Mete G R A N D
T O U R
14
EDITORIALE Michela Vittoria Brambilla Carlo Petrini
18
LE PERLE DELL’ARCIPELAGO Mario Tozzi
26
ESCURSIONI ISOLANE Isola del Giglio
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PORTO AZZURRO L’approdo naturale
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CAPRAIA Rocce incontaminate
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LE COLLINE DI FIESOLE Cesara Buonamici
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NEI DINTORNI DI FIRENZE
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AREZZO CITTÀ D’ARTE Da Vasari a Cimabue Il patrimonio artistico
126
NEI DINTORNI DI AREZZO
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SIENA OLTRE IL BRUNELLO Donatella Cinelli Colombini
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CHIANTI Il rosso rubino
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CUCINA D’AUTORE Gaetano Trovato
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GIOIELLI DELL’ELBA
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ARTE E NATURA
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TRA SAN GIMIGNANO E VOLTERRA
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DOLCI SENESI Pasticceria Nannini
50
VALORIZZARE IL TURISMO Caterina Cittadino Paolo Rubini Bernabò Bocca
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IL PECORINO DI PIENZA
166
NEI DINTORNI DI SIENA
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MAREMMA Mare, pinete e pascoli Cuore verde della Toscana
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PAESAGGI MAREMMANI Igor Righetti
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SAPORI AUTENTICI
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MANCIANO
66
TURISMO CULTURALE Francesco Maria Giro Antonio Maccanico
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I TESORI DI FIRENZE L’eredità del Manierismo Bona Frescobaldi
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FIRENZE INSOLITA Simonetta Brandolini d’Adda
10 • Mete Grand Tour
Giugno 2011
S O M M A R I O 208
GUARDANDO IL TIRRENO
304
212
DOLOMITI FRIULANE Escursioni tra cime incontaminate
TRADIZIONI ENOGASTRONOMICHE
310
TRADIZIONI FRIULANE
218
I COLORI DI LIVORNO Dario Ballantini
322
226
GOLFO DI TRIESTE La riserva di Miramare Emozioni subacquee
MEMORIE LIVORNESI Aldo Santini
330
NEL CUORE DI TRIESTE
230
APPUNTAMENTI Lucca Comic & Games
336
TRADIZIONI FUORI CONFINE
236
340
TORRE DEL LAGO Itinerari pucciniani
IN VIAGGIO CON LEOPARDI Renato Minore Attilio Brilli
240
SAPORI LUCCHESI La Buca di Sant’Antonio
354
GAMBE IN SPALLA Enrico Brizzi
246
I SEGRETI DI LUCCA
360
264
SULLE TRACCE DI BONAPARTE Dal Piemonte alla Liguria
ARCHITETTURE PUGLIESI Dal Salento alla Capitanata
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OSPITALITÀ
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IL FASCINO DEL SALENTO Raffaele Fitto
368
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TARANTO La città dei due mari Perdersi nel Borgo antico
PROVINCIA D’ITALIA Mondovì, arte e cultura Dolci monregalesi Santo Stefano al Mare
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NEL CUORE DELLE DOLOMITI
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VIAGGIO NEL CINEMA Marco Müller Giuseppe Cederna
Mete Grand Tour • 13
Editoriale Michela Vittoria Brambilla Ministro del Turismo
LA SPINTA NECESSARIA AL TURISMO ITALIANO ono soddisfatta dell’entrata in vigore del Codice di riforma del Turismo, che rappresenta una svolta determinante per la competitività del settore. Il testo non solo risponde a un’esigenza di semplificazione e riordino della legislazione molto sentita dagli operatori e di grande portata per i turisti, ma rappresenta la prima vera e completa opera di riforma che viene fatta in questo Paese per un settore, tra l’altro, privo fino a oggi di un sistema di regole chiaro e completo. L’obiettivo è tutelare il turista, aiutare le imprese, stimolare la riqualificazione dell’offerta nell’ottica di una maggiore competitività del sistema Italia nel suo complesso. Il nostro testo adegua l’offerta italiana a quelle che sono le tendenze e le aspettative del turista del terzo millennio. La nascita di nuovi prodotti turistici nazionali d’eccellenza, che vadano ad affiancare quelli tradizionali del mare, della montagna, dell’arte e della cultura, trova nel nostro progetto di valorizzazione del territorio una perfetta sintonia. Si tratta quindi di sviluppare al meglio le grandi potenzialità che le singole regioni offrono. Con il riordino del quadro normativo di riferimento la nostra iniziativa legislativa conferisce certezza e sicurezza a tutti i soggetti coinvolti, siano essi operatori o turisti, e costituisce, senza ombra di dubbio, una straordinaria occasione per la crescita e lo sviluppo di un settore strategico per
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14 • Mete Grand Tour
l’economia del Paese, anche grazie all’introduzione di istituti di semplificazione, incentivazione e valorizzazione. In particolar modo, per quanto riguarda il turismo balneare, con le norme relative alle coste demaniali e ai distretti turistici, il governo incentiva in modo sostanziale lo sviluppo del settore tramite il rilancio del turismo del mare, che rappresenta il primo prodotto turistico italiano, un unicum in Europa, ma che purtroppo vive anni di sofferenza e di graduale perdita di competitività per note ragioni. Interveniamo per risolvere definitivamente l’annosa questione delle concessioni balneari, prevedendo la possibilità di trasformare la concessione in diritto di superficie per la durata di 20 anni, garantendo quindi ai nostri bravi imprenditori del settore la continuità e la certezza dei loro investimenti e della loro attività, nonché la salvaguardia delle loro specificità. Inoltre, viene prevista l’istituzione dei distretti turistico-alberghieri con gli obiettivi di riqualificare e rilanciare l’offerta a livello nazionale e internazionale, di accrescere lo sviluppo delle aree e dei settori del distretto, di migliorare l’efficienza nell’organizzazione e nella produzione dei servizi, di assicurare garanzie e certezze giuridiche alle imprese che vi operano con particolare riferimento alle opportunità di investimento, di accesso al credito, di semplificazione e celerità nei rapporti con le pubbliche amministrazioni.
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Editoriale
L’ESPRESSIONE AUTENTICA DEL TERRITORIO e cucine italiane regionali e i patrimoni gastronomici di ogni territorio sono la prova tangibile della ricchezza e della diversità culturale e geografica del nostro Paese. La cucina, come i dialetti, i canti, le feste di tradizione, marca culturalmente un territorio, la sua storia e il paesaggio stesso. E l’Italia, con questo vario e ricco patchwork, ne è segnata indelebilmente nella sua peculiarità tanto che, a differenza della Francia, dove si può parlare dell’esistenza di una vera e propria cucina nazionale, nel nostro Paese è molto difficile riuscire a identificare un unico modello di cucina per tutto il territorio nazionale. Di identità si parla sempre più spesso e, talvolta, a sproposito. Molto spesso tale concetto viene strumentalizzato. È certo che per gli italiani il cibo ha un valore identitario e di appartenenza molto forte. Quindi sì, il legame con i prodotti gastronomici è sempre più stretto e talvolta definisce l’essere stesso di una regione, di un luogo, di una comunità. Tale aspetto non è casuale perché il cibo lega ambiente, natura, climi, biodiversità e relazioni sociali in un unicum in continua evoluzione che contribuisce a definire in maniera importante quello che siamo. La gastronomia è una scienza complessa contenente i concetti di cibo e cultura sia materiale che immateriale. Se pensiamo alle connessioni della scienza culinaria con i tantissimi campi dei saperi umanistici -
Carlo Petrini Fondatore di Slow Food
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dalla botanica alla chimica, dall’agronomia all’antropologia, dall’economia politica al commercio, dal savoir faire dell’uomo fino alla cucina tout court possiamo capire immediatamente che il cibo stesso è cultura o, ancora meglio, natura che si trasforma in sapere attraverso l’intervento dell’uomo. Il progetto dell’Università degli studi di Scienze gastronomiche nasce proprio dall’intento di ridefinire il concetto di gastronomia e riscattarne la dignità scientifica. L’obiettivo è quello di creare una nuova figura professionale, il gastronomo, capace di operare nella produzione, distribuzione, promozione e comunicazione dell’agroalimentare di qualità. L’ateneo licenzia i futuri esperti di comunicazione, divulgatori e redattori multimediali in campo enogastronomico, oltre ad addetti al marketing di prodotti d’eccellenza, manager di consorzi di tutela e di aziende del settore agroalimentare o di enti turistici. Al tempo stesso l’Università nasce con la vocazione di essere un centro di ricerca, studio e catalogazione dei saperi, delle tecniche e di tutte le forme di espressione delle comunità del cibo.
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Mete Grand Tour • 17
LE ISOLE DELLA TOSCANA. TRA MITO E NATURA La collana indossata dalla dea della bellezza si ruppe e le perle caddero in mare. A contatto con le acque del Tirreno si trasformarono in sette isole: Gorgona, Capraia, Elba, Pianosa, Montecristo, Giglio, Giannutri
Foto Archivio Parco Nazionale Arcipelago Toscano - A. Marchese
ISOLA DOPO ISOLA
Le perle dell’arcipelago
di PAOLA MARUZZI
Mario Tozzi, presidente del Parco nazionale dell’Arcipelago toscano, lancia un invito agli appassionati del passo slow: «Mettete nello zaino un buon binocolo e qualche attrezzo da geologo: le isole sono tutte da scoprire camminando» Mario Tozzi
ituate al centro dell’area marina protetta più grande d’Europa, le isole d’Elba, Giglio, Capraia, Pianosa, Giannutri, Gorgona e Monetecristo hanno al loro interno una rete sentieristica di prim’ordine. Qui il mare lo si ammira dall’alto, inerpicandosi sulle colline rocciose, magari cogliendo al balzo l’occasione del Festival del Camminare che, in calendario fino al prossimo 13 novembre, alla sua prima edizione sta già delineando un nuovo modo di fruire l’entroterra delle isole. Zaino in spalla, da dove partire? Mario Tozzi, geologo, divulgatore scientifico e presidente del Parco nazionale dell’Arcipelago toscano, preferisce lasciare al turista la scelta del punto di partenza perchè, dice, «è difficile fare una classifica, ognuna ha le sue particolarità», ma alla fine si lascia scappare la sua preferita, «Montecristo, l’archetipo dell’isola. Piccolissima e quasi inaccessibile, possono visitarla solo un migliaio di persone all’anno: per ottenere il permesso bisogna rivolgersi al
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Parco e i tempi di attesa non sono poi così lunghi. È un’esperienza che consiglio. Poi c’è Gorgona, la più boscosa, qui sembra che il tempo si sia fermato». Montecristo, Gorgona, Capraia: alcune isole sono state off limits per via delle carceri. In che modo questo ha influito sulla conservazione delle peculiarità naturali? «La presenza delle carceri è stato un
Sotto, Mario Tozzi, presidente del Parco nazionale dell’Arcipelago toscano
Mete Grand Tour • 21
Mario Tozzi
Foto Archivio Parco Nazionale Arcipelago Toscano
Le perle dell’arcipelago
deterrente importante e ha impedito di cementificare. Se involontariamente si è introdotto un primo livello di tutela, con la nascita del Parco è maturata una vera e propria consapevolezza. Ma molto c’è ancora da fare: si spera di includere nel Parco tutto il mare dell’Arcipelago. Oggi, infatti, le aree marine dell’Elba e del Giglio non sono protette. Inoltre, seppure il Parco sia inserito all’interno del santuario internazionale dei mammiferi marini, il tirreno centrosettentrionale è uno dei luoghi più tormentati dalle attività industriali dell’intero bacino del Mediterraneo: un paradosso che andrebbe sanato». Nel libro Nel nome del parco racconta il fascino fuori stagione dell’Arcipelago: cos’è che nei periodi più affollati risulta difficile da cogliere?
Tra l’azzurro dell’acqua e il verde delle colline L’Hotel & Resort Lacona si trova al centro del golfo di Lacona, fra l’azzurro del mare e il verde delle colline. A due passi dalle lunghe spiagge di sabbia finissima del golfo, l’hotel è ideale per rilassarsi, vivere il mare e la natura in mezzo all’incantevole cornice del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano. Le 120 stanze dell’Hotel & Resort Lacona sono spaziose, arredate in maniera semplice e funzionale, dotate di ogni comfort. Un piano dell’hotel è dedicato alle camere family, colorate e comunicanti tra di loro, pensate per chi viaggia con bambini. Lo squisito buffet del ristorante, curato da qualificati chef, offre una grande varietà di antipasti, gustosi primi piatti preparati al momento e una ricca scelta di secondi di carne e di pesce. L’Hotel & Resort Lacona dispone inoltre di due sale meeting della capacità di 80 e 30 posti, attrezzate con le più moderne tecnologie. Tutto l’hotel e il parco circostante, compresa la piscina, sono dotati di rete Wi-Fi con accesso gratuito.
HOTEL & RESORT LACONA Viale dei Golfi, 544 - Fraz. Lacona – Capoliveri Tel. 0565 96.40.54 Fax 0565 96.41.89 www.hotellacona.it - info@hotellacona.it
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Abitare l’Isola d’Elba Il complesso residenziale Residence Napoleon si affaccia sulla baia di Procchio, su un declivio panoramico coperto da vegetazione mediterranea. È un’oasi di pace a 900 metri dalla spiaggia di Procchio, un piccolo paese situato al centro dell’Isola d’Elba che dà la possibilità di raggiungere facilmente le meravigliose insenature e gli incantevoli punti panoramici dell’isola, i boschi, le montagne, le zone ricche di reperti archeologici, le memorie napoleoniche e gli stabilimenti per le cure termali. Il residence dispone di un grande giardino, due piscine attrezzate con sdraio e ombrelloni, di cui una per i bambini, un campo da tennis con illuminazione notturna, bar, ascensore, reception, sala TV, ping pong, ampio parcheggio. Il residence è composto da centoquarantasei appartamenti distribuiti su 5/7 piani raggiungibili con l'ascensore. Per ogni appartamento è previsto un posto auto coperto e numerato.
APPARTAMENTI RESIDENCE NAPOLEON Provinciale Procchio Loc. Procchio Marciana (LI) Tel. 0565 90.31.11 - Fax 0565 90.31.54 - Cell. 338 50.70.312 www.residencenapoleon.it - info@residencenapoleon.it
«Innanzitutto la percezione del territorio: le barche che d’estate affollano golfi e calette danno l’impressione di essere in un qualsiasi posto turistico, invece durante la bassa stagione si gode di un panorama migliore, più selvaggio. Poi in primavera c’è un’esplosione di profumi e colori e, complice il clima mite, è più piacevole fare delle piccole escursioni: questo è decisamente il modo migliore per entrare, con discrezione, in contatto con le bellezze del Parco». Con il Walking Festival ha preso corpo un turismo slow. Cosa cambierà? «Presentando l'Arcipelago in veste slow ci sarà una risposta da parte dei turisti del Nord Europa, da sempre più sensibili ai bollini ambientali. Camminare diventerà un pretesto
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per destagionalizzare l’offerta, contribuendo a salvaguardare gli equilibri naturali che con gli arrivi di massa vengono compromessi». A piedi o in bici nel parco: cosa mettere nello zaino? «Se si viene in primavera è quasi inutile portare una cerata: le piogge non sono frequenti. Indispensabile è avere un binocolo se si vuole cogliere in volo il gabbiano Corso o seguire il passo della martora e del coniglio selvatico, quest'ultimo presente a Capriaia e al Giglio. Agli appassionati consiglio l’attrezzatura da geologo. La storia dell’Arcipelago toscano inizia 230-240 milioni di anni fa e, a parte Pianosa che è di origine sedimentaria, le altre sono tutte rocce vulcaniche, con particolarità geologiche differenti».
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Un connubio perfetto tra sapori liguri e toscani A Marciana, a meno di 20 km da Portoferraio, le tradizioni culinarie toscane si incontrano con quelle liguri. Nasce così una cucina dal sapore antico, fatta di fragranti aromi di erbe di campo e dell’amore delle cose semplici e genuine. Le ricette dell’Osteria del Noce riflettono proprio queste caratteristiche. Qui si possono assaporare deliziose specialità a base di pesce e anche qualche piatto di terra. La caratteristica che rende unico questo locale è proprio il rapporto fra i piatti elbani tipici del Marcianese e quelli liguri del Levante. Il locale è composto da una sala interna e da una terrazza panoramica, circondata da profumati fiori, oleandri e un albero di noce. Per raggiungere l’Osteria del Noce, si possono scegliere due itinerari: dalla Fortezza Pisana, scendendo lungo la scalinata posta a fianco della Terrazza Belvedere fino a via della Madonna, oppure da Piazza Umberto I, seguendo le indicazioni per la Fortezza Pisana. I proprietari Rita e Alberto consigliano la prenotazione.
OSTERIA DEL NOCE
Tra le specie protette ci sono la tartaruga marina e la foca monaca, ormai rarissima. Com'è la situazione? «È buona per la tartaruga, che sta prendendo piede. Fa impressione pensare che tempo addietro questi essere venivano tenuti in vita e legati, sia presso il porto che sulle navi, per essere mangiati pezzo dopo pezzo. Più delicata è la situazione della foca monaca, il cui ultimo avvistamento al Giglio è di due anni fa: se da una parte si tratta di un segnale rassicurante sulla qualità delle acque, dall'altra è presto per cantare vittoria. I due esemplari, infatti, erano solo di passaggio. La speranza è che tornino a riprodursi nell’Arcipelago».
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Foto Archivio Parco Nazionale Arcipelago Toscano - Roberto Ridi
Via della Madonna 14 - Marciana Isola d'Elba (LI) - Tel 0565 90.12.84 www.osteriadelnoce.it - info@osteriadelnoce.it
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Foto Archivio Parco Nazionale Arcipelago Toscano - Roberto Ridi
VEDUTE DEL GIGLIO di PAOLA MARUZZI
Posta a meridione dell’Arcipelago toscano, di fronte al monte Argentario, l’Isola del Giglio è un concentrato di opere monumentali, dalla Rocca Pisana al Faraglione di Campese. Ne parla il sindaco, Sergio Ortelli
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Escursioni isolane
Isola del Giglio
hi è nato in una piccola isola è nato in un posto mitico”. Aveva ragione Raffaello Brignetti, orgoglio letterario dell’Arcipelago toscano, se a distanza di trent’anni il sindaco del Giglio - 21 chilometri quadrati di superficie, tre centri abitati e neanche 2mila residenti - ne prende in prestito le parole. Il primo cittadino, Sergio Ortelli, mette l’accento su «quel tratto costante della gente di mare, che ci ha reso capaci di rinnovarci senza perdere la nostra identità più profonda». Oggi, dopo secoli di sostentamento derivato dall’agricoltura e una storia segnata dalla difesa del territorio, l’inventiva dei gigliesi passa quasi esclusivamente dal turismo, la principale fonte di guadagno. Raggiungibile comodamente da Porto Santo Stefano, in provincia di Grosseto, il Giglio è “preda” di un turismo giornaliero. Cosa state facendo affinché la permanenza media si prolunghi? «Stiamo proponendo un’offerta differenziata e integrata in termini di servizi, opportunità e attività, in modo da attrarre un turismo di
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qualità, meno mordi e fuggi. Il Giglio offre molto da questo punto di vista: il Castello viene vissuto come distretto culturale e storico, il porto funge da luogo commerciale, il Campese è perfetto per godere del mare e delle spiagge, per non parlare dei siti d’interesse naturalistico che fanno invidia alle migliori località turistiche». Cosa spinge i turisti a visitare l’isola non solo da giugno a settembre? «Partendo dalla consapevolezza che i nostri territori non hanno mai sofferto momenti di crisi profonda perché offrono prodotti, come l’ambiente naturale, che non passano mai di
In apertura, la Torre del Campese. Sopra, Sergio Ortelli, sindaco dell’Isola del Giglio
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Escursioni isolane
Isola del Giglio
moda, recentemente si stanno sviluppando molte attività che puntano a destagionalizzare il turismo, tra cui gli sport alternativi come il trekking, la mountain bike e il free climbing. A questo si affiancano attività legate alla valorizzazione delle ricchezze enogastronomiche e storico-culturali. Su questo fronte il nostro impegno è massimo». Quali piatti tipici si possono gustare durante la manifestazione gigliese “Antichi sapori di mare, a spasso tra i rioni”, che si svolge a maggio? «Dalla palamita alla tonnina sott’olio, dalla pasta al sugo di lupacante ai totani, fino al coniglio alla cacciatora. Per non parlare dei dolci, i migliacci o la schiaccia di patate e, primo su tutti, il panficato gigliese. Il tutto innaffiato con dell’ottimo Ansonaco del Giglio, il nostro vino dalla struttura robusta e dal colore ambrato, che sta vivendo un nuovo rinascimento proprio in questi anni».
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Immaginiamo di approdare a Giglio Porto e di fare una piccola escursione. Dove consiglia di dirigersi? «Da due anni, uno dei modi più suggestivi per visitare l’isola è sicuramente avventurarsi per i 51 chilometri di rete sentieristica che abbiamo realizzato e ripristinato in collaborazione con la Pro Loco. È il giusto pretesto per godere in modo esclusivo il nostro patrimonio paesaggistico, ambientale, faunistico e marittimo». Un excursus all’interno dei centri abitati più antichi: Giglio Porto e Giglio Castello. Quali le peculiarità di ciascuno? «Primo insediamento civile dell’isola, Giglio Porto risale all’epoca romana ed è stato abbandonato e ripopolato a più riprese perché, in alcuni periodi, vivere nei pressi della costa era pericoloso a causa delle frequenti scorribande piratesche. Oggi, con le sue case colorate
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Foto Archivio Parco Nazionale Arcipelago Toscano - Roberto Ridi
affacciate sui vicoli stretti e la cinquecentesca Torre del Saraceno, è un centro molto caratteristico. Dal porto è possibile raggiungere a piedi le spiagge di Cannelle, Caldane ed Arenella. Giglio Castello è un borgo di origine medievale, affascinante per la struttura imponente delle sue mura. Alla sua sommità, in Piazza XIII novembre, si erge la maestosa Rocca Pisana, del XII secolo. Una passeggiata intorno all’abitato fortificato offre una vista mozzafiato sulle isole di Giannutri, Corsica, Elba e su un bel tratto della costa continentale. Mi sembrano dei buoni motivi per venire a trascorrere una vacanza al Giglio». Giglio Campese, invece, ha una storia un po’ diversa, legata all’arte mineraria. «A differenza degli altri due centri abitati, il Campese ha una storia recente e infatti la prima
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costruzione risale al XVIII secolo. Si tratta di una torre realizzata per avvistare le navi provenienti dal versante ovest, nota soprattutto per l’eroico respingimento di una parte di flotta di pirati, che dettero l’ultimo assalto all’isola nel 1799. Il Campese, poco popolato fino agli inizi Novecento, ha visto un notevole impulso economico con l'apertura della miniera di pirite nel 1938, dalla quale molte famiglie isolane traevano sostentamento. L’attività estrattiva è proseguita fino alla chiusura definitiva nel 1962, in seguito alle future modifiche societarie della Montecatini società generale per l’industria mineraria e chimica. Negli anni a seguire, quindi con il boom economico, il Campese ha intrapreso uno sviluppo basato sul turismo, che continua tutt’oggi».
Sopra, il faro di Punta del Fenaio, a Giglio Campese. Nella pagina precedente, l’imponente Rocca Pisana a Giglio Castello
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Mete Grand Tour • 29
Porto Azzurro
A DUE PASSI DAL MARE
di PAOLA MARUZZI
L’approdo naturale
Il piccolo comune di Porto Azzurro, adagiato su una delle baie più accoglienti dell’Elba, è diventato una delle mete preferite dell’Arcipelago toscano, ma il vicesindaco Angelo Banfi sottolinea che «gli isolani non hanno perso la genuinità di sempre, la stessa che si ritrova sulle tavole e nei prodotti a chilometro zero»
barcati a Portoferrario, oggi l’approdo più comodo per chi salpa con il traghetto da Piombino, e diretti verso Porto Azzurro, uno degli otto Comuni dell’Isola, si ha già un’idea precisa di quella che è l’Elba. «In quella manciata di chilometri si capisce subito quanto verde e variegato sia il nostro paesaggio» spiega Angelo Banfi,
S Angelo Banfi, vicesindaco di Porto Azzurro
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vicesindaco di Porto Azzurro. Collocato nella profonda insenatura del Golfo di Mola, sulla costa orientale dell’isola, il pittoresco paesino fa tutt’uno con la piccola baia, risultando così un approdo naturale. «Il turismo da diporto, grazie alla possibilità di attraccare a due passi dalla gigantesca piazza Matteotti, è diventato la nostra specialità». Sarà per questa comodità, per un volontario passaparola o per il «carattere discreto degli abitanti», sta di fatto che Porto Azzurro negli anni è diventata una delle mete preferite dal jet set. «Se Claudio Lippi, Flavio Briatore, il ministro Matteoli, Gianfranco Fini, Gigi Buffon sono degli habitué, è segno che la nostra ospitalità ha davvero una marcia in più». Piazza Matteotti è l’anima commerciale di Porto Azzurro. Cosa offre? «Con i suoi 400 metri, più che una piazza è un campo di calcio: questo le permette di essere polifunzionale, di accogliere qualsiasi tipo di attività. La piazza è il luogo per il passeggio, per lo shopping, per lo svago, per il ristoro. Pur essendo affacciata sul mare, stranamente non è
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esposta ai venti e questo la rende ancor più accogliente. Avventurandosi per le caratteristiche viuzze si scoprono, fianco a fianco, botteghe di prodotti artigianali e raffinate boutique. La nostra offerta è diretta al turismo d’elite, ma non ha mai perso quel carattere di semplicità». E di sera come si trasforma questo anfiteatro naturale? «Da giugno a settembre, ogni sera c’è il consueto mercatino dell’artigianato, una vera e propria “calamita” per i turisti. Non mancano eventi mondani e letterari: dalle sfilate di moda alla presentazione di libri e concerti». C’è invece qualche evento popolare? «Fino a qualche anno c’era la rievocazione
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storica per ricordare il governatore spagnolo Pons y Léon che nel Seicento lasciò all’isola lo splendido santuario di Monserrato, oltre che una cassa d’oro in dono alle fanciulle nubili». Volendo fare una tappa enogastronomica, cosa consiglia? «La scelta non può che cadere sui nostri ristoranti, un paio sul mare, altri nel centro storico, dove tra l’altro si accede unicamente a piedi. I menù sono a base di pesce, fornito direttamente da alcuni pescatori convenzionati. La stessa cosa accade per la verdura, l’olio, i vini, i mieli, le confetture. Insomma, si è naturalmente venuto a creare un approccio a chilometro zero. Con la nascita del Parco
Il Forte Longone a Porto Azzurro
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Porto Azzurro
L’approdo naturale
nazionale dell’Arcipelago toscano nei ristoranti si trovano maggiormente i prodotti locali, tra cui il vino Adriatico: riconosciuto a livello nazionale, è dolce e liquoroso, ottimo se accompagnato dai cantucci». Se Porto Azzurro evoca una località sorridente, il vecchio nome di Porto Longone ricorda il passato di dominazione spagnola e soprattutto l’esistenza delle carceri. Queste due identità convivono serenamente? «Pur avendo il carcere una vita a se stante, l’intenzione dell’amministrazione comunale è trovare forme di interscambio, un po’ come quello che è accaduto quando Vittorio Sgarbi
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«Anche d’inverno i nostri fondali offrono spettacoli meravigliosi» ha portato lì dentro una mostra di pittura. Non è detto che, nei limiti imposti dal regime carcerario, questa struttura possa attrarre persino turisti: il Forte di Longone, infatti, è un’opera architettonica di pregio: basti pensare che il suo costruttore, don Garcia de Toledo, pare essersi ispirato a Bramante. All’interno c’è la chiesa di San Giacomo, un bellissimo esempio di barocco spagnolo. Insomma, ci
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Piatti che appagano gli occhi e il palato Situato nella piazzetta centrale di Marina di Campo, il Ristorante L’Aragosta vanta ormai 50 anni di buona cucina. Le ricette sono passate di generazione in generazione, dai nonni, al padre, ai figli, e oggi il locale continua a offrire piatti tipici e cucina creativa sfruttando il pescato locale e gli odori caratteristici dell’arcipelago. Ci si può accomodare nell’ampia sala esterna con vista sul mare, accolti con calore e cortesia dai proprietari, per immergersi nei colori e nei sapori isolani.
RISTORANTE L’ARAGOSTA Via Bologna, 6 Marina di Campo (LI) Tel. 0565 97.71.31 mazelao@hotmail.it
sono dei veri e propri tesori nascosti, non ultimo un laboratorio di artigianato, oggi in stato di abbandono, in cui i carcerati imparavano a lavorare i tessuti, a fare le stampe. Quei macchinari, risalenti credo ai primi del Novecento, hanno uno straordinario valore». Permettere a gruppi limitati di turisti di accedere al Forte è solo una proposta o c’è dell’altro? «Ne ho già parlato con il direttore del carcere, che si è detto disponibile a una possibile collaborazione. Staremo a vedere, sicuramente serviranno fondi e questo non è proprio il periodo per fare il passo più lungo della gamba». Cambiando scenario e tuffandoci in mare, a Porto Azzurro sta prendendo sempre più piede il diving. A cosa è dovuto? «Per gli appassionati di questo sport, Porto
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Azzurro è ormai una tappa obbligatoria. Ultimamente stiamo riscuotendo successo soprattutto tra i milanesi, che arrivano anche d’inverno. I nostri fondali offrono spettacoli meravigliosi, cernie e coralli. Non è un caso che anche quest’anno Legambiente abbia premiato la qualità delle nostre acque, assegnando tre bandiere blu». Eppure l’area marina dell’Elba non è riserva naturale. Lei che è anche vicepresidente del Parco, si augura che lo diventi? «Per affrontare un passaggio del genere c’è bisogno di investimenti, non basta porre vincoli ambientali, bisogna avere gli strumenti per gestirli. Insomma, non vogliamo correre il rischio che avvenga ciò che è accaduto a Giannutri, in cui per mancanza di risorse è la Guardia Forestale a fermare, da terra, le barche».
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ASPRA E SELVAGGIA
Capraia
di PAOLA MARUZZI
Quasi completamente tutelata del Parco nazionale dell’Arcipelago toscano, l’isola di Capraia attrae un turismo di nicchia, che sa stare in sintonia con il patrimonio naturalistico ancora perfettamente conservato. Ne parla il sindaco della piccola comunità abitata, Gaetano Guarente
eppure sia più vicina alla Corsica, dalla quale dista 31 chilometri, che alla coste italiane, l’identità dell’isola di Capraia è profondamente livornese. Si presenta come una delle mete più selvagge dell’Arcipelago toscano, con quasi tutto il territorio tutelato dal Parco: fa eccezione solo l’omonimo comune, che rientra sotto la giurisdizione della Provincia di Livorno. Gaetano Guarente, sindaco della piccolissima comunità di appena 400 abitanti, rilancia con orgoglio la peculiarità dell’offerta turistica, cioè la scarsa antropizzazione, dovuta prima di tutto all’esistenza del carcere, ora dismesso, ma anche alla morfologia dell’isola, «aspra e rocciosa, per certi versi inaccessibile». Così Capraia esige e richiama un approccio vacanziero discreto, in sintonia con gli equilibri ambientali isolani. «Del tutto inutili le auto, qui ci si sposta a piedi e in barca». La costa è frastagliata e scende a picco sul mare. Come raggiungere le cale che costellano Capraia?
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Rocce incontaminate
«Se non si ha a disposizione una propria imbarcazione si può usufruire di un efficiente servizio di taxi boat, oppure si possono affittare dei gommoni e muoversi autonomamente. A causa della scoscesità di gran parte del territorio, è infatti vietato raggiungere le spiagge via terra». Qual è lo scorcio più suggestivo? «Indubbiamente Cala Rossa, a sud dell’isola,
Gaetano Guarente, sindaco di Capraia
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Capraia
Rocce incontaminate
In alto, il castello San Giorgio; nella pagina seguente, il faro di punta del Ferraione
sia per le acque cristalline e chiarissime, che per il contrasto tra le rocce chiare del promontorio dello Zenobito e quelle sanguigne della rossa parete che scende a picco». L’80% per cento dell’isola è montuoso. Avete fatto di questa “durezza” un brand turistico? «L’aspetto selvaggio ci distingue rispetto al resto delle destinazioni turistiche dell’Arcipelago, insomma è il nostro punto di forza. Con la sua macchia mediterranea e la quasi totale assenza dell'uomo, Capraia richiama un immaginario idilliaco, molto simile all’isole greche». Con i suoi pochi abitanti, d’estate Capraia cambia volto. In che misura? «Nel periodo di alta stagione, quindi ad agosto,
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si arriva a 3mila presenze, il tetto massimo consentito dalla nostra ricettività. Prevalentemente si tratta di un turismo che proviene dall'Italia, anche se ultimamente siamo stati scoperti dal Nord Europa. Discorso diverso va fatto per il turismo nautico: essendo un crocevia di traffici marittimi spesso fungiamo da punto di approdo per chi è diretto verso la Campania o la Sicilia. Capita, infatti, che il tempo cambi all'improvviso ed è necessaria una sosta ed è qui che entra in gioco il piccolo porto di Capraia». Attualmente quella che era la colonia penitenziaria è caduta in disuso, come pensate di utilizzarla? «Le infrastrutture verranno recuperate come
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Foto Archivio Parco Nazionale Arcipelago Toscano
Foto Archivio Parco Nazionale Arcipelago Toscano
luogo di ricettività turistica. L’idea è quella di trasformarle in residence o agriturismi, ma staremo a vedere. Di certo nell’operazione di restyling dovrà prevalere il buon gusto». Un assaggio di eventi: quali sono i più innovativi e quali quelli legati alle tradizioni isolane? «Tra quelli ormai consolidati, a novembre non si può mancare alla sagra del calamaro, preceduta da una gara di pesca, mentre ad aprile c’è la consueta mostra di pittura. Tra le novità c’è la Sagra dei Sapori, una manifestazione enogastronomica organizzata dalla Condotta dell’Arcipelago toscano di Slow Food». Quindi quali sapori di nicchia offre Capraia?
«Con la sua macchia mediterranea e la quasi totale assenza dell’uomo, Capraia richiama un immaginario idilliaco, molto simile alle isole greche» «Un ampio ventaglio di pesce: l'aragosta, le triglie, il branzino, solo per citarne alcuni. Passando all'arte culinaria ci si imbatte nel caciucco e nella zuppa di pesce. Tipici sono anche il liquore al mirto e le marmellate, prodotte da un agriturismo locale. Peccato solo che l'unico pastore isolano sia scomparso: faceva degli ottimi formaggi».
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di FILIPPO BELLI
L’ISOLA NELL’ISOLA Isola d’Elba racchiude i suoi tesori all’interno delle insenature più nascoste.Veri e propri scrigni, in cui la terra racchiude il mare, mete per migliaia di turisti, che sempre di più prediligono i soggiorni all’interno di piccoli e suggestivi relais. Dall’Hotel Sant’Andrea, della catena Relais du Silence, si può scorgere una delle viste migliori dell’isola. Sauro Garbati, che con la sua famiglia gestisce la struttura, spiega che «il giardino panoramico qui trova il suo spazio tra una natura avvolgente e incontaminata. Le nostre sono nicchie incantevoli studiate per donare serenità a ogni attimo trascorso in questo luogo». Ecco la filosofia alla base del Sant’Andrea. «Qui ci si può perdere, incantati da quelle bellezze che nei secoli hanno ispirato poeti e cantautori». Tra le sette meraviglie dell’arcipelago, più volte narrate nella mitologia come le sette perle di Venere, l’isola d’Elba è la protagonista. Qui sono
L’ In apertura, il panorama dal Cotoncello. Nelle altre immagini, alcuni scorci dell’Hotel Sant’Andrea, Loc. S. Andrea, Marciana (Li)
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Capo Sant’Andrea è un gioiello dell’Elba. E la terrazza del Relais Sant’Andrea, piccola dimora di tradizioni creata dalla famiglia Garbati, ne offre il panorama più suggestivo
passati i potenti, dai De Medici a Napoleone Bonaparte. «Vogliamo recuperare le eredità culturali andate perdute. La stessa vita della mia famiglia – racconta Sauro Garbati -, trascorsa tra campagna, vino, granito e tradizioni dimenticate, è una testimonianza che affascina». Non stupisce, quindi, vedere i membri della famiglia Garbati intrattenere gli ospiti con i racconti sull’Elba, rievocando un passato non sempre reperibile sui libri di storia. «Capo Sant’Andrea è un’isola nell’isola, un golfo dalle acque cristalline, dalle scogliere piane di origine granitica che regalano scorci suggestivi,
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Gioielli dell’Elba
ventilata da una lieve brezza marina che strega l’anima». Il relais, che domina la cittadina sottostante, è dotato di camere ognuna diversa dall’altra, ognuna con un proprio stile, arredate grazie all’estro della mamma di famiglia,Teresa, che inoltre propone creazioni personalizzate da portare come ricordo ad amici o parenti. Le aree comuni, come il ricevimento, sono affidate alla cordialità della figlia maggiore, Selena, che con la sua disponibilità offre ogni tipo di supporto ai propri ospiti. La cucina è curata direttamente da Sauro e da sua figlia Elisa. Cibi e ricette tradizionali con quel pizzico di fantasia aggiunta che non guasta. «Prestiamo molta attenzione alla ricerca delle materie prime. Selezioniamo prodotti dagli agricoltori del posto, il tutto per valorizzare al meglio il territorio – ci tiene a sottolineare Sauro -. Molte primizie arrivano sulla tavola direttamente dall’orto di casa, e offriamo sempre un’alternativa valida per chi ha esigenze alimentari, come gli intolleranti al glutine o i
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vegetariani». In particolare, per gli appassionati di enogastronomia, è prevista una giornata all’interno di un’azienda agricola, per riscoprire le tecniche della cultura dell’olio e del buon vino Elbano. L’Hotel è anche una meta ideale per gli amanti del trekking, essendo al confine del Parco nazionale dell’arcipelago. Grazie al supporto di una guida esperta, la struttura organizza passeggiate tra i sentieri occidentali dell’isola. Anche gli amanti dei fondali potranno usufruire di un istruttore di sub. «Questo luogo rimane nel cuore – conclude Sauro -. I nostri ospiti scoprono un posto incantevole, in cui lasciare un po’ di sé stessi per poi volervi fare ritorno. Un’isola, un nido incantevole, che li farà sentire a casa». www.hotelsantandrea.com
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TEMPO D’ESTATE Dall’incantevole cornice dell’Isola d’Elba, Pietro Papi fornisce una panoramica di alcune tra le ricette gastronomiche di maggior successo che caratterizzano la sua terra in questa stagione di GUIDO PUOPOLO rriva l’estate. Tempo di mare, di sole e di buona cucina, ingredienti indispensabili per godersi un meritato riposo dopo mesi di lavoro. Tutto ciò si può trovare a Marciano Marina, piccolo centro dell’Isola d’Elba dove, tra un giro in spiaggia e una passeggiata tra i vicoli e le caratteristiche stradine del borgo, è possibile assaporare i piatti tipici della cucina elbana. Tappa obbligata, a questo proposito, è lo storico ristorante Zorba, presente dal 1969, come ricorda il suo titolare, Pietro Papi: «Il locale si trova all’interno di una cornice mozzafiato, tra la piazza e il porto, a pochi passi dal mare. Proponiamo una cucina tradizionale, basata soprattutto su pesce proveniente dai nostri mari». Un ambiente accogliente, in cui l’ospitalità è sacra: «Come detto – prosegue Papi - la gente viene da noi per gustare principalmente pesce locale, che selezioniamo e prepariamo in maniera accurata. Molto apprezzati sono, tra gli altri piatti, le alici, le sarde, le granseole e la tartare di palamita. Cerchiamo di utilizzare sempre prodotti di stagione, e anche per questo la nostra offerta varia a seconda del periodo.
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Gioielli dell’Elba
Lavoriamo per valorizzare le ricchezze che il mare ci offre, pesce povero ma anche, ad esempio, dentici e orate». Un’attività meticolosa, svolta con grande passione dai cuochi, Claudio Giorgi e Andrea Costanzo, che propongono e rielaborano i piatti caratteristici della gastronomia marinara: «Una ricetta semplice, che consiglio a chi volesse dilettarsi ai fornelli – afferma Giorgi - può essere rappresentata dalle acciughe marinate, un piatto estivo da sempre presente sulle tavole dei pescatori. Per prima cosa bisogna pulire e disliscare le acciughe, che devono essere poi marinate in aceto, vino bianco e sale. Una volta fatto questo, è possibile condire il tutto con prezzemolo, aglio, peperoncino e origano, prima di mettere il preparato sott’olio per alcune ore. Un ottimo antipasto, che può essere conservato in frigorifero anche per diversi giorni». La cucina del ristorante offre però anche prelibatezze difficili da gustare al di fuori dello “Zorba”, come
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conferma Costanzo: «Le ricette tipiche elbane sono poche, poiché non abbiamo una cucina molto variegata. Tra queste si può citare la persata, una pietanza diffusa soprattutto nella parte nord occidentale dell’isola. E’ una zuppa a base di persa, uovo, olio extravergine d’oliva, pepe e pane raffermo. Ingredienti poveri, grazie ai quali è però possibile riscoprire sapori e tradizioni che rappresentano la parte più genuina della nostra terra. Merita infine una menzione speciale il nostro risotto di scampi dell’Elba con pistacchio, una specialità del locale molto apprezzata dai nostri ospiti».
Andrea Costanzo, a sinistra, e Claudio Giorgi, i cuochi del ristorante Zorba di Marciana Marina (LI)
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SULLE TRACCE DEL CARDUCCI Testimonianze di un passato che ritorna con reperti di Principi Guerrieri e i versi di Carducci. Ecco l’atmosfera che si respira nell’agriturismo Chiavicone, dove arte e natura si riscoprono anche a tavola di ADRIANA ZUCCARO
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cipressi che a Bolgheri alti e schietti, van da San Guido in duplice filar, quasi in corsa giganti giovinetti, mi balzarono incontro e mi guardar”. I primi versi della poesia di Giosuè Carducci, “Davanti San Guido”, catapultano idealmente in quel magico e spettacolare viale, abitato da una doppia fila di cipressi, che ancor oggi collega la frazione del comune di Castagneto Carducci, San Guido appunto, fino a Bolgheri. Ed è infatti un’atmosfera intrisa di fascino poetico quella che avvolge e conquista gli ospiti dell’azienda agrituristica Chiavicone in Casale Marittimo. «Tra le colline dell’alta Maremma, con intorno uliveti e vigneti della Toscana “classica”, passeggiare lungo la strada del vino della Costa degli Etruschi, meglio poi se in bicicletta o a cavallo, rappresenta uno dei momenti di cui i viaggiatori in vacanza al Chiavicone possono davvero esperire un turismo non solo naturalistico ma, al contempo culturale». Lo sa bene Manuela Gerini, rappresentante della seconda delle quattro generazioni presenti al podere, quando descrive come «la tradizione, la cultura e l’eredità degli Etruschi vive ancora attraverso i reperti dei Principi Guerrieri, ritrovati a poche centinaia di metri dall’agriturismo, e la necropoli etrusca di Casalvecchio. Non mancano poi le testimonianze medievali trasmesse attraverso i secoli e conservate nei bellissimi e caratteristici borghi toscani di Casale Marittimo, Bibbona e Bolgheri». Per rendere la vacanza interessante e culturalmente stimolante, al Chiavicone «informiamo i nostri ospiti sui possibili itinerari che dalle nostre colline di Casale Marittimo
Arte e Natura
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possono condurli nelle vicine città d’arte o nei luoghi incontaminati della macchia mediterranea, tra le pinete e le spiagge – spiega Manuela Gerini –. Possiamo organizzare visite ai musei di Cecina e Volterra e, per gli ospiti che lo desiderino, corsi di pittura condotti da Sara». Dunque nessuna possibilità di annoiarsi. E tra arte, natura, sport e meraviglie paesaggistiche introvabili in nessun’altra parte del mondo, non poteva di certo mancare la buona cucina messa in tavola con deliziose ricette preparate da Manuela. «I piatti toscani proposti ai nostri ospiti, tutti contenenti prodotti locali o di nostra produzione, spaziano dalla pappa al pomodoro alla panzanella, dalla zuppa di verdure all’acqua cotta, dal cinghiale con le olive al peposo al Chianti, dal coniglio con le olive e le carote al baccalà alla livornese, fino alla trippa alla fiorentina e al cacciucco di lumache». Tra questi, il piatto “forte” è di certo il peposo al Chianti. «Prepararlo è semplice ma esige 4 ore di tempo in cui far cuocere a fuoco basso e in una pentola di coccio gli ingredienti che sono bocconcini di muscolo di chianina, aglio, pepe in grani e vino Chianti».
Manuela Gerini, dietista, conduce l’azienda agrituristica Chiavicone sita a Casale Marittimo (PI), occupandosi in particolare della cucina
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www.agriturismochiavicone.com
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di NICOLETTA BUCCIARELLI
EMOZIONI IN VOLO Grandi spazi, cordialità e accoglienza familiare. Pratello Country Resort offre molto a chi ha la fortuna di poter soggiornarvi. Persino la possibilità di un volo in elicottero
nno 1044. Un millennio fa. Eppure, in un atto datato 8 novembre 1044, già si fa cenno al territorio di Pratello, luogo in cui famiglie illustri hanno creato le loro proprietà. Dai Mastiani Brunacci, alla famiglia inglese Trivelles, fino ai Conti Scheibler-Della Gherardesca, molti sono stati i nobili che hanno soggiornato nella tenuta. E dal lontano passato arriviamo al presente,
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all’attuale proprietà della famiglia Rosati, datata 1987. Oggi, dopo due anni di lavoro di restauro, la Villa viene riaperta a nuova vita, come spiegano i proprietari Paolo e Lucia Rosati. «Con il restauro abbiamo ripristinato il tetto originale e le facciate dalle bellissime cornici in pietra delle finestre e delle porte. Abbiamo voluto mantenere l’aspetto tipico di una Villa storica di campagna, nonostante Pratello possieda tutte le comodità di una residenza di vacanza. Le camere infatti sono arredate in stile e con tutte le comodità, dal WiFi al Tv Lcd Sat e aria condizionata ». La location del Resort è del tutto particolare. Situato a pochi km da San Gimignano e Volterra, non dista molto dalle città d’arte toscane, in primis Firenze e Pisa. Ma per chi volesse concentrarsi sui paesaggi che si irradiano dal Resort la natura non è restia a offrire uno spettacolo pari a quello delle città. «Presso il Resort è possibile effettuare escursioni in mountain bike o con i cavalli del vicino centro convenzionato. Gli appassionati di golf possono trovare un campo a 18 buche a circa 10 km. Se si passeggia nel nostro viale, si possono inoltre incontrare un campo da tennis in erba sintetica ed una piscina di 140 mq a disposizione dei nostri ospiti». Una particolarità del tutto eccezionale di Pratello Country Resort, è il fatto di possedere un aeroporto privato con pista in erba di 1000 m, pensata per chi sceglie di raggiungere il Resort in aereo o elicottero. «Agli ospiti» prosegue Paolo Rosati «diamo la possibilità di poter vivere l’emozione di un’escursione in volo durante il proprio soggiorno. È inoltre possibile raggiungere direttamente in elicottero
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Tra San Gimignano e Volterra
località gastronomiche o cantine in cui effettuare degustazioni» Divertimenti, comodità ma anche buona cucina, come spiega Lucia Rosati. «La buona tavola per noi è importantissima, per questo offriamo ai nostri ospiti la possibilità di assaggiare sempre prodotti freschi e locali da assaporare nelle differenti location del Resort. Il buffet della colazione è servito sulla terrazza panoramica. Un pranzo leggero è disponibile al Pool Bar mentre la cena è da assaporare nella terrazza». Assoluta tranquillità e il privilegio di trovarsi in un posto esclusivo, sentendosi però “liberi” come a casa propria. «Abbiamo la fortuna» concludono i coniugi Rosati, «di trovarci in un posto unico, dove abbiamo deciso di creare ciò che noi stessi vorremmo sempre trovare quando andiamo in vacanza». www.pratello.it tenuta@pratello.it
In apertura, veduta aerea di Pratello Country Resort. Sotto Paolo e Lucia Rosati. In questa pagina la terrazza della prima colazione e sotto esterno del Resort
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DARE CORPO E VOCE AI TANTI TURISMI ITALIANI di PAOLA MARUZZI
Tra le novità del Codice del turismo si prospetta l’istituzione di un comitato di promozione che per Caterina Cittadino, capo del Dipartimento sviluppo e competitività del turismo, avrà ruolo strategico perché «senza coordinamento sovraregionale, sarà difficile competere a livello internazionale»
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Valorizzare il turismo
Caterina Cittadino
ono state pubblicate il 6 giugno sulla Gazzetta ufficiale le nuove norme che andranno a regolamentare il turismo. I contenuti del codice, pensato dal ministro Michela Brambilla e sottoposto a revisione dopo l’incontro con le rappresentanze delle imprese del settore, spaziano dalla tutela dei vacanzieri in Italia alla modifica del concetto stesso di “impresa turistica” che, oltre a essere equiparata a quella industriale, va a includere il settore extraricettivo, quindi agenzie di viaggio e tour operator. Vista la complessità della materia non sono mancate alcune polemiche, ultima quelle di Roberto Corbella, presidente di Astoi, che esprime perplessità circa la possibile istituzione di un comitato permanente per la promozione, presieduto dal ministero del Turismo, perché «rischia di generare un’ulteriore dispersione delle risorse dedicate al settore». Di diverso avviso è la
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console Caterina Cittadino, capo del Dipartimento sviluppo e competitività del turismo della Presidenza del Consiglio dei ministri, secondo cui una promozione a regia nazionale «contribuirà a dare corpo unitario a un sistema finora troppo disarticolato. Un coordinamento sovraregionale darà maggiori chance al prodotto Italia». È chiara la volontà di assicurare un supporto nazionale, ma questo non contraddice il titolo V della legislazione, che lascia alle Regioni la piena autonomia in ambito turistico? «No perché il principio guida del codice non sarà imporre ma coordinare, soprattutto laddove le azioni sono complesse. Il percorso non sarà semplice, perché le Regioni con non poche polemiche hanno accettato l’idea di un ministero del turismo e ora si devono preparare alla riforma. Siamo però convinti che questo cambiamento porterà risultati concreti. Se negli ultimi anni l’Italia ha
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Valorizzare il turismo
Caterina Cittadino
risalito la china lo si deve anche alle strategie condivise partite dal governo centrale». Il codice propone una diversa ripartizione del prodotto turistico sulla base di fattori motivazionali, 13 per la precisione. In quale direzione andranno le politiche di promozione regionali? «Finalmente viene resa esplicita una verità già nota: il turista del terzo millennio non si limita a viaggiare, ma è spinto da specifici interessi. Questo significa fare una nuova riflessione sulla promozione: alle Regioni chiediamo lo sforzo di differenziare la comunicazione in base ai turismi, studiando meglio i target di riferimento. L’ideale è che si arrivi a un piano di comunicazione complessivo del prodotto Italia». All’interno dei 13 percorsi d’eccellenza si riconosce l’importanza del “turismo del made in Italy”. A cosa mira la sua istituzione? «Riconoscere che esiste questo particolare tipo di turismo, molto più diffuso di quanto si pensi, ci renderà ancora più competitivi. Rispetto agli altri Paesi, l’immaginario del made in Italy - con il suo mix di prodotti artigianali, industriali, enogastronomici - è molto conosciuto e apprezzato e disegna un particolare stile di vita. Pensiamo all’universo della moda e alle sue potenzialità». Tra le accuse al Belpaese, c’è quella di non valorizzare abbastanza il patrimonio artistico. Come la riforma intende colmare questa lacuna? «Al di là del codice, la vera svolta si avrà quando i ministri dei Beni culturali e del Turismo si siederanno allo stesso tavolo per
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un confronto. Le nostre bellezze non possono essere concepite solo nell’ottica della tutela, ma vanno rilanciate sul piano della promozione internazionale. Un primo passo sarà pubblicare guide in inglese e, non sottovalutando i mercati emergenti, anche in russo e cinese, cosa che non molti musei pubblici importanti non hanno ancora fatto». Con l’avanzata del low cost, quali rischi corre la leadership turistica dell’Italia? «Per ora pochi, stiamo recuperando terreno e autorevolezza a livello internazionale. Un segnale arriva dalla presidenza dell’Italia del consiglio esecutivo dell’Organizzazione mondiale del turismo, un riconoscimento che la Francia non ha ancora avuto. Poi, grazie alla vicepresidenza alla Commissione europea di Antonio Tajani, si stanno creando opportunità concrete che guardano al nostro Paese».
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UNPRESIDIO PERMANENTE Un volto noto e innovativo, con le roccaforti del Veneto e dell’Emilia Romagna in testa, e uno nascosto, che per la prima volta si affaccia su una dimensione internazionale. È il Belpaese visto dall’estero e promosso dall’Enit. Ne parla Paolo Rubini
all’ultima classifica internazionale realizzata da FutureBrand, l’agenzia che opera nel settore della consulenza e nel design di marca, le performance turistiche dell’Italia sono state leggermente sottotono: se appena qualche anno fa il Belpaese era in pole position, nel 2010 è scivolato alla dodicesima posizione. Confidando in un recupero e gettando uno sguardo alla stagione calda, Paolo Rubini, direttore generale dell’Enit, mette sul tavolo una promozione che «non persegua ottusamente strategie di mero aumento del numero dei visitatori esteri. Del resto è fuorviante considerare gli arrivi e i pernottamenti piuttosto che i fatturati». Il prodotto Italia è qualcosa di più complesso, che tira in ballo tutta una serie di fattori paralleli, lo spending medio per esempio, che a detta di
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di PAOLA MARUZZI
Rubini incidono sul Pil del paese in modo determinante. Su cosa state lavorando per potenziare l’attrattiva dell’Italia all’estero? «Stiamo operando in termini di club di prodotto, curando strategie di segmentazione della domanda internazionale e confezionando un’offerta nazionale coerente e personalizzata. Basta con la generica promozione, puntiamo piuttosto a una strategia selettiva per mercato, segmento di clientela e canale distributivo». Con quali strumenti di promozione è possibile? «Stiamo sviluppando forme di supporto a basso costo per le imprese, convinti che nel nostro settore non sempre a un aumento della spesa per la promozione corrisponda un aumento dei risultati. Così, per la prima volta, abbiamo fatto una campagna intercontinentale di pubblicità nelle sale cinematografiche invece
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Paolo Rubini
Paolo Rubini, direttore generale dell’Enit, Agenzia nazionale del turismo
che in televisione. Il risultato? Costi estremamente ridotti, impressing elevato, maggiore attenzione e concentrazione del pubblico. Poi abbiamo sviluppato, primi al mondo nel settore turistico, il Virtual travel market, cioè la fiera virtuale del turismo, che si è appena conclusa con ottimi risultati. Abbiamo consentito a moltissime imprese medio-piccole una visibilità internazionale che non avevano mai avuto e al costo di una pagina pubblicitaria su un quotidiano locale. A ottobre torneremo nuovamente con questa iniziativa». In vista della stagione estiva 2011, quali le aspettative e le località che potrebbero riservare piacevoli sorprese?
