perché esiste il principio inviolabile della difesa e dunque dell’avvocatura».
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Un nuovo senso di giustizia > Armellin e Santini
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Il ruolo dell’avvocato nel sistema giustizia
«Vere e proprie campagne mediatiche individuano nell’avvocatura la responsabilità delle inefficienze della giustizia». Ecco perché il legale deve dimostrare l’insostituibilità del proprio ruolo. Il punto di vista di Paola Armellin e Annamaria Santini di Eugenia Campo di Costa
l sistema giustizia italiano è tristemente noto per le sue inefficienze. Inefficienze che, secondo gli avvocati Paola Armellin e Annamaria Santini, specializzate rispettivamente in diritto penale e diritto civile, «pregiudicano la tutela della giustizia e sviliscono l’impegno e la professionalità dei legali». In particolare, la recente
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SPECIALIZZAZIONE E AGGIORNAMENTO Gli avvocati Paola Armellin e Annamaria Santini hanno costituito a Roma uno studio legale associato, puntando sulla diversificazione delle materie trattate e sulla specializzazione dei propri componenti. Lo studio associato offre consulenza sia in diritto civile che penale, curando il proprio costante aggiornamento. Lo studio ha acquisito particolare specializzazione nell’ambito dei reati contro la P.a., con riferimento alla responsabilità penale dei magistrati. Inoltre, un ampio spazio è dedicato alla trattazione dei procedimenti avanti la Corte di Cassazione. santinia@tiscali.it
normativa sulla mediazione «favorisce soluzioni che, se possono far ottenere in tempi brevi una parvenza di tutela, tendono a far accontentare il cittadino piuttosto che a soddisfare realmente le sue pretese» afferma l’avvocato Santini. «Il d.lgs. 28/2010 – continua -, è sicuramente criticabile laddove prevede, all’art. 5 comma 1, l’obbligatorietà del tentativo di conciliazione e all’art. 4 comma 3, l’annullabilità del mandato dell’avvocato in caso di inadempienza dello stesso agli obblighi di informazione previsti». «Ma soprattutto – afferma l’avvocato -, non essendo prevista la necessità dell’assistenza legale al cittadino che ricorre alla mediazione, emerge con chiarezza la volontà del legislatore di espellere il ruolo dell’avvocatura dal nuovo istituto». Anche in ambito penale, l’avvocato deve affrontare vere e proprie battaglie per la tutela dei diritti del proprio assistito. «Ormai – spiega l’avvocato Armellin - è prassi consolidata modificare i codici penale e di procedura penale, senza alcuna valutazione degli effetti delle singole modifiche sull’organicità dell’ordinamento penale». Un esempio è dato dagli effetti sull’ordinamento penale dalla Legge ex Cirielli, che ha comportato uno spostamento di competenza per materia dal Tribunale alla Corte di Assise dei reati associativi. «A causa del conseguente carico giudiziario che sarebbe confluito presso le Corti di Assise, il Governo, in tutta fretta, ha dovuto emanare il d.d. 10/2010, che ha ricondotto le fattispecie di cui all’art. 416 bis c.p. alla competenza del Tribunale, con inevitabili nuove questioni di diritto transitorio».
168 > Stragiudiziale > Teresa Caruso
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La sfida
della conciliazione
La mediazione permette in tempi brevi di arrivare alla risoluzione di una controversia e, quindi, alla conciliazione. E perché no, può incrementare la possibilità di ricucire un rapporto che si era guastato, in famiglia o sul posto di lavoro. Per questo Teresa Caruso si augura che possa prendere sempre più piede e così sgombrare le aule giudiziarie di Simona Cantelmi opo l’accordo raggiunto davanti al conciliatore, le due parti tornano a essere persone che hanno condiviso qualcosa, che potrebbero tornare a condividere. «È proprio questa la sfida della conciliazione: la riconciliazione» afferma l’avvocato Teresa Caruso di Firenze. «A mio parere, definire la conciliazione come uno degli strumenti di ADR ne limita notevolmente il valore e anche se solo attraverso detta collocazione potrà permettersi il ricorso massiccio alla conciliazione, mi auguro vivamente che gli operatori che si avvicinano solo ora a questo strumento perché spinti dal nuovo decreto legislativo, riescano presto ad apprezzarne la reale e immensa portata e ne traggano il maggior risultato possibile per coloro che la richiedono». Attraverso la “Mediation”, come viene definita all’estero, si possono raggiungere risultati che vanno oltre la risoluzione pacifica della questione. «Se il conciliatore non si lascia tarpare le ali dalle ristrette aspettative delle parti, ma conduce queste ultime al di sopra del “fatto controverso” e le accompagna a rileggere il loro rapporto, a rivedere la relazione che è sorta fra di loro e a riesaminarla da un’altra prospettiva, da un altro
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punto di vista, ebbene le stesse parti saranno sorprese di quanto potrà emergere di buono e utile per loro. Non solo permetterà loro di recuperare la relazione interrotta, ma apporterà benefici anche rispetto alle relazioni che intrattengono con altri, come clienti, fornitori, vicini di casa, amici e soprattutto, coniugi, figli, genitori. La definizione della controversia diverrà a quel punto un’inezia, una naturale conseguenza accessoria del risultato della conciliazione». La coercizione all’accordo è contraria alla natura
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La deflazione delle aule giudiziarie sarà solo uno dei frutti della conciliazione
Se il conciliatore conduce le parti a riesaminare la loro relazione da un’altra prospettiva, queste saranno sorprese di quanto potrà emergere di buono e utile. E l’effetto benefico permetterà loro di recuperare la relazione interrotta stessa della conciliazione. «Se la conciliazione è davvero riuscita non vi saranno problemi di esecuzione coattiva, poiché in tal caso sarebbe un errore ritenerla riuscita. La deflazione delle aule giudiziarie sarà solo uno dei frutti della
L’avvocato Teresa Caruso svolge la professione da oltre vent’anni. Si occupa di tutto ciò che concerne il diritto civile e in particolare di diritto di famiglia e dei servizi sociali, materia che insegna anche, presso un istituto superiore tecaruso@tin.it
conciliazione praticata come offerta alternativa dal sistema giustizia proposto dallo Stato, visto come “tribunale multi-door”. Lo Stato offre al cittadino più possibilità, più porte, sta a lui scegliere quella che ritiene più utile. Tenuto conto dei tempi biblici e delle notevoli spese che un procedimento giudiziario comporta – prosegue l’avvocato Caruso - è chiaro che tutti saranno tentati di provare a vedere cosa potranno ottenere con la conciliazione e, posso assicurarlo, se troveranno sulla loro strada un bravo conciliatore, saranno piacevolmente meravigliati di quanto avranno ottenuto».
170 > Esiti inaspettati > Francesca Giacomelli
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Gli esiti di un caso
non sono mai scontati
Anche i casi il cui esito sembra certo possono avere risvolti inconsueti. Soprattutto se il legale individua piccole falle normative, che permettono di trasformare la situazione a favore del proprio assistito. L’esperienza dell’avvocato Francesca Giacomelli di Eugenia Campo di Costa
on esiste alcuna dimostrazione chimico-tossicologica, clinica o laboratoristica dell’influenza di sostanze stupefacenti o psicotrope sullo stato psico fisico di un individuo se l’accertamento avviene su campioni di urine. E l’esame del sangue, l’unico in grado di dimostrare l’effettiva alterazione, è un accertamento invasivo cui ci si può rifiutare di sottoporsi. Su questa falla legislativa si è impostata la difesa dell’avvocato Francesca Giacomelli che, in due diversi casi, ha portato i suoi assistiti, fermati alla guida dopo aver assunto sostanze stupefacenti, all’assoluzione perché “il fatto non sussiste”. Nel primo caso, l’imputato era stato fermato dopo aver assunto cocaina. «La polizia – spiega l’avvocato non rilevava alcun sintomo apparente di alterazione nello stato del mio assistito tanto che non disponevano nell’immediato il ritiro della patente». Di qui la volontà dell’avvocato di approfondire l’aspetto degli effetti di certe sostanze nei singoli soggetti. «Una consulenza tossicologica appurava che non vi era alcuna dimostrazione che il soggetto si trovasse sotto l’effetto di sostanze che
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L’avvocato Francesca Giacomelli esercita a Rovereto (TN). Ha dimostrato che non è possibile stabilire con il solo test sulle urine lo stato di alterazione psicofisica di chi ha assunto droghe. L’esame infatti, dimostra che il soggetto ha assunto sostanze psicotrope, ma potrebbe averlo fatto nei giorni precedenti e non essere quindi in stato di alterazione nel momento in cui viene fermato. avv.giacomelli@alice.it
influivano sulle sue capacità psico-fisiche, e riferiva che per dimostrare la presenza di uno stato di intossicazione è indispensabile l’identificazione della sostanza nel sangue». Considerando il fatto che l’imputato era stato sottoposto al solo esame sulle urine, anche il Pubblico Ministero ha dovuto chiederne l’assoluzione. Un altro caso simile ha riguardato una ragazza assolta dopo che, sottoposta a esame delle urine, veniva trovata positiva a metadone, cannabinoidi e oppiacei, ma senza alcuna prova che dimostrasse l’effettiva alterazione psicofisica.
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172 > Snellire il sistema > Anna Santi
Agevoliamo la giustizia
L’Italia subisce da troppo tempo una giustizia lenta, farraginosa e burocraticamente inaffrontabile. Ma non ci si può solo lamentare. Esistono soluzioni utili e applicabili. A cominciare dall’aumento degli operatori giuridici, come spiega Anna Santi di Simona Langone
nello ed efficiente, così deve essere il sistema giudiziario degno di uno stato moderno». Si legge un auspicio, ma al tempo stesso una critica, nelle parole dell’avvocato Anna Santi, la quale descrive un panorama giuridico in cui gli operatori del diritto non trovano certamente agevolazioni, anzi, «ogni procedura risulta essere sempre più faticosa e complicata. Gli avvocati e i loro collaboratori sono costretti a svolgere la loro professione nel disagio più assoluto». Una realtà difficile, e ormai tristemente nota all’opinione pubblica, che in particolare il legale romano riscontra in alcune ataviche criticità presenti nel foro della capitale.
