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Mete G R A N D

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EDITORIALE Michela Vittoria Brambilla Sandro Bondi L’INTERVENTO Giovanni Antonio Cocco

IL CARNEVALE AMBROSIANO Lo sguardo di Ferdinando Scianna Alessandro Morelli LA MIA MILANO Enrico Ruggeri Gabriele Basilico ARTE TIPOGRAFICA TRADIZIONI FUORI CONFINE CARNEVALI D’ITALIA La Laguna teatro della festa La Serenissima in maschera Marino Finozzi Alessandro Santini La tradizione viareggina L’arte dei maestri carristi Marco Columbro DIMORE D’EPOCA Villa Antea CARNEVALE, DA CENTO AD ACIREALE Il “gettito” a ritmo di samba I carri di Cento dall’idea alla festa La storia passa da Ivrea La battaglia delle arance Putignano, il carnevale più lungo Farinella, la maschera per eccellenza Gli ultimi ritocchi prima della festa Il cantiere Coco di Acireale

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TRADIZIONI GASTRONOMICHE Un dolce carnevale ESPERIENZE ESTETICHE Paola Chiolini TRADIZIONI MENEGHINE LUOGHI INUSUALI IL REGNO DI FEDERICO Urbino LA CUCINA DELLA TRADIZIONE Ristorante Vecchia Urbino LA CASCIOTTA DI URBINO Il formaggio di Michelangelo LA RIMINI FELLINIANA Paolo Fabbri GRAND HOTEL Il simbolo di Rimini LA ROMAGNA A TAVOLA I piatti della riviera CROCEVIA DI SAPORI ALLA SCOPERTA DI GENOVA Vittorio Sirianni I palazzi dei Rolli UN MUSEO DIMORA Villa Doria I 150 ANNI D’ITALIA Le cerimonie sotto la Lanterna DOVE PASSARONO I MILLE Antica Osteria dei Bai

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S O M M A R I O 194 196 200 204 206 212 232 234 236 238 240 252 262 266

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SPECCHIARSI SUL GOLFO

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IL RITO DEL CAFFÈ Raffaella Bocchia

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SOGGIORNARE A GENOVA

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IL FASCINO DEI CARUGGI Antonella Ruggiero LE NOTE DELL’INFANZIA Francesco Baccini I LUOGHI DI LORENZO LOTTO Bergamo Mauro Zanchi La mostra al Quirinale STRUTTURE ROMANE ISTINTI CREATIVI Marco Piazzalunga LA CORTE DEI SOMMELIER BERGAMO A TAVOLA Antica osteria dei Camelì IDENTITÀ CULINARIE Gualtiero Marchesi Paolo Massobrio Massimo Bottura PISTOIA Ugo Pagliai Il giardino zoologico ASPETTANDO IL FESTIVAL La letteratura a Mantova

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DIMORARE NEL PASSATO Palazzo Arese-Borromeo INIZIATIVE ARTISTICHE Museo d’arte contemporanea di Lissone BRESCIA RISORGIMENTALE I tesori cittadini BRESCIA ARTISTICA Matisse a Santa Giulia

290 PANORAMI SUL LAGO 292 IL VITTORIALE DEGLI ITALIANI 298 302 304 310 312 314 316 322 326 330

Giordano Bruno Guerri DAL SECOLO XV IN ALTA QUOTA

TERME DI SIRMIONE Filippo Fernè BIODIVERSITÀ IN SCENA Parco della Grigna A LEZIONE DI PASTA FRESCA ABBINAMENTI SOPRAFFINI TRA LA MONTAGNA E IL LAGO Parco dell’Alto Garda IMMERSI NELLA NATURA Mario Bezzi SCI CLUB PONTE DI LEGNO Per chi ama la neve PROPOSTE GASTRONOMICHE I prodotti del Garda

MANTOVA CAPITALE DELLO SPETTACOLO Il premio Arlecchino

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Editoriale Michela Vittoria Brambilla Ministro del Turismo

UN’OCCASIONE DI CRESCITA PER IL TURISMO a natura, il paesaggio, i beni culturali, l’identità locale non vanno difesi dal turismo, ma grazie al turismo possono essere valorizzati per assicurare loro redditività e continuità.Tutti questi fattori stanno diventando elementi sempre più fondamentali dell’offerta turistica e della competizione globale. Le politiche di sviluppo del turismo, messe in campo dal Governo, ne stanno tenendo debitamente conto. Il nostro paese possiede un patrimonio artistico, culturale e naturalistico di straordinario valore e di inestimabile bellezza. Ritengo pertanto doveroso mettere in atto politiche e azioni che favoriscano una forte promozione e valorizzazione di tutte le nostre bellezze, nazionali e regionali. Va in questa direzione la volontà di dotare il settore di un Codice del Turismo, che è già stato approvato in via preliminare dal Consiglio dei ministri il 7 ottobre scorso, e ora all’esame del Senato. Con il Codice del Turismo ci proponiamo di ricondurre a sistema una situazione normativa complessa e frammentata, e al contempo di realizzare,

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in forza della delega, una vera e propria riforma del settore, per tutelare il turista, agevolare le imprese e aumentare la competitività dell’offerta turistica italiana nel suo complesso. Tra le principali novità, abbiamo voluto introdurre una più moderna definizione del concetto di impresa turistica che comprenda, oltre alle agenzie di viaggio e ai tour operator, il settore extraricettivo; misure di semplificazione e accelerazione delle procedure di apertura e operatività di tutte le strutture ricettive; una precisa definizione delle tipologie dei prodotti turistici; una puntuale codifica del “danno da vacanza rovinata” e l’adeguamento della normativa sulla vendita dei pacchetti turistici via internet. Con questa iniziativa legislativa vogliamo innanzitutto dare certezze a tutti i soggetti coinvolti, siano essi gli operatori o i turisti. Il Codice rappresenta, senza ombra di dubbio, una straordinaria occasione per la crescita e lo sviluppo di un settore strategico per l’economia del Paese, prevedendo, tra l’altro, l’introduzione di istituti di semplificazione, incentivazione e valorizzazione.

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LA CULTURA, UN BENE COMUNE SPECCHIO DELL’IDENTITÀ NAZIONALE

Editoriale

Sandro Bondi Ministro per i Beni e le attività culturali

n Italia la cultura è sempre stata vista come lo strumento più importante per ottenere il consenso. Da quando sono ministro ho inteso superare questa concezione, restituendo piena libertà agli uomini di cultura perché la cultura vera non è di destra né di sinistra. Ed è autentica quando è libera e non assoggettata a un disegno politico. Il primo passo è stato la realizzazione di una riforma epocale del Ministero. Ho istituito una nuova Direzione generale per la valorizzazione del nostro immenso patrimonio culturale affidandola a un manager autorevole e capace come Mario Resca. La sfida è quella di introdurre un approccio manageriale nella gestione dei musei e dei siti archeologici, dando un nuovo slancio al turismo culturale e riportando l’Italia al primo posto nel contesto internazionale. Gli strumenti per raggiungere il maggior numero di potenziali fruitori di cultura sono molti. Alcuni sono più facilmente attuabili, penso a iniziative come il ministero su Facebook,YouTube e Twitter o la possibilità di passeggiare virtualmente tra le meraviglie di Pompei offerta gratuitamente a milioni di utenti in tutto il mondo grazie a un accordo tra il Mibac e Google Italy. Altri richiedono fondi e tempi di realizzazione maggiori. Mi riferisco alle aperture serali,

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al prolungamento degli orari, alla traduzione in più lingue dei testi nei musei alla modernizzazione delle strutture museali. Tutte iniziative alle quali stiamo lavorando con grande impegno. Importante è stata anche la decisione di commissariare Pompei, l’area archeologica di Roma e di Ostia antica, gli Uffizi e Brera. Sono altresì fiero di ciò che ho fatto per la tutela del paesaggio, a partire dalla complessa questione relativa al veto al parcheggio multipiano del Pincio fino alla decisione di tutelare il paesaggio dell’Agro Romano. Il governo sta promuovendo un approccio liberale alla cultura, affiancando alle risorse pubbliche un maggior coinvolgimento dei privati attraverso la defiscalizzazione degli investimenti. Inoltre, vogliamo evitare di disperdere in mille rivoli le poche risorse disponibili: per questo abbiamo siglato un accordo con l’Associazione fra le Casse di Risparmio Italiane finalizzato al coordinamento degli interventi nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio culturale. Dobbiamo in definitiva favorire in ogni modo la massima partecipazione dei cittadini alla vita culturale del Paese, senza pregiudizi ideologici o approcci elitari. Solo così gli italiani potranno riconoscersi nel proprio patrimonio culturale.

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“MILLE E UNA” VACANZE DI NICCHIA o avuto modo recentemente di confrontarmi con un operatore cinese e uno indiano, raccogliendo gli stessi giudizi sull’Italia: “le vostre peculiarità sono compatibili con il nostro desiderio di fare turismo”. Due punti di vista uguali che nascono diversi: da una parte un indiano che, conoscitore del solo modello turistico americano basato su grandi alberghi, afferma di essere più soddisfatto nel godere una vacanza nelle nostre piccole strutture; dall’altro, un cinese che dichiara platealmente come l’apertura al turismo del suo mondo, non abbia prodotto il desiderio di viaggi lampo, quanto piuttosto la voglia di assaporare lentamente valori e cultura italiana. Non diversa è la posizione di turisti canadesi, tedeschi, olandesi e italiani; ognuno con la propria storia, il proprio assetto culturale, il proprio orientamento verso le scelte turistiche, ma tutti concordi nell’apprezzare le stesse caratteristiche. Ove i comportamenti di acquisto siano quindi differenti, come differenti sono le motivazioni o la capacità di spesa o ancora il modo di organizzare la vacanza, i dati raccolti nelle migliaia di interviste ai turisti che realizza Isnart annualmente, avvalorano queste conclusioni: l’apprezzamento di tutti per la qualità del mangiare, la cortesia e l’ospitalità della gente, l’accoglienza ricevuta nelle strutture turistiche, il vivere le tradizioni popolari, sono fattori che presentano punteggi di gradimento altissimi. Al pari di questi pregi i difetti, altrettanto riconosciuti sono l’organizzazione del territorio, i trasporti, il traffico per citarne

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Editoriale di Giovanni Antonio Cocco Direttore Generale Isnart Istituto nazionale ricerche turistiche

alcuni. Per un verso sappiamo quindi rispondere con umanità, e creatività alla richiesta di ogni nostro ospite; per un altro verso difettiamo di organizzazione complessiva, di competenza, troppo spesso confusa con la familiarità, e forse, nel profondo, di fiducia; tendiamo a soddisfare i nostri clienti con una risposta autonoma e isolata e quindi strutturalmente debole. La globalizzazione ha generato nel cliente libertà di scelta e ricerca della propria soddisfazione; la risposta deve essere consapevolezza e miglioramento. Tradotto in termini di offerta turistica occorre richiamare il binomio territorio e professionalità; il primo termine è in noi spontaneo e connaturato sapendo cosa significa far vivere le nostre usanze, il modo di accogliere, il modo di preparare e raccontare un piatto della tradizione popolare. Per il secondo abbiamo molto da migliorare sia in termini di come si presenta e si fruisce il nostro patrimonio materiale e immateriale, sia di capacità tecnica nel rispondere agli stimoli. Questo obiettivo è però difficile da conseguire almeno nell’immediato. Un primo passo, alla portata di tutti, consiste nell’incrementare il gioco di squadra, integrando l’offerta di ogni fornitore di servizi turistici con quella di altri appartenenti allo stesso contesto locale e/o allo stesso ambito settoriale; questo agire continuo ed incessante, andrebbe a comporre con gradualità un intreccio di offerte da personalizzare che, incontrando sempre più il favore dei consumatori, rivelerebbe definitivamente l’Italia come l’unica meta al mondo di “mille e una” vacanze di nicchia.

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Carnevali d'Italia

Lo sguardo di Ferdinando Scianna

IL MONDO A ROVESCIO «L’intervallo di libertà con il quale si concedeva agli umili di fare il proprio sberleffo al padrone». Questo era il carnevale per Ferdinando Scianna. Un carnevale spesso immortalato. Come quello ambrosiano, tra interesse antropologico e affezione per Milano di FRANCESCA DRUIDI

Ferdinando Scianna, Milano, “Carnevale Ambrosiano (Donna in costume)”, 1982. Archivio di Etnografia e Storia Sociale Regione Lombardia

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Carnevali d'Italia

Lo sguardo di Ferdinando Scianna

Sotto, il fotografo italiano Ferdinando Scianna

erdinando Scianna ha iniziato a scattare fotografie in Sicilia, sua terra natale, nei primi anni Sessanta. Come lui stesso racconta, ad appassionarlo erano in particolare quelle feste popolari dove «i siciliani esprimevano la loro identità e la loro natura più profonda». Quelle fotografie gli hanno permesso di incontrare Leonardo Sciascia. E da quell’incontro hanno preso le mosse un libro, Feste religiose in Sicilia, ma soprattutto l’amicizia fondativa, «capitale», della vita di uno dei più noti e acclamati fotografi italiani. Un’artista che, spesso e volentieri, ha ritratto con il suo obiettivo le diverse e variegate espressioni del carnevale italiano. Dove nasce la predilezione per il mondo del carnevale e come si inserisce nel corpus dei suoi lavori? «Dal volume Feste religiose in Sicilia nacquero il mio interesse per l’antropologia e l’incontro con altri personaggi determinanti per la mia vita e la mia formazione. Roberto Leydi, per esempio, che in quegli anni insieme a Diego Carpitella inventava l’etnomusicologia italiana. Attraverso

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Leydi entrai come giovanissimo fotoreporter all’Europeo e con Leydi mettemmo in cantiere una ricerca sui carnevali del nord Italia che seguimmo per anni, anche se il libro che avrebbe dovuto concluderla non si è mai realizzato. Il lavoro sui carnevali, ma non solo quello, si colloca, quindi, in perfetta continuità con i miei interessi antropologici». Quali sono per lei le sfide maggiori nel fotografare questi eventi? «Le cose sono cambiate nel tempo. Quando ho cominciato a frequentare feste e manifestazioni popolari, ero spesso il solo fotografo. Eravamo convinti di avere il compito di salvare la memoria di fenomeni culturali che si stavano inabissando nella dimenticanza. E pensavamo che questo avesse un grande valore nel cambiamento da noi sognato della miserabile e ingiusta società che vivevamo. Abbiamo, invece, consegnato le nostre immagini ai beccamorti degli enti del turismo, alle riviste patinate di viaggio, alla retorica della cultura popolare rivomitata come kitsch, come mercificato cadavere. Oggi nelle feste, nei carnevali, la maschera più diffusa è quella del fotografo e la gente nella maggior parte dei casi non celebra più un rito, ma recita una rappresentazione per i mass media». Facendo riferimento specifico al carnevale ambrosiano, che cosa l’ha colpita di più? «L’elemento che più mi è piaciuto quelle due o tre volte che ho fotografato il carnevale ambrosiano è che vi convergono gruppi dai vari paesi della provincia. Anche alcuni, come quelli di Bagolino, che in un certo senso furono una scoperta di Leydi e Carpitella.Tutto prende una connotazione urbana, da sfilata di città, più ricca, ma contaminata. Siccome Milano è la mia città – io mi sento milanese come Stendhal, pur

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rimanendo sicilianissimo – questo aspetto mi appassiona». Ha puntato l’obiettivo su persone in maschera, partecipanti attivi della sfilata, ma anche su semplici avventori e curiosi di tutte le età. Quali sensazioni ha voluto comunicare? «Non mi pongo mai, come fotografo, il problema di che cosa voglio comunicare. Le cose accadono e io cerco di coglierne un attimo di senso e di forma. Sono le fotografie che poi mi rivelano che cosa ho visto o ho capito, se qualcosa ho visto e capito». In quest’epoca di disincanto, qual è il senso che assume oggi il carnevale? E la fotografia ritiene sia cambiata in questi anni nelle sue modalità espressive? «In passato il carnevale era il mondo alla rovescia, il breve intervallo di libertà con il

Carnevali d'Italia

La taverna che ha fatto storia Una bottega storica milanese, insignita negli anni del maggior numero di riconoscimenti, dal Comune, dalla Regione, dalla Camera di Commercio. Situata nel cuore della vecchia Milano, la storia della Taverna Moriggi risale al 1900, quando da deposito di carrozze della casa patrizia, divenne osteria. Oggi è guidata da Roberto Liopi, di origini senesi, che è subentrato al padre Gino e, successivamente, alla madre Ezia. Anni addietro il padre serviva vino e pasta e fagioli anche a ospiti illustri, come Mario Soldati. E oggi il figlio, oltre a tanti vini esclusivamente italiani, con ampie scelte di piemontesi e toscani, offre ai suoi ospiti formaggi e salumi tipici, tra i quali il prosciutto di Parma, il capocollo di Siena, il lardo di colonnata. Inoltre piatti caldi della cucina lombarda, in particolare quella milanese, come la “cotoletta” e il “risotto con l’ossobuco”. Presenti, sul menù, anche i sapori tipici senesi, tra cui i “pici tradizionali fatti a mano”. Una cucina semplice e gradevole, accompagnata da cortesia, buonumore e un servizio curato.

TAVERNA MORIGGI Via Morigi, 8 - Milano - Tel. 02 80.58.20.07

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Inconsuete ricette di mare Il Ristorante Arrow’s è uno dei migliori ristoranti milanesi di pesce. Massimo, sommelier, e Piero propongono una cucina legata alla tradizioni della loro terra, la Sicilia, con contaminazioni marchigiane. Ma sarebbe riduttivo chiamarla cucina regionale: le origini sono mediate da una lunga esperienza e ricerca di un menù articolato che guarda a tutto il Mediterraneo. Cotture perfette, leggere, rispettose della materia prima e delle nuove esigenze dei clienti, si coniugano a un ambiente di sobria eleganza, con tavoli distanziati, tali da permettere conversazioni d’affari, per i numerosi manager che abitualmente frequentano il ristorante. Il menù è ovviamente secondo mercato e segue la stagionalità. I dolci sono fatti rigorosamente in casa. Vasta ed encomiabile la lista dei vini, con possibilità di portarsi a casa il vino rimasto nella bottiglia, in un elegante sacchetto studiato appositamente.

RISTORANTE ARROW’S Via A. Mantegna, 17/19 - Milano - Tel. 02 34.15.33 - Fax 02 33.10.64.96 www.ristorantearrows.it

Nella pagina precedente e in questa pagina, ancora Scianna, Milano, “Carnevale Ambrosiano”, 1982. Archivio di Etnografia e Storia Sociale - Regione Lombardia

quale si concedeva agli umili e oppressi della società, dietro l’anonimato della maschera, di fare impunemente il proprio sberleffo al padrone, a Dio persino, almeno nelle figure dei suoi carnevaleschi ed esosi rappresentanti. Oggi è gioco consumistico. Incanaglimento piccolo borghese. La sua trasgressione, se

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ancora ve n’è memoria, è diventata esclusivamente simbolica, i coriandoli invece dei secchi di letame, lo strombazzamento invece dell’insulto e della bestemmia. Nell’universale ideologia della moda, l’unica sopravvissuta, la trasgressione non si vive, si indossa per qualche ora. La fotografia segue, e qualche volta provoca, questa trasformazione. Volevamo cambiare il mondo con le fotografie, il mondo ha cambiato noi e le nostre fotografie». Cosa le ha dato e le dà la fotografia e cosa, invece, lei ha dato e continua a dare alla fotografia? «La fotografia mi ha dato molto di più di quanto io abbia dato alla fotografia. Un mestiere meraviglioso, una maniera di entrare in rapporto con il mondo e di fare entrare il mondo in rapporto con me. Credo, spero, di aver dato alla fotografia passione, semplicità, onestà intellettuale».

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Carnevali d'Italia

Il carnevale ambrosiano

FESTA SOTTO LA MADUNINA Con i suoi tre giorni di svolgimento, dal 10 al 12 marzo, chiude il periodo carnevalesco in Italia. Si rinnova l’appuntamento con il carnevale ambrosiano, nel rispetto della tradizione ma guardando anche all’internazionalità di Milano, come evidenzia Alessandro Morelli

na popolare festa liberatoria, il carnevale, carica di diversi significati culturali, antropologici e sociali, a partire dal tema del travestimento: ci si immerge nei panni di altri personaggi per allontanarsi dal proprio vissuto e dal proprio ruolo sociale, negando se stessi per diventare un altro; ci si nasconde dietro a una maschera per uscire dalla routine quotidiana, perchè in questo periodo dell’anno tutto diviene lecito. L’etimologia della parola carnevale risale con ogni probabilità al termine latino “carnem levare”, togliere la carne, facendo riferimento al periodo che precede la Quaresima in cui, in base alla tradizione religiosa, la carne è proibita. Per questo in epoca romana venivano celebrati i “carne sciali”, grandi banchetti prima del digiuno. Nel panorama dei carnevali italiani, quello ambrosiano occupa un posto speciale perchè si festeggia nelle diocesi che

U Alessandro Morelli, assessore al Turismo, marketing territoriale e identità del Comune di Milano

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di FRANCESCA DRUIDI

osservano il rito ambrosiano. Ciò significa che l’inizio della Quaresima non parte dal mercoledì delle Ceneri, come nel rito romano, ma dalla domenica immediatamente successiva. In questo caso non si parla, dunque, di martedì, ma di sabato grasso. La tradizione lega le origini del carnevale ambrosiano alla figura del

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Carnevali d'Italia

vescovo Ambrogio di Milano. Si tramanda, infatti, che quest’ultimo fosse impegnato in un pellegrinaggio e avesse annunciato il proprio ritorno per carnevale, per celebrare i primi riti della Quaresima in città. La popolazione lo aspettò prolungando il carnevale sino al suo arrivo, che avvenne in ritardo di quattro giorni, posticipando così il rito delle Ceneri alla domenica. Sfuggito alla soppressione subita da molti altri riti locali, il rito ambrosiano fu legittimato con il Concilio di Trento del 15451563 e poi nuovamente con il Concilio Vaticano II del 1962-1965. Originariamente diffuso in un’area piuttosto vasta, su tutto il nord Italia fino a sud di Bologna, questo rito è oggi osservato dall’Arcidiocesi di Milano e da alcune diocesi

I sapori della vecchia Milano Situata davanti al macello costruito nel 1928, la Trattoria del Nuovo Macello nasce nel 1930 e da allora ha mantenuto lo storico nome. Oggi è gestita da Giovanni Traversone e Marco Tronconi, in cucina, e da Paola Traversone che, con il marito Claudio, accoglie gli ospiti in sala. Una storia di passione per la cucina e di amicizie che si tramandano da anni. Entrando nel locale si è avvolti da un’atmosfera accogliente, colori caldi alle pareti, arredamenti semplici, con mobili che riportano all’epoca della vecchia Milano e il bancone anni 50 originale. La cucina è rimasta fedele ai sapori di un tempo, ma nello stesso momento è creativa e si evolve costantemente, abbinando prodotti di qualità in modo nuovo e leggero.

TRATTORIA DEL NUOVO MACELLO Via Lombroso, 20 - Milano - Tel. 02 59.90.21.22 - 02 54.57.714 www.trattoriadelnuovomacello.it info@trattoriadelnuovomacello.it

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Carnevali d'Italia

Il carnevale ambrosiano

vicine. Quest’anno l’appuntamento con il carnevale ambrosiano è dal 10 al 12 marzo. «Il carnevale rappresenta una delle numerose unicità di Milano, svolgendosi in un periodo diverso rispetto agli altri carnevali, e dunque identifica un’ulteriore leva di promozione della città», rimarca Alessandro Morelli, assessore al Turismo, marketing territoriale e identità del Comune di Milano, che organizza l’evento. È, del resto, uno degli eventi più sentiti dai milanesi, adulti e bambini. «Il carnevale richiama un pubblico numeroso anche dalla provincia, nel 2010 si sono registrate 150mila persone solo per la sfilata. Si tratta perciò di un’occasione importante che intendiamo valorizzare sempre più». Come sottolinea Alessandro Morelli, il carnevale ambrosiano si dipana nelle strade e nelle vie

del centro: «quest’anno anche la sera ci sarà la possibilità di essere partecipi alla manifestazione, con i truccatori che saranno a disposizione dei cittadini. Inoltre, l’edizione 2011 del carnevale, date alla mano, è vicina alla ricorrenza delle Cinque giornate di Milano, che quest’anno con l’anniversario dell’Unità nazionale assume ancora pi importanza. Ci sarà credo modo di intrecciare i due temi». Il clou coinciderà con la sfilata di maschere e carri allegorici del “sabato grasso”, un viaggio emozionante della fantasia tra trucchi e travestimenti, e con lo spettacolo serale in piazza del Duomo, che nel 2010 ha avuto come protagonista il re dei trasformisti Arturo Brachetti. «La sfilata impegna il cuore del capoluogo lombardo, corso Venezia, piazza San Babila, corso Vittorio Emanuele e il perimetro

Classici sapori e atmosfera familiare Alla Trattoria Al Sodo si respira una gradevole atmosfera familiare, non solo perché i due titolari, Luisa e Fritz Grosser, sono fratelli, ma perché sono riusciti a riproporre una cucina classica e ben curata con poche e azzeccate creazioni al di fuori dei piatti tradizionali. Si ritrovano quindi antichi sapori come l'ottimo risotto alla milanese con ossobuco in gremolata o il rognoncino di vitello trifolato accompagnato da purea di patate, ma anche i ravioli di zucca fatti in casa, conditi con uno squisito ragù di salsiccia. E che dire di un baccalà alla vicentina che lascia la voglia di tornare? La cucina segue le stagioni e non crediate, quindi, di trovare l'impagabile cazzoeula o il soufflé di cioccolato in estate o a primavera! L'arredo è semplice ma caldo e accogliente, con oggetti di buon gusto posti qua e là.

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TRATTORIA AL SODO Viale Monte Bianco, 8 - Milano - Tel. 02 70. 63.04.00

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Carnevali d'Italia

Il carnevale ambrosiano

«Il carnevale ambrosiano guarda all’internazionalità, pur mantenendo inalterate le forti radici nella cultura e nella tradizione di Milano» di piazza Duomo, coinvolgendo tra i partecipanti diverse associazioni, alcune delle quali appartengono alla tradizione storica e culturale cittadina quali la Fondazione oratori milanesi e il gruppo Renzo e Lucia, con i loro costumi tipici che rievocano i Promessi Sposi di Manzoni. Non mancheranno poi i portatori di labari delle sei porte storiche della città di Milano e la carrozza che apre il corteo con Meneghino e Cecca, le maschere simbolo del carnevale ambrosiano». “Meneghin”, diminutivo del nome Domenico, con il cappello a tre punte e il codino, fa infatti parte integrante della storia di Milano tanto da assurgere, nella metà dell’Ottocento, a simbolo dell’animo patriottico milanese contro la dominazione

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asburgica. Lo scorso anno il carnevale ambrosiano aveva aperto la sfilata a gruppi di comunità straniere residenti a Milano, in particolare quelle di Cile e Perù. «Si tratta – evidenzia l’assessore – di una significativa chiave di lettura dell’evento, che rispecchia l’attuale composizione della società milanese e guarda all’internazionalità, pur mantenendo inalterate le forti radici nella cultura e nella tradizione della città». Milano accoglierà l’invito alla festa lanciato dal Comune con eventi collaterali, tra questi la tredicesima edizione del “CarneMvale”, ballo in maschera con travestimento obbligatorio, che quest’anno si terrà per la prima volta negli spazi della Fiera di Rho e che avrà come ospiti speciali Elio e le Storie tese.

Nella pagina precedente, immagini di Meneghino e Cecca, le maschere simbolo del carnevale ambrosiano; in questa pagina, particolari del gruppo “Les Oiseaux de Lux” e della compagnia di trampolieri francesi Saupalin, partecipanti alla sfilata del 2010

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La mia Milano

LA CITTÀ DELLE POSSIBILITÀ di FRANCESCA DRUIDI

Per l’ambientazione del suo romanzo di esordio il cantautore Enrico Ruggeri ha scelto la Milano degli anni 80. A spiegare il perché è lo stesso artista che, tra presente e futuro, racconta suggestioni e umori della sua città Enrico Ruggeri

a all’attivo ventinove album e diverse esperienze televisive di successo. Ma Enrico Ruggeri non si accontenta e compie il grande salto nel mondo dell’editoria con il suo primo romanzo Che giorno sarà. Il protagonista? Un aspirante cantante che vuole diventare famoso. Il romanzo è ambientato a Milano tra la fine degli anni 70 e i primi anni 90. Come ha descritto la sua città in quel periodo? «La definizione che venne coniata era la “Milano da bere”, una Milano piuttosto attiva, che aveva voglia di lavorare, di guadagnare e di divertirsi. Parole che contengono accezioni positive e negative al contempo. Una città po’ competitiva, forse troppo, che regalava grandi possibilità. C’era l’arrosto, ma anche il fumo». Quali differenze nota con la Milano di oggi? «La differenza macroscopica è data

H A fianco, il cantautore e conduttore televisivo milanese Enrico Ruggeri

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dall’immigrazione. Milano è secondo me la città più ospitale d’Italia e resta la città delle possibilità, anche oggi, nonostante il quadro risulti particolarmente complesso e delicato. È un periodo di transizione difficile, ma dal quale Milano uscirà bene». Da dove è nata l’esigenza di scrivere la storia di Che giorno sarà? «L’esigenza è quella di esorcizzare un mio incubo: svegliarmi e accorgermi che non era vero niente, accorgermi di avere 18 anni e dover rifare tutto da capo. Il che sarebbe meraviglioso avendo la garanzia che tutto proceda nello stesso modo, perché avere 18 anni è meglio che averne 53. Però svegliarsi appena maggiorenne e non sapere se andrà bene o andrà male è un’esperienza che non

vivrei ora». Nel libro racconta anche uno spaccato del mondo dello spettacolo degli anni 80. «Sì, ed evidenzio quanto sia valida la frase “ognuno ha diritto al suo quarto d’ora di

Un piccolo pezzo di storia

FERRAMENTA – CASALINGHI PRATO TRANQUILLO Viale Bligny, 66 - Milano Tel. e Fax 02 58.31.57.02

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Nel 1927 Tranquillo Prato aprì in viale Bligny a Milano una coltelleria, con vendita di articoli per calzoleria e per la casa. Un posto unico nella zona, dove si affilavano anche lame di ogni genere. Durante la seconda guerra mondiale l’edificio fu distrutto dai bombardamenti, quindi ricostruito, dopo una parentesi in via Ripamonti, di nuovo in viale Bligny nel 1948. Negli anni 60 il negozio fu ampliato dai figli di Tranquillo, Giovanna e Ambrogio, cui oggi sono subentrati Raffaella e Claudio, figli di Giovanna. Negli anni l’interno del negozio è rimasto proprio com’era nel 1948. Qui si trova tutto ciò che non è disponibile in un megastore: dal chiodo al vaso in cristallo, dal cacciavite al servizio di piatti, dallo schiacciapatate, alle pentole e, naturalmente, ai coltelli. Da sempre il negozio, e i proprietari, sono conosciuti dagli abitanti della zona. Così come la gestione della bottega, anche le generazioni di clienti si sono susseguite nel tempo e i clienti qui trovano tutto e magari risparmiano qualcosa. Chi lo frequenta lo sa. E torna.

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Interni moderni e nuove ricette Con una minuscola modifica nel nome, non più “Piccolo Principe”, ma “il Piccolo Principe”, i nuovi proprietari e gestori hanno voluto dare inizio a grandi cambiamenti. Da Settembre 2010 il locale ha riaperto con una nuova veste, nuovi menù e nuovo personale. Il ristorante si caratterizza per le sale piccole e raccolte, che mettono gli ospiti immediatamente a proprio agio. Gianluca, lo Chef trentino, è continuamente alla ricerca di nuovi sapori e abbinamenti, con la collaborazione di produttori locali e l’utilizzo di prodotti tipici stagionali e freschi. Il menù è vario e con ampia scelta di carne e pesce ed è accompagnato da un'accurata selezione di etichette nazionali con possibilità di vini a mescita. Ottimi i dolci, esclusivamente e assolutamente artigianali. A richiesta, si effettua anche un servizio di catering per le aziende e di asporto per i privati.

Risotto con ossobuco alla milanese, ricetta tradizionale preferita da Enrico Ruggeri

celebrità”, che ha rappresentato una condanna per quanti sono stati celebri davvero solo per un quarto d’ora. Oggi con i talent show e i reality il tema è, del resto, attualissimo. Nel romanzo si parla proprio dell’impossibilità di un inserimento nella società di persone che, avendo sfiorato la popolarità, non sono più in grado di trovare un lavoro “normale” e onesto, gente che resta in una sorta di limbo, parcheggiata a guardare i sogni trasformarsi pian piano in rimpianti. E oggi nel mondo dello spettacolo forse i meccanismi sono ancora più illusori che in quel periodo». Quali sono i luoghi della città che per lei identificano la vera anima di Milano? «I ristoranti e in generale i locali. La zona dei Navigli individua la parte di Milano più interessante. Oggi ci sono quartieri che vanno di moda come corso Como, ma dopo le 22, in piena vita notturna. La vera Milano si muove comunque sui Navigli».

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RISTORANTE “IL PICCOLO PRINCIPE” Via Caduti, 35/37 - Arese (MI) Tel. e Fax 02 93.58.01.44 ilpiccoloprincipe@fastwebmail.it

Quali suggestioni suscita in lei il carnevale ambrosiano? «Da bambino me ne andavo in giro vestito in maschera. Non ero mosso da iniziative precise, era più per osservare gli altri e soprattutto chiedere a mia madre la possibilità di andare in centro travestito da Zorro o da capo indiano. È un ricordo personale legato alla mia infanzia, piuttosto che un ricordo legato alla socialità». C’è un piatto della tradizione culinaria di Milano che predilige? Può indicarmi un ristorante che ama frequentare? «Come piatto indico il risotto con l’ossobuco. Inoltre consiglio la trattoria Monluè che si trova affianco all’omonima Cascina, un luogo storico di Milano, interessante perché si può gustare sia la cucina milanese che quella siciliana. Insomma, anche sotto il profilo simbolico è straordinario».

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Scatti d’autore

OBIETTIVO MILANO

di FRANCESCA DRUIDI

Gabriele Basilico

Documenta l’architettura con una spiccata predilezione per il paesaggio urbano. Partendo dalla sua città natale, Milano. L’esperienza dello sguardo e della visione secondo Gabriele Basilico, uno dei più importanti fotografi contemporanei

Nella foto, Gabriele Basilico

rchitetture, città, visioni. Il titolo di questo libro, nato dalle esperienze del grande fotografo Gabriele Basilico e curato da Andrea Lissoni (Bruno Mondadori Editore), ne condensa con efficacia il percorso umano e artistico. Perché come il medico indaga sul corpo dei pazienti per individuare eventuali anomalie, così Gabriele Basilico, dall’indagine sulla periferia industriale di Milano compiuta tra

A

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il 1978 e il 1980 ai lavori svolti in tutto il mondo (Francia, Beirut, Istanbul e di recente Shanghai per citare solo qualche esempio), osserva le città per coglierne i segnali di mutamento, concentrandosi sui luoghi dove i centri urbani esprimono maggiormente il loro percorso di crescita. Perché con le sue fotografie ha privilegiato l’esplorazione del tessuto urbano non tanto nelle sue parti centrali ed esteticamente rilevanti, quanto in quegli elementi considerati dai più minori e privi di interesse? «L’architettura, l’edilizia colta che sta nella storia e fa la storia, è quella ordinaria. A me interessa l’architettura, provengo del resto da questi studi, ma soprattutto mi interessa la città. In particolare dal 1978, quando ho iniziato quella sorta di grande progetto su Milano, Milano ritratti di Fabbriche, un’indagine sulle periferie e su spazi dove dominava il lavoro. Da allora, è sempre stato un tema più o meno ricorrente nelle mie

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esplorazioni urbane. La città costituisce la sommatoria finale dell’architettura importante, quella che rimane e funge da riferimento, storica oppure contemporanea, e di quell’area urbana che i cittadini spesso ignorano». Quali aspetti è importante tenere presente nel momento in cui ci si accosta alla lettura di una città dal punto di vista urbanistico? «Io porto avanti un lavoro di tipo documentario, ma quest’ultimo possiede una sua doppiezza e una sua ambiguità: da una parte, tende a misurare con un possibile grado di esattezza la realtà, restituendo ciò che l’occhio vede senza tentativi evidenti di alterazioni o interpretazioni; dall’altra c’è nel progetto, nel linguaggio -forzatamente

per alcuni, meno per altri- una dimensione poetica o artistica o come si voglia definire. È questo che porta alle immagini. Si seguono così due strade che coesistono, si sovrappongono e si incrociano continuamente». Per lei è sempre stato così? «Ai tempi del progetto milanese sulle fabbriche avevo fotografato tutto, in quanto la completezza era uno degli obiettivi da raggiungere, ma poi spostandomi in molte città del mondo, mi sono reso conto che questo era impossibile. Ho, quindi, scelto di volta in volta dei percorsi. Certo, spesso questi progetti si assomigliano perché ho dei soggetti preferenziali: quei luoghi dove una città cambia, si trasforma, si evolve. Mi interessa l’aspetto vitale della città. Mi piacciono anche i

Scatti d’autore

Gabriele Basilico

Sapori di un’antica osteria lombarda Situato in un’antica cascina, il ristorante Trattoria Basiano è gestito dal 1986 dalla famiglia Colombini. I toni sono familiari e molto accoglienti, il ristorante è composto da tre sale, climatizzate e con una capienza di 120 coperti. In estate è possibile pranzare e cenare anche immersi nel pergolato all’ombra di un glicine secolare. La cucina è quella tipica lombarda che ha i suoi pezzi forti nella preparazione di selvaggina, cassoeula e brasati. I prodotti sono genuini e di prima qualità. Alla trattoria Basiano è possibile gustare salumi nostrani con cotechino, paste fresche fatte in casa, risotto con le rane, stracotto d’asina, selvaggina, lumache, rane fritte o frittata con rane. Ma è possibile anche mangiare dell’ottimo pesce, rigorosamente freschissimo. La carta dei vini comprende etichette nazionali e internazionali.

TRATTORIA BASIANO Loc. Basiano - Morimondo (MI) - Tel. e Fax 02 94.52.95 www.trattoriabasiano.it trat.basiano@inwind.it

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Scatti d’autore

Gabriele Basilico

monumenti storici, ma sempre in rapporto al loro vissuto, al loro consumo. Mi interessa, in definitiva, la città come un corpo che cresce, invecchia, si modifica. Che vive. Per alcuni ciò può sembrare un paradosso perché nelle mie visioni le persone sono assenti, ma si tratta di una questione di ordine visivo, il cui obiettivo è restituire intensità a quanto si sta osservando. Quando c’è qualcuno che attraversa la strada o un’auto che passa, c’è sempre un momento. La fotografia, come diceva Cartier-Bresson, è fermare l’attimo. Io non fermo alcun attimo, il mio attimo si allunga e la non presenza di persone serve a dare più respiro alla visione, in modo da comprendere meglio la forma dello spazio». Milano è stata la sua fonte di

ispirazione. C’è un altro luogo in Italia o nel resto del mondo che l’ha colpita in maniera altrettanto profonda? «Marco Belpoliti dice che nel mio lavoro in giro per il mondo c’è sempre Milano. Milano è una città che ha problemi come altri centri urbani e nell’epoca della globalizzazione si confonde con questi. Essendo però la città dove sono nato e che vivo in modo affettivo, e anche contradditorio, la sento come uno spazio privato, proiettando questo aspetto nelle mie fotografie. Ma si tratta di un elemento non percepito da tutti, solo da chi è abituato a osservare molto il mio lavoro. E nemmeno io ne sono consapevole. Credo che Milano individui sempre un laboratorio di visione e, quindi, anche un po’ di pensiero che in qualche modo si relaziona con le altre immagini

Preziose ricette antiche Dal 1999 l’Osteria Mangia e Tâs (mangia e taci) propone i piatti tipici della tradizione lombarda curati e serviti con l’esperienza di una solida conduzione familiare. Un ricco e gustoso menù guidato che vi accompagnerà dagli antipasti ai dolci offrendovi i profumi, i sapori e la preziosa semplicità di antiche ricette tramandate. Il tortino caldo con le verdure, il tagliere di salumi, i cipollotti con peperoni lombardi e il cotechino servito con un misto di legumi anticipano il risotto e le paste fresche. Piatto forte della tradizione è la polenta taragna con “osei scapacc” o salsiccia servita in ciotole di legno, poi gustose carni arrosto o brasate. Una fragrante millefoglie, la crostata del nonno Ovidio con marmellate caserecce e il caffè della nonna, fatto con la moka e aromatizzato con spezie e un goccio di grappa, vi lasceranno un piacevole ricordo.

OSTERIA MANGIA E TÂS Via Montegrappa, 6 - Bestazzo di Cisliano (MI) - Tel. 02 90.18.153 osteriamangiaetas@gmail.com

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Scatti d’autore

Gabriele Basilico

del mondo». Come è si è trasformata la fotografia in questi ultimi anni? E il paesaggio urbano? «Con la generazione di fotografi alla quale appartengo, è stata rilanciato in Italia - e da altri in Europa - l’interesse per il paesaggio e nello specifico per il paesaggio urbano. Un interesse che continua tuttora, anche se i fotografi più giovani, sensibili alla trasmigrazione della fotografia nel mondo dell’arte e viceversa, fanno moltissime altre cose. La tecnica e la cultura digitale hanno favorito questo passaggio, basti pensare alle fotografie scattate dagli artisti con il telefonino. Il mondo è diventato molto più complesso e stratificato e credo che la stagione

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del paesaggio conviva più o meno a fatica con gli altri fenomeni. L’ultimo lavoro l’ho realizzato a Shanghai poco prima dell’inaugurazione dell’Expo per il nostro ministero degli Esteri. Lì si segnalano cambiamenti realmente violenti, così come immagino in India e in Sud America. Se ci proiettiamo in Cina, troviamo parti di città che, alla stregua di un esercito, ne appiattiscono e livellano delle altre, imponendosi in tempi assolutamente impensabili da noi. La Cina mostra una velocità incredibile nel cambiare l’aspetto del territorio, nell’inurbamento e nello spostamento di persone. L’Expo di Shanghai e le Olimpiadi a Pechino hanno senza dubbio fornito un’accelerazione a tali processi».

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LA FILIGRANA DEL CARTOLAIO “RESISTENTE”

di PAOLA MARUZZI

Accanto a una Milano postmoderna, trafficata, trendy e patinata, c’è posto per il déjà vu esclusivo. Con Francesco Pettinaroli nella cartoleria storica per scoprire che mappe antiche, vedute settecentesche e stampe di montagna non passano di moda aradossalmente alcuni luoghi non tramontano perché, entrandovi, sembra che il tempo non sia passato. Sarà per il massiccio bancone in legno e vetro, per il camice verde che indossano i commessi, per l’atmosfera tipicamente meneghina o per un insieme di sottigliezze. Sarà soprattutto per quello che vi si commercializza, ma sta di fatto che la cartoleria Pettinaroli, affacciata sulla Madunin, è entrata di diritto nel “libro” dei novanta Negozi Storici riconosciuti dalla Regione Lombardia. In tutta Milano è l’unico a vantare tale dicitura. E insieme a questo orgoglio, sconfina nell’era delle tecnologie digitalizzate la ricchezza culturale che ruota attorno all’universo dell’arte tipografica. Francesco Pettinaroli e il padre Giorgio, sono gli eredi di una tradizione familiare iniziata nel 1881. Quest’anno si celebrano appunto i

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130 anni dell’attività. «Da quattro generazioni forniamo ai milanesi inviti, eleganti carte a mano, biglietti da visita, servizi da scrittoio in cuoio» spiega Francesco, che ha scelto di ricalcare le orme del nonno. Gli anni si susseguono, ma il gusto per un biglietto ben confezionato, dal sapore artigianale, tiene nonostante le mode cambino. «In declino la stampa al torchio, anche perché la manodopera risulta sempre più rara. Si pratica tuttora lo smalto a rilievo, utilizzando placche d’acciaio incise a mano. Tramontata è la carta da lettera di colore rosso o verdone. Oggi è ecrù, avorio o panna».Centinaia sono le famiglie della Milano bene che hanno siglato un evento importante con una partecipazione firmata Pettinaroli. «Recentemente abbiamo rinnovato il biglietto da visita, proponendo un moderno formato quadrato, racchiuso da una custodia in pelle, in tinta con il colore usato per la stampa». Ma il vero fiore all’occhiello di questa “bottega” d’altri tempi è l’ampio ventaglio di stampe d’epoca e di antiche carte geografiche. Qui vale la pena aprire un capitolo a parte, cominciando con una rarità. «Tra i pezzi più pregiati – continua Francesco – abbiamo una rarissima visione panoramica di Milano, presa da una delle torri del Castello Sforzesco, che

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ci riconsegna l’immagine della città a metà Ottocento». Decifrare queste rappresentazioni diventa non solo affascinante, ma soprattutto apre una finestra su un mondo apparentemente dimenticato. E che fa presto a catturare l’attenzione dei collezionisti. Attraverso un gioco di simbologie, rivive così la Milano del secolo XVIII, o meglio lo sguardo “deformato” dei cartografi e, ancora, lo stupore dei viaggiatori di fronte alle Alpi innevate. Per restare in tema, altrettanto interessante è il corollario di mappamondi in legno. «Abbiamo un assortimento di venticinque modelli. Si va dai più piccoli, magari adatti per decorare la scrivania, a esemplari alti circa un metro».

Da sinistra, Giorgio e Francesco Pettinaroli all’interno della storica cartoleria milanese

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www.pettinarolimapsandprints.com www.fpettinaroli.it

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Tradizioni fuori confine

CUOR DI TOSCANA A MILANO di BELINDA PAGANO

In questa pagina, sopra, Anna Arrigoni co-titolare del ristorante Al Tronco. Sotto, calamari ripieni di verdure. Nella pagina a fianco, a sinistra, conca di pesce fresco, a destra, pappardelle ai funghi porcini

e si passeggia per Milano ma si ha voglia di assaggiare qualcosa di diverso, al ristorante Al Tronco viene offerta un’alternativa interessante e gustosa: la cucina tipica Toscana. A parlarne Anna Zini, co-titolare del ristorante. Una trattoria di cucina tipica toscana in una zona geografica dalle diverse tradizioni. Come è nata l’idea? «In realtà sono le nostre origini a parlare per noi. La nostra famiglia, infatti, è di Fucecchio, un paese in provincia di Firenze. Agli inizi degli

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I menù variano a seconda delle stagioni. D’inverno la ribollita e le pappardelle con i funghi porcini. D’estate calamari ripieni di verdure e branzino in crosta di patate. Non siamo tra il mar Tirreno e le colline del Chianti, ma nel cuore di Milano anni sessanta, ci siamo trasferiti a Milano e la decisione di aprire un ristorante tipico ha rappresentato l’opportunità di portare con noi i sapori di casa nostra, è stato un modo per rimanere ancorati alle tradizioni». Quali sono i piatti tipici della vostra cucina? «I menù variano a seconda delle stagioni. La cucina toscana infatti è molto legata ai prodotti del territorio che ovviamente sono diversi a seconda del clima. D’inverno il nostro ristorante offre la famosa ribollita, le pappardelle con i funghi porcini e varie tipologie di selvaggina, dalla lepre al cinghiale, al fagiano. Ovviamente, da non tralasciare nel mese di settembre il tanto pregiato tartufo. D’estate invece i piatti sono più leggeri, ritroviamo farro con gamberi, calamari ripieni di verdure, branzino in crosta di patate».

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Da dove arrivano gli ingredienti principali? «Il nostro desiderio è quello di mantenere la genuinità dei prodotti e quindi risulta di fondamentale importanza collaborare direttamente con aziende agricole toscane». Prestigiose riviste culinarie, come ad esempio il Gambero Rosso, hanno espresso pareri entusiasti e positivi sulla vostra cucina. Cosa, secondo lei, colpisce maggiormente i critici? «Secondo noi la semplicità e la qualità sono ingredienti fondamentali per una cucina che arriva diretta al cuore di chi l’assaggia. Si parte innanzi tutto dal valorizzare la buona materia prima che, se scelta con cura e precisione, aiuta a ottenere piatti di prima qualità. Non bisogna però tralasciare un altro aspetto che può sembrare, a volte secondario, ma che secondo

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«La semplicità e la qualità sono ingredienti fondamentali per una cucina che arriva diretta al cuore di chi l’assaggia» noi può essere considerato ingrediente primario: la passione, che riesce a trasformare un mestiere in arte». Cosa rende l’ambiente unico nel suo genere? «Gli spazi in cui i clienti si fermano a degustare i piatti devono trasmettere accoglienza, calore ed essere eleganti e raffinati. Naturalmente lo spirito del personale di sala e delle titolari aiutano a rendere l’ambiente unico nel suo genere».

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www.altronco.it

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IN LAGUNA RIVIVE L’800

Carnevali d'Italia

Come spiega il direttore artistico Davide Rampello, di FRANCESCA il carnevale della Serenissima acquista nel 2011 DRUIDI una dimensione più vicina ai veneziani approdando nei teatri e nei musei con un fitto calendario di concerti, spettacoli, rappresentazioni storiche, gran balli e proiezioni cinematografiche

l fascino di due celebri eroine postromantiche come Sissi e la contessa Livia Serpieri, protagonista del capolavoro Senso diretto da Luchino Visconti, le suggestioni ottocentesche e il richiamo ai fermenti risorgimentali, delineano la cifra tematica e stilistica del carnevale di Venezia 2011, carnevale targato Davide Rampello che torna ad assumere la direzione artistica dell’evento dopo il triennio 1992-94. Del resto, il titolo del carnevale “Ottocento. Da Senso a Sissi, la città delle donne” assomma ed espone i punti di riferimento scelti per questa edizione, che inizierà ufficialmente il 19 e 20 febbraio per poi continuare dal 26 febbraio all’8 marzo. «Sissi e la contessa Serpieri sono le due donne dell’Ottocento più popolari legate a Venezia», precisa Rampello. Anche il calendario ha fatto la sua parte: nel 2011 si svolgono i festeggiamenti per i 150

La Serenissima in maschera

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A fianco, il direttore artistico del carnevale di Venezia Davide Rampello; in apertura, un’immagine di Sissi e alcuni esempi di moda femminile dell’Ottocento

anni dell’Unità d’Italia e il martedì grasso coincide con l’8 marzo, festa della donna. Per il direttore artistico, si tratta di stimoli che turisti e veneziani recepiranno all’interno della follia e del turbinio tipici del carnevale. «Stabilire un tema significa invitare la gente a frequentare psicologicamente queste

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Carnevali d'Italia

La Serenissima in maschera

atmosfere. Ma la filosofia dell’evento sarà soprattutto quella di ritornare a valorizzare la città. Il carnevale è sempre stato un grandissimo appuntamento culturale: nel Seicento durava sei mesi e coincideva con la stagione teatrale. Gli allora 16 teatri funzionanti cambiavano ogni giorno cartellone, a dimostrazione della vivacità culturale della Serenissima». Ecco allora che il palinsesto si arricchirà di concerti musicali all’interno di chiese, aperte anche in orari serali. «Si registra grande coesione da parte di tutte le istituzioni culturali più importanti», dalla Biblioteca Marciana all’Ateneo Veneto, all’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti alla stessa Fondazione Musei Civici, che parteciperanno allo spirito del carnevale prolungando i propri orari di apertura.