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«Per quanto riguarda il turismo nazionale, credo che vi saranno ben poche novità, sia nella scelta delle destinazioni sia nei numeri. Il periodo non è dei più floridi e, anche se in realtà la crisi è alle spalle, i consumatori sono prudenti e diffidenti, quindi aumentano la quota di reddito destinata al risparmio, piuttosto che ai consumi. Per gli arrivi dall’estero, invece, credo che avremo delle ottime sorprese dai dati turistici delle località balneari dell’Emilia Romagna e del Veneto, preferite dal turismo tedesco che avrà ottime performance, dalla Sicilia che sta sviluppando sempre più una offerta turistica di qualità e dalle città d’arte che rappresentano il nostro
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Valorizzare il turismo
Paolo Rubini
biglietto da visita per il turismo intercontinentale, il segmento che crescerà maggiormente. Sono, invece, scettico sui risultati delle strategie e di iniziative promozionali di alcune regioni che non riescono a predisporre una propria offerta con rapporto qualità-prezzo in linea con i desiderata dei mercati internazionali di riferimento». A cosa si riferisce? «Preferisco non dire di quali regioni si tratta e riservarmi di verificare a stagione completata i risultati raggiunti». Stringendo sulle coste emilianoromagnole, quali punti di forza utilizzate per promuoverle sui mercati internazionali in espansione? «Queste località sono una delle nostre certezze turistiche e direi che hanno solamente bisogno
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di seguitare a essere gestite con efficienza e qualità, come fatto finora. Credo che, in generale, i nostri sforzi dovrebbero indirizzarsi in due direzioni: da una parte innovazione di prodotto per le località già famose come quelle della costa romagnola; dall’altra, forte azione di promozione e caratterizzazione per le località emergenti o a forte potenzialità turistica. Questo è ciò che amo definire “Italia nascosta”, che è in grado di dare emozioni simili a molte località famose ma in modo più discreto, personale, direi anche intimo. Sono tanti i gioielli paesaggistici che ora vogliamo aprirsi al turismo, soprattutto nella sua veste internazionale, e l’Enit sta investendo molto in queste due direzioni. I dati di forte tenuta del nostro turismo, anche in presenza di oggettive difficoltà mondiali del settore, dimostrano che la strada è quella giusta».
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UNA STAGIONE DI ATTESE di RENATA GUALTIERI
Sono quasi 35mila le aziende del settore alberghiero, una cifra più che sufficiente ad accogliere la domanda nazionale e internazionale. Occorre però, secondo il presidente di Federalberghi Bernabò Bocca, una politica di promozione volta a destagionalizzare meglio la meta Italia
andamento del turismo alberghiero italiano da gennaio a maggio di quest’anno, rispetto allo stesso periodo del 2010, fa segnare una stagnazione con un risultato complessivo che indica un irrilevante +0,1% di presenze tra italiani e stranieri rispetto ai primi cinque mesi del 2010. Il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, leggendo questi dati non nasconde preoccupazione «perché solo un mese fa, ad aprile, il mercato turistico aveva registrato un rilevante recupero di arrivi e pernottamenti, soprattutto da parte della clientela straniera, tale da far pensare a una irreversibile e tanto attesa inversione di tendenza». Così, invece, non sembra più essere. Quali, dunque, le previsioni per questa stagione estiva? «Sappiamo storicamente che i mesi estivi sono appannaggio degli italiani, principalmente per il
L’ Il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca
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periodo che va dalla fine di luglio alla terza decade di agosto. Confidiamo quindi che la voglia di vacanze degli italiani non tradisca la tradizione e le attese delle innumerevoli strutture ricettive che fondano soprattutto nelle località di mare la loro sussistenza sui flussi turistici estivi. Inoltre, auspichiamo che anche la componente estera, che finora ha fatto registrare ottimi segnali di recupero e incremento in moltissime aree del paese, possa proseguire in tale direzione». Quali vantaggi offre il nuovo portale www.italyhotels.it messo a disposizione di tutti gli albergatori italiani? «Il nostro portale di prenotazioni alberghiere, che dovrebbe entrare in funzione a pieno regime
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Valorizzare il turismo
Bernabò Bocca
in autunno, vanta due punti di forza che ritengo ne costituiranno la struttura portante. Innanzitutto è l’unico portale che contiene esclusivamente l’offerta ricettiva del Bel Paese e, dunque, uno strumento che può aiutare il consumatore di qualsiasi parte del mondo a effettuare ricerche mirate senza essere distratto da offerte similari proposte da località diverse da quelle dell’Italia. In secondo luogo si tratta di un portale low cost per gli alberghi, i quali riconoscono allo strumento una commissione assolutamente inferiore e competitiva rispetto a quelle che ormai i portali più famosi richiedono alla categoria». La gran parte dalla componente straniera riconosce nel mercato italiano una meta ambita e dall’ottimo rapporto qualità-prezzo. Cosa si può fare per mantenere alta la qualità delle strutture e battere la concorrenza? «Per nostra fortuna e anche per nostro merito, in quanto siamo riusciti nei secoli a preservare le enormi bellezze e ricchezze artistiche, archeologiche, naturalistiche, eco-gastronomiche e quant’altro ancora, l’Italia è e rimane una delle mete più ambite a livello mondiale. La qualità di
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«Confidiamo che la voglia di vacanze degli italiani non tradisca la tradizione» conseguenza della nostra offerta deve essere una costante alla quale ogni imprenditore del settore sa bene di non poter e dover rinunciare». Cosa propone alle piccole strutture che faticano a stare sul mercato? «Da tempo chiediamo alla politica di concedere, alle imprese che per varie cause operano in aree nelle quali il turismo fatica a tenere in vita strutture complesse come quelle alberghiere, la possibilità di cambiare agevolmente la destinazione d’uso. Ciò vuol dire che un edificio finora adibito ad albergo possa trasformarsi in una struttura diversa, destinata comunque a sostenere i flussi turistici che per capacità di spesa ricercano forme alternative di ricettività». Quali sono le prospettive del mercato alberghiero in Italia? «Le prospettive sono di tenuta dei numeri attuali, quasi 35mila aziende, più che sufficienti ad accogliere la domanda nazionale
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«La qualità della nostra offerta deve essere una costante alla quale ogni imprenditore del settore sa bene di non poter e dover rinunciare»
e internazionale. Ciò che occorre è una politica di promozione più massiccia volta a destagionalizzare meglio la meta Italia, consentendo l’incremento di arrivi e presenze anche in periodi di media e bassa stagione». Gli operatori del settore alberghiero sono diminuiti di uno 0,5% nel periodo gennaio/maggio, rispetto al 2010, con una flessione del 2,1% per i lavoratori a tempo indeterminato e un aumento del
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2,1% per i lavoratori a tempo determinato. Quanto la preoccupano questi dati e come si può produrre occupazione? «Quest’ultimo dato è certamente quello che ci preoccupa di più, anche se da imprenditori sappiamo benissimo come esso sia diretta conseguenza della recessione. È fuori discussione che i nostri collaboratori sono la vera risorsa insostituibile senza la quale il sistema turistico nazionale crollerebbe. Il calo del lavoro a tempo indeterminato e favore di quello a tempo determinato è figlio di quella flessibilità da tutti invocata e che noi per primi da sempre abbiamo sperimentato. Quindi, il turismo non licenzia, non perde posti di lavoro, ma anzi ottimizza quanto le nuove normative propongono, riuscendo pur in un periodo di ridimensionamento dei fatturati delle imprese a dare lavoro e occupazione a milioni di persone».
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CULTURA, RISORSA PER L’ITALIA di FRANCESCA DRUIDI
Una più efficace collaborazione fra Stato, enti territoriali e privati nel sostegno di progetti condivisi di valorizzazione del patrimonio culturale, archeologico e monumentale del Paese. È il modello di sviluppo futuro individuato dal sottosegretario ai Beni culturali, Francesco Maria Giro
stata firmata il 21 gennaio scorso l’intesa tra il Ministero per i Beni e le attività culturali e Tod’s. Con l’accordo, l’imprenditore Diego Della Valle si è impegnato a versare 25 milioni di euro per gli otto ambiti di lavoro previsti dal piano degli interventi per il restauro del Colosseo. «È un accordo importante – commenta Francesco Maria Giro, sottosegretario ai Beni culturali – in quanto viene coinvolta una realtà imprenditoriale di eccellenza in un’operazione impegnativa e difficile di riqualificazione del patrimonio archeologico nazionale». Cosa rappresenta questa firma nell’ambito del sistema culturale italiano? Ci sono le premesse per ulteriori accordi di questo tipo? «Si tratta di accordi che possono e potranno nascere in futuro se lo Stato si dimostra uno Stato credibile, che seleziona la qualità e ha le idee chiare. Il privato investe solo se può contare su un interlocutore pubblico in grado di sviluppare progetti di assoluto prestigio. Oltre alla formula
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della sponsorizzazione, abbiamo istituito negli anni fondazioni e consorzi, soggetti giuridicamente definiti che uniscono istituzioni pubbliche – Regioni, Province, Comuni, Ministero – e soggetti privati, soprattutto fondazioni bancarie, per la valorizzazione di grandi progetti culturali». Qualche esempio? «La Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino mette insieme soggetti privati e pubblici per la gestione della struttura. È recente la firma del protocollo d’intesa tra il Ministero e la Compagnia di San Paolo che riguarda il trasferimento della Galleria Sabauda nella Manica Nuova di Palazzo Reale a Torino, trasferimento che libererà il secondo piano del museo Egizio. Un altro esempio è il Consorzio di valorizzazione culturale “La Venaria Reale”. Il Piemonte, del resto, rappresenta un modello per queste grandi operazioni». Un modello che può e deve essere esportato in altre regioni. «Porteremo avanti altri progetti a Roma,Venezia, Napoli. Sono iniziative che dovremo condividere con sponsorizzazioni, consorzi, fondazioni, strutture che mettano insieme risorse economiche e umane. Le Regioni devono avere il sostegno dello Stato. Il futuro della tutela dei beni culturali è la sinergia tra amministrazioni locali e soggetti privati. Sono particolarmente impegnate le fondazioni bancarie, perché hanno nel loro statuto questa vocazione alla valorizzazione della cultura del territorio di appartenenza. Inoltre, sulla scia di Tod’s, altre imprese promotrici del made in Italy potranno unirsi all’impegno di sostenere il patrimonio italiano». Come incentivare ulteriormente gli
Turismo culturale
Francesco Maria Giro
A sinistra, Francesco Maria Giro, sottosegretario ai Beni culturali
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Sopra, turisti alla Valle dei templi di Agrigento
investimenti dei soggetti privati? «Si parla sempre di agevolazioni fiscali, che già esistono in Italia, e si tratta di agevolazioni importanti, solo che le procedure sono farraginose e purtroppo la burocrazia non sempre è all’altezza del compito. Dobbiamo, quindi, lavorare sulle procedure, renderle più semplici, accessibili e gestibili, prevedendo ulteriori incentivi fiscali. A chi realizza erogazioni liberali, deve essere assicurato un ritorno di carattere fiscale. Se paghi per la cultura, pagherai meno tasse, questo deve essere il principio». Nel Piano del Sud potrebbe essere inserito il potenziamento della tutela del patrimonio culturale del Meridione. Quali le prospettive connesse a questo provvedimento? «Sul Meridione contiamo molto, già lavoriamo
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parecchio su questo fronte. Ad esempio sull’area di Pompei, che abbiamo ereditato in uno stato di assoluto degrado. Il Mezzogiorno vanta, fra le sue risorse, un patrimonio paesaggistico, ambientalenaturalistico e culturale straordinariamente ricco e variegato. Per questo, tutte le iniziative orientate a investire risorse statali nella riqualificazione di quei territori sono iniziative importanti, che vanno sostenute. Siamo impegnati a Pompei, dove abbiamo speso circa 85 milioni di euro per combattere un degrado dilagante; a Napoli abbiamo investito nel riallestimento del Museo Archeologico Nazionale, dove sono conservati reperti di Ercolano e Pompei, oltre alla collezione Farnese. Una realtà importante, che stiamo riqualificando. Stiamo, inoltre, lavorando in Sicilia e in Puglia, dove ci siamo occupati del restauro del Teatro Petruzzelli, restituito alla città. A Reggio
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Turismo culturale
Francesco Maria Giro
Sopra, firma tra il Mibac e Tod’s per il restauro del Colosseo
Calabria sono partiti i lavori del Museo Nazionale dove sono conservati i Bronzi di Riace». Quale elemento risulterà decisivo? «È importante che alle spalle di queste iniziative ci sia un progetto culturale ed economico politicamente visibile. La volontà politica, oltre alle risorse, risulta fondamentale perché crea condivisione, genera sinergia fra enti territoriali producendo un convincimento più forte. Non credo in una politica e in una cultura che seguono canali paralleli. La politica non deve condizionare la creatività culturale, ma bensì compiere scelte precise per finanziarla e accompagnarne lo sviluppo, lasciandola libera di esprimersi». Come far dialogare, in prospettiva futura, economia e cultura? «È necessario che dialoghino perché la cultura, soprattutto per l’Italia, costituisce un fattore di crescita economica, ma anche di vantaggio competitivo rispetto ad altre economie vicine, come quella spagnola o tedesca che dispongono di un patrimonio importante, ma non certo paragonabile al nostro.Tuttavia, in Germania si segnalano 75 milioni di turisti ogni anno, in Francia si contano 52 milioni di visitatori che
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entrano nelle strutture statali e pagano il biglietto. In Italia non superiamo i 33-34 milioni di visitatori di musei, monumenti e aree archeologiche, pur contando su un patrimonio decisamente più ricco». Cosa fare allora? «Dobbiamo lavorare di più, nella consapevolezza che la cultura produce reddito, oltre che benessere sociale. Dobbiamo sviluppare progetti integrati che mettano a sistema Comuni, Province e Regioni, e i loro patrimoni, con le formule già individuate. Occorre puntare molto su quello che è un progetto finanziato anche dall’Unione europea, rappresentato dagli itinerari culturali, come la via Francigena: itinerari che uniscono i diversi patrimoni nostrani, collegando numerose realtà del territorio Italia. Stiamo lavorando con il vicepresidente della Commissione europea Antonio Tajani per sviluppare questo concetto. Gli indicatori, infatti, rilevano che mentre il turismo di mare e di montagna soffrono, quello culturale ha accresciuto i suoi numeri. Il turismo che funziona oggi è quello culturale delle grandi città d’arte. Per questo è decisivo insistere sugli itinerari culturali, presentando progetti chiari che possono anche essere finanziati dall’Ue».
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UNA NUOVA INDUSTRIA CREATIVA
di ELISA FIOCCHI
Civita lancia un modello di sviluppo dove il motore trainante risiede nel patrimonio culturale italiano fatto di monumenti, musei, tradizioni e paesaggi.Un primo sguardo all’Europa nel punto del presidente Antonio Maccanico
erché la filiera culturale diventi un vero e proprio asse portante per lo sviluppo del nostro paese, servono programmi lontani dalla logica tradizionale del fare cultura, in grado di attivare e sostenere le industrie “creative” e stimolare gli enti privati attraverso l’individuazione di forme di semplificazione e regolamentazione con le amministrazioni pubbliche. Il presidente dell’associazione Civita, Antonio Maccanico, illustra le moderne frontiere della cultura “alternativa” dove nuovi programmi di sviluppo rilanciano l’economia del settore pur in una fase di scarsità di risorse connesse alla crisi
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Turismo culturale
Antonio Maccanico
Turismo culturale
Antonio Maccanico
economica: «Civita ha individuato un modello che parte dal patrimonio culturale (musei, chiese, centro storici, monumenti, ma anche tradizioni e paesaggi) e ne fa il motore di una nuova industria, quella creativa, che oggi anche a livello europeo, è riconosciuta come trainante ed effettivamente alternativa a quella tradizionale». Quando il patrimonio culturale si unisce, infatti, a turismo, nuove tecnologie, made in Italy e prodotti tipici si «produce un effetto di filiera con importanti ricadute anche in termini economici e occupazionali, favorendo, d’altra parte, una maggiore attenzione alla tutela di quello stesso patrimonio». La rilevanza economica connessa ai beni culturali è un aspetto talvolta sottovalutato nel nostro paese o si registrano nuovi investimenti e opportunità? «In Italia abbiamo sempre avuto un atteggiamento molto reverenziale, come è giusto che sia, nei confronti della nostra tradizione culturale e del patrimonio che la incarna, percepiti soprattutto come un’eredità dagli elevati contenuti immateriali da tramandare alle generazioni future. Nel nostro Dna è da sempre fortemente presente l’attitudine alla tutela e alla conservazione, più che la spinta alla valorizzazione. I grandi cambiamenti sulla scena economica e sociale a livello mondiale hanno prodotto effetti importanti anche in questo settore, delineando la necessità di individuare nuovi modelli di sviluppo, in cui l’immateriale potrebbe giocare un ruolo strategico. Stenta però ancora ad affermarsi una convinzione in questo senso, e, quindi, una forte scelta in termini di vere e proprie politiche culturali, sia a livello locale, sia a livello centrale, che richiederebbero, di
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conseguenza, un’allocazione di risorse ben più consistenti di quelle in genere disponibili, indipendentemente dalla situazione contingente. Malgrado ciò, i privati sono, invece, molto consapevoli della rilevanza economica del “messaggio culturale”, tanto che, anche in un’epoca di crisi economica, le imprese italiane continuano ad investire quote significative in cultura. Da un nostro recente studio emerge che gli investimenti culturali con scopo di comunicazione da parte delle aziende italiane ammontano annualmente a circa 3 miliardi di euro». “Tesori in un palmo di mano. Luoghi da scoprire lungo le vie Consolari romane” è il titolo di un’iniziativa per la tutela del patrimonio del territorio. Come s’inverte la logica del consumo e dell’edificazione a favore di una valorizzazione del territorio? «Il nostro progetto, realizzato in collaborazione con la Camera di Commercio di Roma e con il patrocinio della Provincia di Roma, nasce dall’attenta osservazione di alcune tendenze che si vanno sempre più affermando negli atteggiamenti turistici italiani e non, associata all’uso di strumenti e prodotti innovativi. Effetto secondario, non certo per importanza, della globalizzazione, è, come molti da tempo sostengono, l’aumento del desiderio di riscoperta delle tradizioni e dei sapori veri e originali dei territori, oltre all’esigenza di entrare in contatto con le realtà locali attraverso un turismo “lento” e di qualità. Anche in questo caso non mancano i vantaggi per l’economia locale, se si considerano principalmente produttori, artigiani e gestori di servizi ricettivi e di ristorazione. Si spiega quindi come il progetto abbia trovato i finanziamenti anche per il 2011».
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Turismo culturale
«Civita ha individuato un modello che parte dal patrimonio culturale e ne fa il motore di una nuova industria»
Antonio Maccanico
Qual è il messaggio che Civita consegna dal 1987 al nostro paese? «Civita ha conosciuto una crescita costante e difficilmente immaginabile, quando, con il compianto amico, Gianfranco Impretori, suo ideatore e segretario generale per circa venti anni, ne avviammo l’avventura. Solo alcuni numeri per dare un’idea: gli associati sono saliti da una decina a circa 190; dipendenti e collaboratori da 4 a circa 600; le sedi, dall’unica, storica, nel cuore di Roma, alle sei distribuite tra Nord, Centro e Sud su quasi tutto il territorio italiano, anche grazie alle nostre società collegate; sono poi 106 le sedi museali in cui gestiamo servizi al pubblico; più di 30 le mostre che realizziamo mediamente ogni anno. Credo che il messaggio più importante contenuto in questi dati sia che è possibile immaginare un’altra economia, in cui settore pubblico, imprese e operatori privati possono collaborare in maniera virtuosa, creando occasioni di tutela e valorizzazione da una parte e di business dall’altra, senza che questo debba
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necessariamente produrre diffidenze o rischi. Sempre che, naturalmente, il gioco sia giocato nel totale rispetto di ruoli e professionalità». Quale ruolo istituzionale nell’economia della cultura e quale impegno di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale ha assunto Civita in questi anni? «Per il fatto di essere sulla scena culturale italiana da ormai quasi venticinque anni, molti ci considerano uno fra gli attori principali del settore. In realtà, l’unica caratteristica, che ci permette di avere uno sguardo di maggiore ampiezza sul panorama, rispetto ad altri, è che noi associamo costantemente l’anima associativa a quella della società di servizi. Queste due nature, fortemente e strategicamente complementari determinano un doppio vantaggio in termini di efficienza/efficacia garantiti dalla società, e di una forte rappresentatività ormai acquisita dall’associazione; ma anche un doppio vincolo, in termini di credibilità e di impegno che si sono creati nel tempo, e devono rimanere costanti e continui».
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I tesori di Firenze
L’eredità del Manierismo
LA BUONA MANIERA Dalle mostre dedicate a Bronzino, Ammannati e Vasari alla prossima apertura al pubblico della casa dello stesso Vasari: Firenze celebra il Manierismo con una lunga serie di eventi. Il soprintendente Alessandra Marino propone un itinerario tra i gioielli architettonici del periodo di RICCARDO CASINI
l 2011 sembra proprio essere l’anno del Manierismo a Firenze: la città sta celebrando la corrente artistica del Cinquecento con una serie di mostre dedicate ai suoi principali esponenti, e dopo il successo di “Bronzino. Pittore e poeta alla corte dei Medici” è ora la volta di due esposizioni dedicate a Giorgio Vasari e Bartolomeo Ammannati. Ma l’eredità manierista, in pittura e ancor più nell’architettura, non si può racchiudere solo in gallerie o musei, essendo diffusa in tutta la città e nel circondario, come racconta Alessandra Marino, soprintendente per i Beni architettonici, paesaggistici, storici, artistici ed etnoantropologici per le province di Firenze (ad esclusione della città per le competenze storiche artistiche ed etnoantropologiche), Pistoia e Prato. Quale ispirazione ha fornito una città come Firenze agli artisti manieristi? Quali influenze poterono assorbire? «Se si parla di Firenze come spazio urbano, direi che in ciò che ha lasciato il Quattrocento alla città è difficile trovare le premesse di questa
I A fianco, il soprintendente Alessandra Marino
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esperienza che, rispetto alla regola su cui si fonda quella del secolo precedente, ha essenzialmente sondato le vie della licenza, contrapponendosi a questo. Proprio per il suo allontanarsi dal dato naturale e per il suo carattere sperimentale il manierismo è maturato nel chiuso degli studi degli artisti e degli intellettuali del tempo, inizialmente con una forte caratterizzazione anticlassica, quindi in opposizione e non in
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continuità con ciò che lo ha preceduto. Ciò non toglie che la “maniera”, secondo quanto scrive Giorgio Vasari, sia strettamente legata alle esperienze di Raffaello e Michelangelo». Cosa significa questo? «In quest’ottica diventa evidente quanto Firenze sia stata fonte d’ispirazione: basti pensare, per quanto riguarda l’architettura, alla straordinaria lezione lasciataci dal Buonarroti con la Biblioteca Mediceo Laurenziana. La stessa architettura del Seicento, a Firenze, sul piano urbano e della relazione tra edifici e spazio esterno pubblico, resiste strenuamente ai grandi modelli romani per allinearsi su declinazioni di derivazione manierista come nel caso di San Firenze, riservando piuttosto i propri sontuosi esempi di decorazione barocca agli spazi interni e privati». Quali segni vi hanno lasciato invece artisti come Pontormo o Rosso Fiorentino? In cosa consiste la loro eredità? «Nel conoscere a fondo l’esperienza dei propri “padri” ma non considerarla come limite, nel lavorare cercando nuove strade espressive anche quando tutto sembra già stato sondato in modo insuperabile dai Grandi, ovvero Raffaello e Michelangelo. Più in particolare, in pittura è evidente la lezione lasciataci circa l’uso del colore, che Pontormo e Rosso Fiorentino, ricalcando le orme di Michelangelo, riscoprono nelle sue capacità espressive e simboliche, indipendentemente dalle esperienze precedentemente maturate nei termini di “tono”, dove il colore si pone in relazione alla luce naturale. E ancora le possibilità offerte dalle distorsioni, dall’uso non canonico della prospettiva, fino a giungere all’anamorfosi, tutte cose davanti alle quali molte delle generazioni successive di artisti devono essere rimaste non
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poco colpite». È possibile tracciare un itinerario attraverso le loro opere note e meno note presenti in città? «Vi sono alcuni capolavori che, in quanto tali, non possono certo essere dimenticati: nonostante la sua notorietà, entrare nella chiesa di Santa Felicita e volgere lo sguardo alla Deposizione dipinta dal Pontormo per la cappella Capponi rimane un’esperienza fondamentale. Se poi devo pensare a un possibile itinerario alternativo in città, non avrei dubbi nello sceglierne uno legato all’architettura del periodo, anche per lo specifico della mia formazione: la lettura di una facciata e
Sopra, la Deposizione di Pontormo nella chiesa di Santa Felicita a Firenze (1528)
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Sopra, l’interno della Villa Medicea di Poggio a Caiano
di uno spazio urbano può apparire più ardua di quella di un dipinto ma, proprio perché il manierismo è stato una grande stagione di sperimentazioni nelle quali gli artisti hanno cercato di liberarsi dal compito di raccontare una “storia”, l’architettura ha raggiunto nel Cinquecento risultati di straordinario valore». Da quali luoghi consiglierebbe di partire allora? «Si torni a vedere l’armoniosissima linea del ponte a Santa Trinita disegnata da Bartolomeo Ammannati per rendersi conto di quanto dico. E al di là degli edifici più celebri (penso alla fabbrica degli Uffizi, al cortile di palazzo Pitti e alle eccentriche e visionarie finestre del casino mediceo di San Marco) vorrei invitare a riscoprire le architetture civili progettate dai protagonisti del secolo:
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dal palazzo Nonfinito di via del Proconsolo per le parti che si devono al Buontalenti, alle tantissime opere dell’Ammannati, come palazzo Ramirez de Montalvo di borgo Albizi, palazzo Mondragone di via dei Banchi, palazzo Sforza Almeni di via dei Servi o palazzo Giugni di via degli Alfani». Su quali particolari deve posare lo sguardo il visitatore? «Va soprattutto osservata la cura per i dettagli architettonici trasfigurati in forme antropomorfe, che già troviamo annidate e quasi nascoste nelle cornici michelangiolesche del Vestibolo della Biblioteca Laurenziana, ma anche i cartocci, le volute cartilaginee e talvolta mostruose che sostituiscono le classiche mensole. Queste sono le chiavi di volta che trasformano il senso stesso di una grande architettura, così come di una piccola
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fontana, in un vero capolavoro. Per chi avrà la possibilità di attendere fino a ottobre di quest’anno, ci sarà poi la possibilità di scoprire un gioiello inedito che finalmente si apre al pubblico per le cure della Fondazione Horne: la casa di Giorgio Vasari in via de’ Benci, affrescata dall’artista e dai suoi collaboratori e recuperata dopo un lungo restauro fortemente voluto dal compianto Umberto Baldini e reso possibile grazie all’interessamento dell’ente Cassa di Risparmio di Firenze». Cosa offre invece il circondario? «Non c’è nulla di meglio della visionaria Visitazione dipinta dal Pontormo per la Pieve di Carmignano.Tra l’altro andare a visitarla sarebbe anche un modo per godere nuovamente di paesaggi fatti di boschi e terre lavorate che fanno della Toscana un territorio di eccezionale bellezza, per poi spingersi fino alla vicina Villa Medicea di Poggio a Caiano dove lo stesso Pontormo dipinse il lunettone con Vertunno e Pomona». A gennaio si è conclusa a Palazzo Strozzi la mostra dedicata al Bronzino. Quali altri eventi dedicati agli artisti manieristi sono in programma a Firenze?
I tesori di Firenze
L’eredità del Manierismo
«Grazie al lavoro e agli studi di cui si è fatta portatrice la Soprintendenza speciale per il Patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico e per il Polo museale della città di Firenze, diretta da Cristina Acidini, molte mostre si sono già aperte in assoluta continuità con quella dedicata al Bronzino. Il fatto che in quest’anno cadano il quinto centenario della nascita sia di Giorgio Vasari sia di Bartolomeo Ammannati ha portato a molteplici iniziative del Polo museale: nell’ordine si sono aperte la mostra su Ammannati scultore presso il Museo del Bargello e quella su Vasari presso la Galleria degli Uffizi, quest’ultima ricchissima anche di testimonianze pittoriche a ricreare il clima culturale del tempo, con opere di Pontormo e Bronzino. E ancora fittissimo è il calendario di conferenze, letture e visite guidate a cantieri di restauro legati ai due personaggi e al loro mondo. Chi volesse approfondire il tema, quindi, non avrebbe che l’imbarazzo della scelta».
Sopra, la Visitazione di Pontormo nella chiesa di San Michele a Carmignano (1529). A sinistra, vista esterna della Villa Medicea di Poggio a Caiano
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I tesori di Firenze
Bona Frescobaldi
UNA VERA ECCELLENZA ITALIANA La marchesa Bona Frescobaldi è impegnata da anni nella promozione del territorio fiorentino e dei suoi prodotti di qualità. Della città in cui è cresciuta ricorda le mattinate di “forca” per via San Leonardo o al cinema Apollo. E dice: «L’elemento che rende Firenze straordinaria sono le colline che la circondano, rimaste intatte nei secoli» di RICCARDO CASINI
mbasciatrice del vino per l’azienda di famiglia ma anche presidente di Promoliva, società per la valorizzazione degli oli di alta qualità, nonché fondatrice del comitato “Friends of La Pietra” della New York University e ideatrice di Italy’s Finest, la guida sui luoghi di maggior interesse artistico (ma anche i negozi più esclusivi, le botteghe artigiane, gli alberghi e i ristoranti) del nostro Paese: non si può certo dire che la marchesa Bona Frescobaldi non sia impegnata a livello di promozione e valorizzazione del territorio fiorentino e delle sue eccellenze. Un territorio e una città, quella di Firenze, nei quali è
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cresciuta e che recentemente ha portato anche all’attenzione della casa reale britannica in occasione del matrimonio di William e Kate, al quale era una delle poche invitate italiane. «L’elemento che rende Firenze straordinaria – spiega – sono le colline che la circondano, rimaste intatte nel corso dei secoli. Firenze è la città italiana meglio preservata sotto l’aspetto spaziale, avendo mantenuto la dimensione che la caratterizzava nel Medioevo: basti pensare a Forte di Belvedere, alle cui spalle iniziano le distese di ulivi. La campagna insomma arriva praticamente in centro città, questo anche grazie al fatto che non si è mai costruito sui colli di Fiesole o Settignano, preferendo mantenere un piccolo nucleo abitato».
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A proposito di campagna, lei è fondatrice del comitato “Friends of La Pietra” della New York University, relativo all’omonima villa sulle colline fiorentine. Quale contributo offre oggi il comitato alla città? «Il comitato è nato in seguito alla morte di Sir Harold Acton, in modo da mantenere vivo il legame tra Firenze e la Nyu che con la sua scomparsa sembrava dovesse venir meno. La cosa ha funzionato, e il comitato è stato interpellato in occasione dei lavori di restauro alla villa: con l’allora soprintendente Mario Lolli Ghetti decidemmo ad esempio il colore della facciata, ma io stessa ho avuto l’occasione per partecipare in molte altre occasioni. Oggi il
Sopra, una vista di Firenze dal Giardino Bardini e, in apertura, i ponti sull’Arno
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I tesori di Firenze
Bona Frescobaldi
Sopra, da sinistra la facciata di San Miniato al Monte, la marchesa Bona Frescobaldi e Villa La Pietra
programma degli eventi è curato da Ellyn Toscano e propone iniziative straordinarie, utilizzando ad esempio il meraviglioso teatro di verzura per rappresentazioni, conferenze o incontri musicali di grande livello; purtroppo la tendenza è un po’ quella di rinchiudersi, anche per la mancanza di fiorentini che si recano alla villa a causa della lontananza o del traffico». Se dovesse indicare invece un percorso ideale per una passeggiata per le strade di Firenze, quale sceglierebbe? «Più che per le strade, consiglio assolutamente una passeggiata nel Giardino di Boboli, e più in particolare nel Giardino del Cavaliere, che si trova nella parte alta: un’esperienza indimenticabile, anche per la raccolta di porcellane e le rose meravigliose che vi si possono ammirare. Da non perdere anche il Giardino Bardini, al cui interno c’è una caffetteria da cui si gode una vista stupenda. In
«Firenze è una continua scoperta, e la dimensione migliore per coglierla è quella di girarla a piedi»
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I tesori di Firenze
Bona Frescobaldi
città invece consiglio una capatina al circolo dei Canottieri, in riva all’Arno sotto il Ponte Vecchio, da cui è possibile ammirare uno scorcio insolito della città e di tutti i suoi ponti visti dal basso: per ottenere il permesso ed entrare basta chiedere gentilmente. Se ci si vuole riposare un attimo, invece, propongo un salto alla Rinascente: dopo gli acquisti si va all’ultimo piano, nella terrazza attrezzata, per un’altra vista strepitosa al solo costo di un caffè». Firenze però è anche arte. «Per gli appassionati di musei, da non perdere quello della Specola, con una collezione di pietre preziose veramente psichedelica. Per il pubblico maschile, anche i più giovani, consiglio invece il nuovo Museo Galileo, appena restaurato e ora tecnologicamente all’avanguardia».
Quale angolo di Firenze, magari sconosciuto ai più, indicherebbe invece a un ospite appena arrivato in città per coglierne immediatamente l’essenza? «Credo sia necessario subito avere una visione d’insieme: la migliore si ha dal sagrato della chiesa di San Miniato al Monte, relativamente poco visitata ma con una stupenda facciata in marmo bianco e verde. Oppure a Fiesole, dove da un piccolo bar sulla strada che dalla piazza sale verso il convento di San Francesco è possibile ammirare il tramonto più bello della storia, con il sole che scende nell’Arno. Poi, se si vuole proseguire su questa scia, si può fare una passeggiata romantica nella vecchia via San Leonardo, una strada che tra l’altro mi riporta all’infanzia». Perché? Quali ricordi ha? «Via San Leonardo era uno dei luoghi in cui si
Un ambiente rustico immerso nella natura La Fattoria Montalbano, a soli 27 km da Firenze, è vicinissima alle più belle città d’arte della toscana. Situata a 400 metri di altitudine, domina la valle dell’Arno, offrendo al visitatore la vista di un paesaggio di rara bellezza. I proprietari curano personalmente i terreni della Fattoria da cui nascono l’eccellente Chianti d.o.c.g., il Vin Santo e l’ olio extra vergine d’oliva. Gli ospiti alloggiano in caratteristici appartamenti, ristrutturati di recente e arredati con mobili d’epoca e in stile rustico, tutti con ingresso e terrazza indipendenti. Oltre agli appartamenti è disponibile I Trebbiali: una villa di campagna di circa 400 mq con un grande giardino e piscina privata, su due piani, può ospitare fino a 12 persone. La bellissima piscina circondata di rocce, una miriade di sentieri e stradine di campagna, vero paradiso per gli amanti della bicicletta e del trekking, la bellezza di una natura ancora intatta, la vicinanza alle più belle città d’arte e agli outlet delle più importanti firme della moda: tutti elementi che fanno della Fattoria Montalbano il luogo ideale per una gradevole e riposante vacanza nella vera e suggestiva campagna toscana.
FATTORIA MONTALBANO Loc. Pieve a Pitiana, 112 - 50060 Donnini/Reggello (FI) Tel. 055 86.52.158 - Fax 055 86.52.285 www.montalbano.it - info@montalbano.it
Dalla terrazza della Rinascente si gode una vista strepitosa al solo costo di un caffè andava di mattina quando facevamo “forca” a scuola, insieme a San Francesco a Fiesole o al cinema Apollo, che oggi purtroppo è chiuso. Dopo tanti anni posso comunque dire che Firenze rappresenta una continua scoperta, e che la dimensione migliore per coglierla è quella di girarla a piedi: una scelta ora anche forzata, vista la nuova pedonalizzazione del centro storico decisa dall’amministrazione comunale».
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Lei è anche autrice della guida “Italy’s Finest”. In quali locali è possibile trovare i migliori vini toscani? «Non posso non indicare il wine bar Frescobaldi in via dei Magazzini, nei pressi di piazza della Signoria: oltre a ospitare tutti i nostri vini, è un ambiente molto carino, con gli interni dipinti dalle donne della nostra famiglia».
Sopra, il Duomo visto dalla terrazza della Rinascente
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Firenze insolita
AMICI AMERICANI “Friends of Florence” è un’organizzazione no-profit che raccoglie fondi per il recupero del patrimonio artistico grazie a star dello spettacolo e magnati della finanza. Il suo presidente, Simonetta Brandolini d’Adda, ci guida tra progetti futuri e itinerari inconsueti
irca 5 milioni di euro destinati al recupero di uno dei patrimoni artistici e architettonici più importanti e rinomati al mondo: questo il bilancio di oltre dieci anni di attività di “Friends of Florence”, l’organizzazione no-profit nata nel 1998 che annovera tra i suoi soci e donatori anche star del calibro di Mel Gibson e Sting. Oggi la sua presidentessa, la contessa Simonetta Brandolini d’Adda, ne racconta la storia e illustra i progetti futuri. «Vivo qui da quasi 40 anni – racconta – e mia madre è italiana. Mi sono sempre impegnata per questo Paese, negli anni Novanta ad esempio ho fatto parte di organizzazioni no-profit a Venezia e Roma. A quel punto mi è venuto spontaneo chiedermi perché, in particolare in seguito all’alluvione del 1966, non fossero nati enti permanenti di quel tipo a Firenze. La mia passione per l’arte e
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Simonetta Brandolini d’Adda
di RICCARDO CASINI
i miei studi artistici hanno fatto il resto: insieme a insegnanti e amici che vivono qui, ho fatto richiesta al governo statunitense per attivare una fondazione esentasse (le cosiddette 501c3, ndr.). A muoverci è stato indubbiamente il senso civico, la responsabilità nei confronti del luogo dove si vive».
In apertura, la Tribuna degli Uffizi. Sotto, la contessa Simonetta Brandolini d’Adda
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Di Friends of Florence fanno parte anche star internazionali. Che contributo hanno dato e stanno tuttora dando alla città? «Vi sono diverse categorie di donatori, Mel Gibson ad esempio si è mostrato molto generoso finanziando il recupero della Galleria dell’Accademia. Ma tra i nostri soci vi sono molti altri importanti nomi, anche se magari meno noti in Italia, legati al mondo della finanza o della diplomazia: la maggior parte sono statunitensi, facilitati anche dalla possibilità di dedurre le donazioni dalle tasse, ma abbiamo anche inglesi e qualche italiano, soprattutto personaggi della zona. In totale dal 2000, anno nel quale sono iniziati i restauri, abbiamo raccolto contributi per circa 5 milioni di euro». Tra i vostri progetti futuri figurano numerosi interventi, dalla sinagoga ai Giardini di Boboli. Quali sono oggi quelli maggiormente prossimi alla realizzazione?
«La nostra wishlist è molto lunga, è vero: al momento abbiamo in cantiere 12 progetti, tra i quali il più importante è senza dubbio quello della Tribuna degli Uffizi. Un progetto che sarebbe dovuto terminare quest’anno, ma la cui fine è stata rinviata al 2012 dopo che, in fase di restauro, si è capito che sarebbe servito più tempo. È questione di mesi, invece, la conclusione dei lavori alla Porta del Paradiso del Battistero, dove abbiamo finanziato la parte finale del progetto, così come a Santa Croce, dove i lavori riguardano la croce del Maestro di Figline posta sopra l’altare maggiore. Andrà invece avanti negli anni il recupero del chiostro di Sant’Antonino nel complesso di San Marco, mentre cerchiamo ancora fondi per i pulpiti di Donatello a San Lorenzo, per i quali comunque l’Opificio delle pietre dure ha già redatto il progetto. Ma forse la principale novità riguarda la partnership con il National geographic». Su cosa verte questa collaborazione?
Firenze insolita
Simonetta Brandolini d’Adda
«La nostra wishlist è molto lunga: al momento abbiamo in cantiere 12 progetti» A sinistra e nella pagina seguente, alcuni interventi di restauro finanziati dalla fondazione Friends of Florence
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Firenze insolita
Simonetta Brandolini d’Adda
«Vi sono progetti per i quali è sufficiente una sola persona che se ne innamori» «Riguarda il leggendario affresco di Leonardo della “Battaglia di Anghiari” (secondo alcuni nascosto nel Salone dei Cinquecento di Palazzo vecchio dietro un affresco di Vasari, ndr.), per il quale sarebbero necessari 2 milioni di dollari. Ma non dimentichiamo altri due progetti, relativi alla sala lettura del Gabinetto dei disegni agli Uffizi e al Chiostro verde di Santa Maria Novella, oggi in condizioni tristissime: va anche detto che, se quelli più importanti richiedono molti donatori, ce ne sono altri, come quest’ultimo, per i quali è sufficiente una sola persona che se ne innamori». Tra lo sterminato patrimonio di questa città, vi sono itinerari che spesso restano al di fuori dei tradizionali tour turistici nonostante costituiscano vere e proprie “chicche” per gli amanti dell’arte? «Quello che propongo spesso è un itinerario
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attraverso cicli di affreschi spesso ignorati: uno riguarda le Ultime cene, da quella del Franciabigio al convento della Calza a quella di Andrea del Castagno a Sant’Apollonia. Ma la stessa cosa si può fare con le Annunciazioni, un tema che risulta di grande interesse per i diversi modi nel quale è stato ritratto: qui si va da Santa Croce agli Uffizi passando, tra gli altri, per Santissima Annunziata. Un altro luogo nel quale cerco di andare spesso, trovando però sempre pochissimi altri visitatori, è il chiostro dello Scalzo, nei pressi di San Marco: qui c’è un ciclo di Andrea del Sarto sulla vita di San Giovanni Battista che vale assolutamente la visita. Così come Santa Felicita, dove si trova la Deposizione del Pontormo, oppure l’Ospedale degli innocenti, il cui museo è stato da poco riorganizzato. E’ possibile poi seguire degli itinerari per autori, vedi Michelangelo o Ghirlandaio, ma si tratta sicuramente di sentieri più battuti».
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RIGENERARE MENTE E PALATO Cesara Buonamici, conduttrice e vicedirettrice del Tg5, tiene molto al suo «essere fiesolana». Mentre di Firenze apprezza soprattutto gli «antichi quartieri oltre l’Arno» in cui «quotidianamente si riproduce quel talento tutto fiorentino di trasmettere la bellezza»
i più è nota come volto o, meglio, mezzobusto televisivo. Ma non tutti forse sanno che Cesara Buonamici, storica conduttrice del Tg5 (del quale oggi è anche vicedirettore), possiede insieme alla famiglia un’azienda agricola sulle colline di Fiesole, dove è nata. Un luogo nel quale ama ancora spesso
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di RICCARDO CASINI
tornare nei weekend, e che le consente, oltre che di rigenerarsi, di ritrovare i buoni sapori che rendono la Toscana e Firenze unici nel mondo: non a caso la sua stessa azienda produce olio d’oliva extra vergine, ma anche zuppe, sughi pronti e addirittura cosmetici (saponi e creme, sempre a base d’olio), il tutto rigorosamente biologico. Firenze è conosciuta in tutto il mondo ed è meta di turismo internazionale. Ma quali sono, tra i luoghi meno noti al grande pubblico, quelli di sicuro interesse artistico e paesaggistico? «Il mio consiglio è di scoprire a piedi gli antichi quartieri di Firenze oltre l’Arno per godere del magnifico passato di questa città e delle tante attività artigiane che da secoli la arricchiscono con i loro manufatti artistici: dagli orafi agli intagliatori del legno, ma anche le sete pregiate e le manifatture dell’argento, gli oggetti in pelle o in ceramica».
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Le colline di Fiesole
Cesara Buonamici
In apertura, Cesara Buonamici, giornalista e conduttrice del Tg5, e una veduta di Firenze dalla collina di Fiesole
A quali quartieri fa riferimento in particolare? «Penso al dedalo di viuzze di Santo Spirito e Borgo San Frediano, tra monumenti, chiese, musei e le botteghe in cui quotidianamente si riproduce quel talento tutto fiorentino di trasmettere la bellezza». Lei è nata a Fiesole. Quali sono i luoghi delle colline fiorentine ai quali è maggiormente legata per ricordi o altri motivi personali? «Inutile dire che tengo molto al mio essere fiesolana. Fiesole non è solo ricca di storia e di cultura come città etrusca e poi romana, ma dalle sue strade panoramiche si possono godere le più belle visuali della culla del Rinascimento. Consiglio una passeggiata fino al Convento di San Francesco sulla sommità della collina e a Monteceneri, dove Leonardo da Vinci sperimentò la sua macchina del volo nel 1506. Ma ci sono anche i meravigliosi giardini di Fonte Lucente sulla via di Vincigliata. Infine, per concludere la giornata, l’ideale è prendere il fresco e godersi musica e spettacoli all’Estate fiesolana nell’Anfiteatro romano». A proposito di serata, quali sono i locali che consiglierebbe per un’ottima cena? Quali specialità offrono in particolare? Dove è possibile trovare invece i migliori vini e magari trascorrere una serata di degustazione? «È difficile sbagliare se si scelgono locali che propongono piatti semplici, dove quel che conta è la materia prima: ad esempio, verdure fresche in pinzimonio con del buon olio biologico, le profumate zuppe toscane o le carni alla brace da accompagnare con un bicchiere di vino rosso. Il mio consiglio è semplice: fidarsi dell’istinto».
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Nei dintorni di Firenze
LA FATTORIA BIOLOGICA
di CARLO SERGI
La passione per l’olio extravergine d’oliva conquista i turisti italiani e non solo. Alla scoperta di una delle produzioni biologiche più apprezzate dal mercato, con Filippo Alampi, patron della Fattoria Ramerino di Bagno a Ripoli
ono passati quasi dodici anni da quando Filippo Alampi ha preso in gestione la Fattoria Ramerino di Bagno a Ripoli, in provincia di Firenze. Una realtà che è rinata grazie a una ristrutturazione che l’ha accompagnata verso un’importante svolta biologica. Peculiarità, quest’ultima, che sta trainando una nuova generazione di turisti appassionati di enogastronomia. Nessuno ormai può negare il fatto che il biologico, con tutto quello che si cela alle sue spalle, attrae la curiosità dei visitatori da ogni parte del mondo. Cuore della produzione per la Fattoria Ramerino è l’olio extravergine d’oliva. «Quello che otteniamo oggi è il risultato di uno sforzo costante nel buon mantenimento del suolo e delle piante tipiche del territorio, mediante potature svolte da potini locali, trattamenti fitosanitari con prodotti conformi agli standard biologici e concimazione di tipo organica» spiega Filippo Alampi. Sono circa 4mila le piante secolari che costituiscono gli oliveti, recuperate da uno stato di abbandono. «I nostri
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terreni sono posti a 300 metri di altezza e con esposizione a sud ovest, ottima per le coltivazioni dell’olivo e della vite». Le caratteristiche qualitative di questo olio extra vergine di oliva derivano dalla combinazione di varietà, tipiche della Toscana centrale, Moraiolo, Frantoio, Leccino, Pendolino e Americano. «La raccolta avviene manualmente, lo stoccaggio delle olive non supera le 12 ore e la frangitura è affidata a un frantoio conforme alla produzione biologica» racconta Alampi, che ha inoltre rinnovato il vigneto impiantando nel 2005 circa 5 ettari di uve per la produzione di Chianti. Nel 2008, poi, ha preso piede anche una piccola produzione orticola di pomodori e zucchine, in collaborazione con l’azienda di refezione scolastica del territorio, ponendo le basi per un progetto di coltivazione e distribuzione a km 0, in favore della cosiddetta filiera corta. «Guadagnòlo Primus e Guadagnòlo Dulcis sono gli oli commercializzati dalla nostra fattoria. Il Primus si crea con le olive raccolte a inizio campagna, mentre il Dulcis si realizza più tardivamente». Per questo il Primus è un olio
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con profumi più intensi di oliva verde, carciofo e con un gusto più deciso, piccante e amaro evidenti, ma in equilibrio. Il Dulcis è più morbido, con sentori di oliva più matura e mandorla. Le note di amaro e piccante sono attenuate ma comunque ben percettibili. Ma da dove deriva il nome Guadagnòlo? «Nel settembre del 2000, quando sono cominciati alcuni lavori di ristrutturazione, all’interno dei locali oggi adibiti allo stoccaggio dell’olio è stato recuperato anche un Guadagnòlo. Questo caratteristico orcio in terracotta era un tempo presente in tutti i frantoi della zona. Ormai è un oggetto quasi introvabile. Il suo ampio bordo scosceso permetteva di appoggiarvi gli utensili adoperati nei frantoi durante la frangitura, che sgocciolando riempivano piano piano il Guadagnòlo, evitando ogni spreco». www.fattoriaramerino.it fattoriaramerino@virgilio.it
Filippo Alampi e alcune immagini realizzate presso la Fattoria Ramerino di Bagno a Ripoli (Fi)
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IMMERSO NEL CHIANTI
di AMEDEO LONGHI
l suggestivo contesto dell’agriturismo Salvadonica è un tipico borgo le cui origini risalgono al quattordicesimo secolo; da esso sono stati ricavati appartamenti e camere, attraverso una ristrutturazione rispettosa delle caratteristiche architettoniche che lo accomunano ai numerosi paesi di epoca medievale che popolano il territorio del Chianti. «La struttura e la sua posizione sono sicuramente le caratteristiche della nostra attività di cui andiamo più orgogliosi», spiega Beatrice Baccetti, che insieme alla famiglia gestisce l’agriturismo. «L’ospitalità, la tranquillità, la ricchezza dell’ambiente e l’importanza storica del territorio fanno il resto». E poi ci sono l’olio e il vino di vostra produzione. «Produciamo un Chianti classico Igt e olio extravergine d’oliva, la cui qualità è favorita dalle caratteristiche ottimali del terreno su cui vengono coltivati olivi e viti. L’intera filiera produttiva è interna». Da dove provengono principalmente i visitatori? «La maggior parte degli ospiti proviene dall’estero, poiché quella del Chianti e della Toscana in generale è una delle zone d’Italia
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Una collina nel Chianti a metà strada tra Firenze e Siena, fra le più suggestive d’Italia. E adagiato su di essa, l’agriturismo Salvadonica, perfettamente integrato nella tipicità di questi luoghi
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più conosciute a apprezzate oltreconfine. Da un po’ di tempo stiamo cercando di incrementare la richiesta da parte del pubblico italiano, perché ci sembra giusto valorizzare la bellezza delle nostre terre anche attraverso il turismo interno». Questo desiderio trova un riscontro effettivo? «Devo dire che specialmente negli ultimi tempi la tendenza sta un po’ cambiando e si vedono più ospiti italiani rispetto a qualche anno fa. In passato questi venivano
prevalentemente nei periodi di Pasqua, durante i ponti e nei classici periodi di “vacanza breve”. Adesso c’è più movimento generato dal turismo italiano, anche perché per diversi motivi – da quelli strettamente economici alla sempre crescente volontà di conoscere meglio il paese – si scelgono mete più vicine. La nostra campagna comunque piace per tanti motivi: perché nelle immediate vicinanze ci sono interessanti siti storici, perché oltre alla vacanza di relax si coglie l’occasione per abbinare percorsi ed esperienze enogastronomiche, perché c’è una fervida attività culturale. Inoltre la posizione è strategica sotto tutti i punti di vista e la struttura è ben contestualizzata e dotata di tutti i servizi, dalla piscina alla prima colazione a buffet, dall’accoglienza per gli animali al seguito a camere attrezzate per ospitare persone disabili». www.salvadonica.com info@salvadonica.com
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Beatrice Baccetti, nelle foto con alcuni prodotti dell’azienda e con la sorella Francesca, gestisce con la famiglia l’agriturismo Salvadonica
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ALL’ANTICA TAVOLA TOSCANA a buona tavola, si sa, è probabilmente il migliore escamotage per distrarsi dalla confusione, e dal relativo stress, della vita moderna. Ancora di più se questa tavola è immersa tra le meraviglie del Chianti, a pochi passi da San Casiano Val di Pesa. Entrando alla Trattoria di Sor Paolo si percepisce subito la sensazione della Toscana di un tempo. Un angolo di territorio in cui il tempo pare essersi fermato, ipnotizzato dai colori, i profumi, la natura e ovviamente i sapori che caratterizzano una delle regioni predilette dai
di PAOLO LUCCHI
Le chiama “pietanze perdute” e rappresentano le più remote tradizioni culinarie delle valli toscane. A riproporle è Mario Ciattini, volto della Trattoria di Sor Paolo, una meta per gli appassionati di enogastronomia
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Mario Ciattini, a destra, assieme ai suoi collaboratori Caterina Lastraioli e Cleandro Lavacchi de La Trattoria Di Sor Paolo di S. Casciano Val di Pesa (Fi)
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turisti di tutto il mondo. Ad accoglierci è Mario Ciattini, lo chef, oltre che il titolare, del rinomato ristorante. «La Toscana la si può conoscere, o riscoprire, anche attraverso le sue tradizioni culinarie – ci tiene a sottolineare Ciattini -. Chi ama i sapori di una volta e chi è convinto che tutto ciò che è antico vada in qualche modo protetto e conservato, troverà qui da noi non solo un luogo, ma una storia. E noi della trattoria, in un certo senso, siamo qui per raccontarla». Chi viene alla tavola di Ciattini sa bene che la cucina, qui in Toscana, è un culto che va ben al di là della nota Bistecca alla Fiorentina. «Abbiamo cercato di replicare tutto ciò che la memoria ci suggeriva – spiega il titolare -. Odori, fragranze delle stagioni, sapori, avvalendoci degli stessi mezzi e ingredienti che si usavano nelle
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epoche passate». E così, scorrendo le pagine del menù, ci si imbatte in quelle che Ciattini ha giustamente nominato “Pietanze in via d’estinzione”. Budellina di vitella in umido, la Cioncia Lucchese, la Poppa a uso fegato o uso Livornese e poi ancora i Martinacci a' sugo alla Fiorentina e il Rognoncino di vitella Trifolato. Chissà se assaporando queste pietanze, ormai introvabili, il nostro palato non si avvicina a quello di Dante, De Medici, Petrarca. Il segreto, per Mario Ciattini, sta nella strategia di rivolgersi esclusivamente alle migliori aziende agricole locali. «Il nostro territorio è ricco di produzioni Doc, per questo non avrebbe senso cucinare, qui da noi, se non utilizzando ciò che la nostra terra ha di meglio da offrire». Una filiera della qualità e del gusto che conquista i turisti
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italiani e stranieri. Non si può non visitare, infine, la secolare cantina, «un ambiente quasi mistico che ispira un’accoglienza misteriosa, tipica di quei luoghi che vivono di se stessi, indipendentemente da chi vi dimora, come se fossero consapevoli della collocazione che hanno all'interno della Storia» spiega Mario Ciattini. Più di cinquanta etichette che riposano sotto le tradizionali arcate in cotto. «La nostra è una selezione sintetica ma sostanziosa, influenzata dal fatto che ci troviamo nel territorio del Chianti Classico». Un’etichetta su tre proviene dalla zona del Chianti e le restanti due sono comunque di vini toscani. Del resto, anche il calice fa bandiera.