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Nella quotidianità quale situazione riscontra presso il Tribunale di Roma? «La situazione in questa città è al limite del collasso. Basti pensare che solo per depositare un ricorso di lavoro, o iscrivere una causa a ruolo, o ancora richiedere una sentenza, occorre arrivare dinanzi al tribunale alle 5.30 L’avvocato Anna Santi del mattino, esercita a Roma iscrivere la propria anna.santi@alice.it
presenza su una lista e attendere le ore 9.00 per accedere alla cancelleria».
Snello ed efficiente, così deve essere il sistema giudiziario degno di uno stato moderno Quali sono i nodi gordiani su cui concentrarsi per ottenere una macchina giudiziale più veloce? «La politica dovrebbe essere più sensibile a questa situazione e legiferare di conseguenza, rendendo più agevole il lavoro di tutti gli operatori del settore. Cominciando dall’aumento del numero dei magistrati, i processi avrebbero una risoluzione in tempi più rapidi». Quali strumenti potrebbero rivelarsi utili in tal senso? «Il Dlg 28/2010 introduce nell’ordinamento giuridico italiano l’istituto della mediazione, come metodo di risoluzione delle controversie alternativo rispetto all’ordinario processo. L’obiettivo consiste nel risolvere una controversia in tempi ragionevoli o mediante un accordo amichevole, attraverso un mediatore professionista imparziale, che riesca a risolvere l’incarico in maniera autonoma».
174 > Tutelare i soggetti deboli > Patrizia Maestranzi
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Un nuovo sostegno ai “soggetti deboli”
Anziani, emarginati, debilitati, affetti da patologie fisiche o psichiche. Sono oggi giuridicamente indicati come “soggetti deboli” meritevoli di tutela e assistenza. A occuparsene, il nuovo istituto della Amministrazione di Sostegno. L’avvocato Patrizia Maestranzi ne descrive le dinamiche di Adriana Zuccaro
on il trasformarsi delle abitudini e degli stili di vita è cambiato anche il profilo di quegli individui che possono venire indicati quali “soggetti deboli” all’interno dell’ambiente familiare e sociale. «La corrente giurisprudenziale dominante colloca oggi i soggetti deboli nella più ampia e generica categoria delle “persone non autonome” per malattia o infermità fisica o psichica temporanea o permanente, e offrono loro ampia tutela». A descrivere le dinamiche con cui si muovono i rapporti tra i soggetti deboli e gli operatori del
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diritto, l’avvocato Patrizia Maestranzi che ha sviluppato un’esperienza specifica nel ruolo di amministratore di sostegno, di tutore e di curatore speciale di minori presso il Tribunale di Milano. Quali sono le condizioni che rendono identificabili i soggetti deboli? «Per essere indicati quali “soggetti deboli” è sufficiente trovarsi nell’impossibilità parziale di provvedere adeguatamente ai propri interessi, per effetto di “lieve ritardo cognitivo” o per “fragilità psicologica di fondo”, tuttora sussistente nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni, tali da comportare una “personalità emotivamente instabile” in base a quanto si evince dalla segnalazione del Servizio Sociale del Comune. Per quanto riguarda poi le persone anziane, la giurisprudenza di merito, in caso di apertura della procedura di amministrazione di sostegno, ha concluso che l’“età avanzata” può essere ritenuta un fenomeno disabilitante». L’età è quindi considerata l’unico fattore debilitante? «Gli individui di qualsiasi età che non siano in grado di autodeterminarsi scientemente a causa di stati d’animo o psicologici o anche fisici inabilitanti,
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sono anch’essi da considerarsi “soggetti deboli” meritevoli di tutela e assistenza. Vi sono ad esempio casi in cui un membro del gruppo familiare si trova coinvolto in una circostanza tragica che lo affligge in una malattia invalidante e lo riduce in uno stato comatoso senza la possibilità di comunicare». Quali provvedimenti sono stati introdotti dal Legislatore? «Recentemente, il Legislatore ha modificato la disciplina in materia di “soggetti deboli” introducendo l’istituto dell’amministratore di sostegno (Ads) con la legge 9 gennaio 2004, n. 6. Tale iniziativa legislativa è stata promossa da autorevole dottrina nell’ottica di completare la lacuna assistenziale lasciata dagli istituti dell’interdizione e della curatela ovvero quegli istituti che consentivano la nomina da parte del Tribunale di un tutore o di un curatore». Qual è lo scopo dell’amministratore di sostegno? «L’amministratore di sostegno viene scelto con esclusivo riguardo alla cura e agli interessi del beneficiario ed è uno strumento flessibile e modificabile in relazione all’interesse del progetto personalizzato per il “soggetto debole”. L’Ads è volta a tutelare il soggetto debole, limitandone la capacità di compiere atti giuridicamente rilevanti e offrendo, tramite l’amministratore di sostegno, un tipo di assistenza che incida il meno possibile sulla capacità di agire di chi si trova nell’impossibilità, anche solo parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi». In quali casi è prevista la nomina di un Amministratore di Sostegno? «Basta pensare alle situazioni che si producono nello stadio terminale della vita, all’isolamento di persone socialmente deteriorate, alla cecità totale o parziale, ai portatori di handicap fisici, ai lungodegenti, ai carcerati, a episodi di alcoolismo non gravissimo, a forme di prodigalità per scarsa dimestichezza col
AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO Iscritta all’Ordine forense di Milano, patrocinante in Cassazione, l’avvocato Patrizia Maestranzi ha sviluppato un’esperienza specifica nel settore del diritto della persona, famiglia e minori anche nel ruolo di amministratore di sostegno. Presso il Tribunale di Milano, l’utilizzo del nuovo istituto dell’amministrazione di sostegno ha avuto sempre più una sua concretezza e positività. Le domande presentate annualmente sono sempre in aumento e i ricorsi per interdire o inabilitare una persona sono diminuiti. Solo nel 2009, sono state presentate circa 1350 richieste di nomine di un Ads e ne sono state accolte circa 1200. Analizzando poi la provenienza dei ricorsi per la nomina di un Ads, si può indicare all’incirca la seguente percentuale: per il 55% sono i parenti entro il quarto grado o gli affini entro il terzo grado, per il 15% sono i servizi sanitari e sociali (pubblici e privati) a inviare segnalazioni; vi è poi un 10% di richieste avanzate dalla Procura della Repubblica e un 20% di ricorsi promossi dalle parti interessate a mezzo di avvocati. www.studiomaestranzi.com
mondo delle operazioni economiche, a situazioni di vita disordinata, a certa incapacità e demenza senile. Tutte queste situazioni, quando non si traducono in vera e propria infermità di mente, rimangono legalmente prive di ogni forma di assistenza, o la
176 > Tutelare i soggetti deboli > Patrizia Maestranzi
seguire delle linee guida e applicare con i decreti dei Giudici Tutelari delle valutazioni e decisioni rimesse al caso particolare in esame. Ad esempio, è grazie a una procedura di amministrazione di sostegno che il Tribunale di Modena con decreto del 13 maggio 2008 è stato in grado di ricostruire, e rispettare, la volontà di una paziente (affetta da sclerosi laterale amiotrofica, patologia invalidante che paralizza i muscoli e porta all’incoscienza) di non essere sottoposta a ulteriori procedure curative». In senso opposto si colloca il Comitato nazionale di bioetica secondo il quale “nutrizione e idratazione vanno considerati atti dovuti eticamente”. «La nuova applicazione giurisprudenziale del “testamento di vita” sembra destinata a continuare ad alimentare il dibattito su questo tema. Secondo alcuni decreti del Giudice Tutelare del Tribunale di Modena (del 5.11.2008), di Bologna (del 4.6.2008) e di Cagliari (del 22.10.2009), la nomina dell’amministratore di sostegno da parte
L’amministratore di sostegno viene scelto con esclusivo riguardo alla cura e agli interessi del beneficiario ed è uno strumento modificabile in relazione all’interesse del progetto personalizzato per il soggetto debole
possono ottenere solamente forzando gli istituti dell’interdizione o dell’inabilitazione, con grave menomazione della residua autonomia del soggetto, e con stimmate sociali pesanti e ingiustificate». Quale resoconto è possibile azzardare sull’applicazione dell’Ads? «Dal 2004 a oggi, l’istituto dell’Ads ha avuto svariate applicazioni nei vari Tribunali di Italia e differenti interpretazioni circa i limiti e i poteri attribuiti alla figura dell’amministratore di sostegno. Non si può dire che vi siano orientamenti uniformi in ambito nazionale, casomai, ogni singolo Tribunale ha inteso
dell’interessato, in previsione della propria futura incapacità, mediante scrittura privata, avente carattere di testamento biologico, è legittima. Ne deriva che in caso di malattia terminale irreversibile e invalidante, l’amministratore di sostegno potrà negare il consenso al trattamento sanitario terapeutico e autorizzare il trattamento mediante cure palliative per lenire le sofferenze causate dalla malattia. In senso contrario e difforme, invece, si sono posti i Giudici Tutelari di altri Tribunali quali quello di Genova con decreto del 6.3.2009, di Roma con decreto del 1.4.2009 e di Firenze del 8.4.2009 e di Pistoia del 8.6.2009».
