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DVeneto092011

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OSSIER VENETO L’INTERVENTO.........................................13

ECONOMIA E FINANZA

Maurizio Sacconi Benito Benedini Bernhard Scholz

ASSET STRATEGICI ...........................52 Marialuisa Coppola Gianni Potti Davide Giacalone Francesco Giacomin

PRIMO PIANO IN COPERTINA.......................................18 Giorgio Spanio VENETO IN CIFRE................................24 Luca Zaia POLITICA ECONOMICA .....................28 Andrea Tomat Giuseppe Fedalto Daniele Marini VALORIZZARE LA CULTURA ..........38 Guido Guerzoni Marino Finozzi Roberto Daneo Giuliano Segre Roberto Panciera

MODELLI D’IMPRESA........................64 Valter Taranzano Enzo Rullani Bernardo Finco Vittorio Mincato Domenico Galia Alessandro Bianchi Andrea Bolla Michele Bauli MERCATO DEL LAVORO...................88 Elena Donazzan Anna Gionfriddo Franca Porto Paolo Preti FOCUS PADOVA ..................................98 Flavio Zanonato Alberto Salmaso Massimo Pavin Roberto Furlan CULTURA D’IMPRESA .....................108 Fabio Franceschi Alberto Bauli IMPRENDITORI DELL’ANNO ..........112 Giancarlo Bigotto, Moreno Giuriato, Livio Rossi, Giuseppe Pisi, Stefania Annunziata, Luigi Dalla Benetta, Sandro Zara, Lorenzo, Marco e Benvenuto Barro, Andrea Giardinieri, Roberto Finotto, Massimo Sorgon, Carlo De Bona, Domenico Tazzara, Luca e Andrea Tiburli, Leopoldo Peschi, Linda Zanussi e Stefano Ongaro, Cristiana Marinello e Danko Matkovic, Stefano Griggio, Giancarlo Alducci, Luca Businaro, Stefanelli Spa, Gianni Menegazzo, Daniel Bortolamei, Camillo Virgis, Christian Cavarzan, Beniamino Pettenon, Rino Collazuol, Andrea Benetti, Alda e Azzurro Marchetto, Giuliano Gelain, Damiano Chinello, Luigi Finco, Aldo Barazza, Alberto Baban e Nicola Mason, Ermes Martarello, Emanuele Pavanello

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IL DISTRETTO DELL’OCCHIALE ...208 Antonio Frescura Corrado Minute IL SETTORE ALIMENTARE.............214 Gianfranco Cattel Remigio De Zotti Stefano Pavan Giancarlo Bettio e Filippo Marangon Daniele Siviero Mirco Schiesari SISTEMI INFORMATICI...................226 Ennio Noventa ACCESSO AL CREDITO ..................228 Vincenzo Consoli Fabio Innocenzi RISPARMIO.........................................232 Giuseppe Russo


Sommario AMBIENTE ED ENERGIA

TERRITORIO

GIUSTIZIA

POLITICHE ENERGETICHE ...........236 Marcella Pavan Stefano Saglia Alessandro Clerici Walter Righini Vito Pignatelli

TRASPORTI.........................................266 Andrea Bevilacqua Nereo Bedin Francesco Saginario

RIFORME..............................................338 Maurizio Paniz

RINNOVABILI .....................................250 Giancarlo Virgilio RISPARMIO ENERGETICO ............254 Simone Grossi ZOOTECNIA.........................................256 Lino Zago SERVIZI ECOLOGICI ........................260 Riccardo Svander

DIRITTO MARITTIMO ......................340 Giuseppe Duca

LOGISTICA...........................................272 Luigi Tortato e Marino Paggiarin

SANITÀ

INFRASTRUTTURE...........................274 Alfredo Calascibetta

EDUCAZIONE ALIMENTARE .......342 Luca Coletto Susanna Morgante

CANTIERISTICA NAVALE...............276 Piero Iemmolo Andrea e Luca Tagliapietra IL SETTORE NAVALE ......................284 Roberto Boscolo Anzoletti EDILIZIA................................................289 Sergio Santoro Marino Zorzato Luigi Schiavo Serena Lavina Mirco Pegoraro Giampiero Serena

TOSSICODIPENDENZE...................348 Giovanni Serpelloni STRUTTURE SPECIALIZZATE .....352 Bertrand Barut MEDICINE COMPLEMENTARI .....354 Bruno Giuriati BENESSERE ......................................358 Paolo D'Ambroso Emanuele Boaretto TRA PARENTESI................................367 Antonio Catricalà

MATERIALI PER L'EDILIZIA..........304 Alberto Arnavas Patrizia Piarotto Carmine Ballarini INTERNI .................................................312 Germano Agostini Carlo Geromin Massimo Soffiato INNOVAZIONI .....................................322 Danilo e Maurizio Poser ARREDAMENTO................................324 Danilo Riedi IL MERCATO DELLE SERRATURE.............................326 Luca Mazzucato VENETO CITY .....................................330 Francesca Zaccariotto Federico Della Puppa ENOLOGIA ...........................................334 Lucia Paladin

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IN COPERTINA

LE IMPRESE ALLA SFIDA GLOBALE La qualità del made in Italy non è più sufficiente. Per conquistare i mercati internazionali le nostre Pmi devono rimettere in discussione il loro modello strutturale. A spiegarlo è “l’avvocato delle imprese”, Giorgio Spanio Andrea Moscariello

ai come in questa fase storica le nostre imprese devono dimostrare di saper reggere la sfida dell’internazionalizzazione. La recessione non può certamente rallentare un processo di sviluppo globale che ha caratterizzato, e caratterizzerà sempre di più, i mercati. Ma mentre le grandi società, seguendo la scia del modello multinazionale, hanno già dimostrato il loro potenziale, le Pmi si dimostrano farraginose sotto molti aspetti. A cominciare proprio dalla peculiarità che le ha rese forti sul mercato interno: la dimensione. Perlomeno questo è il parere di Giorgio Spanio, “l’avvocato delle imprese”, partner fondatore dello studio Pirola Pennuto Zei & Associati. Senza però scardinare i principi di qualità e intraprendenza alla base della nostra cultura d’impresa. Probabilmente, infatti, dinanzi alla crisi ci si può dimenticare di quanto valga il tessuto produttivo e creativo dello Stivale. Ma sarebbe utile cimentarsi maggiormente in questo esercizio di memoria. «Da sempre sostengo che gli imprenditori italiani non hanno nulla da invidiare agli stranieri. Ancor più quelli della mia regione, il Veneto – spiega Giorgio Spanio –. Sia nel passaggio dalla lira all’euro, che nella crisi ancora in corso, hanno sem-

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Giorgio Spanio, socio fondatore dello studio legale Pirola, Pennuto, Zei & Associati giorgio.spanio@studiopirola.com


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pre saputo reagire alle difficoltà in modo pronto e adeguato». Ma questo non basta. Il modello imprenditoriale tipico del Veneto, e in generale italiano, deve essere ridisegnato e affiancato da un rinnovamento della classe dirigente. «In Italia è ora e tempo di dare il via a una vera e propria rivoluzione culturale, che consenta di portare alla guida del Paese persone più giovani e non coinvolte nelle logiche e negli schemi dei partiti». La nostra cultura d’impresa pare essere rimasta uno dei pochi appigli a cui aggrapparsi per rimanere stabili. Cosa sta salvando, secondo lei, il modello veneto? «In Veneto, ma anche nel resto del Paese, la cultura del lavoro è stata alla base del “miracolo” italiano. Oggi c’è, forse, meno voglia di rimboccarsi le maniche e più desiderio di godersi la vita, dopo tante battaglie. La situazione però non consente di rilassarci e quindi dobbiamo tornare a correre senza il freno a mano tirato. Inoltre, la prevalente dimensione medio-piccola delle nostre aziende, che è stata una delle ragioni dei brillanti risultati conseguiti nel passato, oggi non pare attuale». Nella sfida dei mercati internazionali, infatti, questa peculiarità inizia a pesare sui piani di crescita. «La globalizzazione impone altri modelli di business e le imprese italiane hanno ora, più che nel passato, bisogno di confrontarsi con gli altri e quindi di crescere, sentendo però il sostegno del Paese. Se gli imprenditori hanno quasi sempre raggiunto con pochi aiuti il successo, oggi non si possono più permettere di procedere da soli. 20 • DOSSIER • VENETO 2011

Questo perché la competizione è dura, globale e senza esclusione di colpi. Lo si vede anche nel settore finanziario, dove il nostro Paese deve resistere ad attacchi quotidiani ai quali non era certo abituato». Il problema dimensionale, comunque, persiste. Come possono fare le nostre imprese? «Piccolo è bello, ma, come dicevo, il mercato globale chiede oggi una dimensione che lo sappia reggere. Dobbiamo quindi fare “quadrato”, aiutare le nostre realtà a crescere, compatibilmente con un modello che, avendo funzionato per tanti anni, è solo da correggere e non da stravolgere, per non sbagliare la rotta futura. Passare infatti dal nanismo al gigantismo non sembra la risposta giusta in tutte le situazioni. Vi pare infatti che le grandi banche stiano meglio di quelle più territoriali?». Quali gli aspetti più critici su cui le imprese si giocano il confronto

con i competitor internazionali? «Le aziende stanno cercando da tempo di adeguarsi alle mutate situazioni del mercato. Per quanto già noto a tutti, le società straniere, per esempio tedesche e americane, sono più grandi e strutturate rispetto alle nostre. Il che crea a volte un gap rilevante quando si tratta di competere sul mercato mondiale. Sia per ragioni di capacità di investimento che di risorse umane a disposizione, le aziende italiane presentano spesso con un handicap quando si scontrano con la concorrenza straniera più accreditata. Forse, è venuto il momento di favorire in modo deciso le fusioni e le aggregazioni, in modo da rendere più competitive e forti le nostre realtà industriali. Basta davvero poco per raggiungere questi obiettivi, solo che non si deve più temporeggiare, perché il mercato non ci aspetta, anzi, ci aggredisce».


Giorgio Spanio

Le imprese italiane devono imparare a confrontarsi maggiormente con l’estero, ma nel farlo devono sentire il sostegno del Paese

Prendono quota nuovi mercati, a cominciare da Cina, India, Russia e Brasile, con cui le nostre imprese stringono importanti accordi. Ma non trova, da un punto di vista legale, che in queste aree vi siano meno tutele rispetto a paesi come Germania o Stati Uniti? «Per gli imprenditori italiani nessuna impresa è impossibile. Senza tanti aiuti e supporti di Stato sono sempre arrivati ovunque e spesso con successo. A breve, sono convinto che pure in Cina, India, Russia e Brasile conosceranno definitivamente l’operosità, la fantasia e la qualità delle aziende italiane. Ma non possiamo guardare nell’orto del vicino quando noi per primi ci portiamo dietro fin troppe farraginosità. Ci occorre un Paese più snello e pronto a rispondere alle esigenze degli imprenditori. Non dobbiamo

dimenticare infatti che il mercato globale pretende uno Stato forte e presente. Il nostro debito pubblico, quasi 2mila miliardi di euro, rappresenta uno degli ostacoli più difficili da superare sulla strada della concreta ripresa del Paese». Insomma, bisogna ingranare una nuova marcia. «Non possiamo più permetterci una giustizia lenta e inefficiente, un mercato del lavoro poco dinamico nonché infrastrutture vetuste e non in linea con la velocità di azione oggi richiesta. Basta pensare ai recenti incidenti di Roma e Napoli, che hanno paralizzato il traffico ferroviario dell’intero Paese. Nel terzo millennio certe situazioni non dovrebbero più capitare o comunque ci dovrebbe essere una risposta ben diversa rispetto a quella che è stata data».

Come giudica la recente manovra varata dal Governo? «La manovra in parola è stata un piccolo passo per aiutare il Paese ad uscire dalla crisi, ma si deve (anzi, dobbiamo tutti) fare in questo senso molto di più. Il risparmio e le nuove entrate, considerevoli a mio parere, dovrebbero però non essere sperperate, bensì prontamente investite nel Paese, per dare a tutti, ma in particolare ai più giovani, una speranza per il futuro. Altrimenti non resterà che guardare ad altre realtà che meglio hanno saputo rispondere alla situazione venutasi a creare. Ma non voglio e non posso pensare a un Paese che non riesce ad invertire la propria rotta». Sono molte, però, le polemiche sollevate. Critiche giuste o solita abitudine, tipicamente italiana, a VENETO 2011 • DOSSIER • 21


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La variabile globale tra legale e impresa a professione del legale d’impresa è profondamente mutata in questi ultimi anni - spiega Giorgio Spanio -. Una volta l’avvocato riceveva nel proprio ufficio, oggi è sempre più spesso in trasferta, all’interno delle imprese. Inoltre, la specializzazione la fa da padrona, in quanto un legale tuttologo non è più apprezzato. In più c’è l’Europa, con le sue regole comuni non da tutti conosciute. Se poi si vuol uscire dai confini del vecchio continente, apriti cielo i problemi aumentano, perché ogni paese ha le sue regole». Secondo il partner fondatore dello studio Pirola Pennuto Zei & Associati, una realtà che conta 650 persone tra professionisti e collaboratori, con 9 sedi in Italia e uffici a Londra, Pechino e New York, occorre strutturarsi per adeguarsi alle richieste del mercato. «Non è solo questo il modello vincente, mi pare ovvio, in quanto ci sono ancora molte boutique professionali nel nostro Paese. Solo che la tendenza è per la grande organizzazione, in grado di rispondere a 360° alle richieste degli imprenditori, soprattutto quando si deve operare anche all’estero».

«L

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dire sempre e solo di “no”? «Capisco che intervenire strutturalmente in Italia significa perdere consenso, tanto è vero che i rappresentanti di tutti i partiti hanno subito contestato le proposte del Governo più che indicare strade alternative. Ma oggi non si può affrontare lo scenario che abbiamo di fronte dicendo solo dei no o proponendo “manovrine”, oppure avendo di mira unicamente il mantenimento delle posizioni raggiunte, con il pretesto che tanto si tratterebbe di pochi euro risparmiati. Gli italiani non sono stupidi e hanno ormai da tempo capito che solo un grande intervento può risolvere la difficile situazione in cui ci troviamo. Del resto, se un italiano su sei è dipendente pubblico un problema c'è, o sbaglio? Quindi, lasciamo perdere i consueti discorsi demagogici e formuliamo delle proposte concrete, anche se consensualmente pericolose». Per esempio? «Perché non autorizzare sgravi pre-

videnziali o fiscali per un certo numero di anni in cambio dell'assorbimento di un quarto dei dipendenti pubblici da parte delle aziende private? Perché non dare poi gli stessi benefici alle società che assumono giovani di età compresa tra i 18 e i 25 anni, a prescindere dal titolo di studio conseguito? E per rilanciare il fondamentale comparto immobiliare, senza ulteriormente costruire sul già devastato territorio del nostro Paese, perché non dare importanti benefici fiscali a favore degli interventi di ristrutturazione degli edifici esistenti?». Il governatore Zaia ha espresso preoccupazione per i tagli agli enti locali, anche lei ha gli stessi timori? «Sì. Resto dell’opinione che si debbano imitare modelli che funzionano, come quello svizzero, per esempio. La raccolta delle tasse deve avvenire a livello locale, in modo che le risorse rimangano quasi del tutto nel territorio che le


Giorgio Spanio

A sinistra, una seduta della Camera dei Deputati

Gli italiani hanno capito che solo un grande intervento può risolvere la difficile situazione in cui ci troviamo

ha prodotte. Gli enti locali a quel punto beneficerebbero di maggiori introiti o comunque potrebbero più agevolmente badgettare i loro pagamenti e investimenti. La questione della solidarietà con le zone meno ricche sarebbe poi facilmente risolvibile creando un fondo nazionale a cui attingere in caso di bisogno. L’importante è lavorare di

più, fare squadra, abbandonare le polemiche che hanno contraddistinto l’ultimo periodo nel nostro Paese. Così non si va da nessuna parte e al popolo non si possono chiedere “lacrime e sangue” se non si dimostra che il cambiamento, ma radicale, è non solo possibile, bensì realizzabile. Basta a parer mio davvero poco, perché gli italiani hanno sempre saputo sorprendere tutti quando si sono dimostrati uniti e determinati». Per quali problemi, timori, gli imprenditori si affidano oggi all’avvocato? «In questo momento di crisi, tutte le aziende italiane hanno bisogno di

essere aiutate, anche dai loro professionisti, i quali devono stare al fianco dell’imprenditore e supportarlo in attesa della prevedibile e tanto auspicata ripresa. Nel Veneto le cose vanno un po’ meglio che in altre zone del nostro Paese, ma non è che splenda il sole in tutti i comparti. L’avvocato deve quindi creare opportunità per l’imprenditore, suggerendo o impostando percorsi alternativi rispetto a quelli già conosciuti. Questa è la vera sfida per i consulenti d’impresa, che non devono adagiarsi sugli allori, bensì mettersi in discussione e cercare ogni giorno di migliorare la propria preparazione». Quali obiettivi si pone per il suo futuro professionale? «Stare al fianco degli imprenditori è il primo obiettivo. Meglio accettare compensi ridotti o pagamenti posticipati, piuttosto che abbandonare la posizione, perdendo quote di mercato e opportunità. Se stai vicino a chi è in difficoltà non si dimenticherà di te quando i tempi saranno, come tutti auspichiamo, meno duri». Dunque è ottimista? «Sì, il bicchiere deve essere mezzo pieno. Però basta ostruzionismi o demagogia di basso livello, diamoci tutti una mano per risollevare il Paese dalla crisi in cui è piombato. Gli avvocati faranno la loro parte, ma anche chi ci governa deve dare l’esempio, accettando di fare un passo indietro rispetto alle posizioni conquistate. Lo vogliono gli italiani, lo vogliono i più giovani, che devono poter credere nel futuro di questo meraviglioso Paese». VENETO 2011 • DOSSIER • 23


VENETO IN CIFRE

Una regione sostenibile per trainare Italia ed Europa Il governatore Luca Zaia commenta i risultati del Rapporto 2011 “Il Veneto si racconta”: «Sull’occupazione siamo più vicini di altri territori agli obiettivi di Lisbona. Ma per una crescita davvero “intelligente” occorre raccordare sempre di più la conoscenza al mondo produttivo» Riccardo Casini

la sostenibilità il filo conduttore del rapporto 2011 “Il Veneto si racconta, il Veneto si confronta” redatto dal sistema statistico regionale. Una sostenibilità ad ampio raggio, considerata in ambito sociale, economico e ambientale: per quanto riguarda la prima, il Veneto si colloca nel gruppo delle regioni leader, caratterizzate principalmente anche da tassi di disoccupazione bassi, livelli occupazionali alti e minori quote di persone inattive; in campo ambientale invece lo stato di salute della regione (qualità dell’aria, dell’acqua, gestione dei rifiuti ma anche produzione agricola) viene definito «in miglioramento», mentre la ripresa dell’economia è in linea con quella del Nordest. L’export (+16,3% nel 2010 rispetto all’anno precedente) fa registrare incrementi consistenti, in particolare nei confronti dei cosiddetti “Bric”. Merito anche del modello produttivo basato sulle pmi, che rappresentano il 99,8% del sistema imprenditoriale veneto? Il presidente della Regione, Luca Zaia, ne è certo. «Il Nordest in generale – spiega – ha registrato una crescita decisamente più alta rispetto al resto d’Italia. Que-

È

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Luca Zaia

sto premia sicuramente quel tessuto di piccole e medie aziende che da sempre costituiscono l’ossatura del Veneto in particolare: un modello basato sulla qualità, sull’eccellenza delle materie prime e delle tecniche di produzione, oltre che su relazioni contrattuali efficaci. Questa è la cornice entro cui possiamo consolidare anche per il futuro un modello di sviluppo sostenibile, per il quale la nostra regione,

con la sua vocazione all’autonomia e al fare rete, è certamente portata: un modello economico e sociale nuovo che serva da ancora nella tempesta perfetta dell’economia dei derivati e della monocultura globale. Ed è proprio valorizzando le nostre eccellenze e la specificità del Veneto che potremo rafforzare la nostra posizione sulle piazze straniere, in un mercato sempre più globalizzato».

Il Nordest in generale ha registrato una crescita decisamente più alta rispetto al resto d’Italia

Il Veneto presenta anche il quinto tasso di occupazione più alto tra le regioni italiane, pari al 64,5%, mentre gli inattivi sono in diminuzione. Come preservare e migliorare ulteriormente il livello di sostenibilità sociale della regione? «Certamente siamo più vicini di altri territori agli obiettivi di Lisbona per quanto riguarda l’occupazione: basti pensare che da noi è molto meno sentita l’esclusione di fasce solitamente più fragili nel resto d’Italia e non solo, come le donne e gli over 40. Tuttavia c’è ancora molto da fare sul fronte del lavoro, che è una delle grandi questioni del nostro tempo: perché sia davvero sostenibile, l’economia deve prevedere un alto tasso di occupazione che sostenga la coesione sociale e territoriale. In particolare, bisogna fare in modo che per i giovani vi sia una reale possibilità di esprimere le proprie capacità e di costruire il loro futuro. Per la Regione Veneto è prioritario potenziare l’inserimento e il mantenimento del lavoro, e per questo è impegnata sul fronte dell’ammodernamento e del rafforzamento del sistema di formazione e riqualificazione professionale, da quello di base a quello universitario». Quale dovrà essere il suo ruolo? «Per realizzare una crescita davvero “intelligente” occorre raccordare sempre di più la conoscenza al mondo produttivo, e da questo punto di vista le sinergie che stiamo creando con le diverse università del territorio stanno dando i loro frutti. Poi, naturalmente, la ricerca e l’innovazione, per le quali il Veneto è all’avanguardia in Italia e in Europa, in diversi campi. E ancora, la tutela e la valorizzazione dell’ambiente, con lo sviluppo di energia pulita e rinnovabile: settore, anche questo, nel quale la nostra re- VENETO 2011 • DOSSIER • 25


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gione è capofila. Peraltro proprio

dalla green economy può aprirsi un bacino occupazionale non indifferente. Poi il collegamento tra l’ambiente stesso, il paesaggio, la cultura e l’offerta turistica. Tutte risorse che in Veneto abbiamo in abbondanza e per le quali partiamo avvantaggiati». Cosa è possibile fare in questo ambito? «Sul fronte del turismo, ad esempio, la Regione ha adottato il piano regionale di sviluppo del turismo sostenibile e competitivo, incentivando enti locali e strutture ricettive ad acquisire le certificazioni ambientali, e ha aderito a molteplici progetti di promozione del turismo sostenibile, responsabile e di qualità. Insomma, il nostro territorio e la sua dinamica comunità hanno tutte le carte in regola per potenziare uno sviluppo sostenibile e confermare così il suo ruolo di locomotiva d’Italia e d’Europa». Nel rapporto si parla anche di sostenibilità economica e di conti pubblici. Lei però si è sempre detto contrario all’introduzione del ticket. Dove andranno recuperate quelle risorse, in modo da mantenere inalterati gli attuali standard qualitativi? «Siamo sempre stati consapevoli della necessità di fare la nostra parte in un momento così delicato per l’economia, ma al Governo avevamo chiesto che questo avvenisse non introducendo il ticket, bensì operando dei risparmi all’interno del sistema sanitario stesso, visto che siamo una Regione virtuosa. Ci è stato risposto che questo, a norma di legge, non è possibile. Abbiamo dato battaglia, ma alla fine abbiamo dovuto dire di sì, perché si prospettava il reato di danno erariale che avrebbe danneggiato tutti i cittadini. Abbiamo però applicato la

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Un’economia sostenibile deve prevedere un alto tasso di occupazione che sostenga la coesione sociale e territoriale

reintroduzione del ticket nella forma più leggera possibile e abbiamo presentato ricorso sia al Tar che alla Corte costituzionale: ora ne aspettiamo gli esiti. E siamo pronti a tornare al tavolo tecnico del Ministero della Salute per far valere ancora la nostra proposta di sostituire il ticket con l’accisa sul fumo. Sappiamo quali sono le nostre risorse, quindi siamo convinti di poter contribuire ai risparmi nazionali senza intaccare la qualità dei nostri servizi né tantomeno pesare in modo iniquo sulle spalle dei cittadini veneti». Nei mesi scorsi si paventava la nascita di un polo fieristico regionale. Oggi, dopo l’uscita di scena di Fiera di Vicenza e la cessione da parte del Comune di Verona delle sue quote in Veronafiere, qual è il futuro di Veneto Exhibitions? «Bisogna innanzitutto precisare che le Fiere sono entità che operano a

tutti gli effetti sul mercato, e che dunque seguono una logica d’impresa. Detto questo, qualora esse scegliessero di avviare forme di collaborazione, la Regione certamente non avrebbe nulla in contrario e anzi promuoverebbe qualsiasi iniziativa in questo senso. In generale, credo valga la pena salvaguardare la specificità e la forte specializzazione di determinate realtà strettamente connesse al territorio: basti pensare a Verona per l’agroalimentare o a Vicenza per l’oro. In questo senso forme di cooperazione, appunto, potrebbero essere positive. Tuttavia va anche precisato che la funzione della Regione, proprio alla luce di quella logica di mercato, è di definire alcune regole, non di esercitare leve di potere. Senza contare che condizionano molto le normative europee, le quali vanno tutte nella direzione della libertà di stabilimento e della libera concorrenza».


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Nuove strategie imprenditoriali per competere all’estero Nonostante l’andamento dei mercati, gli imprenditori veneti si impongono per creatività e combattività. Il presidente degli industriali veneti, Andrea Tomat, analizza i cambiamenti che stanno trasformando l’imprenditoria veneta Nicolò Mulas Marcello

l modello imprenditoriale veneto, che negli ultimi decenni ha fatto scuola grazie ai risultati raggiunti, deve ora competere con un mercato sempre più globalizzato che necessita di strategie più articolate, spesso lontane dalla logica dell’impresa familiare. Tutto questo però non sta scoraggiando gli imprenditori veneti che, consci delle loro capacità stanno studiando modelli e idee nuove per ritagliarsi uno spazio nell’affollato scenario internazionale. «La vocazione veneta all’internazionalizzazione, all’innovazione e al lavoro – spiega il presidente di Confindustria Veneto – si sono dimostrate ancora una volta il nostro punto di forza». Il Veneto è sempre stato sinonimo di sviluppo e di crescita imprenditoriale. Si può dire che la ripresa dalla crisi sia partita pro-

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Andrea Tomat, presidente di Confindustria Veneto

prio da qui. Come sta cambiando il modello imprenditoriale Veneto? «L’ingresso in un’economia sempre più globalizzata ha reso ancora più evidente la consapevolezza che il modello del “far da sé”, che ha connotato con grande successo la storia imprenditoriale del Nordest, non è

più una condizione sufficiente. Ci si è resi conto che il paradigma competitivo è diventato più articolato e complesso. Non c’è ancora una ricetta definita, un nuovo modello in grado di garantire i risultati prodigiosi degli ultimi decenni. Nei prossimi anni vedremo quali saranno i


Andrea Tomat

Diventa fondamentale ripensare all’organizzazione delle attività alla luce della grande trasformazione informatica in atto con lo sviluppo massiccio delle reti digitali connotati vincenti. Al momento siamo tutti impegnati a trovare la strada, investendo risorse ingenti, umane e finanziarie, rischiando e combattendo ogni giorno ai quattro angoli del mondo per uno spicchio di mercato in più, per un’opportunità aggiuntiva per le nostre imprese. Gli imprenditori veneti ancora una volta non hanno ammainato la bandiera, rimosso l’impegno, abdicato alla creatività e alla combattività che hanno dentro da sempre. Ecco, questo possiamo dire che è il grande valore rimasto immutato nello spirito della gente e degli imprenditori di questa terra, ed è un valore importante di fronte

alle turbolenze dei mercati e alle incertezze della situazione economica che stiamo vivendo». Gli imprenditori hanno saputo reagire alla crisi innovando competenze, costruendo filiere più efficienti e investendo in modo innovativo nelle reti lunghe. Il tema delle reti in Veneto è più sentito che nel resto del paese. Come si è sviluppata ed evoluta questa cultura? «La vocazione veneta all’internazionalizzazione, all’innovazione e al lavoro si è dimostrata ancora una volta il nostro punto di forza. Certo è che la crisi ha definitivamente modificato alcuni geni su cui lo sviluppo del Nordest ha fatto leva, tra-

sformandone profondamente il profilo. Tutto ciò ha comportato cambiamenti nei processi produttivi, nella gamma di prodotti offerti, nei sistemi organizzativi e gestionali. In Veneto la quota d’imprese che stanno reagendo alla recessione innovando, anche sotto il profilo strutturale, è significativamente superiore al dato nazionale. Tale reattività è sicuramente indotta dal maggiore grado di apertura del Veneto ai mercati internazionali e alle dinamiche globali». La competitività nell’economia, in Veneto, è un valore che si impara da bambini. Tra i giovani imprenditori sono nati nuovi modelli d’impresa in Veneto? «Il Veneto conta su storici distretti d’eccellenza, tuttavia caratteristica dei nostri imprenditori è sempre stata quella di fiutare con un certo anticipo le opportunità e i cambiamenti e di adattarsi velocemente alle nuove istanze dei mercati. La sfida delle giovani generazioni è quella di sapere affrontare, con competenze e conoscenze nuove, l’era dell’economia digitale. Imprese manifatturiere e dei servizi sono chiamati a lavorare assieme, utilizzando gli strumenti più evoluti, le più recenti conoscenze informatiche e figure professionali altamente specializzate. Diventa fondamentale ripensare all’organizzazione delle attività alla luce della grande trasformazione informatica in atto con lo sviluppo mas- VENETO 2011 • DOSSIER • 29


POLITICA ECONOMICA

siccio delle reti digitali e la diffusione delle piattaforme mobili di lavoro che rappresentano un importante strumento competitivo anche per le piccole imprese». Crescere vuol dire per le aziende investire in innovazione e internazionalizzazione, e questo richiede trasformazioni dimensionali. Qual è la propensione delle piccole e medie imprese venete ad andare verso questa direzione? «Confindustria Veneto sta raccogliendo idee e proposte dagli associati. La propensione alla concentrazione è un fenomeno in crescita. È però necessario governarlo senza farsi travolgere, per salvaguardare anche in futuro quel tesoro d’esperienza che ha fatto delle pmi nordestine la locomotiva dell’economia italiana. Abbiamo avviato un confronto concreto, con tutte le istituzioni interessate, per sostenere “si-

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stemi locali” efficienti, in grado di competere in una logica di “area vasta”, di alleanza e scambio, con i sistemi più virtuosi, incluso ad esempio anche il sud della Germania: concorrenti ed alleati al tempo stesso. Rappresentiamo un’importante piattaforma al centro, tra l’Est e l’Ovest dell’Europa, tra il bacino del Mediterraneo e il Nord, e vogliamo svolgere un ruolo cruciale negli scambi e negli equilibri economici futuri di quest’area». Anche l’interazione impresa-territorio è diventata un vero e proprio modello culturale che caratterizza questa regione. Questo rapporto è mutato nel tempo?

«No, direi piuttosto che negli anni si è affinato. È maturata la sensibilità nei confronti del territorio. Lo sviluppo di una maggiore coscienza sociale ha portato ad una riconfigurazione delle modalità di sviluppo del Nordest all’insegna della sostenibilità, dell'innalzamento della qualità della vita, dell’attenzione all’ambiente e alla cultura, delle ricadute sulla cittadinanza, non solo in tema d’occupazione. Le imprese avvertono la necessità di rendere il territorio un’area di appeal per risorse nuove. Le idee ci sono e ci sono pure le capacità, oggi purtroppo frenate dalla grave incertezza e dall’instabilità del clima politico nazionale, e dal continuo prelievo di risorse che finisce per tarpare le ali anche a chi, in maniera virtuosa, potrebbe spiccare il volo. Il Nordest non ha perso capacità attrattiva, tutt’altro. Il problema risiede nelle difficoltà generate dal sistema Paese. Per questo senza una governance complessiva nuova, con ampia autonomia, non è possibile sostenere nel lungo periodo nemmeno la forza competitiva di quest’area. Per questo abbiamo bisogno di una Politica forte, coraggiosa e credibile, capace di agire per dare risposte concrete alle istanze e agli appelli che questo territorio da tempo pone».


Giuseppe Fedalto

Segnali positivi per l’economia regionale L’export ha trainato l’economica veneta fuori dalla crisi. Ad affermarlo sono i dati di Unioncamere che evidenziano come la domanda estera sia più forte di quella interna. Giuseppe Fedalto commenta i risultati finora raggiunti Nicolò Mulas Marcello

dati di Unioncamere confermano la ripresa del sistema produttivo regionale, che ha mostrato una velocità di recupero più marcata rispetto al resto d’Italia. Nel 2010 il Pil si è attestato a +2,2% e le previsioni per la fine del 2011 sono pari a +1,3%. Le aziende venete stanno ripensando il proprio modello di business e sono impegnate a presidiare i mercati mondiali. «Per quanto riguarda i mercati di riferimento – spiega Giuseppe Fedalto, presidente di Unioncamere Veneto – Germania e Francia si confermano i partner principali, ma la ripresa dei livelli esportativi ha interessato tutti i mercati stranieri con aumenti superiori al 30% per gli Stati Uniti e addirittura del 50% per la Cina». Cosa ha permesso questi risultati? «Nel corso del 2010 il Veneto ha assorbito lentamente gli effetti della crisi, chiudendo l’anno con un discreto recupero, superiore alla media del Nordest (+2,1%) e a tutte le principali regioni italiane. Alla crescita del Pil regionale si è associata una dinamica

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Giuseppe Fedalto, presidente di Unioncamere Veneto

debole della domanda interna, aumentata appena dell’1,3%, mentre la dinamica dei consumi privati e pubblici è stata pressoché stagnante. A trainare il recupero post crisi è stato, quindi, il ruolo della domanda estera che, dopo la caduta del 2009, è ripresa a ritmi elevati registrando un +16,2%, anche se i livelli del 2008 rimangono ancora lontani. Questo ha comportato una riduzione dell’avanzo commerciale, sceso nel 2010 a 7,4 miliardi di euro rispetto ai 10,5 registrati nel 2008». Per quanto riguarda l’export quali sono i settori che hanno raggiunto i migliori risultati? «In linea generale tutte le voci merceologiche hanno presentato indicatori positivi. I macchinari,

con una variazione percentuale del 18,7% e un’incidenza del 18,9 sull’export veneto, si sono confermati il principale prodotto manifatturiero di esportazione. Fra i maggiori prodotti esportati figurano poi la carpenteria metallica, l’abbigliamento, che tuttavia non ha recuperato completamente dal periodo pre-crisi, e il comparto delle altre apparecchiature elettriche. Fra le merci venete che hanno segnato la miglior variazione rispetto all’anno precedente, ci sono i prodotti della metallurgia con un recupero quasi totale del comparto pari al 40,8%». Le aziende venete stanno ripensando al proprio modello di business per uscire dalla crisi? «La crisi ha contribuito a eviden- VENETO 2011 • DOSSIER • 31


POLITICA ECONOMICA

A trainare il recupero post crisi è stata la domanda estera che, dopo la caduta del 2009, è ripresa a ritmi elevati registrando un +16,2%

ziare i punti d’eccellenza del no- Paesi unitari e il federalismo è in «La consistenza delle imprese instro sistema produttivo, che sono capacità di resistere alle avversità, tessuto produttivo sano, adattamento alle situazioni negative. Restano, però, delle criticità legate in primis alle spese inutili e agli sprechi della pubblica amministrazione. Altra nota dolente è il residuo fiscale. Lo Stato centrale preleva dal Veneto molto di più di quanto effettivamente restituisca in termini di spesa pubblica. Ciascun veneto registra un residuo fiscale di 3.405 euro, soldi che potrebbero essere investiti in infrastrutture, ricerca e sviluppo e per il rilancio dei consumi. Le nostre aziende devono sostenere e fare pressioni per l’attuazione del federalismo fiscale, riforma ormai non più rimandabile. Gli Stati federali hanno costi di funzionamento minori rispetto quelli dei 32 • DOSSIER • VENETO 2011

grado di stimolare una maggiore efficienza amministrativa nelle strutture pubbliche. In Italia ci sono Regioni virtuose, fra cui il Veneto, che gestiscono la spesa pubblica in maniera efficiente se confrontata con le amministrazioni pubbliche di altri Paesi europei, ma ne esistono altre che, al contrario, evidenziano parametri di spesa tre volte superiori alla media nazionale. Estendendo il “modello veneto” a tutta la pubblica amministrazione nazionale si otterrebbero risparmi superiori ai 27 miliardi di euro. In caso contrario, le imprese venete non potranno mai competere con altre realtà economiche come quelle della Baviera». Come è cambiato il modo di fare impresa negli ultimi anni in Veneto?

dividuali e delle società di persone si è ridotta per lasciare posto alle società di capitali e alle cooperative, tendenza resa ancor più evidente se analizzata nel lungo periodo. Nell’ultimo decennio, il peso delle ditte individuali, che rappresentano circa il 60% delle imprese venete, è diminuito (8,3% nel 2010), a fronte di una crescente presenza di società di capitale (+7,4%). L’affermarsi di forme societarie più strutturate dimostra che le aziende, in una regione a forte vocazione internazionale come il Veneto, hanno preso consapevolezza che, solo unendo le forze e dotandosi di solide basi, è più facile penetrare nei mercati internazionali, soprattutto quelli emergenti dove per affermarsi servono creatività, innovazione e qualità».


POLITICA ECONOMICA

Le trasformazioni della cultura d’impresa Ancora una volta il Veneto si conferma come la regione italiana dove fare impresa è diventato un vero e proprio modello culturale. Daniele Marini, della Fondazione Nord Est, illustra i cambiamenti avvenuti per far fronte ai mercati globali e alle scelte che essi impongono Nicolò Mulas Marcello

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a genialità nella produzione, la qualità del lavoro artigiano e l’istituto della fabbrica sono aspetti dinamici di una comunità che ha fatto dell’interazione impresa-territorio un vero e proprio modello culturale. Ma il modo di fare impresa veneto si è lentamente modificato nel tempo, adattandosi alle trasformazioni del mercato, ai periodi di recessione economica e all’avvento di sempre nuove tecnologie. La Fondazione Nord Est ha realizzato il dodicesimo Rapporto sulla società e l’economia, un appuntamento significativo per valutare lo stato e le prospettive delle nostre regioni e dell’Italia. Da esso sono emersi vari elementi che consentono uno studio in merito allo

L

stato di salute del tessuto imprenditoriale del Nord Est. Da esso è emersa anche la difficoltà da parte dei giovani di instaurare nuove imprese: «È diventato molto più complicato mettere in piedi un’impresa», spiega Daniele Marini, direttore scientifico della fondazione, «non solo perché il mercato si è globalizzato ma si è modificato anche dal punto di vista amministrativo, fiscale e giuridico». In che modo è cambiato il modo di fare impresa nel Nordest? «Si sta progressivamente trasformando nel senso che anche i dati quantitativi ci dicono per esempio di un processo di crescita della struttura produttiva. In questi ultimi 3 anni, dal 2006 al 2010, abbiamo avuto un calo del numero di imprese ma un aumento delle società di capitale, quindi imprese più strutturate e una diminuzione di ditte individuali, che rimangono comunque sempre la quota maggioritaria di imprese, anche se le imprese strutturate stanno aumentando. Ciò non toglie che, comunque, il radicamento nel territorio che caratterizza le imprese non multinazionali rimane una delle caratteristiche fondamentali del sistema produttivo locale». Nel Nordest l’articolazione dell’economia è innervata dalle piccole e medie imprese. Come si inserisce il tema delle reti di impresa in questo contesto? «In qualche misura nei fatti esi-


Daniele Marini

Sotto, Daniele Marini, direttore scientifico della Fondazione Nord Est

stono già reti di relazioni molto consolidate tra le imprese, e non solo raggruppate nei distretti industriali, seppure essi siano una forma spontanea di reti tra impresa. Anche in questo processo di trasformazione le strategie delle imprese sono quelle di realizzare e di strutturare rapporti sempre più strutturati con altre imprese. Qui ogni media impresa ha relazioni con 274 imprese. Quindi l’80% di quello che esce da una media impresa è fatto da tutte le altre piccole imprese. Già questo dato dà l’idea di reti di impresa strutturate». Nel Nordest solo il 10,9% dei nuovi giovani è laureato mentre il 43,7% di essi ha una cultura professionale destinata all’impresa. Qual è lo spirito dei giovani nel

modo di fare impresa? «Demograficamente parlando ci sono meno giovani. E meno giovani rispetto alle epoche precedenti si affacciano all’esperienza imprenditoriale. Ritengo che questo sia dovuto non tanto a una minore vocazione delle giovani generazioni ad assumersi il rischio di impresa, quanto piuttosto al fatto che è diventato molto più complicato met-

tere in piedi un’impresa. Non solo perché il mercato si è globalizzato, ma perché si è modificato anche dal punto di vista amministrativo, fiscale e giuridico». Il modello di impresa familiare funziona ancora o per conseguire la crescita e il cambiamento dei tempi, è un modello superato? «Dipende dalle famiglie, nel senso che non esiste una strategia unica. Esistono imprese familiari che si avviluppano su sé stesse nel senso che non riescono a fare il ricambio, non si aprono a capitali terzi e non crescono, morendo con il proprio fondaIl radicamento tore. Poi esistono altre imnel territorio, prese familiari che che caratterizza capiscono quali sono le strale imprese non tegie da mettere in atto, fanno entrare capitali nuovi multinazionali, nella propria azienda, si rimane una delle danno una maggiore strutcaratteristiche turazione - soprattutto mafondamentali del nageriale - qualora non vi siano le proprie nuove gesistema produttivo nerazioni disponibili a fare del Nordest questi processi».

VENETO 2011 • DOSSIER • 35


VALORIZZARE LA CULTURA

Puntare sulla contemporaneità I grandi eventi come occasioni per riprendersi dalle derive passatiste, guardare avanti, generare nuovi significati. In un’Italia che, secondo Guido Guerzoni, docente alla Bocconi, «ha un bisogno disperato di tornare a produrre cultura» Michela Evangelisti

ccessiva frammentazione delle iniziative e polverizzazione degli investimenti. Questi, secondo Guido Guerzoni, docente all’Università Bocconi, i principali ostacoli che l’Italia deve ancora superare per fare della cultura un vero asset competitivo per la crescita nazionale. «I processi di attribuzione di competenze su più soggetti impediscono di predisporre dei progetti strategici di ampio respiro» spiega. E non è vero che in Italia si spende poco per la cultura. «Negli ultimi tre anni c’è stata un’innegabile contrazione, ma rimane il fatto che investiamo nel settore una cifra non lontanissima da quella dei maggiori paesi europei. Il problema è che la gran parte di queste risorse viene assorbita dal mantenimento di un patrimonio storicizzato di dimensioni stupefacenti. Viene a mancare, pertanto, la disponibilità di fondi da investire in nuovi progetti e, soprattutto, produzioni di nuovi contenuti culturali». Intanto cosa è successo intorno a noi? «La geopolitica delle attività culturali è cambiata completamente nell’ultimo ventennio e quasi tutti i

E

38 • DOSSIER • VENETO 2011

paesi avanzati, ma non solo, hanno puntato sulla contemporaneità. Oggi dobbiamo misurarci con più soggetti, che hanno investito tanto e continuano a farlo, puntando su pochi grandi progetti. I nostri investimenti risultano poco visibili in un panorama mondiale dove dominano i giganti; che poi i giganti facciano cose eccellenti è un altro paio di maniche». Quali sono, dunque, le idee e i progetti di management della cultura sui quali investire? «Un tema fondamentale è quello del recupero delle competenze che si sono formate negli ultimi 15-20 anni. Esiste una nuova generazione con esperienze internazionali di grande qualità che non trova spazio. Un altro nodo è la scarsissima attenzione alla contemporaneità, lemma che non coincide solo con l’arte contemporanea. L’Italia ha investito pochissimo sulle istituzioni che si occupano di scienza, tecnologia, ambiente, design, urbanistica, consumi, moda, ma anche cinema, televisione, radio, editoria, pubblicità. Le poche esperienze, come il museo del Cinema di Torino, sono state felicissime, a dimostrazione del fatto che

c’è attenzione da parte del pubblico anche per l’industria culturale del ventesimo secolo». I consumi culturali sono in costante aumento: come adeguare l’offerta a questa domanda sempre più larga? «I consumi culturali sono in crescita per la loro natura anticiclica e perché, in tempi incerti, si cercano evasioni che distraggano dalla cupezza del presente e dal timore del futuro. Il pubblico torna, quindi, ad essere il destinatario di nuove attenzioni, almeno sulla carta; le istituzioni italiane, infatti, ci provano, ma non sempre ci riescono. Il successo di ini-


Guido Guerzoni

ziative di qualità nasce da una programmazione molto attenta, per ottenere la quale occorre internalizzare delle competenze che spesso le istituzioni non posseggono. Oggi il pubblico è più esigente e infedele: con 50 euro posso scegliere se passare un week end a Lecce o Copenaghen. La decisione viene presa in base alla percezione di qualità dell’offerta; e qui ci confrontiamo con realtà molto più avanzate della nostra». Qual è la sua opinione a proposito della candidatura di Venezia e del Nord Est a capitale europea della cultura 2019?

«Si tratta di una candidatura robusta. Venezia è la città che in Italia negli ultimi 10 anni ha innovato di più, aprendo nuovi grandi spazi e prestando attenzione ai temi della contemporaneità. La candidatura sintetizza 20 anni di investimenti in nuove strutture, palinsesti e reti organizzative. Il mio giudizio non può dunque che essere positivo, rispetto a candidature nate tanto per candidarsi, senza una base di istituzioni in grado di sostenerle realisticamente. In questo caso, invece, c’è stata una riflessione seria, con una concentrazione di eccellenze territo-

riali e istituzioni internazionali che non ha eguali in Italia». Quali benefici porta con sé un evento del genere? «Il solo fatto di candidarsi genera un effetto positivo, perché su quell’area si accendono i riflettori, le sue eccellenze vengono celebrate e narrate. Inoltre i lavori di candidatura sono sempre importanti, perché costituiscono un’occasione unica per riflettere strategicamente sulle vocazioni e le visioni di aree vaste, per pensare al loro futuro su orizzonti decennali». Come massimizzarne le ricadute? «I benefici ovviamente sono maggiori laddove il tessuto sia già ricettivo e pronto, attivo e dialogante, possieda già un patrimonio culturale consistente. È importante che ci siano eccellenze e tradizioni, ma anche equilibrio tra patrimonio storico e nuova produzione. Se l’evento viene vissuto come vetrina cristallizzante, si manca un obiettivo. L’Italia ha un bisogno disperato di tornare a produrre cultura. In tale senso i grandi eventi possono aiutarci a riprenderci dalla deriva iper passatista nella quale ci crogioliamo da troppo tempo». VENETO 2011 • DOSSIER • 39


VALORIZZARE LA CULTURA

Una miniera da coltivare

«I

l Veneto è la miniera turistica d’Italia». Di fronte ai dati certificati relativi al primo trimestre dell’anno l’assessore regionale al turismo, Marino Finozzi, non riesce a nascondere la soddisfazione. «Una miniera che va coltivata – aggiunge -, nell’interesse del nostro territorio e di tutta l’economia nazionale». I turisti arrivati e registrati in Veneto da gennaio a giugno sono stati 6.726.551, con un aumento del 10,2% rispetto agli stessi mesi del 2010. Ottimi risultati in particolare per le città d’arte, dove gli arrivi sono cresciuti del 13,8% e le presenze dell’11,2%. «Non ho dubbi nell’affermare che gli eccellenti numeri dei primi mesi dell’anno dipendono in gran parte dal settore culturale, in quanto i maggiori incrementi di arrivi e presenze si sono registrati proprio a Venezia e Verona, le nostre capitali della cultura – precisa l’assessore –. L’obiettivo ora è far conoscere anche il Veneto della “cultura diffusa”, delle opere d’arte da scoprire e disseminate nel territorio regionale, del patrimonio legato alle ville, ai musei, alle numerose chiese e luoghi della fede, vere eccellenze ricche d’arte e di architettura». Ha di recente rimarcato che la cultura è un volano strategico per far crescere non solo il turismo, ma l’intero sistema economico veneto. Come l’amministrazione regionale sta spingendo in questa

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«Una programmazione congiunta fra cultura e turismo, fortemente orientata al mercato». Questa la formula vincente indicata dall’assessore Marino Finozzi per fare della cultura il trampolino di lancio dell’intero sistema economico veneto Michela Evangelisti

Marino Finozzi, assessore regionale al Turismo

direzione? «Le strategie operative messe in atto partono dal presupposto di una collaborazione fattiva fra i due settori: sia a livello di amministrazione regionale che di operatori locali la formula vincente è quella di una programmazione congiunta fra cultura e turismo, fortemente orientata al mercato, salvaguardando tuttavia il profilo culturale e storico delle manifestazioni. Al di

là del Nordest capitale europea della cultura 2019, stiamo lavorando insieme per il centenario della Grande Guerra, affinché le nuove generazioni siano in grado di ricordare il passato non troppo recente e guardino al futuro con serenità e con l’obiettivo costante della pace». Nuova legge veneta sul turismo: come sta procedendo l’iter e cosa cambia, in particolare sul


Marino Finozzi

FLUSSI TURISTICI REGIONALI PRIMO SEMESTRE 2011 Movimento annuale per mese - Anno 2011 ARRIVI

PRESENZE

Gennaio

538180

1649987

Febbraio

611431

1612795

Marzo

808805

2230973

Aprile

1265659

3464538

Maggio

1389519

4268236

Giugno

2112957

9299888

TOTALE

6726551

22526417

Elaborazioni della Regione Veneto - Direzione Sistema Statistico Regionale su dati Istat - Regione Veneto

Arrivi e partenze crescono soprattutto a Venezia e Verona

piano della valorizzazione della componente culturale? «Era previsto un temporaneo arresto dell’iter per dare spazio ai lavori del consiglio regionale prima della pausa estiva, ma già da questo mese la sesta commissione ha in programma un calendario di lavori che mi pare possa dare delle prospettive certe ai numerosi operatori del settore. Questa legge introduce cambiamenti radicali, in quanto considera risorsa turistica ogni bene, luogo, monumento o evento in grado di generare o incrementare i

flussi turistici. È il riconoscimento del legislatore del ruolo fondamentale di tutto ciò che fa cultura e che può effettivamente costituire un elemento di traino e integrazione rispetto alle tradizionali risorse turistiche naturali rappresentate dal mare, dalla montagna, dal lago, dalle terme». Qual è il ruolo delle imprese venete nel sostegno agli eventi turistici e culturali? Come l’amministrazione ne favorisce la partecipazione? «È uno degli aspetti più importanti: se è vero che come amministrazione e amministratori siamo coscienti che la chiesa, il monumento, la villa, il parco, le grandi mostre di pittura, scultura e spettacolo, le città d’arte sono attrattori di turisti, più difficile è far capire che ogni risorsa turistica così intesa è il presupposto per un’attività d’impresa articolata, diversificata, necessariamente integrata. Su questo stiamo lavorando per mettere attorno a un tavolo i diversi sog-

getti economici, per cui chi propone eventi culturali sia in sinergia con tutti coloro che svolgono su, e per, tale evento, mostra, villa o chiesa un’attività economica e hanno quindi tutto l’interesse a preservare, sviluppare e conservare tale risorsa turistica». Ha descritto la candidatura di Venezia e del Nordest a capitale europea della cultura 2019 come un traguardo davvero prestigioso per la vostra regione. Come la politica regionale favorirà il raggiungimento di questo obiettivo? «Esercitando il suo peso per cercare di soddisfare i bisogni di quanti visitano il Veneto, per trarre da esso un momento di crescita della propria conoscenza, del proprio essere o della propria storia. Sono personalmente impegnato in questo e intendo proseguire nella strada tracciata di sinergica collaborazione, di discernimento prospettico, di diversificazione operativa e di visitabilità dell’intero territorio regionale». VENETO 2011 • DOSSIER • 41


XXXXXXXXXXXLA CULTURA VALORIZZARE

Verso una regione metropolitana Secondo Roberto Daneo la candidatura di Venezia e del Nord Est a capitale europea della cultura ha senso «nella misura in cui riuscirà a innescare, su un terreno già fertile, processi di stimolo dell’industria culturale e della creatività» Michela Evangelisti

«U

n grande evento deve essere parte integrante di un piano strategico di sviluppo del territorio». È la prima raccomandazione che emerge dalla ricerca condotta da Roberto Daneo. Nel suo studio di fattibilità per il Nord Est capitale europea della cultura 2019 ha raccolto una serie di informazioni preliminari necessarie ad avviare con successo un’ipotesi di candidatura, oltre a stilare una prima stima delle ricadute economiche, occupazionali e di sviluppo per il territorio e individuare possibili strategie per massimizzare l’eredità dell’evento. Ora la palla passa al comitato promotore, al quale spetta il compito di elaborare il vero e proprio dossier di candidatura. Come valuta l’opportunità di una candidatura che abbracci tutto il Triveneto? «La scelta di una candidatura estesa

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Roberto Daneo, curatore dello studio di fattibilità per il Nordest capitale europea della cultura 2019

a un territorio sovraregionale ha dei precedenti significativi: Lussemburgo e la Grande Regione, nel 2007, è stata addirittura una capitale della cultura sovra-nazionale, che ha coinvolto un territorio di oltre 65.000 chilometri quadrati con 11 milioni di abitanti. La stessa candidatura di Essen, una delle tre capitali del 2010, richiama nello stesso claim l’intera regione della Ruhr. Ospitare la capitale europea può diventare strategico per il Nord Est». In che modo? «Si tratta non solo di un evento capace di incidere sui flussi turistici e sulla programmazione culturale,

ma di un vero e proprio “evento promozionale”, utile ad affermare nel mondo la dimensione creativa del Triveneto, proponendolo come una delle “capitali regionali di innovazione” in grado di competere alla pari con le altre capitali di secondo livello. È in questo ambito che va individuata quindi la strategia di candidatura del Nord Est: un evento come la capitale europea della cultura ha senso nella misura in cui riuscirà a innescare processi di stimolo dell’industria culturale e della creatività, che trova nel Nord Est terreno fertile e livelli di eccellenza, soprattutto se supportato da adeguate politiche di accompagna-


Roberto Daneo

11mln TURISTI L’aumento di presenze previsto nel 2019 nel caso in cui Venezia e il Nordest vengano designate capitali europee della cultura

41mln INVESTIMENTI Budget medio operativo previsto per la realizzazione dell’evento

mento. La capitale europea su un territorio come il Triveneto può rafforzare la visione strategica di una regione metropolitana». Ma come coinvolgere in concreto un territorio così vasto? «Io ho immaginato di costruire una rete metropolitana, con 14 linee, ognuna dedicata a un particolare segmento artistico culturale, e dei nodi di interscambio rappresentati dai poli di eccellenza (Venezia ma anche Verona, Padova, Vicenza, Udine, Trieste). Il vantaggio di una

proposta così articolata è che incentiva visite plurime». Parlando strettamente di ricadute turistiche, che stime si possono formulare? «Le sole ricadute turistiche si aggireranno attorno agli 11 milioni di presenze aggiuntive per il 2019 e produrranno un effetto moltiplicatore significativo su produzione, valore aggiunto e occupazione. Una delle condizioni di base, però, è la disponibilità di servizi di trasporto: è un invito affinché si prov-

veda, nel Nord Est, allo sviluppo di connessioni e servizi più efficienti fra i diversi poli regionali. Si tende poi a sottovalutare il gettito fiscale; un grande evento significa Iva e imposte indirette pagate su tutti i consumi, più lavoratori che pagano l’Irpef, aumento dell’utile delle imprese e quindi dell’imposta sul reddito delle società. Ci guadagnano lo Stato e gli enti percettori di imposte a vario titolo». L’evento avrà anche un impatto considerevole a livello sociale e ambientale. «Di certo porterà con sé la creazione di un bacino di volontari, esperti nella realizzazione di grandi eventi, che rimarranno a disposizione del territorio anche per eventi futuri, il miglioramento complessivo dei servizi al cittadino e al visitatore, la realizzazione di strategie di inclusione sociale attraverso la facilitazione di accesso ai programmi culturali e lo sviluppo di progetti per combattere fenomeni di disagio giovanile. Ovviamente poi oggigiorno non si può organizzare un grande evento senza immaginare che sia a impatto zero; occorreranno quindi una consulta ambientale e una valutazione strategica preventiva, per studiare anche eventuali soluzioni compensative o che mitighino l’impatto, nella direzione del protocollo di Kyoto». A quanto ammonteranno, invece, gli investimenti necessari a realizzare un evento del genere? «Ho ipotizzato due scenari: uno medio, che prevede un budget VENETO 2011 • DOSSIER • 43


XXXXXXXXXXXLA CULTURA VALORIZZARE

Mettere in rete le proposte culturali che già esistono è la ricetta per la stesura di un programma complessivo

operativo di 41 milioni di euro, e

uno elevato, che ne prevede 89. Non sono stati considerati in questa sede costi infrastrutturali, avendo immaginato di non dover ricorrere a investimenti specifici in tal senso: tuttavia, i grandi eventi rappresentano tradizionalmente un’opportunità di catalizzare investimenti o di accelerarne la realizzazione, soprattutto in un contesto di contrazione delle spese, quale quello attuale. Per il Nord Est rappresenta in particolare un’occasione per migliorare ulteriormente l’assetto complessivo dell’accessibilità sul territorio, per quanto riguarda il sistema viabilistico, ferroviario, aeroportuale e di trasporto pubblico locale». Come massimizzare le ricadute? «Molto utile può essere un uso efficace degli strumenti informativi per sensibilizzare le imprese, a partire da quelle del territorio, man mano che vengono pubblicati i bandi per l’affidamento dei

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contratti. Se le associazioni di categoria possono trasferire ai propri associati in tempo reale tutti i bandi pubblicati ci guadagna l’intero sistema; a parità di condizioni, visto che i bandi viaggeranno su un livello europeo, che almeno le imprese italiane siano messe con tempestività nella possibilità di partecipare». Dall’analisi di altri eventi simili ospitati di recente in Italia, quali insegnamenti si possono trarre? Cosa è meglio fare e cosa evitare? «Mi piace soprattutto evidenziare gli esempi da seguire; nel mio studio ho preso come riferimenti Genova 2004, l’ultima capitale europea della cultura ospitata in Italia, e Torino 2006, l’ultimo grande evento culturale che ha avuto luogo nel nostro Paese. Quest’ultimo ha potuto contare su un sistema di governance forte, con una cabina di regia che è stata in grado di risolvere mille problemi. In questo caso poi il coinvolgimento delle imprese attraverso i sistemi informativi, a cui accennavo prima, ha funzionato alla perfezione. Genova, invece, ha saputo lavorare

molto bene con tutte le associazioni culturali della città, facendosi inviare idee e progetti, dando così un bell’esempio di governance dal basso, in cui tutti si sono sentiti coinvolti. Due città in profondo declino industriale sono state riposizionate sulla mappa geografica e sono diventate mete turistiche conosciute. Nelle 100 top destination del mondo Torino è comparsa accanto a Roma, Firenze e Venezia: una scommessa impensabile fino a 15 anni fa». Pensa, infine, che Venezia e il Nord Est partano in qualche modo avvantaggiati in questa gara? «Il maggior vantaggio del Nord Est è che esiste già un ricco patrimonio di proposte culturali, di festival della lirica, della letteratura, del teatro, della danza, di mostre, di fondazioni che operano sul territorio. Mettendo in rete (e qui sta il vero nodo della governance: formare dei tavoli con tutte le istituzioni del territorio) tutto ciò che già esiste, le risorse ordinarie, dandosi magari un fil rouge, è possibile arrivare con più facilità alla stesura di un programma complessivo».


Giuliano Segre

Venezia ora deve pensare europeo «Non quantità, ma qualità e al servizio di un’idea epocale: l’Europa come un tutto». Così Giuliano Segre legge la candidatura di Venezia a capitale europea della cultura. «La Fondazione ha dato l’impulso e continuerà a fornire il suo apporto» Michela Evangelisti

n’idea profonda, un progetto creato per l’occasione, che non si fermi alla mera ostentazione dei “muscoli culturali” veneziani. Ecco cosa occorre, secondo Giuliano Segre, perché la candidatura di Venezia a capitale europea della cultura per il 2019 non si riduca a un semplice esercizio di stile che la vedrebbe sconfitta in partenza. Perché che Venezia sia già una capitale mondiale della cultura è un fatto. «Quando vi si svolgono, da una nostra rilevazione, mediamente 56 eventi al giorno, cioè oltre 20 mila eventi temporanei l’anno, avvertiamo che essa difficilmente ha eguali al mondo», commenta il presidente della Fondazione di Venezia. Ma la candidatura a capitale europea della cul-

U

tura ha un senso davvero diverso. Quale, presidente? «Il 2019 è una meta straordinaria perché obbliga a rileggere il dato numerico in senso opposto. Non quantità, ma qualità e al servizio di un’idea epocale: l’Europa come un tutto. In questo senso è necessario seguire fedelmente il bando dell’Unione Europea, per il quale “l’atto di candidatura contiene un progetto culturale di dimensione europea”. Così viene avanti una candidatura che coinvolge tutto il Nordest, con una forte integrazione e cooperazione tra i vari soggetti interessati, volta alla valorizzazione di esperienze diffuse rispetto a quella veneziana, ma complementari e funzionali al progetto. E poi analoghe esperienze in passato hanno dimostrato che il giro di affari potrebbe raggiungere il miliardo di euro. Il che non fa certo dispiacere». In che modo la Fondazione di Venezia sta prendendo e prenderà parte attivamente al progetto?

Giuliano Segre, presidente della Fondazione di Venezia

«A cavallo tra il 2009 e il 2010 sono stati svolti su nostro impulso studi e analisi, in collaborazione con il Comune e la Provincia di Venezia, finché è stato costituito il comitato fondatore per la candidatura. Il tempo a nostra disposizione non è tanto, visto che i governi dovranno scegliere la città vincitrice entro il 2013. Noi abbiamo un punto di partenza ineguagliabile, come Venezia. Che è essenziale non in sé, bensì come fulcro metropolitano di tutte le pulsioni culturali del territorio e che ora deve pensare europeo. Un contributo fondamentale, in questo senso, l’ha dato l’Ocse con la Territorial Review su Venezia metropoli, presentata sul finire dell’anno scorso. La Fondazione di Venezia ha promosso l’iniziativa, VENETO 2011 • DOSSIER • 45


XXXXXXXXXXXLA CULTURA VALORIZZARE

Oggi chi presidia il ministero competente in materia dimostra di avere progetti assai più efficienti del passato

facendosene carico sia economica- cui successo è stato riconosciuto zione di Venezia stessa ha erogato mente sia collaborando per le necessità scientifiche e organizzative del lavoro. E pensare metropolitano può aiutare a portare avanti la candidatura. La Fondazione continuerà a dare il suo apporto scientifico e – se richiesto – anche organizzativo». La Fondazione ha sostenuto la presenza di Venezia all’Expo di Shanghai e fa parte del comitato per la partecipazione della città all’Expo di Milano del 2015: nei progetti messi in campo per questo genere di iniziative, quali caratteristiche si rivelano vincenti? «Il tema cruciale è la costruzione di un’idea-progetto che renda fattivo e convincente l’accordo istituzionale intervenuto fra governi locali di varia estrazione politica. L’arma vincente non può che essere un reale spirito di squadra (come quello che ha animato i soggetti che hanno fatto parte del comitato Venezia Expo a Shanghai 2010, il

46 • DOSSIER • VENETO 2011

da tutti), al quale conviene richiamare tutte le capacità disponibili, anche con confronti internazionali di qualità». I modelli gestionali per l’economia della cultura guardano con sempre maggiore interesse alla finanza privata; che ruolo giocano o dovrebbero giocare le imprese e i privati nella tutela e nella promozione del nostro enorme patrimonio? «Il nostro paese è sempre sotto standard nella spesa pubblica per le attività e i beni culturali. Oggi chi presidia il ministero competente in materia dimostra di avere progetti assai più efficienti del passato: ma la sfida di Giancarlo Galan (che fra parentesi è veneto, conosce bene queste terre e dovrà accompagnarci con forza nel percorso per il 2019), non è tanto quella di trovare denaro ulteriore, quanto piuttosto di modellare un progetto che coinvolga anche molti altri protagonisti. La Fonda-

nel campo dei beni e delle attività culturali, tra il 1993 e il 2010, oltre 45 milioni di euro. Ma soprattutto è impegnata direttamente in un progetto culturale di vasta scala – la realizzazione di M9, il museo del Novecento, a Mestre – con un investimento di 100 milioni di euro, il cui “rendimento” sarà un vero e proprio salto culturale, che altrimenti non avverrebbe». In generale, quindi, è convinto che la finanza privata possa e debba partecipare allo sviluppo culturale. «Bisogna convenire che il prodotto strettamente culturale non sarà mai il luogo dell’accumulazione capitalista, ma esso merita una considerazione finanziaria più cosciente di quanto avviene oggi, perché forse con la cultura non si mangia (ma non è mica tanto vero), tuttavia essa produce i presupposti per far mangiare i nostri figli. L’intera storia dell’Italia lo dimostra».


VALORIZZARE LA CULTURA

Non solo San Marco A Venezia patrimonio artistico e grandi eventi culturali attraggono sempre più turisti. Ora, commenta l’assessore Roberto Panciera, occorre insistere nella creazione di itinerari alternativi: «Molte aree meritano di essere conosciute e visitate con più attenzione» Michela Evangelisti

«L

48 • DOSSIER • VENETO 2011

FLUSSI TURISTI PROVINCIALI PRIMO SEMESTRE 2011 Movimento annuale per mese - Anno 2011 ARRIVI

PRESENZE

Gennaio

187172

433269

Febbraio

271046

588704

Marzo

386042

916686

Aprile

621359

1524836

Maggio

719044

2143856

Giugno

1230643

5981427

TOTALE

3415306

11588778

Elaborazioni della Regione Veneto Direzione Sistema Statistico Regionale su dati Istat - Regione Veneto

a cultura rappresenta in Italia il 5% del Pil. Venezia contribuisce fortemente a questo risultato, grazie ai tanti eventi culturali, permanenti e occasionali, che trovano un prestigioso palcoscenico nella nostra città e che rappresentano uno straordinario attrattore di turismo. Un turismo di qualità». Così Roberto Panciera, assessore comunale al turismo, alla promozione della città, delle sue tradizioni e manifestazioni storico culturali, commenta le ultime cifre relative agli arrivi e alle presenze turistiche a Venezia. La crescita del mercato è ripresa a doppia cifra: il primo semestre dell’anno si è infatti chiuso complessivamente con un +16,8% di arrivi e un +12,6% di presenze. «Forse mai come in questi ultimi anni – precisa l’assessore – la città ha preso coscienza dello straordinario volano economico che la cultura può rappresentare». Su quale strada occorre dunque proseguire? «Si tratta di continuare nella direzione imboccata, creando una programmazione congiunta e una comunicazione integrata dell’offerta culturale della città. Ed è ciò che stiamo cercando di fare in questo secondo anno di amministrazione».


Roberto Panciera

Roberto Panciera, assessore comunale di Venezia al turismo, alla promozione della città, delle sue tradizioni e manifestazioni storico culturali

Forse mai come in questi ultimi anni la città ha preso coscienza dello straordinario volano economico che la cultura rappresenta

Venezia capitale europea della cultura 2019: quali sono le possibili ricadute per la città e che strategie mettere in campo per massimizzarle? «Dobbiamo fare sistema, ma ritengo che Venezia sia la più autorevole candidata. Le ricadute occupazionali collegate allo sviluppo dell’offerta culturale sono già sotto gli occhi di tutti in città, ma la potenzialità inespressa penso sia ancora notevole. Dobbiamo comunque puntare su un’offerta di qualità, selezionando le proposte con grande attenzione e cercando di distribuire gli eventi nei dodici mesi dell’anno». Rispetto alle “rivali” Venezia ha dalla sua il fatto di essere già una capitale della cultura: su quali aspetti punterete nella presentazione della candidatura? «È stato nominato dal sindaco Orsoni un comitato scientifico per Venezia capitale europea 2019, con a capo Innocenzo Cipolletta, e un

direttore di candidatura, Maurizio Cecconi, imprenditore e assessore negli anni Ottanta. Entrambi hanno iniziato da poco il loro lavoro: attendiamo le proposte nei prossimi mesi». Venezia è spesso presa d’assalto dai turisti, con code lunghissime e parcheggi esauriti. Più volte lei ha rimarcato come sia una città fragile: come dovrà attrezzarsi dal punto di vista logistico, infrastrutturale e ricettivo per accogliere una manifestazione come questa? «Il fascino di Venezia e la sua unicità stanno anche in quella fragilità che è percepita da tutti i nostri ospiti o, comunque, da una gran parte di essi. Sta a noi far conoscere meglio la città prima di visitarla e lo stiamo facendo con la rete, con il web, essendo già oggi disponibile sul portale informativo-turistico della città (Venice Connected) la visita virtuale street level anche dall’acqua. Dobbiamo insistere nella creazione di itinerari turistico-cul-

turali alternativi, per distribuire meglio i milioni di turisti che annualmente vogliono visitare la nostra città. Molte aree cittadine, anche dell’arcipelago veneziano, meritano di essere conosciute e visitate con più attenzione di quanto non si faccia oggi. Venezia non può essere ridotta al semplice tratto piazza San Marco - ponte di Rialto. Venezia è molto, molto di più». Nella candidatura Venezia porta con sé un territorio vasto: quali scambi culturali già sussistono tra la città lagunare e l’area che la circonda e come si potranno intensificare? «Penso ad una grande sinergia tra i territori veneti, che hanno molte ricchezze culturali. La regia dovrà pero restare nelle mani di Venezia, che da sempre fa da traino per l’intera regione e che detiene un patrimonio di inestimabile valore di cui tutti si devono sentire responsabili, anche in termini di salvaguardia fisico-architettonica». VENETO 2011 • DOSSIER • 49


ASSET STRATEGICI

In cantiere una nuova idea di sviluppo n autunno il Veneto darà il via ad alcune riforme economiche con l’obiettivo di ridurre la burocrazia, promuovere nuove strategie di aggregazione e razionalizzare l’erogazione dei contributi alle imprese. Da mesi gli industriali locali chiedono alla politica un forte segnale di discontinuità e questi provvedimenti, frutto di un faccia a faccia con le parti coinvolte, vogliono recuperare un dialogo messo a dura prova anche dalle tensioni che hanno preceduto l’approvazione della manovra. Ma l’assessore all’Economia Marialuisa Coppola precisa che non è mai mancata la capacità di tendere l’orecchio alle esigenze dell’economia regionale. «Ogni idea progettuale – afferma – viene rielaborata sulla base degli input che raccolgo sul territorio dagli operatori economici e dalle loro rappresentanze per poi venire analizzata e approfondita da appositi gruppi di lavoro composti da tecnici degli uffici regionali ed esperti appartenenti a enti e istituzioni locali. In questo modo si tende non solo a concordare obiettivi e metodi fin dalle prime fasi, ma anche a foca-

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Per dare slancio al territorio, le imprese venete chiedono alla politica locale un segnale di discontinuità: la Regione risponde con un piano di interventi che rinnovano il “classico” concetto di aggregazione e puntano alla banda larga. Ne parla l’assessore all’Economia, Marialuisa Coppola Paola Maruzzi

lizzare su un tema comune le diverse competenze tecniche disponibili. È questa la modalità con cui stiamo lavorando alla revisione della legge regionale sui distretti». Tra le novità c’è la riforma dei “classici” distretti regionali, considerati troppo numerosi: come andrà riconfigurata l’aggregazione delle pmi per essere al passo coi tempi? «Abbiamo individuato tre diverse tipologie di aggregazione che rappresentano l’ossatura della prossima legge regionale di riforma dei distretti: i “distretti industriali” rappresentati da aggregazioni di imprese a forte vocazione manifatturiera, chiaramente distinguibili per la territorialità della produzione e la storicità della loro attività; le “aggregazioni di imprese”, cioè quei gruppi di imprese non ascrivibili ai distretti, ma comunque caratterizzati dalla presenza di una spiccata forma di collaborazione tra aziende finalizzata alla promozione di iniziative comuni in diversi ambiti.