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www.trattoriadisorpaolo.it
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Poter godere con sobrietà di quello che la natura offre: la quiete, i sapori dell’orto, la compagnia degli animali. Un’atmosfera agreste fatata, intima e tranquilla, poco lontana da Firenze
IL LUSSO È LA NATURA
di FRANCESCO BEVILACQUA
bbiamo comprato una seconda casa in campagna, poi questo podere ci ha preso la mano e piano piano è nata anche l’idea dell’agriturismo, per far ritrovare momenti di relax a tutti coloro che come noi amano la natura». È questa in poche parole la storia di Alessandro e Serena. Alessandro, con una carriera già avviata di direttore commerciale, a cinquant’anni ha deciso di dare una svolta alla sua vita insieme alla moglie, abbandonando la frenesia e l’artificialità
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della vita cittadina per rifugiarsi in campagna. Così è nato l’agriturismo Podere il Poggiolo di Pontassieve, a pochi chilometri da Firenze. Una struttura piccola, riservata a pochi, elitaria. «Abbiamo quattro alloggi, ognuno con la propria entrata indipendente e vista spettacolare sul podere, e nel locale ristorazione quattro tavolini per le cene dei nostri ospiti.Tutto è piccolo, intimo, familiare e questa caratteristica ci permette di curare al meglio chi ci visita». Alessandro e Serena la definiscono una struttura “lussuosa”, chiarendo subito l’interpretazione che danno di questo termine: «Il lusso è la natura, il poter godere con sobrietà e tranquillità di quello che essa ci offre, la quiete, il vecchio sapore ricostruito bene e riproposto». Il Podere il Poggiolo può contare su un’azienda agricola con vigne e ulivi, che consentono di realizzare delle piccole produzioni di olio extravergine d’oliva e vino rosso da tavola. Alessandro cura anche un orto che offre agli ospiti gli ingredienti per i piatti che Serena cucina e conduce un piccolo allevamento di maiali di Cinta Senese. «La nostra è un’azienda agricola biologica, quello che consumiamo lo produciamo direttamente noi. Fa tutto parte della scelta di vita che abbiamo fatto, di immersione nella natura e in armonia con essa». C’è un caratteristico locale dell’agriturismo dove vengono organizzate cene toscane con
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prodotti locali e aziendali. «Abbiamo cercato di riproporre il patrimonio culinario toscano con una cucina legata alle stagioni. La stagionalità infatti è un valore da recuperare che ci riavvicina alla naturalità del cibo, oggi in gran parte perduta». Un’attività semplice, genuina ma ben curata, dove nulla è trascurato, pur senza gli eccessi di molti agriturismi di oggi, che sembrano più che altro dei fastosi resort di campagna senza anima: «Siamo aperti tutto l’anno, ospitiamo sia coppie che famiglie, ma anche amici che prenotano tutta la struttura. Naturalmente anche gli animali sono i benvenuti. Nella zona comune c’è un grande loggiato, vicino agli appartamentini e alle camere, dove prepariamo le cene a lume di candela e le colazioni, a trenta metri dalla piscina, con vista sulla vallata». La passione che Alessandro e Serena infondono nel loro lavoro è dovuta all’entusiasmo con cui hanno sperimentano questo grande cambiamento non solo professionale ma anche esistenziale. Cambiamento di cui vogliono rendere partecipi anche gli ospiti del loro agriturismo. D’altra parte si tratta di uno stile di vita perfettamente attuabile. Basta volerlo.
Alessandro Zappa e Serena Denti sono i titolari dell’agriturismo Podere il Poggiolo. Nelle altre immagini, alcuni dettagli della struttura
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www.podereilpoggiolo.it
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ALLA SCOPERTA DI AREZZO di NICOLÒ MULAS MARCELLO
Numerosi sono gli appuntamenti in programma per l’estate aretina. Ma come tutte le città d’arte anche Arezzo offre una ricchezza culturale di straordinario valore, festeggiando quest’anno i 500 anni dalla nascita di Giorgio Vasari. Il sindaco Giuseppe Fanfani consiglia un percorso originale
ertili valli della Valdichiana dal Tevere all’Arno con lo sfondo delle montagne del Casentino conserva ancora sotto la sua semplice apparenza la gloria della sua antichità. Arezzo”. Così Gabriele D’Annunzio descriveva la città toscana, dove Giorgio Vasari nel 500 ha lasciato un’impronta culturale inestimabile. Ma Arezzo non è solo Vasari, tanti sono gli artisti e le opere presenti: «Dagli affreschi della Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca – sottolinea il sindaco Giuseppe Fanfani – al Crocefisso di Cimabue». Se dovesse indicare a un turista un itinerario meno noto ma ugualmente interessante per visitare le bellezze più nascoste di Arezzo, quale consiglierebbe? «Suggerirei un percorso nuovo e originale nei luoghi e tra le opere di Giorgio Vasari, proprio in occasione della celebrazioni per i 500 anni della nascita di questo nostro grande artista, tra i maggiori protagonisti del Cinquecento. È un’opportunità che solo la nostra città può
“F Sopra, Giuseppe Fanfani, sindaco di Arezzo. A destra, la Giostra del Saracino
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offrire. Il percorso comprende il Museo Casa Vasari, la Chiesa della SS. Annunziata, il Museo d’arte Medievale e Moderna, la Chiesa delle Sante Flora e Lucilla e il Museo Diocesano: luoghi ove sono conservate tracce di momenti importati della vita dell’artista - la sua residenza, l’archivio delle sue carte, le sue collezioni nonché opere fondamentali nel corpus pittorico del maestro; così il turista può immergersi nel tessuto urbano del capoluogo, a scoprire il Vasari architetto». C’è un punto dal quale è possibile osservare un panorama suggestivo? «In città consiglio una visita alla torre del Palazzo comunale. È su appuntamento e si gode uno splendido panorama sulla città. Al di fuori della città i punti di osservazione sono molteplici». Quali luoghi d’arte della città
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Arezzo città d’arte
Da Vasari a Cimabue
«Consiglio una visita alla torre del Palazzo comunale da dove si gode uno splendido panorama sulla città» andrebbero maggiormente valorizzati? «L’elenco sarebbe troppo lungo. I luoghi del sacro sono irrinunciabili, dalla Cattedrale alle basiliche, di San Francesco e San Domenico, dalla Pieve alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie.Tra le opere d’arte, gli affreschi della Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca e il Crocefisso di Cimabue. I musei, luoghi di arte e cultura assolutamente da valorizzare sono l’archeologico Mecenate, lo statale d’arte medievale e moderna e, vera novità di quest’anno, il Museo Diocesano». Ci sono iniziative che riguardano la tradizione enogastronomica? «Arezzo ospita costantemente iniziative di
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valorizzazione delle proprie peculiarità gastronomiche. Ma il punto di forza è rappresentato dalla professionalità e dall’ospitalità dei nostri ristoratori capaci di proporre ricette antiche e tradizionali». Per quest’estate quali eventi sono in programma in città? «Gli eventi che caratterizzano la nostra città, quindi la Giostra del Saracino il 18 giugno e il 4 settembre e il Concorso Polifonico. Abbiamo poi una serie di importanti appuntamenti. Sono annunciati il concerto di Franco Battiato, lo spettacolo di Giorgio Panariello e una serata con Moni Ovadia. Inoltre, importanti rassegne che hanno come organizzatori e promotori gruppi e associazioni locali: Arezzo Festival e Mengo Festival».
Nella pagina precedente, una sala della casa museo Vasari. In questa pagina, Piazza Grande di Arezzo
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FRESCHE GOLOSITÀ Solo ingredienti genuini e procedimenti tradizionali. È questo il segreto del Geliterraneo. Una serie di gusti unici da collocare in chiusura dei tipici menù toscani. Claudio Cavaliere racconta com’è nata l’idea di questo gelato
di SALVATORE CAVERA
i piedi del Pratomagno, lungo il tracciato della vecchia Cassia, tra Loro Ciuffenna e Arezzo, in uno splendido paesaggio fatto di vigne e oliveti, dominato dalla romanica pieve di Gropina, in una tradizionale casa toscana, è nato e vive Cassia Vetus, un ambiente in cui la vista spazia dal cotto alla pietra. Qui, la gelateria tradizionale con il Geliterraneo produce un gelato preparato con la frutta di produzione biologica più pregiata del Mediterraneo. «Fare un gelato eccellente – spiega l’ideatore, Claudio Cavaliere – è il nostro obiettivo, semplice e ambizioso allo stesso tempo. Usiamo metodi di lavorazione tradizionali e prodotti naturali, caratterizzati dalla tipicità e dalla varietà dei gusti. Non utilizziamo né additivi né emulsionanti.
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Arezzo
E i veri protagonisti sono gli ingredienti: il latte fresco intero biologico, la panna fresca, lo zucchero di canna, il miele integrale, le uova fresche. Fatto solo con frutti naturali, il gusto del nostro Geliterraneo segue il variare delle stagioni e si può apprezzare anche in gusti a km zero, come fior di latte del pratomagno, crema di vin Santo di Gropina e Cantuccini della bottega di Chiassaia, castagna Perella del Pratomagno – lavorata con procedimenti tradizionali e completamente manuali, dalla raccolta alla macinazione in pietra. E poi la tradizionale crema fiorentina, il gelato alle more di rovo, ai fichi infornati e alla menta piperita. «La menta e i fichi vengono dai nostri campi. I fichi sono prima essiccati e caramellati. Dal 2001 Produciamo anche gusti con i presidi Slow Food: gelato al pistacchio di Bronte, alla
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mandorla di Toritto e al mandarino di Ciaculli, alla pesca regina di Londa. E ancora caffè Piansa, yogurt, vaniglia di Tahiti, nocciola gentile delle Langhe, gianduja, torrone, malaga, liquirizia Amarelli. Facciamo anche sorbetti, granite e brioche. La nostra attenzione per la qualità dei prodotti e della preparazione artigianale ci ha permesso di raggiungere il quarto posto nella classifica di tutte le gelaterie d’Italia». Cassia Vetus non è solo gelato. È uno spazio dove l’osteria e la gelateria, insieme all’enoteca e alla caffetteria, si combinano in uno scrigno unico di odori e sapori. Un impegno che coinvolge l’intero staff. In cucina, Maria e Valentina, preparano piatti semplici e genuini. In sala, il sommelier Giancarlo e Pietro, al bar. In gelateria, Claudio e Vittorio. «Con questo gruppo di lavoro abbiamo raggiunto mete importanti. In ciò che offriamo, comunque, i primi attori restano sempre i prodotti del nostro territorio. I sapori autentici dei nostri piatti nascono dalla passione, dall’attenzione e dalla voglia di raccontare una storia dove la bellezza e la qualità si mostrino autentiche attraverso i nostri menù stagionali».
Sopra, Claudio Cavaliere, titolare di Cassia Vetus, Loro Ciuffenna (Ar)
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www.geliterraneo.it info@geliterraneo.it
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IMMAGINI ARETINE di NICOLÒ MULAS MARCELLO
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Dal cuore della città fino a tutta la provincia, inestimabile è il patrimonio artistico del territorio aretino. Una guida d’eccezione come il soprintendente Agostino Bureca ci accompagna alla scoperta di tutte le opere più significative di Arezzo designando, attraverso la città, percorsi per i turisti
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rezzo costituisce un vero e proprio scrigno di tesori che testimoniano il genio di artisti come Cimabue, Giorgio Vasari, Piero della Francesca e tanti altri. «Il cuore dell’opera di Piero della Francesca in Arezzo – spiega Agostino Bureca, sopraintendente per i beni artistici di Arezzo – è il ciclo di affreschi con la Leggenda della Vera Croce, in San
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Francesco, il fiore all’occhiello dei siti museali statali nel territorio». Il patrimonio architettonico di Arezzo è ricco di capolavori. Quale percorso consiglierebbe a un gruppo di visitatori che volessero scoprire le opere più nascoste presenti in città? «Arezzo è una città molto tranquilla e a misura d’uomo; non c’è quindi bisogno di ricercare itinerari nascosti, lontano dal traffico che
In apertura, un particolare della Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca
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Arezzo città d’arte
Il patrimonio artistico
Qui sotto, Badia delle Sante Flora e Lucilla. Nella pagina seguente, un particolare del Crocifisso di Cimabue
caratterizza le grandi città. Il percorso nel centro storico può partire dall’area di parcheggio Petri, situata a valle della cittadella del Duomo e collegata al cuore della città da scale mobili. Queste ultime conducono direttamente alla Piazza del Vescovado, con la Cattedrale, in forme gotiche, e il Palazzo vescovile, che contiene opere inestimabili all’interno del Museo Diocesano. Accanto alla Cattedrale si apre il percorso nella Fortezza Medicea, in corso di restauro e immersa nel verde del Prato da dove si gode un’eccezionale vista sulla campagna. La città su questo lato conserva ancora un paesaggio integro e questo credo sia un grande valore e merito che va ascritto agli aretini. Scendendo dalla centrale via Ricasoli, si giunge nell’area dei musei statali: il Museo nazionale d’arte medievale e moderna, con opere dei principali artisti del territorio (Bartolomeo della Gatta, Signorelli, e una collezione di maioliche rinascimentali, tra le maggiori d'Europa) e, in via Venti Settembre, quello della Casa del Vasari, riallestito quest’anno in
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occasione del quinto centenario della nascita del grande storiografo, architetto e artista aretino. Nelle vicinanze va scoperta la Piazza San Domenico, su cui si affaccia la chiesa omonima, che conserva la Croce dipinta di Cimabue. Continuando verso il centro, lungo via Garibaldi, si incontra la chiesa rinascimentale della Santissima Annunziata e, poco più a monte, la Badia delle Sante Flora e Lucilla, ambedue con opere del Vasari. In piazza San Francesco si trova la tappa più importante del tour, la Basilica francescana che contiene la Cappella Bacci, con gli affreschi della Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca. La Basilica è un sito museale dello Stato». Quali sono le caratteristiche più importanti della Basilica? «Oltre agli affreschi di Piero della Francesca, è possibile visitare la navata (opere di Spinello aretino e di altri artisti dal XIV al XVI secolo) e, nella Basilica Inferiore, una delle grandi mostre programmate annualmente. Nell’anno in corso, dal 3 settembre sino al 9 gennaio 2012, in occasione del quinto centenario vasariano, sarà visitabile “Il primato dei toscani nelle Vite del Vasari”. Saranno esposte opere dei principali maestri che secondo l’autore segnarono l’ascesa dell’arte toscana sino al trionfo della Maniera Moderna, a partire da Cimabue sino a Michelangelo, attraverso Giotto, Arnolfo, Duccio di Boninsegna, Simone Martini, Donatello, Masaccio, Piero della Francesca, Signorelli, Filippino Lippi, Andrea del Sarto e gli altri principali artefici della “rinascita delle arti”, per un totale di circa 60 opere; le parole di Vasari accompagneranno il visitatore, attraverso
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Arezzo città d’arte
Il patrimonio artistico
un sofisticato sistema audiovisuale. Da piazza San Francesco - sulla quale si affaccia la Galleria comunale d’Arte moderna, anch’essa sede da settembre di un’importante mostra su Vasari disegnatore e pittore - il giro della città può procedere ritornando verso il Duomo, per visitare la suggestiva Pieve di Santa Maria (Portale scolpito con il Ciclo dei Mesi, Polittico di Pietro Lorenzetti) e, di fronte, la Casa Museo dell’antiquario Ivan Bruschi, per scoprire, sulla destra, l’impareggiabile scenario di Piazza Grande, con il Palazzetto della Fraternita dei Laici, in corso di restauro e i loggiati costruiti sulla base di un progetto di Giorgio Vasari. Sempre da Piazza San Francesco, scendendo verso le pendici della collina su cui sorge la città, si incontra la chiesa di San Bernardo, con l’anfiteatro romano trasformato in monastero, attualmente sede del Museo archeologico». Il restauro del Crocifisso di Cimabue nella basilica di San Domenico è stato lungo e complesso. Ce ne può parlare?
Sopra, un particolare del Polittico della Misericordia di Piero della Francesca. A destra, Agostino Bureca, soprintendente per i Beni architettonici, paesaggistici, storici, artistici, ed etnoantropologici di Arezzo.
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«La Croce dipinta è, secondo gli storici, la prima opera di Cimabue, eseguita tra il 1265 e il 1270, prima del suo soggiorno romano. Il restauro, durato alcuni anni e compiuto con capitale pubblico e privato - con il contributo di Banca Etruria - ha reso possibile rendere perfettamente leggibile l’opera che, specie dopo la tragica vicenda dell’alluvione, che ha coinvolto l’altra Croce dello stesso autore, conservata in Santa Croce a Firenze, costituisce una testimonianza fondamentale per tutta la storia dell’arte occidentale». Quali altri importanti restauri sono in atto o in programma ad Arezzo? «La città è interessata da molti progetti di restauro nell’ambito del programma Piuss di cofinanziamento con fondi comunali regionali e comunitari. È da poco terminato il restauro e la riqualificazione di piazza Sant’Agostino, antico e caratteristico luogo di mercato. Oltre a quello del Palazzetto di
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Fraternita, sono in fase di realizzazione il restauro della Fortezza e quello dell’ottocentesco Teatro Petrarca in via Guido Monaco, presso piazza San Francesco; la stessa Basilica è attualmente oggetto di un importante intervento di recupero finanziato dal Mibac e curato dalla Soprintendenza - della Chiesa Inferiore, da adibire a centro espositivo permanente di mostre. Il programma di valorizzazione culturale del compendio monumentale di San Francesco è sostenuto da Banca Etruria. Quanto alle opere mobili, l’anno in corso è dedicato alle opere del Vasari: una pala d’altare - proveniente da Monte San Savino - è in corso di restauro nei locali del Palazzo Comunale» Parliamo di Piero della Francesca. Quale itinerario si può affrontare per la città e la provincia sulle orme di questo artista?
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«Il cuore dell’opera dell’artista, in Arezzo, è il ciclo di affreschi con la Leggenda della Vera Croce, in San Francesco, il fiore all’occhiello dei siti museali statali nel territorio. La Cattedrale conserva un’altra opera dell’artista, la Maddalena dipinta a fresco sulla parete della navata, a fianco della porta della sagrestia. All’attività di Piero è legata anche la sua città natale, Sansepolcro: il Polittico della Misericordia, di cui è appena terminato il restauro, e tre affreschi - la Resurrezione, il San Giuliano, il San Ludovico - si trovano nel Museo civico, in via Aggiunti, a pochi metri dalla Casa di Piero della Francesca, sede della Fondazione che ne porta il nome. Per concludere, spostandosi tra Arezzo e Sansepolcro, è consigliabile una sosta ad Anghiari, cittadina medievale nel cui centro è un altro sito museale dello Stato, poco conosciuto e molto suggestivo: il Museo di Palazzo Taglieschi».
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PRELIBATEZZE ARETINE di SALVATORE CAVERA
La campagna aretina. Sulle tracce di San Francesco e nei luoghi che diedero i natali a Michelangelo Buonarroti. Un percorso fra la natura, la cultura e la tavola toscane. Come dice Giuseppe Aldinucci: «Le nostre specialità locali si apprezzano stagione per stagione» el comune di Caprese Michelangelo, che ricorda nel nome il celebre artista rinascimentale, che qui nacque ed è oggi celebrato nel Museo Michelangiolesco, è possibile trovare la pace dei paesaggi toscani, seguire dei percorsi culturali e provare al palato il piacere dei piatti preparati ancora come una volta, con i prodotti disponibili secondo la stagione e – come si dice oggi – “a km 0”. Dello scultore e pittore si può ancora visitare la casa natale, che sorge vicino al suggestivo castello, dal quale si ammira un panorama incantevole. In queste terre si trovano il santuario della Verna, dove san Francesco, in uno dei suoi consueti momenti di raccoglimento e preghiera, trascorse l’estate del 1224 e l’eremo di Cerbaiolo. Sorto come monastero benedettino nell’VIII secolo, dopo che essere stato donato a Francesco, dal 1216 al 1783 fu abitato dai frati francescani. Non molto distante da questi antichi siti, che formano due delle tappe del percorso del frate di Assisi, si trova l’agriturismo L’ovile. L’agriturismo,
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proprietà della famiglia Aldinucci, offre la possibilità di soggiorno ed è specializzato nei piatti di carne. «La nostra famiglia – dice Giuseppe Aldinucci – ha una macelleria dal 1890 a Pieve Santo Stefano e un’azienda agricola dagli anni Sessanta. Abbiamo così avuto l’idea di unire queste due attività tradizionali, abbinando sia la macelleria che l’azienda agricola per far assaggiare i nostri prodotti. Abbiamo ristrutturato la casa padronale ed è stato spontaneo creare un agriturismo specializzato nella carne degli animali che alleviamo o che acquistiamo qui nei dintorni». Alcune delle specialità, ovviamente scelte fra quelle tipiche toscane e cotte esclusivamente alla brace, sono le classiche fiorentine, il peposo al Chianti, l’agnello a scottadito, l’agnello al girarrosto, il maialino, il carpaccio. Per quanto riguarda gli altri piatti e i primi artigianali, si possono apprezzare i crostoni al tartufo, ai porcini, ai prugnoli e lardo di Beppe, i ravioli alla ricotta, gli gnocchi, gli agnolotti al ripieno di carne chianina. «Tutte le materie prime sono prodotte in loco, a km 0, oppure provengono dai produttori della Strada Dei Sapori Valtiberina, di cui facciamo parte sia come azienda agricola che come macelleria. Il nostro menù dipende dal periodo dell’anno, la
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nostra è una cucina molto stagionale. Lavoriamo i prodotti freschi in base alla stagione dell' “orto” e del “bosco”,con cui prepariamo le nostre pietanze. Questo è l’unico modo in cui si può gustare la qualità di un prodotto pienamente naturale. Tutti i nostri cibi possono essere gustati con vini che arrivano direttamente dalla “strada del vino terre di Arezzo” e dalla vicina Siena. Dopo un buon pranzo, partendo dall’agriturismo, è facile raggiungere, in un paio di ore di cammino, oppure più comodamente in mountain bike, il santuario della Verna, l’eremo di Cerbaiolo o il lago di Montedoglio.La nostra azienda copre circa 90 ettari di terreni biologici certificati e comprende, prato, pascolo, seminativo e bosco. L’agriturismo è composto da tre miniappartamenti e 4 camere dai 2 ai 4 posti letto, ed è attrezzato per far trascorrere una piacevole giornata all’aria aperta in piscina o nel nostro campetto da calcetto,bad minton e pallavolo,tutto su prato». www.agriturismoovile.it info@agriturismoovile.it
In apertura, Giuseppe Aldinucci dell’Agriturismo L’ovile, Caprese Michelangelo (AR)
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UN TUFFO NELLA TRANQUILLITÀ di LUCA CAVERA
Una terra speciale, la Val di Chio. Fra gli olivi secolari, un’antica tenuta contadina, posta su una collina che guarda alla valle, dalla quale ammirare borghi, contrade e castelli. Elena ed Enrico Barneschi vi invitano a un’esperienza tra natura, sport e cultura
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n luogo ideale, per unire il caldo sole toscano al girovagare per borghi e pievi, è la Val di Chio. Attraversata da innumerevoli sentieri, offre lo spettacolo di una natura ancora, spesso, incontaminata. Dopo una corsa o una buona camminata, si può trovare una pausa rigenerante nelle vicine Terme di Rapolano, per farsi cullare dalle salutari acque calde. La valle è perfetta per la vacanza in ogni stagione. Un punto dal quale è possibile apprezzarla nella sua pienezza è l’agriturismo Dolci Colline, che, posto su un’altura, gode di una splendida vista sulla campagna circostante, cosparsa di oliveti secolari, dai quali i proprietari Elena ed Enrico Barneschi ricavano l’olio, seguendo un metodo ancora artigianale tramandato dai bisnonni. «Chi sceglie di soggiornare a Dolci Colline può dedicarsi alle tante attività che la valle concede in piena natura ma, grazie alla strategica posizione della Val di Chio, può anche visitare Arezzo e Cortona, raggiungibili in soli venti minuti, oppure Firenze, a circa un’ora da noi, Siena, Perugia e molte altre città d’arte». La struttura dell’agriturismo, che somiglia a un piccolo borgo, è il risultato dell’accurata ristrutturazione di una tenuta del XVII secolo. «Qui si respira un’aria antica – esordisce Elena Barneschi –. L’agriturismo infatti, comprende, al centro, l’originaria casa colonica e dispone poi di sette dimore indipendenti, che un tempo ospitavano la limonaia, la ziraia, la legnaia, il forno: gli ambienti della vita contadina. Ciascuna ha anche uno spazio esterno privato per pranzare nel verde o cenare a lume di candela, riscoprendo gli antichi sapori dei prodotti delle botteghe tipiche dei dintorni».
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Oltre a visitare i molti siti di interesse artistico o rilassarsi all’ombra degli oliveti, è possibile fare un tuffo in piscina, godendo allo stesso tempo della vista della torre del Cassero e del castello di Montecchio. «Chi ama fare sport fra i campi di girasole può approfittare delle nostre mountain bike o recarsi nel vicino maneggio. Per i più intrepidi che volessero dare uno sguardo panoramico, a volo d’uccello, alle nostre terre, è anche possibile fare un’insolita “passeggiata” fra le nuvole in ultraleggero, grazie al centro di volo recentemente sorto nei pressi del nostro piccolo borgo». Le condizioni climatiche, la tipologia del terreno particolarmente favorevole, le varietà degli olivi coltivabili, hanno permesso a Elena ed Enrico di continuare la produzione artigianale dell’olio, oggi riconosciuto Igp. «I nostri oliveti si trovano in una posizione ideale a metà collina, a un’altitudine di 310 metri sul livello del mare. Quindi per far sì che l’olio mantenga intatte le proprietà organolettiche che la terra gli conferisce, eseguiamo la raccolta a mano per poi procedere nel frantoio con la molitura mediante macine di pietra e la conservazione in ziri in cotto». www.dolcicolline.com
In alto, Elena ed Enrico Barneschi dell’agriturismo Dolci Colline a Castiglion Fiorentino (AR)
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L’AROMA DELLA TRADIZIONE
di ERIKA FACCIOLLA
Eccellenze enogastronomiche, arte, storia e tradizioni antiche. Un viaggio tra le colline del Chianti può riservare tante sorprese. Scopriamone alcune con Cristina Bazzanti, dell’agriturismo Villa Teresa
ltre alla loro secolare tradizione vitivinicola, le colline del Chianti custodiscono un patrimonio storico fatto di borghi, castelli e antiche dimore che si affollano lungo i pendii dove un tempo dimoravano etruschi e romani. Chiunque visiti queste terre rimane affascinato dalla varietà di colori, profumi e sapori antichi che rivivono nelle tradizioni contadine tramandate di generazione in generazione
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nei tanti luoghi dedicati alla ristorazione e all’accoglienza turistica. Ed è proprio qui, tra oliveti secolari e filari di vite estesi a perdita d’occhio, che si trova l’agriturismo Villa Teresa, splendida dimora ottocentesca un tempo utilizzata come residenza estiva di un’importante famiglia fiorentina. Oggi la famiglia Mugnaini Bazzanti ha ridato nuova vita a Villa Teresa, creando un agriturismo che Cristina conduce con la collaborazione del marito e delle figlie; lei stessa ci confida che l’agriturismo rappresenta la realizzazione di un sogno. «Ho sempre pensato che fosse importante far conoscere la bellezza della mia terra a chi ne ha solo sentito parlare, conquistandoli con speciale accoglienza e con la bontà di alcuni sapori di cui non si ha più memoria». Villa Teresa, infatti, è oggi il luogo ideale dove trascorrere qualche momento di relax all’insegna della buona tavola, della serenità che infonde la campagna, incorniciata dall’atmosfera familiare della villa. Sapori semplici e autentici, quelli di Villa Teresa: «Noi coltiviamo biologico –
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sottolinea Cristina Bazzanti –, prevalentemente coltivazioni olivicole, che ci donano olio extra vergine di oliva veramente eccellente. Inoltre, le piccole produzioni di frutta e verdura del nostro orto familiare, finiscono sulla tavola degli ospiti o nella nostra cucina, per confezionare conserve e confetture». Ma in cosa consiste il vero segreto di questa genuina bontà? Cristina Bazzanti non ha dubbi: «La coltivazione biologica si differenzia da quella classica per la mancanza di utilizzo di sostanze chimiche. Questo non è sufficiente per avere canoni di eccellenza elevati ma è possibile realizzarli con un impegno costante che va dalla produzione a una raccolta attenta, nei tempi e nei modi; nel lavoro agricolo è fondamentale l’amore per la terra». Non solo sapori, ma anche profumi che si perdono nella memoria di gesta antiche, come la coltivazione della lavanda. Ed è proprio nel “Lavandeto di Teresa”, uno
degli angoli più affascinanti dell’agriturismo, che ogni giorno si ripete una piccola, profumatissima magia: «Raccogliamo piante e fiori profumati da essiccare, in mazzi, all’ombra delle pergole – confida la titolare di Villa Teresa –. Parte delle spighe di lavanda vengono utilizzare per l’olio essenziale con cui profumiamo il sapone e la crema per le mani all’olio d’oliva e il sale rilassante da bagno. Non dimentichiamo le tante varietà di erbe aromatiche come rosmarino, salvia, timo, origano, dragoncello, melissa, menta e cedrina, che consideriamo indispensabili per la nostra cucina». Pensando a Villa Teresa, vengono in mente colori, sapori e fragranze che solo la natura può creare e che l’uomo può apprezzare, mai sciupare.
In apertura, Cristina Bazzanti circondata dalla famiglia con cui dirige e gestisce l’azienda agrituristica Villa Teresa sita a Cavriglia (AR)
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www.villateresa.eu
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PROFUMI COLLINARI di NICOLETTA BUCCIARELLI Marmellate, vino e olio. E una natura incontaminata in cui poterli gustare. Il tutto a due passi da Cortona. Con Benedetta Canò, scopriamo Poggio al Sole, un vero e proprio “tempio del gusto”
no scenario d’altri tempi, nel cuore delle colline cortonesi. È qui che nasce “Poggio al Sole”, azienda biologica di dieci ettari che offre la possibilità di vivere la natura così come era una volta, a due passi da Cortona. «L’idea iniziale» spiega Benedetta Canò che gestisce l’azienda agricola “Poggio al Sole”, «è nata da un desiderio di cambiare vita e spostarmi da Bergamo in Toscana, mio territorio d’origine. Il mio, è stato un po’ un ritorno a casa e soprattutto, il ritorno a uno stile
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di vita più naturale, legato al contatto con le stagioni e con la natura. Ma ciò che mi ha spinto maggiormente è stata la mia grande passione per la cucina. Tutto è nato dall’intenzione di creare un “tempio del gusto” dove poter assaggiare prodotti locali e freschi. Non a caso non abbiamo scorte o celle frigorifere, facciamo la spesa al momento, ogni volta che sappiamo che avremo ospiti a cena. Per questo è necessario prenotare almeno un giorno prima, per riuscire a fare la spesa dai produttori locali». Produttori locali ma anche creazioni in proprio. «Noi produciamo vino, olio e marmellate. Serviti anche alla “Limonaia” il nostro ristorante all’interno della proprietà. L’azienda è a produzione biologica quindi il vino e l’olio sono biologici. Per quanto riguarda le marmellate, se la frutta di base non è colta direttamente dai nostri alberi, proviene comunque da produttori locali». L’area in cui si trova “Poggio al Sole” è vicino Cortona. «Questo si rispecchia soprattutto nei prodotti che offriamo all’interno del ristorante: la carne chianina. il fagiolo Zolfino del Pratomagno e lo zafferano. Oltre logicamente a
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vini del posto, formaggi e salumi locali. Cortona è un piccolo gioiello. Bellissimo è il museo dell’Accademia Etrusca che si trova all’interno di un palazzo appena ristrutturato; una collezione di reperti etruschi davvero significativa tra cui il “lampadario etrusco” e la “tabula cortonensis”.Tutto il territorio di Cortona offre veramente molto da vedere: ad esempio le tombe e i tumuli del Sodo, l’Eremo delle Celle che è uno dei posti di San Francesco…e molto altro». La struttura di “Poggio al Sole” è composta da sette diversi fabbricati. «In tre di questi facciamo agriturismo. Tre appartamenti, per un totale di dodici posti letto. La struttura è stata mantenuta naturale come l’abbiamo trovata; abbiamo cercato di rispettarla conservando i materiali del luogo, ovvero la pietra. La stessa cosa vale per gli arredi: mobili antichi, copriletto fatti a mano da mia mamma e letti antichi che abbiamo restaurato. Volevamo ricreare una casa rurale, una casa tradizionale Toscana». www.poggiosole.it info@poggiosole.it
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In apertura, immagine de “Poggio al Sole” di Cortona (Ar). In alto, la piscina dell’agriturismo. Sopra, Benedetta Canò, titolare de “Poggio al Sole”. Sotto, la camera matrimoniale baldacchino
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TOSCANITÀ IN TAVOLA Il legame con la terra è una prerogativa che dovrebbe sempre caratterizzare un agriturismo concepito nel senso più tradizionale del termine. Proprio in questa direzione ha lavorato Simona Lacrimini, toscana Doc, titolare dell’Agriturismo Casentino
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di AMEDEO LONGHI
uò sembrare un esercizio insignificante, ma provate a ricordarvi quando è stata l’ultima volta che avete passato tre, quattro o cinque giorni senza toccare il telecomando. «Ci sono persone che sono state qui diversi giorni senza mai accendere la televisione». Lo dice orgogliosamente Simona Lacrimini, che insieme ai genitori Guido ed Elida gestisce l’Agriturismo Casentino. La sera intrattengono gli ospiti parlando loro della Toscana, di Dante, che ha vissuto molti anni nel Casentino, delle tradizioni, magari, in autunno, facendo arrostire qualche castagna sul fuoco.
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Alcuni dei piatti offerti dall’Agriturismo Casentino. Nella pagina seguente, Simona Lacrimini e alcune immagini della struttura
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La convivialità e il calore umano sostituiscono gli intrattenimenti della vita cittadina, consentendo agli ospiti di provare per qualche giorno sensazioni quasi dimenticate. A questo contribuisce anche l’organizzazione: «Per nostra scelta ospitiamo poche persone, in modo da poter curare la qualità dell’accoglienza e del cibo». Quest’ultimo proviene da una filiera strettamente locale, quando non interna all’azienda stessa. «Se ci manca qualcosa, ci approvvigioniamo presso la aziende agricole del posto, all’interno di un circuito totalmente rintracciabile. Per esempio, usiamo solo pasta toscana e la farina con cui vengono preparate le sfoglie è fatta con il grano del casentino, macinata a pietra, dà origine una pasta più ruvida ma porosa». Le piccole ma importanti caratteristiche degli ingredienti e dei metodi di produzione fanno sì che l’anima di questa terra emerga distintamente, toccando nel profondo le persone che hanno modo di entrarvi in contatto. La “toscanità” è fieramente rivendicata da Simona: «Nella nostra regione ci sono tantissimi
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agriturismi, ma molti privilegiano di più l’aspetto commerciale rispetto alla dimensione informale e al contatto umano diretto, con un’impostazione diversa dalla familiarità che invece emerge da un contesto verace e intimo come il nostro». La struttura è ricavata da un antico casale situato ai margini del Parco delle Foreste Casentinesi, è dotato di una bella piscina e offre sistemazioni in camere o appartamenti. Un altro punto forte dell’Agriturismo Casentino è la cucina, di cui Simona è la regina: nel 2005 ha vinto ad Agritour il primo premio con il suo piatto Tortelli alla lastra. Innegabilmente gli alimenti naturali e allevati secondo metodi tradizionali hanno un sapore che non si può paragonare a quello del cibo reperibile oggi presso la grande distribuzione».
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www.agriturismocasentino.it info@ agriturismocasentino.it
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ATMOSFERE DA GUSTARE
di NICOLETTA BUCCIARELLI
on è possibile vedere campi più belli; non vi ha una gola di terreno la quale non sia lavorata alla perfezione, preparata alla seminazione. Il formento vi cresce rigoglioso, e sembra rinvenire in questi terreni tutte le condizioni che si richieggono a farlo prosperare”. È questa l’immagine della Val di Chiana che si è stanziata negli occhi di Goethe durante il suo Grand Tour in Italia. Di quella fotografia immortalata nel “Viaggio in Italia”, oggi si conserva intatto tutto il sapore e l’essenza; la stessa prosperità dei campi e il medesimo paesaggio che, proprio nella stagione estiva, offre il meglio di sé. Soprattutto se si ha la possibilità di poterlo ammirare dalla terrazza di un ristorante affacciato sulla vallata. La specialità? Ovviamente carne chianina. Ne parliamo con Manlio Boccuzzi, titolare del ristorante La Terrasse di Monte San Savino. «La carne chianina è sicuramente il nostro fiore all’occhiello, ma proponiamo anche pesce fresco; il tutto accompagnato da ottimi vini. Consiglio sempre una buona tagliata o un buon filetto al Brunello di Montalcino, abbinati a un ottimo Chianti classico o a un Nobile di Montepulciano».Un legame con la tradizione, in modo particolare per quello che riguarda i sapori regionali, ma una ricerca e una raffinatezza estetica soprattutto nell’arredo della sala. Due
“N Fascino, storia e arte nell’antico borgo di Monte San Savino. Da gustare? Ovviamente dell’ottima carne chianina. I piaceri culinari del ristorante La Terrasse si affiancano alle opportunità dell’Hotel San Gallo
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aspetti che riescono a sposarsi bene solo in un modo. «Lavorando molto e svolgendo un’attenta ricerca, senza lasciare nulla al caso». Il legame con Monte San Savino si respira sia nel locale, elegante ma con richiami rustici come nelle travi o negli archetti, ma soprattutto nella cucina. «Facciamo della cucina locale il nostro vanto, usando i prodotti del posto e rispettando la tradizione. Per l’estate sono ottimi gli antipasti toscani, le bruschette e gli affettati del luogo, così come la carne. In inverno invece, le zuppe la fanno da padrone. Ribollite e pappa al pomodoro sono nostre specialità». Ma Monte San Savino non è solo ottima cucina. Si tratta di un borgo medievale che ancora conserva un fascino antico. È proprio qui che sorge l’Hotel San Gallo. «L’Hotel è proprio in pieno centro storico, con affacci sulla Val di Chiana e sulla Porta Fiorentina». Spiega Moreno Pecchi titolare dell’Hotel. «Il fascino legato a Monte San Savino è legato alla sua posizione prominente sulla Val di Chiana. Domina, dai suoi 360 m, tutta la vallata. Colline bellissime, di un verde tipico toscano. Al centro del paese si possono osservare opere di Andrea San Savino e di Barberino di Monte, le porte e le mura di un classico paese medievale. Arte apprezzata dai cultori». L’Hotel San Gallo offre opportunità a turisti di ogni tipo. «Famiglie, agenti di commercio, turisti stranieri. Arezzo, Cortona, Siena e le terme di Rapolano sono tutte località vicine. Dal punto di vista geografico» conclude Pecchi, «abbiamo la fortuna di trovarci in una posizione ottimale. Un eccellente punto di partenza anche per visite brevi».
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In apertura, la terrazza del ristorante La Terrasse. In questa pagina, Manlio Boccuzzi, titolare. Nelle altre foto, immagini dell’Hotel San Gallo e degli interni del ristorante. Monte San Savino (AR)
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www.ristorantelaterrasse.it www.sangallohotel.it
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NELL’ANTICA RESIDENZA NOBILIARE
di ERIKA FACCIOLLA
Arte, natura, buona tavola e benessere: sono queste le leve su cui il turismo italiano deve investire. Al relais Badia di Campoleone, di Moira Salvadori, non manca nulla
no dei maggiori punti di forza del settore alberghiero italiano è la capacità di molti operatori del comparto di coniugare più eccellenze in un’offerta ricettiva di qualità. Certo, un grosso aiuto è dato dalle bellezze artistiche e paesaggistiche del nostro territorio e dalla ricchezza di un patrimonio enogastronomico unico al mondo, ma il segreto consiste nel miscelare ad arte questi ingredienti e abbinarli ad una cultura dell’ospitalità vissuta a trecentosessanta gradi. È questa la filosofia della Badia di Campoleone, splendido relais adagiato nella verdeggiante collina aretina, nonché simbolo di una storia dalle radici millenarie. Una storia che riecheggia tra le mura di cinta che circondano l’antica residenza nobiliare, nata come abbazia benedettina intorno all’anno Mille, i cui saloni,
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affreschi e tratti architettonici cinquecenteschi sono stati riportati all’antico splendore dopo un meticoloso restauro.Varcato l’ingresso della Badia di Campoleone, il turista diventa un ospite: «chiamarlo turista – conferma la titolare, Moira Salvadori - è già di per sé un’accezione generica. Noi amiamo considerarlo un ospite e come tale, cerchiamo di incuriosirlo, meravigliarlo, gratificarlo». Fedele alla tradizione toscana, il relais ha fatto dell’offerta enogastronomica uno dei suoi fiori all’occhiello. Per Moira, infatti, «la cultura enogastronomica è un motore importante e ospitare persone attente a questa materia, significa avere un pubblico che ama conoscere una terra passando anche per i suoi sapori». Storia e tradizione vengono vissute tramite un’esperienza multisensoriale che rimane viva nella memoria. «Raccontare la nostra ricerca e selezione dei prodotti – aggiunge con soddisfazione la titolare - è sempre un vanto. L’immersione nei sapori del nostro territorio inizia al mattino con torte, crostate, plum-cake e budini, di nostra produzione, accompagnati da frutta fresca e delizie di frutta secca». Ma quali sono i piatti più apprezzati tra i tanti proposti dagli chef? «Sicuramente le paste fatte a mano come i pizzicotti ripieni alle verdure – sottolinea Moira Salvadori -, la Chianina, proposta sia in sottile carpaccio che cotta sul camino, o il
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semifreddo ai cantucci con ristretto di Vinsanto». La garanzia di ingredienti di alta qualità, come l’olio extra Vergine di oliva IGP toscano, ha ricevuto riconoscimenti in numerosi concorsi internazionali: «Nel 2001 abbiamo ottenuto “la Gran Menzione” al Vinitaly – dichiara la titolare - e nello stesso anno siamo stati recensiti al primo posto nella top- ten degli oli nazionali all’interno della rivista ‘I viaggi di Repubblica’. Sicuramente – conclude la Salvadori - l’essere anche produttore conferisce un’attenzione maggiore nella conoscenza degli allevamenti e dei caseifici ai quali ci rivolgiamo». Infine, all’interno del relais si trova anche un eccellente centro benessere, intimo e riservato, con sale massaggi, bagno turco, idromassaggi e docce sensoriali. L’obiettivo relax è garantito. www.badiacampoleone.it
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Moira Salvadori e alcune immagini del Relais Badia di Campoleone (Ar)
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LA CASA DELLA TAGLIATA di CARLO SERGI
È noto ad Arezzo per le sue lezioni e per la varietà di prodotti creati utilizzando la carne locale più prelibata, la Chianina. A tu per tu con Antonio Tonioni, per scoprire come anche le macellerie artigianali si possono trasformare in attrazioni turistiche
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intenso il profumo della Chianina. Una tagliata che tutto il mondo invidia alla Toscana e che la città di Arezzo celebra come patrimonio gastronomico. A parlarne è uno dei “maestri” macellai di Arezzo, Antonio Tonioni. Ancora prima che un commerciante, Tonioni è un vero artista della carne, protagonista di molte iniziative nate sul territorio al fine di valorizzare questa importante produzione autoctona. Il suo negozio, nato negli anni sessanta e situato a pochi passi dall’antico anfiteatro cittadino, sede del museo archeologico, è noto per essere la casa della “Tagliata con petali di cipolla”. Questo piatto forte le ha donato più riconoscibilità? «Sicuramente, è una nostra prelibatezza. Permette di gustarsi la carne cuocendola in forno, senza dover utilizzare la brace. Si tratta di una tagliata, alta cinque dita, condita con rosmarino, salvia, aglio e ovviamente un po’ di spezie segrete, che non riveliamo». I turisti si appassionano al mondo della carne e delle ricette che le
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riguardano? «Moltissimo. Anche gli stranieri si fermano in macelleria e chiedono informazioni su quali tipi di carne acquistare, su come cuocerle. Si tratta di una parte importante della nostra cultura, della nostra storia». Il suo impegno sul territorio, in tal senso, è variegato. «Da un lato, assieme a mia moglie, organizzo molte serate a tema. Protagonista resta sempre la Chianina. Proprio di recente abbiamo proposto un menù in un ristorante tipico di pesce. È stato un successo, e si immagini la soddisfazione, per me, di portare i profumi della carne in un locale in cui in genere si sentono gli odori del mare. Oltre alle serate, poi, organizzo anche dei corsi». Di cosa si tratta? «Collaboro con una scuola di cucina, sempre qui ad Arezzo, in cui quattro volte all’anno si tengono corsi interamente dedicati alla carne. Il macellaio, in questo caso il sottoscritto, insegna così a cucinare, a scegliere e a creare i tagli migliori. E soprattutto insegniamo ad acquistare. Specialmente i turisti stranieri, una volta giunti in toscana, sono curiosi di imparare come cuocere la vera bistecca fiorentina. Con alcuni colleghi capita sempre più spesso di essere chiamati in giro per la regione a tenere corsi e dimostrazioni». Insomma, il prodotto tipico attira. «Anche per questo, anni fa, ho aperto anche un laboratorio, a pochi chilometri dalla mia macelleria, in cui realizzo prodotti come le salsiccine, la finocchiona, il salame di Chianina. Questa tipologia di carne non la si
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In apertura, Tagliata con petali di cipolla. In alto, Antonio Tonioni all’interno della sua macelleria di Arezzo
utilizza soltanto per creare bistecche, c’è molto di più, dai salumi alle pietanze. Un patrimonio che va riscoperto culturalmente e commercialmente, per il piacere dei turisti ma anche per le nuove generazioni di toscani».
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www.macelleriaantonio.it
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Siena oltre il Brunello
TREKKING URBANO
di MICHELA EVANGELISTI
Donatella Cinelli Colombini
È la signora del Brunello ma non le piace parlare solo di vino. Passando dall’enologia al turismo colto, Donatella Cinelli Colombini, da innamorata della sua terra, ci propone una passeggiata tra le meraviglie di Siena, «un trekking urbano che tonifica muscoli e mente, alla scoperta di suoni, sapori e odori decisamente inconsueti»
roduce un Brunello di altissimo livello ed è delegata regionale dell’associazione “Le donne del vino”. Ma è stata anche assessore al Turismo del Comune di Siena, e, prima ancora, proviene da una famiglia toscana di antiche origini. Nel 1592 il Casato, che dal 1998 ha preso il nome
P Donatella Cinelli Colombini, delegata regionale dell’associazione “Le donne del vino”. Nella pagina a fianco, il Duomo di Siena
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“Prime Donne”, apparteneva già ai suoi antenati, in tempi più recenti è stato della nonna e poi della madre: oggi ospita una realtà unica in Italia, la prima cantina dove l’organico è interamente femminile. Per noi Donatella Cinelli Colombini si trasforma in una guida d’eccezione e ci accompagna in un itinerario alla scoperta della città e del territorio, tra antichi sapori e tesori d’arte. Qual è il suo compito all’interno dell’associazione “Le donne del vino”? «In realtà lo statuto dell’associazione dice poco del delegato regionale, la figura si è andata delineando anno per anno. La maggior parte del lavoro riguarda la realizzazione di iniziative locali. Quest’anno abbiamo organizzato una serata dal titolo “9 Donne per un Brunello” in collaborazione con l’Enoteca Italiana, durante la settimana dei vini. Parteciperemo al progetto del litorale pisano “Poltrone a sdraio narranti” il 13 luglio, con una serata dedicata a vini e libri sulle donne. In autunno organizzeremo un
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«Da non perdere il Pellegrinaio con le immagini dei viandanti della via Francigena e dei “gettatelli”, i bambini abbandonati a cui il Santa Maria dava dote e istruzione» convegno su “Donne vino e salute” a Montalcino, nel quadro del progetto “Vino e salute”. Quest’anno ho un valido aiuto in una giovane produttrice del Chianti, Diana Lenzi, e ovviamente il programma si arricchirà ancora nei prossimi mesi: siamo attive e volenterose». Quanto è massiccia la presenza
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femminile nella filiera vitivinicola locale? «È forte soprattutto nei livelli più bassi, ma anche ai vertici il gentil sesso comincia a contare. In Italia le aziende agricole a conduzione femminile sono circa 290.000 e gli agriturismo sono il 35% del totale. Nel vino la presenza femminile si concentra nelle aziende di produzione, dove le donne dirigono il 30% delle cantine, ma anche fra le sommelier c’è una crescita sia qualitativa che quantitativa. Per ora arrivano ai posti di comando quasi solo le “figlie di” oppure le “mogli di”, in altre parole è difficile per una professionista del vino entrare nella stanza dei bottoni; ma le cose stanno cambiando». Lei è la signora del Brunello, vino
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profondamente identificativo del territorio. Abbinato a quali sapori locali ci suggerisce di degustarlo? «Il Brunello accompagna ottimamente piatti molto saporiti e poco grassi, quindi arrosti nobili e formaggi stagionati. Fra la gastronomia senese consiglio di consumarlo accostato alle carni più antiche: il bue chianino e il maiale cinta. Strepitosa la bistecca alla brace ma anche i tagli più poveri della Chianina come il “peposo” dei fornaciai di Petroio. Non sottovalutiamo il cacio pecorino di lungo invecchiamento: quando il taglio delle fette diventa traslucido e l’aroma è più intenso costituisce un compagno straordinario per dei Brunello riserva di grandi annate». All’interno della Fattoria del Colle si trova anche l’Osteria di Donatella. Quali
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tra i piatti che servite esprimono maggiormente le tradizioni culinarie locali? «Recentemente abbiamo recuperato una pietanza senese antica e di grande suggestione, si chiama “ciancifricola” e il suo uso affonda nella notte dei tempi. Si tratta di una pomodorata in cui viene cotto un uovo in “camicia” per poi deporre uovo e salsa sul pane tostato. È un piatto che ha “sapore di nonna”. Non sempre il nostro legame con la tradizione è così filologico. A volte giochiamo a mescolare le cose e nascono il nido di pappardelle con sugo di cinghiale in umido su un passato di ceci o i ravioli con il ripieno di stracotto al Brunello». Quale itinerario meno noto suggerirebbe a un turista alla scoperta del territorio? «La mia proposta è sportiva e turistica insieme: un trekking che tonifica muscoli e mente, alla scoperta di suoni, sapori e odori decisamente inconsueti. Lasciamo la macchina al parcheggio Santa Caterina ed entriamo a Siena nella zona di Fontebranda. Appena varcata la porta ci troviamo in uno degli angoli più suggestivi della città; il panorama è mozzafiato, con la chiesa di San Domenico e il Duomo sulle due colline che fiancheggiano la valle. A Fontebranda è possibile sentire, ogni mezz’ora, suoni, dialoghi e canti della Siena medioevale. L’effetto è estremamente verosimile. Ci aspetta ora una bella salita - in alternativa c’è la scala mobile - per la via pedonale del Costone fino al Battistero, con la sua ricca facciata, e poi su per le scale che conducono a piazza del Duomo. Di fronte alla Cattedrale c’è il più antico ospedale europeo, il Santa Maria della
Siena oltre il Brunello
Donatella Cinelli Colombini
A sinistra, il battistero di San Giovanni. Nella pagina a fianco, un affresco della Sala del Pellegrinaio nell’ospedale di Santa Maria della Scala
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Siena oltre il Brunello
Donatella Cinelli Colombini
Scala, oggi trasformato in complesso museale. Da non perdere il Pellegrinaio con le immagini dei viandanti della via Francigena e dei “gettatelli”, i bambini abbandonati a cui il Santa Maria dava dote e istruzione». Quali tesori sono racchiusi nel museo Archeologico ricavato nel sotterraneo? «Fra sarcofagi e vasi etruschi è possibile vedere le fosse comuni con i resti umani della peste nera del 1348. Ancora nel sotterraneo scopriamo la cappella di Santa Caterina della Notte, in cui la Santa riposava su una pietra nelle soste durante l’assistenza dei malati. Nell’immenso fienile ipogeo si trovano poi i resti della Fonte Gaia, scolpita da Jacopo della Quercia all’inizio del Quattrocento». Una volta usciti dal museo come
consiglia di proseguire la passeggiata? «Scendendo verso piazza del Campo, lo spazio incantato che due volte l’anno diventa la cornice del Palio, la festa più bella del mondo. Appena uno sguardo al palazzo Pubblico e proseguiamo verso Valle di Porta Giustizia, traversando piazza del Mercato. Entriamo in un autentico podere coltivato nel cuore della città; ci sono conigli in ogni dove e si gode di uno spettacolare panorama della torre del Mangia. Ecco un orto medioevale con le piante tintoree, alimentari e officinali. C’è persino la mandragola dalle misteriose virtù. Dopo la visita al capanno del tintore è giusto ritemprarsi con un gustoso pranzetto all’Orto dei Pecci. Il ristorante e la zona verde intorno sono gestiti da una cooperativa sociale ed
A destra trekking in città; nella pagina a fianco, la Basilica di San Domenico a Siena
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esprimono fantasia negli affreschi delle pareti così come nelle pietanze in tavola; è un posto che vi rimarrà nel cuore». Lei è legata al territorio da generazioni. Ha un “luogo del cuore”, che le richiama alla mente ricordi particolarmente cari? «Adesso il mio luogo del cuore è la fattoria del Colle di Trequanda. Sembra impossibile, perché io qui non volevo proprio venirci, e invece ora la amo molto. Ho dato una nuova vita a questo posto che prima era quasi diroccato. Ho costruito il ristorante, la cantina, la scuola di cucina, ho restaurato gli appartamenti, i parchi e
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«Il panorama è mozzafiato, con la chiesa di San Domenico e il Duomo sulle due colline che fiancheggiano la valle» ora sto realizzando il centro benessere. Soprattutto ho dato una dignità nuova al luogo e a quelli che ci lavorano. Offriamo un’esperienza della cultura toscana che è profonda e divertente insieme. Per esempio negli happy wine in cantina serviamo sigari toscani e Brunello oppure tartufo e Igt bianco Sanchimento, ascoltando vera musica toscana: Gianna Nannini, Jovanotti, Baustelle».