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178 > Diritto di famiglia > Angela Crovetti
Mediare tutela i minori Conciliare gli interessi di genitori e figli. È il delicato ruolo della mediazione familiare; un istituto che oggi rappresenta un prezioso supporto per minori e coppie in crisi. A descriverla, Angela Crovetti di Ezio Petrillo
a mediazione familiare è un intervento volto alla riorganizzazione delle relazioni familiari e alla risoluzione o attenuazione dei conflitti in caso di separazione o di divorzio. Il percorso di mediazione rappresenta una valida alternativa alla tradizionale via giudiziaria, valorizzando il senso di responsabilità dei singoli individui e permettendo di pervenire ad una soluzione concordata dei conflitti
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Uno strumento che protegge i minori La Convenzione di Strasburgo sull'esercizio dei diritti dei minori promuove il ricorso alla mediazione al fine di prevenire e risolvere le controversie con lo scopo di evitare il coinvolgimento dei minori nei procedimenti giudiziari. L’avvocato Angela Crovetti studiolichericrovetti@yahoo.it
basata su modalità collaborative. «La mediazione – afferma Angela Crovetti - da un lato rappresenta una nuova modalità di gestione delle crisi familiari, mentre dall’altro è espressione di una diversa cultura della separazione e del divorzio fondata sulla centralità della persona». L’autonomia delle parti e la loro capacità di arrivare a risolvere il conflitto, è il presupposto indispensabile di un buon percorso di conciliazione. «Va evidenziato – aggiunge l’avvocato Crovetti - che ogni accordo di separazione e divorzio, raggiunto attraverso un percorso di mediazione, dovrà passare al vaglio del Tribunale per il decreto di omologa delle condizioni di separazione o per la sentenza di divorzio». Oggi la mediazione familiare in Italia è una pratica diffusa ed estesa, ma con anni di ritardo rispetto ad altri Paesi europei e agli Stati Uniti. «La pratica di conciliazione applicata agli inizi del 1900 negli Usa per le vertenze di lavoro e solo successivamente per i conflitti familiari – sottolinea la Crovetti - ; si è diffusa in altri Paesi Europei come Francia, Gran Bretagna e Germania ma è approdata in Italia solo recentemente. Anche perché la crisi in cui da anni si dibatte la Giustizia italiana, determinata da una crescente litigiosità e un consequenziale sovraccarico degli uffici giudiziari, ha indotto con sempre maggiore frequenza a ricercare strumenti alternativi al processo».
180 > Diritto di famiglia > Maria Concetta Olivieri
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L’ascolto del minore prima di tutto
La legge 54/2006 doveva riequilibrare diritti e doveri dei genitori per tutelare la continuità del rapporto con i figli, doveva ampliare lo spazio di ascolto del minore, per consentirgli di influire sui provvedimenti. Ma la sua applicazione solleva dubbi di interpretazione. Il parere di Maria Concetta Olivieri di Stefano Marinelli
uello che si occupa della tutela dei minori è senza dubbio uno dei rami del diritto più gravidi di responsabilità, per la delicatezza e la complessità dei contesti su cui è chiamato a deliberare. Va da sé che
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L’avvocato Maria Concetta Olivieri mariac.olivieri@tiscali.it
l’efficienza della sua funzione dipende dalla ponderatezza del Legislatore, ma anche dall’aderenza dei provvedimenti giudiziari al significato attribuito alle leggi. «Le molteplici associazioni di padri separati che hanno plaudito alla legge 54/2006 – afferma l’avvocato Olivieri riferendosi alla riforma che ha introdotto “l’affido condiviso” dei minori -, oggi denunciano ancora una certa insoddisfazione su come essa viene di fatto applicata». Le sentenze che hanno utilizzato la formula della condivisione dell’affidamento sono state numerose, ma non sempre hanno disposto misure coerenti con il contenuto della riforma, tradendo il principio di “bigenitorialità” che l’ha ispirata, secondo il quale la permanenza del minore e le responsabilità specifiche nei suoi confronti dovrebbero essere suddivise in modo equilibrato fra i due genitori. Nella sostanza,si corre ancora il rischio che gli attuali affidi condivisi si discostino poco dalla precedente giurisprudenza dell’affidamento esclusivo. Il minore ora viene “collocato”, anziché “affidato”, presso un solo genitore, di solito la madre. «Una delle principali ragioni che possono spiegare la mancata piena applicazione dell’affido condiviso risiede in una cultura del diritto di famiglia che vede ancora il ruolo dell’uomo non sempre pienamente equiparato a quello della donna» spiega Olivieri. «Se nelle intenzioni sono stati compiuti passi significativi a tutela del ruolo paritetico dei genitori, più
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Spesso le vicende della vita rendono precocemente maturi, ma questo, purtroppo, risulta evidente solo all’occhio degli esperti rispondente all’interesse finale dei figli – aggiunge la legale romana -, la strada da fare perchè ciò si traduca in realtà è ancora lunga». Ma, come già detto, la questione è delicata e più complessa di quanto possa apparire. Le sfaccettature che i giudici sono tenuti a prendere in considerazione sono molteplici e spesso inconciliabili. «La riluttanza dei giudici ad adeguarsi talvolta al nuovo dettato normativo deve essere letta anche alla luce del rischio di maggiori scontri tra i genitori» riconosce l’avvocato, riferendosi a potenziali situazioni in cui l’affidamento condiviso venisse applicato integralmente. «In alcuni casi la coppia può apparentemente dimostrarsi responsabile e consapevole della paritetica suddivisione di diritti e doveri nei confronti del figlio – argomenta Olivieri -, per poi rivelare, nella vita di tutti i giorni, una conflittualità non apprezzabile in sede di giudizio, vanificando l’intento sotteso alla condivisione dell’affido, indirizzato, sì, a privilegiare la continuità del rapporto con entrambi i genitori, ma in un clima armonioso e costruttivo». L’interpretazione dell’effettivo quadro dei rapporti familiari potrebbe essere sicuramente agevolata da una maggiore attenzione riservata al destinatario ultimo dei provvedimenti. «L’ascolto del minore non sempre viene ritenuto indispensabile per la comprensione della vicenda, oppure viene valutato come non rispondente al suo interesse» sostiene la legale. «In realtà, questo disinteresse al suo punto di vista– continua Olivieri – è spesso dettato da altri fattori, come la carenza di tempo, di strutture dedicate o di personale». L’età del minore è di certo un punto nodale della questione. «Se per il minore che abbia compiuto il dodicesimo anno di età c’è una sorta di
L’avvocato Maria Concetta Olivieri, nel suo studio di Roma, si è sempre occupata di diritto civile, con particolare attenzione all’ambito contrattuale e alla tutela della persona. Negli ultimi anni si è distinta per un crescente impegno nella tutela della famiglia e del minore. La recente attenzione dedicata al minore, quale soggetto debole della famiglia e, ancor prima, della società, muove principalmente da un percorso di maturazione personale che ha trovato il suo punto di partenza nel contatto avuto con il mondo delle adozioni. Così è scaturito, per una serie di coincidenze fortuite e di occasioni coltivate, l’approfondimento costante di tematiche connesse al diritto minorile.
presunzione di raggiungimento di adeguata maturità per poter compiutamente esprimere la propria opinione – spiega l’avvocato -, per chi non ha ancora compiuto 12 anni si muove dal convincimento opposto, cioè dall’assenza di un’adeguata capacità di discernimento, fatta salva la prova contraria». È facile comprendere come questa classificazione fra minori maturi e minori inadeguati ad esprimere un proprio parere non può che comprimere ulteriormente lo spazio dedicato al loro ascolto, incorrendo nel pericolo di prendere decisioni che trascurino completamente i loro desideri, le loro paure e le loro aspettative. «Spesso le vicende della vita rendono precocemente maturi, ma questo, purtroppo, risulta evidente solo all’occhio degli esperti».
182 > Decreto Milleproroghe > Marina Giannini
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Nuova proroga
per gli sfratti
Milleproroghe amaro per i proprietari immobiliari, che hanno visto estendere la sospensione dei provvedimenti di rilascio fino alla fine dell’anno e accusano il Governo di non saper trovare soluzioni definitive al problema. L’opinione di Marina Giannini di Stefano Marinelli
uova proroga per la sospensione degli sfratti. Le Camere, con la conversione in legge del decreto Milleproroghe, hanno approvato il blocco dell’esecuzione dei provvedimenti di rilascio nei confronti di alcune categorie di conduttori fino al 31 dicembre 2010. La venticinquesima proroga degli sfratti dal 1978, l’anno della legge sull’equo canone, ha creato non pochi malumori fra le associazioni del settore immobiliare, che si sentono abbandonate da uno Stato che per troppe legislature, a loro modo di vedere, ha scaricato sulle loro spalle, soprattutto su quelle dei piccoli proprietari, le difficoltà economiche del Paese. «Prorogare la sospensione dei provvedimenti di rilascio non può rappresentare una soluzione per quei conduttori che hanno problemi a pagare affitti in linea con i prezzi degli altri mercati europei – sostiene Marina Giannini, legale dell’associazione Uppi dal 1981 – e, al tempo stesso, arreca gravi danni ai singoli locatori e alla mobilità del settore nel suo complesso». Il blocco delle esecuzioni riguarda soltanto i casi di finita locazione e non gli sfratti per morosità. Inoltre, per beneficiare della proroga, l’inquilino dovrà corrispondere un affitto maggiorato del 20% rispetto a quello di locazione. «L’auspicio dei proprietari non è quello di gravare
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PER BENEFICIARE DELLA PROROGA Bisogna avere un reddito familiare lordo inferiore ai 27 mila euro ed essere, o avere in famiglia, persone con più di 65 anni, o malati terminali, o con invalidità superiore al 66%. Infine non si deve possedere una casa adeguata all’ampiezza della famiglia nella regione di residenza.
ulteriormente sul reddito dei conduttori in difficoltà, ma quello di vedere il Governo attuare interventi strutturali per supportare le categorie svantaggiate, senza per questo precludere la possibilità di un rilancio al settore dell’affitto privato» precisa l’avvocato. «Non dimentichiamo infine – conclude Giannini – la sentenza n.155 del maggio 2004, in cui la Corte Costituzionale ha sancito l’incostituzionalità del reiterarsi delle sospensioni».
184 > La mia Trieste > Susana Tamaro
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Dove mi porta il cuore C’è la Trieste della Mitteleuropa, dove hanno trovato ispirazione grandi letterati come James Joyce, Italo Svevo e Umberto Saba. C’è la Trieste dei palazzi e dei caffè letterari. E c’è la Trieste che ha influenzato Susanna Tamaro, una delle scrittrici italiane più amate e conosciute al mondo di Francesca Druidi
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In apertura, la statua di James Joyce sul Ponte Rosso. A sinistra, la scrittrice Susanna Tamaro (il suo ultimo romanzo è Il grande albero edito da Salani).