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«Stabilire un tema significa invitare la gente a frequentare psicologicamente queste atmosfere. Ma la filosofia sarà quella di ritornare a valorizzare la città» Un’altra novità importante consisterà nel Gran Foyer di San Marco, una «macchina teatrale che verrà allestita al centro della piazza. Una sorta di interno della Fenice, un palcoscenico con l’ordine dei palchi dove le persone potranno assistere ai principali spettacoli del carnevale condividendo un’atmosfera forte». Tra gli appuntamenti previsti nel parterre del Foyer, vi saranno gli show delle compagnie coreografiche e gli spettacoli di circo-teatro con artisti

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Carnevali d'Italia

La Serenissima in maschera

In alto, scorcio del carnevale veneziano

internazionali, le parate e i numeri degli intrattenitori comici, i concerti di musica dal vivo e ancora i balli, in primis valzer e tango. Si terrà, inoltre, presso la Casa del Cinema, una rassegna cinematografica dedicata a pellicole di ambientazione carnevalesca, veneziana e ottocentesca con proiezioni di cinema muto e accompagnamento live al pianoforte, nonchè inediti documentari sulla Venezia ottocentesca. Le quinte si abbasseranno l’8 marzo con la “Vogata del silenzio”: «a mezzanotte una lunga processione di gondole e barche a remi percorrerà il tragitto che va da Rialto al Bacino di San Marco. Spegnerà il Canal Grande per accenderlo solo con ventimila

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fiaccole, così che la città possa riappropriarsi di se stessa, dopo il frastuono. Una maniera inedita, sognante e onirica di concludere i festeggiamenti». Il programma restituisce l’idea di un rinnovato modo di concepire il carnevale, segnato da «una notevole apertura della città. D’altronde – conclude Rampello – dopo la direzione artistica di Marco Balich per me è stata una sfida proporre qualcosa di diverso. Si tratta di un percorso che intendo proseguire nei prossimi anni. Vi saranno sempre meno risorse a disposizione, per questo dovranno essere realmente investite nella città, innanzitutto per riportare i veneziani all’amore per il carnevale, spesso avvertito come un’invasione».

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VENEZIA SI APRE AL CARNEVALE Una festa per turisti e visitatori. Ma anche per tutti i veneziani. È questo l’obiettivo che per quest’anno si prefigge uno dei carnevali più di famosi al mondo, quello della Serenissima. Piero Rosa Salva, numero uno FRANCESCA di Venezia Marketing & Eventi, illustra novità e sfide dell’edizione 2011 DRUIDI

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Carnevali d'Italia

l’evento più seguito in assoluto dal pubblico italiano. Più della Mostra del Cinema e più del Palio di Siena. «Il segreto del carnevale di Venezia – afferma Piero Rosa Salva, presidente di Venezia Marketing & Eventi, azienda che gestisce il marketing territoriale della città e organizza i principali eventi in collaborazione con il Comune di Venezia – risiede nella sua unicità ambientale. A differenza di altre manifestazioni di questo tipo, il carnevale lagunare non rappresenta un semplice spettacolo a cui assistere, ma un appuntamento da vivere. La città permette a ognuno di essere protagonista dell’evento, di interpretarlo, assistendo naturalmente a momenti di elevato tasso spettacolare nelle piazze e nei teatri. La città si allestisce, si addobba. E il visitatore “fa” il carnevale, non si limita a guardare». Con la direzione artistica di Davide Rampello, che succede a Marco Balich, l’edizione 2011 del carnevale presenta diversi aspetti innovativi. Riscopre innanzitutto la sua anima a tema, avendo come linee guida l’Ottocento e la città delle

La Laguna teatro della festa

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donne. Si apre poi alla programmazione serale e soprattutto la sua durata si estende a tre week-end, con un anticipo previsto per il 19 e 20 febbraio, fornendo un “assaggio” della festa che culminerà dal 26 febbraio all’8 marzo. «Il carnevale – evidenzia Piero Rosa Salva – solitamente coinvolge due fine settimana sino al martedì grasso. L’estensione a tre settimane, in un periodo in cui le risorse a disposizione sono limitate, costituisce un importante messaggio di promozione del territorio». È stato, quindi, creato un ricco

Sopra, Piero Rosa Salva, presidente di Venezia Marketing & Eventi, azienda costituita per l’organizzazione dei principali eventi veneziani

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Carnevali d'Italia

La Laguna teatro della festa

A lato, un’immagine della Festa Veneziana, tradizionale evento che si svolge la prima domenica di carnevale

prologo, il 19 e 20 febbraio appunto, scandito dal “Gran brindisi a Venezia” in Piazza San Marco e dalla festa veneziana con il corteo acqueo lungo il Canal Grande fino a Sestiere di Cannaregio. «Si vuole esaltare la “venezianità” in barca: il carnevale si inaugura e si chiude sull’acqua. L’8 marzo si spegneranno, infatti, i riflettori sulla manifestazione con la “Vogata del silenzio”». Un altro significativo elemento di novità è identificato dal «coinvolgimento di numerosi soggetti culturali della città che hanno accettato di praticare una programmazione serale, allungando l’orario di apertura. Abbiamo collocato all’interno di queste strutture -musei, chiese e teatri- dei momenti, delle occasioni musicali e non solo. Con un obiettivo ben preciso: offrire delle opportunità in più ai turisti, ma anche e soprattutto consentire una fruizione maggiore e più partecipe del carnevale da parte dei residenti». Non mancheranno gli appuntamenti tradizionali come il “Volo dell’angelo” e la “Festa delle Marie”, ma va segnalata una ricca distribuzione di proposte

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Carnevali d'Italia

La Laguna teatro della festa

sul territorio, che non si concentreranno esclusivamente in Piazza San Marco. «Una grossa operazione interesserà i bambini»: a Campo San Polo si svilupperà l’animazione con compagnie di attori e animatori che faranno giocare i bambini con le storie e le maschere del Carnevale veneziano, storiche e non. Una grande pista di pattinaggio sarà, inoltre, allestita per l’occasione. Organizzare un carnevale storico e prestigioso come quello del capoluogo veneto rappresenta, del resto, una sfida impegnativa, come ricorda il presidente Venezia Marketing & Eventi. «Venezia è magica, ma tutto qui si fa più difficile. Gli aspetti maggiormente critici riguardano i trasporti, la logistica e i costi superiori alla media determinati anche da questi fattori. Prestiamo, inoltre, particolare attenzione alla sostenibilità dell’evento, facendo in modo che risulti compatibile con la vita e le attività della popolazione veneziana. Invitiamo al massimo rispetto per la città. Gestiamo una manifestazione di enorme successo che deve mantenersi attrattiva, ma restando attenta alla fragilità di Venezia».

In alto, immagini del carnevale veneziano in Piazza San Marco

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UN NUOVO TURISMO

Carnevali d’Italia

di LEONARDO TESTI

Semplificare la burocrazia. Favorire qualità, innovazione e crescita professionale del settore. Potenziando le eccellenze del territorio e nuovi filoni di sviluppo. Sono le basi del nuovo disegno di legge del comparto turistico veneto presentate dall’assessore della Regione Marino Finozzi

na ricerca realizzata da Ipsos e StageUp, “Sponsor value cultura e spettacolo 2010 - Il potenziale sociale ed economico del sistema culturale italiano”, ha evidenziato come nel 2009 il carnevale di Venezia sia risultato essere l’evento più seguito in assoluto dal pubblico italiano, sia dal vivo sia a livello mediatico. Tra gli appuntamenti culturali e di spettacoli svolti in Italia, il carnevale è quello che più riscuote l’interesse della gente, arrivando a un bacino stimato in 31,8 milioni di persone interessate (+5,7% sul 2008, con una capacità di “penetrazione” del 79,5%). Dati che rimarcano le importanti ricadute che questa manifestazione esercita sul sistema turistico ed economico di Venezia, ma anche inevitabilmente della regione. Sul fronte turistico, per quanto riguarda la Laguna, uno dei punti in discussione dall’inizio del 2011 è la tassa di scopo che il sindaco di Venezia

Marino Finozzi

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Orsoni invoca per la città, una tassa però non condivisa dall’assessore regionale al Turismo Marino Finozzi che sostiene, invece, l’applicazione di una tassa di soggiorno a livello regionale. «Si parla di meccanismi necessari a trattenere una parte della ricchezza spesa dal turista per reinvestirla in servizi al

A fianco, Marino Finozzi, assessore al Turismo della Regione Veneto. In apertura, momento tradizionale del carnevale veneziano

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Carnevali d’Italia

Marino Finozzi

sistema – spiega Finozzi – sono convinto che questa sia la strada per mantenere la nostra offerta sempre al passo coi tempi». Questa misura è contenuta nel testo di base del nuovo disegno di legge del comparto turistico veneto, presentato dall’assessore a fine 2010: «La normativa attualmente in vigore, la legge 33, risale al 2002 ed è unanimemente ritenuta ormai inadeguata. Nel nuovo testo sono state mantenute le fondamenta del progetto di legge presentato alla fine della scorsa legislatura, affossato da centinaia di emendamenti – ha spiegato l’assessore – ma sono stati introdotti cambiamenti che ne hanno modificato completamente l’impostazione, facendo tesoro delle numerose

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osservazioni pervenute». Sviluppo e sostenibilità costituiscono le principali direttrici del progetto di legge, mentre gli aspetti applicativi saranno affidati a specifici provvedimenti amministrativi. «La scelta di avviare su questo documento di lavoro un momento di confronto con le associazioni di categoria (Confturismo, Federturismo e Assoturismo) ha lo scopo di trovare da subito un percorso condiviso, in modo che anche i tempi per l’approvazione della legge siano il più possibile brevi». Tra le linee guida, spiccano la semplificazione e lo snellimento burocratico. L’obiettivo, date le contenute risorse a disposizione, diventa quello di sviluppare un’industria turistica moderna,

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Carnevali d’Italia

Marino Finozzi

«Si parla di meccanismi necessari a trattenere una parte della ricchezza spesa dal turista per reinvestirla in servizi» capace di far cooperare soggetti pubblici e privati, attivando tutti gli strumenti finanziari, conoscitivi e innovativi per l’innalzamento della competitività e del Pil turistico regionale. È noto come il Veneto sia la prima regione turistica d’Italia con 14 milioni di arrivi all'anno, 60 milioni di presenze e 12 miliardi di gettito e «deve continuare ad esserlo grazie alla qualità della sua offerta. Ma le novità previste dal nuovo testo legislativo richiederanno un cambiamento forte per tutti i soggetti coinvolti ». Finozzi auspica di approvare la legge in Consiglio entro la fine del 2011 dopo i passaggi in Giunta e in Commissione. Come ricorda l’assessore, il bilancio del 2010 e le previsioni per il futuro del comparto sono tendenzialmente positivi, soprattutto

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guardando ai promettenti flussi di turistici asiatici, e cinesi in particolare, in arrivo. Occorre, dunque, continuare a puntare su qualità, innovazione e crescita professionale del settore, valorizzando inoltre segmenti come il turismo congressuale ed elementi come l’Adriatico, le Dolomiti e un prodotto turistico emergente come il golf. Proprio queste tre leve sono al centro di progetti che la Regione Veneto porta avanti con il Friuli Venezia Giulia. In particolare il golf, sottolinea Marino Finozzi, «ha un ruolo rilevante negli scenari di sviluppo del turismo del Veneto. La nostra regione ha molto da offrire e sono convinto che questa opportunità di far crescere la nostra offerta turistica in un settore ad alto potenziale di sviluppo vada colta appieno».

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Carnevali d’Italia

Alessandro Santini

PIÙ IN ALTO DEI PALAZZI

di ADRIANA ZUCCARO

I carri che sfileranno al carnevale di Viareggio supereranno i 30 metri. La cartapesta sarà ancora protagonista in grandiose scenografie e immensi mascheroni. Ma di satira politica ce ne sarà ben poca. Il presidente della Fondazione del Carnevale di Viareggio, Alessandro Santini, racconta anche l’edizione estiva della sfilata dei carri

ffollate di stabilimenti balneari, le spiagge di Viareggio guardano i palazzi in stile liberty che le precedono, accolgono leggeri venti di ponente e danno vita alla stagione estiva fatti di locali e turisti. Ma cosa avviene durante l’inverno? Mentre tutta la costa sonnecchia,Viareggio dà fiato alle trombe perché arriva l’evento in cui si

A Alessandro Santini, presidente della Fondazione del Carnevale di Viareggio

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identifica la parabola storica e culturale della città, il carnevale. «Basti pensare che ogni famiglia viareggina conta almeno una o due persone che lavorano per l’evento: nella costruzione o movimentazione dei carri, come comparsa, maschera, coreografo o sceneggiante». Alessandro Santini, presidente della Fondazione del Carnevale di Viareggio, non ha dubbi quando, raccontando lo straordinario spettacolo cui assiste e partecipa da sempre, afferma che «quello di Viareggio è l’unico carnevale al mondo per la maestosità e grandezza dei carri; primo in Europa e secondo nel mondo dopo Rio, però i carri mastodontici sono solo a Viareggio, in cartapesta e in movimento. Un primato che nessuno può toglierci». E se il carro vincitore della scorsa edizione raggiungeva l’altezza di 29 metri, quest’anno non mancheranno di certo le sorprese; con il carro dei fratelli Bonetti, ad esempio, raffigurante un uomo accovacciato che si alzerà in piedi. Ma prima di giungere alla sfilata dei carri in

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gara, la giornata d’apertura verrà dedicata ai 150 dell’Unità d’Italia e come sempre, sarà la cartapesta a inaugurare e dominare l’intero corso della festa. «È stata realizzata una scenografia in cui si rievocherà l’incontro di Teano: dal molo partirà a cavallo un Garibaldi alto 5 metri, mentre un secondo cavallo con sopra Vittorio Emanuele II verrà movimentato dal lato nord della Passeggiata per giungere infine piazza Mazzini». La scenografia in notturna si illuminerà con il lancio di 500 mongolfiere tricolori con una fiamma dentro ma «per capire davvero la meraviglia delle

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sfilate dei carri e di tutto ciò che dà vita all’evento, occorre raggiungere Viareggio e partecipare alla festa – suggerisce Santini – perché neanche le dirette televisive potranno mai comunicare quello stupore di chi, alzando gli occhi, si accorge che i carri superano in altezza i palazzi». Ma gli echi d’arte e musica che hanno reso celebre il carnevale viareggino nel mondo, non possono che condurre agli autori principali, i maestri carristi. Il processo di ideazione, progettazione, creazione e messa in opera delle strutture si amplifica ogni anno con la sperimentazione e l’utilizzo di nuove

Sopra, uno dei carri durante la sfilata dello scorso anno

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Carnevali d’Italia

Alessandro Santini

tecniche, materiali e tecnologie. Secondo le previsioni e l’esperienza di Alessandro Santini, infatti, «la fattura dei carri sarà ogni anno più sorprendente ed emozionante. Mantenendo la cartapesta come materiale principe, si aggiungeranno nuovi materiali come è successo con il polistirolo e la vetroresina, e si perfezionerà la movimentazione di ogni elemento che farà spalancare ancora di più gli occhi degli spettatori entusiasti». Ma a provocare lo stupore di tanti turisti, i viareggini ci sono già riusciti anche con la prima edizione del carnevale estivo, tenutosi lo scorso agosto. «In tarda serata abbiamo fatto sfilare i tre carri vincenti nel 2010 e colto di sorpresa 10mila turisti che, venuti a Viareggio

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«Quest’anno la giornata d’apertura del carnevale verrà dedicata ai 150 dell’Unità d’Italia con una scenografia in cui si rievocherà l’incontro di Teano» per godere della spiaggia, si sono ritrovati ad assistere allo spettacolo strabiliante del carnevale. Noi viareggini abbiamo finalmente provato l’emozione di fare il carnevale in un clima quasi brasiliano, che meglio sposa il calore della festa e della gente. Perché in fondo questa è la forza del carnevale di Viareggio: saperlo fare in qualsiasi momento».

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Carnevali d’Italia

La tradizione viareggina

HANGAR DI MAGIE

Una storia lunga 140 anni. Evoluzioni stilistiche all’insegna della spettacolarità. A custodire le testimonianze più suggestive della tradizione viareggina, il Museo del Carnevale non smette di stupire i visitatori. Il direttore Paolo Fornaciari spiega il perché

rtigiani, artisti e maghi. Senza di loro il carnevale di Viareggio racconterebbe un’altra storia, d’altra trama e d’altro fascino. La creatività sfoggiata da ormai 140 anni, fa dei maestri carristi viareggini e degli artisti che partecipano alla realizzazione delle strutture carnevalesche, gli artefici di un mondo fantastico ma tangibile,

A Paolo Fornaciari, direttore del Museo del Carnevale di Viareggio

di ADRIANA ZUCCARO

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tradizionale e futurista, conosciuto ma sempre inedito. E a dispetto dell’effimero messo in piazza con maschere, costumi, eccessi e sregolatezza, il Museo del Carnevale di Viareggio custodisce testimonianze storiche e artistiche che esaltano la vera protagonista: la cartapesta. Il direttore Paolo Fornaciari traccia un percorso di originalità e maestrie che da sempre innalzano il carnevale viareggino sul podio delle più belle manifestazioni al mondo. Perché un museo del carnevale? «Il museo è nato con il compito di fornire un adeguato supporto storiografico alla manifestazione carnevalesca che, nata nel 1873, rappresenta un’ideale fusione di artigianato e arte. L’artigianato specializzato delle maestranze dei cantieri navali viareggini, i maestri d’ascia e calafati, che a partire dai primi anni dell’Ottocento si erano contraddistinti per eleganza e doti nautiche dei velieri apprezzati in tutti i porti del mondo, avevano prestato la loro opera per la costruzione dei primissimi carri carnevaleschi. La dimensione artistica del

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carnevale di Viareggio è determinata dal livello qualitativo dei costruttori, veri maghi del carnevale e dal contributo dei molti artisti, viareggini e non, nella progettazione e nella realizzazione dei carri». Quali sono le principali tecniche utilizzate per la costruzione di un carro? «Nel percorso espositivo del museo, la sezione “La materia di Burlamacco” documenta l’originalità del nostro carnevale attraverso l’illustrazione delle tecniche di costruzione dei grandi mascheroni di cartapesta e delle varie e complesse fasi di lavorazione del carro: il disegno del progetto, la formatura delle armature, la modellatura in creta, la realizzazione del calco, la pigiatura della carta di giornale, l’essiccazione delle forme e la cucitura delle varie parti, la stesura del pastone di colla e gesso, l’assemblaggio dei pezzi che formeranno i soggetti di cartapesta, le tecniche

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per dare movimento e spettacolarità alle varie componenti e infine la stesura del colore secondo la tavolozza poetica e variegata che caratterizza ciascun “mago” del carnevale». Quale storia anticipa l’avvento della cartapesta? «I primi carri che sfilarono al carnevale di Viareggio erano strutture statiche, realizzate con gesso, scagliola, legno e ferro. Poi nel 1923 la fantasia e l’inventiva degli artigiani realizzarono il primo movimento dei grossi mascheroni allegorici: sul corso di Viareggio fece l’apparizione un grosso Pierrot che, con stupore di tutti, muoveva la testa e gli occhi. Dopo questo esperimento, i maestri viareggini fecero a gara nell’escogitare nuovi e sempre più spettacolari movimenti giungendo a soluzioni originali che non mancavano mai di lasciare incantato e stupefatto lo spettatore. L’animazione dei mascheroni determinò un nuovo modo di costruire i carri. Decisivo fu l’uso di un nuovo materiale, la carta impastata, la cosiddetta cartapesta, che da allora è diventata l’immancabile elemento della tradizione del carnevale». Secondo le testimonianze custodite presso il museo, com’è cambiata nel tempo la lavorazione della cartapesta? «La storia del nostro carnevale documenta una manifestazione popolare cresciuta nel tempo attraverso evoluzioni e involuzioni, progressi formali e di contenuti, carica di fantasia, di trasgressione e di satira. Questo percorso ha interessato anche la lavorazione della cartapesta che negli anni si è fatta sempre più raffinata, con un’attenzione crescente per il perfezionismo in ogni dettaglio. Ma nello stesso tempo si è avviata una ricerca e una

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Sopra, una maschera in cartapesta conservata presso il Museo del Carnevale

sperimentazione di nuovi materiali che di volta in volta sono stati adoperati dai vari costruttori per garantire, nella realizzazione del carro, nuovi effetti scenografici, nuove soluzioni formali e coloristiche, tali da assicurare all’opera finita maggiore spettacolarità in grado da incantare e stupire lo spettatore». Qual è maschera viareggina? «La maschera ufficiale del carnevale di Viareggio è Burlamacco, nato dal segno e dalla fantasia di Uberto Bonetti per il manifesto del carnevale del 1931. Il giovane artista viareggino, partendo dalle maschere della commedia dell’arte, pensò a un pagliaccio che fosse l’ideale sintesi delle maschere italiane: il cappello di Rugantino, il mantello del dottor Balanzone, il costume a scacchi ispirato ad Arlecchino, la gorgiera di Capitan Spaventa, il pompon ripreso da Pierrot. Inoltre, gli affiancò

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una leggiadra fanciulla in costume da bagno per ricordare le maschere femminili, da Colombina a Isabella. Nel manifesto di Bonetti, le due maschere, che successivamente furono battezzate come Burlamacco e Ondina, avanzano tenendosi per mano lungo i moli: Burlamacco dalla parte dei cantieri e delle darsene, quasi a sottolineare la sua origine marinara; Ondina dalla parte degli stabilimenti balneari, per testimoniare la realtà turistica e mondana della Viareggio estiva». Quali sono gli aspetti e le sale che colpiscono di più i turisti che visitano il museo? «Una particolarità del museo è rappresentata dal fatto di essere inserito nel contesto della cittadella del carnevale, e quindi di potersi avvalere anche della potenzialità offerta dagli hangar dove si realizzano le costruzioni carnevalesche, che di fatto formano parte integrante del percorso espositivo del Museo, documentando le fasi e le tecniche di lavorazione dei giganti di cartapesta. Il museo offre ai visitatori la possibilità di leggere e confrontare la storia della manifestazione, catturando l’attenzione dei turisti attraverso la rappresentazione delle varie soluzioni formali, coloristiche e di satira che nel tempo sono state adoperate, e nella scoperta dei segreti della tecnica della cartapesta, che stupisce nel raffronto della semplicità di lavorazione e nella spettacolarità e suggestione delle opere che possono essere realizzate».

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A COLPI D’ARTE E TRADIZIONE

di ADELE MARUCCA

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Carnevali d’Italia

L’arte dei maestri carristi

ccentricità, satira, paradossi. Il carnevale libera i ritmi cadenzati della quotidianità e li fa esplodere a colpi d’arte. Per conoscere i segreti e i retroscena del carnevale di Viareggio, il maestro carrista Roberto Vannucci ha raccolto in eredità la tradizione di famiglia e l’ha fatta sua per passione. Dopo la vittoria dello scorso anno, il nuovo carro di Vannucci racconta l’Africa nel tentativo di esorcizzare il nido dimenticato in cui la società l’ha riposta. «Si chiamerà “Shosholoza”. Un nome misterioso e una storia che va spiegata».

E «Per un viareggino doc, “sporcarsi” le mani con la cartapesta è molto di più che un passatempo stagionale». Vincitore della scorsa edizione del carnevale di Viareggio, Roberto Vannucci racconta l’arte del carrista di mestiere e per passione

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In alto, bozza di presentazione di “Shosholoza”, il carro di Roberto Vannucci che sfilerà durante la prossima edizione del carnevale

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Carnevali d’Italia

L’arte dei maestri carristi

Cosa significa far parte di un evento come il carnevale di Viareggio e contribuire alle novità che lo caratterizzano di anno in anno? «Innanzitutto significa riallacciarsi al passato, alla mia storia e quella di tanti altri. È da un secolo che la mia famiglia partecipa attivamente all’evento. In un certo senso l’indole per la costruzione dei carri è genetica. E credo continuerà a trasmettersi di padre in figlio. Per un viareggino doc, “sporcarsi” le mani con la cartapesta è molto di più che un passatempo stagionale. È un orizzonte da sogno, è un mestiere vissuto con

«L’ultimo tocco spetta alla pittura, cioè all’esplosione dei colori»

passione». Qual è la cosa che, nonostante l’esperienza, le fa tremare ancora le gambe per l’emozione? «Il fatto di dar vita a una creatura capace di catalizzare su di sé migliaia di sguardi. Sapere di prendere parte a una gigantesca messa in scena, di avere di fronte un palcoscenico immenso. Non è delirio d’onnipotenza, ma la voglia di condividere la propria idea sul mondo, di renderla pubblica e tangibile». Quindi a cosa si ispira durante la fase di progettazione? «Cerco di interpretare e raccontare una storia che sia alla portata di tutti. Parto sempre dalla mia visione di cittadino del mondo. E poi da un foglio bianco. Pian piano il vuoto si riempie: quello che era l’intuito iniziale prende la forma del bozzetto definitivo.

Il maestro carrista Roberto Vannucci e, a fianco, “Una sola madre: la terra”, carro vincitore dell’edizione 2010

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Dalla carta si passa alla realtà e alla modellatura dei vari personaggi. Bisogna, quindi, formare gli stampi in cartapesta che vengono sostenuti da solide strutture in ferro. Successivamente si assemblano i pezzi. L’ultimo tocco spetta alla pittura, cioè all’esplosione dei colori. Ogni fase viene vissuta come una sorta di rito». “Una sola madre: la terra” è il carro vincitore della scorsa edizione. E quest’anno? «Si chiamerà “Shosholoza”. Un nome misterioso e una storia che va spiegata. A fare da sfondo l’Africa, con le sue atmosfere esotiche. A fare da traino un leitmotiv insolito

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«Il ciclo vitale dei carri è episodico ma la loro bellezza continua a vivere nei ricordi» per un clima festoso e spensierato: il carro vuole essere un grido d’aiuto verso il continente nero, troppo spesso dimenticato. Ecco allora, attraverso la forza grottesca, trapelare la denuncia sociale. E, di conseguenza, la capacità di esorcizzare le nostre stesse paure». Debuttano e poi scompaiono. Dove vanno a finire i carri a carnevale concluso? «Seppure continuino a vivere nei ricordi, in realtà il loro ciclo vitale è episodico. I carri più fortunati vengono venduti per andare ad animare altri carnevali. Ma molti vengono distrutti. D’altronde sarebbe impossibile conservarli tutti».

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PASSEPARTOUT PER LA VIA REGIA Carnevale! È il primo balzo che la memoria compie quando si parla di Viareggio. di Ma tra storia e ricordi di Marco Columbro, la passeggiata, la darsena e le pinete ADRIANA lasciano tutte il sapore della meraviglia. Anche d’inverno, quando l’albero di Natale ZUCCARO si proietta tra le onde del mare increspato

erla del Tirreno,Viareggio. Si guarda riflessa, orgogliosa e in festa. Nel cuore pulsante del litorale versiliese, la rotta verso la Via Regia si anima di colori naturali, suoni di vita cittadina, atmosfere ludiche. Chi nasce, conosce o vive a Viareggio, descrive l’ebbrezza di una “finestra sul mare” e moti spensierati di danzatori e maschere. Così il celebre presentatore viareggino, Marco Columbro, ormai da anni alla ribalta di teatri e alle prese con commedie teatrali come quella in scena sui palcoscenici d’Italia, “Daddy blues, un papà per tutti”, racconta la sua Viareggio e la festa del carnevale quale passepartout di storia, tradizioni e identità culturale di una città figlia dell’ arte. Quali sono i ricordi che più la legano a Viareggio? «Durante i ventiquattro anni trascorsi a Viareggio, le esperienze di cui mantengo i ricordi più vividi sono legati principalmente al nostro carnevale. È una festa che noi viareggini

P Marco Columbro,attore e conduttore viareggino, è attualmente impegnato nella tournée teatrale della commedia “Daddy blues, un papà per tutti”

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aspettiamo con grande emozione perché ci permette di sviscerare la nostra fantasia. Nei vari quartieri della città si riuniscono comitive per realizzare i costumi e coreografie di canti e balli da eseguire poi durante il corso mascherato. Io mi ricordo che all’età di 15-16 anni andavo dentro i carri a muovere le maschere: attraverso delle funi potevo articolare le varie parti della faccia, le braccia e le mani. La ricompensa era di

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solito una pizza, ma a ripagare davvero la mia partecipazione era innanzitutto una profonda sensazione di fierezza. Dicevo ai miei amici “sono dentro quel carro, sono io a muovere il braccio”. Era un momento di grande orgoglio e spensieratezza per noi giovani. Andavamo nel corso mascherato insieme a centinaia migliaia di persone a mostrare i nostri costumi, la nostra gioia. E poi c’era la bellezza». Quali bellezze del carnevale ritornano alla mente di Marco Columbro adulto? «Crescendo ci si rende chiaramente conto della grandiosità e della bellezza dei carri carnevaleschi, sono delle vere e proprie opere

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d’arte. Ogni carrista è un artista della cartapesta, ma ancor prima della creta. Per la realizzazione di un carro infatti, occorre prima fare il mascherone con la creta, applicare sopra la colata di gesso e ricavarne il calco; quindi si incollano strati di giornali per estrapolare il negativo da assemblare, montare e pitturare di bianco. Quello dei carristi è un lavoro molto lungo e di grande arte. Ecco perché una volta i carri, dopo il corso mascherato, venivano smembrati e mandati al carnevale di New Orleans o addirittura a Rio de Janeiro. Il carnevale di Viareggio era famoso in quel mondo».

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Cosa è cambiato? «Gli anni più importanti, il periodo in cui il carnevale di Viareggio era al culmine del suo potere comunicativo, sono stati gli anni 60 e 70. C’era la diretta televisiva come si fa ancora, ma oggi sembra che sia andata perduta un po’ di sana mediaticità dell’evento: sarebbe importante riuscire a esaltare di più l’impronta artistica del carnevale. Ricordo che c’erano bande provenienti da tutto il mondo, dall’America Latina agli Stati Uniti, dalla Francia all’Inghilterra, accompagnate da carri alti anche oltre i 20 metri. Le sfilate poi dei cittadini

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annunciavano la cena finale, grandi stand di pesce fritto o di risotto alla marinara: si mangiava e si beveva alla grande. Tutto creava un momento di grande comunione popolare». Oltre i percorsi carnevaleschi, quale zona di Viareggio le piace ricordare? «Sicuramente la passeggiata, ovvero il vasto tratto di costa su cui si è sviluppata negli anni la movida del litorale viareggino. È proprio alla passeggiata che si legano mille dei ricordi perché è il luogo in cui ci si incontrava con le comitive d’estate, ci si sedeva davanti a un bar, all’aperto, ci si vedeva con la propria ragazza o

Uno scorcio della spiaggia di Viareggio, d’estate occupata da numerosi stabilimenti balneari

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Carnevali d’Italia

Marco Columbro

con quella che si sperava lo diventasse. Ma anche d’inverno la passeggiata non mancava di attirare i suoi ammiratori soprattutto a Natale, col grande albero lì di fianco al mare. Quel pezzo di Viareggio fa da passerella a tanti dei ricordi piacevoli legati alla mia vita, soprattutto alla mia adolescenza». Quali sono i luoghi viareggini sconosciuti alle masse che indicherebbe a un turista curioso? «Viareggio è da visitare tutta. Il lungomare, per cominciare, è una meraviglia: si può passeggiare per 4 chilometri ed essere prospiciente la spiaggia, anche di notte, anche col mare mosso, respirando la salsedine. Da vedere è poi la darsena, dove vengono costruite le grandi imbarcazioni di tutto il mondo; è piena di ristorantini tipici in cui poter assaporare

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dell’ottimo caciucco alla viareggina. Ci sono le due pinete, di levante e di ponente, che in estate sono molto frequentate da famiglie e bambini e che, oltre a ospitare diversi ristoranti, si caratterizza per la presenza del venditore di bomboloni caldi». Torna spesso a Viareggio? «Purtroppo vado solo in estate, a Pasqua e a Natale. Quando posso vado anche al corso mascherato, a vedere i carri con mio figlio, che nonostante sia ormai maggiorenne, continua a rimanere ammaliato dal nostro carnevale. Quest’anno non potrò parteciparvi per via della tournée teatrale. Porteremo in molti teatri d’Italia una commedia brillante di due attori francesi, dal titolo “Daddy blues, un padre per tutti” con Paola Quattrini e la regia di Vincenzo Salemme».

Sopra, uno dei viali di Viareggio che formano la cosiddetta passeggiata

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Dimore d’epoca

EMOZIONI FIORENTINE di MONICA IANNICELLI

Villa Antea

Alle porte del centro storico di Firenze, Villa Antea è una splendida dimora d’epoca dove la famiglia Lenzi ha ricreato con cura e dedizione la magia delle atmosfere ottocentesche. Un angolo di paradiso ricco di fascino e suggestioni senza tempo

i sono luoghi in cui tornare è come iniziare da capo un viaggio che pare sempre nuovo. Atmosfere capaci di regalare emozioni autentiche. Profumi, colori e suoni dal sapore antico che rapiscono chiunque riesca a goderne anche solo per un istante. Ritrovarsi a Firenze fa un po’ questo effetto. Bella come sempre, eppure sempre diversa. Una dama che si specchia nell’Arno e che da secoli incanta il mondo con la sua arte e la sua storia millenaria. Riscoprire il fascino della città ammirandola dalla giusta prospettiva è possibile a Villa Antea, un’elegante dimora ottocentesca immersa nel verde del suo grazioso cortile, a pochi passi dal centro storico della città. Non un semplice hotel, ma un piccolo angolo di paradiso da cui partire per conoscere la Firenze più autentica. «Villa Antea era la casa dei miei nonni paterni – racconta la proprietaria Diletta Lenzi - la casa in cui è cresciuto mio padre. Nel 2000 io e i miei fratelli

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Dimore d’epoca

abbiamo deciso di ricostruire il calore di quel tempo, riportando la villa alle sue antiche origini». Oggi Villa Antea è una casa accogliente dove ogni ospite può trascorrere un soggiorno romantico e rilassante.Villa Antea si trova, infatti, alle porte del centro storico del capoluogo toscano, in un tranquillo quartiere residenziale. Tutti, qui, hanno a cuore il benessere degli ospiti, ecco perché c’è sempre qualcuno di famiglia pronto a offrire informazioni sulla città, gli eventi in corso, la gastronomia, le mostre e le piccole curiosità sul territorio. «Ci piace l’idea di regalare ai nostri ospiti un po’ della Firenze che viviamo noi fiorentini – continua Diletta Lenzi - e crediamo fortemente nel valore dell’ospitalità. Il risultato a cui

ambiamo è far sì che le persone si sentano come a casa». Il relais è composto da cinque ampie e luminose camere e una suite, tutte elegantemente decorate e curate nei minimi dettagli. È sempre la Lenzi a spiegarci che «la ristrutturazione ha fatto riemergere le decorazioni originali di fine Ottocento. Per l’arredamento abbiamo scelto di riutilizzare i mobili di famiglia, riportandoli all’originale splendore dello stile impero, il tutto arricchito da preziosi tendaggi in seta». Il particolare che non mancherà di stupire il visitatore della villa è sicuramente la sala da bagno estremamente spaziosa: «A differenza degli altri ambienti qui abbiamo optato per uno stile più moderno: marmo e acciaio. Le docce sono incredibilmente ampie, con getti multipli. Il bagno della suite ha anche la vasca in stile inglese, un particolare che renderà ancora più rilassante il tempo da trascorrere nel relais». Villa Antea è, senza dubbio, il posto in cui l’antico e il moderno si sposano nella maniera più armoniosa e dove la magia di Firenze è più vivida che mai.

Villa Antea si trova alle porte del centro storico di Firenze

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www.villaantea.it

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QUEL PO’ DI RIO A CENTO

Carnevali d’Italia

di NIKE GIURLANI

Tra una pioggia di gadget e caramelle il carnevale di Cento si distingue anche quest’anno per la presenza dei colorati carri allegorici e per l’immancabile atmosfera brasiliana

arnevale di lunghissima tradizione, quello di Cento, del quale si ha notizia già nel Settecento. In un affresco datato 1615 del pittore centese Gian Francesco Barbieri, a tutti noto come “Il Guercino”, è rappresentato il Berlingaccio, una maschera locale, durante una festa nel palazzo comunale offerta al popolo nel giovedì grasso dal magistrato cittadino, con profusione di dolciumi e rinfreschi. Le immagini fotografiche risalgono invece all’Ottocento e da questo momento in poi prende il via la tradizione del carnevale di Cento che ne ha mantenuto i connotati tipicamente locali sino alla fine degli anni 80, finché non ne ha preso le redini Ivano Manservisi. Quest’ultimo, in pochi anni, è riuscito a trasformare la manifestazione da semplice festa popolare in un vero e proprio fenomeno di costume, catapultando il nome della cittadina centese oltre i confini nazionali in un contesto di euforia e spensieratezza «di cui c’è proprio bisogno per rompere con la monotonia quotidiana dei nostri giorni», racconta.

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Il “gettito” a ritmo di samba

Quali le caratteristiche di questo Carnevale? «Da ormai 19 anni quello di Cento è diventato uno dei più divertenti, spettacolari e trasgressivi

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La maschera centese “Tasi” Si tratta della maschera tipica di Cento. “Tasi” (nella foto) è un personaggio centese dell’800, che secondo la tradizione, era un amante del buon vino a tal punto che quando si trattò di scegliere tra la moglie ed un bicchiere di lambrusco, scelse la seconda alternativa e la compagnia della sua inseparabile volpe. La sfilata dei carri allegorici è aperta proprio da Tasi vestito in frac e con la sua fedelissima volpe stretta sul braccio. Nell’ultima giornata di carnevale si svolge il “rogo di Tasi”, il tradizionale rito propiziatorio in cui una maschera di cartapesta raffigurante Tasi viene bruciata, non prima però di aver recitato il suo velenoso ”testamento” dove mette ala berlina vizi e virtù di alcuni personaggi centesi.

carnevali d’Europa, trasformandosi in un evento di respiro nazionale e internazionale grazie al gemellaggio che è stato siglato nel 1993 con il famoso carnevale di Rio de Janeiro. Ogni anno, infatti, il carro vincitore sfila nella famosa “Notte dei campioni” al Sambodromo di Rio de Janeiro. Una delegazione, invece, partecipa alla nostra manifestazione regalando allegria e divertimento. I veri protagonisti sono poi i carri allegorici che vengono costruiti dalle associazioni carnevalesche i Ribelli, il Risveglio, i Ragazzi del Guercino, Mazalora, i Toponi e il Riscatto che durante l'inverno costruiscono dei “monumenti in cartapesta” che inneggiano all’allegria, alla satira e alla fantasia». Quali le novità per questa edizione? «Non mancheranno ospiti d’eccezione, amati dal pubblico di tutte le età e molti anche gli eventi che arricchiranno il nostro calendario. Fra questi, per esempio, per il terzo anno consecutivo riproponiamo l’evento “Sapori senza maschera” con la partnership di Cassa di Risparmio di

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Carnevali d’Italia

Il “gettito” a ritmo di samba

«L’aspetto peculiare e curioso è il “gettito” o lancio dai carri in parata sul pubblico, come da antica tradizione, di oggetti, gadget e vari dolciumi, molto ambiti da grandi e piccini» Cento, Camera di Commercio di Ferrara e Coop, dove interverranno i big del food italiano. Si tratta di una serie d’incontri didattici per gli studenti, forum e mostre tematiche dedicati al binomio cibo e salute con uno sguardo, in particolare per questa edizione, all’Unità d’Italia. Si terrà, inoltre, il primo “Open internazionale di scacchi di Cento Carnevale d’Europa – Memorial Viviana Manservisi” al quale parteciperanno i più importi campioni del mondo. Imperdibile sarà lo spettacolo pirotecnico che si svolge, come ogni anno, nel piazzale della Rocca di Cento. Grazie alla nostra

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manifestazione, finanziata privatamente, tutto il nostro territorio trae importanti benefici economici, visti i numerosi turisti che mediamente ci vengono a trovare». Che cosa contraddistingue il carnevale di Cento rispetto agli altri? «Prima di tutto qui si respirano le atmosfere del carnevale di Rio, ma l’aspetto peculiare e curioso è il “gettito” o lancio dai carri in parata sul pubblico, come da antica tradizione, di oggetti, gadget e vari dolciumi, molto ambiti da grandi e piccini, perchè il nostro motto è “nessuno torna a casa da Cento a mani vuote”».

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SFIDA ALL’ULTIMO CARRO di NIKE GIURLANI

Si sono aggiudicati la vittoria dell’edizione 2010 del carnevale di Cento, ma Giancarlo Dinelli, presidente dell’associazione carnevalesca Il Risveglio, vuole festeggiare il suo cinquantesimo carro con un nuovo primo premio

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Carnevali d’Italia

opo il trionfo dell’anno scorso con il carro “Anno Domini 2010, l’ultima crociata”, che ha visto protagonista il presidente Obama, esortato ad aiutare l’Europa a uscire dalla crisi, l’associazione carnevalesca il “Risveglio” è pronta a sfilare per le vie della città più agguerrita che mai. Un anno importante, infatti, il 2011 per l’associazione poiché il presidente Giancarlo Dinelli festeggerà il suo cinquantesimo carro. Un appuntamento che condividerà con tutti gli altri soci con i quali, negli anni, si è stretta una forte amicizia. «Siamo come una famiglia, certo molto, molto numerosa». Anche quest’anno l’attualità sarà il filo conduttore della manifestazione e il Risveglio, in particolare, affronterà il tema del ruolo delle banche nella quotidianità degli italiani. Come nasce un carro? Come si passa dall’idea alla realizzazione? «Ogni associazione lavora in maniera differente per quanto riguarda il nostro caso noi programmiamo anno per anno il progetto che intendiamo realizzare. Il carro di quest’anno prende in giro tutto quel mondo, in primis

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quello delle banche, che alimenta piccole e grandi speranze che poi, però, vengono puntualmente disattese perchè magari salta fuori un inghippo o un espediente che ribalta tutta la situazione. Ormai è quasi tutto pronto tanto che ci stiamo già occupando del prossimo progetto, quello per l’edizione del 2012. Per ora ci guardiamo intorno per vedere se possiamo già acquistare delle maschere che posso fare al caso nostro, ma il grosso del lavoro verrà realizzato all’interno dei nostri laboratori». Quale sarà il tema? «Sarà dedicato alla dea Medea è più in generale agli dei del mondo antico, con inevitabili parallelismi della vita politica italiana». Qual è il momento più importante della manifestazione? «Ogni giornata viene vissuta in un crescendo di emozioni. La prima domenica rappresenta più che altro una prova, per prendere confidenza con lo spazio e mettere appunto i movimenti del carro. Di solito si arriva all’esordio allo stremo delle forze perchè la settimana precedente si dorme pochissimo affinché sia tutto pronto. La terza è dedicata alle

I carri di Cento dall’idea alla festa

Giancarlo Dinelli, presidente dell’associazione “Il Risveglio”

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Carnevali d’Italia

I carri di Cento dall’idea alla festa

sorprese, mentre la quarta è l’ultima giornata nella quale la giuria può votare. Certamente la quinta è la più significativa perchè si svolge il passaggio d’onore e vengono assegnati i primi premi. Anche se abbiamo vinto l’anno scorso siamo convinti di avere le carte in regola per replicare perchè quest’anno abbiamo cercato di realizzare qualcosa di davvero speciale, in quanto per me rappresenta il 50esimo carro». Che cosa continua dopo tutti questi anni a emozionarla? «A differenze delle altre associazioni, che una volta finito il carnevale si perdono di vista, noi continuiamo a frequentarci per trascorrere il tempo insieme a prescindere dalla realizzazione del carro. Così con i giovani e i meno giovani ci ritroviamo con una certa assiduità come fossimo una grande famiglia e

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con molti di loro organizziamo anche le vacanze. Ovviamente optiamo per località nelle quali viene organizzato un carnevale nei dintorni». Che cosa rende il carnevale di Cento unico? «Avendo frequentato molti carnevali, anche come giurato, ritengo che la prerogativa del carnevale di Cento sia la “tigna”, una competitività sana che ci fa vivere intensamente lo scontro, cosa che altrove non ho trovato. Quando penso alla nostra gara mi viene in mente, per la passione con la quale viene vissuta, il palio di Siena». Quali associazioni temete di più per questa edizione? «Diciamo che negli ultimi anni la sfida si è giocata tutta tra noi, il Guercino e i Toponi».

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BERRETTI FRIGI La mugnaia, il generale, il magnifico podestà, gli ufficiali a cavallo e graziose vivandiere. Sono i personaggi storici che popolano lo storico carnevale di Ivrea, una festa che assume una valenza civica, di MICHELA rievocando l’affrancamento del popolo dalla tirannide EVANGELISTI

n evento unico, un sogno che riprende corpo ogni anno, portando nelle vie e nelle piazze di Ivrea non solo spettacolo ed emozioni ma anche storia e grandi ideali. Perché il tratto distintivo del carnevale eporediese è il suo carattere di festa civica, durante la quale la comunità celebra la propria capacità di autodeterminazione. L’aspetto più noto del carnevale di Ivrea è la colorata battaglia delle arance, ma il cuore della spettacolare festa batte nella rievocazione di un episodio di affrancamento dalla tirannide, che si fa risalire al medioevo: un barone che affamava la città venne scacciato grazie alla ribellione della figlia di un mugnaio, che non volle sottostare allo jus primae noctis. Salita al castello la sera delle nozze, questa giovane giurò al marito Toniotto che non avrebbe accettato un simile ricatto. Estratto improvvisamente un pugnale dalle vesti, mozzò la testa del tiranno e la mostrò al popolo intero dagli spalti del castello. Fu il segno della rivolta. Il maniero fu subito preso e incendiato e il popolo giurò che in quel luogo non si sarebbe mai più costruito nulla. Questa leggenda, come tutte, ha un fondo di storia: a quell’epoca, infatti,

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la Dora Baltea era costellata di numerosi mulini natanti. Forse la rivolta eporediese fu causata dall’ennesima tassa sul macinato, ma il suo ricordo si è tramandato nel tempo attraverso l’immagine della vezzosa Violetta che liberò l’intera città. La mugnaia è quindi il personaggio clou del carnevale, l’eroina che è stata elevata a simbolo della libertà conquistata dal popolo, omaggiata ed applaudita in tutta la città mentre transita sul suo carro dorato inghirlandato, dispensando fiori, caramelle e soprattutto sorrisi. Al suo fianco la figura del generale, che fin dai primi anni dell’Ottocento ha il compito di garantire un corretto svolgimento della manifestazione, insieme al suo stato maggiore napoleonico, composto da valenti ufficiali a cavallo e graziose vivandiere. Il generale entra in carica il 6 gennaio di ogni anno quando riceve, dall’interprete dell’edizione precedente, la feluca e la sciabola. Il giovedì grasso poi otterrà dal sindaco, nella cerimonia del passaggio dei poteri, la fascia di primo cittadino insieme agli oneri, ovviamente simbolici, del controllo dell’ordine pubblico. Completano la galleria dei personaggi storici il sostituto gran cancelliere, il magnifico podestà garante della libertà cittadina, il

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Foto: M. Gjivovich


Carnevali d’Italia

Foto: M. Gjivovich

La storia passa da Ivrea

«La mugnaia è il personaggio clou del carnevale, simbolo della libertà conquistata dal popolo» corteo con le bandiere dei rioni rappresentati dagli abbà e i pifferi e tamburi. In segno di partecipazione alla festa tutti i cittadini e i visitatori, a partire dal giovedì grasso, scendono in strada indossando il berretto frigio, un cappello rosso a forma di calza che rappresenta l’adesione ideale alla rivolta e quindi l’aspirazione alla libertà, come fu per i protagonisti della rivoluzione francese. «Il carnevale vive sull’alternanza delle sue due “anime”, quella storica-aulica, improntata sulle manifestazioni storico rievocative, e quella moderna, popolare e spettacolare, affidata alla battaglia delle arance – spiega Marco Candellieri, vicepresidente della Fondazione dello storico carnevale di Ivrea –. La

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parte storica a sua volta riassume gesti e figure molto antiche, risalenti ai carnevali “rionali” del Seicento e Settecento, che convivono con gli elementi più recenti, chiaramente riferibili all’età napoleonica, introdotti e codificati all’inizio dell’Ottocento, quando Ivrea era “occupata” dai francesi, tutti rappresentati nel corteo storico, detto anche “marcia”, in riferimento alla sua configurazione “militaresca”. La battaglia si svolge nelle piazze del centro storico della città, che sono anche interessate dal passaggio del corteo composto dai personaggi storici, che impersonano i ruoli chiave dal punto di vista rievocativo, e dal loro seguito». A quanto pare il carnevale suscita negli abitanti

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Carnevali d’Italia

Foto: M. Gjivovich

La storia passa da Ivrea

«La battaglia si svolge nelle piazze del centro storico, che sono anche interessate dal passaggio del corteo composto dai personaggi storici»

di Ivrea sentimenti contrastanti. «C’è chi lo ama spassionatamente e non può perderne nemmeno un attimo e chi lo detesta a causa della sua “invadenza” – spiega Candellieri –. Di fatto la città si ferma in tutte le sue funzioni per tre giorni, senza contare che chi vive nei luoghi della battaglia è costretto ad allestire le opportune protezioni a difesa di vetrine, insegne, finestre e facciate, bersagliate dai “proiettili vaganti”». Nonostante tutto il carnevale si svolge regolarmente da secoli e la

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battaglia ha luogo quasi ininterrottamente in forma organizzata dai primi anni Quaranta, a testimonianza del fatto che alla fine conta di più l’opinione di chi lo ama, e si può dire senza timore di essere smentiti che in ogni famiglia di Ivrea c’è almeno un tiratore. Il carnevale di Ivrea del 2011 vivrà le sue giornate più importanti durante il primo week end di marzo. La battaglia avrà in particolare luogo nelle giornate di domenica 6, lunedì 7 e martedì 8 marzo.