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UN ROSSO PER I GIOVANI
Foto Consorzio Vino Chianti
di MICHELA EVANGELISTI
Dire Chianti è dire Toscana. Ma il nettare rosso rubino, il cui valore investe l’economia, il paesaggio e la società, vive un momento faticoso. Per rilanciarlo Giovanni Busi, presidente del Consorzio, gioca l’asso degli under 40
l Chianti non perde il suo appeal: è ancora una denominazione che vola alto e in grado di rappresentare il made in Italy nel mondo. È quanto è emerso dal meeting che si è tenuto qualche settimana fa a Firenze, dedicato agli stati generali del rosso toscano. Un convegno a 360 gradi, nel corso del quale sono stati messi sul tavolo tutti i nodi problematici legati alla produzione e alla distribuzione e si sono individuate possibili vie d’uscita. «Dagli interventi dei relatori sono emerse utili indicazioni che provvederemo a fare nostre, per imboccare un percorso che ci porti fuori dalla crisi che ancora ci attanaglia» spiega Giovanni Busi, presidente del Consorzio Vino Chianti. Dall’indagine realizzata da AstraRicerche di Milano ed esposta durante il convegno è emerso che il Chianti è molto apprezzato ma anche che chi lo acquista ha un’età media che va dai 40/45 anni in su.
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Un dato che fa riflettere. Quali strategie pensate di adottare? «Dobbiamo cambiare il nostro approccio promozionale: è necessario superare le solite degustazioni “ingessate” per pensare eventi più easy, più aperti, più “festaioli”, in grado di coinvolgere quella platea giovane che oggi non ci considera». La seconda linea di intervento emersa dal convegno riguarda il reimpianto dei vigneti. «Esattamente. Circa il 40% della superficie dei vigneti Chianti è ormai obsoleta e va ristrutturata. I vigneti degli anni Sessanta e Settanta devono essere obbligatoriamente reimpiantati se vogliamo ottenere un prodotto che soddisfi le attuali esigenze del mercato, che vanno nella direzione di vini più profumati, piacevoli e armonici. Possiamo contare sull’apporto della Regione Toscana per quello che riguarda un aiuto agli investimenti, che
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Foto Othmar Kiem
si rende indispensabile in un momento in cui la parte produttiva è allo stremo. Ormai sono quasi otto anni che navighiamo in un mare tempestoso; anche nel passato c’erano stati momenti alti e bassi, ma erano cicli più brevi, al massimo di uno, due anni. Ora è quanto mai necessario trovare delle soluzioni finanziarie per aiutare le aziende a
rinnovarsi e ammodernarsi ed essere, di conseguenza, più competitive sul mercato». Il consorzio per tutto il 2011 e il 2012 organizzerà iniziative promozionali internazionali. Su cosa puntano questi eventi? «Paradossalmente tutti conoscono il Chianti ma pochi, soprattutto all’estero, ne sanno apprezzare davvero le caratteristiche, l’identificazione geografica, il territorio di appartenenza. Il prossimo anno abbiamo in programma due giornate, una a New York e una a San Francisco, e poi eventi a Mosca, San Pietroburgo, Zurigo. Gli Stati Uniti e la Germania sono per noi le due piazze estere più importanti. I tedeschi al momento stanno continuando ad acquistare i nostri prodotti, ma si sono spostati verso la fascia bassa o medio bassa. Dobbiamo cominciare a lavorare seriamente su eventi promozionali che coinvolgano la Germania, che, tra l’altro, è alle porte di casa».
Giovanni Busi, presidente del Consorzio Vino Chianti
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Chianti
Il rosso rubino
Passiamo ora alle peculiarità del vostro vino: quali sono le caratteristiche al gusto che lo rendono così amato? «Oggi le aziende che si sono rinnovate e propongono prodotti interessanti stanno tornando verso un gusto simile a quello del Chianti: un vino morbido, piacevole, con quella leggera acidità, tipica del Sangiovese, che bene si abbina al cibo, più o meno grasso, esaltandone il sapore. Direi che al momento la ruota del gusto è decisamente girata a favore del Chianti». Quali sono i segreti della realizzazione di un Chianti di qualità? «L’unico segreto è il Sangiovese, il vitigno principe della nostra denominazione, che oggi, grazie al nuovo disciplinare, possiamo mettere nel nostro vino in una percentuale fino al 100%. Dobbiamo
portarlo avanti e difenderlo, perché è il vitigno che ci distingue dal resto del mondo». Per un turista alla scoperta della Toscana, dei suoi sapori, del suo vino e non solo, ci sono delle tappe e delle esperienze imprescindibili? «Il Chianti è una denominazione talmente ampia che investe tutta la regione, da Arezzo fino a Pisa. Arrivare in Toscana significa trovare paesaggi incantevoli, profumi nuovi, un ambiente cordiale e piacevole. Per non parlare delle opere d’arte di cui il territorio è disseminato, a partire dalle città fino ad arrivare ai piccoli paesi. Il mio consiglio è quello di intrecciare un itinerario d’arte con un percorso tra i sapori: i paesini di campagna non solo racchiudono tesori ma anche ristorantini impareggiabili».
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La Toscana in tavola Una perfetta simbiosi di paesaggio, storia, arte, cultura e ricchezza enogastronomica. Queste, in sintesi, le caratteristiche della terra toscana, alla quale questo ristorante dedica il nome, riflettendo nella sua cucina i valori che caratterizzano il territorio in cui sorge. La cucina proposta dal locale di Milva e Fabrizio è creativa, ma orientata sui piatti tipici della regione, in primis, quelli che hanno reso la Toscana famosa in tutto il mondo. Non mancano comunque le ricette a base di pesce fresco della tradizione, sapientemente rivisitate dallo chef Maurizio Ianniciello. L’interno del locale, il calore e la raffinatezza, trasmettono agli ospiti una sensazione di benessere e relax. La bella veranda estiva fa da cornice a un ambiente veramente unico e speciale, tanto è vero che alcune riviste lo hanno inserito fra i ristoranti di charme in Italia.
RISTORANTE ANTICA TOSCANA Via Grossetana, 3 - Siena - Tel. 0577 39.11.40 www.anticatoscanasiena.it - info@anticatoscanasiena.it
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L’ESTETA DELGUSTO di MICHELA EVANGELISTI
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Una cucina meditata e curata nei minimi dettagli. L’odore di Sicilia che fa capolino tra le maglie della tradizione senese. Sono i segreti dello chef Gaetano Trovato. Ogni giorno, con un rituale che non trascura forme, materiali e colori, offre al ristorante Arnolfo un carosello di gusti
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Gaetano Trovato
Ristorante Arnolfo
nsieme al fratello Giovanni è titolare del ristorante Arnolfo, nato nel 1982 nel piccolo centro di Colle di Val d’Elsa. Ma le sue radici siciliane e i segreti della cucina di mamma Concetta trapelano in tutti i suoi piatti, piccole opere d’arte del gusto, curati nei minimi dettagli non solo nella sostanza e nei sapori ma anche nello stile e nella cromaticità. «Fra le mie origini siciliane e la
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mia famiglia c’è tanto da difendere e da portare avanti: i veri sapori, il gusto e tanti ingredienti puri – spiega lo chef Gaetano Trovato –. In ogni mio menù di stagione ci sono sempre qualche ingrediente della mia terra, come l’olio, il pomodoro, le mandorle di Avola, i pistacchi di Bronte, le carrube, e alcune ricette della mia nonna rivisitate da mia madre e oggi da me in chiave contemporanea, nelle quali si esaltano i veri
Sopra, uno dei piatti dello chef Gaetano Trovato: ravioli, astice, patate, cime di rape e zafferano
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Scampi, fegato d’oca e frutto della passione Ingredienti per 4 persone: - 500 gr fegato d’oca fresco - 6 scampi grossi sgusciati - 400 gr di puré di frutto della passione - 50 gr di glucosio - 2 gr di gelatina vegetale - 10 gr di ginger - brandy - olio extra vergine d’oliva, - fior di sale - 20 gr di uova di salmone Preparazione: Tagliate il fegato d’oca in 4 fette uguali di circa 60 gr l’una. Pulite dalle vene il fegato che resta, marinatelo con un po’ di brandy e sale, adagiatelo su una pellicola, chiudete con un foglio di alluminio a forma di cilindro e cocete a 70 gradi per 35 minuti. Marinate 2 scampi con il succo del ginger, sale e olio extra vergine d’oliva. Tagliate il fegato alto circa 1 cm, adagiate sopra gli scampi marinati e guarnite con le uova di salmone. Dorate le scaloppe 1 minuto per lato, togliete dal fuoco e mantenete in caldo. In un’altra padella, con un filo d’olio extra vergine d’oliva, dorate gli scampi per 1 minuto, sistemate le scaloppe di fegato d’oca dove sopra a ognuna mettete uno scampo, condite con fior di sale.
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sapori». Gli esordi dello chef, che si autodefinisce un perfezionista e un esteta, e della sua meditata cucina risalgono agli anni delle scuole superiori, quando Gaetano Trovato ha iniziato lavorando in un vecchio forno a legna. Cosa rimane di questa prima esperienza nel suo modo di approcciare oggi il cibo base per eccellenza, il pane? «Il pane resta per me un ricordo del cuore. Oggi poi viene prodotto nel nostro laboratorio, con farine fresche di macina e biologiche, in varie forme, ed è un elemento importante della mia cucina, proposto in un giusto abbinamento con tante ricette tipiche del territorio toscano». Come dosa avanguardia e tradizione nei suoi piatti?
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Gaetano Trovato
Ristorante Arnolfo
«Semplicemente rileggendo anno dopo anno i piatti che ho nel cuore ed equilibrando il gusto, la cromaticità, le consistenze, le temperature». Nel suo ristorante si presenta un avventore che visita Siena per la prima volta: che piatti gli consiglia per farsi un’idea dei sapori tipici del territorio? «Offriamo veramente un carosello di gusti in ogni stagione. Il piccione è sempre in carta e viene proposto in chiavi diverse. Poi suggerirei il maialino di Cinta Senese, il vitellone chianino Igp crudo, cotto e stracotto, l’agnello pomarancino; senza dimenticare i legumi, dai fagioli di Sorana a quelli zolfini ai ceci pergentini». Quanto conta la presentazione, sia nel piatto stesso che sulla tavola? Che regole
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seguono le vostre “architetture”? «Credo sia un vero rito: selezionare le stoviglie di porcellana finissima di grande pregio una ad una per poi abbinarle con le pietanze e le varie preparazioni e allestire una tavola pulita e netta, rigorosamente con tovagliato di lino, fiori freschi, argenti e cristalli delle cristallerie locali. In segno di benvenuto offriamo in un lingotto di cristallo un piccolo aperitivo, composto con gli ingredienti che si susseguono nel menù, e tutte le sequenze stagionali di ortaggi, pesci e crostacei del Tirreno». È iniziata l’estate: cosa propone il vostro menù a chi ha voglia di un piatto ricercato ma leggero? «Le melanzane viola, in abbinamento con l’anguria, il pomodoro e la mozzarella».
Sopra, lo chef Gaetano Trovato; nella pagina a fianco, il piccolo centro di Colle di Val d’Elsa
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MONUMENTO ALLA DOLCEZZA di MICHELA EVANGELISTI
Panforte, panpepato, ricciarelli, copate, cavallucci. A cento anni dall’apertura del primo negozio da parte di nonno Guido, le pasticcerie Nannini restano una tappa obbligata per chi vuole assaporare i dolci della tradizione. «Evitiamo cambiamenti radicali – spiega Alessandro Nannini – per rimanere il punto di riferimento dei senesi»
anno da poco festeggiato il centenario d’attività con un evento in Fortezza a Siena. Le pasticcerie Nannini fanno ormai parte a pieno titolo della tradizione senese, tanto che, come spiega Alessandro Nannini, i loro negozi sono annoverati tra i monumenti cittadini e le guide non mancano di fare una tappa con i gruppi di turisti davanti alle loro vetrine. «Siamo stati molto felici di poter festeggiare insieme alla città i nostri primi 100 anni. Siena ha dato tanto alla nostra famiglia e abbiamo voluto offrire come ringraziamento una giornata di dolci, caffé, musica e spettacolo». Atmosfera, sapori, valori: cosa trova oggi chi entra nei vostri negozi di uguale e di diverso rispetto ai tempi di nonno Guido? «Trova il rispetto della tradizione nella realizzazione delle antiche ricette, nella lavorazione artigianale, nel confezionamento a mano e nell’utilizzo di materie prime di altissima qualità. Evitiamo cambiamenti radicali per rimanere il punto di riferimento dei senesi». Quali sono tra i dolci tipici quelli che
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Dolci senesi
meglio rappresentano l’identità della città? «Difficile rispondere, perché tutti i dolci tipici hanno un loro forte carattere, iniziando dai toni piccanti e speziati del panpepato per arrivare a quelli più dolci e fruttati dei canditi del panforte. Imbattibile resta forse il ricciarello, soprattutto caldo e morbido, appena sfornato». Che consiglio dà a chi sceglie di fare colazione da voi? «Per la colazione sono sacre le nostre paste ripiene ma soprattutto i bomboloni, ai quali mia sorella ha dedicato una canzone. Suggerisco di abbinarli a un ottimo cappuccino, preferibilmente amaro, in modo da apprezzare la nostra miscela Ducale e contrastare la dolcezza della crema pasticcera». Qual è invece il suo dolce preferito? «Crostata di crema, senza alcun dubbio. La nostra crema pasticcera mantiene il sapore antico di quella che si mangiava da ragazzi». Il negozio storico Conca D’Oro, fondato nel 1931, ha rappresentato per lei una seconda casa. Ha un ricordo d’infanzia legato a questo locale? «Al Conca d’Oro avevo il ruolo di contabile; mio padre mi metteva seduto su uno sgabello e mi
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faceva contare le monete incassate. Dovevo dividerle in pile da 10». Ora al passato da pilota si aggiunge il presente da politico. Da consigliere comunale quali battaglie porterà avanti per la tutela della città? «Preservare le meraviglie di Siena è il mio obiettivo principale, proprio per questo ho chiamato la mia lista civica “Io amo Siena”. Rendere vivo e magico questo palcoscenico attraverso iniziative culturali, sportive e di intrattenimento è il passo successivo per pubblicizzare la città, che, non dimentichiamoci, si regge sulle entrate del turismo». Se dovesse accompagnare un turista lungo un itinerario meno noto alla scoperta di Siena, quali angoli sceglierebbe? «È meraviglioso anche solo perdersi nei vicoli di Siena e scoprire distese di tetti, piccoli giardini nascosti e anfratti medioevali. Per viverla in modo tridimensionale consiglierei di salire sulla torre del Mangia e godere del panorama mozzafiato oppure di immergersi nei “bottini senesi”, le vie d’acqua sotterranee, ancora troppo poco pubblicizzati».
Pasticceria Nannini
Sopra a sinistra, Alessandro Nannini, titolare delle Pasticcerie Nannini
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LA MEMORIA DELLA VAL D’ORCIA di FRANCESCO BEVILACQUA
Il legame fra cibo e territorio è fondamentale. Pienza è la patria del pecorino: così, come durante la stagionatura questo formaggio si impregna dei sapori che lo accompagnano, la famiglia Cugusi, giunta qui cinquant’anni fa, ha fatto proprie le tradizioni contadine locali
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a storia della fattoria Buca Nuova parte da lontano, dagli anni Cinquanta per l’esattezza, quando la famiglia Cugusi lascia la Sardegna per emigrare in Francia alla periferia di Parigi, per poi tornare dopo tredici anni nuovamente nell’Isola e arrivare infine in Val d’Orcia, fra Pienza e Montepulciano, e qui stanziarsi definitivamente. Sin dall’inizio l’arte della produzione e della lavorazione del latte è stata l’attività principale.Vi sembra esagerato parlare di storia in un simile contesto? Per
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Il pecorino di Pienza
ricredervi, accogliete l’invito di Graziano Cugusi ad assaggiare il Pecorino di Pienza della Fattoria Buca Nuova, approfondendo anche la conoscenza dei metodi produttivi utilizzati, importante connubio tra le tradizioni toscane e l’antica cultura casearia sarda. «Il pecorino – racconta Cugusi – è parte dell’essenza di queste terre. Passeggiando per Pienza, oltre agli affascinanti chiostri degli antichi palazzi medievali, è possibile incontrare decine di botteghe con queste prelibatezze in vendita». Come a rivestire il compito di custode del passato, dell’ambiente e della tradizione, il pecorino durante la stagionatura assorbe le essenze di ciò che lo circonda. «Foglie di noci, vinacce, sono gli ingredienti che riposano assieme al formaggio all’interno degli “ziri”, caratteristici orci di terracotta, o delle vecchie botti di legno che custodiscono ancora oggi i prodotti in stagionatura. Il risultato sono sapori unici che sanno esprimere al meglio le meravigliose combinazioni di questa terra». La Fattoria Buca Nuova ha appreso e messo in
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pratica le tradizioni contadine della Val d’Orcia, realizzando i propri prodotti secondo i canoni che esse hanno tramandato, dai formaggi freschi, di rapido consumo, i semistagionati, gli stagionati fino al pecorino di fossa invecchiato nelle caratteristiche Fosse di Sogliano al Rubicone. Col tempo l’attività di trasformazione passa da una dimensione aziendale di vendita diretta a una artigianale, consentendo di soddisfare le crescenti richieste di mercato. «Questo processo– prosegue Cugusi – è stato graduale e misurato, attento alla conservazione dei caratteri di tipicità e alla salvaguardia delle economie agricole locali; infatti il latte utilizzato per le trasformazioni proviene dagli allevamenti circostanti». Oggi che anche il settore alimentare è diventato un grande business, c’è ancora chi si tiene ben saldo a quelle tradizioni produttive che con tanto amore e sacrificio sono state trasmesse, per conservarle e tramandarle a sua volta. «La speranza – conclude Cugusi – è che le persone comprendano il valore della genuinità e dell’imprescindibile legame che gli alimenti devono avere con il territorio di origine».
Sopra un pascolo e una fase di lavorazione del formaggio. In apertura, alcune forme di pecorino stagionate in vinacce
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www.fattoriabucanuova.it info@fattoriabucanuova.it
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IN QUEL BORGO MEDIEVALE di CARLO SERGI
n piacevole viaggio nel medioevo. È ciò che si può vivere visitando il Poggiaccio, l’antico borgo di Sovicille, oggi trasformato in uno dei residence e ristorante più suggestivi del senese. Una struttura che proprio in questi mesi sta vivendo un suo secondo “Rinascimento” dovuto alla nuova gestione subentrata nel 2010, che ha deciso di puntare sull’associazione di idee. «Storia, cultura, sapori e benessere qui da noi si confondono» spiega l’attuale direttrice del Borgo il Poggiaccio, Angela Böck. I servizi sono cresciuti e si sono raffinati, pur non facendo rientrare il relais nella lista di quei
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Il Medioevo rivive nelle stanze del Poggiaccio, il borgo a metà strada tra Siena e San Gimignano, che grazie a una nuova gestione ripropone ai turisti di tutto il mondo i fasti e i sapori dell’antica Toscana
luoghi che, seppur incantevoli, di certo non sono accessibili a tutti. «Siamo rimasti uno dei rari esempi di antichi borghi italiani in cui il soggiornarvi richiede una spesa sostenibile da ogni famiglia – ribadisce la Böck -. Il mangiar bene e questo scenario esclusivo devono essere alla portata di tutti». L’ambientazione medievale viene
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Nei dintorni di Siena
regolarmente ricreata, al Poggiaccio, anche grazie ad alcune caratteristiche cene a tema, che si svolgono all’interno del ristorante. Quest’ultimo è stato ricreato negli ambienti anticamente adibiti a cantina, ove ancora oggi si possono ammirare le antiche arcate tipiche dell’architettura dell’epoca. «Tutti i mesi proponiamo una serata in cui i nostri ospiti possono riassaporare i piatti dell’epoca. Quei sapori rustici, veraci, che contengono tutte le qualità della terra toscana. Ma anche lo spettacolo la fa da padrone. Tutto lo staff è vestito a tema ed è affiancato da danzatrici, giocolieri, giullari, oltre che dagli agricoltori e artigiani locali, i quali all’esterno ricreano un mercatino con le produzioni tipiche medievali». Cibo, ma anche vini, con le migliori etichette regionali. Non di rado alla Cantina del Poggiaccio si organizzano anche degustazioni, attraendo un turismo enologico sempre più diffuso. Il Borgo, situato in una zona strategica, essendo poco distante da Siena, da San
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Gimignano e a soli 45 minuti da Firenze, è ritenuto da molti un punto di partenza ideale per visitare la regione. «Ormai giungono da noi turisti provenienti da ogni angolo del globo». Gli italiani, paradossalmente, iniziano a riscoprire solo ora le bellezze locali. «Gli italiani hanno sotto i loro occhi le meraviglie di questo paese tutti i giorni, per questo talvolta diventa difficile promuovere il turismo interno – spiega la Böck -. Devo dire, però, che la Toscana sta tornando a essere una delle mete predilette anche dai suoi abitanti, i quali hanno compreso come non occorra andare lontano per godersi una vacanza tra arte, mare e montagna».
In apertura, Angela Böck e un esterno del Borgo Il Poggiaccio di Sovicille (Si). In questa pagina, il ristorante situato nell’antica cantina
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www.borgoilpoggiaccio.it
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RUSTICHE ATMOSFERE
di ERIKA FACCIOLLA
Il fascino senza tempo della Val D’Orcia e della maremma toscana, culla di sapori e profumi antichi e sempre apprezzati. Al ristorante ‘Lo Spugnone’ di Matteo Braccianti la tradizione è in tavola
eccellenza enogastronomica regionale italiana è sicuramente uno dei principali volani del turismo nazionale che fa del made in Italy un marchio riconosciuto in tutto il mondo, sinonimo di qualità e genuinità. Ciò che rende la nostra tradizione culinaria e vinicola unica e universalmente apprezzata, infatti, sono i mille profumi, colori e sapori che ogni territorio, nella sua unicità, riesce a conferire ai suoi piatti e ai suoi vini più rappresentativi. Tradizioni che, da nord a sud dello stivale, rivivono ogni giorno sulle tavole di molti ristoranti, locande e trattorie imbandite da chi crede ancora nella qualità dei prodotti scelti e nel valore dei sapori di una volta. «Vorrei che non solo le persone riscoprissero i vecchi sapori e i piatti della tradizione, ma anche il piacere di mettersi a tavola con i propri cari ad assaporare anche il piacere di stare insieme», è la filosofia di Matteo Braccianti, titolare del ristorante ‘Lo Spugnone’ di Bagni San Filippo, piccolo borgo termale nella splendida campagna senese. Un locale dall’atmosfera calda e rustica, ideale per ritrovare i sapori della
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Nei dintorni di Siena
gastronomia del luogo nelle pietanze preparate dalle sapienti mani di mamma Giuseppina. «Per noi – aggiunge il titolare – è molto importante far conoscere a tutti la cultura culinaria legata al territorio e alla stagionalità dei prodotti provenienti dall’Amiata e dalla Val d'Orcia». Uno dei piatti rappresentativi di questa tradizione contadina sono i pici alla briciola povera, cioè spaghettoni girati a mano e saltati in padella con olio, aglio, peperoncino e briciole di pane secco, «un piatto tanto povero quanto ricco di sapori». E per i secondi? «C’è solo l’imbarazzo della scelta – sottolinea Braccianti - tra cacciagione, cinghiale al lardo speziato, colombaccio ripieno e lumache in umido un piatto antico che ancora trova tanti cultori». Senza dimenticare una selezione di vini d’eccellenza, dal Nobile di Montepulciano al Brunello di Montalcino fino all’Orcia Docg da sorseggiare con la giusta musica di sottofondo. Un luogo adatto a tutti, che trova estimatori in una
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clientela variegata, sia italiana che straniera. «Chiunque entri nel nostro locale – conferma il titolare - apprezza la bellezza del rustico delle tre sale interne e la nostra cucina, capace di deliziare ogni palato». Tanti buoni, anzi, buonissimi motivi per far sì che il turismo enogastronomico sia ancor più valorizzato e messo al centro delle politiche di promozione locale: «credo che la ristorazione e la viticultura contribuiscano in maniera importante sul turismo – conclude Matteo Braccianti - . Dovremmo invitare il turista alla conoscenza dei prodotti e delle tipicità nostrane, invogliarlo a scoprire le nostre campagne con visite guidate e itinerari degustativi ad hoc, in una parola, mettere in campo tutte le iniziative utili alla valorizzazione di questa importante ricchezza nazionale, magari in collaborazione con le amministrazioni locali e le Apt».
In apertura, Matteo Braccianti, titolare de Lo Spugnone di Bagni San Filippo (Si)
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www.lospugnone.it info@lospugnone.it
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UNA TERRA PER TUTTI I GUSTI di NICOLÒ MULAS MARCELLO
La storia rurale della maremma ha influito sull’economia e sulla cultura del territorio. L’assessore alla Cultura Enzo Rossi spiega lo sviluppo nel grossetano e presenta gli eventi che avranno luogo quest’estate In apertura, una veduta della cittadina di Sorano. A destra, Enzo Rossi, assessore alla cultura della Provincia di Grosseto
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a Maremma era terra di paludi, stagni e acquitrini fino a quando furono intrapresi i primi programmi di bonifica integrale. I grandi investimenti dei Lorena, uniti alla conoscenza delle esigenze del sistema economico dell’epoca, permisero di dare vita alla Maremma che adesso conosciamo e, con essa, alla sua economia. Per più di un secolo migliaia di uomini hanno lavorato e spesso sacrificato la loro vita a scavare canali, innalzare argini, prosciugare acquitrini, a
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impostare le trame di quel sistema che si è rivelato vitale e che ha fatto nascere e sviluppare un territorio. «Fu la riforma agraria del secondo dopoguerra – sottolinea Enzo Rossi, assessore alla Cultura della Provincia di Grosseto – a concludere il programma di bonifica: l’Ente Maremma, creato nel 1951, riassettò la proprietà fondiaria, attraverso la frammentazione del latifondo e l’assegnazione di una terra da coltivare a chi non aveva mai avuto niente. Ne derivò la nascita di un’agricoltura intensiva e meccanizzata, sostenuta da centinaia di piccole imprese di coltivatori diretti». Quanto ha influito la memoria contadina della Maremma sulla cultura del territorio? «Tra le ricchezze che la bonifica ha dato alla Maremma non ci sono solo le terre risanate e
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rese fertili, ma anche quelle rimaste paludose che adesso rappresentano una ricchezza culturale e ambientale da difendere. Come da tutelare sono le tradizioni legate a questa terra, di cui il buttero rappresenta una figura insostituibile. Nella Maremma dei vasti spazi, di terreni impervi e di paludi dove pascolavano vacche e cavalli bradi allevati in branchi numerosi nelle grandi aziende, il buttero era l’uomo preposto alla cura delle bestie che raggiungeva a dorso dei robusti maremmani. Un personaggio dall’alone eroico, il simbolo di questa terra antica e il custode dei millenari segreti del suo mestiere. Per questo appartiene all’immaginario collettivo della Maremma insieme alle vacche dalle grandi corna a lira che ancora oggi pascolano nella piana di Alberese». Ci sono iniziative mirate a valorizzare il
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Maremma
Mare, pinete e pascoli
distretto rurale della Maremma grossetana? «La provincia di Grosseto rappresenta la prima esperienza di distretto rurale nell’intera Unione europea. È un sistema produttivo locale caratterizzato da un’identità storica e territoriale omogenea, riconosciuto ufficialmente nel 2006 dalla Regione Toscana, che ha favorito lo sviluppo economico e sociale sostenibile, in ambito rurale, del territorio. Oggi, il distretto trova la propria naturale evoluzione nella valorizzazione e nella trasformazione dei prodotti agricoli di qualità; temi che saranno, oggetto della Conferenza agroalimentare della Maremma toscana, programmata per il prossimo settembre, in cui presentare l’insieme dei contenuti che danno nuova vita al progetto del distretto rurale della Maremma: rafforzamento
dei contenuti produttivi rispetto ai modelli di governance, maggiore coinvolgimento diretto della classe imprenditoriale e definizione più larga del perimetro produttivo non limitandosi alle filiere agricole, ma estendendo l’interesse all’intero settore agroalimentare (trasformazione, organizzazione commerciale, internazionalizzazione). Anche in virtù di tali progettualità, recentemente la Provincia di Grosseto ha chiesto e ottenuto dalla Regione che nel prossimo Piano regionale di sviluppo 2011/2015 tra i progetti integrati strategici vi fosse un esplicito riferimento alla sostenibilità e competitività del sistema agroalimentare toscano, prevedendo, all’interno dello stesso, un ruolo di rilievo del nostro territorio». Quali mete non possono mancare per chi decide di trascorrere una vacanza nella
L’atmosfera di “un’Antica Sosta” Toscana nel cuore della Maremma La nostra attività nasce da un’idea del 1991 quando la signora Ilva scopre la possibilità di destinare a residenza turistica, un vecchio casale utilizzato già molti anni prima come stazione di sosta per i viandanti, avviando così l’attività di agriturismo con l'aiuto delle figlie. L'attività agrituristica cresce moltissimo con il passare degli anni, grazie anche alla vicinanze delle Terme di Saturnia, e oggi coinvolge il nipote che sempre a livello familiare, oltre all’accoglienza, in 6 stanze con servizi privati, dà la possibilità di gustare prodotti locali e aziendali, grazie al fornitissimo orto e alle produzioni di olio, miele cereali e legumi. In azienda inoltre, in alcuni periodi dell’anno, vengono organizzati corsi di cucina e, coinvolgendo gli ospiti nelle attività aziendali, vengono illustrate le tecniche di coltivazione.
L’ANTICA SOSTA AGRITURISMO Loc. Mondo Novo 8 - 58014 Manciano (GR) - Tel. e Fax 0564 62.97.06 stefanonelli@tiscali.it - www.anticasosta.com
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provincia di Grosseto? «Il Parco regionale della Maremma, circondato da paludi, pinete, campi coltivati e pascoli, da Principina a Mare ad Alberese, fino a Talamone. Sono da vedere le affascinanti città del tufo: Pitigliano, Sovana e Sorano, dove si trovano le cosiddette “Vie Cave”, percorsi ricavati nel tufo che conducono a monumentali necropoli etrusche. Una visita merita Saturnia, esistente già al tempo degli Etruschi con il nome di Aurinia, e oggi apprezzato centro termale noto ormai in tutto il mondo per le sue acque sulfuree. Inoltre, non si può non fare un salto agli scavi archeologici di Roselle, alle porte di Grosseto, dove sono conservate in perfetto stato
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rovine etrusche e romane o nelle meravigliose ville di epoca romana che si incontrano in luoghi unici come l’isola del Giglio e l’isola di Giannutri. Di notevole interesse sono anche il Parco archeologico delle colline metallifere grossetane, il Parco delle rocce di Gavorrano e il centro studi David Lazzaretti, il “profeta dell’Amiata”, ad Arcidosso, istituito per salvaguardare e valorizzare le memorie e le testimonianze che documentano la storia dell’esperienza lazzarettista. Infine, è d’obbligo una passeggiata nel delizioso centro storico di Grosseto, circondato dalle Mura Medicee, e una visita al Museo archeologico e d’arte della Maremma, sempre nel capoluogo».
in alto, la necropoli di Sovana
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A tavola, la tradizione maremmana La Trattoria Le Mandorlaie si trova in campagna, tra Scansano e Magliano in Toscana, nella Maremma del Morellino di Scansano tra vigne e oliveti. È il posto ideale per trascorrere una giornata in tranquillità all’aria aperta. Il locale è accogliente, a gestione familiare da generazioni, ristrutturato. La Trattoria si sviluppa in due sale che riescono a ospitare fino a 100 persone. Dispone di una veranda coperta e di terrazza con ombrelloni. I piatti sono realizzati con i prodotti della terra, fondati sulla tradizione toscana e maremmana, con specialità quali la pasta fatta a mano e le carni locali arrosto, in particolare il maialino. Non manca neanche la cacciagione, con il cinghiale servito in umido con le olive o le cipolline in agrodolce. E, a fine pasto, irrinunciabili i bruciati delle Mandorlaie con Vin Santo o, per gli amanti dei dolci al cucchiaio, il tortino al cioccolato. Oltre all’attività di ristorazione, la struttura comprende un fornito bar – tabacchi aperto tutto il giorno, un angolo degustazione dedicato ai vini locali e all’olio di produzione propria e un mini market.
TRATTORIA LE MANDORLAIE Podere Nuovo Lucchese, 97 - Mandorlaie Scansano (GR) Tel. e Fax 0564 50.71.49 trattoria.mandorlaie@tiscali.it
A destra, uno scorcio di Pitigliano
Ci sono in programma concerti, mostre o altre iniziative culturali che coinvolgeranno il grossetano nel periodo estivo? «Il carnet di offerte è ricco e può incontrare tutti i gusti dei numerosi turisti che visitano la Maremma. Si è appena conclusa la rassegna “Le città del tufo: percorsi tra natura e storia” a Pitigliano e a Sorano; gli spettacoli dei butteri di Maremma, nel periodo estivo ad Alberese; “Presidios a tavola 2011”, a Monte Argentario; la rassegna “Cava 2011” al Parco di Pietra di Roselle, sia a luglio che ad agosto; “Toscana Foto Festival”, “Lirica in piazza” e il tradizionale “Balestro del Girifalco” a Massa Marittima e le tradizionali sagre estive sotto il fresco dei castagni sul Monte Amiata».
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STORIE DI VITA IN MAREMMA
di NICOLÒ MULAS MARCELLO
La tradizione rurale della Maremma grossetana è ricca di incredibili storie che non tutti conoscono. Luigi Caricato le ha raccolte in un libro per celebrare attraverso il ricordo, l’anima contadina di questi luoghi
l mondo rurale della Maremma costituisce la base di un patrimonio culturale che ancora oggi viene celebrato attraverso varie iniziative. Luigi Caricato ha deciso di raccogliere in un libro, storie contadine con l’aiuto di valenti scrittori per raccontare la vita di questi luoghi nei quali ancora oggi la tradizione agricola riveste un ruolo fondamentale: «Il mio racconto, dal titolo “Con cuore maligno e superbo”, narra la vita di un grande mito dell’Amiata, David Lazzaretti, un predicatore che riuscì a portare a sé contadini ad aderire convintamente a un progetto di una nuova società fondata su uguaglianza e fratellanza». Come è nata l’idea della raccolta di racconti Tutti dicono Maremma Maremma? «Da una forte e urgente esigenza che sentivo ormai da tempo. Quella di cercare in tutti i modi di dare spazio e visibilità a un mondo rurale troppo spesso tenuto distante dalla società. In genere, anche tra gli intellettuali resiste la tentazione di optare per una immagine bucolica e manieristica del mondo rurale. La mia
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Maremma
Cuore verde della Toscana
Maremma
Cuore verde della Toscana
aspirazione è di puntare a un nuovo filone narrativo in cui fare emergere in maniera realistica uno spaccato autentico, non da cartolina, della vita in campagna. Anche riportando le ombre, non soltanto le luci. Anzi, soprattutto le ombre, proprio per far emergere la grande spinta propulsiva di un mondo che sa reagire e lo sa fare con determinazione. La Maremma grossetana si presta moltissimo a tale operazione. C’è un’agricoltura palpitante che da un lato sa preservare la bellezza del paesaggio, dall’altro sa entrare in una logica nuova, lucidamente imprenditoriale e propositiva». Cosa rappresenta per lei la Maremma? «Una terra di quieto abbandono, una sorta di buen retiro sufficiente per separarmi mentalmente e fisicamente dal caos metropolitano. Ad affascinarmi è stata
soprattutto la tenacia della sua gente nel corso del tempo, con un’ammirevole forza di volontà che ha permesso di rendere un’area malarica terreno oggi fertile per un’agricoltura dalle produzioni di alta qualità».
Ritorno al passato L’Azienda Agrituristica Santa Germana, situata ai piedi delle colline che si estendono fino al mare di Castiglione della Pescaia, prende il suo nome dal podere su cui sorge e in cui la famiglia Caldesi vive da cinque generazioni. L’azienda si estende su circa 23 ettari di terreno coltivati a vite, olivo e ortaggi destinati alla vendita diretta. Il casolare dell’agriturismo risale ai primi anni del 1900 e dispone di quattro camere doppie tutte con servizi privati e una sala comune con cucina ad uso degli ospiti. I proprietari hanno scelto di creare una struttura concepita sull’idea originaria di agriturismo, che fa di ospitalità e accoglienza semplici un principio fondamentale per una sana vacanza all’insegna del relax e della tranquillità, godendo di scorci di vita rurale. Di qui la scelta di non comprendere in azienda né piscina, né tv, né internet. La struttura dispone di un’ampia veranda e, antistante al casolare, un giardino attrezzato con sdraio, lettini e giochi per bambini.
AGRITURISMO SANTA GERMANA Podere Santa Germana, 56 - Buriano (GR) Tel. e Fax 0564 94.99.69 - Cell. 338 69.90.140 www.agrisantagermana.it - agrisantagermana@virgilio.it
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Ci sono scorci di questo vasto territorio ai quali è più legato e perché? «Non esagero dicendo tutti. Perché ogni angolo ha un’anima e un fascino propri. Avendo percorso tutta la Maremma in circa vent’anni di viaggi mi piace sia l’area montana, sia l’area costiera, senza però riuscire a esprimere una preferenza in senso assoluto. Certo, sul piano affettivo sono molto legato al Monte Labbro, il luogo dello spirito di David Lazzaretti, per il suo significato altamente simbolico». Se dovesse accompagnare un gruppo di visitatori per la Maremma cogliendo anche gli aspetti enogastronomici che la caratterizzano, cosa si sentirebbe di consigliare?
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«Consiglierei di visitare in particolare i luoghi del vino e dell’olio, un po’ perché rappresentano le mie passioni, un po’ perché sono i collanti che avvicinano alla buona tavola, quella fatta di cibi che esprimono un’identità forte e peculiare. La scoperta della Maremma per me è avvenuta proprio attraverso i percorsi del gusto. A guidarmi è stato in particolare un amico cui sono molto grato:Valter. Con lui ho potuto scoprire il territorio nella sua essenza più intima e più aderente alla realtà, in tutta la sua evidenza. Con lui ho conosciuto persone splendide, sane ed entusiaste, fortemente radicate nel territorio. Consiglierei di fare un percorso analogo al mio, cercando di farsi in qualche modo “adottare” da qualche conoscente o amico del luogo».
Nella pagina precedente Luigi Caricato, curatore del libro Tutti dicono Maremma Maremma
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PERCORSI MAREMMANI di NICOLÒ MULAS MARCELLO
La Maremma vista attraverso gli occhi del giornalista Igor Righetti. Ricordi che evocano immagini di una infanzia vissuta tra le meraviglie di un paesaggio senza paragoni olti sono i luoghi della maremma grossetana che costituiscono un vero e proprio invito al viaggio e alla scoperta. I suggestivi paesaggi che vanno dai monti dell’entroterra al mare, raccontano ancora oggi le varie culture che hanno vissuto e civilizzato questi luoghi. «La Maremma toscana – spiega Igor Righetti, giornalista e conduttore della trasmissione radiofonica “Il ComuniCattivo” – è tutta da scoprire: dalla montagna al mare». Quali sono i luoghi di Grosseto legati alla sua infanzia? «Sono innumerevoli, dalla spiaggia selvaggia del Parco naturale della Maremma dove cinghiali, daini, caprioli, volpi e mille altri animali si davano appuntamento nella ricerca di cibo, ai resti archeologici della città etrusca di Roselle, esempio raro di necropoli e acropoli dove la sovrapposizione nei secoli delle varie civiltà sono ben visibili. Un luogo posto su un’altura dalla
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Paesaggi maremmani
Igor Righetti
quale si domina l’ampia pianura grossetana che arriva fino al mare. Amavo cercare tra i sassi qualche piccolo residuo di mattone che mi piaceva pensare fosse etrusco o, almeno, romano. E poi mi recavo all’anfiteatro romano e mi divertivo a declamare qualche verso beandomi dell’eco che riportava, ampliandola, la mia voce. Nei pressi di Roselle ho frequentato il corso per restauratore archeologico promosso dalla Soprintendenza ai Beni archeologici della Toscana. La pratica di scavo fu organizzata proprio a Roselle. Il destino...» Se dovesse accompagnare un gruppo di ospiti in visita nella sua terra quali angoli insoliti gli farebbe scoprire? «Sono andato via da Grosseto, mia città natale, quando avevo 20 anni. La Maremma toscana è tutta da scoprire: dalla montagna al mare. I suoi suggestivi borghi medievali, Massa Marittima, Orbetello e la sua laguna, Ansedonia e la tagliata (opera di alta ingegneria idraulica romana), la città di epoca romana di Cosa che dominava la costa tirrenica, l’area archeologica etrusca di Vetulonia, l'Argentario, Castiglione della Pescaia. E ancora:
In apertura, i resti archeologici della città etrusca di Roselle. In questa pagina, Igor Righetti giornalista, saggista, docente, autore e conduttore della trasmissione “ComuniCattivo” su Radio 1 Rai
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Il fascino della vita rurale Immerso nelle campagne di Manciano, piccolo borgo situato nell’entroterra della Maremma, tra siti archeologici etruschi, terme e mare, l’Agriturismo Il Quarto si sviluppa all’interno di un casale di fine ‘800, ristrutturato rispettando il gusto architettonico locale. Il casale è completamente circondato da un ampio giardino, dotato di parco giochi e zone relax, area barbecue con fornelli e tavoli, la piscina che si affaccia sul secolare uliveto dal quale si estrae un eccellente olio extravergine d’oliva in vendita direttamente presso l’azienda. La famiglia Canti, proprietaria dell’agriturismo, organizza anche visite alle varie attività che vengono svolte in azienda, quali: mungitura delle pecore, raccolta delle olive, vendemmia, aratura, semina, trebbiatura. Le camere da letto nominate con i “fiori di bach” hanno arredi tipici e sono dotate di frigo-bar, aria condizionata, riscaldamento a pavimento e bagno privato con doccia e asciugacapelli. Gli ospiti possono degustare nell’accogliente sala comune, oppure in giardino, gustose colazioni preparate dalla proprietaria utilizzando esclusivamente prodotti aziendali e locali.
AGRITURISMO IL QUARTO Loc. Campigliola Quarto dell’Ebreo - Manciano (GR) - Tel. 0564 62.90.43 – 339 50.39.629 cantimelissa@yahoo.it - www.agriturismoilquarto.it
Sovana, Sorano, Pitigliano e Saturnia dove, quando posso, mi rifugio nella grande vasca dell’impeccabile hotel Terme di Saturnia in cui l’acqua sulfurea zampilla a una temperatura di 37°. A due passi da Saturnia, a Samproniano, c’è un piccolo quanto eccellente ristorante con cucina tipica e prodotti genuini. Si chiama Novecento. Tutto il menu è da provare». A quali locali e ricette della tradizione è più affezionato? «C’è un ristorante, a Marina di Grosseto, dove faccio tappa fissa. Si chiama Locanda dei briganti, qui tre cugini (i fondatori sono Claudio e Daniele) allietano la clientela con gag esilaranti. Piatti tradizionali della Maremma e toscani cucinati in modo sano con pasta fatta in casa e carne di prima qualità. Adoro la tagliata chianina sale e rosmarino, rucola e parmigiano o al lardo. Il lenzuolo ripeno di ricotta e spinaci (un mega tortello) è uno dei miei piatti preferiti. Può essere
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condito anche con sugo di cinghiale maremmano “ingrifato”, come compare sul creativo e ironico menu. Da non perdere gli gnocchi fatti in casa sotto cenere. Ma la Maremma è anche pesce freschissimo. Io vado a gustare branzini, orate, rombi e dentici appena pescati al ristorante Da Remo, a Rispescia, a 5 minuti da Grosseto. Imperdibili i tortelli ripieni alla spigola e la carbonara di pesce».
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VALORIZZARE LA NATURA
di AMEDEO LONGHI
La Maremma è una splendida regione, ancora selvaggia, che merita di essere scoperta nella sua interezza. E l’obiettivo di Mirco Bettiol è favorirne la frequentazione, alimentando un turismo consapevole
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icerchiamo le nostre origini nella tradizione contadina e, proprio come facevano gli agricoltori di una volta, anche noi offriamo ospitalità e ristoro ai viaggiatori che vogliono scoprire la nostra terra». Sono queste le finalità, semplici e chiare, di Mirco Bettiol, titolare dell’Agriturismo Podere Montecorno che si trova ad Alberese, nel grossetano. Del resto la Maremma è una zona piena di incredibili contrasti: c’è il mare con la collina, ci sono le pianure con i boschi, c’è una vegetazione rigogliosa, ci sono gli animali allevati allo stato brado, dalla vacca maremmana al cavallo maremmano e tanti paesi medievali che ti guardano dalla cima delle colline. «È una terra ricca di natura ma anche di cultura e di storia. Specialmente nella zona del Parco dell’Uccellina, c’è una grande volontà conservativa: il parco è uguale a trent’anni fa, chi lo visita rimane incantato da questa natura quasi invadente». La cura quasi gelosa del territorio è il vero valore aggiunto di questa zona? «Certamente si respira grande tranquillità e rispetto per l’ambiente, gli spazi sono molto ampi, ci sono pochi poderi e fortunatamente siamo lontani dall’idea di cementificare tutto. Si dovrebbe proporre un’offerta maggiormente
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Paesaggi Maremmani
qualificata, capace di portare a un turismo molto più consapevole, che possa aumentare la frequentazione di queste bellissime zone senza però snaturarle.Spesso questo parco viene vissuto come un vincolo, mentre invece rappresenta una grande opportunità. Chi vive in città ha un bisogno fisiologico di immergersi ogni tanto in questi contesti, di ritrovare il contatto con la natura e questo è il luogo ideale per farlo». Anche le gestione della vostra attività va in questa direzione? «Noi cerchiamo di offrire migliori servizi mantenendo però invariate le dimensioni della stessa struttura, senza modificarla o aumentare il numero dei posti.Vogliamo restare una realtà prettamente familiare, affinché chi viene qui possa avere riservatezza ma anche accoglienza, calore e anche informazioni, perché spesso il visitatore ha bisogno di un supporto logistico. L’obiettivo è far sentire i nostri ospiti riposati, ma anche arricchiti una volta rientrati dal viaggio».
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La valorizzazione del territorio passa anche per l’offerta dei suoi prodotti. «Concordemente con la normativa esistente – che prevede che gli agriturismi toscani si servano di ingredienti autoprodotti o comunque provenienti dalla regione – abbiamo deciso di attuare una filiera corta e così abbiamo creato una rete di collaborazioni con altre aziende agricole del territorio per i prodotti che non siamo in grado di fornire direttamente, dal produttore di pecorino all’azienda vitivinicola per il Morellino di Scansano o per il Montecucco, alla carne dell’Azienda Agricola Regionale fino ad alcune confetture che arrivano della Val d’Orcia. In questo modo riusciamo a offrire tanti prodotti diversi, perché la fortuna della Toscana è quella di avere un clima mite e una grande varietà agricola».
Mirco Bettiol è il titolare dell’Agriturismo Podere Montecorno di Alberese (GR)
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www.agriturismomontecorno.com info@agriturismomontecorno.com
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di ADRIANA ZUCCARO
NELLA TERRA DEI ROSSI Tra Montalcino e Massa Marittima, la campagna non è solo paesaggio ma un orologio il cui tempo si dilata insieme alle stagioni. Tra gli uliveti, l’orto e l’allevamento di Cinta Senese, all’agriturismo Piatina si viziano gli ospiti con relax e prelibatezze
ra il mare e la montagna, immerse in un paesaggio mediterraneo, le colline toscane hanno un fascino ineguagliabile tutto l’anno. Il tempo si dilata, se pure scandito dalle stagioni e dai suoi frutti. Così fuori dai ritmi delle città, salutata la frenesia delle metropoli anche per pochi giorni, è immediata la sensazione di libertà che un soggiorno nel cuore della “terra dei rossi”, tra Montalcino e Massa Marittima, può regalare.
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Con spirito libero ma con il forte impegno che la vita in campagna richiede, Alessandro Fantacci che con la sua famiglia conduce da 25 anni l’agriturismo Piatina, una delle prime strutture toscane a ricevere la licenza d’esercizio, descrive l’equilibrio vitale sprigionato dal lavoro agricolo e dall’ospitalità offerta ai turisti, ai viaggiatori di passaggio e agli ospiti più fedeli che da decenni tornano periodicamente a godere del fascino del luogo e le delizie di casa Fantacci. «Gestire un’azienda agricola si combina alla scelta
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di una percezione del tempo più rilassata, perché la campagna, pur essendo legata alla città per motivi commerciali, va al ritmo delle stagioni e di tutte le attività che da queste ne derivano». La stagionalità, difatti, scandisce ogni cosa e rende esplicito il legame di ogni elemento culinario al territorio. Nel ristorante dell’agriturismo Piatina, habitat professionale di Susanna Fumi, uno degli chef più noti nel panorama enogastronomico internazionale, «le materie prime utilizzate per stuzzicare i palati dei nostri ospiti con piatti toscani, talvolta rivisitati e integrati con spunti della cucina contemporanea, vengono prodotte direttamente in azienda – spiega Fantacci –, dalla verdura alla carne di Cinta Senese del nostro piccolo allevamento, quest’ultima proposta con una salsa di vino rosso doc Montecucco – interviene lo chef –. Durante la stagione invernale proponiamo ad esempio, gustosi timballi di cavolo nero e i cannellini conditi con l’olio nuovo dei nostri uliveti; in primavera ed estate la semplicità della pappa al pomodoro viene esaltata da un olio dal gusto ineguagliabile, verde intenso e particolarmente saporito, proveniente dai nostri antichi oliveti. Ogni scorcio panoramico e ogni prelibatezza culinaria, a Monte Antico, partecipa alla creazione di una magica atmosfera fatta di profumi e suoni dimenticati da chi ha scelto di vivere altrove. «Durante il giorno si può avvertire un imminente temporale – racconta Fantacci – o l’odore dell’erba secca, in un paesaggio che si crogiola sotto un sole infuocato. Ma alla sera tutto si placa e ci si lascia cullare dai profumi emanati da tigli e gelsomini». www.agriturismopiatina.it info@agriturismopiatina.it
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In apertura, scorcio del parco e della scalinata d’ingresso dell’azienda agricola Piatina. Qui, dall’alto, taglire di salumi tipici, panoramica della piscina e una delle stanze dell’agriturismo
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SEGUIAMO LA “SVOLTA” NELLA NATURA
di ADRIANA ZUCCARO
ampi, boschi, torrenti, isole e colline. Un potpourri di forme e colori trasformano continuamente ogni angolo di paesaggio, sprigionando la natura per una vita sana, genuina e produttiva. Seguendo la direzione e le tracce della naturalità insita nella vita di campagna, i fratelli Roberto e Marilena hanno deciso di riprendere le redini dell’azienda agricola del padre e trasformarla nella svolta della loro vita. È per questo che l’agriturismo si chiama “La Svolta” e Marilena racconta il loro cambiamento.
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La magia degli spazi bucolici si fa regina delle terre della Maremma toscana, dove i panorami si dilatano nelle forme e nei colori delle stagioni. Marilena e Roberto in questo angolo di mondo vivono la loro “svolta”
Cosa rappresenta per lei la terra della sua azienda? «Nella Maremma toscana vedo la purezza della terra, la sua verità, il suo essere incontaminato ma anche la sua avarizia che talvolta finisce con il costituire una vera e propria sfida. La Maremma, infatti, “terra ribelle” che mal si piega alla volontà dell’uomo, per il clima, spesso arido, e per il terreno poco fertile e impervio, richiede un sommo impegno e rispetto che viene ripagato dall’incantevole natura selvaggia dei suoi luoghi e dei suoi immensi spazi». Quali sono le ragioni che inducono un visitatore a scegliere La Svolta? «I nostri ospiti trovano innanzitutto la semplicità nell’accoglienza, la rilassatezza di poter stare in un ambiente in cui gli unici
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Paesaggi Maremmani
“rumori” sono il cinguettio degli uccelli, il gracchiare delle rane o il canto del gallo. Quasi immediatamente, chi arriva a La Svolta ha la sensazione di essere come a casa ed è per questo che sceglie di rimanerci e di ritornarci». Quali attività offre l’agriturismo? «Essendo La Svolta situata in una zona focale tra il lago vulcanico di Bolsena, le Terme sulfuree di Saturnia e la costa tirrenica con il suo mare incontaminato, circondati da siti archeologici e naturalistici risalenti alle civiltà etrusche, suggeriamo ai nostri ospiti di visitare e vivere la magia di questi luoghi. Ma per chi vuole vivere la Maremma selvaggia, proponiamo attività escursionistiche con il nostro “interprete della natura” Pietro, che guida gli ospiti attraverso un tratto del letto del Fiora, uno dei fiumi più puliti d’Italia caratterizzato soprattutto per le sue ripe vegetate, regalando un paesaggio jurassico. Di notte poi è possibile ammirare lo spettacolo delle costellazioni grazie all’assenza di inquinamento luminoso, peculiarità che attrae numerose associazioni di astrofili». Cosa produce la vostra azienda
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agricola? «Tra i nostri prodotti, esclusivamente biologici, spiccano lo zafferano per il suo profumo e intenso colore, e la rosa canina utilizzata a scopi ornamentali e per le sue bacche ad alto contenuto di vitamina C. L’ottanta per cento dei prodotti che somministriamo ai nostri ospiti, tra cui farro, olio, vino, verdure e carni, sono di nostra produzione. Il menù è ricco di specialità come i ravioli, le pappardelle e i lombricoli fatti a mano. Il piatto tradizionale per eccellenza è l’acqua cotta maremmana, ricetta tipica di questa terra che per me e Roberto ha rappresentato un’autentica “svolta”».