186 > La mia Trieste > Susana Tamaro
onostante non risieda più a Trieste, per Susanna Tamaro il capoluogo giuliano resta un luogo che va oltre la connotazione fisica per diventare spazio dell’anima, vero e proprio stato mentale. Una capacità di sondare nei sentimenti umani, rivelandone la complessità, che la scrittrice sente di dovere nel profondo alla sua terra d’origine. «Trieste possiede realtà bellissime, che appartengono a tutti i suoi abitanti», racconta Susanna Tamaro, ripercorrendo le tappe di una sorta di itinerario “del cuore” nella città natale. «Amo camminare a Barcola, la tipica passeggiata dei triestini, che conduce al Castello di Miramare, uno dei simboli della città, ma soprattutto sede di uno splendido parco botanico. Amo perdermi nei suoi vialetti. Girare, salire, scendere, scrutando il mare e ammirando il Carso». Il Parco Tropicale del castello è una delle mete preferite dall’autrice. Nelle serre storiche è stato ricostruito un angolo di Foresta
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amazzonica con oltre cento specie diverse di piante, fiori e uccelli variopinti. Qui si trova anche il Centro per lo studio e la salvaguardia dei Colibrì. «È sempre uno spettacolo affascinante entrare in queste serre e posare lo sguardo su pappagalli, Colibrì e farfalle che volano in libertà, come nel loro habitat. E mentre all’esterno, magari, infuria la Bora, dentro si vive il clima tropicale. Da grande appassionata di scienze naturali, apprezzo particolarmente questo salto climatico, botanico e naturalistico». Trieste è, per Susanna Tamaro, anche una città di immagini contrastanti. Alla bellezza dell’ambiente fa da contraltare la ferriera, «un’area siderurgica che rimanda alle atmosfere di Vladivostok, attraversata dai fumi neri. Uno scenario singolare di cui conservo indelebilmente il ricordo dell’odore dei metalli pesanti». Un altro luogo caro all’autrice di Va’ dove ti porta il cuore è il Borgo Teresiano, impregnato di suggestioni etniche e religiose. Il ricordo va a quando, da bambina,
TUTTO IL GUSTO DEL “NERO” Claudio Magris ha detto: “il caffè è il luogo in cui si può stare contemporaneamente da soli e fra la gente”. I caffè storici della città, degli Specchi, Tommaseo e San Marco, sono locali che mantengono immutato l’antico fascino della Trieste mitteleuropea, perpetrando il rito del caffè. Un rito che nel capoluogo giuliano assume nomi particolari e del tutto originali, richiedendo l’impiego di un vocabolario: si può ordinare un “nero” (caffè espresso) o un “caffelatte” (cappuccino).
188 > La mia Trieste > Susana Tamaro
Sopra, un colibrì della specie “Amazilia amazilia” che si è riprodotto nell’Istituzione Scientifica Centro Colibrì, nel Parco del Castello di Miramare di Trieste
«arrivavano quelli che noi chiamavamo acquirenti d’oltre confine, provenienti dai paesi comunisti per comprare beni che non trovavano in patria. Il sabato riempivano tutto il Borgo, “suk” ricco dei prodotti mito dell’Occidente, e poi ripartivano la sera per rientrare nelle loro terre. I negozi di allora sono stati sostituiti dalle lanterne rosse delle attività cinesi». Questo a conferma di un’identità triestina declinata sul concetto di confine. «La mia letteratura è strettamente legata a Trieste, al suo essere una cerniera tra due mondi, tra l’Est e l’Ovest». Lontana parente di Italo Svevo, Susanna Tamaro riconosce nell’anima letteraria una delle chiavi di lettura più apprezzate della città, che segue le orme di Saba, Joyce e dello stesso Svevo, ed era una frequentatrice del Caffè San Marco: «Ci andavo il sabato con Giorgio Voghera. Si parlava di letteratura, si prendeva il caffè. C’era grande vivacità». E la scrittrice non nasconde la nostalgia per la “sua” Trieste, «quella dal sapore mediorientale, più sporca e “trasandata” di quella attuale, che però oggi corre il rischio di vivere nella memoria diventando un monumento di se stessa». Diplomata al Centro sperimentale di Cinematografia di Roma e anche regista di un
lungometraggio, Nel mio amore, l’autrice non ha dubbi sullo scorcio che meglio racchiude l’essenza della sua Trieste: «il Molo Audace, che sembra protendersi verso l’orizzonte ma poi si arresta, dove i triestini vanno a passeggiare. I triestini sono grandi camminatori. Anche io e i miei fratelli, da piccoli, andavamo da una parte all’altra della città. E c’è una specie di furore in quest’atto. Non è un camminare mosso dal paesaggio, ma piuttosto da una forza interiore». E poi c’è questo rapporto intenso con la Bora, «un vento pazzo che ogni tanto si abbatte a velocità spaventose, quasi a voler scoperchiare le case. Poi, così come arriva, di colpo smette. Amo girare per gli angoli e le vie della città maggiormente sferzati dalla Bora e dirigermi verso il Molo Audace, dove è sempre una festa per gli amanti del vento». Non è un caso che Susanna Tamaro abbia ambientato il suo film e molti dei suoi romanzi a Trieste e nel mondo del Carso «che, in quanto territorio capace di esprimere solitudine e durezza, conserva un fascino misterioso perché qui tutto fa fatica». Non sarebbe stato lo stesso scrivere le sue opere, compresa l’ultima, Il grande albero, in un altro universo. «Puoi collocare storie dove conosci, dove senti. Dove hai un reale possesso del territorio. Non inserisco mai descrizioni dettagliate, ma è lo spirito della città, così inquietamente di frontiera, a permeare il mio lavoro. È questa la mia Trieste: quella delle inquietudini, dei tormenti, delle solitudini, del vento».
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190 > Architettura > Kazuyo Sejima
L’ARCHITETTURA è relazione
n’architettura delicata e al contempo potente, precisa e fluida, ingegnosa ma non spiccatamente intellettuale. Capace di generare edifici che instaurano con caparbietà e successo un rapporto di connessione privilegiato con i rispettivi contesti, creando un senso di pienezza e ricchezza esperienziale. Queste sono soltanto alcune delle ragioni per le quali Kazuyo Sejima, insieme a Ryue Nishizawa, socio dello studio Sanaa, sono stati insigniti del Pritzker Architecture Prize 2010, il massimo riconoscimento in campo architettonico. Quarti nipponici a vincere dopo Kenzo Tange nel 1987, Fumihiko Maki nel 1993 e Tadao Ando nel 1995, Sejima e Nishizawa riceveranno il Pritzker il 17 maggio prossimo a Ellis Island, nel porto di New York, nel corso di una cerimonia che consacrerà il loro peculiare linguaggio architettonico. Come evidenziato dalla giuria del premio, Sejima e Nishizawa esplorano, come pochi altri, le proprietà fenomeniche dello spazio continuo, della leggerezza, della trasparenza e della matericità, fino a ricavarne una sintesi sottile e mirabile. «Ho esplorato a lungo le modalità con cui poter esprimere apertura nella mia architettura – ha dichiarato, fresca di vittoria, Kazuyo Sejima – ritengo che questo sia importante per una nuova generazione di questa disciplina. Forte del Pritzker Prize, continuerò a tentare di realizzare nuovi meravigliosi progetti». La ricerca del duo nipponico è tesa a scandagliare le qualità architettoniche
Lo considerano “il premio Nobel dell’architettura”. A ricevere il Pritzker Architecture Prize 2010 sono stati Kazuyo Sejima, che dirigerà la 12esima Mostra internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, e Ryue Nishizawa di Francesca Druidi
Kazuyo Sejima e Paolo Baratta, presidente della Biennale di Venezia
Biennale Sono 54 i paesi partecipanti alla 12. Mostra Internazionale di Architettura, che si svolgerà dal 29 agosto al 21 novembre 2010 ai Giardini e all’Arsenale, nonché in vari luoghi di Venezia
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Il suo modo di concepire l’architettura non presenta alcun tipo di continuità storica. Per dirlo a parole sue, “un edificio è in definitiva l’equivalente del diagramma dello spazio utilizzato per descrivere astrattamente le attività quotidiane che vi si svolgono”
192 > Architettura > Kazuyo Sejima
essenziali, opponendosi all’enfatico e al retorico. Si può avere la tentazione di leggere nelle composizioni realizzate da Sejima e Nishizawa una tendenza all’elitismo, al rarefatto. L’estetica dei due architetti è, comunque, all’insegna dell’inclusione. Il loro approccio è fresco, sempre volto a offrire nuove possibilità all’interno delle costrizioni del progetto architettonico. La loro comprensione dello spazio non riproduce alcun modello convenzionale, ma propende verso un orientamento non gerarchico, applicando ciò che loro stessi definiscono un’equivalenza di spazi, declinata nella creazione di edifici democratici, conformi alla funzione e alle risorse economiche disponibili. I frutti dell’operato dello studio Sanaa sono visibili non solo in Giappone, ma anche in Germania, in particolare nella Zollverein School of management and design di Essen, in Inghilterra, in Francia, nei Paesi Bassi, con il De Kunstline Theater and Cultural Center di Almere, e negli Stati Uniti, dove si segnalano il Toledo Museum of Art Glass Pavilion in Ohio e il New Museum of contemporary art di New York. Tra i progetti più significativi, vanno poi ricordati l’O-Museum a Nagano, uno dei primi lavori eseguiti dal duo di architetti, completato nel 1999, e il 21st Century Museum of
Sopra, Kazuyo Sejima con Ryue Nishizawa, i due architetti nipponici sono soci dello studio Sanaa; nella foto grande, il Rolex Learning Center presso l’Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne in Svizzera, progettato dallo studio
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Ho esplorato a lungo le modalità con cui poter esprimere apertura nella mia architettura, ritengo che questo sia importante per una nuova generazione di questa disciplina
contemporary art di Kanazawa, terminato nel 2004. Un altro emblematico esempio è il Rolex Learning Center a Losanna, un gigantesco spazio multifunzionale e centro ricerche all’avanguardia, inaugurato lo scorso febbraio. Kazuyo Sejima si conferma quest’anno come la protagonista indiscussa dello scenario architettonico internazionale. Sarà, infatti, anche la prima donna a dirigere la 12esima Mostra internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, che si terrà dal 29 agosto al 21 novembre ai Giardini e all’Arsenale della città lagunare. Il titolo voluto da Kazuyo Sejima per questa edizione è “People meet in architecture”: «L’idea – ha spiegato l’architetto – è di aiutare gli individui e la società a relazionarsi con l’architettura, aiutare l’architettura a relazionarsi con gli individui e la società, e aiutare gli individui e la
194 > Architettura > Kazuyo Sejima
Sopra, il New Museum of Contemporary Art di New York
società a relazionarsi tra loro». La domanda fondamentale per Sejima è “può l’architettura chiarire i nuovi valori e i nuovi stili di vita dell’XXI secolo?” «Questa mostra sarà l’occasione per sperimentare le potenzialità dell’architettura, per comprendere in che modo essa esprima nuovi modi di vivere, e per mostrare che è il frutto di valori e approcci differenti». In base alle sue dichiarazioni d’intenti, ciascun partecipante sarà il curatore di sé stesso. «Sono previsti spazi indipendenti per ciascun architetto e per ciascun tema. Gli artisti invitati progetteranno il proprio spazio considerando l’esperienza sia fisica sia concettuale del visitatore». Le partecipazioni includeranno tecnici e artisti perché, come conclude l’architetto nipponico, «l’architettura è un prodotto dell’intera società».