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LA BATTAGLIA DELLE ARANCE

di MICHELA EVANGELISTI

La battaglia delle arance, cuore del carnevale di Ivrea, costituisce un incredibile patrimonio culturale e goliardico. A svelarne origini, regole e retroscena è Paolo Gedda, arancere in prima linea da più di vent’anni

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n momento di divertimento e di partecipazione, un modo per dimostrare a se stessi il proprio coraggio, la commemorazione dell’antica lotta del popolo per la libertà. Sono tanti i significati racchiusi nella battaglia delle arance, la tradizione che annaffia e colora lo storico carnevale di Ivrea e che affonda le sue radici intorno alla metà dell’Ottocento. «Ogni anno viene scelta all’interno della città una mugnaia, che è il personaggio clou del carnevale. Questa signora vestita di bianco, che ha dato il via alla liberazione della città dalla tirannia del signorotto locale, lanciava in modo gioviale dei frutti, per augurare benessere alla cittadinanza, in modo particolare arance, che sono il frutto di stagione. A un certo punto la gente affacciata ai balconi del centro storico ha iniziato a tirare frutti imitando il gesto della mugnaia, finché dalle carrozze si iniziò a rispondere scherzosamente a tono e, poco a poco, il gesto di omaggio si trasformò prima in duello, quindi in un vero e proprio testa a testa tra lanciatori dai balconi e lanciatori di strada». A ricordare le origini di questa spettacolare tradizione è Paolo Gedda, segretario degli Aranceri degli Scacchi, che preferisce però definirsi semplicemente un arancere «perché la festa è di tutti, al di là del

Ivrea, la battaglia delle arance

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tempo che ciascuno riesce a dedicarle». Quali connotati ha assunto nel tempo la battaglia delle arance? «Progressivamente i caotici scontri iniziali si sono trasformati in un rituale più organizzato. Ancora oggi lo scontro si svolge nelle principali piazze della città e vede impegnati equipaggi su carri trainati da pariglie o quadriglie, simboleggianti le guardie del tiranno, contro le squadre degli aranceri a piedi, che rappresentano i popolani ribelli.Voglio ricordare a questo proposito la fortissima vocazione di Ivrea per i cavalli, soprattutto d’attacco. La città un tempo si chiamava Eporedia ed era un punto di sosta

Paolo Gedda, segretario della squadra degli Aranceri degli Scacchi

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«Ancora oggi lo scontro vede impegnati equipaggi su carri contro le squadre degli aranceri a piedi, che rappresentano i popolani ribelli»

importante dove le carrozze si fermavano a cambiare i cavalli da attacco prima di procedere verso la Val d’Aosta e la Savoia». Quali sono i numeri di questa tradizione? «Oggi si contano circa 40 carri trainati da cavalli, ciascuno dei quali carica dalle 10 alle 12 persone al massimo che interpretano il ruolo dei cattivi, protette da mascheroni. Il popolo nel tempo si è organizzato in 9 squadre a piedi, con circa 500800 tiratori ciascuna, ognuna schierata nella sua piazza di tiro. I partecipanti alla battaglia sono in totale circa 8.000, anche perchè in quel momento i turisti si fanno prendere dalla foga e chiedono di unirsi agli scontri». La battaglia è quindi un’usanza che non dà segni di cedimento. «La gente, e in particolare i giovani, dimostrano un attaccamento incredibile a questa tradizione: nonostante in generale l’evoluzione incalzi e la crisi renda faticosa ogni spesa, il carnevale di Ivrea aumenta continuamente i propri numeri.

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Alla base della festa ci sono gruppi di persone che per tutto l’anno si ritrovano con la scusa del carnevale. A tenerla viva è insomma una spinta fortissima all’aggregazione, anche perchè il carnevale non è solo la battaglia ma un’intera settimana, da giovedì grasso a mercoledì delle ceneri, di feste, di incontri, di occasioni di divertimento».

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Carnevali d’Italia

Ivrea, la battaglia delle arance

Quando è nata la squadra degli Scacchi? «Nasciamo nel 1964 dopo le squadre Picche, Morte e Tuchini, dalla volontà di una ventina di ragazzini di 14 anni che volevano ricoprire una delle più belle piazze di Ivrea, piazza Ottinetti. È una delle squadre che attira più i giovani, un po’ per i colori della divisa, che sono molto accattivanti, un po’ perché puntiamo non solo sulla battaglia ma anche sull’immagine della squadra, sulle feste, sull’allegria». Siete i campioni uscenti. «Sì, e il trionfo dell’anno scorso è stato davvero inaspettato. Comunque, al di là delle vittorie, la tradizione viene portata avanti nello spirito del divertimento, del rispetto e dell’amicizia; non a

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caso tutte le squadre sono raggruppate in un’unica associazione animata da profonda unità di intenti, allo scopo di proteggere e tramandare la festa». Spesso il fatto che la battaglia lasci sul campo qualche ferito ha suscitato polemiche. «Inevitabilmente i giornali sottolineano sempre le brutte notizie! Soprattutto quando si è giovani e si ha poca esperienza può capitare che un’arancia ti colpisca l’occhio e che cada la retina. Comunque non ci sono mai stati feriti gravi, e mi concedo di dire che a Ivrea portare qualche segno sul viso nelle prime settimane dopo il carnevale è quasi un vanto: significa che ti sei battuto con onore».

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IL CARNEVALE PIÙ LUNGO di PAOLA MARUZZI

Quando sembra spegnersi, celebrando i funerali, eccolo riprendere vita. A Putignano la febbre dello scherno dura tutto l’anno. E contagia persino la tedesca Goch, con la quale è in corso un gemellaggio. Tra antiche ritualità e forme di co-marketing, la parola a Giuseppe Genco

ei pazzi, grasso, dei cornuti, all’incontrario, dei preti e delle donne. E ancora, per i giovanissimi, per gli spettatori “vecchio stampo”, per i creativi della cartapesta, per chi ascolta l’indie rock, per i turisti internazionali e low cost. A Putignano ogni appuntamento declina un particolare aspetto carnevalesco, mettendo insieme ritualità remote e iniziative nuove di zecca. Accade dal 26 dicembre fino alla sua chiusura. O meglio, per dirla secondo l’uso autoctono, dalle Propaggini al Funerale. Ma, specie se l’origine è antichissima, il clima festaiolo è tellurico: si propaga a onda d’urto e smuove tutta la comunità. Si dice, infatti, che in questa cittadina dell’entroterra barese il tempo sia scandito dalle attese e dalle rispettive fasi preparatorie: dei carri allegorici, delle maschere per la sfilata, dei versi in rima e dialettali, dei dolci tipici. Questo è, infatti, il carnevale italiano dal decorso più lungo. Una “febbre”collettiva in cerca di molteplici sfoghi. Ne parla Giuseppe Genco, presidente della Fondazione del carnevale

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di Putignano, la massima rappresentanza della manifestazione e, proprio per questo, pronto a essere messo alla berlina. L’Italia pullula di carnevali più o meno noti, ognuno con il suo particolare primato. Quali sono le peculiarità di Putignano, oltre al fatto di essere tra i più antichi? «La capacità di aver riproposto, attualizzandole nel rispetto della tradizione, le manifestazioni di accompagnamento al lungo percorso del nostro carnevale, che inizia il 26 dicembre con le Propaggini per terminare martedì grasso.Tra gli appuntamenti, ricordiamo il 17 gennaio Sant’Antun, ball i sun, che coincide con la presentazione del programma dell’evento e dei bozzetti dei carri in concorso. E ancora, la festa dell’Orso, i vari giovedì e in particolare quello Grasso, o dei Cornuti». Ritualità che si perdono nella notte dei tempi, come le Propaggini e la festa dell’Orso, diventano pretesto per fare marketing territoriale. Ma da cosa si capisce che il carnevale di Putignano non

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Foto Nicola Genco

è solo un rito commerciale? «Dalla voglia che ha la gente di partecipare e non di assistere, dal fatto che è una festa e non un evento. Così il carnevale diventa pretesto per riscoprire anche il centro storico e la nostra cucina, povera ma ricca di prodotti eccellenti. In testa vini e formaggi favolosi». Interessante è l’iniziativa in collaborazione con Ryanair per incentivare pacchetti turistici ad hoc. In qualche modo state cercando di sdoganare il carnevale di Putignano fuori dai confini nazionali? «Il grande numero di collegamenti internazionali attivati dal sistema aeroportuale pugliese, in

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modo particolare a Bari e a Brindisi, e da compagnie low cost come Ryanair, ci mette nelle condizioni di investire sulla promozione nazionale e internazionale. Già lo scorso anno abbiamo ospitato diversi visitatori provenienti dal Nord Italia, dalla Germania e dall’Austria. In questo contesto si colloca il gemellaggio con Goch. Una città, a pochi chilometri da Dusseldorf, con una grande tradizione del carnevale, che ci ospiterà nei prossimi giorni. A nostra volta accoglieremo una loro rappresentanza in occasione delle manifestazioni del carnevale estivo. L’intento è quello di divenire una potenziale meta turistica invernale ed

In apertura, Giuseppe Genco, presidente della Fondazione Carnevale di Putignano. Sopra, il carro vincitore dell’edizione 2010, “20.000 beghe sotto i mari” di Deni Bianco

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Carnevali d’Italia

Da Santo Stefano a martedì grasso

«Putignano cambia volto. Ogni anno accorrono oltre 250mila visitatori per assistere alla sfilata dei giganteschi carri allegorici in cartapesta» estiva per gli abitanti di una delle aree più ricche della Germania». A guardare cosa succede nelle altre città, sembra che il carnevale debba fare audience. Cosa ne pensa? «Se bene organizzato, il carnevale non ha bisogno di madrine o testimonial di sorta. Un programma interessante e ricco a supporto delle sfilate è sufficiente, insieme a una puntuale promozione, ad attrarre in numero sempre maggiore visitatori e soprattutto ospiti desiderosi di partecipare e divertirsi insieme ai putignanesi, che tra l’altro

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partecipano ai “laboratori di cartapesta” tenuti dai nostri maestri cartapestai all’interno degli stessi hangar in cui vedono la luce i mastodontici carri». La Fondazione Carnevale nasce per promuovere e aggiornare l’evento ma anche per tutelarne la memoria storica. Cosa state facendo per recuperare le tracce degli anni passati? «L’assessorato alla Cultura di Putignano e la Fondazione Carnevale, già da diversi anni promuovono forme di studio e approfondimento

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Carnevali d’Italia

«Il carnevale del domani deve ancora di più vivere in rete e sviluppare il senso profondo della festa. Con la gente come protagonista»

Da Santo Stefano a martedì grasso

Il carro di Vito Mastrangelo, “Il paese del buon Gesù”, secondo classificato nella scorsa edizione

sulle tradizioni, la memoria, la salvaguardia e l’evoluzione delle ritualità legate al carnevale.Tra le iniziative di rilievo, nei giorni 3,4 e 5 marzo di quest’anno si terrà il secondo convegno internazionale “Il carnevale e il Mediterraneo”. È un appuntamento biennale, che vede la partecipazione dei maggiori studiosi di tradizioni popolari dei paesi affacciati sul bacino mediterraneo. Un momento per fare il punto sullo stato dell’arte e porre le basi di un’evoluzione coerente e significativa». E il carnevale del domani? «Deve ancora di più vivere in rete e sviluppare il senso profondo della festa. Con la gente protagonista». Carnevale è soprattutto corporalità. Dolci tipici?

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«Le celebri “chiacchiere”, pasta dolce fritta con una spolverata di zucchero e decorata con bottoncini di zucchero di diversi colori». Carnevale è anche sfogo dialettale.Versi in rima, magari indirizzati al potente di turno, che ricorda con particolare piacere? «L’inizio del carnevale è segnato dalle Propaggini. Ci sono gruppi che si sfidano prendendo in giro le autorità o i più in vista del paese con versi in vernacolo e con l’accompagnamento musicale.Vagano per tutto il centro storico. È una satira pungente, condita da composizioni musicali allegre e ballabili. Impossibile riportare i memorabili versi con i quali mi hanno messo alla berlina per il ruolo di presidente della Fondazione. Un’esperienza da vivere».

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MASCHERA IN CERCA D’AUTORE Farinella è l’emblema del carnevale di Putignano. Popolare come la sfarinata di ceci e orzo da cui prende il nome. Anarchico come il suo primissimo interprete. Molteplice come le versioni iconografiche che si susseguono. Domenico Castellano racconta il “suo” personaggio

ispetto alle maschere tradizionali, Farinella ha una genesi tutta sua. Perché è sorprendentemente giovane e perché ha qualcosa del moderno testimonial. Se nell’immaginario popolare esisteva da tempo, la sua riproposizione (o creazione ex novo secondo alcuni) nasce negli anni Cinquanta per dare credibilità e risalto al carnevale di Putignano, evento che si apprestava a diventare di rilievo nazionale. È necessario, quindi, un ritocco iconografico. L’aspirazione conduce a Domenico Castellano, che ne dà la prima versione ufficiale: un manifesto 100x140, una vera impresa se si considera che si stampava in litografica. L’originale manifesto va perduto. Ma il personaggio, con il suo carattere beffardo e benevolo, sopravvive e continua a essere un simbolo autentico e onnipresente, il marchio riconoscibile dell’evento putignanese. A lui è infatti affidato il compito di annunciare l’evento. Del Farinella firmato da Castellano rimane il

R Nella pagina a fianco, il giovane Domenico Castellano a lavoro, con alle spalle il manifesto del carnevale disegnato nel 1953

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di PAOLA MARUZZI

ricordo, anche se a distanza di anni le interpretazioni della maschera continuano a evolversi. E, perché no, a destare anche qualche piccola polemica. Chi è, quindi, il vero Farinella? Esiste una figura legittima in un ambito di per sé disorganico come il carnevale? A tal proposito Dino Parrotta, l’attore che quest’anno ne “veste” i panni, parla di una sorta di giallo, di una storia che andrebbe ricucita e su cui lui stesso sta lavorando con precisione filologica. Intanto, un po’ come un personaggio pirandelliano, l’arlecchino putignanese continua a rifiutare l’identità univoca. Lei non è originario di Putignano. Come le è capitato di incontrare Farinella? «Lavoravo presso la più grande tipografia di Bari, la ditta Favia, specializzata in santini e calendari religiosi. Una volta mi toccò fare, tra l’altro, un calendario che illustrava i tredici miracoli di Sant’Antonio. La figura del grafico non esisteva e il riferimento per il committente era la

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Farinella, l’emblema di Putignano


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tipografia. Allora non esisteva nemmeno la parola “grafico”, almeno al Sud. Eravamo agli inizi degli anni Cinquanta. Un giorno si presentò da Favia il commendator Elefante, presidente del carnevale di Putignano. L’evento era abbinato persino alla lotteria di Capodanno, da poco lanciata dalla novella Rai, che era in effetti il centro propulsore della cultura nel paese.Voleva un manifesto a colori, grande e prestigioso per la manifestazione. Ci sedemmo intorno a un tavolo e cominciammo un briefing, come si dice ora, ma non lo sapevamo». Su quali basi ha impostato la rappresentazione? «Esisteva una maschera tipica del carnevale, Farinella appunto, ma dalla descrizione del commendatore risultava una specie di ubriacone sbrindellato senza caratteristiche particolari, se non la miseria. Mi immaginai, invece, un giullare variopinto, una fusione tra la maschera di arlecchino e un jolly, con il suo cappello a tre punte e i campanelli, che simboleggiavano i colli

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su cui si erge Putignano. Rispetto alla versione originale, rimangono solo il volto rubizzo e il naso rosso». Ha quindi ribaltato le carte in tavola? «Esatto. La mia idea piacque nonostante lo stravolgimento etnico e antropologico praticato. Diciamo pure che si è trattato di una vera violenza all’assunto originale. Ma tant’è che era impossibile coniugare la miseria, il degrado e gli abiti sbrindellati con l’idea di allegria del semel in anno licet insanire,cioè una volta all’anno è lecito impazzire». Sembra che attorno all’interpretazione di Farinella ci sia molto fervore, sintomo che l’identità del personaggio è ancora in evoluzione. Cosa ne pensa? «Dal mio punto di vista, purtroppo c’è sempre stata un’approssimazione nella proposizione dell’immagine, tant’è che non si è riusciti a recuperare nemmeno una copia del manifesto originale. Io stesso non ne ho. Nonostante siano passati più di cinquant’anni trovo ci sia ancora confusione sulla sua vera identità». E della sua versione, cosa rimane? «Dopo un tempo pressoché enorme, quasi mezzo secolo, in uno dei miei ritorni periodici al Sud ebbi la sorpresa di vedere il manifesto del carnevale nella sua evoluzione attraverso il tempo. Aveva cambiato paternità». Se dovesse far parlare il “suo” Farinella cosa gli farebbe dire? «Essendo un verace popolano sincero nonché anarchico penso che, visti i tempi, sarebbe meglio farlo star zitto».

Farinella, l’emblema di Putignano

In alto, Farinella, interpretato da Dino Parrotta, dà l’annuncio del carnevale

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GLI ULTIMI RITOCCHI

di PAOLA MARUZZI

Scenografici e sorprendenti, i carri sono creature magnetiche. A Putignano si ripete la magia dei cartapestai che tengono “incollata” un’intera comunità. E mentre l’Italia si prepara a festeggiare i suoi 150 anni, Deni Bianco risponde canzonando il federalismo

a bambino giocava ai capannoni. Ne scrutava di nascosto l’attività, finché qualcuno non lo prese a bottega. L’avventura artistica di Deni Bianco, il più giovane maestro cartapestaio di Putignano, prende forma di soppiatto, quando il consueto sipario del carnevale non è ancora alzato. La sfilata dei giganteschi carri allegorici lungo corso Umberto I è solo il prodotto, il debutto festoso dell’intera comunità. Ma dietro le quinte c’è un mondo preliminare che va raccontato. Ci sono i gruppi, sette in totale, che fanno a gara. Ci sono i campanilismi e le ore piccole passate a colorare i pupi. Le attese, la frenesia, la fatica di squadra e le pause passate a ricordare. Nelle officine dei carri, gomito a gomito grandi e piccoli si ripartiscono i compiti. A muovere le fila, c’è il “regista”. Intanto quello che era il bozzetto prende corpo per vivere di vita propria. Almeno fino al prossimo settembre. Un’escursione virtuale all’interno del

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I maestri cartapestai della Puglia

vostro capannone. Che aria si respira in questi giorni? «Frenesia. C’è gente di ogni età occupata nei più disparati compiti. Sembra un formicaio. I pupi di carta, terminati e messi da parte, vengono pian piano ripresi e colorati. Quella che era solo un’idea comincia a prendere vita. Si lavora alacremente. E intanto arrivano le notizie su come stanno procedendo gli altri gruppi. Si alimenta così un toto-vittoria che non ha nessun senso, ma che sostiene lo spirito di squadra, fatto di questo e altre piccole cose. A tarda sera ci si ferma per cenare: una sosta meritata e un’opportunità per raccontare ai più piccoli le trascorse edizioni del carnevale». Lei è il più giovane dei maestri cartapestai di Putignano. Da chi ha imparato quest’arte? «Ho cominciato a dodici anni, adesso ne ho trentacinque. Da cinque anni ho un mio gruppo detentore di quattro vittorie consecutive. La cartapesta è un’arte che si

In alto a sinistra, Deni Bianco; a seguire, fasi di realizzazione dei carri carnevaleschi

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Carnevali d’Italia

I maestri cartapestai della Puglia

apprende lentamente. Ho imparato a bottega, ma molto anche da autodidatta. Quello che era il mio maestro, Achille Polignano, ora è un mio collaboratore». Domanda scontata, ma inevitabile: crede che la lenta e laboriosa costruzione dei carri faccia presa sui giovani? «Effettivamente si tratta di un impegno faticoso, che per le esigue risorse a disposizione non può essere retribuito come dovrebbe. È richiesta una presenza costante, mentre magari gli amici sono a divertirsi. A ogni modo in tutti in tutti i gruppi costruttori si trovano giovani collaboratori. Certo, sono meno rispetto al passato». Putignano è una piccola cittadina. È normale, quindi, che si venga a creare una

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forte rivalità tra i diversi gruppi in gara. Come si garantisce l’imparzialità della giuria? «In effetti nell’aria c’è una sano spirito di competizione, anche se i rapporti tra cartapestai sono buoni. Comunque la “popolarità” di un data squadra non incide sul verdetto finale. Ci sono due giurie, una popolare, costituita dai turisti, l’altra tecnica, nominata da commissari di giuria, riconosciuti arbitri da tutti i concorrenti». Ci sono delle forme se non proprio di censura, ma di controllo sui bozzetti in gara? «No, ogni cartapestaio può affrontare liberamente qualsiasi tema. La Fondazione del Carnevale emana un bando di concorso, al

In alto artigiani alle prese con un particolare del carro

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Carnevali d’Italia

«Il gruppo si fida del maestro e attende trepidante il bozzetto»

I maestri cartapestai della Puglia

In alto, i collaboratori di Deni Bianco

quale si partecipa presentando un bozzetto e una relazione tecnica. Solo i migliori vengono ammessi al concorso. Non è mai capitato che qualcuno sia stato escluso per motivi di censura o che gli sia stato chiesto di modificare il bozzetto». Per questa edizione presentate “Fratelli d’Italia??”. In occasione dei 150 anni dell’Unità, rispondete ironizzando sul federalismo. Qual è, quindi, la vostra allegoria? «Sullo sfondo di uno scenario medievale, si assiste alla lotta tra polentoni e terroni. Entrambi cercano di conquistare il castello dove è arroccata monna Italia. I primi, aiutati da un gigantesco “federal-drago”, vorrebbero farla a fettine, mentre i secondi vorrebbero continuare a godere delle sue grazie». Come andrà a finire? «La risposta è rigorosamente in rime: Speriam che nasca tosto, mi sia qui consentito, colui che l’un e l’altro, ricondurrà nel nido, che se così facciam, costì non v’è Nazione, s’ ancor, al dì presente, facciamo distinzione».

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Il carro non deve solo sbalordire il pubblico con gli effetti scenici, ma anche saper raccontare l’attualità. Dall’idea alla pratica, cosa cambia? «Ho l’abitudine di prospettare l’idea a pochi amici fidati. Dopo comincio a stendere i primi disegni. Il gruppo non prende parte a questa fase. Si fida del maestro e attende trepidante il bozzetto Focalizzato il leitmotiv, si avanzano proposte innovative: un movimento curioso, una nuova impostazione scenica. Si affrontano così gli aspetti tecnici: scenografia, colori, coreografie». Che fine fanno i carri dopo il carnevale? «Restano integri fino a settembre, sia per essere ammirati dai turisti che vengono in visita ai capannoni, che per sfilare nuovamente a luglio. Poi vengono smontati per far posto alla nuova opera. La loro mole ne impedisce la conservazione. Presso la biblioteca comunale esiste una piccola mostra del Carnevale, che contiene una raccolta di documenti cartacei e le miniature in cartapesta dei carri vincitori degli ultimi concorsi».

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“NON APRITE QUELLA PORTA di ADRIANA ZUCCARO

È il titolo del carro allegorico realizzato dal cantiere Coco per il Carnevale di Acireale, con spettacolari fusioni di luci, colori e maschere. Il maestro carrista Giovanni Coco racconta alcuni dettagli delle gigantografie meccanizzate in simbiotici movimenti con musiche e luci al 1975 non si è mai fermato. E di vittorie ne ha accumulate parecchie: 17 al Carnevale di Acireale, una partecipazione al Carnevale ambrosiano, una al concorso internazionale di Saint Martin nei Caraibi e, nel 2005 e 2006, il gemellaggio con Viareggio. Il cantiere Coco, fucina dei più grandi maestri carristi siciliani, rappresenta la tradizione radicata nella famiglia e nella città, artefici di «fusioni di luci, colori e maschere accolte ad hoc nella cornice barocca del centro storico di Acireale». Giovanni Coco svela i segreti del mestiere di carrista, capace di trasformare la festa in una sfilata di vere e proprie opere d’arte. Come ha inizio la realizzazione di un carro? «La cosa più importante nella realizzazione è sempre l’idea, il mezzo di comunicazione d’eccellenza fra artisti e il pubblico. Il soggetto viene determinato da straordinari eventi storici, politici o di costume che hanno caratterizzato l’anno. Per questo Carnevale, il nostro carro raffigura infatti,

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Giovanni Coco a lavoro sulla maschera di Totò; in apertura, il carro realizzato dal cantiere Coco per l’edizione 2010 del carnevale di Acireale

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Foto Roberta Pavone


Carnevali d’Italia

Il cantiere Coco di Acireale

«La spettacolarità dei carri dipende anche dalla capacità dei carristi di computerizzare i movimenti»

La maschera di Bruno Vespa fa parte del nuovo carro allegorico “Non aprite quella porta” del cantiere Coco. A fianco, la maschera di Totò

un’interpretazione satirica della baraonda in cui verte la politica nazionale». Quali personaggi formano il nuovo carro del cantiere Coco? «Il carro ha come titolo “Non aprite quella porta” e racconta “l’inferno” dentro cui si muove l’attuale governo. Mentre Dante scrive la Divina Commedia per Berlusconi, la maschera del presidente vestito da pompiere – per proteggere i propri uomini dalle fiamme – è messa a friggere in padella. In un cambio scena appare il tempio della trasmissione “Porta a Porta” e la maschera gigante di Bruno Vespa, caricaturizzata nel consueto gesto delle mani del conduttore. Il carro vuole quindi evidenziare il potere dei media a braccetto con la politica e ironicamente, asserire quanto sia meglio non

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aprire mai quella porta». Cosa distingue il carnevale di Acireale dagli altri? «Rappresentiamo l’unico carnevale in Italia a essere meccanizzato al 99 per cento. L’avvento della tecnologia ci ha portato a realizzare dei carri straordinari che riescono a cambiare volto e immagine ogni qualvolta si voglia perché i vari personaggi sono celati da altri personaggi che si alternano nel carro stesso. La spettacolarità dei carri dipende quindi anche dalla capacità di computerizzare i movimenti, legarli tra loro e farli entrare in simbiosi con la colonna sonora scelta. Studiamo ogni tipo di movimento luminoso e forme sceniche che facciano la differenza. Per questo e altro ancora il nostro Carnevale si distingue dagli altri».

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REGIONE CHE VAI DOLCE CHE TROVI di NIKE GIURLANI

Tra maschere, coriandoli e stelle filanti non possono mancare anche i dolci tipici di Carnevale. Il pasticcere Carlo Pozza ci svela i segreti di queste leccornie Italia è il paese dalle innumerevoli tradizioni culinarie. E il carnevale non fa eccezione: chiacchiere, gale o gali, cenci, cioffe, cróstoli, fiocchetti, galàni, intrigoni, rosoni o sfrappole, sfrappe, sprelle, gròstoi o grostoli, nomi diversi per indicare lo stesso tipo di dolce, caratterizzato da una sottile striscia croccante, cosparsa di zucchero a velo, realizzata solitamente con un impasto di farina, zucchero e uova. La tradizione di questi dolci, conosciuti dai più con il nome di frappe, probabilmente risale a quella delle frictilia, i dolci fritti nel grasso che nell’antica Roma venivano preparati proprio durante il

L’

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periodo del carnevale. «Pur cambiano il nome o la forma, il più delle volte, però, l’impasto rimane lo stesso», racconta Carlo Pozza, uno dei membri fondatori dell’Accademia dei maestri pasticceri italiani. Quali sono le caratteristiche dei dolci di carnevale? «Sono dolci che provengono dalla tradizione rurale, preparati prevalentemente in casa, utilizzando semplici ingredienti derivati dalla cucina povera. Una volta realizzato l’impasto questo può essere tirato in maniera molto sottile o lasciato in una forma più grossolana cosicché al momento della frittura si gonfia e, invece di presentarsi come un foglio sottile croccante, si presenta come una pallina friabile. A seconda

Tradizioni gastronomiche

Un dolce carnevale

Carlo Pozza, membro fondatore dell’Accademia dei maestri pasticceri italiani; in apertura, le tipiche fritole veneziane

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delle zone, si può anche utilizzare la farina di mais o il semolino o un impasto lievitato come nel caso della fritola veneziana. Questi dolci possono poi essere arricchiti con frutta secca come uvetta e pinoli o riempiti con le creme. Una volta realizzato l’impasto questo viene fritto, oggi nell’olio di arachidi o di semi, ma un tempo nello strutto, un grasso nobile molto diffuso perché veniva ottenuto dallo scarto della lavorazione del maiale». Qual è il segreto per ottenere una buona frittura? «L’olio deve essere cambiato spesso affinché non superi il punto di fumo, il momento in cui l’olio inizia a bruciare e ad avere una resa minore, divenendo anche pericoloso per la salute». Tra i vari tipi di frappe quelle più

Tradizioni gastronomiche

Un dolce carnevale

I dolci della tradizione La Pasticceria Campana è stata aperta nel 1995 nel cuore del paese da due giovani ragazzi, Gabriele Campana ed Elena Nizzolo, entrambi provenienti dal settore pasticceria e decisi a mettersi in proprio: Gabriele alla guida del laboratorio di produzione ed Elena alla direzione del punto vendita. Oggi la Pasticceria Campana offre servizi di gelateria, caffetteria e pasticceria, seguendo sempre come obiettivo l’alta qualità dei prodotti. È specializzata in pasticceria fresca e soprattutto nella pasta lievitata da ricorrenza, come panettoni, veneziane e colombe, realizzati con la lavorazione artigianale di lievito naturale, burro, uova, senza semi lavorati aggiunti. La Pasticceria Campana è a disposizione per servizio completo in occasione di cerimonie, coffee break, rinfreschi.

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PASTICCERIA CAMPANA Via Varese, 26 - Garbagnate Milanese (MI) Tel. 02 99.58.528 campanapast@libero.it

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conosciute sono le fritole veneziane. Che cosa caratterizza questo dolce? «L’impasto si caratterizza per l’uso del lievito di birra e, inoltre, viene rimpastato e fatto lievitare per ben tre volte. Il sapore finale è arricchito dalla presenza dell’uvetta e dei pinoli ed è caratterizzato da una forma abbastanza grande, circa un mezzo pugno della mano. Nella zona del vicentino vengono preparate le frittole alla maresina, si tratta di un’erba amara tipica di queste vallate, che conferisce all’impasto un gusto gradevole e può essere preparata sia dolce che salata». Se ci si sposta al sud, i dolci di carnevale hanno altre tradizioni, forme diverse e qualche ingrediente nuovo.

Tradizioni gastronomiche

Un dolce carnevale

La buona cucina, in un ambiente rustico Il ristorante deve il suo nome a una vecchia osteria che già nell’800 funzionava come stazione di posta con alloggi per i viandanti. Ha mantenuto le caratteristiche della vecchia locanda con travi a vista, volte, caminetti. È gestito, da tre generazioni, dalla famiglia Bianchi che porta avanti l’arte della buona cucina con grande dedizione, unendo con sapiente armonia “piatti di una volta” e modernità. Il locale ha diverse salette, dagli 8 ai 30 posti, che si prestano a cene romantiche, di lavoro e tra amici, avvolte da un’atmosfera piacevole e calda. Nella stagione estiva, un’ampia veranda accoglie gli ospiti all’ombra di un grande pergolato.

RISTORANTE ANTICO ALBERGO Via Dante, 18 - Pioltello (MI) Tel. 02 92.66.157 - Fax 02 92.16.11.61 info@anticoalbergo.it www.anticoalbergo.it

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Ambienti antichi e moderni comfort Il Park Hotel ai Cappuccini è un monastero del XVII secolo sapientemente restaurato, situato a due passi dallo splendido centro storico medioevale di Gubbio. La struttura coniuga antichi ambienti con nuovi comfort. Le camere sono ampie, arredate con cura e stile e dotate delle facilities più moderne. Nel ristorante à la carte, appena rivisitato, si possono apprezzare prodotti tipici in gustose ricette interpretate all'insegna della leggerezza e accompagnate dai migliori vini umbri e nazionali. Completa l’offerta della struttura, il Cappuccini Wellness & Spa per rilassarsi, prendersi cura del proprio corpo, abbandonandosi ai trattamenti Aveda, o fare attività fisica in palestra o nella splendida piscina indoor.

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L’impasto delle cartellate, una volta arrotolato, viene tagliato a striscioline e ripiegato su se stesso Conosciuti e rinomati, non solo nel periodo del carnevale sono, per esempio, i cannoli siciliani. Se invece passiamo alla Puglia?

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«Qui troviamo le cartellate che sono caratterizzate dallo stesso tipo di impasto che però viene modellato in maniera differente. Una volta arrotolato, infatti, viene tagliato a striscioline e ripiegato su se stesso e a fine cottura si aggiunge il miele e i granellini di zucchero colorato». Il carnevale è una festa amata dai bambini, ma apprezzata anche dai grandi. I dolci realizzati in questo periodo possono essere mangiati da entrambi? «Direi di sì. In Veneto solitamente l’impasto viene aromatizzato con la grappa, ma durante la cottura la parte alcolica evapora e rimane solo l’aroma, quindi sono dolci che possono mangiare anche i bambini. Bisogna prestare un po’ più attenzione per i dolci farciti con le creme, in quanto quella allo zabaione non è adatta ai più piccoli».

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OGNI PIATTO È UN EPISODIO A SÉ di PAOLA MARUZZI

Mescolare art, fashion and food. Perché mangiare non è solo una questione di vuoti colmati. È un’esperienza estetica e mondana. A Milano, nella capitale italiana della moda e del design, i piatti cambiano volto. Le ricette creative dello chef Paola Chiolini

gni piatto è un episodio a sé». Lo dice Paola Chiolini, chef doppiamente impegnata presso il Romeo Gigli Cafè e il Ricciolo D’Oro, a Milano. In comune le due realtà hanno l’esercizio della stravaganza in cucina e la capacità di trasformare le sale ristorante in qualcosa di diverso: spazio espositivo, salotto culturale, vetrina per stilisti e designer. Se l’ambiente si fa polifunzionale anche i piatti si svestono dei loro panni più tradizionali. Ecco allora

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abbinamenti di sopori e colori inusuali, ma sempre equilibrati. «Il trucco sta nel rimanere fedeli ai palati classici, proponendo elementi naturali e italiani. È nella presentazione che si può osare». Cosa significa far entrare la creatività in cucina? «Per prima cosa si tratta di una ricerca personale, che riguarda prettamente lo chef-artista. Ognuno ha la sua particolare sfumatura. Poi, se volessimo trovare un tema chiave, parlerei di rivisitazione del repertorio culinario regionale. Ecco, direi che

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Esperienze estetiche

da Romeo Gigli Cafè difficilmente verrà presentato il classico risotto alla milanese. Questo non significa stravolgere. A volte basta una semplice insalata, un po’ di pane con l’aggiunta di crema per stupire». È solo una moda o c’è qualcosa di più? «C’è qualcosa di più profondo. La cucina creativa è un nuovo linguaggio, una modalità d’espressione». La sperimentazione culinaria non appartiene a nessuna regione in particolare. Tuttavia alcune sono più sensibili rispetto ad altre. Parliamo di Milano. «Da noi il fenomeno è più radicato. Il capoluogo lombardo è un po’ all’avanguardia perché anche i fornelli risentono delle mode e, soprattutto, delle influenze del design. Il cibo è al centro della mondanità metropolitana. Diventa sempre più pretesto per presentare prodotti o lanciare eventi artistici». Qualche esempio? «L’anno scorso, durante un evento organizzato presso il nostro locale, abbiamo letteralmente abbinato i piatti ai colori delle nuove collezioni di moda. Oppure, altro fiore all’occhiello è l’aver rivisitato il comune concetto culinario di

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“mela”, presentandola in modo alternativo e affiancandola ai disegni di alcuni artisti di Brera». Come è nata la collaborazione con Daniele Magnoni? «Ci siamo conosciuti nel 1985 e da lì è nata la nostra avventura professionale. Mentre io curo la parte gastronomica, lui si occupa dell’organizzazione eventi, oltre a essere un raffinato sommelier». Mangiare non è solo un’esperienza sensoriale, ma anche estetica e mondana. Quanto conta gustare un piatto in un contesto in cui si dà il giusto valore ai dettagli? «Tra piatto e locale ci deve essere una continuità “stilistica”. L’ambiente deve quindi essere moderno e saper ammiccare al design. Difficilmente la cucina creativa si sposa con un arredamento rustico». Qualche esempio di abbinamento inconsueto? «Il sapore della mela rivisitato con tonno fresco e con un filetto in crosta di mandorle e salsa di pomodoro».

Paola Chiolini

In apertura, lo chef Paola Chiolini

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www.ricciolodoro.com www.romeogiglicafe.com

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Dalla famosa cotoletta alla milanese, al risotto con lo zafferano, dalla cassoeula al brasato e alla polenta. Un connubio di sapori che non smettono mai di stupire e rapire tutti i palati

DALLE TRADIZIONI MENEGHINE di BELINDA PAGANO

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e si passeggia per Corso Sempione a Milano, si respira aria di storia. Risale al 1801 la sua apertura, come primo tronco della strada del Sempione, realizzata in età napoleonica per collegare Milano a Parigi. Alla vista si presenta un enorme viale alberato, diritto e quasi perfetto, che si conclude neoclassicamente su Porta Sempione. Una piccola Parigi, dunque, nel ricordo degli Champs-Élysées, un’importante strada radiale che dopo la seconda guerra mondiale ha ricevuto un nuovo aspetto progettato dal famoso architetto

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Vittoriano Viganò. È in questa splendida cornice cittadina che si può varcare la soglia di un piccolo locale dai grandi gusti. La cucina della Trattoria degli Orti spazia da sapori semplici e genuini ad abbinamenti ricercati. «Credo sia di fondamentale importanza» commenta Piermatteo Torrigiani titolare e chef della Trattoria degli Orti «concentrare le nostre capacità su una cucina fortemente legata al territorio che non esiti però a presentare anche connubi inusuali, per riuscire a offrire una

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«La cucina è fortemente legata al territorio, ma non esita a presentare anche connubi inusuali»

varietà di qualità per qualsiasi tipo di preferenza». Qualche esempio? «L’ossobuco con risotto allo zafferano o il filetto al cavolo rosso possono essere accompagnati da piatti insoliti quali insalata di gamberi con rucola trevisana, noci e pesche, il filetto di angus caramellato all’arancia, o la scaloppa di foie gras con dadolata di baccalà e pinoli». Assaggi di una Milano diversa e sempre uguale, che si ritrova in un locale che ha saputo custodire e mantenere tutti i sapori della vecchia città. «È per questo desiderio di

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tenere viva la tradizione meneghina che si è deciso di trasmettere, anche attraverso la cura dell’ambiente, il nostro amore per il territorio». E così alle pareti in legno scuro appaiono delicate boiserie, appese ai muri fanno la comparsa stampe dell’antica Milano e sulle mensole troneggiano vini d’annata in esposizione. Un ambiente informale, dalle tavole apparecchiate con semplicità e raffinatezza, che crea un’atmosfera ospitale e rilassante. «Ho rilevato questa antica trattoria due anni fa, dopo numerose esperienze nel campo della ristorazione» continua il signor Torrigiani «e ne ho rinnovato l’immagine e la tradizione per una mia particolare vocazione all’ospitalità. La preparazione dei dessert, tutti di nostra produzione, diventa una vera e propria arte. La torta dal morbido cuore di cioccolato con crema alla menta, ad esempio, è un ottimo modo di finire una cena nella quale nulla viene lasciato al caso». Un angolo di tradizione meneghina, dunque, dove il tempo si è fermato. Rivivere la Milano di inizio Novecento non rimane più un semplice sogno, ma diventa realtà.

Nella pagina accanto, terrina d’anitra con caramello all’arancia che si può assaporare alla Trattoria degli Orti. In questa pagina, a sinistra Piermatteo Torrigiani, chef e titolare del locale, in alto l’ambiente interno della Trattoria degli Orti

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www.trattoriadegliorti.it

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Luoghi inusuali

CHARME BOHEMIENNE

di ADRIANA ZUCCARO

ilano moderna. Milano antica. Milano oggi. Le stravaganze, i balzi di perfezionismo mondano, le magiche atmosfere di luoghi inusuali fanno da termometro alle suggestioni custodite nel centro storico della metropoli d’Italia. Una compagine floreale fa da palcoscenico ai calici a prova di sommelier e alle pietanze prelibate, fumanti dei fornelli del Fioraio Bianchi Caffè. «Con due piccoli tavolini liberty comprati a un'asta parigina, già la porta d’entrata immette in una dimensione temporale dal sapore quasi proustiano-bohemienne, dove ogni oggetto racconta di antichi caffè, con arredi in legno e muri scrostati, pieni di storia». Ed è proprio quei luoghi della strasognante Parigi di

M Alcuni dettagli degli ambienti del Fioraio Bianchi Caffè, nel centro di Milano

La movida milanese si rilassa a suon di vino, prelibatezze e fiori. Atmosfere quasi bohemienne aleggiano tra le sale del Fioraio Bianchi Caffè, nel cuore di Brera

fine ‘800 che, per Francesca Mirigliano, la location del Fioraio Bianchi Caffè ricorda e reinterpreta. «Il tempo si ferma, si rilassa rispetto alla corsa milanese. I fiori disposti apparentemente in maniera casuale fanno da “fresca” cornice e da vetrina: si possono sentire le fragranze emanate da petali e pistilli, lì disposti a lasciarsi comprare per colorare nuovi spazi». Dal Fioraio Bianchi Caffè si possono infatti acquistare fiori e piante di ogni provenienza e, allo stesso tempo, gustare uno dei magnifici piatti italiani prodotti dal genio culinario dello chef Marco Valneri, «giovane, moderno, sempre attento a modificare il menù di mese in mese e a diversificarlo dal pranzo alla cena – riferisce orgogliosa Francesca Mirigliano –. La stagionalità della materia prima è rigorosamente rispettata. E la freschezza del pesce, ad esempio, consente di riassaporare una vecchia ricetta della nonna con cui deliziamo i nostri ospiti: gli involtini di pesce spada».

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www.fioraiobianchicaffe.it

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IL MANIFESTO DEL CONDOTTIERO MECENATE di MICHELA EVANGELISTI

Un incanto ancora ben percepibile, dato da un equilibrio fragile ma perfetto tra classicità e innovazione, tra tutte le arti e le scienze. Questo, secondo la studiosa Marcella Peruzzi, fa di Urbino una città davvero unica, che merita una visita attenta e meditata

ono nata a Urbino e come la maggior parte degli urbinati mi sento legata a Federico di Montefeltro da una gratitudine che supera la distanza temporale, ormai oltre cinque secoli, che ci separa dal condottiero rinascimentale capace di rendere grande e unica questa piccola città». Così Marcella Peruzzi, autrice del saggio

«S Sotto, Palazzo Ducale di Urbino; a fianco, Marcella Peruzzi

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Cultura, potere, immagine. La biblioteca di Federico di Montefeltro, ci parla del suo amore per un personaggio del passato il cui spirito è ancora vivo e presente tra le strade e le mura del suggestivo centro marchigiano. «Se Urbino è patrimonio dell’Unesco ed è tra le prime città italiane a essere note nel mondo lo dobbiamo a Federico – spiega la studiosa, il cui interesse per il mecenate e condottiero è nato oltre venti anni fa –. Decisi di occuparmi per la mia tesi di laurea, discussa alla Sapienza di Roma sotto la guida di Armando Petrucci, dei libri commissionati e collezionati da Federico. Dalla parziale prospettiva della biblioteca, essendo tutto il discorso culturale e propagandistico federiciano intimamente connesso, i miei interessi si sono progressivamente, e quasi necessariamente, ampliati. E lo stupore e la meraviglia per l’incanto che Federico seppe creare intorno a sé non si è mai sopito, anzi, si rinnova in ogni momento». Quale legame unisce

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Il regno di Federico

Urbino


Il regno di Federico

Urbino

indissolubilmente Federico di Montefeltro alla città di Urbino? «Intorno alla metà del Quattrocento, Urbino per qualche decennio è stata tra le capitali della cultura occidentale, crocevia di avanguardie intellettuali e artistiche. Federico di Montefeltro in quegli anni ha mirato a impersonare l’ideale del signore illuminato, facendo propria la cifra dell’unione nella stessa persona degli ideali della vita attiva e della vita contemplativa, ideali espressi in una delle opere più famose a lui dedicate, le Disputationes Camaldulenses di Cristoforo Landino. Federico ha voluto rendere Urbino un manifesto della sua concezione del principe ideale, condottiero, ma anche mecenate; nei luoghi di Federico a Urbino nulla è casuale, ma ogni elemento concorre a costruire l’immagine del signore che eccelle nelle battaglie e nelle arti».

Arrivando a Urbino, qual è il primo luogo che incontriamo che ci riporta alla memoria le gesta federiciane? «Si può accedere in modo suggestivo alla città attraverso una delle numerose opere d’ingegneria civile e militare che l’architetto senese Francesco di Giorgio Martini ha ideato per Federico, una ‘rampa’, cioè una scala elicoidale, che parte dalla zona bassa del Mercatale per arrivare direttamente ai piedi dei Torricini del Palazzo Ducale, formata da scalini bassi e larghi per permettere ai cavalli dell’armata di Federico di arrivare agevolmente fino alle stalle della residenza ducale, oggi restaurata da Giancarlo De Carlo». Qual è il luogo simbolo che racchiude e manifesta le ambizioni di Federico? «Indubbiamente il Palazzo Ducale, che con la sua inconfondibile struttura caratterizza il profilo di tutta la città; il Palazzo è stato

Una vacanza sospesa tra terra e mare Una grande tenuta distesa su una delle colline della Valle del Metauro, circondata da vigneti e uliveti. Villa Tombolina, dimora nobiliare del 700 con cappella privata dedicata a San Rocco, un tempo era la residenza estiva degli arcivescovi di Urbino. Oggi continua ad accogliere i propri ospiti offrendo loro tutti i moderni comfort nel rispetto dei canoni architettonici originali. La Villa e il vecchio casolare attiguo contano in totale 14 camere. Tra i servizi, parcheggio esterno, lavanderia self-service, cucina tipica marchigiana nel vicino Ristorante-Pizzeria di famiglia. La tenuta vende olio, marmellate e salumi di propria produzione.

AGRITURISMO VILLA TOMBOLINA Via Tombolina - Montemaggiore al Metauro (PU) Tel. 0721 89.19.18 - Fax 0721 18.30.183 - Cell. 320 65.84.997/998 www.villatombolina.it info@villatombolina.it

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costruito mediante un incredibile insieme di opere avveniristiche sia nel campo dell’ingegneria civile sia in quello artistico. Dall’armonioso cortile d’ingresso, opera del dalmata Luciano Laurana, si accede alla sala dove era conservata una delle più preziose e complete biblioteche del Quattrocento, composta di soli manoscritti, molti dei quali particolarmente pregiati, ornati con splendide miniature. Oggi la biblioteca è conservata presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, ma ad Urbino se ne può consultare una ricostruzione digitale con le immagini di tutti i frontespizi miniati».

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Qual è il cuore pulsante del Palazzo? «All’interno di un edificio in cui nessun elemento ornamentale è casuale e dove il messaggio culturale ideato da Federico si ritrova nelle porte, negli architravi, nei camini e nei soffitti di ogni stanza, indubbiamente il luogo più intensamente animato dallo spirito di Federico è lo Studiolo. Interamente decorato dalle tarsie di vari autori, tra cui Baccio Pontelli, la stanza è il manifesto della politica culturale di Federico, nel quale sono presenti simbolicamente tutte le istanze del suo pensiero, dall’armatura deposta, ai libri, agli

Sopra, il doppio ritratto di Federico di Montefeltro e Battista Sforza, opera di Piero della Francesca, databile al 1465-1472 circa e conservato nella Galleria degli Uffizi di Firenze

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Il regno di Federico

Urbino

strumenti scientifici e musicali. La porzione sommitale delle pareti è adornata da un ciclo di ritratti di uomini illustri, opera del pittore fiammingo Giusto di Gand e dello spagnolo Pedro Berugurete. Gli uomini illustri raffigurati sono altresì gli autori presenti nella biblioteca con il maggior numero di opere, a conferma dei nessi stringenti che formano una fitta ragnatela di rimandi tra tutti i profili del Palazzo e di quanto conteneva. Gli stessi ideali che percorrono l’unitario poliforme progetto si rispecchiano in uno dei ritratti di Federico conservati a Urbino: il principe guerriero indossa sopra l’armatura la veste dell’umanista e regge un grande libro, che legge con intensa attenzione. Il giovane figlio Guidubaldo regge lo scettro del potere dinastico; sull’elmo, ai piedi del duca, si intravede il riflesso del colonnato del cortile del Palazzo Ducale, che localizza quindi il ritratto proprio nella biblioteca».