Queste aggregazioni dovranno avere una specifica forma giuridica, quindi associazioni temporanee di imprese o con-


Marialuisa Coppola

sorzi, con l'obiettivo di valorizzare la promozione di progetti mirati ad aumentare la competitività delle imprese. Infine, ci sono le “reti innovative regionali”, ovvero aggregazioni tra imprese che coinvolgono più settori produttivi, anche eterogenei tra di loro, ma collegati dal carattere dell’innovazione con particolare riferimento ai parametri di Europa 2020. L’obiettivo è

quello di valorizzare la ricerca e l’alto livello di innovazione che caratterizza le imprese che ne fanno parte. Anche per questo tipo di reti non tradizionale si prevede la possibilità di un riconoscimento regionale e il sostegno delle loro iniziative sia in Italia che all’estero». Il vincolo numerico delle imprese aggregate (100-200 unità) non sarà più deter-

minante per beneficiare dei finanziamenti regionali, ma si guarderà ai progetti. A chi spetterà il compito di valutare che un progetto sia innovativo? «La Regione ha maturato una lunga esperienza nella valutazione dei progetti di impresa, anche di tipo innovativo, sia all’interno delle proprie strutture sia presso le proprie agenzie di settore. Nel dettaglio poi si dovrà far riferimento agli specifici strumenti di agevolazione che verranno attivati a favore delle nuove progettualità, avendo sempre ben presente la necessità di adottare la

massima semplificazione possibile delle procedure di accesso, altro rilevante tema a cui stiamo lavorando». Quali altri “premi” e benefit darà la Regione per spingere le pmi a fare squadra e innovarsi? «Parallelamente stiamo operando con profitto per individuare le ulteriori risorse attivabili a favore delle nostre imprese, pur con le difficoltà determinate dalle crescenti ristrettezze dei bilanci pubblici. Marialuisa Coppola, Cito a titolo di esempio il assessore prossimo accordo che firme- all’Economia e Sviluppo, ricerca remo con Cassa depositi e pre- e innovazione stiti per l’attivazione del Fondo del Veneto regionale per l’impresa». Mentre in molti Paesi europei la banda larga è una realtà, secondo la mappatura fatta da Telecom sono ancora tanti i Comuni italiani tagliati fuori dalla rete. Come spiega questo ritardo e quanto possono essere determinante i governi locali per farvi fronte? «I motivi di questa arretratezza sono molteplici, non da ultima la conformazione geografica dei nostri territori e la relativa lentezza, rispetto ad altri Paesi, con cui gli utenti nel tempo si sono avvicinati alla rete. La Regione punta con forza sul sostegno alle amministrazioni locali il cui ruolo è fondamentale per attuare il necessario sviluppo. Ne è buon esempio il progetto regionale “piano di sviluppo della banda larga”, attivato in collaborazione con il ministero dello Sviluppo economico - che in questi mesi ha visto l’avvio dei primi cantieri - VENETO 2011 • DOSSIER • 53


XXXXXXXXXXX INNOVAZIONE ASSET STRATEGICI

e di cui fa parte il recente prov-

10 mln FONDI

È l’investimento, per metà regionale per metà ministeriale, per favorire lo sviluppo della banda larga tra le pmi venete

280

INTERVENTI È quanto previsto dalla Regione per portare sul territorio del Veneto la banda larga di ultima generazione

vedimento adottato dal mio assessorato per lo sviluppo della banda larga a favore delle pmi operanti nei distretti produttivi veneti. Si tratta di un intervento per una spesa complessiva di oltre 10 milioni di euro, di cui cinque messi a disposizione dalla Regione e altrettanti dal Ministero». Il Veneto si è proposto di colmare il digital divide entro il 2013. Le linee istallate saranno di nuova generazione (20 mega) oppure gli imprenditori dovranno accontentarsi di 2-7 megabit? «Le questioni relative alla capacità massima delle linee sono prevalentemente tecniche. Fatto salvo l’obiettivo di dotarsi di una infrastruttura efficiente, la tipologia di linea dipende anche dal numero di utenze attivabili sulla tratta. È evidente che le linee di nuova generazione consentono la massima efficienza soprattutto

54 • DOSSIER • VENETO 2011

per l’utenza business». A parte il supporto infrastrutturale, con quali mezzi la Regione intende favorire una cultura d’imprese digitale, spingendo per esempio sulle virtual enterprise? «La Regione si sta operando a sostegno non solo dei progetti infrastrutturali, ma anche in altri ambiti tipici dell’impresa digitale. Ricordo a titolo d’esempio il recentissimo bando per la concessione di contributi a fondo perduto destinati a diffondere lo sviluppo di servizi basati sul modello del cloud computing fra le im-

prese del software e dei servizi informatici, con una dotazione di risorse di quasi 2,7 milioni di euro, e l’iniziativa P3@, che ha visto finanziati 160 comuni con 1,5 milioni di euro per la diffusione nel territorio della cultura digitale». In tema di grandi opere, Confindustria Veneto ha ribadito la necessità che venga realizzata l’alta velocità Milano-Venezia, ricordando gli impegni presi dal governo e dalle istituzioni competenti. Cosa risponde? «Non posso che dichiararmi d’accordo con Confindustria Veneto sulla rilevanza per il nostro territorio del progetto dell’alta velocità Milano-Venezia. Non è immaginabile che un territorio dinamico come il Veneto rimanga escluso dalla rete dell’alta velocità. Mi auguro che le problematiche relative alle fonti di copertura finanziaria dell’opera, recentemente evidenziate dal Ministero, possano venir risolte nel più breve tempo possibile e siamo impegnati a ogni livello istituzionale affinché si possa dare piena attuazione a un progetto strategico per lo sviluppo della nostra Regione».


ASSET STRATEGICI

Spallata al digital divide con la banda larga

H

56 • DOSSIER • VENETO 2011

Francesca Druidi

guarda le infrastrutture immateriali, in particolare banda larga e autostrade informatiche? «Le ragioni sono infrastrutturali, storiche, relative a mancati investimenti innanzitutto da parte del monopolista e successivamente da parte dello Stato, in quanto si parla di infrastrutture finanziate dal pubblico. Non c’è stata lungimiranza negli anni passati: il Veneto si trova a gestire questo gap che la posiziona attorno al 6-7° posto in Italia quando, invece, è la seconda regione in termini di Pil. Ora che è partita la tranche iniziale dei primi 40 milioni di euro del Piano Romani, l’umore dovrebbe sensibilmente cambiare, iniziando a produrre fatti concreti. Era, del resto, un anno e mezzo che facevamo pressione sul ministero dello Sviluppo economico e sulla Regione; abbiamo, inoltre, redatto una lista di priorità delle aree industriali interessate, provincia per provincia». Quali sono le principali azioni che vi vedranno impegnati a breve? «Abbiamo svolto un roadshow, articolato in sette puntate, provincia per provincia, dal titolo Veneto Digitale, partendo da un assunto: il problema non è solo il ritardo della Pa, del governo o della Regione, ma anche degli imprenditori. In base a un’indagine effettuata da Con-

Antonio Scattolon

a preso il via il 18 luglio scorso a Villanova di Camposampiero, in provincia di Padova, la posa della fibra ottica per la banda larga in Veneto. L’avvio dei cantieri rappresenta un segnale importante poiché dota la regione, e in particolare le sue realtà produttive, di uno strumento per diventare ancora più competitive e rimettersi al passo con le evoluzioni dettate dall’era digitale. «Ad aprile il vicepresidente della Regione, Marino Zorzato, promise che entro luglio sarebbe partito il primo cantiere per la banda larga – ricorda Gianni Potti, presidente di Confindustria Servizi innovativi e tecnologici del Veneto – e devo dare atto alla politica di essere stata di parola. Un centinaio di cantieri parte a settembre e nell’arco di sei mesi dovrebbero tutti andare a completamento». D’altronde, il ritardo del Veneto sul fronte delle infrastrutture digitali è concreto e tangibile: attualmente, secondo i dati di Confindustria, la banda larga Adsl 2 mega non copre che il 50% del territorio regionale. Ma non si tratta solo di un problema “fisico”. Quali i motivi del gap veneto per quanto ri-

L’inaugurazione dei cantieri per la banda larga è un passo concreto della Regione Veneto per accelerare lo sviluppo del territorio. Ne commenta i principali aspetti Gianni Potti, presidente di Confindustria Servizi innovativi e tecnologici del Veneto

A fianco, Gianni Potti, presidente di Confindustria Servizi innovativi e tecnologici del Veneto. Nella pagina seguente, l’avvio, il 18 luglio scorso, del cantiere per la banda larga in Veneto a Villanova di Camposampiero


Gianni Potti

findustria Veneto, a ostacolare l’impiego della broadband sono i costi giudicati eccessivi e la mancanza di infrastrutture, ma il dato più significativo è che il 61% degli imprenditori di realtà non digitali ha dichiarato di non sapere cosa farsene della banda larga. Emerge, quindi, la necessità di trasferire all’interno della classe imprenditoriale questa cultura d’impresa. Inoltre, prima dell’infrastruttura, pre-condizione indispensabile affinché l’informazione possa correre, vengono i contenuti». Come vi state muovendo in questo senso? «In primis, la Regione Veneto ha indetto un bando per la concessione di contributi per lo sviluppo di servizi basati sul modello del cloud computing rivolti al mercato delle piccole e microimprese. È la prima regione italiana a farlo, e questo spingerà molte aziende informatiche a investire sul cloud computing. Abbiamo poi assegnato a ogni provincia un settore di grande impatto sociale, come sanità, mobilità, turismo, energia, istruzione, e presto vareremo dei progetti come nostro contributo allo svecchiamento del sistema sul tema dei contenuti delle reti digitali. Parallelamente ci concentreremo sul mondo manifatturiero veneto, continuando a trasmettere l’importanza di investire in Ict e Tlc». In che modo i servizi tecnologici possono

rendere più competitiva un’azienda? «Ad esempio, per quanto riguarda le vendite on line di prodotti, in Italia siamo al 10% - il Veneto si attesta attorno all’8-9% - mentre in Germania si raggiunge il 40%, e non solo con il turismo, nel Regno Unito addirittura il 45%. Abbiamo un gap da recuperare, ma esistono potenzialità incredibili per le nostre imprese. Chiaro, bisogna avere la banda larga garantita e sviluppare i processi che ne conseguono, però conto sul proverbiale spirito veneto perché la regione nel prossimo futuro non giochi più di rimessa». Nel complesso, qual è il rapporto delle imprese venete con le opportunità fornite dalle tecnologie digitali? «È un campo ancora tutto da esplorare. La voglia c’è, l’interesse pure. Si fa inevitabilmente più fatica a far breccia nelle generazioni di imprenditori più navigate e, in questo senso, sarà determinante il passaggio generazionale, ma sono sufficientemente ottimista sul recupero della regione. L’avvio dei cantieri è un segnale importante, e vigileremo nei prossimi mesi affinché tutto proceda senza intoppi. L’obiettivo è, inoltre, quello d’interloquire con gli operatori nazionali, ma anche con quelli locali: vogliamo mettere tutti nelle condizioni di competere». VENETO 2011 • DOSSIER • 57


ASSET STRATEGICI

Riqualificare la spesa pubblica per favorire l’innovazione «Se si digitalizzano il caos e la burocrazia, si ottengono caos e burocratismi digitalizzati». Davide Giacalone spiega cosa funziona e cosa, invece, non va nello scenario italiano delle politiche d’innovazione, tra imprese e pubblica amministrazione Francesca Druidi lcune innovazioni italiane hanno profondamente cambiato il volto del mondo così come lo conosciamo oggi. A evidenziarlo è il progetto “Italia degli Innovatori”, presentato dal governo in occasione dell’Expo di Shanghai, con l’obiettivo di dar lustro alle eccellenze tecnologiche del nostro paese. «Quando abbiamo raccolto in un video la carrellata delle più rilevanti innovazioni italiane, inserendovi la plastica, gli elicotteri, il motore a scoppio, non pochi sono rimasti stupiti. Fra gli stranieri, ma anche fra i connazionali» ricorda Davide Giacalone, presidente dell’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione. Perché «l’Italia è un paese ad alta propensione e capacità innovativa, sebbene ami raccontare di sé il contrario». Vuoi per un atteggiamento dei media vuoi perché sono soprattutto le pmi a creare innovazione, «per cui tendono più a operare che non a far parlare di sé», di questo tema in Italia se ne parla troppo poco. E resta un limite: «Non si premia come si dovrebbero il merito e l’intrapresa». Pa e innovazione tecnologica sono strettamente legate fra loro. Quanto manca a un’effettiva e-Government? «Ci sono due aspetti da considerare. Da una parte, c’è la pubblica amministrazione come controparte di imprenditori e innovatori e, in questo caso, più che legarsi all’innovazione la

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lega, nel senso che la rende più difficile. Ancor più dell’enorme pressione fiscale, quel che svantaggia le imprese italiane è la pressione burocratica. Poi c’è la Pa quale motore d’innovazione e qui si deve osservare che, laddove le cose sono state fatte bene, sono cittadini e aziende a seguire troppo lentamente. Vuoi per scetticismo, vuoi per cattiva informazione, ma dalle scuole alla motorizzazione civile, ci sono prodotti e-gov che ci collocano ai primi posti fra i paesi Ocse, salvo il fatto che siamo fra gli ultimi, in Europa, per il loro utilizzo reale. Sono convinto che la riduzione burocratica e l’innovazione, in ogni caso, passino attraverso una progressiva esternalizzazione della spesa pubblica, riconsegnando energie e libertà al mercato». Come promuovere una più sinergica integrazione tra sistema della ricerca e sistema produttivo? «Gestendo in modo diverso la spesa pubblica, che non solo va compressa, ma assai riqualificata. Esistono esempi concreti: si è spesa molta ricchezza per la digitalizzazione della giustizia, ma la si è dispersa in un labirinto infinito di spezzettature amministrative. Si deve, invece, centralizzare ed esternalizzare, chiedendo ai gestori privati di


Davide Giacalone

A sinistra, Davide Giacalone, presidente dell’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione

disporre del risultato, non all’amministrazione pubblica d’inseguirlo. La stessa cosa vale per la scuola: digitalizzare insegnamento e libri di testo fa compiere un salto culturale al Paese e permette enormi risparmi. Ma, anche qui, si deve centralizzare e coinvolgere il mercato, non incaponirsi nel far passare tutto attraverso l’amministrazione interna. Se si digitalizzano il caos e la burocrazia, si ottengono caos e burocratismi digitalizzati. Pessimo risultato, oltre che molto costoso. Ciò consentirebbe di far arrivare denaro fresco e vero alle tante piccole e medie aziende innovative, capaci di produrre sistemi e programmi a costi di gran lunga inferiori a quelli oggi praticati dalle multinazionali del settore». In base ai progetti effettuati dall’Agenzia, si rileva disomogeneità tra le regioni

italiane sul fronte della loro capacità innovativa? «La frammentazione crea casi d’eccellenza e molte sovrapposizioni, il che non giova. Noi, però, abbiamo provato a collaborare con tutti, almeno con tutti quelli che erano disponibili, e a rivolgerci direttamente agli innovatori. Il programma “Italia degli Innovatori” ha avuto successo, ha creato occasioni reali di lavoro, ha portato in giro un’immagine diversa dell’Italia. E, per accedervi, non si deve fare altro che registrarsi sul sito: gratis e senza alcuna formalità». C’è una diretta correlazione tra diffusione della banda larga e sviluppo economico? «La banda larga è certamente un’infrastruttura di sviluppo. Il fatto che l’Italia sia indietro, e di molto, nelle infrastrutture di trasporto e nella logistica non è un buon motivo per accumulare ulteriori svantaggi. Telecom Italia sostiene che la rete attuale non ha raggiunto la saturazione, sicché l’ostacolo sarebbe più teorico che reale. Credo si possa dire: la rete attuale non potrà essere quella del futuro prossimo. L’Italia ha iniziato gli anni Novanta con una rete all’avanguardia, ora ne abbiamo una di retroguardia. Paghiamo il prezzo, assai elevato, di una dismissione fatta come peggio non si sarebbe potuto. Si prenda il caso del Veneto, zona ricca, capace di crescere e, quindi, di generare ulteriore ricchezza. Dotarla di linee veloci dovrebbe essere un affare, da realizzarsi in concorrenza. Invece, si è presa la rete come un modo per campare di bollette. Gli errori si pagano, il guaio è che paga chi non li ha commessi». VENETO 2011 • DOSSIER • 59


XXXXXXXXXXX ASSET INNOVAZIONE STRATEGICI

Giovani idee sotto lo stesso tetto «Ci sono due tipi di innovazione: una incrementale, che procede a piccoli passi, e una radicale, che irrompe sul mercato. Noi prediligiamo quest’ultima». Francesco Giacomin, presidente della fondazione la Fornace, racconta cosa accade dentro il primo incubatore della Marca Trevigiana Paola Maruzzi

ipristinata grazie a un investimento di circa 10 milioni di euro tra capitali pubblici e privati, l’ex Fornace di Asolo, in provincia di Treviso, è oggi a metà strada tra passato industriale e incubatore di gio-

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vani idee. Attualmente sono trenta le start up ospitate, «venti si sono insediate fisicamente, dieci virtualmente», spiega il presidente della Fondazione, Francesco Giacomim, «ma i servizi messi a disposizione sono gli stessi». Presentare un progetto

innovativo è la conditio sine qua non per accedere al network. Nessun vincolo sul tipo di attività, anche se non si può nascondere una certa predisposizione per il design e la comunicazione avanzata, e nessun limite sull’età. «Ad auto-


Francesco Giacomin

candidarsi o partecipare al bando annuale indetto dalla Provincia di Treviso sono, però, persone dai 30 ai 35 anni, segno che la decisione di mettersi in proprio fa presa su coloro che, pur giovanissimi, hanno maturato dell’esperienza». L’incubazione dura tre anni, eccezionalmente si prolunga a sei, e l’obiettivo è insegnare alle start up a camminare con le proprie gambe, facendo tesoro di un insegnamento: continuare a fare innovazione radicale. Cosa s’intende con innovazione radicale? «Innanzitutto che il progetto ha una forte presenza immateriale: conta il lavoro di testa più che quello manuale. Esistono due tipi di innovazione: quella incrementale, per cui ogni giorno si migliora di poco un aspetto del processo o del prodotto, e quella radicale. In quest’ultimo caso si fa qualcosa di completamente diverso, inusuale, si crea un paradigma nuovo. Per esempio, si utilizza la plastica anziché la stoffa per rivestire qualcosa, si inseriscono nell’auto componenti di artigianato, saltando la logica di serie. Ma l’innovazione radicale può essere anche solo estetica. Penso a chi ha fatto le bottiglie in vetro smaltandole d’oro e nero, oppure all’idea vincente dello Swatch, che per la prima volta ha visto nell’orologio un oggetto da collezione più che un semplice strumento per misurare il tempo. Nel nostro caso, cito un’azienda che fa occhiali su misura e un’altra che ha brevettato gli scuri a comando meccanico-elettrico».

Invece cosa significa approcciarsi all’impresa in modo radicalmente innovativo? «Far incrociare ambiti apparentemente distanti, per esempio guardare il mercato in relazione alle religioni: in fondo anche queste influenzano gli acquisti». Spesso sono le realtà piccole a sperimentare di più. Forse perché non sono costrette a seguire il mainstream? «Il “piccolo” si adatta meglio al mercato, si impegna a dare risposte su misura, si mette a servizio di un ambito più largo di potenziali fabbisogni. Ha quindi più flessibilità e capacità innovativa. Bisogna, però, non fare del piccolo un mito. I rischi sono maggiori, mentre il network può aiutare a recuperare gli svantaggi». Nella Fornace professionisti, spesso giovani, appartenenti ad ambiti diversi lavorano sotto lo stesso tetto. Quale valore aggiunto rappresenta ritrovarsi all’interno di un unico contenitore? «Se, come nel nostro caso, il contenitore è un edificio prestigioso, sapientemente ristrutturato, significa avere maggiori chance con il cliente: la relazionalità è oggi determinante. Il vantaggio di stare insieme riguarda più aspetti. Le imprese incubate si confrontano, le “costringiamo” a farlo durante le riunioni formative e i momenti di verifica. Persino durante le pause ci si ritrova a scambiarsi un’opinione ed è naturale che siano nate collaborazioni. Le start up

sono accomunate dalla stessa situazione psicologica: oltre alla solidarietà generazionale, c’è in tutte quell’ansia di far fronte a un problema, di confidarsi sul rischio e la sfida». Offrite servizi di consulenza. Qual è la difficoltà che si riscontra maggiormente? «C’è la tendenza a sottostimare le problematiche finanziarie legate al credito e al rapporto con le banche e a non considerare, in tutte le sue potenzialità, la ricerca di mercato. Per questo abbiamo deciso di fornire delle consulenze individuali di marketing e di gestione finanziaria».

12.500

Cosa chiedete in cambio? «Le imprese incubate pagano una quota di affitto, che va dai 500 agli 800 euro in base alla grandezza dei moduli. Se, grazie al sostegno di Camera di Commercio e Regione, riusciamo a offrire gratuitamente le consulenze di carattere generale, quelle mirate si pagano, ma le condizioni sono agevolate».

Al centro, Francesco Giacomin, presidente della fondazione La Fornace dell’innovazione

EURO È il finanziamento che la Provincia di Treviso ha messo a disposizione al progetto vincitore per sostenere l’incubazione dell’azienda alla Fornace

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START UP Fanno attualmente parte dell’incubatore la Fornace, che conta 2mila metri quadrati adibiti a uffici, spazi espositivi, sale convegno

VENETO 2011 • DOSSIER • 61


MODELLI D’IMPRESA

Oltre il modello distrettuale, ecco le reti d’impresa Con la progressiva affermazione delle reti d’impresa, s’impone una forma stabile di collaborazione tra aziende che, secondo il docente Enzo Rullani, può generare non solo collaborazione ma anche produttività. Moltiplicando le conoscenze Francesca Druidi a dimensione rilevante per innovare e competere è quella che permette di fare economie di scala nella produzione e nell’uso della conoscenza». A rimarcarlo è Enzo Rullani, docente di Economia della conoscenza presso Tedis, Venice International University. «La “fabbrica” che viene messa in movimento dagli ordini dei committenti in Italia è cinque volte superiore a quella che appare guardando gli addetti o gli impianti direttamente controllati. I 4/5 di questa fabbrica non sono di proprietà, ma sono controllati da altri imprenditori, soprattutto piccoli, che lavorano autonomamente, ma in una condizione di interdipendenza con il committente». Da questo concetto sono nati i distretti e stanno prendendo le mosse reti trans-settoriali e trans-territoriali. Non servono «visioni consolatorie, del tipo small is beautiful, ma è invece importante cercare soluzioni nuove a problemi che sono diventati dal 2000 in poi - diversi da quelli della prima stagione del post-fordismo». Cosa non funziona più oggi del modello distrettuale? Con la caduta del muro di Berlino, il nostro Paese si è trovato a essere un produttore ad alto costo in un mercato diventato, nel frattempo, mondiale, con la presenza di Cina, India, Russia,

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Sotto, Enzo Rullani, professore di Economia della conoscenza presso Tedis, Venice International University

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Est Europa, Brasile, Turchia. In questo nuovo mercato, bisogna innovare sia sul terreno delle conoscenze, che in quello delle relazioni (marchio, logistica, catena di vendita). Bisogna attrezzarsi per investire, assumere rischi, esplorare terreni nuovi nel vasto campo della competizione globale». Quali vantaggi offre alle aziende la forma organizzativa di rete? «Le reti di impresa, e il modello conseguente di impresarete che lavora con una logica di rete anche al suo interno, si propongono oggi in modo nuovo, diverso dal passato, perché è cambiata la loro funzione. Si tratta oggi di adottare strategie collaborative tra imprese che riescono, accettando la reciproca interdipendenza, a investire di più in conoscenze e relazioni di tipo nuovo, facendo rendere, grazie alla rete, gli investimenti realizzati. I vantaggi tipici delle reti sono legati oggi alla possibilità di usare meglio, e in modo più veloce, le conoscenze disponibili e quelle che possono essere prodotte ex novo. Usando diverse leve strategiche». Quali nello specifico? «La prima è la co-innovazione: quando un’impresa vuole realizzare un’innovazione che supera le proprie competenze e capacità, cerca dei partner che apportino al progetto ciò di cui ha bisogno. La seconda leva è quella della reci-


Enzo Rullani

Le reti di impresa si propongono oggi in modo nuovo, diverso dal passato, perché è cambiata la loro funzione

proca specializzazione tra partner. Se due aziende che finora hanno prodotto le stesse cose, magari in concorrenza l’una con l’altra, decidono di mettersi in rete e specializzarsi in due core business da usare in maniera collaborativa e complementare, sono in grado di ottenere vantaggi rilevanti: si dimezza l’investimento in conoscenze e relazioni compiuto da ciascuna; nella stessa misura si riducono i rischi assunti nei processi di innovazione; il bacino di riuso delle conoscenze possedute raddoppia, aumentando i moltiplicatori applicabili alle conoscenze impiegate». Altri vantaggi? «Vantaggi analoghi si ottengono sul terreno della condivisione delle conoscenze e del presidio di tecnologie e brevetti, oltre che di mercati complementari. Insomma, mettersi in rete non serve se non si compiono questi passaggi; ma

una volta che si impara a farli, diventa un vero e proprio affare. Certo, bisogna cambiare il modello di business delle singole imprese rispetto al passato e mettere a punto un sistema efficace di governance delle interdipendenze e dei potenziali conflitti di interessi. Ma, specialmente se i partner sono piccoli, ne vale la pena. Si potranno attuare progetti più difficili e gli investimenti in risorse immateriali renderanno di più». Cosa serve per far funzionare le reti d’impresa? «Abbiamo studiato, con due ricerche varate da Aip (Associazione italiana di politica industriale), un centinaio di casi di reti di impresa. Emerge che la governance delle reti è possibile, ma deve appoggiarsi su alcune condizioni. Prima di tutto, servono la fiducia e la conoscenza reciproca tra i potenziali partner: le reti non nascono da grandi progetti che assemblano partner che VENETO 2011 • DOSSIER • 67


MODELLI D’IMPRESA

non si conoscono, ma da piccole collaborazioni

iniziali, a basso rischio, che permettono di capirsi e stimarsi reciprocamente. Entra poi in campo la leadership di uno o di alcuni personaggi che nelle reti si conquistano la fiducia degli altri, anche perché presidiano l’interesse collettivo della rete prima di quello della loro azienda. Una chance è anche quella di affidarsi a un “terzo”, ad esempio un manager della rete, un “tecnico”, scelto di comune accordo. Il terzo punto di appoggio per una rete è la convenienza». In che misura? «La rete deve presidiare alcune risorse strategi-

Da Luxottica a Benetton, da Geox a Diesel, tutte le imprese leader hanno schiacciato l’acceleratore su globalizzazione e smaterializzazione

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che, non solo perché essa mette insieme risorse tecnologiche, finanziarie e commerciali maggiori di quelle disponibili per i singoli, ma anche perché la rete può avere maggiore reputazione e maggiore potere contrattuale verso banche, fornitori, clienti e Pa. I vantaggi fiscali e di incentivo, che si stanno affacciando all’orizzonte delle reti di impresa, esistono ma devono essere intesi come un incentivo a sperimentare, mettendo alla prova qualche idea di rete che altrimenti resterebbe nel cassetto. Di certo, però, le reti non possono reggere solo sulla base di queste motivazioni estemporanee. Devono avere altri e più solidi fondamenti. Il percorso operativo di una rete, infatti, è sempre piuttosto accidentato: quando arrivano le prime difficoltà, si selezionano le reti che hanno i presupposti per reggere, mentre gli esperimenti poco fondati tendono a sciogliersi». L’economia veneta è storicamente declinata sul modello del distretto. Che tipo di prospettive vede per la regione? «Le maggiori imprese dei distretti veneti stanno compiendo rapidamente le trasformazioni richieste sui fronti della globalizzazione e della smaterializzazione. Da Luxottica a Benetton, da Geox a Diesel, tutte le imprese leader hanno schiacciato l’acceleratore in queste due direzioni. Con le conseguenze del caso: le loro filiere si espandono, a monte e a valle, allargandosi a fornitori e mercati molto diversi da quelli pre-2000; le funzioni in cui si specializzano sono sempre più quelle cognitive e di relazione. Al territorio si chiede di fornire capitale umano qualificato, sistemi di fornitura e di servizi, finanziamenti, infrastrutture, regole e centri di ricerca che siano adatti a queste esigenze, accompagnando così un’evoluzione che richiede investimenti e rischi crescenti non solo da parte delle imprese leader, che fanno da battistrada. Tanti altri soggetti devono investire in questa direzione per andare avanti: non tutti i fornitori lo fanno, non tutti i presidi territoriali si adeguano. Lo sviluppo, dal basso, di reti di impresa è una chance importante per allargare le capacità di innovazione e investimento delle imprese venete, anche nel sistema sempre più articolato della subfornitura».


La ripresa? Questione di pelle Bernardo Finco, rappresentante del distretto vicentino della concia, conferma le difficoltà: «Le aziende hanno imparato a difendersi da sole, ma la sopravvalutazione dell’euro penalizza i ricavi e facilita la concorrenza straniera. Innovazione? L’unica è la proposta continua di prodotti di difficile copiatura» Riccardo Casini

onostante nel corso del tempo si sia esteso a tutta la provincia di Vicenza (e non solo), il distretto vicentino della concia mantiene il suo cuore produttivo nel triangolo ArzignanoValle di Chiampo-Montebello. Specializzato nella lavorazione e produzione di pelli bovine e vitelline per altri settori manifatturieri (in

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prevalenza arredamento e calzature), il distretto concentra in sé circa il 51% della produzione conciaria nazionale e oltre un terzo di quella europea. In aggiunta al business principale, nel comprensorio figurano altre produzioni ausiliarie realizzate da industrie meccaniche (macchinari per le lavorazioni della pelle), chimiche (riassortimento di materiali


Bernardo Finco

impiegati nella concia), filiali di grandi industrie chimiche estere (commercializzazione dei prodotti chimici per la concia) e agenti (commercializzazione delle pelli grezze). Solo nel core-business, secondo l’Osservatorio nazionale Unioncamere, nel 2009 il distretto contava 863 imprese, con un incremento del 25% rispetto a due anni prima, e oltre 11mila addetti nel 2008. Con la crisi economica però la situazione è cambiata, come conferma Bernardo Finco, imprenditore e rappresentante del patto di sviluppo del distretto. «Nel periodo 2008-2010 – spiega – abbiamo assistito a una contrazione nel numero di aziende pari circa al 3,5%, in parte a causa di chiusure e in parte a causa di aggregazioni. Il volume di vendite invece ha recuperato integralmente su quantità rispetto ai numeri pre-crisi. Ma sicuramente la sopravvalutazione dell’euro rispetto al suo valore reale penalizza i ricavi e facilita la concorrenza straniera a far breccia su mercati storicamente acquisiti». Ma quali strategie sono state adottate per superare il periodo di crisi? «A livello di sistema non si può adottare nessuna strategia data la polverizzazione delle aziende, che hanno invece imparato da tempo a difendersi da sole giocando su miglioramento in termini di efficienza

EXPORT, LA CINA SALE IN VETTA N

el 2009 secondo Infocamere il distretto vicentino della concia contava 2.450 imprese, di cui 863 focalizzate sul suo core-business, ovvero la lavorazione e produzione di pelli bovine e vitelline; tra queste, più della metà (497) erano società di capitali. Stando ai dati Istat, nel 2008 gli addetti erano 11.602 (30.759 considerando il totale degli ambiti merceologici), già in diminuzione rispetto all’anno precedente (12.409). Stesso discorso per le esportazioni, che nel 2009 avevano raggiunto il valore di 1.219 milioni di euro (2.750 milioni per il totale degli ambiti merceologici) contro i 1.565 milioni del 2008; una ripresa dell’export, anche se inferiore, si è poi registrata nel 2010 (+2,4%) e nel 2011 (+3%), almeno in base ai dati del centro ricerche del Monte dei Paschi di Siena, secondo il quale tra le destinazioni la Cina oggi fa la parte del leone (grazie anche a una crescita media annua del Pil del 9%), anche se nel 2008 rappresentava solamente il quinto paese con una quota del 5,9% sul totale delle esportazioni del distretto.

e contrazione dei costi». Secondo il Monitor dei distretti industriali del Triveneto elaborato dal servizio studi di Intesa Sanpaolo, i distretti tradizionali hanno mostrato una nuova accelerazione nell’export verso i nuovi mercati, Cina in primis, registrando nel primo trimestre 2011 un aumento tendenziale del 26%. Il vostro distretto conferma questa propensione? Quali sono oggi i paesi più ricettivi? «La Cina rappresenta quasi il 30% dell’export, e a volte costituisce la risposta alla contrazione della clientela nazionale; ma può anche essere lo stesso cliente che ha delocalizzato. Ovviamente anche qui il fattore dollaro gioca a sfavore dell’azienda italiana, che soffre perciò di svantaggio economico rispetto ai mercati concorrenti». Quale importanza ha invece l’innovazione nel vostro settore? Quali investimenti vengono effettuati in proposito? «L’unica innovazione è la proposta continua e costante di prodotti di appeal, sempre più esclusivi e di difficile copiatura. È un lavoro fatto con il sapere pratico che si è costruito in decenni di miglioramenti, ma sempre lasciato all’esclusiva capacità del singolo operatore distrettuale».

A sinistra, Bernardo Finco, imprenditore e rappresentante del patto di sviluppo del distretto della concia di Vicenza

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MODELLI D’IMPRESA

Bene investimenti ed export, ma cautela sull’occupazione Vittorio Mincato, presidente della Camera di commercio di Vicenza, analizza i dati del distretto della concia e illustra le iniziative anticrisi dell’ente. «Ma è sulla dotazione di adeguate infrastrutture – dice – che si gioca il futuro del territorio» Riccardo Casini primi tre mesi dell’anno hanno segnato un nuovo incremento dell’export (+15,6%) per i distretti di Veneto, Trentino – Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. E secondo l’ultimo aggiornamento del Monitor dei distretti industriali del Triveneto elaborato dal Servizio studi di Intesa Sanpaolo, è stato anche quello vicentino della concia a trainare la ripresa, con 1.519 milioni di euro di fatturato nel primo trimestre dell’anno (+11,7% sullo stesso periodo del 2010). Secondo Vittorio Mincato, presidente della Camera di commercio di Vicenza, i segnali positivi non devono però far dimenticare alcune «minacce allo sviluppo» sempre presenti. «La ripresa degli ordini – spiega – è stata confermata nel secondo trimestre ed è un segnale positivo di consolidamento del settore della concia. D’altra parte la crisi è sempre un fattore di cambiamento, e anche in questo caso ha generato un’accelerazione dei processi di innovazione, oltre a una provvidenziale presa di

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Sotto, Vittorio Mincato, presidente della Camera di commercio di Vicenza. In chiusura, il progetto del nuovo polo universitario vicentino

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coscienza sulle gravi responsabilità dei danni provocati al settore da chi opera fuori dalle regole. Tuttavia le minacce allo sviluppo rimangono e sono rappresentate soprattutto dalle tensioni sul fronte dell’approvvigionamento, con fenomeni di rialzo dei prezzi delle materie prime e la debolezza del dollaro che si ripercuote sulle esportazioni favorendo i mercati fuori dalle regole dell’Unione europea. Ma la produzione italiana di pelli si difende dagli assalti delle produzioni a prezzi molto concorrenziali dei paesi emergenti con la qualità, la creatività e l’innovazione dei prodotti e dei processi, prerogative ancora vincenti del made in Italy». Le buone performance delle imprese del settore della concia in termini di export dipendono anche dalla loro associazione sotto forma distrettuale? «Il distretto vicentino della concia è il primo polo conciario italiano ed è tra i più importanti a livello internazionale. Il modello di business non è basato sulla competitività dei costi: non è infatti possibile, né in Europa né in Italia, pensare di competere con i paesi asiatici sui costi del lavoro. I fattori strategici di competitività del distretto sono fattori no price che consentono produzioni di qualità e l’offerta permanente di nuovi prodotti. Sono dunque le competenze professionali di alto livello – dalla progettazione alla produzione, dall’organizzazione agli scambi con altre imprese, alla capacità di comprendere i nuovi bisogni del mercato – a essersi rivelate strategiche nell’evoluzione del settore». Quali vantaggi può offrire invece in con-


Vittorio Mincato

creto la forma distrettuale? «In questi ultimi anni ha consentito profonde trasformazioni: fondamentale è stata la capacità delle imprese operanti di sub-contrattare le parti più o meno critiche del processo produttivo, creando economie di scala e mantenendo all’interno dell’azienda unicamente quelle attività, come la tinteggiatura o la finitura, che sono garanzia di un maggior valore aggiunto del prodotto». L’alluvione del novembre 2010 ha provocato danni evidenti al territorio. Come è stata superata dalle imprese del distretto? «L’alluvione ha evidenziato le doti migliori dei vicentini, che non hanno aspettato aiuti dall’alto per riaprire le loro aziende e far ripartire l’attività; tutto ciò che potevano fare autonomamente, rimboccandosi le maniche, l’hanno fatto. Il sistema si è mobilitato con la solidarietà dei cittadini, la determinazione delle associazioni di categoria e delle istituzioni: ne sono sortiti risultati concreti, ottenendo in breve tempo il parziale risarcimento dei danni. La stessa Camera di commercio di Vicenza sta erogando ben 1,5 milioni di euro di contributi

mld EURO

Il fatturato del distretto della concia di Arzignano nel primo trimestre 2011 (+11,7% sullo stesso periodo del 2010)

mld ORIENTE

L’aumento delle esportazioni dei distretti del Triveneto nel primo trimestre 2011 nei soli confronti della Cina (+54,5%)

straordinari a fondo perduto destinati alle imprese danneggiate, attingendo alle risorse finanziarie del bilancio 2011». Tutto risolto quindi? «La maggior parte delle aziende industriali e artigianali è riuscita a rientrare nella normalità. Più complessa è la situazione di alcune attività commerciali, già in difficoltà per la sofferenza della domanda del mercato interno, che non hanno trovato la forza per ripartire. Anche i danni riportati dalle attività agricole, che non potevano risolversi nell’arco di pochi mesi, hanno generato criticità ancora irrisolte». Quali effetti hanno avuto invece crisi e alluvione sulle dinamiche occupazionali del distretto? «Anche se alcuni indicatori economici, principalmente quelli riferiti a esportazioni e investimenti, lasciano intravedere segnali di recupero, la situazione dell’occupazione va considerata con cautela perché il passo della ripresa, soprattutto nel mercato interno, è ancora troppo lento. Va meglio nei settori legati all’export, i quali beneficiano della ripresa della domanda internazionale e hanno ricominciato ad assu- VENETO 2011 • DOSSIER • 73


MODELLI D’IMPRESA

mere. Secondo i dati di Veneto Lavoro il ma-

ziaria degli ultimi due anni, la giunta e il consiglio camerali hanno lavorato a fianco delle associazioni di categoria e delle istituzioni per sostenere le aziende colpite con azioni concrete, tra cui l’aumento dei contributi agli organi di garanzia del credito alle imprese e l’aumento degli incentivi alle imprese che partecipano a fiere e missioni all’estero. Sempre in sintonia con le istituzioni e le categorie, la Camera ha promosso anche l’istituzione, nell’ambito della Fondazione Giacomo Rumor – Cpv, del dipartimento Scuola d’Arte e Mestieri che ha assunto la funzione della storica Scuola, ormai impedita a svolgere il suo ruolo dalle mutate condizioni generali». La formazione insomma continua a rivestire un ruolo chiave. «Sì, basti pensare che in progetti condivisi con il territorio la Camera ha in corso un investimento di 4 milioni di euro nelle infrastrutture universitarie vicentine. Non solo: per favorire la crescita professionale e la managerializzazione delle aziende, investe ogni anno oltre 400mila euro nella Fondazione Studi universitari, 2 milioni di euro nella Fondazione Giacomo Rumor e 300mila La formazione è l’unico mezzo con il quale euro nel Cuoa. Infine, su richiesta delle categorie econol’inventiva delle imprese italiane è in grado miche e del territorio la Cadi competere sui mercati mera ha promosso la costruzione e il lancio del progetto Green Valley per lo sviluppo e il rilancio della Valle del Chiampo, uno dei distretti chiave dell’economia del territorio dove oltre all’industria della concia vanno rivitalizzati settori di grande tradizione come la meccanica e la lavorazione del marmo. Ma è sulla dotazione di adeguate infrastrutture che si gioca il futuro del territorio: progetti come la Tav e il completamento dell’autostrada Valdastico verso nord vedono la Camera di commercio di Vicenza impegnata in prima fila».

nifatturiero regionale registra quest’anno 19mila occupati in più rispetto al 2010, ma si tratta quasi esclusivamente di contratti a termine perché molte aziende non hanno fiducia sull’uscita definitiva dalla crisi». Come invertire la tendenza? «È necessario che la crescita si consolidi, creando le condizioni per una ripresa duratura dell’occupazione soprattutto nelle categorie oggi più deboli come i giovani e le donne: senza di loro è illusorio pensare che ci possa essere una ripresa della domanda interna, e senza domanda interna le nostre imprese faranno fatica a ritrovare i loro profitti. Inoltre sarà sempre cruciale il tema della formazione e riqualificazione professionale per allineare la domanda di lavoro alle reali esigenze di un sistema produttivo che ha nell’esportazione la via maestra del suo futuro sviluppo». Quali misure ha adottato in questi mesi la Camera di commercio a tutela dei distretti vicentini? «Affrontando la grave crisi economico-finan-

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MODELLI D’IMPRESA

Verso il Veneto SocialTech Il distretto veneto dell’Informatica e del tecnologico avanzato promuove lo sviluppo della net economy, sostenendo il sistema produttivo. Il rappresentante Domenico Galia ne illustra caratteri e prospettive future, che guardano all’innovazione sociale Francesca Druidi entocinquantasei aziende in rappresentanza di 5.690 addetti, presenti in tutte le province venete, e 21 sostenitori istituzionali tra enti e associazioni. Sono i numeri che contraddistinguono il distretto veneto dell’Informatica e del tecnologico avanzato (Vita), costituito nel 2004 e il cui patto di sviluppo è stato rinnovato prima nel 2007 e poi nel 2010. «Dal giugno 2004 a oggi – afferma il rappresentante del distretto Domenico Galia – sono già 22 i progetti presentati, tutti approvati dalla Regione, il cui investimento complessivo da parte delle imprese ammonta a 10.880.779 euro di cui 4.040.053 finanziati a fondo perduto». Quali sono, in sintesi, i punti di forza e di debolezza delle aziende che fanno parte del distretto? «I punti di debolezza principali consistono nelle piccole dimensioni della stragrande maggioranza delle imprese e la sottocapitalizzazione delle stesse, che le rende finanziariamente deboli e inadeguate per affrontare il mercato globale. Per

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Domenico Galia, rappresentante del distretto veneto dell’Informatica e del tecnologico avanzato

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contro, da qualche anno, la riduzione del credito da parte del sistema bancario, che si basa su un sistema di garanzie obsoleto, ha peggiorato tale situazione. Per quanto riguarda i punti di forza, va evidenziata la possibilità di progettare in forma aggregata, di condividere idee e risorse, di coinvolgere enti locali, associazioni e università, ovvero il “fare squadra”, presentandosi come un’unica entità in grado di esprimere una molteplicità di competenze e di proporsi al mercato con un’offerta di maggior valore e con una rappresentanza più forte. Fondamentale, in questo senso, lo sviluppo del modello previsto dalla legge regionale del 4 aprile 2003, aggiornata dalla legge regionale del marzo 2006». Come ha reagito il distretto alla crisi economica e qual è, in generale, l’andamento del settore? «Per contrastare la crisi, che nel 2009 ha investito tutti i settori produttivi, alcune aziende del distretto, soprattutto quelle che si erano già aggregate nel 2008 per il progetto “Sicurezza integrata” co-finanziato dalla Regione Veneto, hanno consolidato questo modello virtuoso realizzando nel 2009 il progetto “Safe home”, sempre co-finanziato dalla Regione, al quale hanno collaborato anche enti istituzionali, università e attori economici del territorio. Il mercato dell’It in Italia è risalito nel 2010, trend mantenutosi anche nel 2011, ma purtroppo in maniera piuttosto lenta rispetto alla tendenza internazionale. Perdura, quindi, un quadro di grande incertezza per il settore, che non favorisce la nascita di nuove imprese e l’occupazione. Tuttavia, le aziende che hanno partecipato alla realizzazione dei due progetti, in netta contro-tendenza con l’andamento del comparto, hanno


Domenico Galia

assunto 14 persone». In che cosa consistono nello specifico i progetti “Sicurezza integrata” e “Safe home”? «Il primo è un progetto realizzato per superare la frammentazione oggi esistente nella gestione dei singoli rischi controllati individualmente con tecnologie simili, ma che non si interfacciano e che, quindi, diminuiscono la protezione aumentando nel contempo i costi. Grazie a questo progetto si è arrivati, invece, alla visione complessiva e alla gestione comune dei diversi rischi fisici (intrusioni, incendi, danni)

e logici (corruzione dei database, accessi ai sistemi non autorizzati, furti di password), captandone tutti i segnali e convogliandoli nella maniera più sicura ed efficace verso un sistema centralizzato di valutazione del rischio o di identificazione del falso allarme. Il progetto “Safe home” è un progetto per rendere fruibile l’abitazione alle persone anziane e disabili, che integra le tecnologie di sicurezza integrata con di- Sopra, immagini spositivi domotici per la minimizzazione delle del prototipo limitazioni dovute a disabilità, prevedendo dif- Casa hi-tech realizzato a Castelnuovo ferenti presidi e accorgimenti». del Garda nell’ambito Ad esempio? dei progetti Safe Home «Si va dal rilevatore del monossido di carbonio e e Sicurezza Integrata fumo al sensore di caduta, dai sistemi di videocomunicazione ai dispositivi di automatizzazione delle porte e delle tapparelle, fino a percorsi e processi automatizzati attraverso dispositivi e tecnologie ad hoc. A ciò si aggiunge il sistema avanzato di telemedicina e teleassistenza domiciliare, in particolare per la gestione extra-ospedaliera delle persone affette da varie patologie. Il cuore tecnologico di questo apparato è costituito, da una parte, da un dispositivo medicale leggero per uso domiciliare, con interfaccia touch-screen e integrato con tecnologie multimediali di contact center per lo scambio in tempo reale dei dati cli- VENETO 2011 • DOSSIER • 77


MODELLI D’IMPRESA

Emerge la possibilità di progettare in forma aggregata, di condividere idee e risorse

nici tra pazienti e operatori sa-

5.690 ADDETTI Il numero complessivo di risorse umane impiegate nelle 156 aziende del distretto Vita

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PROGETTI Numero di progetti presentati dal distretto e approvati dalla Regione Veneto

nitari; dall’altra, da una piattaforma informatica completamente web-based di accesso ai dati in collegamento costante con una centrale operativa a disposizione 24 ore al giorno dei pazienti e degli operatori sanitari coinvolti nell’iniziativa. A Castelnuovo del Garda è stato attrezzato un prototipo di appartamento, inaugurato con un convegno il 18 giugno, che può essere visitato su richiesta». Sostenere le attività di internazionalizzazione e promozione all’estero costituisce un obiettivo prioritario per le aziende del distretto. «Sì, nel novembre 2010 il distretto ha sottoscritto con la società del Polo di competitività di Sousse in Tunisia, che si occupa di informatica e meccatronica, un accordo di partenariato che prevede lo sviluppo di progetti congiunti. Alcune imprese del Distretto, in modo autonomo, hanno organizzato una missione in Tunisia, svoltasi lo scorso mese di giugno, che ha avuto riscontri molto positivi i quali daranno probabilmente corso alla costituzione di una società in loco per meglio monitorare le opportunità, sostenute dalla Comunità europea e dalla Cooperazione Italo-Tunisina, nonché per consolidare le relazioni». Quali restano i principali ostacoli di fronte all’obiettivo di sviluppo di una Net-economy veneta? «La mancanza di una “cabina di regia” e, quindi, di un coordinamento tra i vari stakeholder del territorio. Per superare questo im-

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passe, il distretto - grazie anche ai progetti sopracitati - ha maturato sul campo, negli ultimi sette anni, una comprovata esperienza in termini di progettualità e una spiccata capacità di aggregazione tra imprese, enti e università. Proprio per questo e alla luce anche della recente iniziativa “Social innovation Europe”, con la quale l’Unione europea si candida a diventare leader mondiale nell’ambito dell’innovazione sociale, il distretto intende costituire la rete d’impresa “Vita” per promuovere presso il Miur, tramite la Regione Veneto, la richiesta di costituzione del distretto tecnologico “Veneto SocialTech”. Un nuovo soggetto che avrà l’obiettivo di favorire l’innovazione del sistema sociale, rafforzare la competitività delle pmi, attrarre know-how e investimenti, migliorare la qualità della vita, nonché ridurre i costi per l’assistenza sanitaria e sociale che, a fronte di un progressivo invecchiamento della popolazione, saranno sempre più insostenibili».


Alessandro Bianchi

Il nuovo orizzonte da seguire è l’innovazione sociale Il prototipo di casa sviluppato grazie ai programmi “Sicurezza integrata” e “Safe home” del distretto veneto dell’Informatica e del tecnologico avanzato, dimostra come le nuove tecnologie possano essere al servizio delle fasce più deboli. Ne parla Alessandro Bianchi Francesca Druidi e aziende scaligere che operano all’interno del distretto veneto dell’Informatica e del tecnologico avanzato sono realtà particolarmente orientate all’innovazione e alla ricerca, anche di base, caratterizzate da una dimensione medio-piccola. «Sono, quindi, molto snelle, flessibili e pronte a cogliere le diverse opportunità offerte dal rapido cambiamento nelle abitudini e negli stili di vita che si accompagna all’evoluzione delle tecnologie. Questo sul fronte dei prodotti e dei servizi per i privati, ma anche per quanto riguarda il business to business queste realtà non si tirano indietro», afferma il presidente della Camera di Commercio di Verona Alessandro Bianchi, tratteggiando l’identikit delle aziende impegnate nelle attività del distretto

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Sotto, Alessandro Bianchi, presidente della Camera di Commercio Verona. Nella pagina a fianco, il prototipo di appartamento realizzato a Castelnuovo del Garda dalle aziende del distretto Vita

Vita. Importante è poi il contributo, in termini di patrimonio di conoscenza, messo a disposizione dalle aziende del Veronese. «Portando avanti progetti di ricerca di ampio respiro, il distretto facilita l’accesso all’innovazione, anche a quelle imprese di medio-piccole dimensioni che faticherebbero a sviluppare percorsi di ricerca in modo autonomo. Inevitabilmente, la conoscenza creata si trasmette a cascata lungo la filiera e poi anche trasversalmente con positive ricadute per tutte le aziende del comparto». Quali sono gli orizzonti di sviluppo del distretto in relazione alle dinamiche e alle peculiarità del tessuto produttivo veronese? «Il tessuto produttivo veronese è caratterizzato da un’economia variegata; la presenza di più comparti ha contribuito a limitare i pur negativi effetti della crisi economica. L’impresa high-tech, più di altre, mostra quindi maggiori possibilità di sviluppo poiché si rivolge alle aziende così come al privato e al pubblico. Il mercato It in Italia è, infatti, risalito nel 2010 e il trend si mantiene anche nel 2011, ma purtroppo in maniera molto lenta rispetto al trend internazionale. Nel business to business la concorrenza è, infatti, agguerrita e i VENETO 2011 • DOSSIER • 79


MODELLI D’IMPRESA

prodotti sono ormai maturi. Penso allo sviluppo delle telecomunicazioni, al commercio on-line, alla realizzazione di reti, all’archiviazione dati, ora gestita sempre più centralmente e dai colossi dell’informatica e delle telecomunicazioni con l’avvento della “nuvola”. Nei servizi ai privati, invece, le potenzialità risultano maggiori». In quale direzione? «Il comparto dei servizi alla persona, ad esempio, conosce la crisi in misura inferiore rispetto ad altri, a causa dell’invecchiamento progressivo della popolazione ma anche in

L’impresa high-tech, più di altre, mostra maggiori possibilità di sviluppo poiché si rivolge alle aziende così come al privato e al pubblico

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virtù dell’evoluzione dei consumi e degli stili di vita. Questo potrebbe senz’altro essere un interessante orizzonte di crescita, nel quale si è concentrata la progettualità del distretto con “Safe home” e “Sicurezza integrata”. Il primo utilizza la tecnologia domotica per rendere fruibile in modo autonomo l’ambiente domestico agli anziani e alle persone diversamente abili. Di recente, le imprese del distretto hanno realizzato un prototipo di appartamento di questo tipo nella Casa anziani del Comune di Castelnuovo del Garda. “Sicurezza integrata” è un progetto realizzato per superare la frammentazione oggi esistente nella gestione dei singoli rischi domestici, sia fisici sia logici, con una tecnologia comune. Si tratta di un comparto che, in un quadro di incertezza per il settore, offre interessanti opportunità. Le aziende che hanno partecipato alla realizzazione dei due progetti, infatti, in netta controtendenza con l’andamento del comparto, hanno assunto oltre una decina di persone». Come la Camera di Commercio sostiene e supporta l’azione del distretto? «L’ente ha erogato 9,1 milioni di euro tra il 2007 e il 2011 attraverso i propri bandi. Nel corso degli anni, la destinazione delle risorse è stata diretta a soddisfare i fabbisogni delle aziende così come risultavano prioritari. Così nel 2007 si è puntato sullo sviluppo del web, nel 2008 è stata la volta della diffusione delle tecnologie per la sicurezza volte a tutelare le attività imprenditoriali, soprattutto quelle degli esercizi pubblici. Negli ultimi due anni, la Camera di Commercio ha iniziato a sostenere l’internazionalizzazione. Il leitmotiv che però individua una costante da quasi un decennio, è l’innovazione tecnologica: il fabbisogno di risorse per ricerca e innovazione delle aziende rimane costante nel corso degli anni ed è la principale voce che la Camera di Commercio finanzia attraverso i propri bandi. Per cui non ho dubbi che i 9,1 milioni sostanzialmente destinati a investimenti high-tech abbiano fatto da volano a numerose commesse per le aziende del distretto».


MODELLI D’IMPRESA

Puntare sull’aggregazione Confindustria Verona evidenzia la necessità per le imprese di fare sistema. Sostenendo l’azione di reti e distretti, come quello dell’informatica e del tecnologico avanzato. Problemi e opportunità sono spiegati dal presidente Andrea Bolla Francesca Druidi

el Veronese operano 8 distretti, di cui 7 veneti, e ora sono nate, con la partnership di Confindustria Verona, 6 reti d’imprese. Un addensamento di collaborazioni che, come rileva Andrea Bolla, presidente degli industriali veronesi, «è da ricercare nella cultura della filiera delle nostre aziende». A spingere le imprese a creare collaborazioni fra loro è oggi soprattutto «la volontà di sperimentare strade nuove. Non esiste solo la spinta verso un “allargamento orizzontale” per la crescita dimensionale, ma anche lo sviluppo per linee esterne». Per dare una risposta al bisogno di aggregazione, Confindustria Verona ha istituito il consorzio Coverfil, oggi presieduto da Michele Bauli, che consente a chi vi aderisce di dar vita a progetti che, di volta in volta, riuniscono le aziende interessate a realizzarli. «Queste aziende – spiega Bolla – vengono supportate da Coverfil in tutti gli aspetti amministrativi e di pianificazione. Fino a oggi, Coverfil ha gestito 26 progetti per complessivi 16.424.000 euro di investimenti». Distretti produttivi, reti di impresa. Quali sono, in generale, le problematiche che Confindustria Verona sta rilevando sul fronte dell’aggregazione delle aziende del territorio? «La situazione dei distretti e delle reti è sostanzialmente diversa anche se entrambi hanno a che vedere con lo stare insieme e le collaborazioni. Per quanto riguarda i distretti, il problema è soprattutto interno e riguarda la gestione delle aggregazioni su progetti diversi. I distretti avevano ricevuto un forte impulso attraverso bandi che mettevano a disposizione risorse per il cofinanziamento di progetti; la non disponibilità di questi fondi e l’esaurimento

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Andrea Bolla, presidente Confindustria Verona

totale di questi strumenti, non ha comunque fermato le aziende, che hanno raggiunto i propri obiettivi da sole e molti altri ne stanno ancora portando a termine». Per quanto concerne le reti? «La criticità è ancora tutta esterna: manca una disciplina completa che riguarda il loro riconoscimento ai fini fiscali e agevolativi, e la concreta disciplina per partecipare a bandi e appalti, oltre alla necessità di chiarimenti ministeriali sia in merito alla concreta fruizione delle “agevolazioni fiscali” per le imprese aderenti alle reti, sia per l’operatività delle stesse. In questo caso, quindi, non è ancora disponibile il quadro di riferimento, ma il fatto che le aziende abbiano comunque deciso di dare vita alle reti vuol dire che ci credono. Ci aspettiamo che anche le istituzioni ci credano con altrettanta convinzione: dare chiarezza normativa alle reti è una delle riforme a costo zero capace di aiutare le imprese e il Paese a crescere. Intanto andiamo avanti nel promuoverle presso le nostre aziende, nel sostenerle operativamente e anche nell’aiutare le istituzioni a dare a questo


Andrea Bolla

nuovo istituto giuridico la configurazione migliore. Confindustria Verona ha avviato con l’Università un servizio per effettuare una valutazione preliminare della regolarità del contratto di rete così che le imprese possano accedere ai benefici messi a disposizione dalla recente normativa». Nel 2008 un bando di Coverfil ha riguardato anche il distretto veneto dell’informatica e del tecnologico avanzato per il progetto di sicurezza integrata. Quali esiti ha dato? «All’aggregazione di imprese chiamata “Sicurezza integrata” hanno partecipato 23 aziende che hanno sviluppato tre progetti collegati all’integrazione delle tecnologie per la sicurezza: immagini, suoni e informazioni, sicurezza fisica, elettronica e informatica in alcuni settori particolarmente esposti ai rischi; nonché per la presentazione ai diversi consumatori, tra cui tra cui enti pubblici, di queste tecnologie, otti-

26

PROGETTI Iniziative gestite fino a oggi dal Consorzio Coverfil sul fronte dell’aggregazione d’impresa

23 AZIENDE

Numero di imprese coinvolte nel progetto “Sicurezza Integrata” del distretto V.I.T.A.

mizzando la protezione dai rischi con una maggiore economicità e sviluppando un portale a disposizione degli utenti. Dalla fusione dei risultati di questi tre progetti è nato il prototipo “Casa sicura hi-tech” che ha portato alla realizzazione di 12 appartamenti per anziani e disabili autosufficienti di cui uno domotico, dotato dei più moderni sistemi di collegamento e di connessione con il mondo esterno, di teleassistenza e telemedicina». Qual è il valore rappresentato da questo distretto per il territorio? «Il primo valore è quello di essere un riferimento regionale per l’innovazione, la ricerca e lo sviluppo, mettendo insieme aziende di eccellenza, centri di ricerca e mondo accademico. In quest’attività di aggregazione vedo il suo merito più grande». Come si articola l’impegno dell’associazione confindustriale per sostenere il distretto? «Stare insieme non è privo di costi, da quelli più semplici amministrativi a quelli più impegnativi relativi alla concretizzazione di progetti e al dialogo con il mondo esterno della pubblica amministrazione e delle istituzioni del proprio e di altri territori. In tutte queste attività, un sistema che ha 100 anni, che ha una presenza capillare sul territorio nazionale ed eccellenti competenze di aggregazione settoriali, costituisce un patrimonio prezioso di attività e di informazioni, in grado di aiutare le imprese anche le più diverse - a stare insieme. Confindustria Verona ha sempre messo la propria competenza e la propria rete al servizio non solo delle proprie aziende associate, ma anche di quelle che sono capaci di guardare avanti». VENETO 2011 • DOSSIER • 83


MODELLI D’IMPRESA

Agroalimentare, una filiera in continua evoluzione Dolci, pasta, vini, formaggi: i prodotti della tradizione veneta hanno una fama indiscussa, ma non per questo la filiera dell’agroalimentare resta immobile di fronte alle sfide dei mercati globali. Per Michele Bauli, rappresentante del metadistretto alimentare, le reti d’impresa sono l’unico modo per inseguire l’innovazione Paola Maruzzi he in Veneto il carattere distintivo dell’impresa sia “fare squadra” lo dimostra la presenza di ben ventidue distretti industriali, organizzazioni che vedono nell’aggregazione il valore aggiunto per supportare le specificità produttive di un dato territorio. Michele Bauli, rappresentante del metadistretto alimentare, sottolinea che questa forma di sviluppo industriale nata nell’Italia del boom economico, non è affatto tramontata, anzi grazie alla crisi

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sta vivendo una seconda primavera. «Una volta le pmi si aggregavano quasi esclusivamente per avere finanziamenti agevolati, oggi le cose stanno diversamente: gli imprenditori hanno capito che il surplus derivante dallo stare in gruppo non è solo una questione di opportunismo fine a se stesso». Un esempio? «Quando le piccole aziende contano sull’appartenenza a un “tema” industriale le vendite estere sono facilitate. Ecco perché, in un contesto globale competitivo, le reti e i


Michele Bauli

progetti condivisi che ne scaturiscono sono l’unico modo per andare avanti». Il Dav (distretto veneto alimentare) conta attualmente oltre 1.600 imprese afferenti, di cui la maggior parte sono pmi, coinvolge dodici enti e associazioni locali, tre Comuni, le Università di Padova e di Verona e dà lavoro a circa 24mila persone. Per avere un’idea sull’incidenza economica basta citare alcuni dati: il sistema produce un valore aggiunto che si aggira intorno ai 4.800 milioni di euro e rappresenta circa il 4,5% del Pil dell’intera economia regionale. Non è un caso che le potenzialità di sviluppo dell’agroalimentare veneto occupano il terzo posto nella graduatoria delle regioni italiane per quel che riguarda produzione agricola e valore aggiunto, sia del settore primario che dell’industria alimentare. Le eccellenze più rappresentative del metadistretto sono i vini, il pandoro, i dolci da ricorrenza, il mandorlato, l’olio d’oliva, la pasta fresca e i tortellini, le carni e le uova, i formaggi e i salumi, il riso, le marmellate, il miele, i gelati e la torrefazione del caffè. Si tratta in definitiva di prodotti tradizionali, che per essere ancora “appetibili” «devono

affrontare due grandi sfide» spiega ancora Michele Bauli. «Per quel che riguarda il mercato interno bisogna investire sull’innovazione, mentre per conquistare nuove fette internazionali è strategico rafforzare il brand made in Italy, già percepito con molto favore e portatore di un messaggio chiaro e forte, anziché battere strade regionali, che magari possono avere riscontro solo su nicchie di mercato ma non di certo su scala globale». Il metadistretto sta così contribuendo a rafforzare l’immagine dell’intera Regione in relazione al cosiddetto “italian style of life”, facendo leva soprattutto sui prodotti certificati. Parallelamente alla promozione, in sinergia con Confindustria Verona, il metadistretto porta avanti il discorso delle reti, «più flessibili rispetto alle associazioni temporanee di’impresa, meno costose e più facili da “smontare”. A Verona ce ne sono già sei e sono certo che ne nasceranno altre». Per ora le aziende stanno rispondendo bene, «ma bisogna superare un “piccolo” ostacolo culturale: tra le pmi c’è spesso la paura, infondata, che mettendosi in rete le proprie conoscenze si disperdano. In realtà accade esattamente il contrario». VENETO 2011 • DOSSIER • 85


MERCATO DEL LAVORO

Investire sui giovani per la ripresa l primo semestre del 2011 presenta alcune novità favorevoli per l’occupazione. La fase di contrazione dei posti di lavoro, infatti, sembra molto lentamente esaurirsi. Si registra un aumento delle assunzioni, trainate dal recupero dell’export regionale. Il ricorso alla cassa integrazione continua a essere rilavante, ma comunque inferiore al periodo 2009-2010. «Questi dati ci dicono che la crisi diluisce – commenta l’assessore Elena Donazzan – ma la ripresa stenta e sarà molto settoriale, a favore solo delle imprese sane e dinamiche capaci di agganciare la domanda estera». In Veneto si registrano situazioni di crisi aziendali e occupazionali ancora latenti e che rischiano di invertire questa rotta positiva registrata nei primi sei mesi dell’anno. Il dato ancora negativo, che anzi fa registrare un continuo peggioramento, è quello relativo alle prospettive occupazionali dei giovani con profili di istruzione elevati. Quale sarà, ora, l’impegno programmatico da portare avanti? «L’impegno della Regione Veneto è quello di agire all’interno delle dinamiche di questa trasformazione con politiche del lavoro che devono accompagnare e supportare questa ti-

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Elena Donazzan, assessore alle Politiche dell’istruzione, formazione e lavoro della Regione Veneto

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I dati sul mercato del lavoro fanno registrare in Veneto una leggera attenuazione del trend negativo. Ma restano basse le prospettive occupazionali dei giovani. L’analisi di Elena Donazzan, assessore regionale alle Politiche dell’istruzione, formazione e lavoro Renata Gualtieri mida ripresa. La trasformazione e il rilancio del nostro sistema manifatturiero va riconosciuta e assunta come priorità strategica. Le limitate risorse disponibili devono favorire i processi di innovazione, internazionalizzazione e valorizzazione del capitale umano come risorsa di sistema. La sfida sarà quella di riuscire a governare la trasformazione della crisi che è passata da congiunturale a strutturale e che, proprio in quanto tale, sta generando una vera trasformazione del modello economico e sociale del Veneto. Dobbiamo passare dalla gestione degli strumenti ordinari al cambio di passo e intercettare e favorire la ripresa economica». Come individuare le priorità da perseguire? «Occorre guardare ai “campioni” che hanno saputo affrontare la crisi in maniera brillante investendo in innovazione e internazionalizzazione. Proprio queste realtà, se aiutate, possono rappresentare la risposta per uscire dalla crisi trascinando nella ripresa tutto il Veneto. Favorire la rapida ricollocazione dei lavoratori e potenziare, attuando la legge regionale sul mercato del lavoro, la rete dei servizi al lavoro, migliorando i meccanismi di incontro tra domanda e offerta di lavoro, utilizzando al meglio gli incentivi alla riassunzione, favorire i processi di riqualificazione e di mobilità». Come è intervenuta la Regione per gover-


Elena Donazzan

Favorire la rapida ricollocazione dei lavoratori e potenziare la rete dei servizi al lavoro nare la crisi? «Facilitando un ampio e proficuo dialogo con il territorio, che ha permesso di ottenere da un lato la più diffusa convergenza nelle politiche adottate, dall’altro portando una grande responsabilità in tutti gli attori, ottenendo una grande coesione sociale che ha evitato ogni abuso delle molte risorse impegnate nelle politiche passive di tutela del reddito del lavoratori. In particolare, con la delibera della giunta del maggio 2009 è stato approvato un piano di politiche attive per il contrasto alla crisi occupazionale, articolato in 4 linee di intervento, i cui obiettivi, nel rispetto degli impegni sanciti con il governo e sfociati nell’accordo Stato Regioni del 12 febbraio 2009, erano quelli di sostenere i lavoratori coinvolti nei processi di crisi, attraverso l’estensione delle tutele e l’ottimizzazione dell’utilizzo degli strumenti ordinari e straordinari di sostegno al reddito, di valorizzare le competenze e, infine, di rafforzare l’occupabilità attraverso misure di politica

attiva del lavoro, e contestualmente rafforzare il sistema delle imprese prevedendo, nell’ambito di piani integrati a sostegno delle imprese venete azioni volte all’innovazione, alla riconversione, alla ristrutturazione dei sistemi produttivi. Questo piano dunque cosa ha rappresentato? «È stato lo strumento quadro di indirizzo strategico, il punto di riferimento comune ed una cornice unitaria entro la quale gestire ed attuare una serie azioni complementari e coordinate fra loro, quali processi di riqualificazione, aggiornamento, adattamento delle competenze e, laddove necessario, di accompagnamento verso percorsi di reimpiego. Gli interventi hanno perseguito la comune strategia di sostegno all’occupazione volta a mantenere il legame tra aziende e lavoratori che ha ottenuto l’effetto di limitare la caduta occupazionale». La formazione è un aspetto fondamentale. Come ottimizzarne i risultati?