Marco Baldassarri
196 > Giovani artisti > Beatrice Buscaroli
Beatrice Buscaroli, membro del comitato scientifico del Museo d’Arte di Gallarate
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ARTE al di là del tempo
«L’artista giovane deve lavorare, crescere, misurarsi, poi, quando e se sarà pronto, potrà competere ad armi pari con gli altri, indipendentemente dall’età». Interviene Beatrice Buscaroli di Renata Gualtieri
arsi strada nel mondo dell’arte è sempre stato un problema per i giovani artisti di tutti i tempi: la scelta del maestro, il consenso dei genitori, il rapporto con i compagni, le rivalità, i litigi, i concorsi. Oggi c’è la prima collettiva, poi la mostra personale, poi la prima mostra pubblica, il rapporto con i critici. Penso sia metà fortuna e metà bravura, come per un giovane musicista, un giovane scrittore o un giovane poeta». La professoressa Beatrice Buscaroli, attualmente impegnata nel comitato scientifico del Museo d’Arte di Gallarate, ci guida tra i sentieri dell’arte e incoraggia la creatività a prescindere dalle categorie.
F
Le opere degli artisti sono l’interpretazione dei tempi che stiamo vivendo. Anche l’arte contemporanea soffre della crisi generale? «L’opera d’arte è uno dei primi sintomi del benessere o del malessere della società che la esprime, ma non penso che in questo momento la crisi sia più acuta di quanto lo sia stata venti o trenta anni fa. Il sistema dell’arte consente oggi forse ancora più di ieri agli artisti di vivere del
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Il Maga non è un museo nato per promuovere l’arte giovane. È un museo come dovrebbero esserlo tutti: per giovani e per vecchi proprio lavoro. Fin dal principio del novecento l’arte si è rivelata in grado di esprimere un disagio sociale, personale, politico. Ma è soprattutto dal sessantotto in poi che la “denuncia” attraverso le arti fa parte delle nostre abitudini. Per questo non serve più come al principio, non fa più effetto, non stupisce, non indigna. In certi momenti essere pittori si è rivelato un atteggiamento estremo, rivoluzionario, provocatorio». È possibile creare un network tra mondo universitario, delle accademie e centri di produzione culturale per contribuire a rendere l’arte italiana più fruibile e rilanciare la sua immagine nel mondo? «Il modo esiste nel senso che c’è. Ma penso che queste siano strutture fittizie, sindacalizzate che poco hanno a che vedere con la reale consistenza degli artisti che vi aderiscono. Mi è capitato di vedere lunghe liste di nomi sulla giovane creatività senza che nemmeno uno, su decine di proposti, avesse a che fare nemmeno lontanamente con il mondo reale dell’arte. Anche quando il “network”
Nuovo Museo Maga di Gallarate
esiste ci si trova di fronte a sodalizi sopportati da denaro pubblico, progetti europei, senza rischio. Il lavoro dell’artista è invece frutto di una scommessa, con se stesso e con l’esterno». È stata recentemente inaugurata la nuova sede del Museo d’Arte di Gallarate. Qual è la sua esperienza all’interno del comitato scientifico e quali le iniziative più interessanti promosse? «Abbiamo appena cominciato a lavorare: la mostra dedicata ad Amedeo Modigliani, dal titolo “Il mistico profano”, aperta e fino al 19 giugno sta avendo un insperato successo sia di pubblico e di critica e ci sta spingendo a programmare il lavoro dei prossimi tre anni ai massimi livelli. Il Maga ha un’ottima esperienza in questo senso anche grazie al Premio nazionale Arti visive Città di Gallarate, fondato da Silvio Zanella nel 1966, che è diventato oggi dei maggiori premi italiani. In questi ultimi quindici anni, per esempio, il Premio Gallarate si è orientato verso l’arte attuale più di quanto non sia stato fatto in passato, mantenendosi però sempre libero da decisioni precostituite. La scelta è stata più dettata da temi o linguaggi, computer art, giovane fotografia italiana, che non dal mero dato anagrafico. Sempre al Maga vengono commissionate opere, si fanno produrre lavori ideati per gli stessi spazi. Non è un museo per promuovere l’arte giovane. È un museo per giovani e per vecchi, come dovrebbero esserlo tutti».
200 > Giovani artisti > Patrizia Sandretto Re Rebaudengo
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Investire nell’arte
è scommettere sul FUTURO
«È importante conoscere gli artisti e lo sviluppo del loro lavoro per comprendere le motivazioni profonde del loro atto creativo». Patrizia Sandretto Re Rebaudengo racconta quali sono le sfide dell’arte di Renata Gualtieri
Gabriele Gaidano
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Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, presidente della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
gni opera rappresenta un momento di dialogo e di confronto che deve rispettare la personalità dell’artista e la sua visione del mondo. Per scoprire giovani talenti e produzioni artistiche interessanti occorre essere sempre aggiornati sulle tendenze di un mercato ormai globale, leggendo e frequentando musei, mostre e gallerie. «L’incontro diretto con l’artista è un momento molto importante, perché permette di comprendere l’esperienza della creazione artistica da chi la vive quotidianamente in prima persona».
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Quali sono gli strumenti usati per far conoscere a un pubblico sempre più ampio le ultime tendenze dell’arte contemporanea? «La Fondazione realizza mostre, pubblica cataloghi e libri, organizza corsi gratuiti di storia dell’arte contemporanea coinvolgendo critici, docenti e artisti. Al suo pubblico dedica la mediazione culturale d’arte, un servizio gratuito nelle sale espositive, che aiuta i visitatori a comprendere le opere e le ricerche artistiche attraverso il dialogo e il confronto. Riserva poi un’attenzione particolare al mondo dell’infanzia, come avviene nelle “Domeniche al museo per famiglie”».
202 > Giovani artisti > Patrizia Sandretto Re Rebaudengo
Quale rapporto si crea con gli artisti e come viene gestito? «L’arte contemporanea offre il privilegio di poter lavorare a stretto contatto con gli artisti, instaurando con loro un rapporto personale che consente di comprendere meglio lo sviluppo del loro lavoro. La Fondazione si pone come un luogo libero, non vincolato da dinamiche commerciali o politiche, in grado di selezionare artisti di tutto il mondo sulla base delle loro qualità e del loro potenziale, finanzia i loro lavori e li aiuta a produrre i loro progetti e offre loro spazi in cui esporli». Il mercato dell’arte contemporanea quanto ha risentito della crisi? Come si potrebbe creare una collaborazione tra pubblico e privato in termini di finanziamenti? «La crisi ha influito anche sul mercato dell’arte contemporanea. Tuttavia è di poche settimane fa
la notizia che il giro d’affari dell’arte in Italia vale circa 1 miliardo di euro e che, negli ultimi quindici anni, l’investimento in arte contemporanea è risultato più redditizio rispetto ad altri investimenti. Inoltre è cresciuto il numero delle persone che ritengono l’arte un bene rifugio, in grado di mantenere il potere d’acquisto dei propri risparmi. Per quanto concerne la collaborazione tra enti pubblici e privati, penso che creare maggiori sinergie permetterebbe di ottimizzare i costi di gestione delle attività culturali e di raggiungere nel modo migliore obiettivi comuni. Se la programmazione culturale fosse collegata alla promozione turistica e lo Stato, allineandosi agli altri Paesi, destinasse almeno l’1% del suo bilancio alle politiche culturali, potremmo assistere a un rilancio del sistema dell’arte italiano a fronte di uno sforzo economico pubblico relativamente contenuto».
21 artisti per il 21 secolo, mostra in corso fino al 31 agosto 2010 e Anno Ambiente- Silenzio 2007
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La Fondazione è un luogo libero di selezionare artisti di tutto il mondo sulla base delle loro qualità e del loro potenziale e li aiuta a produrre i loro progetti La sua fondazione ha dato vita al concorso “Art Hunters”. Quale è lo spirito che anima questa iniziativa e da quale esigenza nasce? «Nel 2010 Torino è Capitale europea dei giovani: a loro la Fondazione dedica iniziative speciali e un biglietto d’ingresso al costo simbolico di 1 euro, il cui incasso sarà devoluto a favore delle vittime del terremoto di Haiti. L’idea del concorso nasce da una domanda precisa: dov’è l’arte nelle nostre città? Chiediamo ai giovani “cacciatori d’arte” di esplorare Torino alla ricerca di suggestioni e stimoli che coincidano con il loro concetto di arte o di creatività urbana, nelle sue forme più evidenti, dai monumenti ai graffiti, o in quelle più impensate, dallo street style eccentrico a
performance di strada improvvisate, e di restituire il loro punto di vista, unico e originale, attraverso la fotografia». Quali sono le donne, le “maestre” a capo di fondazioni o gallerie che l’hanno preceduta a cui fa riferimento? «Ho più maestre che maestri: Peggy Guggenheim su tutte. Stimo la vitalità della sua eccentricità e insieme la curiosità e l’azzardo, motori di un percorso culturale di altissimo livello. Accanto a lei, Abby Rockefeller, Mary Quinn Sullivan e Lillie Bliss, fondatrici nel 1929 del Moma di New York, e Gertrude Vanderbilt Whitney, che nel 1931 aprì il Whitney Museum of American Art: due istituzioni strategiche sulla scena dell’arte contemporanea. Quanto all’oggi guardo a figure come Lisa Phillips, direttore del New Museum di New York, alla quale nel 2009 la Fondazione ha conferito il Premio Stellare, istituito per riconoscere e valorizzare l’impegno delle donne nei diversi campi del sapere. Ho grande stima di Ida Gianelli, che per 18 anni ha diretto con passione e professionalità il Castello di Rivoli».