Oltre il Palazzo Ducale, quali sono gli altri luoghi federiciani che valgono una tappa? «Il Monastero di Santa Chiara, disegnato da Francesco di Giorgio, nel quale si ritirò la figlia di Federico, Elisabetta, dopo essere rimasta vedova; il suggestivo giardino pensile del monastero offre una vista incantevole dei colli circostanti e al centro del panorama si staglia l’ultimo monumento urbinate di Federico che vi suggerisco di visitare, il Mausoleo dei Duchi. Commissionato da Federico per ospitare le sue spoglie (conserva anche quelle del figlio Guidubaldo), è caratterizzato da un’architettura armoniosa e lineare. L’ornamento principale è dato dalla scritta con la preghiera al santo, scritta che richiama quella che circonda il cortile del Palazzo Ducale, che reca invece l’elogio di Federico stesso. Nel Mausoleo dei Duchi era originariamente conservata la celebre Pala di Brera di Piero della Francesca, che riprende

Dalla pizza al tartufo Situato nel nuovo centro direzionale di Canavaccio di Urbino. La Casa dei Cuochi accoglie i suoi ospiti in un locale dell’arredamento sobrio e moderno, dotato anche di ampia terrazza estiva. Il menù spazia dalla cucina del territorio e nazionale, all’ampia scelta di pizze, cotte nella pizzeria a vista con forno a legna. Ogni portata de La Casa dei Cuochi è realizzata utilizzando prodotti genuini, con cura particolare per i piatti tipici della gastronomia locale: dalle paste fresche ai piatti a base del pregiatissimo tartufo bianco tipico della zona.

RISTORANTE BAR PIZZERIA LA CASA DEI CUOCHI Via Nazionale - Canavaccio di Urbino (PU) - Tel. e Fax 0722 53.546 – Cell. 333 39.86.070 www.lacasadeicuochi.it info@lacasadeicuochi.it

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suggestivamente alcuni particolari architettonici del mausoleo che la ospitava». Dove ci si deve dirigere se si vuole allargare l’itinerario federiciano al di fuori di Urbino? «Particolarmente interessante può essere un tour delle rocche martiniane. Lo stesso Francesco di Giorgio annota nei suoi trattati di avere più di 130 cantieri aperti nel Montefeltro, tra cui risalta per originalità la rocca di Sassocorvaro, dalla pianta a forma di testuggine. Inoltre si può

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visitare Urbania, e in particolare il Barco, il luogo di caccia dei duchi, separato dal palazzo ducale di Urbania da un miglio di fiume. All’epoca di Federico tutta la valle veniva allagata consentendo ai principi di spostarsi in barca; recentemente è stato riconosciuto questo luogo come lo sfondo in cui è ambientato il famoso dittico con i ritratti di Federico e Battista di Piero della Francesca. Inoltre si può completare il percorso con la visita di Gubbio, l’altra città del ducato feltresco».

Sopra, uno dei testi riccamente miniati che componevano la biblioteca di Federico di Montefeltro

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La cucina della tradizione

I SAPORI DEI NOSTRI AVI

di MICHELA EVANGELISTI

Ristorante Vecchia Urbino

«La tradizione è come il mare visto da lontano: sembra fermo ma in realtà si muove, portando a riva sempre cose nuove». Con questa massima Gabriele Monti descrive la sua cucina, messa in tavola ogni giorno al ristorante Vecchia Urbino

roporre piatti legati al territorio e alla tradizione, realizzati con prodotti il più possibile a chilometri zero e che seguano la naturale stagionalità. Questa è la mission di Gabriele Monti (nella foto), chef-patron del ristorante Vecchia Urbino, sommelier e degustatore di oli da oltre 30 anni. Dopo aver frequentato agli albori la scuola alberghiera di Senigallia («Non sono più un ragazzino!» scherza lo chef) ha sempre lavorato nel settore alberghiero e della ristorazione, sia in Italia che all’estero. «Ventisette anni fa ho avuto l’opportunità di rilevare il locale, che era adibito alla produzione di caschi per parrucchieri – racconta – e ho iniziato, dopo un attento restauro, l’attività di ristorazione, coinvolgendo tutta la mia famiglia». Che atmosfera trova chi entra nel suo locale? «Un’atmosfera casalinga ma raffinata al tempo stesso. Nel locale è presente una piccola collezione di arte moderna e diffondo nell’ambiente solo musica classica e operistica».

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Quali ispirazioni segue nel cucinare? «Vado continuamente alla ricerca delle abitudini dei nostri avi per rivisitarle, nella convinzione che la fantasia si sviluppa maggiormente quando un popolo ha fame. Offro una cucina di terra ma non disdegno qualche escursione al mare, essendo originario di Fano e molto legato anche alla mia città d’origine». Quali sono le ricette della tradizione che proponete nel vostro menù?

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Ricetta dei vincisgrassi Preparazione della pasta: Si tira una normale sfoglia e si taglia a grossi rettangoli (cm 10 x 15), che poi si lessano per qualche minuto in acqua bollente e si adagiano su di un panno ad asciugare.

«A seconda del periodo dell’anno il piatto forte può essere la trippa di capretto o il piccione con ripieno ai piselli. Forse la ricetta più rappresentativa della tradizione è quella dei vincisgrassi. Molti fanno derivare il loro nome da quello di un generale austriaco, Windischgratz, che prima dell’800, nel periodo delle guerre napoleoniche, avrebbe portato il piatto ad Ancona, dove era di stanza con le sue truppe. Altri sostengono che i vincisgrassi esistevano già da molto. Infatti, in un ricettario del 1784, Il cuoco maceratese di Antonio Nebbia, è riportata la ricetta di una “salza per il princisgras”». Molti prodotti che offrite ai clienti sono preparati direttamente da voi. «Esattamente, il pane e i dolci sono tutti di nostra produzione; facciamo i salumi, affiniamo i formaggi. Sono tutte specialità impossibili da trovare altrove, che realizziamo con le nostre mani comprando le materie prime da chi sappiamo che alleva e coltiva in maniera corretta».

Preparazione della besciamella: Si amalgamano in una lattiera 1 etto di burro, 4 cucchiai di farina, 3/4 di latte versato poco alla volta e una presa di sale. Si cuoce a fuoco lento mescolando in continuazione con un cucchiaio di legno, fin quando non si ottiene una crema densa. Preparazione del sugo: Si fa soffriggere l'olio con una cipollina intera. Quando questa è rosolata si toglie e si versano quattro etti di macinato (manzo e maiale), le rigaglie di pollo a pezzetti, sale e pepe e si fa rosolare bene. Infine si versa del pomodoro e si fa completare la cottura. Preparazione dei vincisgrassi: Dopo aver imburrato una teglia da forno, si versa nel fondo un mestolo di ragù quindi si procede ricoprendo il fondo con uno strato di pasta. Su questa si versano del sugo, la besciamella e parmigiano in abbondanza. Si continua in questo modo per cinque o sei strati. Si termina con sugo, besciamella e un’abbondante manciata di parmigiano. Si mette al forno e si fa cuocere fin quando non si sarà formata in superficie una bella crosticina dorata.

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UN FORMAGGIO A REGOLA D’ARTE Buon latte e cultura contadina. Paolo Cesaretti, coordinatore del consorzio di tutela della Casciotta di Urbino, ci svela i segreti del formaggio preferito da Michelangelo, esaltato da abbinamenti semplici e ottimo ingrediente per gustose ricette

a Casciotta di Urbino può vantare un testimonial d’eccezione. Il grande artista Michelangelo Buonarroti, decisamente il suo più illustre estimatore, fece acquistare al suo fedele servitore Francesco Amadori da Castel Durante una serie di poderi nel territorio durantino con l’intento di assicurarsi un continuo

L Paolo Cesaretti, coordinatore del consorzio di tutela della casciotta di Urbino

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di MICHELA EVANGELISTI

rifornimento del delizioso formaggio. Il nome Casciotta deriva dall’antico termine “cascio”, variante linguistica territoriale del più diffuso “cacio”. Le prime documentazioni scritte sul suo utilizzo risalgono ai grandi banchetti per le nozze degli Sforza e dei Della Rovere, che hanno animato il territorio marchigiano tra il Quattrocento e il Seicento. L’area di produzione della Casciotta di Urbino Dop coincide con l’intera provincia di Pesaro–Urbino, in un ambiente caratterizzato da prati, pascoli, praterie e altopiani. La fascia in cui si sviluppa l’allevamento ovino parte dalla linea Montemaggiore, Cartoceto, Sant’Angelo in Lizzola, Colbordolo, a circa 20 km dal mare, per salire all’interno, in particolare nell’Urbinate e nel Montefeltro. Quali sono le peculiarità della casciotta e le sue caratteristiche al gusto? «La casciotta è un formaggio a pasta

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semicotta, prodotto con una miscela di latte ovino (70-80%) e vaccino (20-30%) interi pastorizzati. È facilmente digeribile, ricca di vitamine e di sostanze antiossidanti che aiutano a combattere l’invecchiamento delle cellule, e presenta un basso tasso di colesterolo. Ha alle spalle solo venti giorni di stagionatura, quindi si avverte ancora distintamente assaggiandolo il gusto delle materie prime dalle quali è stato ottenuto: ha un buon sapore di latte e leggermente di yogurt, dolce ma pieno, piacevolmente acidulo». Quali sono gli abbinamenti che ne esaltano il sapore? «Per tradizione viene servita con pane montanaro o comune, accompagnato da fave,

uova, salumi, lardo, prosciutto, ciauscolo, o con fette di polenta abbrustolita. Può essere proposta assieme a varie confetture, marmellate, miele, fichi caramellati. Si può accompagnare a un vino bianco, a un buon rosato o a un vino rosso fruttato, oppure si può abbinare a un vino dolce, destinato al successivo dessert». Quali ricette si possono preparare con questo formaggio? «Il nostro formaggio permette di realizzare delle ricette simpatiche e veloci, che impiegano poco tempo: i minuti che servono per far bollire l’acqua per la pasta sono sufficienti per preparare un ottimo condimento, tagliando a dadini delle fettine di Casciotta e aggiungendo pomodoro pachino e un filo d’olio. La Casciotta può entrare felicemente

La casciotta di Urbino

Il formaggio di Michelangelo

“Dalla Maria”, insuperabili specialità caserecce Era il 1972. Maria Mencarelli comprò allora la sua celebre osteria, e tutt’oggi la gestisce. Impareggiabili le sue tagliatelle ai fagioli, ma il menù comprende tante altre squisitezze, dalla carne alla brace alla pasticciata, alle piadine sfogliate con i salumi, i formaggi e l’erba. Le crostate alla marmellata e il tiramisù. Tutte specialità fatte in casa con un ottimo rapporto tra qualità e prezzo.

TRATTORIA IL PERGOLATO Piazzale Cadorna, 5 - Novilara (PU) - Tel. 0721 28.72.10 – 28.71.66

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La casciotta di Urbino

Il formaggio di Michelangelo

«Le tradizioni rimangono ma le tecniche e i processi di lavorazione si sono aggiornati»

In alto, alcune fasi di lavorazione della casciotta

in tutti i piatti, dall’antipasto al gelato: una delle ricette che consiglio è infatti il semifreddo alla casciotta con fragole e purea di pere». I processi di realizzazione sono mutati negli anni con l’introduzione delle nuove tecnologie o seguono ancora le tradizioni? «Naturalmente le tradizioni rimangono, ma le tecniche di lavorazione si sono aggiornate. Per la stagionatura vengono utilizzate stanze con temperature e umidità controllate, in modo da facilitare il processo. Gli stampi in legno e ceramica, per problemi legati all’adeguamento sanitario, sono stati sostituiti da stampi in plastica. Ma posso assicurare che sono ancora buon latte e cultura contadina a fare un’ottima casciotta».

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A che mercati principalmente vi rivolgete? «I principali consumatori si trovano nella provincia di Pesaro-Urbino e in quella di Rimini. Non possiamo tentare di aggredire il mercato estero, perché non abbiamo abbastanza prodotto: la quantità prodotta si aggira attorno alle 230 tonnellate all’anno. Non possiamo nemmeno pensare di allargare il nostro raggio di vendita, perché la produzione di latte non è sufficiente. Il latte utilizzato per preparare la casciotta proviene, infatti, soltanto dalla provincia di Pesaro-Urbino. Il collegamento diretto tra produttore di latte e caseificio e la conseguente velocità della trasformazione sono il segreto della nostra qualità».

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La Rimini felliniana

AMARCORD Paolo Fabbri

«Rimini mi pare il ritorno, un compiaciuto, masochistico rimasticamento della memoria: un’operazione teatrale, letteraria». Certo, essa può avere il suo fascino, sonnolento e torbido. A riscoprire i luoghi dei ricordi di Federico Fellini è Paolo Fabbri

imini è la dimensione della memoria”, scriveva Fellini, sarà perciò questa la traccia da seguire per svelare i luoghi cari al maestro. Il viaggio condotto da Paolo Fabbri, presidente della Fondazione Fellini, comincia dal Fulgor, che vantava uno spettatore d’eccezione, pronto a guadagnarsi l’ingresso gratuito disegnando caricature delle star americane da affiggere nell’atrio del cinema o al Caffè Giovannini. «Rimini – diceva il Fellini – è un pastrocchio, confuso, pauroso, tenero, con questo grande respiro, questo vuoto aperto del mare. Lì la nostalgia si fa più limpida, specie il mare d’inverno, le creste bianche, il gran vento, come l’ho visto la prima volta». Il Cinema Fulgor frequentato dal giovane

“R In apertura, Paolo Fabbri, presidente della Fondazione Fellini; nella pagina a fianco, un’immagine tratta dalla mostra “Fellini. Dall’Italia alla luna”, allestita presso il museo Mambo dalla Cineteca di Bologna

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di RENATA GUALTIERI

Fellini, transennato ormai da 2 anni, aspetta di essere ristrutturato. Si può pensare veramente di trasformarlo in una scuola per giovani che vogliono fare cinema? «Fellini diceva che lui quando era bambino aveva chiamato i quattro pomi del letto con i quattro nomi dei cinema di Rimini, di cui oggi è rimasto solo il Fulgor. Questo fatto è tanto più importante se si pensa che ormai tutti gli altri cinema del centro sono stati chiusi e potrebbe essere uno spunto per una battaglia affinchè ci sia almeno una sala cinematografica in città. Dopo l’iter del progetto si dovrà aprire un concorso europeo e a seguito della scelta del vincitore ci sarà la costruzione della struttura che durerà almeno tre anni. Ci sarà il cinema, ci sarà il museo di Fellini che sarà fatto da Ferretti. È lui che ha fatto anche la grande mostra “Labirinto Fellini a Roma”. Ci sarà

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L’autentica cucina romagnola

RISTORANTE ZAGHINI Via Antonio Gramsci, 14 Santarcangelo di Romagna (RN) Tel. 0541 62.61.36

Da Zaghini sono sempre state le donne di casa le grandi interpreti della cucina, autentiche istituzioni che hanno elevato ad arte l’antica tradizione delle tagliatelle romagnole, condividendola orgogliosamente con tutti gli ospiti, inclusi alcuni dei più grandi protagonisti del nostro cinema quali Federico Fellini, Marcello Mastroianni e il santarcangiolese Tonino Guerra. Oggi il ristorante Zaghini è guidato da Edoardo, nipote omonimo del fondatore, aiutato dalle “sfogline” Marisa, Rosanna e Pierina, e soprattutto assistito dal prezioso sostegno di Angela. Come un tempo, le ricette che vengono proposte esprimono la grande qualità derivante da una rigorosa selezione delle materie prime, maneggiate con l’antica cura fedele alla più autentica tradizione santarcangiolese: piatti ricchi e saporiti ma, nel contempo, assolutamente non grevi e privi di inutile grassezza residua.

sicuramente una cineteca e la sede della Fondazione. Tutto questo sarà una grande occasione per realizzare un grande discorso sul cinema. Le nuove tecnologie di ripresa portano a ripensare la relazione alla formazione professionale e non sarà più il cinema della celluloide perché la video arte ha aperto un nuovo capitolo del cinema che richiede una nuova impostazione. Spero che tutto questo però si realizzi presto». Il Grand Hotel con la suite che ospitava il maestro come ricorda un personaggio così d’eccezione? «Si sono succeduti alla guida dell’hotel personaggi molto diversi che hanno condotto la struttura ognuno con una sensibilità differente. Ma garantisco che moltissime persone ancora oggi desiderano andare al Grand Hotel. È successo con Ferretti che avrei voluto ospitare in città vicino al luogo della conferenza, ma lui ha espresso il desiderio di soggiornare al Grand Hotel. Anche quando Sandra Milo ha consegnato il premio Fellini a

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Sorrentino, entrambi hanno scelto il Grand Hotel. Lo storico albergo ha avuto qualche problema finanziario ma è giunto il momento che riprenda un ruolo primario di promozione. Io ad esempio ho un’idea originale: un serial televisivo legato al Grand Hotel, con un progetto legato a Fellini sul piano dell’immaginario, lanciando su internet un concorso per una sceneggiatura da girare al Grand Hotel, con la Rimini invernale e magari le citazioni dei film di Fellini». Un altro angolo dove amava soffermarsi è Borgo San Giuliano. Com’è cambiato? «Adesso il borgo è diventato quello che è, ivi compreso quello di Fellini. Il maestro diceva che il fatto di aver rappresentato quei luoghi con le persone gli faceva confondere i suoi ricordi con le ricostruzioni del cinema, cioè l’interpretazione cinematografica aveva alterato i suoi ricordi». La spiaggia di Rimini e la terrazza del Kursaal frequentata da nobili e

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La Rimini felliniana

Paolo Fabbri

borghesi ci trasportano nel mondo del divertimento e degli spettacoli. Restano ancora lì i sogni dei giovani riminesi? «È sorprendente quanto tutti riminesi amino la loro spiaggia, smettono di lavorare e vanno lì a trascorrere il loro tempo libero. Sulla spiaggia di Rimini c’è una vita e, se prima era un luogo salutista

perché si andava a incontrare la natura, oggi è come andare in una spa. È diventato un luogo di socialità vera». Qual è il programma dell’Associazione per i prossimi anni? «Prima cosa bisogna chiudere l’associazione, ed è d’accordo con la mia tesi anche Pier Luigi Celli. Il Consiglio di Stato ha stabilito che i due enti,

Una cena tra amici Situato nell'immediato entroterra, a soli 5 Km da Riccione e 10 Km da Rimini, si trova il Ristorante Pizzeria La Greppia. Con le sue due sale e il terrazzo panoramico per cenare al fresco in estate, riesce a soddisfare ogni esigenza, dalla serata intima e romantica a quella tra amici. Il Ristorante La Greppia è famoso per la sua cucina romagnola e la sua squisita pizza, ed è rimasto uno dei pochi ristoranti che offrono la possibilità di gustare nei diversi periodi dell'anno succulenti piatti di stagione come tartufo, funghi porcini, rane, lumache.

RISTORANTE LA GREPPIA Via Marano, 75 - Coriano (RN) - Tel. 0541 65.72.10 – 0541 65.80.90 - Cell. 329 91.93.082 www.ristorantelagreppia.com

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Tra wellness e relax Sul lungomare di Igea Marina, in posizione centrale, a pochi passi dalla zona pedonale e dal parco urbano, gli Hotel San Giorgio*** Savoia***Sup , offrono l'ambiente ideale sia per vacanze relax, che per soggiorni business. Fra i tanti servizi a disposizione degli ospiti, spiccano: piscina, palestra, giardino con angolo giochi per bambini, miniclub al mare, tennis e garage, parcheggio, connessione wifi. Novità 2011 “Savoia SPA” con stanza del Sale per regalarsi momenti di magico benessere.

HOTELS SAN GIORGIO SAVOIA Viale A. Pinzon, 192 - Igea Marina (RN) - Tel. 0541 33.00.68 – 33.18.12 - Fax 0541 33.17.02 www.hotelsangiorgiosavoia.com info@hotelsangiorgiosavoia.com Skype: Hotel.San.Giorgio.Savoia

Il Cinema Fulgor

associazione e fondazione, sono incompatibili e non si può trasformare l’una nell’altra. Quindi bisognerà chiudere l’Associazione Fellini per costituire la Fondazione. Quello che dovrà fare la fondazione sarà scegliere e sollecitare le proposte più interessanti. Occorrerà gestire bene tutte le attività e i progetti, senza commettere errori sul piano finanziario; recentemente, ad esempio, ha chiuso la Fondazione Rossellini per via dei debiti accumulati, sintomo di una cattiva gestione. Di progetti ce ne sono tantissimi e spero entro Pasqua di avere finalmente un valido sito internet».

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MAGIE DA FILM D’estate il Grand Hotel diventava Istanbul, Bagdad, Hollywood per il maestro Fellini e sulle sue terrazze forse si svolgevano feste alla Ziegfield. Leopoldo Veronese, direttore dell’albergo racconta la «favola della ricchezza del lusso e dello sfarzo orientale»

di RENATA GUALTIERI


elitti, rapimenti, notti di folle amore, ricatti, suicidi, il giardino dei supplizi, la dea Kalì: tutto avveniva al Grand Hotel”. Così Fellini lo ricorda nel libro La mia Rimini. Ma chi entra al Grand Hotel anche oggi respira quest’atmosfera. Specialmente il turista straniero rimane affascinato da questo albergo e dai suoi saloni che sanno di vissuto, come una signora che ha 102 anni. «Il cliente che entra in questa struttura entra a far parte dell’albergo. Anche gli ospiti appena arrivati dopo qualche giorno sembrano habitué dell’albergo perché ritrovano il clima di 3040 anni fa». Il direttore Leopoldo Veronese spiega come il Grand Hotel riesca a proporre ancora atmosfere così suggestive. Un posto magico per artisti, principi, ricchi signori e donne affascinanti. Questo è il suo passato ma oggi chi frequenta il Grand Hotel? «Oggi abbiamo circa un 50% di ospiti italiani e un 50% di stranieri, inglesi, russi e tedeschi. A loro facciamo riscoprire ancora il fascino del Grand Hotel di Rimini, organizzando serate particolari sul terrazzo, ricostruendo le atmosfere di Amarcord o dei Vitelloni, come quando Fellini stesso veniva a vedere cosa succedeva sul terrazzo durante le feste». Il Grand Hotel cosa offre ai turisti in estate? «Più che una spiaggia si tratta di un vero e proprio Beach Club, chi scende nella nostra spiaggia trova una reception dove viene effettuato il check in dell’ombrellone.

Grand Hotel

“D

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Il simbolo di Rimini

Menù Fellini Ecco la proposta di piatti ispirati alle pietanze preferite dal maestro, di gusti molto semplici e tradizionali, come lascia intendere la sua predilezione per il brodetto di pesce e la torta di pinoli • Carpaccio di spigola con carciofi su piccola insalata di gentilina e valeriana • Tenero e freschissimo filetto di spigoletta servito a fette con un’insalata di carciofi, gentilina e valeriana • Spaghettini ruvidi saltati in padella con tonno fresco, olive e basilico • Tradizionale pasta fatta in casa saltata in padella con cubetti di tonno fresco, olive taggiasche, pomodoro e foglie di basilico • Brodetto di pesce con le erbette della riviera

In apertura, dall’alto la facciata del Grand Hotel di Rimini; in basso, la spiaggia privata vista dalla terrazza

• Gustosa zuppetta con pesci di scoglio e pomodorino fresco servita con piccole erbette aromatiche • Crostata con crema e pinoli • Tortino di pasta frolla ripieno di crema pasticceria e ricoperto con pinoli tostati

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Affacciato sul mare Abbracciato dalla cornice straordinaria del Parco naturalistico San Bartolo e dal blu dello splendido litorale adriatico, è riconosciuto come luogo ideale per ricaricarsi dallo stress della vita quotidiana. Pochi passi attraverso un suggestivo percorso privato conducono direttamente in spiaggia. Tutte le stanze offrono un’impareggiabile vista mare. Il ristorante si distingue per la ricercatezza delle proposte, appetitose e genuine. Due piscine, sauna, terrazza panoramica mozzafiato, fitness, centro estetico, mini club, sala attrezzata per eventi e congressi, comodo parcheggio privato retrostante l’hotel sono solo alcune delle caratteristiche che l’albergo offre a tutti coloro che intendono trascorrere una vacanza indimenticabile in una struttura di alto livello ma accogliente e familiare, per far sentire ogni ospite come a casa sua.

HOTEL SANS SOUCI **** Viale Mare, 9 - Gabicce Mare (PU) - Tel. 0541 95.01.64 - Fax 0541 95.26.12 - www.sanssouci-hotelgabicce.it

Il direttore del Grand Hotel, Leopoldo Veronese

Offriamo dunque un servizio a cinque stelle anche in spiaggia. Bisogna immaginare che in un perimetro che di solito ospita 1.300 ombrelloni, noi ne abbiamo solo 150. Quindi la privacy tra un ombrellone e l’altro è rispettata. Tra i tanti servizi c’è la spugnatura ghiacciata, che viene fatta quando c’è molto caldo, e il servizio di pranzo ai clienti direttamente sotto l’ombrellone. È un’offerta diversa rispetto a quella che è notoriamente proposta sulle spiagge di Rimini». Con quali piatti si ricorda il grande regista? «Io ho conosciuto personalmente Fellini e posso dire che era un gran mangione, ma solo con gli occhi e non con la bocca, e adorava tutti i piatti. Quando c’era la preparazione delle cene o dei buffet nei nostri saloni lui

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si metteva alla porta e aspettava che scendesse lo chef con tutto il suo staff, era curioso e veniva a chiedere come fosse fatto il piatto e quali fossero gli ingredienti presenti nelle ricette». Sono previste delle novità per lo storico albergo, monumento nazionale dal 1994? «L’entrata, tre anni fa, nella proprietà dell’albergo di una nuova famiglia di Rimini ha permesso all’albergo di subire alcune trasformazioni. Abbiamo ristrutturato 93 camere e tutti gli spazi esterni, tra cui il giardino e la piscina, abbiamo ricreato una nuova Spa e da giugno dell’anno scorso una beauty farm. La proprietà vorrebbe addirittura riportare l’albergo con le vecchie cupole come c’erano fino agli anni Venti, cioè prima che andassero a fuoco. Il progetto sta andando avanti, ma si lavora senza chiudere».

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CALEIDOSCOPIO DI GUSTI di NICOLÒ MULAS MARCELLO

Dall’Appennino alla riviera. Nelle testimonianze di alcuni personaggi emiliano-romagnoli prende forma un mosaico di sorprese gastronomiche


Ricordi di cucina

a ricchezza della tradizione gastronomica dell’Emilia Romagna è nota in tutto il mondo e affonda le sue radici in una storia millenaria fatta di materie prime e usanze indissolubilmente legate al territorio. Il lavoro della campagna nei piccoli centri rurali della regione ha dato vita a un patrimonio gastronomico composto da una gamma sconfinata di prodotti tipici tutelati con marchi Dop e Igp. Essi trovano spesso una maggiore valorizzazione attraverso ricette che si tramandano da secoli e che consolidano l’abbondanza della varietà culinaria regionale. Ogni città è una scoperta di tesori che, dalla pasta ai salumi e ai vini, rappresentano una cucina solida, saporita e generosa. Una cucina che favorisce la convivialità. Piatti dai colori decisi e dai gusti intensi, degni di un popolo

L

A sinistra, Franco Maria Ricci, editore d’arte e giornalista;

Affacciati sul porto, i sapori del mare Direttamente affacciato sul suggestivo panorama del porto, il locale completamente rinnovato, è uno dei ristoranti più conosciuti di Riccione. In estate può assicurare un’atmosfera piacevole nel suo giardino e sulla stupenda terrazza affacciata sulla darsena. È frequentato da una clientela affezionata sia alla cucina, tutta a base di pesce, sia alla gestione che da oltre quarant’anni conduce il locale. Tra le specialità propone antipasti di pesce tra cui spiccano la catalana di crostacei, le crudità miste, la trilogia di tonno, primi piatti con pasta fatta in casa, le grigliate e le fritture ricche di sapore e varietà. La cantina propone una buona scelta di vini locali e regionali.

© PlayStyle

RISTORANTE CAVALLUCCIO MARINO P.le del Porto, 3 - Riccione (RN) Tel. e Fax 0541 69.31.28 cavalluccio.riccione@libero.it


Ricordi di cucina

di veri e propri buongustai.

In alto, un piatto di salama da sugo; sotto, il poeta Roberto Pazzi; nella pagina accanto, anolotti al brodo

Franco Maria Ricci, editore d’arte originario di Parma, ama gli anolini in brodo e i tortelli d’erbette, specialità tipiche dell’entroterra parmense e afferma inoltre di avere un debole per «la “culaccia”, una varietà forse meno nota del culatello». La differenza con il tipico culatello di Zibello è il fatto di non essere insaccato. La culaccia, chiamata anche culatta, è un salume prodotto a Fontanellato, in provincia di Parma. Da un lato, è coperto dalla cotenna e, dall’altro, è presente la sugna. Il palato dell’editore apprezza vini come

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«la malvasia, nella tipica varietà parmense, non conosciuta da tutti». La Malvasia Colli di Parma è un vino bianco frizzante che si sposa benissimo con i salumi tipici parmensi e con i primi piatti tradizionali. «E poi c’è la classica Fortana, vino rosso leggero che raggiunge gli 8 gradi, da non confondere con la Fortana ferrarese che presenta una gradazione più forte». Lo chiamano il vino della Bassa per la sua ambientazione nel territorio parmense che comprende, come sua terra d’origine, San Secondo e la zona limitrofa a Pavarara, dove un tempo scorreva il fiume Taro. Molti anche i ristoranti tipici del territorio apprezzati da Franco Maria Ricci: «c’è un ristorante eccellente a Fontevivo,

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Sapori di Romagna

si chiama Il Rigoletto, dove rivivono tutte le specialità del territorio parmense» e per gli amanti del pesce, sempre in località Fontevivo, vicino Parma «c’è una bravissima cuoca che prepara straordinari piatti di pesce nel ristorante L’Araba Fenice». Sempre in Emilia, nel ferrarese, lo scrittore, poeta e giornalista Roberto Pazzi si dice molto legato ai tradizionali cappelletti in brodo, una varietà di pasta da non confondere con i tortellini per non animare faide interregionali. «Evocano lontane delizie di Natali dell’infanzia – afferma – con una famiglia riunita la domenica da mia nonna paterna, fuori Porta Mare a Ferrara, che con matriarcale sapienza ammanniva cappelletti in

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Sulle colline riminesi, appena fuori dal caos della città, in un vecchio casolare di campagna ristrutturato, sorge l’osteria Il Quartino, guidata da Giorgio, Carmelo e Gianluca. Un locale curato, legato alle tradizioni e alla cultura delle terre di Romagna. Un ambiente caldo e familiare, dove si può apprezzare la qualità della cucina, la ricca scelta dei vini e il buon rapporto qualità/prezzo. Il clima rustico, le salette riservate, i tavoli circolari, le verande e il gazebo fanno de Il Quartino un posto tipico, dove sentirsi totalmente a proprio agio. Il menù, stagionale, propone antipasti sfiziosi, pasta fatta in casa, minestre e zuppe di stagione, tagliata e costata cotta sulla brace di carboni, carni e pollame al tegame, dolci della casa. Il tutto accompagnato dalla classica piadina romagnola, anch’essa prodotta artigianalmente nella nostra cucina a vista.

RISTORANTE OSTERIA IL QUARTINO Via Coriano, 161 - Rimini Tel. 0541 73.12.15 - Fax 0541 17.35.672 www.ilquartino.it info@ilquartino.it


Ricordi di cucina

brodo che avevano il sapore della felicità». Per assaporare un piatto di cappelletti cucinati seguendo tutti i canoni della tradizione, ma anche la migliore salama da sugo della città, è d’obbligo secondo Pazzi una sosta «dalla Gigina, vicino alla stazione delle ferrovie, una trattoria storica del 1901 gestita dalla famiglia Baglioni da quattro generazioni. Era la trattoria degli operai e dei braccianti». Lo

stesso proprietario Franco Baglioni confeziona ancora oggi la salama che poi cucina per i suoi clienti. «Oggi è rimasta un’isola felice di autenticità, anticonvenzionale e antiborghese, locale preferito dagli artisti e da coloro che amano non mettersi in parata a tavola, ma la semplicità e la qualità. La famiglia Baglioni è in cucina e serve in tavola. Ci si sente a casa,

Da sempre, la buona cucina a Riccione Il ristorante “Trampolines”, con 50 anni di attività, è uno dei più importanti punti di riferimento della buona cucina a Riccione. Caratterizzato dall’incantevole posizione sul nuovo Lungomare, è stato rinnovato completamente lo scorso anno. Ha una clientela molto affezionata che apprezza gli ottimi piatti di pesce, le pizze e le tradizionali piadine ma anche i rinomati dessert e i gelati fatti in casa. Il tutto accompagnato da un servizio accurato e sempre cordiale.

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RISTORANTE TRAMPOLINES Lungomare della Repubblica 18 - Riccione (RN) Tel. 0541 60.07.02 - Fax 0541 69.08.12 www.trampolines.it trampolines@trampolines.it

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Ricordi di cucina

soprattutto l’estate sotto i tigli del cortile. Atmosfera anni 50 irripetibile e rara». E per accompagnare un pasto ricco di sapori forti, come è tipico della cucina ferrarese, Pazzi preferisce «il lambrusco, ma anche il vino fragolino. Ferrara non è ricca di vini, ma i pochi che ha sono sinceri e si accompagnano bene a cappelletti, lasagne e maiale». Riccionese è invece il comico Paolo Cevoli che, come ci si poteva aspettare, esalta la piadina, una delle specialità più semplici ma anche più gustose della tradizione romagnola: «la piadina sopra di tutto. Quella sottile, solo acqua, farina e strutto di maiale». Anche per quanto riguarda la piadina esistono varie tipologie: nel riminese, infatti, viene prodotta molto sottile; nel forlivese, ravennate e

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cesenate si presenta più spessa mentre nel pesarese prende, infine, il nome di ‘crescia’ ed è più sfogliata e saporita. «E poi amo anche i primi piatti fatti in casa. Tagliatelle, strozzapreti e cappelletti». Piatti che si confondono nelle preparazioni da luogo a luogo nell’entroterra romagnolo. Per quanto riguarda i ristoranti, Cevoli non lesina in campanilismo consigliando un posto “familiare”: «Dalla mia mamma Marisa. Ha fatto per anni la cuoca nella pensione della mia famiglia, la pensione Cinzia. Lì porto i miei amici. Come fa da mangiare la mia mamma, non c’è chef che tenga». La tradizione dei vini romagnoli spazia dai rossi come il Sangiovese o la Cagnina fino ai bianchi come il Trebbiano o l’Albana. «Ce ne sono molti di ottima qualità. I miei preferiti sono quelli di San Patrignano. Grande posto, grandi vini».

A sinistra, il comico televisivo Paolo Cevoli

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ROMAGNA IN ODOR DI TOSCANA di PAOLA MARUZZI

Terra di confine e di medievale memoria, l’Alta Valmarecchia prende forza dai boschi e dai suoi prodotti culinari. Tra tartufi e cinghiali alla Trattoria Gattara

ll’incrocio tra Romagna,Toscana e Marche il confine enogastronomico si fa più saporito. Perché risente dell’influenza di due universi culinari leggermente distanti ma “consanguinei”. A beneficiare di questi scambi è indubbiamente la Trattoria Gattara, dove vanno per la maggiore ricette a base di tartufo, bianco e nero, e di cinghiale. Stefano Lupo non è solo il patron del locale. È anche uno dei pochi abitanti che popolano l’omonima frazione di Casteldelci, Gattara appunto. Un dettaglio che desta una certa curiosità perché nel “sottobosco” dell’Italia

A Veduta di Casteldelci, nell’entroterra romagnolo, nelle cui vicinanze sorge la Trattoria Gattara

centrale si scoprono microscopiche comunità che resistono nonostante l’urbanizzazione le stia letteralmente svuotando. Arroccati sulle colline o dolcemente adagiati ai sui piedi, ci sono piccoli borghi medievali silenziosi, che i turisti appassionati delle atmosfere autentiche vanno a cercare con il lanternino. Così la Trattoria, oltre a essere l’avamposto della buona cucina, diventa un punto di riferimento sia per gli autoctoni che per i forestieri. «La Romagna non è solo spiagge. Ha un entroterra da scoprire. L’Alta Valmarecchia è l’ideale per chi ama passeggiare, a piedi, in mountain bike o a cavallo. La nostra rete sentieristica, che passa attraverso boschi di conifere e latifoglie, è splendida in ogni stagione» racconta Stefano, che da buon ristoratore non può non soffermarsi sui prodotti. «Siamo proprio nel periodo di piena raccolta dell’ottimo tartufo bianco». info@trattoriagattara.it

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GENOVA, TESORI D'ARTE

di NICOLÒ MULAS MARCELLO

Una città tutta da scoprire, dove storia, arte e gastronomia si intrecciano in un’unica grande tradizione che fa di Genova una città unica. Vittorio Sirianni spiega come sia giusto valorizzare meglio il capoluogo ligure

al punto di vista architettonico e dei tesori d’arte Genova è una città straordinaria». Con queste parole il

«D Vittorio Sirianni, giornalista

giornalista Vittorio Sirianni dichiara l’amore per la sua città al punto da rinnovare ogni anno da più di un decennio una guida per scoprire il capoluogo ligure attraverso percorsi che ne valorizzino la storia, l’architettura e gli angoli più nascosti. Se dovesse guidare un gruppo di turisti alla scoperta della città quali luoghi indicherebbe loro per percepire lo spirito della città? «Il grande fascino della città di Genova è rappresentato dal centro storico che è il più

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grande d’Europa e offre una serie di scenografie e di architetture di straordinaria bellezza. Quindi spingerei i turisti a seguire alcuni itinerari. Partendo dal porto antico, ancora oggi Genova sembra una città in gran parte fatta di pietra, di marmo e di ardesia che si arrampica sulle colline, servita da strade molto ripide e tortuose, scalinate, ascensori, funicolari, tramvie. Ricordo le poesie di Caproni che parlano di tutto questo scenario». Ci sono luoghi particolari e meno noti che potrebbe consigliare? «Di angoli nascosti ce ne sono a centinaia. Ci sono fontane, chiese e palazzi che non tutti conoscono. Io proporrei alcune chiese di antichissima tradizione che risalgono al 1100 d.C. come la chiesa dei Santi Cosimo e Damiano in piazza S. Cosimo, che si affaccia quasi sul porto, costruita nel 1041, nel periodo romanico. Un’altra chiesa di straordinario fascino è la chiesa di S. Donato

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nell’omonima piazza, siamo alle spalle di porta Soprana, una delle grandi porte della vecchia Genova. Anche qui siamo attorno al dodicesimo secolo. Poi c’è la chiesa di S. Giovanni di Prè del 1180, situata in via Gramsci, in quelle vie che tra gli anni 60 e 70 rappresentavano una vita notturna quasi marsigliese. La sua fondazione fu voluta da frate Guglielmo per accogliere i pellegrini diretti in terra santa. Aggiungerei anche la chiesa di S. Matteo del 1125 che fu fondata dal frate Martino Doria. Si tratta della chiesa gentilizia della famiglia Doria, una delle grandi famiglie di Genova. La chiesa di S. Siro poi è nascosta nell’angiporto, siamo nel quarto secolo all’epoca dell’introduzione del cristianesimo in Liguria. Questa fu la prima cattedrale di Genova sotto il titolo dei dodici apostoli. Finirei con la chiesa di S. Maria di Castello che è collocata su una delle tante

colline di Genova dove si insediò uno dei primi stanziamenti pre romanici». Lei da anni rinnova una guida di Genova intitolata “Vivere Genova e il suo centro storico” giunta ormai alla sua undicesima edizione, e sostiene che negli ultimi anni Genova sia cambiata e rinnovata e che grazie ai grandi eventi ha riconquistato una splendida immagine internazionale. Chi manca da Genova da tempo come la troverebbe oggi? «È cambiata soprattutto dal punto di vista architettonico. Finalmente c’è stato un rinnovamento delle piazze e delle chiese. Molte fontane sono state ristrutturate. Molti palazzi sono stati ripuliti. L’immagine di Genova oggi è diversa ed è più vivibile. Per cui chi manca da Genova da tanto tempo ritroverebbe una città più bella anche architettonicamente, più pulita e

Alla scoperta di Genova

Vittorio Sirianni

A sinistra, un particolare della chiesa di S. Siro; accanto, l’Antica Sciamadda

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più luminosa. Purtroppo però la si vende male, occorrerebbe far capire che tipo di città è diventata dopo l’epoca dell’industrializzazione». C’è uno scorcio di Genova che ama in maniera particolare e perchè? «Io amo la collina di Castelletto, dove c’è una grande piazza da cui si domina tutta la città a cominciare dal mare, elemento fondamentale di Genova forse poco valorizzato. L’altro scorcio che suggerirei è quello che si incontra venendo da ponente, imboccando la sopraelevata soprattutto di notte quando da una parte si vedono le luci del porto e dall’altra le luci della città che si arrampica sulla collina. Una visione quasi felliniana». Per assaporare le tradizioni culinarie di Genova quali luoghi consiglierebbe? «Le antiche botteghe dove si fanno ancora i piatti tipici genovesi: la farinata, le acciughe ripiene, le torte, la pasqualina. Ci sono ancora tre

Sentirsi come a casa

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172 • Mete Grand Tour

Nell’incantevole cornice della baia di Arenzano, nel cuore del centro storico del paese e direttamente sul lungomare, l'albergo Albatros occupa il secondo e terzo piano di un antico palazzo del 1850, completamente ristrutturato. Dotato di ascensore, ha a disposizione dieci camere, tutte diverse e ugualmente confortevoli, ciascuna con bagno privato, completo di doccia e asciugacapelli. Le stanze si affacciano sul mare o sul centro storico del paese e sono dotate di aria condizionata e riscaldamento centralizzati, agitatore d'aria a soffitto, tv color, internet wireless, telefono ricevente e cassetta di sicurezza. Il ristorante, ad uso esclusivo degli ospiti dell'albergo, ha un’ambientazione intima e curata. Propone una cucina semplice, ma molto attenta alla varietà e alla qualità dei cibi, con un occhio ai piatti della tradizione ligure.

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locali che hanno questa caratteristica: Sa Pesta, in via Giustiniani, poi c’è la Sciamadda in via San Giorgio. Sciamadda vuol dire “la fiammata”, ovvero quella che usciva dal forno quando la farinata era pronta. L’ultimo ristorante è la Tripperia Casana, in vico della Casana, la trippa è un altro dei prodotti tipici della tradizione genovese, qui i genovesi vanno non solo a comprare la trippa ma anche a bere il suo brodo su tavoli di marmo come si faceva due secoli fa». C’è un modo particolare per conoscere e scoprire Genova? «Non saprei indicare un modo particolare per scoprire Genova però come dicevo, credo che la

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città debba essere venduta meglio, attraverso una serie di iniziative di comunicazione che al momento non ci sono, o comunque sono ridotte. Molti parlano di una Genova turistica, come città d’arte ma ancora questi obiettivi non sono stati raggiunti. Bisognerebbe puntare su una riconversione turistica attraverso la formazione di persone capaci di promuoverla. Le navi da crociera che un tempo attraccavano a Genova sono state ridotte perché adesso si fermano a Savona. Bisognerebbe ripristinare la fermata di Genova e magari ampliarla dalle semplici 2 ore a 2 giorni, perché la città dal punto di vista architettonico e dei tesori d’arte è straordinaria».

A sinistra, il trittico di Joos van Cleve (1515) nella chiesa di S. Donato; in alto, una veduta di Genova dalla spianata di Castelletto

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Alla scoperta di Genova

I palazzi dei Rolli

NOBILI DIMORE

di NICOLÒ MULAS MARCELLO Un universo di dimore storiche che testimoniano una Genova magica, dove intrecci economici e culturali si uniscono all’ospitalità del popolo ligure. Isabella Croce racconta i segreti dei palazzi dei Rolli

ella Repubblica marinara di Genova rifondata da Andrea Doria che tra il Cinquecento e il Seicento fu crocevia di traffici, corti e ambasciate, si precettavano dimore adeguate alle visite di Stato. Questo avveniva attraverso elenchi (Rolli degli alloggiamenti pubblici) suddivisi in “bussoli” per categorie di qualità. Nel 2006, 42 palazzi dei Rolli sono stati dichiarati dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Isabella Croce, architetto, studiosa di storia dell’architettura della città e collaboratrice del professor Ennio Poleggi, illustra le caratteristiche di questi palazzi. Quale percorso attraverso questi palazzi è il più indicato per conoscere i segreti di Genova? «Sicuramente indicherei il percorso canonico dettato dall’Unesco, che parte dal Palazzo di Antonio Doria (il cugino del più noto

N Isabella Croce, architetto e studiosa di storia dell’architettura di Genova

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Andrea), oggi sede della Prefettura, e scendendo poi per salita Santa Caterina, raggiunge Strada nuova (via Garibaldi) e via Balbi, ma non potrei evitare di consigliare alcune deviazioni a mio giudizio indispensabili, almeno al Palazzo di Vincenzo Imperiale (piazza Campetto, 8a). I palazzi iscritti nei rolli (“ruoli” ossia elenchi) dell’ospitalità furono più di 170, tra questi l’Unesco ne ha individuati 42, lungo un percorso che privilegia le cosiddette “strade nuove”. Ma attraversando la città vecchia se ne incontrano moltissimi altri, alcuni sviliti dal tempo e dall’incuria, altri che conservano ancora una dignità antica come i Palazzi di Brancaleone Grillo (vico Mele, 6), di Lorenzo Cattaneo (piazza Grillo Cattaneo, 1), che affaccia sulla sua piazza consortile originaria, di Jacopo Spinola (via Postavecchia, 16) con il bel portale con il “Trionfo degli Spinola” attribuito a Pace Gaggini, di Marcantonio Sauli (via San Bernardo, 19), antica proprietà degli Zaccaria “della croce” e di Giulio Sale (piazza Embrici, 3) con la sua alta torre, una delle poche superstiti. Ma come le ho detto, ve ne sono molti altri ancora». Queste abitazioni hanno ospitato

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Alla scoperta di Genova

I palazzi dei Rolli

viaggiatori illustri che includevano il capoluogo ligure nei loro grand tour culturali o economici. Quali sono i personaggi storici più noti che hanno alloggiato in questi palazzi? C’è n’è uno in particolare al quale è più legato e perché? «In antico regime i viaggi via mare erano preferiti ai viaggi via terra, perché più veloci e sicuri. Genova in quell’epoca fu certamente uno dei porti più famosi e frequentati e perciò da qui passarono imperatori, principi, papi, seguiti dagli uomini delle loro corti, tra i quali erano intellettuali, letterati e pittori. Molti di loro ci hanno lasciato memoria dello stupore e della maraviglia per ciò che videro. Rubens fu tra questi. Giunse a Genova a seguito del Gonzaga e qui intrecciò amicizie con uomini e famiglie cittadine per cui dipinse opere pregevoli (merita

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una visita la chiesa del Gesù, edificata dalla famiglia Pallavicini, proprietaria di uno dei palazzi di Strada nuova). Ma la bellezza e la comodità dei palazzi dei nobili genovesi lo colpì a tal punto da indurlo a raccoglierli in un libro: una sorta di “catalogo” di quelle dimore belle e comode adatte a un ricco borghese. Ma anche il meno noto Furttenbach ci ha lasciato descrizioni incantate del suo lungo soggiorno genovese. Racconta per esempio che nel giardino del Palazzo di Gerolamo Grimaldi “della Meridiana”, vi era una deliziosa “grotta” tra le più belle d’Italia; ma anche giochi d’acqua e invenzioni meccaniche: una sfera meccanica che ruotando riproduceva il canto degli uccelli e una navicella che navigava automaticamente da sola su un piccolo laghetto. Qualche decennio prima una descrizione quasi identica, accompagnata da

Un particolare degli affreschi all’interno di un palazzo

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Assaporando atmosfere storiche A pochi chilometri dal centro di Genova, sulla Riviera di Levante, l’Hotel Bonera ha sede a Nervi, nella prestigiosa Villa Bonera, costruita nel 1500, restaurata nel 1700, albergo dal 1850. La storia e la tradizione di questo complesso sono ancor oggi testimoniate dalle stanze ampie e prestigiose, dall'arredamento in stile, e dai soffitti di diverse camere, ornati da bellissimi affreschi. Lo chef propone ogni giorno cucina tipica italiana, con piatti liguri, ma senza dimenticare la grande tradizione culinaria delle altre regioni, per un menù che può variare dalla cucina abruzzese a quella emiliana, dalla toscana a quella umbra. Oltre alle portate fisse, si propone una grande varietà di piatti del giorno e si preparano menù per soddisfare le richieste dei clienti.

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Palazzo Torsi, sede del municipio

medesima meraviglia, ci è trasmessa da un’altra nota personalità: Margherita d’Austria». Cosa accomuna questi palazzi? È possibile visitarne alcuni? «Direi che proprio il corpo intero della città li accomuna, ossia la struttura urbanistica e il “sistema di case” in cui sono inseriti, ma soprattutto la sostanza sociale degli uomini che li hanno voluti e abitati e di quelle maestranze - i magistri antelami - che l’hanno costruita. Molti dei palazzi dei Rolli sono ancora ovviamente proprietà private e quindi non è facile visitarli. Ma ve ne sono anche di visitabili, soprattutto in via Garibaldi e in via Balbi. Di certo quello che meglio racconta questo tipo di abitazione è il

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Palazzo Spinola di Pellicceria, una vera e propria dimora nobiliare ancora completa di tutto, comprese le cucine». Questi palazzi raccontano una Genova magica di re, corti, dogi e principi uniti alla concretezza tipicamente genovese e alla modernità di un’ospitalità fatta di case private rese pubbliche. Come descriverebbe l’ospitalità dei genovesi dell’epoca? «Un’ospitalità estremamente sfarzosa (forse troppo per alcuni intellettuali dell’epoca), se pur obbligata. Il mercante genovese, una volta perduto il primato nella mercatura, si rivolge al mercato del danaro con gli asientos (prestiti) e alla istituzione mercenaria, viste le riconosciute abilità belliche e armatoriali. Ne segue che i palazzi e l’ospitalità diventano la nuova “vetrina” dove mettere in mostra la propria forza economica. È anche vero che la frequentazione e il confronto con le grandi monarchie assolute

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La deliziosa cucina di pesce Nell’ottobre 1987 Marco e Franca, due giovanissimi appassionati di ristorazione, dopo precedenti esperienze sotto la guida di esperti del maestri settore, decidono di aprire un proprio locale. Trovano alla periferia di Sanremo un ristorante che fa al caso loro e lo chiamiamo Il Galeone. Con soddisfazione il ristorante, dopo oltre venti anni, continua a proporre deliziosi piatti di pesce. Tra i “cavalli di battaglia” che lo hanno reso noto nella zona e non solo, spiccano il risotto galeone e gli spaghetti galeone. Da provare, anche i ravioli di pesce con i gamberi. Marco, attento appassionato di vino, propone dalla sua piccola cantina i vini tipici nazionali.