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MERCATO DEL LAVORO

«La formazione è la leva strategica per accrescere il capitale umano che lavora nelle nostre aziende e aiutarle ad agganciare la ripresa. Da sempre la Regione Veneto punta su questo strumento per favorire una rapida ricollocazione dei lavoratori espulsi dal mercato del lavoro e per aiutare le aziende a superare con successo le fasi di innovazione e d’internazionalizzazione. Per fare formazione mirata, da un lato, bisogna aver chiare le traiettorie delle nuove filiere produttive, dall’altro, questa deve essere calibrata alla dimensione aziendale perché sta qui la vera sfida per far crescere lavoratori e impresa. Attraverso la formazione bisogna sostenere l’innovazione e la competitività dei sistemi produttivi veneti affinché siano posti in condizione di elaborare e sperimentare efficaci strategie di risposta al deterioramento della situazione economica. Per intercettare lo sviluppo, diventa altresì importante una maggiore integrazione tra le politiche del lavoro e della formazione, quindi non una formazione distante dall’azienda, ma una formazione nell’azienda». C’è un consiglio da dare ai giovani che restano ancora l’anello debole sul mercato del lavoro? «Questo è sicuramente l’elemento più critico e 90 • DOSSIER • VENETO 2011

sul quale va fatto un investimento di sistema. L’impegno è quello di offrire ai giovani un sistema di opportunità adeguate alle loro capacità, consentendo loro di vincere l’attrito di primo ingresso nel mondo del lavoro in quanto i giovani rappresentano un’opportunità nel mercato del lavoro. L’investimento sui giovani ha un effetto importante per il rilancio della nostra economia in quanto solo offrendo condizioni per entrare in maniera rapida nel mondo del lavoro possiamo beneficiare del loro potenziale di energia per restituire vigore al sistema produttivo veneto. Il consiglio ai giovani è quello di intraprendere percorsi lavorativi già durante la carriera scolastica in modo da orientare da un lato le scelte di studio fatte in base alla passione, alle abilità e alle aspirazioni e non inseguendo miti di lavoro e di carriera amaramente distanti dalla realtà. In termini di politiche ci deve essere l’impegno di tutti gli attori, scuola, università, imprese per facilitare la transizione dalla scuola al lavoro migliorando i “tempi” della transizione e i “modi” della transizione dalla scuola al lavoro. Su questo la riforma dello strumento dell’apprendistato nelle sue tre formule può essere una prima qualificata risposta all’emergenza giovanile».


Anna Gionfriddo

Caccia ai giovani esperti In un momento in cui c’è grande attenzione al potenziamento degli organici delle aziende, Anna Gionfriddo, manage di Adecco Italia, conferma la richiesta di figure specializzate, in particolare nel Nordest Renata Gualtieri ei primi sei mesi di quest’anno l’agenzia Adecco ha fatto registrare incrementi a doppia cifra degli inserimenti al lavoro. La crescita è omogenea in tutte le regioni. Il settore metalmeccanico è trainante in Lombardia, in sofferenza nel Nord Ovest. La ripresa del manifatturiero si percepisce nel Nordest. Terziario e servizi alimentano la ripresa nel Lazio e nel Centro Sud. Le aziende chiedono sempre più soggetti con specializzazioni, determinate competenze ed esperienze ma i giovani, raccomanda Anna Gionfriddo, responsabile Business line industrial di Adecco Italia, «devono essere positivi, accettare tutte le opportunità, essere disponibili». Quali sono i soggetti più facilmente collocabili in un mercato del lavoro variabile e trasformato dalla crisi? «I profili maggiormente richiesti sono quelli specializzati, ad esempio nel settore turistico, chimico, meccanico. Il cosiddetto generico, neodiplomato o neolaureato, fa fatica a trovare un’occupazione nel mondo del lavoro. Soprattutto dopo la crisi del 2009 è emersa la necessità che i giovani abbiano un atteggiamento diverso nei confronti della ricerca del posto di lavoro. Anche un neolaureato oggi deve accettare con umiltà delle posizioni più basse per entrare nel mondo del lavoro e fare esperienza, anche attraverso lo stage. Il mondo del lavoro non cerca solo profili che abbiano un titolo di

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Anna Gionfriddo, responsabile Business line industrial di Adecco Italia

studio, ma con specificità ed esperienza sul campo, soprattutto nel Nordest». In quali settori e in quali regioni del Nordest c’è più possibilità di nuove assunzioni? «Il Nordest è formato da tre regioni molto diversificate ed è caratterizzato da distretti molto specifici che hanno anche delle stagionalità tipiche, per cui ad esempio da maggio a settembre tutto il settore turistico si conferma un settore frizzante. Le posizioni richieste dal settore potrebbero essere un’occasione per fare un’esperienza anche per un laureato in lingue. Assieme al settore turistico anche l’alberghiero e la ristorazione, sia quella collettiva che privata, stanno potenziando il loro organico. Il metalmeccanico poi sta trainando il Nordest dove c’è molto export che nei primi mesi di questo anno ha rivitalizzato le imprese, anche le pmi». Come cambiano le strategie aziendali rispetto al nuovo contesto competitivo? «Dopo il 2009 sia le pmi che le grosse aziende hanno ridotto l’organico all’essenziale, mantenendo le professionalità core all’interno dell’azienda. Molte imprese poi danno in outsourcing alcune attività perché hanno ridotto la loro organizzazione interna e dunque hanno deciso di esternalizzare alcuni servizi. Ad esempio alcune realtà non richiedono più impiegati amministrativi ma si rivolgono all’esterno, appoggiandosi ad uno studio professionale. Può succedere che l’azienda decida di assumere una figura che faccia da collettore tra interno ed esterno. In ogni caso se le aziende decidono di implementare l’organico lo fanno con profili con cui pensano di avere subito un ritorno senza investire sulla formazione di figure senza esperienza». VENETO 2011 • DOSSIER • 91


MERCATO DEL LAVORO

La vera partita si gioca tra imprese e sindacato Perché il Nordest sia protagonista sulla scena mondiale, secondo Franca Porto, segretario generale Cisl, bisogna far valere il vero tesoro del Veneto: la coesione sociale e la sussidiarietà, nell’auspicio che la politica faccia la sua parte Renata Gualtieri

er evitare che la disoccupazione diventi un dato cronico, condizione sconosciuta in Veneto negli ultimi 30 anni, c’è un’unica via da percorrere: quella di tornare a crescere e a coniugare sviluppo e occupazione. Il Veneto deve partire dando consistenza al suo manifatturiero, secondo Franca Porto, segretario generale della Cisl Veneto, utilizzando e rafforzando i fattori competitivi che ancora possiede: qualità, marchio, sistema di lavoro a rete flessibile, professionalità, capacità di fare impresa. Va integrata poi meglio la formazione professionale con le dinamiche del lavoro; anche coltivando il patrimonio di intelligenze apportato dall’immigrazione. Come si presenta il mercato del lavoro per i giovani veneti e quali sono state le ricadute della crisi? «Vale per il Veneto ciò che vale per il resto del paese: i giovani che si affacciano al lavoro, che cercano la prima occupazione, trovano in generale ben pochi posti liberi. È l’effetto di due anni - 2009 e 2010 - di saldi negativi tra assunzioni e cessazioni (-70.000) e della parità quantitativa (saldi nulli) di questi primi mesi del 2011. Ricordiamoci che il mercato del lavoro veneto è stato caratterizzato negli anni della crescita, fino all’autunno del 2008, da grandi numeri nei rapporti di lavoro avviati e cessati, ma con un saldo sempre in positivo. A beneficiare di questo aumento degli occupati, com-

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Franca Porto, segretario generale Cisl Veneto

presi i lavoratori dipendenti, sono stati anche i giovani, compresi i giovani immigrati. A ciò si aggiunge che il corto circuito tra domanda e offerta nei lavori professionali, già presente prima, con la crisi si è allargato e coinvolge sempre di più i giovani». In che misura i contratti di solidarietà sono serviti a fronteggiare le difficoltà? «In Veneto abbiamo superato i 100 contratti di solidarietà di tipo “difensivo”, per mantenere gli occupati, nell’industria e non sono mancati casi anche di utilizzo di questo strumento nel terziario. Il miglioramento della copertura salariale per i lavoratori coinvolti (80% al posto del 60% della retribuzione nelle ore di sospensione) e la maggiore flessibilità nella gestione degli orari ne hanno poi incentivato il ricorso. Sono, invece, fermi al palo i contratti di solidarietà di tipo “espansivo”, finalizzato cioè ad aumentare l’occupazione. Servono provvedimenti governativi


Franca Porto

«C’è una visione del Nordest che accomuna molti soggetti e non solo economici: è quella che lo indica come protagonista dello sviluppo dell’area dove si incontrano Europa, Balcani, Africa mediterranea e vicino Oriente. È la vera storia della Serenissima. Per giocare questa partita dobbiamo però abbattere muri culturali, la cui grande occasione potrebbe essere il Nordest capitale della In generale cultura 2019; allargare le vie di i giovani che sono comunicazione come il corriin cerca della doio V, la Tav, la portualità; laprima occupazione vorare al plurale, per specializzazioni e integrazioni delle trovano ben pochi competenze e non per campaposti liberi nili; infine, far valere il vero tesoro del Veneto: la coesione sociale e la sussidiarietà. La podi sostegno perché questo tipo di contratti po- litica, a partire da quella regionale e delle istitrebbero portare nuovi posti di lavoro». tuzioni, dovrebbe fare in questa partita la parte In che modo la collaborazione tra im- del leone». prese e sindacato potrà garantire un nuovo Quanto fa il sindacato per contrastare l’ilsviluppo? legalità? Il protocollo d’intesa firmato a giu«Senza collaborazione tra imprese e sindacato gno con Confcoperative Veneto come si inoggi non si va da nessuna parte. Anche i sistemi serisce in questo contesto? di produzione più avanzati hanno bisogno di «Il Veneto non è la terra del lavoro illegale. Ciò collaborazione per dare risultati sotto il profilo non significa che siamo esenti da fenomeni di ladella qualità dei prodotti come della competi- voro nero, aziende fantasma e infiltrazioni matività. La vicenda Fiat lo insegna. Il primo fiose. Ad esempio, qui è partita la sperimentagrande risultato ottenuto è stato quello della ri- zione dei vaucher per regolarizzare i lavori forma del sistema contrattuale del gennaio occasionali e restiamo la prima regione per uti2010, completato con quello, unitario, sulla lizzo degli stessi, senza che ciò abbia però inrappresentanza dello scorso giugno. Abbiamo taccato l’occupazione tradizionale (in agricolquindi tutto lo spazio, e ora anche le regole, per tura è, anzi, cresciuta). Anche le domande di praticare delle vere e proprie rivoluzioni nella re- regolarizzazione dei lavoratori stranieri hanno lazioni tra capitale e lavoro nelle aziende. In Ve- avuto sempre numeri consistenti. Il protocollo neto abbiamo cominciato a fare contratti azien- con Confcooperative punta, invece, a far luce dali molto innovativi. Infine, la vera svolta, sta sulla cooperazione fittizia, costituita per sfruttare nella pratica della partecipazione: prima o poi lavoratori e ingannare il fisco. Ma qui va richiadovremo arrivarci». mata anche la responsabilità delle istituzioni Su cosa dovrà puntare il Nordest per essere pubbliche che a volte affidano gli appalti, specie protagonista sulla scena europea o mondiale? nei servizi, puntando solo al massimo ribasso».

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CONTRATTI I contratti di tipo “difensivo”, per mantenere gli occupati, in Veneto

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LAVORATORI

È l’effetto di due anni, 2009 e 2010, di saldi negativi tra assunzioni e cessazioni

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MERCATO DEL LAVORO

A lezione di imprenditorialità Le pmi italiane costituiscono un modello nel panorama internazionale. Perché, allora, nelle università italiane se ne parla così poco? Risponde Paolo Preti, docente di organizzazione delle piccole e medie imprese all’Università Bocconi Paola Maruzzi

Italia è il paese europeo che ha il maggior numero di pmi, pari al 99% del tessuto produttivo. Di quanto siano importanti se ne parla in continuazione eppure, fa notare Paolo Preti, docente di Organizzazione delle piccole e medie imprese alla Bocconi di Milano, paradossalmente sono poco considerate dal mondo accademico. «Un studente di economia studia la case history di una multinazionale piuttosto che di una pmi italiana». A colmare questo gap intervengono master e corsi post laura, come quello delle piccole e medio imprese della Bocconi, attualmente in stand by. «L’ho diretto per dieci anni, fino a quando, per legge, la mia carica è decaduta, dopodiché nessuno se n’è fatto carico, a mio parere sbagliando». Nel suo libro Il meglio del piccolo afferma che le pmi tengono in piedi l’Italia. Ma non tutti, politici compresi, ci credono fino in fondo. A cosa è dovuta questa contraddizione? «In Italia persiste ancora la mentalità secondo cui l’industrializzazione va di pari passo con le grandi imprese, una convinzione che risente di una certa cultura retrò ed esterofila: siccome all’estero - con gli Usa in testa - va forte il modello delle grandi imprese,

L’ Paolo Preti, docente di Organizzazione delle piccole e medie imprese all’Università Bocconi di Milano

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sembra che bisogna sforzarsi di seguirlo a tutti i costi. Con questo non voglio dire che non si parli a sufficienza delle pmi, anzi sono un argomento discusso, retorico direi, ma ci sarebbe bisogno di più fatti. È vero pure che rispetto a quindici anni fa sono stati compiuti notevoli passi in avanti: come tutti i paesi abbiamo istituito il mister pmi, Giuseppe Tripoli, e si sta varando lo statuto delle imprese, in modo da poter acquisire lo Small business act europeo». Tra le criticità delle pmi c’è quella di non investire a sufficienza nell’alta formazione. Da un osservatorio come quello delle Bocconi, come vede la situazione? «Innanzitutto non si può fare di tutt’erba un fascio. Sulla formazione dei giovani rampolli normalmente si investe moltissimo. Discorso diverso va fatto per i manager, ai quali, a meno che non vogliano pagarsi di tasca propria un master, raramente viene aperta la strada verso la frequentazione di corsi. Infine c’è l’imprenditore, che per ragioni di impegni può concedersi solo master mirati e brevi». Perché è proprio il giovane neolaureato che ha il “futuro assicurato” a investire maggiormente in un master di uno o due anni? «Ci sono almeno due motivi: spesso accade che durante l’adolescenza i figli di un piccolo imprenditore abbiano una sorta di rigetto per l’azienda di famiglia perché rappresenta qualcosa di totalizzante, che catalizza le attenzioni dei genitori. Così i figli si “vendicano” ripiegando su facoltà umanistiche. Una volta completata questa fase, spesso c’è un ripensamento


Paolo Preti

La managerialità è made in London mentre l’imprenditorialità, quindi la fondazione dell’azienda, è made in Italy

ma ci si ritrova privi di una strumentazione: subentra la necessità di correre ai ripari frequentando un master ben strutturato, non episodico. C’è poi un’altra componente: le nostre università dedicano poco spazio alle pmi. Nella stessa Bocconi, su circa 300 corsi, solo il 10% sono mirati alle pmi. L’alta formazione colma in parte questo gap». Quindi crede sia necessario un ripensamento del sistema formativo tout court? «Le pmi italiane devono trovare maggiore spazio nelle nostre aule universitarie. Prendiamo, per esempio, la facoltà di economia: è impensabile che i casi aziendali discussi siano sul modello delle multinazionali, come la Coca Cola quando in Italia c’è un corollario di case history di pmi. I futuri imprenditori e manager usciranno con una laurea “tecnica”, ma saranno impreparati alla gestione di una piccola realtà». Ci fa un esempio?

«Prendiamo i controlli di gestione: sul piano teorico sia per la piccole che per le grandi imprese le “regole” sono le stesse. Ma nella pmi il controllo di gestione è una novità, occorre quindi trasmettere la capacità del cambiamento. Ecco allora che introdurre, dalla teoria alla pratica, il sistema di budget non significa solo saperlo eseguire, ma soprattutto farlo accettare». Le piccole imprese sono una “materia” tipicamente italiana: da un punto di vista accademico come ci vedono da fuori? «La managerialità è made in London; l’imprenditorialità, quindi la fondazione dell’azienda, è made in Italy e questo viene riconosciuto. Quando Bill Clinton non era ancora presidente degli Usa venne in Italia, in Toscana, a studiare i nostri distretti. Oggi siamo in grado di attrarre studenti, non solo di facoltà strettamente economiche, provenienti da ogni parte del mondo». VENETO 2011 • DOSSIER • 95


FOCUS PADOVA

In prima fila per il rilancio degli enti locali I Comuni sono le istituzioni che accusano di più la scarsità di risorse. Per dare un contributo e fronteggiare questo momento difficile, a Padova si punta sul turismo e si lavora sui tagli al bilancio, chiedendo però più attenzione per gli enti locali Francesco Bevilacqua adova e i suoi cittadini stanno cercando di lasciarsi alle spalle le ferite più dure inferte dalla crisi, in particolare sul fronte dell’occupazione e a questo proposito è stato approntato un tavolo sulla crisi per supportare l’emergenza. Così come l’imprenditoria, anche le istituzioni devono trovare il modo di rinsaldare il tessuto socio-economico locale, partendo proprio dalla valorizzazione delle sue eccellenze. Il turismo è il settore in cui emergono maggiormente le peculiarità del Padovano e il sindaco Flavio Zanonato ritiene giusto e necessario unire la pro-

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mozione del territorio con il reperimento delle risorse economiche utili al suo rilancio: «Il turismo – osserva Zanonato – rimane una risorsa fondamentale per gli enti locali. Garantisce un fortissimo indotto e ha un impatto morbido sul territorio rispetto allo sviluppo industriale come lo abbiamo sperimentato. Il Veneto è una delle regioni più turistiche d’Italia e Padova ha conosciuto un aumento eccezionale di visitatori». In quest’ottica si colloca l’introduzione della tassa di soggiorno, attiva da questo mese e fortemente voluta da Anci Veneto, sezione regionale dell’associazione di cui


Flavio Zanonato

I Comuni sono i principali fattori di sviluppo dell’economia nazionale e questo va detto

Zanonato è vicepresidente nazionale. «L’imposta di soggiorno consentirà comunque di investire sul turismo migliorando la qualità del decoro e del sistema urbano, organizzando eventi importanti per attrarre turisti, investendo in segnaletica per indicare al meglio luoghi e monumenti della nostra città». La provincia di Padova raggiunge il dodicesimo posto a livello nazionale in termini di presenze; si tratta, secondo Zanonato, «di forme di turismo differenziate, da quello religioso a quello d’affari, legato ai congressi, per finire col turismo d’arte. Tutte forme che oggi sono sempre più organizzate: sono sempre meno i “turisti fai da te”. Questo significa che il turismo predilige sempre più “pacchetti di offerta” gestiti da operatori istituzionali ed è con questa catena che gli enti locali dovranno sempre più lavorare per creare una filiera di promozione del territorio». Il rilancio passa quindi per la valorizzazione del tessuto economico e amministrativo locale auspicata dal primo cittadino che, contestando la manovra recentemente approvata dal Parlamento, ha rivendicato più attenzione nei confronti degli enti locali: «I Comuni sono i principali fattori di sviluppo dell’economia nazionale – ha ricordato Zanonato – e questo va segnalato all’opinione pubblica, anche attraverso una campagna informativa mirata a livello nazionale e locale». La stretta che attanaglierà i Comuni nel prossimo esercizio finanziario spa-

venta non poco Zanonato, che riporta le previsioni per i prossimi anni: «I numeri dicono che se nel 2010 i trasferimenti arrivavano a 14 miliardi, nel 2014 saranno di 7 miliardi, comprensivi della compartecipazione dell’Iva. È una cosa che ucciderà di fatto i comuni». Il Comune di Padova ha già lavorato molto per far quadrare il bilancio 2010, per chiudere il quale è stato costretto a effettuare tagli per 4 milioni di euro. Il bilancio previsionale per il 2011 ha subìto una decurtazione di addirittura 8,3 milioni, dovuta in buona parte alla necessità di fronteggiare un taglio dei trasferimenti pubblici pari a circa 6,5 milioni. «Quest’anno lo Stato ci trasferirà 6,7 milioni in meno – ha commentato in proposito Zanonato –, l’anno prossimo 6,7 milioni in meno e nel 2013 saranno 6 in meno». La difficile situazione economica del Paese impone che tutti i livelli amministrativi, così come la sfera privata, stringano la cinghia tagliando le spese ove possibile, ma i Comuni e gli enti locali sono fra le istituzioni più fragili dal punto di vista economico e quelle che risentirebbero maggiormente della scarsità di risorse. Proprio per questo, secondo Zanonato, è necessario che «si riduca la parte relativa ai tagli per i Comuni. Essi vogliono partecipare a rilanciare il Paese, ma non con la demagogia che sento in giro; partiamo dall’alleggerimento del patto, spendiamo i soldi che abbiamo in cassa e possiamo a subito far ripartire gli investimenti». VENETO 2011 • DOSSIER • 99


FOCUS PADOVA

Nuove idee per la città Dalle agevolazioni sui servizi pubblici per famiglie e imprese a un nuovo modello di governance, passando per turismo e sicurezza. Le proposte per il rilancio di Padova avanzate da Alberto Salmaso

otata di un territorio dalle ottime potenzialità, la sfida di Padova consiste nel trovare le giuste sinergie fra i vari soggetti, istituzionali e privati, che la animano. Alberto Sal- Francesco Bevilacqua maso, capogruppo del Popolo delle Libertà in consiglio comunale, analizza la situazione del capoluogo veneto, proponendo idee concrete per sviluppare le eccellenze della città del Santo: «I punti salienti vanno dal rilancio non sposto positivamente alla crisi stanno persolo del settore turistico ma dell’immagine dendo quote di mercato. Cosa potrebbe fare complessiva di Padova nel mondo a una più il Comune per risollevare la situazione del puntuale collaborazione fra gli attori del ter- settore? ritorio, senza perdere di vista importanti tappe «Rispetto ai dati in questione, reputo che il Cocome la creazione della città metropolitana». mune, proprio perché titolato a gestire e goQuali le azioni più urgenti che le istitu- vernare il territorio, debba investire risorse zioni locali dovrebbero adottare per favorire umane ed economiche per un rilancio delil rilancio economico? l’immagine cittadina e soprattutto della ge«Considero valide e necessarie le iniziative dalla stione integrata a più livelli, una forte caratteforte caratterizzazione locale, che valorizzino la rizzazione e specializzazione locale finalizzata a vocazione socio-economica e turistica del ter- recuperare in “qualità e servizi”». ritorio e introducano le misure per lo sviluppo La Camera di Commercio ha definito rie la gestione del sistema di governance delle re- levante la posizione del turismo all’interno lazioni tra istituzioni e soggetti portatori di in- del terziario. Avendo anche affrontato reteressi. Queste dovrebbero realizzare intese po- centemente il tema in consiglio comunale, litiche tra territorio, imprese e rappresentanti quali specifiche iniziative ritiene importante degli interessi sociali e intese finanziarie tra adottare? imprese, territorio e banche. Un’altra proposta «Per Padova il turismo ha un’importanza strautile consiste nell’agevolare famiglie e imprese tegica: si pensi che nel primo semestre del con uno sviluppo dei servizi pubblici, riducendone così l’impatto economico e ricavando le risorse necessarie dallo sviluppo della pubblicità e dalla compartecipazione ai costi grazie ad agevolazioni nel territorio a beneficio dei soggetti che decidono di investire. Infine, l’ambiziosa ma strategica proposta della creazione di una grande città metropolitana che inglobi, sinergicamente e funzionalmente, Padova con i comuni attigui, creando una grande realtà di oltre 400.000 cittadini». I dati di Confesercenti sottolineano che i piccoli commercianti, che costituiscono un quarto del totale, nonostante abbiano ri-

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Alberto Salmaso, capogruppo del Popolo delle Libertà nel il consiglio comunale di Padova


Alberto Salmaso

Considero valide e necessarie le iniziative dalla forte caratterizzazione locale

2011 i flussi turistici nella sola città sono cresciuti dell’8,2% negli arrivi e del 9,3% nelle presenze totali, pari a oltre 546.600 visitatori per una permanenza media di 2,04 giorni. Lo scorso 20 giugno è stata unanimemente approvata in consiglio comunale una mia mozione denominata “Servizi, cultura, commercio e turismo per la città di Padova del futuro” per un rilancio strategico dell’immagine della città del Santo in Italia e nel mondo. L’offerta culturale, commerciale, strutturale e turistica in genere di Padova deve essere riorganizzata in piena sinergia con tutte le categorie economiche e le altre realtà rilevanti. Punto focale sarà la creazione di un logo caratterizzante della città, che possa diventare un “brand” riconosciuto e riconoscibile a livello internazionale. Altra iniziativa che reputo necessaria è quella di istituire delle serate a tema di livello regionale, con la partecipazione di negozianti e ambulanti, per far scoprire ai visitatori la “Padova by night”. È strategico, infine, puntare sulla conoscenza e sulla promozione di tutti quei tesori artistici che hanno fatto grande la Padova medioevale e rinascimentale, sviluppando il

mondo dell’accoglienza turistica che permetterebbe l’espansione delle strutture dedicate e dei servizi di indotto». Alla luce anche della questione relativa alla realizzazione della nuova Questura, qual è la situazione delle strutture per la sicurezza e delle risorse umane ed economiche dedicate? «La percezione di insicurezza a Padova è purtroppo una triste realtà e ancora di più credo possa preoccupare la percezione di impunità nonostante le leggi e l’impegno costante delle forze dell’ordine. La nuova Questura è sicuramente un elemento strategico sia logistico sia di presidio. Dovunque sarà si sta comunque aspettando troppo per decidere, proprio per le famose “incompatibilità” politiche, nel caso specifico tra Comune e Provincia. Per quanto riguarda le risorse investite nel territorio, anche a livello economico, credo ci si dovrebbe impegnare di più: mi rendo conto delle ristrettezze in cui versano le casse pubbliche in questi anni, ma presidi, telecamere e operatori sono necessari, magari anche con un impegno più sistematico della polizia municipale». VENETO 2011 • DOSSIER • 101


FOCUS PADOVA

Il cambiamento non può attendere L’industria padovana si è rimessa in moto, seppur in maniera instabile. L’export continua a spingere, ma la domanda interna è ferma. E le imprese chiedono responsabilità e discontinuità. Ne parla il presidente di Confindustria Massimo Pavin Francesco Bevilacqua

imprenditoria padovana sta stringendo i denti per superare la recessione economica, anche se, oltre che dagli sforzi dei componenti del tessuto economico locale, la buona riuscita di questo lento processo di ripresa dipende anche dagli altri attori interessati, come le istituzioni finanziarie, le amministrazioni locali e nazionali e le banche. «L’industria padovana si è rimessa in moto, ma in maniera instabile e fatica ancora a esprimere il suo potenziale. Lo dimostra il rallentamento registrato nel secondo trimestre, soprattutto per le aziende più piccole» precisa il leader degli industriali locali. Cosa fare dunque? «L’export continua a spingere la ripresa, ma la domanda interna non decolla e pesano i prezzi delle materie prime, i tempi dei pagamenti, il rialzo dei tassi di interesse. Una cosa è certa: la fase post crisi ci ha insegnato che la ripresa c’è per chi è capace di globalizzarsi. Ci sono imprese e filiere che lo hanno capito e stanno compiendo grossi sforzi di ristrutturazione, riposizionamento sui mercati, stanno puntando su innovazione, reti e aggregazioni. Altre sono tuttora in mezzo al guado, in forte sofferenza. Alle une e alle altre vanno date risposte immediate e coerenti. Serve una scossa a tutti i livelli e segnali di discontinuità, bisogna rimuovere gli ostacoli all’attività d’impresa, aggredire le riforme annunciate da vent’anni e disattese: fisco, spesa pubblica,

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Massimo Pavin, presidente di Confindustria Padova

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liberalizzazioni, oltre a una cura dimagrante per il sistema politico e i suoi costi». Le imprese temono una nuova stretta del credito? «L’aumento dei tassi Bce e le tensioni sui mercati si sono già tradotti in maggiore costo del denaro per metà delle imprese padovane - il 47,7% -, un altro freno alla ripresa. Bisognerà tenere alta l’attenzione nei prossimi mesi. Guai se si dovesse verificare una restrizione del credito alle imprese per l’impatto di Basilea 3. È alle banche del territorio che mi rivolgo, con le quali abbiamo lavorato molto per costruire forme di partenariato per dare sostegno alle pmi: è una esigenza comune evitare ricadute negative sul credito, avere una unità d’intenti per accompagnare la difficile trasformazione delle imprese, sostenere i processi di aggregazione e di internazionalizzazione, dando credito a chi ha buone idee e buoni progetti. Questa partita si gioca tutti insieme». La lentezza e i costi penalizzanti della burocrazia sono sempre nel mirino delle pmi. E proprio da Confindustria Padova si


Massimo Pavin

è levata una voce forte. «Sburocratizzazione e semplificazione sono aspetti cruciali per la competitività e la crescita. Da una nostra indagine risulta che le imprese padovane bruciano ogni anno 170 milioni di euro e 1,6 milioni di giornate di lavoro solo per carte adempimenti burocratici, 63 giornate perse per ogni piccola azienda. Una tassa occulta e un carico enorme che ci costringe a fare gli imprenditori part time. Le imprese non chiedono assistenza né sussidi, ma che vengano tolte le briglie per competere alla pari con la concorrenza. A cominciare dalla drastica semplificazione di norme e pro-

cedure e dalla certezza sulla realizzabilità degli investimenti». Che ruolo può avere l’area Zip nella crescita dell’economia padovana? «La Zip è la più vasta area industriale del Nordest e una delle più grandi d’Europa. Oggi si trova di fronte a una sfida di rinnovamento che corre in parallelo con quella delle nostre imprese. Con l’approvazione del piano di assetto del territorio intercomunale, a cui auspichiamo segua entro l’anno l’adozione del Pat comunale, si apre una nuova fase di razionalizzazione e riqualificazione attesa da tempo dalle aziende. Le infrastrutture devono stare al passo con gli standard tecnologici e logistici che richiede la competizione globale - connettività, supply chain - con un’attenzione particolare a uno sviluppo sostenibile e all’integrazione con un terziario ad alto valore aggiunto. Occorre creare le condizioni perché le aziende manifatturiere continuino a produrre al meglio nel nostro territorio, mettendo in atto tutti gli strumenti per accrescerne la competitività e attrarre nuovi investimenti». VENETO 2011 • DOSSIER • 103


FOCUS PADOVA

Export e made in Italy per rilanciare l’economia padovana Quello della disoccupazione è stato uno degli aspetti che hanno maggiormente toccato l’economia padovana. Un prudente ottimismo accompagna però i dati più recenti, incoraggiato anche da iniziative volte a promuovere l’economia del territorio. La parola a Roberto Furlan Francesco Bevilacqua

n questo momento la forza propulsiva dell’economia padovana è l’internazionalizzazione, e le aziende che hanno puntato sul commercio estero - in particolare sui mercati di Cina, India, Messico, Brasile hanno avuto dei vantaggi indubbi. Come conferma Roberto Furlan, presidente della Camera di Commercio di Padova, «le previsioni sono state rispettate, dimostrando che la nostra provincia ha reagito in modo positivo sia sul fronte delle aziende sia su quello della tenuta occupazionale. Ma le nubi che si addensano sullo scenario internazionale, della finanza e delle borse mondiali destano preoccupazione perché sfuggono al nostro controllo». Secondo i dati disponibili, l’export rappresenta l’eccellenza di un’economia in lenta ripresa. Come valuta la situazione attuale? «I segnali sono confortanti, anche se ci vorrà ancora qualche anno per uscire definitivamente dal tunnel. Il terribile 2009 è ormai un ricordo, ma la ripresa è ancora lieve e interessa soprattutto le aziende di medie dimensioni, che comunque attivano una filiera di soggetti minori. Industria e

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Roberto Furlan, presidente della Camera di Commercio di Padova

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servizi sono i due settori che hanno reagito meglio, mentre l’edilizia sta ancora soffrendo molto, così come le piccole e medie imprese dell’artigianato. L’export, che sta spingendo la ripresa, è cresciuto nel 2010 del 10% e nei primi mesi 2011 gli ordinativi esteri sono aumentati dell’8,1%, con punte particolari nella metalmeccanica (+33,2%) e nella chimica (+25,8%). Il valore aggiunto provinciale è però cresciuto solo del 2,1% nel 2010: meglio del dato nazionale (1,3%) ma ancora lontano dal pieno recupero. La ripresa è trainata dall’industria manifatturiera (+6,3% la produzione) e dai servizi (+1%), mentre il settore edilizio sta crollando (-2,2%) in maniera preoccupante. Il quadro è dunque ottimistico, anche se la prudenza è d’obbligo». L’Inps parla di un ricorso alla cassa integrazione nel periodo 2010-2011 talmente elevato da non avere precedenti negli ultimi trent’anni. Qual è stato l’effetto? «A Padova l’azione sinergica fra gli enti locali, la Provincia e il Comune, riuniti attorno al tavolo sulla crisi, assieme a categorie economiche e sindacati, ha consentito di attivare misure di sostegno per attenuare l’impatto della crisi. Il tessuto socio-economico ha, comunque, tenuto nonostante ci siano purtroppo stati episodi di suicidi da parte di piccoli imprenditori. Su questo fronte ci sono stati attenzione e sostegno verso coloro che hanno


Roberto Furlan

trovato difficoltà nel portare avanti la propria attività durante il momento più duro. La situazione sta migliorando e le previsioni per la seconda metà 2011 e per il 2012 sono confortanti: entro quest’anno dovrebbero terminare gli effetti negativi della crisi sull’occupazione per arrivare a un inizio 2012 con il leggerissimo aumento di occupati dello 0,6%. Attualmente il numero di disoccupati si aggira sulle 25.000 unità su 410.000 occupati, con un tasso di disoccupazione che non dovrebbe superare il 5,8%. Teniamo presente che in Germania lo stesso dato si attesta sull’8% e che, finora, stiamo registrando il tasso più basso rispetto alle precedenti crisi». Il progetto “Made in Padova” punta a rilanciare il tessuto economico locale valorizzandone le produzioni di qualità. Lo può descrivere brevemente? «Voluto e promosso dalla Camera di Commercio di Padova in sinergia con le associazioni di categoria locali, il progetto è partito nel 2010 e sta entrando in questi mesi nella sua fase operativa. Con esso puntiamo a scoprire, valorizzare e aggregare lo spirito creativo e le eccellenze del nostro territorio e farle conoscere nel

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Attualmente il numero di disoccupati si aggira sulle 25.000 unità su 410.000 occupati, con un tasso di disoccupazione che non dovrebbe superare il 5,8%

mondo. Le aziende sono molto interessate all’iniziativa e il numero di imprese eccellenti che partecipano sta aumentando investendo moltissimi settori: moda e calzature, artigianato, elettronica di precisione, domotica, arredamento, pasticceria e gastronomia, valigeria e articoli da viaggio, fashion design, veicoli elettrici. L’obiettivo è stimolare l’attenzione delle imprese nei confronti dell’innovazione, aiutandole a uscire dalla crisi facendo leva sull’importanza del design, che non va visto solo come qualità estetica e funzionale del prodotto ma anche come attitudine alla ricerca di valore nei percorsi di progettazione e comunicazione. La Camera di Commercio punta a fornire una migliore immagine del territorio all’esterno, oltre che a sviluppare una maggiore vitalità e distinzione dei prodotti e delle eccellenze produttive made in Padova, mirando a rendere il più possibile concrete e visibili l’innovazione e l’eccellenza dei prodotti che identificano il marchio Padova in Italia e nel mondo».

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CULTURA D’IMPRESA

La stamperia di Harry Potter Il Gruppo Hachette, TimeWarner, Pravda, El Pais, The Sun, New York Times, sono i principali clienti di Grafica Veneta, nata dall’intuito di Fabio Franceschi, che nell’ultimo anno ha distribuito nel mondo 149 milioni di libri, registrando un incremento del 15% dello stampato e del 30% del fatturato Elisa Fiocchi

a propensione all’alta tecnologia, l’innovazione e la ricerca sono il core business di questa stamperia nata nei primi anni Sessanta a Loreggia, in provincia di Padova. La crescita dell’azienda ha conosciuto una forte accelerazione nel 2000, con la tradizione familiare passata nelle mani di Fabio Franceschi, attuale presidente e amministratore unico, che ha chiuso il 2007 con un fatturato di 50 milioni di euro. Il segreto? «Grafica Veneta funziona 24 ore su 24, sette giorni alla settimana» racconta. «È in grado di consegnare 50mila copie di un’opera in 60 ore e realizzare il 70% degli ordini in sette o otto giorni: un ciclo

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produttivo senza sosta in cui sono coinvolto anche io che sono il “capo”». Tra stampe e libri dal successo internazionale, Grafica Veneta medita di quotarsi in Borsa e riserva ai propri dipendenti assistenza legale, possibilità di ottenere un fido fino a 20mila euro per l’acquisto o la ristrutturazione della casa, più un’altra serie di garanzie. Per fare in modo, sostiene Franceschi, che l’unico loro problema sia l’azienda. Nel mercato editoriale, che molti definiscono maturo, lei ha trovato la strada del successo. Con quali mezzi e strategie è riuscito a moltiplicare i fatturati in pochi anni? «Dalla sfida iniziale della divisione “h24”, se-


Fabio Franceschi

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Puntiamo entro il 2012 alla “cittadella del libro”, con un ampliamento di 100 mila metri quadrati, e all’autosufficienza energetica

zione aziendale che permette la consegna anche oltre oceano di una tiratura di milioni di copie nell’arco di una sola giornata. A luglio 2010 poi c’è stata la conversione alla green economy che ha permesso la realizzazione di tutti gli ordini a energia solare, risparmiando circa 1.200 tonnellate di anidride carbonica. Tredicimila pannelli installati su 50mila metri quadrati di tetto hanno permesso di stampare col sole oltre centomilioni di romanzi, gialli e saggi. Scelta pulita, motivata e apprezzata dalle principali 60 case editrici». Harry Potter, il New York Times e tanti editori internazionali hanno fatto riferimento a Grafica Veneta. Con quali altre grandi aziende ha collaborato di recente? «I clienti di Grafica Veneta sono i primi sessanta editori più importanti del mondo. La classifica del prodotto parla del trionfo degli allegati ai quotidiani in Romania, dove sono stati distribuiti quasi 20 milioni di volumi insieme al quotidiano Adevarul. Segue la Russia, che sembra anche manifestare esigenze olfattive in quanto predilige sfogliare un’opera di qualità e pure aromatizzata. Il terzo podio è occupato da new entry come la Serbia e il Montenegro e al quarto un timido Brasile già

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perlustrato dal punto di vista “editoriale”. La compagine mondiale Italia, Francia e Germania (nell’ordine) si conferma leader nel campo della narrativa: 40 milioni di libri sono partiti da via Malcanton e andati in tutte le librerie italiane. Nella graduatoria delle edizioni scolastiche è sempre l’Italia, prima della Francia, a farla da padrona, con 8 milioni di sussidiari». Quanto pesa l’export sui ricavi e a quali nuovi mercati internazionali fa riferimento? «Il 70 % del fatturato è da ricondurre all’export, un dato che è ormai una costante degli ultimi anni. I mercati esteri consolidati sono quello russo, rumeno, francese e polacco. Sicure e promettenti sono anche le prospettive di lavoro nei Paesi Arabi, in Etiopia e in Senegal». Qual è il prossimo traguardo che Grafica Veneta vuole raggiungere? «Puntiamo entro il 2012 alla “cittadella del libro”, ovvero a un ampliamento 100 mila metri quadrati, e l’autosufficienza energetica con il perfezionamento dell’impianto a biomassa. Vogliamo che il nostro spazio attrezzato sia vivibile e accessibile a tutti, con un’oasi dedicata alla lettura, osservatori imprenditoriali e percorsi didattici per i più giovani».

Fabio Franceschi, presidente e amministratore unico di Grafica Veneta

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Un respiro internazionale Il Gruppo Bauli vola in India con la produzione di una linea di croissant avviata con un partner locale mentre osserva con interesse lo scenario russo, tra analisi di mercato e ricerca di soci affidabili Elisa Fiocchi

nire la tecnologia all’arte preziosa e difficile della lievitazione naturale è il vantaggio competitivo che ha saputo cogliere il Gruppo Bauli. Dietro a un fatturato di 280 milioni di euro, una media di 1.214 dipendenti e 4 stabilimenti produttivi, si celano altri punti di forza, come rivela il presidente Alberto Bauli: «La condivisione degli obiettivi dell’azienda e la capacità di impostare e implementare un modello gestionale affidabile, oltre all’orientamento alla marca e al mercato che ci lega fortemente ai quasi 13 milioni di famiglie che ogni anno acquistano i nostri prodotti». L’export pesa per il 6% nei fatturati dell’azienda ma, in Russia la situazione sembra molto promettente. Come il Gruppo Bauli ha intenzione di collaborare con gli imprenditori russi e a quali altri nuovi mercati guarda con interesse?

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«Si tratta di un percorso complesso che ci vedrà sempre più impegnati nell’intento di dare un respiro più internazionale alle nostre attività. Lo stiamo già praticando in India, ove è partita la produzione di una linea di croissant grazie a un accordo che abbiamo stretto con un partner locale. La conoscenza dei mercati risulta fondamentale per un migliore approccio: dimensione del mercato, abitudini di consumo, tessuto distributivo sono spesso molto diversi da quelli occidentali. Affermare il made in Italy attraverso produzioni realizzate nei singoli mercati rappresenta un’indubbia opportunità che per essere colta richiede, da un lato, giuste dosi di imprenditorialità e di rischio, dall’altro, non tollera improvvisazione. L’approccio al mercato russo prevede, come fatto in altri casi, analisi di mercato e contemporanea ricerca di partner affidabili». Quali sono le prime stime del 2011 sul bi-


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Crescono le vendite nel 2011, ma i maggiori costi delle materie prime sono oramai insostenibili un pò per tutti

lancio aziendale e i prossimi traguardi da centrare? «È fuor di dubbio che il contesto che avremo di fronte anche nei prossimi mesi sarà caratterizzato da stagnazione dei consumi, instabilità dei mercati finanziari, aumento del costo delle materie prime, inflazione. Tutti temi che rendono il quadro della ripresa più lungo e difficile. Noi componenti della famiglia condividiamo con il management intenzioni e programmi di crescita tali da potere sviluppare ulteriormente l’azienda anche nei prossimi anni. Sotto quest’aspetto il 2011 si sta caratterizzando per un trend di crescita nelle vendite, grazie anche a nuovi lanci di prodotto quali le due nuove merende “Morbidi Amici” e “Nuvelle”, ma con una situazione, relativa ai maggiori costi delle materie prime, che si sta facendo oramai insostenibile e che potrebbe rallentare, non solo per noi ma per l’intero sistema agroalimentare, processi di crescita più sostenuti». Da molti anni ormai, Bauli collabora con la Federazione nuoto italiana. Com’è nata questa partnership? «La collaborazione è nata otto anni fa: una

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partnership che ogni anno si è arricchita di contenuti, eventi e attività volte a sensibilizzare le persone su temi quali la passione per lo sport pulito, l’importanza dello spirito di squadra, l’impegno quotidiano, l’etica, la sana alimentazione nella vita di tutti i giorni nonché l’importanza dell’attività fisica fin da bambini. Il veicolo è il nuoto, uno degli sport più amati e praticati da tutti, che ci ha messo in contatto, nelle oltre 200 piscine affiliate, con migliaia di famiglie. I valori nei quali ci si può riconoscere in questo amatissimo sport rispecchiano anche il nostro modo di essere, in azienda e nei rapporti con le persone che amano i nostri prodotti e che gli acquistano ogni giorno o nei grandi momenti di festa. È sulla calda ed emotiva relazione con le famiglie che porranno le basi le nostre iniziative future».

Alberto Bauli, presidente del Gruppo Bauli

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IMPRENDITORI DELL’ANNO

Il denim si rinnova tra ricerca e tradizione Una maggiore riconoscibilità del marchio sui mercati internazionali. Rinnovate strategie comunicative. Un’attenzione quasi spasmodica all’evoluzione dei trend stilistici. Presentando la nuova collezione Take Two, Giancarlo Bigotto mostra i piani di una delle realtà più dinamiche della jeanseria italiana Carlo Sergi

l 2011 si sta rivelando uno dei periodi più profittevoli e strategici per lo sviluppo della Dynamic Jeans Manifatture. L’azienda padovana è oggi tra i nomi più noti nel comparto della jeanseria. Frutto della migliore tradizione made in Italy, ma dalle origini internazionali, la società di Campodoro si apre alla nuova stagione riconfermandosi protagonista sul distretto denim del Nord Est. Un successo reso possibile in primis grazie al con-

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Giancarlo Bigotto, presidente della Dynamic Jeans Srl di Campodoro (PD) www.dynamicjeans.it www.take-two.it

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trollo totale sul brand Take Two, con il quale nel 1996 l’azienda è subentrata nel mercato italiano. «Da allora siamo riusciti a rafforzarci, acquisendo visibilità e nuove quote di mercato – spiega il presidente della Dynamic Jeans, Giancarlo Bigotto -. La strada da perseguire, però, è ora quella dell’internazionalizzazione». Take Two, non a caso, è già distribuito sui mercati europeo e russo. «In un mondo sempre più globalizzato fare sistema è un valore. Per questo siamo sempre pronti a ricercare nuovi player di settore per aumentare le potenzialità dell’azienda». Negli ultimi anni, poi, il marchio si è espanso grazie alla nuova linea Take Two Teen, dedicata ai più piccoli, fino ai 16 anni. Pochi mesi fa l’ultima importante novità per il gruppo guidato da Bigotto, l’acquisizione del marchio Maison Clochard. Perché proprio questo brand? «Mi ha colpito perché rappresenta una filosofia di vita, uno stile di pensiero, un equilibrio instabile fra disincantato sense of humour e ricerca di armonici opposti, tra citazioni retro-chic dissacrate e reinterpretazioni sofisticate e provocanti. È joie de vivre, elegante follia, ironia, libertà, estro e semplicità». A quali target vi rivolgete? «Take Two, attraverso 1400 punti vendita multimarca, è distribuito, oltre che sul territorio nazionale, anche in Europa e Russia. Il target di ri-


Giancarlo Bigotto

ferimento è medio-alto. La linea Teen, invece, è presente in oltre 400 punti vendita multimarca, per ora prevalentemente in Italia. In questi anni abbiamo preferito concentrare e curare al meglio la nostra distribuzione sul mercato interno, una strategia che ci ha permesso di essere presenti in molti dei negozi più importanti e prestigiosi della penisola». Ciò non toglie che le vostre ambizioni restano internazionali. «Effettivamente il concetto di internazionalità ha caratterizzato e distinto Take Two sin dalla nascita. Il brand infatti è nato e si è sviluppato prima all’estero e poi in Italia. Già da “piccolo” ha dovuto così confrontarsi con una concorrenza internazionale in mercati dove compromessi di stile e prezzo non pagano. L’azienda è in continuo movimento. Nonostante i tempi crediamo molto nello sviluppo e nel rafforzamento distributivo nei mercati esteri vicini. L’area principale resta tuttora quella europea e la Germania ne rappresenta il “punto focale”». Su quali altri mercati vi orienterete? «Il nostro impegno sarà dedicato a paesi come Olanda, Francia, Belgio, Spagna e Austria, che sebbene coinvolti da una crisi globale rimangono sempre ricettivi e premianti nei confronti di chi sa offrire un prodotto caratterizzato da stile e qualità. Per quanto concerne Take Two Teen il prossimo obiettivo sarà quello di ampliare la distribuzione anche all’estero. Al momento il brand è reperibile all’estero solo in alcuni punti vendita in Francia, Benelux, Spagna, Russia e Paesi Arabi». Dunque incrementerete la distribuzione? «Uno dei nostri punti di forza, sia per la linea dedicata all’adulto, che per il teen, è proprio la velocità nel riassortimento. Siamo molto flessibili e veloci e vantiamo un servizio di customer care molto efficiente. Sicuramente lo sforzo organiz-

In un mondo sempre più globalizzato fare sistema è un valore. Per questo siamo sempre pronti a ricercare nuovi player di settore per aumentare le potenzialità dell’azienda

zativo è grande, ma viene ben ripagato con la soddisfazione dei committenti. Per cui si tratta di proseguire su questa strada allargando però il bacino di riferimento». Il mondo della moda italiana è spesso accusato di delocalizzare eccessivamente. Lei come la pensa? «Viviamo in un mondo globalizzato, nel quale bisogna sì fare tesoro delle tradizioni e del knowhow acquisiti negli anni, ma in cui occorre necessariamente adeguarsi dal punto di vista produttivo. Le fonti produttive, infatti, non possono più essere esclusivamente quelle tradizionali, italiane. È inevitabile che si concentrino anche laddove la manodopera costa meno. Il manifatturiero presenta dei costi difficilmente sostenibili per le imprese, specie quando, come nel nostro caso, è richiesta una quantità di produzione tale da soddisfare le vetrine di mezzo mondo». La crisi ha colpito anche il vostro settore. VENETO 2011 • DOSSIER • 113


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Nonostante i tempi crediamo molto nello sviluppo e nel rafforzamento distributivo nei mercati esteri vicini. L’area principale resta tuttora quella europea

Quali regole vanno seguite per mantenere la

Nella pagina precedente e sopra, alcune delle immagini realizzate per il brand Take Two dall’agenzia Almagreal di Firenze

posizione sui mercati? «Proporre collezioni al passo con la moda è fondamentale. Il denim è un materiale troppo versatile e malleabile per essere standardizzato e banalizzato. E il nostro è un marchio di qualità ma anche molto glamour. Noi facciamo moltissima ricerca in tal senso. Questa è la chiave». Ricerca? «La ricerca e l’innovazione per noi sono fondamentali. Il 15 % del nostro budget è finalizzato a questa attività. Abbiamo creato un ufficio stile incaricato di visitare le principali fiere e vetrine internazionali del settore, il nostro team è in continua trasferta per essere sempre informato sulle novità. Non bisogna fermarsi mai, è d’obbligo essere sempre curiosi, cercare di intuire quelle che sono le esigenze dei consumatori. Siamo sottoposti a continui cambiamenti, ciò vale anche per tutti gli altri settori, e il segreto sta nella velocità di reazione, nell’avere una risposta pronta e riuscire, laddove possibile, ad anticipare i tempi».

114 • DOSSIER • VENETO 2011

Quali sono i vostri punti di forza? «Sicuramente la vestibilità dei nostri capi. Tutto è curato nei minimi particolari, dai lavaggi alla realizzazione dei dettagli. Per esempio lavoriamo con attenzione le labels e i ricami. Soprattutto, nel denim a fare la differenza è la qualità delle materie prime utilizzate. Anche in questo emergono i valori della ricerca e dell’innovazione». Anche il fitting conta. «Certamente. Il nostro è sempre riconoscibile essendo molto slim e vicino alle forme che caratterizzano il mondo dell’adulto». Nel 2012 festeggerete i primi 30 anni di attività del marchio. «Un traguardo importante. Stiamo ancora studiando il modo più consono per celebrarlo. Intanto posso dire che con la nuova collezione presentiamo un cambio d’immagine. Questa stagione rappresenta per noi il momento della svolta. A partire dall’aspetto comunicativo. Adottare una giusta strategia di comunicazione è fondamentale per il successo del marchio. Abbiamo un prodotto di buona qualità, innovativo e curato nei dettagli, ma tutto ciò deve essere tra-


Giancarlo Bigotto

NEL CUORE DEL VENETO D ynamic Jeans Manifatture Srl è un’azienda specializzata nella progettazione e nella produzione di jeanseria. Nasce nel 1982 in partnership con Italian Jeans, società distributrice con sede in Francoforte, e sviluppa un know-how di carattere internazionale. Nel 1996, dopo aver acquisito il controllo totale del fashion brand Take Two, la società esordisce nel mercato italiano. Negli ultimi anni l’azienda è andata sempre più rafforzandosi, ac-

quisendo visibilità e nuove quote di mercato. Il brand Take Two attualmente è distribuito in Europa e in Russia. Nel 2005 nasce il brand Take Two Teen, dedicato alla fascia d’età 2 - 16 anni. Nel 2011 è avvenuta l’acquisizione del marchio Maison Clochard. Il quartier generale dell’azienda è a Campodoro, in provincia di Padova, e si estende su una superficie di 10mila metri quadrati, con 80 dipendenti e un indotto di 600 collaboratori.

smesso all’utente finale. Desideriamo accompagnare il nostro acquirente in un viaggio ricco di emozioni, che lo coinvolga appieno, e creare una sorta di “empatia” con lo stesso». A proposito di comunicazione, Take Two ha affidato lo shooting della nuova collezione all’agenzia Almagreal di Firenze. A quale risultato siete giunti? «La nuova campagna è un mix tra reportage e ritratto. La gestualità e lo sguardo interloquiscono con l’osservatore. Tiriamo fuori il personaggio vero, la sua personalità, il suo modo di essere e vivere, ma poi lo “congeliamo” in una foto ritratto. Abbiamo voluto cogliere l’animo anticonformista, appassionato e impegnato della nuova linea». Cosa caratterizzerà la nuova collezione? «Take Two propone uno stile elegante e pulito, in grado di emozionare chi indossa i nostri capi. Con la nuova strategia di comunicazione ci poniamo l’obiettivo di ampliare il target di riferimento per avvicinarci a una dimensione sempre più fashion. Take Two, forte della sua esperienza quasi trentennale, ha creato e crea una cultura che racchiude tante delle mille facce del jeans, accentuandone l’aspetto seduttivo. E propone capi dalla vestibilità unica e riconosciuta, in grado di accentuarne al meglio le forme, sia femminili che maschili. Al tempo stesso anche la linea Teen è riconosciuta dal pubblico come un total look che trova il suo “cuore pulsante” nei capi in denim. Proponiamo, per i più piccoli, collezioni con-

fortevoli ma allo stesso molto grintose. Uno dei mood che ispirano la linea teen è la pulizia nell’immagine, un’evoluzione rispetto alle prime collezioni dove si trovavano dettagli più forti e impegnativi». Su cosa vi focalizzerete per il futuro? «Data la competizione globale sempre più accesa, i nostri progetti e obiettivi futuri sono mirati al rafforzamento del brand, il quale è diventato uno dei più importanti fattori di differenziazione competitiva, oltre che uno dei principali patrimoni dell’azienda. Sullo scenario attuale è sempre più difficile rendere visibile e distinguibile il prodotto. Il nostro è un settore estremamente affollato e il consumatore è posto dinanzi a una varietà di scelta ampia come non lo è mai stata in passato. Di conseguenza, per trasmettere un’identità di prodotto legata alla forza del marchio, intendiamo investire non solo nella pubblicità tradizionale, ma anche nelle nuove forme di comunicazione, che passano per il punto vendita e la relazione con il consumatore». Ad esempio? «Intendiamo creare nuovi spazi dedicati, come ad esempio dei corner, shop in shop e attività di visual merchandising all’interno del punto vendita. Tutti strumenti che oltre al consolidamento del brand sono utili a garantire la fedeltà e l’affezione al marchio da parte del mercato. Non mancheremo poi di presenziare alle più importanti vetrine internazionali. Non ultima il recente Festival Internazionale del Cinema di Venezia».

1400 PUNTI VENDITA Take Two è distribuito in punti vendita multimarca dislocati tra Europa e Russia

15% RICERCA Questa la percentuale di fatturato investita annualmente in ricerca e innovazione da parte dell’azienda veneta

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IMPRENDITORI DELL’ANNO

La forza del multibrand Con l’acquisizione di due noti brand, Nolita e Ra-Re, il Gruppo Italservices diventa di fatto il primo player italiano all’interno dei retailer multibrand. Moreno Giuriato racconta una realtà in costante crescita Eugenia Campo di Costa

e è vero che anche le imprese del Nord Est, da sempre una delle forze trainanti dell’economia del paese, sono state coinvolte dalla crisi, e messe ancora più in difficoltà da una competizione globale sempre più accanita, non mancano i casi positivi. Il gruppo Italservices, azienda di San Pietro in Gù che disegna, produce e distribuisce i marchi di abbigliamento Met, Chino&Friends, Cycle, Heavy Project, JFour, Sartoria Tramarossa e JColor, ha chiuso il bilancio ancora in positivo, con una crescita del fatturato pari al 18%, e ha da poco siglato, con l’azienda Flash & Partners, l’acquisizione di altri noti brand: Nolita, Nolita Pocket, Ra-Re e Ra-Re Kid dei quali curerà la produzione e la commercializzazione. «Abbiamo

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definito la nostra strategia di crescita diversi anni fa, e la stiamo perseguendo con rigore e coerenza - afferma Moreno Giuriato, presidente di Italservices -. Il fatturato del gruppo, nel 2010, si è attestato intorno agli 85 milioni di euro e, per il 2011, prevediamo una crescita pari a circa il 20%. Il nostro obiettivo è diventare un polo veneto dell’informal wear, grazie alla sinergia dei nostri marchi e alla flessibilità della nostra struttura produttiva». Un obiettivo che, viste le ultime acquisizioni, sembra sempre più vicino. Neanche un anno fa Italservices ha inglobato i marchi JFour, Sartoria Tramarossa e JColor, oggi Nolita e Ra- Re nelle due linee adulto e bambino. «Lo scorso ottobre abbiamo arricchito il portfo-

Moreno Giuriato, presidente del Gruppo Italservices di San Pietro in Gù (PD). Nella pagina accanto momenti di produzione


Moreno Giuriato

lio di marchi con i brand JFour, JColor e Sartoria Tramarossa. Per ora abbiamo gestito una sola stagione di questi marchi, seguendo necessariamente la linea della loro vecchia impostazione. Da quest’anno introdurremo la nostra strategia, ma il trend sembra essere già molto positivo: per il 2011 prevediamo, su questi marchi, un fatturato di circa 11 milioni, già superiore al massimo bilancio raggiunto nella loro storia. Per quanto riguarda Nolita e Ra- Re, invece, l’obiettivo è di raggiungere nel primo anno un fatturato di 30 milioni di euro». Su quali basi si è definito l’accordo con la Flash & Partners per l’acquisizione di Nolita e Ra- Re? «La Flash & Partners risentiva da qualche tempo delle difficoltà dei mercati internazionali, una crisi che avrebbe potuto mettere a repentaglio il proseguo dell’attività, con evidenti danni alla notorietà dei marchi e ripercussioni sia sui dipendenti diretti dell’azienda che su tutto l’indotto. L’accordo prevede che Italservices garantisca la continuità dei brand, la prosecuzione della campagna vendite Spring Summer 2012, la permanenza dell’azienda sul territorio e il mantenimento di quante più professionalità possibili: al momento, abbiamo già riassorbito circa una cinquantina di dipendenti della Flash & Partners». Una responsabilità sociale importantissima. «Questa nuova acquisizione ha un peso sociale notevole. Siamo riusciti a salvare il posto di lavoro di 50 persone, arrivate in Italservices con passaggio diretto, quindi senza appesantire le casse pubbliche. Anche in occasione della precedente acquisizione dei marchi JFour, JColor e Sartoria Tramarossa, gli stabilimenti produttivi e i dipendenti dell’azienda erano rimasti per la maggior parte in forze. Ma la nostra responsabilità sociale non si limita alla forza lavoro che siamo riusciti a mantenere con le acquisizioni, va a coinvolgere anche l’indotto produttivo del territorio, con realtà che si occupano di tutte quelle lavorazioni, lavaggio, finissaggio alle quali abbiamo garantito, anche negli anni più difficili, una certa continuità di lavoro».

Il fatturato del gruppo, nel 2010, si è attestato intorno agli 85 milioni di euro e, per il 2011, prevediamo una crescita pari a circa il 20%

Il Gruppo Italservices è fortemente radicato sul territorio. Quali prospettive vede per l’industria veneta? «Da sempre il 90% della nostra produzione avviene in Veneto e l’influenza sull’indotto è evidente: se funziona bene l’azienda cresce anche l’indotto produttivo. Lo si vede subito, più vendiamo e più si assume, e non si tratta di dati, numeri su carta, ma di una realtà che si percepisce concretamente. Il “grande Nord Est”, tuttavia, è ancora vittima della crisi economica, ma penso che riuscire a mantenere l’indotto produttivo, cosa che con la nostra strategia imprenditoriale cerchiamo di fare al meglio, sia un’ottima base per una futura ripartenza. Significa riuscire a creare

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IMPRENDITORI DELL’ANNO

IL QUADRO DEL MULTIBRAND I talservices Spa disegna, produce e distribuisce i marchi Met, Chino&Friends, Cycle, Heavy Project, JFour, Sartoria Tramarossa e JColor. Con un fatturato 2010 di 85 milioni di euro, il gruppo è oggi presente in tutti i principali mercati europei, nel Middle East, in Russia, in Giappone e in America. Italservices Spa si distingue sin dalla sua

fondazione per la particolare attenzione rivolta alla qualità dei tessuti e alla lavorazione dei materiali. Le collezioni sono apprezzate oltre che per la decisa impronta stilistica anche per la qualità superiore del prodotto, tipicamente italiana in ogni fase della produzione. In seguito all’accordo con la Flash & Partners, oggi il portfolio di mar-

Con l’acquisizione dei marchi Nolita e Ra-Re siamo riusciti a salvare il posto di lavoro di 50 persone, arrivate in Italservices con passaggio diretto

una prospettiva: se ci sarà una ripresa, un indotto ancora vivo e attivo sarà un’ottima base per nuovi sviluppi». Tutte le aziende del gruppo Italservices confermano comunque un trend positivo. Come riuscite a ottenere risultati così buoni in tempi così difficili? «Credo sia un insieme di fattori: siamo in una posizione strategica, immersi in uno dei poli dell’abbigliamento più produttivi in Italia, abbiamo dimostrato una buona gestione, aspetto che fa sì Un interno della sede che ci vengano fatte delle proposte rispetto alle della Italservices eventuali acquisizioni. Il multibrand è da sempre il nostro progetto pertanto valutiamo le proposte più in linea con la nostra strategia di gruppo. 118 • DOSSIER • VENETO 2011

chi del Gruppo Italservices si compone di 11 brand, sinergici fra loro: Met, Chino & Friends, Cycle, Heavy Project, JFour, J Color, Tramarossa e gli ultimi arrivati Nolita, Nolita Pocket, Ra-Re e Ra-Re Kid. L’azienda è diventata così il primo player italiano all’interno dei retailer multibrand. www.italservicesspa.com

Molte aziende mirano a consolidare il monobrand, noi al contrario crediamo nella forza del gruppo, e nelle sinergie che si creano e che permettono a qualità inespresse, o eventualmente in crisi, di emergere. Amiamo coordinare business, capacità, impostazioni e strutture mentali diverse, come all’interno di una grande famiglia». La percentuale maggiore del vostro fatturato deriva dal mercato italiano, ma siete presenti anche in diversi paesi stranieri. Con i nuovi brand pensate di aprirvi ulteriormente ai mercati esteri? «Stiamo crescendo molto bene in tutti in paesi europei, e in particolare, in quelli più in linea con le caratteristiche dei nostri prodotti: Spagna, Olanda, Belgio e Germania. Ma siamo riusciti anche a penetrare il mercato americano, vendiamo in California e Florida. La nostra strategia mira a crescere ulteriormente sui mercati stranieri, non a caso i brand Nolita e Ra-Re hanno sempre fatturato di più all’estero che in Italia».


IMPRENDITORI DELL’ANNO

L’industria italiana cambia pelle economia italiana ha molti motivi per continuare ad investire nel conciario grazie alle continue evoluzioni del settore e l’internazionalizzazione che interessa l’industria dei prodotti in pelle. La concorrenza straniera è sicuramente agguerrita, ma l’industria italiana della pelle rimane uno dei leader per capacità produttiva ed esportazioni. Per tutelare questo primato occorre ridefinire le politiche di fornitura orientandole alle nuove esigenze degli acquirenti, attuare una più efficace segmentazione dei mercati e proporre delle strategie produttive alternative puntando sul rapporto qualità-prezzo. In sintesi, le aziende italiane non devono stare a guardare un mercato che evolve ma diventare protagoniste attive di tale cambiamento. Ne è convinto

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Un comparto produttivo da tutelare e valorizzare per accelerare la ripresa economica puntando sulla grande tradizione conciaria italiana. L’analisi del settore, le prospettive di sviluppo e i principali cambiamenti in corso fotografati da Giuseppe Pisi dell’azienda Fenice Erika Facciolla

anche Giuseppe Pisi, presidente della società Fenice, nata quarant’anni fa a Valdagno con l’obiettivo di tradurre e distribuire tutti i prodotti chimici necessari per le tecnologie di rifinizione delle pelli e dei cuoi destinati ad arredamento,vestiario, pelletterie e calzatura. Nel corso degli anni l’azienda è diventata un partner essenziale dei produttori di pelli ai quali ha saputo trasferire il proprio know-how sulla produzione di articoli in pelle di varia tipologia. Quali sono le evoluzioni che il settore conciario sta attraversando dal punto di vista commerciale e produttivo? «Rileviamo una crescita costante della produzione locale di prodotti chimici correlati ai nostri. Il processo inarrestabile è sostenuto da piani di internazionalizzazione delle multinazionali e dai colossi della chimica internazionale, sempre molto interessati a questo settore, e si accompagna alla crescita del numero di operatori locali indipendenti o nati a seguito di accordi di cooperazione, jointventure, di aziende affermate commercialmente che si evolvono, oppure da nuovi entranti che tentano di affrontare il mercato con strategie di licensing, o societarie». Alla luce della sua esperienza, quali sono i valori che le aziende del comparto dovranno mettere in campo? «La dinamica competitiva richiede continui e

Giuseppe Pisi, presidente della Fenice Spa. Nelle altre immagini, alcune fasi di lavorazione all’interno dello stabilimento di Valdagno (VI) www.fenice.com


Giuseppe Pisi

rapidi adattamenti alle mutevoli esigenze del mercato. I partner di canale possono in qualche momento trovarsi su piani diversi, disallineati pericolosamente tra loro. Le strutture recepiscono e rielaborano in modo inizialmente autonomo gli stimoli provenienti dall’ambiente che analizzano, valutano e devono poi porre su un piano comune di condivisione. Il sistema è dinamico, spontaneamente tende al caos, solo la disponibilità d’animo e la comunicazione possono riuscire a mantenere la struttura in equilibrio». Qual è il ruolo di Fenice in un settore strutturato e in continua evoluzione come quello conciario? «Per quanto attiene le tecnologie calzaturiere e della pelletteria, Fenice è diventata partner tecnico essenziale grazie all’efficacia delle proposte, alla straordinaria abilità nel problem solving e alla capacità di sviluppare qualità estetiche nelle relazioni e nei prodotti». In cosa consiste il ‘valore aggiunto’ che il marchio Fenice riesce a conferire al manufatto in pelle? «Le pelli escono dall’industria conciaria nella loro migliore condizione di aspetto, tatto,

La dinamica competitiva richiede continui e rapidi adattamenti alle mutevoli esigenze del mercato

morbidezza, ma nel corso della manipolazione necessaria per trasformarle in artefatto, viene perduto molto del contenuto estetico proposto all’origine. L’intervento di Fenice consiste in una serie di proposte che innalzano sensibilmente l’appeal dei manufatti, ne migliorano le caratteristiche e risolvono le eventuali problematiche». E con quale risultato? «Il risultato è un aumento del sales appeal e una più gratificante e scorrevole relazione tra produttore del pellame e utilizzatore». In cosa consiste, attualmente, il core business dell’azienda? «La società è impegnata a sviluppare tecnologie e prodotti in ogni fase della lavorazione delle pelli e per il maggior comfort e sicurezza del consumatore finale il quale, oltre che alla disponibilità dei kit per arredo può godere di una vasta gamma di creme, appretti, impermeabilizzanti, ravvivanti per calzature distribuite dal leader italiano della Gdo».

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IMPRENDITORI DELL’ANNO

La funzione ricerca e sviluppo è stata sviluppata per condurre ricerche applicate, ad hoc, su temi rilevanti come il rispetto ambientale nei processi di rifinizione delle pelli

In alto, parte dello staff direttivo della Fenice Spa

In che modo riuscite a fronteggiare l’elevata concorrenzialità del mercato? «Si tratta di essere aperti all’innovazione, tanto di prodotto che di sistema ed essere disponibili ad un’evoluzione sul piano dei servizi, oggi pretesi dai clienti, un pre-requisito che comunque offre ampi spazi di crescita». Una struttura organizzativa decisamente ‘customer oriented’, dunque, che si traduce nella fornitura di una vasta gamma di prodotti e servizi per la cura del pellame. «Fenice si è fatta carico della necessità di rendere più soddisfatto l’utilizzatore finale garantendogli un più lungo godimento del suo acquisto in pelle e dandogli la possibilità di mantenere la pelle morbida attraverso la produzione di una linea curata di leather care in forma di salviette monouso, kits completi, prodotti largamente apprezzati nei mercati più prestigiosi quali nord Europa e America».