204 > Interior living > Fabrizia Frezza
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L’ architettura è spazio vivo
Classicismo e contemporaneità. Dalla pratica progettuale di Fabrizia Frezza nasce un’architettura che restituisce le energie dello spazio in funzione della luminosità e dell’apertura di Adriana Zuccaro
ialoghi armoniosi tra elementi classici e contemporanei. Sofisticata convivenza di antiquariato e design. In rapporto osmotico con l’esterno, gli spazi abitativi progettati dall’architetto Fabrizia Frezza divengono «un tramite sensoriale la cui purezza formale è
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Interno di una residenza privata ad Anacapri. Nella pagina a fianco, un interno dell’hotel Palace a Capri. Fabrizia Frezza Architetto, Roma www.fabriziafrezza.it
esaltata da colori neutri e dal loro accostamento a elementi d’arredo importanti, studiati ad hoc per caratterizzare l’ambiente in modo immediato». L’approccio progettuale dell’architetto Frezza porta alla creazione di ambienti che sublimano il rigore proprio della fisicità architettonica, per plasmare le energie insite in ogni spazio in funzione della luminosità e dell’apertura. «Che si tratti di un progetto ex novo o di ristrutturazione, non tralascio nessun dettaglio. L’attenzione alla luce, ai cromatismi e alla spazialità converge armonicamente alla caratterizzazione degli ambienti di lusso senza ostentazione, come naturale conseguenza della pratica progettuale». Passando sinteticamente in rassegna alcuni progetti dell’architetto Frezza, come l’hotel Palazzo Decumani a Napoli o l’hotel Palace a Capri e le residenze di Ercolano, Roma e Recanati, è subito possibile cogliere l’essenza dei progetti, della chiave di lettura dello spazio che si traduce in forza e libero fluire di energie legate al vivere. «Considero i miei progetti come la sintesi di un approccio intuitivo e spontaneo nel contesto di una riflessione sull’architettura che la elegge come “spazio vivo”; risultano dal piacere della conoscenza e dall’esplorazione e sono comandati dalla memoria e dall’immaginazione. Di qui prende forma
Luce, cromatismi e spazialità convergono alla caratterizzazione degli ambienti di lusso senza ostentazione
LO STILE COME CONQUISTA L’8-8-88, l’architetto Fabrizia Frezza lascia libera la propria creatività e comincia a realizzare grandi progetti nel campo delle residenze private, dei negozi e degli alberghi. Questa data diventerà nel 2006 il nome del suo showroom di arredamento, situato a Roma, dove espone i frutti della sua ricerca e della sua progettazione. Il suo stile non può essere inteso come una cifra comunicativa che preesiste all’opera ma come conquista di ogni singolo progetto
l’identità di ogni progetto, una sintesi di creatività, invenzione che non prescinde ma sintetizza e sublima una forte presenza del passato; perché del resto l’immaginazione può essere considerata una forma di memoria». L’obiettivo progettuale perseguito è la ricerca di un giusto equilibrio tra storia e contemporaneità, che occhieggia al colore dorato di una tela di Klimt come al bianco purismo di Le Corbusier. «Al centro del percorso di ricerca c’è sempre un’idea che viene cercata nella semplicità e approfondita eliminando ciò che è inutile o superfluo. L’idea viene individuata, messa a fuoco e gradualmente tradotta in forma e materia. Ogni fase del lavoro, dai primi scarabocchi ai disegni esecutivi, dalle simulazioni alla verifica dell’esecuzione in cantiere, è improntata alla massima attenzione e cura per ogni dettaglio concettuale ed esecutivo del progetto».
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206 > Struttura e interni > Rita Cattaneo
La coerenza
è l’anima del progetto
Come un edificio deve integrarsi con l’ambiente che lo circonda, anche l’interno deve coniugarsi con la struttura che lo contiene, senza sovvertirne le proporzioni spaziali. La visione dell’architetto Rita Cattaneo di Eugenia Campo di Costa
antenere nel progetto una coerenza strutturale e tipologica. Perché «l’alloggio non è un luogo da trasformare astraendosi completamente dal guscio che lo contiene». È questo, in sintesi, il pensiero dell’architetto Rita Cattaneo. Una poetica che l’architetto ha maturato lavorando al fianco della Gregotti Associati, che le ha saputo trasmettere un rigore e una consapevolezza del rapporto che l’edificio deve avere con la città, l’isolato e il suo intorno. E, allo stesso modo, diventa prioritario il
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L’architetto Rita Cattaneo, in alto e, sopra, l’immagine di un suo progetto di architettura d’interni archicat@fastwebnet.it
rapporto tra la struttura dell’edificio e la soluzione interna. «Mi risulta impensabile – spiega l’architetto - sovvertire le proporzioni spaziali di un appartamento in un edificio degli anni ’30 concepito con grandi finestre per ampi locali, riordinandolo per piccoli locali, oppure riempire di stucchi e cornici un appartamento di un edificio degli anni ’60, caratterizzato dall’essenzialità». Questo approccio progettuale è sintetizzato nel lavoro che sta svolgendo nel centro di Crema, la realizzazione di un complesso residenziale su un’area industriale dismessa. «Il complesso è composto da tre edifici, uno che si allinea al fronte stradale, uno interno e un edificio a ponte che lega i due. Il corpo lungo la strada conclude una cortina costruita all’inizio del secolo scorso, per questo ho cercato di rispettarne la proporzione tra pieni e vuoti, la cadenza ritmica delle finestre e i traguardi orizzontali degli interpiani e della gronda». Gli edifici interni al giardino, svincolati da preesistenze sono stati progettati dall’architetto con più libertà. «L’intonaco del primo edificio – conclude l’architetto Cattaneo - dà continuità alla cortina stradale esistente e cerca di fondere il nuovo edifico con gli altri, pur mantenendo le sue caratteristiche di contemporaneità. Gli altri edifici, immersi nel verde, sono stati invece rivestiti in pietra per sottolineare la loro diversità e per presentarli come monoliti autonomi e forti presenze, testimoni del loro tempo».
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208 > Edilizia > Manuela Mariani
Donne in cantiere
Costruzioni, ristrutturazioni e consolidamento. Le attività dell’impresa Mariani non conoscono battuta d’arresto dal 1887. La solidità raggiunta è frutto di una buona gestione oggi in mano, per la prima volta nella storia dell’azienda, a una donna, l’architetto Manuela Mariani di Adriana Zuccaro
dispetto della critica congiuntura economica che ha scosso ogni ambito della produttività mondiale, il settore dell’edilizia, piuttosto che arrendersi, rende proprio ogni barlume di rilancio e fermento innovativo. Le premesse però, devono guardare innanzitutto all’adozione di sistemi di gestione per la qualità aziendale perché «un’azienda “sana” può superare qualsiasi crisi». La prova è una realtà avviata a Roma nel 1887, che oggi è alla quinta generazione. L’impresa di costruzioni Mariani rappresentata dall’architetto Manuela Mariani, prima e unica donna della famiglia posta al timone dell’impresa.
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L’impresa Mariani è una realtà consolidata e tramandata per generazioni. Di uomini, però. Cosa significa per la “prima donna” confrontarsi ed ereditare le responsabilità direttive? «Soprattutto all’inizio del mio impegno lavorativo, la mia duplice veste di architetto e imprenditore ha reso non facile l’approccio a un mondo prettamente maschile. Le maestranze, in particolare, hanno dimostrato di avere preconcetti sulle “donne di cantiere” che, nel tempo, mi è toccato sfatare. Ma da che io ricordi, ho sempre sognato di continuare l’attività dell’impresa di famiglia. Di fatto, durante l’ultimo periodo di studi di architettura, ho
Il mercato ha avuto un forte rallentamento ma da qualche mese si registra un’inversione di tendenza grazie anche alle nuove leggi che hanno dato al settore a una spinta concreta
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iniziato a lavorare seguendo un programma di inserimento in azienda studiato e progressivo, ricoprendo diversi ruoli e seguendo le tante attività di cantiere. Grazie all’aiuto e agli insegnamenti di mio padre Paolo e mio zio Stefano, e una buona dose di tenacia sono riuscita a superare le difficoltà e a gestire proficuamente la società di cui ho visione completa in ogni suo aspetto».
ARCHITETTO E IMPRENDITRICE
Quale valore aggiunto può apportare la direzione di una donna al timone di un’impresa come la Mariani? «Il settore dell’edilizia è una realtà molto specifica e tecnica. Il mio essere donna ha sicuramente portato una nuova sensibilità nelle relazioni con i clienti e un nuovo senso estetico che riesco ad appagare pienamente durante le fasi progettuali.
Manuela Mariani è la prima donna al timone dell’azienda di famiglia, l’impresa di costruzioni Mariani attiva a Roma dal 1887, specializzata in consolidamenti, ristrutturazioni e recuperi conservativi. «Riportare “in vita” un edificio ha un valore che va oltre l’approccio professionale per divenire emotivo e personale». Per consolidamento strutturale si intende infatti l’attuazione di una serie di interventi che hanno l’obiettivo di ripristinare la statica della costruzione senza stravolgerne la struttura originaria; ad essa si affiancano e si applicano nuove tecnologie nel rispetto dell’antico. In questo caso è fondamentale la fase di studio e monitoraggio dell’immobile con strumentazioni idonee che, contestualmente alle indagini geologiche della zona interessata, possono raccontare molto del tipo di lesioni da “guarire”, fino ad arrivare a un’attenta programmazione degli interventi da realizzare. «Sia come architetto che come imprenditrice recuperare con le nuove tecnologie il patrimonio architettonico esistente è uno dei lavori più interessanti e avvincenti che ho l’opportunità di eseguire».