In queste pagine, vedute dell’agriturismo La Svolta, e il panorama circostante di Manciano (GR). Qui, in alto, crepes ripiene con ricotta, verdure e prosciutto
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www.agriturismolasvolta.com
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Paesaggi Maremmani
LA PICCOLA ATENE
di FRANCESCO BEVILACQUA
apalbio è l’ultimo paese lungo la costa toscana prima del Lazio. Il bellissimo borgo medievale si trova in collina ma a una manciata di chilometri dal mare, protetto dal WWF che ne ha fatto un’oasi, consentendo alla natura di rimanere padrona di queste zone e di offrire uno spettacolo unico a chi ha la fortuna di visitarle». Così comincia la descrizione della sua terra Monica Olivi, proprietaria dell’azienda agricola Ghiaccio Bosco, situata nei pressi del paesino maremmano. La tranquillità è la caratteristica principale di questi luoghi: «I vincoli di tutela hanno limitato il numero e l’invasività degli insediamenti urbani, il mare è pulito grazie all’assenza di
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Alla fervente attività culturale, Capalbio unisce la limpidezza del mare che contrasta con la sabbia nera del lungo litorale, la storia degli antichi insediamenti romani ed etruschi e la quiete dell’entroterra maremmano
scarichi e l’entroterra è cosparso di colline boscose». Al contesto naturale si affianca il fervore dell’attività culturale, che ha valso al piccolo paese toscano l’appellativo di “piccola Atene”: «A Capalbio hanno luogo le presentazioni letterarie delle opere più importanti dell’anno letterario italiano, oltre a concerti, festival cinematografici e altri eventi che richiamano gli amanti di un turismo che potremmo definire “slow”, lontano dalla sfrenata mondanità di altre località».
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Le attrattive culturali del territorio però non si esauriscono qui: «Nel giro di una trentina di chilometri si possono raggiungere gli antichi insediamenti etruschi di Tarquinia,Vulci e Sovana o i parchi archeologici romani. Ancor più vicino è il suggestivo Giardino dei Tarocchi di Niki De Saint Phalle, la celebre scultrice francese». Come detto, buona parte del merito della genuinità di queste terre è da attribuire ai parchi che le tutelano, come il parco dell’Uccellina, che ospita un’ampia e selvaggia porzione di macchina mediterranea, o l’oasi del WWF di Burano, che vincola l’omonimo lago. Senza dimenticare il grande parco naturale della Maremma e la riserva naturale della laguna di Orbetello. Proprio lì vicino ci reca per imbarcarsi alla volta delle isole Giglio e Giannutri. La struttura dell’azienda agrituristica Ghiaccio Bosco sorge nel punto mediano fra questi luoghi di attrazione e costituisce essa stessa un
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interessante realtà: «La nostra – racconta Monica Olivi – è un’azienda agricola di sessanta ettari, tutti in produzione. Abbiamo degli ulivi che producono olio che poi usiamo o rivendiamo. Abbiamo gli alberi da frutto grazie ai quali realizziamo produzioni di confetture, le stesse che vengono usate per le colazioni. A seconda della stagione poi, coltiviamo il resto del terreno. Fra i pochi in Maremma, abbiamo anche delle piante di mirtillo che fra giugno e luglio danno i loro frutti, che usiamo per confetture e torte». L’azienda è della famiglia da generazioni, ma Monica e suo marito, che gestisce anche un ristorante nel centro storico di Capalbio, garantiscono che la decisione di impegnarsi nell’attività non è scaturita dalla semplice necessità di proseguire la tradizione familiare, quanto piuttosto da una scelta di vita ben precisa: «Siamo entrambi laureati e avremmo potuto seguire altre strade, ma la vocazione ci ha spinto a dedicarci a tempo pieno a questa splendida realtà, condividendola con gli ospiti che di volta in volta soggiornano presso l’agriturismo».
In apertura, Monica Olivi con la famiglia. Nelle altre immagini, alcuni dettagli dell’azienda agrituristica Ghiaccio Bosco di Capalbio (GR)
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www.ghiacciobosco.com
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IL GUSTO DELLA CONOSCENZA
di FRANCESCO BEVILACQUA
Per recuperare le tradizioni legate a un piatto, non basta assaporarlo, bisogna conoscerne l’origine. E quando si conosce la storia che c’è dietro, le caratteristiche del contesto in cui nasce, il cibo ha senza dubbio un sapore diverso
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er recuperare il valore del cibo e le tradizioni a esso legate non basta assaporarlo, bisogna conoscerne l’origine e la lavorazione. È questo il presupposto da cui parte anche Ismaele Turri, titolare dell’omonima azienda agricola. «All’attività dell’agriturismo Venturo uniamo il lavoro dell’azienda agricola, che ha la particolarità, oltre a fornire gli alimenti che consumiamo, di essere a disposizione dei visitatori che vogliono conoscere tutto ciò che sta dietro al piatto che viene loro presentato sulla tavola e agli ingredienti che lo compongono». La casualità con cui è nata questa realtà è testimoniata dal suo stesso nome: «Non ci decidevamo mai ad avviare l’attività, che veniva sempre rimandata a un futuro prossimo venturo. Quando abbiamo finalmente aperto i battenti abbiamo voluto celebrare il modo spontaneo e senza forzature con cui questo è accaduto battezzando Venturo
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l’agriturismo». L’azienda si trova nel cuore della Garfagnana, quali sono i punti di forza della vostra produzione e della regione in generale? «Noi abbiamo un bell’allevamento di maiali, quindi i prodotti che proponiamo sono principalmente di origine suina, come prosciutti e coppe. Alleviamo poi allo stato semibrado molti altri animali dai bovini ai cavalli, dalle galline alle capre, e ovviamente offriamo tutti gli alimenti che essi forniscono. C’è poi la parte vegetale che conta su molte varietà di seminature, dal farro al granturco alle patate. Le lavorazioni successive di questi prodotti ci permettono di fare anche pane e pasta fresca, che poi prepariamo e serviamo nei locali dell’agriturismo». Com’è suddivisa l’attività dei due rami in cui siete impegnati? «Da un lato c’è l’agriturismo Venturo, che svolge il ruolo di traino dal punto di vista economico. È grazie a esso e alla sua affermazione che abbiamo potuto potenziare l’azienda agricola. D’altra parte, è quest’ultima
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la vera “attrazione”. Un paio d’anni fa decisi di ampliarne l’attività introducendo nuove coltivazioni e nuovi capi da allevare. Oggi offriamo dei “pacchetti” grazie ai quali i visitatori possono osservare con i loro occhi tutti i passaggi della filiera produttiva che viene svolta all’interno dell’azienda, per poi assaggiare il cibo che da essa deriva. Ovviamente tutti i nostri metodi sono naturali e non prevedono l’impiego di conservanti né di altre sostanze chimiche. Ho notato che la possibilità di scoprire cosa c’è dietro al cibo impiattato e servito gli conferisce un sapore particolare e gli ospiti hanno modo di arricchire il proprio bagaglio culturale, acquisendo consapevolezza e conoscenza delle tradizioni contadine che ancora oggi portiamo avanti».
Sopra, Ismaele Turri. Nelle altre foto, alcuni luoghi dell’agriturismo e dell’azienda agricola
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www.agriturismoventuro.com info@ agriturismoventuro.com
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ITINERARI BIOLOGICI
di NICOLETTA BUCCIARELLI
Genuinità dei prodotti, la possibilità di gustare un menù completamente biologico e di godere di un momento unico di convivialità. A tu per tu con Giovanni Detti, titolare de Le Macchie Alte
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n inizio nel 1988 come azienda agricola, per poi diventare nel 1992, in anticipo sulla moda del momento, attività agrituristica e soprattutto, biologica certificata. «La scelta inizialmente è nata da una convinzione personale ma anche da un'attitudine naturale dell'azienda che è sicuramente adatta per le proprie caratteristiche ad un'agricoltura biologica, mentre sarebbe stata penalizzata proseguendo un'attività agricola convenzionale». Ad affermarlo è Giovanni Detti, titolare dell’azienda agricola biologica Le Macchie Alte. 420 ettari immersi nelle colline maremmane e posti a 7 km dalle Terme di Saturnia. 12 camere appartenenti a tre antichi casali: uno risalente ai primi del '500 e gli altri ai primi del '900. Tutti e tre ristrutturati cercando di rispettare al massimo le caratteristiche dell'architettura rurale maremmana. «A disposizione degli ospiti c’è anche una piscina panoramica in un bellissimo giardino, all’ombra di una grande quercia e il ristorante che serve tipiche ricette maremmane». Un approccio differente nei confronti della natura ma, soprattutto, verso gli animali. «In azienda si allevano vacche maremmane, maialini di cinta senese e cinghiali. Oltre a questi abbiamo anche i cavalli e organizziamo delle passeggiate nei dintorni dell'azienda. La posizione de Le Macchie Alte è speciale, infatti si trova nel bel mezzo dei paesi di Manciano e Montemerano. Dalla nostra azienda partono due percorsi naturalistici, quello del Fontanile e quello dei Sette Poggi,
Paesaggi Maremmani
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che conducono i nostri ospiti alla visita dell'azienda in tutta la sua vastità. Infatti Le Macchie Alte sono anche una riserva faunistica e lungo il sentiero è possibile incontrare lepri, fagiani, scoiattoli, poiane e altri animali». Genuinità dei prodotti, ricette rigorosamente fatte in casa, ma anche la possibilità di godere di un momento unico di convivialità. «La cena è il momento della condivisione e della socializzazione, si cena tutti insieme su grandi tavoloni di legno. Anche per questo motivo non abbiamo i televisori. Riteniamo che sia importante dare un taglio netto alla stressante quotidianità; è un modo per sfuggire dalla frenesia della città». Un altro concetto fondamentale a Le macchie Alte fa capo alla sostenibilità ambientale. «Siamo certificati con ecolabel», conclude Giovanni Detti «possediamo inoltre un impianto fotovoltaico e una caldaia a biomassa». Il rispetto dell’ambiente è sicuramente l’atteggiamento più “bio” da tenere. «Per questo invitiamo sempre i nostri clienti a stare attenti agli sprechi».
In apertura, veduta dell’azienda agricola biologica Le Macchie Alte, di Manciano (GR). Sopra, la piscina all’ombra della quercia e Giovanni Detti, titolare de Le Macchie Alte
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info@lemacchiealte.it
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PANE, PAESAGGIO E ANIMA di NICOLETTA BUCCIARELLI
Un viaggio nell’immutato paesaggio della Val d’Orcia alla scoperta dei sapori rivisitati da Enrico Casini, chef protagonista della nouvelle cuisine romana. Un ritorno alla cucina tradizionale perché, come afferma Casini, questo «è il luogo delle nostre radici»
rmonia. È questa la sensazione che giunge alla mente quando si arriva all’Antica Tenuta le Casacce, immersa nel verde toscano. Una “casaccia” di origine antichissima che domina con la sua imponenza la Val d’Orcia e che si trova tra il Monte Amiata e Montalcino. La struttura centrale era in origine un vecchio frantoio e oggi, quel complesso centrale, si è sviluppato in molteplici appartamenti e casali sparsi in mezzo al bosco. «L’accoglienza in questo posto fantastico è la cosa principale. La gente deve sentirsi come a casa e, una volta finito il soggiorno, deve aver ricevuto molto più di quello che chiedeva». A illustrare la sua tenuta in questi termini è Enrico Casini, chef protagonista della nouvelle cuisine romana che, dopo stagioni trascorse nell’alta cucina, ha deciso per un ritorno alle origini e ai sapori autentici della Toscana. Immutata la passione culinaria, evolutasi in una ricerca dell’essenzialismo e
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del tradizionalismo culinario. «Dopo aver lavorato tanti anni nella Nouvelle Cuisine» afferma Casini «ho sentito la necessità di cambiare. Per questo motivo ho studiato la cucina italiana tradizionale, sede delle nostre radici». E in questo ritorno a una cucina tradizionale, i veri protagonisti sono gli ingredienti. «Qui ho la fortuna di avere a disposizione tutto ciò di cui ho bisogno. L’orto con le erbe aromatiche e tutte le verdure di stagione che, se non sono mie, appartengono al contadino vicino. Il pane viene fatto in casa ogni giorno, così come la pasta e la pizza. Non possono poi mancare le carni, in primis la chianina, oltre al maiale nero da cui si ricava un’ottima carne. E l’olio! L’olio extravergine delle tipiche olivastre di Seggiano, frutto di un’accurata raccolta a mano, differente dall’olio classico toscano perché leggermente più delicato». Casini ci conduce in una passeggiata nei luoghi che lo hanno fatto innamorare della posizione dell’Antica Tenuta le Casacce.
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Sapori autentici
«Buona cucina, ma anche profumi e atmosfere sono protagonisti. Da qui si può partire per passeggiate in trekking tra il Monte Amiata e la Val D’Orcia con boschi di faggi, querce, olivi e torrenti. Quando comprai questa tenuta mi innamorai subito del posto perché rispecchiava quelle che erano state fino ad ora le mie scelte. Anche a Roma ho avuto locali centrali ma non direttamente nei punti di passaggio; possedevo un ristorante vicino al Panteon, ma nel vicoletto a lato, in via del Corso ma sempre nel vicoletto al lato e qui, in proporzioni più grandi, ho fatto la stessa scelta. Siamo prossimi all’Argentario, a Siena, a Montepulciano, a Firenze e a Montalcino, ma siamo lontani dal turismo di massa». Al paese di Seggiano l’atmosfera sembra rimasta cristallizzata, è tutto come era un tempo. «Nel ristorante-pizzeria gestito da mia moglie Stefania, la mia prima e migliore allieva, c’è il bar e la sala per chi ancora gioca a carte. Tutto è rimasto come quarant’anni fa. Nel ristorante Caffè ’60, che già dal nome fa
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«Al paese di Seggiano l’atmosfera sembra rimasta cristallizzata, è tutto come era un tempo» intendere l’atmosfera che è possibile respirare grazie al juke box originale del 59, c’è un’atmosfera passata condita con sapori tradizionali. Ricette a base di cacciagione, ma anche pesce e paste fatte in casa. Oltre alla pizza ovviamente». L’accortezza e l’accoglienza sono ingredienti basilari nella cucina tradizionale di Casini. «Pane paesaggio e anima. È questa la formula completa che deve accompagnarci nella cucina così come nella convivialità». www.lecasacce.net info@lecasacce.net
In apertura, Enrico Casini, proprietario e chef dell’Antica Tenuta Le Casacce di Seggiano (GR). Fotografie di Giulio Riccardo Giampellegrini
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SUL SENTIERO DI PIETRISCO
di NICOLETTA BUCCIARELLI
uno di quei borghi caratteristici in cui le strade sono ancora lastricate con il pietrisco e le case sorgono su stretti vicoli. Arroccato in cima a un colle e difeso da storiche mura, il borgo di Manciano sembra aver lasciato intatto nel suo centro storico quel sapore medievale autentico. Immerso in questa storicità, troviamo il B&B Relais nel Borgo. «La caratteristica del B&B» spiega Luigi Prosperi, «è proprio la “medievalità”. È una struttura antica dell’ottocento con vista sulla Maremma e sul mare; da qui si scorgono anche le isole e la zona dell’Argentario, oltre ai vicini borghi di Pitigliano, Sovana e Sorano. Una delle peculiarità del B&B è il nostro “angelo custode” che porta la colazione direttamente in camera». Anche l’Hotel & Resort Il Borgonuovo si trova nello scenario della Maremma. «L’Hotel» prosegue Prosperi «è a poca distanza dal B&B ma raccoglie una clientela più vasta rispetto a quella del B&B. Ad esempio persone anziane che vanno alle vicine terme di Saturnia. Mentre nel B&B si vive proprio il borgo e il suo sapore, l’Hotel è un po’ fuori, sulla strada che conduce alle Terme di Saturnia. Centro
È Un’immersione nel Medioevo con sosta sulla via per Saturnia. Manciano offre l’opportunità di soggiorni differenti. Un B&B tra le mura storiche e un hotel a un passo dalle terme. E la cucina rispecchia la tradizione maremmana
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Manciano
benessere, gite organizzate all’isola del Giglio, trekking. Sono svariate le attività connesse con l’hotel». Borgo storico, cucina tradizionale. È proprio nel borgo di Manciano che sorge la Trattoria da Paolino, cucina etrusca condita con un pizzico di personalità. «Nella nostra trattoria» spiega Sabrina, l’esperta gourmet, «offriamo gusti locali visto che qui a Manciano abbiamo la fortuna di poter disporre di ottimi prodotti, non ultimo il formaggio, molto rinomato. Antipasti di bruschette con olio locale, crostini con salse, piatti fatti in casa con prodotti stagionali come zucchine o melanzane». Tortelli, gnudi, pappardelle al cinghiale. «Piatti della tradizione maremmana che non possono mancare anche in questo periodo. Per quanto riguarda i secondi ovviamente il cinghiale la fa da padrone. Abbiamo la versione in bianco con il finocchietto, un po’ più leggera, o alla maremmana. Il maialino al forno è un’altra delle nostre specialità; in questo periodo molto richiesti sono anche i portafogli di melanzane, le zucchine ripiene, le padellate di verdure, gli straccetti in manzo con la rucola, il pollo ripieno di erbe aromatiche o il baccalà». www.relaisnelborgo.net www.ilborgonuovo.net
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In apertura, il borgo di Manciano (GR). In questa pagina, piatti tipici della Trattoria da Paolino e immagini della Trattoria, del B&B Relais nel Borgo e dell’Hotel & Resort Il Borgo Nuovo
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Per raggiungere la spiaggia è sufficiente percorrere pochi metri su un viottolo che attraversa una pineta. Dietro la quale c’è il mar Tirreno. Il resto è nelle parole di Bruno Nocera di SALVATORE CAVERA
TRA IL TIRRENO E LA MAREMMA ra il mar Tirreno e la Maremma generosa, con i suoi borghi appollaiati sulle colline e le sue abbazie. Questo territorio offre la possibilità di unire alle vacanze al mare una vacanza fra la storia e i luoghi unici della Toscana e della provincia di Grosseto. Senza dimenticare il relax. Fra le strutture che accolgono i turisti che vogliono visitare questa terra ve n’è una che permette di scegliere fra diversi tipi di ospitalità. Immerso in una pineta a pochi metri dal
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mare, il complesso Voltoncino include village camping, alberghi e villaggi turistici. A parlarne è il presidente del consiglio direttivo, Bruno Nocera. Qual è il periodo dell’anno migliore per apprezzare la vostra località? «I momenti dell’anno più belli sono quelli di bassa stagione, in particolare i mesi di aprile e maggio, e poi settembre e ottobre. In questi periodi si può trascorrere un soggiorno più che rilassante, si riescono a cogliere con più calma le bellezze del posto e a visitare i paesi vicini. Inoltre, anche nel
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Guardando il Tirreno
mese di ottobre in questa zona il tempo è ancora bello». Quali sono i luoghi più interessanti del territorio? «Questa zona offre il mare e la montagna, in più non mancano percorsi culturali e di relax. Qui vicino abbiamo le isole di Cianosa e Giglio, c’è la penisola dell’Argentario, con Porto Ercole e Porto Santo Stefano, che sono due vere gemme del Mediterraneo. C’è poi il vicino paesino di Orbetello, che sorge su una laguna ed è una Venezia in miniatura, un paese storico come Capalbio e poi i paesi del tufo, come Pitigliano. A poca distanza ci sono le Terme di Saturnia e il monte Amiata». Il Voltoncino è composto da diverse strutture. Quali servizi offrono? «Il nostro complesso comprende cinque
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strutture distinte. Abbiamo due village camping, Africa e Oasi; un villaggio turistico, Golfo degli Etruschi; due alberghi, Le palme e La pineta. Le diverse strutture differiscono fra loro per il tipo di servizio e quindi anche per le categorie di ospiti. Nei village camping – che in realtà hanno anche degli elementi di villaggio turistico – ospitiamo soprattutto giovani; gli alberghi si rivolgono invece a una clientela più adulta, che ama la quiete; infine, il villaggio turistico vero e proprio è stato pensato ed è frequentato soprattutto da famiglie». Cosa è possibile gustare? «La nostra è una cucina tipica toscana e della
Nella pagina a fianco, Bruno Nocera, presidente del consiglio direttivo e i consiglieri: Ester Comandi, Lando Manciati, Francesco Testa, Paola Scarcella
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Sala da pranzo del villaggio Voltoncino, Albinia (GR)
zona della Maremma. Abbiamo un menù che comprende sia piatti di terra sia di mare. Molte delle specialità sono a base di cinghiale, come le pappardelle al cinghiale, o i ravioli, i tortelli, che possono anche avere ripieni di cacciagione o lepre. Per quanto riguarda il pesce, abbiamo tutto il pesce del Tirreno; i pesci più abbondanti da queste parti sono le spigole e le orate, pescate in loco». Come è nata la scelta di creare una struttura come Voltoncino? «Il complesso è stato creato negli anni Settanta. Si trattava di un gruppo di persone del posto, la generazione precedente alla nostra. In un momento in cui ancora il turismo in questa zona era agli inizi del suo sviluppo – questo era un territorio principalmente agricolo – questo gruppo di persone ha avuto l’intuizione di avviare un’attività di camping. In seguito, grazie
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anche al Comune, che ha favorito la crescita del luogo come località turistica, è stato possibile realizzare dei bungalow, poi degli alberghi e man mano quelli che erano nati come dei campeggi sono diventati gli attuali villaggi turistici». Voi siete anche molto attenti alla questione ambientale. «Noi siamo attenti all’ambiente perché è quello che offriamo: offriamo la natura del nostro territorio. Tutte le strutture sono a pochi metri dal mare, raggiungibile attraverso un viottolo che attraversa la pineta. Cerchiamo di rispettare il più possibile la terra in cui viviamo, la pineta e ovviamente il mare. Abbiamo riscaldamenti a energia solare e presto avremo anche il fotovoltaico per alimentare tutte le nostre strutture».
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www.voltoncino.com
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IL COLORE DEL GUSTO «Con il mare nel sangue e un amore viscerale per la terra». Così lo chef Massimo Bucci “colora” la sua passione per le tradizioni enogastronomiche della Maremma Toscana e ne ripropone i sapori nella cucina dell’Osteria Pacianca, con lo Show Cooking e l’obiettivo di creare il “Parco del Gusto dell’Alta Maremma”
el cuore marino della Maremma Toscana, tra la pineta e la spiaggia del Golfo di Follonica, una delle più ricche e millenarie culture enogastronomiche affonda le proprie radici nella tradizione territoriale, guarda alla contemporaneità con riverenza ma, oggi più che mai, tenta di preservare quell’autenticità che distingue la buona tavola toscana. «Mi sento ancora dentro quello stesso mondo fatto di “scintille” che fin da bambino mi portavano a chiedere a nonna, mamma e zie di turno cosa c’era in quel piatto così gustoso e se potevo aiutare a prepararlo. Ecco allora un coacervo di cose, tempi, sensibilità, umori, stagioni, ricordi di cibi e felicità: insomma tutto quello che per me definisce il “colore del gusto”». Una passione per l’arte culinaria
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Massimo Bucci è lo chef dell’osteria Pacianca di Follonica (GR)
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di ADRIANA ZUCCARO
e per ogni segmento gravitante intorno alla ristorazione che per lo chef Massimo Bucci «è una questione di Dna probabilmente legata alle mie origini, vengo da una famiglia di pescatori della Maremma Toscana, con il mare nel sangue e un amore viscerale per questa terra». Conservarne e far riaffiorare le più antiche tradizioni enogastronomiche maremmane infatti, per Massimo Bucci è una costante meta professionale che persegue nella conduzione dell’osteria Pacianca di Follonica come speciale comunicatore del cibo, tra appuntamenti formativi e collaborazioni nell’organizzazione di eventi enogastronomici, oltre a partecipazioni in format televisivi dedicati alla gastronomia maremmana e in molti progetti di diffusione della cultura enogastronomica toscana che lo vedono attivo in contesti internazionali attraverso consulenze e Show Cooking. Ma quali canali utilizzare per evitare che molte prelibatezze “made in Maremma” finiscano nel dimenticatoio? «La scoperta completa e il
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successo in termini di appeal di un territorio come il nostro, arriverà come una valanga nel momento in cui tutto il comparto enogastronomico sarà messo a sistema – afferma Bucci –. Questa è la vera sfida per creare un indotto turistico buono in tutte le stagioni dell’anno». Per Massimo Bucci , «il concetto di “gusto” in Maremma deve essere prima di tutto un’esperienza sensoriale, ma la buona disponibilità a sperimentare non potrà avvenire soltanto attraverso una semplice modalità di acquisto»; per questo ha ideato e sta promuovendo il progetto “Parco del gusto dell’Alta Maremma”, un luogo del prossimo futuro in cui poter scoprire ogni giorno le prelibatezze di aziende agroalimentari locali attraverso veri e propri “percorsi del gusto” in un contesto integrato di offerta, condivisa e promozionata. L’impegno dimostrato dal gourmet Massimo Bucci anche in Slow Food vuole essere un contributo a generare una migliore definizione delle comunità del cibo dell’Alta Maremma spaziando dalle produzioni del bovino di razza Maremmana, al maiale della famiglia Cinta Senese, al settore olivicolo e cerealicolo, ai prodotti della cacciagione, a quelli caseari dei pascoli della Maremma passando per uno comparti vitivinicolo tra i più in crescita a livello internazionale. «Un importante sviluppo sarà la capacità di riproporre ricette a base di pescato del mare di toscana, inserendo quegli intriganti incroci con alcune tra le migliori cucine del mediterraneo e calibrando pietanze ibride tra mare e terra». www.pacianca.it www.massimobucci.it
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Tradizioni enogastronomiche
Carbonara di Mare Ingredienti per 4 persone • 320 gr. di spaghetti • 1 piccola cipolla bianca • 2 spicchi d’aglio tritati • 100 gr. di pancetta affumicata a dadini • 1 zucchina tagliata a striscioline sottili • 200 gr. di vongole veraci • 24 cozze • 2 spicchi d’aglio schiacciati • 4 uova • 50 gr. di Parmigiano grattugiato • Un pizzico di peperoncino e di origano • Prezzemolo fresco tritato • Olio d’oliva q.b. • Sale e pepe q.b.
Preparazione In una padella ampia, soffriggere in olio d’oliva, aglio e cipolla tritati, con peperoncino, origano, pancetta affumicata e zucchine. Sfumare con vino bianco e contemporaneamente aggiungere nella padella i mitili ben puliti. Coprire per due minuti fino a che le cozze e le vongole non si sono aperte. A questo punto scolare gli spaghetti cotti al dente e saltarli in padella con i due spicchi d’aglio schiacciati per un minuto circa. Unire le uova sbattute precedentemente, con parmigiano, sale e pepe, amalgamando a media fiamma, cercando di non far asciugare troppo il tutto. Togliere gli spicchi d’aglio e sporzionare in piatti caldi distribuendo equamente i frutti di mare, rifinire con prezzemolo e servire. “Chi la mangia la rimangia”.
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L’ORA IN CUI SI “VÒTANO LE PENTOLE”
di NICOLETTA BUCCIARELLI
l nome deriva da un aneddoto storico legato a Castiglione della Pescaia. Vòtapentole era infatti il nome del campanile della chiesa medievale del paese. «In un’epoca in cui gli orologi non erano ancora usati, il campanile era l’unico strumento per scandire gli orari. Il suo rintocco a mezzogiorno e alle otto di sera indicava l’ora del pranzo e della cena. Il suono arrivava fino alle campagne e alla gente che ci lavorava. E sono proprio quelle le ore in cui le donne “vòtano le pentole” per dar da mangiare. Una tradizione della storia del nostro villaggio che abbiamo voluto far risorgere come nome per il nostro ristorante». È con queste parole che Massimiliano Ciregia, chef del ristorante Il Vòtapentole, presenta il suo locale. Una passione per la cucina nata in giovane età che si è concretizzata nel migliore dei modi quando Massimiliano ha avuto la possibilità di aprire un ristorante a Castiglione della Pescaia, località nel cuore della Maremma toscana che ha fatto del mare una grande ricchezza. Ricchezza che, in
I Cosa accade se la parmigiana incontra il gambero rosso? Piatti tradizionali rivisitati con guizzo creativo e conditi con la passione di tutta una famiglia
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Tradizioni enogastronomiche
questo caso, si traduce in arte culinaria. «Io faccio piatti tipici della cucina tirrenica». Prosegue Massimiliano. «Come ad esempio “l’inzimino di seppie” che io rivisito in chiave risotto utilizzando le seppiette, il loro nero e gli spinaci. Noi maremmani siamo gente semplice e schietta, le cose non le mandiamo mai a dire e queste caratteristiche cerco di comunicarle con la mia cucina,una cucina diretta, istintiva che dal contatto con la materia prima che tutti i giorni acquisto al mercato del pesce o dal produttore ortofrutticolo prende idea e forma passando solo per il fuoco e la padella. Senza stravolgimenti quindi, il territorio e la materia prima la fanno da padroni». Un locale, il Vòtapentole, in cui ci si sente accolti come se si andasse a cena da un amico di famiglia. Non a caso tutti sono coinvolti nell’avventura, dalla moglie Monica, ai figli Giulia e Guglielmo. E la passione con cui viene svolto il tutto si sente. «Vogliamo che il Vòtapentole sia un po’ come il salotto di casa nostra». Tradizione, prodotti locali, ma anche guizzo
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creativo. «Come per la parmigiana che viene servita in questo periodo: una parmigiana di gamberi rossi, un piatto della tradizione rivista negli ingredienti, con il pesce quindi, e soprattutto molto alleggerita nelle cotture, senza friggere le melanzane ma grigliandole. Per quanto riguarda il pomodoro è una passata a freddo e la mozzarella di bufala è appena scaldata al vapore. Il gambero rosso viene passato nella semola e saltato a fuoco vivo in una padella di rame, in questo modo rimane croccante. Il tutto viene disposto su diversi piani. Chiudiamo il piatto con una salsa di basilico, un filo d’olio e una spolverata di pepe. Un piatto godibile, leggero con cui poter abbinare un rosso, da uve ciliegiolo, servito a una temperatura di 13°». www.ilvotapentole.it
In apertura, la parmigiana di gamberi rossi. Sopra, Massimiliano Ciregia, chef del ristorante Il Vòtapentole di Castiglione della Pescaia (GR)
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«DI VERO C’È IL SOLE» Lo dice il comico-imitatore Dario Ballantini ripercorrendo la sua Livorno, la città dei doppi sensi e delle linee di fuga, come quelle che partono dalla terrazza Mascagni: «È qui che torno per sentirmi libero» di PAOLA MARUZZI ittore, oltre che imitatore per Striscia la notizia, Dario Ballantini – dai più conosciuto nei panni del suo personaggio cult, lo stilista Valentino – si toglie la maschera e s’improvvisa Cicerone. «Il porto, la mia famiglia e quella particolare aria di fermento polemico sposato all’immobilismo»: il viaggio parte da qui. Sono queste, infatti, le prime cose a cui pensa quando sente nominare la sua Livorno e sono, volendo, piccoli indizi per scoprire una città composita: multietnica e tradizionale, creativa e pigra, irriverente ed
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I colori di Livorno
Dario Ballantini
elegante. «Qui tutto è discutibile o meglio, come dicono dalla mie parti, di vero c’è il sole». Lontano dai riflettori, dove torna a passeggiare? «Nel quartiere la Venezia, che sembra magicamente abbandonato ed è stato riprodotto da Visconti nel film “Le notti bianche”. Poi farei un salto al mercato centrale perché è sorprendentemente multietnico e alla terrazza Mascagni, per quel senso di libertà che trasmette». Un concentrato della Livorno meno scontata: cosa consiglia di fare? «Un giro in barca lungo i canali, una visita ai musei di Villa Mimbelli e alla casa natale di Modigliani. Poi consiglio di non perdersi le tradizionali gare remiere tra quartieri, che si
svolgono lungo i fossi». Ha accennato alla suggestione del quartiere Venezia. C’è qualche ricordo particolare che lo lega a questo luogo? «Quando ho iniziato a calcare le scene, lavoravo con una compagnia di teatro dialettale in maschera e facevamo le prove in una cantina fatiscente dove c’erano residui di vecchie reti di pescatori. Inoltre, i miei primi quadri li ho dipinti lì, in una soffitta, in compagnia di Ettore Favilla, un vecchio amico pittore che mi ha insegnato tanto». Le piace il mercato perché è multiculturale. Ci sono, invece, luoghi o rituali tipicamente livornesi? «Un quadretto livornese è dato dall’abitudine di trasferirsi per quasi tutta l’estate sugli stabilimenti
Un panorama unico Situato nella splendida baia di Cavoli, nella parte sud occidentale dell’isola d’Elba, a pochi chilometri da Marina di Campo, l’Hotel La Conchiglia offre al turista una magnifica vista su una delle insenature più suggestive. L’hotel, a conduzione familiare, è dotato di 23 camere, di cui 15 nella dependance a cinque metri dalla struttura, con tutti i comfort: TV, telefono diretto, aria condizionata autonoma. L’albergo dispone anche di un’ampia terrazza con vista panoramica sul mare e di un bar/ristorante dove gustare tutte le specialità marinare. Parcheggio privato non coperto a 25 metri e convenzioni con gli stabilimenti balneari.
HOTEL LA CONCHIGLIA Spiaggia di Cavoli - Campo nell'Elba Tel. 0565 98.70.10 (inverno 0565 97.65.55) Fax 0565 98.72.57 www.laconchigliacavoli.it info@laconchigliacavoli.it
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balneari, le cui cabine allargate fungono da cucina e da seconda casa. Qui si rimane anche a cena e, all’occorrenza, si tirano fuori termos, ricambi, carte da gioco e via dicendo. Un luogo tipico è la rotonda di Ardenza, dove dai tempi di Fattori si tiene ogni anno una mostra collettiva sotto i pini che raccoglie quasi tutti i pittori livornesi, dai più bravi ai meno capaci». Nei panni dello stilista di “Saint Toupet”,Valentino, dove andrebbe a cena? «A Montenero per vedere Livorno dall’alto verso il basso come dalla Tour Eiffel, ma non rinuncerei per niente al mondo al pane e alla torta di ceci, un piatto povero irresistibile persino ai palati snob». Suo nonno era un attore livornese. Cosa ha imparato da lui? «L’amore per tutto ciò che è rappresentazione teatrale e lirica, il fascino del sipario che si apre, ma anche la polemica sulla troppa importanza data al teatro dialettale a danno di quello classico». Lei è anche pittore. Quali i colori e le tonalità più rappresentative di Livorno? «Sicuramente i colori delle opere di Renato Natali». Quale livornese doc, anche del passato, ha sempre sognato di imitare? «Mi era stato suggerito di imitare Carlo Azeglio Ciampi, ma ne fece un’ottima interpretazione Oreste Lionello. Del passato vorrei mettermi nei panni di Amedeo Modigliani ma sono già state fatte un paio di opere cinematografiche e la vedo un po’ dura». Piero Ciampi canta una Livorno notturna, melanconica, annebbiata dal vino. Dove è possibile ritrovare quest’altra faccia della città?
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«Il cantautore Piero Ciampi, che qui a Livorno non risulta affatto dimenticato, da outsider e volutamente di nicchia, per questo di grande valore, ha descritto l’altra faccia di Livorno, quella notturna. Oggi si ritrova nella solitudine di una città che non offre possibilità di sbocchi pur essendo una fucina di talenti e un fermento vivo di creatività, che se rimane in loco si sfoga in ubriacature notturne, in polemiche vacue, nelle tante manifestazioni estive autoreferenziali, in pigrizie estive da uscir fuori di testa rimanendo fermi sugli stabilimenti balneari aperti fino a notte fonda».
In apertura, la Fortezza Vecchia affacciata sul porto e Dario Ballantini. Sopra, lo storico mercato coperto di Livorno
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Una collina dove si incontrano il vento del mare e l’ombra dei pini. Francesca Vierucci spiega come scandire i momenti della giornata secondo i ritmi della natura
UN BALCONE SUL TIRRENO cegliere il buon vivere vuol dire scandire i momenti della giornata secondo i ritmi della natura. Guardare negli occhi l’alba, respirando i profumi e le spezie del Mediterraneo. Fare colazione su una terrazza dalla quale si vede l’isola d’Elba circondata dal Tirreno. Ascoltare il canto delle cicale quando il sole è alto e queste stanno all’ombra dei rami dei pini secolari. Il sole a picco vi invita a un pasto leggero, aromatizzato
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di SALVATORE CAVERA
dalle spezie e arricchito da un tocco di olio toscano. Il pomeriggio scorre fra piccoli piaceri, fino a che il sole non abbandona il cielo e lascia il palco alla luna, mentre il silenzio della sera si riempie del tintinnare dei calici. Questi sono i momenti che è possibile vivere stando affacciati alla terrazza del relais Poggio ai Santi. Una tenuta toscana del XIX secolo, trasformata e riadattata ad agriturismo. Situata nell’Alta Maremma, tra Livorno e Grosseto, si affaccia sul mare senza rinunciare alle pregevoli
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caratteristiche della Toscana. Dalla collina si domina la vicina spiaggia, in lontananza, oltre all’isola d’Elba, si distinguono alcune isole dell’arcipelago toscano e la Corsica. L’edificio principale è un podere e ci sono anche una villa panoramica e una dependance che si affaccia sulla pineta. «La nostra azienda agricola – spiega Francesca Vierucci – copre 30 ettari di terreno: 12 ettari di oliveti, 3 ettari coltivati a cereali, un ettaro di alberi da frutto e circa mezzo ettaro di orti, i cui prodotti sono destinati al nostro ristorante “Il sale”. Qui, in un ambiente familiare, offriamo i piatti della migliore tradizione toscana, con un accento particolare sul mare, ma senza dimenticare le carni brasate». Tutta la produzione è biologica e comprende diversi tipi di miele, marmellate, lavanda, rosmarino, pasta e altri prodotti tipici a seconda della stagione e dei raccolti. «Inoltre facciamo un nostro olio extra vergine IGP e Biologico. Il duplice marchio è una garanzia rara fra gli oli toscani». Francesca Vierucci, fondando quest’agriturismo, ha fatto una scelta di vita, preferendo la pace e la lentezza della campagna alla confusione delle città. «Cerchiamo di far in modo che le persone che ospitiamo riescano a trovare un ambiente rilassante e tranquillo, per questo cerchiamo di coinvolgerli nella vita della nostra casa e al contatto con la natura. Noi qui seguiamo i ritmi delle stagioni e i frutti e le specialità che ogni momento dell’anno offre e lo spettacolo della natura e di un sorriso è il primo beneficio che vogliamo trarre da questo luogo».
I colori di Livorno
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Relais Poggio ai Santi, San Vincenzo (LI)
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www.poggioaisanti.com poggioaisanti@toscana.com
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I colori di Livorno
di LUCA CAVERA
I FRUTTI DEL MARE La costa toscana, l’incontro fra il meglio della terra e del mare. Pesce grigliato e ottimi vini. Oppure antipasti di crudo. E il pesce e i vini si incontrano su una terrazza affacciata sulla spiaggia
arina di Cecina è una delle più belle stazioni balneari nel cuore della cosiddetta “Costa degli Etruschi”. La frazione si colloca fra il verde della campagna toscana e il mar Tirreno, coronata tutt’intorno da pinete marittime, che si estendono per circa quindici chilometri di litorale, formando la riserva naturale Tomboli di Cecina. È in questo luogo che si uniscono le ricchezze della terra
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con quelle del mare: i vini e il pesce, che è possibile apprezzare insieme, magari cenando su una terrazza a pochi metri dalla riva, come suggerisce Andrea Poli, che è il titolare del ristorante “Da Andrea”, recentemente rinnovato. Il ristorante, è specializzato nei piatti di pesce, grigliato, ma anche crudo, curati dallo chef Cristina Biancani. Dispone di una cantina che conta più di duecento tra le migliori etichette di bianchi e rossi. La cultura enogastronomica della riviera
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è un richiamo per il turismo? «Sicuramente sì. Credo non sia un fenomeno legato solo a Cecina, bensì di tutta la Toscana. La cucina toscana ha una certa importanza. Da noi, anche i turisti che vengono solo per un fine settimana scelgono con attenzione i ristoranti dove è possibile assaggiare i prodotti locali. Anche per quanto riguarda i turisti stranieri, arrivano da noi persone che già conosco i nostri prodotti, anche i vini, e quindi sono parecchio esigenti». La vostra specialità è il pesce. Quali sono i piatti forti? «La nostra è una cucina abbastanza tradizionale per quel che riguarda gli ingredienti, quindi prodotti freschi e di zona. Però cerchiamo anche di dare una nostra impronta ai piatti, pur servendo quelle che sono le specialità regionali. In questo è fondamentale il lavoro del nostro chef, Cristina Biancani. Il nostro piatto più richiesto, fra gli antipasti, per esempio, è sicuramente il crudo. C’è il desiderio di sentire i sapori genuini del mare. Trattandosi di pesce crudo, ovviamente, questo
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deve essere di ottima qualità». Come fate a garantire la qualità del pescato? «Molto di quello che mettiamo nel crudo è pescato locale della marineria di Cecina. Per il resto, per esempio le ostriche, le importiamo dalla Francia, ci arrivano due volte alla settimana, in modo da averle sempre freschissime. Per quanto riguarda gli scampi, le mazzancolle, il pesce bianco, invece, sono tutti prodotti pescati in zona e quindi si può dire che passano direttamente dalla rete al vassoio». E per quanto riguarda la scelta dei vini? «Da noi è possibile scegliere fra circa 150 etichette di vini. La nostra cantina ha vini che provengono da tutto il mondo, ma soprattutto francesi. I nostri bianchi arrivano da tutte le regioni d’Italia; invece per quanto riguarda i rossi abbiamo per lo più vini locali o toscani: ci troviamo a 10 km da Bolgheri, per cui abbiamo già qui dei rossi di alta qualità». www.ristorantedaandrea.net ristorantedaandrea@alice.it
Andrea Poli, titolare del ristorante da “Andrea”, Marina Cecina (LI)
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Mete Grand Tour • 225
Memorie livornesi
LIVORNO, AIZZATA DAL LIBECCIO di PAOLA MARUZZI
Aldo Santini
È la Livorno raccontata in decine di pubblicazioni e reportage dallo scrittore Aldo Santini, che oggi torna su quello che considera l’itinerario più tipico, il caciucco: «È qui che si ritrova il sapore e il carattere di una città rissosa, popolaresca e sanguigna»
on poteva che andare ad Aldo Santini, autore di numerosi reportage e libri dedicati alla sua città, la Livornina d’Oro, massima onorificenza concessa dall’amministrazione comunale. Classe 1922, per anni inviato del quotidiano Il Tirreno, non ha mai smesso di esplorare
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pregi e difetti della sua terra, tanto che durante la premiazione il sindaco Alessandro Cosimi l’ha definito «l’incarnazione della livornesità positiva, quella che esce dalle mura e si confronta con l’ottica esterna», mentre per Roberto Bernabò rappresenta un moderno «cantore di gesta». Sul filo dei ricordi Aldo Santini ripercorre una Livorno in bianco e nero, quella dove è nato e cresciuto, precisamente «in via San Ruini, il rione più marinano della città, dove c’era il cantiere navale dei fratelli Orlando e il tempo era scandito dal suono della sirena». A questa si sovrappone un’altra immagine, quella della borghesia fiorentina che veniva a trascorre periodi di vacanza sulla costa. «A Livorno nel 1902 è nato il primo manifesto sul turismo e per tutto il primo Novecento la nostra città è stata meta di un turismo elegante, elitario. Poi Gabriele D’Annunzio ha scoperto la Versilia e l’incanto si è rotto». Oggi dove è possibile ritrovare quei tratti di
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autentica livornesità? «Non sono molto convinto che esista ancora, qualcosa è andato perso. La livornesità è una disciplina trascurata, la gente è cambiata, forse per colpa di una nuova mescolanza che confonde le carte in tavola. Ma non è solo questo il punto: il centro storico, per esempio, a tratti appare degradato». Alla richiesta di condurre un visitatore nei luoghi per lui più rappresentativi, Santini risponde così: «Consiglio piazza Cavallotti,
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sede del più importante mercato cittadino all’aperto e una sosta al bar Civili, punto di ritrovo e di socialità. Non può mancare il mare, fatto di scogli e dai colori sempre diversi». Un mare che inevitabilmente va a “bagnare” anche la tradizione gastronomica, consegnando quello la zuppa di pesce, meglio nota come caciucco. A tal proposito Santini, che all’argomento ha dedicato decine di pubblicazioni, non risparmia le sue considerazioni. «Il caciucco di una volta era
Nella pagina precedente, da sinistra, il sindaco di Livorno e Aldo Santini durante la cerimonia di premiazione della Livornina d’Oro; sopra, la terrazza Mascagni
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Memorie livornesi
Aldo Santini
Sopra, il Fosso Reale presso piazza della Repubblica; nel tondo, il caciucco, tipico piatto livornese
frutto di una cucina puzzolente, popolare, rozza. Insomma, era il piatto degli affamati. E questo lo si capisce già dal nome, che etimologicamente indica un miscuglio di elementi eterogenei, un groviglio, un intrico, un viluppo. Nel cacciucco si ritrova il sapore di Livorno, il suo carattere di città rissosa e popolaresca, sanguigna, aizzata dal libeccio, tutta spifferi ed esplosioni di voci. Un sapore forte e insieme variegato, con tante assonanze e tanti aromi per quanti sono i pesci che contribuiscono a formare il suo sugo». Ma a guardar bene qualcosa è
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cambiato, «questo piatto ha quasi completamente perso la sua veracità, si è snaturato: gli chef hanno raffinato la ricetta, rendendola a tratti leggera. Purtroppo è una tendenza che si ritrova in quasi tutti i ristoranti della zona». La teoria sul Caciucco di Santini è piuttosto nota a Livorno e, come ammette lui stesso, «ha suscitato persino qualche polemica». Nessuna speranza quindi di gustare il vero caciucco? «Consiglio di fare un salto nel quartiere Lardenza e chiedere di Oscar, oppure di spingersi fino alla marina di Bibbona e fermarsi a La Pineta».
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NEL SEGNO DELL’AVVENTURA di ELISA FIOCCHI
È il tema centrale dell’edizione 2011 del Lucca Comics & Games, dal 28 ottobre al 1 novembre, dedicata al ricordo del Capitano Emilio Salgari. Cinque i giorni di manifestazione nella piccola città medioevale e rinascimentale, che si prepara a diventare “friendly”, come racconta Renato Genovese, aprendo il centro storico agli oltre 145 mila appassionati del fumetto
hiuso il 2010 con 137mila presenze, un aumento del 35% delle prevendite online e 400mila utenti che hanno fruito dei contenuti web, il Lucca Comics & Games cavalca l’anno di successi allungando di un giorno la tradizionale manifestazione ed estendendola anche a quelle aree del centro storico che prima non erano
C A fianco Renato Genovese, direttore di Lucca Comics & Games
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coinvolte. Una scelta resa possibile grazie all’appoggio di tutte le forze della città, unite nel celebrare Emilio Salgari e nell’accendere i riflettori di tutto il mondo sull’evento. La scelta di un giorno in più premierà al tempo stesso tutti i visitatori, come sottolinea il direttore Renato Genovese: «Ci è parso giusto offrire al nostro grande pubblico la possibilità di visitare la manifestazione con maggior tranquillità, scegliendo anche giorni di minore affluenza». Per quanto riguarda Lucca, a beneficiarne saranno principalmente gli alberghi e i pubblici esercizi, che già hanno concordato con la Camera di Commercio un contributo per la manifestazione: «Non si tratta di una grande cifra, ma stiamo lavorando anche per farci sostenere da altri soggetti, con l’obiettivo di coprire circa la metà delle spese straordinarie». Quale sarà lo slogan della manifestazione? «Già alla fine della scorsa edizione, dichiarammo che Lucca Comics & Games 2011 si sarebbe svolta nel nome di Emilio Salgari, e non solo
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perché presenteremo una grande mostra dedicata ai fumetti a tema salgariano (incluse le parodie Disney) e alle illustrazioni tratte dai suoi libri, ma soprattutto perché il Capitano è un indiscusso maestro d’avventura. Il tema centrale è “Il ritorno della Grande Avventura”: tutte le sezioni del festival saranno caratterizzate da incontri, dibattiti, concorsi, spettacoli ed eventi dedicati a questo tema appassionante, dall’eredità lasciata al fumetto italiano dai libri di Salgari a cento altre iniziative caratterizzate dal logo e dalla denominazione “Segui la rotta dell’avventura». L’edizione 2010 ha registrato un
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aumento delle vendite e delle visite online. Quali iniziative sono previste nel 2011 per mantenere alta l’attenzione del pubblico di visitatori? «L’obiettivo è quello di realizzare una “Lucca Friendly” per i visitatori. Lucca è una piccola, splendida città medioevale e rinascimentale, che finora è riuscita a sopportare bene il peso delle decine e decine di migliaia di persone che la invadono in occasione del festival. Ma tutta l’organizzazione deve essere perfetta, in modo che ogni cosa si svolga serenamente e con armonia. Cominciando dalle prevendite on line:
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da quest’anno introdurremo anche la possibilità per i visitatori di comunicare il giorno o i giorni nei quali intende partecipare, in modo da spedire loro tutti i documenti d’ingresso, senza bisogno di passare alle casse dedicate per lo smarco e la consegna del braccialetto. Le stesse casse per lo smarco, saranno potenziate, così come tutte le biglietterie, in modo da ridurre al massimo i tempi di attesa. Per il resto, il programma è troppo fitto per evidenziare specifiche iniziative. Meglio collegarsi al sito a cavallo tra la fine di giugno e i primi di luglio: le grandi sorprese non mancheranno». Lucca Comics & Games non vive solo nei giorni della manifestazione ma porta avanti un progetto che dura tutto l’anno. Come si snodano le iniziative prima e dopo la manifestazione? «Ci muoviamo soprattutto nel campo della scuola, sia con progetti direttamente strutturati per i vari
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istituti, sia come supporto a campagne organizzate da enti quali le prefetture ed altre istituzioni. Lucca Comics & Games, infatti, è dotata di un enorme potenziale atto a sviluppare programmi educativi integrati: operatori culturali, disegnatori, autori di giochi, scrittori, direttori editoriali, esperti di comunicazione e divulgazione scientifica costituiscono un patrimonio di addetti ai lavori al quale siamo in grado di attingere per realizzare progetti di supporto comunicativo e didattico. L’utilizzo interattivo del fumetto, del cinema d’animazione e del gioco, è un ottimo metodo per trasmettere messaggi culturali ed educativi alle generazioni più giovani, già perfettamente avvezze a tali tipi di linguaggio.Tra le iniziative di altro tipo, stiamo realizzando per la Regione Toscana un volume dedicato al periodo 1848-1948, che vede all’opera giovani autori provenienti da tutte le province toscane». L’evento ora coinvolge anche aree del
Eventi
Lucca Comics and Games
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Eventi
Lucca Comics and Games
«Nell’area dell’ex Manifattura Tabacchi potremo usufruire di nuovi spazi attrezzati. Una novità immediata? L’ex Chiesa di San Cristoforo ospiterà la mostra salgariana» centro storico che prima non erano considerate. Quali nuovi spazi del centro saranno aperti? E come cambia l’assetto e la vita della città durante il Lucca Comics? «Tutti gli spazi del centro storico fruibili per la manifestazione sono stati utilizzati, ed è in prospettiva che potremo aspettarci novità. In particolare nelle aree della ex Manifattura Tabacchi dove, grazie ai lavori del Piuss, potremo usufruire di nuovi spazi attrezzati. Una novità immediata è la possibilità di avere lo splendido spazio dell’ex Chiesa di San Cristoforo, in piena via Fillungo, nella quale collocheremmo proprio
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la mostra salgariana, che partirebbe a fine settembre (le altre saranno allestite in Palazzo Ducale e in San Romano). Ai primi di ottobre, inoltre, in Villa Bottini si aprirà un’altra mostra dedicata agli sketch di Massimo Carnevale dedicati al cinema, realizzata in collaborazione con il Lucca Film Festival che si tiene in quei giorni. Un’invasione aliena di 145mila appassionati di fumetti e di giochi, ovviamente, crea qualche malumore in una limitatissima fetta di cittadini, che devono cambiare le loro abitudini di mobilità, ma tutta la città è felice di ospitare questo avvenimento che tanto porta anche all’immagine di Lucca nel mondo».