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Come riuscite a garantire un servizio di assistenza personalizzato? «Attraverso la capillare presenza di agenti e distributori con depositi, laboratori e tecnici sul posto, garantita in oltre cinquanta paesi. Questa struttura organizzativa rende facile e immediato qualsiasi intervento teso a risolvere problematiche create dal fornitore di pellami, come piccole differenze di colore, insufficiente resistenza della pelle al monitoraggio, piccoli difetti in superficie. Una vasta area di interventi possibili per Fenice che rendono scorrevoli le produzioni ed evitano difficoltà tra i partner della catena di valore». Il problem solving è dunque una caratteristica distintiva dell’azienda. «L’attitudine alla soluzione dei problemi si spinge fino al restauro e al recupero di molte tipologie di manufatti. Con i grandi brand della moda che abbiamo la fortuna di ospitare


Giuseppe Pisi

50 PAESI

La rete di agenti e distributori della Fenice ha una presenza capillare nel mondo, rendendo immediato un qualsiasi intervento teso a risolvere problematiche create dal fornitore di pellami

presso i nostri laboratori, stiamo sviluppando una serie di prodotti di alta gamma per la cura e la manutenzione di borse e cinture. Tutto nell’ottica di rendere il prodotto in pelle sempre più facile da gestire e coccolare come merita per la passione, l’intelligenza e la tecnologia che sono serviti a produrlo». Quali sono i punti di forza che consentono a Fenice di presidiare con successo il mercato di riferimento? «L’impresa si consolida e si sviluppa grazie ad un forte sostegno di idee e principi largamente condivisi, in un ambiente che mostra evidenti capacità di relazioni mercantili. Fenice può contare su una formula organizzativa molto flessibile, capace di rimodellarsi a seguito di rapido apprendimento o dei cambiamenti richiesti da un ambiente-mercato dinamico, mutevole, sempre più esigente in termini di prodotto e servizio». Il rapporto con i partner commerciali è fondamentale ma non sempre facile da gestire. Da cosa scaturiscono le principali conflittualità? «Nel tempo possono emergere elementi di soddisfazione ma anche di insoddisfazione che si ripercuotono sull’efficienza della relazione o sulle modalità di collaborazione o conflitto. Secondo la nostra esperienza, il conflitto può affiorare in carenza di una efficace comunicazione, o quando si tende a considerare gli altri di ostacolo al raggiungimento dei propri obiettivi o ancora quando l’insoddisfazione riguarda entrambi». La ricerca è una leva fondamentale per creare innovazione. In che modo Fenice traduce in realtà questo presupposto? «La funzione ricerca e sviluppo è stata sviluppata nella sua struttura e nelle risorse umane dedicate per poter far fronte alle sempre più sofisticate esigenze della clientela, e per condurre ricerche applicate, ad hoc, su temi rilevanti come il rispetto ambientale nei processi di rifinizione delle pelli; la rifi-

nizione delle pelli con l’utilizzo di prodotti reticolabili mediante radiazioni elettromagnetiche; la creazione di tecnologie avanzate per la rifinizione delle pelli per interni di autovetture ed aeromobili; la messa a punto di paste pigmentarie e resine da produrre in India e così via». E con quali aspettative Fenice affronterà il futuro? «L’opportunità da cogliere è quella di affermarsi ulteriormente diventando società di servizi, capace di efficaci relazioni, attratte da un brand realizzato in tanti anni di attività di successo. Quando i prodotti saranno disponibili nei mercati locali, Fenice potrà costituire l’elemento critico per una loro efficiente selezione, per promuovere il mantenimento di alti livelli qualitativi, per sviluppare avanzate o innovative tecnologie applicative, nella capacità di creare emozioni nel cliente». VENETO 2011 • DOSSIER • 125


IMPRENDITORI DELL’ANNO

La coscienza ambientale nell'industria conciaria L'industria conciaria è un ambito dove l'Italia ha raggiunto livelli di eccellenza. Di importanza non marginale si è rivelata, per raggiungere questo scopo, la nascita di una coscienza ecologica. Ne parla Stefania Annunziata Lodovico Bevilacqua

industria conciaria vanta in Italia una tradizione secolare. Capace di gestire in maniera ottimale la fase di passaggio dalla dimensione manifatturiera a quella industriale, il settore conciario nostrano ha mantenuto fino ad oggi gli altissimi standard di qualità che l'hanno sempre contraddistinto. L'automatizzazione dei processi di produzione ha inoltre determinato l’ottimizzazione , inizialmente incontrollata, dell'utilizzo di prodotti chimici per la concia; proprio la necessità di disciplinare l'impiego di tali prodotti ha determinato, negli ultimi anni, una nuova, importantissima svolta nell'ambito conciario. È infatti divenuto sempre più stringente il bisogno di allineare i trattamenti chimici inseriti nei processi produt-

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Stefania Annunziata è titolare della Repico di Cinisello Balsamo (MI) www.repico.it

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tivi a standard di ecocompatibilità più ragionevoli; l'adattamento a questo nuovo trend ha peraltro tracciato un profondo solco in merito alla competitività fra alcuni paesi come Inghilterra, Francia, Germania – pure latori di una grandissima tradizione conciaria – e altri come Italia e Spagna, decisamente più recettivi nei confronti del nuovo trend. La specializzazione del mercato richiede inoltre la capacità di curare l'intera fase di trattamento delle pelli, come conferma Stefania Annunziata, titolare della Repico di Cinisello Balsamo. «Nell'arco di oltre sessant'anni di attività, la gamma della nostra ditta si è arricchita di molti prodotti, tanto che oggi siamo in grado di offrire tutta la linea di ausiliari necessari alla lavorazione conciaria dalle prime fasi fino alla rifinizione». Quali sono le caratteristiche e le strategie aziendali della Repico? «Dalla sua fondazione nel 1948 ad opera di Orazio Annunziata fino ad oggi, la Repico è sempre stata un punto riferimento nel settore della chimica per l'industria conciaria. Questa posizione di prestigio è stata raggiunta seguendo le indicazioni e le novità del mercato e prestando grande attenzione alle esigenze della clientela. La sempre maggiore richiesta di qualità da parte del settore ha indotto l’azienda ad acquisire, nel 2005 la Certificazione di Qualità secondo la norma Uni Iso 9001:2000, oggi aggiornata al 2008». Introduciamo il delicato argomento dell’ecocompatibilità. Qual è la posizione della


Stefania Annunziata

Repico in merito? «La nascita di una coscienza ambientale nell'ambito dell'industria conciaria ha costituito una svolta quasi epocale; le strategie produttive si sono da allora arricchite di un nuovo, importante obiettivo, la ricerca si è orientata verso la creazione e applicazione di procedimenti che consentissero di diminuire quanto possibile l'impatto ambientale dei trattamenti chimici e la Repico si è adattata con entusiasmo e dedizione a questa nuova tendenza: abbiamo sviluppato una gamma di nuovi prodotti altamente performanti e a basso impatto ambientale che permettono di raggiungere obiettivi molto soddisfacenti, come la minor quantità di impiego e la drastica riduzione dei soliti inquinanti». Rimanendo allacciati al discorso dell’ecocompatibilità, in base alla vostra esperienza con le aziende con cui collaborate, come giudicate l'introduzione della eco-pelle? «Bisogna precisare che ultimamente si è fatta molta confusione in merito alla eco-pelle, poiché spesso si attribuisce tale denominazione a materiali che provengono dalla sintesi chimica del petrolio, processo che di ecologico non ha proprio niente. La vera svolta ecologica è quella di considerare la pelle dell'animale macellato come una risorsa naturale, che lavorata per mezzo di prodotti chimici anallergici ed esenti da metalli pesanti fornisce un prodotto finito che può essere a pieno titolo considerato ecocompatibile». In quali direzioni sviluppate i vostri sforzi

Abbiamo sviluppato una gamma di nuovi prodotti altamente performanti e a basso impatto ambientale che permettono di raggiungere la minor quantità di impiego e la drastica riduzione dei soliti inquinanti

in merito a ricerca e innovazione? «Premesso che gestione, rinnovamento e formazione del personale sono sempre state importanti prerogative della Repico, si può schematicamente dire che lavoriamo su due piani di ricerca paralleli e contigui: da un lato l'aspetto ambientale, dall'altro quello strettamente inerente alle questioni di moda. Il primo ha come scopo la creazione di prodotti a bassi carichi inquinanti: la riduzione dei solfati e materiali inerti ha consentito alla nostra gamma di diventare un punto di riferimento per la clientela proprio per il bassissimo impatto ambientale che garantisce. Ci siamo inoltre aggiornati anche per quanto riguarda l'aspetto moda, con un team di professionisti competenti e preparati che sviluppano continuamente articoli e proposte da sottoporre ai nostri clienti».

Sopra, fasi della produzione ed esterni dell’azienda

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IMPRENDITORI DELL’ANNO

Una strategia di gruppo verso la quotazione in borsa l 2011 della Visa prosegue all’insegna della ripresa. L’azienda di Fontanelle, nel trevigiano, ha da poco celebrato i suoi primi 50 anni di attività, confermandosi tra i nomi leader per la produzione e vendita di gruppi elettrogeni e generatori di corrente diesel. «Considerando il momento di crisi che stiamo vivendo, non è certamente scontato il risultato conseguito – spiega Marco Barro, titolare e consigliere delegato Visa -. Il fatturato sta crescendo rispetto al 2010, che per noi ha rappresentato l’anno della risalita dopo il 2009». Per mantenere la posizione sui mercati, però, oggi occorre lottare molto più che in passato. «Il margine è molto basso – racconta Benvenuto Barro, fondatore della società -. Le condizioni per acquisire ordini spesso si giocano sulla combinazione di più fattori, dalle tempistiche di consegna al prezzario». Secondo il presidente del Cda, Lorenzo Barro, alla base della strategia da perseguire ci sono più punti. «Intanto è fondamentale il saper prendere le decisioni più rapidamente rispetto al passato. Occorre essere disponibili ad accettare le sfide dei committenti in tempo reale mantenendo la parola data, dunque puntualità di consegna, qualità e manutenzione sul prodotto. Serve, in parole povere, un atteggiamento critico sul proprio operato. Non bisogna mai dare per scontato di aver fatto bene. Se sbagliamo, dobbiamo pagare». La filosofia che coordina tutte le sinergie aziendali, ispirata al noto metodo “Lean” chiamato anche Toyotismo (TPS), è molto semplice. Perseguire la totale eliminazione degli sprechi intesi come tutto ciò che non genera valore aggiunto al prodotto. La soddisfazione del cliente infatti è la principale caratteristica dei prodotti Visa, prima ancora del design o delle prestazioni, e il miglior modo per ottenerla è dare al

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I nuovi presupposti per conquistare il mercato dei gruppi elettrogeni, senza delocalizzare e senza limitarsi a un processo produttivo standardizzato. Il caso della società Visa Filippo Belli

cliente un prodotto adeguato alle necessità che non contenga costi inutili per inefficienze o per funzioni e caratteristiche non richieste. Lorenzo e Marco Barro condividono una comune visione d’impresa, seguendo il know how trasmessoli dal fondatore. Va detto, a tal proposito, che Benvenuto Barro è stato tra i 14 creatori dell’Associazione Artigiani di Oderzo. E non a caso l’azienda si è trasformata negli anni. Così, se inizialmente era il frutto di un self-made man, oggi è diretta da un team complesso, articolato e multiprofessionale. «Lo sforzo in questa direzione è stato notevole – spiega Marco Barro -. Era nostra precisa volontà rendere l’azienda un’entità autonoma dalla presenza costante dei titolari». «Spesso si dice che le aziende artigiane siano carenti di cultura d’impresa. Si affidano alla genialità individuale, meno all’organizzazione e a un sapiente

Da sinistra, Marco, Benvenuto e Lorenzo Barro della Visa Spa di Fontanelle (TV) www.visa.it


Lorenzo, Marco e Benvenuto Barro

La standardizzazione del prodotto è avvenuta per poter controllare la qualità, per poter diminuire il costo dei componenti e delle lavorazioni

utilizzo delle professionalità – ricorda Lorenzo Barro -. Ma la genialità è una risorsa impagabile solo se il creativo lo si affianca a qualcuno in grado di raccogliere e tradurre in concreto la parte importante dell’invenzione». «Nella crescita dell’azienda abbiamo dato spazio alla formazione delle professionalità, alle attitudini delle persone, alla cultura di prodotto acquisita con l’esperienza che viene così capitalizzata» ricorda il fondatore. Altro elemento controcorrente, è la forte spinta verso i mercati internazionali pur senza cadere nella “tentazione” della delocalizzazione produttiva. «Negli anni ne abbiamo parlato più volte arrivando alla conclusione che non c’erano i presupposti per poter delocalizzare con successo – interviene Lorenzo Barro -. Nel nostro caso le componenti principali del prodotto prevedono una qualità della manodopera e una sinergia con le varie aziende costruttrici di componenti per cui sarebbe assurdo trasferirsi». Un com-

promesso, però, è stato trovato. «Alcuni prodotti vengono realizzati in Visa con componenti che provengono ad esempio dalla Cina. materiale estremamente competitivo che nelle nostre mani si trasforma in un prodotto finito comunque di qualità». La produzione Visa, poi, vive una profonda trasformazione, da un modello standardizzato a uno personalizzato. «La standardizzazione del prodotto è avvenuta per poter controllare la qualità, per poter diminuire il costo dei componenti e delle lavorazioni, per poter creare un catalogo con delle caratteristiche costanti e ripetibili, vendibili e paragonabili a quelle della concorrenza – spiega Marco Barro -. Ma in questo processo non è mai stata persa la creatività o la capacità di creare una soluzione personalizzata». In questo l’informatica si rivela uno strumento insostituibile. Grazie a un configuratore di prodotto integrato nel software Sap, l’azienda gestisce oltre 36mila combinazioni di caratteristiche che determinano la possibilità di avere a catalogo oltre 3000 modelli diversi. Si analizza, si studia la soluzione, si verifica in quanti altri modelli si può applicare. E così quella che nasce come soluzione personalizzata, può a sua volta riproporsi in serie, rendendosi fruibile per altre richieste. «Dobbiamo continuare a crescere raggiungendo i volumi che consentono di essere quotati in borsa – conclude Lorenzo Barro, che sul futuro di Visa ha le idee chiare -. Intendiamo essere sempre più presenti nel mercato mondiale, combattendo con le aziende di alto livello e portando la bandiera della qualità made in Italy». VENETO 2011 • DOSSIER • 133


IMPRENDITORI DELL’ANNO

La flessibilità come risposta al cambiamento l settore dell’automazione, negli ultimi anni, ha pagato a caro prezzo le conseguenze prodotte dalla crisi economica. Molte aziende, infatti, obbligate a ridurre le spese per far quadrare i bilanci, sono state costrette ad attuare significativi processi di riorganizzazione produttiva, tagliando drasticamente le risorse destinate, ad esempio, alle attività di manutenzione e aggiornamento dei macchinari. Queste scelte hanno quindi penalizzato, in una sorta di effetto domino, tutte quelle realtà impegnate proprio nella progettazione, costruzione e manutenzione di sistemi di automazione e di impianti elettrici, che hanno visto ridurre di colpo le loro commesse. Lo sa bene Andrea Giardinieri, titolare della Iase, azienda di Pedevana, in provincia di Belluno, che da un alcuni anni è costretta a fare i conti con le turbolenze del mercato: «Dopo un biennio piuttosto difficile, però, a partire dal 2010 abbiamo iniziato a risalire la china, grazie soprattutto alle nuove richieste provenienti dal mercato cinese, che

I Andrea Giardinieri, titolare della società Iase Srl di Pedavena (BL) www.iasesrl.191.it

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La progettazione e la costruzione di automazioni industriali sono attività molto delicate, che richiedono specializzazione e grande flessibilità, doti necessarie per rispondere alle esigenze di un mercato in perenne evoluzione. Il punto di Andrea Giardinieri Diego Bandini

ci hanno fornito l’occasione per ripartire. Questo trend positivo sembra essere confermato anche dai dati relativi ai primi mesi del 2011, e la nostra speranza è che la ripresa possa finalmente consolidarsi». L’azienda è infatti attiva principalmente nella realizzazione di impianti elettrici e di software destinati all’automazione industriale, come sottolinea Giardinieri: «La capacità di pensare, costruire e installare parti elettriche destinate alle catene di montaggio è alla base del nostro lavoro, attraverso il quale cerchiamo di offrire un servizio il più possibile completo, rivolto anche a tutte quelle aziende che costruiscono rettifiche, macchine industriali e automazioni in generale». Pur essendo ormai una realtà imprenditoriale affermata, Iase è ancora gestita in maniera familiare, e secondo Giardinieri è proprio questa peculiarità che le permette di rispondere in maniera rapida e flessibile alle continue sollecitazioni provenienti dal mercato, attraverso un know-how tecnico di primissimo livello e un bagaglio di esperienze maturate nel corso degli anni: «Il mercato è indirizzato verso una produzione altamente tecnologica, necessaria per ridurre i costi e i tempi di lavorazione. La difficoltà maggiore consiste proprio nel riuscire a rimanere al passo con i continui cambiamenti,


Andrea Giardinieri

prodotti dall’introduzione di macchinari e tecnologie sempre più innovative. Il nostro gruppo è organizzato per essere costantemente aggiornato, e poter dunque proporre, di volta in volta, le migliori soluzioni possibili ai propri committenti, con un rapporto qualità/prezzo difficilmente riscontrabile altrove». Una dimostrazione del livello di professionalità e dinamicità raggiunto dall’azienda è costituita dall’impegno, profuso da Iase, nel fornire un supporto adeguato a tutte quelle imprese che, per scelta o per necessità, hanno deciso di intraprendere la strada della delocalizzazione produttiva, spostando gli impianti in Paesi stranieri: «In questi anni, grazie anche a una felice intuizione imprenditoriale, ci siamo ritagliati uno spazio significativo su questo mercato», conferma Giardinieri. «Abbiamo aiutato moltissime aziende nei loro processi di delocalizzazione, relativamente allo smontaggio e al successivo montaggio, nei nuovi stabilimenti, di componenti elettriche e industriali». Tutto questo però, non sarebbe stato possibile senza la competenza e la passione delle risorse umane presenti in Iase, la vera ricchezza secondo Giardinieri: «Il nostro organico è formato da tecnici molto preparati, che con il loro impegno quotidiano hanno contribuito in ma-

niera determinate al successo del gruppo». Superata la fase più acuta della crisi, oggi Iase può guardare al futuro con un certo ottimismo: «Per ottimizzare ulteriormente la nostra produzione stiamo pensando di suddividere l’azienda in due realtà ben distinte, creando un’apposita divisione interamente dedicata alla ricerca e allo sviluppo di nuove soluzioni operative. Presto potremo entrare in una nuova fase di crescita – conclude Giardinieri – in cui il nostro settore avrà la possibilità di assumere un ruolo trainante, anche in considerazione della necessità, per molte imprese, di adeguare e aggiornare gli impianti a disposizione. Siamo quindi pronti a cogliere le nuove opportunità che si dovessero presentare, per confermare il nostro ruolo di partner competente e affidabile». VENETO 2011 • DOSSIER • 135


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Come crescere nel settore manutenzioni iamo agli inizi degli anni 90, quando le aziende, per far quadrare i conti e riuscire a risparmiare, danno il via alle prime grandi terzializzazioni del settore industriale e di quello della distribuzione commerciale. È in questo periodo che Roberto Finotto, dipendente di una società impegnata nel mercato della manutenzione, decide di dare una svolta importante alla sua carriera e di mettersi in proprio. Coinvolgendo nel progetto due suoi colleghi, fonda nel 1993 la Simi, Servizi Integrati di Manutenzione Impianti. «Quando ho costituito l’azienda – spiega Roberto Finotto –, in pochi si occupavano della manutenzione programmata e ordinaria degli impianti elettrici e molte imprese preferivano concentrare l’attenzione sulle installazioni e le nuove costruzioni. Analizzando in maniera accurata questa situazione, abbiamo capito che il terreno su cui ci stavamo muovendo era abbastanza fertile e presentava buoni margini di crescita professionale». Come è riuscito a sfruttare le potenzialità che il mercato offriva in quel particolare momento? «Ogni volta che ci veniva affidato un nuovo lavoro, ho iniziato a compiere i piccoli passi che portano all’espansione di una società, come assumere più personale e acquistare automezzi. Il passaggio successivo è stato capire che per fare il salto di qualità e puntare a nuovi obiettivi era necessario reinvestire i risparmi in azienda. Queste strategie hanno portato i loro frutti e dopo solo sei anni di attività, l’azienda era ormai ben avviata». Dopo il 2000, la Simi ha risentito della crisi che, partita dall’America, ha avuto ri-

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La manutenzione programmata e ordinaria degli impianti elettrici richiede rapidità, puntualità ed efficienza. Roberto Finotto racconta la sua esperienza Emanuela Caruso

percussioni anche sul territorio europeo e italiano. Come avete affrontato la situazione? «In quel periodo il mercato italiano ha vissuto una drastica riduzione degli investimenti nelle costruzioni e molte aziende hanno quindi pensato di trovare un’ancora di salvezza nel settore delle manutenzioni e ci si sono buttate a capofitto. La concorrenza è aumentata e i nostri affari ne hanno risentito. Facendo affidamento sulle nostre abilità e capacità, abbiamo cercato di risolvere la situazione seguendo l’andamento

Roberto Finotto, fondatore della SIMI Srl di Gardigiano di Scorzè (VE) www.simisrl.com


Roberto Finotto

del mercato, diminuendo gli utili e consolidando quello che già avevamo creato. Come strategia finale abbiamo mantenuto saldi e redditizi i rapporti con la clientela». Nello specifico, in che modo vi relazionate con i clienti? «Sin dall’inizio, aiutati dal fatto che non subappaltiamo il nostro lavoro, ma lo facciamo personalmente, abbiamo cercato di creare con i committenti rapporti diretti e di fiducia reciproca. Ci impegniamo a offrire un servizio rapido, puntuale ed efficiente e soprattutto di qualità. Ed è con la qualità che, anche in questo periodo di crisi economica, in cui tutti danno maggior importanza al prezzo e al profitto economico, siamo riusciti a mantenere forti i legami con gli utenti. Abbiamo proposto loro investimenti vantaggiosi fornendogli prodotti validi e resistenti nel tempo, così da non dover pagare ulteriori servizi nel medio lungo termine. In questo modo i clienti riconoscono in noi un’azienda affidabile e instaurano rapporti professionali duraturi nel tempo». Lavorate maggiormente con le grandi aziende o ricevete molte richieste anche dalle piccole realtà? «Negli ultimi due anni, quelli cioè in cui la crisi economica si è fatta sentire di più, abbiamo lavorato nella maggior parte dei casi con grandi aziende, che non avendo problemi di profitto e di guadagni, non necessitano di risparmiare e sono disposte a pagare la qualità per il suo costo reale. Con queste aziende abbiamo creato collaborazioni molto produttive che sono, poi, sfociate in partnership. Nonostante tutto cerchiamo di lavorare molto anche con le piccole imprese e di fornirgli prodotti e servizi sempre molto appetibili». Per concludere, qual è la situazione attuale dell’azienda? «A oggi la società è cresciuta moltissimo e nonostante gli alti e i bassi del mercato abbiamo consolidato la nostra posizione. Sono aumen-

Negli ultimi due anni, quelli cioè in cui la crisi economica si è fatta sentire di più, abbiamo lavorato nella maggior parte dei casi con grandi aziende

tati i settori di nostra competenza e siamo ora in grado di fornire un servizio di controllo, installazione e manutenzione su impianti elettrici e tecnologici industriali, impianti di condizionamento e impianti meccanici. Assicuriamo una copertura totale in tutte le regioni d’Italia e lavoriamo per attività industriali, complessi commerciali e alberghieri e per il terziario avanzato. Ci occupiamo, inoltre, anche di piccole opere edili e piccole lavorazioni di falegnameria. Attualmente la società conta di 17 dipendenti e di una serie di collaboratori artigiani, con cui manteniamo rapporti soprattutto umani, cioè diretti, schietti e senza doppi fini». VENETO 2011 • DOSSIER • 137


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Le piccole imprese alla prova dei mercati Razionalizzazione dei costi, dei reparti produttivi e degli investimenti. E l’attivazione di un controllo di gestione che ha permesso di mettere subito in evidenza eventuali perdite. Massimo Sorgon descrive le operazioni messe in atto per affrontare la crisi Manuel Zanarini

l mercato dell’elettronica sembra sempre più in mano a una stretta cerchia di multinazionali, spesso con sede negli Stati Uniti e, quindi, pare che per le piccole imprese locali non vi siano grandi possibilità di affermarsi. In realtà, il “made in Italy” trova sempre il modo di emergere. Vi sono molti esempi di piccole attività che negli anni si sono consolidate sui mercati. È il caso della Logic Electronic, nata in un garage nel 1992, ad opera di tre amici che hanno deciso di dedicarsi al mercato degli impianti elettrici civili e delle automazioni industriali. Da allora, una crescita costante ha caratterizzato il percorso della Logic Electronic, come afferma Massimo Sorgon, titolare dell’azienda: «investendo sulla formazione, sulla tecnica, sia commerciale che gestionale, e grazie alla certificazione di qualità, siamo riusciti a far crescere la nostra realtà, inserendo il nuovo reparto cablaggi elettrici industriali». Nel 2000 Logic Electronic è diventata una Srl e nel 2007, in seguito all’uscita degli altri due soci, l’azienda Massimo Sorgon, titolare della Logic Electronic di è diventata unipersonale. A San Donà di Piave (VE). Nelle altre immagini, cosa ha portato il ridimenmomenti di lavoro all’interno dell’azienda sionamento societario? commerciale@logicelectronic.it

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«Al ridimensionamento della politica aziendale, alla riorganizzazione dello staff, riuscendo a razionalizzare le risorse umane ed economico-produttive, mantenendo, e, anzi, aumentando il volume d'affari, iniziando a produrre anche quadri elettrici per l'industria elettromeccanica. Saper gestire le risorse è determinante, l'importanza che abbiamo dato al controllo di gestione ci ha permesso di superare brillantemente anche il 2009, l'anno più acuto della crisi globale». Quale impatto ha avuto la congiuntura economica negativa sul vostro settore e, in particolare, sulla Logic Electronic? «Credo che la crisi economica sia stata causata anche dagli errori di molte aziende che non hanno saputo razionalizzare le risorse, creando problemi a cascata. La Logic Electronic, una realtà piccola ma pur sempre un attore del mercato globalizzato, ha puntato negli ultimi sei anni sulla razionalizzazione dei costi, dei reparti produttivi, degli investimenti. Abbiamo inoltre creato un controllo di gestione a cadenza mensile che ci ha permesso di mettere subito in evidenza eventuali perdite, in modo da capire tempestivamente laddove attuare eventuali azioni correttive». Una strategia premiante, dati alla mano. «La nostra crescita media annua negli ultimi 6 anni è stata del 10%, e nel contempo abbiamo dimezzato le esposizioni e gli affidamenti bancari, onorando puntualmente i pagamenti ai fornitori e ai collaboratori, potendo nel con-


10% CRESCITA

È l’incremento medio annuo registrato dalla Logic Electronic negli ultimi 6 anni

tempo contare anche su una soddisfacente liquidità. Il primo semestre 2011 ha dato dei risultati soddisfacenti in linea con la crescita avuta negli anni precedenti. Il secondo semestre dovrebbe, dal feed-back che abbiamo dai nostri clienti, seguire lo stesso trend. Certo, non è facile pensare troppo a lungo termine: oggi il mercato è molto altalenante e richiede grande flessibilità». Chi sono oggi i vostri principali interlocutori? «Serviamo aziende italiane e straniere di prima-

ria importanza. I nostri mercati principali sono quello nazionale e quello tedesco, ma dal momento che produciamo semilavorati (cablaggi elettrici e parti elettromeccaniche), e quadri elettrici, i nostri prodotti sono destinati al mercato mondiale». Che importanza ricopre, nella strategia imprenditoriale di Logic Electronic, l’investimento in innovazione tecnologica? «Questo è un aspetto importantissimo per la nostra attività. Credo che l’attenzione alle nuove tecnologie e gli investimenti in questo senso, nonché la ricerca siano fondamentali per la Logic Electronic e dovrebbero esserlo per tutte le altre aziende italiane. La ricerca primaria per la nostra realtà consiste nel riuscire capire in anticipo rispetto ai concorrenti di quali soluzioni tecniche e operative potrebbero necessitare i nostri clienti e i potenziali nuovi clienti». Gran parte della vostra clientela è fidelizzata da tempo. Come gestite il rapporto con i vostri interlocutori? «In Logic Electronic vogliamo soddisfare ogni tipo di esigenza, sia tecnica che produttiva, collaborando anche con gli uffici tecnici dei clienti, per trovare le soluzioni più adatte ad ogni applicazione, con la massima trasparenza e propositività». VENETO 2011 • DOSSIER • 139


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Specializzarsi per affrontare il mercato internazionale La realizzazione di strumenti per la regolazione elettronica della temperatura è destinata a mercati esigenti e soffre di una concorrenza intensa, il tutto all’interno di un ambito sempre più internazionale. Parla il numero uno di Evco, Carlo De Bona Diego Bandini

ompetere a livello globale nei mercati di riferimento, attraverso un’organizzazione che sia in grado di rispondere con valori, soluzioni e prodotti alle specifiche esigenze dei committenti, è la mission di Evco Spa, azienda di Sedico, in provincia di Belluno, specializzata nella progettazione e produzione di strumenti di regolazione elettronici per il settore del processo alimentare, il condizionamento dell'aria e la refrigerazione industriale. «La nostra produzione si rivolge a questi tre ambiti principali, all’interno dei quali siamo presenti con modalità e intensità differenti», sottolinea il presidente Carlo De Bona. L’ultimo anno è stato importante per Evco, soprattutto in termini di fatturato. Nonostante la crisi internazionale, come

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Il presidente Carlo de Bona all’inaugurazione del nuovo centro direzionale della società Evco a Sedico (BL) www.evco.it

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siete riusciti a consolidare il vostro ruolo sul mercato? «Lavoro di squadra, dinamicità e decisione nel perseguire gli obbiettivi sono gli elementi alla base del nostro lavoro, che ci hanno permesso di ottenere ottimi risultati anche in questo periodo. Nonostante la congiuntura non esattamente favorevole, nell’ultimo esercizio abbiamo consolidato la nostra posizione sul mercato, a conclusione di un triennio molto soddisfacente. Proprio a conferma dello sviluppo dell’azienda, nel luglio scorso abbiamo inaugurato, all’interno di una modernissima struttura, la nostra nuova sede, un risultato importante raggiunto proprio in occasione dei festeggiamenti per i primi vent’anni di attività». Come sono mutate, in questi anni, le vostre strategie manageriali, produttive e commerciali? «I momenti di difficoltà devono rappresentare uno stimolo per la ricerca di strumenti sempre nuovi, in grado di interpretare i bisogni dei mercati ai quali i nostri prodotti e servizi sono indirizzati. Nello specifico il 2009 è stato l’anno in cui ci siamo dedicati con maggiore attenzione a una rivalutazione delle strategie e delle politiche aziendali, con l’obiettivo di colmare il gap tra i valori proposti dal nostro modello organizzativo e le aspettative del mercato. L’approccio fin qui utilizzato, di tipo generalista, pur avendo ri-


Carlo De Bona

coperto un ruolo determinante per la crescita e il consolidamento della società, non sembra più adeguato a sostenere con efficacia le dimensioni dell’azienda, gli obiettivi da perseguire e le esigenze dei mercati nei quali operiamo». Sotto quali aspetti questo metodo non risponde più alle esigenze del mercato contemporaneo? «L’aspettativa di soluzioni globali rivolte alla specifica applicazione, e non più la generica capacità di realizzare prodotti, rappresenta lo scenario con il quale ci dovremo sempre più misurare. Per questo l’approccio generalista dovrà necessariamente evolversi in un approccio applicativo e specialistico». Quali le peculiarità che andrete a modificare per far fronte a tali cambiamenti? «Cercheremo di rendere la nostra organizzazione ancora più efficiente, impiegando risorse umane, tecnologiche ed economiche a supporto di un modello di divisionalizzazione del business, valorizzando il contributo che una squadra giovane, dinamica e competente può garantire sia sotto il profilo dell’innovazione di prodotto che del servizio e supporto». La crisi, in moltissimi settori, ha ridisegnato la geografia degli investimenti. Anche nel vostro caso si è verificato tale fenomeno? «Storicamente la vecchia Europa rappresenta il nostro principale ambito di riferimento, anche se guardiamo da sempre all’internazionalizzazione quale risorsa per lo sviluppo della società». Da quali aree derivano le maggiori prospettive di business? «Sarà banale ma chiaramente Brasile, Russia, India e Cina, i cosiddetti paesi Bric, in virtù della loro crescita economica, costituiscono le aree con un potenziale maggiore, e questo vale anche per i settori merceologici di nostro interesse. Ci sono naturalmente da fare dei distinguo sulla maturità di ciascun mercato e sulla reale possibilità di competere, soprattutto laddove operano già attori locali e multinazionali, che possono disporre di unità

Disponiamo di un team che si occupa a tempo pieno dello studio e della progettazione di nuove soluzioni

produttive in loco. Per questo stiamo lavorando su strategie di medio periodo, che ci possano permettere di colmare il gap». Cosa rappresenta, invece, il mercato interno? «Le capacità e le conoscenze acquisite in tanti anni di esperienza, fanno sì che gli operatori italiani ricoprano ancora una posizione di leadership a livello mondiale. Sarebbe quindi importante non disperdere questo patrimonio, anche se la riduzione dei volumi d’affari dovuti alla mancanza di competitività a livello

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IMPRENDITORI DELL’ANNO

L’aspettativa di soluzioni globali rivolte alla specifica applicazione, e non più la generica capacità di realizzare prodotti, rappresenta lo scenario con il quale ci dovremo sempre più misurare

globale, e la conseguente impossibilità di so-

stenere adeguatamente la ricerca, nei prossimi anni potrebbero mettere in discussione questa invidiabile posizione». Su quali, tra i vostri settori di riferimento, punterete maggiormente? «Attualmente il 78% del nostro fatturato deriva dal settore del Food Equipment, all’interno del quale rappresentiamo una realtà di assoluto livello. Per il futuro, però, l’ambito applicativo nel quale abbiamo intenzione di concentrare i nostri investimenti è quello relativo al condizionamento, che oltre a essere

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MLN EURO

È il fatturato dell’azienda relativo al 2010

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estremamente dinamico e stimolante dal punto di vista tecnologico, è anche il meno maturo rispetto al posizionamento dell’azienda, e quindi potenzialmente quello che potrà generare i maggiori tassi di crescita». Quanto investite in ricerca, innovazione e sviluppo? «Le attività di ricerca e sviluppo ricoprono un ruolo determinante per la crescita dell’azienda. Disponiamo di un team di oltre venti addetti, composto prevalentemente da ingegneri e ricercatori universitari, che si occupano a tempo pieno dello studio e della progettazione di nuove soluzioni, con l’obiettivo di intercettare e se possibile anticipare, le tendenze di un mercato in continua evoluzione». A tal proposito su cosa vi state concentrando attualmente? «Le nostre attenzioni sono indirizzate fondamentalmente verso due principali linee di sviluppo. In primo luogo stiamo cercando di implementare soluzioni volte alla tutela e alla salvaguardia dell’ambiente, soprattutto attraverso una maggiore diffusione delle fonti di energia rinnovabile. Parallelamente a questo abbiamo intenzione di sfruttare le opportunità offerte da internet, attraverso una graduale apertura dei nostri dispositivi al mondo del web». Quali sono, infine, le principali aspettative e gli obiettivi aziendali per il prossimo biennio? «L’ambito in cui vogliamo affermare la nostra presenza è globale, anche attraverso il nostro coinvolgimento diretto nelle unità di vendita nazionali e internazionali, laddove le condizioni di mercato lo consentano. Sostanzialmente le aspettative e gli obbiettivi convergono in un'unica parola di grande attualità: crescita. La nostra speranza è che il lavoro portato avanti in questi ultimi anni possa continuare a generare nuove opportunità di business. Per una società con le ambizioni di Evco, infatti, la crescita non è solo un obbiettivo, ma una necessità, per consolidare i successi ottenuti negli ultimi anni e poter proseguire nel percorso alla ricerca dell’eccellenza».


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Dalla meccanica al software Recupero di parti meccaniche preesistenti, integrazione nelle vecchie strutture di nuovi componenti, utilizzo di robot antropomorfi. Nel settore delle automazioni industriali le esigenze produttive sono molteplici. L’analisi di Domenico Tazzara Manuel Zanarini

l mercato industriale sta diventando sempre più complesso e diversificato. La concorrenza si basa in prevalenza sul prezzo, frutto della produzione di aziende che hanno deciso di delocalizzare aprendo in Paesi a manodopera a basso costo. Per restare altamente competitivi, le aziende che continuano a produrre in Italia devono puntare sulla qualità e sulla personalizzazione dei macchinari, tarati sulle singole esigenze del cliente. Abbiamo parlato di questa strategia industriale con Domenico Tazzara, titolare della Tvm, azienda di Perarolo di Cadore, in provincia di Belluno, nata nel 1995 come produttrice di macchinari per l'occhialeria, divenuta poi nel corso degli anni una realtà all'avanguardia nella realizzazione di macchine industriali per l'automazione. Quanto conta la diversificazione nel set-

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In basso, il titolare della TVM Automazioni Srl, Domenico Tazzara, in mezzo a due collaboratori dell'azienda. Nelle altre immagini, particolari dei macchinari realizzati dall'azienda www.tvm.it

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tore delle automazioni industriali? «A causa del calo degli ordini dal settore dell'occhialeria, dovuto alla delocalizzazione, e per la nostra voglia di metterci alla prova, abbiamo deciso di riadattare la produzione alle singole esigenze dei comparti più vari, dalle materie plastiche, fresatura legno, pelletteria, elettromeccanica, solo per citarne alcuni». È quindi importante anche accettare nuove sfide? «Di fronte a nuovi lavori, noi abbiamo sempre deciso di “imparare come si fa”, invece che affidarci all'outsourcing. Come quando, ad esempio, per la prima volta abbiamo realizzato delle linee utilizzando dei robots antropomorfi, bracci meccanici, che simulano i movimenti dell’ uomo. Oggi forniamo soluzioni “chiavi in mano”, anche nel caso si tratti di sistemi molto complessi». Quali i principali vantaggi del lavorare “su misura”? «Si offrono soluzioni adatte alle esigenze specifiche, impiegando di volta in volta le tecnologie più adatte, ricercando le soluzioni che garantiscano il miglior compromesso fra esigenze tecniche, economiche e qualitative. Se è necessario si crea un raccordo automatizzato, si realizza una parte del sistema su misura, integrando quelli già esistenti. Di conseguenza, viene mantenuta la continuità della lavorazione, non limitando l'efficienza produttiva». Quale attività richiede l'installazione di robot antropomorfi presso sistemi già ope-


Domenico Tazzara

DAGLI OCCHIALI ALLE MACCHINE I l bellunese è da sempre un grande centro di produzione dell'occhialeria, con un grande indotto di aziende che producono beni e macchinari ad essa strumentali. Tra queste la Tvm, che nel 1995 nasce proprio come produttrice di macchinari per l'occhialeria. Nel corso degli anni, il settore ha radicalmente mutato aspetto, per via di una forte delocalizzazione della produzione verso i mercati dei Paesi in via di sviluppo, in

grado di fornire manodopera a basso prezzo. Negli anni scorsi, gli ordinativi provenienti da quel settore hanno subito un calo del 30% sulla quantità totale, così, anche se ultimamente c'è stato un leggero ritorno della richiesta, l'azienda ha deciso di orientarsi su un mercato più vasto, progettando e realizzando impianti di automazione per una vasta serie di settori industriali, produzione di materie plastiche, fresatura le-

rativi? «Questi robot vanno coordinati con le macchine già presenti presso il cliente finale, quando quest’ultimo ha necessità di ottimizzare al meglio i processi produttivi;lo scopo è quello di diminuire i costi di produzione, del personale,minor scarti e aumento della produttività». Si eseguono quindi anche lavori di trasformazione dei macchinari? «Partendo da vecchi macchinari siamo in grado di effettuare revisioni complete; possiamo trasformarli e integrarli rendendoli automatici. Quando risulta economicamente conveniente adeguiamo le macchine prive di certificazione alle normative vigenti, completando l’intervento con la documentazione necessaria per renderle CE». Quanto è importante che le aziende inve-

gno, pelletteria, elettromeccanica etc. La spiccata curiosità e la voglia di imparare sempre, fanno compiere una decina di anni fa un ulteriore salto di qualità. Per soddisfare l'esigenza specifica di un cliente, la TVM produce per la prima volta una macchina utilizzando un robot antropomorfo, braccio meccanico che lo rende in grado di simulare le movenze e le operazioni normalmente svolte dall’uomo.

stano sulla ricerca? «All’inizio del 2011, abbiamo puntato a potenziare l'ufficio tecnico, in modo da modernizzare i sistemi di progettazione per riuscire a mettere a punto simulazioni realistiche degli impianti in progettazione e della loro attività. Questo consente all'azienda di pianificare tutto il progetto, risolvendo a monte gli eventuali ostacoli, e, quindi, offrire sempre al cliente un prodotto ad hoc nel minor tempo possibile». Un ruolo così importante della ricerca comporta anche una forte spinta all'innovazione. «La nostra azienda è sempre stata reattiva all’innovazione; infatti, il continuo aggiornamento cui si sottopongono tecnici, personale e staff dirigenziale, è uno dei punti cardine dell’affidabilità che caratterizza la nostra offerta. Il motto, che da sempre ci distingue, consiste non tanto nel pre- VENETO 2011 • DOSSIER • 145


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Siamo in grado di effettuare revisioni complete di vecchi macchinari, che possono anche essere trasformati e integrati rendendoli automatici

sentarsi al mercato come fornitori di macchine

ed automazioni industriali in diversi settori, ma nel trasmettere l’idea che presso la nostra azienda progettiamo, realizziamo e assembliamo in modo autonomo i nostri impianti, curando anche le fasi di collaudo, installazione ed assistenza post-vendita, intervenendo con competenza e serietà».

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Il servizio post-vendita quanto conta? «Il servizio post-vendita nel nostro settore è fondamentale. Producendo direttamente le macchine conosciamo ogni sua caratteristica, e siamo quindi i soggetti più indicati a intervenire in caso di problemi. Abbiamo messo a disposizione del cliente anche un servizio di teleassistenza; questo ci permette in tempo reale, di intervenire a distanza per diagnosticare e risolvere tempestivamente eventuali problemi all’impianto. Altro aspetto importante è che anche in Italia, ultimamente,si sta affermando un nuovo concetto di postvendita». Vale a dire? Mi riferisco a un sistema, sempre più diffuso, basato sull’organizzazione e la programmazione degli interventi di manutenzione preventiva. Azioni volte a scongiurare un fermo macchina che, altrimenti, sarebbe di difficile sostenibilità da parte del cliente».


IMPRENDITORI DELL’ANNO

L’energia dell’olio applicata alla meccanica oleodinamica rappresenta spesso il cuore dei macchinari industriali. È quella branca della meccanica che si occupa dello studio della trasmissione dell’energia tramite fluidi in pressione, in particolare l’olio idraulico. General Fluidi, fondata nel 1962, rappresenta il primo polo oleodinamico del Nord Est, si è distinta per la capacità di comprendere le mutevoli esigenze del mercato. «Da sempre siamo proiettati alla soddisfazione delle più diverse esigenze – spiegano Luca e Andrea Tiburli, amministratori dell’azienda padovana –, cosa che ha stimolato in noi un continuo miglioramento nel corso degli anni e ci ha portati a diventare leader nel nostro mercato». Alla vigilia del mezzo secolo, l’esperienza dell’azienda è la base ideale per tracciare un quadro completo e veritiero del settore, oggi caratterizzato da un sempre più elevato livello tecnologico culminato, per quanto riguarda la General Fluidi, con la partecipazione al progetto Mose. L’anno prossimo festeggerete il cinquan-

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Prototipazione, innovazione e integrazione di tecnologie sono le nuove frontiere dell’oleodinamica. Luca e Andrea Tiburli, amministratori di una storica azienda che da cinquant’anni opera in questo settore, fanno il punto della situazione Amedeo Longhi

tenario della fondazione, cos’è cambiato dal 1962 a oggi nel vostro modo di lavorare e in generale nel settore in cui operate? ANDREA TIBURLI: «In primo luogo è cambiata la dirigenza: nostro padre Alfredo, fondatore e amministratore, si è ritirato da oltre dieci anni e questa ha favorito un passaggio generazionale a tutti i livelli, che oggi può ritenersi concluso. L’azienda attualmente è fortemente informatizzata e ogni attività è regolamentata da specifiche procedure, in attesa delle imminenti certificazioni Iso 9000 e Iso 18000. La fornitura dei sistemi oleodinamici è sempre più connessa alla progettazione degli stessi; sono pertanto cresciuti molto sia l’impegno che la responsabilizzazione di tutti i reparti. Il novantacinque per cento degli impianti oleodinamici da noi progettati e realizzati viene integrato in macchine che sono destinate al mercato globale. Da questo è conseguita una indispensabile crescita qualitativa e una marcata implementazione dei controlli e dei collaudi». Può descrivere brevemente i dettagli della vostra partecipazione al progetto Mose? LUCA TIBURLI:«Molti sono i traguardi di eccellenza tecnica raggiunti ma sicuramente il fiore

Luca e Andrea Tiburli, amministratori della General Fluidi di Padova. Nelle altre immagini, componenti realizzati dall’azienda www.generalfluidi.it


Luca e Andrea Tiburli

Ogni commessa è una sorta di prototipo che richiede sempre la massima attenzione e una grande cura dei dettagli

all’occhiello è rappresentato dalla collaborazione progettuale con Fip Industriale che ha portato alla realizzazione dei gruppi di aggancio delle cerniere del M.O.S.E. di Venezia, il sistema di paratoie mobili per la difesa dalle acque alte, realizzato dal Magistrato alle Acque di Venezia tramite il Consorzio Venezia Nuova». Che importanza ha la prototipazione nel vostro lavoro e che ruolo essa può svolgere in campo commerciale? A.T.:«A differenza di molti nostri competitors, che inseguono solamente la legge dei numeri, a noi piacciono le sfide. La maggior parte degli impianti che progettiamo e realizziamo viene integrata in macchine “customizzate”. Ogni commessa quindi è una sorta di prototipo che richiede sempre la massima attenzione e una grande cura dei dettagli. Siamo convinti che sia questa nostra peculiarità ad averci permesso di conquistare una fetta crescente del mercato, soprattutto quella parte tecnologicamente più avanzata ed esigente». In che modo portate avanti l’innovazione e vi tenete aggiornati? L.T.:«Lo staff tecnico è progressivamente cresciuto sia per numero di unità che per prepa-

razione. Anche grazie all’aiuto dei nostri storici fornitori, partecipiamo a seminari di aggiornamento periodici, ma la scuola migliore resta sicuramente l’azione sul campo. La strettissima interazione con i nostri partner/clienti ci permette di confrontarci quotidianamente con nuove esigenze, per soddisfare le quali dobbiamo elaborare nuove soluzioni. La sempre maggiore presenza di sistemi elettronici di controllo abbinati ai sistemi oleodinamici ci consente di progettare e sperimentare soluzioni che, fino ad alcuni anni fa, non erano neppure ipotizzabili. Tutto ciò conduce alla costruzione di macchine di nuova concezione ideate per produrre più velocemente e con standard qualitativi superiori». Che risposte ricevete dal mercato? A.T.:«Riscontriamo un crescente risveglio della parte tecnologicamente più avanzata del mercato. In particolare mi riferisco a quei costruttori che rappresentano l’eccellenza tecnica del made in Italy, che ci stanno consentendo di ritornare ai volumi pre-crisi e di continuare quindi ad attuare il nostro piano triennale di investimenti in risorse umane e tecnologiche». VENETO 2011 • DOSSIER • 149


IMPRENDITORI DELL’ANNO

l settore della robotica non risente della crisi economica. Ne è un esempio Italproject di Galliera Veneto l'azienda padovana specializzata nella robotica e nell'automazione dei processi di fine linea per i settori alimentare, farmaceutico e chimico, che dietro l'acquisizione della maggioranza da parte della multinazionale danese Thornico si è trasformata da azienda dedicata all'export a multinazionale tascabile. «L’attenzione per la nostra azienda e gli sviluppi che si stanno prospettando dimostrano che il settore in cui operiamo suscita l’interesse di compagnie estere. Quella che stiamo vivendo è una svolta in termini di internazionalizzazione partita nel 2011, con l'apertura di quattro filiali estere, in Messico, Brasile, Stati Uniti e Russia, e da completare il prossimo anno in Francia e Asia» spiega Leopoldo Peschi amministratore delegato di Italproject Srl di Galliera Veneta. Saranno questi i primi passi operativi dell'operazione che ha portato Thornico ad acquisire il 51% dell'azienda creata nel 93 a Galliera Veneta dalla famiglia Pivato, che manterrà il restante 49%, attraverso Sanovo technology, l’azienda specializzata nei macchinari per le industrie alimentari e farmaceutiche, presente, oltre che in Danimarca, Olanda e Stati Uniti, anche con uno stabilimento in Italia, a Montecchio Precalcino, in provincia di Vicenza, dove realizza impianti per la pastorizzazione delle uova. «A Sanovo interessavano innanzitutto le capacità operative di Italproject nelle macchine di fine linea. Dall'altro lato erano chiare le potenzialità di sviluppo dell'azienda padovana in chiave di presenza sui mercati internazionali» continua Peschi già amministratore delegato di Sanovo Italia. «Ad innescare il processo d'integrazione è stato proprio il fondatore di Italproject, Angelo Pivato, dopo la collaborazione instaurata

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Nuovi orizzonti per la robotica Quattro filiali estere per l’azienda padovana che progetta e produce impianti automatici di fine linea. Un passo importante che testimonia l’affrancamento della robotica dall’attuale situazione dei mercati. Ne parliamo con il Ceo di Italproject, Leopoldo Peschi Eleonora Carboni

con Sanovo, per cui l'azienda padovana già realizzava alcune macchine di fine linea. Abbiamo trovato una realtà con tanti giovani e con un parterre di tecnici d'eccellenza». In programma c’è l’integrazione in Italproject delle attività di Sanovo Italia. «Dopo

Il Ceo di Italproject Srl, Leopoldo Peschi, il sales director, Giovanni Cavazzana www.italproject.net


Leopoldo Peschi

In Brasile stiamo perfezionando una joint venture per produrre macchinari a marchio Italproject, che permetterà di superare i problemi di competitività indotti dalla tassazione d'ingresso sui prodotti stranieri

l'acquisizione della maggioranza di Italproject, attiva con cinque società, Digipack, Technowrapp, Duetti, Pilmec e Digibag, presenti variamente nelle macchine per l'imballaggio e la pallettizzazione, ma anche nei veicoli a guida laser e nella creazione dei relativi software di controllo e sistemi di trasmissione dati, con questo nuovo progetto abbiamo intenzione di creare sotto il marchio Sanovo Italproject una realtà di partenza con turnover per quaranta milioni di euro e duecentocinquanta addetti. Per questo motivo stiamo trasferendo la nostra sede a Galliera Veneta e Sanovo Italproject manterrà attività di marketing e logistica proprie. A Galliera abbiamo ampliato gli uffici e realizzato un nuovo reparto di ricerca e sviluppo che sarà guidato direttamente da Angelo Pivato». Sono i primi passi di un processo che dovrebbe permettere a Italproject, ora sotto l'ombrello danese, di attuare la svolta internazionale, sfruttando come base di partenza le sedi estere già esistenti di Sanovo. Partendo da Messico, Russia, Brasile e Stati Uniti. «Insedieremo i nostri tecnici e referenti commerciali in

Paesi già destinazione del nostro export, ma dove non eravamo presenti direttamente» spiega l'amministratore delegato. «In Brasile stiamo perfezionando una joint venture per produrre macchinari a marchio Italproject, che permetterà di superare i problemi di competitività indotti dalla tassazione d'ingresso sui prodotti stranieri. Negli Stati Uniti stiamo allestendo una sede per assemblare i nostri macchinari». Nel 2012 seguiranno l'operazione in Francia, dove verranno unificate le due succursali di Sanovo e Italproject, e l'apertura in Giappone di una sede per l'Asia. «L'impegno» conclude Peschi «è di raddoppiare nel giro di tre anni i ricavi di partenza di Italproject, salendo a circa 60 milioni di euro di fatturato». VENETO 2011 • DOSSIER • 151


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Quando l’innovazione si traduce in brevetti Specializzazione, creatività progettuale, innovazione tecnologica. La produttività di Nuova Trasmissione oltrepassa gli standard di mercato con nuovi brevetti che rinnovano il processo produttivo dell’ingranaggeria. Parliamo di “Dentatornio” con Linda Zanussi e Stefano Ongaro Adriana Zuccaro

er affrontare i cambiamenti epocali che continuano a trasformare l’odierno scenario economico e lavorativo, l’imprenditorialità necessaria allo sviluppo di ogni circuito produttivo non può esimersi dal dimostrare «coraggio, serietà, determinazione, tenacia e forte senso di responsabilità sociale». Seguendo infatti tali prerogative, Linda Zanussi e Stefano Ongaro, gli imprenditori che hanno fondato Nuova Trasmissione, società produttrice di ingranaggi e pulegge dentate, hanno portato avanti una concreta filosofia aziendale basata sull’innovazione e specializzazione produttiva, unica chiave di volta atta a garantire l’irrinunciabile binomio “qualità-competitività”. Il perseguimento di questo obiettivo è sfociato nell’ideazione e realizzazione della macchina utensile denominata “Dentatornio” con la quale è possibile ottimizzare tempi, spazi e logistica e ridurre il coinvolgimento di risorse umane. Linda Zanussi e Stefano Ongaro descrivono le innovative attività svolte presso Nuova Trasmissione e le peculiarità di un settore decisamente all’avanguardia. Verso quali nuovi canali vi ha condotto la specializzazione tecnologica di Nuova Trasmissione? LINDA ZANUSSI:«Pur avendo creato il parco macchine di Nuova Trasmissione acquistando quanto di meglio il mercato potesse offrirci, pur rinnovando costantemente i nostri mac-

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chinari seguendo l’evoluzione tecnologica, abbiamo sentito l’esigenza di qualcosa che ancora non esisteva. Mio marito, Stefano Ongaro, responsabile di tutta l’area tecnica, ha trasferito le nostre concrete necessità produttive in un progetto inedito. Dopo aver depositato quindi il brevetto, realizzato un prototipo che soddisfacesse l’operatività attesa, siamo giunti alla costruzione e immissione sul mercato di un nuovo concetto di mac-

Linda Zanussi e Stefano Ongaro, proprietari e amministratori di Nuova Trasmissione Srl, Susegana (TV) www.nuovatrasmissione.com


Linda Zanussi e Stefano Ongaro

“Dentatornio” è un’unica macchina utensile che integra da due a cinque diversi processi produttivi, comprendenti la tornitura e la dentatura da cui deriva la sua denominazione

china utensile». Quali novità ha apportato al ciclo di produzione questo nuovo brevetto? STEFANO ONGARO: «Si tratta di un’unica macchina utensile che integra da due fino a cinque diversi processi produttivi, comprendenti la tornitura e la dentatura. Da qui la sua denominazione di “Dentatornio”. Portare a termine questo progetto ha rappresentato innanzitutto una grandissima sfida, stimolante e impegnativa, colta appieno da Nuova Trasmissione con una finale realizzazione estremamente complessa e innovativa». “Dentatornio” faciliterà dunque il lavoro degli operatori? S. O.: «Il tradizionale ciclo che si allestisce per la costruzione di un ingranaggio, comporta l’esecuzione di svariate fasi attraverso l’utilizzo di più macchine utensili, normalmente dislocate in diversi reparti, determinando quindi anche più spostamenti e controlli in corso d’opera del semilavorato. La possibilità

di alimentare un unico macchinario con uno spezzone o con l’intera barra da lavorare, e ottenerne a fine ciclo l’ingranaggio finito, cambia indubbiamente le prospettive di tempi, spazi, logistica e risorse umane coinvolte». Quanto incidono i brevetti sulla visibilità di un’impresa come Nuova Trasmissione? L. Z.:«La fattispecie brevettuale di cui stiamo parlando, rappresenta innanzitutto il miglior biglietto da visita del know-how che spendiamo quotidianamente al servizio dei nostri Sopra, fase produttiva clienti. In secondo luogo, immettere nel mer- e la macchina utensile “Dentatornio” brevettata cato un macchinario efficace e innovativo, da Nuova Trasmissione. crea indubbiamente nuove opportunità di Nella pagina successiva, business. Nel nostro caso, vi sono state mol- il reparto dentatura teplici manifestazioni di interesse sia da parte di produttori e utilizzatori di ingranaggi in grosse serie, sia da parte dei principali costruttori mondiali di macchine utensili. Ciò ha rappresentato per noi una grandissima soddisfazione e il coronamento di un percorso complesso che ha richiesto molti anni di VENETO 2011 • DOSSIER • 153


IMPRENDITORI DELL’ANNO

impegno».

Il costante apporto di innovazioni rappresenta il fiore all’occhiello di Nuova Trasmissione. In tal senso, quali sono state le principali tappe evolutive in termini di tecnologia, informatizzazione e ottimizzazione del circuito produttivo che l’azienda ha affrontato? L. Z.: «Per formazione imprenditoriale e per passione, ancor prima che la globalizzazione lo imponesse rendendo i mercati sempre più competitivi, e fin dall’avvio dell’attività, abbiamo investito risorse considerevoli per dotare l’azienda di strumenti sempre all’avanguardia. Non ci riferiamo soltanto agli impianti e ai macchinari dedicati alla produzione, ma anche alle sale metrologiche e all’intero sistema informatico, sia gestionale che progettuale, indispensabile supporto ai processi decisionali e riferimento per lo sviluppo e il monitoraggio dell’intero sistema aziendale. Macchinari cnc e automazione sono stati il primo target che ci siamo imposti fin dall’inizio degli anni ‘90. L’obiettivo è sempre stato quello di concentrare le risorse umane esclusivamente su mansioni qualificate e qualificanti. La robotica e l’automazione consentono, ad esempio, di proseguire i cicli produttivi anche nelle ore notturne senza la necessità di alcun presidio umano». Non avete mai pensato di delocalizzare? S. O.: «Abbiamo puntato sull’innovazione continua proprio perché concepita come alternativa a processi di delocalizzazione, sempre impegnativi e talvolta estremamente rischiosi o deludenti rispetto ai risultati attesi. I nostri clienti di fascia alta hanno l’esatta percezione dei vantaggi che comporta l’affidarsi a un fornitore italiano con il quale l’interazione è decisamente più efficace e snella, rispetto a una controparte straniera sulla quale, spessissimo, il controllo risulta difficile o impossibile». Nello specifico, a quali segmenti di mercato è rivolta la vostra produzione? S. O.: «Nuova Trasmissione si interfaccia con mercati che spaziano dalla robotica all’automazione per aperture civili e industriali, dai sistemi di riduzione del moto a quelli per la

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Macchinari cnc e automazione sono stati il primo obiettivo che ci siamo imposti fin dall’inizio degli anni ‘90

lettura di assegni e documenti, dagli ingranaggi per pompe ad applicazioni destinate principalmente ai settori alimentare, nautico, medicale e altro ancora. Di fatto l’ingranaggeria, definibile quale core business di Nuova Trasmissione, rappresenta una famiglia di componenti meccanici che trovano applicazione in tantissimi campi». In che termini si traduce il valore della qualità nel mondo dell’ingranaggeria? L. Z.:«È indispensabile sottolineare che la qualità non è semplicemente la rigida applicazione di una sequenza di controlli, ma rappresenta innanzitutto una filosofia, un approccio all’intero modo di lavorare e del “fare impresa” che coinvolge l’intera struttura aziendale. Ciò premesso, qualità significa l’armonizzazione e la verifica di tutti gli aspetti e i processi aziendali. Dunque, il prodotto di qualità non può che rappresentare il risultato finale di questa filosofia. I clienti non ci chiedono semplicemente un prodotto, ma un supporto fin dalla fase progettuale, e la garanzia di un’affidabilità complessiva. Perdere la matrice sulla quale abbiamo costruito la nostra credibilità, porterebbe al venir meno del nostro modello aziendale».


IMPRENDITORI DELL’ANNO

La territorialità come valore aggiunto Flessibilità e rapidità del servizio, per soddisfare le necessità di aziende operanti in ambiti tra loro molto diversi. La distribuzione di forniture industriali come strumento a sostegno del mondo manifatturiero e artigiano, nell’esperienza di Cristiana Marinello e Danko Matkovic Guido Puopolo

a provincia di Belluno rappresenta il centro del distretto italiano della produzione di occhiali, uno dei più importanti marchi di fabbrica del made in Italy nel mondo. Proprio in questo settore ha mosso i primi passi Ecma, azienda bellunese fondata nel 1946, specializzatasi poi nella fornitura di materie prime, articoli tecnici e prodotti di consumo. Nel corso degli anni, Ecma ha rivolto la sua attenzione alle realtà manifatturiere, industriali e artigianali della zona, proponendosi come partner commerciale “a tutto tondo”. «Attualmente distribuiamo materie prime e semilavorati, articoli tecnici, abrasivi, attrezzature ed elementi vari per l’automazione, utensili, prodotti chimici, articoli per magazzinaggio, imballo e manutenzione», spiega Cristiana Marinello, che in-

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Tecnici al lavoro all’interno del magazzino Ecma, a Calalzo di Cadore (BL) www.ecmasrl.it

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sieme al marito, Danko Matković, gestisce l’azienda. Oggi Ecma valorizza al meglio la sua pluriennale esperienza, dedicando particolare attenzione alla rapidità nelle consegne, all’innovazione tecnologica e all’informazione tecnica e commerciale: in altre parole, al servizio. «A partire dagli anni Settanta abbiamo cercato di indirizzare la nostra attività verso un concetto moderno di distribuzione industriale – sottolinea Matković - tale da riunire in un unico interlocutore un ampio ventaglio di articoli e prodotti di consumo asserviti alla produzione e alla manutenzione. Grazie al nostro lavoro, in un’epoca di crescente sviluppo industriale, le numerose imprese manifatturiere presenti sul territorio hanno potuto così soddisfare una buona parte dei loro fabbisogni a “chilometri zero”», un vantaggio significativo, soprattutto in un periodo in cui l’ottimizzazione dei costi e dei tempi di produzione è diventata un valore capace di fare la differenza. L’azienda, nonostante oggi abbia assunto sul mercato una dimensione di tutto rispetto, rimane orgogliosamente fedele alla sua tradizione familiare, peculiarità che le ha permesso di superare, senza particolari contraccolpi, anche questo periodo di crisi: «Abbiamo vissuto tutte le ondate di crisi dell’ultimo decennio, compresa quella dovuta alla crescente delocalizzazione delle produzioni verso i Paesi


Cristiana Marinello e Danko Matkovic

dotati di manodopera a basso costo. Nonostante tutto, però, siamo riusciti a gestire in maniera efficace le conseguenze di questi cambiamenti, investendo nelle procedure e puntando su un continuo aggiornamento tecnico e culturale», evidenzia Marinello. «Questa politica ci ha permesso di conservare un legame diretto con le esigenze del mercato, in modo da consolidare il nostro ruolo di partner privilegiato di numerose realtà industriali, capace di offrire soluzioni anche a problemi complessi». Proprio lo stretto rapporto di collaborazione instauratosi tra l’azienda e i suoi fornitori rappresenta un ulteriore segnale dell’affidabilità del gruppo: «Distribuire articoli industriali di alta qualità prodotti da marchi leader nel loro settore rappresenta per noi un evidente punto di forza, ma anche il fornitore trae beneficio dalla sicurezza che il suo brand venga veicolato sul mercato con la miglior capillarità, competenza e fedeltà nel tempo». Grande attenzione in azienda è riservata alle risorse umane, un patrimonio dal valore inestimabile, come racconta Marinello: «Crediamo molto nell’importanza del lavoro di squadra. Per questo cerchiamo di garantire sempre ai nostri collaboratori le migliori condizioni di lavoro possibili, anche attraverso un continuo aggiornamento tecnico e professio-

Abbiamo indirizzato la nostra attività verso un concetto moderno di distribuzione industriale, tale da riunire in un unico interlocutore un ampio ventaglio di articoli e prodotti di consumo

nale. Siamo molto attenti alla cura e alla valorizzazione dei rapporto interpersonali, certi che, in un clima di unione e condivisione degli obiettivi, tutti saranno portati a dare qualcosa in più per il successo dell’azienda». Flessibilità e capacità di adattamento sono dunque le parole d’ordine che hanno permesso a questa realtà imprenditoriale di operare con la stessa efficacia in mercati tra loro molto differenti: «Oggi lavoriamo su due binari paralleli – conclude Matković - Da un lato le nostre nicchie di specializzazione sono apprezzate da numerosi referenti nazionali, europei e d’oltreoceano, mentre dall’altro manteniamo una forte presenza sul nostro territorio di origine, attraverso una capillare organizzazione commerciale nei settori di attività più vari. Con migliaia di articoli pronti a stock, possiamo soddisfare innumerevoli esigenze di produzione, assemblaggio, misura e controllo, magazzinaggio, manutenzione, automazione e imballaggio, integrando al meglio le istanze di flessibilità, competitività e celerità di servizio necessarie per essere pienamente orientati alla soddisfazione dei nostri partner». VENETO 2011 • DOSSIER • 157


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È in espansione il mercato delle fascette di fissaggio in nylon a qualche decennio il settore del fissaggio e delle legature è stato stravolto dall’ingresso nel mercato delle fascette in nylon, articolo di consumo capace di interessare qualsiasi tipo di azienda e di fornire prestazioni specifiche più appetibili di quelle dei chiodi da legno o dello spago. Le società che con lungimiranza hanno saputo cogliere velocemente le potenzialità di questo prodotto, non se lo sono fatto sfuggire e sono riuscite a costruire solide realtà. È il caso della SapiSelco, azienda padovana leader mondiale nella produzione di fascette di cablaggio in nylon che ha alle spalle più di sessant’anni di attività e che oggi è condotta dall’ingegner Stefano Griggio, il presidente, coadiuvato dai due figli Federico e Giacomo. A colpire l’attenzione del team aziendale è stata l’estrema flessibilità di questo prodotto: «Nonostante attualmente il maggior impiego di fascette coinvolga l’ambito del settore elettrico e impiantistico – spiega l’ingegner Griggio –, le caratteristiche così versatili di questo prodotto lo rendono indispensabile per qualsiasi settore merceologico, dal civile all’industriale, dalle costruzioni di auto alle installazioni esterne». Quali sono le particolarità principali del vostro mercato di riferimento e quale la sua situazione attuale? «La peculiarità del mercato delle fascette di cablaggio è la sua internazionalità. Questo prodotto viene infatti usato così com’è in tutto il mondo e non c’è quindi un ambito geografico dove concentrarne la produzione o la vendita. È un mercato ragguardevole

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Le fascette in nylon sono un articolo capace di interessare qualsiasi tipo di utilizzatore. Le loro caratteristiche versatili le rendono indispensabili per molti settori merceologici, dal civile, all’industriale, dalle costruzioni di auto alle installazioni esterne. Il punto dell’ingegner Stefano Griggio, Presidente di SapiSelco Srl Emanuela Caruso

dove le aziende produttrici non sono tantissime. La situazione generale è buona in quanto in espansione. Recentemente infatti anche i paesi in via di sviluppo si stanno interessando molto all’utilizzo delle fascette, perché, nonostante nelle loro zone la manodopera sia pagata pochissimo e l’impiego dello spago abbia un costo minore, il costo del lavoro sta aumentando e l’applicazione di una fascetta appare più economica ed efficiente anche ai loro occhi. Si potrebbe dire che questo mercato cresce a mano a mano che si sviluppano le economie locali». La SapiSelco sta portando avanti molti studi sui margini di miglioramento di questo prodotto. Quale tipo di innovazioni possiamo quindi aspettarci

L’ingegner Stefano Griggio, presidente di SapiSelco Srl, Saonara (PD) www.sapiselco.com


Il nostro è un settore in espansione perché anche le aziende dei paesi in via di sviluppo stanno divenendo ottimi acquirenti delle fascette di fissaggio in nylon da noi prodotte

per il futuro? «La nostra azienda è concentrata nelle ricerche di sviluppo sia per quanto riguarda l’ottimizzazione del processo produttivo dell’azienda, quindi produrre meglio, di più e con costi inferiori, sia per quanto riguarda l’evoluzione delle fascette. Ancora una volta stupisce la grande flessibilità di questo articolo, che nonostante sembri già perfetto e maturo, in realtà presenta margini più che ampi di miglioramento. La SapiSelco è impegnata in particolar modo sul fronte del design e della progettazione». Grazie alla vostra credibilità e alla qualità dei prodotti, la SapiSelco ha affrontato la crisi economica mondiale senza grandi problemi. In particolare non ha avuto bisogno di usufruire della cassa integrazione. Quale strategia vi ha guidato verso questo importante risultato? «La strategia che abbiamo adottato si è focalizzata su una cura particolare nei riguardi di ogni dipendente e collaboratore dell’azienda. Mentre molte società soffrivano la crisi in modo forte, noi abbiamo avuto solo sei mesi davvero impegnativi, durante i quali però la produzione, fortunatamente, è calata solo del 20%. In quel preciso momento,

però, avremmo potuto chiedere la cassa integrazione, ma abbiamo preferito non farlo per vari motivi». Quale altro metodo ritiene quindi vincente per affrontare una crisi? «Considero più efficaci i contratti di solidarietà, con cui non si interrompe il servizio al cliente ma si lavora qualche giorno in meno, riducendo i pagamenti di ogni singola persona dello staff e di conseguenza riducendo i costi totali dell’azienda. In questo modo né la società né il personale sono messi a rischio». VENETO 2011 • DOSSIER • 159


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L’impresa cambia volto: da filiale a leader di settore Ristrutturazione del management, creazione di nuove posizioni e grandi investimenti in ricerca e sviluppo. Luca Businaro racconta l’evoluzione della Novation Tech da azienda dipendente del gruppo Nike a leader nazionale come produttore terzista di materiali compositi Belinda Pagano

Luca Businaro, amministratore delegato della Novation Tech, azienda di Montebelluna che produce componenti in plastica. Nelle pagine seguenti, processi produttivi dell’azienda trevigiana www.novation.it

uando un’azienda nasce come supporto a un’altra realtà imprenditoriale, risulta una vera e propria sfida riuscire a trasformarla in un’impresa autonoma. Ancora più difficile diventare leader indiscusso del suo settore. Luca Businaro, amministratore delegato della Novation Tech, spiega come questa battaglia sia complicata,

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ma non impossibile. Da azienda dipendente del gruppo Nike a leader nazionale come produttore terzista di materiali compositi. Come può avvenire una trasformazione così sostanziale? «Di sicuro è stata un’evoluzione complicata ma ha dato moltissime soddisfazioni. Nel 2004 la Novation Tech è stata comprata da due fondi di private equity dal gruppo Nike. All’epoca era una realtà operante nel settore sport system nel quale la Nike rappresentava circa il 70% del fatturato. Un orientamento dunque non al mercato ma alla diretta produzione di articoli sportivi inerenti al mondo del calcio, dell’hockey e anche dedicato all’occhialeria in plastica a marchio Nike. La sfida è stata proprio quella di prendere un’azienda con un forte know-how nella conoscenza dei materiali plastici e trasformala in un’impresa terzista ma leader di riferimento in un mercato che all’epoca era ancora in divenire». Quali sono state le principali tappe di questa importante evoluzione? «Dal 2004 si è partiti riorganizzando completamente l’azienda, ristrutturando il management con l’inserimento di nuovi manager e la creazione di nuove posizioni, investendo in ricerca e sviluppo e soprattutto cercando di diminuire consistentemente il fatturato Nike. Si pensi che dal 70% iniziale, nel 2011 è stato


Luca Businaro

quasi nullo. È così che la Novation Tech è divenuta in sei anni, in termini di fatturato, leader indiscusso in Italia come produttore terzista di materiali quali carbonio, fibre di vetro, kevlar, polipropilene fino ad arrivare alle fibre naturali». Sono anche aumentati i mercati di riferimento? «Oltre allo sport system ci si è diretti verso l’automotive producendo le componenti strutturali, come ad esempio sedili, di importanti case automobilistiche come Audi, Volkswagen, Lamborghini, Ferrari, Aston Martin. A questo bisogna aggiungere anche il mercato delle due ruote, dove stiamo diventando uno dei principali produttori di componenti in carbonio, come la carena, ad esempio della Yamaha Superbike. Da questo settore ci siamo evoluti verso l’occhialeria per lo sport, rientrando nel mondo dell’articolo sportivo. Produciamo e ingegnerizziamo anche componenti in materiale plastico e composito per marchi che producono attrezzature sciistiche come Nordica, Tecnica e Blizzard». La tecnologia, in questo settore, è di primaria importanza. «Essendo divenuti leader di riferimento per quanto riguarda sia l’innovazione che l’applicazione dei materiali compositi, la ricerca e lo sviluppo sono i due aspetti fondanti della nostra attività. Si pensi che l’applicazione di questo tipo di materiali può avvenire solamente attraverso tecnologie nelle quali si è sperimentato e investito. Ma quello che sostanzialmente fa la differenza rispetto alla concorrenza è il fatto che in un’unica azienda come può essere la Novation Tech si possono trovare tutte le diverse tecnologie di trasformazione dei materiali compositi esistenti oggi al mondo. I concorrenti sono specializzati in una singola tecnologia mentre la nostra azienda, nello stesso stabilimento, è in grado di utilizzare tutte le tecnologie ad oggi esistenti». Quanto investite nelle produzioni locali? «Si consideri che il 70% delle nostre realizzazioni avviene in territorio italiano. Alcuni componenti vengono realizzati in Ungheria

Questo nostro riposizionamento da filiale ad azienda terzista è stato vincente nei confronti della crisi e ci porta ancora oggi verso una costante crescita

ma tutto il resto della lavorazione, assemblaggio compreso, viene realizzato in Italia. Grazie anche a questa peculiarità la Novation Tech, come precedentemente sottolineato, è leader a livello italiano e fra i principali player a livello europeo. A livello mondiale, invece, il prodotto composito generalmente si produce settorialmente: in Europa per l’Europa, in Cina per la Cina, in America per l’America. Proprio per questo siamo in procinto di aprire una joint venture in Cina per produrre per il mer- VENETO 2011 • DOSSIER • 163


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cato locale».