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insinuò in questa comunità repubblicana senza prìncipi un’ambizione pericolosa, quella di darsi un’immagine quasi di reggia, desiderio che approdò nel 1637 alla proclamazione della Madonna a Regina di Genova, così da poter apporre la corona sullo stemma cittadino». Esistono luoghi di Genova dove è possibile ancora respirare l’atmosfera di quel periodo storico? Magari anche dal punto di vista della tradizione culinaria? «Senza dubbio Strada nuova è uno di quei luoghi, per lo meno il più scenografico, ma ovviamente non è il solo. La città vecchia offre molti angoli, dove è possibile ancora respirare qualcosa di autentico, luoghi forse un po’ meno

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scenografici e talvolta troppo trascurati, ma certamente unici. Non parlo di singoli palazzi dell’ospitalità ma dell’insieme della struttura urbana, che ha attraversato secoli e innumerevoli trasformazioni sociali, pur senza mutare mai profondamente. Se poi si desidera conoscere qualcosa della tradizione culinaria autoctona, bisogna riconoscere due differenti anime una di origine più nobile e l’altra più popolare. La prima è quella delle tripperie (vico del fieno), della farinata e delle torte di verdure (via Giustiniani), delle friggitorie (sottoripa) e della focaccia. La seconda è quella che sopravvive nelle confetterie di Romanengo, Profumo e Viganotti. D’altra parte a tanta ricchezza dei palazzi con servitù e cuochi rinomati, faceva da contraltare una popolazione spesso povera, gravata da fatiche e miserie, cui apparteneva una tradizione culinaria di minor sfarzo, ma non per questo meno appetitosa».

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LA DIMORA DEL PRINCIPE

di NICOLÒ MULAS MARCELLO È una delle dimore-museo meglio conservate in Italia. Villa del Principe continua oggi a fare rivivere la storia della famiglia Doria Pamphilj grazie agli affascinanti arredi presenti al suo interno. Roberto Bianchi racconta i segreti della villa

ostruita tra il 1527 e il 1533 da Andrea Doria, ammiraglio della flotta di Carlo V, Villa del Principe è una delle dimore più sontuose e importanti di Genova. «Rimasto orfano in tenera età di entrambi i genitori – spiega Roberto Bianchi, responsabile della didattica di Villa del Principe – Andrea Doria iniziò una brillante carriera come soldato di ventura al servizio del papa, Giovanni della Rovere, Francesco I re di Francia, fino ad approdare all’alleanza con

C Sotto, la sala dei Giganti

l’imperatore spagnolo nell’estate del 1528. Giunto all’apice del suo potere e dopo aver garantito all’interno dell’accordo con l’imperatore vantaggiose condizioni a Genova, il condottiero navale intraprese la costruzione della dimora per il suo “honesto ozio”, come recita un’iscrizione in facciata. Chiamò da Roma l’artista fiorentino Pietro Buonaccorsi, Perin del Vaga, uno dei più dotati allievi di Raffaello, che si curò di progettare e realizzare la prima residenza pienamente rinascimentale genovese». Architettonicamente la dimora è ispirata al modello della villa porticata ellenistica-romana, e presenta un lungo porticato monumentale che si protende verso lo splendido giardino all’italiana e verso la riva del mare, dove proprio di fronte alla residenza stazionavano le galee della flotta Doria. «Il palazzo – continua Bianchi – è formato da due piani: a quello terreno si trovavano gli ambienti di servizio e gli alloggi dei servitori mentre il piano nobile contava più di 12 stanze all’epoca dell’ammiraglio ed era diviso in appartamenti maschili, a ponente, e femminili, a levante. I successori di Andrea

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Doria continuarono ad abbellire e decorare la residenza nella quale si possono attualmente visitare più di venti stanze». In questa villa, insieme alla sposa Peretta Usodimare, Andrea Doria diede vita a una grande corte rinascimentale, di cui fecero parte diversi artisti. «La volontà di celebrazione del suo ruolo e la consapevolezza del potere propagandistico delle immagini lo portò a commissionare a Perin del Vaga uno dei cicli pittorici cinquecenteschi meglio conservati in Italia. Nelle stanze dei suoi appartamenti e della consorte, sposata quando era già vedova del marchese del Carretto ed entrambi avevano superato i 60 anni, ogni soffitto trae ispirazione da episodi della storia romana o della mitologia classica per onorare in maniera encomiastica i proprietari». Anche il giardino, recentemente riportato alle

forme tardo cinquecentesche tramite un restauro filologico condotto dalla famiglia Doria, vide l’avvicendarsi di significative personalità artistiche: «intorno agli anni 40 del Cinquecento – sottolinea Roberto Bianchi – Giovannangelo Montorsoli, allievo di Michelangelo, fece importanti aggiunte all’impianto simmetrico all’italiana già predisposto da Perin del Vaga. L’assetto definitivo dell’esterno della dimora, che comprendeva un altrettanto esteso giardino settentrionale completamente distrutto dopo l’apertura della ferrovia Genova-Torino, fu completato solo dal successore di Andrea, Giovanni Andrea I, che combatté valorosamente nella battaglia di Lepanto». La villa conserva nelle sue sale le tracce di secoli di presenza della famiglia Doria. «Negli appartamenti di Andrea Doria è presente una

Un museo dimora

Villa Doria Pamphilj

Da Chiapparino i piatti del territorio Locale caratteristico a conduzione famigliare, riservato, accogliente, semplice, dove la cucina è curata, mantenendo una buona qualità e rispettando le ricette del territorio. Al Ristorante Chiapparino si possono assaggiare le paste fresche fatte in casa: “pansoti” in salsa di noci, lasagne al pesto al piatto, “batolli” fatti con farina di castagne e conditi con il pesto o con la salsa di noci, tagliatelle al sugo di funghi o cacciagione e molto altro; il fritto misto e i dolci: ne vale la pena! Locale ideale per una gita fuori porta, offre ampio spazio per feste, compleanni, cerimonie, meeting, battesimi, comunioni.

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Un museo dimora

Villa Doria Pamphilj

splendida collezione di arazzi che comprende tre serie di inestimabile valore: la più antica intessuta a Tournai, nelle Fiandre, con lana, seta e fili d’oro e d’argento è datata al 1460 circa e rappresenta le vicende di Alessandro Magno. Abbiamo ancora tre degli arazzi che componevano la serie dei Mesi Doria, testimoniata nell’inventario redatto alla morte dell’ammiraglio, infine 6 teleri che rappresentano la vicenda della Battaglia di Lepanto, commissionati da Giovanni Andrea per celebrare il suo ruolo di terzo in comando nella flotta cristiana». Oggi Villa del Principe è un museo pieno di tesori nascosti e sono molte le sale nelle quali è opportuno soffermarsi per riviverne la storia. «Giunti al piano nobile – spiega Bianchi - dopo aver percorso l’imponente scalone monumentale con decorazioni a grottesche di Perin del Vaga,

rimaniamo rapiti dal panorama che ancora oggi si ammira dalla Loggia degli Eroi. Questo ambiente, che deve il suo nome agli antenati di Andrea vestiti come antichi guerrieri romani raffigurati sulle pareti laterali, era in origine aperto sulle terrazze da cui si dominava il giardino e il Golfo di Genova». La loggia divideva i due appartamenti: in quello maschile la sala più interessante è quella di rappresentanza dove Perin del Vaga ha fornito la migliore prova del suo talento artistico. «Per celebrare la figura del proprietario ma probabilmente anche quella di Carlo V che fu presente all’inaugurazione del palazzo il 28 marzo 1533, l’artista affrescò sul soffitto Giove che fulmina i giganti. Alle pareti, oltre a un maestoso camino monumentale in pietra nera di promontorio e marmo di Carrara, si possono ammirare i due splendidi arazzi

Semplicemente pesce Nel 1996 Lello e Katia rilevano una vecchia trattoria e la trasformano in quello che oggi tutti noi possiamo riconoscere come uno dei più raffinati ristoranti della riviera di Ponente. Il gusto sobrio e curato dell'arredamento, la luce calda e soffusa, infondono una sensazione di lieto approccio all'esperienza culinaria che da lì a breve verrà consumata. L'indovinata suddivisione degli spazi crea l'atmosfera perfetta sia per pranzi di lavoro che per cene informali. Ma la sorpresa più piacevole è la fresca cucina di Lello che, con un occhio alla tradizione ligure, riesce sempre a inventare piacevoli novità. Tutto ciò che è possibile preparare nella più completa autonomia della propria cucina, viene proposto dallo chef ai propri clienti.

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Un museo dimora

Villa Doria Pamphilj

quattrocenteschi con la storia di Alessandro Magno che occupano interamente due pareti della sala. Nell’appartamento femminile ricordo solamente la stanza di Psiche dove sono attualmente conservati i principali ritratti della famiglia, tra cui la famosa effige di Andrea ritratto da Sebastiano del Piombo nel 1526». In quasi cinquecento anni di storia sono tante le vicende con uno sfondo quasi leggendario che sono avvenute a palazzo. «Tra le tante – conclude Bianchi – mi piace ricordare i festeggiamenti per il matrimonio tra Anna Pamphilj e Giovanni Andrea III Doria nel 1671, recentemente studiati dalla curatrice del museo Laura Stagno. Tra le molte curiosità emerse colpiscono le lunghe trattative tra le due famiglie, che previdero persino l’invio da

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Roma di un ritratto della futura sposa del famoso pittore Jacob Ferdinand Voet, ancora conservato nella dimora. Ma sono i conti elevatissimi saldati per organizzare la festa nei locali della Galleria Aurea, ambiente imponente costruito a fine Cinquecento per ammodernare la residenza, a lasciare a bocca aperta: il banchetto prevedeva oltre 30 portate e furono eseguite sculture in zucchero, ghiaccio e burro per quella che fu forse la più importante festa barocca celebrata in città. Tralascio di raccontare la sepoltura del cane di Giovanni Andrea I, il fidato Roldano, accanto alla grande statua di Giove nel giardino settentrionale per invogliare i lettori a venire a scoprire di persona i tesori nascosti che ancora si possono ammirare nella dimora del Principe».

In alto, la Galleria Aurea

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I 150 anni d’Italia

LO SCOGLIO DI QUARTO

di NICOLÒ MULAS MARCELLO

Le cerimonie sotto la Lanterna

Numerosi sono gli appuntamenti previsti per le celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia a Genova. L’assessore Andrea Ranieri illustra il programma previsto per quest’anno e le tappe fondamentali per chi vuole visitare i luoghi del Risorgimento

enova è la città da cui è partita l’Unità d’Italia. Lo scoglio di Quarto è già stato teatro delle prime celebrazioni del 150° anniversario, ma molti sono gli eventi in programma quest’anno. Andrea Ranieri, assessore alla promozione della città e progetti culturali, illustra tutti gli appuntamenti del 2011. In occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia cosa ha in programma la città di Genova? «Sono tanti gli eventi in programma. Intanto i

G Andrea Ranieri, assessore alla promozione della città e progetti culturali; nella pagina accanto, Villa Carrara

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festeggiamenti sono cominciati proprio a Genova l’anno scorso quando il presidente della Repubblica e il comitato nazionale per le celebrazioni hanno deciso di cominciare il percorso dallo scoglio di Quarto celebrando la partenza dei Mille. Genova si è quindi caratterizzata come città del Risorgimento democratico e repubblicano, mazziniano e garibaldino. Quest’anno intendiamo procedere sulla stessa linea. L’Accademia di Santa Cecilia ha organizzato a Genova il 12 e 13 febbraio una due giorni musicale con conferenze e un concerto di bel canto, e una mattina dedicata ai ragazzi delle scuole. Il 4 marzo organizzeremo una mostra importante a Palazzo Ducale sugli attori del Risorgimento. Una mostra dedicata a Salvini che fu proprio uno dei più importanti attori italiani dell’800, allievo di Gustavo Modena, altro grande attore mazziniano, che portò le idee di Mazzini e di Garibaldi in giro per il mondo. Genova è una città dei teatri, per questo abbiamo deciso di celebrare l’unità d’Italia anche valorizzando questo aspetto della nostra storia e della nostra cultura. Il 17 marzo faremo una grande festa garibaldina che coinvolgerà tutto il centro della

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I 150 anni d’Italia

Le cerimonie sotto la Lanterna

città con attori e cantanti e con una partecipazione di tutti i municipi che confluiranno su Genova con le loro coreografie tutte ispirate al tema del Risorgimento. Sarà un grande teatro popolare di massa con tante stazioni in cui gli attori impersoneranno i grandi attori del Risorgimento».

Ci sono luoghi della città o della provincia che offrono la possibilità di approfondire la conoscenza del periodo del Risorgimento magari anche attraverso mostre? «Naturalmente citerei il monumento restaurato di Garibaldi a Quarto a cui è stata aggiunta una grande lapide con i nomi dei Mille garibaldini che sono partiti da lì. Il comitato per la celebrazione nazionale ha promosso questa iniziativa dei luoghi della memoria e questo è il primo luogo della memoria italiana risorgimentale. Poi c’è uno straordinario museo del Risorgimento in cui è in corso una mostra sul Bacio di Hayez e che da marzo ospiterà una mostra su Mazzini». Se dovesse consigliare un percorso tematico ad un turista che in occasione delle celebrazioni volesse visitare Genova e

Intima atmosfera familiare Intimo, economico, famigliare, l'Hotel San Desiderio è situato nel pieno centro della città, nonostante ciò gode di completa tranquillità. Grazie a queste prerogative è l'ideale per dedicarsi appieno alla vita di mare e alle attività sportive. Alla sera ci si può rilassare all’ombra sulla terrazza o nel giardino, lasciandosi suggerire come trascorrere la serata, dallo spettacolo di danza classica alla discoteca sulla spiaggia. Le nove camere con bagno, come tutto l'hotel, sono state rifatte da pochissimo e sono dotate di aria condizionata autonoma, riscaldamento centralizzato, connessione wireless, frigorifero, televisore, cassaforte, ascensore. Ricca la colazione a buffet.

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«Genova si è caratterizzata come città del Risorgimento democratico e repubblicano, mazziniano e garibaldino» i dintorni quale indicherebbe? «Direi sicuramente di partire da Quarto e da lì risalire su Villa Carrara che era la casa dove Garibaldi dormì nei giorni precedenti la partenza e che si trova a poche centinaia di metri dal monumento. Adesso ospita il circolo gestito dall’associazione nazionale combattenti reduci che conserva cimeli garibaldini. E poi consiglierei di venire nel centro storico dove si trova la casa di Giuseppe Mazzini, quella di Goffredo Mameli e il museo del Risorgimento». Il porto di Genova ha avuto un ruolo fondamentale nell’Unità d’Italia. Si è svolto

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anche un convegno su questo tema in città a novembre. Ci sono in programma altre iniziative legate al porto? «Abbiamo in cantiere una mostra su Genova porto dell’Unità d’Italia, che forse aprirà nei primi mesi del 2012». Ci sono altre mostre in programma? «Il Festival della scienza, l’iniziativa più importante che si tiene a Genova, che l’anno scorso ha avuto 210.000 visite, quest’anno si chiamerà “150 anni” e sarà un momento per pensare a quella che è stata la scienza italiana non solo nel presente e nel passato ma anche nel futuro».

A sinistra, in alto, l’attore risorgimentale Tommaso Salvini; sopra, il monumento a Garibaldi a Quarto dei Mille

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SAPORE DI STORIA

di NICOLÒ MULAS MARCELLO

Storia risorgimentale e tradizione gastronomica si fondono in un luogo, le cui pareti possono raccontare i preparativi della spedizione dei Mille. Gianni Malagoli illustra le caratteristiche della sua antica osteria

Antica Osteria del Bai è uno dei più antichi locali d’Italia. La sua storia è fortemente legata al Risorgimento. I proprietari Gianni e Renata Malagoli lo hanno trasformato in un elegante ambiente di impronta marinara con vista sul mare, dove è possibile assaporare i piatti della tradizione ligure ma anche creative ricette stagionali. Si dice che Garibaldi la sera prima di partire da Quarto sostò proprio in questo locale. Andarono così le cose? «Sì, l’Antica Osteria del Bai è ricavata in un fortilizio antisaraceno del 400 e dalla spiaggia sottostante all’alba del 6 maggio 1860 si imbarcarono i Mille per l’impresa che si concluse con l’Unità d’Italia. La storia dice che la sera prima della partenza Garibaldi sostò proprio in questo fortino sovrastante lo scoglio e qui si ristorò preparandosi per la partenza. Successivamente anche il Papa Pio VII fu ospite di questa osteria, che vanta

L’ In alto, Gianni Malagoli, proprietario dell’Antica Osteria del Bai; a sinistra, l’interno del ristorante

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infatti una licenza del 1790». Il locale ha conservato le caratteristiche dell’epoca? «In quanto locale storico, che quindi può avvalersi del patrocinio e della tutela delle belle arti, ha conservato la sua caratteristica di fortino in pietra. È stato trasformato negli arredi in un elegante e raffinato ambiente di impronta marinara con una prima saletta ricavata nella struttura originaria, interamente in pietra, e in una sala più ampia con una splendida vista sul mare». Dal punto di vista enogastronomico proponete piatti della tradizione genovese? Quali specialità si possono trovare? «Le nostre specialità della tradizione genovese, rivisitate secondo l’estro dello Chef Gianni Malagoli sono principalmente tre: il classico cappon magro a base di pesce e verdure, i “mandilli” (lasagne di pasta fresca sottilissime) con pesto e patate, infine lo stoccafisso alla genovese con olive, pinoli e patate».

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Dove passarono i Mille

Antica Osteria dei Bai

In alto, nella foto grande la sala con vista mare dell’Osteria; nella piccola, i tipici filetti di rombo

Se dovesse consigliare un menù in particolare a chi vuole venire nel suo locale cosa consiglierebbe? «Consiglierei un menu a base di pesce fresco, che è la nostra specialità. Si può spaziare dagli antipasti ai primi di pasta fresca fatta in casa ai secondi di pesce, secondo il pescato del giorno. La freschezza e la genuinità dei nostri prodotti è alla base della nostra cucina che ripropone le vecchie ricette regionali, i piatti consolidati della gastronomia internazionale ma anche una serie di nuove e ispirate elaborazioni. I menu variano spesso in base

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alla stagionalità dei prodotti e al pescato. Tra i piatti consigliati posso citare: medaglioni di pescatrice affumicata con insalata di zucchine e pomodoro candito; reginelle di pasta fresca al timo con vongole veraci, bottarga e crema di piselli; cannelloni di astice e porri su pesto leggero; filetti di pesce (secondo il pescato) in varie cotture tra cui: filetto di dentice brasato con cipolline novelle confit e fave fresche in salsa all’olio speziato, totani farciti di gamberi su polentina di fave, panna cotta ai frutti di bosco all’aceto balsamico e parfait al croccante con salsa al cioccolato».

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Specchiarsi sul golfo

AFFACCIATI SUI DUE MARI di BELINDA PAGANO

n una novella Dante racconta dell’amore non corrisposto del bellissimo tritone Tigullio per la sirena Segesta che viveva su un’isola vicina alla costa. Quando Tigullio tentò di afferrare Segesta, Nettuno ne pietrificò il braccio. È così che nacque la splendida penisola di Sestri, dal latino appunto “Segesta Tigulliorum”. Sestri Levante, definita la “città dei due mari”, è una piccola realtà testimone da sempre della poeticità offerta dalle onde del mare. È lì che nasce il Vis à Vis, una nave sulla terraferma, un hotel strutturato come un transatlantico dove tutto parla di vita marinara. «Tutto è nato da una semplice idea di famiglia, un albergo che ricordasse la struttura delle più belle navi da crociera» spiega Flavia De Nicolai, titolare dell’Hotel Vis à Vis. «E Sestri Levante era il luogo ideale per concretizzare questo sogno, una location affascinante sopra un promontorio affacciato sul mare». E al Vis à Vis si respira aria di mare. La sensazione di essere davvero in viaggio su una

I Specchiarsi sul golfo, con i suoi colori brillanti e romantici, suscita una sensazione di libertà e di ampio respiro dell’anima. All’hotel Vis à Vis si respira aria di mare. E la percezione di essere in viaggio su una nave

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nave è accentuata al Ristorante Olimpo, situato all’ultimo piano e ospitato in una stupenda sala dall’atmosfera raffinata. «Il servizio di prima classe, la musica di sottofondo, la cortesia e la professionalità dello staff: tutto contribuisce a evocare l’atmosfera dei transatlantici dell’inizio dello scorso secolo, rivisitata in chiave moderna con un design all’avanguardia, come il soffitto in legno con spot luminosi che creano un cielo stellato. Dal solarium del livello superiore, chiamato Ponte Zeus in omaggio alla divinità greca, si ammira uno spettacolo naturale senza pari: il promontorio di Portofino, il golfo del Tigullio e la meravigliosa penisola di Sestri Levante. Nel parco troviamo anche il Ponte Giunone, un ristorante all’aperto ideale per serate a tema, feste ed eventi, musica e balli in maschera, barbecue e indimenticabili buffet, e la piscina collegata all’hotel da una passerella. Anche al suo interno» continua la signora De Nicolai. «Le camere hanno un’impronta marinara, arredate con ricercatezza e dotate di balcone privato e di tutti i confort moderni. Il Vis à Vis

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offre altri spazi comuni molto confortevoli come la hall e il Ponte Tritone che si trasforma anche in una sala per ricevimenti, dove si gustano delicati cocktail nazionali e internazionali e assaggi della tipica cucina genovese». Se non bastassero tutti questi dettagli minuziosamente studiati, basterebbe dare un’occhiata all’estetica dell’Hotel Vis à Vis, interpretazione del più puro stile ligure: tipici colori locali riportati lungo la facciata e interrotti dalle zone rigate bianche e grigie che colorano la torre centrale e la base dell’edificio. Due leitmotiv per gustare il Mediterraneo, dunque: l’immagine di una nave sulla terraferma e l’affascinante mitologia di tempi antichi.

Nella pagina affianco, vista sul mare e su Sestri Levante dall’Hotel Vis à Vis. Sopra, interno della camera matrimoniale e balconcino vista mare

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www.hotelvisavis.com

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Retrogusto fruttato, fiorito e persino cioccolatato. Dietro l’apparente semplicità di una tazzina può nascondersi anche questo. Dalla torrefazione ai negozi del Levante genovese, Raffaella Bocchia consiglia di affinare i sensi e scegliere l’accostamento con il dolce preferito

LA POESIA DEL CAFFÈ istretto, macchiato, freddo, shakerato, qualche volta persino americano e alla turca. Il caffè è molto di più che una bevanda dall’evocazione esotica. È un rito nazionale, vezzeggiato e amato tanto da diventare l’ossessione dei vacanzieri italiani all’estero che, alle prese con “beveroni” annacquati, ne rimpiangono l’aroma deciso e il gusto rotondo. Quante combinazioni e sfumature ci sono allora da scoprire? Almeno sei se si entra negli accoglienti locali della torrefazione Bocchia Caffè di Recco, Rapallo, Chiavari o Sestri

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di PAOLA MARUZZI

Levante, dove è possibile conoscere le miscele esclusive di caffè provenienti da Guatemala, Portorico, Costarica, Colombia, Brasile, Etiopia, Messico, India e Giava. «Fiore all’occhiello è senza dubbio la miscela I Magnifici Sette, – spiega Raffaella Bocchia – composta da sette delle migliori varietà di arabica che proponiamo sia alla degustazione che in grani». Ma per viaggiare attraverso le diversità proposte, è indispensabile “allenare” i sensi. «Con un pizzico di concentrazione e attenzione in più e persino a occhi chiusi – continua Raffaella – possiamo arrivare a individuare e

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Il rito del Caffè

Raffaella Bocchia

riconoscere, nella complessità dei profumi, aromi e gusti che non pensavamo potessero concentrarsi in una tazzina di caffè». E se proprio si vuol dare più attenzione al particolare è arrivato il momento di viaggiare attraverso le Monorigini e cercare il caffè Gourmet che più si avvicina al nostro stato d’animo. E allora l’Etiopia Sidamo deciso, speziato, con sentori di frutta tropicale e distillati, il Portorico Yauco Selecto dal gusto dolce, cioccolatato, pieno e seducente, il Guatemala intenso e morbido allo stesso tempo. Dopo il piccolo excursus è chiaro che si tratta di

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veri esperti del settore. «Tostare i chicchi e preparare le miscele è un passione più che un mestiere trasmessoci da nostro padre Franco. La capacità del torrefattore sta nel trovare un punto di equilibrio tra le caratteristiche gustative della bevanda e gli aromi che ogni qualità di caffè sprigiona». La torrefazione creata da Tosello Bocchia nel 1958 a Genova e ampliata nella realtà attuale dal figlio Franco è condotta dalle sue figlie Raffaella ed Emanuela che continuano la tradizione della tostatura made in Italy proponendo le loro miscele d’autore nei negozi Bocchia Caffè della Riviera. Qui mentre si sorseggia un caffè, una cioccolata calda, un bicerin piuttosto che un wintercoffee ci si può lasciar conquistare dall’assortimento di cioccolatini, caramelle e dolci tipici artigianali. «Tra questi l’autentico Pandolce a lievitazione naturale, i canestrelli, i caporali, gli anicini, i baci di dama e gli amaretti morbidi». Se il ventaglio non dovesse essere sufficiente, allora si può gettare uno sguardo sui tè, marmellate, mieli e tutta una serie di prodotti senza zucchero. www.bocchiacaffe.it

L’interno della caffetteria di Chiavari

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TRA IL PORTO E LA LANTERNA di GIULIO CONTI uesti ultimi decenni hanno visto accorciarsi le distanze mentre si sono alleggeriti gli orizzonti del “viaggio”. Il comparto turistico alberghiero è in costante espansione soprattutto in quelle città che, come Genova, offrono bellezze paesaggistiche, capitoli di storia, di arte e di tradizioni apprezzate in tutto il mondo. Inevitabile quindi che anche le grandi catene alberghiere come NH Hotels insediassero nuove strutture nella città della

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Cambia la fisionomia del turista anche per la città di Genova. Ma non per questo cambiano le esigenze di comfort ed eleganza verso il settore ricettivo. Ne parla Giuliano Maffi del gruppo alberghiero NH

Lanterna. «Ma anche per i gruppi alberghieri internazionali la filosofia d’approccio al mercato di riferimento è sempre legata alle persone che partecipano alle attività aziendali: che siano proprietari, azionisti, ospiti o fornitori, sono comunque le persone a fare l’azienda e trasformarla appunto in gruppo, efficace e professionale, attento e competente». È una fervida esperienza nel settore turistico a dare conferma all’opinione di Giuliano Maffi, general manager dell’hotel NH Marina e supervisor di Fiona Piazza responsabile manager del NH Plaza, secondo cui «la nostra bellissima Genova ospita ogni anno tanti turisti, ma potrebbe averne molti di più. Dare una nuova spinta all’interno comparto è di fatti uno dei nostri principali obiettivi». Nel 2010 il settore turistico alberghiero sembra aver registrato,

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secondo i vari Osservatori, un lieve incremento. Quali sono, secondo lei, le ragioni di tale ascesa che ignora la crisi? «L’afflusso di turisti, di viaggiatori abituali o di uomini d’affari può determinarsi sulla base di vari fattori. Ma, per quel che concerne i resoconti relativi al 2010, l’asset alberghiero genovese non sembra aver ignorato la crisi perché, i dati occupazionali e i ricavi sono ancora in flessione. Ritengo che le ragioni di tale stagnazione possano scaturire,

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innanzitutto, da una forte concorrenza. Sono molti infatti i competitor che creano confusione: non è raro scoprire che in città alcuni hotel 3 stelle applicano tariffe da 4 o 5 stelle e che, al contrario, hotel d’alto livello propongono tariffe estremamente ridotte. Alla NH stiamo lavorando tantissimo per far sì che il 2011 migliori. Non possiamo permetterci di aspettare che la crisi passi». Una panoramica di settore, e i piccoli alberghi a conduzione familiare hanno perso il peso di una volta per lasciare il campo alle tante grandi catene tra cui la NH. In tal senso, quali sono i vantaggi e le criticità relative alle partnership internazionali? «A livello internazionale, i grandi nomi e le grandi organizzazioni aiutano molto i piccoli albergatori a penetrare il mercato locale cui da sempre attingono. La famiglia proprietaria di una struttura ricettiva alberghiera, se affiancata da una catena riconosciuta a livello mondiale, avrà molte più carte da giocare nel settore e assistere al rilancio della propria attività. Se poi la proprietà è radicata nel settore cittadino, entrare a far parte di alcune

In apertura, Giuliano Maffi general manager dell’hotel NH Marina e supervisor dell’NH Plaza. Nelle altre immagini, alcuni ambienti dei due NH hotel di Genova

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grandi sinergie in attivo da anni, diviene molto più probabile». Quali sono i tratti distintivi dell’hotel NH Marina? «È la location, innanzitutto, a rendere l’NH Marina un unicum nel panorama genovese. Situato nell’affascinante area del Porto Antico progettata dal celebre Renzo Piano, a pochi passi dal famoso Acquario, dal Museo del Mare e dal centro storico della città, il Marina occupa una posizione ideale per chi viaggia per affari, per le famiglie e per i turisti curiosi di ammirare da vicino i tanti luoghi e le magnificenze di Genova. Il porto turistico e la Lanterna si offrono agli sguardi dei nostri ospiti non solo dalle camere ma anche dalle terrazze de Il Gozzo, il ristorante dell’NH Marina, sede perfetta per eventi formali o colloquiali». Per quale tipologia di viaggiatore può essere ideale l’hotel NH Plaza?

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«Con una struttura interna ampia e organizzata, 146 camere, 6 sale riunioni e un’ubicazione che lo vede al centro del quartiere commerciale e finanziario di Genova, il Plaza rappresenta certamente l’hotel che più di molti altri si presta a ospitare eventi di vario genere, congressi, riunioni di lavoro, ma anche cocktail party e gala. Il ristorante Villetta di Negro dell’NH Plaza, partecipa senza remore all’unicità di una struttura, ma soprattutto di servizi e disponibilità che, in questo campo, fanno la differenza. Perché in fondo ogni albergo ha la sua storia, la sua peculiarità, il suo contesto. Ma ad accomunare gli NH hotel, in qualsiasi parte del mondo si trovino, è il costante sviluppo della cultura del servizio di qualità: un percorso che il gruppo di cui faccio parte non perde mai di vista». www.nh-hotels.it

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SULLE NOTE DI GENOVA

di NICOLÒ MULAS MARCELLO

Genova, terra di poeti, navigatori e cantanti. Antonella Ruggiero racconta la sua città illustrando i luoghi più belli del capoluogo ligure, dove i sapori della tradizione, i ricordi della storia e gli elementi dell’arte vivono tra gli stretti e tortuosi vicoli che lo caratterizzano

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er Antonella Ruggiero il fascino di Genova, sua città natale, corre lungo le strade tortuose del centro, dove vibra ancora la storia e la magia dell’arte. Palazzi nobiliari e case popolari convivono in uno scenario eterogeneo che si può apprezzare dai tetti o dalla spianata di Castelletto, da cui si domina tutta la città. I profumi e i sapori di Genova brulicano invece nei vicoli che dal mare salgono fino alle colline. Il racconto di una città unica nelle parole della cantante ligure. Genova è una città che nasconde molti segreti. Cosa rappresenta per lei il capoluogo ligure? «È la memoria di una città con usi, costumi, profumi, modi di parlare, cibi e persone che credo si siano profondamente e irrimediabilmente modificati». C’è uno scorcio della città che per la sua magia l’affascina sempre?

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Il fascino dei caruggi

Antonella Ruggiero

«Tutta la zona del centro storico che parte dalla cosiddetta casa di Colombo fino al porto: Porta Soprana, Piazza delle Erbe, San Lorenzo, tutta l’area medievale della città». Quali luoghi farebbe scoprire a chi non conosce la città? «Non potrei trascurare i caruggi, gli antichi palazzi nobiliari di Via Garibaldi o le vecchie case popolari del centro dove dagli ultimi piani si può godere della vista dei vecchi tetti della città e del porto. Castelletto e le alture di Righi dove da lassù la lanterna sembra un giocattolo. Uscendo dal centro storico, sicuramente Villa Pallavicini a Pegli con il suo meraviglioso parco». C’è un locale della città al quale è più affezionata magari perchè legato a qualche aneddoto o agli amici cantanti con i quali ha iniziato la carriera?

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«Ricordo con piacere le antiche drogherie come Torielli in Via San Bernardo, le antiche tripperie con i pentoloni e i marmi, la trattoria tipicamente genovese “da Maria”, le friggitorie di Sottoripa e le raffinate sale da the come Klainguti e i dolci di Romanengo. Ricordo inoltre una piccola latteria in via degli Orefici dove facevano e fanno tuttora una panna fantastica». A quali piatti e vini della tradizione culinaria genovese è più legata? «La farinata, il pesto, le verdure ripiene, la cima, lo stoccafisso accomodato di Canneto il Lungo, le tommaselle, il minestrone di verdure con il pesto ma oggi il sapore delle verdure non è più lo stesso. Per quanto riguarda i vini ci sono produttori appassionati che realizzano poche bottiglie ma eccezionali».

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Le note dell’infanzia

GENOVA BLUES

di NICOLÒ MULAS MARCELLO

Dal porto alle colline, Genova è uno scrigno di ricordi che affollano la mente di un cantautore come Francesco Baccini che ci racconta attraverso i suoi occhi i luoghi più singolari del capoluogo ligure

i sono luoghi di Genova che non si dimenticano anche se la vita e il lavoro ci porta a vivere in altre città. È il caso di Francesco Baccini, genovese trapiantato a Milano. La passione per la sua Genova lo porta spesso a tornare nella sua terra. I ricordi della sua adolescenza corrono lungo i vicoli e nei locali che lo hanno visto crescere anche artisticamente. Quali sono i luoghi di Genova legati alla sua infanzia? «Chiaramente il quartiere in cui sono nato, San Teodoro, che è proprio di fronte al porto. Io sono cresciuto lì e mia madre ci abita ancora. I primi anni della mia infanzia fino all’adolescenza li ho vissuti in questi luoghi». C’è un posto particolare della città che ama di più? «Ce n’è più di uno. Dopo anni passati a Milano dove mi sono trasferito gradualmente dal 1986, negli ultimi tempi torno sempre più spesso a Genova. E mi accorgo sempre di più della differenza tra le due città, dal clima al paesaggio,

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Francesco Baccini

all’aria. Trovo costantemente una scusa per tornare nella mia città e ci sono vari punti di riferimento che frequento anche solo per rilassarmi, ad esempio la spianata di Castelletto, che consiglio a chi visita Genova per la prima volta. Ci si arriva con un ascensore pubblico vicino alla stazione, da questa piazza si domina la città». Se dovesse accompagnare un gruppo di curiosi in visita nella sua terra quali angoli insoliti sceglierebbe? «Lo faccio saltuariamente e uno degli angoli più

In apertura, Francesco Baccini; sotto, uno scorcio del quartiere di Boccadasse

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La Liguria in tavola INOsteria nasce nel 2008 e continua l’impronta storica del precedente Ristorante Torre, mantenendone la particolare atmosfera fatta di cortesia, velocità e semplice comfort. Qui è protagonista la cucina ligure povera tipica dell’entroterra, con prodotti locali e piatti caserecci preparati come si faceva una volta. Si comincia con il buffet di antipasti: torte di verdure al forno, funghi, pomodori secchi e carciofi sott’olio, cipolline in agrodolce, verdure grigliate e ripiene. Dopo si possono gustare le paste fatte in casa, i ravioli al ragù e i pansoti in salsa di noci o le fettuccine “matte” di farina di castagne al pesto, i ravioloni ripieni di ricotta e pecorino al pesto di rucola o i cappellacci con ripieno di funghi con salsa alle erbette. Tra i secondi: piatti di carne con preparazioni classiche al forno e alla brace. Per concludere, i dessert: torte, semifreddi, creme cotte e dolci al cucchiaio per soddisfare tutte le voglie!

A destra, i tradizionali pansoti con salsa di noci

belli di Genova è Boccadasse, un antico borgo di pescatori posto nell’immediato levante di Genova, alla fine di Corso Italia sul lungomare dove d’estate la gente va anche a fare il bagno. Partendo dal luogo in cui si svolge il Salone Nautico e andando verso levante incomincia Corso Italia, una via molto larga che ricorda Miami, lì sotto c’è questo borgo di pescatori dove le macchine non entrano e sembra di essere nell’800. Qui vivono i pescatori, ci sono decine di barche e sembra di fare un vero e proprio salto nel tempo». A quali locali è più affezionato? «C’è un locale dove sono cresciuto e che purtroppo credo non esista più, ma era davvero particolare e si chiamava Panteca Volante. Era proprio vicino alla Stazione Principe e ci si poteva trovare qualsiasi tipo di persona, dal punk

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INOSTERIA Via D. Cuneo, 135 - Càlvari (GE) Tel. 0185 35.82.42 www.inosteria.com info@inosteria.com

«La vera mancanza della città per me era proprio la cucina ligure, piatti e ricette che esistono solo lì»

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Come stare in famiglia Nella perla del Tigullio è possibile trovare un angolo accogliente, a conduzione famigliare, dove poter gustare la bontà del pesce fresco della Riviera ligure, grigliate di carne, primi fatti in casa e una pizza fantastica cotta nel forno a legna. Il locale è gestito da più di 10 anni da Salvatore, detto il Baffo, con l’aiuto della moglie Maria, il pizzaiolo Francesco, Ivano, Silvana e Vittoria. I piatti sono tutti preparati al momento con prodotti freschi e di prima qualità, selezionati con cura dal Baffo per offrire ai suo clienti la miglior qualità. All’ampia sala interna che può ospitare fino a 60 persone, si unisce la veranda coperta che, aperta d’estate e riscaldata d’inverno, può accogliere tra le palme di banano più di 70 persone. L’ambiente accogliente e familiare è l’ideale per cerimonie, feste tra amici e comitive turistiche.

RISTORANTE PIZZERIA DAL BAFFO Corso Matteotti, 56-58 - Santa Margherita Ligure Tel. e Fax 0185 28.89.87 www.dalbaffo.net

con la cresta dei primi anni 80 a Giorgio Gaber. Proprio qui ho conosciuto Carmelo Bene. Era un bar stranissimo frequentato da persone molto diverse fra loro. Non ho mai trovato un locale di questo tipo neanche a Milano. Si suonava musica dal vivo e si poteva assistere a performance di teatro d’arte. Un posto veramente curioso dove dai 18 ai 25 anni ero diventato una leggenda. Oggi non credo che esistano più luoghi simili, però i locali si sono moltiplicati, basti pensare al porto antico, una zona abbandonata quando ero piccolo e che oggi è quasi il fulcro della vita turistica, uno dei punti di attrazione della città». Ci sono ricette della tradizione a cui è più legato e un ristorante in cui ama tornare? «Devo dire che in 20 anni di assenza da Genova,

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l’unica vera mancanza della città è proprio la cucina ligure, infatti i piatti e le ricette che esistono solo lì sono difficilmente esportabili. A Genova ci sono diversi ristoranti in cui mi piace tornare, anche nella riviera. Uno di questi si trova sopra Rapallo, e che si chiama “U Giancu”, che vuol dire bianco. È un locale molto curioso perché il proprietario, essendo un appassionato di fumetti ha creato questo ristorante a tema. È come entrare in un grande fumetto e tanti famosi vignettisti e fumettisti lo hanno anche ritratto a loro modo su carta. D’estate addirittura organizza una sorta di festival del fumetto. In questo ristorante si possono mangiare diversi piatti tipici a base di pesce, come le trote col pesto o i pansoti con salsa di noci, la torta pasqualina o altre torte di verdure».

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Itinerario di un pittore

Bergamo

A fianco, la Pala Martinengo nella Chiesa di San Bartolomeo; nella pagina a fianco Claudia Sartirani, assessore alla Cultura del Comune di Bergamo


SULLE TRACCE DI LORENZO Dal piano al colle, un lungo itinerario attraverso le di RICCARDO CASINI opere lasciate da Lotto a Bergamo in dodici anni di attività. Con un’accompagnatrice d’eccezione, l’assessore comunale alla Cultura Claudia Sartirani

alvolta nel percorso di un grande artista si presentano circostanze culturali, umane e storiche che fanno accadere il miracolo di una perfetta sintonia tra il luogo in cui opera e i suoi attori. È il caso dell’incontro di Lorenzo Lotto con Bergamo e la sua comunità». Claudia Sartirani, assessore comunale alla Cultura, parla così dell’artista cinquecentesco e del suo rapporto con la città. «Quando approda a Bergamo nel 1513 – prosegue – ha già maturato un’esperienza artistica di alto profilo a Treviso, nelle Marche e a Roma. A chiamarlo è Alessandro Martinengo Colleoni che gli commissiona la monumentale pala con la Madonna con il Bambino e Santi, oggi in San Bartolomeo ma una volta collocata nella chiesa dei Santi Stefano e Domenico, demolita a metà Cinquecento all’atto della costruzione delle mura venete. La Pala Martinengo inaugura per Lotto un periodo di sereno e intenso lavoro in terra di Bergamo».

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Come proseguì? «Con una serie di realistici ritratti, alcuni dei quali oggi custoditi in importanti sedi museali straniere, che documenta puntualmente i buoni rapporti intessuti dall’artista con la comunità di Bergamo: medici (Giovanni Agostino della Torre), mercanti (Marsilio Cassotti, figlio di Zanin per il quale Lotto

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Itinerario di un pittore

Bergamo

«Le opere di Lotto fanno di Bergamo uno dei luoghi di assoluta eccellenza della pittura rinascimentale» realizzerà ben otto dipinti), nobildonne (Lucina Brembati) ed esponenti della società cittadina che, apprezzando Lotto, da lui si fanno ritrarre per divenire poi anche committenti di dipinti di soggetto religioso, come indica il Commiato di Cristo dalla madre del 1521, commissionato a Lotto dalla dama bergamasca Elisabetta Rota». Ma è possibile tracciare un itinerario seguendo le tracce che ha lasciato? «È un itinerario cittadino di inusitata bellezza che ascende dal piano al colle e consente di ripercorrere le tappe dell’impegno di Lotto nella pittura di soggetto religioso: dopo la Pala

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Martinengo, la sequenza delle due pale con Madonna e Santi, rispettivamente in Santo Spirito e in San Bernardino ed entrambe del 1521, danno la misura del grande successo riscosso dall’artista. Una sosta al Museo diocesano Adriano Bernareggi in via Pignolo consente di vedere la Trinità dipinta per l’omonima chiesa, che si trovava di fronte a Santo Spirito, soppressa e demolita nel 1808. Proseguendo per la città alta si rimarrà affascinati dagli inattesi affreschi nella chiesa di San Michele al Pozzo Bianco con le Storie della Vergine (1525), in cui spicca la freschezza del racconto della Visitazione di Maria ad Elisabetta, di un solo anno successive al

In alto, l’interno della Chiesa di San Michele al Pozzo Bianco

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Itinerario di un pittore

«Una serie di realistici ritratti, alcuni oggi custoditi in importanti musei stranieri, documenta i buoni rapporti intessuti dall’artista con la comunità»

Bergamo

In alto, il Ritratto di Lucina Brembati (1518 circa)

ciclo di affreschi con le Storie di Santa Barbara a decoro delle pareti dell’Oratorio Suardi a Trescore Balneario. Nel 1524 Lotto veniva poi incaricato anche dell’ideazione dei disegni per gli stalli del coro della basilica di Santa Maria Maggiore, a cui si aggiunsero i coperti a protezione delle preziose tavolette». Si tratta delle ultime opere realizzate in città. «Sì, perché nel 1525 Lotto lasciò Bergamo per ritornare a Venezia. Ma la numerosa presenza di sue opere nelle chiese della città, completata dalla serie dei cinque dipinti dell’artista custoditi dall’Accademia Carrara – la ricordata predella della Pala Martinengo, il Ritratto di Lucina Brembati, il Ritratto di giovane, le Nozze mistiche di Santa Caterina con il ritratto del committente Nicolò Bonghi e la Sacra Famiglia con Santa Caterina – fa della città di Bergamo uno dei luoghi di assoluta eccellenza della pittura rinascimentale. Il turismo culturale, che tanta parte ha ed è destinato ad avere nell’economia nazionale, può

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trovare negli itinerari lotteschi una grandissima attrattiva. Per non dire delle opere di Lotto che punteggiano il territorio di Bergamo, dal Ciclo di Credaro alla magia del già ricordato Oratorio Suardi di Trescore, al Polittico di Ponteranica, alle pale di Sedrina e di Celana». È possibile sfruttare maggiormente questo potenziale di attrattività? «Quello lottesco è un itinerario le cui potenzialità, già testate con successo in occasione della mostra dedicata da Bergamo al maestro veneziano nel 1998, verranno sottolineate con forza e rilanciate dalla prossima esposizione di Roma alle Scuderie del Quirinale. Ma il perfezionamento dei percorsi, degli accessi, dei corredi esplicativi e della segnaletica dei luoghi, nel quadro di un articolato sistema di comunicazione alla base di un progetto al quale verranno chiamati a concorrere a diverso titolo soggetti pubblici e privati, è uno degli obiettivi strategici della politica culturale della città di Bergamo».

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I luoghi di Lorenzo Lotto

Mauro Zanchi

FUORI DAL CORO di RICCARDO CASINI

Lorenzo Lotto è una delle figure più eccentriche del Rinascimento italiano. Oscurato da Raffaello e Tiziano e lontano dai centri di potere, ottenne molte committenze nella provincia italiana. Come a Bergamo, dove ha lasciato alcune delle tracce più importanti della sua attività. Ne parliamo con il critico d’arte Mauro Zanchi

alentuoso ma schivo: così viene definito da molti Lorenzo Lotto, uno degli artisti forse più sottovalutati del Cinquecento, anche a causa del suo carattere particolare che lo portò a girare alla larga dai più importanti cantieri rinascimentali, preferendo “girovagare per i paesi e le parrocchie dell'Italia minore” e accettando “committenze marginali ed eccentriche”, secondo le parole di Antonio Paolucci. Ecco così che, fuggito da Roma e dagli incarichi papali, Lotto giunse nella provincia bergamasca, come racconta il critico d’arte Mauro Zanchi. «Lotto – spiega – arriva a Bergamo nel 1513, quando Alessandro Martinengo Colleoni, nipote del celebre condottiero Bartolomeo Colleoni, gli commissiona la pala per l’altare maggiore della chiesa dei santi Stefano e Domenico in Città Alta. Ora l’imponente pala è collocata nella chiesa di San Bartolomeo». Cosa gli diede Bergamo in termini stilistici? Quali influenze poté assorbire?

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I luoghi di Lorenzo Lotto

«Lotto vive a Bergamo dal 1513 al 1525. In questi anni assorbe le idee più interessanti che circolano in Lombardia. Entra in contatto con una visione di stampo nordico.Vede le soluzioni formali di Gaudenzio Ferrari, dei leonardeschi, di Romanino, Moretto e Savoldo. Soprattutto affina lo sguardo e il suo senso dello humour, rivolgendo la sua attenzione verso la ricchezza tangibile della realtà. Osserva la vita quotidiana, senza timore di affidarsi a una visione ingenua, popolare. Al contempo si approccia alla ricerca del mistero divino per mezzo di una visione estatica, con appassionate incursioni nelle seducenti discipline esoteriche, filtrate dal neoplatonismo, molto apprezzate nella prima metà del Cinquecento: alchimia, ermetismo, astrologia, cabala ebraica, cosmologia mitologica, misticismo». Ma quali sono i principali segni che Lotto ha lasciato nel Bergamasco? «Due esempi eloquenti del doppio linguaggio lottesco sono il coro (1524-31) della basilica di Santa Maria Maggiore in Città Alta e il ciclo pittorico dell’Oratorio Suardi (1524) a Trescore. Le storie delle Sante Barbara, Brigida e Maddalena sono affrescate come fossero un flusso di coscienza, quasi a guazzo, facilmente comprensibile dalle persone con poca cultura, con un andamento cinetico da fumetto, come se lo spettatore fosse portato in piazza ad assistere a uno spettacolo teatrale, di fronte alla messa in scena dei Misteri. E questa tipologia si trova anche nelle storie bibliche del coro. I santi, i

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Mauro Zanchi

profeti e le sibille di Trescore, invece, sono posti nei girali del fregio, dipinti con un linguaggio forbito e con un’attenzione lenticolare. Nel piano inferiore Lotto fa parlare i personaggi con un idioma dialettale, mentre in alto è in corso un convegno internazionale, un incontro sincretico tra santi cattolici, profeti ebrei e profetesse pagane, per contrastare la salita dei giganti-eretici nell’Olimpo cristiano. E per comprendersi, nelle alte sfere, parlano la lingua colta dei latini». Si tratta in effetti di due livelli assai diversi. «Non è tutto: nella sequenza simbolica del coro intarsiato, Lotto induce lo spettatore a entrare in un’altra dimensione, quella spazio-temporale che si attiva per mezzo della memoria, in un percorso iniziatico per innescare un processo di

Sopra, Mauro Zanchi; nella pagina precedente, l’interno della basilica di Santa Maria Maggiore a Bergamo Alta

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I luoghi di Lorenzo Lotto

Mauro Zanchi

evoluzione spirituale. Il racconto figurato dell’Antico Testamento, nel coro di Santa Maria Maggiore, testimonia il vasto campionario iconico appuntato da Lotto nei suoi fogli, un mondo di invenzioni spontanee e geniali, frutto dell’esperienza quotidiana, un rimontaggio da postproduzione di tutti i disegni raccolti nelle sue peregrinazioni instancabili in giro per l’Italia centrale e settentrionale del Cinquecento. Lotto mette in scena il mondo delle storie bibliche lette nei libri, lo porta nel suo tempo, nelle terre della Serenissima e delle Marche. Mette in moto la lingua cinetica del racconto iconografico, pensato a misura d’uomo per le persone, ritraendo individui legati alle forze della natura e alle influenze astrali».