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MUSICHE IN RIVA AL LAGO di ELISA FIOCCHI
Torre del Lago si prepara a celebrare i capolavori di Giacomo Puccini, con contaminazioni artistiche provenienti da Hong Kong e dal Giappone. La Bohème apre l’edizione 2011 del Festival Puccini, che andrà in scena dal 22 luglio al 27 agosto, all’insegna di mostre, spettacoli e cene di Gala. E il viaggio continua lungo le spiagge e le località care al Maestro 236 • Mete Grand Tour
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Torre del Lago
ondato nel 1930, il Festival Puccini corona il grande sogno del Maestro di far rivivere le sue creature nel palcoscenico naturale offerto dal Lago di Massaciuccoli. Assieme a Pietro Mascagni, compagno di studi negli anni del conservatorio, Giovacchino Forzano diede inizio alla realizzazione delle prime rappresentazioni dei capolavori pucciniani in riva al lago, davanti alla casa del Maestro. Da allora, la tradizione si rinnova ogni anno nella maestosa arena all’aperto in grado di ospitare fino a 3.370 spettatori. Molti di loro, abbinano all’Opera, la visita alla casa mausoleo che, oltre alle spoglie, custodisce i ricordi della gloriosa vita artistica di Giacomo Puccini e una cena romantica in riva al lago. «È un momento molto amato dal pubblico, anche straniero, in un’atmosfera magica dove si degustano i prodotti della tradizione del territorio in riva al lago, fino a notte fonda». Paolo Spadaccini, presidente della Fondazione Festival Pucciniano, illustra tutte le novità dell’edizione 2011. La Bohème è il titolo guida del cartellone 2011 del Festival Puccini. Con quali allestimenti e iniziative Torre del
Itinerari pucciniani
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Lago mantiene vivo il ricordo del musicista? «La Bohème (22 e 30 luglio, 12, 20 e 27 agosto) è oggi il titolo operistico più rappresentato al mondo, e aprirà il Festival nel colorato e suggestivo allestimento coprodotto con Hong Kong Opera House per la regia di Maurizio Di Mattia, costumi di Anna Biagiotti, con le scene di Maurizio Varamo. Segue la Turandot (23,29 luglio, 12,20 e 27 agosto) e infine Madama Butterfly (6, 11 e 18 agosto), una produzione nuova che arriva direttamente dal Giappone e che viene proposta con una lettura minuziosa e
Paolo Spadaccini, presidente della Fondazione Festival Pucciniano. Nella pagina a fianco, la Bohème atto II
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Torre del Lago
Itinerari pucciniani
Uno scorcio del lago mentre è in scena la Turandot
filologica dei dettagli relativi agli usi e costumi del popolo giapponese». Quali altre iniziative coroneranno il mese di musica e danze? «Sono in programma due serate dedicate alla grande danza con il Galà di Roberto Bolle, il 26 luglio e con lo spettacolo Corps et Ames della compagnia Julien Lestel, il 24 agosto. Seguono lo spettacolo 1/1 prima con Carlo Colombara, i concerti delle Orchestre Giovanili, Madame Butterfly (la riduzione teatrale di David Belasco da cui Puccini trasse l’idea per il suo capolavoro), Notre Dame de Paris sulle musiche di Cocciante e due concerti di musica leggera con Massimo Ranieri e i Pooh. Non mancano in agenda mostre, incontri, concerti e iniziative che animano il teatro per tutta l’estate». Per chi ha intenzione di soggiornare
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più di un giorno, quali angoli e paesaggi non devono passare inosservati? «“Spiagge assolate, fresche pinete, il lago sempre calmo, ovvero l’Eden”. Così Puccini aveva definito Torre le Lago, che oltre alla quiete che si può godere lungo la riva, oggi offre il comfort di grandi spiagge attrezzate e un lungomare con tanti locali per trascorrere serate di divertimento. Per i turisti che soggiornano per periodi più lunghi la Versilia è una terra tutta da scoprire anche attraverso i cosiddetti “itinerari pucciniani” che toccano quelle località che furono care al maestro: da Viareggio, città del Liberty, a Lucca, città natale del Maestro, alle colline tra Chiatri e Celle, alle montagne della Garfagnana: un soggiorno dai mille scorci e dalle infinite risorse tra cultura, natura, arte e enogastronomia».
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Sapori lucchesi
La Buca di Sant’Antonio
GIOVEDÌ GNOCCHI
Come vuole il detto che si rifà alle antiche trattorie, anche al ristorante la Buca di Sant’Antonio la tradizione porta in tavola ogni settimana le saporite patate garfagnine. «Toscana terra di zuppe, Toscana che tutti ci invidiano». Parola dello chef Giuliano Pacini racce della «Buca», che in antico toscano equivale a osteria, emergono dal lontano 1782, grazie a un documento di contravvenzione ai danni dell’oste dell’allora locanda con alloggio e stallaggio. «Doveva pagare 5 soldi per avere acquistato vini forestieri e accolto donne di malaffare» narra Giuliano Pacini, chef e proprietario di quella terza generazione che gestisce il ristorante la Buca di Sant’Antonio dal 1947. «All’estero, i cuochi invidiavano le mie origini toscane, perchè il nostro territorio offre prodotti freschi, genuini e buoni». Dal pesce alla carne e le verdure, dall’olio al vino. I piatti tipici vanno in tavola per tutto l’anno, come in ogni stagione non manca protagonista la zuppa. «In primavera si prepara la Garmugia, il cui nome deriva dal germoglio; in estate la cipollata Caterina, servita fredda; in autunno la zuppa alla frantoiana». Si aprono le porte del locale tanto amato da Giacomo Puccini (la cui casa natale si trova di fronte), Ezra Pound, Mario Pannunzio, Re Gustavo di Svezia, la principessa d’Inghilterra Margareth, Mario Tobino e Indro Montanelli.
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Giuliano Pacini, chef e proprietario della Buca di Sant’Antonio, assieme allo staff del ristorante
di ELISA FIOCCHI
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Quali ricordi la legano a questi personaggi? «Conservo aneddoti di cui potrei parlare per un’intera settimana. Indro Montanelli aveva il suo tavolo personale, così come Mario Tobino che non era lucchese e una sera scrisse a penna sulla tovaglia: “Perchè ami tanto Lucca? Perchè è un villaggio, nonostante i marmi, ne ha il cicaleggio”. Montanelli invece si presentava alla mattina presto, attorno alle 10 e mezza, prendeva l’aperitivo e attendeva la sua compagna che andava a fare la
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Farinata garfagnina
spesa. Alle 12:30 cominciava già a mugolare perchè aveva fame: era appassionato alla zuppa alla frantoiana.Tra gli altri personaggi c’è chi andava matto per il baccalà arrostito con ceci, chi per una doppia porzione di zabaione». Ogni giovedì, la tradizione vuole in tavola i gnocchi freschi. «Quelli fatti con le patate garfagnine delle nostre montagne, piu saporite perchè drenano più acqua e rimangono meno acquose. Le cuocio con la buccia e poi le sbuccio, infine servo i gnocchi al ragù o con il burro e la salvia.Tutta la nostra pasta è fatta a mano: tortelli lucchesi al sugo, ravioli di ricotta alle zucchine, pappardelle alla lepre, maccheroni lucchesi al coniglio». Quali altre tradizioni accompagnano i suoi piatti? «A Lucca, ogni santo è abbinato a una tradizione culinaria. In passato questo collegamento clericale era molto forte in città, tanto che oggi si mantiene l’abitudine a preparare dolci differenti, come la torta d’Erbi per San Paolino e le frittele per San Giuseppe».
Ingredienti per 6 persone: 250 gr di fagioli scritti secchi 400gr di farina di formenton 8 file 2 braschette (cavolo nero) 1/2 cipolla 2 spicchi d’aglio 3 patate 2 carote 300 gr polpa di zucca 1 gambo di sedano mazzetto di odori ( rosmarino, basilico e prezzemolo) 2 cotenne di maiale 350 gr di olio extra vergine di oliva sale e pepe q.b. Preparazione: Lessate i fagioli che avete messo a bagno la sera precedente, in abbondante acqua con l’aglio e le due cotenne per circa 1 ora . Mondate, lavate e tagliate a pezzetti le verdure. Soffriggete in abbondante olio (circa 300gr) in una casseruola. Aggiungete il mazzetto di odori e proseguite con la cottura per 10 minuti.Quando le verdure saranno ben rosolate aggiungete i fagioli con il brodo di cottura. Aggiustate di sale e di pepe e cuocete per circa 1 ora finché il tutto non sia ben amalgamato. A questo punto unite la farina di formenton, versandola a pioggia e mescolando continuamente per 30 minuti fino a d ottenere una sorta di polenta cremosa. Servite non troppo bollente aggiungendo un filo d’olio extra vergine di oliva.
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Sapori lucchesi
DOLCE ANIMO LUCCHESE
di ANDREA MOSCARIELLO
a pasticceria è calcolo, precisione. È un’arte in cui “l’andare a occhio” non è concesso. E sui dolci i toscani sono maestri. A Lucca, presso l’Angolo Dolce, tra lieviti, zuccheri e ingredienti dai mille colori, si può incontrare una delle pasticcere più giovani e apprezzate sul territorio. Sandra Bianchi, dopo anni di esperienze tra i migliori laboratori di pasticceria italiani e statunitensi, ha trovato nel 1997 la sua dimensione ideale. «Lucca à ancora la città del Buccellato e della torta di erbi o con i becchi – racconta Sandra Bianchi -. Sono in molti, tra forni e pasticcerie, a produrle. Io ho preferito prendere alcuni spunti da entrambe le specialità, per poi riproporle sia in
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Imparare dalla tradizione di un territorio per sperimentare nuove ricette. La pasticceria contemporanea nella città del Buccellato, tra memorie, giochi di sapori e nuove esigenze dei consumatori
dolce che in monoporzione, esaltandone alcune caratteristiche». Così il buccellato diventa un Millefoglie di buccellato con crema montata al vin santo, la torta di erbi si alleggerisce e si trasforma in un piccolo pasticcino con spinaci, mele, uvetta e pinoli al profumo di spezie. Inoltre, per promuovere e sostenere un prodotto tipico del territorio, all’Angolo Dolce si è creato il flan dolce di fagioli cannellini di S. Ginese con farro della Garfagnana al profumo di alloro. E ancora, il pasticcino al miele di lavanda con crema alla lavanda, la zuppa inglese cotta in forno, i cake al pistacchio con gelee di mandarino in inverno e il cake al limone con gelee di fragole in estate, la crema di ricotta con il cioccolato o la crema di zucca con il pan di spezie. «Ciò che rappresenta un territorio è sempre legato alla tradizione e alle scelte che gli abitanti del luogo hanno saputo tramandare – sottolinea Bianchi -. Ogni tipicità enogastronomica subisce inevitabilmente modifiche nel corso degli anni ma, se questo è frequente nella cucina, lo è meno nella tradizione
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dolciaria. Questo perché le precise e matematiche regole di questa arte lo impongono. La pasticceria è un premio, uno di quelli che un tempo ci si consentiva settimanalmente se non solo nelle feste comandate». È un cibo, dunque, che conserva un senso di ritualità ed eccezionalità innegabile. «Il tempo da dedicare allo studio e alla ricerca è sempre costante – sottolinea la pasticcera -. Oggi siamo chiamati a soddisfare le esigenze salutistiche di tutti coloro che si trovano a convivere con una o più intolleranze e allergie. Si instaura così una collaborazione con consulenti medici dietologi». Un impegno che spazia dalla produzione quotidiana di lieviti per la prima colazione, piccola pasticceria e dolci realizzati con ingredienti anche insoliti, come legumi e ortaggi. Tra ricerca e tradizione. Questa estate si potrà inoltre rivedere il lavoro di Sandra Bianchi anche su Raiuno, la domenica mattina, nella trasmissione “Orizzonti di Linea Verde”, di cui la pasticcera è già stata ospite più volte nel corso delle ultime stagioni.
Sandra Bianchi all’interno del suo locale, L’Angolo Dolce, a Lucca
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www.pasticceriasandrabianchi.com info@pasticceriasandrabianchi.com
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TRA IL PROFUMO DI LAVANDA
di SALVATORE CAVERA
Un viaggio in Provenza e la scoperta della lavanda. Questo arbusto ha conquistato Fabio Biondi, che ha deciso di iniziarne la coltivazione nella sua villa in Toscana. E così la lavanda ha circondato una chiesa romanica, ha dato benessere al corpo ed è anche entrata in cucina
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ndando da Lucca verso la Garfagnana, ci si imbatte nel sito archeologico di San Martino in Greppo. La chiesa di stile romanico, eretta nel IX secolo, è oggi circondata dal verde degli ulivi e avvolta dal profumo della lavanda. Lì intorno sorge infatti il Parco tematico della Lavanda, che ospita oltre 10mila piante. L’iniziativa di fondare il parco è stata di Fabio Biondi, titolare della vicina Azienda agricola Baccheggia, specializzata nella riproduzione per talea di molte varietà di lavanda e di piante aromatiche. «Durante un viaggio in Provenza ho avuto l’occasione di apprezzare la gradevolezza di questa pianta e dei suoi fiori. È un simbolo di pulizia esteriore e spirituale. Iniziai a studiarla. Le numerose proprietà di questa pianta erano già note ai Romani e ai Greci, ma si è potuto stabilire che anche Egizi e Fenici la impiegassero in cucina e medicina, per il benessere e la salute delle persone. La sua etimologia si lega al profumo, alle proprietà toniche, antisettiche e repulsive nei confronti degli insetti. Lavanda infatti significa “lavare” e si riferisce all’abitudine degli antichi greci e romani di profumare l’acqua delle abitazioni e delle terme con l’olio essenziale estratti dai fiori». La lavanda è un arbusto sempreverde, di facile manutenzione, adatto a tutti i terreni e con pochissime esigenze di irrigazione. È una pianta molto rustica, che si adatta bene anche a tutti i climi. «Il clima della Provenza è molto simile a quello della terra toscana. Decisi così che la lavanda era la pianta più adatta per costruire la scenografia naturale della nostra villa». La proprietà, circondata da 1.200 metri di campi di lavandeti, è una realtà
I segreti di Lucca
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unica nella provincia di Lucca e si presta a fare da palcoscenico per cerimonie, eventi, enogastronomia e turismo, poiché offre anche la possibilità di soggiornare nelle sue camere che si affacciano sui campi di lavanda. «Nel parco tematico vicino alla chiesa di San Martino in Greppo, nel 2009, si è svolta la prima Festa della Lavanda. La lavanda non è solo bella e profumata: con l’olio essenziale di lavanda è possibile realizzare prodotti detergenti e di cosmesi. Sfruttando le proprietà di questo olio essenziale stiamo realizzando anche un centro benessere. Inoltre la lavanda fa capolino anche in cucina: con i fiori e con lo sgranato di lavanda si possono fare dei biscotti, delle paste, delle marmellate, che possiamo offrire insieme ad altri prodotti tipici della Garfagnana, compresi quelli spontanei che si possono raccogliere nel sottobosco».
In apertura, veduta dell’Azienda Agricola Baccheggia. Sopra, piante di lavanda
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www.baccheggia.it info@baccheggia.it
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STORIA DELL’OSPITALITÀ DI LUCCA
di ADRIANA ZUCCARO
Agli inizi del ‘900 era una semplice bottega. Oggi è l’Albergo Celide, un quattro stelle in cui il buon gusto si sposa con l’arte dell’ospitalità
urante i primi anni del Novecento, le Mura rinascimentali che ancor oggi circondano il cuore della città di Lucca, abbracciavano anche la bottega di “Celide”, dal nome della fondatrice, punto di ritrovo per i lucchesi e per chi scendeva dai paesi per venire in città. «Da “Celide” si trovavano cibo, bevande, tabacco e ogni sorta di genere alimentare. Nel tempo però la bottega si è trasformata e oggi è uno degli alberghi di riferimento per la città di Lucca, con annessi locali quali il caffè e il ristorante». A dirigere l’Albergo Celide è Emanuela Cesaretti, nipote della fondatrice, che con straordinario buon gusto esalta il valore della struttura alberghiera. Con quali aspettative il turista “tipo” arriva a Lucca? «Chi elegge Lucca come meta di vacanza culturale o semplicemente turistica, sa già che visiterà una città d’arte, con luoghi che hanno mantenuto lo stile e l’eleganza propria della sua nobile storia. Nello stesso modo la nostra
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I segreti di Lucca
“Casa” ha saputo riproporre nel tempo quello spirito di accoglienza famigliare pur tenendosi al passo con i tempi e la tecnologia. Attraverso il contatto quotidiano con le persone che soggiornano da noi, percepiamo chiaramente che quello che i turisti cercano è l’accoglienza, il sentirsi non un ospite ma come a casa propria». Qual è il piatto forte del vostro ristorante? «Più che una singola ricetta, a rappresentare il punto di forza del ristorante è senza dubbio il pesce con pescato del giorno e i sapori di una cucina innovativa». Quanto incide l’appartenenza a una città che da sempre è palcoscenico di spettacoli ed eventi di ogni genere? «Il fatto di essere situati in una città ricca di avvenimenti e mostre, riveste una notevole importanza per una struttura alberghiera come la nostra, situata nel cuore cittadino e vicina a luoghi pieni di fascino. Gli eventi di Lucca inoltre incidono molto sulla dinamica delle presenze». Nonostante le potenzialità, molte città italiane vivono il turismo solo “in superficie”. Qual è il resoconto che può
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fornirci a proposito di quello lucchese? «Lucca si è molto aperta negli ultimi dieci anni con manifestazioni e spettacoli che hanno permesso di farla conoscere nel mondo al pari delle sue sorelle Firenze, Pisa e Siena, cercando di mantenersi una città a dimensione d’uomo e di non diventare una città per un turismo di massa». Quali eventi apportano più visitatori? «Tra i tanti appuntamenti estivi resi noti a livello internazionale, va citato il Summer Festival, con concerti di artisti di fama mondiale, e il Festival Pucciniano. A fine ottobre, invece, si svolge “Lucca Comics & Games”, un evento che richiama visitatori da tutta Italia e non solo, per vedere all’opera i migliori disegnatori internazionali di giochi e fumetti».
In apertura, Emanuela Cesaretti, titolare dell’hotel Celide di Lucca. Nelle altre immagini, ambienti dell’albergo
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www.albergocelide.it
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SOGGIORNI A SUON DI PUCCINI di ADRIANA ZUCCARO
Tra l’anfiteatro romano, la torre Guinigi, il Palazzo Ducale e il duomo di San Martino, un magnifico palazzo settecentesco è sede dell’unico cinque stelle di Lucca, l’hotel Noblesse
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n’atmosfera raffinata ed elegante in cui diviene inevitabile lasciarsi trasportare indietro nel tempo, inebriati dagli effetti luminosi dell’oro e dei lampadari in vetri di Murano, dagli arredi d’antiquariato “incorniciati” da antichi arazzi e dai tappeti persiani che ne raccontano la storia. Come quella dell’hotel Noblesse, unico cinque stelle di Lucca; una storia che affonda le radici in un passato di splendore, proiettata con spirito innovativo in un futuro altrettanto sorprendente dalle parole del giovane imprenditore Giorgio Galli che, dopo
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I segreti di Lucca
aver visitato i più grandi e prestigiosi alberghi del mondo, torna a ribadire, alla direzione del Noblesse, quanto «la grandezza storica, artistica e culturale italiana non teme alcun confronto». Qual è la sua personale idea di turismo? «Il turismo per me va di pari passo con l’arte. E chi meglio di noi Italiani, circondati come siamo da monumenti e magnificenze artistiche di ogni stile e fattura e invidiati per questo dal mondo intero, può utilizzarla come prestigioso teatro dell’ospitalità alberghiera? Il turismo, negli Stati Uniti, ad esempio, è concepito in maniera diversa per naturali ragioni legate alla cultura e al territorio; vi è una diversità di offerte incredibili tra mare, monti, laghi, foreste e mastodontiche città, ma l’Italia possiede un fascino che solo la storia e un patrimonio di opere d’arte come il nostro può conferire a una meta turistica d’eccellenza». Tra arte, storia, cultura e musica, cosa rappresenta per lei condurre l’unico cinque stelle di Lucca? «Non posso mai sottrarmi alle tante e necessarie dinamiche che, al giorno d’oggi, impegnano un direttore d’albergo per intuire, anticipare e seguire le richieste degli ospiti che scelgono la vacanza al top delle possibilità e comfort; è fondamentale capire dove intervenire per la loro
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completa soddisfazione. Dobbiamo sempre stare al passo con i continui cambiamenti comunicativi, seguirne le evoluzioni e adeguarci senza remore». Quali programmi tendono a non deludere mai gli ospiti? «Tra i vari servizi che mettiamo a disposizione dei nostri ospiti, organizzo personalmente gite guidate per far conoscere tutti i tesori, anche i più nascosti, di questa mia incantevole città. Propongo inoltre la possibilità di assistere ai concerti pucciniani nella bellissima chiesa di San Giovanni». L’hotel Noblesse è frequentato da personalità di spicco, volti della mondanità e personaggi pubblici. Cosa ricercano questi protagonisti del turismo di lusso? «Cercano eleganza, atmosfera, buoni servizi, la comodità di stare in un ambiente che tutela la loro privacy, la nostra “location” nella zona pedonale del centro storico, lontano dai rumori del traffico. Cercano anche un ambiente che li faccia sentire a loro agio, con discrezione ma anche con cordialità. Per noi i nostri clienti sono ospiti veri».
In apertura, Giorgio Galli, proprietario dell’hotel Noblesse di Lucca. Nelle altre immagini, camera e area bar dell’albergo
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info@hotelnoblesse.it
Mete Grand Tour • 253
PIACERI DAL MONDO
di AMEDEO LONGHI
La combinazione di sapori locali con le prelibatezze più esclusive provenienti da tutto il mondo. È questa la particolare esperienza che si può gustare presso il ristorante Alex di Marina di Pietrasanta in Versilia on è certamente banale il menù del ristorante Alex di Marina di Pietrasanta, nella rinomata Versilia. Al pesce locale e tradizionale che arriva ogni mattina ottimo e abbondante dal porto di Viareggio, vengono uniti sapori e ingredienti esotici, grazie a particolari abbinamenti: «Faccio sempre convivere i cibi locali con gusti internazionali prelibati, perché ritengo che la provincialità debba essere un punto d’inizio», spiega il patron Alessandro Tognetti, che del suo lavoro ne ha fatto una passione. L’obiettivo, che la particolare ambientazione del locale a due passi dal mare, con luci soffuse e musica jazz in sottofondo aiutano a raggiungere, è quello di accompagnare le persone in un viaggio attraverso i piaceri di sapori che rapiscono, per evadere, anche solo per qualche ora, dalla realtà. Quali sono i cibi particolari che servite? «Cerco di affiancare all’eccellente pesce del nostro mare le esclusive specialità internazionali, come il ricercato Alaskan King Crab – il granchio reale del mare di Bering, molto apprezzato per la sua unicità e difficile da trovare,
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I segreti di Lucca
essendo contingentato a livello di pesca e di distribuzione –, le capesante del nord America o il caviale iraniano. D’altra parte, penso che la qualità del nostro pesce non possa rappresentare una preclusione al piacere di assaporare ciò che di prelibato offrono gli altri paesi in giro per il mondo». E questo vale anche per le bevande? «Naturalmente lo stesso principio lo applichiamo anche ai vini che proponiamo, che sulla carta sono più di settecento. Mi fa piacere far convivere allo stesso tempo i nostri buonissimi e selezionati vini bianchi Italiani con Chablis o Sancerre francesi oppure degli spettacolari rossi Bolgheresi con dei grandi ed esclusivi Bordeaux».Non solo bollicine italiane, ma anche piccole maisons di Champagne, con produzioni limitate di alto livello, magari biologiche o biodinamiche, che accompagnano la proposta di blasonate Maisons di nomi eccellenti». Avete avviato anche una vostra
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produzione di olio esclusiva? «Si tratta dell’Olio Extra Vergine di Oliva “Aska Eleivana”. In Toscana abbiamo dei cultivar che singolarmente si accompagnano molto bene ai nostri cibi autoctoni, ma alcuni sono un po’ troppo impegnativi, troppo speziati o magari amari per abbinarsi ai crostacei. Allora ho creato un blend di tre tipologie (Cultivar) di olio – Moraiolo, Leccino e Frantoio – pensato per andarsi ad accostare nella miglior maniera possibile ai nostri piatti di gusto delicato, oltre che ai cibi esteri di prestigio come possono essere l’Alaskan King Crab o gli Stone Crab della Florida e le aragoste del Maine ed è proprio per questo motivo che ad oggi il nostro Olio Aska Eleivana è stato selezionato delle migliori destinazioni Gourmet degli Stati Uniti d’America».
Sopra, Alessandro Tognetti, patron del ristorante Alex. Nelle altre immagini, l’olio i vini e i cibi offerti dal locale
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www.ristorantealex.it info@ristorantealex.it
Mete Grand Tour • 257
I segreti di Lucca
LA COSTA APUANA Siti storici e grandi città d’arte, natura rigogliosa e lunghe spiagge bianche, locali alla moda, festival ed eventi fieristici. Questa è la Versilia, che con le sue strutture ricettive, come l’Hotel Nedy di Ronchi, accoglie le categorie di ospiti più disparate
di AMEDEO LONGHI
al punto vista naturalistico e da quello paesaggistico, la costa apuana rappresenta uno dei luoghi più suggestivi del Tirreno. Ad arricchire l’attrattività della zona contribuisce il grande sviluppo turistico che l’ha resa un’area di grande interesse anche sotto il profilo culturale, storico, artistico e mondano. L’Hotel Nedy si trova proprio al centro del litorale versiliese, a metà fra gli importanti poli di Marina di Massa e Forte dei Marmi. «La tipologia di attrazioni estremamente variegata che la Versilia può offrire attira visitatori con inclinazioni diverse e ci ha spinto ad attrezzarci per cercare di accontentare tutti». A parlare è Fiorenza Puccetti, proprietaria dell’Hotel Nedy. «Nel periodo invernale ci concentriamo sul turismo congressuale e “business”. Questo tipo di clientela ci seleziona prevalentemente per la vicinanza con Carrara Fiere, importante centro fieristico del comprensorio; per soddisfare le esigenze di questa categoria di ospiti abbiamo approntato una serie di servizi come il WiFi gratuito e, per incontri di lavoro, un’efficiente sala congressi modulare dotata di ogni optional». Ancora più variegata è la frequentazione estiva,
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periodo in cui questo litorale offre il meglio di sé: «In estate abbiamo molte famiglie, che ci raggiungono sia per il mare, sia per escursioni alle vicine Cinque Terre, oppure alle città d’arte come Firenze, Pisa, Siena e Lucca, rispetto alle quali ci troviamo in una posizione baricentrica». Naturalmente non può mancare quella fascia di turisti interessata all’aspetto più mondano della riviera versiliese: «Sono per lo più giovani, che ci raggiungono soprattutto per le vacanze balneari e per la vicinanza con i famosissimi locali frequentati da vip e personaggi noti». La natura e l’intervento umano hanno contribuito a delineare un quadro ideale per vacanze di ogni tipo: «La nostra zona – racconta Fiorenza Puccetti – offre delle spiagge bellissime, lunghissime e poco affollate. Sono diverse le città che costituiscono poli d’attrazione: Forte dei Marmi, località mondana e ricca di negozi e grandi firme;Viareggio, capitale della Versilia ricca di storia e tradizioni; Sarzana, con le kermesse, come l’ormai famoso appuntamento con il Festival della Mente a settembre e il mercatino antiquario, oppure gli eventi estivi de
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La Versiliana.Vi sono poi le affascinanti cave di marmo di Carrara, famose nel mondo, che insieme ad altri siti come i castelli della Lunigiana e le Grotte del Vento rendono il luogo il punto di partenza ideale per escursioni in tutta l’alta Toscana». Oltre ad averla conquistata personalmente, la Versilia rappresenta anche un’importante scommessa professionale per Fiorenza Puccetti: «Credo molto nel fascino di questa terra, che ha mare, montagne e città d’arte tutto a pochi passi. Sei anni fa decisi di dedicarmi all’accoglienza turistica, individuai questo grazioso hotel immerso nel verde, in una zona molto tranquilla e perfetta per soggiorni rilassanti, e avviai una ristrutturazione radicale, per offrire un ambiente accogliente ma anche dotato dei più moderni comfort, come una piscina con idromassaggio e un grazioso giardino arredato fornito di gazebo per le colazioni in giardino durante il periodo caldo». www.hotelndey.it info@hotelnedy.it
In apertura, l’accoglienza dell’Hotel Nedy di Ronchi (MS). Sopra, la costa apuana
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Mete Grand Tour • 259
SOLO LATTE UOVA E ZUCCHERO
di LUCA CAVERA
ra la macchia mediterranea e le pinete della costa toscana, in provincia di Lucca, a Marina di Pietrasanta, si trova una villa ottocentesca detta La Versiliana, un tempo dimora di villeggiatura del poeta Gabriele D’Annunzio, che durante un soggiorno del 1906 vi scrisse la nota poesia “La pioggia nel pineto”. La villa, circondata da una grande pineta attraversata da una fitta rete di sentieri a disegno geometrico, è oggi diventata un parco pubblico. Marina di Pietrasanta è una stazione balneare rinomata e immersa nel verde dei suoi giardini. Questa zona di costa tirrenica, preferita da illustri personaggi in passato, continua a essere un’apprezzata meta estiva, con le sue ampie spiagge ampie sabbiose e attrezzate per il turismo balneare. La fioritura estiva della città porta con sé, oltre al sole anche la freschezza di gelati artigianali, fatti ancora secondo la tradizione. Come spiega Giovanni Tognoni, proprietario della Gelateria dell’Amico. Cosa rende così particolare il vostro gelato? «Noi facciamo ancora il gelato in maniera artigianale. Questo vuol dire per prima cosa che la lista degli ingredienti è la più breve
F La lista di ingredienti più breve per un gelato fatto ancora secondo i lenti procedimenti della tradizione. Come spiega Giovanni Tognoni: pochi ingredienti di qualità, combinati a nocciole, cacao o frutta, si trasformano in gelati e sorbetti unici
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I segreti di Lucca
possibile e comprende solo i prodotti naturali con i quali si faceva il gelato una volta, senza additivi di nessun genere. La lista comprende, per tutti i gusti, il latte, lo zucchero, l’acqua e le uova. Poi si aggiungono le nocciole, il cacao per il cioccolato e la frutta per i vari gusti». Come avviene la preparazione di un gelato artigianale? «Tutto il procedimento è rigorosamente manuale e lento. Si inizia dal latte che, unito alle uova e allo zucchero per la preparazione delle creme, deve essere pastorizzato. Invece, per i gusti alla frutta, usando latte fresco di alta qualità, si va a mantecare un prodotto freddo e non si deve portare a ebollizione il latte. Quello che rende diverso questo gelato dagli altri è la lentezza del procedimento. La calma nella preparazione contribuisce a dare un gusto particolare al prodotto, che risulta
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anche molto più digeribile degli altri gelati». Quali sono i vostri gusti e quali sono quelli più richiesti dai turisti? «Noi proponiamo circa venti gusti, fra creme e gelati alla frutta. A questi aggiungiamo numerosi sorbetti di frutta e limone. Ci sono turisti che chiedono i gusti che trovano nella loro regione. Per esempio, una persona del Nord potrebbe chiedere il gelato alla liquirizia, mentre i fiorentini chiedono il buontalenti, che è un gelato tipico di Firenze. Magari qualcuno può non trovare il suo gusto preferito, però noi facciamo dei sorbetti e degli zuccotti che non deludono nessuno. Altri, invece, conoscono già il nostro prodotto o ne hanno sentito parlare e così vengono proprio perché, al di là dei gusti e delle preferenze di ciascuno, apprezzano la particolare qualità del gelato artigianale».
Gelateria dell’Amico, Marina di Pietrasanta (LU)
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VIRTUOSISMI E TEATRALITÀ Il barocco leccese spinge l’osservatore a sostituire i punti di vista e le visioni privilegiate, per immergersi nella spazialità delle facciate. Salvatore Buonomo traccia quel fascinoso “viaggio teatrale” da percorrere in tutte le sue dimensioni di ELISA FIOCCHI
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Architetture pugliesi
Dal Salento alla Capitanata
ndividuare uno o più beni architettonici rappresentativi di una produzione che ha segnato un territorio ricco, stratificato e denso di contenuti, come quello della Puglia, significherebbe limitare la propria visione», racconta Salvatore Buonomo, riferendosi alla qualità del patrimonio culturale della Regione. L’architetto presiede la Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici per le province di Bari, BarlettaAndria-Trani e Foggia e, ad interim, per le province di Lecce, Brindisi e Taranto. Tra i compiti istituzionali vi è la tutela, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio architettonico vincolato compresi parchi e giardini storici - di
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proprietà pubblica e privata. «In Puglia vi sono beni capaci di interpretare, in un unico momento creativo, l’insieme di tutti i valori espressivi offerti all’attenzione del visitatore». Passo per passo, Buonomo analizza le meraviglie architettoniche del territorio da nord a sud, fino ai paesaggi incontaminati dove si assapora l’essenza e la cultura della Puglia. Per quanto sia complicato escludere una visione d’insieme, quali sono i beni architettonici che la affascinano di più? «Difficile rinunciare a esprimere un’ammirazione entusiastica per quegli episodi del costruito che concorrono a definire la rete dei castelli, delle fortificazioni e di tutto l’edificato che, nel corso dei secoli, si è sviluppato attorno a essi. Resta quindi scontato il riferimento a questi beni, nel ritenerli addirittura identificativi del territorio. Né si
In apertura, uno scorcio della Basilica di Santa Croce. Sopra, da sinistra, Salvatore Buonomo, soprintendente per le province di Bari, BarlettaAndria-Trani e Foggia, e uno scorcio del Castello del Garagnone
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Architetture pugliesi
Dal Salento alla Capitanata
esagera quando questi vengono elevati a orgoglio dell’intera regione (e non solo), per le condizioni, sia pure migliorabili, di conservazione e fruibilità nelle quali versano». Che sensazione suscita il barocco leccese? «Il valore plastico delle superfici decorate, spesso ricche di sculture a tutto tondo, attrae l’occhio del visitatore spingendolo a modificare continuamente il punto d’osservazione per meglio percepire i virtuosismi delle composizioni; si è spinti a sostituire i punti di vista e le visioni cosiddette privilegiate, per immergersi nella spazialità delle facciate. Queste appaiono come una sorta di allestimenti teatrali tipici delle più sofisticate creazioni e ci inducono a un naturale e conseguente sforzo di immaginazione: quello
«La Puglia è esageratamente ricca di storia, cultura e bellezze paesaggistiche» di entrare a far parte dell’apparato scenico per percorrerlo in tutte le dimensioni e rimanerne poi affascinati». Gregorovius definì Lecce la “Firenze del Barocco”. Quali altre parole e immagini questa città evoca in lei? «Mai definizione fu così appropriata e Lecce merita, a pieno titolo, questo riconoscimento. Risulta difficoltoso trovare ulteriori espressioni senza esporsi al rischio dell’inadeguatezza.
Salento a quattro stelle Il calore e l’accoglienza mediterranea di un Grand Hotel 4 stelle si sposano con una concezione abitativa elegante e moderna e un comfort al massimo della categoria. L’Hotel Resort Il Giardino dei Pini è stato inaugurato a giugno 2007. Lo stile esclusivo delle sue 18 suite, l’eleganza degli ambienti, il relax del suo centro benessere SPA, la sala Ristorante, sono tutti dettagli studiati con un solo obiettivo: un servizio attento a ognuno degli ospiti per una vacanza esclusiva nel Salento. La sala ristorante è curata nei minimi dettagli, la sala ricevimento è immersa nel giardino con ampia piscina, dove poter organizzare suggestivi ricevimenti ricchi di fascino. Fiore all’occhiello del Resort è la SPA Narciso, vera oasi di bellezza dove giochi di luci, spazi e profumi stimolano i sensi e favoriscono il relax, dotata di piscina idroterapica con cascate cervicali, sedute idromassaggio e percorso kneipp.
HOTEL RESORT IL GIARDINO DEI PINI S.P. 266 Loc. Posto Rosso - Alliste (LE) Tel. 0833 93.12.09 - Fax 0833 93.57.49
Architetture pugliesi
Dal Salento alla Capitanata
L’osservatore, non necessariamente esperto, coglie come i blocchi lapidei lavorati e assemblati per i rivestimenti parietali delle architetture non sembrino solo sbozzati da abili scultori; la perfezione dei particolari e, soprattutto, la varietà delle soluzioni adottate, lasciano quasi immaginare un materiale impiegato allo stato plastico, capace di assumere, senza limitazioni, ogni forma assegnata dall'artista. I risultati raggiunti ci aiutano a definire un campionario tipico, quello leccese appunto, unico nei dettagli e nelle sue geniali articolazioni che identificano un barocco quasi impossibile da dominare se non con attente e ripetute osservazioni». Come cambia l’architettura da Bari a Foggia, passando per Barletta, Andria e Trani?
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«La parte settentrionale della regione, grazie all’eterogeneità territoriale, si caratterizza soprattutto per l’alternanza delle acclività e dei rilievi e del desiderio, da parte delle comunità insediate, di sfruttare le potenzialità offerte soprattutto dalla costa e dal materiale da costruzione estratto localmente. Ogni edificio, ogni opera di sistemazione, ogni manufatto, va necessariamente rapportato a questi parametri. Tali fattori, abbinati all’abilità dei costruttori, consentono di stabilire una connessione tra modelli architettonici e aree di pertinenza. Episodi di architetture basse, distribuite secondo precisi schemi insediativi costieri, si contrappongono ad agglomerati adattati ai rilievi che ne hanno condizionato il loro sviluppo. Un carattere sicuramente ricorrente per gran parte dei contesti appare la
Sopra, il castello di Otranto
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lavorazione della pietra lasciata a vista (priva quindi, di strati superficiali) che, in alcuni casi, definisce la cromia prevalente dei centri storici». Quali bellezze del territorio (scorci paesaggistici, monumenti, opere e simboli) racchiudono il suo personale libro di viaggi nella regione? «La Puglia offre soprattutto sensazioni; queste, da vivere e interpretare secondo il proprio codice, sono determinate e sicuramente condizionate, dalle esperienze personali e dagli affetti. Tale assunto potrebbe portare a esaltare aspetti capaci di incidere in maniera significativa sulla nostra memoria, a danno di altri fattori, altrettanto meritevoli. Potrei forse dire che tutto ciò che contribuisce a rafforzare il rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale (penso, ad esempio, al mare inteso come bene
che veicola cultura) lascia una traccia significativa all’interno dei propri ricordi. Un tratto di costa alta, inaccessibile e perciò fortunatamente intatta, un insieme di fabbricati a picco sul mare che non cede a ogni deleteria tentazione, e ancora, le strutture difensive distribuite su tutto il territorio, alla pari degli insediamenti agricoli a sostegno di un’attività fortunatamente ancora fiorente, occupano una parte significativa di questo libro. Un libro tuttavia che merita di essere continuamente letto, approfondito e ampliato». Tradizione eno-gastronomica: dove il turista ritrova l’atmosfera e i piatti tipici della tradizione pugliese? «Ritengo i piatti tipici della tradizione pugliese, assolutamente particolari nel loro genere; inutile dire che questi sono anche fortunatamente sostenuti dalla genuinità delle
Tra pizza e cucina salentina Dal 1984 Blues propone i piatti della cucina salentina, fatta di ricette gelosamente custodite e tramandate di madre in figlia, e gustose pizze preparate con farina di semola. Il legame con la tradizione e l’antica arte culinaria del Salento si esplica anche nella particolare attenzione prestata alla qualità degli ingredienti utilizzati e al modo con cui vengono preparate le ricette a base di pesce e di carne. L’ambiente è accogliente, semplice ed essenziale, l’ideale per una pausa rigenerante, ma anche per una serata tra amici. Il celebre “giropizza” garantisce tutti i giorni, a gruppi di almeno 4 persone, pizze di gusti diversi a ripetizione, che arrivano in tavola divise a spicchi: per andare avanti nel giro, bisogna finire tutta la pizza, sia quella al centro, sia gli spicchi in ogni piatto. Altrettanto divertente è “pizza no stop”, il giovedì sera, in cui viene servito via via uno spicchio di pizza a persona. Quando tutti si fermano viene servita la pizza alla nutella.
RISTOPIZZA BLUES Via Imbriani, 12 - 73048 Nardò (LE) - Tel. 0833 56.28.95 www.ristopizzablues.it - blues.pizzeria@alice.it
La Puglia, tra mare e cultura Nel cuore della riviera adriatica salentina, a Vignacastrisi, a circa tre chilometri da Castro e Santa Cesarea Terme, sorge il B&b Il Melograno. La struttura si compone di quattro stanze con bagno privato e dotate di ogni comfort. Oltre alla sua straordinaria bellezza, Il Melograno, offre una posizione ottima per chi vuole raggiungere le splendide coste salentine o l’entroterra ricco di arte e cultura. Infatti in 2 minuti si può arrivare a Castro e Santa Cesarea Terme, in 15 minuti si raggiunge la splendida Otranto, mentre in mezz’ora l’incantevole capoluogo Lecce. L’ospite, qui, può trascorrere una piacevole vacanza all’insegna del totale relax, senza problemi di parcheggio e avendo comunque il mare a soli 2 km.
BED AND BREAKFAST IL MELOGRANO Via Vecchia Ortelle, 18 - Vignacastrisi (LE) Tel. e Fax 0836 92.25.49 Cell. 340 70.26.805 - 328 42.59.945 www.bbcostadelsalento.it info@bbcostadelsalento.it
materie prime utilizzate per la loro preparazione. E numerosi sono quei ristoranti (piccoli e accoglienti, solitamente posti all’interno di nuclei storici) che abbinano alla tradizione di una gastronomia basata sui prodotti del territorio (verdure di stagione, pesce), accattivanti innovazioni, pur rimanendo nell’ambito di quei sapori che attirano sempre e ai quali è impossibile sottrarsi. Più che a un ristorante in particolare, i miei ricordi sono legati a quelle occasioni, quei momenti, dove è stato possibile apprezzare il valore e l’importanza assegnati all’accoglienza accompagnata da una sola pietanza servita da un gestore desideroso soprattutto di averti nel proprio locale». Verso quali destinazioni deve dirigersi chi, sul territorio, cerca la tradizione e la
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storia, lontano dalle tappe indicate dalle guide turistiche? «Il visitatore, sempre più attento a scoprire luoghi ricchi e incontaminati, sa che le destinazioni esterne ai consueti e più noti itinerari, sono in grado di garantire un’elevata soddisfazione del desiderio di conoscenza; abbinare alle tappe comprese nei maggiori flussi turistici, quelle località dell’entroterra (ad esempio, del Salento o del Foggiano), prive di ogni tipo di aggressione speculativa, significa poter cogliere i sapori e l’essenza di una cultura che sopravvive soprattutto negli esempi e nelle testimonianze più semplici, ma sicuramente più nobili della tradizione locale. Un’intera regione perciò, in grado di attrarre coniugando storia, cultura e bellezze paesaggistiche di cui il territorio è “esageratamente” ricco».
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ESPRESSIONI BAROCCHE
di ELISA FIOCCHI
Tra la metĂ del 500 e la fine del 700 nasce quel fenomeno artistico e architettonico chiamato barocco leccese. Un patrimonio dietro al quale emergono i legami affettivi del ministro Raffaele Fitto, che rivela i segreti di terra e di mare del Salento
Il fascino del Salento
Raffaele Fitto
al barocco leccese di Giuseppe Zimbalo, al fascino paradisiaco delle coste del Salento descritte dallo sguardo incantato del poeta Ibn Kemal. Lecce, Otranto e quelle spiagge, racchiudono i ricordi più vividi dell’infanzia e della vita del ministro per gli Affari regionali, Raffaele Fitto, nato e cresciuto a Maglie. “Pare in primavera un giardino dell’Eden e dal mare la sua riva è un tesoro che scorre” scrive il turco di Otranto nella cronaca della spedizione ottomana del 1480 sulle coste del Salento. «Tante parole meravigliose descrivono in quel racconto la nostra terra» commenta il ministro, «il mare della mia infanzia è quello di oggi: Otranto. E sono molto felice che sia anche il mare dell’infanzia dei miei figli». Tra i testimoni più attuali del fascino della Puglia, e in particolare di Lecce, s’inserisce anche il regista e sceneggiatore turco Ferzan Ozpetek: «Ho cominciato a frequentare
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Nella foto, la Porta di San Biagio a Lecce. Sopra, Raffaele Fitto, ministro per gli Affari regionali
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Il fascino del Salento
Raffaele Fitto
la città poco alla volta, mi portavano in giro a vedere dei posti, conoscevo le persone e così ho finito per innamorarmi dei leccesi e della città». Caratterizzata dal barocco dello “Zingarello” così era soprannominato l’architetto e scultore Giuseppe Zimbalo - Lecce verrà anche definita dal Gregorovius la Firenze del Barocco. Viaggio nella città che “ad ogni piè sospinto offre al visitatore la sorpresa di un portale, di un loggiato, di un archetto...”, attraverso i racconti e i ricordi d’infanzia di Raffaele Fitto. Quali opere del patrimonio leccese predilige? «La scelta è difficile. Mettiamola sul legame affettivo. I campanili del Duomo di Lecce e della Collegiata di Maglie sono sostanzialmente simili anche perché disegnati dalla stessa mano. Si tratta di due oggetti architettonici di assoluto pregio. Non sono solo belli, ma hanno avuto una funzione urbanistica importante come punti di
Una pausa gustosa Dalla terrazza esterna dell’unico lounge bar immerso nel verde della pineta di S. Maria di Leuca, si gode della vista dell’estrema punta d’Italia e della splendido mare circostante. È proprio da questa visione che il locale prende il nome: Punta Meliso, un’oasi di pace e relax dove poter gustare, dall’alba a notte fonda, panini caldi e croccanti pizze, antipasti misti con specialità di terra e mare, grigliate di carne e pesce accompagnate dai più svariati contorni, sfiziosi aperitivi. Qui si può sorseggiare un bicchiere di buon vino delle cantine locali, una birra scelta tra la vasta gamma di etichette internazionali o un ottimo cocktail, da provare quelli esclusivi a base di vino. Punta Meliso è anche un’area pic-nic attrezzata, con tavoli e panche in legno e un parco giochi, coloratissimo e completamente recintato, per far giocare i più piccoli in tutta sicurezza.
LOUNGE BAR PUNTA MELISO Via Suora Elisa Martinez S. Maria di Leuca (LE) Cell. 339 73.52.683
riferimento sul territorio. Giuseppe Zimbalo è stato un grande progettista e uno straordinario decoratore». Gregorovius definì Lecce la “Firenze del Barocco”. Con quali aggettivi descriverebbe la sua città natale e la vicina Lecce? «Mi sembra che la definizione di Gregorovius sia molto segnata dall’impeto della sua cultura romantica. Credo che Lecce, Maglie e le città del Salento possano dirsi civili, dignitose e, oltre il periodo barocco, in qualche caso severe e in qualche altro con concessioni a uno spirito eclettico che era proprio della fine dell’Ottocento o dei primi anni del Novecento». A spasso per Lecce e dintorni: dove si
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cena al meglio della tradizione culinaria leccese? «Non faccio nomi ma devo operare una distinzione tra cucina di terra e cucina di mare. È molto difficile che un ristorante che fa bene l’una possa fare bene anche l’altra. Non è neppure automatico che sul mare si mangi bene il pesce o che nel’entroterra sappiano cucinare perfettamente le cicorie. Ho una mia mappa personale di luoghi, ristoranti o case di amici che si sovrappone a una mappa di piatti deliziosi. Se cucinare è un’arte, anche sapere dove si cucina bene se non è un’arte, ci va vicino». A quali angoli e strade della città è particolarmente affezionato? «Anche questa è una scelta alquanto difficile
Sopra, piazza del Duomo a Lecce e un dettaglio degli elementi del barocco leccese presenti nel rosone della basilica di Santa Croce
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Uno scenario da sogno Forte dell’esperienza trentennale della famiglia Merico, già proprietaria dei rinomati ristoranti Villino e Rosa dei Venti, ecco sorgere tra l’incantevole litoranea di Santa Cesarea Terme e la selvaggia macchia mediterranea, Augustus Resort, un grande complesso a cinque stelle dedicato alla ristorazione, ai ricevimenti, all’amore per l’eleganza. Oltre a un’ampia sala ricevimenti interna e un’area ristorante esterna, il Resort mette a disposizione anche sala congressi, lounge bar e piscina. Sotto il pergolato, valorizzata da gazebo, arredi in stile e cucina a vista, un’area all’aperto con 160 posti diventa l’incantevole zona ristorante, luogo in cui gustare piatti e dolci prelibati, creati con maestria dagli chef e dai pasticceri dell’Augustus. Tutt’attorno, i colori e l’atmosfera rilassata della natura circostante. Per esaltare i sapori dell’alta cucina, d’ispirazione tradizionale e di vocazione innovativa, il Resort dispone di un’assortita cantina, ricca delle migliori etichette locali, nazionali e internazionali.
RESORT AUGUSTUS Località di Porto Miggiano Santa Cesarea Terme (LE) Tel. 0836 94.90.22 - Fax 0836 94.75.98 www.augustusresort.com info@augustusresort.com
perchè mi piacciono gli slarghi nei centri storici dove ci si ritrova a chiacchierare con gli amici. Una volta, quasi in un’altra vita, si poteva passeggiare per notti intere tra vicoli e piazze parlando, conversando di tutto. Ci si fermava su un angolo perché magari era nata una discussione più accesa. Poteva essere il calcio o la politica. Ecco, sono particolarmente affezionato a quegli angoli che mi illudo possano custodire le nostre parole». Spostandoci sul mare: quali panorami la affascinano, magari sconosciuti alla maggior parte dei turisti? «Anche per il mare vanno fatte accurate distinzioni: sabbia o scoglio? E la scogliera è meglio alta o bassa? Nel Salento ce n’è per tutti gusti con una molteplicità di panorami. Forse il panorama più affascinante è la terra vista dal mare, la costa di Otranto vista dal mare».
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I DUE VOLTI DELLA CITTÀ
di RENATA GUALTIERI
Guardata dal mare Taranto ha un fascino particolare. In un viaggio nel cuore antico della città, con l’assessore al Turismo Giovanni Cataldino, si riscopre la magia di vicoli strettissimi e di luminose piazzette e l’eleganza di case e strade
è la luce di Dio a Taranto. La città dei due mari e dei quattro elementi primordiali. Terra, aria, fuoco, acqua. Così ebbe a dire Edoardo Winspeare, regista del film “Il Miracolo”: «Se un illuminato scendesse sulla terra, sceglierebbe questa città». Così bella, così ferita. La “città dei due mari”, così è chiamata Taranto, posizionata su una lingua di terra che divide il mare aperto, detto mar Grande, dal
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mar Piccolo. Il canale artificiale che li unisce è sormontato dal ponte girevole oltre il quale si trova il cuore della Taranto vecchia, «un antico borgo medievale e tante altre memorie che raccontano le sue antiche origini». Per non tradire le aspettative durante la stagione estiva con quali iniziative interessanti coinvolgerà i suoi concittadini e i turisti? «Nonostante le poche risorse economiche che abbiamo a disposizione, ci stiamo muovendo per la programmazione della stagione estiva nei mesi di luglio e agosto, tentando di utilizzare i luoghi della città più frequentati dai cittadini e dai turisti, cioè i due lungomari, quello della città vecchia e quello della città nuova, organizzeremo una serie di attività di spettacolo e di intrattenimento per i cittadini, con attività musicali e una stagione teatrale all’interno dello spazio all’aperto disposto dal Comune di 1.500 posti. Stiamo lavorando anche al recupero del centro del Borgo antico di Taranto, che è un’isola legata da due ponti al resto della città, all’interno del quale isoleremo
Taranto
La città dei due mari
Nella foto grande, il Mar Grande visto dal Convento di Santa Chiara. Qui a fianco, Giovanni Cataldino, vicesindaco del Comune di Taranto
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Taranto
La città dei due mari
un’area pedonale per un giorno a settimana e tra i vicoli storici ci saranno una serie di manifestazioni artistiche e di spettacolo. Quello che facciamo va già al di là delle aspettative. Quest’anno ci muoveremo grazie al coinvolgimento di tutte le associazioni del territorio, che affiancheranno il Comune in una formula più partecipativa nell’organizzazione della stagione estiva». Dal punto di vista artistico quali tappe non possono mancare nell’agenda di un turista in visita in città? «La prima tappa è il Museo nazionale archeologico di Taranto, città che è stata la capitale della Magna Grecia, che ospita al suo interno una serie di reperti di inestimabile valore, collezioni greche, romane e apule, tra cui alcuni degli ori che hanno reso celebre il
Museo in tutto il mondo. La seconda tappa può essere il Castello Aragonese che, grazie alla Marina militare, è stato preservato negli anni e grazie all’opera dell’Ammiraglio Ricci ha avuto al suo interno una serie di scavi archeologici che testimoniano una lunga storia. Una visita al Castello ha una durata di almeno 4-5 ore, perché è uno dei castelli più integri d’Italia, che consente al turista di ripercorrere tutte le tappe storiche della città, dalla fondazione spartana di Taranto fino ai giorni nostri attraverso i reperti ritrovati. Una tappa d’obbligo è la città vecchia con le sue chiese e i suoi monumenti, che hanno mantenuto dal punto di vista architettonico la struttura tipica araba, e i vicoli larghi appena 50 cm che sono da visitare per le loro particolari caratteristiche».
L’emozione di vivere un trullo Il Gallo Felice è un magnifico complesso di sei trulli e due lamie appena ristrutturato, incastonato nello scenario bucolico delle campagne della Valle d'Itria a pochi minuti da Martina Franca. Gli ospiti possono alloggiare in 4 camere e una suite, tutte dotate di bagno privato, riscaldamento, tv e frigobar. Di queste, sia la suite che altre due stanze sono ricavate nelle tipiche strutture a trullo. I proprietari, Emira Leccese e Alessandro Caffio, hanno curato ogni antico ambiente, per garantire un confortevole e prestigioso soggiorno. La colazione, a base di prodotti tipici e ricercati sul territorio, alcuni dei quali fatti in casa, è servita in un antico palmento a trullo, arricchito da un confortevole camino e angoli relax. In estate, alla bontà delle colazioni servite all'aperto, si aggiungono: l'atmosfera gioiosa del giardino fiorito e i colori e i profumi inconfondibili delle estati pugliesi.