Cosa vi differenzia dalla concorrenza? «I materiali compositi non sono una semplice immissione ma è un know-how che richiede esperienza e il tempo di apprendimento della capacità di trasformare questo materiale è abbastanza lungo rispetto alle lavorazioni della plastica e del metallo tenendo comunque in considerazione che i materiali compositi per eccellenza operano nelle nicchie di mercato e quindi al di fuori di una logica di produzione

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Novation Tech, oltre ai compositi, abbina diversi materiali senza usare colle, sovrainiettando sui materiali la plastica

di massa guidata esclusivamente dal costo. A questo si aggiunga che la Novation Tech, oltre ai compositi, abbina diversi materiali senza usare colle, sovrainiettando sui materiali la plastica. Aspetti, questi, che diventano un forte valore aggiunto e di differenziazione rispetto alla concorrenza. Infine la nostra forza è dovuta principalmente alla flessibilità, peculiarità molto richiesta nelle nicchie di mercato». La sfida, dunque, è diventata un obiettivo raggiunto? «Trasformare l’azienda da una società dipendente a società madre è un’evoluzione che ormai è avvenuta ed è una soddisfazione pensare di esserci riusciti specialmente se si sono ottenuti, con orgoglio, ottimi risultati di bilancio. Nel 2009-2010, periodo di forte crisi mondiale, la Novation Tech ha avuto un’importante crescita di fatturato diventando, proprio in quegli anni, leader nel mercato italiano. Questo nostro riposizionamento da filiale ad azienda terzista è stata vincente nei confronti della crisi globale e ci porta ancora oggi verso un costante e significativo incremento».


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I vantaggi della specializzazione Azienda attiva nella vendita dei camion e dei veicoli commerciali, la società Stefanelli Spa ha negli anni sviluppato anche una specializzazione nel settore del trasporto persone, ampliando così l’offerta Lodovico Bevilacqua

no dei grandi motori dell'economia italiana è senza dubbio il settore dei trasporti, a sua volta suddiviso in tanti ambiti e aree differenti. Fra questi, la vendita ricopre, naturalmente, un ruolo di assoluta rilevanza che impone alle società impegnate in questo tipo di attività l'acquisizione di determinate caratteristiche, finalizzate alla fornitura di un servizio di qualità, alla sostenibilità delle richieste in termini qualitativi e quantitativi e alle esigenze di specializzazione dei servizi. Esperienza, potenzialità operative, professionalità e continuo aggiornamento diventano quindi condizioni necessarie per rimanere competitivi in questo campo. La Stefanelli Spa di Cazzago di Pianiga, ha sempre tenuto in grande

U Nelle foto, gli interni delle officine della Stefanelli di Cazzago di Pianiga (VE) www.stefanelli-spa.it

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considerazione queste preziose linee guida. La società, nata nel 1976, è oggi dislocata in tre diverse sedi – Cazzago di Pianiga (VE), Rovigo e Padova – ed è diventata un punto di riferimento imprescindibile nel settore della vendita dei veicoli industriali, dei veicoli commerciali e degli autobus dei marchi Iveco e Fiat Professional. L’azienda occupa quasi cento dipendenti e ha fatturato, solo nello scorso anno, 70 milioni di euro. Numeri del genere sono, in realtà, frutto di una lungimirante strategia aziendale, attraverso la quale la vendita dei veicoli industriali e commerciali è affiancata da una marcata specializzazione nella vendita e nella assistenza dei veicoli dedicati al trasporto persone. La vendita di scuolabus e autobus attrezzati per il trasporto disabili, così come dei bus turistici e autobus destinati al trasporto pubblico urbano ed extraurbano, costituisce infatti uno dei core business della Stefanelli, vero e proprio leader in questo ambito specifico nell'area del Nord-est; una leadership ratificata, peraltro, da partnership di assoluto prestigio. Oltre che concessionaria dei camion e dei veicoli commerciali Iveco e Fiat Professional, la Stefanelli è concessionaria di riferimento Irisbus/Iveco per il Veneto e il Friuli Venezia Giulia. Collaborazioni che sono prestigiosi sigilli di un successo commerciale ottenuto non solo dalla vendita dei mezzi, ma dalla fornitura di un servizio


Stefanelli Spa

completo e articolato. Per quanto riguarda la vendita, un team di venditori specializzati sui veicoli trasporto persone è in grado di individuare la migliore soluzione e configurare il veicolo secondo le esigenze del cliente. Particolare attenzione è dedicata ai mezzi adibiti al trasporto scolastico. In questo settore la Stefanelli Spa collabora con i migliori carrozzieri italiani ed esteri ed è in grado di offrire qualsiasi tipo di soluzione sia che si tratti di scuolabus sia che si tratti di veicoli destinati al trasporto disabili. Negli anni, Stefanelli Spa si è specializzata nella gestione di forniture di autobus urbani ed interurbani alle aziende di trasporto pubblico, con prodotti all’avanguardia ed una particolare attenzione ai servizi connessi alla assistenza e alla riparazione di questo tipo di veicoli. Grande attenzione è chiaramente dedicata anche ai servizi di post vendita. La Stefanelli è dotata di un magazzino ricambi tra i più forniti nel suo settore con più di 30.000 articoli movimentati nel corso dell'anno e le sue officine dispongono di tutte le

più moderne attrezzature, con tecnici in grado di intervenire in tempi brevi su qualsiasi modello della gamma Iveco/Irisbus, sia esso un veicolo industriale o un autobus. La capillarità del servizio è inoltre garantita dalla rete di officine autorizzate Iveco-Irisbus presenti sul territorio di riferimento. Sono inoltre attivi un servizio di soccorso, attraverso carri officina e carrelloni e un servizio di carrozzeria dedicato ai veicoli trasporto persone in grado di intervenire rapidamente su qualsiasi veicolo dallo scuolabus al pullman granturismo. Le attività della Stefanelli Spa non si limitano alla vendita e assistenza, ma si estendono anche alla consulenza finanziaria. Negli anni si è creato un team che si occupa di leasing, finanziamenti e assicurazioni, nonché di noleggio a breve e lungo termine. Dunque una macchina organizzativa in grado di assecondare qualunque richiesta o esigenza della clientela nel settore del trasporto merci e persone, coprendo anche la fascia di mercato relativa ai mezzi usati. Da qualche anno infatti presso la sede principale di Cazzago di Pianiga è stato allestito un importante parco di mezzi usati destinati alla vendita, dove è possibile trovare qualsiasi tipologia di autocarro e autobus usato. Anche in questo caso un gruppo di venditori specializzati è in grado di soddisfare le esigenze della clientela reperendo sul mercato il veicolo più adatto.

250 VEICOLI

Il numero di mezzi venduti nel 2010 dalla Stefanelli fra scuolabus, minibus, autobus turismo e linea nuovi e usati

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IMPRENDITORI DELL’ANNO

Tra tecnica e creatività n una società le due anime tecnica e creativa devono agire insieme per proporre soluzioni adatte a tutti i tipi di esigenze. È questo il principio a cui si ispira Daniel Bortolamei nell’impostare il lavoro della sua azienda, Archimede: «Il punto di forza che ci contraddistingue è avere al nostro interno un team di tecnici e designer supportati da software e macchinari all’avanguardia, in modo tale da unificare le due realtà, quella creativa con quella produttiva». Archimede è una realtà veneta che, partita nel 1989 come azienda specializzata nell’assemblaggio e cablaggio di insegne luminose, col passare del tempo si è specializzata nella progettazione e produzione di oggetti che si rivolgono a molteplici categorie, quali espositori per occhiali, gioielleria, cosmetica, complementi d’arredo, totem e gadget. Come vi approcciate al lavoro in modo da rispondere alle esigenze tecniche mantenendo al tempo stesso vivace la vena creativa? «Il segreto risiede nel ricercare in continuazione nuovi materiali e tecniche di lavorazione sempre aggiornate, sviluppando un’esperienza di lavorazione concreta mediante prototipazioni interne. È fondamentale partecipare a fiere ed esposizioni nazionali ed internazionali per conoscere sempre cosa il mercato ha di nuovo da offrire, tenersi aggiornati e studiare soluzioni e idee innovative che consentano di rimanere al passo o addirittura di precedere le tendenze». Di quali tecnologie vi servite?

I

Daniel Bortolamei, titolare della Archimede di Veggiano (PD) www.archimede.biz

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Nuovi materiali, tecniche di lavorazione sempre aggiornate e sviluppo costante di prototipi. Daniel Bortolamei descrive le strategie necessarie per affrontare il mercato internazionale Amedeo Longhi

«Le tecnologie che stanno alla base del nostro lavoro sono i laser che vengono utilizzati sia per il taglio del plexiglas che per l’incisione. Il parco attrezzature, composto da sette sistemi di taglio, viene rinnovato a intervalli regolari che non superano mai i tre anni. In questo modo è possibile ottenere sempre la massima qualità ed efficienza rispetto alla concorrenza con cui ci dobbiamo misurare costantemente». In che direzione ritiene che debba puntare l’azienda per crescere? «L’intenzione futura è l’apertura di una nuova filiale, possibilmente all’estero. Tutto ciò dovrà essere accompagnato da un adeguamento della struttura aziendale; a tal proposito, verrà ampliata la componente commerciale e quella che si occupa del marketing, in modo tale da coprire un’area di mercato sempre più vasta». In base a questi obiettivi, come vede il futuro della vostra società e del settore in cui opera? «Grazie all’esperienza e al grado di maturazione raggiunto dal team, il futuro di Archimede è quello di raggiungere nuovi settori di mercato come quelli dell’arredamento e del complemento d’arredo. Obiettivo a breve termine sarà quello di ampliare la nostra superficie con la realizzazione di un secondo piano dedicato a uffici e laboratori creativi. L’azienda dispone inoltre di macchinari e software all’avanguardia e in continua evo-


Daniel Bortolamei

Le tecnologie che stanno alla base del nostro lavoro sono i laser che vengono utilizzati sia per il taglio del plexiglas che per l’incisione

luzione, in grado di mantenere la competitività che il mercato e il mondo del lavoro richiedono in misura sempre maggiore». Quali sono le esigenze più particolari di chi si rifornisce da voi e come riuscite a soddisfarle? «Il committente che viene da noi è sicuramente alla ricerca di idee e produzioni mai realizzate prima e con il nostro ufficio creativo e produttivo siamo in grado di creare un prodotto personalizzato, paragonabile a quello di sartoria, che realizza confezioni fatte su misura». Alla luce della vostra esperienza, come valuta la situazione del settore e dell’imprenditoria italiana in generale? «Mi sento di aggiungere che la nostra azienda, dal momento che è nata dal nulla

I REPARTI DI ARCHIMEDE G razie a punti di forza come qualità, disponibilità e flessibilità, l'azienda si è estesa negli anni fino a raggiungere gli attuali cinquemila metri quadrati coperti e contando su una forza lavoro di circa cinquanta dipendenti. Quattro i reparti aziendali. Il reparto lavorazione materie plastiche dispone di un ufficio tecnico dedicato che gestisce quattro laser, di cui tre a due assi e uno a cinque assi, per la lavorazione del plexiglass, due pantografi per la lavorazione su lastra di policar-

bonato, PVC, polietilene legno e polistirolo. Il reparto insegne luminose e totem segue il cablaggio della componentistica elettronica e illuminotecnica dell'oggetto da realizzare. C’è poi il reparto che cura assemblaggio, rifinitura e imballaggio, tutto con grande attenzione al dettaglio e al controllo della qualità finale del prodotto. Infine nel reparto stoccaggio e magazzino vengono sistemate le merci per la spedizione e le materie prime per la lavorazione.

venti anni fa, è la dimostrazione che in Italia è ancora possibile creare nuove realtà efficienti e solide e soprattutto che c’è ancora spazio per la crescita di aziende produttive. La condizione irrinunciabile è però che si dedichino in maniera seria e concreta alla produzione vera». VENETO 2011 • DOSSIER • 171


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Tra innovazione tecnologica e collaborazioni strategiche Grazie a strategie di espansione verso l’estero ben definite, oggi la Virgis Filter è operativa nei mercati europei e americani, mentre è in fase di veloce consolidamento in Asia, Oceania e Africa. Il punto di Camillo Virgis Emanuela Caruso

mbastire un’idea commerciale e trasformarla nel tempo e con dedizione in una grande azienda è un risultato ottenibile solo attraverso buone intuizioni e uno spiccato piglio imprenditoriale. E sono proprio queste le basi da cui è sorta la Virgis Filter, azienda che ha saputo concepire e produrre in modo innovativo i filtri aria per qualsiasi tipo di motore diesel e macchina industriale e che in poco tempo è diventata leader indiscussa del mercato di riferimento. Vero cavallo di battaglia dell’impresa è la grande qualità, che regola non solo la produzione e i processi di controllo, ma anche i rapporti con i clienti. «La qualità – specifica Camillo Virgis, presidente della società – è il

I Camillo Virgis, presidente della Virgis Filter Spa di Arsego (PD) www.virgis.com

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mezzo per soddisfare le richieste dei clienti, migliorare l’organizzazione aziendale e proporre al mercato prodotti a prezzi competitivi. A testimonianza del nostro impegno nell’aumentare costantemente la qualità dei filtri aria, la Virgis Filter ha ottenuto, tra le tante certificazioni, anche quella Iso 9001». Oltre alla qualità, quali sono gli altri punti di forza che hanno permesso alla società di raggiungere la leadership del settore? «Al successo di Virgis Filter hanno sicuramente contribuito lo staff aziendale, il servizio ai clienti e gli investimenti sull’innovazione. Il nostro personale è composto da menti giovani, motivate, dinamiche e altamente formate, che lavorano con entusiasmo, con spirito di collaborazione e ponendosi ogni anno obiettivi sempre più importanti. Il nostro servizio ai clienti è attivo, veloce, affidabile e flessibile, sempre pronto a soddisfare le più svariate richieste. Inoltre consideriamo gli utenti come veri e propri partner, capaci di suggerirci idee per lo sviluppo di nuovi prodotti. Infine, l’innovazione, soprattutto quella tecnologica, è fondamentale per assicurare la continua proposta di soluzioni e filtri ottimali». I filtri Virgis sono conosciuti e apprezzati in ben quattro continenti, quali sono le


Camillo Virgis

loro caratteristiche di funzionamento? «Innanzitutto i nostri filtri sono progettati da uno staff tecnico altamente specializzato e sono sottoposti ad accurati test sia in fase progettuale che di collaudo, così da ottenere un prodotto finito affidabile. Questo è lo stesso motivo per cui attraverso un’azione centrifuga eliminiamo tutte le polveri createsi e accumulatesi durante la fase di realizzazione. Le caratteristiche principali dei nostri prodotti sono l’utilizzo di carta certificata e di assoluta qualità per la creazione delle cartucce filtranti e la capacità del corpo filtro di resistere a ogni ambiente esterno o tipo di impiego grazie alle tecnologie di costruzione e alla tipologia della verniciatura. I filtri sono inoltre silenziosi, resistenti alle vibrazioni e fabbricati con materiali anticorrosivi». Sin dagli inizi dell’attività, la Virgis Filter ha concentrato grandi energie sull’internazionalizzazione dei prodotti. Come si è sviluppata la vostra espansione verso i territori esteri e in quali mercati attualmente la vostra presenza è forte e consolidata? «Le nostre strategie di espansione verso l’estero sono state da subito ben definite e vincenti. Abbiamo fondato varie partnership agreement con società estere già operanti nel settore della filtrazione, che ci hanno permesso di mettere a punto una rete commerciale capillare ed efficiente. Oggi, il nostro mercato è equamente distribuito tra mercato italiano e mercato estero, cosa che negli ultimi anni ci ha consentito di mantenere una crescita media del 10%. La nostra attività è solida e ben operativa nei mercati europei e americani, mentre è in fase di veloce consolidamento in Asia, Oceania e Africa». Che cosa si aspetta dall’immediato futuro?

Vogliamo estendere la nostra azione verso nuovi business paralleli, come ad esempio la filtrazione per cabine di vario genere, che comprende automotive, climatizzazione e verniciature

«Per quanto riguarda il futuro, ci interessa riuscire a completare un progetto già avviato. Si tratta di estendere la nostra azione verso nuovi business paralleli, come ad esempio la filtrazione per cabine di vario genere, che comprende automotive, climatizzazione e verniciature, e la realizzazione di innovativi filtri per turbine. Ovviamente continueremo a migliorare la qualità dei prodotti e a investire nella ricerca tecnologica». VENETO 2011 • DOSSIER • 173


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Lavorazioni inox per l’industria Affidabilità e sicurezza sono componenti fondamentali per chi produce serbatoi destinati ai comparti più esigenti dell'industria chimica, farmaceutica e cosmetica. Ne parla Christian Cavarzan Nicoletta Bucciarelli

ei nostri primi sette anni d’attività siamo stati costretti a cambiare sede per ben quattro volte, alla ricerca di uno spazio sempre maggiore, fino ad arrivare all’odierno sito produttivo di Altivole», spiega Christian Cavarzan, amministratore delegato della Cavarzan. L’azienda trevigiana dal '97, partendo dalle prime lavorazioni di carpenteria metallica, alle quali nel tempo si sono aggiunte la produzione di serbatoi per il settore enologico e la carpenteria metallica per settore alimentare, è arrivata ad inserire i suoi prodotti nei comparti

«N In alto a destra uno degli apparecchi a pressione per i serbatoi prodotti dalla Cavarzan di Altivole (TV)

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più esigenti dell'industria chimica farmaceutica e cosmetica. Serbatoi in acciaio inox che sono quindi destinati a differenti settori, con molteplici differenze. «Ogni settore deve infatti rispettare determinati dettami; ma è più opportuno fare una distinzione non tanto in base al settore a cui il prodotto è destinato ma in base alla natura della sostanza cui i recipienti sono atti a contenere, ai trattamenti termici o meccanici cui questa viene sottoposta, alle esigenze quindi del cliente; per noi ogni prodotto viene pensato, progettato e realizzato in funzione delle differenti esigenze». Un ufficio tecnico interno segue direttamente le varie fasi della progettazione dei serbatoi. «Dalla formulazione della richiesta d'offerta» prosegue Cavarzan, «l'ufficio tecnico, strettamente legato all'ufficio commerciale, elabora una prima prototipazione di massima, verificando l'esattezza e l'applicabilità della richiesta in conformità ai dettami tecnici e alle normative di riferimento. Una volta che l'offerta diventa ordine la progettazione viene verificata nel dettaglio e viene elaborato il disegno costruttivo comprensivo di tutte le specifiche dei componenti, di costruzione e di controllo. In seguito avviene la fase costruttiva vera e propria, gestita e controllata passo dopo passo, dalla preparazione e controllo dei componenti, all'assemblaggio e saldatura, fino al controllo finale delle caratteristiche dell'apparecchio. Dalla rugosità, al controllo


Christian Cavarzan

LA DIRETTIVA PED L

a PED, acronimo di Pressure Equipment Directive, è la direttiva europea 97/23 CE, che regolamenta la costruzione e l'omologazione degli apparecchi a pressione. Cavarzan detiene un gran numero di procedimenti di saldature qualificati per la costruzione di tali apparecchi, oltre a gestire internamente la progettazione a codice. Grazie ad operatori di saldatura specializzati e certificati dall'IIS - Istituto Italiano di Saldatura- la Cavarzan è in grado di costruire apparecchi a misura delle differenti esigenze utilizzando varie tipologie di procedimenti, tra i quali quello per la saldatura con TIG+Plasma in automatico. In un’ottica di miglioramento, l’azienda trevigiana ha scelto di iniziare il processo di certificazione che la porterà ad essere “Azienda Certificata ASME U-Stamp" per la costruzione di apparecchi a pressione secondo gli standard americani. www.cavarzan.it

visivo-dimensionale». Per quanto riguarda i serbatoi destinati al settore chimico-farmaceutico, le caratteristiche del prodotto finito devono essere ben precise. «È di primaria importanza in questo settore l'ottenimento di un prodotto senza asperità e con una finitura delle superfici e punti di raccordo e giunzione prive di imperfezioni, facendo estrema attenzione alla sostanza cui il recipiente è atto a contenere. Si deve scegliere quindi tra i processi di finitura meccanici, chimici o elettrochimici più funzionali per impedire fenomeni di corrosione galvanica che possano determinare il logoramento del-

l'apparecchio e la contaminazione della sostanza contenuta». La sicurezza e l’affidabilità risultano quindi componenti imprescindibili per i prodotti. «Abbiamo adottato per questo un sistema di gestione della qualità, certificato nei primi mesi del 2008 secondo Uni En Iso 9001:2008 dal Tuv Nord, non solo al fine di fornire un prodotto e un servizio sempre più rispondenti alle aspettative, ma come strumento per mantenere il percorso sui binari dei valori fondamentali, quali: sicurezza, comunità, formazione del personale, gruppo di lavoro, qualità, eccellenza operativa, soddisfazione del cliente e soprattutto etica aziendale, che come amo sottolineare, è l’elemento fondamentale di un’azienda, anche perché, come insegna Don Luigi Sturzo, l’economia senza etica è diseconomia». Per la fase di progettazione viene inoltre adottato uno strumento denominato Solidworks. «È un software per la progettazione in 3D, che serve per ottimizzare la progettazione creando un prototipo virtuale verosimile al prodotto finito». Per il futuro l’azienda trevigiana guarda soprattutto alla sicurezza. «Puntiamo ad ottenere la certificazione Ohsas 18001» conclude Cavarzan, «all'introduzione quindi di un sistema che permetta di garantire un adeguato controllo riguardo alla sicurezza e alla salute dei lavoratori, oltre al rispetto delle norme vigenti». VENETO 2011 • DOSSIER • 175


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Verso un business sempre più internazionale sperienza, attenzione alla qualità e una conoscenza dei materiali approfondita in anni di lavoro e ricerca. Sono queste alcune delle linee guida alla base dell’attività di Fila Industria Chimica spa, azienda di San Martino di Lupari, leader nella protezione e manutenzione di pavimenti e superfici in cotto, marmo, pietra naturale, gres porcellanato e legno. «Uniamo la tradizione di un’azienda familiare a un’organizzazione moderna e manageriale, che fa dell’innovazione e della ricerca il suo credo», sottolinea il presidente, Beniamino Pettenon, alla guida dell’azienda con la moglie AnnaMaria Strolego, che è l’amministratore delegato. Quali sono le caratteristiche della vostra produzione? «Il costante investimento nella ricerca ci con-

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Prodotti pensati per proteggere dallo sporco, dalle macchie e dall’usura del tempo, destinati non solo a professionisti del settore. Le novità nel campo dei trattamenti chimici per la pulizia di pavimenti e superfici delicate, spiegate da Beniamino Pettenon Guido Puopolo

sente di avere una gamma di prodotti molto ampia, pensati per i professionisti del trattamento ma facili da usare anche per il segmento del fai-da-te: detergenti, impermeabilizzanti, smacchiatori, olii, cere. Tra i prodotti per la pulizia ci sono detergenti concentrati, smacchiatori e detergenti pronti all’uso per la manutenzione quotidiana, mentre tra quelli per la protezione annoveriamo idrorepellenti, antimacchia, tonalizzanti, protettivi antisporco e consolidanti. Sono prodotti specifici che rispettano le caratteristiche dei materiali, aiutandoli a rimanere belli più a lungo, esaltandone i pregi naturali». Fila Industria Chimica è una realtà nota a livello internazionale. Quali sono, oggi, i principali mercati di riferimento? «L’Italia rimane il nostro mercato principale, ma l’estero è in forte crescita. Attualmente siamo presenti in Francia, Spagna, Germania, Regno Unito, Americhe, tanto che nel corso degli anni alla sede storica in provincia di Padova, dove tuttora si trova il nostro “quartier generale”, abbiamo affiancato ben cinque filiali estere. A queste, inoltre, si aggiungono alcune importanti collaborazioni commerciali con diversi distributori che, complessivamente, ci permettono di coprire ormai circa 60 Paesi in tutto il mondo». Quale valore aggiunto ha rappresentato

In apertura, Beniamino Pettenon, presidente della Fila Industria Chimica spa. Nella pagina accanto, i figli di Penetton: Federica, amministratore delegato della filiale Fila France, Francesco, direttore commerciale, Alessandra, responsabile della comunicazione. Nelle altre immagini, alcune fasi della produzione all’interno dell’azienda www.filachim.com


Il nostro staff lavora per ricercare le migliori tecnologie, in grado di garantire la massima performance tecnica e il rispetto dell’ambiente

l’internazionalizzazione per voi, in un momento congiunturale difficile? «Nel 2010 il fatturato estero dell’azienda è cresciuto del 20%, con una contribuzione sul fatturato totale del gruppo che ormai ha superato il 50%. Gli investimenti che abbiamo avviato per l’internazionalizzazione stanno permettendo non solo di compensare i risultati in leggera contrazione di qualche mercato, come ad esempio la Spagna ma, anzi, di godere di risultati complessivamente positivi anche rispetto a quelli già brillanti del 2010. Gli obiettivi di crescita sono ambiziosi, considerando anche che in molti mercati riteniamo di non essere ancora riusciti ad esprimere il massimo della nostra potenzialità. Per questo vogliamo riuscire a coordinare in modo ancora più efficace ed efficiente lo sviluppo del processo d’internazionalizzazione, integrandolo con gli obiettivi di consolidamento del mercato domestico e favorendo la condivisione e lo scambio di cono-

scenze e best practices tra i diversi mercati». Quali paesi presentano, quindi, le maggiori potenzialità di sviluppo? «Ci sono realtà emergenti che per noi rappresentano un potenziale di assoluto interesse, come ad esempio la Polonia. In Far East, invece, la Corea e l’India sono i mercati nei quali andremo a investire maggiormente, soprattutto in relazione alla quantità e qualità di progetti di grandi dimensioni, riguardanti la costruzione di edifici commerciali, hotel e aree direzionali». Quali strategie, commerciali e promozionali, avete perseguito finora e intendete per- VENETO 2011 • DOSSIER • 177


IMPRENDITORI DELL’ANNO

seguire per conquistare nuovi mercati?

«Per dare impulso alla domanda di mercato investiamo molto nel marketing e nella comunicazione, allo scopo di far comprendere ai nostri potenziali partner che proteggere le superfici e fare una corretta manutenzione non rappresenta un costo, bensì un investimento, per prolungare la durata nel tempo dei materiali. Vogliamo cercare di incrementare sempre di più la nostra presenza a fianco dei partner, per dare il massimo supporto nello sviluppo del loro business, attraverso la nostra consulenza commerciale, l’assistenza tecnica e un’offerta di qualità che è costituita non da semplici prodotti bensì da sistemi di trattamento, la cui eccellenza è ufficialmente riconosciuta anche dagli oltre 180 produttori di pavimenti e rivestimenti che rac-

Proteggere le superfici e fare una corretta manutenzione non rappresenta un costo, bensì un investimento, per prolungare la durata nel tempo dei materiali

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comandano l’utilizzo delle soluzioni Fila. Continueremo a utilizzare la leva della formazione per migliorare costantemente la conoscenza dei sistemi Fila da parte dei nostri distributori, considerando che ogni anno, con i nostri corsi di formazione, coinvolgiamo più di 10.000 persone tra profili commerciali e tecnici». Come si struttura, in azienda, il comparto di ricerca e sviluppo? «Le attività di ricerca e sviluppo rappresentano da sempre uno dei nostri punti di forza, grazie a investimenti che superano il 10% del fatturato, a un laboratorio dotato delle più moderne apparecchiature, e alla collaborazione con importanti istituti di ricerca tra i quali l’Istituto di Chimica Inorganica e delle Superfici del Cnr. Il nostro staff lavora per ricercare le migliori tecnologie, in grado di garantire la massima performance tecnica e il rispetto dell’ambiente. Quest’ultimo è un valore al quale Fila ha da sempre prestato la massima attenzione, ancor prima che diventasse un argomento fortemente dibattuto e, in un certo senso, “di moda”».


Beniamino Pettenon

Come gestite, nello specifico, gli aspetti legati all’impatto ambientale del vostro processo produttivo? «Come detto, puntiamo allo sviluppo di sistemi che, compatibilmente con le tecnologie disponibili, rispettino al massimo l’ambiente e l’uomo. Le linee guida strategiche aziendali in tema di eco-sostenibilità, sono state raggruppate all’interno di un progetto che è supportato anche da un marchio registrato, Fila Green Action, a testimonianza della volontà del gruppo di non perdere mai di vista questo importante valore. Da questi principi hanno tratto ad esempio origine le soluzioni a base acqua prive di Cov e, laddove la tecnologia all’acqua non garantisce ancora la giusta performance, l’utilizzo di solventi dearomatizzati e materie prime non pericolose per l’ambiente, ma anche la scelta di prodotti altamente concentrati, che garantiscono una resa molto elevata a fronte del minor consumo, una durata maggiore dei trattamenti e alta biodegradabilità. Tale attenzione non è rivolta solo all’esterno, ma coinvolge prima di tutto l’interno dell’azienda, a partire dal processo produttivo, dove stiamo attuando un progetto di ammodernamento impiantistico per aumentare la capacità produttiva riducendo le emissioni in atmosfera e la produzione di rifiuti. Da luglio 2011, infine, abbiamo attivato un Gruppo di

Lavoro interno per tracciare e sviluppare nuove linee di azione “green” in tutti i processi aziendali: una vera e propria pratica condivisa, che coinvolge concretamente tutti i reparti». Possiamo fare un bilancio dell’ultimo anno e delineare le prospettive per il futuro? «I dati di questi primi otto mesi del 2011 stanno delineando un trend positivo, a conferma di una crescita costante. Sotto il profilo degli impegni futuri continueremo a seguire il percorso già tracciato, sfruttando le opportunità di crescita ancora a nostra disposizione nel mercato interno, soprattutto nel segmento delle applicazioni fai- da-te, cercando allo stesso tempo di portare il peso del fatturato estero al 70% del totale. Un altro importante impegno del presente e del futuro è il passaggio generazionale, un processo in corso che vede i miei figli già attivi in azienda: Francesco come Direttore Commerciale per tutti i mercati, Federica come Amministratore Delegato della filiale Fila France e Alessandra come Responsabile della Comunicazione. Siamo un’azienda piccola ma con caratteristiche da multinazionale e, per questo motivo, per crescere, siamo portati a tenere sempre elevato il passo della competitività, per garantire un futuro aziendale che possa quantomeno ripetere tutto ciò che di positivo è stato realizzato fino a oggi». VENETO 2011 • DOSSIER • 179


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Nel sacco la lotta all’inquinamento Gli shopper fra funzionalità, estetica e attenzione per l’ambiente. Il processo produttivo e il mercato dei sacchetti di plastica e carta. Cos’è cambiato in seguito alla recente introduzione dei sacchetti biodegradabili? Risponde Andrea Benetti Salvatore Cavera

ietro la familiarità e la semplicità delle buste utilizzate per trasportare i prodotti c’è un particolare studio volto a coniugare la loro qualità estetica con la funzionalità e la resistenza. Ma c’è anche un’attenzione particolare a limitare quanto più possibile l’uso di materiali inquinanti, che prima o poi – anche e nonostante il riutilizzo dei sacchetti – sono destinati a diventare rifiuti. Da questi sacchetti dunque, sia di carta che di plastica, dipende in buona parte la salute dell’ambiente nel quale viviamo – per queste ragioni è stato recentemente introdotto il sacchetto di plastica biodegradabile. «Se vogliamo vivere in un futuro meno inquinato, non servono sforzi sovrumani: basta rispettare alcune semplici regole, che derivano dal buon senso e dal comune vivere insieme in modo civile». Sono queste le parole pronunciate da Andrea Benetti, responsabile di Carpad, società, specializzata nella produzione di shopper. «La nostra convinzione è che il rispetto dell’ambiente non sia una missione per ambientalisti, ma il compito di tutti noi».

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Andrea Benetti, responsabile di Carpad Spa, Fontaniva (PD) www.carpadspa.com

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Come siete riusciti a coniugare funzionalità, estetica e qualità? «Funzionalità, estetica e qualità sono tre fattori molto importanti e riuscire a coniugarli è quindi vitale per un’azienda come la nostra. La funzionalità del prodotto si realizza quando si riesce a sviluppare quello che il cliente chiede sia in forma esplicita che implicita. Per quanto riguarda l’estetica non ci sono limiti, se non i vincoli tecnici dei macchinari. Infine, la qualità di un prodotto è la capacità dello stesso di unire la funzionalità e l’estetica». Quali sono le tendenze attuali dal punto di vista estetico e i materiali maggiormente richiesti? «L’estetica dei sacchetti è influenzata principalmente dai seguenti fattori: tipo di carta utilizzata – che può essere più o meno pregiata –, tipologia di stampa – se cromia o tratto, numero di colori, con verniciatura Uv o meno – e inoltre, tipologia di sacchetto che si vuole realizzare. Questo può essere con o senza maniglia, con maniglia piatta o ritorta, con un risvolto alla bocca o avere un cartone di rinforzo sul


Andrea Benetti

fondo. In questo momento di crisi economica mondiale, l’estetica e soprattutto la ricerca di nuovi prodotti stanno subendo una contrazione molto pesante: il mercato è attualmente alla ricerca di funzionalità pura e semplice». Quali sono nello specifico le fasi della produzione? «Il nostro ciclo produttivo si distingue in due fasi: la prima è la stampa, cui seguono confezionamento e imballo. A monte del ciclo di stampa c’è il lavoro commerciale di acquisizione dell’ordine e successivamente il lavoro tecnico di preparazione. Una volta definito il contenuto, si realizza l’impianto stampa, questo viene montato su appositi cilindri che inchiostrano la carta. La carta viene fornita in bobina e, in questa fase, si realizza un prodotto semilavorato detto “bobina di carta stampata”. Questo semilavorato passa alla fase successiva di confezionamento dove, attraverso il passaggio in una macchina sacchettatrice, viene formato il sacchetto vero e proprio, con o senza maniglia. A questo punto i sacchetti vengono raccolti in mazzette e imballati e sono pronti per es-

sere inviati al cliente finale». Operando nel settore cartotecnico, quanto sono importanti la questione ambientale e il riciclo? «Le maggiori cartiere europee sono tutte certificate Fsc o Pefc. Questi standard impongono la tutela delle foreste con obbligo di salvaguardia del patrimonio boschivo – la conferma della validità di queste certificazioni è data dal fatto che nei paesi europei le foreste sono in aumento. Il riciclo dei prodotti cartotecnici è inoltre certamente un fattore molto importante. Da tempo il Consorzio nazionale imballaggi (Conai), del quale facciamo parte, ha avviato il recupero dei prodotti a base cellulosica su tutto il territorio nazionale. Naturalmente il recupero VENETO 2011 • DOSSIER • 183


IMPRENDITORI DELL’ANNO

La sostituzione dei sacchetti di plastica con quelli biodegradabili ha influenzato positivamente il settore. La richiesta del biodegradabile ha avuto un forte incremento

comporta che successivamente si sviluppi

un mercato in grado di acquisire la carta riciclata. Per quanto riguardo lo shopper, questa tipologia di carta non è stata ancora accettata. Ciò a causa dei limiti oggettivi di stampabilità e delle funzionalità inferiori disponibili». Per quanto riguarda la recente sostituzione dei sacchetti di plastica con sacchetti biodegradabili e di carta, il cambiamento ha influito positivamente sul mercato? «La sostituzione dei sacchetti di plastica con i prodotti biodegradabili ha influenzato positivamente il nostro settore. Il sacchetto di carta biodegradabile, tra l’altro certificato e compostabile, ha avuto un incremento di richiesta. Certamente questa imposizione normativa ha dato uno slancio al successo del sacchetto di carta, ma la mia opinione per-

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sonale è che comunque il sacchetto di carta abbia conquistato uno spazio che prima o poi avrebbe occupato indipendentemente». Siete in possesso di certificazioni di qualità dei prodotti e delle procedure produttive? «Carpad spa è in possesso della certificazione per il sistema di qualità aziendale, la Uni En Iso 9001; inoltre abbiamo la certificazione Fsc. Questa si ottiene in seguito a un processo di ispezione condotto in foreste o piantagioni forestali per valutare come queste vengano gestite e risponde a un determinato insieme di principi e criteri di buona gestione. Entro il prossimo anno contiamo di ottenere anche la certificazione ambientale Uni En Iso 14000». Qual è il vostro mercato di riferimento? È possibile trovare i vostri prodotti anche all’estero? «Le maggiori realtà che collaborano con noi sono le catene di negozi in franchising, le ditte commerciali e i consumatori diretti. Il nostro mercato di riferimento sono le commesse dette in gergo a “lunghe tirature”, che prevedono forniture di centinaia di migliaia di shopper. Abbiamo un orientamento molto forte verso l’estero, infatti siamo fornitori di sacchetti per società e imprese di tutti gli Stati europei». Qual è il valore aggiunto che ponete sul mercato e che vi ha permesso in tutti questi anni di attività di restare competitivi? «Il nostro valore aggiunto sta sicuramente nel riuscire a fornire il prodotto secondo quanto richiesto dal cliente. Il rispetto dei tempi di consegna va unito alla capacità di fornire un servizio valido sotto tutti i profili (tecnico, logistico, amministrativo, finanziario). Queste sono sicuramente delle armi vincenti per poter rimanere nel mercato e riuscire a incrementarlo, come noi siamo riusciti a fare nel tempo».


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Le diverse applicazioni della carta Una produzione rivolta soprattutto alla Grande distribuzione organizzata, per soddisfare le necessità di un mercato variegato, dall’ambito domestico a quello industriale. Le applicazioni della carta illustrate da Giuliano Gelain Diego Bandini

A destra, un momento di produzione della carta igienica della Rotocart Spa. L’azienda ha sede a Piombino Dese (PD) e ha una filiale a Pescia (PT) www.rotocart.com

rofessionalità e attenzione alle esigenze del consumatore sono i principi cardine sui quali si fonda, fin dalle origini, la politica aziendale di Roto-cart Spa, società padovana con sede a Piombino Dese, attiva dal 1981 nel settore della produzione di rotoli di carta ad uso igienico, domestico e industriale. «Carta igienica, asciugatutto cucina, fazzoletti e prodotti industriali rappresentano il core business dell’azienda», spiega il titolare Giuliano Gelain. Dalla fine degli anni Novanta il gruppo ha deciso di puntare con forza sulla produzione di articoli di alta qualità, realiz-

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zati esclusivamente in pura cellulosa, con una politica che ha permesso di raggiungere, in breve tempo, una posizione di assoluto rilievo sul mercato nazionale nel segmento “premium quality”, come specifica Gelain: «In questi anni il consolidamento e lo sviluppo aziendale si sono basati, non solo sulla qualità dei materiali, ma anche sul rafforzamento del servizio offerto, attraverso un’organizzazione capillare in grado di garantire massima efficienza, risposte rapide ed esaustive per ogni consegna, sul territorio nazionale ed europeo». Oggi Roto-cart sta proseguendo questo suo percorso di costante sviluppo, tanto che la distribuzione delle linee produttive avviene tra la sede di Piombino Dese e la filiale toscana di Pescia, a conferma dell’avvenuta crescita del gruppo: «Grazie a questi due stabilimenti abbiamo la possibilità di coprire l’intero orizzonte degli articoli del settore, dalla carta igienica all’asciugatutto cucina, dai rotoli industriali ai fazzoletti, fino ai tovaglioli». L’azienda offre infatti varie linee di prodotto, una diversificazione produttiva capace di soddisfare la crescente richiesta del mercato in tutti i suoi segmenti, dalla fascia “alta qualità” a quella più economica, senza dimenticare il settore industria e comunità. «All’interno della nostra produzione un ruolo di primo piano è sicuramente ricoperto dalla carta igienica Sensitive – sottolinea Gelain un prodotto realizzato in tre veli con una


Giuliano Gelain

particolare composizione delle migliori fibre cellulosiche presenti sul mercato che permette alla carta igienica di brillare per morbidezza senza trascurare la resistenza, in un formato che Roto-cart per prima ha inserito nel mercato nazionale e che soddisfa tutta la clientela grazie ad un altezza dello strappo di 10,5 cm, ben 1 cm in più rispetto alla media; inoltre l’asciugatutto, realizzato a tre veli si pone sicuramente ai vertici per resistenza ed assorbenza con elevati contenuti di strappi. La nostra gamma di prodotti comprende anche le linee Toffly, Patis, Frisbi e Formula, pensate per rispondere alle esigenze di una vasta platea di consumatori, il tutto sostenuto dalle certificazioni di qualità dei prodotti e del ciclo produttivo, Iso 9001 ed Ecolabel, quest’ultima in fase di ottenimento». Nel progetto complessivo di valorizzazione dei prodotti dell’azienda, un ruolo decisivo è stato svolto dall’implementazione di un’attenta politica di marketing, con campagne pubblicitarie mirate e scelte strategiche volte a valorizzare l’immagine negli imballi e la visibilità del contenuto, come conferma Gelain: «Il continuo sforzo di rinnovamento grafico delle confezioni ha rappresento senza dubbio un valore aggiunto per le nostre produzioni, tale da consentire ai brand Roto-cart di presentarsi al consumatore offrendo la possibilità di conoscere il prodotto sia visivamente, con la prevalenza di packaging trasparenti, che materialmente, attraverso la dichiarazione esplicita del contenuto e delle caratteristiche tecniche. L’immediato riconoscimento dei nostri articoli da parte del-

L’immediato riconoscimento dei nostri articoli da parte dell’utenza ci ha consentito di fidelizzare il consumatore, consapevole che i nostri prodotti garantiscono uno standard qualitativo elevato e costante nel tempo

l’utenza ci ha consentito, nel tempo, di fidelizzare il consumatore, consapevole che i nostri prodotti garantiscono uno standard qualitativo elevato e costante nel tempo». Nonostante il momento economico non facile l’azienda intende continuare a investire, per proseguire nel suo percorso di consolidamento sul mercato. «La crisi indubbiamente ha colpito anche il nostro settore», afferma Gelain. «Tuttavia le innovazioni tecnologiche apportate e il continuo miglioramento dei prodotti hanno influito positivamente sul risultato economico e determinato un aumento del nostro fatturato. Il nostro impegno è il rafforzamento a l’ampliamento della nostra presenza nel mercato della Grande distribuzione organizzata, mantenendo però sempre costante, come principio guida alla base della nostra attività, l’attenzione al consumatore e a ogni sua necessità». VENETO 2011 • DOSSIER • 189


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Efficienza ed ecocompatibilità nel packaging Il packaging rappresenta un comparto estremamente competitivo, dove le esigenze di funzionalità del prodotto e l’ecosostenibilità della produzione costituiscono i cardini di un’efficace strategia imprenditoriale. Damiano Chinello, portavoce di Lineapack, descrive il nuovo brevetto Sbucciapack Lodovico Bevilacqua

In basso, Bruno Chinello ed Emilia Moressa, fondatori di Lineapack, insieme ai figli che oggi dirigono l’azienda di Carmignano di Brenta (PD). Nella pagina a fianco, fase di stampa e accoppiamento

industria del packaging ha sempre ricoperto un ruolo di primaria importanza e ha sempre esaltato le doti di creatività e intraprendenza degli imprenditori italiani. Fermo restando l’utilità dei prodotti, ciò che fa davvero la differenza, rendendo competitiva la singola azienda e stimolando l’intero mercato in direzione di nuovi prodotti e soluzioni, è senza dubbio la disponibilità e l’attitudine all’investimento e alla promozione nel campo di innovazione e ricerca; un percorso che stimola l’inventiva degli addetti ai lavori poiché, in questo ambito più che in tanti altri, le soluzioni più innovative derivano spesso da intuizioni semplici e forse proprio per questo geniali. Il settore del packaging, oltre ad es-

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sere estremamente vario e diversificato, deve anche rispondere a parametri di ecosostenibilità che riguardano, più che la fase produttiva, la fase di smaltimento del prodotto stesso; una questione relativamente recente, nata in seguito alla progressiva presa di coscienza collettiva che ha generato una fertile e precisa attività normativa a riguardo. Non ultimo, va curato l’appeal puramente estetico del prodotto, con conseguente coinvolgimento di settore grafico e marketing per ideare confezioni accattivanti oltre che funzionali. Diversi aspetti, dunque, che vanno rifiniti con attenzione; ben consapevole di queste linee guida è Damiano Chinello, socio – insieme ai fratelli Tiziano, Michele e Pierluigi – di Lineapack, società di packaging con un importante retaggio aziendale. «La prima esperienza nel campo del packaging industriale risale al 1972, quando Bruno Chinello e la moglie Emilia Moressa decisero di fondare la Carmisac, società specializzata nella produzione di sacchetti in carta – spiega il figlio, Damiano –. L’evoluzione dell’impresa ha portato poi, nel 1985, alla nascita della Lineapack, diretta filiazione della Camisac, sempre attiva nell’ambito del packaging ma con una produzione molto più ampia e diversificata che oggi annovera anche Sbucciapack, nuovo prodotto dall’anima “eco” completamente riciclabile, brevettato di recente». Quali sono i tratti innovativi di questo ultimo brevetto? «L’ultimo prodotto che abbiamo brevettato con


È diventato strettamente necessario ridurre l'impatto ambientale dei prodotti di imballaggio, soprattutto relativamente alla fase di smaltimento

il nome di Sbucciapack® ha sintetizzato al meglio l’efficacia nella conservazione di generi alimentari e la facilità di smaltimento dopo l’utilizzo. La soluzione del problema, semplice da intuire è stato in realtà complesso da risolvere : la necessità era riuscire ad accoppiare materiali plastici e cartacei, sfruttando l’efficienza conservativa della loro sinergia e riuscendo, allo stesso tempo, a garantirne la possibilità di utilizzo ai confezionatori con macchine e impianti standard in uso – cosa fino ad oggi difficile se non impossibile – e la separazione nella fase preliminare allo smaltimento, permettendo la differenziazione del riciclo. Sbucciapack®, una volta utilizzato, permette di dissociare i due materiali che lo compongono con un semplice gesto manuale, garantendo la massima resa in fase di utilizzo e la massima efficacia in fase di riciclo». Quale importanza dunque ricoprono i principi di riciclo ed ecocompatibilità nella progettazione di nuovi prodotti? «Questo è senz’altro un argomento di importanza determinante, poiché è diventato strettamente necessario ridurre l’impatto ambientale dei prodotti di imballaggio, soprattutto relativamente alla fase di smaltimento degli stessi. E proprio al tentativo di essere ecologici al cento per cento, dalla produzione allo smaltimento, abbiamo dedicato i nostri sforzi in fase di progettazione e sperimentazione dei prodotti; tutto, naturalmente, pensando all’utilizzo, con un occhio di riguardo, dunque, alla qualità del pro-

dotto offerto. Un lungo e appassionato studio ha portato alla creazione di un prodotto che racchiude in sé tutte le caratteristiche necessarie per essere non solo competitivo sul mercato, ma addirittura innovativo, concedendoci infine la soddisfazione di poter presentare Sbucciapack® ai principali attori dell’imprenditoria contemporanea presso lo stand Lineapack che vi sarà all’edizione 2012 di Impack-Ima dal prossimo 28 febbraio al 3 marzo a Milano». La caratteristica principale che ha sempre caratterizzato Lineapack è la diversificazione produttiva. In quali settori del packaging vi siete specializzati? «La vocazione iniziale per il confezionamento di prodotti alimentari suggerisce di dividere sommariamente la nostra produzione in due grandi ambiti: food e no food. In entrambi ci siamo specializzati per il confezionamento automatico senza abbandonare il manuale in quanto i nostri clienti sono le grandi aziende come anche le piccole realtà artigianali. In entrambi proponiamo buste, sacchetti, rotoli, fogli, maniche tubolari, coni, standard e speciali costruite sul prodotto del cliente ricercando sempre la soluzione migliore, utilizzando in primis la carta, carta/film, film e biofilm. Nel food serviamo vari settori quali panificazione, dolciario, caseario, macelleria, salumeria, caffè, eccetera. Nel no food forniamo VENETO 2011 • DOSSIER • 191


IMPRENDITORI DELL’ANNO

L’esperienza acquisita della carta e poi delle materie plastiche ci ha permesso di trovare soluzione a diverse problematiche. Di recente abbiamo ad esempio brevettato Sbucciapack®

aziende che vanno dall’edile al florovivaistico,

In alto, fase della produzione di sacchetti. Sotto, fase imballaggio di alcuni prodotti di Lineapack www.lineapacksrl.com

dall’elettrico e meccanico all’abbigliamento, ottico, orefico e farmaceutico. Il nostro core business rimane tuttavia la produzione di imballaggi alimentari». Quali sono le linee guida che informano la vostra strategia aziendale? «La funzionalità di ogni prodotto Lineapack – ottenuta anche grazie al corretto impiego delle materie prime – è naturalmente, la caratteristica principale che ci proponiamo di garantire. Per raggiungere questo scopo abbiamo sfruttato l’esperienza accumulata in quasi quarant’anni di attività e l’attitudine alla ricerca e all’innovazione con cui abbiamo voluto caratterizzare l’azienda. Una prima svolta è stata data nel 1997, con l’inaugurazione di una lunga fase di studio sistematico di prodotti alternativi e innovativi per imprese di ogni dimensione e con ogni esigenza; proporre soluzioni sempre nuove e differenti è molto importante nel settore del packaging e dobbiamo

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dire che Lineapack è sempre stata molto vivace in questo ambito». Può fornire qualche esempio di produzione innovativa? «Oltre al consolidamento di sacchetti e buste a sacco speciali, applicando la tecnica del trattamento termosaldante anche sulla carta in rotolo e stampando sempre e solo con inchiostri all’acqua, abbiamo iniziato la produzione di rotoli di carta per il confezionamento automatico. E proprio le caratteristiche della carta e del termosaldante disposto sulle zone di chiusura delle confezioni, ci hanno permesso di trovare soluzioni a diverse problematiche, in particolare la traspirazione dei prodotti confezionati tipo pasta secca, formaggi, salumi, eccetera – fondamentale per lasciare respirare il prodotto ed evitare la formazione di muffe – e la possibilità di confezionare, nell’ambito del packaging no food, polveri e additivi per cementi che possano essere inseriti nella malta direttamente in betoniera, con il disfacimento successivo del sacchetto e il guadagno di importanti vantaggi per l’operatore in termini di sicurezza». In merito al vostro core business – l’imballaggio alimentare – quali nuove soluzioni avete sperimentato? «Conoscendo bene pregi, difetti e caratteristiche della carta, sapendo che per confezionare gran parte dei prodotti alimentari e dare loro 2/3 mesi o più di shelf life la stessa non è sufficiente a garantire il grado di barriera necessario al confezionamento in atmosfera modificata piuttosto che sottovuoto, abbiamo pensato di creare una sorta di prodotto ibrido accoppiando la carta – elemento molto richiesto nella vestizione dei packaging – e i film plastici – ma in quantità ridotte al minimo – necessari per garantire la lunga conservazione dell’alimento. Da questa idea di base abbiamo cominciato a sperimentare l’utilizzo di questi accoppiati fra carta e materie plastiche, sottoponendo, con buoni risultati, i prodotti testati al giudizio dei clienti. Questa nuova linea di prodotti per l’imballaggio alimentare ha avuto la sua consacrazione alla fiera specialistica Ipack-Ima, dove, corredati di brevetto, li abbiamo presentati con successo».


IMPRENDITORI DELL’ANNO

L’innovazione riduce i costi energetici e l’impatto ambientale Risparmio energetico e tutela ambientale sono i punti fermi della politica aziendale di Ameg. Ne abbiamo parlato con Luigi Finco Manuel Zanarini

no degli argomenti sempre più al centro dell'attenzione dell’opinione pubblica è quello della questione ambientale. Tale sensibilità si rispecchia nell'attenzione che i consumatori ripongono nello scegliere aziende che cerchino di rendere più leggera la propria impronta sull'ecosistema. Utilizzare una tecnologia all'avanguardia, che permetta di ottenere un alto risparmio energetico, senza far calare la qualità, risulta spesso l'arma vincente per affermarsi sui mercati. Ne abbiamo parlato con Luigi Finco, presidente della Ar-

U

Luigi Finco, presidente del Gruppo Arneg. Nella pagina accanto controlli sui prodotti del Gruppo Arneg www.arneg.com

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neg, azienda con sede a Campo San Martino, in provincia di Padova, all'avanguardia nella produzione di mobili frigoriferi e impianti refrigeranti, a fini commerciali, e in prima linea per quanto riguarda la tutela ambientale. In un mercato sempre più globalizzato, quanto conta ancora il legame col territorio? «Bisogna avere solidi radici per assumere una dimensione globale. La nostra azienda è nata mezzo secolo fa, sulla base di solidi principi e valori morali, tipici della cultura popolare veneta, e oggi agiamo su tutti i mercati mondiali». Com'è possibile integrare questi due aspetti? «Valorizzando le sinergie che si formano tra le varie aziende del gruppo industriale, dando vita a un flusso continuo di informazioni, attraverso la rete produttiva e distributiva, che ci permette di coprire tutti i continenti, dall'Oceania all'America Latina». Avere forti legami col territorio significa anche rendersi conto dell'impatto che le aziende hanno su di esso? «Noi siamo perfettamente coscienti dell'impatto che le nostre attività hanno sull'ambiente, sulle comunità locali e sui nostri


Luigi Finco

clienti. Per questo ci assicuriamo che il nostro sviluppo, sul lungo termine sia sostenibile e rifletta i valori e le aspettative della società e dei nostri clienti». Nel vostro settore, quindi, è sempre più importante la cura dell'ambiente? «Non vale per tutti, ma per noi è basilare. La nostra clientela è particolarmente attenta a questo aspetto, in particolar modo all'efficienza e ai consumi energetici». Esistono progetti in questo senso? «Abbiamo elaborato il programma “Naturally innovative”, volto a coinvolgere sempre di più i nostri dipendenti, fornitori e clienti, nel lavorare per rendere il mondo più “verde” e sicuro, per le future generazioni. Abbiamo anche sviluppato due simboli che permettono al cliente di identificare meglio i pregi dei nostri prodotti: “Beenvironment” e “Beenergy”, rispettivamente identificativi di prodotti ad alta efficienza energetica e di tecnologie e servizi volti alla riduzione e ottimizzazione dei consumi energetici. Nel 2010, abbiamo installato, sul tetto del nostro stabilimento, un impianto fotovoltaico, in grado di renderci autosufficienti, per quanto riguarda la produzione di energia, senza generare emissioni nocive per l'ambiente. Inoltre utilizziamo solo carta certificata Fsc (Forest Stewardship Council)». È difficile riuscire a comunicare tale strategia? «Abbiamo scelto di mostrare ai nostri clienti la nostra politica. Noi non diciamo di essere “verdi” perché è di moda, ma mettiamo realmente in pratica tale politica». Una tale strategia richiede anche una forte spinta all'innovazione? «L'innovazione è fondamentale. Per ridurre i costi energetici, e l'impatto ambientale, ab-

NATURALMENTE INNOVATIVI I

l programma Naturally Innovative è volto a coinvolgere dipendenti, fornitori e clienti a lavorare per rendere il mondo più “verde” e sicuro per le future generazioni. Si tratta di ripensare il sistema produttivo e realizzare prodotti mirati al risparmio energetico. Lo stabilimento della Arneg è stato dotato di un impianto fotovoltaico in grado di garantire la sufficienza per quanto riguarda la produzione di energia; mentre per quanto riguarda i prodotti, sono stati pensati due marchi, che certifichino uno, una gamma di mobili refrigerati ad alta efficienza energetica e a basso impianto ambientale, e l'altro l'utilizzo di tecnologie e servizi volti alla riduzione e all’ottimizzazione dei consumi energetici. I risultati non si sono fatti attendere: una riduzione del 47% del consumo energetico aziendale, rispetto al 2005; una raccolta differenziata del 100%, oltre alla riduzione delle emissioni nell'atmosfera, dell'inquinamento sotto tutti gli aspetti e alla gestione in sicurezza dei prodotti chimici; e il conseguimento di importanti certificazioni di qualità di sistema. Grazie a un software che permette di prevedere i consumi elettrici, prima della realizzazione; di prevenire i problemi; e di ottimizzare i consumi per limitare gli sprechi e ridurre i costi di gestione, si garantisce al cliente un buon risparmio economico.

biamo elaborato una linea di modelli ad alta efficienza energetica, mantenendo elevate le prestazioni. Grazie a questa innovativa tecnologia, si possono garantire al cliente veloci ritorni dell'investimento, ottenendo forti risparmi energetici». Tutto questo comporta una costante ricerca della qualità. VENETO 2011 • DOSSIER • 195


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Abbiamo elaborato il programma “Naturally innovative”, volto a coinvolgere sempre di più dipendenti, fornitori e clienti, a lavorare per rendere il mondo più “verde” e sicuro, per le future generazioni

«Da tempo abbiamo ottenuto le certifica-

Nella foto valutazione dei dati del software di gestione

zioni di qualità Iso 9001:2008 e Iso 14001:2004; inoltre, recentemente, anche la Bs Ohsas 18001:2007, relativamente alla sicurezza». All'interno del mercato globale, vi sono particolari attenzioni da prestare nella produzione? «Se si agisce su tutti i mercati mondiali, bisogna tenere conto della locazione geografica del cliente, soprattutto quando gli impianti

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di refrigerazione vengono integrati con quelli di climatizzazione». Si tratta quindi di puntare molto sulla personalizzazione dell'offerta. «È sicuramente un aspetto centrale nel nostro settore. Non esiste una soluzione univoca per progettare un sistema di refrigerazione efficiente, ma bisogna considerare almeno tre fattori: tipologia e dimensione del punto vendita, la sua locazione geografica e il ritorno atteso da quel tipo di investimento». L’apporto della tecnologia risulta quindi fondamentale? «È fondamentale conoscere perfettamente le caratteristiche climatiche del luogo in cui si installare il sistema. Abbiamo elaborato un software di simulazione dei consumi energetici, che permette di scegliere la soluzione ottimale sulla base della valutazione annua delle condizioni climatiche specifiche del punto vendita e del ritorno previsto dal cliente». Si presta, quindi, anche molta attenzione alle caratteristiche del sistema di refrigerazione? «In questi casi si parla di “effetto serra indiretto”, causato ai consumi energetici. Tutte le nostre soluzioni mirano a migliorare il Coefficiente di Prestazione Energetica (Cop) globale, ottimizzando i parametri di funzionamento, utilizzando lo sbrinamento a “gas caldo” per le utenze a bassa temperatura, sottoraffreddandone il liquido, e permettendo il recupero termico del calore di condensazione per il riscaldamento invernale e per la produzione di acqua calda a uso sanitario». Quanto conta il servizio di assistenza nel mercato odierno? «I nostri software consentono al cliente di prevedere i consumi energetici, di prevenire i problemi e di ottimizzare i consumi, permettendo di gestire tutte le informazioni al fine di ridurre i consumi energetici, ottenendo anche un sensibile risparmio economico».


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L'italian concept nei forni per la ristorazione l settore della ristorazione professionale e collettiva offre grandi possibilità di sviluppo, ma richiede un'offerta di alta qualità e una notevole propensione all'innovazione. Per le aziende che producono forni in acciaio inox significa offrire beni in grado di soddisfare una grande quantità di bi- Manuel Zanarini sogni, spesso diversi da cliente a cliente. Abbiamo dato uno sguardo agli ultimi sviluppi del settore, insieme ad Aldo Barazza, presidente e titolare della Inoxtrend, azienda di timale tra qualità e prezzo». Conegliano Veneto in attività da oltre trenta Quali fasce di mercato offrono i maganni, specializzata nella produzione di appa- giori margini di crescita? recchiature studiate ad hoc per la grande ri- «Quelle medio-alti. Il fatto è che per essere storazione, capace di affermarsi sul mercato competitivi, non basta puntare sul prezzo, nazionale e su quello internazionale. ma sono importanti qualità, prestazioni e afQuale pensa siano i punti di forza su cui fidabilità nel tempo». puntare per affermarsi nel vostro settore? Quanto conta produrre macchine diver«Investire in ricerca e innovazione, dotarsi sificate? della tecnologia necessaria per essere compe- «Produciamo macchine con capacità operative titivi e dare priorità e dedizione assoluta agli evolute, in grado di interpretare un ruolo mulobiettivi da raggiungere. La nostra continua tifunzionale nella cottura degli alimenti. Queespansione è, infatti, frutto di innovazione sto ci permette di operare su diversi settori del utile, produttività efficiente e un rapporto ot- mercato quali gastronomia, catering, pasticceria, panetteria, rigenerazione, e di soddisfare le esigenze di tutte le tipologie di clienti, dal piccolo forno per la ristorazione snack del bar, al forno per una mensa o per catering da 40 teglie. Il range di produzione annovera infatti macchine diversificate, dal semplice forno elettromeccanico al programmabile full optional». Ci sono varie fasce di mercato da coprire? «Ne individuerei tre, per le quali abbiamo elaborato tre tipologie di prodotti. Quelli che cercano prodotti di alta gamma, a cui noi proponiamo la Xt Top, con esclusivo sistema di lavaggio automatico della camera di cottura

I Aldo Barazza, presidente e titolare della Inoxtrend. Nella pagina a fianco, una linea di montaggio dei forni Inoxtrend www.inoxtrend.com

Ricerca, innovazione e nuove tecnologie stanno alla base dello sviluppo della produzione di macchinari per la ristorazione professionale. Abbiamo parlato con Aldo Barazza del settore dei forni inox

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Aldo Barazza

Xt Multi Cleaner, un sistema d'avanguardia che funziona con delle pastiglie di detergente da noi brevettate (Detabinox©). Il livello medio, che copriamo con la linea Xt Compact, una gamma versatile e completa per soddisfare tutte le esigenze (solo 80x80 cm. di ingombro nei modelli più richiesti, quelli da tavolo, 1/1 Gn). E infine, la linea base Xt Simple, a prezzo accessibile, adatta a chi cerca forni con ingombro ridottissimo (Xt Boxtor), senza rinunciare a qualità, robustezza, semplicità, comandi programmabili e autolavaggio (Xt Eco Cleaner)». Quanto è importante la formazione? «Noi vi dedichiamo molte risorse e specifici corsi a coloro che dovranno rapportarsi con i nostri forni e lavoriamo sempre nel rispetto delle priorità dei clienti. Puntiamo a offrire soluzioni on time, non solo prodotti; tendiamo, laddove possibile, a selezionare e fidelizzare la clientela, perché pensiamo che questa sia la strada giusta: un rapporto, improntato su fiducia e trasparenza reciproche, volto al raggiungimento di comuni obiettivi».

L’“Italian concept” è quell’insieme di qualità, affidabilità, innovazione, design e servizio, che rendono le nostre macchine, nicchie di eccellenza

La produzione si concentra solo sui forni o ci sono altri prodotti? «Oltre ai forni, abbiamo due linee complete di apparecchiature in acciaio inox per la distribuzione pasti a self-service. Si tratta di elementi refrigeranti, riscaldanti, neutri, di completamento. Modul System 65 ha dimensioni contenute, ma grande funzionalità; invece, Class80 si distingue per il design sobrio ed elegante, con la possibilità di sposarsi con le esigenze architettoniche dell’ambiente e quelle del libero servizio di qualità». Quali prospettive vede per il futuro? «Il nostro obiettivo è il costante rafforzamento della presenza del marchio nei mercati internazionali e la difesa del nostro know how».