Si parla molto delle sue ricerche sui colori. Ma quali altre eredità ha lasciato Lotto? «Quella di Lotto è una voce fuori dal coro, anche nella scelta iconografica, con un’impostazione di nuovi rapporti tra individuo e dettagli simbolici, per creare una molteplicità di spunti dialettici. L’artista sviluppa idee partendo dalle osservazioni che raccoglie dagli ambienti culturali in cui approda, di città in città, di piazza in piazza, di casa in casa, in un corpo a corpo continuo tra uomo e uomo, tra pensiero e materia. Ogni sua opera è uno spazio deputato alla rievocazione emotiva, nel segreto del cuore e dell’anima, della sacralità della vita, col

Da due secoli, la buona cucina bergamasca Il Ristorante Ponte di Briolo è un’attività storica della ristorazione bergamasca. Le prime notizie risalgono alla fine dell'800. Offre una cucina prevalentemente a base di pesce fresco, carni scelte e materie prime stagionali. All’ora di pranzo, le colazioni di lavoro variano dai 26 ai 42 euro. Alla sera, è possibile partecipare a serate a tema, dedicate a pesce crudo, tartufo, selvaggina, bolliti etc. Si organizzano banchetti e si effettua servizio catering. Buona la carta dei vini, con etichette nazionali e alcune straniere.

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I luoghi di Lorenzo Lotto

Mauro Zanchi

Sopra, due particolari del ciclo pittorico dell’Oratorio Suardi a Trescore

medium di un’innata religiosità istintiva. E tutto parte da un pensiero sostenuto innanzitutto da priorità spirituali e da esigenze etiche. Tra le righe della sua pittura, inoltre, Lotto manifesta un malessere». In che modo? «Lo fa attraverso la pratica prediletta della sua vita, con la lingua della sua ricerca artistica. Utilizza accostamenti rivoluzionari dei colori, con dinamiche dissonanti, per esprimere una sorta di protesta. Colori che non piacevano alle istituzioni e alle classi dominanti di Venezia, che preferivano affidare ad altri pittori le commissioni più importanti». Quali saranno allora i principali motivi di interesse dell’esposizione a lui dedicata alle Scuderie del Quirinale? «Nella sua opera, Lotto cerca di giustapporre più registri, come se dovesse esprimere la complessità del mondo, attraverso singole monadi, che condizionano altre monadi e allo stesso tempo ne sono condizionate. L’artista veneziano mostra la simultanea presenza di

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«Quella di Lotto è una voce fuori dal coro, anche nella scelta iconografica, con un’impostazione di nuovi rapporti tra individuo e dettagli simbolici» soggetti e oggetti, in una rappresentazione di elementi eterogenei. Per attuare questa messa in visione di concetti filosofici o religiosi, sovrappone vari livelli linguistici, differenti lessici iconografici, mettendo in campo tutto se stesso, umore alto e basso, nevrosi e ossessioni, disponendo dettagli e simboli a svelare e a coprire continuamente il senso ultimo del quadro. La mostra alle scuderie del Quirinale è un’occasione per comprendere, in prima persona, come Lotto dia molta responsabilità allo spettatore, che deve mettersi in gioco completamente per cogliere l’enigma di ogni quadro simbolico».

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RITORNO A ROMA

I luoghi di Lorenzo Lotto

di RICCARDO CASINI

Il 2 marzo le Scuderie del Quirinale apriranno le loro porte al pubblico per una delle più complete mostre su Lorenzo Lotto. Il suo curatore, Giovanni Carlo Federico Villa, ci accompagna in un viaggio in anteprima tra restauri, prestiti eccezionali e opere copiate nonostante uno stile inimitabile opo 500 anni Lorenzo Lotto torna a Roma.Vi era arrivato nel 1509, chiamato da papa Giulio II per affiancare Raffaello e i suoi allievi nella realizzazione delle Stanze vaticane, ma abbandonò l’incarico poco dopo. Finalmente oggi le Scuderie del Quirinale ospitano (dal 2 marzo al 12 giugno) una delle esposizioni più complete dedicate all’artista veneziano che operò principalmente tra Bergamo, il Veneto e le Marche centrali. Ne parliamo con il suo curatore, Giovanni Carlo Federico Villa. Da dove nasce l’idea di dedicare una mostra a Lorenzo Lotto? «Il primo motivo è puramente conservativo: purtroppo molte opere di Lotto versavano in uno stato di grave deperimento. È stata portata avanti un’attività di tutela su tutti i territori interessati dall’attività di Lotto, congiuntamente alle varie Soprintendenze e alle Scuderie del Quirinale. Una volta terminati tutti i restauri, si è capito che era possibile realizzare un’ampia esposizione per mostrare le qualità di questo

La mostra al Quirinale

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A fianco, Giovanni Carlo Federico Villa; in apertura, la Pala della Chiesa di San Bernardino a Bergamo (1521, olio su tela, 300x275)

straordinario artista che ha tentato di unire l’Italia con la sua arte». Un tema attuale, in questo periodo di celebrazioni. «Le opere di Lotto hanno influenzato pesantemente tutti i territori nei quali ha operato. Purtroppo però l’artista venne dimenticato già in vita, per poi rivelarsi una delle più grandi scoperte del Novecento. Era, tra le

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I luoghi di Lorenzo Lotto

La mostra al Quirinale

A fianco, Ritratto di gentiluomo su terrazza (1525 circa, olio su tela, 108,2x100,5), proveniente dal Cleveland Museum of Art

altre cose, un ritrattista capace di cogliere l’essenza intima dell’uomo nelle sue opere: logico quindi che tornasse alla ribalta nel secolo della psicanalisi freudiana». Ma perché è stata scelta proprio Roma per ospitare la mostra? Si vuole forse restituirgli uno spazio in quella città dalla quale scappò dopo pochi mesi?

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«Forse sì, è un modo di risarcirlo di quell’infausto viaggio romano. Lotto ha avuto grandi committenti, ma il suo carattere lo portava a evitare il confronto: di fianco a Raffaello e alla sua bottega, capì che quello non era il suo luogo, né a livello sociale né religioso». In che senso? «La sua era una religiosità pietistica, legata al

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La mostra al Quirinale

Photoservice Electa/Baldin, Milano

I luoghi di Lorenzo Lotto

sentimento popolare, ovvero quanto di più lontano ci potesse essere dalla Curia romana. Alla fine Lotto trascorse comunque un anno e mezzo a Roma, durante il quale lavorò. Poi, in risposta a Raffaello, realizzò le opere di Jesi e Recanati, che non sfigurano affatto a fianco di quelle del pittore urbinate. La mostra alle Scuderie del Quirinale è così anche un modo per raccontare agli italiani e ai romani come Lotto rappresentasse una linea alternativa a quella di Raffaello». Parliamo allora della mostra. Quali sono le opere più interessanti che verranno esposte? «In totale ospiteremo circa 60 opere, inclusi tutti i suoi capolavori. Il primo piano racconterà lo sviluppo della pala d’altare:

Per la gioia degli occhi e del palato In una via defilata del borgo di Città Alta sorge l’Osteria di Via Solata, intima e romantica bomboniera. La filosofia di cucina dello chef-patron Ezio Gritti è eclettica, versatile, aperta all’innovazione senza mai perdere di vista la tradizione. Piatti geniali che di giorno in giorno vanno in scena per creare e infondere emozioni. Un capitolo apposito è dedicato al foie-gras d’oca: gli appassionati troveranno qui un tempio, una mecca. Le materie prime di altissima qualità, scelte con cura maniacale, sono alla base della ricerca della perfezione. La cantina curata personalmente da Ezio, rinomato sommelier e grande esperto, è in grado di proporre etichette provenienti da tutto il panorama dell’enologia italiana. La cura dei dettagli colloca il locale nell’elite della ristorazione nazionale e non solo.

L’OSTERIA DI VIA SOLATA Via Solata, 8 - Bergamo – Città Alta - Tel. 035 27.19.93 www.osteriaviasolata.it info@osteriaviasolata.it

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I luoghi di Lorenzo Lotto

La mostra al Quirinale

Sopra, La Vergine assunta tra i santi Antonio abate e Ludovico da Tolosa nella Cattedrale di Asolo (1506, olio su tavola, 175x162). Nella pagina precedente, il Polittico di San Domenico a Recanati (1508, olio su tavola, 450x350)

appena entrati ci si troverà di fronte il Polittico di Recanati e, a fianco, le Pale di Asolo e di Quinto di Treviso, tre delle opere forse più significative di Lotto. Racconteremo come, muovendosi dalla tradizione veneta, conosca il classicismo di Raffaello e da lì inizi una sua cavalcata solitaria. Il primo piano si chiude infatti con la Madonna del Rosario di Cingoli, mentre al secondo troveranno spazio altri temi, come la pittura profana (è il caso de “Il trionfo della castità”, eccezionalmente prestato dalla collezione Pallavicini), quella devozionale e i ritratti. Di questi ne saranno esposti circa 15, che mostreranno come Lotto, partendo dalla logica quattrocentesca con il ritratto del vescovo Bernardo de’ Rossi, approdi all’altra faccia della medaglia del Cinquecento: se infatti Tiziano creò il prototipo del ritratto celebrativo, lui fece lo stesso per quello psicologico». Quali sono i tratti più interessanti e innovativi dello stile di Lotto? «Il suo è uno stile personale, con una tavolozza fredda ma satura di colore. Stilisticamente Lotto è stato un grande sperimentatore, e per saturare la tavolozza ha usato anche materiali (lacche, ecc.) che a Venezia erano propri dei vetrai. Lotto poi aveva una pennellata molto fluida e rapida di tocco, era un pittore estremamente veloce. Risulta interessante anche la sua attenzione per l’abbigliamento, che rende le sue opere uno straordinario manuale di moda del Cinquecento». Quale importanza ha rivestito poi la figura di Lotto per la pittura italiana? «Nonostante fosse un artista isolato nel suo tempo, ha influito su scuole pittoriche come quella bergamasca. Così come nelle Marche,

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entrò profondamente in empatia con il territorio che lo ospitò. Basti vedere come la “Trinità” della chiesa di Sant’Alessandro della Croce a Bergamo venne copiata da molti artisti locali lungo tutto l’arco del Cinquecento; lo stesso successe nelle Marche, dove però i pittori del luogo erano meno significativi. In realtà, come nel caso di molti grandi geni, la sua pittura non è replicabile. I motivi? Da una parte la genialità dell’impostazione della scena, cosa che ne ha anche in qualche modo limitato la fortuna, e dall’altra l’inesplicabilità del modo in cui cogliere l’intima essenza dell’uomo».

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Strutture romane

ROMA CAPITALE DEL TURISMO

di ADRIANA ZUCCARO

Il comparto alberghiero si adegua ai viaggiatori di questo ventunesimo secolo. Roma marcia verso il podio riservato alla capitale del turismo mondiale. Il gruppo Roscioli Hotels apre le porte di 5 strutture romane ai turisti di tutto il mondo

oma caput mundi, centro del mondo noto. Roma città eterna. Roma capitale. Roma città santa. Tante le definizioni che poste a ridosso della città capitolina ne esprimono la grandezza storica e l’importanza culturale.Tante le ragioni che inducono i viaggiatori habitué, i turisti “per caso”, i businessmen e i cattolici di tutto il mondo a visitare e vivere le magnificenze che la capitale d’Italia custodisce. «Dopo il Grande Giubileo del 2000, Roma si è finalmente

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risvegliata da anni di assopimento per tornare a calcare la strada verso il podio riservato alla capitale del turismo mondiale. Auditorium, fiera e tra poco il grande centro congressi dell’Eur sono evidenti testimonianze di come il comparto turistico sia in moto costante per dare ai visitatori sempre più opportunità di soggiornare a Roma». Conosce la sua città come le sue tasche Franco Roscioli, direttore del gruppo Roscioli Hotels Rome e portavoce di una tradizione alberghiera che da oltre un secolo trasforma gli ospiti da clienti a protagonisti. «Quello che ha

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contraddistinto il gruppo negli anni è l’attenzione posta a coniugare il nuovo con la tradizione. Nei nostri hotel aleggia un forte spirito di innovazione adeguato però allo stile di famiglia: l’impegno è sempre stato quello di mantenere alti i livelli di eleganza e professionalità, necessari a soddisfare anche le crescenti esigenze dei viaggiatori del secondo millennio». Charme e design, dettagli accattivanti e accessori hitech, menù internazionali e tipicità romane, sono alcune delle prerogative delle 5 strutture del gruppo Roscioli, tra cui, ultimogenito, il Premier Hotel Royal Santina dal marchio Best Western. «Il Santina testimonia il progressivo slancio del nostro gruppo verso l’internazionalizzazione –

asserisce Franco Roscioli – perché, soprattutto per gli alberghi a conduzione familiare, è sempre più difficile competere con gli standard qualitativi delle più grandi catene del mondo. Per rimanere sul mercato, oggi più che mai, diviene inevitabile aderire a consorzi e partnership internazionali». L’espansione del gruppo alberghiero romano non ha però disperso la sua più forte peculiarità: varcando l’ingresso del Royal Santina, o dell’Hotel Universo, del President o del Claridge, o ancora dell’Aris Garden, si avverte una profonda sensazione di benessere. «Ogni ambiente dei nostri hotel è studiato nel dettaglio – afferma Roscioli –; le strutture seguono una linea architettonica all’insegna della semplicità, dell’eleganza e della modernità. Le camere sono arredate e accessoriate con sistemi di ultima generazione tecnologica così che l’ospite soggiorni in pieno comfort, disponendo di tutto ciò possa occorrergli. Così nei ristoranti interni agli hotel, deliziamo gli ospiti con squisitezze culinarie e piacevoli atmosfere musicali». www.rosciolihotels.it

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In apertura, una delle camere del Best Western Premier Hotel Royal Santina del gruppo Roscioli Hotels Rome. In questa pagina, in alto da sinistra, una zona relax dell’Hotel Claridge e una camera del Best Western Hotel President. Sotto, una delle sale business del Best Western Hotel Universo

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Istinti creativi

EMOZIONI AL NATURALE

di ADRIANA ZUCCARO

Prodotti di stagione. Abbinamenti semplici, preparati a regola d’arte. L’istinto creativo dello chef Marco Piazzalunga crea i piatti unici del ristorante Al Santuario

er gustare un buon piatto e assaporarne l’essenza non basta il palato e lo sguardo estetico. «La prelibatezza di una pietanza ben presentata va accolta e gustata anche attraverso l’udito. Una verdura in pastella croccante che scrocchia sotto i denti prende parte anche alle più eleganti delle feste in tavola». Per i commensali più esigenti e aperti a esperire il nuovo, la natura e l’arte che governano i fornelli del ristorante Al Santuario fanno da specchio e paravento all’esperienza d’istinto creativo dello chef Marco Piazzalunga. «La creazione di un piatto, per me sempre inedita

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perché istintiva e legata al momento, non può prescindere dal personale desiderio di lasciare un ricordo. Trasmettere l’essenza di una nuova composizione d’alta cucina significa lasciare un segno mnemonico a chi ha messo in guardia la forchetta e ha sentito il profumo, il sapore e il suono della buona tavola». Fin dai 24 anni, quando Piazzalunga dava casuale inizio alla sua passione, e durante i tanti anni trascorsi in giro per le cucine di tutto il mondo, dai Caraibi al Mediterraneo, «se mi si chiedeva che tipo di piatto sarebbe arrivato in tavola in cinque minuti, rispondevo “lo sapremo fra quattro”. Non ho mai amato fare troppe preparazioni. È l’istinto a manovrare le mie mani, a pervadere ogni altro aspetto delle mie creazioni». Creazioni che non potrebbero però essere apprezzate fino in fondo se gli occhi e le mani dello chef non si trasferissero nella professionalità di chi, come Ionela Pantiru, responsabile sala e carta vini del ristorante Al Santuario, conosce l’eleganza del “portare in tavola” ogni piatto a suo modo e l’audacia di suggerire ideali abbinamenti a chi li richiede. Il modo in cui lo chef Piazzalunga lavora in

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cucina è, come lui stesso lo ha definito, “totalmente espresso”, cioè estemporaneo e intuitivo, così che nessun piatto può mai essere uguale al precedente o al successivo. «Anche quando si tratta di tagliare e cuocere il pomodorino, tendente a rilasciare l’acqua, pongo molta attenzione alle temperature di cottura per evitare che venga risaltata l’acidità del pomodoro – spiega lo chef –. In generale, lavoro poco i prodotti che poi compongono i miei piatti perché quando la materia prima è di qualità, e categoricamente di stagione, l’arte dello chef si misura con la capacità di esaltare le originali proprietà dei prodotti offerti dalla natura». Tra le squisitezze composte e firmate da Marco Piazzalunga, disponibili solo ed esclusivamente al ristorante Al Santuario a Treviglio, nel bergamasco, «uno dei piatti premiati dalla Federazione Italiana Cuochi è composto da strozzapreti con verdurine croccanti e filangé d’agnello, annaffiati con il whisky Talisker e spolverati in uscita con una leggera pioggia di cioccolato fondente al 76%». A raccontare lo studio e la ricerca che c’è a monte di ogni nuova composizione culinaria,

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primeggiano erbe spontanee e frutti stagionali: «cerco di sfruttare gli zuccheri nobili della frutta così da non dovere ricorrere ad addensanti artificiali o prodotti vari che finirebbero con alterare il gusto dei cibi scelti – asserisce Piazzalunga –. All’interno di ognuno dei miei piatti ci sono sempre pochi ingredienti lavorati completamente al naturale. Ed è su questa filosofia che ho avuto modo di esperire la maggiore facilità di preparazione di un’aragosta piuttosto che di un piatto di pancetta». Tra il santuario della Madonna delle lacrime e il teatro dei Filodrammatici, la location del ristorante di Marco Piazzalunga, nel pieno centro storico di Treviglio, triangola un luogo di arte scenica e uno di intimismo religioso con colori, profumi e sapori che non si dissolvono in un piatto ma che si trasformano in ricordo, quello di una tavola d’elite.

In apertura, Marco Piazzalunga, titolare e chef del ristorante pizzeria Al Santuario, Treviglio (BG). Nelle altre immagini, alcune delle sue più raffinate creazioni

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www.ristorantealsantuario.com info@ristorantealsantuario.com

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LA CORTE DEI SOMMELIER Sulle verdi colline bergamasche, la quattrocentesca struttura della Corte Del Noce mostra un volto polifunzionale. Dalla classica cena a lume di candela al brunch aziendale, la ricetta è sempre la stessa: cucina lombarda e una prestigiosa carta dei vini

erre ispirate, quelle bagnate dall’Adda. Leonardo Da Vinci ci trascorse alcuni anni, ospite della famiglia Melzi. I paesaggi rocciosi delle Prealpi lecchesi furono per lui una palestra di sperimentazioni. Ne è la prova il traghetto realizzato sul suo originale progetto che, a distanza di cinque secoli, affascina ancora turisti di ogni età. Questa e altre curiosità ruotano attorno alla La Corte Del Noce, collocata sulle colline del piccolo paesino bergamasco Villa D’Adda. Sviluppatosi all’interno di una corte quattrocentesca, oggi il locale è condotto da Graziano Foresti e Mina Puntelli. I due hanno un modo tutto loro per presentarsi: mostrare la qualifica di sommelier. Fiore all’occhiello del

T La Corte Del Noce si trova a Villa D’Adda (Bg)

di PAOLA MARUZZI

ristorante è, appunto, una cantina con quattrocento etichette di prestigiosi produttori, italiani ed esteri. La qualificazione del personale sembra essere di casa. «Tutti i collaboratori, sei in totale, provengono da scuole alberghiere» aggiunge Graziano. La buona cucina non s’improvvisa. Anzi, va studiata, ragionata e rinnovata in base alle occorrenze. Accanto ai classici piatti di pesce e carni, il menù si articola in una serie di ricette tipiche lombarde. Il tratto regionale non può mancare, anche se su tutta la preparazione vige un criterio trasversale: la stagionalità e freschezza degli ingredienti. Ma la “sostanza” della Corte Del Noce sta anche in altro. «Siamo polifunzionali – continua il titolare – nel senso che oltre ad avere la sala ristorante e un cortile per la stagione estiva, disponiamo di uno spazio per banchettistica, meeting aziendali, feste di compleanno e via dicendo. Questo perché la ricerca dell’enogastronomia di qualità scivola sempre di più verso forme “snelle”». www.lacortedelnoce.com

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Bergamo a tavola

Antica osteria dei Camelì

GENERAZIONI A CONFRONTO Dopo oltre 150 anni c’è nuovamente un Camillo alla guida dell’Antica osteria dei Camelì di Ambivere. Una ristrutturazione e la stella Michelin non hanno intaccato la storia del locale e della cucina, saldamente legata al territorio: dai casonselli alla polenta, un menù che guarda al passato rivisitandolo di RICCARDO CASINI

radizione e storia, in questo caso, paiono chiari sin dal nome. “Camelì” erano infatti soprannominati dagli abitanti del posto i figli di Camillo Rota Graziosi, l’uomo che nel 1856 acquistò dalla Curia un gruppo di case coloniche ad Ambivere, nel bergamasco, per poi realizzarvi,

T Camillo e Loredana Rota, rispettivamente titolare e chef dell’Antica osteria dei Camelì

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tra le altre cose, un’osteria con cucina. Dopo oltre 150 anni e una ristrutturazione nel 2001 (che non ha comunque intaccato la struttura cinquecentesca della corte), l’Antica osteria dei Camelì è oggi una realtà profondamente radicata nel territorio, oltre che un ristorante “stellato” Michelin. Ma la tradizione si perpetua e la storia ritorna: non sembra allora un caso che l’odierno titolare, erede del fondatore, si chiami anch’egli Camillo. «È stata la gente – sottolinea con soddisfazione – a dare il nome a questo locale, e non i suoi proprietari. Sono passate 5 o 6 generazioni, nelle quali da semplicissima osteria si è evoluta negli ultimi anni in ristorante, ma sempre proseguendo di pari passo con la storia stessa del territorio. Un radicamento ben visibile anche nel nostro menù, diviso a metà lungo tutto l’arco delle quattro stagioni tra proposte di acqua e di terra, e per buona parte dedicato alla tradizione culinaria della zona, anche se rivisitata. Credo infatti sia necessario far sentire l’impronta del posto, in

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Animelle di vitello con carciofi Ingredienti per 4 persone

«Credo sia necessario far sentire l’impronta del posto. La cucina è quasi obbligata ad andare contro l’omologazione»

440 gr. di animelle di vitello 4 carciofi liguri 40 gr. di burro chiarificato 1 cucchiaio di prezzemolo tritato da poco Sale naturale di Trapani q.b. Preparazione: Pulire i carciofi lasciando gli ultimi 10 centimetri di gambo, tagliarli in 6 spicchi e metterli in una ciotola con acqua ghiacciata nella quale avrete schiacciato due limoni. Tagliare le animelle a pezzetti della grandezza di una noce (se le animelle sono di alta qualità non serve nessun‘altra operazione prima della cottura). Porre il burro chiarificato

questo modo si dà la possibilità ai clienti di vedere locali sempre differenti tra loro. La cucina poi è quasi obbligata oggi ad andare contro l’omologazione». Qual è il piatto tipico del territorio che va per la maggiore? «Innanzitutto i casonselli alla bergamasca, nati addirittura nel Cinquecento quando i signori del tempo, in occasione dei pochi giorni di festa all’anno, fornivano carni e altri beni alimentari agli abitanti di Bergamo Bassa, che decisero di creare un prodotto che si potesse conservare nel corso dei mesi successivi. In seguito i casonselli varcarono i confini della provincia, ma in ogni corte si facevano diversamente perché ognuno era obbligato a utilizzare gli ingredienti che aveva a disposizione». Oltre a questi? «Un altro alimento tipico della zona sono le frattaglie, come le animelle che si preparavano quando si macellava il vitello. Si tratta di un piatto che proponiamo in maniera diversa a seconda delle stagioni: in questo momento vengono

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in una pentola di media capacità. Portare il burro a temperatura media, porvi le animelle e rosolarle leggermente da entrambe le parti. Aggiungere i carciofi e cuocere per circa 4 minuti rimestando ogni tanto. Salare con moderazione, rimestare e aggiungere il prezzemolo. Servire subito in piatti caldi.

saltate in padella con carciofi (vedi box), nel prossimo menù saranno proposte invece con gli asparagi. Un piatto tradizionale, come detto: l’importante oggi è cercare di non appesantirlo». Non dimentichiamo la polenta. «In autunno la serviamo con i funghi porcini, ma anche con sarde di lago essiccate per uno o due anni e saltate in padella. Proponiamo poi anche piatti innovativi, come ravioli ripieni di mortadella serviti con asparagi e pistacchi o cappelletti ripieni di crudo, non in brodo ma in infusione di grana, con pepe e noce moscata. Poi ci sono i dolci, come il tortino per il quale usiamo la farina di castagne, oltre a cioccolato, pere e gelato alla vaniglia».

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CUCINA IN MOVIMENTO

La qualità degli ingredienti e le molteplici possibilità di FRANCESCA DRUIDI di preparazione definiscono la gastronomia italiana. «Esiste un filo conduttore, afferma il maestro Gualtiero Marchesi, la leggerezza della nostra cucina»

l’inventore della moderna cucina italiana, al quale vengono dedicate mostre in Italia e oltre confine. A lui è intitolata, dal 2010, una fondazione che porta avanti il suo credo: l’insegnamento del buono e la cura del bello. È rettore di Alma, la Scuola internazionale di cucina italiana, il più autorevole centro di formazione per cuochi e sommelier. Vera e propria istituzione della gastronomia nostrana, Gualtiero Marchesi non cessa la sua attività di sperimentazione tra i fornelli, perché «non dobbiamo smettere di scoprire cose nuove». Il suo percorso culinario, sospeso tra scienza e arte intesa sia come ispirazione che come slancio creativo, parte da Milano, dal ristorante dell’albergo “Al Mercato” appartenuto ai genitori. Una formazione che già profuma di vocazione. Poi sono arrivati l’esperienza all’estero, l’apertura del primo ristorante e i massimi riconoscimenti che hanno permesso alla cucina italiana di raggiungere una rinnovata notorietà mondiale. Per questo, da ambasciatore del made in Italy nel mondo, il grande chef può senz’altro contribuire a definire l’identità del Paese a tavola, nell’anno in

È Gualtiero Marchesi, primo chef italiano a ottenere i massimi riconoscimenti dalle guide specializzate, è rettore della Scuola internazionale di cucina italiana

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cui l’Italia festeggia il centocinquantenario dell’Unità nazionale. In che modo la sua formazione è stata influenzata dalla vicinanza con la varietà e i colori offerti dal mercato ortofrutticolo nei pressi dell’albergo “Al Mercato” e soprattutto dalla tradizione culinaria e di ospitalità della sua famiglia? «Ho avuto sotto gli occhi due esempi eccezionali, innanzitutto l’eleganza di mia madre, la sua classe nell’accogliere i clienti, e poi mio padre, uomo di lavoro, di materia, conoscitore accanito e finissimo di musica e teatro. In silenzio, quasi senza volerlo, mi hanno seminato dentro. E poi c’erano i cuochi del ristorante, parenti che avevano lavorato all’estero e che conoscevano le tecniche a menadito. Capaci di conciliare la grande scuola con trippa e brasati, piatti per gente che lavorava e sodo. Un posto, “Al Mercato”, dove, ad esempio, d’estate si preparava la passata di pomodoro per l’inverno». Cosa contraddistingue la cucina italiana oggi che il Paese celebra 150 anni dalla sua unificazione? «Esiste un filo conduttore tra nord, centro e sud

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IdentitĂ culinarie

Gualtiero Marchesi


Freschissima cucina di mare Il Ristorante Mariolino, con i suoi oltre 30 anni di storia, è una tappa obbligata per chi arriva a Numana. Un locale dove l’eleganza si sposa alla perfezione con l’attenta ricerca gastronomica dello chef Solidea Marsili e con gli accuratissimi abbinamenti enogastronomici condotti in sala da Manuel Romagnoli. Da Mariolino sono da provare gli antipasti che comprendono oltre 20 portate tra cruditè, gratinati, affumicati, caldi e freddi con molluschi e crostacei, per i quali è giustamente famoso. Vastissima è la varietà dei condimenti di crostacei per i primi piatti e le paste fatte in casa, sulle seconde portate c’è solo da sbizzarrirsi: scampi, astici, aragoste, branzini, rombi chiodati. Lavorando esclusivamente con il “pescato del giorno” nulla è mai di routine. Vastissima e curata nei minimi dettagli è la lista dei vini. Sopra al ristorante sono disponibili alcune camere, molto accoglienti, con servizi indipendenti e vista mare.

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A fianco, una delle ricette di Gualtiero Marchesi, risotto oro e zafferano

Italia che attraversa e lega un Paese lungo e stretto con microclimi a strati e questo legante è rappresentato dalla leggerezza della nostra cucina. Rispetto al resto del mondo, noi puntiamo a salvaguardare la qualità in sé, mentre gli altri propongono grandi elaborazioni del prodotto. A questo proposito, può servire un proverbio brasiliano che recita più o meno così: lasciala com’è per vedere come rimane». Si può parlare di ingredienti e ricette che interpretano meglio l’essenza della cucina italiana? «Risponderei in maniera diversa. La verità è che la cucina è in continuo movimento e non dobbiamo smettere di scoprire cose nuove, vivendole e riproponendole secondo il nostro punto di vista geografico e culturale. Guardi lo zenzero, come si fa a non amarlo, così profumato, dolce e piccante?» Tra i suoi piatti, quale il più rappresentativo in questo senso? «Un piatto? Risotto oro e zafferano, perché sono

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milanese e italiano, perché lo zafferano piace a tutti e perché una foglia d’oro è solo una foglia d’oro, un tocco di bellezza». Per lei la cucina è un’arte. E l’Italia è dotata come nessun altro luogo al mondo di un patrimonio naturale, artistico e monumentale ricco e straordinario. Come sono legati questi due aspetti? «Ho scritto un libro tra i tanti per l’editore Skira insieme a due professori di Brera che si intitola Il Bello è il buono, filosofia, tecnica e cucina delle Belle Arti. Più compromesso di così!». Cosa è maggiormente apprezzato all’estero della nostra gastronomia? E quanto sono diffusi gli stereotipi sulla nostra cucina? «Quando ci sono, la tradizione e il valore della semplicità, però mi dispiace molto ritrovare spesso un’interpretazione rozza della cucina italiana. Cucina matriarcale, ma priva di donne: mammona, consolatoria e ripetitiva».

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IL BAROLO RE D’ITALIA

di FRANCESCA DRUIDI È da sempre un’enogastronomia unica, quella italiana, in virtù della ricchezza dei suoi prodotti. A connotarla oggi è, secondo Paolo Massobrio, una creatività ancor più spiccata. Un’originalità che anche la Francia ci invidia

a cucina italiana può essere paragonata a un mosaico di ricette e specialità, che riflette l’estrema varietà degli influssi culturali e delle condizioni geografiche e climatiche presenti lungo la penisola. Processi che non smettono di agire, ma che anzi si muovono sempre più velocemente. A esaminare le tendenze in atto nella cucina nostrana è il giornalista enogastronomico Paolo

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Massobrio. Uno dei punti fermi della cucina italiana è rappresentato dal ricettario di Pellegrino Artusi. Che cosa ha significato quest’opera nell’ambito di un processo di “unificazione” dell’Italia a tavola? «Ogni ricettario è un’opera culturale di straordinaria incisività che riesce a raccontare meglio di qualsiasi altra analisi i movimenti dei popoli, che hanno sempre costituito una prassi in questa terra lunga e stretta. Pellegrino Artusi ha fatto da legante non solo all’Italia, ma anche a quelle cucine che si contaminavano grazie ai trasporti fluviali, basti pensare al Po. Diciamo che più che unificare, quel ricettario ha messo in luce tante opportunità che nascevano dai prodotti del territorio». 2011: anniversario dell’Unità d’Italia. Com’è cambiata la cucina italiana in questi anni e come si presenta oggi? «In questi anni è cambiata assai velocemente, purtroppo. Ma anche qui, dobbiamo leggere la cucina e le sue ricette con l’occhio del sociologo. I ritmi incessanti hanno modificato assai

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Identità culinaria

Paolo Massobrio

rapidamente la vita della gente per cui il mangiare fuori dà un ordine e quindi la cucina, slegata dalla stagionalità dei prodotti, è diventata anche fonte delle patologie di questo secolo, molto spesso legate a un’errata alimentazione. Ma in verità c’è un fattore che ereditiamo dalla cucina delle corti e che oggi torna d’attualità ed è il cosiddetto “servizio alla francese”, che si contrappone all’anacronistico “servizio alla russa”, che consiste nel proporre una portata dopo l’altra. Il servizio alla francese prevedeva i piatti già sul tavolo e la possibilità che ognuno potesse porzionarle come meglio credeva. Nelle corti sabaude c’era poi il servizio delle zuppe e magari di un piatto di sostanza. Oggi tutto questo cadrebbe a fagiolo, per andare incontro alle esigenze dell’alimentazione di questi anni». Può indicarmi un vino e un piatto che a suo parere incarnano meglio l’essenza della cucina italiana? «Il vino è il Barolo, non fosse altro perché fa parte di questa straordinaria storia di scambi tra la Francia e il Piemonte, favorita dal conte Camillo Benso di Cavour. Il Barolo è la punta

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dell’enologia nazionale e questo non ce lo dobbiamo dimenticare. Il piatto, invece, non può che essere la pasta, che individua un quid molto italiano, da presentare in svariatissime declinazioni, molto attuale oggi che si parla di dieta mediterranea. Per non far torto a nessuno, indico un piatto che mi pare sia anche dietologicamente perfetto: la pasta e fagioli». In questi anni è possibile coltivare l’educazione al buon cibo e al buon vino grazie ai molti strumenti a disposizione, da riviste specializzate a guide, sia cartacee che on line, fino a trasmissioni tv e siti web. Come tutto ciò ha influito sulla cucina e sulla gastronomia del nostro Paese? «L’educazione ai prodotti e al vino è stata assai incisiva e il consumatore di oggi è più accorto che in passato. Le trasmissioni legate alle ricette sono divertenti -la gente le guarda ma raramente poi cucina- e sono diventate educative quando hanno iniziato a insistere su principi, come la stagionalità dei prodotti, che preservano valori nutrizionali importanti».

Nella pagina a fianco, Paolo Massobrio; sopra, uno scorcio delle Langhe e il gastronomo Pellegrino Artusi

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Genuina stagionalità Realizzata nel 2004 dalla famiglia Pater con l’obiettivo di creare un ambiente confortevole e riservato, l’Osteria Pater è immersa nel verde della tranquilla campagna lodigiana, ed è il luogo ideale in cui gustare i piatti tipici della tradizione. La cucina affianca i classici sapori genuini a piatti innovativi, che si rifanno alla stagionalità dei prodotti della terra, preparati con materie prime di qualità, acquistate personalmente da produttori selezionati. Negli antipasti si privilegiano soprattutto i prodotti tipici locali, come i salumi e i formaggi, accompagnati da proposte leggere e sfiziose. I primi piatti sono di pasta fresca, rigorosamente fatta in casa, affiancati dai tradizionali risotti, come quello con la salsiccia. I secondi sono tutti di carne. Particolare attenzione viene dedicata ai dessert, esclusivamente di produzione propria.

OSTERIA PATER Via XX Settembre, 15/17 - Frazione Modignano - Tavazzano con Villavesco (LO) Tel. 0371 47.02.50 www.osteriapater.it info@osteriapater.it

I prodotti italiani conquistano punti vendita a livello internazionale e i nostri chef vengono celebrati in tutto il mondo. È il vero trionfo del made in Italy enogastronomico? «La cucina italiana è sempre stata un simbolo e un mito nel mondo e questo crea qualche problema con la vicina Francia. Dei nostri prodotti si apprezzano la solarità e la semplicità, pensiamo a un piatto come la pizza. La cosa che preoccupa i nostri cugini è invece la creatività, che in questi ultimi cinque anni ha preso una direzione originale, non mutuata dalla stessa Francia o dalla Spagna, ma che si esprime come un frutto proprio del genio italiano. Non a caso uno chef

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come Massimo Bottura è stato premiato come miglior cuoco al mondo dall’Accademia internazionale della cucina riunitasi a Parigi». Cosa fare allora per tutelare maggiormente il nostro patrimonio fatto di materie prime eccezionali e ricette originali? «Per difenderlo, bisogna mettere in atto quegli strumenti anti- furbizia, per cui all’estero viene spacciato per italiano qualcosa che è improbabile. È lo stesso fenomeno che accade con la cucina etnica da noi, probabilmente. Ma siccome gli italiani nelle cucine estere sono molti, credo sia arrivata l’ora, da parte delle istituzioni, di definire un patto con questi nostri ambasciatori».

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Identità culinarie

LA CULTURA E IL TALENTO

La cucina come connubio di tecnica, ricerca estetica, tradizione e slancio innovatore. Senza dimenticare una piccola dose di umiltà. L’arte della cucina secondo Massimo Bottura, lo chef italiano che ha sedotto il mondo

di FRANCESCA DRUIDI

a appena conseguito il titolo di migliore chef del mondo, assegnato dall’Accademia internazionale della cucina di Parigi. Un riconoscimento che Massimo Bottura non esita a condividere con la brigata di cucina e di sala del suo ristorante, l’Osteria Francescana, di Modena. «È importante specificarlo perché spesso non si valorizza adeguatamente il valore del lavoro di sala, che è fondamentale per trasmettere l’operato della cucina». Fino a che punto si può parlare di tradizione e di innovazione nella cucina italiana? «La cucina italiana moderna pesca oggi dal paniere straordinario di materie prime per poi portare questi sapori a essere sublimati da manipolazioni intelligenti. L’Italia esprime l’eccellenza assoluta a livello mondiale, perché c’è un gruppo di chef che lavora con tanta energia, idee e voglia di rompere gli schemi. La cucina italiana si esprime in modo

H Nella pagina a fianco, Massimo Bottura; sotto, bollito misto non bollito, specialità di Bottura

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profondo e moderno. Ha voglia di evolversi e direi che ha tutte le materie prime per farlo. Il tutto senza perdere contatto con la nostra storia, studiandola e analizzandola senza malinconia, ma in modo critico per prenderne il meglio e trasferirlo nel futuro». Come si fa a esaltare le materie prime più semplici e al contempo più preziose del patrimonio agroalimentare italiano? «Attraverso una perfetta commistione tra etica ed estetica, intendendo l’etica come la nostra cultura e l’estetica come talento e conoscenza. Necessario è, inoltre, un pizzico di umiltà in modo da applicare la tecnica non per stupire, ma per sublimare». C’è un suo piatto che meglio incarna l’identità della cucina italiana? «Io credo che nel nostro Paese ci siano 20 cucine regionali, italiane. Sotto il nome di tortellino, tra Castelfranco e Modena, esistono mille ricette diverse perché ogni famiglia ha la propria ricetta, ereditata e custodita di generazione in generazione. Dalla Sicilia all’Alto Adige, si può pescare da un paniere di cucine regionali infinito».

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Foto Paolo Terzi

Massimo Bottura


Foto Paolo Terzi


Sorprendenti piatti di pesce Dal 1971, Palmiro Sperandio e la sua famiglia offrono una cucina di pesce di memorabile gusto e delicatezza. Salmone, cernia, tonno, gambero, seppie, mazzancolle, ma anche branzino, nasello, orata e tanto altro. L’offerta è ricchissima, sia per il pesce crudo che per il cotto. Ne derivano piatti prelibati che spaziano dalla tartarre di salmone e cernia con sale speziato e fiammiferi di zucchine, al pesce crudo alle erbe fini, dai tagliolini con gambero rosa al trancio di cernia alla tarantina, alla padellata mista di pesce con carciofi. La delicatezza della cucina di Palmiro, unita alla sua gentilezza, alle sue attenzioni verso i clienti, fanno del Ristorante da Palmiro un approdo unico, merito anche della costante freschezza delle materie prime.

Via del Riale, 16 - Parabiago (MI) - Tel. 0331 55.20.24 www.ristorantedapalmiro.it infotiscali@ristorantepalmiro.it

Quale rapporto tra arte culinaria e tecnologia? «Non puoi fermare la ricerca e il progresso quando aiutano a fare meglio. Bisogna solo guardare al risultato finale.Tiro la sfoglia con il matterello sul tagliere in legno, ma il bollito lo cuocio in sottovuoto a poco più di 60°C. Perché devo cuocere in acqua, bollendole, carni di alta qualità? Cerco così di salvaguardare il lavoro di allevatori eroici che portano le mucche al pascolo

Foto Per-Anders Jorgensen

Bottura insieme allo staff di cucina e di sala dell’Osteria Francescana

RISTORANTE DA PALMIRO

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in alpeggio: bassa temperatura, ma tempi dilatati con cotture sottovuoto che permettono di salvaguardare vitamine, proteine e proprietà organolettiche». Quanto pesano i luoghi comuni sulla creatività degli chef italiani? «Non mi considero né uno chef molecolare né creativo né tradizionale. Mi piace pensare che la mia cucina sia in evoluzione. Le tecniche che utilizzo sono sì d’avanguardia, ma relativamente semplici. Distillo profumi e concentro sapori a pressioni bassissime per ottenere intensità e pulizia. Ad esempio, il concentrato di mela campanina: l’espressione più pura della mela mantovana che abbia mai assaggiato. La serviamo in accompagnamento a un’anguilla di Comacchio cotta sotto vuoto a bassa temperatura, poi laccata con tecnica asiatica, ma con la saba. Questa è la mia cucina: scelte intelligenti di tecniche per raffinare le materie prime e incrociare tradizioni gastronomiche apparentemente distanti o contrastanti. Mente, materia, forma, sapore, cultura, tradizione e tecnica tutte raccolte in unica – apparentemente – semplice espressione».

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Pistoia, il luogo del ritorno

Ugo Pagliai

LA MIA CITTÀ TEATRO DI VITA Quella di Ugo Pagliai è una Pistoia virile, forte e ricca di cultura. di ANDREA L’attore si racconta pensando al rapporto con la sua città MOSCARIELLO e con la sua tradizione teatrale, capace in passato di conquistare artisti del calibro di Gassman e Strehler

i sofferma, il suo tono diventa amichevole, non più impostato, “teatrale”, e nonostante la stanchezza procurata dalle tante ore di prove sul palcoscenico, la sua voce finalmente si distende. Citandogli la sua Pistoia, Ugo Pagliai torna ragazzo, quando ancora giovane attore in erba girava per i tanti angoli della cittadina toscana, probabilmente senza immaginarsi la carriera che avrebbe conosciuto negli anni a seguire. È sempre curioso osservare come, nei lavori degli artisti, si possa trovare moltissimo dei loro luoghi d’infanzia. Così è stato per la Roma di Anna Magnani e per la Romagna di Federico Fellini. E, seppure in maniera più velata, lo è anche con la Pistoia di Pagliai. Sì, perché nella presenza scenica di questo attore si possono cogliere il carattere e il rigore che contraddistinguono la sua città natale. «Pistoia è una città forte, di

S

Piazza Domo, a Pistoia; nella pagina a fianco, Ugo Pagliai ne l’Enrico IV di Luigi Pirandello, andato in scena al Teatro Manzoni di Pistoia nel 2008

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La ricetta: il carcerato

TRATTORIA LO STORNO Via del Lastrone, 8 - Pistoia Tel. 0573 26.193 trattorialostorno@gmail.com

Nella pagina a fianco, il duomo di Pistoia

Un tempo, vicino alle carceri di Pistoia, vi erano i macelli dove venivano lavorate le carni. Tanti scarti venivano gettati nel fiume davanti al carcere. I carcerati, vedendo buttare tutto questo ben di dio, chiesero al direttore del carcere di raccogliere quelle frattaglie. Con pane raffermo e un po' di brodo inventarono “il carcerato”, ricetta oggi molto povera ma gustosa. INGREDIENTI: pane raffermo brodo di cottura delle rigaglie una cipolla, una carota, una costa di sedano, qualche foglia di basilico. 2 o 3 pomodori maturi pecorino toscano, pepe nero, olio PREPARAZIONE Lavare bene le interiora, farle bollire in abbondante acqua con tutte le verdure, aggiustare di sale e pepe. Al termine della cottura, circa un'ora e mezza, aggiungere pane raffermo fino ad ottenere una zuppa un po' molle, ma non asciutta. Aggiungere pecorino grattugiato, pepe nero grattato al momento e buon olio.

roccia, che conserva la sua bellezza con virilità» sostiene Pagliai. Questo luogo è quindi sempre presente nella sua vita, nei suoi pensieri? «Pistoia è casa mia, è la mia infanzia, è la mia famiglia d’origine. Nella mia vita, per ovvie ragioni professionali, mi sono dovuto spostare spesso, tra Roma e Milano. Ma questa città, a metà strada tra le due metropoli, ha sempre rappresentato un luogo del ritorno, in cui ogni volta mi ci soffermo volentieri». Ma non vi abita più. «A dire il vero vi ho acquistato una mansarda. Un mio “nido d’aquila” grazie al quale posso tornare a rifugiarmi nella città a me più cara. Avere preso questa casa rappresenta anche, in un certo senso, una scelta intellettuale e di rispetto per le mie origini. L’abitazione è posta proprio sulla Sala, il celebre mercato ortofrutticolo di Pistoia, vicino alla piazza e al suo meraviglioso Duomo». Come mai ha scelto questo luogo?

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«Perché è uno degli angoli pistoiesi più suggestivi. Di giorno, la Sala è un mercato ortofrutticolo, circondato da storiche botteghe in cui, ancora oggi, si possono vedere appesi i fagiani e le lepri. Si respirano quelle tradizioni che ho conosciuto da bambino e che continuo a serbare dentro di me. La sera, questa piazza si trasforma grazie ai suoi ristorantini, in cui si mangia molto bene, divenendo il vero punto di incontro per i Pistoiesi». Pistoia, però, è anche piena di angoli nascosti. «Vero, è una città piccola per cui girando nel centro una persona attenta riesce a trovarvi i suoi tesori. Questa città conserva dei posti bellissimi, meravigliosi. Pensiamo solamente alla Piazza del Duomo, a mio parere una delle più belle d’Italia. E poi c’è la chiesa di Sant’Andrea, dentro cui è conservato Il Pulpito, capolavoro di Giovanni Pisano. Tutto quello che si trova dentro le nostre chiese cittadine è degno di nota. Io,

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Un teatro dedicato a Manzoni Fondato nel 1694 dall’Accademia dei Risvegliati, il Teatro Manzoni fu intitolato nel 1864 al celebre letterato che in una breve nota non mancò di esprimere alla città di Pistoia la propria gratitudine: “Due tragedie non mai rappresentate, né forse rappresentabili, sono, nella circostanza speciale, un troppo povero titolo per meritare al nome dell'autore di essere iscritto su un teatro. Questo imparziale sentimento di me medesimo, mentre mi ritiene dall'accettare la pubblica dimostrazione di una così degnevole benevolenza, obbliga tanto più la mia gratitudine…”. Il Manzoni, caratterizzato dalla classica tipologia del teatro all’italiana, è da anni ai vertici del panorama teatrale toscano sia per la qualità degli appuntamenti ospitati dalla propria stagione di prosa, sia per il numero di spettatori. Dal 1984 la gestione è affidata all’Associazione Teatrale Pistoiese, che coordina le numerose attività svolte nell’ambito dello spettacolo dal vivo. Dall’organizzazione di eventi alla creazione di laboratori per giovani artisti, fino alla produzione e alla gestione dei cartelloni di altre sale poste nella provincia di Pistoia, costituendo così un modello di rete teatrale coordinata. Nelle ultime stagioni Ugo Pagliai ha recitato al Teatro Manzoni in coppia con Paola Gassman, con “7 piani” di Dino Buzzati e l’“Enrico IV” di Luigi Pirandello. Non solo, il celebre attore ha recitato anche in altri due spazi teatrali della provincia di Pistoia, il Teatro Francini di Casalguidi e il Teatro Mascagni di Popiglio. Nelle ultime due stagioni, Pagliai ha tenuto un recital di poesie dal titolo “L’amore cosmico”, accompagnato alla fisarmonica da Rony Bargellini.

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personalmente, amo molto il crocifisso in legno presente dentro la chiesa di San Bartolomeo». E il suo teatro, il Manzoni, cosa rappresenta per lei? «Il Manzoni è un luogo ideale in cui tenere gli spettacoli. A parte la sua bellezza, ha un’ottima acustica. E poi a Pistoia la vita teatrale è sempre stata importante, florida. Amo molto la dimensione che si respira nelle realtà artistiche di provincia, come quella pistoiese». Cosa le piace soprattutto? «Trovo che le iniziative teatrali, qui, conservino ancora quegli aspetti artigianali, intimisti, che possono nascere solo nelle piccole città. I pistoiesi in particolare, poi, amano molto il teatro. Qui si trova un pubblico esperto, esigente, estremamente attento e preparato. Pensi che in passato anche Giorgio Strehler e Vittorio Gassman amavano testare qui i loro spettacoli, le loro letture». Anche lei, più volte, ha recitato nel teatro di Pistoia. Di recente, ad esempio, vi ha portato l’Enrico IV. «Nel corso della mia carriera, purtroppo, non ho potuto recitare spesso a Pistoia. In passato

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Prezzi ottimi e alta qualità La Trattoria La Vecchia Cantina è un locale in stile tipico toscano di fine Ottocento. Recentemente ristrutturata, con il soffitto di travi e mattoni, il pavimento in cotto e i tavoli in legno e marmo, offre un ambiente caldo e accogliente. Uno di quei posti dove è un piacere capitare e una gioia ritornare. Piatti del territorio, materie prime di qualità indiscussa e prezzi ottimi: si possono riassumere così le caratteristiche del ristorante di Marco e Daniela. Formaggi, funghi e salumi la fanno da padrone. Fra i primi: tagliatelle al sugo di funghi porcini o dormienti, pappardelle al sugo di lepre, e fra i secondi le famose cappelle di funghi porcini ripiene arrosto, tagliata al tartufo, filetto in salsa al chianti, cinghiale stufato con polenta fritta. Ottima selezione di vini, soprattutto locali.