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«Guardando la città dal mare il turista può scoprire, in un percorso insolito, un’altra Taranto »
Quale percorso indicherebbe per riscoprire la tradizione marinara di Taranto? «Abbiamo tre grandi processioni religiose al mare e partendo da quelle abbiamo attivato un percorso di visita della città che permette ai turisti di guardare la città dal mare, scoprendo un’altra Taranto. Abbiamo coinvolto anche i pescatori in una sorta di percorso turistico a bordo dei pescherecci, sia le nostre due navi, la Clodia e l’Adria che permettono di visitare e di riscoprire la tradizione marinara di Taranto toccando i punti più importanti della città e considerando la sua storia in relazione a quegli approdi». Anche la cucina a Taranto è
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“marinara”. Quale piatto esprime meglio la tradizione gastronomica locale? «Taranto è famosa per la straordinaria qualità delle cozze dovuta al fatto che nel Mar Piccolo ci sono sorgenti di acqua dolce che sgorgano dal fondo del mare che danno ai frutti di mare questo sapore caratteristico. I tubetti con le cozze sono il piatto che esprime maggiormente la nostra tradizione enogastronomica e tutte quante le elaborazioni che utilizzano questo frutto di mare». In quale ristorante o trattoria della città si possono ancora gustare i vecchi sapori locali? «Quasi tutti i ristoranti della città vecchia si rifanno alla storia gastronomica della città
Sopra, il ponte girevole
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Carni selezionate e piatti della tradizione A nord-ovest della provincia di Taranto sorge la cittadina di Laterza. Qui, proprio sul ciglio di un burrone, vicino al vecchio Castello Marchesale, alla Fontana Medievale del 500 e al Santuario rupestre dedicato a Maria SS. Mater Domini, c’è un luogo per godere dei piaceri del gusto. È la Macelleria Rosticceria Tamborrino di Domenico Tamborrino, inaugurata nel 1950 dal padre Vito, che Domenico continua a portare avanti con successo grazie alla passione per il mestiere e alla cura nella scelta delle carni rigorosamente provenienti da allevamenti pugliesi e lucani. Nell’accogliente sala soppalcata in pietra viva con volte a botte, di recente ristrutturazione, oltre alle insuperabili specialità arrosto come: involtini di agnello (gnumuriedd), zampini di vitello, salsiccia di maiale, agnello e agnellone con cipolla, saltimbocca, costate di vitello, tagliata, per chi lo voglia, e previa prenotazione, si possono assaporare alcune gustose ricette tipiche come “A Callaredd” (agnello in umido con verdure), U sucaridd (salsiccia in sughetto di pomodorini); cavatelli con funghi e salsiccia; orecchiette al sugo con polpettine e altri piatti della tradizione locale. Su prenotazione, aperto a mezzogiorno.
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perché hanno riscoperto che un’offerta gastronomica che utilizza i vecchi sapori ottiene un successo importante. È il caso ad esempio del ristorante La Paranza o la Sirenetta». In quale angolo insolito si possono cogliere profumi e colori della città? «Io amo particolarmente la città vecchia e il Borgo antico che è riuscito a mantenere dentro sé la storia della città; è qui che si possono davvero cogliere i profumi e i colori di una città che è fortunata perché, come disse durante le riprese del film Miracolo il regista Winspeare, la luce di questa città ha delle caratteristiche particolari che delinea forme e colori in un modo del tutto diverso rispetto al solito».
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MISTERO E PASSIONE
di RENATA GUALTIERI
Ha raccontato Taranto e i tarantini del passato. Lo scrittore Domenico Sellitti svela quanto c’è di antico e di moderno nella sua terra e ricorda che dietro ogni luogo c’è una storia intrigante da conoscere, attraverso secoli di storia, usi, costumi e tradizioni
“N credit Luciano Manna
Confratelli durante la Processione dell’Addolorata della Settimana Santa
on v’è città che sia così interamente sparita dalla faccia della terra quanto Taranto”. Questo grido di allarme fu lanciato dallo studioso Gagliardo per celebrare un dramma tutto locale: sebbene gli antichi, da Strabone a Diodoro, da Floro a Tito
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Livio, avessero documentato la grandezza della città, ben poco rimaneva delle mirabili vestigia classiche. Una città dalla storia più che millenaria ha rischiato di perdere ogni traccia del tempo che fu a causa dell’evoluzione architettonica in epoca passata e della cecità culturale in epoca moderna. Fortunatamente, però, preziose tracce resistono incastonate tra edifici e piazze, offrendo uno spettacolo di una maestosità ineguagliabile. Molti siti archeologici sono stati recuperati per la fruibilità turistica e scolastica. Tombe, templi, edifici pubblici e privati di epoca classica fanno da prezioso corollario al Museo Marta. Non solo: i progetti di recupero del borgo antico hanno restituito al territorio edifici imponenti, ingentiliti da fregi in pietra e da ringhiere in ferro battuto. «La modernità ha accolto la vetustà in abbraccio forse forzato, ma necessario per la tutela del bene culturale, tanto da aver reso alla città simboli architettonici desueti, quali la storica Pensilina Liberty di via Cariati e il Gazebo di piazza Garibaldi». Sante, streghe, sirene e regine nella storia e nella leggenda di Taranto. Ce ne può raccontare una che bene esprima la
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Taranto
«I riti della settimana santa riuniscono i tarantini con i tanti turisti attirati dall’evento» Perdersi nel Borgo antico
tradizione locale? «In un quadro storico come quello delle Donne di Taranto si legge, attraverso ciascun personaggio, la caratteristica e la peculiarità saliente che contribuisce a questa visione di insieme. Ogni donna citata possiede quel valore aggiunto che si è trasformato in documento storico. Probabilmente una in particolare potrebbe rappresentare l’immagine schiettamente genuina della tradizione locale: la figura simbolo della tarantinità, quella descritta e interpretata da Maria Andriani, autrice e attrice di teatro, figura che di impatto ricollega alla prosa e ai personaggi caratterizzanti del teatro di Eduardo, per le motivazioni umane pur nell’ambito della antichissima cultura delle genti ioniche. Grazie alle sue opere teatrali è lei che ha salvato nella narrazione di tipi umani, di pescatori e di capère, di donne tuttofare, la vita, gli usi, i costumi di tutti i giorni, sentendo vivo il senso di appartenenza a Taranto, alla povera gente che fatica». C’è un paesaggio suggestivo o un luogo a cui lei è particolarmente legato? «Il luogo al quale sono indissolubilmente legato è la città vecchia di Taranto, ovvero il Borgo
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antico. Così amo definire quel suggestivo lembo di terra circondato dal mare e ancorato alla terra ferma, come fosse una barca sempre pronta a salpare. Il mio luogo della memoria. Un cuore pulsante in un corpo impenetrabile e massiccio, dove una dedalea intricata di vicoli, strette scalinate (postierle), edicole votive, piazze e cortili si avvicendano in continua successione; dove chiese e cappelle devozionali scandiscono la tarantinità dei quattro quartieri (pittaggi) separati dai due assi viari incrociati (via di Mezzo e via Nuova). Un non-luogo, senza spazio e senza tempo, che respira la stessa aria incantata da secoli, crogiuolo magico di culture e di colori che hanno disegnato paesaggi e caratteristiche in maniera indelebile. Camminare e perdersi tra questi vicoli rappresenta un percorso di conoscenza attraverso secoli di storia, di usi e di costumi, di tradizioni e di lingue mutuate ai tanti popoli che vi hanno soggiornato, spesso come ospiti, ancor più spesso come dominatori. Influenze caratterizzanti che costituiscono l’anima genuina di quel corpo impenetrabile e massiccio». Quale percorso consiglierebbe a un turista curioso tra i luoghi simbolo
Sopra, lo scrittore Domenico Sellitti
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Taranto
del Brasini, al lineare Palazzo delle Poste, all’imponente edificio della Banca d’Italia, fino al pittoresco edificio in stile gotico-veneziano, realizzato da un notabile tarantino per farne dono alla sensibile e romantica moglie». Taranto ha anche una forte tradizione religiosa. Quali sono i luoghi che esercitano un forte richiamo e i riti più suggestivi? «I riti della settimana santa sono i più importanti, avendo il potere arcano di riunire, una volta all’anno, l’intera comunità tarantina che si fonde in un corpo unico con il gran numero di turisti attirati dall’evento. Le parole chiave sono Mistero e Passione. Il Mistero, simbolo della processione, annuncia la Passione di Cristo che durante l’evento si trasmuta in passione dell’uomo e quindi dei pellegrini (i Perdoni). I Perdoni indicano ai fedeli, con il lento e stentato
credit Luciano Manna
Perdersi nel Borgo antico
della cultura di Taranto? «Per un approccio iniziale con la storia e la cultura del luogo, un tour ideale deve prendere le mosse dal Borgo Umbertino, centro vitale della città che raccoglie gli elementi simbolo della cultura e della tradizione. Dal Ponte girevole, simbolo del passaggio storico dalla città marinara alla metropoli industriale, al Monumento al Marinaio che fronteggia il maestoso Castello Aragonese, testimonianze del ruolo strategico che la Marina ha rivestito nella “città dei due mari”. E continuando, il Lungomare Vittorio Emanuele III, fra i più belli d’Italia, che offre il suggestivo affaccio a mare sulla rada di Mar Grande e sulle misteriose (e semisconosciute) isole Cheradi di S. Pietro e di S. Paolo. Affascinante, poi, osservare la recente storia architettonica del Borgo attraverso edifici maestosi: dal monumentale Palazzo del Governo
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credit Luciano Manna
Taranto
Perdersi nel Borgo antico
Sopra, banchi di cozze, nella città vecchia di Taranto
incedere (nazzecata), dalle ore 15 del giovedì santo, la via del pellegrinaggio ai Sepolcri allestiti nelle chiese del Borgo e della città vecchia. La processione dell’Addolorata ha inizio alle 23 del giovedì santo, quando la madre dell’Uomo, disperata, inconsolabile, con il cuore trafitto nella mano sinistra, vestita con l’abito nero, si affaccia dal ballatoio di S. Domenico Maggiore per poi unirsi al lungo corteo che si snoda lungo via Duomo, alla ricerca del Figlio. Dalla Chiesa del Carmine alle 17 del venerdì santo ha inizio la processione dei Misteri. L’Addolorata regge il cuore trafitto nella mano destra. Il Troccolante guida con il secolare strumento (la troccola) la cadenza del lento cammino, che si concluderà la mattina del sabato santo. Bussando al portone del Carmine egli segna la fine dei riti». Ci può indicare una ricetta tipica e un ristorante della città in cui un turista straniero può assaporare i sapori autentici
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locali? «La regina delle tavole tarantine è la cozza, che può essere cucinata in vari modi, con procedura e arte sempre diverse. La preparazione tipica è l’impepata di cozze, nota come cozze alla puppetègne (termine che deriva dal dialetto puèppete, ovvero popolano, contadino). La tradizione vuole che questo piatto fosse cucinato dai lavoranti dell’entroterra leccese che, giunti stagionalmente a Taranto, si cibavano di questo pasto povero. Costoro, non abituati ad aprire le valve del mollusco, usavano saltarlo in padella per agevolarne la cottura. Da qui questa ricetta tanto semplice quanto gustosa. Questo piatto è una delle pietanze più ricercate e apprezzate. Io consiglio di provarlo al “Gesù Cristo”, tipico locale dove sono serviti gustosi pranzi tradizionali di buona qualità. Un’ultima raccomandazione: le cozze vanno gustate nel periodo di massima crescita, tra maggio e luglio, quando il frutto è carnoso e corposo».
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SET A CIELO APERTO Dal primo road movie di Roberto Rossellini all’uso metaforico che Emanuele Crialese fa di Lampedusa: Marco Mßller, direttore artistico della Biennale del Cinema di Venezia, sceglie alcuni fotogrammi per dire che senza la cinepresa molti luoghi del Belpaese non sarebbero mai stati raccontati di PAOLA MARUZZI
Viaggio nel cinema
asy Rider, Paris-Texas, Mediterraneo, Titanic: l’elenco dei film cult che ruotano attorno al tema del viaggio è lunghissimo e qualsiasi tentativo di stringerli sotto un comune denominatore sarebbe insensato. Cosa diversa è tracciare insieme a Marco Müller, direttore artistico della Biennale del Cinema di Venezia, una parziale cartografia dell’Italia vista al cinema, scoprendo che orientarsi non è affatto semplice. Se, infatti, la presa diretta della scuola neorealista ha svelato posti prima d’allora “invisibili”, dall’altra i cineasti italiani continuano confondere le carte. Accade così che Paolo Sorrentino nel film “Le conseguenze dell’amore” racconti fedelmente il Ticino, girando il film altrove. Qual è il suo film di viaggio preferito? «Una pellicola muta del 1939 che ho visto quando avevo 21 anni, di ritorno in Occidente dalla Cina. Si chiama “Vicino al mare più azzurro” di Boris Barnet: è un canto d’amore, un invito a perdersi in altri orizzonti». Viaggiare attraverso il cinema d’autore per scoprire il Belpaese. Con chi inizia la storia? «Un grande produttore cinematografico purtroppo scomparso, Leo Pascarolo, diceva che i film si fanno perché si vuole conoscere meglio un luogo. A questo punto non posso
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Marco Müller
che credere a una delle tante leggende che circolano su Roberto Rossellini, appassionato di corse automobilistiche: prima di iniziare le riprese di “Viaggio in Italia”, che uscì nel 1956, volendo lanciare la sua nuova Ferrari, percorse la Fettuccia di Terraccina, che da Roma conduce a Napoli. Mi piace pensare che premendo l’acceleratore in quei venti chilometri di rettilineo sulla litoranea il progetto del film fosse già iscritto nell’esperienza del viaggio reale, che ci fosse già una visione del paesaggio». Se “Viaggio in Italia” è uno dei primi esempi di road movie all’italiana, cosa succede dopo? «Senza il cinema tante parti del nostro paese non sarebbero state mai scandite in maniera così sistematica e con altrettanta curiosità. Pensiamo, per esempio, al progetto post bellico di “Paisà”, che svela il sapore particolare di un’Italia piena di contrasti ma anche, tornando ai nostri giorni, ai film di Carlo Mazzacurati che esplorano il Triveneto e l’Emilia Romagna,
In apertura, i protagonisti di “Basilicata cost to cost” (2010). Sopra, Marco Müller, direttore artistico della Biennale del Cinema di Venezia
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Viaggio nel cinema
Marco Müller
Vincenzo Amato in una scena del film “Respiro” (2002) di Emanuele Crialese, girato interamente a Lampedusa
in un andare e venire continuo». Il neorealismo italiano ha inventato un linguaggio per raccontare la realtà, portando la macchina da presa fuori dai teatri di posa. Oggi possiamo dire che i viaggi di molti registi continuano prevalentemente nelle province e nelle periferie dell’Italia? «Certo e lo si vede in “Basilicata cost to cost” di Rocco Papaleo o in “Benvenuti al Sud” di Luca Minero, entrambi ambientati in angoli dell’Italia mai esplorati dal cinema. Ma negli ultimi anni sta succedendo qualcosa di più interessante: grazie sopratutto alle politiche di alcune Film Commission, quella piemontese prima di tutto, c’è la possibilità di reinventare brani paesaggistici dell’Italia e dell’Europa
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senza che debbano combaciare con l’originale. Mi spiego: il primo grande successo di Paolo Sorrentino, “Le conseguenze dell’amore”, è ambientato per tre quarti parte a Chiasso, in Svizzera, ma solo il 10 per cento è stato girato in Ticino. Il resto, quindi l’idea di una Svizzera linda e ordinata, è Treviso. In definitiva gli ambienti reali diventano set a cielo aperto, suscitando molto di più che la replica di quella data regione». Qualcuno ha parlato di cineturismo, quel viaggio indotto dalla visione dei luoghi che il cinema mette in scena, come è accaduto a Matera, riscoperta a grazie al film di Mel Gibson. Le è mai capitato? «È successo tante volte. Sono andato al
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Viaggio nel cinema
Marco Müller
Una delle celebri scene on the road tratta da Paris-Texas (1983), film di Win Wenders
Parco naturale dell’Etna sulle tracce delle terre vulcaniche catturate da Pasolini in “Vangelo e Porcile”, dove appunto si ritrovano citazioni estreme del paesaggio, le stesse che avrà colto lo scenografo King David quando, dopo aver visto il Vangelo di Pasolini, suggerì a Mel Gibson Matera. Ma io mi sono spinto oltre il cineturismo: ho scelto di appartenere a luogo, Barbarano Romano, un piccolo comune nel Viterbese, perché quel paesaggio selvaggio, di pietra vulcanica, di natura che lotta per riprendersi ogni centimetro libero mi ricordava tanti B muove italiani degli anni Settanta». Di quali film si tratta? «Sono due commedie forse un po’ banali, ma che esaltano la violenza emotiva dell’incontro
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con quei luoghi: “Abbasso tutto viva noi” di Gino Mangini e “I cannibali” di Liliana Cavani». Tra i cineasti contemporanei, chi fa un uso innovativo dei paesaggi? «Sicuramente Emanuele Crialese. In attesa di vedere alla Biennale il suo ultimo lavoro, “Terraferma”, torno su quello che in qualche modo è il suo film emblematico, “Respiro”. Qui il regista guarda a Lampedusa come se fosse un cineasta straniero, scopre una geografia delle emozioni, scomponendo e ricomponendo l’isola. Il paesaggio diventa un dispositivo narrativo. “Nuovomondo”, invece, ci convince così tanto perché è costruito sul contrasto tra la fisicità di un paesaggio e quello ricostruito nei teatri di posa».
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IL VIAGGIO È RITORNO
di MICHELA EVANGELISTI
«Non mi piace l’idea del viaggio come “staccare la spina”: spesso io nel viaggio “attacco la spina”, con le cose più importanti di me stesso». Giuseppe Cederna, in Grecia come in India, si sente più completo e vicino al mondo. E di questa sensazione riempie pagine e spettacoli
e vivi ogni esperienza con l’occhio curioso, con lo sguardo attento ai particolari, ascoltando quello che accade dentro e attorno a te, ti succedono cose sorprendenti». Questo è il senso del viaggio e della vita per Giuseppe Cederna, attore, scrittore e alpinista. L’avventura del viaggio l’ha vissuta dietro la macchina da presa, in film come “Mediterraneo” e “Marrakech Express”, ma soprattutto come uomo con la valigia in mano, sempre pronto a itinerari di scoperta e di meraviglia ma anche di conoscenza e di dolore,
«S L’attore e scrittore Giuseppe Cederna
nei quali ha sentito che il mondo ha bisogno di aiuto e che bisogna fare qualcosa di concreto. E le sue esperienze non le tiene per sé. Le trasforma in progetti umanitari, libri, pièces teatrali. «Essendo un attore riesco a raccontarle in pubblico, a farne uno spettacolo, una storia da condividere. È una fortuna, perché non mi sento mai solo». Nel film “Mediterraneo” è il soldato Farina, che, mentre i compagni lasciano a malincuore l’isola, decide di restare. Alla fine di quale tra i suoi viaggi ha avuto la tentazione di mettere radici? «Non mi è mai successo perché penso che dopo il viaggio il ritorno a casa sia una bella sensazione. Però amo tornare negli stessi posti: più che consumare i viaggi andando in luoghi sempre diversi mi piace ricercare relazioni più intime e profonde con angoli di mondo ai quali sono già legato. Uno di questi è sicuramente la Grecia, dove torno ogni anno, un altro è l’India. Anche perché nello stesso posto ogni volta c’è qualcuno che ti racconta una storia nuova». C’è anche in Italia qualche luogo dove
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Viaggio nel cinema
Giuseppe Cederna
le piace tornare? «Sono originario della Valtellina e ho una casa di famiglia sotto le montagne, vicino a Sondrio. Lì mi piace tornare, insieme ai nipoti e alla famiglia, a scrivere, a camminare e a fare anche un po’ il contadino». In “Mediterraneo” il gruppo di soldati protagonisti finisce per stringere diverse forme di legame con la popolazione dell’isola. Tra i popoli e le culture che ha incontrato, quali sono quelli che hanno lasciato in lei un segno più profondo? «Ho fatto viaggi molto diversi tra loro. Sono stato più volte in Algeria e in Marocco, nel deserto, e l’incontro con la civiltà sahariana è stato molto
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forte. Agli inizi degli anni Novanta sono stato in Africa, in zone di guerra, come testimone. Ho visto la gente che muore, la carestia come arma di guerra. Quei viaggi hanno lasciato un segno diverso e più doloroso. Uno dei Paesi che ha lasciato e che lascia tuttora una traccia più profonda, anche per le amicizie che ho stretto e per un progetto che ho avviato, è l’India». Nel suo libro Il grande viaggio racconta la risalita alle fonti del Gange. Durante quel viaggio ci sono stati luoghi o situazioni che più l’hanno colpita? «Proprio dall’avventura narrata nel libro e dai rapporti stretti con ragazzi di Nuova Delhi e di un piccolo villaggio dell’Himalaya, Barsu, è nata
In alto, un panorama della Valtellina
Mete Grand Tour • 297
Viaggio nel cinema
Giuseppe Cederna
Sopra, il monte Kenya la seconda montagna africana dopo il Kilimanjaro
in me e in alcuni amici la voglia di provare a fare qualcosa di concreto per quelle terre, in particolare per aiutare la parte più forte e più esposta dell’economia Himalayana, le giovani donne. In tanti villaggi dell’alta valle del Gange, ad altitudini superiori ai 2000 metri, si muore ancora di parto. Le donne già a partire dagli 8 anni lavorano come animali. L’idea è stata quella di organizzare dei corsi di formazione in ospedali indiani perché alcune ragazze di questi villaggi possano diventare personale paramedico e riuscire a dare un aiuto di pronto soccorso ma anche di promozione e informazione. Il progetto va avanti ormai da 4 anni e stiamo raccogliendo
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fondi per la onlus che abbiamo aperto e che si chiama “Una cosa giusta Gianpiero Bianchi”, per ricordare un nostro amico attore e compagno di viaggi purtroppo scomparso nel 2005. Così allo stesso tempo si può viaggiare, ricordare un amico che non c’è più, aiutare un gruppo di donne: da un viaggio nasce qualcosa di più ricco». “Mediterraneo” conclude la trilogia della fuga del regista Gabriele Salvatores. Anche per lei il viaggio è una forma di fuga? «In quel caso si trattava di una fuga dalla corsa superficiale, dal quotidiano inteso come chiusura; oggi invece spesso si cerca una fuga dalla vita,
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Viaggio nel cinema
Giuseppe Cederna
In alto, una veduta dell’isola greca di Kastelorizo, set di Mediterraneo, di Gabriele Salvatores. A lato, Giuseppe Cederna insieme agli altri protagonisti del film
dagli impegni e dai nostri compiti nel mondo. In realtà per me il viaggio più che una fuga è un sentirmi più completo, più vicino alle cose che contano. Non mi piace l’idea del viaggio come “staccare la spina”: spesso io nel viaggio “attacco la spina”, con le cose più belle e più importanti di me stesso». Anche nel libro Piano americano narra di un viaggio. Alla scoperta di cosa? «È innanzitutto un viaggio vero e proprio: vado a Londra, mi cambiano il nome, mi danno una piccola roulotte, che si chiama Lilliput. Ma ha anche una valenza metaforica, perché si popola di presenze fantastiche, oltre che di attori famosi in carne ed ossa, ed è anche un viaggio interiore molto sincero e profondo su cosa significa lavorare dall’altra parte della Manica, con
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grandissime star, su cosa succede nell’animo di un attore, quali sono le riflessioni, i momenti di euforia ma anche quelli di sconforto e di solitudine». Lei ha anche una notevole esperienza come alpinista. Tra tutte le sue scalate ce n’è una al cui ricordo è particolarmente legato? «Una è sicuramente la scalata del monte Kenya, una montagna difficile ma meravigliosa: la conformazione vulcanica del terreno, con piante e animali mai visti, dava l’impressione di essere in un film di fantascienza. Ma forse l’avventura più surreale e fantastica l’ho vissuta salendo verso le sorgenti del Gange; ho preso un tè bollente in una grotta, sotto un sasso, a 4.500 metri di altitudine, con una ragazza, una cercatrice di assoluto, che aveva scavato una tana sottoterra per cercare di sopravvivere all’inverno». Quali sono i prossimi appuntamenti della sua agenda del viaggiatore? «Ora sono in giro per l’Italia con il mio spettacolo sul viaggio e sulla poesia. Sono appena rientrato dall’India e magari a fine estate mi piacerebbe tornare per l’ennesima volta a Kastelorizo, l’isola del film Mediterraneo».
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IL SENTIERO DELLE GENZIANE Un parco a “misura d’uomo” che offre molto a chi, con attenzione e discrezione, ha il piacere di passeggiare per uno dei suoi sentieri. Graziano Danelin, direttore generale del Parco naturale delle Dolomiti friulane, ci guida tra rifugi, casere, stambecchi e specialità dal sapore autentico di NICOLETTA BUCCIARELLI
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Dolomiti friulane
na bellezza poco esibita che richiede passione, cura e attenzione per poterla cogliere in pieno. Il Parco naturale delle Dolomiti friulane, patrimonio dell’Unesco, offre uno spettacolo senza pari al turista che vuole immergersi in uno spettacolo naturale incontaminato ma discreto. «Il riconoscimento che abbiamo ottenuto dall’Unesco» spiega Graziano Danelin, direttore generale del parco, «è frutto dell’alto grado di selvaticità che è stato riscontrato nel
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parco, la cosiddetta “wilderness” inglese. L’ambiente, rispetto anche al resto delle Dolomiti - riconosciute anch’esse patrimonio dell’umanità - è quello rimasto più intatto anche in situazioni di fondovalle. Non a caso quando l’Unione mondiale per la conservazione della natura venne a esaminare il parco monitorò sia le aree di fondovalle che i territori delle altitudini più elevate». L’interno del parco non è abitato, la popolazione è tutta nell’area esterna. In ogni caso, si tratta di frazioni abitate da un centinaio di abitanti.
Escursioni tra cime incontaminate
In apertura, la Cima dei Preti. A sinistra, stambecchi del parco e alcuni escursionisti
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Dolomiti friulane
Escursioni tra cime incontaminate
Sono comuni scarsamente popolati, che contano tra le 400 e le 500 persone. Il paese più popolato ha circa 1.500 abitanti. Per girare all’interno del territorio si possono utilizzare delle piste di fondovalle che una volta erano strade utilizzate esclusivamente per andare a rifornirsi di legna o per permettere il passaggio degli animali da pascolo. Sono strade di terra battuta che salgono da fondovalle per arrivare ai punti più alti delle escursioni. «Per conoscere e visitare il territorio è necessario sfruttare la rete sentieristica poiché nessuna strada, né statale né provinciale, passa all’interno del territorio del parco – tiene a precisare il
direttore –. Questo è proprio quello che ha consentito la conservazione di un paesaggio integro, che si è mantenuto così anche a seguito dell’abbandono delle terre. Intorno agli anni Cinquanta sono stati in molti a spostarsi nelle vicine aree industriali. Ciò è avvenuto anche in altre zone, ma con la differenza che i nostri territori non sono stati poi sfruttati in altri modi, anche per la loro asprezza, sebbene le cime più elevate arrivino soltanto intorno ai 2.700 metri. In questo modo le generazioni successive hanno avuto la fortuna di ritrovarsi tra le mani un ambiente tale e quale a come era in origine».
Credit photo: David Cappellari
«Il Parco naturale delle Dolomiti friulane deve essere una scelta per chi ama l’ambiente e la natura»
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Credit photo: Archivio Parco Dolomiti Friulane
«Oltre ai rifugi ci sono una serie di “casere”, ovvero le ex malghe, che sono state riconvertite in strutture di accoglienza per l’escursionista» Uno dei compiti e degli obiettivi del Parco è la conservazione del territorio e la possibilità di fornire un’economia diversa, “sostenibile”, alle popolazioni locali. «Già in passato qui era praticato un turismo a “misura d’uomo”, oggi è aumentato il flusso turistico. Anche se per noi è importante restare sempre dentro numeri equilibrati, per questo non proponiamo iniziative o investimenti per far arrivare centinaia di persone contemporaneamente. Il Parco naturale delle Dolomiti friulane deve essere una scelta per chi ama l’ambiente e la natura; ci rivolgiamo in particolar modo alle famiglie perché qui c’è la possibilità di godersi momenti di svago a contatto con la natura. In
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questa direzione vanno anche le settimane verdi, o bianco-verdi nel periodo invernale, in cui proponiamo, insieme ai consorzi turistici locali, visite guidate o altre iniziative» spiega Danelin. Ma quali sono le escursioni da poter fare nel parco? «All’interno del territorio protetto sono attivi cinque rifugi, raggiungibili con strade da fondovalle o, alcuni, solo a piedi. Poi ci sono le “casere”, ovvero le ex malghe, dove il malghese risiedeva e produceva il formaggio. Tutte le casere in alta quota sono state riconvertite in strutture di accoglienza per l’escursionista. Sono stati creati dei bivacchi, o bivacchisorveglianza, aperti al pubblico come punto di
Sopra, il rifugio Flaiban Pacherini. Nella pagina precedente, “Mus di Brica”, i torrioni che si trovano nell’omonima Val di Brica.
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riferimento per l’attività escursionistica o anche come base di gestione per l’attività di sorveglianza all’interno del parco. Sono punti di riferimento per le escursioni che durano alcuni giorni». Tra le iniziative del parco ce n’è una che collega il centro naturale friulano con la Danimarca. «I danesi vengono qui per vivere le nostre bellezze montuose. Noi proponiamo una settimana di “full immersion” in un ambiente incontaminato, senza con l’obiettivo di staccare completamente dalla frenesia di tutti i giorni». Ma le tipologie di escursioni sono diverse. «Quella che consiglio si chiama “il sentiero delle genziane” o “Truoi dai Sclops” nel dialetto di Forni di Sopra, il paese da cui si parte e in cui si fa ritorno – continua Danelin
–. L’escursione è denominata in questo modo perché da giugno in poi ci si ritrova circondati da questo fiore violaceo tipico del posto. Attraverso una pista forestale si arriva al rifugio Giaf in circa due o tre ore, poi si sale fino alla Forcella - un passo che arriva a 2.000 metri d’altitudine - per giungere alla Casera Val Menon passando attraverso le mughette, una pianta molto diffusa dalle nostre parti e riconosciuta come prioritaria dall’Unione europea. Il punto più alto è quello chiamato “Forcella dell’Inferno” a 2.200 metri. Si ridiscende poi, attraverso il rifugio Pacherini, poi per la Val di Sora, in mezzo alla vegetazione data prima dalla mughetta, poi dal bosco di larici e abeti, fino a ritrovarsi di nuovo a Forni di Sopra. Da fine giugno fino a metà luglio si
Eccellente ospitalità Oltre che agevole e confortevole punto di sosta e ristoro lungo una delle maggiori direttrici europee tra Tarvisio, Trieste e Venezia, l’Hotel In Sylvis è situato in posizione baricentrica tra molte località di interesse turistico quali Venezia, Trieste, Udine, Aquileia, la Slovenia, le spiagge di Caorle, Bibione, Lignano, Jesolo e gli splendidi scenari delle Dolomiti Friulane e Venete. Scegliendo come base l’Hotel In Sylvis, nel suggestivo centro medievale di Sesto al Reghena immerso nel verde, si può godere di un panorama circostante incredibilmente variegato, in un mirabolante viaggio tra i mondi di belle arti e storia, religione, natura, mare e montagna, approfittando giorno per giorno delle ricchezze senza pari di un luogo che non conosce frenesia e di un’eccellente ospitalità congiunta alla squisita cucina del rinomato Ristorante Abate Ermanno, per riscoprire con stupore la genuinità e la ricchezza della millenaria tradizione culinaria ed enologica locale.
HOTEL IN SYLVIS RISTORANTE ABATE ERMANNO Piazza Aquileia, 15 - Sesto al Reghena (PN) Tel. 0434 69.49.11 - Fax 0434 69.49.90
Dolomiti friulane
«Da giugno in poi ci si ritrova circondati dalle genziane, fiore violaceo tipico del posto» può sentire il profumo della negritella, una piccola orchidea che cresce in queste aree e ha un profumo di vaniglia. Si può godere della visione di un ambiente totalmente dolomitico composto da guglie, chiamate “Monfalconi”. Tutto l’itinerario comporta un’escursione di circa otto ore ed è adatto a tutti, richiede il giusto equipaggiamento e un minimo di allenamento. Il nostro ente, anche in collaborazione con il Club alpino italiano, si sta impegnando molto sulle tematiche della sicurezza perché chi si avventura in queste zone deve prima informarsi. Camminare è bellissimo, ma bisogna farlo in totale sicurezza» avverte il direttore. Per chi ha la possibilità di compiere l’escursione del “sentiero delle genziane” è facile che si trovi sulla strada uno schivo, ma curioso, abitante autoctono. «In questo itinerario si possono
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Escursioni tra cime incontaminate
incontrare camosci e, nelle altitudini più elevate, persino stambecchi. Se si ha fortuna, a luglio, è possibile vedere volteggiare anche l’aquila reale, con i suoi piccoli appena nati al seguito. La presenza di questo uccello è un segno importante dell’elevato grado di naturalità del parco». Per quello che riguarda invece un itinerario dei sapori, il territorio, conclude Danelin, offre prodotti tipici d’ineguagliabile prelibatezza. «Esistono diversi locali che offrono i piatti e i prodotti di “una volta” come il frico, ovvero il formaggio fritto, l’insalata di tarassaco e lardo, le frégole, la zuppa di ortiche, il risotto con fava “cornigia”, le zucche con farina, la frittata con le erbe, ossia la famosa frittata friulana. Abbiamo inoltre il pane dolce e, per la carne, la famosa petuccia, la bresaola e lo scòt di polenta e salsiccia». Luoghi da vedere e da gustare.
Sopra, immagine delle tipiche genziane che si possono incontrare nel sentiero
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Un territorio costellato di antichità medievali e longobarde. Nel quale crescono funghi prelibati, che a ottobre sono celebrati in una vera e propria Festa dei funghi. I consigli di Maria Teresa Lenchig
TERRA DI FUNGHI E CASTELLI
di LUCA CAVERA
no dei paesaggi del Nord Est che mostra maggiormente i segni della sua storia più antica è quello intorno ad Attimis, in Friuli Venezia Giulia. Nel comune si possono ammirare ben tre siti medievali: il castello di Partistagno, il castello superiore e quello inferiore di Attimis. Questa valle non è però la sola a essere ancora dominata da queste strutture, poste
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sulle alture; tutta la zona è chiamata non a caso la Terra dei castelli. Per fare un esempio, qui vicino c’è l’antico centro longobardo di Cividale. I percorsi possibili in questo scenario sono innumerevoli, ma i più interessanti sono certamente quelli che uniscono gli itinerari fra i vecchi castelli e le altre strutture medievali con gli itinerari enogastronomici. «La nostra Terra dei castelli – dice Maria Teresa Lenchig, una dei tre titolari della trattoria La Baita – è anche costellata di aziende vinicole dalle produzioni pregiate». La trattoria continua a proporre ai suoi ospiti un piatto tipico: il pasticcio al forno con funghi porcini. «Si tratta di un’antica ricetta, che abbiamo rielaborato. Quando questi prelibati prodotti sono disponibili in abbondanza, rivoluzionano letteralmente la nostra cucina. Durante la stagione dei funghi si può gustare un menù tutto a base di funghi. A partire dall’antipasto, proseguendo con i primi e concludendo con un secondo piatto composto da porcini alla baita, al cartoccio, alla piastra, alla brace e funghi galletti allo speck». I funghi sono così importanti in questa tradizione culinaria che ogni seconda domenica di ottobre viene organizzata una Festa dei funghi, con degustazioni e una mostra, dove è possibile trovare dai 150 ai 300 tipi di funghi, secondo il momento più o meno propizio. Oltre che per i funghi, questa zona è nota per la pasta fatta in casa. «Il segreto per la migliore pasta fatta in casa è la sensibilità al tatto per sentirne la consistenza, che deve essere quella adatta per
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Tradizioni Friulane
il tipo di piatto particolare che si deve realizzare». Fra i secondi, vanno ricordati il cinghiale in salmì e le lumache alla bourguignonne. «Il nostro cinghiale in salmì è cucinato ancora secondo la vecchia ricetta. È una carne morbidissima e saporita, senza eccedere nel selvatico. Lo serviamo naturalmente con la polenta fatta, con le farine della zona. L’abbinamento migliore per il cinghiale è con un Refosco di Faedis. Invece, le lumache gratinate sono profumatissime, invitanti. Abbiamo anche delle carni speciali alla griglia – da abbinare al Cabernet Franc del Collio – come la costata di bisonte». La trattoria, in origine nata come un’osteria, all’inizio del 2012 festeggerà i primi 50 anni dalla sua ristrutturazione. Per chi volesse trascorrere qualche giorno in questa Terra di castelli e di piatti tradizionali, la trattoria offre la possibilità di pernottare.
In alto, esterno della Trattoria La Baita di Racchiuso, Attimis (UD)
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www.trattorialabaita.com
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DAL REFOSCO ALLA RIBOLLA di AMEDEO LONGHI Un antico mare che ritirandosi ha generato un territorio formato da marne e arenarie, dalle caratteristiche ottimali per la coltivazione della vite e modellato dal lavoro di generazioni di viticoltori. In questo contesto troviamo l’azienda agricola Cadibon
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reservare la tipicità, il carattere tradizionale e la profonda relazione con il territorio. È questa la “missione” di Ameris Bon, che insieme alla famiglia porta avanti l’azienda Cadibon. «In dialetto friulano – spiega Ameris Bon – il nome CadiBon significa “qui, nella casa dei Bon”». È questo un modo per comunicare al tempo stesso, in maniera diretta ed efficace, da un lato il saldo legame che la famiglia intrattiene con la sua terra, dall’altro il carattere peculiare, deciso e ben identificabile che vogliono dare alla loro produzione». Quali sono le caratteristiche dei vini che realizzate? «L’azienda possiede circa undici ettari distribuiti in tre diverse zone Doc: sulle colline di Corno “Colli Orientali del Friuli”, nella pianura circostante “Grave del Friuli” e al di là del fiume Judrio “Collio”. Si tratta di terreni magri ma ideali per la coltivazione della vite, poiché frenano la quantità ed esaltano la qualità producendo uve equilibrate negli zuccheri e nell’acidità, ricche di estratti e di aromi. Le uve prodotte in queste piantagioni sono per il sessantacinque per cento bianche e per il trentacinque per cento rosse. Le varietà coltivate sono Friulano, Ribolla Gialla, Sauvignon, Chardonnay, Pinot Grigio,Verduzzo Friulano e Ronco del Nonno tra i bianchi, mentre, per quanto riguarda i rossi, sono Merlot, Cabernet Franc, Refosco dal peduncolo rosso, Schioppettino e Ronc dal Gial. Nella gamma delle varietà prodotte c’è anche lo spumante brut La Flamme, ottenuto da uve di Chardonnay». Qual è il percorso che vi ha portato qui? «Sin dalla sua nascita Cadibon ha assunto i
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connotati di azienda agricola. Per datare le origini dell’attività si può fare riferimento al primo imbottigliamento, che risale al 1977. Da allora, sino ad arrivare a oggi, la famiglia Bon conduce e gestisce l’azienda facendosi portavoce di un messaggio di qualità, di dedizione e di semplicità legati a una continua ricerca di innovazione tecnologica e di miglioramento, dettati dall’entusiasmo e dal costante impegno». Quali sono i principi a cui vi ispirate nel portare avanti la vostra attività di vinificazione? «L’azienda è condotta dalla famiglia Bon: Ameris, Francesca, Gianni e Luca; la prima caratteristica è quindi quella di una salda tradizione familiare. Inoltre, pur perpetrando gli insegnamenti e le esperienze tramandatici dai nostri avi, abbiamo sempre profuso e continuiamo ancora oggi a profondere nei vigneti un grande sforzo di rinnovamento finalizzato all’ottenimento di qualità e tipicità. Da parte della famiglia Bon rimangono sempre vivi i sentimenti, la dedizione e la semplicità che hanno permesso di creare una concreta e tradizionale realtà produttiva». Oltre all’azienda agricola, c’è anche un’osteria. «La nostra famiglia possiede anche una piccola e rustica osteria con un bel camino sempre acceso. Si trova nel comune di San Giovanni al Natisone e vi si possono degustare e acquistare i vini Cadibon abbinati a piatti tipici friulani come zuppa, orzotto, frico, frittate, anatra e coniglio al forno su prenotazione, affettati tagliati a mano e formaggi per un piacevole aperitivo».
Tradizioni Friulane
Ameris Bon gestisce insieme alla famiglia l’Azienda Cadibon
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www.cadibon.com cadibon55@tin.it
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ECOTURISMO TRIESTINO di ADRIANA ZUCCARO
È forte la spinta verso modelli di turismo naturalistico nel litorale triestino. Con aree protette e percorsi in cui la natura si fa “storia”, Triste lavora e propone uno sviluppo “eco” del turismo e del territorio. Maurizio Spoto spiega come
inunciando a una piccola area di mare e costa da cui sono bandite le attività umane, «il Golfo di Trieste e i triestini possono beneficiare di un’area ricca di biodiversità e adatta alla riproduzione delle specie presenti a tutto vantaggio del turismo eco-ricreativo». Lo sa bene Maurizio Spoto, direttore della Riserva marina di Miramare che, oltre a esporre
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progetti e desideri a servizio dell’ambiente e del territorio, non manca di annunciare i non pochi traguardi raggiunti e visibili non solo nel golfo di Trieste. «Il 2011 segna il venticinquesimo anno di vita dell’area marina protetta che, dialogando e collaborando fin qui con tutti gli enti pubblici e istituzioni scientifiche locali, è riuscita a lavorare sul territorio proponendosi come un volano attivo di sviluppo ecocompatibile per attività di rilancio dell’intera provincia come l’agricoltura, la pesca e il turismo naturalistico». Quali sono i principali progetti ecoturistici del Golfo di Trieste? «Operando come spin off del turismo naturalistico e scientifico per il mare e il Carso, i progetti ai quali lavoriamo sono quelli che permettono di mettere in rete le realtà protette, le amministrazioni pubbliche ed enti privati, nel gestire un sistema integrato di offerte di turismo virtuoso, che sia modello per l’intero territorio. Ne sono esempi le collaborazioni attivate con la Provincia e il Comune di Trieste, il Comune di Duino Aurisina e Acegas Aps,
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Golfo di Trieste
La riserva di Miramare
Promotrieste e la Camera di Commercio di Trieste. Centrale poi nell’attività di animazione socio-economica della provincia risulta essere il lavoro di networking con le due altre riserve regionali, le falesie di Duino e la val Rosandra. Le proposte sono molto differenziate e vanno dall’offerta di una o più giornate in mare per scoprire i “sentieri blu” di Miramare, fino alle passeggiate “mare-Carso” condotto dallo staff Miramare e da guide naturalistiche per scoprire l’ambito costiero e del ciglione carsico della provincia». Oltre la compenetrazione logistica, quali connessioni organizzative esistono tra la direzione del Golfo e quella della Riserva di Miramare? «La gestione dell’area marina di Miramare a cura del Wwf Italia, è impegnata dalla sua nascita a integrarsi e a contribuire alla gestione del golfo svolgendo innanzitutto quelle
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funzioni per le quali il ministero dell’Ambiente l’ha istituita, prima in Italia, nel 1986: la conservazione e tutela delle specie marinocostiere dell’ambito tutelato e la divulgazione ed educazione ambientale perché, se maggiore è il grado di consapevolezza verso il patrimonio ambientale del proprio territorio, migliore è la sua gestione quale “bene comune”». Dalla foce dell’Isonzo all’estrema Punta Salvore, il Golfo di Trieste occupa un litorale particolarmente variegato. Quali aree a suo avviso ne rappresentano il fulcro? «La zona di Miramare, dal punto di vista paesaggistico, storico e architettonico con il celebre Castello bianco a picco sul mare ma anche per le possibili osservazioni subacquee di tantissime specie di scogliera tipiche dell’Alto Adriatico, è uno dei tratti più preziosi tanto
In apertura, Maurizio Spoto, direttore della Riserva marina di Miramare. Qui sopra, la scogliera della riserva e il Faro della vittoria del litorale triestino
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credit S. Ciriaco
«Miramare è fulcro turistico anche per le possibili osservazioni subacquee delle specie di scogliera tipiche dell’Alto Adriatico»
Sopra, rilevamento subacqueo di una Pinna nobilis, mollusco bivalve. Sotto, delfino comune di Monfalcone avvistato a Miramare
che recentemente anche la Regione lo ha identificato quale sito marino di importanza comunitaria (Sic). Ma anche altri siti sono pregevoli dal punto di vista naturale come i lidi sabbiosi della foce del fiume Isonzo, visitabili lungo i sentieri della riserva dell’Isola della Cona, da cui si può ammirare un prospettiva inusuale del golfo verso le falesie di Duino. Ed ecco un’altra gemma calcarea del nostro Carso sul mare coperta da vegetazione mediterranea dove nidifica il raro Falco pellegrino. Da non perdere, infine, le Bocche del Timavo, splendido ambiente dulci-acquicolo ricco di storia e
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natura». Quale tra i segmenti di costa triestina presenta luoghi da ancora tutti da scoprire? E, ammesso che ce ne siano, perché? «Venendo da Monfalcone e passando le già citate Bocche del Timavo, due siti notevoli da visitare sono il Bosco della Cernizza, alle spalle di Duino, dove si può trovare una lecceta percorsa da un labirinto di sentieri, e il sentiero Rilke che in alcuni chilometri presenta incredibili scorci sul mare, fenomeni ampi di carsismo superficiale (forme di dissoluzione sulle rocce calcaree), lecci e terebinti tipici della mediterranea accanto a roverelle e carpino nero più spiccatamente centro europei. Anche le piccole spiagge arenacee della costiera sono curiose, difficili da raggiungere da terra con sentieri ripidissimi “taglia fiato”, e poi ricche di polle di risorgiva carsica apprezzabili benissimo in estate per le acque freddi sorgenti. Sono tutti microcosmi di un ambiente da esporre al turismo per piccoli numeri e in maniera quasi riservata».
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PARTERRE SUBACQUEO
di ADRIANA ZUCCARO
A pochi chilometri da Trieste, all’estremo nord del Mediterraneo, il mare si popola di rare e curiose specie marine e fa da platea ai luoghi che bagna. Come il castello, che guarda verso la Riserva Marina di Miramare, dove Roberto Odorico guida i visitatori in una affascinante esplorazione dei fondali
In apertura, una medusa gigante Echizen Kurage fotografata tra le acque della Riserva Marina di Miramare
bitano i mari e li rendono “luogo” di stupore e meraviglia. La flora e la fauna, che con corpi bizzarri e colori cangianti popolano gli spazi marini, non solo mantengono in equilibrio gli ecosistemi costieri minacciati da inquinamento e speculazioni, ma a chiunque si ritrovi a osservarle suscitano meravigliose curiosità. «La distanza di fuga dei pesci, che il più delle volte si avvicinano curiosi piuttosto che allontanarsi – a detta di Roberto Odorico, responsabile settore subacquea della Riserva Marina Miramare – è uno dei tanti eventi che
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colpiscono i turisti in acqua». E non sono pochi i visitatori che ogni anno raggiungono il promontorio di Miramare abbracciato al Golfo di Trieste, per lasciarsi ammaliare dalla magnificenza della costa e del territorio circostante e tuffarsi nelle acque protette della Riserva Marina di Miramare. Dove, con maschera e pinne, Roberto Odorico fa da Cicerone. Oltre gli appassionati con brevetto subacqueo, qual è il turista “tipo” che vi capita di accompagnare alla scoperta delle bellezze della riserva? «La diversificazione delle proposte del settore subacqueo della riserva, tra seawatching, apnea,
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Golfo di Trieste
«Il promontorio di Miramare, oltre alla Riserva marina, offre un parco botanico estremamente interessante» autorespiratori ripartiti tra gruppi, famiglie e ragazzi, ci permette di individuare e accontentare diversi visitatori. Molti sono gli elementi che li colpiscono: la distanza di fuga dei pesci che il più delle volte si avvicinano curiosi piuttosto che allontanarsi, la ricchezza di specie anche vicino alla superficie, la possibilità di osservare specie altrove diventate rare, come i cavallucci marini o i piccoli e colorati nudibranchi. Forse un aspetto che accomuna i diversi visitatori è il fatto di apprezzare ambienti non proprio naturali, anzi antropizzati come quelli di Miramare, dove comunque si ritrova il mare indisturbato e che soprattutto può essere riproducibile in altri siti». Le acque di Miramare rappresentano l’habitat naturale di non poche specie di flora e fauna che rischiano di scomparire. Come si comportano nella vostra area protetta? «Trovandoci all’estremo nord del mar
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Emozioni subacquee
Mediterraneo, molte specie normalmente presenti qui risentono più che altrove delle variazioni ambientali trovandosi ai confini della loro distribuzione. Attualmente, sono in fase di regressione molte delle specie “fredde”, ossia quelle che fino a una ventina d’anni fa caratterizzavano il Golfo di Trieste quasi come un mare nordico, più che Mediterraneo. Temperatura, salinità e marea favorivano la presenza di specie endemiche come il fucus virsoides e l’alga bruna, molto simile a quelle che in Bretagna rimangono visibili durante le basse maree. Si fanno poi sempre più frequenti casi di avvistamenti di specie tipiche di zone decisamente più calde, o si registrano accanto a rarefazioni delle specie “fredde” delle presenze sempre più diffuse di nuove colonizzazioni. Ovviamente molte finora sono riconosciute solo dagli addetti ai lavori, ma altre suscitano interesse anche tra coloro che mettono la maschera per osservare i fondali. Ad esempio, un tempo la Pinna nobilis era estremamente
Sopra, Roberto Odorico, responsabile del settore subacquea della Riserva Marina di Miramare
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Golfo di Trieste
Emozioni subacquee
Gruppo di visitatori in attività di seawatching. Sullo sfondo, il castello di Miramare
rara, mentre adesso si ritrova abbastanza comunemente lungo tutto il litorale». Come si adopera la riserva per garantirne la protezione e conservazione? «Le dinamiche ambientali si riflettono chiaramente sulla gestione di un’area marina protetta notoriamente non chiusa e quindi a contatto con tutto quello che rappresenta l’influenza esterna; per questo non è in grado di contrastare variazioni ed eventuali ingressi di specie al momento nuove. In riserva si segnalano e osservano le modalità di colonizzazione, il controllo di eventuali impatti esterni e interni ai suoi confini e quindi si cerca di garantire le migliori condizioni per gli habitat più vulnerabili.Va anche detto che i motivi geografici accennati prima rendono gran parte di questi habitat particolarmente resistenti, proprio perché sottoposti, in maniera naturale, ad ampie variazioni dei parametri vitali».
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Può descrivere il percorso ideale tra i luoghi più interessanti vicini alla riserva? «La riserva è piccola, consta di soli 30 ettari di mare, ma è circondata da molte cose da vedere e da fare. Il promontorio di Miramare offre un parco botanico estremamente interessante costituito da una vegetazione arborea cresciuta e piantata con le indicazioni dello stesso Massimiliano d’Asburgo, fratello dell’imperatore, naturalista appassionato e innamorato del posto. Il castello di Miramare, che lo stesso Massimiliano fece costruire sul promontorio attorno al quale il mare è protetto, può essere un’ottima base per capire il territorio e leggerlo in chiave storica, architettonica, enogastronomica e ovviamente ambientale. Una visita di un giorno a Miramare, al centro visite della riserva nel Castelletto all’interno del parco e un’immersione con pinne e maschera sotto al castello, inevitabilmente avvicinerà il visitatore alla storia di questi luoghi».
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LA DIMORA DEL DESIGN l design incontra lo stile e il fascino mitteleuropeo. Un progetto realizzato da Manuel Costantin, brillante imprenditore di Jesolo, che una volta trasferitosi a Trieste ha voluto esaltare i caratteri e le evoluzioni culturali della città Giuliana all’interno del suo noto, seppur giovane, Urban Hotel Design. Un quattro stelle creato all’interno di un palazzo del 1700 e che si distingue, dalla maggior parte degli alberghi di lusso italiani, per la sua spiccata propensione alla tecnologia, alle linee decorative moderne, essenziali, ispirate dalle più giovani generazioni di designer. «Nel 2004 decisi di acquistare quattro edifici storici situati nel centro storico della città - ricorda Manuel
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Nelle immagini, alcuni interni dell’Urban Hotel Design di Trieste
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di ANDREA MOSCARIELLO
L’esclusivo Urban Hotel Design visto da vicino. Un edificio fuori da ogni schema, nel cuore di Trieste, in cui arte contemporanea, tecnologia e recupero dell’antico si confondono
Costantin -. A quel punto coinvolsi Roberta Tortora della Moroso , oltre che diversi artisti e designer emergenti». All’interno della struttura si trovano alcune significative opere di arte contemporanea, tra cui la scultura/bancone di Maurizio Cossutti, quella in vetro e acciaio di Simon Benetton e le poltrone disegnate da Ron Arad ed Enrico Franzolin. A emergere, soprattutto, sono i tratti regolari, ma mai scontati, e il colore bianco, che domina sull’intero edificio. Peculiarità frutto dell’intervento di Moroso, tra le più innovative aziende italiane di arredamento, i cui designer hanno potuto sperimentare nuove soluzioni all’interno dell’hotel. «Gli spazi in cui siamo intervenuti sono densi di storia e significato, essendo stati un’antica locanda triestina – spiega Alessandra Lazzaris dell’azienda Moroso -. Per questo la nostra scelta stilista è stata dettata dalla volontà di creare un linguaggio estetico continuativo,
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Nel cuore di Trieste
un nesso tra l’antico e il contemporaneo. Ho pensato a un recupero non solo materiale e archeologico degli spazi, ma anche spirituale, concettuale». «La presenza dell’edificio in una zona archeologica, grazie alla fattiva collaborazione con la sovraintendenza archeologica triestina, ha portato al rinvenimento e al restauro di reperti storici tra cui un’antica strada romana e un molo risalente al II secolo a.C.». I materiali ricordano e recuperano il passato, prendendo parte a un gioco dei contrasti, tra forme e cromie, che si ripete in più ambienti. Anche l’illuminazione ricopre un ruolo centrale. Curata dall’azienda Fabian, è complice dell’arredo nel creare una dimensione quasi metafisica. L’albergo richiama una clientela internazionale, tipica delle città di frontiera come Trieste. «I nostri ospiti ricercano tecnologia, modernità ma al tempo stesso il
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calore tipico delle attività ricettive italiane – interviene nuovamente Manuel Costantin -. Anche per questo credo fortemente nel valore della gestione a carattere famigliare, e al mio fianco c’è sempre mia moglie Sabrina. La gestione diretta della struttura è uno dei motivi del nostro successo». www.urbanhotel.it
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Mare incontaminato, sentieri mozzafiato, passeggiate storiche e Trieste. Sono alcuni degli scenari che si irradiano partendo da Villa Fausta. Un B&B che racchiude un microcosmo di fantasia e convivialità
PER “IL SENTIERO RILKE” di NICOLETTA BUCCIARELLI
l bello è solo l’inizio del tremendo”. È questo un passo da “Elegie Duinesi”, raccolta che il poeta di lingua tedesca Rainer Maria Rilke compose durante il soggiorno nel castello di Duino agli inizi del 1900. Un verso struggente, adatto a fornire un’immagine poetica della zona intorno al Carso. Bellezza e asprezza delle pareti rocciose a picco sul mare che portano il poeta verso pensieri “tremendi”.