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IMPRENDITORI DELL’ANNO

Le qualità dei tappi sintetici Ormai è un dato di fatto: il tappo sintetico ha surclassato qualsiasi altra tipologia di tappo. Alberto Baban e Nicola Mason descrivono le caratteristiche di questo prodotto e come la sua diffusione stia lentamente ma inesorabilmente influenzando le dinamiche del mercato di riferimento Emanuela Caruso

uando un tappo “non fa il suo lavoro” qualsiasi consumatore se ne accorge. Chiunque sa infatti riconoscere la differenza tra un vino buono, che ha mantenuto il suo vero sapore, e un vino rovinato da una chiusura non efficiente. E allo stesso modo, moltissime persone capiscono immediatamente se un profumo ha mantenuto intatta la sua fragranza, o se la bottiglia, non essendo stata chiusa con la giusta perizia, ne ha fatto svanire gran parte dell’essenza. Fabbricare tappi con materiali scadenti e imbottigliare con metodi poco

Q Alberto Baban, amministratore delegato di Tapì Group. Nella pagina a fianco, Nicola Mason, responsabile marketing

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precisi rovina il prodotto, a scapito tanto di chi lo immette sul mercato quanto del consumatore. Questo il motivo per cui nel settore dell’imbottigliamento è così importante la presenza di aziende capaci di produrre tappi innovativi e di qualità. È il caso di Tapì Group, società che ha riscosso fin dagli inizi un grande successo e che attraverso un’escalation continua è arrivata ai vertici del settore. Tapì offre al mercato chiusure alternative di alta qualità e ha sedi produttive in Italia, Argentina e Messico, e uffici commerciali in Scozia, Spagna, Cina e Stati Uniti. «La filosofia del gruppo – spiegano Alberto Baban e Nicola Mason, rispettivamente Ceo e Cmo dell’azienda – è quella di posizionare gli impianti produttivi vicino ai nostri clienti. Abbiamo quindi creato una serie di joint ventures che hanno permesso alla società di consolidare la sua presenza sui diversi mercati internazionali». I tappi sintetici, su cui concentrate la vostra produzione, hanno avuto da subito un grande successo. Quali caratteristiche hanno contribuito a tale accoglienza? NICOLA MASON: «Le qualità dei tappi sintetici sono davvero tante, ma le più significative sono senz’altro tre. Innanzitutto il tappo sintetico non si sgretola e non cede sapore o colorazione, cosa che invece può accadere con


I tappi sintetici, la cui qualità è paragonabile a quella dei migliori tappi in sughero, assicurano un’ottima protezione e un sicuro risparmio sul prezzo d’acquisto

i tappi in sughero. In secondo luogo, è un prodotto industriale e con specifiche caratterizzabili e replicabili. Il consumatore sa esattamente cosa andrà a usare e quale comportamento avrà in bottiglia. Un prodotto naturale come il sughero non può garantire queste costanti. La terza caratteristica vincente è la totale riciclabilità del prodotto, in quanto è composto da plastiche assimilabili alla raccolta differenziata già diffusa in tutto il mondo. Tappi a vite e microagglomerati sono formati da materiali inscindibili e quindi non riciclabili». Da quando sono stati creati i tappi sintetici, in tutto il mondo sono stati portati avanti molti studi al riguardo. Quali aspetti in particolare hanno trattato? ALBERTO BABAN: «Gli studi si sono focalizzati in particolar modo sulle tecnologie nuove e vecchie impiegate per realizzare i tappi sin-

tetici. Sono state analizzate a fondo le nanotecnologie e i polimeri di ultimissima generazione. Allo stesso tempo, laboratori dedicati STATI alla ricerca e allo sviluppo di nuovi prodotti Sono le nazioni hanno scovato una mole impressionante di di tutto il mondo nuove relazioni tecniche che hanno portato a che hanno trovato un’evoluzione estrema delle caratteristiche e in Tapì Group il miglior fornitore di tappi delle prestazioni dei tappi sintetici. Si è arrisintetici sul mercato vati a calcolare preventivamente le performance future di ogni tappo. La nostra stessa azienda ha realizzato e immesso sul mercato nuovi prodotti creati con strumenti di precisione molto innovativi». Alla luce dei risultati ottenuti da tutti gli studi compiuti, quali considerazioni possono essere fatte sui nuovi tappi sintetici? N.M.: «Oggi, possiamo affermare con assoluta certezza che il tappo sintetico si è evoluto tantissimo e rappresenta, per il mercato, il

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IMPRENDITORI DELL’ANNO

LE NUOVE SFIDE DEL SETTORE L’ aspetto sicuramente più importante di un tappo sintetico risiede nell’essere un prodotto utilizzato con liquidi alimentari. Questo significa che la qualità e la sicurezza intrinseca del tappo devono essere assolute, in quanto il pericolo di danni alla salute dei consumatori è ben presente. Proprio per garantire questa sicurezza, il Gruppo Tappi Sintetici Espansi, di cui Alberto Baban è presidente, ha lanciato sul mercato alcune iniziative, quali l’acquisizione della certificazione di qualità attraverso collegamenti con

organismi italiani ed esteri del settore e il marchio di qualità SQM, Sintesi Quality Mark, in esecuzione, che prevede la conformità del prodotto ai requisiti stabiliti nella norma UNI 11311. L’ampio consenso ottenuto ha portato al lancio di ulteriori sfide, come la diffusione di informazioni scientifiche, tecniche e statistiche relative alle varie applicazioni dei tappi sintetici, e l’organizzazione di convegni su tematiche sociali ed economiche riguardanti il settore dell’imbottigliamento. www.tapigroup.com

miglior sistema di chiusura alternativa. E

possiamo dirlo in quanto questo tipo di tappo garantisce la miglior resa possibile all’imbottigliatore, sia a livello di performance durature nel tempo che a livello di funzione protettiva. Inoltre, un tappo sintetico conforme alle normative vigenti e alle leggi internazionali che regolano il settore offre le stesse identiche prestazioni di un tappo di sughero di altissima qualità, rimanendo però molto più economico. L’immensa potenzialità di questo prodotto si esprime quindi sia dal punto di vista economico e del costo sia

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dal punto di vista delle caratteristiche qualitative eccezionali». Per quali settori in particolare Tapì Group produce i suoi tappi e quali acquisiranno più importanza in futuro? A.B.: «I nostri settori di maggior riferimento, per cui realizziamo una gran quantità di tappi sintetici, sono quello dell’imbottigliamento degli alcolici e quello vinicolo. Nei prossimi anni è prevista un’importanza crescente proprio del mercato degli alcolici, dove già Tapì Group detiene la leadership mondiale, ma dove il margine di miglioramento e di innovazione è ancora altissimo grazie al grande successo che si riscontra tra i clienti e i consumatori e al lavoro di continuo perfezionamento nelle fasi di design, ricerca e servizio al committente e all’acquirente. Per fare un esempio concreto, oggi l’80% delle bottiglie di Grappa viene chiuso con i tappi sintetici prodotti dalla nostra azienda». Che cosa si aspetta la Tapì Group dall’immediato futuro? N. M.: «Nonostante i dati scientifici ottenuti attraverso migliaia di studi parlino chiaro, molti addetti ai lavori, soprattutto nel mondo del vino, sono piuttosto scettici. Nessuno vuole togliere al sughero di alta qualità la sua importanza e posizione sul mercato. Il risultato che si vuole ottenere, invece, è convincere i consumatori che i tappi sintetici rappresentano un prodotto migliore rispetto a tutti quei tappi scadenti tenuti insieme con colle che non garantiscono la massima sicurezza alimentare. Ciò che quindi ci proponiamo di fare nel nostro futuro più prossimo, forti anche della rivelazione che i consumatori sono legati al tappo sintetico non in quanto prodotto economico bensì come soluzione tecnologica, è di fornire al consumatore, ma anche ai nostri committenti, dei dati fruibili in modo semplice e chiaro che attestino l’effettivo contenuto tecnico del tappo».


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Più garanzie di sicurezza nei fuochi d’artificio uante volte siamo rimasti col naso all’insù ad ammirare stupefatti le luccicanti trame che i fuochi d’artificio disegnavano in cielo? Spesso il pensiero è andato agli abili artigiani che da secoli rendono possibile tutto questo, ma forse non abbiamo mai realmente inteso la complessità del mondo della produzione degli spettacoli pirotecnici. Ermes Martarello, forte dell’esperienza centenaria dell’omonima azienda cui è a capo, svela alcuni particolari di questo intrigante settore, partendo dalle importanti novità in materia di legislazione: «Recentemente in Italia è stata approvata la disposizione di legge che, accogliendo la normativa europea, impone alle aziende del settore pirotecnico di omologare e certificare tutti i fuochi artificiali in commercio per ottenerne il riconoscimento di conformità con il marchio CE. La certificazione con marchiatura CE diventa pertanto obbligatoria per poter immettere sul mercato sia gli articoli di produzione nazionale che quelli d'importazione, anche se, fino al 2017, è previsto dalla normativa un periodo di transizione che permetterà ai rivenditori di smaltire le scorte a magazzino. È importante sottolineare che questa nuova legge tutela la sicurezza degli utilizzatori finali, soprattutto i privati. In pratica, per la prima volta in Italia, il materiale pirotecnico venduto sarà finalmente garantito da severi controlli e test, anche a campione su articoli già in distribuzione, per ottenere dal prodotto finale la massima sicurezza possibile». Quindi questo aggiornamento può essere considerato un miglioramento? «Sicuramente, anche se rappresenta un onere economico molto rilevante per le aziende che operano nel settore, deve essere un impegno ob-

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Dietro i colorati spettacoli che vediamo nei cieli si cela un mondo molto complesso, dai metodi produttivi alla legislazione in materia. Lo descrive Ermes Martarello Francesco Bevilacqua

bligatorio per chi ha intenzione di continuare in questa attività. La nostra azienda è una delle prime che ha cominciato ad adeguarsi alla normativa, investendo fin da subito ingenti risorse per progettare, omologare e certificare una linea completa di articoli con marchio CE. A oggi noi siamo pronti e speriamo ancora di poter introdurre nel mercato i nuovi artifici già quest'anno. Purtroppo dicevo, noi siamo pronti, ma abbiamo riscontrato alcune difficoltà attuative da parte del legislatore, per lo meno in Italia.». Può fare una panoramica della parte produttiva e di quella preparatoria di fuochi e spettacoli? «La parte produttiva è ovviamente molto complessa. Alcune fasi vengono fatte all’estero, specialmente nei paesi dell’est asiatico come la Cina. Le specialità vengono ancora prodotte in Italia. È un lavoro di base chimica, si mettono insieme componenti reattivi e additivi, come i sali mine-

Ermes Martarello, titolare della Martarello Srl di Arquà Polesine (RO) www.martarello.it


rali per ottenere dei colori e così via. Dopodiché, una volta che i prodotti sono stati realizzati o importati, si procede con il lavoro di preparazione, altrettanto complesso e delicato, che è quello della progettazione vera e propria degli spettacoli. Vengono ideati prima con una bozza di massima e poi simulati al computer, infine “montati” in azienda. La complessità di molti spettacoli invece, necessita dell'installazione direttamente sul sito di sparo. La grande novità degli ultimi anni sono gli spettacoli piromusicali. Si tratta di spettacoli pirotecnici che si svolgono in sincronia con dei brani musicali; per realizzarli utilizziamo qualsiasi tipo di musica, moderna o classica, adattando le coreografie dei fuochi alla melodia. Per esempio, da anni collaboriamo alla preparazione dello spettacolo della Villa Reale di Monza, uno degli eventi più importanti del panorama nazionale, in occasione del quale lavoriamo su musiche a tema o classiche sempre con nuove coreografie pirotecniche». Come si configura il mercato, ci sono molto antagonisti? «In Italia c’è molta concorrenza e gli operatori del settore sono abbastanza preparati; c’è qualche azienda che intraprende questa attività con improvvisazione e bassa professionalità, ma tutto sommato, proponendo senza compromessi la massima qualità e la massima preparazione tec-

nica, c’è ancora ampio margine per lavorare. Non dimentichiamo che il nostro è principalmente un lavoro creativo e di fantasia artistica, doti di cui l’italiano è ricco. Per quanto ci riguarda, posso sicuramente affermare che occupiamo un posto di azienda leader in Italia e in Europa oltre ad essere molto conosciuti nel mondo». I committenti sono per lo più soggetti pubblici o privati? «Entrambi direi. Gli enti pubblici sono per tradizione i promotori di eventi e manifestazioni popolari di piazza in cui lo spettacolo pirotecnico è da sempre il punto centrale della festa, ma, ultimamente, anche il settore privato organizza sempre più spesso spettacoli pirotecnici di alto livello, come momento clou dei propri eventi. I fuochi artificiali sono la tradizione artistica più amata un po’ a tutte le latitudini. I maggiori utilizzatori di fuochi d’artificio sono Cina e America, ma anche la Russia, mentre l’Italia segue: noi siamo più portati a realizzare manifestazioni di dimensioni più piccole e, come dicevo prima, spesso private». VENETO 2011 • DOSSIER • 205


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Ricerca nella cosmetica, si punta sullo sviluppo Formulazioni cosmetiche per emulsioni, lozioni e creme in grado di comprendere fino a 60 componenti, richiedono moltissime fasi di lavorazione e svariati test e prove che ne attestino la qualità. L’esperienza di Emanuele Pavanello Emanuela Caruso

Emanuele Pavanello, amministratore delegato della Sipres, società del Gruppo Pavanello con sede a Limena (PD). Nell’altra immagine, ambiente di lavoro www.gruppopavanello.it

l terzismo italiano è troppo focalizzato sulle produzioni, mentre è carente di strategie vincenti e di visione globale del mercato». Questo il commento di Emanuele Pavanello sulle condizioni odierne del contoterzismo in Italia. Le produzioni, per quanto importanti siano, non garantiscono continuità di lavoro, perché il rischio che il cliente sposti la produzione su altri terzisti è costante, sia che si parli di clientela “piccola” che di multinazionali. Questi i motivi per cui diventa fondamentale basare il contoterzismo su altri elementi, quali l’ideazione e lo sviluppo del prodotto, la ricerca e l’innovazione; solo così questo settore del mercato italiano potrà continuare a realizzare prodotti di alta qualità. Emanuele Pavanello, amministratore delegato della Sipres, azienda impegnata nella produzione e nel confezionamento di prodotti cosmetici per conto terzi ha compreso la situazione e si è organizzato di conseguenza. «Il core business della società si sviluppa nell’ambito della ricerca di formulazioni cosmetiche per emulsioni, lozioni e creme in grado di comprendere fino a 60 componenti, motivo per cui richiedono moltissime fasi di lavorazione e per cui compiamo svariati test e prove che ne attestino la qualità». Che tipo di strategie ha attuato? «Ho concentrato il fulcro della mia azione attorno a un fitto programma di investi-

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menti, attuati sia per inserire nuove figure professionali all’interno dell’azienda, sia per trovare nuovi clienti in Italia come all’estero. Ho quindi cercato di instaurare rapporti lavorativi proficui con i committenti e con tutti gli specialisti del settore, dai produttori di packaging e confezionamento a quelli di macchine per l’imballaggio. Infine abbiamo investito moltissimo nel reparto ricerca e sviluppo, attualmente fiore all’occhiello dell’azienda». Quali sono i punti di forza della Sipres? «Sicuramente la tecnologia innovativa che ci distingue dalle altre aziende, siamo infatti tra i pochi capaci di realizzare emulsioni multiple, che richiedono metodi all’avanguardia e specifiche competenze. Inoltre forniamo ai clienti pack innovativi, funzionali, originali e con una grande attenzione alla grafica, che personalizziamo a seconda delle richieste dell’utente. Ciò rende i nostri prodotti facilmente identificabili. Infine garantiamo un servizio “chiavi in mano”,


Emanuele Pavanello

in quanto occupandoci anche della fase di comunicazione, cioè quella relativa alla grafica, ai testi, alle traduzioni, tutti studiati ad hoc a seconda dei mercati di interesse, consegniamo al committente un prodotto finito, cosa che velocizza i già brevi tempi del mercato». Vi rivolgete anche ai mercati esteri? «I nostri mercati di riferimento sono in particolare l’Asia, l’Europa Orientale, gli Stati Uniti e l’America Meridionale, da sempre sensibili alla grande qualità dei prodotti “made in Italy”. A questi mercati abbiamo proposto una linea professionale e piuttosto articolata di prodotti per i capelli, composta da shampoo, balsami e maschere». Quali sfide aspettano l’azienda nell’immediato futuro? «L’obiettivo che più ci interessa è espandere l’attività all’ambito dei presidi medico-chirurgici, in particolare ai medical device come colliri, spray per la gola o nasali e collutori curativi. Inoltre siamo impegnati anche sul fronte dei prodotti green, cioè dei prodotti cosmetici certificati. Per farlo stiamo investendo nelle certificazioni che ci permetteranno di dichiarare in etichetta le emissioni di CO2, mentre ab-

I nostri mercati di riferimento sono in particolare l’Asia, l’Europa Orientale, gli Stati Uniti e l’America Meridionale, da sempre sensibili alla grande qualità dei prodotti “made in Italy”

biamo già ottenuto la certificazione Icea per alcune delle nostre linee. Senza dimenticare poi le attività che la Sipres svolge con il Gruppo Pavanello Sanità di cui fa parte, fondato e presieduto da uno dei medici più stimati nel territorio, il dottor Girolamo Pavanello». Può descrivere la società in numeri? «Dal punto di vista del volume di affari, la Sipres ha sviluppato nel 2010 un incremento del 25% rispetto all’anno precedente, dato che aumenterà di certo alla fine del 2011 in quanto il primo semestre di quest’anno ha visto un’ulteriore crescita del 73% rispetto allo stesso semestre dell’anno scorso. I pezzi prodotti, attualmente sono 20 milioni all’anno, una quantità ragguardevole e di quattro volte più grande di quella che l’azienda produceva nel 2001».

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IL DISTRETTO DELL’OCCHIALE

L’artigianalità come primo obiettivo Seguire una vocazione artigianale per mantenere viva la tradizione territoriale in un settore importante e ricercato. Il percorso di Antonio Frescura Lodovico Bevilacqua

nche in un ambito come quello dell'occhialeria, fortemente caratterizzato dalle innovazioni tecni che e dalla loro applicazione sui prodotti, il retaggio artigianale può costituire un valore aggiunto. L'esperienza produttiva, il rapporto di fidelizzazione con la clientela, l'aggiornamento in fatto di moda e stile, diventano caratteristiche fondamentali per rimanere competitivi in un mercato che, da cinquant'anni a questa parte, ha subito un'impressionante evoluzione in termini espansivi. In particolare la zona del Cadore vanta una prestigiosa tradizione di artigianato dell'occhiale, annoverando nelle sue terre molte delle più importanti ditte del settore, ognuna delle quali è passata negli anni da una dimensione artigianale – appunto – ad una industriale. Ed esistono aziende che, pur cedendo ai vantaggi della meccanizza-

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La famiglia Frescura dell'occhialeria Kador di Calalzo di Cadore (BL) www.kador.it

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zione produttiva, hanno mantenuto le caratteristiche delle prime occhialerie italiane. Uno degli ultimi latori in prima persona di questa tradizione è Antonio Frescura, titolare dell'occhialeria Kador insieme alla moglie Alberta e al figlio Leo. «La fondazione della Kador risale al 1962 in un territorio – quello bellunese – caratterizzato da una singolare specializzazione nel campo dell'occhialeria, basti pensare, per esempio, alla prossimità geografica con la titolata Luxottica. In quel periodo il mondo dell'occhiale muoveva i primi passi e, dopo la creazione e un primo sviluppo del mercato, si orientava verso un iniziale processo di meccanizzazione produttiva». Come riuscite a rimanere competitivi mantenendo una vocazione ancora artigianale? «Innanzitutto il successo commerciale nel campo dell'occhialeria deriva da fattori che non dipendono tanto dalle potenzialità produttive in termini quantitativi, ma dalla qualità della produzione stessa, sia in termini di materiali, sia in termini di design. La nostra azienda ha meccanizzato la produzione, ma non ha fatto il passaggio deciso di altre ditte verso la dimensione industriale. La nostra lavorazione è ancora molto accurata e preserva quelle caratteristiche tipiche dell'artigianato, come, per esempio, le piccole differenze fra un pezzo che l'altro che rendono, di


Antonio Frescura

fatto, ogni prodotto unico». Questa impostazione aziendale incide sul rapporto con la clientela? «Siamo fra i pochi che eseguono lavori commissionati direttamente dagli ottici in base a misure, esigenze o necessità dei clienti; siamo quindi in grado di personalizzare e customizzare ogni prodotto. Quindi, se da un lato abbiamo un volume di ordini che spesso diventa difficile evadere, dall'altro garantiamo una lavorazione di grandissima cura e qualità». Quanto è cambiato, nell’impiego di determinati materiali, il mercato dell'occhiale negli ultimi cinquant’anni? «La nostra azienda ha costruito la sua fortuna sulla produzione artigianale a mano delle montature in carapace di tartaruga, molto rinomate in tutto il mondo. Adesso, naturalmente, è un materiale il cui utilizzo è vietato da severe normative, così ci siamo orientati verso l'uso di acetato, che generalmente preferiamo al metallo, da un lato per la sua maggiore idoneità alla lavorazione, dall'altro per la varietà di colori e stili che concede». E in termini di design? «Relativamente allo stile, c’è stata un’evoluzione sostanziale, spesso dettata, come è naturale che sia, dai cam-

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La nostra lavorazione è molto accurata e preserva le caratteristiche tipiche dell'artigianato, come le piccole differenze fra un pezzo e l'altro che rendono, di fatto, ogni prodotto unico

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biamenti della moda. Noi, tuttavia, siamo sempre rimasti fedeli ad un design piuttosto classico, caratteristica che è sempre stata apprezzata dai nostri clienti e che ha mantenuto ambiti e ricercati i nostri prodotti. Il riscontro positivo del mercato ci ha portato ad ampliare non solo le nostre potenzialità operative, investendo soprattutto nella formazione del personale, ma anche ad ampliare la gamma di prodotti a disposizione estendendola, dai comparti classici degli occhiali da vista e da sole, ad occhiali professionali per dentisti e chirurghi». VENETO 2011 • DOSSIER • 209


IL DISTRETTO DELL’OCCHIALE

Decorazioni per occhiali tra arte e design a sempre la storia dell'occhialeria italiana si fonde con l'arte della decorazione. Negli anni la tradizione artistica, le tecniche di lavorazione artigianale, il gusto decorativo, le esperienze e la grande passione per l'esaltazione del più piccolo dettaglio sono state arricchite dall’introduzione delle più moderne apparecchiature tecnologiche, sempre però nel segno delle migliori produzioni made in Italy. Un’attività conosciuta e apprezzata nel mondo, portata avanti da diverse imprese che operano nella zona del Cadore, il cuore del distretto industriale dell’occhiale. Tra queste spicca Eurodecori, azienda di Vas, in provincia di Belluno, specializzata nella produzione di articoli decorativi per occhiali, realizzati in esclusiva per le firme più presti-

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Alcuni esempi di decori realizzati dall’azienda www.eurodecori.com

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Piccoli particolari in grado di conferire all’occhiale eleganza e raffinatezza. Corrado Minute e i segreti di un’attività antica, in cui l’alto artigianato si mescola alle tecnologie più innovative Guido Puopolo giose a livello internazionale. «Creatività e capacità tecnica sono i requisiti fondamentali alla base del nostro lavoro», spiega il titolare, Corrado Minute. Quello attuale è un periodo non facile per il comparto della moda e degli accessori a esso collegati, che l’azienda ha però affrontato con grande determinazione: «Anche il nostro settore ha subito i contraccolpi causati dalla crisi economica in atto, ulteriormente accentuata dall’invasione di prodotti a basso costo provenienti soprattutto dal mercato cinese», racconta Minute. «Nei confronti di queste realtà non possiamo certo competere da un punto di vista del prezzo finale, e per questo non abbiamo altra strada da percorrere se non quella della ricerca della qualità». L’intera produzione di Eurodecori è infatti il frutto di accurato lavoro artigianale, in cui le prerogative che hanno reso il made in Italy famoso nel mondo convivono con i più moderni macchinari: «La cura, il pregio e l'attenzione che hanno da sempre caratterizzato le creazioni Eurodecori, hanno fatto sì che la fama dei nostri maestri artigiani si diffondesse ben oltre i confini locali, per esser conosciuta e apprezzata in tutto il mondo. D’altra parte – sottolinea Minute – è importante sottolineare che tecnologie quali cad cam tridimensionali, frese a controllo numerico e macchine per elettroerosione a filo, rappre-


Corrado Minute

ESPOSIZIONI DI PRESTIGIO A

testimonianza del livello raggiunto dall’azienda nel panorama internazionale, Eurodecori partecipa ormai da diversi anni ad alcuni tra i più importanti eventi fieristici ed espositivi del settore, tra cui ad esempio, la Mostra Internazionale di Ottica, Optometria e Oftalmologia – Mido, a Milano, che si svolgerà nel prossimo mese di marzo e il Silmo di Parigi, in programma dal 29 settembre al 2 ottobre prossimi. Queste grandi kermesse internazionali, che ogni anno richiamano un gran numero di visitatori e addetti ai lavori provenienti da ogni parte del mondo, in virtù della loro forza e della capacità di riunire le maggiori industrie dell'occhialeria internazionale, rappresentano un’occasione unica per l’azienda di ampliare le sue collaborazioni. Proprio in quest’ottica, in occasione di queste fiere, Eurodecori sarà presente con il suo rinnovato stand, per presentare in anteprima le novità della propria collezione.

sentano un valore aggiunto decisivo, alla base del primato tecnico della nostra azienda. È proprio grazie a questa combinazione tra tradizione e innovazione tecnologica che siamo in grado di offrire prodotti unici, in cui la ricchezza dei contenuti rivela una cura e una perfezione esecutiva inedita nella produzione in serie». L’azienda annovera nel proprio campionario oltre ottocento articoli a disposizione dei propri partner, particolari che conferiscono all'occhiale un fascino straordinario grazie a forme e colorazioni presti-

giose, con rivestimenti galvanici in argento, oro, palladio, rutenio e nichel, smalti cangianti, trasparenti o coprenti, cromatismi sorprendenti realizzati con tecnologie laser e arricchiti con strass, come conferma Minute: «L’utilizzo di tecniche cromatiche di grande affidabilità garantisce ai nostri decori una preziosa resistenza agli agenti atmosferici e all'usura del tempo. Ogni articolo, inoltre, prima della consegna deve superare una procedura di controllo molto rigida – prosegue Minute – a garanzia del rispetto dei più elevati standard qualitativi, che ci permette di raggiungere il nostro obiettivo principale, vale a dire la soddisfazione incondizionata dei nostri committenti». Con questi presupposti l’azienda si prepara ad affrontare le sfide che l’attendono nel prossimo futuro, pronta a sostenere e valorizzare il made in Italy nel mondo: «Nel 2010, così come in questi mesi del 2011, nonostante la situazione di crisi, siamo riusciti a consolidare la nostra posizione sul mercato e, anche in virtù di questi dati, siamo molto ottimisti per il futuro, certi che i prodotti di qualità continueranno a trovare sempre nuovi estimatori». VENETO 2011 • DOSSIER • 211


IL SETTORE ALIMENTARE

Nuove tendenze nell’alimentazione angiare al ristorante o gustare piatti e cibi squisiti in albergo durante le vacanze piace a tutti, ma pochi, quando si trovano davanti una pietanza gustosa, riflettono su come sia effettivamente arrivata sul loro tavolo. Quale rivenditore ha fornito quel latte o quella pasta, come sono stati conservati gli alimenti, se sono prodotti “made in Italy” o importati. Spesso alla base di tutti questi aspetti possiamo trovare le società di catering, che consegnano vivande alla maggior parte delle imprese del settore alimentare. Una tra le aziende più consolidate sul mercato veneto è la Cattel Catering, che con sede a Jesolo rappresenta un punto di riferimento sia per gli operatori della ristorazione commerciale, ristoranti, alberghi, bar, che per la ristorazione collettiva, come mense e scuole. «La Cattel Catering – spiega Gianfranco Cattel, titolare della società – si propone come fornitore unico e completo di prodotti alimentari, deperibili, conservati e surgelati, e no food, cioè attrezzature, tovaglie, stoviglie, articoli per la pulizia e l’igiene».

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Il settore food&beverage in costante evoluzione impone strategie innovative, efficienza, flessibilità e servizi veloci e impeccabili. Con queste caratteristiche si può essere competitivi anche in un periodo di crisi. L’analisi di Gianfranco Cattel Emanuela Caruso

Qual è l’attuale situazione di mercato del settore alimentare? «Da più di due anni, ormai, assistiamo alle ripetute variazioni di quotazione delle materie prime, come olio di semi, olio di oliva, zucchero, latte e grano, quelle cioè alla base delle preparazioni di tutti gli altri cibi. Queste costanti modifiche sono dovute a volte a effettivi cambiamenti dei costi produttivi, ma più spesso a mutamenti delle culture culinarie a livello mondiale, con nuovi popoli che consumano prodotti alimentari per loro prima solo marginali, e a speculazioni finanziarie sui mercati delle materie prime alimentari. Tutto questo crea una situazione di difficile gestione in un periodo già pesante a causa della crisi economica, che riduce la capacità di spesa delle famiglie così come degli operatori commerciali». Negli ultimi 10-15 anni abbiamo assistito a un’evoluzione della domanda turistica di prodotti alimentari. Quali aspetti ha riguardato in particolare quest’evoluzione? «Nell’ultimo periodo la domanda turistica delle zone balneari dell’Alto Adriatico è variata molto, in quanto non ospitiamo più solo turisti del Nord Europa, ma anche, e in gran numero, turisti provenienti da paesi quali la Polonia, le Repubbliche Baltiche, l’Ungheria, la Repubblica Ceca, la Slovacchia e la Russia. Di conseguenza non possiamo più offrire

A sinistra, Gianfranco Cattel, titolare della Cattel Catering www.cattelcatering.it


Gianfranco Cattel

ALIMENTI GLOBALIZZATI S

e in passato il “made in Italy” era la forza trainante del mercato alimentare, ora con la globalizzazione sono sbarcati in Italia prodotti più economici. Contribuiscono al successo di questi alimenti di qualità inferiore a quella italiana la crisi e uno scarso nazionalismo. Per far fronte alla situazione, le aziende del settore hanno giocato la carta del prodotto a “km zero” per riportare i consumatori finali e gli operatori alimentari all’utilizzo dei prodotti locali italiani. La differenza di prezzo rimane però notevole e dato il difficile periodo economico, molti sono disposti a preferire l’alimento importato rispetto a quello nazionale. La situazione attuale del settore presenta perciò due poli attrattivi: l’alta qualità e il primo prezzo. www.cattelcatering.it

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CAMION Il numero di automezzi coibentati e refrigerati utilizzati da Cattel Catering, che consentono il trasporto dei prodotti deperibili

menu limitati, ma dobbiamo garantire una scelta ampia e format variegati, che riescano a soddisfare le esigenze e i gusti di tutti i nuovi clienti». Su quali elementi deve investire un’azienda del settore food&beverage per rimanere competitiva nel tempo? «Sicuramente l’impresa deve darsi obiettivi chiari e perseguirli con costanza e serietà. Bisogna, anche, riuscire a mantenere equilibrato il rapporto tra azienda e interlocutori, siano essi i clienti, gli intermediari commerciali o gli operatori del fuori casa. È necessario mantenere rapporti di reciproca soddisfazione, di rispetto per i vari ruoli e di crescita professionale. È inoltre importante cercare di aggirare la crisi, dando valore anche al servizio offerto oltre al prezzo del prodotto». Com’è gestito il vostro servizio? «Il nostro servizio si articola nelle fasi di raccolta ordini, ricevimento delle merci e consegna giornaliera. La prima fase avviene attraverso terminali collegati alla sede centrale,

in modo che ogni ordine sia trasmesso immediatamente e in modo sicuro. Il centro distributivo che si occupa del ricevimento merci, del prelievo e dell’allestimento per le spedizioni è gestito con radio frequenza, in accordo con le vigenti normative sulla tracciabilità del prodotto commercializzato. Le merci vengono inoltre conservate all’interno di due piattaforme, una per i prodotti deperibili e conservati e una per i cibi surgelati. Le consegne, infine, sono evase nel minor tempo possibile e vengono utilizzati camion e barche refrigerate per le spedizioni che coinvolgono il centro storico di Venezia». VENETO 2011 • DOSSIER • 215


IL SETTORE ALIMENTARE

Preserviamo la qualità della gastronomia italiana Lavorazione artigianale nel rispetto delle ricette tradizionali e meccanizzazione produttiva per assolvere le richieste del mercato; due anime produttive che sono inconciliabili solo apparentemente. Remigio De Zotti spiega perché Lodovico Bevilacqua

a grande sfida dell'industria alimentare è sempre stata conciliare la purezza e la genuinità delle ricette tradizionali con i metodi e i volumi di lavorazione imposti dalle esigenze di produzione; in poche parole: raggiungere la quantità salvaguardando la qualità. Un compromesso difficile da rispettare, specialmente in un paese come l'Italia, dove la tradizione gastronomica è la più preziosa e invidiata del mondo intero. Il made in Italy, nell'industria alimentare, è – giustamente – sinonimo di qualità e la semplice provenienza del prodotto ne costituisce una garanzia endogena; credenziali meritate che vanno, però, mantenute, soprattutto tramite la capacità di equilibrare i due aspetti produttivi, apparentemente antitetici ma in potenza complementari. Ben consapevole di questa sfida continua è Remigo De Zotti, titolare della trevigiana Piavettini e latore, tramite la sua azienda, di una prestigiosa tradizione di qualità produttiva. «Nei dieci anni di attività nel campo della panificazione abbiamo sempre dedicato grandissima attenzione alla qualità dei prodotti e abbiamo cercato di vincolare la necessaria industrializzazione produttiva al rigido mantenimento di alti standard qualitativi». Quindi come riuscite a conciliare gli alti

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standard qualitativi con le esigenze produttive in termini di volumi e tempi? «Intanto bisogna considerare che la nostra è ancora un'azienda a vocazione prevalentemente artigianale e che quindi fatti salvi i necessari interventi di meccanizzazione, è ancora abbastanza legata alla lavorazione tradizionale dei prodotti. Detto ciò, sono sempre stato convinto che la qualità del prodotto dipenda in massima parte dalla qualità delle materie prime utilizzate. È per questo che la nostra produzione si è sempre basata sull'utilizzo di farine di frumento e olio extra vergine di oliva di primissima scelta, provenienti solo dalla nostra penisola. E posso dire che è senza dubbio una scelta vincente,

Nelle immagini, alcune fasi produttive e uno dei prodotti della Piavettini, azienda attiva nel campo della panificazione. Lo stabilimento di produzione ha sede a Colle Umberto (TV) www.piavettini.com


Remigio De Zotti

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La qualità del prodotto dipende in massima parte dalla qualità delle materie prime utilizzate

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sia dal punto di vista etico, sia dal punto di vista commerciale, dal momento che la qualità dei nostri prodotti è riconosciuta e apprezzata da tutti i nostri clienti». Qual è la maniera meno invasiva per meccanizzare la produzione, rimanendo tuttavia fedeli a alla vocazione artigianale dell'azienda? «È senza dubbio un equilibrio molto delicato, che siamo stati in grado di raggiungere soprattutto grazie a grandi investimenti nella formazione del personale; i nostri dipendenti sono un vero e proprio patrimonio aziendale, preparati e professionali. Inoltre l'aggiornamento tecnologico è divenuto necessario anche per noi, in particolar modo per l'aspetto che riguarda i confezionamenti; ottenuti dei prodotti di qualità, diventa necessario garantire una conservazione che ne preservi la fragranza. È per questo che il packaging ricopre un ruolo così importante nel nostro ciclo produttivo e che puntiamo molto sulla ricerca di tecnologie che garantiscano una conservazione ottimale dei prodotti». Il marketing ricopre un ruolo importante anche nell'ambito alimentare. In che modo promuovete i prodotti? «Puntiamo molto sulla qualità della nostra produzione e questo determina di per sé un effetto promozionale estremamente efficace, oltreché gratificante. Con riferimento al pre-

cedente discorso sul packaging, puntiamo molto sulla presentazione del prodotto tramite la sua confezione, con lo studio di contenitori accattivanti. Ma più che su ogni altro aspetto, insistiamo sulla genuinità prodotti; il fatto di utilizzare esclusivamente prodotti naturali trasformati, bandendo dalla lavorazione qualsiasi tipo di sostanza chimica, è una caratteristica molto apprezzata, in particolar modo per bontà e delicatezza che conferisce al prodotto finale. Una strategia vincente, che ci ha portato ad istituire partnership di fornitura con i più importanti distributori alimentari italiani». VENETO 2011 • DOSSIER • 217


IL SETTORE ALIMENTARE

Know-how e tecnologia per il settore alimentare fruttare l’esperienza e le conoscenze maturate nel campo della progettazione e dello sviluppo di tecnologie e processi per la produzione della pasta, per cercare di conquistare anche il mercato degli snack e dei prodotti alimentari solitamente rivolti ai più piccoli. È stata questa la sfida che, vent’anni fa, l’ingegner Mario Pavan ha deciso di affrontare creando, nel 1991, Mafin Spa, azienda di Galliera Veneta specializzata nella produzione di pellet, semilavorati alimentari destinati all'industria degli snack a base di patate, mais e cereali. «Attualmente Mafin è il primo produttore in Italia e tra i leader del settore a livello europeo, con una capacità produttiva pari a circa 120 tonnellate di pellet al giorno», spiega il figlio del fondatore, l’ingegner Stefano Pavan. Quali sono le peculiarità alla base di un’attività come la vostra? «Gli snack sono classificati come prodotti “impulse”, vale a dire acquistati sulla base di stimoli improvvisi e non programmati. Per questo devono essere sottoposti a una continua innovazione, uno sforzo notevole neces-

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Semilavorati di varie forme, ottenuti da un’attenta selezione delle materie prime secondo la migliore tradizione italiana. I segreti alla base di uno snack di qualità spiegati da Stefano Pavan Guido Puopolo

sario però a proporre articoli sempre nuovi, in grado di intercettare i gusti dei consumatori. Con i nostri committenti, a cui i pellet sono destinati, siamo soliti stabilire relazioni stabili e continuative, che ci permettono di sviluppare e produrre per loro conto semilavorati unici ed esclusivi, che soddisfino i più elevati standard qualitativi per divenire snack originali, molto apprezzati dal mercato. Laddove richiesto, infine, offriamo in esclusiva il nostro know-how tecnico e tecnologico, anche per non incoraggiare la competizione nei confronti dei nostri partner sui rispettivi mercati di riferimento». Ricerca e sviluppo, quindi, ricoprono un ruolo fondamentale. «Basti pensare che negli ultimi due anni abbiamo dedicato più di diecimila ore di laStefano Pavan, al centro, con i suoi collaboratori. Nella pagina accanto, una fase di produzione e un momento di lavoro all’interno dell’azienda. In basso, uno dei prodotti finiti www.mafin.it

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Stefano Pavan

voro allo sviluppo di nuove linee di prodotto, sulla base di richieste specifiche e dettagliate analisi di mercato. Ogni nuova idea è inoltre soggetta a un’analisi preliminare, che ne valuta la sua concreta fattibilità, tramite l’ausilio di un impianto pilota. Solo in seguito a questo passaggio, se i risultati ottenuti sono soddisfacenti in termini di forma, sapore e struttura del prodotto, si può passare alla fase di industrializzazione». In che modo riuscite ad assicurare sempre un elevato livello qualitativo? «Siamo dotati di sistemi di controllo e gestione all’avanguardia, che coprono l’intero ciclo produttivo, dalla scelta delle materie prime fino alla spedizione del prodotto finito. Tutti i pellet che realizziamo, per poter essere sempre all’altezza delle aspettative dei nostri partner, devono soddisfare rigidi parametri qualitativi sotto il profilo fisico, chimico e organolettico, una garanzia necessaria per poter diventare snack unici e inimitabili». La vostra è una realtà molto sensibile anche al tema della responsabilità sociale.

In cosa si traduce questo concretamente? «Consideriamo la stabilità nelle relazioni, sia all’interno dell’azienda che verso l’esterno, un fattore chiave per poter costruire confidenza e fiducia reciproca tra stakeholders, e per consolidare il know-how aziendale. Siamo molto attenti ai bisogni del nostro personale, a cui cerchiamo di offrire un ambiente lavorativo stimolante e ben organizzato, che possa garantire ampie possibilità di crescita e soddisfazione professionale. Lavoriamo inoltre per preservare l’ambiente, promuovendo l’idea di uno sviluppo sostenibile in cui crescita economica e tutela ambientale possano coesistere. A questo proposito abbiamo intrapreso un’attenta politica di valorizzazione delle risorse a nostra disposizione. Negli ultimi cinque anni, ad esempio, siamo riusciti a ridurre i consumi di energia del dieci per cento, senza contare che i 2/3 dei nostri consumi energetici sono reintegrati nel sistema nazionale attraverso fonti rinnovabili, grazie all’energia prodotta da due parchi fotovoltaici recentemente acquistati dall’azienda».

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ton PELLET

È la capacità produttiva giornaliera della Mafin Spa

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IL SETTORE ALIMENTARE

Tradizioni alimentari venete Sessanta anni di storia e non li dimostra. Il salumificio Brugnolo guarda al futuro forte di una lunga esperienza nel settore fatta di impegno, passione e dedizione al lavoro. Una tradizione trasmessa sin dal 1951 dai suoi fondatori e raccolta da Giancarlo Bettio e Filippo Marangon Erika Facciolla

inamismo, fedeltà alla tradizione, qualità dei prodotti e un grande spirito imprenditoriale da sempre volano di innovazione e modernità. Sono queste le chiavi del successo di alcune aziende operanti nel settore del ‘food’ che rendono la tradizione enogastronomica italiana un’eccellenza apprezzata in tutto il mondo. Un felice esempio che riassume tali caratteristiche è rappresentato dall’azienda Brugnolo, nata nel 1951 dall’intuizione del fondatore Mario Brugnolo. Da allora il cammino del salumificio Brugnolo è stato caratterizzato da un processo di graduale crescita che l’ha condotto a diventare un’azienda di primo livello nella produzione di specialità legate alla tradizione salumiera veneta. Ripercorriamo la storia del salumificio con il direttore generale Giancarlo Bettio e Filippo Marangon, presidente di Industria Salumi Veneti aggregatasi di recente all’attività dell’azienda Brugnolo. Quali sono le principali conquiste ottenute negli ultimi anni? GIANCARLO BETTIO: «La recente integrazione con i brand “Tesori del Delta” e “Specialità tipiche Venete del Delta” rappresenta concretamente lo spirito di un’azienda orientata alla crescita e alla

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Filippo Marangon e Giancarlo Bettio, rispettivamente presidente di Industria Salumi Veneti e direttore generale dell’azienda Brugnolo. Nella pagina accanto, un interno dell’azienda e, in basso, lo stabilimento Brugnolo di Vigonza (PD) www.salumificiobrugnolo.it

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qualità. L’operazione ha aperto importanti prospettive di integrazione di gamma e permetterà di migliorare ulteriormente la nostra quota di mercato, trasponendola su un segmento qualitativo ancor più elevato». Quali prodotti verranno inseriti nella filiera produttiva dell’azienda? G. B.: «Ai prodotti tipici di salumificio Brugnolo, come il salame, la sopressa, il prosciutto e lo speck, si aggiungeranno nuove referenze di elevata qualità strettamente legate alla tradizione veneta come la salsiccia polesana, il salamino “Artù”, la sopressa del Delta o “el culet”». Quali sono le caratteristiche che rendono inconfondibili i salumi Brungolo? G. B.: «I nostri prodotti hanno un sapore poiché conservano, grazie alla modernizzazione dei processi, tutto il gusto e la genuinità che vogliono i consumatori di oggi. Nascono così tra tradizione e tecnologia ottimi salumi che, per qualità e gamma, sono in grado di risolvere le esigenze della moderna distribuzione». Come avete affrontato le difficoltà economiche globali degli ultimi anni? G. B.: «Abbiamo lavorato con grande attenzione cercando di resistere in una situazione di mercato complessa, senza sacrificare la qualità della nostra produzione». Quali sono gli ingredienti di questa tradizione decennale votata alla qualità? G. B.: «La qualità, la bontà e il valore dei prodotti


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La qualità, la bontà e il valore dei prodotti nascono soprattutto dal controllo e dell’attenta gestione di tutta la filiera produttiva

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nascono soprattutto dal controllo e dell’attenta gestione di tutta la filiera produttiva. Le lavorazioni vengono affidate ad abili macellai, depositari dell’antica arte del lavorare la carne, che oggi come un tempo effettuano rigorosamente a mano tutte le fase salienti del processo produttivo. Igiene e sicurezza sono il fiore all’occhiello per questa azienda che vanta

le più severe certificazioni di qualità». La storia recente delle vostre aziende presenta due realtà solide, seppure di diverse dimensioni. Perché intraprendere questo percorso di aggregazione? FILIPPO MARANGON: «Si è trattato di un percorso di conoscenza reciproca progressiva, abbiamo iniziato una serie di collaborazioni su specifici prodotti, incrementandole di mese in mese. Il rapporto funzionava, e abbiamo pensato che era il caso di approfondire le possibilità di un’aggregazione. È stato un percorso comune, nato da una relazione reciprocamente soddisfacente per entrambe le aziende». Nell’ottica di un percorso di crescita comune, quali saranno le prossime tappe evolutive? F.M.: «Nella sostanza quanto di buono c’era nel passato nelle due strutture rimarrà, miglioreremo però i punti deboli, sfruttando le sinergie derivanti da una mutata dimensione economica. Questa operazione ci consentirà di farlo al meglio, grazie ad una struttura fortemente qualificata, con due siti produttivi specializzati e all’avanguardia che garantiranno un’elevata capacità produttiva di grande qualità». VENETO 2011 • DOSSIER • 221


SISTEMI INFORMATICI

L’Information technology, una svolta per le Pmi Come gestire complessi processi aziendali, per ridurre i costi e ottimizzarne i vantaggi. Eccellenza tecnologica, visione integrata e un approccio progettuale per fornire alle aziende soluzioni mirate, sulla base dell’esperienza di Eurosystem Guido Puopolo

a complessità dei sistemi informatici con cui quotidianamente le aziende sono costrette a fare i conti, non sempre può essere gestita in maniera autonoma. Un supporto qualificato, infatti, può aiutare le imprese a essere più competitive nei loro mercati. Da oltre trent’anni Eurosystem Sistemarca si occupa della realizzazione di progetti nel campo dell’Information Technology, rivolti prevalentemente alle piccole e medie imprese. Il Gruppo, la cui sede si trova a Villorba, attualmente comprende quattro società, diverse ma strettamente connesse tra loro, come spiega il presidente, Ennio Noventa: «Eurosystem Srl è attiva nello sviluppo di un Erp (Enterprise Resource Planning) di ultima generazione, Sistemarca srl opera nel campo della rivendita di hardware e di progetti infrastrutturali ed eKipment Srl fornisce servizi di assistenza e consulenza sistemistica alle imprese». Abbiamo infine Csi Srl, sede lombarda che concorre a presidiare efficacemente tutto il Nord Italia. Una realtà articolata, che grazie alla sua struttura è in grado di offrire soluzioni personalizzate, sulla base delle necessità di ogni singolo committente. «Costruire soluzioni di Information Technology significa anzitutto pensarle in maniera organica», afferma Noventa. «Queste azioni non sarebbero però sufficienti alla creazione di software, hardware e servizi, se non fossero armonicamente integrate, con l'obiettivo di tradurre in risposte concrete

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i problemi che ci vengono presentati». Grazie a questa filosofia la società è diventata, negli anni, una delle realtà più attive nel panorama informatico italiano, con alle spalle importanti collaborazioni con le maggiori industrie del settore. «La nostra azienda è in grado di garantire la massima competenza e il più elevato livello di innovazione – sottolinea Noventa - anche grazie alle collaborazioni con i principali brand del mercato It internazionale

Nella pagina a fianco, Ennio Noventa, presidente del Gruppo Eurosystem Sistemarca Srl di Villorba (TV) www.eurosystem.it


Ennio Noventa

e alle strette relazioni con il mondo dell’Università e della ricerca. Questi elementi, uniti all’esperienza maturata in progetti concreti e agli investimenti mirati alla formazione del personale, ci permettono di proporre prodotti a struttura complessa configurati ad arte, per rispondere efficacemente ai molteplici scenari odierni e futuri». A tal proposito un frutto tangibile del lavoro di ricerca e sviluppo portato avanti dall’azienda in questi anni è sicuramente Freeway® Skyline, il nuovo software Erp esteso recentemente lanciato sul mercato, pensato come strumento di supporto a tutte quelle imprese che vogliano innovare e, attraverso questo, ottenere vantaggi competitivi e guadagnare nuove fette di mercato: «Freeway® Skyline è un applicativo unico, che racchiude tutta la tecnologia necessaria per consultare e trattare i dati con un approccio innovativo – racconta entusiasta Noventa – Il software è stato progettato per rispondere alle esigenze dichiarate e latenti delle imprese, ponendo l’utente al centro del sistema. Il primo passo in questa direzione è la comprensione e ottimizzazione dei processi aziendali, dai quali è possibile estendere e ampliare a tutta l’azienda le modalità operative più efficienti. Freeway® Skyline è pertanto uno strumento che migliora i flussi produttivi, valorizza la professionalità di ogni singola risorsa e riduce gli sprechi». Un’altra tra le soluzioni più innovative proposte dal gruppo, attraverso eKipment Srl, è rappresentata dall’offerta No Problem, un servizio che favorisce l’outsevicing della gestione dell’infrastruttura informatica, per prevenire gran parte dei problemi attraverso una tracciatura e una gestione efficace delle attività: «Si tratta di un servizio meno invasivo rispetto all’outsourcing – specifica Noventa - perché l’azienda mantiene in sede i propri dispositivi tecnologici e quindi i propri dati. Quello che trasferisce all’esterno è solo la gestione del servizio, con la

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Costruire soluzioni di Information Technology significa anzitutto pensarle in maniera organica

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possibilità di focalizzarsi maggiormente sul proprio business». Il successo riscosso da queste applicazioni è, per l’azienda, uno stimolo ulteriore per continuare a investire sulla ricerca di nuove soluzioni, a supporto delle imprese in tutte le loro attività: «Il futuro si può governare solo anticipando le necessità del mercato», conclude Noventa. «Il mondo dell’It è ancora oggi in forte evoluzione e le possibili direzioni del cambiamento sono molteplici. Affrontare questa sfida forti del nostro background ci dà la certezza di poter svolgere un ruolo importante anche in futuro».

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ACCESSO AL CREDITO

Un nuovo modello organizzativo Negli ultimi tredici anni, il Gruppo Veneto Banca è cresciuto in modo esponenziale e oggi punta a rafforzare la propria fisionomia: «Per noi il 2011 è un anno di consolidamento dopo l’acquisizione di Carifac, Banca Apulia e Banca Intermobiliare». Il punto dell’amministratore delegato Vincenzo Consoli Elisa Fiocchi

l bilancio del 2010 di Veneto Banca è stato approvato con un utile netto di 113,9 milioni di euro (-5,9% rispetto al 2009) e un insieme di criticità passate dal 2,51% del 2009 al 3,19% alla fine del 2010. «A livello di sistema, siamo ancora “in mezzo al guado”» afferma l’amministratore delegato Vincenzo Consoli nel descrivere l’insieme di eventi di straordinaria importanza che hanno visto le banche tra i primi protagonisti: «Abbiamo alle spalle quattro anni in cui si sono susseguite in stretta sequenza crisi finanziaria, crisi dell’economia reale, crisi del debito degli Stati sovrani». Come il Gruppo sta affrontando le evoluzioni della congiuntura internazionale? «Molti istituti italiani da anni chiudono i bilanci con flessioni percentuali a due cifre. In questo contesto i risultati nel 2010 non possono che essere considerati di successo, soprattutto se si considera il fatto che nel 2009 abbiamo chiuso un bilancio in crescita, e così pure nel 2008, anno peraltro caratterizzato da grandi perdite per la maggior parte delle banche italiane. Per quanto riguarda le sofferenze, sono il prezzo da pagare per una congiuntura come questa. Un prezzo tanto più

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alto se, come Veneto Banca, si è e si vuole continuare a essere una banca di territorio, che persegue il sostegno delle comunità in cui è chiamata a operare». Quali sono le strategie previste nel piano di sviluppo aziendale valutato per il 2011? «Per noi il 2011 è un anno di consolidamento. Nel 2010 abbiamo portato a termine tante operazioni di grandissima portata: l’acquisizione di Carifac, di Banca Apulia e di Banca Intermobiliare, chiusasi con l’esito positivo dell’Opa che abbiamo lanciato qualche mese fa. Oggi sentiamo la necessità di consolidare la fisionomia di un gruppo bancario che negli ultimi 13 anni è cresciuto in modo esponenziale, portando a conclusione i processi di integrazione delle nuove acquisite e testando sul campo l’efficacia del nuovo modello organizzativo adottato, che sarà sicuramente vincente». La creazione di tre poli nazionali, Veneto Banca, Carifac e Banca Apulia, quali nuovi scenari di sviluppo è in grado di garantire? «Alla fine dello scorso anno abbiamo attuato una profonda azione di semplificazione e razionalizzazione organizzativa: siamo oggi pre-


Vincenzo Consoli

Vincenzo Consoli, amministratore delegato di Veneto Banca

Resta un dato di fatto rassicurante: il livello dell’indebitamento delle famiglie italiane è nettamente inferiore a quello dell’area euro

senti nel nord Italia con un’unica banca, Veneto Banca, l’anima popolare a capo dell’intero Gruppo. La nuova realtà è organizzata in tre direzioni territoriali governate da giovani manager. Una soluzione, questa che, unita alla creazione dei 3 poli nazionali, ci permetterà di garantire un’aderenza sempre più stretta al territorio e di captarne in modo tempestivo le esigenze». L’accordo siglato con Unindustria Treviso prevede un plafond di 15 milioni di euro per accompagnare e favorire lo sviluppo delle imprese trevigiane associate. Come questa collaborazione potrà aiutare quelle aziende venete colpite dalla crisi economica? «L’accordo rientra nel quadro dell’intensa attività sviluppata dal Gruppo in questi anni di crisi con le più importanti realtà istituzionali e rappresentanze di categoria dei territori in cui operiamo. La collaborazione con Unindustria Treviso, in modo particolare, è ormai consolidata da molto tempo. Il prodromo dell’accordo è la sottoscrizione del protocollo “Quadro d’impresa”, diretto a semplificare i rapporti banca e impresa, improntandoli a re-

113,9

mln EURO

L’utile netto approvato da Veneto Banca nel 2010

3

POLI La loro creazione a livello nazionale permetterà di garantire un’aderenza sempre più stretta al territorio

ciproci criteri di trasparenza e chiarezza. La convenzione recentemente siglata, prevede invece dei finanziamenti a costi competitivi per sostenere la liquidità dell’azienda in questo momento particolare. È un esempio interessante di come si possa far sistema a favore delle comunità locali». Oltre la metà degli italiani non riesce ad accumulare risparmi: come giudica le dinamiche di investimento dei clienti? «La situazione congiunturale non può non riflettersi sulle famiglie: la debolezza della ripresa, che non riesce a creare nuova occupazione, incide fortemente sulla crescita dei consumi, che continua ad essere modesta, e sul reddito disponibile, contraendo le capacità di risparmio. Resta comunque un dato di fatto rassicurante: il livello dell’indebitamento delle famiglie italiane è nettamente inferiore a quello dell’area euro. Per quanto riguarda le dinamiche di investimento dei clienti, è chiaro che l’estrema volatilità dei mercati finanziari accentua le incertezze e i timori, frenando le decisioni e orientando alla massima prudenza». VENETO 2011 • DOSSIER • 229


ACCESSO AL CREDITO

Nasce un nuovo laboratorio tra banca e impresa Intesa Sanpaolo raccoglie nel Triveneto numerosi studiosi delle dinamiche legate alle imprese: un polo che accentra tutte le competenze del Gruppo, per analizzare ogni singola esigenza e sviluppare maggiore sinergia tra cliente e soluzioni “tailor made”. Ne parla Fabio Innocenzi Elisa Fiocchi el Veneto, Intesa Sanpaolo è presente con circa seicento sportelli che fanno capo a due realtà storiche ben radicate: Cassa di risparmio del Veneto e Cassa di risparmio di Venezia. «Entrambe – interviene Fabio Innocenzi, direttore di Intesa Sanpaolo per le regioni Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige – presidiano la regione in modo capillare e con un’elevata prossimità al cliente. Ma ciò non esclude che potremo crescere in quelle province dove abbiamo una quota sotto la media regionale». E mentre il Gruppo promette l’apertura di cinque nuove filiali a Vicenza entro la fine del 2011, l’adeguata capitalizzazione ottenuta dal recente aumento di capitale stimato in 5 miliardi di euro ha aperto ulteriori sfide sul territorio. «L’obiettivo è una crescita del 5,7% dei ricavi di Cariveneto entro il 2013, in linea con quanto previsto dal piano d’impresa per la Banca dei territori – illustra Innocenzi – oltre alla possibilità di garantire tutte le risorse necessarie per sostenere e rilanciare le imprese e le famiglie, senza vincoli derivanti dall’introduzione di nuove normative quali Basilea 3». Intesa Sanpaolo come si

N

Fabio Innocenzi, direttore del Gruppo Intesa Sanpaolo per le regioni Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige

230 • DOSSIER • VENETO 2011

muoverà sul fronte del finanziamento alle reti di impresa? «Credo che in Veneto, più che altrove in Italia, ci siano le condizioni per far decollare questo strumento. È una palestra importante: le aziende sperimentano il contratto di rete per sviluppare reti commerciali comuni o “pacchetti” integrati di prodotto. Ci si conosce, si collabora, ci si presenta più forti sul mercato, soprattutto all’estero. E nel giro di qualche anno, si può conquistare un’aggregazione vera e propria. Nel Nordest assisteremo a molti casi del genere. Ne sono convinto». A tal proposito, per favorire l’internazionalizzazione delle imprese, Intesa Sanpaolo ha aperto un centro di eccellenza a Padova. Quali sono gli obiettivi e i primi risultati raccolti? «Si tratta di un servizio per favorire e stimolare sempre di più l’accesso ai mercati esteri delle imprese, in particolare le piccole e medie che rappresentano la maggior parte delle aziende italiane, e venete in particolare. Al suo interno ci sono cinque desk geografici specialistici (Cina, Americhe, Asia, EuroMed-Africa, Est Europa). La struttura oggi è attiva nella ricerca sui mercati esteri, nella pianificazione di un investimento diretto all’estero; nella realizzazione di un investimento diretto all’estero e nella gestione delle controllate all’estero. Le imprese venete stanno apprezzando molto questo servizio, in quanto attraverso i nostri gestori di filiale possono incontrare direttamente gli specialisti-Paese


Fabio Innocenzi

con cui valutare le opportunità di accompagnamento all’estero. A oggi sono stati siglati numerosi accordi di collaborazione con associazioni di categoria, consorzi, Camere di Commercio e loro aziende speciali per l’internazionalizzazione, università e altri organismi istituzionali». Al servizio “Mondo delle imprese” parteciperanno una trentina di clienti molto rappresentativi che potranno confrontarsi con la banca e decidere insieme le strategie intraprendere. In cosa consiste questo progetto? «Vogliamo portare le migliori competenze del Gruppo nel Triveneto. Analogamente a quanto fatto con il servizio di internazionalizzazione, la sede sarà a Padova e metteremo a disposizione dei nostri clienti tutti gli specialisti delle diverse realtà del Gruppo dedicate alle imprese, dal Mediocredito Italiano a Leasint, da Banca Imi al Servizio internazionalizzazione stesso. Questo ci consentirà di analizzare direttamente in loco le esigenze delle imprese in ogni situazione, anche la più complessa. Il nostro obiettivo è proprio quello di avere un “laboratorio” che accentri tutte le competenze del Gruppo al

L’obiettivo è una crescita del 5,7% dei ricavi di Cariveneto entro il 2013. Ed entro al fine dell’anno, apriremo cinque nuove filiali a Vicenza

fine di farle interagire al fine di soddisfare al meglio il cliente». L’indagine promossa da Intesa Sanpaolo mette in evidenza come la principale motivazione al risparmio sia quella precauzionale (48,1%). I dati veneti riflettono l’andamento nazionale dei risparmi? «Anche nel territorio la finalità principale che spinge la famiglia a risparmiare è sicuramente quella precauzionale. Per questo motivo il Gruppo ha elaborato un approccio commerciale che punta alla diversificazione delle forme di investimento, con prodotti sempre più semplici e trasparenti. Inoltre, tra i nostri obiettivi, c’è quello di aumentare la presenza di personale dedicato alla relazione e alla consulenza presso le filiali proprio perché il cliente deve poter contare su professionisti che siano in grado di individuare i bisogni e possano fornire soluzioni sostenibili per il bilancio familiare».

VENETO 2011 • DOSSIER • 231


RISPARMIO

Gli italiani e il risparmio Secondo Giuseppe Russo del Centro Einaudi, le famiglie italiane hanno avuto comportamenti saggi nei confronti del denaro: «Ne risparmierebbero di più per far fronte alle incertezze sul futuro e se non lo fanno è solo perché non possono» Elisa Fiocchi edizione 2011 dell’Indagine sul risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani, elaborata da Intesa Sanpaolo e dal Centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi di Torino, si basa su un’indagine Doxa e si avvale delle serie storiche di dati derivanti dal Rapporto sul risparmio e sui risparmiatori in Italia dal 1982 al 2009. Giuseppe Russo, esperto del Centro Einaudi, spiega perché il 52,8% degli italiani non riesce a risparmiare e traccia future soluzioni su reddito, produttività e investimenti nel nostro paese. Negli Stati Uniti la propensione al risparmio è quadruplicata tra il 2005 e il 2010 (dall’1,4% al 6% circa) e in Germania e Francia è cresciuta di circa un punto percentuale. Come si spiega il trend inverso che riguarda l’Italia? «L’aumento della propensione al risparmio negli Stati Uniti e in altri paesi sviluppati riflette la necessità delle famiglie di ridurre l’indebitamento privato eccessivo. Le famiglie italiane non sono molto indebitate, quindi sono andate esenti da questa necessità. Piuttosto la riduzione dei risparmiatori italiani è da collegare alla crisi, che ha generato una contrazione del reddito disponibile, ossia della base del risparmio. Inoltre, la crisi che ha raggiunto le famiglie italiane è sopravvenuta dopo un decennio di redditi stazionari in termini reali, quindi ha aggravato una situazione di per sé non brillante». La crisi ha costretto il 44% del campione intervistato a intaccare i propri risparmi, mentre soltanto il 19% non ha cambiato il proprio tenore di vita. Nel futuro, come sarà possibile ricreare le condizioni di crescita del reddito? «L’Italia è un paese sviluppato e come tale caratterizzato da consumi di alto standard. Quindi

L’

232 • DOSSIER • VENETO 2011

Giuseppe Russo, esperto del Centro Einaudi di Torino

non dobbiamo attenderci molto dalla crescita della domanda, che invece traina lo sviluppo dei paesi emergenti. La crescita italiana non potrà venire che dall’aumento della partecipazione al lavoro e da investimenti che facciano crescere la produttività totale dei fattori. Tutti gli altri sono palliativi». La maggioranza degli intervistati (60%) ha ridotto le spese per le vacanze e il tempo libero, il 38% ha rinviato l’acquisto di un’automobile malgrado gli incentivi. Per quale ragione, nonostante i tagli alle spese, si fatica a risparmiare? «A essere in affanno non è solo il tasso di crescita del reddito, ma anche il reddito medio. Anzi, questo di più ancora. Il reddito pro capite non cresce più in termini reali da quasi quindici anni. In queste condizioni, il sopravvenire della crisi ha finito per incidere sulle spese, anche sulle più quotidiane. I comportamenti di austerità non sono necessariamente negativi: peggio sarebbe se per sostenere un tenore di vita immutato si fossero aumentati i debiti. Avremmo rischiato una crisi bancaria, come negli Stati Uniti». L’indagine mostra come il risparmio sarà una risorsa sempre più scarsa e contemporaneamente si assisterà alla crescita della domanda,

15% GIOVANI

La percentuale dei giovani italiani che investe sul mattone

19% ITALIANI

La percentuale di popolazione che non ha cambiato il proprio tenore di vita con la crisi


Giuseppe Russo

La crisi ha costretto il 44% del campione a intaccare i risparmi. Solo il 19% non ha mutato nulla nel proprio tenore di vita Ridotto le spese per sport e benessere Rinviato l’acquisto di una casa (se era in programma) Rinviato l’acquisto di un’auto (se era in programma)

con più concorrenza da parte Intaccato i risparmi messi da parte degli emittenti e un’impoRidotto la spesa per il tempo libero e i fine settimana nente crescita dei mercati Ridotti i consumi giornalieri emergenti. Quali scenari si aprono, anche in vista della Ridotte le spese per le vacanze possibile fuga di liquidità det0 10 20 30 40 50 60 tata dall’incertezza economica? «Lo scenario di fuga dei capiFonte: Intesa San Paolo tali è una reminiscenza dell’epoca in cui l’Italia aveva ancora la lira e l’inflazione era a due cifre. Oggi la «I giovani d’oggi non sono certo gli yuppies desituazione è ben diversa. I risparmiatori possono gli anni Ottanta. Il lavoro è il maggiore dei loro scegliere sia gli strumenti finanziari che la divisa problemi, ma la famiglia che hanno alle spalle a di denominazione. La diversificazione è uno tutti gli effetti li aiuta a sostenersi economicastrumento razionale di controllo del rischio e, mente. Il problema di fondo è che l’Italia crea poquindi, da vedere positivamente e gli intervistati sti di lavoro con il contagocce. Credo che una dell’indagine mostrano di apprezzarla e di ac- volta conseguita la stabilità finanziaria con la quistare i fondi comuni proprio con questo manovra economica, questo dovrebbe essere il obiettivo. Gli emittenti nazionali peraltro non tema di cui dovrebbe occuparsi la politica econohanno nulla da temere, ma devono mantenere mica, rendendo attraente investire in Italia non alta la qualità delle loro emissioni». solo agli imprenditori esteri, ma anche e sopratSolo il 15% dei giovani investe, in particolare tutto agli stessi italiani. E per la selezione degli insul mattone. Considerando che la metà degli oc- vestimenti si deve facilitare quelli che possono accupati ha un lavoro a tempo indeterminato, quale crescere la produttività totale dei fattori. Non è futuro attende la fascia giovane degli italiani? proprio più il momento di essere keynesiani».

70

VENETO 2011 • DOSSIER • 233


POLITICHE ENERGETICHE

Efficienza, la scommessa del Paese La scarsa informazione sul contributo che la tecnologia può dare per consumare meno è il nemico numero uno dell’efficienza energetica. «Serve un cambio di mentalità, a livello di cittadini, di industria e di istituzioni» ammonisce Alessandro Clerici Michela Evangelisti a meno appeal delle rinnovabili ma gioca un ruolo fondamentale nella partita dell’energia. L’efficienza energetica infatti, anche se non è tra gli obiettivi obbligatori fissati per l’Italia dall’Unione europea, può rivelarsi il cavallo vincente per centrarli. «Al di là dell’ottimo slogan pubblicitario del “2020-20”, i reali traguardi che il nostro Paese è chiamato a raggiungere sono il 20% di riduzione di Co2, il 17% di consumi finali alimentati da rinnovabili e il 10% dei trasporti alimentati da bio combustibili – spiega Alessandro Clerici, coordinatore della task force Efficienza energetica di Confindustria –. Se riuscissimo a consumare meno energia automaticamente produrremmo meno Co2 e quanto minori saranno i consumi finali tanto meno oneroso risulterà il 17% delle dispendiose rinnovabili che dovremo realizzare». Quanto potrà fare l’Italia? «È la grossa scommessa del Paese, il quale si è prevalentemente buttato, con grossi incentivi, sulle rinnovabili, specialmente su quelle elettriche. Ora si sta rendendo conto di

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240 • DOSSIER • VENETO 2011

quanto importante possa essere l’efficienza: potrebbe contribuire notevolmente all’abbattimento delle emissioni di Co2 con una riduzione dell’ordine del 15% dei consumi finali di energia. Per ridurre i consumi ci sono due grandi autostrade in parallelo: l’efficienza e il risparmio energetico. L’efficienza energetica si può implementare da subito, grazie a tecnologie già esistenti. Il risparmio, invece, implica il cambio degli stili di vita e richiede tempi lunghi e politiche impopolari». Quali barriere ostacolano l’avanzata dell’efficienza energetica? «Scontiamo soprattutto una mancanza d’informazione da parte della maggioranza degli utenti finali sul contributo che la tecnologia può dare per consumare meno. In Italia manca inoltre la cultura del “costo di vita di un prodotto”, che non è dato solo dall’investimento iniziale ma anche dai costi di operation and maintenance, primo tra tutti quello dell’energia. Porto l’esempio di un motore elettrico: in una vita di dieci anni il 3% circa del suo costo è dato dall’investimento iniziale, il 95% dalla bolletta elettrica. Peccato che quando com-

priamo un motore siamo abituati a tenere in considerazione solo il capital investment. I motori ad alta efficienza sono in commercio almeno da 10 anni: in Svezia, Norvegia, Finlandia l’80% di nuovi motori viene acquistato ad alta efficienza. In Italia non arriviamo al 3%». C’è bisogno quindi di un cambio di mentalità. «Decisamente, a livello di privato cittadino, di industria e di istituzioni. È una trasformazione da promuovere subito con campagne battenti. Per la diffusione dell’efficienza un grosso deterrente è rappresentato dal prezzo: un apparecchio ad alta efficienza costa circa il 30% in più di uno convenzio-

Alessandro Clerici, presidente del gruppo di lavoro “Risorse energetiche e tecnologie” del World Energy Council e coordinatore della task force Efficienza energetica di Confindustria


Alessandro Clerici

15% Co2

nale. E si insinua il dubbio: mi darà dei risparmi effettivi come dicono? Lo stesso ruolo giocano alcuni sussidi sulla bolletta: se si paga poco l’energia, occorrono molti più anni perché ritorni un investimento in efficienza». Qualcosa sul fronte delle grandi aziende comincia a muoversi? «In questi cinque anni di lavoro come coordinatore della task force “Efficienza energetica” di Confindustria ho visto le grosse imprese iniziare a sviluppare l’efficienza energetica, perché si sono accorte che è un vantaggio che le rende più competitive e inoltre dà visibilità in termini di impegno e sostenibilità ambientale. Ad esempio nel settore dell’acciaio, del chimico, dei trasporti navali per turismo e del grosso manifatturiero sono stati fatti investimenti nelle tecnologie ad alta efficienza. Anche alcune pmi hanno iniziato a muoversi, ma occorre fare ancora molto, e così pure nel residenziale e terziario e nei trasporti». Come s’inquadrano le rinnovabili nel discorso relativo all’efficienza? «Rinnovabili ed efficienza dovrebbero essere approcciate globalmente: occorrere mettere sul tavolo italiano tutte le

La percentuale di abbattimento delle emissioni che l’efficienza energetica potrebbe contribuire a determinare

3% MOTORI

La percentuale di motori ad alta efficienza acquistati in Italia. In Svezia, Norvegia, Finlandia si arriva all’80%

varie alternative tecnologiche per individuare il mix più adatto al Paese per raggiungere gli obiettivi imposti al fine di minimizzare i costi e avere la massima ricaduta sulle nostre industrie. Purtroppo non c’è stata una politica energetica in questi anni in Italia: sono state trascurate le rinnovabili termiche (e alcune sarebbero molto più efficienti e meno costose), mentre le rinnovabili elettriche hanno ricevuto incentivi notevoli rispetto al resto. Un sistema di incentivi che, tra l’altro, va a pesare sulle bollette di tutti: entro il 2020 porterà a un aumento dei costi dell’elettricità di circa 10 miliardi di euro, compromettendo anche la competitività delle nostre aziende. I costi per la collettività legati a certe rinnovabili non sono poi solo dovuti agli

incentivi, ma anche al fatto che le rinnovabili elettriche sono aleatorie». E questo cosa comporta? «Se ho il sole per 1.200 ore all’anno mediamente in Italia o il vento per 1.600, ho necessità di centrali convenzionali programmabili alimentate da combustibili fossili (o, ahimé, dal nucleare) per integrare le fonti rinnovabili quando queste non mi possono dare energia: e questo è un altro costo addizionale agli incentivi. Non dobbiamo però fare antagonismo tra rinnovabili ed efficienza e nemmeno tra rinnovabili e convenzionali: le prime, fino a quando non saranno economicamente sviluppati nel settore elettrico dei dispositivi di accumulo dell’energia a buon mercato, non possono fare a meno delle seconde». VENETO 2011 • DOSSIER • 241


POLITICHE ENERGETICHE

l piano nazionale delle rinnovabili varato dal governo assegna alle bioenergie il compito di coprire quasi il 45% dei consumi energetici da rinnovabili entro il prossimo decennio, tra elettricità, calore/raffrescamento e trasporti. «Le biomasse solide giocano un ruolo di primo piano nel raggiungere il 45% dell’energia rinnovabile attesa» afferma Walter Righini, presidente di Fiper, l’associazione che riunisce i produttori italiani di energia da fonti rinnovabili. Legna, cippato (legno sminuzzato) e pellet rappresentano, infatti, il 60% di tale obiettivo, tanto che Fiper ha presentato al governo un piano di azione per lo sviluppo del

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242 • DOSSIER • VENETO 2011

Biomasse, prime tra le energie rinnovabili Promuovere la gestione forestale sostenibile, garantire la sicurezza di approvvigionamento, incoraggiare l’impiego di combustibili di qualità e aumentare la competitività nelle contrattazioni. Walter Righini illustra tutti i progetti di Fiper, pronta a tagliare i traguardi europei Elisa Fiocchi

comparto del teleriscaldamento e biogas agricolo. Parola d’ordine? «Smart grid», ovvero la costituzione di 300 impianti di teleriscaldamento a biomassa legnosa (5-10 MWt e 1 MWe) e a biogas (1 MWe), altamente tecnologici, che valorizzano le risorse locali, tute-

lano l’uso dei suoli e sono strettamente connessi al territorio dove hanno sede gli impianti. Ne parla Walter Righini. Secondo i dati di Nomisma Energia il fatturato delle biomasse in Italia ha superato nel 2010 quota 6,3 miliardi, quasi il doppio rispetto ai 3,4


Walter Righini

Walter Righini, presidente di Fiper

del 2009 e la metà di tutto il comparto rinnovabili (13 miliardi con fotovoltaico e eolico). Quali fattori hanno permesso alle biomasse di assumere un ruolo da protagoniste nei consumi? «Gli incentivi per l’energia elettrica prodotta da biomassa hanno favorito gli investimenti.