210 > Edilizia > Manuela Mariani
In ambiti aziendali di livello dirigenziale, intuito, determinazione, capacità relazionali e attenzione al dettaglio sono tutte peculiarità femminili che portano valore aggiunto Intuito, determinazione, capacità relazionali e attenzione al dettaglio sono tutte peculiarità femminili che portano valore aggiunto. La mia visione della gestione societaria spesso discordante con quella degli uomini dell’impresa, testimonia nuovi input: idee diverse portano sempre ad allargare i propri orizzonti per cercare di ottenere il “bene” dell’impresa». Quali “terapie d’urto” ha messo in atto la Mariani contro la crisi? «L’edilizia è il settore trainante dell’economia del nostro Paese e come tale vive le crisi forse più di altri. Lo scorso anno il mercato ha avuto un forte rallentamento ma da qualche mese a questa parte si registra un’inversione di tendenza grazie anche all’emanazione di nuove leggi che provano a dare al settore a una spinta concreta. Anche noi abbiamo risentito del momento di crisi, ma grazie anche all’adozione del sistema di gestione qualità aziendale siamo riusciti a focalizzare i punti necessari per migliorare il prodotto e incrementare la soddisfazione del cliente. Non è la prima crisi cui andiamo incontro; la storia e la solidità economica dell’impresa insieme a tutte le certificazioni in nostro possesso, inducono ad affermare che un’azienda “sana” può superare qualsiasi crisi». In quale modo l’edilizia sostiene e sviluppa la tendenza al risparmio energetico? «Per ridurre i consumi di energia e avere scarso impatto sull’ambiente, le amministrazioni hanno proposto una serie di incentivi utili al cittadino per adeguarsi nella ricerca all’ecosostenibilità. Così il “conto energia” che offre una rendita a chi installa
Le immagini in queste pagine illustrano alcuni edifici costruiti, ristrutturati e consolidati dall’impresa di costruzioni Mariani www.impresamariani.com
pannelli fotovoltaici per produrre energia rinnovabile; così le agevolazioni fiscali previste nella legge finanziaria in vigore, per la realizzazione di tutti gli interventi mirati al risparmio energetico. L’edilizia delle nuove costruzioni cerca di dare anche qualcosa in più perché un giusto orientamento, una forma compatta, un involucro termicamente isolato, impermeabile e senza ponti termici porta a una notevole riduzione dei consumi».
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212 > Edilizia > Caterina Mongiardini
La normativa migliora il lavoro
Nei cantieri edili, rispettare le norme di sicurezza non implica né l’aumento dei costi né il rallentamento del lavoro. «Ma al contrario l’ottimizzazione della produzione e della qualità». È l’opinione dell’ingegnere Caterina Mongiardini di Adriana Zuccaro a professione dell’ingegnere rappresenta un’attività “privilegiata” perché consente di vedere concretamente la produzione dell’ingegno di chi la svolge. «Ma è anche una professione che implica il coinvolgimento di tanti soggetti che svolgono un lavoro duro e pericoloso con l’impegno di grossi capitali; di fatto comporta una grande responsabilità nei confronti della società». Così interviene Caterina Mongiardini, ingegnere attivo nell’analisi preliminare di progetti di grandi opere e nel ruolo di coordinatore alla sicurezza del lavoro nei cantieri edili. «In Italia i problemi che si riscontrano in materia di sicurezza non sono dovuti a carenze normative, quanto piuttosto a una mancanza di cultura di base che riguarda i datori di lavoro e le stesse maestranze sull’effettiva importanza dell’applicazione corretta e severa di quanto prescritto nelle norme e nei protocolli». La repressione può senz’altro aiutare ma non risolve il problema. «Si deve comprendere che non è vero che la sicurezza aumenta i costi e rallenta il lavoro, ma consente invece di lavorare meglio con
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L’ingegnere Caterina Mongiardini è attiva in Roma nel ruolo di coordinatore alla sicurezza del lavoro nei cantieri edili, direttore dei lavori e per l’analisi preliminare dei progetti catmong@tin.it
un’ottimizzazione della produzione che incrementa la qualità e aumenta la produttività». Una specifica attività impegna ormai da anni l’ingegnere Mongiardini. Collabora infatti, quale consulente, con il Vicariato per il grande progetto “50 chiese per Roma”. «Come luogo della trascendenza, la chiesa deve avere una forma e degli elementi architettonicoartistici che consentano il coinvolgimento emozionale di chi vi si trova all’interno. Gli altri corpi di fabbrica del complesso parrocchiale – aule, salone casa canonica, attrezzature sportive – devono invece rispondere a requisiti di funzionalità per le attività ricreative, educative e sociali».
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214 > Il settore turistico > Arianna Cavalloni
Il turismo
è volano di sviluppo
Proporre un bouquet variegato, capace di coinvolgere i turisti in un’esperienza unica fatta di arte, natura, mare e gastronomia. Dalla Liguria Arianna Cavalloni spiega su cosa puntare per incentivare lo sviluppo di una delle voci più importanti dell’economia nazionale di Simona Langone l settore turistico rappresenta il fiore all’occhiello dell’economia italiana. Da Nord a Sud, il fascino dei nostri luoghi, che riverberano di storia, cultura e arte, è in grado di catturare l’attenzione del turista di qualsiasi nazionalità. Per mantenere vivo l’alto gradimento del “Bel Paese” bisogna affidarsi ad un «approccio integrato, capace di coinvolgere vari settori». Ad affermarlo Arianna Cavalloni, imprenditrice alberghiera.
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Su cosa devono far leva gli imprenditori per ricominciare a stimolare il mercato? «Oggi il settore turistico é uno dei settori strategici dell'economia. Negli ultimi anni é quello che ha avuto maggiore incremento e nei momenti di recessione ha sofferto meno degli altri. Basta considerare i dati che segnano il -3% contro il- 15 %, 30% relativo ad altri settori. L’atteggiamento tipico dei professionisti del nostro settore mira a non fare previsioni a lungo termine, ma seguire l’andamento del mercato».
Nella foto Arianna Cavalloni, direttore dell’Hotel Mirò di Rapallo (GE) www.hotelmiro.net info@hotelmiro.net
Oggi il turismo é uno dei settori strategici dell’economia. Negli ultimi anni ha avuto un grande incremento e con la recessione, ha sofferto meno degli altri Quali impegni occorrono affinché il mercato possa contare su una più decisa destagionalizzazione? «Bisogna elevare la soglia di competitività rispetto ad altri paesi e distinguere la nostra offerta. L' Italia è una miniera di risorse storiche, artistiche, culturali, gastronomiche, che meritano di ricevere la giusta valorizzazione, a partire proprio dall’offerta turistica, che deve far leva sull’interesse e la conoscenza unita al piacere, ponendo l’attenzione sulle tradizioni e i modi di vivere locali». Qual è l’impegno richiesto a un professionista nel suo settore? «Questo è un lavoro che richiede sacrificio e rinuncia della propria sfera personale, a favore del turista. Più che una professione, considero il mio lavoro una vocazione, che richiede continua dedizione. In questo settore è fondamentale una maggiore collaborazione degli esperti, ma a volte la paura di trovare nel collega il concorrente, ne vanifica le reali potenzialità».
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216 > Lucania da scoprire > Carmen Lasorella
UNA TERRA dura e gentile
Della sua regione conserva soprattutto le radici. Legami indissolubili che non si spezzano nel delicato passaggio all’età adulta. La giornalista e scrittrice Carmen Lasorella delinea i contorni della sua Basilicata. Cesellando colori, impressioni, emozioni. Scattando fotografie della propria appartenenza di Francesca Druidi
Uno scorcio del paesaggio lucano. Sopra, la giornalista Carmen Lasorella, direttore di San Marino RTV. Nell’ultima pagina, la città di Matera.
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ontagne e calanchi. Pietra e creta, dunque. E poi i boschi e le ginestre che si fondono con loro, sotto il cielo terso». Sono queste immagini che per Carmen Lasorella, giornalista e scrittrice, attuale direttore di San Marino RTV, incarnano il senso e l’identità della sua terra, la Basilicata. «Dura, gentile, ricca di colori. Sono i luoghi dei primi ricordi e di tanti ritorni, sono la nostalgia». E ogni viaggio verso “casa” significa una riscoperta di quei luoghi, sebbene con occhi diversi, «forse più tristi: sia io che loro, intanto, abbiamo perduto qualcosa».
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Quali sono le sensazioni che prova nel fare ritorno nella sua regione? «Per anni, arrivando dall’autostrada del Sole, alla svolta per Sicignano, sentivo quasi uno strattone e ripetevo un gioco. Subito dopo il tunnel che si spalanca sull’Appennino lucano, alzavo lo sguardo: i miei occhi cercavano un falco. Probabilmente da quelle parti ci sono diversi nidi o forse è una buona zona di caccia. Di lì a poco, puntualmente, lo scorgevo. Il falco volava alto, elegante. Per me
L'EMBLEMA DEL POLLINO Il Pinus Leucodermis, letteralmente pino dalla pelle bianca per via del colore grigio-bianco della corteccia e dei rami giovani, è una specie arborea che vegeta nell’Appennino calabro-lucano su suoli e rocce calcaree di ere geologiche diverse. In Italia è stato classificato solo nel 1905, quando il Pino Loricato venne scoperto sul massiccio calcareo del Pollino, di cui oggi è l’elemento più caratteristico del Parco nazionale. Può essere definito, secondo un’espressione darwiniana, “fossile vivente”, risalente al Cenozoico. Il Pino Loricato è un albero tra i più rari in Italia, nonché il più antico in assoluto. Anche a causa delle notevoli altitudini, il pino loricato presenta forme contorte e tormentate, processi riproduttivi estremamente faticosi e lenti
era un saluto ufficiale, il bentornata a casa. Una volta, un bell’esemplare si è perfino posato sul selciato, un centinaio di metri davanti alla mia macchina, in solitudine, come spesso accade sulla superstrada, salvo poi involarsi di nuovo, ma insieme per un tratto. Ultimamente, non è più accaduto. Ultimamente, ho anche cambiato strada. Scendendo da San Marino, dove lavoro, lungo l’Adriatica, arriva la pianura. Ci sono le grandi pale eoliche, giusto sul confine con la Puglia, il vento e la terra sembra molle, bagnata. Gli orizzonti sono pastello e più ampi. Solo più avanti, verso il Vulture, le tinte tornano forti. Non lo sento, ma immagino il profumo dei vigneti.