TRATTORIA LA VECCHIA CANTINA Via Risorgimento, 4 - Maresca (PT) - Tel. 0573 64.158 www.vecchiacantina.it info@vecchiacantina.it

l’organizzazione teatrale locale difficilmente sceglieva le letture che io portavo in giro per i palcoscenici italiani. Di recente però si è cementificato il rapporto con il Manzoni e abbiamo potuto realizzare alcuni progetti insieme. Spero proprio nei prossimi mesi di potervi fare ritorno. Certo che, oggi come oggi, si fatica sempre più a trovare dei fondi per il teatro e questo non aiuta le realtà come quella di Pistoia. Tutte le compagnie, comunque, desiderano passare di qui, perché conoscono l’importanza del pubblico di questa città e l’accoglienza del suo teatro». Pistoia la ispira in una qualche maniera? «Tutti noi artisti rubiamo dalla realtà. E la mia è quella pistoiese. A noi attori viene chiesto di

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scavare a fondo, nei testi e nei personaggi che interpretiamo. Ed è quindi inevitabile prendere come riferimento i ricordi, le esperienze e le identità umane conosciute in gioventù. In molti ruoli che ho interpretato ho trovato attinenza con la forza di carattere che contraddistingue la città di Pistoia». Cosa auspica per il futuro di questa città? «Vorrei che i giovani la rispettassero maggiormente. Non amo vedere i muri del 300 imbrattati da scritte. Forse dovremmo fornire loro dei pannelli su cui far sfogare queste loro rabbie. Pistoia è una città importante, ricca di patrimoni artistici e culturali, e come tale merita più attenzioni».

Nella pagina a fianco, Ugo Pagliai in scena al Teatro Manzoni di Pistoia con Paola Gassman, sua compagna anche nella vita, nello spettacolo “7 Piani”

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Foto Eleonora Angelini

LA NATURA CHE CONQUISTA di ANDREA MOSCARIELLO

Il giardino zoologico di Pistoia punta sulla tutela della biodiversità e sulla sensibilizzazione del pubblico verso le tematiche ambientali. E presenta una nuova mostra fotografica realizzata in collaborazione con il corpo forestale. A parlarne è il suo direttore, Paolo Cavicchio 258 • Mete Grand Tour

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on oltre 100mila visitatori registrati nell’ultimo anno, il giardino zoologico di Pistoia si conferma come una delle attrazioni turistiche più apprezzate dell’Appennino toscano. A confermarlo è anche il suo direttore, Paolo Cavicchio, che coglie l’occasione per annunciare i nuovi progetti del parco. «Tra poco inizieremo i lavori per creare una nuova area da dedicare ai pinguini Sudafricani, che arriveranno a Pistoia dallo zoo di Varsavia, grazie a un programma di scambio coordinato dall’Eaza, l’Associazione europea di zoo e acquari – racconta Cavicchio –. È prevista anche la realizzazione di un exhibit per le lontre asiatiche, future nuove ospiti del parco, e contiamo di iniziare a costruire entro la fine dell’anno una nuova area per i pachidermi,

Pistoia

C

quindi elefanti asiatici e ippopotami». Tra le varie iniziative promosse, sta riscuotendo un discreto successo la mostra fotografica “Codice Biodiversità”, presso la biblioteca San Giorgio di Pistoia, dal 12 febbraio al 12 marzo. «Siamo sempre alla ricerca di nuovi modi per coinvolgere il pubblico sulle tematiche che ci stanno più a cuore, quindi conoscenza della

Il giardino zoologico

Paolo Cavicchio, direttore del Giardino Zoologico di Pistoia

La ricetta: Astice, scampi, verdura e frutta INGREDIENTI PER 4 PERSONE: 2 astici da 1/2 kg 1 kg di scampi grossi 1 sedano, 1 finocchio, 3 carote, 1/2 ananas, 1/2 melone, fragole, kiwi, cocomero, 1 pesca, 1 arancia sale, olio extravergine, aceto balsamico PREPARAZIONE: Dividere gli astici e farne 4 parti, aprire e pulire scampi, lavare il tutto e cuocere in acqua leggermente salata per 5 minuti. Tagliare filangè sedano, finocchio, carote. Sbucciare e pulire frutta, tagliandola a pezzetti piuttosto grossi, tipo macedonia. Disporre su 4 piatti grandi tutte le verdure filangè e salarle leggermente. Sopra le verdure disporre 1/2 astice con gli scampi (2/3 a testa). Decorare con la frutta tagliata, condire con olio extravergine e aceto balsamico. Il Ristorante Manzoni è noto per la sua cucina a base di solo pesce fresco, pescato tutti i giorni secondo disponibilità del mercato ittico di Viareggio. Famoso per la Catalana, dispone di 30 posti a tavola e ampio parcheggio. È gradita la prenotazione.

RISTORANTE MANZONI Via Salvatore Quasimodo, 34 - Pistoia (PT) - Tel. 0573 28.101

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Foto Tommaso Burchietti

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biodiversità e condivisione del valore della sua tutela. La bellezza della natura, colta dagli scatti di Tommaso Burchietti, viene narrata attraverso 23 immagini realizzate al giardino zoologico». Da molti anni il giardino zoologico collabora con il servizio Cites del Corpo forestale dello Stato per la divulgazione della normativa che regola il commercio delle piante, degli animali e delle loro parti. «La mostra fotografica è ampliata da vetrine che raccolgono materiale sequestrato in dogana poichè in contravvenzione alla normativa suddetta – sottolinea il direttore –. L’homo sapiens è consumatore diretto di biodiversità quando utilizza le risorse naturali in modo insostenibile. Codice Biodiversità è nata per accendere l'attenzione anche su questo». A tal proposito, sempre secondo Cavicchio, la cultura e la valorizzazione del patrimonio biologico e naturale influiscono positivamente sull’indotto turistico. «I due terzi dei nostri visitatori provengono da zone al di fuori della provincia e oltre la metà di loro si sofferma più giorni visitando le altre attrazioni turistiche presenti, contribuendo a un indotto stimato in oltre 2 milioni di euro». Molti, però, storcono il naso accusando zoo e acquari di tenere rinchiusa, a fini di lucro, una fauna che invece meriterebbe di poter vivere liberamente nel proprio habitat naturale. Eppure, secondo il direttore del parco, «il visitatore medio predilige ancora oggi la “spettacolarizzazione” della natura, indotto in parte dalla cultura televisiva, che spesso tende a enfatizzare e a alcuni aspetti del mondo naturale. Si sta però affermando sempre più un interesse per la natura di per sé, priva di qualsiasi artefatto». E sulle critiche rivolte agli zoo,

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Pistoia

Cavicchio ricorda come anche la legge italiana sancisca con precisione il ruolo del moderno giardino zoologico, vale a dire “la conservazione della biodiversità e la protezione della fauna selvatica”. Forse in molti non sanno che gli animali presenti all’interno degli zoo non sono prelevati in natura ma provengono da altri giardini zoologici attraverso programmi di scambio monitorati a livello europeo. «Non solo, l’articolo 3 della normativa di riferimento indica tra i requisiti del giardino zoologico “la partecipazione a ricerche scientifiche, l’attuazione di programmi di educazione e sensibilizzazione del pubblico e le attività di conservazione”. E proprio sulla sensibilizzazione si orienta il futuro della celebre struttura pistoiese. «Stiamo

attraversando un periodo di profondo rinnovamento, volto al raggiungimento di alti standard per quanto riguarda le attività di educazione naturalistico-ambientale, la conservazione di specie animali minacciate e il benessere della fauna ospitata – conclude il direttore –. Negli ultimi anni sono state realizzate nuove aree per molte delle specie presenti, tra cui tigri, lupi, leoni e orsi bruni. Per le famiglie in visita, la possibilità di osservare animali mai visti prima e di scoprire ambienti lontani e vicini è un’esperienza di forte impatto emozionale. Un momento di incontro e confronto per comprendere attraverso il divertimento l’importanza della salvaguardia della biodiversità animale e vegetale».

Il giardino zoologico

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Carni d’autore e accoglienti stanze Nel suggestivo borgo medioevale di Serravalle, fra Pistoia e Montecatini, si trova un ristorante chic e accogliente, con annesso bed & breakfast, dall’invidiabile rapporto qualità-prezzo e dall’ironico mood romantico. È la locanda “La Tranquillona”, arredata con originale stile rustico minimal in un elegante equilibrio fra caldi mobili antichi e funzionali strutture contemporanee. La contraddistinguono un’affascinante “cantina – privé” da 14 posti e una grande terrazza aperta con bel panorama. La cucina è affidata al giovane chef David Ardita che interpreta la tradizione rielaborando con cura ricette prevalentemente toscane. In primo piano le carni, dallo splendido magrone alle costolette d’agnello. Ma anche il resto è impeccabile: dai gettonati tortelli fino ai dessert e alla mai scontata carta dei vini. Sono già arrivati i riconoscimenti della critica culinaria.

LOCANDA LA TRANQUILLONA Via Garibaldi, 49-55 - Serravalle Pistoiese - Tel. 0573 51.301 info@ariosto.it

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Aspettando il festival

IL GRANDE GIOCO LETTERARIO di LARA MARIANI

La letteratura a Mantova

Un Festival, quello della letteratura, legato in modo indelebile alla sua città. Pensato per Mantova e con Mantova, ma senza essere provinciale. Anzi con un respiro fortemente internazionale e, per Marzia Corraini, simbolo di una città che sa proiettarsi nello spazio e nel tempo

S A destra, Marzia Corraini, membro del comitato di organizzazione del Festival della letteratura; sopra, un’immagine della scorsa edizione. La prossima si terrà dal 7 all’11 Settembre 2011

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e Mantova fosse un’opera letteraria di quale genere sarebbe? «Un bellissimo libro d’arte spiegata». E il Festival della letteratura? «Un grande gioco letterario». Un gioco, per Marzia Corraini,

inteso nel significato più serio del termine, un gioco a cui partecipano grandi e piccoli, diventando protagonisti insieme alla città di una manifestazione che non è soltanto da guardare, «ma “letteralmente” da vivere». Ecco allora che le strade di Mantova si popolano di autori, di lettori, di arte. E il festival e la città si fondono in un’unica entità, dove tutti gli angoli diventano espressione «dell’arte di costruire qualcosa insieme». Ed è proprio questa per Marzia Corraini, membro del comitato di organizzazione della manifestazione, la magia che si respira lungo tutta la città in quelle giornate settembrine. Quali sono gli angoli, le vie di Mantova che la rimandano a degli autori o a delle opere letterarie? «Ci sono molti luoghi che possono ricordare delle opere, ma Mantova in se stessa è piena di luoghi d’arte. Ci sono passaggi e strade che

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fanno pensare a un grande romanzo, ma non a un romanzo specifico». A cosa sta pensando precisamente? «Io vedo Mantova come ambientazione di un romanzo storico. Sicuramente leggero, non troppo allegro, ma pieno di energia». Quali autori hanno lasciato un segno indelebile nella città? «Rischiando di essere sin troppo generica, dico il complesso degli autori che negli anni hanno vissuto il festival. Certamente ce ne sono alcuni che hanno lasciato il segno più di altri per mille motivi, alcuni più celebri, altri meno. Ma ognuno ha lasciato un’impronta indelebile. Ad esempio è stato indimenticabile l’anno in cui

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abbiamo ospitato autori sudafricani praticamente sconosciuti, gli Storytellers. Hanno monopolizzato l’attenzione andando in giro per la città a raccontare storie, ballando e cantando. Ovviamente cantavano nella loro lingua, l’inglese, ma riuscirono a farsi comprendere da tutti creando un’atmosfera mai vista prima. Poi non possiamo dimenticare i grandissimi: da David Grossman ad Anita Desai ed Erri De Luca. E tutti coloro che vengono ogni anno, perché ormai sono amici del festival». E come voi sono ormai parte integrante della manifestazione. «Esattamente, come noi sono qui per vivere il

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festival». Catapultati anche loro nell’atmosfera letteraria. «Anche loro immersi completamente. Non posso dimenticare l’abbraccio di Salman Rushdie con Hanif Kureishi il primo anno, l’intervento di Roberto Saviano, ancora sconosciuto, e lo stupore che ha alimentato per tutto ciò che aveva da dire. E poi, Nadine Gordimer piccolissima all’interno di una piazza enorme e stracolma di gente con cui ha creato un feeling strepitoso. Indimenticabile anche Herta Müller, allora assolutamente sconosciuta e poi Nobel per la letteratura pochi mesi dopo». E come definirebbe il pubblico che frequenta il festival? «È un pubblico misto, composto da molti giovani e da tante donne. I giovani apprezzano soprattutto l’atmosfera di grande libertà che si respira durante quelle giornate. Perché Mantova non è un luogo dove la cultura viene imposta, ma anzi, vi è un’assoluta libertà di “religione”.

Ospitalità e comfort

HOTEL CRISTALLO Via Cisa, 1/E - Cerese di Virgilio (MN) Tel. 037 64.48.391 - Fax 037 64.40.748 www.hotelcristallomantova.it info@hotelcristallomantova.it

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Al termine di un’accurata ristrutturazione, conclusa nel giugno 2009, il Best Western Hotel Ristorante Cristallo, albergo 3 stelle a Mantova, costituisce la soluzione ideale per soggiorni d’affari e per un’esperienza di svago fra cultura e shopping, in una delle città d’arte più importanti d’Italia. Ubicato in una posizione strategica, a soli 5 km dall’uscita autostradale della A22 (Mantova Sud) e a 5 km dal centro città, il Best Western Hotel Cristallo offre ai suoi ospiti la possibilità di pernottare in una delle 65 camere ben arredate e insonorizzate, gustare un piatto della tradizione presso il Ristorante Cristallo e organizzare meeting e convegni presso il Centro Congressi. A disposizione, tra i vari servizi, un ampio parcheggio riservato agli ospiti e connessione Wi-Fi gratuita.

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Ogni anno centinaia di volontari si adoperano con entusiasmo per dar vita alla manifestazione, e spesso capitano ragazzi che non sono dei veri appassionati di lettura, o che proprio dichiarano di non leggere. Ma per noi non fa alcuna differenza, anzi sono quelli che ci regalano le più grandi soddisfazioni, perché vanno tutti via con un libro, anzi almeno un libro». È un modo diverso di approcciare la cultura. «È un modo diretto e molto vero, che ha il grande merito di scacciare quel timore reverenziale che spesso si ha nei confronti della cultura e dei grandi autori. Del resto il Festival è una manifestazione all'insegna del divertimento culturale, cinque giorni di

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incontri con autori, reading, spettacoli, concerti. Non è solo un appuntamento per chi ama la lettura, ma anche per chi è semplicemente curioso e sa di poter incontrare scrittori, musicisti, attori per le vie e le piazze della città». E invece i più adulti come vivono la manifestazione? «Le donne sono le lettrici più accanite. Del resto anche le statistiche nazionali sostengono che le donne in generale leggono di più. Ed effettivamente questa proporzione si riscontra anche a Mantova, anche se, osservando attentamente, si nota che la differenza non è poi così ampia. Anzi in quei momenti sembra che tutti leggano».

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Foto di Cristiano Giglioli della colors produzioni visive di Mantova

L’ARLECCHINO IN SCENA di LARA MARIANI

Oltre alla Mantova di Virgilio e a quella dei Gonzaga, c’è una città vivace che ogni anno rinnova la sua vocazione culturale con eventi dedicati non solo alla letteratura, ma anche alla commedia dell’arte. Lo spettacolo nelle parole di Giovanni Pasetti

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Mantova, capitale dello spettacolo

ra “Mantua” per il sommo poeta latino. Per secoli è stata la città dei Gonzaga che portarono alla loro corte artisti di ogni genere, dal Mantegna a Giulio Romano, da Leon Battista Alberti a Rubens. Oggi, memore di uno sconfinato passato artistico, è anche capitale europea dello spettacolo. Perché oltre che luogo d’elezione per la pittura, l’architettura e la letteratura, Mantova è stata un crocevia fondamentale per la commedia dell’arte. «Ha visto il passaggio di molte compagnie teatrali e di una figura sopra a tutte, Tristano Martinelli, inventore della maschera più famosa della commedia dell’arte, Arlecchino». Giovanni Pasetti, presidente della fondazione “Mantova capitale europea dello spettacolo” ci introduce nella storia e nella contemporaneità della città che ancora oggi gode di una vivacità culturale sorprendente. Da un punto di vista culturale il Festival della letteratura dal 1997 in poi ha rappresentato un punto di svolta per la città. «È stato un evento fondamentale, perché ha rappresentato un punto di partenza per la nascita di tante altre esperienze: stagioni teatrali, stagioni musicali, e grandi mostre a Palazzo Te. Eccelle naturalmente la Celeste Galleria del 2002, che è stata una delle mostre italiane più visitate con oltre 500.000 ingressi». E in questo contesto culturale come si inserisce l’operato della fondazione?

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«La fondazione ha il compito di trovare in tutto il mondo documenti del periodo d’oro dei Gonzaga, dalla venuta di Isabella d’Este al sacco di Mantova, che hanno a che fare con la materia dello spettacolo. Una volta scovati i documenti, questi vengono resi accessibili a tutti attraverso i nostri archivi. In questo senso siamo un centro di documentazione teatrale a pieno titolo». E il premio Arlecchino come è stato pensato e con quale logica viene assegnato? «Il premio è stato creato da Umberto Artioli e Siro Ferrone, per costruire un aggancio con la contemporaneità. Infatti la fondazione, oltre che ricercare documenti, ha il compito di organizzare spettacoli legati a rappresentazioni rinascimentali, barocche e contemporanee. Il premio Arlecchino è destinato a chi, personaggio o compagnia, porta uno spettacolo in città. È sostanzialmente un premio alla carriera, una carriera interpretata nel segno dell’innovazione e della genialità, doti che erano tipiche di Arlecchino che nella tradizione veneziana rappresenta l’emblema del servo affamato, intelligentissimo e furbo, rapace, ma allo stesso tempo poverissimo». In effetti il primo ad essere premiato fu Dario Fo. «Che è appunto emblematico come one man show, attualissimo e allo stesso tempo grandissimo interprete. Poi abbiamo premiato altri illustrissimi personaggi tra cui Carolyn Carlson, forse la più grande coreografa e

Il premio Arlecchino

In apertura, una rappresentazione svoltasi all’interno del Festival

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danzatrice del mondo; Giorgio Albertazzi per la sua grande capacità istrionica e di rappresentazione; Marcel Marceau, il grandissimo mimo ora scomparso; Patrice Cheréau, il grande regista francese di cinema e di teatro; infine, Meredith Monk nel campo della musica». Quindi avete premiato, nel campo del teatro, personaggi che si cimentano in arti diverse. «Abbiamo spaziato in diversi campi per arrivare a due “Arlecchini” veri e propri, cioè due attori che interpretano l’arlecchino. Ferruccio Soleri, l’arlecchino storico che ancora oggi gira con il Piccolo Teatro mettendo in scena “Arlecchino servitore di due padroni”, e il più giovane, Enrico Bonavera che rappresenta le nuove generazioni dell’Arlecchino”. E poi tanti altri premi, l’ultimo al grandissimo attore Sandro Lombardi, premiato per la sua carriera ormai trentennale.Tutto è avvenuto all’interno di una serie di spettacoli, che nel tempo si sono trasformati in un vero e proprio festival che dal 2006 si tiene a giugno e

Mantova, capitale dello spettacolo

Il premio Arlecchino

«Il premio Arlecchino è destinato a chi, personaggio o compagnia, porta uno spettacolo in città»

Giovanni Pasetti, presidente della fondazione Mantova Capitale europea dello spettacolo

Il calore della storia Nel paese che fu teatro della battaglia del 24 giugno 1859, tra l’esercito francese di Napoleone III e l’esercito austro-ungarico, decisiva per l’unità d’Italia, sorge oggi l’Hotel adatto per chi desidera respirare storia e natura. Situato in posizione tranquilla, circondato dalle splendide colline moreniche e a soli 10 minuti dal Lago di Garda, l’Albergo La Spia d’Italia*** è il punto di partenza per interessanti escursioni. È un posto confortevole, dove rilassarsi nelle camere signorili e arredate con gusto. All'interno dell′albergo si trova un caratteristico ristorante dove potrete degustare i piatti tipici della zona.

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Mantova, capitale dello spettacolo

Il premio Arlecchino

in ogni edizione vede l’alternarsi di circa 60-70 spettacoli al giorno». Dopo aver descritto il festival che anima la città, proviamo a porci da un altro punto di vista. Quello della città che ospita artisti e turisti. Se dovesse accompagnare uno di loro per le vie di Mantova, dove lo porterebbe? «Considerando che la sera è animata dagli spettacoli, durante la mattinata consiglierei qualche ora di navigazione sui laghi. Infatti, famosa per l’arte sì, ma dobbiamo anche ricordare che Mantova appartiene al parco naturale del Mincio che offre scenari e paesaggi davvero suggestivi». E a pranzo dove vi fermereste? «Mantova è gastronomicamente molto dotata. Il mio ristorante preferito è il “Cigno”, fra l’altro situato proprio davanti al palazzo d’Arco che ospita un museo eccezionale del Settecento mantovano. Il ristorante è una casa nobiliare che

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sfoggia ancora gli arredi di un tempo, oltre a magnifici quadri. Altrimenti in ogni angolo si possono scoprire trattorie tipiche, dove si mangia alla mantovana. Ad esempio vicino a Sant’Andrea c’è la trattoria “Stomp”, dove a un prezzo accessibile si possono gustare i tortelli di zucca, le carni e il luccio in salsa. Oppure il “Giallo zucca”, dove la cucina mantovana viene proposta con spirito di innovazione». E dopo il pranzo cosa proporrebbe al suo ospite? «Mantova è una città piccola, che permette di essere visitata a piedi. Quindi dopo la trattoria farei una passeggiata per raggiungere Palazzo Te, per ammirare l’opera straordinaria di Giulio Romano. Palazzo Te è anche sede di spettacoli durante il Festival, così come la piazza del Leon Battista Alberti, sul retro della basilica di Sant’Andrea e qui si può concludere la giornata assistendo alle rappresentazioni, che durano fino a tarda serata».

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UN SALTO NEL RINASCIMENTO di BELINDA PAGANO

Nel contesto storico-monumentale di Palazzo Arese-Borromeo, situato nell’alta Brianza milanese, si scopre un albergo moderno e funzionale che conserva il fascino del passato. Dimorarvi significa respirare la storia, tra soffitti affrescati e parchi mozzafiato

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asta spostarsi un pò dal caos frenetico di Milano per riscoprire una perfetta fusione fra natura e storia. Nella valle del Seveso, sulla strada per Como detta “Comasina”, compare agli occhi stupiti un palazzo dai sapori rinascimentali. «Bisogna fare un salto indietro nel tempo» spiega Giacomo Cascella, direttore dell’Hotel Parco Borromeo «tra il XV e il XVII secolo per scorgere dal nulla Palazzo AreseBorromeo. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, non fu concepito come una dimora di campagna e venne da subito arricchito di numerosi affreschi e false architetture in cui è possibile riconoscere un genere documentario, uno mitologico-allegorico e uno di rappresentanza. Un luogo di grande fascino in cui l’architettura si è arricchita di testimonianze importanti e di un parco con giardini di maestose proporzioni. I dipinti e gli affreschi al suo interno hanno visto le mani e l’arte di tanti personaggi illustri, da Stefano Montaldo a Cesari e Sebastiano Galeotti fino ai grandi maestri Procaccini e Nuvolone». E si può anche provare l’emozione di soggiornare all’interno di questo spettacolare complesso. «L’Hotel Parco Borromeo è una

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piccola dimora di charme a 4 stelle e ha il privilegio di essere situato all’interno di questo contesto storico-monumentale. La struttura, completamente attrezzata con tutti i comfort moderni, mantiene comunque l’armonia e l’eleganza storica dell’antichità». Ma quali sono le sue peculiarità? «I maestosi soffitti, elementi tipici dell’architettura del XVII secolo e i solai sia a cassettoni in legno, sia decorati in gesso. I pavimenti in listoni di legno, poi, evocano una certa architettura minore, mentre la hall e la reception al piano terra alternano elementi della tradizione con ironiche

Dimorare nel passato

Palazzo Arese-Borromeo

interpretazioni di elementi costruttivi dell’architettura». Oltre che per l’accoglienza alberghiera, altre sono le peculiarità del luogo: tre sale convegno ampie ed eleganti e altre tre salette per piccole riunioni; la prestigiosa Sala Aurora interamente affrescata e posta all’interno di Palazzo Arese-Borromeo; la maestosa e affascinante veranda che dà sul parco, simile alle serre che ornavano i giardini storici del Settecento; il ristorante “Il Fauno”, punto forza dell’intera struttura sia per la eccezionale qualità del cibo che per la non comune lista dei vini. «L’Hotel Parco Borromeo è posto al centro di Cesano Maderno, ridente cittadina dalla quale è estremamente agevole raggiungere sia Milano che i Laghi di Como e della Brianza, oltre alle città d’arte della Lombardia e, in particolar modo, la vicinissima sede della Nuova Grande Fiera di Milano e dell’Expo 2015». Per le sue caratteristiche peculiari e per la sua ubicazione, è quanto di meglio si possa desiderare per godere cultura, storia e natura in uno dei più serviti e importanti contesti metropolitani d’Europa. www.hotelparcoborromeo.it

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Nella pagina a fianco, veduta dall’alto dell’Hotel Parco Borromeo. In questa pagina, a sinistra in alto la facciata dell’hotel e sotto una delle camere matrimoniali. Sopra, la Sala Aurora di Palazzo Arese-Borromeo

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Iniziative artistiche

CROCEVIA DI VISIONI

di PAOLA MARUZZI

Museo d’arte contemporanea di Lissone

Vicino a Milano e a un passo dalla Svizzera, il Museo d’arte contemporanea di Lissone si fa incubatore di iniziative. Tra corsi di design, mostre temporanee, laboratori didattici per bambini e concorsi internazionali, l’arte muove tutta la città

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ino a oggi l’unico a essere riconosciuto dalla Regione Lombardia nei confini provinciali di Monza e Brianza, il Museo d’arte contemporanea di Lissone non è un semplice contenitore di opere. Sembra proprio che abbia la pretesa di farsi crocevia di eventi culturali e il carattere giusto per catalizzare gli sguardi internazionali. È una vitalità che viene dritta dal passato. «Tutto è cominciato grazie al Premio Lissone – racconta l’assessore alla Cultura, Daniela Ronchi – . Nel 1946, quando ancora erano laceranti le ferite della guerra, un gruppo di coraggiosi lungimiranti, i responsabili della Famiglia Artistica, diedero avvio alla sua prima edizione. Figure illustri come Gino Meloni, anima del concorso e orgoglio artistico autoctono, e Guido Le Noci, uno dei più geniali galleristi dell’epoca, tentarono l’impresa: dare alla cittadina un respiro artistico. E ci riuscirono». L’associazione, sulla falsariga del fervore culturale postunitario, guardava al progresso civile. Insomma, proprio in un momento in cui si andavano ricucendo i pezzi, l’arte doveva fare da collante e mettere in circolo nuove idee. I premiati non sono da meno.Tra tutti basti ricordare Piero Dorazio, Emilio Vedova, Ennio Morlotti, Mario Schifano, Mauro Reggiani, Valerio Adami, Karel Appel, Antoni Tàpies, José Guinovart. Le loro opere compongono oggi la memoria storica del Museo. Ma, si diceva all’inizio, uno spazio espositivo non può ridursi a una carrellata di nomi illustri. «Deve, al contrario, farsi permeabile verso la vita che gli scorre accanto e che inevitabilmente finisce per investirlo» spiega la Ronchi. L’assessore continua dando voce alle iniziative di

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punta. «I due macro-progetti di didattica museale hanno coinvolto, in misura sempre maggiore, grandi e piccini. Per gli adulti si aprono le porte dei corsi di storia dell’arte moderna e contemporanea e di avvicinamento al design. Abbiamo registrato un successo sorprendente, che rafforza l’identità di questo luogo polifunzionale, dove si organizzano inoltre concerti di musica classica e conferenze. Per i bambini e i ragazzi delle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado lissonesi offriamo la possibilità di accedere gratuitamente a progetti di didattica museale incentrati sulle collezioni permanenti. Il progetto, denominato “Crescere con l’arte”, intende sia sviluppare un rapporto sempre più ravvicinato tra realtà museale e mondo scolastico, sia promuovere la conoscenza del patrimonio museale locale attraverso un’ampia gamma di attività ludicolaboratorali. Il Museo sorge proprio al centro dei traffici cittadini. Strategicamente collocato nelle

In apertura, mostra dei progetti del Premio Lissone Design 2009. Sopra, opera di Piero Dorazio, Tenax, 1964

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In alto, interno del Museo d’arte contemporanea di Lissone. A destra, mostra conclusiva del progetto “Crescere con l’arte”

«Due macro-progetti di didattica museale hanno coinvolto grandi e piccini. Il museo si fa luogo polifunzionale, fruibile da tutti»

vicinanze della stazione ,la struttura si fa occasione per riqualificare l’area urbana. Ma la cittadina è soprattutto vicina a Milano e a un passo dalla Svizzera. Ecco quindi da dove nasce la matrice interculturale e internazionale dei due concorsi a cadenza biennale, il Premio Lissone d’Arte e il recente Premio Lissone Design, istituito nel 2006 e giunto ormai alla sua terza edizione. Entrambi rivivono sotto una nuova luce, guardando da una parte ai molteplici linguaggi dell’arte del presente, dall’altra allo sviluppo di sinergie tra design e mondo economico- produttivo del territorio. «Il respiro internazionale che oltrepassa non solo i confini regionali, ma anche nazionali ed europei è testimoniato dai 230 progetti provenienti da ben 23 Paesi, nell’ambito della primissima edizione del Premio Lissone Design, Playing Design». Concorso dopo concorso, è venuto quindi naturale inaugurare un ulteriore spazio polifonico: l’Osservatorio Colore Interni. «Un progetto innovativo e trasversale alle classiche attività di design, una concreta opportunità non solo per il “sistema” Brianza». Il filo condutture è appunto il “colore” degli spazi abitati, un fenomeno complesso e profondo. «Il centro studi non si occupa semplicemente della fisicità, ma della relazione tra oggetti, persone e percezioni. Non si progettano solo superfici, ma gesti». www.museolissone.it museo@lissone.mb.it

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IL RUGGITO DELLA LEONESSA Le tracce di un passato glorioso e un presente difficile: Brescia si appresta a celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia con una serie di manifestazioni e incontri, come spiega l’assessore Arcai. Che lancia un appello

di RICCARDO CASINI

rescia la forte, Brescia la ferrea, / Brescia leonessa d'Italia / beverata nel sangue nemico”: così Giosuè Carducci nelle “Odi barbare” celebrava la città delle Dieci giornate, che nel 1849 insorse contro la dominazione austriaca. Oggi, mentre tutto il Paese si appresta a celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia, anche uno dei luoghi-simbolo del Risorgimento è pronto a fare la sua parte nei festeggiamenti.

“B Andrea Arcai, assessore alla Cultura di Brescia; a fianco, il complesso di Santa Giulia e San Salvatore

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«Brescia – spiega l’assessore comunale alla Cultura, Andrea Arcai – conserva numerose tracce del proprio passato. Non dimentichiamo che fu, dopo Milano, la seconda città alla quale re Umberto I consegnò la Medaglia d’oro come “Benemerita del Risorgimento nazionale”: una recente indagine, breve ma approfondita, ha messo in luce come in tutta la città vi siano 38 targhe che ricordano gli avvenimenti di quel periodo. Alcune andrebbero ripulite, altre – poche in verità – restaurate: per questo stiamo vagliando un progetto per cui i cittadini possano adottarle». Ma dove è possibile ammirarle? «Di certo il Palazzo della Loggia stesso, oggi sede del municipio, è un museo all’aperto di targhe e lapidi che ricordano i caduti del Risorgimento, ma anche la consegna della Medaglia d’oro e le Dieci giornate. Proprio da qui, non a caso, partiranno le commemorazioni civili che faremo in occasione del 150esimo dell’Unità d’Italia: una scelta anche simbolica, dal momento che il Palazzo della Loggia, durante le Dieci giornate, venne colpito dalle cannonate austriache».

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Brescia risorgimentale

I tesori cittadini

In alto, Palazzo della Loggia; nella pagina a fianco, una lapide al suo interno ricorda i caduti del Risorgimento

Cosa prevedono le commemorazioni? «Il 16 marzo diversi rappresentanti di Comune, consiglio comunale e giunta dei ragazzi depositeranno qui una corona di fiori. A questo farà seguito, come in molte città, la “Notte verde-bianca-rossa” con numerosi eventi ancora da definire: sicuramente saranno aperti e visitabili i musei e la biblioteca, che ospiterà una mostra di testi risorgimentali. A proposito di mostre, al Castello, Grande Miglio, è sempre in corso “L’Italia degli italiani”, che ricorda le fasi salienti del Risorgimento attraverso un’esposizione di dipinti, sculture e disegni. Inoltre, sono in programma una serie di iniziative nazionalpopolari e altre di approfondimento storico e politico: a questo proposito va ricordato il dibattito che chiuderà le celebrazioni, dal titolo provocatorio “1861-2011: l’Italia è unita o

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disunita?”. Interverranno studiosi, storici e politici per riflettere su un tema attuale come quello del federalismo, inteso come un modo diverso di concepire lo Stato unito». A proposito del Castello, qual è il futuro del Museo del Risorgimento ospitato al suo interno? «Al momento è attiva solamente una sezione, ma il Comune è ovviamente intenzionato a riaprirlo pian piano. E non dimentichiamo il progetto “Risorgimento privato”, presentato dall’associazione dei musei per la storia in Lombardia (tra cui, appunto, quello di Brescia), che vuole raccontare come questo periodo è stato vissuto nelle case degli italiani.Vorremmo riuscire insomma a darvi una nuova vernice, ma il problema sono i tagli che penalizzano in modo ancora maggiore un ente virtuoso come quello

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bresciano, letteralmente paralizzato dalla legge sul Patto di stabilità». In che modo è possibile rilanciarlo allora? «Rivolgo un appello ai privati che volessero intervenire in qualità di sponsor. D’altra parte il Comune organizza sempre gli eventi in un’ottica di sussidiarietà, appoggiandosi a enti e privati. In questo senso parlavo di commemorazioni civili: tutta la città deve partecipare e organizzare, come nel caso del concerto, in programma il prossimo 28 febbraio, dedicato al 150esimo dell’Unità d’Italia e programmato, in accordo con l’Università e la Fondazione del Teatro Grande, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico. Ma sul Museo vorrei dire un’altra cosa». Quale? «Ha ragione Mario Resca, direttore generale per

Brescia risorgimentale

la valorizzazione dei beni culturali presso il Ministero, quando dice che oggi i musei devono camminare con le proprie gambe, e non essere semplici depositi di opere d’arte. Devono essere dinamici, saper parlare ai visitatori e spiegare i propri contenuti anche attraverso nuovi supporti tecnologici. Per questo il Museo del

I tesori cittadini

Il fascino di prodotti genuini Non ci si passa per caso. Bisogna proprio cercarla, arrampicandosi sulle sponde del lago di Idro, fino a Treviso Bresciano. Circondata da un pugno di case su una balconata naturale verdissima, troverete questa tipica trattoria di montagna. Qui le stagioni decidono i piatti e tutto è fondato sul fascino di prodotti genuini, rigorosamente del territorio, cucinati secondo l’antica tradizione. Si comincia con salumi nostrani per poi passare ai primi fatti in casa, arricchiti da frutti del bosco (asparagi, erbe spontanee, funghi esclusivamente locali) e dell'orto. Sul fuoco cuociono grigliate e spiedi, in pentola secondi di cacciagione, arrosti e capretti. Per addolcire il palato un trittico di dolci della casa. A fine pasto potrete gustare lo sgrupignì, misterioso quanto efficace digestivo. Ad esaltare la cucina una ricca carta dei vini con proposte regionali, italiane, internazionali, con un occhio di riguardo al rapporto qualità prezzo. Graziella e Rubina hanno portato i piatti del territorio anche alla trasmissione televisiva La Prova del Cuoco, per ben 10 volte.

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Specialità di lago, carne e pizza Situato in zona tranquilla, con terrazza sul lago di Idro, il ristorante pizzeria Le Fontanele è l’ideale per le famiglie con bambini. Si può infatti contare su un menu economico pensato per i piccoli, su un’area giochi ricreativa nel giardino, e sul fasciatoio per il cambio pannolino. La cucina richiama le tradizionali ricette regionali, lombarde e trentine. Interessante la linea di paste fresche come le pappardelle al ragù di capriolo o al salmì di lepre, le tagliatelle ai porcini e i tagliolini al pesce persico. Ampia la scelta dei risotti: al bagoss, alla trota e pesce persico del lago. Tra i secondi, oltre alle carni, ottime le specialità di lago come la trota, i filetti di pesce persico dorati e la grigliata misto mare, mentre, su prenotazione, si possono gustare lo spiedo alla bresciana con polenta e piatti di cacciagione. Per le pizze sono disponibili più di 40 tipi di farciture, ingredienti di prima qualità e dimensioni over-size.

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Risorgimento dovrà essere rinnovato anche nella concezione: purtroppo non è facile ipotizzare delle tempistiche in questo senso, dal momento che un intervento simile richiederebbe investimenti elevati». Nel frattempo un’altra mostra sta facendo parlare di Brescia: è quella intitolata “Matisse. La seduzione di Michelangelo”. «Si tratta di un evento in grado di creare un enorme indotto culturale ed economico per la città. E soprattutto è un modo per far conoscere, oltre a Matisse e al suo rapporto con Michelangelo, anche il contenitore-museo, visitabile per intero con il biglietto d’ingresso alla mostra. Sarà così per molti l’occasione per scoprire il complesso di Santa Giulia e San Salvatore, attualmente in competizione per diventare Patrimonio dell’umanità, e contemporaneamente per far capire proprio all’Unesco che non si tratta di un contenitore statico, ma dinamico».

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© Succession H. Matisse by SIAE 2010, Photo Philip Bernard

ENTUSIASMO E GRANDI NUMERI La mostra su Matisse al Museo di Santa Giulia a Brescia ha fatto registrare il boom di prenotazioni e si prepara a replicare il successo di “Inca”. Andrea Brunello di Artematica illustra la ricetta per avvicinare il grande pubblico all’arte

di RICCARDO CASINI 284 • Mete Grand Tour

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a Michelangelo a Matisse: la mostra che ha aperto i battenti lo scorso 11 febbraio al Museo di Santa Giulia a Brescia punta a scoprire i trait d’union tra due grandi geni separati da 400 anni di storia, ma anche a lanciare definitivamente la città nel circuito delle grandi mete d’arte dopo il successo di “Inca”, l’esposizione che lo scorso anno fece registrare283mila visitatori. “Matisse. La seduzione di Michelangelo”, curata da Claudia Beltramo Ceppi e organizzata da Fondazione Brescia Musei e Artematica, presenta 180 opere dell’artista francese alle quali vengono affiancati diversi calchi di alcune delle più importanti sculture di Michelangelo (oltre a un importante disegno originale raffigurante due Veneri) per affermare come Matisse, nonostante affermasse con forza la natura moderna della sua opera, fosse

Brescia artistica

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profondamente attratto e influenzato dal suo predecessore (“cerco di impadronirmi, diceva, della concezione chiara e complessa che è alla base della costruzione di Michelangelo”). Il percorso espositivo propone capolavori difficilmente concessi in prestito, come la grande scultura Lo Schiavo dal Museo di Nizza e il piccolo gioiello del Brooklyn Museum di New York, un olio su tavola dal titolo Nudo nel bosco,

Matisse a Santa Giulia

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Brescia artistica

Matisse a Santa Giulia

cui si affiancherà il bronzo Piccolo busto accovacciato che rappresenta quasi una citazione letterale di Michelangelo. Andrea Brunello, amministratore delegato di Artematica, è ovviamente soddisfatto del lavoro fatto. Qual è, dal punto di vista artistico, l’aspetto che costituisce per voi il principale successo? «Senza dubbio l’aver messo in luce la relazione tra questi due grandi maestri che, seppur separati da quattro secoli di storia e vicende artistiche, dimostrano un importante sentire comune. Inoltre la mostra consente di scoprire Matisse a 360 gradi: al Museo di Santa Giulia sono esposti infatti non solo dipinti, ma anche sculture, disegni e gouaches découpées. Si potrà così ammirare il processo creativo alla base di Matisse scorgendo il continuo passaggio da una tecnica

all’altra». Quali sono i principali punti di contatto con Michelangelo? «Direi innanzitutto lo studio incessante della forma. Matisse ammira le sculture di Michelangelo e si appropria delle torsioni dei corpi delle sue opere per rielaborarle poi, in modo nuovo e originale, sia nei dipinti che nelle sculture. Le modella e rimodella, disegnandole e scolpendole in maniera davvero incessante. È lampante sotto questo aspetto la scultura della Notte delle Cappelle medicee, di cui in mostra si può ammirare un calco in scala reale: Matisse studia e riprende le forme ardite di quel corpo in numerosissime opere molte delle quali sono esposte in mostra». Quali sono state le difficoltà principali a livello organizzativo?

Una pausa piacevole Punto di incontro perfetto per un aperitivo after business o per una rilassante pausa. Al Cafè Damm Atrà il bello viene accompagnato dal buono: in uno scenario curato ed elegante, si possono assaporare prelibati champagne, selezionati vini e buffet con finger food di alta qualità. Il sound predilige una selezione musicale di matrice lunge e chill out. Dopo cena si va avanti fino a tardi sorseggiando cocktail, champagne o pregiati distillati.

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© Succession H. Matisse by SIAE 2010, Photo Philip Bernard

«Innanzitutto la presenza di mostre dedicate a Matisse in anni recenti in paesi lontani, anche di altri continenti. Inoltre le opere di Matisse sono conservate nei musei di tutto il mondo: a Brescia abbiamo riunito oltre 180 capolavori provenienti da 30 istituzioni museali e ben 9 paesi. Per citarne solo alcuni, ricordo ad esempio Stati Uniti, Brasile, Belgio e Svizzera. Ma c’è addirittura un’opera proveniente dall’Australia (Il ratto d’Europa)». A tre mesi dall’apertura, le prenotazioni erano già 40mila. Quale obiettivo vi siete dati nel complesso? È

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possibile eguagliare il record raggiunto dall’esposizione sugli Inca? «L’obiettivo, indubbiamente ambizioso, è di raggiungere i 250mila visitatori. È vero che “Inca” ha portato a Brescia oltre 280mila persone, bisogna però ricordare che il periodo espositivo è stato più esteso. Matisse invece chiuderà a metà giugno e ci sono solo 4 mesi per visitarla». Quali sono gli ingredienti per il successo di un evento artistico? «Sicuramente la bontà del progetto scientifico e la qualità delle opere esposte. Per questo

Sopra, Il lanciatore di coltelli, tavola a pochoir realizzata con gouache di Linel (1947); in apertura, Icaro (1947) e Andrea Brunello, amministratore delegato di Artematica

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Tra tradizione e nuove proposte

WALTER VALERIO Via Nazionale, 17 - Barghe (BS) Tel. e Fax 0365 84.140 www.waltervalerio.com info@waltervalerio.com

Sotto, Busto in gesso, bouquet di fiori, olio su tela proveniente dal Museu de Arte di San Paolo

Un giovane chef dall’esperienza internazionale, Walter Valerio, è il patron di un ristorante immerso nel centro storico di Barghe: tre avvolgenti e intime sale per meno di quaranta coperti, con cucina a vista, in una sobria e schietta ambientazione da vecchia trattoria volutamente mantenuta dal proprietario, pur con qualche ritocco personale. Qui si trovano i classici piatti locali, ma con quel qualcosa in più che sta nella storia stessa del locale, nell’esperienza creativa, con raffinata selezione degli ingredienti, anche di produzione locale, come salumi e formaggi. A questo lo chef ha affiancato piatti che sono frutto della sua esperienza internazionale nonché elementi della sua terra trentina in un’offerta in carta che presenta levigate paste, morbidi e profumati risotti, saporite e selezionate carni, qualche pesce d’acqua dolce, formaggi locali e una sorprendente parure di dessert della casa. Quasi 350 etichette ben selezionate sono disponibili in cantina.

Artematica si appoggia di volta in volta a curatori diversi. A questi due ingredienti imprescindibili si aggiunge poi l’allestimento, che per Artematica è sempre un elemento fondamentale: per questa mostra l’architetto Torsello ne ha studiato uno all’apparenza sobrio e semplice, ma che cela invece moltissimi accorgimenti e dettagli che contribuiscono a rendere la mostra un evento unico. L’altro aspetto fondamentale per Artematica è la comunicazione: vogliamo che le mostre da noi organizzate siano associate a una comunicazione giovane e dinamica, che non si rivolga solo al classico pubblico delle mostre ma che riesca ad attirare anche i giovani. Per questo abbiamo pensato, ad esempio, a un’azione di guerilla marketing in alcune città del nord Italia tappezzando di post-it rosa

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alcuni angoli cittadini. Abbiamo poi realizzato un video particolarmente accattivante, e tutta la campagna della mostra è giocata sul claim “entusiasmo contagioso”». Oltre ai numeri, quali sono i vostri obiettivi nei confronti dell’evento e della città di Brescia? «Innanzitutto far conoscere Brescia come città d’arte, includerla nel circuito delle mete privilegiate di un turismo di qualità. Insieme all’amministrazione comunale e a Fondazione Brescia Musei, vorremmo che si creasse una consuetudine per cui Brescia è considerata, insieme al territorio circostante, un luogo da visitare. Un luogo in cui si va volentieri per ammirarne le bellezze naturalistiche, degustare le specialità enogastronomiche, vedere importanti monumenti e ammirare mostre di portata internazionale».

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Panorami sul lago

TRA GLI ALBERI, OLTRE IL LAGO di BELINDA PAGANO

laghi, come altri luoghi peculiari della nostra penisola, sono intrisi di secoli di storia. Se si pensa al lago più grande d’Italia, il Lago di Garda, il passato si fa ancora più interessante. «Sulle pacate onde di questo lago hanno navigato milioni di persone» ricorda Marco Polettini, direttore e proprietario dell’Hotel Piccola Vela. «Su queste sponde si sono fermati ad ammirare il panorama uomini e donne senza storia, personaggi illustri, re e regine di altre epoche. L’atmosfera che si respira sulle sue rive è quella di allora, scatta ancora quella scintilla che affascina e ci fa innamorare di un luogo infinito e accogliente come può essere il Lago di Garda». Ed è qui che, per raccogliere sensazioni magiche e atmosfere vibranti, nasce Piccola Vela, un hotel lontano dalle frenesie cittadine ma non troppo distante dalle vie mondane del centro di Desenzano e dalla raffinata Sirmione. I ritmi della giornata scorrono senza fretta, scanditi dall’intimità e dal relax. «Il vero charme di questa casa risiede nei suoi piccoli angoli appartati, dove si può assaporare tranquillità e privacy. Una saletta non troppo grande, un angolo di giardino fra limoni e ulivi: tutto concorre a regalare attimi di intimità. La

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Sopra, piscina privata dell’Hotel Piccola Vela. Sotto, interno della camera matrimoniale e vista panoramica sul Lago di Garda

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Panorami mozzafiato, vedute affascinanti e un legame inestricabile fra storia e natura. Siamo sul Lago di Garda. Tra centenarie culture e affascinanti silenzi

Maison Piccola Vela è un crocevia silenzioso di persone dalle passioni più disparate, dagli interessi più vari, che ricercano nella loro giornata momenti di splendido isolamento». Il Lago di Garda si offre quindi in tutta la sua ricchezza naturale, con la possibilità di visitare in giornata affascinanti città d’arte quali Brescia, Mantova,Verona,Venezia». Panorami splendidi, vedute mozzafiato, per un intreccio interessante fra storia e natura. Se si cerca intimità, tranquillità, cultura e silenzio, non c’è luogo migliore.

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www.piccolavela.it

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A CASA DEL VATE Sin dall’ingresso il visitatore intraprende un percorso iniziatico fra presenze simboliche che rammentano il valore sacrale della casa, il cancello dorato, i sette scalini e i dossali delle pareti e la colonnina francescana. A fare da guida è Giordano Bruno Guerri di RENATA GUALTIERI


o ho quel che ho donato”. È questa la massima posta all’ingresso della cittadella monumentale di Gardone Riviera. D’Annunzio ha donato cultura e bellezza e ha ricevuto cultura e bellezza ben rappresentate dalla sua casa che poi ha deciso di donare agli italiani perché ne potessero godere a loro volta. «È stato un meraviglioso dono perché – racconta Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione il Vittoriale – a parte il patrimonio enorme di libri, documenti e oggetti, il Vittoriale è uno dei pochissimi musei italiani che non solo non costano un centesimo allo Stato ma è addirittura all’attivo». Com’è riuscito a rilanciare il Vittoriale in soli due anni? «Il Vittoriale era già un marchio forte e aveva bisogno solo di nuove iniziative che attirassero su di sé l’attenzione. Mi sono occupato personalmente di questo, con la creazione di due musei, di eventi e di comunicazione sulla figura di D’Annunzio che soffre di pregiudizi antichi, soprattutto riguardo ai suoi rapporti con il fascismo che sono sopravvalutati. Sia sul

“I In apertura, lo scrittoio del Monco, Vittoriale; qui sopra, Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione il Vittoriale e lo Sva sul quale D’Annunzio volò su Vienna

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piano culturale dunque che della comunicazione occorreva aumentare l’offerta». Il museo “D’Annunzio segreto”, inaugurato il 2 ottobre 2010, ha già avuto tanti visitatori. Cosa c’è da scoprire? «C’è da scoprire quella che era la quotidianità di D’Annunzio. Prima si poteva vedere solo la casa, che non era poco, ma tutti si chiedevano cosa ci fosse nei cassetti e negli armadi. “D’Annunzio Segreto” consiste, nell’aver aperto cassetti e armadi e messo in mostra una minima parte del suo guardaroba, perché possedeva addirittura 300 paia di scarpe. Abbiamo fatto una selezione di scarpe, vestiti, camicie, biancheria e anche gioielli, stoviglie bellissime, argenterie, cose curiose come le lettere della corrispondenza con la cuoca, e tutto ciò che veniva in contatto con il corpo di D’Annunzio e che, per questo motivo, diventava sacro. È il D’Annunzio più intimo, meno visto e il successo che sta avendo il museo lo dimostra. Nel gennaio del 2011 abbiamo aumentato di 1/3 i visitatori rispetto a gennaio del 2009».