La tariffa omnicomprensiva di 0,28 centesimi di euro ha incoraggiato l’avvio di numerosi impianti di biogas a digestione anaerobica inferiori a 1 MW di potenza e gli impianti produttori di energia elettrica da oli vegetali puri. Inoltre, grazie ai certificati verdi sono state incentivate le gradi centrali che producono esclusivamente energia elettrica dal legno con bassa efficienza. Questi ultimi hanno favorito processi speculativi e condizionato la filiera di approvvigionamento, che ha registrato rialzi di prezzo del cippato del 20-30%». Biogas, filiera legno-energia, bioliquidi: quali tra questi comparti può influire positivamente sui consumi energetici? «Dai dati Enea si evince che alle biomasse solide, a cui è stato attribuito l’obiettivo di 7,90 TWh elettrici al 2020 e 5,25 Mtep per la produzione di calore, tocca il ruolo di protagoniste. Segue il biogas, con 6,02 TWh di produzione attesa e i biocombustibili liquidi, con 4,86 TWh. Il calore stimato prodotto dal biogas e dai bioliquidi è poco significativo, rispettivamente del 0,27 Mtep e 0,15. Discorso a parte per i biocarburanti, la cui produzione è stata stimata al 2020 in 2,53 Mtep. Le principali difficoltà di gestione sono ricondu- VENETO 2011 • DOSSIER • 243


POLITICHE ENERGETICHE

cibili all’instabilità e imprevedi-

bilità del quadro normativo che disciplina il supporto alla produzione di energia rinnovabile e all’inadeguato livello di chiarezza e accessibilità delle procedure. L’esperienza degli ultimi anni ha mostrato come le continue modifiche ai sistemi vigenti abbiano comportato maggiori costi di sistema, irrigidito l’offerta di prodotti finanziari sul mercato e diminuito la capacità di attrazione di nuovi investimenti». Cosa ne pensa della proposta post nucleare formulata da Greenpeace in cui si chiede che i 60 miliardi di euro necessari a sviluppare il piano nucleare del governo vengano investiti nel settore delle rinnovabili e dell’efficienza energetica, così da produrre più del doppio di energia elettrica e creare dieci volte più posti di lavoro?

244 • DOSSIER • VENETO 2011

Il sistema di incentivazione si deve basare sull’efficienza produttiva degli impianti: la biomassa è una fonte non infinita

«Sono d’accordo. Da un recente studio condotto da Amici delle Terra sono stati evidenziati gli effetti occupazionali a seconda dalle varie fonti. I benefici occupazionali attesi dalle rinnovabili termiche evidenziano un indicatore di 85 addetti per milione di euro di incentivo. Attualmente il numero degli addetti diretti impiegati nella filiera legno-energia è stimato in 50mila unità. Una realtà formata da 13.600 pmi per un fatturato annuo di 5 miliardi di euro. Al 2020, è previsto un incremento che permetterà di raggiungere i 300mila addetti diretti. Il beneficio occupazionale derivante dall’installazione di una rete di teleriscaldamento non si esaurisce nella fase di costruzione e avvio dell’im-

pianto ma, a partire dallo start up della centrale, il numero dei posti di lavoro aumenta, in quanto sarà attivata la filiera locale per l’approvvigionamento di biomassa. E per 20-30 anni l’indotto è garantito». Il futuro delle biomasse è legato anche al quadro degli incentivi. Come ha accolto il via libera del presidente Napolitano alla manovra finanziaria 2011-2014? «Aspettiamo il testo definitivo per un giudizio complessivo sulla manovra. Certo che la ventilata proposta sulla riduzione delle bollette di luce e gas del 30%, a scapito della promozione delle energie rinnovabili, smentita poi in extremis, non favorisce gli investimenti in questo settore».


POLITICHE ENERGETICHE

Tecnologie mature e impianti all’avanguardia L’Italia dispone d’infrastrutture energetiche efficienti e sicure che possono competere con quelle mondiali, come ad esempio l’industria del biodiesel. Ma per trainare il Paese serve un approccio di sistema, sostiene Vito Pignatelli di Enea, che favorisca una filiera di sviluppo imprenditoriale e occupazionale Elisa Fiocchi

n Europa, a causa della crisi economica, gli investimenti nelle energie rinnovabili hanno subito un declino del 22% rispetto al 2009. Il rapporto Unep ha poi confermato un rallentamento dei Paesi europei rispetto al Nord America e rispetto alle economie emergenti e una sua conseguente dipendenza tecnologica. In Italia tuttavia, gli investimenti effettuati nell’anno 2010 registrano un flusso economico di 5,5 miliardi di dollari, con una crescita del 59% rispetto all’anno precedente. «È del tutto evidente che, in un momento di grave crisi economica come l’attuale, la crescita del settore delle energie

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rinnovabili rappresenta un’eccezione significativa» rammenta Vito Pignatelli, responsabile del Gruppo sistemi vegetali per prodotti industriali di Enea, che introduce quel sistema di fattori alla base del nuovo sviluppo energetico. Come è cambiato l’approccio ai consumi energetici nazionali? «Da una parte è cresciuta la consapevolezza del fatto che, se si vuole coniugare lo sviluppo economico con la “sostenibilità”, è necessario produrre energia limitando per quanto è possibile il consumo di combustibili fossili e, dall’altra, tale consapevolezza, fatta in qualche modo propria dalla classe politica, ha dato vita a un quadro di incentivi che hanno reso “attrattivi” gli investimenti in questo settore». In che modo si favorisce la crescita del settore energie rinnovabili?

«Attraverso certezza e stabilità nel tempo, che consenta di pianificare gli investimenti con una ragionevole certezza sui tempi di ritorno, assieme a una premialità articolata, che incentivi maggiormente quelle iniziative che garantiscono una maggiore efficienza complessiva (ad esempio, nel caso specifico delle bioenergie, favorendo la cogenerazione rispetto alla pura e semplice produzione elettrica) e sostenibilità ambientale (impianti di taglia ridotta, che utilizzino risorse locali - meglio ancora se residui o rifiuti - e non “consumino” territorio)». Nell’accordo siglato con Confindustria, Enea mette a disposizione delle associate Confindustria servizi avanzati di consulenza e supporto tecnico nel settore dell’efficienza energetica, delle fonti rinnovabili e dell’innovazione tecnologica. In che modo il settore delle rinno-

In basso, a sinistra, Vito Pignatelli, responsabile del Gruppo sistemi vegetali per prodotti industriali di Enea


Vito Pignatelli

Uso dei biocarburanti nella UE e obiettivi stabiliti dalle Direttive Europee % di biocarburanti sui consumi totali 12 11 10 9 8 7 6 5 4 3 2 1 0

2003

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2020

Elaborazione ENEA su dati EurObserv’ER - Biofuels Barometer 2010

vabili (in particolare delle bioenergie) può diventare parte fondamentale della filiera di sviluppo imprenditoriale e occupazionale?

«Le rinnovabili possono contribuire maggiormente allo sviluppo del Paese se rappresentano un “sistema” piuttosto che una semplice apparec-

chiatura acquistata da qualche parte e collocata in un posto qualsiasi. In questo senso, la bioenergia, che implica la realizzazione di filiere complete di raccolta/produzione della materia prima necessaria per approvvigionare gli impianti e, ove possibile, la chiusura del ciclo produttivo con il reimpiego dei sottoprodotti, è particolarmente importante, in quanto può determinare la nascita di tante piccole imprese, diffuse sul territorio che, affiancandosi agli impianti di conversione veri e propri e relativo indotto, può determinare una significativa crescita occupazionale, specie nel comparto agricolo». Che cosa ostacola in parte lo sviluppo del settore delle rinnovabili? «Un elemento di importanza decisiva per l’intero settore consisterà nella semplificazione delle procedure autorizzative per la realizzazione e l’esercizio degli impianti, includendo anche la connessione alla rete elettrica e, nel prossimo futuro, a quella del gas, che ancor oggi determina tempi di attesa eccessivamente lunghi fra l’avvio di un’iniziativa e la sua effettiva realizzazione». VENETO 2011 • DOSSIER • 247


POLITICHE ENERGETICHE

La nascita di tante piccole imprese affiancate agli impianti di conversione, può determinare crescita occupazionale nel comparto agricolo

Quali passaggi chiave possono rendere sostenibile e competitivo il Piano energetico nazionale? «In primo luogo, l’effettivo raggiungimento degli obiettivi stabiliti dal piano di azione nazionale per le energie rinnovabili, supportato da adeguate politiche di incentivazione e, dall’altro, la definizione di un quadro normativo e legislativo stabile e in grado di favorire la crescita dell’industria nazionale, anche tramite la promozione di accordi internazionali con i produttori di materie prime e i Paesi interessati a utilizzare le nostre tecnologie. Ma un elemento di importanza veramente strategica è il supporto alle attività di ricerca e sviluppo di nuove tecnologie, processi e componenti (ad

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esempio nel campo dei cosiddetti “biocarburanti di seconda generazione”) che consentano di ridurre i costi ancora elevati dell’energia prodotta dalle fonti rinnovabili, migliorare l’efficienza e la sostenibilità ambientale delle diverse filiere produttive». Il settore delle rinnovabili dispone al momento di infrastrutture energetiche efficienti e sicure? Quali politiche sono necessarie al fine di rendere ancora più competitivi gli impianti? «Per quel che riguarda le infrastrutture energetiche relative al settore delle rinnovabili, l’Italia dispone di tecnologie mature e in molti casi all’avanguardia in diversi settori, basti pensare alla “tradizione” industriale che caratterizza i settori

dell’energia idroelettrica e della geotermia. Nel settore specifico della bioenergia, in Italia è presente un’industria del biodiesel che può essere considerata, con oltre 2,3 milioni di tonnellate /anno di capacità produttiva installata, una delle più importanti a livello mondiale. Ma non vanno dimenticati, ad esempio, i produttori di impianti per la cogenerazione di elettricità e calore con cicli a fluido organico (turbine Orc) e quelli di apparecchiature per il riscaldamento a legna domestico e collettivo, o il settore delle macchine per la raccolta e la lavorazione delle biomasse agricole o forestali, settori nei quali siamo in molti casi esportatori di tecnologia sui mercati esteri».


RINNOVABILI

La versatilità delle rinnovabili sostiene il mercato energetico Le fonti rinnovabili, uno strumento fondamentale per la tutela dell’ambiente ma anche per il rilancio economico. Giancarlo Virgilio ne illustra le opportunità di sviluppo Guido Puopolo

l mercato energetico si sta sempre più orientando verso lo sviluppo delle fonti alternative, considerate uno strumento fondamentale per abbattere le emissioni nocive e tutelare maggiormente l’ambiente. Le energie rinnovabili rappresentano infatti anche una grande opportunità di business per moltissime aziende operanti in campo energetico, soprattutto in un momento di notevole criticità per l’economia internazionale, in cui la necessità di trovare nuovi sbocchi è molto sentita a livello impren-

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Nella foto in basso, la sede di Vibe a Grantorto (PD) www.vibe.it

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ditoriale. Sono tantissime, quindi, le imprese che negli ultimi anni hanno deciso di investire con forza sull’utilizzo delle fonti rinnovabili, in diversi settori e con varie modalità. Un esempio in questo senso è rappresentato da Vibe srl, affermata realtà produttiva di Grantorto, in provincia di Padova, con una consolidata esperienza nel campo della progettazione, costruzione e installazione di impianti elettrici. «L’inizio della nostra attività è stato caratterizzato dalla realizzazione di impianti elettrici civili e industriali», spiega il titolare, Giancarlo Virgilio. Le numerose realizzazioni nei più diversi settori, dagli impianti di illuminazione ai quadri elettrici di comando e controllo, testimoniano la notevole crescita professionale dell'azienda nel suo complesso, che oggi è in grado di costruire, per i propri partner, impianti “chiavi in mano”, con una formula capace di ottimizzare i tempi e le risorse a disposizione. «Una volta acquisita maturità tecnica

ed esperienza di mercato – prosegue Virgilio - le nostre produzioni hanno iniziato ad assumere un carattere meno omologato. È in questa fase che abbiamo deciso di iniziare a puntare sulle fonti rinnovabili, in considerazione anche dei problemi legati ai cambiamenti climatici e alla continua crescita dei prezzi dei combustibili fossili. Negli ultimi anni ci siamo così specializzati nella costruzione di impianti per la produzione di energia idroelettrica, fotovoltaica ed eolica». Il mercato delle fonti energetiche alternative, al momento, rappresenta infatti uno dei pochi settori capace di attrarre nuovi investimenti, grazie anche ad un’efficace politica di incentivi promossa dal governo, come conferma Virgilio: «Il 2010 è stato un anno molto positivo da un punto di vista del fatturato, in virtù dell’impetuoso sviluppo del settore fotovoltaico. Tuttavia crediamo che la nuova legislazione recentemente approvata, pur garantendo ancora incentivi signifi-


Giancarlo Virgilio

cativi, finirà per generare un fisiologico rallentamento degli investimenti in questo ambito. Per non farci trovare impreparati a questa eventualità, quindi, abbiamo deciso di puntare con decisione, oltre che sul rafforzamento del settore idroelettrico, dove siamo attivi nella progettazione di turbine idrauliche di piccole e medie dimensioni, sullo sviluppo delle opportunità derivanti dalla realizzazione di impianti di cogenerazione alimentati con oli vegetali, cippati di legno e scarti di produzione». I servizi offerti da Vibe sono rivolti a tutte quelle realtà sensibili ai problemi legati all’approvvigionamento energetico, desiderose di raggiungere, sotto questo aspetto, la piena indipendenza. «Le grandi industrie, ma anche le piccole e medie imprese, si rivolgono a noi per cercare di sviluppare all'interno delle loro strutture gli impianti di energia alternativa più adatti alle esigenze produttive», sottolinea Virgilio. «Dal progetto all'installazione, dalla fornitura di materiale elettrico al servizio post-vendita, l’azienda supporta i partner in ogni fase di approccio alle lavorazioni. L'attenzione prestata a ogni minimo particolare ha permesso a Vibe di guadagnare, in breve tempo, la fiducia del mercato, per un’attività destinata a crescere nel tempo, in conformità alle continue variazioni delle necessità funzionali». Proprio la necessità di saper cogliere i reali bisogni e le

Abbiamo deciso di puntare sulle opportunità derivanti dalla realizzazione di impianti di cogenerazione alimentati con oli vegetali e cippati di legno

evoluzioni del settore energetico, hanno spinto l’azienda ad adottare una seria politica di ricerca e sviluppo, che in questi ultimi anni ha prodotto concreti risultati: «Abbiamo sempre investito quote importanti

delle nostre risorse progettuali in attività che potessero favorire l’innovazione tecnologica e lo sviluppo delle soluzioni energetiche, dall'impiantistica industriale e civile alle cabine MT e BT, dalla quadristica alla pro- VENETO 2011 • DOSSIER • 251


RINNOVABILI

UN’ORGANIZZAZIONE METICOLOSA V

ibe ha maturato, in più di venticinque anni di esperienza, conoscenze e professionalità ad altissimo livello, consolidando la propria presenza nel mercato della costruzione e dell'installazione di impianti elettrici. L’azienda ha strutturato la sua sede in modo da rispondere prontamente a tutte le necessità dei propri committenti, per poter condividere con essi tutti gli aspetti legati all'ottimizzazione dei propri impianti elettrici o degli strumenti produttori di energia. Per questo Vibe è anche magazzino all'ingrosso di materiale elettrico, in grado di garantire sempre un'offerta completa e integrata di prodotti da installazione. In duemila metri quadrati di assortimento, infatti, gli addetti ai lavori possono contare su una gamma di articoli ampia e diversificata: dagli interruttori scatolati agli apparecchi modulari, dai sistemi di canalizzazione ai corpi illuminati.

Nel settore idroelettrico siamo attivi nella progettazione di turbine idrauliche di piccole e medie dimensioni duzione di energia idroelettrica ed eolica, dagli impianti di sicurezza alla manutenzione di ogni installazione effettuata, che di volta in volta vengono richieste dalla committenza stessa. Attualmente stiamo concentrando i nostri sforzi sullo sviluppo della cogenerazione da oli vegetali e/o da biomasse», spiega Virgilio, indicando le linee guida per il futuro dell’azienda. «Il sistema di produzione combiA destra, un impianto nata di energia elettrica e terper la produzione mica con impianti di di energia idroelettrica cogenerazione è ormai difrealizzato da Vibe fuso su utenze di svariate dimensioni. I vantaggi conseguenti all’applicazione di questa tecnologia sono sia di natura economica che di 252 • DOSSIER • VENETO 2011

carattere ambientale, in virtù di una notevole riduzione degli inquinanti atmosferici. Stiamo lavorando per permettere ai nostri clienti di utilizzare non solo l’energia elettrica, ma anche quella termica ottenuta dalla combustione: utilizzi sia per fini propri come il riscal-

damento di edifici, processi industriali, ecc., sia per utilizzi pubblici come ad esempio il collegamento alle reti di teleriscaldamento comunali». La versatilità produttiva ha dunque permesso all’azienda di affermarsi come punto di riferimento nel settore degli impianti elettrici, adattando le sue competenze a svariati ambiti applicativi, sempre con l’obiettivo di soddisfare anche le esigenze più particolari: «La nostra moderna organizzazione e l’elevata professionalità degli operatori, ci hanno permesso di conseguire notevoli risultati, sia in Italia che all’estero – ribadisce Virgilio operando sempre in conformità alle più stringenti normative internazionali. Siamo infatti dotati di certificazione UNI EN ISO 9001:2008, oltre che dell’attestazione di qualificazione all’esecuzione dei lavori che richiedono la certificazione SOA».


RISPARMIO ENERGETICO XXXXXXXXXXXXXXXXX

Per una gestione oculata dell’energia Simone Grossi descrive le prospettive aperte nel settore del risparmio energetico e delle fonti alternative e pulite, spiegando che i vantaggi non sono solo ambientali, ma anche economici Valerio Germanico

a crescente attenzione per il risparmio energetico in linea con il rispetto dell’ambiente sta creando sempre maggiori opportunità di avviare circoli virtuosi. Questi da una parte soddisfano tutti i requisiti per una convivenza equilibrata con l’ecosistema, dall’altra aprono nuove opportunità imprenditoriali. I vantaggi più consistenti sono però certamente quelli di cui iniziano a godere i cittadini, che da una parte vivono in un ambiente più salubre, dall’altra risparmiano energia – e quindi an-

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Simone Grossi, amministratore della De Santis Impianti Srl, Albignasego (PD) www.desantisimpianti.it

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che denaro – senza dover rinunciare all’efficienza dei servizi. Simone Grossi, amministratore della De Santis Impianti spiega qual è la situazione nel settore. «L’obiettivo primario è quello di far sviluppare sempre più il mercato dell’energia rinnovabile. Ciò significa proporre servizi che prevedano lo sfruttamento delle energie alternative e delle fonti rinnovabili. Nel nostro settore specifico, il servizio di conduzione e gestione calore dà la possibilità di ammodernare o sostituire l’impianto esistente con sistemi a energia rinnovabile. I vantaggi non sono solo ambientali, ma anche economici, poiché è possibile dilazionare il pagamento dell’intervento iniziale sulla durata del contratto. Per le amministrazioni pubbliche, inoltre, esiste la possibilità di concludere tale pagamento nei nove anni successivi all’investimento». Che importanza riveste per la vostra attività la partecipazione ai bandi pubblici?

«Le commesse in ambito pubblico rappresentano il core business della società, sia per la nostra divisione impianti, ma ancor di più per la divisione gestione calore, che prevede l’affidamento della gestione e manutenzione in full service di impianti pubblici. Poiché in questa fase di crisi riscontriamo resistenze per l’accesso al credito, la nostra organizzazione tende a privilegiare l’appalto pubblico, che, pur avendo tempi di pagamento estremamente lunghi, risulta più facilmente finanziabile da parte del sistema bancario». Che tipo di servizi offrite oltre all’installazione e al montaggio degli impianti? «Dopo circa sessant’anni di esperienza nel settore dell’impiantistica, negli ultimi anni, abbiamo ampliato il nostro raggio d’azione verso due nuovi ambiti, che garantiscono e garantiranno maggiori prospettive. Il primo è la conduzione e gestione calore (Servizio Energia), l’altro è lo sviluppo di progetti nel


Simone Grossi

In linea con i nostri obiettivi di crescita, proponiamo progetti ad alta compatibilità ambientale e a basso consumo. Come impianti fotovoltaici e geotermici

settore delle energie rinnovabili». In cosa consistono questi due ambiti in concreto? «Il primo è la conduzione di impianti di riscaldamento, condizionamento e tecnologici in generale. È un servizio che si rivolge alla collettività, quindi ospedali, enti locali, impianti sportivi, condomini privati e centri commerciali. Utilizziamo un sistema di telecontrollo che ci consente, da remoto, la supervisione e il monitoraggio continuo di tutte i parametri funzionali degli impianti, nonché la ricezione di allarmi in tempo reale. Per quanto riguarda le rinnovabili, proponiamo progetti a elevata compatibilità ambientale e a basso consumo energetico. Tra questi: impianti fotovoltaici, impianti e sistemi solari, impianti geotermici, impianti di cogenerazione e trigenerazione, collettori parabolici a concentrazione e servizi di depurazione fumi». Di quali certificazioni siete in possesso e che rile-

vanza hanno nel vostro lavoro? «Abbiamo l’attestazione Soa per le categorie Og11, Os3, Os28, Os30. Inoltre la certificazione del Sistema di gestione integrato qualità, ambiente e sicurezza, secondo le norme Uni En Iso 9001, 14001 e Ohsas 18001. Abbiamo anche ottenuto l’iscrizione nel registro delle Esco (Energy Service Company) presso l’Autorità per l’energia elettrica e il gas. La rilevanza di tali certificazioni è rappresentata dal miglioramento delle prestazioni dei processi aziendali – ciò va a vantaggio dell’efficacia e dell’efficienza di tutte le attività. In più sono un requisito per le gare d’appalto». Quali sono le vostre prospettive per il futuro? «La possibilità di accedere ai contratti di gestione ha aperto nuove possibilità di business, grazie anche al fatto che rappresentiamo quasi un unicum nel panorama del Nord Est. Infatti, a differenza dei nostri principali concorrenti, noi

forniamo anche il servizio di manutenzione – sia ordinaria sia straordinaria – e il completo aggiornamento degli impianti. Questa integrazione verticale porterà la De Santis Impianti in una posizione di netto vantaggio rispetto a tutti gli altri competitor che ancora ricorrono ad appalti esterni per garantire questi servizi». VENETO 2011 • DOSSIER • 255


ZOOTECNIA

La tecnologia che difende l'ambiente Macchine in grado di reimpiegare gli scarti organici e industriali nel ciclo ecologico tramite diversi tipi di processi di trasformazione. Lino Zago descrive le innovazioni tecnologiche del settore zootecnico Manuel Zanarini a ricerca scientifica e tecnologica ha trovato molte applicazioni nel campo della zootecnia e della realizzazione di fertilizzanti. Gli sviluppi delle tecniche e delle macchine in questi campi possono fare molto per accrescere l'impronta ecologica dell'uomo, migliorando la qualità dell'ambiente e la qualità della vita di tutti noi. Ottenere una migliore produzione di latte e carne e eseguire il compostaggio dei rifiuti organici al fine di ottenere fertilizzanti naturali permette alle

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Lino Zago, titolare della Zago srl Nella pagina accanto, macchinari dell'azienda all'opera www.zago-srl.com

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aziende zootecniche e compostatrici di lavorare in modo ecocompatibile. Abbiamo parlato di questi recenti sviluppi con Lino Zago, titolare della Zago, azienda di Campo San Martino, all'avanguardia nello sviluppo di soluzioni che vanno in questa direzione. Quanto è importante avere una tradizione nel settore meccanico e allo stesso tempo puntare sulla ricerca e l'evoluzione tecnologica? «La nostra azienda è nata nel 1994, ma ha una storia più lunga. Si è sviluppata sfruttando la mia passione ed esperienza, nel settore della meccanica, e su ciò, abbiamo basato il nostro costante miglioramento e la continua evoluzione della tecnologia e delle prestazioni dei nostri prodotti». Quanto ha inciso la questione ambientale sugli sviluppi tecnologici nella zootecnia? «La tematica ambientale ha assunto in questi ultimi decenni un ruolo sempre più significativo, sensibilizzando la co-

scienza dell’uomo per la tutela dell’ambiente, verso uno sviluppo sostenibile che coniughi le esigenze ambientali con quelle sociali ed economiche in grado quindi di assicurare una società più equa e prospera per le generazioni future». Le aziende del vostro settore si sono adeguate a questa nuova sensibilità? «Alcune sicuramente. Noi, essendo consapevoli e attenti alla difesa dell’ambiente, disponiamo di una Divisione Green che progetta e produce macchine in grado di reimpiegare gli scarti organici e industriali nel ciclo ecologico tramite diversi tipi di processi di trasformazione». A quali settori si rivolgono principalmente queste innovazioni? «Agli allevamenti zootecnici, allo scopo di ottenere un miglioramento nella produzione di latte e carne. Inoltre, alle aziende compostatrici, per ottenere una riduzione del volume dei rifiuti organici e permettere il loro riutilizzo sotto


Lino Zago

forma di ammendante naturale». Quali sviluppi tecnologici si applicano alla zootecnia? «Un corretto sistema di alimentazione del bestiame è fondamentale per una migliore gestione tecnico-economica dell’azienda zootecnica, ed è proprio in questo campo che abbiamo introdotto importanti innovazioni, grazie a numerosi brevetti internazionali che confermano anni di progetti riconosciuti e certificati da Università e Istituti indipendenti. Abbiamo sviluppato la Unifeed Division, aiutando l’allevatore all’uso corretto delle tecniche Unifeed e alla scelta delle attrezzature in grado di raggiungere una maggiore produttività e qualità di latte e carne». Esistono altre innovazioni in questo settore? «Noi offriamo anche numerosi modelli di carri tranciamiscelatori, tra cui il Free Flow Mix, che evita al materiale di essere sottoposto a trattamenti violenti o al surriscaldamento, in modo da tutelarne le caratteristiche organolettiche; inoltre, garantisce una riduzione del 50% dei tempi di lavorazione, rispetto ai sistemi tradizionali, e una riduzione del 40% dell'assorbimento di potenza e di carburante».

Quanto conta il settore del riciclo ecologico industriale? «Per noi è molto importante. Per operare in questo segmento abbiamo aperto la Green Division dove elaboriamo i prodotti rivolti ai manutentori del verde, alle municipalità, ai compostatori, ai

florovivaisti, alle aziende agricole, ai consorzi di bonifica, fino agli impianti di biogas e depurazione». Qual è l'ultima innovazione tecnologica in questo ramo? «Una macchina, che abbiamo chiamato Ecogreen, ideata per VENETO 2011 • DOSSIER • 257


ZOOTECNIA

Ecogreen è una macchina ideata per ridurre i volumi e facilitare la produzione del compost. È in grado di triturare qualunque genere di rifiuto organico

ridurre i volumi e facilitare la

Sopra, macchinari per lavorazioni agricole

produzione del compost. È in grado di triturare qualunque genere di rifiuto organico». Da quanto detto, direi che la ricerca è un aspetto centrale per ottenere successo su questi mercati. Concorda? «Sicuramente si. Al nostro interno, abbiamo una squadra di progettisti e un ottimo ufficio tecnico, che ci permettono di poter mettere sul mercato molte innovazioni tecnologiche. Bisogna essere sempre attenti all'innovazione tecnologica e al miglioramento dei processi produttivi». Quanto conta questo set-

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tore in relazione al mercato generale? «È un settore di forte e costante crescita, tanto che ogni anno riceviamo sempre più ordini rispetto a quello passato, e si aprono sempre nuovi mercati. Va detto, però, che la stragrande maggioranza dei prodotti finiscono all'estero, perché al di fuori dell'Italia, le tematiche ambientali vengono tenute molto più in considerazione». È molto importante, quindi, agire sui mercati internazionali? «Sicuramente si. Nel corso degli anni, abbiamo ottenuto numerosi brevetti internazionali riconosciuti e certificati da Università ed Istituti indipendenti, che ci hanno permesso di arrivare ad esportare l’80% della nostra produzione in più di 30 paesi nel mondo». Quali sono i mercati esteri più interessanti? «Per quanto riguarda i carri trincia-miscelatrici i mercati più interessanti sono quelli dei

Paesi dell'Est, su cui sono particolarmente richiese le macchinate trainate». È importante mantenere la produzione in Italia? «Sicuramente mantiene alta la qualità dei prodotti. Noi abbiamo una superficie produttiva di 15.000 metri quadrati; inoltre, collaboriamo con fidati partner della zona, per acquisire in outsourcing l'80% della componentistica delle macchine». Come vede la situazione dei mercati? «Come detto, ogni anno aumentano i mercati interessati ai prodotti attenti alle questioni ambientali, col conseguente incremento della richiesta. Nonostante la crisi finanziaria ed economica globale, riusciamo a mantenerci su un fatturato di 7 milioni di euro all'anno. Questo risultato deriva dalla forte internazionalizzazione della nostra produzione, che ci permette di evitare le oscillazioni dei mercati locali».


SERVIZI ECOLOGICI

Eliminare i parassiti diventa più ecologico egli ultimi anni il settore dei servizi ecologici ha subito vari cambiamenti dovuti a motivi economici e politici, ad esempio i passaggi di competenza, a nuove normative, come quella dell’autocontrollo igienico nel settore alimentare, e alla comparsa di nuovi infestanti, è il caso della zanzara tigre. Nonostante il settore si sia ingrandito, le esigenze si siano diversificate e la specializzazione e la professionalità degli addetti ai servizi siano importantissime,

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Riccardo Svander, portavoce della ISE Servizi Ecologici di Noventa di Piave (VE). Nelle altre foto, disinfestazioni recentemente attuate www.ise-online.it

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La disinfestazione intesa come eliminazione dei parassiti attraverso l’uso di sostanze chimiche, si è evoluta in un insieme di azioni il cui obiettivo è anticipare e prevenire l’invasione di potenziali infestanti rispettando l’ambiente. Ne parliamo con Riccardo Svander Emanuela Caruso

non sono però diminuite le aziende che si improvvisano imprese di disinfestazione. La quasi assenza di normative che regolano il settore permette a chiunque di aprire e gestire un’attività ecologica, senza preoccuparsi di controllare la formazione, le conoscenze e la qualità del servizio. Diventa quindi fondamentale riconoscere le aziende disinfestatrici serie e in regola da quelle la cui azione è dannosa per l’uomo e per l’ambiente. L’Ise, Italiana Servizi Ecologici, è una delle realtà più operative del territorio veneto. «La nostra società – spiega Riccardo Svander, portavoce dell’impresa – impiega dipendenti fissi e disinfestatori stagionali per gestire qualsiasi situazione. Dispone di mezzi equipaggiati con apparati nebulizzatori e mezzi attrezzati

per svolgere interventi di asporto di rifiuti sanitari pericolosi». All’inizio dell’attività l’Ise si occupava soprattutto di disinfestazione e derattizzazione. «La disinfestazione generale combatte tutti i parassiti, come mosche, scarafaggi, tarli, che con la loro presenza non solo creano un danno all’immagine di edifici e città, ma possono anche essere potenziali vettori di malattie. Un caso eclatante che ha coinvolto la nostra zona, Venezia, è stato quello delle cimici da letto, che ha portato a notevoli perdite del settore turistico. La derattizzazione riguarda invece l’eliminazione dei roditori da case, industrie, negozi. Negli ultimi anni è diventata una necessità sempre più frequente perché la raccolta porta a porta ha


Riccardo Svander

moltiplicato i punti in cui questi animali trovano cibo e riparo». Dal 2000 l’azienda ha inglobato nell’attività anche la sanificazione ambientale ottenendo vari riconoscimenti sia da parte degli enti pubblici che dalle imprese socio-sanitarie. Quali interventi prevede la sanificazione ambientale? «I principali interventi per garantire la salubrità e il benessere dell’ambiente sono sicuramente la disinfestazione fitoterapica e l’allontanamento dei volatili. Nel primo caso andiamo a colpire tutti gli acari e i parassiti del verde urbano che distruggono le piante e che possono arrecare danni anche molto gravi alla salute dell’uomo. Nel caso dell’allontanamento degli uccelli si parla in particolar modo

La formazione e le conoscenze degli operatori sono essenziali per garantire un intervento sicuro e non dannoso per l’uomo e l’ambiente

dei piccioni, che con i loro escrementi acidi deturpano palazzi e arredi urbani. Anche questi animali sono una minaccia per la salute dell’uomo e degli animali domestici, in quanto arrivano a trasmettere oltre 60 diverse malattie, tra cui le più diffuse sono la salmonellosi e la istoplasmosi. Inoltre sono portatori di altri parassiti, come le zecche».

Come si svolge un vostro intervento? «Ogni intervento dell’Ise segue alcune fasi. Si parte con un monitoraggio del problema per capire la gravità dell’infestazione e quali parassiti bisogna eliminare, poi si passa all’eliminazione vera e propria degli infestanti e all’individuazione delle pratiche di prevenzione migliori per diminuire i fattori che favoriscono lo sviluppo di parassiti. Il tutto viene monitorato, certificato e documentato. Come si evince dalle fasi di intervento, il ruolo del disinfestatore non è banale e necessita di una preparazione accademica sulla biologia degli infestanti e sulla chimica dei prodotti da utilizzare. Da sempre investiamo nella formazione e nell’aggiornamento dei nostri operatori, VENETO 2011 • DOSSIER • 261


SERVIZI ECOLOGICI

così da garantire interventi

sicuri e di qualità». Che cos’è il C.A.S.T.? «Il C.A.S.T. è un consorzio di cui siamo stati promotori e fondatori nato con l’obiettivo di informare i consumatori dei servizi di disinfestazione sulle procedure corrette da adottare per la propria sicurezza. Con questo ente garantiamo inoltre la formazione del personale di tutte le aziende associate attraverso alcune certifica-

zioni di qualità imposte dal consorzio stesso. Fine ultimo è tutelare il cliente». Com’è cambiato negli anni il concetto di disinfestazione? «La disinfestazione intesa come eliminazione dei parassiti attraverso l’uso di sostanze chimiche, cioè di veleni, si è evoluta in un insieme di azioni il cui obiettivo è anticipare e prevenire l’invasione di potenziali infestanti, combinando varie

Le tecnologie studiate in azienda permettono di ridurre gli sprechi delle sostanze utilizzate e di limitare il pericolo di inquinamento

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strategie per ottenere una soluzione a lungo termine. Queste azioni prendono il nome di Ipm e sono quindi più preventive che reattive. Fanno parte dell’Ipm lo smaltimento dei rifiuti, le riparazioni strutturali, le tecniche di controllo biologico e meccanico, e l’utilizzo moderato e giustificato dei pesticidi. La nostra politica aziendale si è concentrata molto su questo nuovo metodo di disinfestazione e abbiamo creato dei programmi specifici per garantirne un’attuazione efficace». A fronte di questo nuovo modo di fare disinfestazione, la società ha fondato un nuovo ramo aziendale. Di cosa si occupa nello specifico? «Questa nuova appendice ha il compito essenziale di studiare e sviluppare tecnologie e sostanze innovative in grado di rendere gli interventi di disinfestazione più efficienti. In questo modo siamo riusciti a creare attrezzature moderne capaci di monitorare e tenere costantemente controllata l’applicazione dei biocidi. È grazie a questo ramo dell’azienda e all’addestramento professionale dei nostri operatori che ci siamo imposti sul mercato come azienda seria, affidabile e all’avanguardia». Quali miglioramenti hanno portato le tecnolo-


Riccardo Svander

gie sviluppate all’interno dell’Ise? «Queste nuove tecnologie rendono più facili e immediate alcune operazioni, come ad esempio la preparazione nelle giuste dosi della soluzione insetticida, una miscela tra acqua e prodotto chimico. Consentono anche di impostare la quantità di soluzione da impiegare e il metodo di erogazione. Siamo quindi in grado di determinare a priori i parametri di irrorazione, eliminando sprechi e limitando il pericolo di inquinamento accidentale dell’ambiente. Il successo conseguito da queste tecnologie nel facilitare, standardizzare e automatizzare i trattamenti ci ha convinto a proporci anche in mercati esteri come fornitori di attrezzature oltre che di servizi di disinfestazione». Uno dei problemi ecologici più pressanti degli ul-

CHE COS’È L’ HACCP? I

l settore “privato” non si riferisce solo alle zanzare. Da parte della popolazione è aumentata anche l’attenzione e la sensibilità in tutti gli aspetti della qualità della vita. Non ultima la sicurezza di ciò che mangiamo, salvaguardia che la legge assicura attraverso le regole denominate HACCP ovvero l’Hazard Analysis and Critical Control Points. Si tratta di un sistema di autocontrollo igienico che ogni operatore nel settore della filiera alimentare deve mettere in atto al fine di valutare e stimare pericoli e rischi e stabilire misure di controllo per prevenire l'insorgere di problemi igienici e sanitari e tutelare così la salute dei consumatori. La I.S.E. coadiuva gli operatori del settore alimentare fornendo la propria esperienza nel controllo degli infestanti e nell’eventuale risoluzione dei problemi legati alla loro presenza.

timi anni che ha messo a dura prova la salute pubblica è stata l’invasione delle zanzare tigre. Come bisogna intervenire? «La particolarità delle zanzare tigre sta nel fatto che sono attive tutto il giorno e che si riproducono velocemente in piccole quantità di acqua quali tombini, sottovasi e pozzanghere, rendendo i centri abitati l’ambiente ideale in cui proliferare. Sono portatrici di innumerevoli

malattie, come la dengue, il west nile disease e l’Nh1, diventate un vero problema sanitario sul territorio italiano. Oltre all’intervento di disinfestazione di aziende come la nostra, si è sviluppata l’esigenza del singolo cittadino di tutelarsi in modo autonomo attraverso operazioni mirate da effettuare nei giardini di casa. Il nostro compito è stato quello di rendere noti i metodi utilizzabili e le sostanze di cui servirsi». VENETO 2011 • DOSSIER • 263


TRASPORTI

L’industria portuale verso nuovi orizzonti Un settore economico la cui identità è profondamente radicata nella cultura industriale del nostro Paese. Un patrimonio da valorizzare attraverso l’ammodernamento delle infrastrutture e lo snellimento della burocrazia. Le prospettive dell’economia portuale italiana tracciate da Andrea Bevilacqua Erika Facciolla

no dei poli strategici dell’industria portuale italiana è senza dubbio il distretto di Mestre - Porto Marghera, punta di diamante di un comparto che, se opportunamente valorizzato e incentivato, potrebbe rappresentare un’occasione di sviluppo economica molto importante per l’intero sistema-paese. Per la sua specificità, infatti, il tessuto industriale e commerciale dell’area veneziana rappresenta un ‘unicum’ nel panorama economico del nord-est ed è su tale specificità che dovrebbe essere programmata la strategia di sviluppo dei prossimi anni, puntando sui suoi principali punti di forza: la storica vocazione portuale del polo veneziano e la cultura industriale radicata nel territorio. Questi due elementi, uniti all’esperienza acquisita nella conduzione di impianti complessi e una cultura specialistica e professionale maturata in decenni di attività, costituiscono un patrimonio cul-

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turale ed economico che non ha eguali in Italia. Lo sa bene Andrea Bevilacqua, presidente della Andrei Bevilacqua, impresa di trasporto e agenzia marittima specializzata in spedizioni internazionali via mare, terra e aria. Forte di un’esperienza cinquantennale maturata nel settore, Andrea Bevilacqua ha dato vita ad una dinamica attività focalizzata sulla logistica portuale, capace di fornire servizi integrati sia per l’importazione che l’esportazione delle merci. «La nostra azienda – precisa il presidente – si occupa anche di trasporti via camion, aereo, treno, fornendo consulenza per operazioni doganali e relative al traffico di perfezionamento attivo e passivo». Andrea Bevilacqua deve la sua passione al mondo dei trasporti portuali ad una tradizione di famiglia raccolta fin dall’età di tredici anni. Da allora ha assistito ad una serie di mutamenti del settore dei trasporti che hanno reso necessaria l’adozione di strategie adeguate alle nuove esi-

genze: «il mondo dei trasporti, dagli anni Cinquanta ad oggi, è cambiato profondamente. L’introduzione dei container e delle navi roll-on roll-off , hanno ridotto ulteriormente i tempi di trasporto. In questo modo – sottolinea Bevilacqua – i tempi di attracco delle navi si riducono notevolmente e in circa quattro ore le operazioni di carico e scarico delle merci vengono completate. Attualmente i container spostano il trenta per cento del carico che una volta era destinato a viaggiare sui general cargo». Con la globalizzazione, l’aumento del costo del petrolio e la rivoluzione tecnologica dei trasporti ancora in atto, il mercato portuale del Mediterraneo ha subito nume-

Andrea Bevilacqua, a destra, con il collaboratore Igor Meneghini www.andreibevilacqua.it


Con la globalizzazione, l’aumento del costo del petrolio e la rivoluzione tecnologica dei trasporti ancora in atto, il mercato portuale del Mediterraneo ha subito numerosi scossoni

rosi scossoni, complice l’affermazione delle nascenti economie portuali cinesi e indiane che registrano trend in continua crescita. «Per quanto concerne i general cargo, il mercato del Mediterraneo è calato notevolmente – evidenzia Andrea Bevilacqua -. Del tutto inverso il trend dei movimenti Ro Ro cresciuti in maniera esponenziale. L’aumento del petrolio sommato al cambio euro-dollaro, invece, ha gravato pesantemente sul costo dei trasporti, con aumenti del quindici – venti per cento». Gli operatori del settore si trovano, pertanto, in una difficile situazione: non riescono a stabilire un prezzo di trasporto preciso perché le variazioni del costo del greggio

sono troppo frequenti. Sul fronte italiano, questa situazione è aggravata dalla carenza di infrastrutture adeguate e da una burocrazia ancora oggi troppo farraginosa. Il cinquanta per cento dei camion che circolano sulle nostre strade e autostrade, inoltre, viaggia senza carico. Una situazione che Bevilacqua propone di sanare «attraverso l’informatizzazione e i collegamenti fra le varie agenzie di trasporto specializzate, le quali dovrebbero escogitare un sistema ottimale per sfruttare al meglio i cosiddetti ‘viaggi di ritorno’ dei mezzi. In questo modo si potrebbe evitare di far girare sulle strade camion a carico zero, abbattendo gli esborsi da parte dell’importatore e dei

clienti». Alla luce di queste considerazioni, quali sono gli interventi più urgenti che il governo dovrebbe mettere in atto? Andrea Bevilacqua ha le idee molto chiare in proposito: «chiediamo di realizzare infrastrutture adeguate sullo standard dei paesi nordeuropei, strutture stradali e ferroviarie all’avanguardia, strutture portuali collegate a importanti terminal per abbattere i tanti costi superflui che gravano sull’industria dei trasporti. Alla burocrazia – aggiunge il presidente – chiediamo di diminuire la documentazione necessaria e di aumentare il personale ai varchi doganali in modo da ridurre i tempi di attesa per l’espletamento delle operazioni di controllo». VENETO 2011 • DOSSIER • 267


LOGISTICA

L’outsourcing logistico per le imprese

Affidarsi a imprese esterne per la gestione logistica può abbattere sensibilmente i costi di un’impresa. Luigi Tortato e Marino Paggiarin spiegano in dettaglio i servizi che offre il settore

a logistica svolge, nel contesto economico attuale, un ruolo fondamentale nell’ottimizzazione delle risorse aziendali. In particolare permette alle imprese di evitare sprechi, contenere i costi e migliorare i livelli di servizio per l’introduzione dei prodotti sul mercato. La presenza al proprio interno di un’area logistica e competenze specifiche dedicate spesso non coincidono con il “core business” di un’impresa produttiva. Per questo motivo, negli ultimi anni, ha acquisito una grande importanza l’outsourcing logistico. Come spiegano i due soci Luigi Tortato e Marino Paggiarin, titolari di Generale Servizi, società di logistica attiva dal

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Generale Servizi Srl ha sede a Marcon (VE) www.generaleservizi.com

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Luca Cavera

1996 che si trova a Marcon (VE): «È economicamente vantaggioso, qualora una singola impresa non possegga le risorse necessarie, appoggiarsi a un provider esterno. Questo, attraverso la presenza sul territorio e lo sfruttamento di economie di scala, può fornire un servizio di qualità a un costo sostenibile». L’azienda ha una struttura che può contare su trentamila metri quadri di magazzini coperti e cinquantamila di piazzali scoperti. Oltre a questa dotazione però, Tortato e Paggiarin illustrano le caratteristiche che è necessario possedere per emergere in questo settore: «Non esiste una ricetta standard, bisogna avere la capacità di individuare le singole esigenze di ogni impresa e ideare un insieme di servizi “su misura”. Sicuramente di base è necessario riuscire a offrire la gestione dei processi fisici e documentali, proponendo competenze specifiche e soluzioni verticali per ogni settore di attività. Inoltre è utile sviluppare modelli di servizi flessibili e modulari, centrati sull’interazione tra i sistemi tradizionali di

gestione e le nuove tecnologie». In questo modo è possibile puntare sull’integrazione tra i sistemi cartacei e i nuovi supporti informatici, uno step importante nell’attività di Generale Servizi, che i due soci descrivono: «Attraverso un grande lavoro di data entry, ora strutturato in modo verticale. Tutti gli operatori inseriscono le informazioni di loro competenza, che diventano così immediatamente fruibili e gestibili dalle varie funzioni operative. È possibile estrarre tutti i dati necessari a gestire al meglio il flusso informativo con la tracciabilità dei prodotti, inclusa l’archiviazione informatica delle certificazioni di origine e qualità». Ma il mantenimento di un elevato standard qualitativo delle prestazioni e dei servizi offerti è impegnativo anche dal punto di vista delle riserse stanziate, come sottolinea Tortato: «La crescita delle nostre attività richiede una continuità di investimenti, che sono rivolti soprattutto alle risorse umane, al sistema informatico, agli automezzi e alle strutture immobi-


Un provider esterno attraverso la presenza sul territorio e lo sfruttamento di economie di scala, può fornire un servizio di qualità a un costo sostenibile

liari. Mantenere costanti gli investimenti ci permette di migliorare direttamente l’esecuzione dei servizi. E inoltre ci consente di intervenire tempestivamente, sulla base dei feedback che riceviamo dai nostri clienti. Cerchiamo anche di favorire le nuove idee». Le aziende che si rivolgono alla Generale Servizi sono prevalentemente imprese mediograndi, sia private che pubbliche, che cercano un partner capace di fornire un servizio fortemente personalizzato e sufficientemente strutturato e robusto per attutire i colpi di un mercato molto instabile. «Cerchiamo di essere un provider – spiega Paggiarin – che oltre al servizio garantisca un costo certo e una flessibilità operativa

e qualitativa». Proprio alla garanzia di qualità che vuole offrire l’azienda di Marcon attengono gli accurati sistemi di verifica: «La procedura di controllo si sviluppa in due momenti: controllo documentale e controllo fisico. Le persone incaricate al controllo con opportune deleghe provvedono a verificare la documentazione dei prodotti in bound (certificati di origine, composizione, lavorazione), assicurando la tracciabilità dei materiali. Successivamente, gli operatori procedono alla verifica fisica delle merci introdotte». I due soci concludono con una previsione che riguarda il futuro del settore trasporti, spiegando come affronteranno le imminenti trasformazioni a cui esso sarà sog-

getto: «Noi crediamo e stiamo investendo nel settore intermodale e lavoriamo con varie aziende partner, in grado di ricevere e spedire i container in porto e svolgere le attività di preparazione in-out dei prodotti in transito. Abbiamo inoltre investito nell’organizzazione delle spedizioni aeree, organizzando servizi di magazzino e collegamenti giornalieri con i più grandi aeroporti italiani e collaborando con compagnie aeree e handler di peso internazionale. In questo momento, complice la crisi, è difficile prevedere quali necessità si svilupperanno e prevarranno nel settore, ma questo Generale Servizi è preparata ad affrontare le nuove sfide che si presenteranno». VENETO 2011 • DOSSIER • 273


INFRASTRUTTURE

I multiservizi nel settore marittimo a tempo si afferma che l'Italia deve puntare di più sul settore marittimo, potendo contare molti chilometri di coste, e godendo di una zona geografica ideale, nel cuore del Mediterraneo. Ma non sempre le istituzioni sostengono l'esigenza delle imprese del settore, che avrebbero bisogno di investimenti sulle infrastrutture dei moli e di una burocrazia meno pesante. Abbiamo analizzato la situazione, con attenzione alla realtà del porto di Chioggia, insieme a Alfredo Calascibetta, titolare della Boriani Navigazione Srl, azienda con sede proprio a Chioggia, che opera da oltre vent'anni nel ramo marittimo, in campo armatoriale con linee proprie, principalmente sul bacino Mediterraneo e Mar Nero. Come vede la situazione di Chioggia? «Chioggia è stata trascurata per troppo tempo dai grandi vettori. La posizione è invidiabile ma per il suo porto è indispensabile avere delle strutture pubbliche e private consone al suo sviluppo futuro. Servirebbe una seria politica di sviluppo per il nostro lavoro iniziando dai dragaggi, un'emergenza che non è mai stata risolta in quaran-

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La strategia aziendale oggi gioca sui multiservizi: trasporti, logistica, movimentazioni sui maggiori porti nazionali, e project cargo con mezzi eccezionali. Alfredo Calascibetta analizza il settore marittimo auspicando una seria politica di sviluppo per il porto di Chioggia Manuel Zanarini

t'anni. Inoltre bisogna, una volta per tutte, completare l'area di Val da Rio, che da oltre trent'anni è il termometro per il decollo del porto, attrezzando adeguate banchine con pescaggi sufficienti al naviglio futuro che impiega sempre più navi di grandi dimensioni, spazi e magazzini adeguati. A Chioggia questo non è ancora avvenuto, anche se bisogna dare merito per l'impegno profuso all'Azienda Porto». Quale problema principale si riscontra in questa realtà? «Rimane sempre grave il problema dei fondali che continuano a penalizzare gravemente le nostre potenzialità di scalo marittimo. Il fondale è sempre stato un limite per lo scalo, compromettendo le nostre potenzialità. La politica locale è completamente assente». Che ruolo vede in futuro per Chioggia? «Una volta completata quest'opera di adeguamento, assumerebbe la veste che più gli compete di scalo per il Nord

Africa e il Medio Oriente, richiamando nuove linee che attualmente sono scomparse. Se a questo si aggiunge l'importanza commerciale di Venezia e della nostra regione, oltre che il futuro sviluppo di Porto Marghera, si può ipotizzare un roseo futuro per tutte le iniziative e il coinvolgimento del nostro porto tenendo ben presente che l'alto Adriatico, come sistema

In basso, Alfredo Calascibetta, titolare della Boriani Navigazione Srl. Nell'altra pagina, una fase di movimentazione merce www.borianisrl.it


Alfredo Calascibetta

portuale, ha elevate potenzialità di crescita. Dobbiamo ricercare tutte le soluzioni possibili integrando i porti di Venezia e Chioggia nella nostra laguna. Se tale integrazione avverrà, sarà un volano per lo sviluppo dell'occupazione locale». In quest’ottica, il terminalista svolgerà un ruolo centrale? «Il terminalista dovrà rilevare le attuali strutture complessivamente affrontando i nodi operativi e i problemi burocratici e doganali. Avremo così dei soggetti idonei e responsabilizzati ad interloquire e a risolvere i problemi quotidiani con la struttura pubblica, la dogana. Oggi le questioni non vengono affrontate con serenità di giudizi e conoscenze tecniche specifiche, tutto viene sottovalutato e ciò crea delle problematiche, che finiscono con l'allontanare la clientela». Quale strategia si sta rivelando vincente in momenti di crisi, come quello attuale? «La nuova strategia aziendale in questo periodo di crisi gioca sui multiservizi: trasporti, logistica, movimentazioni sui maggiori porti nazionali, e project cargo con mezzi eccezionali. Inoltre, offriamo operazioni terrestri che coprono tutta Italia e il Nord Africa. Abbiamo rappresentanze armatoriali e, in qualità di agenti marittimi, rappresentanze internazionali con primarie agenzie. Effettuiamo spedizioni aree in partnership con i

Intendiamo consolidarci ulteriormente con i nostri partner su La Spezia e Ravenna. Puntiamo su una nuova attività di sbarco e imbarco di contenitori, linee feeder, dato che il settore è destinato a svilupparsi

maggiori gruppi del mercato nazionale. Questa nuova impostazione si sta dimostrando vincente». È quindi importante operare su diversi porti? «La diversificazione dei nostri servizi, ci ha permesso di affrontare serenamente la crisi in corso operando su altri lidi. Siamo riusciti ad entrare in nuove realtà, cosa che ci ha permesso di assorbire in maniera soft il calo di lavoro e automaticamente un regresso del fatturato». Come è la situazione attuale del mercato? «La crisi economica ha colpito duramente la nostra categoria dalla metà del 2008 alla fine del 2010; ma, coniugando l'impostazione tecnica con il commer-

ciale, potenziando il parco clienti, sulla base dell'attuale ripresa in atto, registriamo numeri di spedizioni che evidenziano la nostra presenza sui mercati nazionali e internazionali». Quali sono i progetti da implementare nel prossimo futuro? «Intendiamo consolidarci ulteriormente con i nostri partner e aziende su La Spezia e Ravenna. Puntiamo su una nuova attività di sbarco e imbarco di contenitori, linee feeder, dato che il settore è destinato a svilupparsi. In un prossimo futuro ambiremo al mercato delle navi da crociera, mercato in continua crescita, con un'attività di nicchia date le nostre attuali limitazioni portuali».

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CANTIERISTICA NAVALE

Il Nord Est protagonista sulle navi da crociera Dal Padovano è nata una rete di imprese e artigiani rivolta al settore marine. Si è rivelata vincente l’intuizione di Piero Iemmolo, che con la società Ivm ha conquistato l’universo crocieristico toccando, nel 2010, il fatturato più alto degli ultimi 15 anni Aldo Mosca

artendo praticamente da zero, in soli quindici anni è riuscita a imporsi come una delle realtà societarie più interessanti e proficue sul settore delle costruzioni di navi da crociera. Una sfida tutt’altro che semplice, considerando che la Ivm nasce a Padova, città decisamente distante, anzitutto geograficamente, dai grandi business navali, e senza derivare da alcuna antecedente attività

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Nella pagina a fianco, l’ingegner Piero Iemmolo, seduto al centro, fondatore della Ivm Srl di Padova www.ivm-srl.com

d’impresa. «A metà degli anni Novanta pensavo all’idea di avviare un’iniziativa in questo settore – racconta l’ingegner Piero Iemmolo, patron della Ivm -. Un approfondito business plan e un piano industriale che analizzava il processo di crescita prevedibile, supportavano la decisione di avviare questa avventura imprenditoriale in un settore che iniziava a vivere una significativa ripresa dopo anni di forte stagnazione». I grandi

transatlantici avevano ovviamente risentito del “boom” aereo, ma l’economia, si sa, è altalenante, e alla fine del secolo si tornò a sviluppare un’importante domanda nei confronti del settore crocieristico. Così nacque Ivm? «Sì, con l’idea di inserirsi in un mercato di nicchia di alta gamma e qualificazione tecnologica. Noi, che nulla sapevamo delle tecniche di produzione tipiche della falegnameria, ci sa-


Piero Iemmolo

remmo occupati dell’allestimento di arredo degli interni di questi nuovi colossi del mare. Ci siamo da subito occupati degli allestimenti più complessi realizzando, come general contractor, i locali destinati ad aree pubbliche passeggeri, dunque ristoranti, teatri, discoteche, shop, penthouse suite, atri, piscine, centri fitness, spa, casinò, sale giochi e bar. Progetti complessi per design e per gli elevatissimi standard qualitativi, realizzati con la formula “chiavi in mano” partendo da semplici concept architettonici, definiti dalle diverse compagnie proprietarie delle navi, e sviluppati attraverso una dettagliata progettazione costruttiva ed esecutiva». Dove lavorate? «Ovunque, in Italia e all’estero. Installiamo presso i più importanti cantieri navali. In 8-10 mesi di lavoro vengono consegnati locali e spazi completamente allestiti e arredati in ogni dettaglio, di dimensioni rilevanti. Parliamo di 7-8mila metri quadrati per ciascun progetto. Tutti lavori di alto prestigio che hanno portato in giro per il mondo non solo il nostro marchio e la nostra capacità professionale, ma anche

È triplicato, rispetto al 2009, il volume di attività nelle componenti di business diversificati, come hotel e refitting, cui abbiamo deciso di indirizzare le nostre attenzioni tra la fine del 2008 e il 2010

lo stile, la qualità e il design di quel made in Italy che, in qualche caso, rasenta l’opera d’arte». Quindi gli ultimi anni sono stai molto soddisfacenti. «Sì, tutti i membri dello staff sono orgogliosi dei successi ottenuti in questi anni, non solo nei progetti di allestimento dei 60 nuovi Cruise Liners cui abbiamo partecipato, ma anche nella realizzazione di prestigiosi progetti di arredo di hotel e residenze di lusso in città come

Montecarlo, Ginevra e Miami. Non solo, abbiamo anche lavorato alla realizzazione di mega yachts, così come alla ristrutturazione e al riallestimento di 14 % navi da crociera già in servizio». Parliamo di cifre. Il 2010, FATTURATO Il volume di affari anno che certamente ha sudi Ivm è cresciuto bìto la recessione economica sensibilmente nell’ultimo biennio. in atto, cosa ha rappresentato Il 2010 ha chiuso con per voi? un aumento del 10% «È l’anno in cui abbiamo rag- relativo all’attività di allestimento per navi giunto il nostro record, rispetto da crociera rispetto al agli anni precedenti, sia in ter- 2009. Ma è nei nuovi settori, come hotel mini di volumi di produzione e rifitting, che si sono ottenute le che di fatturato, registrando un performance migliori +30% rispetto al 2009. Si è evidenziato un aumento di 10 punti percentuali nell’attività tradizionale, derivante dai progetti per gli allestimenti di nuove navi da crociera, ma risulta triplicato, rispetto al 2009, il volume di attività nelle componenti di business diversificati,

+30

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CANTIERISTICA NAVALE

LE RISORSE SU CUI PUNTARE on un indotto di oltre 200 addetti tra piccole imprese e realtà artigiane, Ivm continua a sostenere un modello di realtà produttive integrate. «Questa impostazione va alimentata specie nell’ottica di una progressiva diversificazione dell’attività. I risultati finora ottenuti ci lasciano ottimisti». Secondo Iemmolo, per le imprese europee e italiane, «non sarà possibile vincere la sfida dei prezzi e dei costi bassi rispetto a competitor di altri distretti economici nel mondo. Questa dura battaglia che non è più né regionale né nazionale, che non ha più confini di lingua né di cultura, potrà essere vinta solo con la determinazione e la forte volontà di accettare sfide impossibili. Occorrerà puntare sulla competenza professionale, sull’organizzazione, sull’efficienza e l’affidabilità dei sistemi e dei prodotti; vale a dire sulla qualità globale e sulle risorse umane, ricordandoci che l’uomo è la migliore materia prima che abbiamo e che spesso non sappiamo apprezzare e utilizzare».

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come hotel e refitting, cui ab- è rivelata vincente. E sul fubiamo deciso di indirizzare le nostre attenzioni tra la fine del 2008 e il 2010, in vista anche di possibili crisi del settore cantieristico». Dunque anche nel vostro caso la scelta di diversificare si

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turo, quali sono le sue prospettive? «La crisi globale inizierà a colpire nel prossimo biennio anche il settore della cantieristica navale che, come previsto, ne avverte gli effetti in ritardo rispetto agli altri comparti per via dei diversi cicli tecnici del prodotto. Le prime avvisaglie si avvertono già in questi mesi, e per questa ragione ci stiamo preparando alle possibili riduzioni di volumi di attività nell’ambito delle nuove costruzioni di Cruise Liners. Per questo diversifichiamo. Oc-

corre poi insistere con una maggiore penetrazione nei mercati esteri e nelle nicchie di mercato a elevato valore aggiunto». In concreto, su cosa investirete? «Stiamo rinforzando le nostre strutture interne con nuovi inserimenti e investimenti formativi, così come stiamo rimodellando l’attività di produzione e la diversificazione della “supply chain”. Nel nostro lavoro concorrono al successo quattro fattori fondamentali: progettazione, ricerca continua di nuove soluzioni tecniche e materiali, elevata capacità di coordinamento, programmazione e logistica. Ciascuno di questi elementi e il loro mix equilibrato trova nel fattore umano e nella capacità di essere team il vero alimento che dà impulso ed energia all’impresa. Le produzioni che dobbiamo realizzare vedono coinvolti diversi materiali e tecniche di lavorazione. Ecco perché negli anni, oltre a sviluppare le capacità della struttura interna, abbiamo allargato le nostre autonome potenzialità aggregando a Ivm altre piccole realtà produttive a elevata qualificazione, capaci di innovare in ciascuno dei settori di produzione che le caratterizza. Alcune di queste realtà sono da noi partecipate e controllate, altre sono a noi collegate con accordi di stretta collaborazione e partnership». Avete creato un network? «Sì, una rete di specializzazioni fortemente interconnessa con


Piero Iemmolo

un potenziale di circa 200 addetti tra interni e indotto. Abbiamo dato vita a quella che abbiamo definito “impresa allargata”. Ciò è stato possibile proprio per la nostra collocazione in un’area che appariva atipica per la cantieristica navale ma che, invece, proprio perché inserita al centro del cosiddetto Distretto del NordEst, ha potuto creare forti sinergie con altre imprese piccole, a volte artigiane, dotate di un’imprenditoria e di maestranze disponibili alle sfide più improbabili, con competenze di base di tutto rispetto». Da imprenditore, in che modo osserva la crisi economica in atto? «Quella che stiamo attraversando non sarà una crisi transitoria. Anche l’Italia, che pur aveva parametri economici diversi e più favorevoli rispetto a quelli di altri paesi, persino europei, non potrà agganciare una qualunque ripresa, qualora se ne presentasse l’opportunità, in quanto frenata da oltre 30 anni di scelte stataliste e di invadenza del potere pubblico nell’economia reale. Tutto questo ha di fatto bloccato e condizionato anche la stessa volontà di intraprendere. Vedo difficile, anche se non voglio ritenere impossibile, un cambiamento. Prova ne sia il dibattito in corso in queste settimane, tra “progetti di riforma” appena accennati e “riforma dei progetti” 24 ore dopo. Ma credo anche che

La crisi globale inizierà a colpire nel prossimo biennio anche il settore della cantieristica navale che, come previsto, ne avverte gli effetti in ritardo rispetto agli altri comparti per via dei diversi cicli tecnici del prodotto

non tutte le colpe siano della classe politica». Si riferisce alle responsabilità della sua categoria? «In questi 30 anni anche una certa parte di imprenditori ha abdicato al proprio ruolo positivo e al modo vero di fare impresa, magari urlando e battendo i pugni sul tavolo, quando serviva, piuttosto che

trovare più facile e meno rischioso attaccarsi alle giacche del potere o agli investimenti di borsa come fosse un gioco. Ma tant’è. Sono comunque certo che un giorno tornerà a prevalere il buonsenso in tutti noi e che tutti torneranno a fare il loro vero mestiere_ ritrovando un più corretto senso di responsabilità».

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CANTIERISTICA VENEZIANA

Le imbarcazioni veneziane tra storia e tecnologia Pur essendo il mezzo più conosciuto per muoversi a Venezia, la gondola rappresenta solo una delle imbarcazioni ancora utilizzate in laguna, eredità di una tradizione antichissima. I segreti e le prospettive della cantieristica veneziana dalla voce di Andrea e Luca Tagliapietra Guido Puopolo

S

tramandavano di padre in figlio i segreti della lavorazione dei legni, della dipintura e degli intagli decorativi, le imbarcazioni veneziane vengono ancora oggi realizzate da artigiani impegnati a preservare con grande passione questa speciale arte, affiancando però alle antiche tecniche di lavoro i più moderni strumenti tec-

nologici a disposizione. Proprio la passione, l’ingegno e la determinazione sono gli ingredienti alla base del successo del Cantiere Nautico Tagliapietra, che da più di quarant’anni opera all’interno della laguna, per garantire ai il meglio che la cantieristica di classe possa offrire. «Una storia che affonda le sue radici

Tender con tetto metalizzato realizzato dal Cantiere Nautico Tagliapietra di Venezia www.cantieretagliapietra.it

© photo pietrocarrieri.it

in dai tempi antichi la barca è stata un elemento fondamentale per lo sviluppo e la crescita di Venezia, strumento necessario per muoversi tra i canali che rendono questa città un gioiello unico al mondo. Costruite all’interno degli “squeri”, piccoli cantieri nei quali i maestri d’ascia si


Andrea e Luca Tagliapietra

nella veneziana genia di costruttori di barche in legno, e che da tre generazioni coinvolge direttamente la mia famiglia – racconta Dino Tagliapietra, titolare insieme ai figli Luca e Andrea - da quando cioè, nel 1968, mastro d'ascia e figlio d'arte, decisi di avviare l’attività». All’interno di Palazzo Fortuny, luogo carico di storia nel cuore del Canal Grande, inizia così a prendere forma il sogno di Tagliapietra di mettere a frutto le esperienze acquisite nei più prestigiosi cantieri veneziani. Attualmente la sede dei cantieri si trova all’interno del Consorzio Cantieristica Minore Veneziana, associazione fondata dallo stesso Dino Tagliapietra. «Col tempo la nostra produzione ha allargato i propri orizzonti tanto che, partendo dalle piccole imbarcazioni a remi, ci siamo specializzati nella costruzione di barche destinate al trasporto locale – prosegue Andrea Tagliapietra come taxi e ambulanze, ma anche barchini veloci, barche di rappresentanza per le istituzioni, i palazzi e gli hotel veneziani e imbarcazioni storiche, come il traghetto disegnato da Leonardo Da Vinci, fino ai più recenti tender per megayacht, i nuovi palazzi galleggianti». Non mancano inoltre i restauri di imbarcazioni parti-

Alle tecniche di costruzione più tradizionali abbiamo associato tecnologie moderne, per poter accontentare l’armatore più tradizionale ma anche i committenti più audaci

colari, costruite con il mogano e altri legni pregiati, che scrupolosi armatori desiderano riportare agli originali splendori, e per le quali si usano tutte le conoscenze tecniche tradizionali: «Senza dubbio merita una citazione uno dei nostri ultimi lavori, incentrato sul restauro e sull’apposito adeguamento della barca utilizzata da Papa Benedetto XVI per i suoi spostamenti durante

la recente visita a Venezia. Una grande responsabilità, che ci ha reso però molto orgogliosi e che dimostra, ancora una volta, la grande qualità delle nostre lavorazioni», sottolinea Luca Tagliapietra. Caratterizzati dalla ricerca di un design sobrio ed elegante, gli articoli che escono dal cantiere sono tutti accumunati dalla grande funzionalità, che rende ogni barca adatta a soddisfare qualsiasi esigenza, sia essa il piacere di una bella giornata in mezzo al mare o il trasferimento degli ospiti di un lussuoso hotel: «Alle tecniche di costruzione più antiche abbiamo associato tecnologie moderne, per poter accontentare tanto le richieste dell'armatore più tradizionale quanto i desideri degli architetti e dei committenti più au- VENETO 2011 • DOSSIER • 281


© photo pietrocarrieri.it

CANTIERISTICA VENEZIANA

Siamo specializzati nella costruzione di barche destinate al trasporto locale, come taxi e ambulanze, ma anche barchini veloci, barche di rappresentanza e imbarcazioni storiche

daci. Chi si rivolge a noi – pro- non può prescindere dalla se-

Nelle immagini, altre realizzazioni del Cantiere Nautico Tagliapietra

segue Luca Tagliapietra - può inoltre contare su un eccellente servizio di assistenza motoristica e meccanica, con operatori in grado di intervenire in tempi rapidissimi e di operare con efficacia su motori benzina, diesel e sui più innovativi motori a gpl marino». In cantiere la ricerca della qualità

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lezione del legname, con particolare attenzione rivolta alla ricerca delle migliori venature e tonalità, e di legni stagionati in maniera artigianale. «Solo seguendo particolari accorgimenti sarà possibile realizzare imbarcazioni in legno belle e confortevoli – specifica Luca Tagliapietra - Ogni legno e

ogni venatura possono trovare il loro impiego ottimale all’interno dell’imbarcazione, per le chiglie, le ruote di prua o ancora per il trincarino del mascone». In un'economia sempre più globalizzata e influenzata dagli scenari internazionali, quello che i Cantieri Tagliapietra stanno cercando di fare, attraverso la loro attività, è promuovere e rivalutare le specificità e le peculiarità locali, grazie anche al supporto delle istituzioni, molto sensibili a questi temi. «La Regione Veneto ha sostenuto finanziariamente un importante progetto volto proprio alla valorizzazione delle imbarcazioni tipiche veneziane. Questo è stato, per noi, un gesto di grande valore – conclude Andrea Tagliapietra - perché significa che la qualità artigianale delle lavorazioni realizzate dalle aziende della laguna è promossa e riconosciuta anche come strumento di crescita economica, capace di coniugare in sé tradizioni e cultura millenaria». Un patrimonio da tutelare, dunque, per cercare di non disperdere secoli di storia e passione, come suggerisce Andrea Tagliapietra: «Saranno le nuove generazioni di artigiani, che all’interno delle nostre strutture affianchiamo passo dopo passo alla scoperta di questa nobile arte, che nel futuro avranno l’onere e l’onore di proseguire quest’opera affascinante».