218 > Lucania da scoprire > Carmen Lasorella
QUEI SAPORI AUTENTICI E GENUINI La cucina lucana è ricca di tradizione ed è caratterizzata dalla semplicità dei suoi ingredienti. Carmen Lasorella ricorda ancora in maniera particolare il cartoccio di bocconcini di capretto alla brace che mangiava a Grassano quando era una bambina. Ed è la stessa giornalista a descrivere alcune delle sue ricette preferite afferenti al patrimonio enogastronomico regionale: «A Natale, da noi si mangia il baccalà con l’indivia, l’uvetta sultanina e i pinoli. Lo preparo comunque a Natale, ovunque mi trovi. Ottime sono anche le torte rustiche di Pasqua: formaggio primo sale, ricotta, salame, prezzemolo e una bella pasta sfoglia, spennellata con il tuorlo dell’uovo e poi pizzicata con una forchetta. Anche la famosa pastiera napoletana ha una versione lucana, che è meno dolce e profumata, ma credo che la differenza la faccia la ricotta, più fine e leggera». Il pane, la pasta, l’olio, la famosa salsiccia lucana, i formaggi, costituiscono un motivo ricorrente sulle tavole di tutta la regione. «Penso al profumo del pane cotto a legna, con la crosta grossa e la mollica scura; alla pasta fresca, che una volta veniva stesa su tavole di legno davanti alle porte, affinché il sole l’asciugasse. Penso alle verdure saporite, ai legumi. Nella dispensa di una cara persona, che chiamavo zia Francesca, si poteva assaporare i profumi delle soppressate, dei provoloni, dell’origano, della salvia e insieme quello dei biscotti: grosse ciambelle ricoperte di glassa o pani di burro, uova e farina, profumati alla vaniglia».
Penso alle porte colorate di Barile, ai giardini di Melfi. Se mi concentro, rivedo lo sguardo strabico dei Laghi di Monticchio. Me li ricordo proprio così dall’alto del Vulture». Lei è nata a Matera, ma ha vissuto anche a Potenza. Cosa le rende differenti? «Sono diverse. Potenza, dai suoi ottocento e passa metri di altitudine, dà l’impressione di guardarti dall’alto in basso. Matera ti accoglie con una periferia disordinata, ma è subito magnifica e non sei ancora arrivata ai Sassi. Ho vissuto a Potenza l’infanzia e l’adolescenza. È lì la casa dei miei genitori, conosco tutti i vicoli del centro, la Villa Comunale, le chiese, ma è come se Potenza con il terremoto dell’80, che pure è stata in grado di superare, abbia perso una parte della sua identità. La percepisco come una città “scentrata”, con la cintura di cemento che la stringe nei nuovi quartieri, più pesante anche per l’assenza di spazi verdi e passeggiate. Come capoluogo di provincia
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era e resta la città degli uffici, tuttavia paga il prezzo della marginalità progressiva del Sud, impoverito nella sua cultura, con minori prospettive. Credo che per Matera forse sarà più facile. È avvantaggiata dalla posizione, più baricentrica. E con i Sassi gode di una risorsa unica, che dimostra anche di saper valorizzare». Se dovesse ritagliare solo un’immagine capace di sintetizzare l’essenza della Basilicata, cosa sceglierebbe? «Direi: vai sul Pollino. Non solo è bellissimo dal punto di vista naturalistico, ma preserva il genio dei luoghi. L’atmosfera è particolare, il tempo sembra fermarsi, l’aria è purissima e si intravede il mare. C’è poi qualcosa di unico, il pino loricato: una pianta plurisecolare, altissima, con una corteccia fossile, levigata come la pelle di un bambino, di un grigio chiaro, che sembra argento. Sono rimasti in pochi, questi giganti, ma è un’immagine che non si dimentica».
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220 > La musica dentro > Silvia Colasanti
CONFLITTO
dell’anima in musica Una giovane compositrice di successo. Si è formata al Conservatorio Santa Cecilia di Roma e da lì non si è più fermata, ricevendo premi nazionali e internazionali. Le sue composizioni sono eseguite in Italia e all’estero. Silvia Colasanti si racconta
on sempre la parola riesce a esprimere le emozioni, le sfumature, la complessità racchiusa in un sentimento. La musica può arrivare dove si era fermato il processo di verbalizzazione e coi suoni catturare e rappresentare gli di Simona Cantelmi stati d’animo quasi a livello primordiale. «La scrittura è come se fosse per me una strana magia che consente di far vivere le emozioni che sembrano La compositrice romana Silvia Colasanti, opposte, lontane. Dare voce alle contraddizioni che classe 1975, È stata premiata in numerosi concorsi nazionali e internazionali, tra i viviamo, trovando proprio delle sintesi inattese quali “Zeitklang International composition competition Musikfabrik attraverso il racconto dei suoni. Quello che mi NÖ” e “Lopes Graça” interessa è proprio restituire sulla carta la possibilità di un dialogo tra I tanti volti che abbiamo dentro». Silvia Colasanti, apprezzata compositrice di livello Riconoscimenti internazionale, si racconta. Silvia Colasanti
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Quali sono i suoi ricordi più forti degli anni di formazione e cosa consiglierebbe alle giovani che vogliono intraprendere il percorso da musicista o compositrice? «In Conservatorio ho avuto subito modo di confrontarmi con persone che avrebbero fatto la mia professione. Il confronto con gli altri è stato per me la cosa più formativa, sia negli anni di conservatorio sia, soprattutto, negli anni dell’Accademia di Santa Cecilia, cioè del perfezionamento. Proprio perché avendo vicino dei colleghi con estetica musicale distante dalla mia, da questo
ha ricevuto dal presidente della Repubblica il Premio Goffredo Petrassi quale miglior diplomata in composizione
Credit Francesco Toiati
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confronto con loro sono sempre nate testi molto stimolanti. . Sono sempre stata estremamente curiosa verso maestri diversi fra loro e ognuno mi ha lasciato qualcosa. Cosa consiglierei alle giovani? Io credo fortemente nell’importanza della conoscenza del passato, delle nostre tradizioni, che poi, tenendole sempre ben presenti, vanno rielaborate».
Le sue composizioni sono eseguite sia in Italia sia all’estero, per cui è spesso in viaggio. Qual è l’approccio del mondo della musica nei confronti di una compositrice giovane e di successo? «In passato le figure femminili sono sempre state subalterne rispetto a quelle maschili nel campo della musica, sia da un punto di vista istitutivo sia soprattutto compositivo. Non che non ce ne fossero, ma erano molte meno e legate ad altri ambiti, come la famiglia e non veniva riconosciuta alle donne la possibilità di legittimarsi attraverso la necessità interiore di esprimersi attraverso il linguaggio musicale. Oggi sento che questo ostacolo è
Silvia Colasanti al lavoro
superato. Sicuramente siamo ancora numericamente inferiori agli uomini, però non è una questione di quote rosa. La cosa importante è che a uomini e donne si dia la stessa possibilità di potersi esprimersi con questo linguaggio. Quanto all’essere giovane, posso dire di aver già potuto vivere diverse esperienze rilevanti; certe cose è importante farle da giovani, perché sono le esperienze che fai che ti formano e spingono a migliorarti e a crescere».
Come avviene il dialogo con i direttori d’orchestra, i musicisti, con chi deve interpretare le sue creazioni? «La musica è fatta di quattro passaggi: pensiero, scrittura, esecuzione/interpretazione e ascolto. Il momento dell’interpretazione è importantissimo perché spesso può proprio arricchire il compositore, in quanto permette di guardare il proprio lavoro da un punto di vista che probabilmente non aveva considerato. È molto interessante il lavoro che si può fare con chi legge la tua musica, perché ti
La musica riesce a esprimere pulsioni profonde difficilmente verbalizzabili
Internazionale Le sue composizioni sono eseguite in Italia e all’estero, tra questi il Théâtre des Champs-Élysées di Parigi, l’Orchestre National de Belgique di Bruxelles e la Biennale Musica di Venezia
L’orchestra e il direttore omaggiano Silvia Colasanti nel 2009 dopo l’esecuzione della sua composizione “Sentieri di sangue”
permette di vedere se sei riuscito a rendere effettivamente quello che volevi. A volte l’opera è più avanti di te, più sapiente di te».
Lei ha composto anche musica per bambini. Quali sono le differenze fra la scrittura di musica sinfonica o da camera e quella di un’opera per bambini? L’approccio è diverso? «Ho realizzato Il sole, di chi è? con il testo accattivante, dello scrittore Roberto Piumini, stando attenta a creare moduli compositivi che fossero facilmente codificabili dai bambini. Io credo molto nella funzione importante dell’educazione musicale e spero che in Italia si dia maggior spazio all’educazione musicale dei piccoli, per offrire loro gli strumenti atti a provare un’emozione bellissima. Nei bambini, se opportunamente guidati, puoi trovare un pubblico più disponibile, con meno pregiudizi». Lei compone anche dalla letteratura. L’anno scorso, ad esempio, presso l’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma c’è stata la prima esecuzione assoluta di Orfeo. Come si compone partendo dalla letteratura? «A me piace lavorare con la parola. Credo che la cosa bella della musica sia che riesce a esprimere quelle pulsioni che sono talmente profonde, così oltre il razionale che sono difficilmente verbalizzabili ma più esprimibili attraverso la musica. Quello di Orfeo era un lavoro sul testo di Ovidio. A me piace partire dal mito perché proprio grazie alla sua atemporalità è possibile rinverdirlo, rivisitarlo e guardarlo con la lente della modernità. La musica in questo caso ha una funzione drammaturgica intensa, quella di esprimere uno stato primordiale del pensiero, quando questo è ancora quasi un sentire».