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Un’altra novità è il museo “Omaggio a D’Annunzio”. Secondo quali criteri è stato allestito? «Il criterio è che D’Annunzio amava gli artisti suoi contemporanei e probabilmente avrebbe

amato anche gli artisti della nostra epoca. C’è una passione vera negli artisti di oggi nei confronti di D’Annunzio che viene considerato un maestro del gusto e dello stile. Così non è stato difficile convincere importanti artisti come Paladino, Ontani e altri a donare le loro opere e questa operazione è proseguita poi con le donazioni di sculture di Ugo Riva e di altri importanti artisti. Il 5 marzo verrà inaugurata una scultura in bronzo di Ettore Greco, uno dei nostri maggiori scultori, è un San Sebastiano che verrà messo sotto il mausoleo di D’Annunzio, proprio nell’anno del centenario del Martirio di San Sebastiano, un’opera di D’Annunzio». Quanti e quali documenti recuperati

Il Vittoriale degli italiani

Giordano Bruno Guerri

Ambiente elegante, portate divine A Padenghe sul Garda, direttamente sul lago, l’elegante Ristorante Aquariva propone la rinomata cucina dello chef Paolo Favalli, nella quale il pesce è protagonista, accanto a pasta e piatti di carne. Il ristorante offre una romantica terrazza estiva affacciata sul lago da cui godere di uno spettacolo mozzafiato. In estate è fruibile anche l’AquaLounge Yachting Bar. Gli arredi curati, anche nelle due salette interne, e l’immancabile sottofondo jazz-lounge sono gli ingredienti fondamentali per far vivere agli ospiti momenti di piacevole relax. Ad accompagnare i piatti della cucina tradizionale rivisitati in chiave moderna, l’ampia selezione di etichette della cantina, curata da Ivan Favalli, che propone oltre 900 tipologie tra vini locali, nazionali ed esteri, oltre a una pregiata selezione di Champagne. Il ristorante è aperto 365 giorni all’anno.

RISTORANTE AQUARIVA Via Marconi, 57 - Padenghe sul Garda (BS) - Tel. 030 99.08.899 - Cell. 335 12.89.922 www.aquariva.it info@aquariva.it

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Il Vittoriale degli italiani

Giordano Bruno Guerri

Sopra, il guardaroba di Gabriele D’Annunzio

di recente sono entrati a far parte dell’archivio della fondazione? «Migliaia e migliaia. Di questo vado particolarmente fiero perché sono documenti ottenuti senza che il Vittoriale dovesse sborsare dei soldi, in parte grazie alla generosità della Fondazione Cab, che ci ha aiutato anche nella costruzione del “D’Annunzio Segreto”, in parte perché io stesso ho recuperato circa 700 documenti che erano stati rubati al Vittoriale e in parte perché tutto il movimento che si è creato intorno al Vittoriale e a D’Annunzio ha sollecitato offerte spontanee di piccoli collezionisti e persone che avevano materiale dannunziano, che hanno capito che il posto migliore per quei documenti era il Vittoriale,

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dove vengono amati, conservati e studiati». Ci saranno eventi particolari nell’immediato? «Il 5 marzo ci sarà la festa dei cipressi. Da quando è morto D’Annunzio, nel 1938, sono stati abbattuti o sono morti numerosi cipressi. Noi ripianteremo piccoli cipressi nel suo nome». All’interno del parco monumentale la memoria ripercorre grandi avvenimenti della storia italiana. Attraverso quali cimeli? «Soprattutto attraverso armi della prima guerra mondiale, a partire dalla nave Puglia, e pietre prese dai vari fronti della guerra, nonché, molto suggestivo, l’aereo con cui lui sorvolò Vienna».

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DAL SECOLO XV Rinomati piatti tipici in ambienti che parlano di storia. E il Lago di Garda che fa da cornice. Ecco, dal XV secolo, la trattoria “Vecchia Lugana”

a storia parla da sé. I primi documenti che ufficializzano sulle mappe l’esistenza della trattoria oggi denominata “Vecchia Lugana” risalgono al XV secolo. Si legge di un edificio dal nome “Osteria” o “Betola” e in un cartiglio successivo si ritrova una dettagliata descrizione di quello che fu il locale: “Casa ad uso Hosteria composta di 4 locali con portici, corte e scuderia, di 4 stanze al primo piano e simili al secondo […] il tutto situato in contrada Lugana”. Un’osteria che affonda dunque le sue radici nel passato e che fa risalire il suo affascinante aspetto al 1500. «Il locale è formato da diverse sale ricche di storia e tradizione» spiega Gabriele Oberti, titolare del ristorante. «La sala grande possiede due splendide vetrate che si affacciano sul Lago, due sale possiedono ancora le originali pareti in pietra a vista e l’ultima sala può essere considerata

L In alto il ristorante Vecchia Lugana, a Sirmione

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di BELINDA PAGANO

una vera e propria cantina, con bottiglie di vino che riempiono l’atmosfera». Ma non è tutto. «Stiamo realizzando un progetto: cinque suite di lusso affacciate sul lago per chi vorrà godersi attimi di relax e unirli al gusto dell’haute cuisine». Il locale, inoltre, ospita da sempre alcune opere di artisti locali per valorizzare maggiormente le atmosfere magiche del ristorante. Ma, oltre al senso della vista, molto curato è il senso del gusto. «Nella nostra cucina offriamo un’ampia varietà di piatti dedicati ai pesci di mare e rivisitiamo i gusti della tradizione in chiave moderna. Un’ottima portata tuttavia per essere valorizzata ha bisogno di un vino di qualità. È proprio per questo che stiamo creando un’enoteca dove i clienti possano degustare e acquistare i vini da loro scelti». Un connubio ideale di vista e sapori. www.vecchialugana.com

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In alta quota

DAL MULINO ALLA TAVOLA di BELINDA PAGANO ra una visione affascinante ed è strano pensare che poco più di quindici anni fa c’era solo qualche muro distrutto e qualche pietra per terra» spiega Massimo Franceschetti, proprietario del ristorante Al Mulino. Oggi invece agli occhi del visitatore si presenta un piccolo rustico in pietra col tetto spiovente, tipico locale di montagna dove già dall’esterno si riescono a immaginare ospitalità e calore. «Mentre prima si poteva solo osservare il rudere di un vecchio mulino sulla sponda sinistra del torrente Frigidolfo, oggi si può sedere all’interno di un ristorante che ha mantenuto l’aspetto tipico delle baite dell'alta Val Camonica». L’arredamento caratteristico con pietra e legno a vista, la presenza di una vera stufa tirolese, una finestra al centro della sala da pranzo che permette di ammirare il monte Salimmo, i boschi e le piste da sci di Casola e Corno D’Aola: ecco cosa rende l'atmosfera confortevole, calda e accogliente. Il locale è rimasto ancorato alle tradizioni del luogo e le persone che vi si fermano sono sempre alla ricerca di una cucina tipica e casereccia. Ovviamente la località gioca a favore. «Se si pensa che siamo nel Parco Nazionale dello Stelvio, ai piedi del famoso Passo

E In alto a destra, l’interno del ristorante Al Mulino a Ponte di Legno (BS). Sotto, veduta esterna del ristorante con pietra a vista

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Come si può trasformare un vecchio rudere in un ristorante rustico e accogliente? Ecco la storia del ristorante Al Mulino, raccontata da Massimo Franceschetti

Gavia tra la Val Camonica e la Valtellina, la cucina che ne deriva è totalmente legata al territorio. La selvaggina fa da regina, con costolette, brasati e carpaccio di cervo, ma non sono da dimenticare i primi piatti, nostra peculiare specialità. Qualche esempio: calsù, pizzoccheri, strangolapreti. Ma il piatto che consideriamo il nostro fiore all’occhiello sono i famosi gnoc della cua tipici della cucina di Ponte di Legno: farina bianca, uova, sale, olio extra vergine, patate bollite e gomedia, lo spinacio selvatico».Tradizione dalignese per respirare e assaggiare la Val Camonica.

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info@latuacasainmontagna.it

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Terme di Sirmione

Filippo Fernè

TERAPIE DI BENESSERE “Da un vero buco nell’acqua a una realtà di successo”. È questo lo slogan che apre le pagine dedicate alla monografia delle Terme di Sirmione e la sintesi della loro storia. Il presidente Filippo Fernè di RENATA rivela i percorsi da seguire per il benessere della persona GUALTIERI

ra la fine dell’800 e gli inizio 900 all’epoca delle ville d’eau, le capitali del termalismo, Sirmione era un borgo di pescatori, un posto bello ma un po’ fuori dal mondo. Oggi, il marchio Terme di Sirmione è leader in Italia e in Europa con attività di business molto diversificate: dalla salute alle cure all’ospitalità negli alberghi, dai centri benessere di Aquaria all’offerta di prodotti presenti in farmacia. «La nostra – precisa il presidente delle terme Filippo Fernè – è un’azienda che negli ultimi 70 anni ha fatto molta ricerca e investimenti in innovazione e nella tutela dell’acqua, che è la risorsa su cui abbiamo costruito tutto il successo mantenendo viva la collaborazione col territorio». E questo ha fatto decollare il turismo a Sirmione.

T Il presidente delle Terme di Sirmione, Filippo Fernè; nella pagina a fianco, la piscina esterna dell’Aquaria

Quali i numeri che testimoniano questo successo? «Chiuderemo un bilancio che si aggira sui 26 milioni di euro e credo che non ci siano molte altre realtà che fanno i nostri numeri in questo settore. Abbiamo quasi 400 dipendenti, oltre ai medici, e possiamo vantare un forte radicamento sul territorio perché praticamente 2/3 dei nostri dipendenti risiedono a Sirmione. Il numero di ospiti si attesta sui 140mila ogni anno tra le varie attività e gli arrivi durante le feste raggiungono anche le 600mila presenze tra alberghi, terme curative e benessere, con una ricaduta sul territorio molto importante. Le statistiche fornite dagli economisti, che parlano di 13-15 euro di indotto a fronte di 1 euro speso nelle cure termali, ne dà le dimensioni». Cosa si propone ai piccoli ospiti termali? «Due anni fa abbiamo realizzato il reparto pediatrico e curiamo dai 4000 ai 5000

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Terme di Sirmione

Filippo Fernè

Inalazione bimba-mamma alle Terme di Sirmione

bambini all’anno sotto i 12 anni. Tra le aziende termali curative noi siamo quella con la clientela più giovane, specie con problemi di sinusite o rinite. Per noi sicuramente è importante l’ospite junior. Infatti nel 2009 abbiamo investito quasi un 1 milione di euro nel centro pediatrico, dopo 2 anni di studi, passati a intervistare le mamme, ascoltando le loro esigenze. Qui i bambini vengono accolti in un contesto più amichevole con pupazzi

colorati all’interno di un reparto più vicino al bambino rispetto a un contesto tradizionale termale più ospedaliero. Ci sono disegni da colorare, uno spazio giochi, abbiamo creato la mascotte “Procopio” e anche i bagni hanno tutti i servizi igienici ad altezza di bimbo. Nei camerini dove vengono fatte le insufflazioni, che sono fastidiosissime per il bambino, abbiamo creato una parete di vetro in modo che il bambino veda la mamma e non si senta abbandonato». Qual è lo scopo del progetto “Terme di Sirmione Ecological Footprint”? «Viviamo intorno a una risorsa naturale, che è l’acqua termale, ed eroghiamo terapie e benessere alla persona utilizzando l’acqua sulfurea piuttosto che il fango maturato in quest’acqua. Va da sé che il concetto di rispetto dell’ambiente è insito nella nostra attività, facendo sempre attenzione che il

Tipici piatti di montagna Il ristorante pizzeria Piz-tri, situato in una ridente e tranquilla località di montagna, è composto da due ambienti: il principale ricorda lontanamente uno chalet di montagna con il tetto in legno a vista mentre il locale adiacente è in perfetto stile tirolese con rivestimento delle pareti in pannelli di legno decorato e una confortevole stufa a pellet che crea un’atmosfera di intima familiarità. I piatti principali sono quelli tipici della località. Tra i primi spiccano casoncelli fatti in casa al burro versato, pizzoccheri, gnocchetti panna-speck. Tra i secondi: coniglio alle erbette del piz-tri, cervo in salmì, cinghiale in umido e molti altri. Per concludere: torte fatte in casa, tiramisù della casa, tortino al cioccolato, meringata.

RISTORANTE PIZZERIA PIZ-TRI Via Pineta, 9 - Loc. Loritto - Malonno (BS) - Tel. e Fax 0364 63.55.74 - Tel. 0364 65.119 - Cell. 348 72.55.253 www.ristorante-piztri.it info@ristorante-piztri.it

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Cucina tipica e degustazione vini La Trattoria Croce Bianca di Nozza di Vestone racchiude tra le sue mura cento anni di storia. Storia della Valle Sabbia, storia d’Italia. La sua posizione strategica ha aiutato la nascita e la permanenza dell’attività fino ai giorni nostri. Il contatto con il viandante di tutti i tempi, il passaggio di gestione all’interno della stessa famiglia, hanno agevolato il saper cogliere le esigenze dell’avventore sia italiano che straniero. Oggi la trattoria Croce Bianca offre i piatti della tipica cucina del territorio ma anche gustose pizze, preparate con ingredienti selezionati e di alta qualità. Fornita la cantina, da cui il sommelier e degustatore ufficiale sa selezionare le migliori combinazioni per i diversi piatti.

Il Grand Hotel Terme

ciclo di riproduzione delle acque termali non si interrompa. La nostra acqua ha un gas, l’idrogeno solforato, che a contato con l’ossigeno evapora. Se non ci fosse più questo gas dentro l’acqua non potremmo più curare le vie respiratorie. Quindi monitoriamo costantemente che il grado solfidometrico, instabile per natura, si mantenga costante. Ci siamo resi conto della necessità di avere parametri di confronto che non esistevano sul

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TRATTORIA CROCE BIANCA Piazza Mercato - Via Matteotti, 30 Nozza di Vestone (BS) Tel. 0365 81.221 www.trattoriacrocebianca.com info@trattoriacrocebianca.com

mercato, e allora li abbiamo creati noi, dando vita a una nostra impronta ecologica che ci permettesse monitoraggi costanti. Il nostro quarto bilancio ambientale, ci dice che siamo riusciti a diminuire dell’8-9% i consumi». Su cosa ha puntato l’azienda per superare le difficoltà del mercato? «Nel 2009 abbiamo sofferto nell’aspetto turistico come è avvenuto un po’ dappertutto. Gli arrivi non sono calati più di tanto, sicuramente son calate le presenze, la gente soggiorna meno e c’è una bella battaglia sui prezzi. Abbiamo deciso non di utilizzare la formula del last minute ma se un cliente prenota in anticipo gli forniamo il miglior prezzo a prescindere dal periodo».

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Biodiversità in scena

Parco della Grigna

di PAOLA MARUZZI

SULLA GRIGNA A PASSO SLOW Zaino in spalla e scarpe da trekking per salire dolcemente sulle Prealpi Lombarde. Il turismo “lento” scova la biodiversità custodita dal Parco della Grigna Settentrionale. Il paesaggio delle guglie calcaree e delle profondità carsiche toricamente lasciate ai margini dello sviluppo economico a favore delle coste, le “alte quote” si prendono la loro meritata rivincita e fanno leva su una nuova tipologia di viaggiatore, slow e sostenibile. Accade anche nei dintorni della Valsassina. È giusto quindi partire da qui, dalle parole dell’alpinista Riccardo Cassin, che fanno eco e stimolano una panoramica di ampio respiro «La Grigna non è una cima, la Grigna è un mondo». Infatti, al di là delle fatiche eroiche che

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solitamente si associano alle salite vertiginose, l’ecosistema montano rimette in gioco un fattore chiave: lo stupore per la biodiversità. Un “lusso” planetario che rischia di perdersi e che va quindi tutelato. Spiega Alberto Denti, presidente del Parco Regionale della Grigna Settentrionale: «Ci sono voluti vent’anni per istituire quest’area protetta che oggi, alla luce delle nuove politiche di conservazione e ripristino, vanta ambienti naturali e antropici estremamente diversificati, habitat peculiari e delicati. Il nostro territorio è una palestra a cielo per gli esperti, ma anche una

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piattaforma didattica per chi desidera approcciarsi per la prima volta alle meraviglie della flora e della fauna locale». Quello racchiuso dal Parco, a un passo dalla Brianza, è un universo naturalistico ancora in parte sconosciuto dal turismo di massa. «Ed è forse questa la sua ricchezza più profonda, nonostante siamo a ridosso di Milano. Si tratta, quindi, di un “rifugio” bucolico, strategicamente collocato appena fuori porta», aggiunge Giacomo Camozzini, direttore del Parco. Passo dopo passo, ecco comparire le latitudini dei pascoli montani e dei taleggi, dei boschi di latifoglie e degli antichi carbonili, del Lario e della riviera mite, dei ghiacciai sotterranei e delle cattedrali di neve. Insomma, qui si stagliano gli «estremi giochi delle nostre Alpi», come giustamente annotava sul suo taccuino un anonimo viaggiatore all’epoca del Grand Tour. Ma se gli usi e i costumi cambiano, si rinnovano anche i significati che la montagna riesce ad accogliere, stimolando una strana convivenza tra il vecchio e il nuovo. Se qui s’incontra ancora il contadino che lavora il fieno, mentre nell'alpeggio si prepara il formaggio, all’orizzonte compaiono tutte le gradazioni dello svago. Trekking leggero, arrampicate estreme, piste da sci, visite didattiche nei musei naturalistici, escursioni speleologiche e tour enogastronomici, alla scoperta dei formaggi stagionati, dei mieli, della polenta taragna. Sono solo alcuni dei tanti modi per fruire questi luoghi, remoti e sorprendentemente appetibili. www.parcogrigna.it

In apertura, Alberto Denti, presidente del Parco della Grigna Settentrionale. In questa pagina, Giacomo Camozzini, direttore del Parco della Grigna Settentrionale

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Mete Grand Tour • 311


A LEZIONE DI PASTA FRESCA

di MARIA ELENA CASADEI

n provincia di Lecco, nel comune di Perledo con vista sul Lago di Como, sorge l’antico ristorante Il Caminetto, che affonda le radici nel terreno dei propri avi. «Il locale dei miei antenati occupava l'area che va dall'ingresso alla colonna, un muro di sasso divideva l'osteria dalla stalla, della quale ho ricordi vividi, che è stata successivamente abbattuta per ampliare la superficie del nuovo ristorante e sostituita con la granitica colonna che ora fa bella mostra di sé nel mezzo della sala da pranzo». Moreno Maglia, che gestisce l’attività con la moglie Rossella, parla così del ristorante di famiglia. «È proprio la storicità il nostro tratto distintivo, unita alla cortesia e al calore nel momento dell’accoglienza». Un ristorante che basa la tradizione culinaria sui prodotti della propria terra d’origine, «I nostri

I Sopra, la cantina del ristorante. A destra, lezioni di cucina con il proprietario, Moreno Maglia

Una cucina che trova origini nella tradizione lombarda e una famiglia che ha fatto del ristorante “Il Caminetto” un luogo storico del paese

piatti sono legati alla Lombardia, risotti, paste fresche, carni grigliate e il filetto di manzo imbavagliato. Inoltre i missoltini, piatto di pesce tipico del lago, ancora oggi essiccato e preparato a mano secondo l’antica ricetta. Senza dimenticare la nostra ricca cantina». Il Caminetto però tiene molto a far conoscere la cucina territoriale anche dall’interno, pertanto ha ideato delle lezioni di cucina, tenute sia in italiano che in inglese, in modo che i turisti possano comprendere l’amore e la semplicità dei piatti italiani. «La giornata comincia alle 10 ed è strutturata in varie fasi. Prima un breve coffè break, poi la presentazione del menù da cui parte la preparazione dei piatti del giorno. Insegniamo soprattutto a preparare pasta fresca, gnocchi e risotto. Uno spuntino e poi il pranzo, composto dai piatti preparati a lezione, accompagnati da ottimo vino. Al termine di tutto avviene la consegna degli attestati di partecipazione». Soddisfatti dell’affluenza? «Sì, ma come in ogni cosa si può sempre migliorare, quindi in futuro contiamo di incrementarla».

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www.ilcaminettoonline.com

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Abbinamenti sopraffini

ORIGINALITÀ IN TAVOLA di BELINDA PAGANO Culatello D.O.P accompagnato con bignè ai formaggi, code di gamberi agli agrumi di Sicilia, risotto agli spinacini e guanciale croccante e costolette di cervo ai mirtilli. Da gustare nella splendida cornice del Lago d’Iseo

apienti giochi di luce abbinati a un interior design fluido e leggero, un’incantevole terrazza nel giardino degli ulivi, la vista sul lago: come predisporre mente e corpo alla degustazione di piatti pregiati. Ecco la cornice del ristorante L’Uliveto di Villa Kinzica dove la filosofia della cucina dello chef Stefano Perini nasce da un’antica tradizione familiare. Cosa garantisce l’originalità delle portate? «Innanzi tutto serve una particolare, quasi maniacale, attenzione per i prodotti del territorio o di altre realtà nazionali rigorosamente a denominazione di origine protetta, il tutto condito dalla creatività. Bisogna costantemente provare, ricercare e ottenere degli abbinamenti sopraffini fra diverse materie prime per scoprire gusti sempre nuovi e accattivanti».

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Come si sposano cucina tipica e innovativa nel vostro locale? «La particolarità non sta tanto nel fatto di presentare piatti ancorati alla tradizione locale quanto riuscire a rivisitare in chiave moderna sia piatti della cucina tipica che piatti della cucina internazionale. Un esempio? Antipasto misto di pesci del lago e fagottino di persico al Franciacorta bollicine, piatti che impiegano i prodotti del territorio, ma chiaramente presentati con creatività e originalità». Quanto è fondamentale basarsi su ingredienti di prima scelta? «È una necessità primaria. Il nostro menù, ad esempio, cambia ogni mese in base alla stagionalità dei prodotti. Il pesce, ingrediente principale della cucina delle zone di lago come la nostra, viene acquistato da una delle pescherie storiche per avere garanzia di qualità costante. Ogni piatto, inoltre, riesce a essere valorizzato

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grazie all’abbinamento con un vino di qualità. È proprio per questo che nella nostra cantina sono presenti vini provenienti da tutte le regioni italiane senza tralasciare i prodotti di nicchia». Nel caso si volesse godere dello splendido Lago d’Iseo per più giorni, c’è anche la possibilità di soggiornare presso l’Hotel? «Esattamente, è immerso nel verde di un ampio giardino fronte lago in uno degli angoli più soleggiati e suggestivi del Lago d'Iseo e della Franciacorta. È un luogo elegante ma straordinariamente familiare. La sala lettura, la piccola biblioteca, la veranda, il salotto con caminetto: ogni finezza è stata studiata per offrire il massimo relax». Qualche dettaglio particolare? «Al di là della qualità del comfort, che caratterizzano tutte le camere e le suites, non bisogna dimenticare la piscina panoramica con angolo idromassaggio nel giardino delle rose e solarium con comode chaise-loungue, assicurano massimo benessere all’ospite. Inoltre il pontile con attracco imbarcazioni o a richiesta il noleggio motoscafo, e le nostre biciclette permettono di vivere a pieno l’affascinante paesaggio lacustre».

Nella pagina affianco lo chef Stefano Perini, in primo piano tagliata di tonno rosso con verdure saltate. In questa pagina, a sinistra l'interno del ristorante L’Uliveto, e a destra l'Hotel di Villa Kinzica

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www.ristoranteuliveto.it www.villakinzica.it

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Tra la montagna e il lago

Parco dell’Alto Garda

A SPASSO NEL PARCO

di NICOLÒ MULAS MARCELLO

Nel 2009 ha ottenuto il riconoscimento della Carta europea per il turismo sostenibile. Il Parco dell’Alto Garda ospita la prima e unica area “Wilderness” della Lombardia ed è uno dei più importanti esempi di biodiversità. Beatrice Zambiasi spiega i segreti di questi straordinari luoghi

azzurro delle acque e il verde dei colli fino a Gargnano, e poi il piano orizzontale dello specchio lacustre e la verticalità delle falesie nell’alto lago, la mobile fluidità dell’elemento acqueo e la durezza scabra delle rocce». Entro questi contrasti si definisce per Beatrice Zambiasi, direttore generale del parco Alto Garda Bresciano, il paesaggio dell’alto Garda. Qual è la grandezza del parco e quali comuni comprende? «Il parco si estende lungo la sponda occidentale del Lago di Garda su una superficie complessiva di circa 38.000 ettari. Comprende l’intero territorio della comunità montana e tutte le aree abitate e urbanizzate dei Comuni di Salò, Gardone Riviera, Toscolano Maderno, Gargnano,

«L’ Qui accanto Beatrice Zambiasi, direttore generale del Parco Alto Garda Bresciano

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Magasa, Valvestino, Tignale, Tremosine e Limone sul Garda. Di questi nove comuni, quelli di Magasa e Valvestino sono gli unici due a distribuirsi interamente nell’entroterra montano. Sono la montagna e il lago quindi i due elementi cardine del paesaggio del parco. Fu istituito il 15 settembre 1989, ma in realtà il processo di gestazione dell’area protetta fu avviato circa dieci anni prima da Valerio Giacomini, autore con Valerio Romani del libro Uomini e Parchi. Il Parco Alto Garda Bresciano ha raccolto alcune sfide decisive e di grande attualità per i comuni che lo ospitano: gestire in maniera sostenibile il territorio e favorire strategie e interventi di sviluppo equilibrati, in grado di coniugare le esigenze della popolazione residente, quelle del turismo e quelle della tutela dell’ambiente naturale. Uno degli scopi fondamentali

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del Parco è quindi quello di conservare il paesaggio antropico e gli straordinari ambienti naturali gardesani promuovendo lo sviluppo sostenibile del territorio e delle comunità umane che lo abitano». Nel parco si svolgono attività agricole e zootecniche, con la presenza di un caseificio. Ci spiega nel dettaglio quali sono queste attività? «Valorizzare la competitività e l’economia del sistema agricolo, potenziare le risorse ambientali e storico-culturali, garantire la permanenza nelle aree montane e svantaggiate di attività rurali e aziende agricole in quanto indispensabile strumento di tutela e di salvaguardia del territorio, promuovere i prodotti tipici; mantenere un adeguato livello di redditività delle aziende agricole. Sono questi, in estrema sintesi, gli obiettivi che la Comunità Montana ha

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perseguito in funzione del sostegno all’agricoltura di montagna. La valorizzazione del paesaggio, la tutela ambientale, i prodotti alimentari di qualità, favoriscono nelle aree rurali lo sviluppo di altre attività come ad esempio tutte quelle legate al tempo libero: il turismo in tutte le sue più diverse connotazioni (agriturismo, ecoturismo, turismo enogastronomico, ippoturismo); le attività sportive e ricreative (trekking, birdwatching, rafting), le attività didattiche (fattorie didattiche) e, ovviamente, la vendita al pubblico di prodotti. La cooperativa “Alpe del Garda” a Tremosine è l’unica esistente nel territorio del parco e qui vengono lavorati circa 150 quintali di latte al giorno provenienti da circa 500 vacche dei vari soci». Organizzate visite del parco e attività di altri tipi legate magari a

In alto, uno scorcio del Lago di Garda

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percorsi di trekking o sport? «La comunità montana nel 2003 ha organizzato tutte le informazioni più utili per la fruizione del territorio attraverso modalità sostenibili (escursionismo a piedi, a cavallo e in bicicletta, arrampicata, speleologia, mountain bike, parapendio, vela, windsurf ed altro ancora) tramite il progetto “A Tutto Gas”, dove gas è l’acronimo di Garda Ambiente e Sport. Un sito internet www.gardaambientesport.it e pubblicazioni multimediali in tre diverse lingue (italiano, inglese e tedesco) sono di supporto per tutti i visitatori per una fruizione delle risorse naturali e culturali che sia all’insegna del rispetto per l’area protetta». Il museo del parco rappresenta

l’unione tra la montagna e il lago. Dove è situato e cosa ospita? «Il museo si trova a Prabione di Tignale, a 15 minuti dalla Gardesana, è una delle strutture più importanti per promuovere la conoscenza del parco e in particolare del suo entroterra montano. Gli spazi espositivi comunicano in maniera documentata e sorprendente la ricchezza del territorio gardesano relativamente alla varietà di ambienti naturali esistenti, alla distribuzione di elementi storici, artistici e architettonici di pregio, alla presenza di rilevanti testimonianze legate alle tradizionali attività lavorative. Il museo si propone di fornire elementi di comprensione del territorio, chiavi di lettura del paesaggio, spunti di approfondimento sulla storia e le

Tra la montagna e il lago

Parco dell’Alto Garda

Specialità fatte in casa L'Osteria Lissidini si trova sulla statale del Tonale a 5 chilometri da Ponte di Legno, nella ridente località di Vione. Il signor Fabio accoglie gli ospiti con la sua proverbiale cortesia e semplicità. Qui si possono gustare, tra i piatti tipici, specialità di pasta fatta in casa e secondi di selvaggina, il tutto innaffiato da ottimi vini, e si può chiudere il pasto con dolci freschi fatti in casa. Dopo il pranzo, è piacevole rilassarsi approfittando delle tranquille passeggiate immerse nel verde circostante.

RISTORANTE OSTERIA LISSIDINI Via Nazionale, 15 - Fraz. Stadolina - Vione (BS) Tel. 0364 90.61.27 www.osterialissidini.it info@osterialissidini.it

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Tra la montagna e il lago

«Il cuore del museo è costituito da un originale percorso espositivo che si snoda attraverso immagini e suoni»

Parco dell’Alto Garda

culture tradizionali, stimoli di confronto con situazioni analoghe, offrendo anche pratici strumenti per muoversi lungo percorsi orientati, secondo piste tematiche e livelli di interesse diversi. Il cuore del museo è costituito da un originale percorso espositivo che si snoda attraverso immagini e suoni, l’evocazione di paesaggi e la ricostruzione di ambienti, collezioni naturalistiche e raccolte di vecchi attrezzi da lavoro, brevi filmati e postazioni interattive». Quali sono i cambiamenti più importanti che il parco ha subito e quali sono le cose più singolari che un visitatore può trovare all’interno del museo? «Tutto è singolare. L’idea stessa di un Museo così strutturato. Oltre agli spazi espositivi sono presenti anche una biblio-mediateca, un auditorium, un book shop e un laboratorio didattico. L’elemento cardine della struttura è costituito da una esposizione permanente che si snoda attraverso alcune sale tematiche. Nella prima viene illustrata la genesi del lago

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di Garda: tema ripreso nella sala successiva dove si approfondisce la storia del popolamento umano. La terza sala racconta le attività degli abitanti della zona del Garda all’epoca del dominio della Repubblica Veneta: coltivatori di olivi e di limoni, pescatori e boscaioli, dei quali sono esposti anche alcuni tipici attrezzi da lavoro. L’avvento del turismo ha operato trasformazioni significative: una sala con arredi, musiche e manichini abbigliati con vestiti d’epoca ridà consistenza agli eleganti ambienti degli hotel della belle epoque, mentre nello spazio successivo si viaggia seduti sui sedili di un vero pullman ammirando la proiezione di immagini del Garda. L’itinerario di visita si arricchisce nelle sale successive, dove si approfondiscono altri aspetti di carattere naturalistico: fauna, vegetazione e la foresta demaniale “Gardesana Occidentale”. La visita al museo è un’occasione da non perdere. Da due anni, poi, è stato realizzato l’osservatorio naturalistico del parco che ne integra il percorso».

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PERCORSI SULLA NEVE

di MICHELA EVANGELISTI

Non solo sci. Soggiornare a Ponte di Legno, spiega il sindaco Mario Bezzi, significa anche concedersi suggestive passeggiate nella natura, gustare i sapori della montagna e fare memoria di momenti importanti della nostra storia

onte di Legno, un grazioso paese del Bresciano che ha saputo mantenere intatto il suo fascino di borgo antico adattandosi alle esigenze della modernità, cuore di una zona che ha vissuto importanti momenti bellici, è noto soprattutto come meta del turismo invernale. Nominato nel lontano 1912 dal Touring Club Italiano “Prima stazione italiana di turismo e sport invernali”, offre piste di vario livello, che garantiscono ai turisti indimenticabili sciate immersi nel cuore delle Alpi Retiche. Ma non tutti sanno che a Ponte di Legno ha sede anche la prima scuola italiana di sleddog, lo sport praticato su una slitta trainata da cani

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husky. Sotto la guida di un abile musher, il conducente, che impartisce gli ordini in un misterioso dialetto di origine alaskana, nel giro di un’ora si può provare l’emozione di filare leggeri su una slitta apparentemente fragile, in realtà straordinariamente resistente. «Le attrazioni principali di Ponte di Legno sono sicuramente gli sport invernali, ma, al di là di questo, il paese è particolarmente apprezzato anche per il suo aspetto piacevole e curato – spiega il sindaco, Mario Bezzi –. Possiamo vantarci di avere una zona pedonale che è sicuramente tra le più belle dell’arco alpino». Per gli amanti dello shopping il ritrovo è presso la piazzetta del paese, un salotto mondano, con i suoi negozi che spaziano dall’alta moda ai prodotti tipici. Ma anche chi ama le passeggiate immerse nella natura non rimarrà deluso. «Il nostro territorio è tutto compreso nel parco dell’Adamello e in quello dello Stelvio –

aggiunge in sindaco –, quindi offriamo una serie di meravigliosi percorsi tra prati, boschi, alpeggi, torrenti, laghetti e splendidi esempi della flora alpina, che danno la possibilità di imbattersi in moltissime specie animali, cervi, caprioli, camosci, stambecchi, volpi, marmotte, ermellini, lepri, aquile, falchi. Queste opportunità rendono il paese una meta particolarmente attraente anche durante i mesi estivi». Quali sono i sapori caratteristici del vostro territorio? «Dopo l’aperitivo c’è solo l’imbarazzo della scelta tra i tanti ristoranti che propongono ricette tipiche sapientemente rivisitate in chiave moderna. Direi che il più rappresentativo tra tutti i piatti locali sono i “casoncelli”, particolari ravioli preparati col formaggio e il burro fuso ripieni di carne, verdure e altri ingredienti».

Immersi nella natura

Mario Bezzi

In apertura, Mario Bezzi, sindaco di Ponte di Legno

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«Possiamo vantarci di avere un centro storico curato ed elegante, tra i più belli dell’arco alpino»

Tra le manifestazioni che scandiscono le stagioni, quale consiglierebbe di non perdere? «La manifestazione più caratteristica è sicuramente “Mangia e vai”, che organizziamo in estate. Si tratta di una passeggiata con varie tappe: alla prima fermata si degusta un aperitivo, alla seconda un antipasto, a seguire polenta, primi piatti e così via. Ogni anno siamo costretti a chiudere le iscrizioni a circa 2.000 partecipanti, ma le richieste sono molto più numerose». Ponte di Legno è il cuore di una zona che ha vissuto importanti momenti bellici. Organizzate eventi legati a queste memorie?

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«Un appuntamento al quale teniamo molto si chiama “Passi nella neve”. Sulle nostre montagne si è consumata la prima guerra mondiale, perché costituivano il confine tra Italia e Austria. In località Montozzo, a 2.700 metri, tutti gli anni nel mese di agosto organizziamo un momento di memoria, durante il quale un attore teatrale conosciuto (sono intervenuti nelle edizioni passate Marco Paolini e Michele Placido) narra storie inerenti la prima guerra mondiale: questa rievocazione, tra i manufatti ancora intatti dell’epoca, suscita sempre forti emozioni». Se dovesse accompagnare un turista in una passeggiata nei dintorni del paese, dove lo condurrebbe? «Senza dubbio a Case di Viso, una località davvero suggestiva ai piedi del Montozzo, all’interno del parco nazionale dello Stelvio. È un piccolo gruppo di case immerso in una conca stupenda, un luogo dal fascino unico». Infine, qual è il punto del paese che ama di più? «Sicuramente il centro storico, uno dei più belli dell’arco alpino, particolarmente curato ed elegante».

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LA STORIA DELLO SCI

di MICHELA EVANGELISTI

Lo Sci club Ponte di Legno festeggia quest’anno una ricorrenza importante. In cento anni il modo di stare sulla neve ha subito radicali trasformazioni, ma lo spirito del club, spiega Walter Maculotti, è sempre lo stesso: insegnare lo sci con passione

iente di paragonabile al 150° anniversario dell’Unità d’Italia, ma anche per lo Sci club Ponte di Legno, uno dei più storici della federazione italiana sport invernali, il 2011 è un anno da ricordare. Il Club, nato nel lontano 1911, si appresta infatti a celebrare il centenario della fondazione. E il presidente, Walter Maculotti, lancia qualche anticipazione sui festeggiamenti. «Stiamo predisponendo un libro sulla storia del club, dando fondo al nostro archivio: nel 1981 ne è già stato pubblicato uno, a cura di Remigio Maculotti, e vorremmo completarlo – svela –. Poi vorremmo organizzare una fiaccolata memorabile durante le vacanze di Natale 2011, con partenza dal ghiacciaio, a 3.000 metri di altezza, e arrivo al centro del paese con una sfilata di tutti i nostri ragazzi in costumi d’epoca. Infine ci piacerebbe cogliere l’occasione per allestire una mostra, destinata a diventare perenne, con le foto dei nostri atleti e le attrezzature che si utilizzavano in passato, totalmente diverse da quelle attuali». In passato, infatti, gli atleti sciavano con

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rudimentali sci di legno fabbricati in paese dai falegnami locali, copiati da un esemplare importato dalla Norvegia, e con l’utilizzo di un solo bastoncino; ben presto la curiosità e la novità dello sci si trasformarono in interesse ed entusiasmo, tanto che già nel 1909 il primo atleta dalignese, Omobono Beltracchi, vinse il campionato lombardo in tre specialità: salto, fondo e stile. E l’anno successivo un gruppo di dalignesi portò a casa la vittoria da una delle prime gare internazionali. Sull’onda di questi successi venne fondato lo Sci club Ponte di Legno, con tanto di divisa formata da un berretto di lana con lo stemma sociale e da un maglione rosso, che valse agli atleti del club la

definizione di “furie rosse”. Ci racconta in breve l’evoluzione del club? «I nostri atleti hanno sempre praticato un’attività agonistica e sportiva di un certo rilievo. All’inizio si trattava soltanto di sci di fondo, poi nel primo dopoguerra abbiamo costruito il primo trampolino naturale d’Europa, denominato inizialmente “Littorio”, con chiaro riferimento all’epoca, e successivamente “Gigante”. Negli anni Cinquanta, con la costruzione dei primi impianti di risalita, la disciplina della discesa ha cominciato a diventare sempre più importante anche se per diversi anni, fino ai primi anni Novanta, lo Sci club Ponte di Legno ha sempre

Sci club Ponte di Legno

Per chi ama la neve

Walter Maculotti, presidente dello Sci club Ponte di Legno

Tra tradizione e creatività Immerso nel verde del parco naturalistico dell'alto Garda bresciano e vecchia stazione di posta della valle delle cartiere di Toscolano Maderno, il ristorante la cascina è oggi una delle perle della ristorazione bresciana. Una location ideale per cene d'atmosfera, intime o conviviali, impreziosite nella stagione estiva, dalla possibilità di cenare in terrazza coperta o nella veranda-gazebo con vista lago panoramica. Un mix di ricette locali, della tradizione savoiarda arricchita da spunti personali dello chef. Undici le proposte di risotti a cui si aggiungono altre paste fresche. Tra i secondi, prevalentemente di carne, carni di bassa aia, selvaggina e filetti selezionati. Da provare la costata di manzo su pietra e i piatti “must” della Cascina del Garda: le polente, la pierrade con verdura, la raclette e la fonduta alla valdostana.

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RISTORANTE LA CASCINA DEL GARDA Via Sant’Ambrogio, 24 - Toscolano Maderno (BS) Tel. 0365 54.80.22 www.lacascinadelgarda.com info@lacascinadelgarda.com

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dedicato la sua attività alle tre principali specialità degli sport invernali, appunto il fondo, il salto e la discesa. Negli ultimi anni l’interesse sia per il fondo che per il salto è andato un po’ perdendosi; non sono più discipline appetibili a livello commerciale. Trovo sia un peccato, perché il fondo è un bellissimo sport». Quali sono le attività oggi? «Lavoriamo solo con i giovani, dai 7 ai 19 anni; seguiamo una sessantina di ragazzi, suddivisi nelle varie categorie previste dalla Federazione italiana sport invernali. Si è creato un buon gruppo, fissiamo sia allenamenti infrasettimanali che nei fine settimana; siamo un paese di circa 1.800

«Negli anni Cinquanta, con la costruzione dei primi impianti di risalita, la disciplina della discesa ha cominciato a diventare sempre più importante»

abitanti ma con 20.000 posti letto, che si riempiono nei week end con l’arrivo degli amanti della neve da Milano, Brescia, Bergamo. Organizziamo anche innumerevoli manifestazioni e competizioni a tutti i livelli, dalle gare di circuito provinciale ai campionati regionali delle varie categorie, fino ai campionati italiani assoluti». Quali sono le principali vittorie conquistate di recente dai vostri atleti? «Negli ultimi venti anni, da quando sono presidente del club, tre dei nostri atleti sono entrati nelle squadre nazionali e hanno partecipato a giochi olimpici e campionati mondiali. Luca Cattaneo ha disputato per quindici anni la Coppa del Mondo nelle discipline veloci (conquistando un podio), tre olimpiadi e quattro campionati mondiali. Giglio Tomasi ha vinto il titolo italiano assoluto di slalom gigante nel 1987 ed è stato campione mondiale militare sempre in gigante; infine, Elena Tagliabue è stata campionessa italiana giovani di discesa libera nel 1996». Quale spirito anima il vostro club? «Pur praticando un’attività agonistica puntiamo principalmente all’insegnamento dello sci, indipendentemente dal raggiungimento del risultato: è l’obiettivo presente nel nostro statuto storico fin dal 1911. Oggi vedo da parte di alcune società, di molti allenatori e anche delle famiglie stesse, una corsa esagerata al risultato: questa distorsione, unita al fattore costi elevati, fa sì che tanti ragazzi abbandonino lo sci. Noi non vogliamo esasperare nessuno: bisogna sciare per divertirsi e per passione, se poi qualcuno ha scritto nel dna un destino speciale, prima o poi si realizzerà».

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Proposte gastronomiche

I FRUTTI DEL LAGO di SIMONA LANGONE

I prodotti del Garda

Tagliolini con coregone, pasta con trota salmonata e zucchine, pasta con gamberi di fiume, bigoli con le sarde. Tra i secondi, il luccio del Garda alla barcarola con polenta. Scopriamo le proposte gastronomiche del Ristorante da Rino

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isogna scegliere una giornata limpida per godere di una vista mozzafiato. È il panorama che presenta il basso lago della Rocca di Manerba, che si protende di fronte alla Rocca di Garda. Territori incantati che riempiono lo sguardo e suscitano emozioni. A queste bellezze naturalistiche intrise di storia, arte e cultura si unisce una tradizione culinaria degna della fama di cui si vanta la cucina italiana.Vicino alle Terme di Sirmione, poco distante dal Vittoriale degli Italiani, si trova il Ristorante Da Rino, prospiciente il porticciolo del Torcolo a Manerba del Garda. Massimo Cremonesi parla di una cucina ricercata e al tempo stesso attenta a soddisfare gusti condivisi. Quali sono le scelte culinarie tipiche del ristorante? «I prodotti tipici per eccellenza utilizzati come base per le nostre pietanze sono, per così dire, i “frutti”del lago stesso, quindi il pesce, le sardine, il luccio, il pesce persico e il lavarello. La nostra cucina si rifornisce di prodotti freschi dell’antica Pescheria Cavallaro di Desenzano e dai pescatori locali. Da un po’ di anni a questa parte la caratteristica del

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«I prodotti tipici per eccellenza utilizzati come base per le nostre pietanze sono, per così dire, i “frutti”del lago stesso, quindi il pesce, le sardine, il luccio, il persico e il lavarello» ristorante è quella di offrire una selezione di pietanze maggiormente raffinata e ricercata». Quale piatto particolare proponete? «Per quanto riguarda i primi piatti, fiore all’occhiello della nostra proposta sono i tagliolini con coregone, bigoli al torchio e pasta con trota salmonata e zucchine, spaghetti nella tradizione italiana e molte proposte giornaliere, come pasta con gamberi di fiume. Tra i secondi primeggia il luccio del Garda alla barcarola con polenta, sardine alla griglia, filetti di persico con verdure e a disponibilità del pescato carpione del Garda». Come avviene la preparazione del luccio del Garda alla barcarola? «Il Luccio viene cotto al vapore, quindi pulito e deliscato. In una padella a parte viene preparato un soffritto di capperi, acciughe e cipolla. L’olio da noi utilizzato è extra vergine di oliva e giunge direttamente dai frantoi della Valtenesi. Il luccio viene unito al preparato di capperi e acciughe e servito sulla polenta». A quale scelta enologica abbinate

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questo piatto? «La selezione di vini da noi proposta abbraccia le produzioni tipiche della zona del Garda, della Valtenesi e dell’entroterra gardesano quali Lugana, Chiaretto del Garda, Groppello, Valpolicella, Bianco di Custoza o Bardolino. Abbiniamo al luccio alla barcarola il bianco Lugana, dal sapore deciso e delicato, o il chiaretto del Garda. Apprezzatissima è l’ampia scelta di grappe, ne proponiamo più di cento qualità».

In apertura, i titolari del ristorante “Da Rino” di Manerba del Garda. In questa pagina, in alto pesce fresco (lavarelli). In basso, l’esterno del locale

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www.darinoristorantebar.com rist.rino@gmail.com

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Proposte gastronomiche

SAPORI EN PLEIN AIR

di PAOLA MARUZZI

Sullo sfondo il Lago di Garda, sulla tavola le specialità di carni e verdure in pastella. Stefano Slaviero racconta il clima rustico della Taverna Picedo e del suo fiore all’occhiello: la terrazza accarezzata da una brezza leggera

ranzare o cenare all’aperto non è una novità. I ristoratori sono abilissimi nel ricavarsi questo “lusso”, seppure a volte tavoli e sedie siano stretti in uno spazio decisamente angusto. Le più belle città d’arte – Venezia, Roma, Firenze e via dicendo – pullulano di angoli en plein air, per dirla con una metafora pittorica. Anche se a volte, tra macchine posteggiate e il solito tran tran cittadino, gli scorci non sono poi così suggestivi. Ben altro spettacolo offrono le terrazze. E ben altra magia cattura se tutt’intorno si apre il paesaggio del Lago di Garda. «D’estate una leggera brezza sfiora

P Stefano Slaviero, proprietario della Taverna Picedo

i commensali, cullando il loro piacere di rimanere a chiacchierare anche dopo aver finito di mangiare. Passata la mezzanotte, il locale è ancora pieno, tanto che a volte mi è capitato di pensare che se fosse per gli ospiti, resterebbero a intrattenersi per ore». Scherza Stefano Slaviero, proprietario della Taverna Picedo, a due passi dal piccolissimo borgo di Polpenazze del Garda. Se fuori il naturale appeal tiene gli avventori sospesi in un’atmosfera quasi magica, dentro il clima rustico, adatto a ogni stagione, riempie l’ambiente di una nuova suggestione. E, come in ogni taverna che si rispetti, immancabilmente si trova un grande camino. A fare da “contorno” le specialità: fritto di verdure in pastella e carni alla griglia. Ma non solo. «Il nostro menù, che si rinnova ogni tre settimane, spazia dal mare ai monti. Un’attenzione particolare viene posta ai celiaci». Scivolando verso le cucine, colpisce la freschezza dei prodotti, che vengono acquistati tutte le mattine. Pasta, pane, pasticceria e biscotti sono invece completamente fatti in casa. www.tavernapicedo.it

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Proposte gastronomiche

TRADIZIONI LOCALI

di BELINDA PAGANO

li anni passano velocemente ma il tempo sembra essersi fermato a Canè di Vione nel Bresciano, dove la trattoria “Il Cavallino” propone ancora gli stessi piatti della tradizione camuna da più di un secolo. Marilena Tomasi, proprietaria del residence e del ristorante coi suoi fratelli Stefano, Edoardo ed Ernesta, spiega come ci sia oggi una particolare attenzione agli ingredienti utilizzati, selezionati e scelti in base a freschezza e qualità. «Abbiamo notato un cambiamento nelle esigenze dei clienti. Sia turisti che abitué, infatti, ricercano sempre più garanzie su ciò che mangiano. Sono diventati giustamente più esigenti e ricercano prodotti di prima qualità e una varietà ampia nella quale scegliere ciò che si preferisce. Per questo proponiamo diversi tipi di piatti: si può assaggiare la selvaggina locale, come il cervo, il capriolo e il camoscio, cucinati con ricette della nostra tradizione. E ancora: funghi porcini e finferli accompagnano filetti, tagliate e carrè di maialino o guancette di vitello brasate con polenta. Per chi non ama particolarmente la carne e preferisce essere servito con un menù vegetariano, coltiviamo nel nostro orto le verdure che daranno vita a zuppe e vellutate accompagnate da canederli alle erbe selvatiche. E

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Sopra, la crema di zucca con canederli alle erbette selvatiche. A destra, filetto di cervo ai funghi porcini, piatti tipici della trattoria Il Cavallino

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Selvaggina, funghi locali, formaggi tipici, pasta fatta in casa. Dal 1949 la cucina della Valcamonica, si dedica a palati sopraffini e a gusti semplici

ancora: risotti con funghi abbinati sapientemente a bitto, silter o bagos, formaggi tipici delle nostre terre. Se poi ci si vuole dedicare a fine pasto a qualcosa che stuzzichi il palato, i dolci sono confezionati dallo chef così come le confetture di rabarbaro e prugne». Il fiore all’occhiello? «Costatine di cervo al mirtillo, macerate in cognac e ginepro». E per chi volesse godersi la Valle di Canè, a quattro passi da Ponte di Legno e alle porte del Parco Nazionale dello Stelvio, si può essere accolti in graziosi appartamenti in stile montano dove il legno a vista dona una sensazione di pace e calore.

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www.residence-cavallino.it

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