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Nel cuore di Trieste
Questo è solo uno dei paesaggi che è possibile ammirare partendo dal B&B Villa Fausta, realtà nata nel 2002 in una Villa Padronale di metà Ottocento circondata da un parco ombreggiato da alberi secolari. La fantasia di Nicoletta e la concretezza e l’espansività di Sergio sono valori aggiunti in questa scenografia. «L’idea del B&B è nata in Irlanda, dove siamo stati protagonisti di un’esperienza felicissima in cui abbiamo potuto assaporare un tipo di ospitalità diversa». Afferma Nicoletta Tracanelli, proprietaria insieme al marito Sergio di Villa Fausta. Gli ospiti, con la loro presenza, sono portatori di un’immensa ricchezza. «Riescono a portarmi il mondo in casa! Arricchiscono il mio microcosmo». Chi decide di passare qualche giorno a Villa Fausta abbraccia un’idea di tranquillità, rilassatezza e voglia di vedere scenari entusiasmanti. «Ho sempre riscontrato che chi alloggia da noi in fondo ci somiglia. Sono persone simili a noi, curiose, che vogliono scoprire la nostra città speciale». Trieste, piccole perle da svelare a portata di mano. «Partendo da Villa Fausta per arrivare al centro a piedi si impiegano circa quindici minuti». Ma Trieste rappresenta solo una delle mete possibili partendo da Villa Fausta. «Ai miei ospiti, propongo sempre una gita con il tram a cremagliera, funzionante dal 1902, che dal centro conduce ad Opicina, sul costone carsico». Da lì a piedi sulla Napoleonica, fino a Prosecco. «Per alcuni tratti si resta sospesi tra la roccia e il mare. Con il bus si raggiunge Duino, dove si imbocca il “sentiero Rilke”». Una terrazza naturale di quasi 2 Km affacciata sulle bianche falesie di Duino su cui il poeta tedesco Rainer
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Maria Rilke amava passeggiare. «Il percorso è struggente e d’impatto. Non a caso da molti è denominato “il sentiero dei suicidi”. Il sentiero porta all’incantevole baia di Sistiana». Si è così attraversato il Carso e si è scesi verso il mare. «Il tutto impegna circa una giornata». Poi ci sono le mete classiche: Miramare e San Giusto. Con il treno inoltre si arriva a Venezia in poco tempo e l’Istria e i gioielli del Friuli sono facili da raggiungere. Senza dimenticarci del mare “in città”. «Chi abita da noi è anche ospite gradito di uno stabilimento balneare presso il castello di Miramare ai margini della riserva marina del WWF. Un’acqua stupenda, incontaminata». In questo caso “il bello” è solo l’inizio del piacere.
Nella pagina accanto, una veduta del parco del B&B Villa Fausta di Trieste e un’immagine di Nicoletta e del marito Sergio. Foto di Matilde Zacchigna
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www.villafausta-trieste.com mail@villafausta-trieste.com
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Tradizioni fuori confine
CUOR DI TOSCANA A MILANO di BELINDA PAGANO
Sopra, Anna Arrigoni, co-titolare del ristorante Al Tronco. Sotto, calamari ripieni di verdure. Nella pagina a fianco, conca di pesce fresco e pappardelle ai funghi porcini
e si passeggia per Milano ma si ha voglia di assaggiare qualcosa di diverso, al ristorante Al Tronco viene offerta un’alternativa interessante e gustosa: la cucina tipica Toscana. A parlarne Anna Arrigoni, co-titolare del ristorante. Una trattoria di cucina tipica toscana in una zona geografica dalle diverse tradizioni. Come è nata l’idea? «In realtà sono le nostre origini a parlare per noi. La nostra famiglia, infatti, è di Fucecchio, un paesino vicino in provincia di Firenze. Agli
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I menù variano a seconda delle stagioni. D’inverno la ribollita e le pappardelle con i funghi porcini. D’estate calamari ripieni di verdure e branzino in crosta di patate. Non siamo tra il mar Tirreno e le colline del chianti, ma nel cuore di Milano inizi degli anni sessanta, ci siamo trasferiti a Milano e la decisione di aprire un ristorante tipico ha rappresentato l’opportunità di portare con noi i sapori di casa nostra, è stato un modo per rimanere ancorati alle tradizioni». Quali sono i piatti tipici della vostra cucina? «I menù variano a seconda delle stagioni. La cucina toscana infatti è molto legata ai prodotti del territorio che ovviamente sono diversi a seconda del clima. D’inverno il nostro ristorante offre la famosa ribollita, le pappardelle con i funghi porcini e varie tipologie di selvaggina, dalla lepre al cinghiale e al fagiano. Ovviamente, da non tralasciare nel mese di settembre il tanto pregiato tartufo. D’estate invece i piatti sono più leggeri, ritroviamo farro con gamberi, calamari ripieni di verdure, branzino in crosta di patate».
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Da dove arrivano gli ingredienti principali? «Il nostro desiderio è quello di mantenere la genuinità dei prodotti e quindi risulta di fondamentale importanza collaborare direttamente con aziende agricole toscane». Prestigiose riviste culinarie, come ad esempio il Gambero Rosso, hanno espresso pareri entusiasti e positivi sulla vostra cucina. Cosa, secondo lei, colpisce maggiormente i critici? «Secondo noi la semplicità e la qualità sono ingredienti fondamentali per una cucina che arriva diretta al cuore di chi l’assaggia. Si parte innanzi tutto dal valorizzare la buona materia prima che, se scelta con cura e precisione, aiuta a ottenere piatti di prima qualità. Non bisogna però tralasciare un altro aspetto che può sembrare, a volte secondario, ma che secondo
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«La semplicità e la qualità sono ingredienti fondamentali per una cucina che arriva diretta al cuore di chi l’assaggia» noi può essere considerato ingrediente primario: la passione, che riesce a trasformare un mestiere in arte». Cosa rende l’ambiente unico nel suo genere? «Gli spazi in cui i clienti si fermano a degustare i piatti devono trasmettere accoglienza, calore ed essere eleganti e raffinati. Naturalmente lo spirito del personale di sala e delle titolari aiutano a rendere l’ambiente unico nel suo genere».
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www.altronco.it
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FRA ASCESI E RIBELLIONE Anni di attesa per fuggire dal “natio borgo selvaggio”, per poi incontrare delusioni e disillusioni, intervallate da rari momenti di pace fisica e interiore. Con Renato Minore indaghiamo, attraverso la sua filosofia, come Giacomo Leopardi visse l’esperienza del viaggio di FRANCESCO BEVILACQUA
n quindici anni percorse, pur con aspettative e obiettivi del tutto differenti, le tappe di quel Grand Tour che rappresentava un momento di crescita fondamentale per molti giovani europei. Ma il viaggio di Giacomo Leopardi può essere vissuto anche, forse soprattutto, attraverso la sua lirica, con la quale esprimeva il suo bisogno di evasione, le sue delusioni, le sue aspettative. Renato Minore, giornalista e scrittore abruzzese, ha analizzato l’avventura del viaggio leopardiano nel suo Leopardi, l’infanzia, le città, gli amori. La partenza sembra essere un continuo tormento per Leopardi: la piena realizzazione del desiderio di viaggiare era destinata a rimanere una chimera per lui o forse esiste o esisteva un luogo che avrebbe potuto appagarlo? «Non credo che quel luogo potesse esistere. Il destino di Leopardi fu sempre diviso tra ascesi e
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In viaggio con Leopardi
«Il destino di Leopardi fu sempre diviso tra ascesi e ribellione, pendolante tra desiderio di fuga e bisogno di reclusione» ribellione, pendolante tra desiderio di fuga e bisogno di reclusione. Roma fu una terribile verifica, uno spartiacque realistico per misurare il suo desiderio di andare via dalla “rugosa realtà” del nuovo ambiente, delle nuove abitudini, dei nuovi spazi. Roma si era dimostrata non adatta a lui, costretto a convivere con ciò che non era né bello né vero e l’entusiasmo iniziale svanì subito. L’incanto si era dissolto al contatto con la realtà. Per essere felici bisognava contemplare l’oggetto del desiderio nella fantasia “così come esso era apparso nel sogno”, scriverà nello Zibaldone». La chiave del viaggio leopardiano può essere L’infinito, che svela anticipatamente come Leopardi avesse in qualche modo intuito che l’unico viaggio che lo avrebbe potuto realizzare era quello del suo spirito e della sua fantasia? «Accostandosi a quella struggente e irraggiungibile creatura che fu Giacomo nel suo mistero terreno, l’avventura del viaggio è in ogni momento al suo zenit, mai completamente
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Renato Minore
assorbita dal suo senso, al cangiante cospetto con l’opera creatura di un poeta, “sangue che circola, nervi che captano, cuore che raccoglie, cervello che filtra, spirito che trasforma”. Un poeta che, quale nessun altro, insegna come accogliere il dolore, come esserne sommersi, accettandolo pienamente per farne parte della propria vita, perché “qualunque cosa nella vita venga accettata subisce un mutamento”, suggerisce Katherine Mansfield. Penso che il pensiero di Leopardi sia come prigioniero di una notte stellata e che la sua lingua tolga peso al linguaggio, scenda fluida come la luce della luna sui pendii delle colline e sul mare. In Leopardi la ragione ha necessità dell’immaginazione e delle illusioni che si incarica di distruggere. E penso all’accecante materialità dell’Infinito, in cui il vuoto in cui segnata la presenza di una bellezza o speranza - oltre la siepe non è un vuoto qualsiasi, bensì il segno di una capovolta presenza». Viaggiare significa crescere, arricchire
In apertura, piazza Leopardi a Recanati. Sopra, il giornalista e scrittore Renato Minore, autore di Leopardi, l’infanzia, le città, gli amori
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In viaggio con Leopardi
Renato Minore
Una veduta di Recanati
il proprio bagaglio spirituale e culturale, vivere nuove esperienze. Ci sono stati dei luoghi che hanno avuto questo effetto su Leopardi? «Penso alle immagini dell’inverno pisano così dolci e rassicuranti, a quel misto di città grande e città piccola, di cittadino e di rustico, tanto nei paesaggi tanto nelle persone, con le dorature dei caffè, delle botteghe piene di una naturale e amabile galanteria, con le invetriate dei palazzi e delle case tutte di bella architettura. E penso alla Napoli chiassosa dei Lazzaroni e dei Pulcinella, con quel suo vivere esagerato che non poteva non attrarre, per contrasto, uno come Giacomo, portato per sua natura al silenzio, alla riflessione, alla macerazione. In entrambi i casi sappiamo come fruttificò questa “memoria immaginativa”, questo senso di continuità affidato a un simbolico imprinting di parole, gesti, ritualità comunitari». Una costante del viaggio sono le persone che il viaggiatore incontra lungo la strada o che lo accompagnano sin
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dall’inizio. Chi sono le figure di riferimento per Leopardi in questo senso? «L’unico riferimento certo è il se stesso che viaggiava, che rifletteva sul viaggio, sulle persone che incontrava, sulle occasioni che la vita gli presentava. Colpisce in questo dialogo la sua mirabile capacità di ricavare da tutto, anche dalla più opaca erudizione, un’idea dell’uomo, del mondo, del rapporto con la natura, dei rapporti con e tra gli uomini. Ai contemporanei sfuggiva questa totalità o forse non sapevano che farsene. Il “viaggio” di Leopardi nell’incomprensione dei contemporanei è un catalogo impressionante di incomprensioni, fraintendimenti, riduzioni maligne, ingenue enfatizzazioni. Leopardi risplende con la fierezza del rifiuto. Il lacerante isolamento da cui non lo salva il valore tutto umano e contingente dell’amicizia, incide il suo tempo e dialoga direttamente con i giovani dei secoli futuri. Incompreso quasi del tutto da chi gli fu vicino, Leopardi ci appare davvero nostro fratello».
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IL SAPORE DELLA FUGA
di FRANCESCO BEVILACQUA
L’emblematica Roma, Firenze scomparsa, la serenità di Pisa, Recanati cristallizzata e uno scorcio dell’Umbria quasi ariostesco. Attilio Brilli ci guida alla riscoperta dei luoghi leopardiani attraverso le sensazioni e le esperienze di vita del poeta
ià grande conoscitore della letteratura di viaggio, Attilio Brilli è autore di In viaggio con Leopardi, opera in cui ripercorre le peregrinazioni del Conte recanatese in giro per l’Italia alla ricerca di un’effimera realizzazione intellettuale, incontrando delusioni ma anche fornendo chiavi di lettura illuminanti e indispensabili per ogni viandante che desideri scoprire luoghi, genti e identità a lui sconosciuti. Oltre alla ricerca di un ambiente intellettuale più stimolante, cosa spinge Leopardi nei suoi viaggi? «È interessante rilevare che quello del poeta marchigiano è un caso assolutamente a sé, nel senso che i suoi viaggi hanno tutti prevalentemente il sapore della fuga. Una fuga direi continua, da Recanati innanzitutto, com’è risaputo.
G Attilio Brilli, autore del libro In viaggio con Leopardi
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Però è anche fuga da tutti gli altri luoghi dove si ferma, grandi città peraltro, dove trova ambienti talora anche favorevoli, come nel caso del Gabinetto Viesseux di Firenze, un gruppo di persone che gli è effettivamente vicino. Alla fine però ciò che emerge è l’assoluta incapacità di identificarsi in qualche modo con un luogo. Ecco quindi che la fuga riprende, riportandolo talvolta al ventre materno, all’amata e odiata Recanati». “Inseguendolo” nelle sue varie fughe, riuscirebbe a ritrovare in ogni città un tratto caratteristico, un elemento che lo segnò e che lui segnò a sua volta? «I viaggi di Leopardi sono interessanti perché, se si esclude Venezia, hanno toccato le quattro o cinque grandi città incluse del Grand Tour, il viaggio in Italia, che lui effettivamente ha visitato e vissuto. Senza però, questo va detto, entrare realmente in sintonia con i luoghi ma neanche rifiutandoli apertamente, detestandoli per qualche
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In viaggio con Leopardi
«Ciò che emerge è l’assoluta incapacità di identificarsi in qualche modo con un luogo. Ecco quindi che la fuga riprende» ragione specifica. No, piuttosto c’è una sorta di estraneità con la città, che alla fin fine è un’estraneità con il vivere. Ci sono però delle eccezioni e queste sono estremamente interessanti e ci dicono che, al di fuori di questa angoscia perenne del vivere, lui avrebbe avuto una sensibilità di lettura dei luoghi straordinaria. Un esempio tipico che è quello di Roma, la sua prima “uscita”. Intanto l’approccio di Leopardi nei confronti di Roma è quello di un grande viaggiatore europeo: quando scrive alla sorella “pensa che, approssimandomi a Roma, la cupola l’ho vista pure io con la mia corta vista”, si uniforma alle sensazioni di tantissimi viandanti in arrivo nella Capitale, poiché nessuno salta il tradizionale passaggio dell’avvistamento della cupola di San Pietro, perno dell’universalità romana, classica e antiquaria. Roma è la città dei grandi spazi, che non sono però gli spazi urbani, quelli delle strade, perché la Roma di Leopardi non
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Attilio Brilli
è la Roma di oggi, ma è molto più ristretta, affatto luminosa, si colloca fra le due ante del Tevere, dal Pincio al Campidoglio, non è che il centro storico della città odierna. Quei grandi spazi sono piuttosto la grandiosità antiquaria, la magnificenza dell’idealtipo della grande capitale dell’antico. Paradossalmente, in questo senso, fra Leopardi e Goethe persone più differenti al mondo non ci sono - c’è una singolare contiguità: Roma è forse la città che lui coglie al meglio, con l’intuizione più straordinaria». Bologna e Milano lasciano un ricordo meno marcato, per molti versi negativo. «Di queste due città, che sarebbe estremamente interessante analizzare, Leopardi in realtà dice poco o niente. Forse con Bologna ha più familiarità, percepisce la maggiore umanità dei bolognesi, ma non ne viene assorbito appieno. Per Milano c’è invece proprio un rigetto anti stendhaliano,
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In viaggio con Leopardi
Attilio Brilli
dice esattamente il contrario rispetto al romanziere francese, che ha sempre considerato Milano una grande città, di luoghi straordinari ma anche di grande godibilità del vivere, di capacità di rapportarsi con le persone. Insomma, secondo Stendhal l’amabilità della vita si sperimenta a Milano. Leopardi invece è diametralmente opposto e questa incapacità assoluta - o impossibilità se vogliamo - di relazionarsi con l’ambiente milanese è curiosa, perché tramite lo Stella pure avrebbe avuto l’opportunità di entrare nei salotti intellettuali, opportunità che non viene colta dal poeta. Qui emerge nuovamente un rapporto con il prossimo estremamente difficoltoso, ancora una volta spunta questa angoscia del vivere che, pur non volendo psicologizzare il discorso, non
può non essere considerata come una determinante barriera che cala fra Leopardi e gli altri, fra Leopardi e il luogo». Firenze e Pisa sono le tappe più positive del viaggio leopardiano. «Queste due città confermano la spiccata sensibilità per i luoghi da parte del Conte. Il primo caso è quello di Firenze, di cui Leopardi fornisce un quadro che differisce, per la verità del suo assunto, da quello di qualsiasi altro viaggiatore straniero. Firenze gli appare anzitutto sporca: non facendo molti complimenti in questo senso la considera quasi una città stercoraria. Racconta che quando va da piazza Santa Croce a Palazzo Buondelmonti, prima sede del Circolo Viesseux, attraversa da parte a parte il centro storico fiorentino e allora si
Benessere, relax e “sapori dei parchi” Acquasanta Terme, posta a circa 20 km da Ascoli Piceno, era già famosa al tempo dei romani, citata da Tito Livio e Plinio il Vecchio nei loro scritti come Vicus ad Aquas, per le proprietà altamente curative delle acque solfuree che in questo luogo sgorgano copiose. Proprio al centro del paese, sulla piazza principale, si erge imponente l’Albergo Ristorante Terme: il nucleo più antico della costruzione risale alla seconda metà del XVII secolo. Nel 1920 l’edificio ha assunto l’attuale destinazione di Albergo Ristorante, e di recente è stato totalmente ristrutturato. La cucina porta in tavola le specialità e i sapori dei parchi, in particolare funghi porcini e tartufo nero, che fanno da condimento a paste fresche fatte a mano o da contorno a ottime grigliate. Deliziosi i dolci di produzione propria. La carta dei vini comprende una vasta selezione di etichette locali e nazionali, oltre a un assortimento di grappe e distillati. L’Albergo dispone di camere di varie dimensioni dotate tutte di servizi privati, TV color, climatizzazione, frigo bar, cassaforte e asciuga capelli.
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sente come un animale braccato, una bestia lucifuga, che odia la luce e contemporaneamente teme quell’ombra in cui è incapsulata. Leopardi coglie un aspetto di Firenze che è stato sempre tralasciato e che anche gli stessi stranieri, per non tradire l’amore per il centro toscano, finiscono per minimizzare: la Firenze pre-capitale, prima del 1865, in sostanza era una città estremamente chiusa, angusta. Erroneamente, infatti, consideriamo le strade che percorriamo noi oggi come le stesse vie per cui andavano Dante e Boccaccio. Nel periodo che va dal 1865 al 1890 c’è stata una rivoluzione urbanistica, le strade sono state dilatate, i palazzi sono stati arretrati nelle loro
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facciate, la celeberrima via Tornabuoni era stretta il doppio rispetto a ora. Leopardi coglie la fisionomia della vecchia città e nei suoi tragitti attraversa una Firenze che non esiste più, poiché oggi il Mercato Vecchio è rasente al Ghetto, luoghi simbolo di una struttura mutata definitivamente. Ma è proprio quel giudizio del Leopardi lucifugo che contribuisce a scostare il velo, a riconsiderare la nostra percezione e a leggere in maniera diversa anche gli stranieri. È infatti una sensibilità tutta leopardiana quella di Charles Dickens o di John Ruskin quando osservano una cosa singolare, che lì per lì il lettore non coglie, cioè che Firenze sembra una città dove i palazzi sono come le
Da sinistra, la cupola del Brunelleschi a Firenze e quella di Michelangelo a Roma
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«La descrizione della vallata, del caratteristico borgo di Trevi, è viva, proporzionata, curata, armonica, piacevole, ariostesca»
La città di Trevi
prigioni e per prigioni intendendo non gli ambienti chiusi bensì le strade, che accerchiano e incarcerano l’ignaro passante, cingendolo come un galeotto dietro le sbarre. Ma è Pisa l’unico luogo dove il Leopardi si trova davvero bene, forse anche in virtù di una salute che finalmente gli da un po’ di tregua, consentendogli addirittura di cogliere il senso di una sorta di apertura primaverile della città. Apertura che va letta in netta contrapposizione con Firenze: nel capoluogo era una sensazione effimera, perché come si entrava in città si era subito ricatturati da questo luogo meandrico. Diversamente, Pisa è più distesa, più larga, lascia respirare senza oppressioni chi vi transita».
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Potrebbe suggellare questo viaggio citando un luogo di partenza e uno di arrivo di Leopardi? «Mi vengono in mente due luoghi emblematici che ci sorprendono quasi spiazzandoci, pur non essendo descritti direttamente ma solo rintracciabili qua e là nei suoi scritti, nella stessa poesia. La prima menzione è ovviamente per Recanati, amata e odiata, raccontata in versi che comunicano con forza l’idea della provincialità del posto. Non lo dico nel senso negativo, ma intendendo un luogo dove in qualche modo il tempo è fermo, immoto, non cammina. Ho avuto questa sensazione visitando alcune biblioteche marchigiane - Recanati, Jesi,
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Senigallia - dove le famiglie locali, un tempo ricche e facoltose, accumulavano fornitissime collezioni di testi e manoscritti in librerie aggiornate, ma dove il tempo era come cristallizzato. È questa la medesima sensazione che il visitatore prova nella biblioteca di Palazzo Leopardi e che probabilmente il poeta stesso provava, sentendosene frustrato e desiderando di sfuggirvi. Accade invece talvolta che emergano, prepotenti e inaspettati, certi squarci di paesaggio che la poesia di Leopardi universalizza, come il mare e il monte nell’Infinito di Recanati. Mentre è a Napoli scrive un poemetto intitolato Paralipomeni della Batracomiomachia, una satira
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politica, anticlericale, antiaustriaca e antiborbonica. Quello che è interessante nella composizione è che all’improvviso viene fuori il ricordo del suo primo viaggio, quello che lo porta da Recanati a Roma, quando scende dopo Foligno, nella valle di Spoleto. In un’ottava c’è un ritratto di quello scorcio e sembra quasi un passo dell’Ariosto. La descrizione della vallata, del caratteristico borgo di Trevi, della strada che conduce a Spoleto è viva, proporzionata, curata, armonica, piacevole, ariostesca appunto. Allora veramente in quell’ottava si può cogliere un barlume di grande serenità, probabilmente ineguagliato nel resto della lirica leopardiana».
Sopra, due angoli di Recanati
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credit Francesco Monti
TUTTA L’ITALIA A PIEDI Per festeggiare i 150 anni di Unità, per vedere se è vero quello che si legge sui giornali, per raccogliere le storie, per riscoprire il valore della lentezza: è quanto ha spinto lo scrittore bolognese Enrico Brizzi a intraprendere un viaggio “psicoatletico”, dalle Alpi a Capo Passero di PAOLA MARUZZI
i chiama Gli psicoatleti l’ultima fatica letteraria di Enrico Brizzi, romanzo che completa la saga di viaggi iniziata con Nessuno lo saprà (2005), ispirato al tragitto dall’Argentario al Cornero e seguita da Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro (2007), che riporta sulla carta l’avventura alpina da Canterbury a Roma. Questa volta l’impresa è più ambiziosa: l’anno scorso Brizzi e la sua squadra hanno attraversato
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lo Stivale, camminando ai margini delle località turistiche per definizione. «Voglio vedere dove comincia l’Italia, dove finisce e tutto quello che c’è in mezzo», aveva annunciato lo scrittore prima di partire. Detto fatto, dopo tre mesi, 2mila chilometri, 90 tappe e tre paia di scarpe consumate, arriva il prodotto letterario, che è anche una guida alla scoperta dei paesaggi meno noti. Ma a ben guardare l’esperienza non è così sui generis come potrebbe apparire,
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cinque giorni, attraversando l’Appennino sul crinale». Con Kerouac la strada diventa un luogo letterario innovativo. Oggi però la vera trasgressione è affrontare un viaggio all’antica, facendo affidamento solo sulla forza di gambe. Concorda? «L’universo dei camminatori è in espansione. Molte guide escursionistiche hanno finito per aprire vere e proprie agenzie di viaggio, quando fino a qualche anno fa la gente mi guardava come fossi un marziano.Vuoi anche per la riscoperta del cammino di Santiago di Compostela, in Spagna, o della nostra via Francigena, l’interesse sta crescendo. Ogni volta mi capita di incontrare sempre più camminatori. È gente spinta dai più disparati motivi, c’è chi è stato lasciato dalla fidanzata, chi lo fa per pura passione, ma sono accomunati dalla capacità di misurarsi con l’essenziale. Il viaggio a piedi è in un certo senso una questione di metodo, quello conta è avere due paia di scarpe, da trekking e da pianura, e rispettare la tabella di marcia, quindi arrivare prima del tramonto, assieme ai
Gambe in spalla
Enrico Brizzi
In apertura, da sinistra, Marcello Fini, Enrico Brizzi e Flavio Allegretti in Trentino. Sotto, Enrico Brizzi
credit Francesco Monti
primo perché è un omaggio agli psicoatleti, un gruppo podistico che nel 1861 si mise in marcia per celebrare l’Unità appena avvenuta; secondo perché sono sempre di più i giovani che decidono di dedicarsi al turismo a piedi, e terzo perché Brizzi prosegue il viaggio narrativo iniziato lungo la via Emilia, con Gianni Celati, Luigi Ghirri e Daniele Benati. Buona parte della sua produzione letteraria è legata a lunghissime camminate a piedi. Cosa accomuna le due esperienze? «Per prima cosa la lentezza, un valore oggi agognato e bistrattato: la gente va a lezione di yoga e poi si spintona al supermercato, mentre scrivere e camminare sono un lavoro da artigiano, è come fare il vino o il formaggio: non puoi spingere sull’acceleratore. Poi in entrambi i casi ti devi guadagnare il diritto di raccontare e “arrivare”, a prescindere che ad accoglierti ci sia il sindaco con tanto di banda al seguito o un discreto villaggio di pastori. Andare piano, ripercorrendo le strade consumate dai carri, dagli eserciti in marcia, dai nostri padri - non sono poi così lontani i tempi in cui si andava a scuola a piedi, riponendo nello zaino prima di entrare le scarpe “buone” per non rovinarle - è un modo per tenersi vicino alle domande cardine. Infine c’è la stagionalità, a cui il mio mestiere di scrittore si sottomette: come accadeva nell’antichità, il mio viaggio inizia a primavera, quando le nevi si sciolgono. D’estate faccio i conti con le storie nuove. D’autunno qualcuna pian piano si impone sulle altre. D’inverno scrivo e raffino il lavoro, per poi ripartire di nuovo». Da veterano del viaggio slow quali percorsi consiglierebbe a un neofita? «La via degli Dei, da Firenze a Bologna. Si fa in
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credit Tommasini Francigena
credit Francesco Monti
«Nord e Sud non esistono, l’Italia non è il paese delle macro regioni, ma piuttosto degli infiniti campanilismi» compagni». Quindi il suo caso sta contribuendo a dar vita a un vero e proprio fenomeno? «Anche grazie a Facebook sono davvero tanti ad avermi chiesto di poter partecipare alle nostre spedizioni, così durante la traversata dell’Italia abbiamo recuperato almeno diciotto gruppi, provenienti da Mantova, da Torino, dal Delta del Po e via dicendo. L’unica condizione per aggregarsi era aver fatto almeno cinque giorni di camminata per conto loro: in questo modo abbiamo incontrato gente già temprata, evitando la fatica psicologica di doversi rapportare a camminatori “freschi”, magari con le magliette stirate nello zaino». Quello raccontato nel suo ultimo romanzo è un viaggio ai margini
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dell’Italia patinata. Nord, Centro e Sud: per ognuno quali sono i posti meno scontati? «Al Nord l’Altopiano di Asiago, dove passava la linea del fronte della prima guerra mondiale, dando modo agli italiani di guardarsi in faccia per la prima volta. Questi sono anche i luoghi di Mario Rigoni Stern, uno degli scrittori che abbiamo celebrato passando sotto casa sua. Al Centro i monti Sibillini, una terra antichissima che rappresenta l’Italia magica e isolata, dove sui muri dei piccoli borghi si trovano ancora le notizie dal “mondo” perché fino al secolo scorso non arrivavano i giornali. Così, attraversando i paesi diroccati del Monte Vettore, senti che le domande che ti poni rotolano lungo i vecchi sentieri dei pastori. Al
Da sinistra, partenza da Valle Aurina (Alto Adige) e arrivo a Capo Passero (Sicilia) della spedizione Italica 150
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Sud il Parco del Cilento, dove si ritrova la magia dei posti abitati e misteriosamente rimasti appartati. Per noi, dopo nove settimane di marcia, la Sicilia rappresenta anche l’incontro con il mare e il primo bagno purificatore». Ha detto che camminando a passo slow ha scoperto un’Italia più unita di quanto si immagini. Che luoghi comuni ha sfatato? «Per esempio immaginavo il Veneto come la roccaforte dei leghisti - è questo che si legge sui giornali - pullulante di piccole industrie, quindi pensavo di dover fare lo slalom tra i capannoni industriali e di attraversare banchi di nebbia. Invece ho scoperto una paesaggio nient’affatto monotono, pieno di piste ciclabili e soprattutto politicamente variegato, mentre
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credit Francesco Monti
«La lentezza è un valore agognato e bistrattato. La gente va a lezione di yoga e poi si spintona al supermercato» nella “rossa” Emilia ho incontrato tanti nostalgici del fascismo. Insomma, ho scoperto che la geografia è una convenzione. Nord e Sud non esistono, l’Italia non è il paese delle macro regioni, ma piuttosto degli infiniti campanilismi. Spostandosi di qualche chilometro si aprano le frammentazioni, le piccole rivalità. Forse è anche questo a rendere unita e omogenea l’Italia, insieme alle letteratura, alle storie, alle canzoni. In Sicilia leggono Stern e Fontamara di Silone, molto di più che un racconto ambientato in Abruzzo». Quindi come rappresenterebbe l’Italia di oggi? «Mi piace raffigurarmela come una ragazzina da proteggere piuttosto che come una donna procace. Bisogna, quindi, aprirle gli occhi e svelarle i trucchi del potere».
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ITINERARIO NAPOLEONICO di TIZIANA ACHINO
Tra il Piemonte e la Liguria si possono visitare 12 “siti napoleonici” attraverso i quali è possibile ripercorrere le battaglie che hanno visto protagonista il generale Bonaparte nel 1796. L’archivista Giancarlo Comino ripercorre quelle tappe tra cenni storici e indicazioni geografiche
itinerario napoleonico, dettagliatamente raccontato dallo storico Franco Comino, toccò diversi punti del territorio piemontese e ligure nell’aprile 1796, mese che cambiò il corso della storia. Oggi è possibile ripercorrere tra la cultura e l’arte, il paesaggio panoramico e il silenzio delle alture, gli storici luoghi in cui avvennero i combattimenti napoleonici. Professor Comino, ci può delineare il quadro storico del periodo in cui Napoleone Bonaparte arrivò in questo ampio territorio? «Nel 1796, durante la guerra tra la Francia e la prima Coalizione europea, le operazioni militari di Parigi contro gli austro-piemontesi nel Nizzardo e nel Basso Piemonte, dopo i primi successi che portarono le armi d’Oltralpe in Val Tanaro e sul colle di Tenda, ormai ristagnavano in uno scontro di alterno logoramento. Il 2 marzo il direttorio nominò comandante dell’armata d’Italia il generale Napoleone Bonaparte che, da abile stratega, amava la “guerra di movimento” con cui cercava di anticipare le mosse dell’avversario. Perciò egli abbandonò del tutto la “guerra di posizione” finora utilizzata. Mirando a battere separatamente i piemontesi e gli austriaci, volle attaccare il punto di congiunzione delle due armate coalizzate per dividerle e per isolarle, in modo da avere buon gioco e sconfiggerle separatamente». Quali località, che oggi possono essere ripercorse, ha toccato principalmente l’itinerario napoleonico? «Questi luoghi e queste battaglie segnarono l’inizio della fortuna del giovane generale
Sulle tracce di Bonaparte
L’
Dal Piemonte alla Liguria
In apertura, uno dei dipinti dell’architetto militare torinese Giuseppe Pietro Bagetti.
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La cupola ellittica Il santuario Regina Montis Regalis di Vicoforte trae origine dallo sparo di un cacciatore all’immagine della Madonna col Bambino dipinta su un pilone nel 1592. Sopra il pilone si costruì una chiesa a opera delle maestranze Luganesi. Quando, a seguito dell’arrivo crescente di pellegrini nasce l’idea di costruirne una più spaziosa, il duca Carlo Emanuele I volle farne un panteon per la Casa Savoia e ne affidò i lavori ad Ascanio Vitozzi di Orvieto. Dopo la morte di Vitozzi nel 1615, e in seguito a un periodo difficile per la Casa Savoia, nel 1642 la costruzione si interruppe e riprese a fine secolo. Agli inizi del 700 venne chiamato l’architetto messinese Filippo Juvarra per la costruzione della grande cupole ellittica, detta anche “cupola ovata”, che venne seguita da Francesco Gallo. Inizia, invece, intorno al 1740 la decorazione pittorica a cui lavorano le scuole pittoriche venete, milanesi e bolognesi. Il tema dipinto all’interno di tutto il santuario è la Salvezza operata dalla Madonna prima dell’Assunzione. La cupola ellittica con questa forma è la più grande del mondo e ha una superficie pittorica di 6.032 mq, la più grande che esista a “tema unico”. All’interno è sepolto Carlo Emanuele I e si trova il solo cuore della figlia Margherita. «In media – spiega don Meo Bessone, vicario generale e rettore del Santuario di Vicoforte – se ne contano ogni anno circa 350mila».
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francese, fino ad allora quasi sconosciuto; confermarono all’Europa il valore del suo genio militare e gli spalancarono le porte della storia. Gli restò un mese, l’aprile 1796, per cambiare i destini dell’Europa. La rappresentazione degli eventi bellici di quelle quattro settimane furono affidate tra il 1802 e il 1805 alle artistiche stampe dell’architetto militare torinese Giuseppe Pietro Bagetti che percorse il territorio compreso tra la Liguria, le Alpi marittime e la pianura piemontese disegnando le vedute delle principali battaglie dell’esercito francese combattute nelle nostre aree geografiche. È così giunta fino a noi una serie di vedute che garantiscono un’approfondita ricognizione dei luoghi, non solo dal punto di vista militare ma anche topografico, naturalistico e pittorico». Qual è il maggior pregio dei dipinti del Bagetti? «L’esatto punto di vista in cui il Bagetti si doveva collocare per realizzare dal vivo i suoi
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Sulle tracce di Bonaparte
Dal Piemonte alla Liguria
schizzi consente di individuare questi precisi luoghi che sono diventati i “siti napoleonici” dell’itinerario. Esso offre al visitatore la possibilità di accedere a questi precisi punti e consente di confrontare facilmente, a distanza di due secoli, il paesaggio attuale con quello disegnato dal Bagetti, che è riprodotto su particolari leggii posizionati nell’area storicoturistica, allestita nei dodici siti napoleonici. Un grande obelisco in pietra arenaria di Vicoforte e in “corten” rappresenta l’elemento figurativo caratterizzante l’itinerario napoleonico in ogni sito. Sei siti sono dislocati in Liguria: Montenotte, Monte Negino, Dego, Carcare, Cosseria e Millesimo, dove si trova il Museo Villa Scarzella. Altri sei in Piemonte: Montezemolo, Pedaggera, Forte di Ceva, Rocca d’Arazzo, San Michele Mondovì e Vicoforte. Tutto l’itinerario è propedeutico alla visita del Museo del generale Bonaparte presso il Castello di Mombasiglio, che nel novero dei musei
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napoleonici italiani risulta tra i più documentati e interessanti, tanto che nel marzo 2007 è stato visitato e apprezzato da Charles Napolion, ultimo discendente del generale Bonaparte e presidente dell’Associazione delle città napoleoniche». Come consiglia di impostare una visita su questo lungo percorso? «Per visitare tutti i dodici siti occorrono almeno due giorni, con spostamenti tra un luogo e l’altro in auto. È necessario seguire gli appositi cartelli stradali con l’effige del generale Bonaparte e con l’indicazione del numero del sito. Facilita la fruizione di tutto il percorso il volume Itinerario Napoleonico. Riscopri la storia edito dal Gal Mongioie e dal Gal Valli Bormida e Giovo. Chi non dispone di tanto tempo può limitarsi a visitare alcuni siti piemontesi più facilmente fruibili. Imperdibili sono le visite al Museo di Villa Scarzella, al Municipio di Millesimo e al Castello di Mombasiglio che ospita, oltre al
Nella pagina precedente, la cupola del santuario Regina Montis Regalis di Vicoforte e l’archivista Giancarlo Comino. Sopra, alcuni dei dodici siti napoleonici
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«Il Castello di Mombasiglio ospita, oltre al museo del generale Bonaparte, una raccolta di marmi e pietre del territorio cebano-monregalese» museo del generale Bonaparte, una raccolta unica nel suo genere di marmi e pietre del territorio cebano-monregalese». Quali furono le battaglie finali? «La battaglia conclusiva fu quella di Mondovì, che raggruppò una serie di scontri localizzati tra Vicoforte Fiamenga e la piana di Cassanio, sulla strada per Fossano. Infatti, dopo la battaglia di Mondovì del 21 aprile 1796 fino
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all’armistizio di Cherasco del 27 aprile, non si verificarono scontri di rilevo. Il governatore di Mondovì, il generale Dellera, firmò la resa della città nelle mani del generale Bonaparte. La vittoria di Mondovì fu considerata molto importante per la Francia, tanto che le venne intitolata una via a Parigi e il suo nome venne inciso, insieme a tutte le grandi vittorie di Napoleone, sull’Arco di trionfo».
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Ospitalità
IL VALORE DELL’OSPITALITÀ di ADRIANA ZUCCARO
L’imprenditore di successo 2010 insignito lo scorso maggio ad Alessandria è Giovanna Scacheri. Alla direzione dell’Hotel Londra, spiega i valori imprescindibili del buon albergatore
n team di professionisti che condivide l’ospitalità, valore principe del comparto alberghiero, ineccepibilmente, aprendosi allo spirito internazionale che da sempre fa leva sul concetto di turismo. È il team diretto e coordinato da Giovanna Scacheri, titolare del quattro stelle Hotel Londra, presidente di Federalberghi Alessandria e vice presidente dell’Ascom, che lo scorso 6 maggio è stata eletta dal presidente della Camera di Commercio di Alessandria, Piero Martinotti, “Imprenditore di successo 2010”. «Questo importante riconoscimento è per me motivo di grande orgoglio personale e soddisfazione professionale, poiché conferma che i valori nei quali ho sempre creduto sono stati, sono e saranno sempre la base su cui costruire, far crescere e valorizzare un’impresa
U Giovanna Scacheri dell’Hotel Londra riceve la targa di “Imprenditore di successo 2010”
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vincente – afferma Giovanna Scacheri –; e mi riferisco al patrimonio aziendale che si ritrova sempre nella costanza, impegno e totale dedizione al lavoro, negli investimenti mirati al rinnovamento, nei servizi al cliente e nella valorizzazione e crescita delle risorse umane, il patrimonio aziendale di inestimabile valore necessario a spingere in alto non solo i traguardi di una struttura imprenditoriale come può essere interpretata in un albergo ma dell’economia intera del nostro Paese». Non ha dubbi la titolare dell’Hotel Londra nell’individuare i valori imprescindibili del buon albergatore e nel condividerli con chi, insieme a lei, ne organizza il management e servizi. «Tutti i nostri collaboratori sono a disposizione della clientela, consapevoli che l’Hotel Londra, quest’anno giunto al suo 25° anniversario, deve diventare per gli ospiti la loro casa e non solo un luogo dove ci si trova per necessità». È difatti un’ospitalità calda, attenta e raffinata a caratterizzare l’Hotel Londra, fatto di ambienti curati e ricchi di stile, ricercati e allo stesso tempo, tecnologici. www.londrahotel.info
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una delle cosiddette “sette sorelle", i centri più importanti della Provincia Granda, gli altri sono Cuneo, Alba, Bra, Fossano, Savigliano e Saluzzo. Mondovì è una città immersa nel verde che si sviluppa su più livelli. Due rioni contrapposti, Piazza e Breo, uno più antico e l’altro più recente che si fronteggiano, il primo dall’alto di un colle, il secondo su un altopiano. In mezzo una storia millenaria che racchiude arte, cultura ed enogastronomia, che l’assessore alla Cultura Giancarlo Battaglia racconta attraverso i luoghi più rappresentativi del centro cuneese. Quali sono i luoghi da visitare? «La storia di Mondovì data quasi mille anni, durante i quali si sono succedute vicende che hanno visto la nostra città protagonista della vita culturale, economica e politica nel Granducato prima e nel Regno dei Savoia poi. Tali vicende hanno lasciato testimonianze dell’antico splendore. Un esempio è la Chiesa della Missione, un capolavoro del barocco piemontese, affrescata da Andrea Pozzo, nota per questo in tutta Europa. La chiesa è stata “riscoperta” solo da pochi anni, dopo l’imponente restauro conservativo finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo e dopo la risonanza internazionale che ha avuto. Da vedere anche la Piazza Maggiore, con i suoi portici e antichi palazzi, quali il Collegio dei Gesuiti, ora adibito a Tribunale, da dove si può ammirare la Cattedrale, il Palazzo Vescovile e il Belvedere, con la sua antica torre e l’orologio che dai quattro lati e i suoi rintocchi segna le ore a tutto il
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MILLE ANNI DI STORIA La chiesa della Missione e quella della Misericordia. Il Museo della stampa e della ceramica. Mondovì, piccolo centro in provincia di Cuneo, invita a scoprire i suoi tesori d’arte attraverso i consigli dell’assessore alla Cultura, Giancarlo Battaglia di TIZIANA ACHINO
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Provincia d’Italia
«Mondovì, grazie anche ai lasciti di collezioni private, ospita uno splendido Museo della ceramica»
Mondovì, arte e cultura
circondario». E per quanto riguarda i musei? «Con il sindaco Stefano Viglione abbiamo organizzato un percorso museale che comprende la Chiesa della Missione, il Museo della ceramica, il Museo della stampa e la Sinagoga. Mondovì, grazie anche ai lasciti di collezioni private, è riuscita a realizzare uno splendido Museo della ceramica, centro di promozione, didattica e studio dell’antico mestiere del ceramista e dei suoi prodotti. Il Museo della stampa raccoglie testimonianze del lavoro svolto manualmente, fino all’introduzione dell’informatica che ha soppiantato il piombo e la composizione. Ricordo che a Mondovì è stato stampato il primo libro in Piemonte. Sono esposte vecchie, talune antiche, macchine per la stampa dove i visitatori si possono divertire, assistiti da esperti artigiani, a comporre, ad esempio, il proprio biglietto da visita o altro ancora. È ospitata nell’antico Collegio delle Orfane, adiacente la splendida Chiesa della Misericordia, che da sola vale una visita».
Dall’alto, Giancarlo Battaglio, assessore alla Cultura di Mondovì e il Museo della Ceramica e la Chiesa della Missione
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LA DOLCEZZA PRIMA DI TUTTO Monregalese al rhum, risole, cupeta e paste di meliga. Quattro specialità del territorio che Gianni Ferrero, presidente onorario della Condotta Slow Food del monregalese, ci invita a gustare nelle pasticcerie di Mondovì di TIZIANA ACHINO
ianni Ferrero, presidente onorario della Condotta Slow Food del monregalese e Valle Tanaro, è ideatore di diversi eventi enogastronomici in un territorio che mantiene le sue radici storico-culturali legate alle tradizioni. Oggi gustiamo i dolci tipici di questo territorio del cuneese ma, come ha evidenziato Ferrero «in un prosieguo potremo scoprire i salumi o i formaggi o i prodotti della terra». Quali prodotti caratterizzano le vostre tavole? «I dolci sono una caratteristica della nostra
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gastronomia. Partiamo proprio da Mondovì. Nel corso principale che attraversa tutta la città il primo incontro di rilievo, che merita una sosta, ci è proposto dalla Pasticceria Grigolon, proprio di fronte al municipio. Grigolon è la più vecchia tra le numerose botteghelaboratori di dolci: un ambiente di inizio secolo, piccoli tavolini e un angolo appartato in cui è piacevole fermarsi a degustare un Monregalese al rhum. Un dolce curioso a base di cioccolato che ha origine forse a Dronero o forse a Cuneo, ma che ha trovato in Federico Grigolon un vero “maestro” di produzione. Il Monregalese al rhum, che viene anche
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prodotto in altre città diventando Cuneese, Dronerese, o d’altrove, è un dolce che richiede una lunga e paziente preparazione. È composto da due piccole cialde di meringa che vengono riempite con un composto di cioccolato e rhum successivamente glassato in cioccolato purissimo, i Monregalesi al rhum vengono poi incartati uno a uno nelle tipiche carte molto sgargianti di solito rosse o verdi. Continuando poi per lo stesso corso, all’imbocco della strada che conduce alla funicolare ci si imbatte in un’altra eccezionale bottega di delizie: la Pasticceria Comino. Una sosta qui è d’obbligo per assaggiare le risole che con la Cupeta sono i dolci veramente tipici di Mondovì. Le risole sono dolci a base di pasta sfoglia che racchiude una marmellata di mele renette (provenienti dalle colline monregalesi) il cui sapore leggermente acidulo ben contrasta con il dolce della pasta e crea un sapore unico». Vi sono specifici dolci di stagione? «La Cupeta, tipico dolce invernale (era uso produrla in casa nel periodo di Natale), ha come unici ingredienti le noci, le nocciole e il miele. La preparazione è semplice ma richiede molta accortezza nel far amalgamare in un recipiente messo sul fuoco il miele con le noci o nocciole facendo in modo che il miele non
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caramelli. Al termine si stende il composto in una cialda (ostia) dal diametro di 6/7 centimetri e si completa l’operazione sovrapponendone una seconda». Un presidio Slow Food nella vostra zona? «Un’altra leccornia monregalese sono le paste di meliga, che si trovano in molte panetterie e pasticcerie e proprio la loro grande diffusione ha dato avvio a produzioni che non sempre rispettano tradizione e qualità. Proprio per questa ragione, la ricerca e il mantenimento della tipicità della pasta di meliga, è nato un presidio Slow Food che tutela la “vera pasta di meliga del Monregalese”. I produttori sono sei, sparsi sul territorio da Mondovì a Casotto, da Roburent a Villanova Mondovì e Corsagliola e sono raggruppati nel Consorzio per la produzione e la tutela delle paste di meliga del Monregalese con sede in Mondovì. Questi biscotti hanno un disciplinare di produzione semplicissimo: farina, mais ottofile macinato a pietra, uova di galline allevate a terra, zucchero e burro. Sono banditi coloranti o altri prodotti di sintesi mentre è tollerato l’utilizzo di scorza di limone e della vaniglia in bacche. Sono i dolci che si producevano quando si andava al forno per cuocere il pane, semplici ma genuini».
Dolci monregalesi
In apertura, le risole. Sopra, Gianni Ferrero, presidente onorario della Condotta Slow Food del monregalese
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TURISMO SOSTENIBILE In bicicletta o a piedi. Per i fiori o per il buon cibo. Questa è l’offerta turistica di Santo Stefano al Mare, in provincia di Imperia, dove il turismo significa accoglienza tutto l’anno di TIZIANA ACHINO
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Provincia d’Italia
Santo Stefano al Mare
anto Stefano al Mare, nella Riviera dei Fiori, d’estate offre un turismo “di relax” che, grazie al clima mite, persiste tutto l’anno per chi apprezza il mare, i fiori e il ciclismo amatoriale. Per il sindaco Marcello Pallini è necessario lavorare in sinergia tra valori ed usanze liguri e domanda turistica. Sindaco Pallini, fiori e turismo sono i vostri gioielli oggi. E per il futuro? «I fiori hanno in sé la continuità con il passato che sarà anche il futuro della floricultura, sicuramente cambiata ma che comunque resta un elemento trainante della nostra economia. La manifestazione biennale “Fiori”, è una rassegna di infioratori provenienti da tutta Italia, che rappresentano perfettamente il territorio e anche le capacità lavorative della nostra gente. Lo dimostrano le migliaia di persone
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intervenute e la nostra partecipazione alle rassegne dei carri fioriti a Sanremo, dove abbiamo vinto oltre la metà delle rassegne. Per questa estate abbiamo preparato un programma che ricalca proprio le caratteristiche dell’offerta turistica dei nostri luoghi. Il lunedì verrà dedicato ai bambini, il martedì sarà il giorno della cultura, nei giorni di mercoledì e giovedì si lascerà libero spazio alla Pro Loco con iniziative di promozione, il venerdì l’attenzione si sposterà sul porto, infine, il sabato e la domenica saranno lasciate all’accoglienza dei turisti, che proprio durante il weekend sono particolarmente numerosi. Un aspetto caratterizzante degli eventi estivi è la festa patronale del 3 agosto, che muove l’intero paese e ha il suo culmine nella processione dei Cristi delle Confraternite. Si può respirare in questi momenti l’attaccamento alle proprie origini e al proprio territorio e
Marcello Pallini, primo cittadino di Santo Stefano al Mare, in provincia di Imperia
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Provincia d’Italia
Santo Stefano al Mare
«Oltre a cercare di far convivere turismo e floricultura stiamo cercando di porre massima attenzione alla qualità della vita e agli aspetti ecologici e ambientali»
la voglia di aprire le celebrazioni del santo patrono agli ospiti che ormai da anni hanno scelto Santo Stefano al Mare come meta turistica». Nella stagione estiva la popolazione triplica. Oppure il clima mite permette un turismo tutto l’anno? «La nostra grande scommessa è riuscire a promuovere la nuova pista ciclabile, aumentando le iniziative ma anche la disponibilità dei posti letto nei mesi autunnali e invernali approfittando del clima mite. È in corso, infatti, una richiesta per sviluppare “l’albergo diffuso” anche a Santo Stefano al Mare e, comunque, negli ultimi
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anni è aumentata la ricettività al di fuori delle seconde case negli alberghi, nei residence, nei campeggi e nei bed & breakfast». I suoi obiettivi per la qualità della vita di residenti e turisti? «Oltre a cercare di far convivere turismo e floricultura stiamo cercando di porre massima attenzione alla qualità della vita e agli aspetti ecologici e ambientali, attraverso la raccolta porta a porta differenziata e i progetti di energia alternativa. Riteniamo che una politica turistica non possa essere scollegata da una buona politica ambientale, e questa è una delle prossime nostre sfide».
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EREDITÀ LADINA Un tutto nel cuore delle Dolomiti, a Corvara in Badia, all’ombra del monte Sassongher. A fare da guida, i fratelli Davide e Natalie Dalponte, titolari dell’Hotel La Tambra. Tra cultura gastronomica, natura e wellness
olomiti, un patrimonio naturale riconosciuto anche dall’Unesco. Una terra in cui l’uomo si può rigenerare, riequilibrandosi con la natura. E proprio qui, le strutture ricettive migliori altro non fanno se non inserirsi, in punta di piedi, in questo scenario. Creando occasioni di ristoro e wellness di altissimo livello. Soprattutto, offrono l’opportunità di conoscere da vicino la cultura ladina. La famiglia Dalponte porta avanti questa
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tradizione da anni. Titolari dell’hotel La Tambra, una delle strutture più rinomate ai piedi del monte Sassongher, nel centro di Corvara, i fratelli Davide e Natalie sottolineano l’importanza delle loro radici culturali. «La nostra famiglia è ladina, e la nostra madrelingua è il ladino. Trasmettiamo i nostri valori con la semplice conversazione personale» spiega Davide Dalponte. «Le nostre usanze culinarie, il modo di intendere la natura e di interpretare la vita, gli abbiamo ereditati dalla nostra gente, e lo
di ALDO MOSCA
Alcune immagini dell’Hotel La Tambra di Corvara in Badia (Bz). Nella pagina a fianco, i fratelli Davide e Natalie Dalponte
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Nel cuore delle Dolomiti
trasmettiamo ai nostri ospiti con molto piacere» interviene Natalie. E così, presso La Tambra, ogni settimana si può vivere una serata dedicata alla cucina ladina. Non solo, nel corso della mattinata, gli interessati vengono invitati dallo Chef ad assistere alla preparazione dei vari piatti, con tanto di ricette e istruzioni per poter riproporre gli stessi sapori anche a casa. Ma non è solo la gastronomia a caratterizzare l’hotel. Oggi anche il wellness rappresenta un importante richiamo turistico. «Il wellness è quello spazio in cui una persona può dedicarsi esclusivamente a se stessa, senza interferenze di alcun tipo. Uno spazio sacro, che rende la
vacanza più completa e rilassata» sottolinea Davide. La Tambra dispone di sauna finlandese, bagno turco, bagno alle erbe, kneipp, idromassaggio, solarium e di servizi estetici e massaggi. Il centro benessere è stato costruito nel 2006, e ha nettamente contribuito alla crescita e al livello dell’attività, soprattutto verso il mercato estero del Nord Europa, destagionalizzando i flussi turistici. Ma ad attirare è soprattutto il fascino dei luoghi circostanti. «Gli itinerari da affrontare sono tantissimi, non basterebbe un anno per esplorarli tutti. Il primo che consigliamo, però, è quello che porta da Corvara fino in cima al monte Sassongher – concludono i fratelli Dalponte -. Il nostro Hotel ha una posizione privilegiata, in quanto è possibile partire per le diverse passeggiate direttamente dal paese, a piedi, senza mai usare la macchina, arrivando in alta quota tramite gli impianti di risalita oppure tramite i diversi mezzi pubblici promossi dalla provincia. È una fattore da non sottovalutare, in quanto il poter muoversi liberamente a piedi è uno dei lussi maggiori nell’epoca contemporanea». www.latambra.com
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