IL SETTORE NAVALE

Si evolve la tecnologia delle imbarcazioni Nuove attrezzature e nuovi metodi di lavorazione hanno consentito alla Lmd Spa di specializzarsi nella costruzione non solo di dighe e banchine, ma anche di porti, scogliere e opere di difesa della costa. Il punto di Roberto Boscolo Anzoletti Emanuela Caruso

Roberto Boscolo Anzoletti, presidente della Lmd Spa di Malcontenta (VE). Nelle altre foto, la motonave Alfredo recentemente costruita dall’azienda www.lmdspa.it

ei primi decenni del Novecento l’attività che occupava giorno e notte i popoli lagunari consisteva nel prelevare la sabbia dei fiumi per trasformarla in sabbia da costruzione. I cosiddetti

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sabionanti vivevano nelle barche a vela da lavoro, i burchi, e per scavare la sabbia utilizzavano il bailon, una tecnica che prevedeva l’uso di un palo in legno con attaccata una sacca di tessuto. Questo palo veniva spinto sul fondale e poi scari-

cato a bordo a mano. Può sembrare incredible, ma è da qui che sono nate le moderne benne da dragaggio e sempre da qui le grandi aziende del settore navale e marittimo hanno attinto le basi per far crescere le proprie attività. È il


Roberto Boscolo Anzoletti

caso della Lmd Spa, sorta nella provincia di Venezia e partita come impresa familiare di sabionanti. «Siamo riusciti a farci strada in questo settore esclusivo e competitivo – commenta Roberto Boscolo Anzoletti, presidente della società – grazie alla nostra capacità di innovare le tecnologie usate fin dall’inizio dell’attività e allo staff altamente qualificato che opera con precisione e dedizione». Siete quindi riusciti a migliorare l’attività seguendo il naturale sviluppo del settore navale e concentrandovi in particolar modo sull’innovazione tecnologica. Come si è evoluta nello specifico la tecnologia della Lmd? «Il primo vero step evolutivo lo abbiamo vissuto negli anni 60, quando il boom economico rese possibile trasformare tutte le barche in legno in barche a motore. La conseguenza naturale è stata investire in attrezzature che completassero queste nuove barche, come ad esempio le prime gru meccaniche-manuali che scavavano con argani motorizzati, ma che dovevano essere ruotate manualmente. Le tecnologie usate a quei tempi erano del tutto “a vista” e hanno permesso all’azienda di cominciare ad ampliare la gamma di attività. Negli anni 80, poi, siamo passati dai mezzi con stive di carico ai moto pontoni in acciaio, equipaggiati con i primi escavatori completamente automatizzati e utilizzati per la costruzione di banchine e dighe. Arrivati a

In questo periodo i bandi d’appalto puntano al massimo ribasso e non salvaguardano il lavoro svolto da aziende redditizie e serie

questo punto i nuovi metodi tecnologici hanno iniziato a moltiplicarsi e sono comparsi i vibroinfissori, le motobette e gli escavatori computerizzati e dotati di sistemi GPS, che hanno portato all’esecuzione di dragaggi con precisione centimetrica. Queste nuove attrezzature e i nuovi metodi di lavorazione hanno consentito all’azienda di specializzarsi nella costruzione non solo di dighe e banchine, ma anche di porti, scogliere, opere di difesa della costa, e di ripascimenti». Come affrontate la fase produttiva? «La fase produttiva è in realtà un momento di intensa sinergia e collaborazione tra direzione aziendale, tecnici, reparto commerciale e amministrativo, e personale in campo, sia edile che marittimo. Questa unione di intenti

ci permette di affrontare le difficoltà che appaiono puntualmente durante qualsiasi commissione. I nostri cantieri sono presenti in tutta l’Italia e prevedono vari tipi di azione: salvaguardia lungo i litorali di Veneto, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Lazio, Puglia e Calabria; bonifica nelle aree industriali di Marghera; manutenzione lungo i fiumi navigabili, quindi Brenta, Adige e Po; lavori di ripristino nelle isole e nei canali di Venezia. Inoltre le grosse aziende estere ci stanno coinvolgendo in maniera sempre più assidua in nuovi e ambiziosi progetti, come il rigassificatore di Porto Levante e la proposta della Saipem di operare sulle piattaforme oceaniche». Dopo anni di evoluzione, ma anche anni di crisi, qual è la situazione attuale del mer-

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IL SETTORE NAVALE

LE GARE D’APPALTO evoluzione che nel corso degli anni ha migliorato l’attività della Lmd non h agito solo a livello delle tecnologie di lavorazione, ma anche a livello di settori verso cui rivolgere la propria attenzione. Se infatti all’inizio le maggiori commissioni venivano dai privati, col tempo l’azienda ha ottenuto sempre più incarichi dal settore pubblico e ha dovuto imparare a gestire e vincere le gare d’appalto. La direzione aziendale seleziona i bandi a cui partecipare considerando l’entità e la tipologia, cioè se una gara coinvolge solo il mercato nazionale o anche quello estero, se prevede la tutela assoluta dell’ambiente e se garantisce la sicurezza degli operatori. Inquadrato il bando più interessante, entrano in gioco l’ufficio gare, che segue la parte documentaleamministrativa della commissione, e l’ufficio tecnico, che si occupa della gestione delle risorse, ovvero del personale e dei mezzi. Dopo aver valutato la fattibilità dei lavori sia dal punto di vista tecnico-operativo sia da quello economico, viene offerto il prezzo di gara che, se accettato, dà il via alle operazioni vere e proprie.

L’

cato di riferimento?

«Il mercato italiano, dopo un periodo di grande espansione, è ora in stallo a causa della crisi economica mondiale. Molte aziende del nostro settore, e tante con cui abbiamo avuto ottime collaborazioni, si sono eclissate dal mercato. Quelle

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rimaste non assumono, non investono in tecnologie e in strategie vincenti, e quasi non hanno lavoro. Anche la Lmd ha dovuto fare i conti con una situazione che non offre più gli innumerevoli sbocchi del passato e che diventa sempre meno competitiva. Stanno inoltre tornando alla ribalta i bandi di appalto al massimo ribasso, che di certo non premiano aziende come la nostra, impegnate da sempre nella ricerca e nel miglioramento». Proprio durante il periodo di crisi economica, però, avete presentato al mondo intero la motonave Alfredo. Quali sono le sue caratteristiche principali? «La M/N Alfredo è una nave a tutto ponte unica nel suo genere sul territorio nazionale. È stata progettata e costruita con dimensioni che la rendono ideale sia per lavorare in alti fondali che in bassissimi fondali. I suoi sistemi di ormeggio sono formati da due piloni che le permettono di ancorarsi rapidamente su ogni tipo di fon-

dale, e il sistema di posizionamento automatico su quattro ancore le assicura di mantenere una determinata posizione GPS centimetrica variando la tensione dei cavi di ormeggio e di raggiungere qualsiasi posizione semplicemente digitando le coordinate su un computer dedicato. È una nave altamente automatizzata, soprattutto per quanto riguarda la gestione della zavorra e il controllo dei motori, completamente computerizzati. È equipaggiata con una gru per le operazioni a mare da 200 tonnellate di sollevamento, dotata di apparecchiature per lo scavo e la posa di oggetti con estrema precisione, avente un braccio di 33 metri , e anche di alloggi per 35 persone dotati di ogni comfort possibile». A quale tipo di operazioni è destinata la motonave Alfredo? «L’Alfredo è abilitata alla navigazione internazionale illimitata, caratteristica che unita all’annotazione Green Star Design 3, che ne certifica le qualità ecologiche, ci consentirà di aumentare il nostro raggio d’azione. È stata studiata per portare a termine svariate tipologie di operazioni, tra cui assistenza specialistica con presenza di personale tecnico, posa o recupero di materiali, infissione di pali e palancole, carico e trasporto di materiali solidi e di dragaggio, e raccolta e trasporto conto terzi di rifiuti speciali non tossici e non nocivi».


POSITIVO IL PIANO CASA • Il Veneto è la regione in cui il “Piano casa” ha prodotto più domande, oltre 23.000. Al via il testo bis. Interviste a Marino Zorzato e a Luigi Schiavo. • Le problematiche legate allo snellimento procedurale nella fase di esecuzione delle opere. Intervista a Sergio Santoro.


EDILIZIA

Piano casa, al via il testo bis La Regione approva le modifiche al piano casa e Marino Zorzato, vicepresidente e assessore al Territorio della Regione Veneto assicura: «Abbiamo migliorato la legge, coniugando i bisogni dei cittadini e il rispetto del territorio» Renata Gualtieri opo un dibattito serrato la maggioranza ha approvato la modifica della legge regionale sul piano casa, che contiene la proroga dell’applicazione della norma sino a luglio 2013 e i nuovi ambiti di attuazione. Particolar-

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mente soddisfatto il vicepresidente Zorzato, perchè «è stata approvata una legge che valorizza il territorio e non lo deturpa affatto, come qualcuno sostiene, consentendo ai cittadini di migliorare la qualità del patrimonio edilizio esistente, favorendo un risparmio energetico com-

plessivo e rilanciando l’economia locale» e che ha dato risposte concrete alle concrete esigenze della popolazione veneta. In cosa è stato migliorato il piano? «Il testo non contiene solo la proroga dell’applicazione della norma per ulteriori due


Marino Zorzato

anni, sino a luglio 2013, ma anche nuovi ambiti di attuazione, tali da rendere davvero più “coraggioso” questo nuovo testo. Della legge è rimasto il principio ispiratore posto al centro del nostro operato: il cittadino con i suoi bisogni, le cui richieste debbono essere coniugate con la necessità di rilancio economico delle nostre aziende, nel rispetto e salvaguardia del territorio». Finisce l’anarchia urbanistica? «Non ritengo ci sia anarchia urbanistica. Si interviene sempre, come indicato anche nella precedente legge, sul già edificato, qualificandolo e migliorandolo. Accanto al 20 % della cubatura esistente, si aggiunge la possibilità di un ulteriore

ampliamento del 10% per l’utilizzo di energie rinnovabili e del 15% per interventi di riqualificazione dedicati al risparmio energetico». Che interventi sono previsti nelle aree agricole? «Per le aree agricole resta valido quanto indicato nella precedente legge. Siamo per mantenere e preservare il territorio agricolo, anche per il miglioramento della qualità fondiaria». Veneto City è considerato un esempio di urbanistica contrattata che dà grande responsabilità agli enti locali e pone le basi per uno sviluppo strategico della regione. Qual è la sua opinione? «Saranno fatte attentamente tutte le valutazioni da parte degli uffici competenti. Per

quanto riguarda le politiche territoriali ma non solo, il tema dello “sviluppo sostenibile” è il filo conduttore dell’azione del governo regionale. E questa direttrice di marcia procede parallela all’impegno a “fare rete” fra tutti i livelli istituzionali che la Regione sta portando avanti».

Marino Zorzato, vicepresidente e assessore con delega a Territorio, cultura, affari generali, sport, sistemi informatici ed e-government della Regione Veneto

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EDILIZIA

La qualità dell’abitare Il trend di crescita delle domande presentate testimonia che il piano casa dà segnali positivi. Era quindi automatico chiederne la proroga e la revisione ma, sottolinea il presidente Ance Veneto, Luigi Schiavo, con un approccio più coraggioso Renata Gualtieri

l piano casa, nato con l’intento di riqualificare il patrimonio edilizio esistente e dare sostegno a un settore vitale per l’economia e l’occupazione regionale, secondo i dati dell’Osservatorio congiunturale sul mercato delle costruzioni, si è rivelata una boccata d’ossigeno con oltre 23.000 domande presentate, 720 milioni di investimenti attivati o attivabili, 650 relativi al residenziale. Il presidente Ance Veneto, Luigi Schiavo, sottolinea però che non basterà solo il piano casa bis ma che «le imprese edili si tireranno fuori da sole dal trend negativo, cambiando il modo di aggredire il mercato». Con quali intenti è stata attuata la legge 14/2009, prima versione del piano ora modificato? «L’iniziativa è partita due anni fa dalla Regione Veneto con l’obiettivo di rilanciare un settore, quello delle costruzioni, in forte difficoltà, sfruttando un’esigenza che le nostre città evidenziano già da qualche tempo: intervenire sull’esi-

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Luigi Schiavo, presidente di Ance Veneto

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stente, riqualificare gli immobili più vecchi, quelli costruiti dal dopo guerra agli anni 70, che oggi appaiono assai distanti rispetto agli standard di comfort e di sostenibilità energetica che il mercato richiede. La proposta è stata, quindi, fatta propria dal governo ed estesa alle altre regioni. Venne inizialmente ribattezzata “legge anti-catapecchie”, proprio a sottolineare la sua funzione di recupero e riqualificazione delle aree urbane più degradate, con un occhio attento al concetto di qualità dell’abitare, su cui in questi ultimi anni si sono manifestate molte idee innovative. Il piano casa offre l’opportunità di sperimentare queste nuove idee». Perché si è chiesta una sua proroga? «Dopo un avvio incerto, i Comuni hanno avuto una crescita esponenziale delle domande nell’ultimo periodo, in particolare negli ultimi 6 mesi. Un effetto prevedibile. Intervenire sulla propria abitazione richiede un periodo di riflessione, di pianificazione. Il Veneto è la regione in cui sono state presentate più domande: oltre 23.000. Al secondo posto, e ben distaccata, la Sardegna con poco più

di 5.000 istanze. Il trend di crescita testimoniava che la prima versione del piano rispondeva a una richiesta esplicita dei cittadini. Era quindi automatico chiederne la proroga e la revisione con un approccio un po’ più coraggioso. La vecchia legge non contemplava i centri storici, ma, fatti sempre salvi gli edifici di pregio, ci sono molti immobili che i Comuni definiscono privi di protezione e su cui sarebbe opportuno intervenire, sempre in una logica di riqualificazione». Quali modifiche del piano casa bis rischiano di bloccare migliaia di domande già presentate dai cittadini ai comuni? «Abbiamo contestato l’emendamento che distingue tra prima e seconda abitazione, frutto di un’attività di opposizione sterile e strumentale e tutt’altro che dettata da approfondite preoccupazioni urbanistiche. La distinzione rischia di creare effetti discriminanti e pasticci giuridico-amministrativi. I primi nodi sono già venuti al pettine: riguardano le pratiche presentate in forza della vecchia legge sul piano casa che ora rischiano di saltare. Centinaia di domande


Luigi Schiavo

già avanzate, riguardanti edifici diversi dalla prima casa, di fatto sono ora sono bloccate sino al 30 novembre con il rischio plausibile che siano cancellate. Quei cittadini, che avevano magari già preso accordi con le banche, e che erano in attesa di partire con la ristrutturazione ora dovranno restare fermi per quattro mesi nella migliore delle ipotesi, con il serio rischio, però, che la pratica venga respinta dal momento che il nuovo piano dà ai Comuni, deliberando entro il 30 novembre, la facoltà di porre limitazioni anche alle seconde case al di fuori dei centri storici. Aspetto, quest’ultimo, non contemplato dalla vecchia legge». L’allarme sul pericolo di cementificazione è stato solo un pretesto? «La legge contiene tutti i meccanismi di salvaguardia contro i rischi di una cementificazione, che è un problema che non si è verificato con il primo piano. In centro storico, ad esempio,

Gli investimenti in infrastrutture sbloccheranno una grande quantità di risorse per un “new deal” tutto veneto e italiano

essa si applica soltanto agli edifici con protezione zero, quelli per cui i Comuni hanno già stabilito la possibilità di demolizione e ricostruzione. La ratio del piano casa è intervenire sull’esistente con l’obiettivo di migliorarlo, non creare nuove lottizzazioni. Il fardello storico della cementificazione pesa invece proprio su quei Comuni che in passato hanno fatto scelte sbagliate nella pianificazione urbanistica». Basterà il testo bis a invertire il trend negativo o sarà necessario intervenire con un piano di opere pubbliche? «Le imprese edili si tireranno fuori da sole dal trend negativo, cambiando il modo di aggredire il mercato. Stiamo vivendo una crisi strutturale. Non ci sarà più un ritorno al passato. L’economia nel prossimo futuro si baserà su mo-

delli nuovi: innovazione dei processi aziendali e dei materiali, sostenibilità, aggregazione e reti d’impresa. C’è poi sicuramente il nodo delle infrastrutture. Il Veneto ha un assoluto bisogno di nuove opere in grado di sorreggere la capacità produttiva e la dinamicità del suo territorio: alta velocità ferroviaria, il sistema ferroviario metropolitano regionale, le autostrade e le superstrade (Valdastico Nord, Pedemontana Veneta, Romea Commerciale), i porti. Si tratta di infrastrutture necessarie a fare della nostra regione una formidabile piattaforma logistica europea. Gli investimenti in infrastrutture, oltre a rispondere a precise logiche economiche, sbloccheranno una grande quantità di risorse per un “new deal” tutto veneto e italiano».

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EDILIZIA

Un nuovo modo di fare edilizia edilizia moderna, soprattutto quella destinata all’uso abitativo privato, deve rispondere a canoni di vivibilità degli spazi ed esigenze specifiche strettamente connesse ai cambiamenti sociali. Oggi, infatti, si tende a trascorrere la maggior parte del tempo fuori dalle proprie abitazioni e la casa viene vissuta come un vero e proprio ‘rifugio’ in cui ripararsi dagli stress della quotidianità e dai suoi ritmi frenetici. E se da questo punto di vista l’ambiente domestico diventa uno spazio da progettare e vivere in maniera ancora più ‘emozio-

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Al centro, Franco Lavina, socio fondatore della Lavina Costruzioni, insieme alle figlie Serena (a sinistra), Ad della società e Vania, direttore tecnico. Nella pagina a fianco, una fase di canterizzazione e lo staff tecnico www.lavinacostruzioni.com

nale’, dall’altro si impongono esigenze di contenimento e ottimizzazione di costi, risparmio energetico e sicurezza a cui l’edilizia non può che rispondere utilizzando le soluzioni che le moderne tecnologie mettono a disposizione. In questo qua298 • DOSSIER • VENETO 2011

Il settore edile cambia e cerca di rispondere a standard abitativi orientati a una maggiore vivibilità degli spazi, contenimento dei consumi energetici, comfort e sicurezza. Approfondiamo l’argomento con Serena Lavina della Lavina Costruzioni Erika Facciolla

dro si inserisce perfettamente l’esperienza della Lavina Costruzioni, azienda bellunese che opera nel settore sin dal 1963. Il core business dell’impresa è sempre stato nella costruzione, ristrutturazione di fabbricati civili e industriali nella provincia di Belluno, ma anche in Friuli e Trentino. Innovazione, specializzazione e ricerca di soluzioni sempre più all’avanguardia sono le caratteristiche di questa realtà di cui ci parla l’amministratore delegato Serena Lavina. Qual è il tratto distintivo con cui siglate ogni lavoro? «La nostra impresa ha sviluppato un buon know how rispetto alle complesse normative del settore. Credo che i fattori distintivi derivino da un ufficio tecnico molto preparato, con personale che viene aggiornato continuamente rispetto alle novità del mercato quanto a materiali, cantieristica, tecnologie costruttive, controllo dei costi e della tempistica; si affianca a questo la fortuna di avere ancora uno zoccolo duro di maestranze capaci e tradizio-

nalmente legate al proprio lavoro. Nel settore civile, credo poi sia molto importante la parte legata al controllo dei costi e alla tempistica. Unite a ciò, vantiamo un servizio di assistenza post vendita eccellente». Cosa è cambiato nell’ultimo decennio nella definizione degli spazi abitativi? «Credo sia cambiato il modo di vivere e intendere la casa. Tutto è stato stravolto soprattutto grazie alla maggiore conoscenza dei clienti finali che oggi giorno si informano moltissimo prima di acquistare. Nella nostra esperienza ho notato sicuramente maggiore attenzione alle zone di “relax” come il bagno o gli spazi esterni. La gente ha bisogno di vivere la propria casa soprattutto nei momenti in cui rientra dal lavoro e di essere un po’ “coccolata” anche da colori, materiali e finiture». Che tipo di riscontro ottengono nel mercato veneto le nuove tecnologie applicate all’edilizia per innalzare i livelli di comfort, risparmio energetico ed


La tecnologia Bus consente di utilizzare l’impianto elettrico in modo da soddisfare le esigenze delle persone che vivono molte ore fuori casa, riuscendo a ottenere in modo flessibile e veloce degli scenari interessanti

ecocompatibilità? «Siamo convinti che solo la strada dell’innovazione tecnologica possa apportare un vero valore aggiunto al mercato delle costruzioni. Il mercato bellunese è molto variegato nella sua composizione; ci sono delle aree in cui la conoscenza dei clienti rispetto a queste tecnologie è degna di tecnici del settore e ci permette di lavorare davvero con soddisfazione proponendo soluzioni innovative sempre affiancate al controllo dei costi». Il primo complesso residenziale bellunese con tecnologia Bus è stato realizzato proprio dalla Lavina costruzioni. In cosa consiste questa tecnologia?

«Si tratta della possibilità di utilizzare l’impianto elettrico in modo da soddisfare le esigenze delle persone che vivono molte ore fuori casa, riuscendo ad ottenere in modo flessibile e veloce degli scenari interessanti. Nella nostra provincia vedo che questa tecnologia viene richiesta non tanto per scopi legati al benessere come ad esempio l’abbassamento delle luci a determinate ore, l’accensione dell’impianto di filodiffusione ad orari predefiniti, quanto per comodità reali come il controllo dei carichi, la chiusura o apertura contemporanea delle tapparelle, l’accensione del riscaldamento a determinati orari, l’avvio degli elettrodomestici a distanza

e così via». Quali strategie andrebbero messe in campo per far sì che il settore edile torni a essere uno dei pilastri dell’economia del nostro Paese? «Per quanto riguarda l’edilizia privata, sarebbe importante aumentare i vantaggi fiscali per gli utenti finali. Un secondo aspetto è rappresentato dai tempi di rilascio delle autorizzazioni. Se parliamo di interventi legati al commercio, ad esempio, i tempi di attesa sono troppo lunghi e spesso diventano economicamente svantaggiosi per imprenditori. Ricordiamo che la provincia di Belluno è vincolata a vario titolo per il novantacinque per cento della sua superficie». VENETO 2011 • DOSSIER • 299


EDILIZIA

edilizia è un settore che presenta diversi aspetti peculiari. Se, da un lato, le vendite subiscono da tempo una certa flessione, le innovazioni nelle costruzioni sono in costante progressione. L'aspetto ambientale è diventato centrale, a causa del forte impatto che un'edilizia poco controllata ha avuto nei decenni passati. Si cercano soluzioni che abbinino un'estetica accattivante con l'esigenza di uniformare le nuove costruzioni con l'ambiente circostante, puntando anche a una resa energetica significativa. Ci siamo confrontati su queste evoluzioni con Mirco Pegoraro, amministratore delegato della Geoplast spa, azienda fondata nel 1974 che opera oggi su vasti settori e con sei divisioni aziendali: edilizia, casseforme, verde, acqua, sport e ambiente Quali sono stati i principali cambiamenti nel settore dell'edilizia? «Stiamo assistendo ad un cambiamento significativo riguardante le tecnologie, le tecniche costruttive e i materiali impiegati con un positivo orientamento verso un’edilizia di migliore qualità, a minore impatto ambientale, più performante ed energeticamente più efficiente». Come devono comportarsi le aziende, in questo nuovo scenario?

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L’edilizia riduce il suo impatto ambientale Il settore dell'edilizia sta puntando alla qualità e a una forte riduzione dell'impatto ambientale, fornendo performance più efficienti. Il punto di Mirco Pegoraro Manuel Zanarini

«Devono vedere con luce nuova la propria mission. Una nuova visione che deve spingere le aziende a fare ricerca sui prodotti, migliorando le perfomance tecniche degli stessi». Qual è l'aspetto centrale su cui le aziende devono puntare, per crescere? «Una costante attività di aggiornamento e formazione dei dipendenti, dei collaboratori e dei propri partner commerciali, al fine di poter fornire

sempre maggiori competenze tecniche». Quindi oggi non basta vendere, ma è necessario fornire anche ulteriori servizi? «La formazione continua è un punto cardine del nostro modo di operare perché vogliamo persone preparate sul campo che sappiano dare delle risposte fornendo soluzioni, non una semplice vendita di un prodotto, che per sua natura, tra l'altro, richiede di essere veicolato assieme ai suoi conte-

Mirco Pegoraro, amministratore delegato Geoplast Spa www.geoplast.it


Mirco Pegoraro

nuti tecnici, in modo preciso e completo». Quindi bisogna puntare a fornire risposte tecniche puntuali e chiare. «In questo modo la clientela si fidelizza al prodotto e all'azienda fornitrice. Spesso la richiesta del cliente inizia con la fornitura dei materiali tradizionali, ma proporre nel modo corretto prodotti innovativi e ad alto contenuto tecnico, mettendone in evidenza i vantaggi in termini di funzionalità permette, da un lato di ampliare le forniture e dall’altro di creare un rapporto di fiducia tra azienda e cliente». Gli investimenti sulla formazione sono quindi determinanti? «Geoplast, fin dalla sua fondazione, ha come mission quella di studiare e realizzare prodotti ad alto contenuto tecnico che contribuiscano al miglioramento delle tecniche costruttive. Fondamentale, pertanto, si rivela l’aggiornamento tecnico professionale e in questa direzione organizziamo seminari, presso i clienti e nella sede aziendale, rivolti agli addetti, ai tecnici e ai progettisti che costituiscono importanti momenti di formazione e aggiornamento professionale e che si rivelano, poi, forti plus in fase di gestione delle vendite. Per la formazioni in house è stata realizzata un sala convegni da 60 posti per la gestione di queste attività formative, un investimento consistente ma che ci da risultati molto soddisfacenti».

Nel mercato c'è spazio per questo genere di offerta? «Noi offriamo progetti completi per l’ottimizzazione del cantiere: analisi di fattibilità, la progettazione della posa in opera, l’esecuzione dei calcoli statici, la quantificazione dei materiali di consumo, l’assistenza costante e continua anche in cantiere. Le aziende più attente hanno capito che si tratta di un valore aggiunto. Quindi, anche se i prodotti tradizionali di consumo a basso contenuto tecnologico, sono

quantitativamente prevalenti, le proposte più qualificate e tecnicamente valide trovano il loro importante spazio, sia da un punto di vista dei fatturati sia delle marginalità». In questo quadro, anche il ruolo dei rivenditori è mutato? «Certamente si. La parcellizzazione di cantieri e lavorazioni fa accrescere, infatti, la loro importanza in quanto punto di presidio del territorio, in grado di seguire un elevato numero di cantiere e forniture». VENETO 2011 • DOSSIER • 301


MATERIALI PER L'EDILIZIA

L'edilizia verso la tutela dell’ambiente

Il settore edile punta sulla qualità, sulla ricerca e sulla sostenibilità ambientale. Alberto Arnavas illustra i progressi registrati nella qualità dei materiali e nella sicurezza delle realizzazioni

a crisi ambientale che sta vivendo il pianeta dovrebbe spingere tutti a prestare sempre più attenzione al proprio impatto inquinante. Alcuni settori produttivi sono più coinvolti di altri in questo processo. Tra questi vi è certamente l'edilizia, che incide in modo significativo sul territorio e sulla qualità della vita. Da qualche anno si registrano progressi importanti sotto tale aspetto, garantiti anche da una maggiore cura della qualità dei materiali utilizzati e della sicurezza dei processi e delle realizzazioni. Abbiamo analizzato gli ultimi sviluppi del settore insieme ad Alberto Arnavas, Direttore Generale di Basf Construction Chemicals Italia Spa, nonchè Direttore delle operazioni per Basf Construction Chemicals in Europa. Nello stabilimento aziendale di Tre-

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Alberto Arnavas, Direttore Generale di BASF CC Italia Spa, con sede a Treviso, e Direttore delle Operazioni BASF CC Europa. Nelle altre immagini, alcuni ambienti di lavoro www.basf-cc.it www.basf.com

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Manuel Zanarini

viso vengono prodotti e commercializzati prodotti chimici per l’industria delle costruzioni, come additivi per calcestruzzi, polimeri e prodotti in polvere. Quanto viene premiata dal mercato attualmente la diversificazione dell'offerta? «È un aspetto fondamentale. Bisogna soddisfare moltissime esigenze particolari. Basf in Italia fornisce un'amplissima gamma di prodotti: prodotti chimici, materie plastiche, prodotti di nobilitazione, agrofarmaci, prodotti della chimica fine nonché petrolio e gas. Nello specifico settore dei prodotti chimici per l’edilizia è importante saper “ inventare” rapidamente prodotti nuovi e soluzioni ad hoc che incontrino le esigenze specifiche di un mercato molto esigente e molto frammentato». Le sfide lanciate dalla globalizzazione e dall'inquinamento ambientale sono molte e importanti. Come pensa che vi si debba rispondere? «Bisogna puntare sulla qualità, sulla costante ricerca e sulla sostenibilità ambientale. L'obiettivo deve essere non solo quello

di fornire ottimi prodotti e favorire l'efficienza energetica, ma anche aiutare i clienti a risparmiare energia grazie a soluzioni innovative, preservazione delle risorse, protezione del clima e dell’ambiente». Quanto è importante la ricerca in questo senso? «È un aspetto centrale. Nello stabilimento di Treviso abbiamo un laboratorio di ricerca all'avanguardia, all'interno del quale curiamo la formazione interna ed esterna, concentrandoci su alcuni aspetti particolari, come sostenibilità ambientale, minimizzazione del consumo energetico necessario ai processi di produzione, costruzione e consumo dei materiali, implementazione della sicurezza dei procedimenti di posa in opera». Esiste un progetto particolarmente significativo? «Il fiore all'occhiello è rappresentato dall'impianto pilota di macinazione che simula un reale impianto di produzione del cemento, in cui vengono testati i prodotti che hanno già superato la “prova del laboratorio”».


Alberto Arnavas

La tutela dell'ambiente è quindi centrale nell'evoluzione del settore? «Sicuramente sì. Fin dal 1992 abbiamo aderito al programma Responsible Care ®, che in Italia è gestito da Federchimica, tanto che attualmente facciamo parte della Commissione Direttiva del progetto». Cosa comporta aderire a tale progetto? «Le imprese chimiche, attraverso le loro federazioni nazionali, si impegnano a lavorare insieme per migliorare continuamente la prestazione dei prodotti e dei processi nelle aree di salute, sicurezza e ambiente». A livello internazionale esistono certificazioni relative alla qualità ambientale dei prodotti? «Certamente. Noi abbiamo ottenuto, nel 1992, e come prima azienda del settore, la Certificazione di Qualità Certichim Uni En Iso 9001; nel settembre 2003, abbiamo ottenuto anche la Certificazione Ambientale Uni En Iso 14001; inoltre disponiamo delle certificazioni necessarie per la Marcatura Ce dei nostri prodotti: additivi per calcestruzzo e malte, prodotti e sistemi per la protezione e riparazione delle strutture in calcestruzzo, malte da muratura». Questa continua attenzione alla qualità e all'ambiente richiede anche una costante focalizzazione sull'innovazione? «L'innovazione è una delle chiavi per agire con successo in questo mercato. La Basf, si basa

Favoriamo l'efficienza energetica, aiutando anche gli utenti a risparmiare energia grazie a soluzioni innovative, preservazione delle risorse, protezione del clima e dell’ambiente

sull'innovazione costante, partendo dallo sviluppo di nuovi metodi di prova dei materiali e di analisi chimica, fino al prodotto messo sul mercato. A dimostrazione di tale strategia, nel 1995 abbiamo ottenuto il Premio Qualità di Unindustria». In un mercato così diversificato, quanto conta la personalizzazione dell'offerta?

«Uno dei segreti del successo in questo settore sta proprio nella capacità di creare dei collegamenti molto stretti con il mercato e i suoi protagonisti. I nostri ricercatori, ad esempio, affiancano sempre le ricerche al microscopio con la sperimentazione sul campo, per trovare la soluzione giusta alle specifiche problematiche del singolo cliente». VENETO 2011 • DOSSIER • 305


MATERIALI PER L’EDILIZIA

Quando il legno coniuga estetica e funzione esperienza e la perizia richieste nella sua lavorazione e le quaLodovico Bevilacqua lità estetiche e meccaniche che racchiude, fanno del legno un materiale estremamente pregiato e versatile, che doti in termini di flessibilità occupa un posto di grandissimo d'uso e resistenza meccanica, rilievo nell'ambito dell'edilizia. ha visto un importante ritorno In Italia il suo utilizzo ha subito in tutti gli ambiti edili. La quauna netta flessione attorno alla rantennale esperienza nel metà degli anni Cinquanta, campo della lavorazione del lequando, sia per quanto riguarda gno acquisita dalla Piarottolele costruzioni sia per quanto ri- gno, fanno della responsabile guarda l'arredamento, il uso Patrizia Piarotto una titolata teimpiego è calato in favore di la- stimone dell'evoluzione del terizi, cemento armato e me- mercato del legno negli ultimi tallo; tuttavia, grazie al pro- decenni. «L'affinamento delle gresso e all'evoluzione della tecniche di lavorazione ha conricerca e alla conseguente ac- sentito di sfruttare al meglio le quisizione di nuove e innova- proprietà meccaniche del legno, tive potenzialità nella lavora- rendendolo un materiale estrezione, il legno, latore di preziose mamente ricercato e funzionale; nondimeno sono apprezzate riconosciute le sue qualità estetiche». La Piarottolegno rappresenta ormai un punto di rifermento nell'industria della lavorazione del legno. Che tipo di prodotti offrite e quali sono le destinazioni d'uso? «La nostra ditta è specializzata nella produzione di pannelli di legno massiccio ed è stata la prima ad introdurli sul mercato, alla fine degli anni Sessanta. La lavorazione effettuata per ottenere questo prodotto è

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Patrizia Piarotto della Piarottolegno Spa. Nelle altre immagini, fase di produzione e dettaglio del catalogo www.piarottolegno.it

Un prodotto molto apprezzato dal punto di vista estetico e particolarmente funzionale grazie alla sua duttilità e versatilità: il legno recita ancora un ruolo da protagonista nell'ambito dell'edilizia. Patrizia Piarotto introduce i segreti della sua lavorazione

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molto particolare e consiste in una sorta di “tessitura” delle parti in legno rilavorate, finalizzata a creare questi pannelli dalla grande utilità e versatilità». Quanto contano gli investimenti in un mercato di questo tipo? «Gli investimenti costituiscono


Patrizia Piarotto

un aspetto fondamentale della nostra strategia aziendale e si riferiscono a due voci in particolare: la qualità e l'innovazione. La qualità è sempre stata una prerogativa di enorme importanza per la Piarottolegno; il continuo utilizzo di materiali legnosi di grande pregio ha semTutte le specie legnose utilizzate dall’azienda pre costituito un tratto distinprovengono da aree di riforestazione controllata, tivo dei nostri prodotti e questa in base ad una filosofia di sviluppo ecosostenibile caratteristica ci ha permesso di ottenere grandi successi comattestata anche dalla certificazione Forest merciali, così come di godere Stewartship Council Trademark di grande fiducia da parte dei clienti, attuando un vero e proprio processo di fidelizzazione, che – peraltro – si è rivelato importante per mantenere le quote che ha avuto ripercussioni par- di riforestazione controllata, in di mercato nonostante i colpi ticolarmente gravi nell'ambito base ad una filosofia di sviluppo della recente crisi economica, dell'edilizia. Grande attenzione ecosostenibile attestata anche è inoltre riservata alla ricerca, dalla certificazione Forest Stesia in termini di innovazioni wartship Council Trademark». Un accenno, infine, alle ditecniche per ottenere lavorazioni sempre più precise e pre- mensioni produttive. Quali gevoli, sia in termini di utilizzo sono i numeri che caratterizdi tipologie di legno sempre zano l’azienda? nuove, ma comunque sempre «Lo stabilimento della Piarottolegno, localizzato a Maria di di grande pregio». Con la recente nascita di Sala, impiega più di 150 diuna coscienza ecologica in pendenti, sfruttando una sumolti ambiti dell'industria, perficie di oltre 85mila metri come è cambiata la vostra po- quadrati. La presenza di un litica, dal momento che siete grande magazzino ci permette specializzati in un campo di avere mediamente disponipiuttosto delicato da questo bili almeno 3mila metri cubi di prodotto finito in pronta conpunto di vista? «L'ecocompatibilità rappresenta segna e un quantitativo in stocda sempre una priorità per noi, caggio e lavorazione. Il volume tanto da dedicare grandissima produttivo che riusciamo a ragattenzione e risorse alla sua tu- giungere ci permette invece di tela e promozione. Tutte le spe- commercializzare oltre 12mila cie legnose utilizzate dalla no- metri cubi di prodotto alstra azienda provengono da aree l'anno».

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MATERIALI PER L’EDILIZIA

È in ascesa l’uso di marmo e granito italiano na straordinaria naturalità materica ne conferisce valore e bellezza. Una speciale resistenza al tempo e ai nuovi design che l’architettura ricambia, ne traduce l’essenza pura e intramontabile. Le pietre estratte dalle più antiche cave naturali, ormai da secoli, si utilizzano per incorniciare con eleganza ambienti domestici, architetture pubbliche e rifiniture d’alto pregio estetico. «Chi entra nel mondo del marmo e granito non può che rimanerne affascinato. Ma per lasciarsi totalmente inebriare dalla bellezza di questi materiali, bisogna innanzitutto accettare che sono pietre naturali con disomogeneità di colore, grana e venature». Il monito del geometra Carmine Ballarini, amministratore unico della Natural Stones – società attiva nel commercio all’ingrosso di marmo, granito, pietre, onici e travertini in lastre e lavorati – descrive in poche caratteristiche l’aurea dei materiali lapidei: unici perché inimitabili e scevri da qualsiasi tentativo di riproduzione prettamente artificiale. La famiglia Ballarini, proprietaria anche delle aziende

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Non c’è concorrenza né crisi che tenga. Il mercato del marmo e del granito, se condotto da alti standard d’imprenditorialità, può espandersi senza sosta. Lo sa bene Carmine Ballarini grazie all’esperienza della Natural Stones Adriana Zuccaro

Sgm Trading e City che formano il gruppo societario Natural Stones, testimonia, nelle parole dell’amministratore, la forza imprenditoriale di un settore fortemente internazionalizzato, ma teso alla conquista del Belpaese. Quali sono le risorse necessarie per mantenersi in vetta al mercato di riferimento? «Per competere concretamente con i paesi produttori innanzitutto è necessario disporre di materiali di nicchia e di alta

qualità. Considerando infatti che il marmo e il granito sono pietre naturali e che il prezzo della materia prima incide dal 50% al 70% sul prezzo del prodotto finito, in questo momento di crisi è abbastanza facile “scrollarsi di dosso” un po’ di concorrenza. Altro elemento altrettanto importante è avere una vasta gamma di prodotti sempre pronti, disponibili cioè quasi alla stregua dei prodotti da supermarket, perché oggi gli ordini se non vengono gestiti in

In foto, a sinistra il geometra Carmine Ballarini, amministratore unico della Natural Stones di Cavaion (VR) insieme ai collaboratori. Nelle altre immagini, fasi di lavorazione di marmo e granito e una delle Torri Garibaldi (MI) info@naturalstones.it


Carmine Ballarini

pronta consegna rischiano l’immediato annullamento». In quale situazione versa il mercato dei materiali lapidei? «Tenendo in considerazione che paesi come Cina, India e Brasile stanno letteralmente inondando i mercati europei e americani, personalmente ritengo che, anche a dispetto della crisi ancora in corso, l’utilizzo del marmo e granito sia in continua ascesa. Inoltre, nonostante i materiali lapidei vengano richiesti e considerati solo raramente come prodotti di lusso – perché spesso gli architetti contemporanei utilizzano prodotti più “poveri” anche se più costosi – non mancano importanti richieste provenienti da committenti internazionali che danno respiro costante ai bilanci della nostra impresa e del settore lapideo in generale». Nel circuito di commercializzazione di marmi e graniti quindi la strada più battuta rimane l’export?

Anche se paesi come Cina, India e Brasile stanno inondando i mercati europei e americani, ritengo che l’utilizzo del marmo e granito sia in costante ascesa

«Secondo l’esperienza accumulata dal 1991 dalla Natural Stones, e successivamente anche dalla Sgm Trading e City, la nostra vocazione all’esportazione è ravvisabile già nei primi bilanci societari, quando il 95% del fatturato annuo proveniva dall’export diretto in Australia e Nuova Zelanda. Da allora abbiamo selezionato sempre materiali molto speciali che negli anni passati hanno trovato un po’ di diffidenza sul mercato nazionale. Oggi però, stiamo lavorando bene anche in Italia. Viviamo in un momento di crescente soddisfazione imprenditoriale che ci conduce a un obiettivo: lavorare affinché la nostra penetrazione nel mercato nazionale diventi ogni

anno sempre più incisiva. Quest’anno contiamo di aumentare il fatturato del 15% rispetto al 2010 e la quota del mercato Italia dovrebbe sfiorare il 20%». Quali sono le dinamiche di interazione aziendale con le Sgm Trading e City? «Con una precisa idea di fare impresa, basata in primis sull’assoluta e immediata soddisfazione della committenza, l’esperienza vissuta attraverso la Natural Stones ha evidenziato quanto ogni mercato abbia delle esigenze particolari. Per questo abbiamo studiato attentamente i mercati afferenti i paesi dell’Est – così profondamente diversi da quelli di riferimento del marmo come Stati Uniti e Germania – per deci- VENETO 2011 • DOSSIER • 309


MATERIALI PER L’EDILIZIA

Quest’anno il gruppo Natural Stones conta di aumentare il fatturato del 15% rispetto al 2010 e la quota del mercato Italia dovrebbe sfiorare il 20%

dere infine di dedicare l’attività di un’intera azienda, la SGM Trading Srl. Per l’acquisto delle materie prime in tutti i paesi del mondo e la rivendita, ci affidiamo invece alla trading company City Srl». Quali elementi concorrono alla fidelizzazione della committenza? «Per la maggiore efficienza dei prodotti e servizi immessi nel mercato, per noi attori del settore marmi, è indispensabile disporre di un ampio magazzino sempre ben fornito anche di materiali di nicchia, talvolta difficili da rintracciare. Standard di qualità molto elevati, immediatezza nelle relazioni commerciali, puntualità nella consegna e assenza di “doveri” burocratici superflui, rappresentano gli elementi necessari per rimanere “a galla”. Senza poi sottovalutare la capacità di 310 • DOSSIER • VENETO 2011

interagire a livello internazionale: il nostro personale risponde infatti in inglese, tedesco, francese, polacco, spagnolo, rumeno e serbocroato». A quali settori sono destinati i vostri marmi e graniti? «Principalmente il semilavorato in lastre viene fornito ai grossisti che lo rivendono ai marmisti per farne piani da cucina, rivestimenti di facciate, bagni e molto altro ancora. Una buona parte di mercato è poi la funeraria che chiaramente è una “never ending”. Un lavoro di cui andiamo particolarmente fieri è il rivestimento in marmo delle Torri Garibaldi di Milano, fornite attraverso la ditta Permasteelisa: la prima torre è stata portata a termine nel 2009 con una pietra iberica laminata su supporto alveolare in alluminio mentre la seconda è tuttora

in fase di fornitura». In che modo la Natural Stones coniuga la tradizione artigiana con l’innovazione tecnologica dei giorni nostri? «L’artigianalità è certamente insita nella tradizione lapidea ma la globalizzazione ha una legge ferrea: o si cresce o si muore! Pertanto l’uso esasperato delle tecnologie è base essenziale per guardare avanti. In linea di massima però, gli investimenti come quelli mirati all’incremento di strutture e macchinari tecnologizzati, sono purtroppo indeboliti dall’instabilità politica e dalle tensioni finanziarie. Inutile poi sperare in qualsiasi tipo di aiuto bancario, statale o comunitario: chi vuole fare impresa oggi deve solo lavorare sodo e guardare avanti senza sosta perché qualsiasi momento di stallo può essere l’ultimo e il definitivo».


INTERNI

Meno manutenzione e più isolamento nei serramenti Ricerca dei materiali e innovazione nei sistemi, per soddisfare le richieste delle case di domani. Con Germano Agostini, abbiamo parlato delle novità nel mercato dei serramenti. Un settore che oltre alla funzionalità non tralascia l’estetica. Soprattutto per il mercato italiano Nicoletta Bucciarelli

ono stati tra i primi negli anni ’70 a produrre gli avvolgibili in Pvc. Ora la Agostini Group è una realtà che ha un ruolo primario nel mercato dei serramenti, con lo sguardo rivolto al futuro. «I nostri sono “serramenti che guardano lontano”» spiega Germano Agostini, titolare della Agostini Group, realtà del triveneto che è stata capace di interpretare prima delle altre le richieste di un

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Germano Agostini, titolare della Agostini Group di Quarto D’Altino (VE). Nelle altre immagini fasi della produzione all’interno dello stabilimento e alcuni esempi degli infissi prodotti dalla Agostini Group www.agostinigroup.com

312 • DOSSIER • VENETO 2011

mercato in evoluzione. «Ancora oggi siamo gli unici a proporre nel nostro settore la tecnologia dei materiali compositi, diffusa solamente nel Nord-America. Ma oltre alla propensione all’innovazione cerchiamo di proporci con la nostra esperienza di oltre 40 anni nel settore». Quali sono state le peculiarità che hanno permesso all’azienda di essere competitiva? «Sicuramente uno staff tecnico e gestionale qualificato, ricettivo alle esigenze del mercato, elastico nell’ideazione e sempre pronto a raccogliere nuove sfide progettuali. Questo ci ha addirittura portato a precedere le possibili richieste della clientela. I nostri prodotti sono in continua evoluzione e crescita, e per il prossimo triennio è previsto l’allargamento del sito produttivo per rispondere al meglio alle numerose e diverse richieste del mercato». Come si riesce a coniu-

gare la funzionalità alla qualità? «Non siamo voluti scendere a compromessi. Vogliamo realizzare infissi altamente innovativi e tecnologici senza rinunciare al design. Questo si ottiene solo con esperienza, professionalità e cura dei particolari». Verso che ambiti si stanno indirizzando in questo momento le richieste del mercato? «Le richieste sono rivolte soprattutto verso prodotti con ridotta manutenzione ed elevate prestazioni di isolamento termico ed acustico. Dal punto di vista delle tipologie, si evidenziano richieste di chiusura di ampie superfici con serramenti scorrevoli. Ma ciò che contraddistingue questo periodo storico è soprattutto l’esigenza di trovare soluzioni tecniche ogni giorno diverse per le nuove e innovative tecnologie di costruzione degli edifici». Potrebbe parlarci delle


differenze di resistenza e qualità in base ai diversi materiali? «La materia prima con la quale siamo nati è il Pvc. Siamo partiti con l’estrusione del Pvc e quindi possiamo dire che ne conosciamo tutte le caratteristiche intese come pregi e come limiti di utilizzo. Successivamente abbiamo affiancato la lavorazione degli altri materiali come l’alluminio, il legno e infine i materiali compositi proprio per sopperire ai limiti che il Pvc può avere. Abbiamo sempre utilizzato i singoli materiali per le peculiarità che ciascuno poteva dare. L’alluminio è utilizzato soprattutto per soddisfare le esigenze di flessibilità cromatica che il Pvc non può avere, ma l’alluminio è il miglior conduttore per cui da solo non poteva essere utilizzato per offrire un prodotto con caratteristiche di isola-

Il mercato ultimamente richiede soprattutto prodotti con ridotta manutenzione ed elevate prestazioni di isolamento termico e acustico

mento. Per questo abbiamo sviluppato la tecnologia dei materiali compositi (Fibex) che garantiscono elevate prestazioni meccaniche, leggerezza e isolamento termico. Il legno lo utilizziamo solamente come complemento interno al fine di offrire un prodotto capace di soddisfare le esigenze estetiche e culturali tipiche del nostro mercato». Del Gruppo Agostini fanno parte diversi marchi commerciali. Potrebbe parlarcene? «Agostini Group unisce in realtà 4 brand commerciali con i quali più facilmente ci conosce il mercato e che rispecchiano la storia del no-

stro gruppo. Agos, agli inizi degli anni 70, è stata la prima azienda con la produzione di avvolgibili e cassonetti. Soteco è nata negli anni 80 e il brand contraddistingue i serramenti in Pvc. Archimede è stata acquistata nel ’98, già leader nel suo settore, specializzata nella progettazione e produzione di serramenti misti alluminio-legno. Fibex è un brand nato solamente nel 2000 con il quale abbiamo contraddistinto i prodotti realizzati con la nuova tecnologia dei materiali compositi». Malgrado la manualità resti una componente importante, la tecnologia ha fatto un ingresso importante al-

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INTERNI

I serramenti in Pvc presentano oggi forme e finiture che permettono l’utilizzo in qualsiasi contesto abitativo, ma è con il serramento in alluminiolegno che riusciamo anche a soddisfare le richieste più esigenti ed esclusive

l’interno del settore.

50%

FATTURATO La percentuale che la Agostini Group ricava dal Triveneto

«I processi produttivi dei serramenti si stanno sempre più industrializzando. L’industrializzazione deve però essere valutata positivamente sia perché garantisce gli standard qualitativi su prodotti ad alta tecnologia, sia perché permette di offrire i prodotti a prezzi più competitivi rispetto gli anni passati. L’industrializzazione è più spinta nell’approntamento dei componenti, mentre rimane ancora importante l’intervento degli operatori nelle fasi di assemblaggio che garantiscono anche i con-

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trolli finali». Il Triveneto rappresenta il vostro mercato principale? «Nel triveneto abbiamo una quota di fatturato attorno al 50% mentre circa il 40% del fatturato è distribuito nel resto del territorio italiano con prevalenza del centro-nord Italia. Solo un 10% viene esportato all’estero, principalmente in Francia dove abbiamo una filiale a Parigi (Agos France) e in paesi come la Svizzera, la Grecia, la Slovenia e Israele». In che modo un serramento può influire nell’estetica e nell’architettura di una casa? «Il mercato italiano, diversamente dai mercati nord europei, è sempre stato rivolto all’estetica e all’architettura

facendo prevalere una scelta di acquisto più “emozionale” che “tecnica”. E questa è stata anche la principale motivazione per la quale il serramento in Pvc ha sempre ricoperto una quota di mercato limitata rispetto al serramento in legno. Questa tendenza è cambiata negli ultimi anni sia sotto la spinta delle nuove normative sempre più “severe”, sia per una maggiore sensibilità del mercato a fattori come il risparmio energetico, il benessere abitativo e l’assenza di manutenzione nel tempo. I nostri prodotti si sono comunque sempre evoluti per soddisfare il mercato italiano esigente dal punto di vista dell’estetica offrendo ampia gamma di materiali, forme e accessori complementari».


INTERNI

Il settore idrotermosanitario guarda alla qualità funzionale Gli acquirenti del settore idrotermosanitario sono sempre più esigenti e ricercano sicurezza, tecnologia, funzionalità, design e materiali innovativi. Il punto di Carlo Geromin Emanuela Caruso

n’offerta di prodotti completa e di alto livello, l’intuito e la sensibilità per il mercato e per lo stile. Queste le caratteristiche che hanno permesso al Gruppo Geromin di diventare uno dei principali attori del settore idrotermosanitario. Realtà in forte crescita, che investe in tecnologia e comunicazione, mette a disposizione dei clienti quattro marchi importanti: Hafro, Geromin, Relax e Sauna Vita. «I quattro marchi del gruppo

U

– spiega Carlo Geromin, amministratore delegato – sono guidati da un filo conduttore unico, motivo per cui abbiamo deciso di gestirli a livello di gruppo e non singolarmente. Con questi marchi ci poniamo l’obiettivo di allargare i nostri settori di competenza e di spostare verso l’alto il target di riferimento». I marchi dell’azienda sono accomunati da ottimo design, funzionalità, comfort e innovazione. Come riuscite a mantenervi competitivi senza compromettere il

livello qualitativo delle vostre produzioni? «Siamo convinti sostenitori del fatto che il successo non si possa raggiungere puntando sulla corsa al risparmio e sull’acquisto di materia prima a basso costo. Per questo motivo ogni anno investiamo nella ricerca, nello sviluppo e nell’ingegnerizzazione dei prodotti. I nostri marchi vogliono conquistare la fascia premium del mercato, senza giocare al ribasso e anzi offrendo prodotti di qualità, affidabili e dal design accatti-

Carlo Geromin, amministratore delegato del Gruppo Geromin. Nella pagina a fianco, arredo bagno Compact e vasca digitale airpool Bolla Sfioro www.gruppogeromin.com


Carlo Geromin

vante a un prezzo adeguato. A tale scopo, molte lavorazioni specifiche, come ad esempio lo stampaggio delle vasche, vengono effettuate direttamente». Quali sono state le strategie che hanno permesso al Gruppo Geromin di conquistare la leadership nei vari settori di riferimento? «La prima strategia vincente è stata quella di studiare i vari mercati, capirne le differenze e “tarare” l’azione e il servizio a seconda delle specifiche esigenze di ognuno. Per il mercato italiano, più facile da servire rispetto a quello estero, abbiamo creato una distribuzione capillare, che attraverso agenzie di rappresentanza copre tutto il territorio nazionale. L’altra strategia che si è dimostrata efficace, soprattutto in questo periodo di crisi economica, è stata di stampo proattivo, cioè tesa a prevenire i cambiamenti futuri, così da affrontare preparati qualsiasi tipo di situazione».

Che tipo di interazione commerciale il gruppo mantiene con i fornitori? «Cerchiamo di stabilire rapporti di fiducia capaci di sfociare col tempo in partnership commerciali in grado di farci raggiungere standard qualitativi molto elevati. Inoltre, organizziamo frequentemente meeting tra il nostro personale e quello dei fornitori, metodo con cui riusciamo a creare un profondo spirito di gruppo che oltrepassa i confini aziendali e dà vita a una comunione d’intenti vincente. Tutto questo è possibile anche grazie al fatto che i nostri fornitori sono tutti italiani e hanno sedi operative dislocate in prossimità degli stabilimenti del Gruppo Geromin». L’azienda sta puntando molto sull’internazionalizzazione dei vari marchi. Quali sono i mercati e i paesi di maggior interesse in questo senso? «Stiamo rivolgendo la nostra attenzione verso quei paesi

I quattro brand del Gruppo Geromin vogliono conquistare la fascia premium del mercato, offrendo prodotti di qualità, affidabili e dal design accattivante a un prezzo adeguato

che sono protagonisti di una forte e continua crescita e che rappresentano una buona opportunità, si tratta in particolar modo dei paesi dell’Europa Orientale, come Russia, Ucraina, Bulgaria e Romania. Otteniamo buoni profitti anche con le vendite in Europa Centrale, Africa Settentrionale e negli Emirati Arabi. I mercati di Spagna, Grecia e Portogallo, da sempre strategici per il Gruppo Geromin, nonostante stiano vivendo un periodo di flessione, stanno mantenendo il consueto trend».

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Emozioni in luce Lavorazioni artigianali per la creazione di pezzi unici, in cui la luce è protagonista assoluta. Una nuova concezione del lusso nell’esperienza di Massimo Soffiato Guido Puopolo

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na filosofia volta a rendere la luce protagonista assoluta dell’ambiente, che da essa viene ridisegnato, ridefinito e arricchito, mediante le caratteristiche peculiari dei materiali, delle forme e dei dettagli, che si traducono in esperienze visive uniche per varietà e intensità. Opere che nascono da cinquant’anni di esperienza, durante i quali artigianalità e innovazione, ricerca e passione, hanno costituito l’essenza stessa di una realtà che è divenuta, in tutto il mondo, sinonimo di prestigio e di stile, rappresentando la scelta di classe per un’illuminazione d’interni che sia armonia tra progetti di luce e architettura. Un’eccellenza tutta italiana, quella

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rappresentata da BebyGroup S.p.A., azienda di Piombino Dese, in provincia di Padova, leader nell'ambito dell'arte dell'illuminazione, lampadari e complementi di arredo, le cui ultime creazioni, presenti sul mercato con i marchi Beby Italy e DiLuce, sono esposte all’interno del nuovissimo Showroom in Tortona 37, a Milano. «Oggi la sfida più importante nella gestione aziendale è riuscire a mantenere un giusto equilibrio tra arte e business, in modo che nessuno di questi concetti svaluti o sminuisca l’importanza dell’altro», spiega il presidente Massimo Soffiato. «In quest’ottica, quindi, abbiamo focalizzato le risorse dell’azienda sul prodotto in sé, sulla sua componente artistica e su quegli at-


Massimo Soffiato

tributi, quali prestigio e assoluta qualità, che sono l’anima delle creazioni destinate al mercato del lusso». Come si sta evolvendo il settore dell’artigianato e del design e quali sono, in questo senso, gli aspetti su cui avete maggiormente concentrato la vostra attenzione? «Nel particolare segmento High Luxury in cui operiamo, design e artigianalità sono due elementi strettamente correlati: i nostri clienti cercano il lusso, che nasce da un mix unico di bellezza, stile, valore ed esclusività. Per questo la nostra attenzione non si è mai focalizzata esclusivamente solo sul design o sull'artigianalità fini a se stessi, ma abbiamo sempre operato affinché queste due caratteristiche si integrassero a vicenda, accrescendo reciprocamente il proprio valore. Insieme alla nostra designer Silvia Broggian, cerchiamo di tradurre le nuove tendenze del design in creazioni ricche di stile e di identità, collaborando attivamente con i maestri vetrai di Murano, i laboratori orafi e le nostre manifatture artigianali per i metalli, i legni e i tessuti, in modo da garantire il rispetto di standard qualitativi superiori in ogni creazione di Beby Italy e DiLuce. In oltre 50 anni di storia la

COLLABORAZIONI DI PRESTIGIO teatri La Fenice di Venezia, Alla Scala di Milano, il Teatro Stignani di Imola e il Comunale dei Rinnovati di Siena hanno scelto Beby Group per la ricostruzione, il restauro e la riproduzione di tutti i corpi luce originali. In particolare il gruppo ha curato in esclusiva il restauro e la ricostruzione integrale dei corpi luce del celebre teatro La Fenice di Venezia, distrutto completamente da un incendio il 29 Gennaio 1996, e nuovamente riaperto al pubblico il 14 dicembre 2003. Un progetto prestigioso ed estremamente impegnativo, che ha rappresentato per Beby Group un’importante opportunità di crescita professionale. Un lavoro fatto di passione, artigianalità e professionalità, che ha permesso al teatro, simbolo dell’arte italiana nel mondo, di tornare a brillare in tutto il suo antico splendore.

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nostra azienda non ha mai perso di vista i valori che provengono dalla cultura e dalla tradizione manifatturiera del nostro territorio, investendo in ricerca, innovazione e nuove tecnologie per affinare tecniche e lavorazioni artistiche che sono le caratteristiche fondanti del nostro know-how e le peculiarità che donano valore alla nostra identità, aziendale e culturale». Anche alla luce della recente crisi economica, trova che sia mutata la spendibilità dei prodotti made in Italy sui mercati internazionali? «Indubbiamente poter contare su un design e su una produzione interamente

made in Italy per noi ha rappresentato una ricchezza inestimabile, in termini di valore e spendibilità del marchio. Oggi però la situa- In apertura, zione è cambiata, anche a progetto DILUCE: causa della maggiore consa- Stone Collection, e Massimo Soffiato, pevolezza dei mercati emer- presidente di Beby genti, che presentano dina- Group Spa. miche di crescita Sopra, l’esterno dello Showroom socio-culturale molto più ve- in Tortona 37 a Milano loci rispetto al passato, in www.bebygroup.com grado di affinare le capacità di valutazione dei consumatori. Il made in Italy può avere ancora un certo valore solo se il consumatore riconosce nelle creazioni che ne riportano il marchio quelle caratteristiche di qualità, design ed eccellenza che contraddistinguono solo le autentiche produzioni italiane. VENETO 2011 • DOSSIER • 319


INTERNI

Il nostro nuovo Showroom è stato ideato per essere espressione e trasposizione di una filosofia votata alla ricerca di stili, ideali e tendenze dedicate all’interior design

Per questo motivo la sola eti- bientazioni e atmosfere ricchetta non è più sufficiente, ma deve essere accompagnata da valori intrinseci, reali e tangibili, che trasmettano il valore e la qualità della sostanza. Per quel che ci riguarda, comunque, i nostri prodotti sono molto apprezzati sul mercato estero, tanto che attualmente l’export rappresenta circa il 90 per cento del fatturato dell'azienda». Quali sono le caratteristi-

Immagine relativa alla linea BEBY BABY. Nella pagina a fianco, in alto da sinistra, BEBY ITALY: Garden Party Collection, e DILUCE: Diadema Collection

che peculiari che contraddistinguono i prodotti di Beby Italy e DiLuce? «Le collezioni Beby Italy rappresentano soluzioni coordinate per l’illuminazione e l’arredamento della casa, in grado di tradurre i dettami di uno stile ispirato a moderni ideali di ricercatezza, in am-

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che di classe e prestigio. Le creazioni DiLuce, invece, sono espressione di un lifestyle moderno e dinamico. Oggetti unici, personalizzabili su misura per integrarsi con dimensioni architettoniche ispirate a tendenze moderne e contemporanee, in grado di enfatizzare la perfezione stilistica del design e l’emozione di dettagli raffinati». Cosa ha significato, per voi, la recente apertura di un nuovo Showroom, nel centro di Milano, dedicato alle ultime creazioni di Beby Italy e DiLuce? «Inaugurato in occasione dell’edizione 2010 della settimana della moda milanese, e situato in un prestigioso contesto architettonico nel centro nevralgico di questo design district, il nuovo Showroom in Tortona 37, è stato ideato per essere espressione e trasposizione di una filosofia interamente votata alla ricerca di stili, ideali e tendenze dedicate all’interior design. Lo spazio espositivo, disponibile per visite su appuntamento, è organizzato in due zone distinte, appositamente dedicate ai due brand

in modo da ricrearne le atmosfere ed esprimerne al meglio concept e tendenze, permettendo agli ospiti di apprezzare pienamente lo spirito glamour e sofisticato di Beby Italy, e la moderna essenzialità stilistica di DiLuce». Qual è il bilancio relativo all’attività e al fatturato del Gruppo per il 2010? «Da un punto di vista operativo e di bilancio il 2010 è stato un anno positivo caratterizzato da un incremento di ordinativi e fatturato, che ci ha permesso di confermare i nostri piani di investimento e le attività di ricerca e sviluppo dei brand e della nostra rete commerciale e distributiva. In tal senso abbiamo operato investimenti mirati volti ad


Massimo Soffiato

rafforzare la nostra presenza all'interno di mercati in forte crescita, Cina e India su tutti, e nel mercato arabo e medio orientale, con l’apertura di un brand store a Dubai che va ad aggiungersi a quelli di Taipei, Shanghai e Beijing». Quali, invece, i trend registrati nei primi mesi del 2011? «Nel primo semestre del 2011 abbiamo registrato un aumento degli ordinativi del 30%, e dai segnali che abbiamo raccolto in questi mesi riteniamo di riuscire a confermare questa crescita anche per il prossimo semestre, potendo contare su una rete commerciale affermata ed efficiente. Inoltre, la crescente affermazione di Beby Italy e DiLuce all'interno del mercato cinese e indiano ci per-

mette di contare su due contesti economici in forte e costante espansione, in grado di assicurarci ampi e continui margini di miglioramento». Quali sono, infine, i progetti principali per il prossimo futuro? «Il piano aziendale messo in atto da Beby Group prevede il costante rafforzamento

della rete distributiva, attraverso nuovi store monomarca all'interno di mercati strategici per il nostro particolare target di prodotto. Da un punto di vista operativo intendiamo continuare con la ricerca per nuovi materiali e per lo sviluppo di nuove tecnologie, che si integrino con la vera artigianalità del Made in Italy, ampliando così l'offerta di Beby Italy e DiLuce con nuove collezioni coordinate, dedicate all'illuminazione ed all'arredamento. Oltre a questo puntiamo molto sullo sviluppo della nuova linea Beby Baby dedicata al mondo dell’infanzia, presentata lo scorso Aprile in occasione del Salone del Mobile presso il nostro showroom di Milano». VENETO 2011 • DOSSIER • 321


IL MERCATO DELLE SERRATURE

L’automazione a servizio di un’attività storica all’apostolo Pietro portiere del cielo, a san Fernando detentore delle chiavi di Cordoba. Da Ippolito il carceriere convertito da San Lorenzo, a santa Marta detentrice delle chiavi di cameriere e governanti. È strano come un oggetto apparentemente banale abbia una storia e una simbologia cosi prestigiose e particolari. Da migliaia di anni fabbri di ogni popolo e civiltà si adoperano a realizzare chiavi e Luca Mazzucato, direttore generale di Errebi SpA, ci illustra come nei secoli questo mestiere sia cambiato e sia oggi inserito in un mercato florido e in continua espansione. La vostra realtà risente di una forte influenza storica. «Errebi è un’azienda cadorina che produce chiavi per serrature da oltre sessant’anni a Cibiana di Cadore, in provincia di Belluno. Il nostro territorio ha una radicata tradizione in queste realizzazioni che risale ai tempi della Repubblica della Serenissima grazie alla presenza di una miniera di ferro nel fondovalle e agli abbondanti boschi che fornivano legna per i

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In questa pagina Luca Mazzucato (al centro, dietro) insieme al suo team: Riccardo Del Favero, Aldo Del Favero, Massimo de Cinti, Romeo Bianchi. Nella pagina affianco, processi di produzione di Errebi www.errebispa.com

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Dalla Repubblica della Serenissima verso il mercato internazionale. La produzione di chiavi e serrature ha subìto diverse evoluzioni ma non ha mai risentito di particolari crisi. A parlarne è Luca Mazzucato Belinda Pagano

forni di fusione. Può sembrare strano, ma nel XVIII secolo si contavano a Cibiana addirittura una cinquantina di artigiani». Ovviamente i tempi cambiano e le realtà aziendali con loro. È possibile al giorno d’oggi da una piccola distribuzione sul territorio passare a un mercato internazionale? «Errebi ne è la prova. Attualmente la nostra società è inserita nel gruppo internazionale spagnolo Altuna SA. Il Gruppo ha sede nei pressi di Bilbao, nella regione dei Paesi

Baschi e conta sei unità produttive, fra cui noi, e nove filiali commerciali dislocate in tre continenti. In particolare Errebi annovera circa quaranta collaboratori con un fatturato attorno agli otto milioni di euro, una produzione di circa duecento mila chiavi al giorno e una filiale in Germania. Le nostre chiavi vengono distribuite in tutto il mondo attraverso partner locali: dal Venezuela alla Russia, dal Sudafrica all’Islanda, senza ovviamente tralasciare il mercato nazionale». Quali sbocchi può avere


Errebi SpA

questo mercato? «Non tutti sanno che il mercato della chiave ha fondamentalmente due sbocchi. Il primo è Original equipment manufacturer ovvero la dotazione iniziale. Parliamo in questo caso di grandi committenti come ad esempio i produttori di serrature o case automobilistiche che acquistano il blocco di apertura/avviamento compreso di chiave. Queste chiavi vengono normalmente prodotte con il brand del cliente. Il secondo è il cosiddetto Replacement ovvero il mercato della duplicazione, dove attraverso il canale ferramenta vengono messe sul mercato chiavi vergini con il brand del produttore da codificare, con apposite macchine, secondo esigenze. Si pensi che il mercato italiano richiede circa ottocento tipologie diverse di prodotto». Quali sono le evoluzioni tecnologiche nella produzione di chiavi e nelle macchine per la duplicazione? «L’aspetto meccanico cede il passo sempre più a quello elettronico con l’introduzione di microchip e centraline varie. La classica chiave per cassaforte sta pian piano scomparendo, lasciando spazio a quella elettronica. È il segno dei cambiamenti della società

c

Una delle sfide industriali dei prossimi anni è una produzione in armonia con il territorio al di là della cosiddetta globalizzazione

contemporanea e sarebbe un errore non adeguarsi, ideale sarebbe ovviamente anticiparli. Sicuramente l’artigiano del XVIII secolo non si riconoscerebbe più nei nostri tempi: i processi produttivi sono altamente automatizzati e decisamente più brevi, le chiavi si sono evolute, i mezzi di comunicazione si sono stravolti. Proprio per rimanere al passo coi tempi abbiamo pensato di creare un sito internet dal quale attingere moltissime informazioni. A breve, inoltre, il cliente potrà fare il suo ordine direttamente online e seguirne l’evoluzione. Le consegne sono diventate rapidissime e abbiamo una gestione ordini altamente tecnologica. Si

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consideri che gestiamo circa quattordicimila referenze». Quali sono le sfide per il prossimo futuro? «Si deve partire ovviamente da sani principi per riuscire a evolvere e fondamentale rimane l’aspetto umano. Avere maestranze e collaboratori con elevata professionalità e attaccamento all’azienda è la base per ottenere un ottimo prodotto. E questo è possibile quando l’azienda si identifica col territorio e ne diventa parte integrante. Una delle sfide industriali dei prossimi anni è proprio questa: una produzione in armonia con il territorio al di là della cosiddetta globalizzazione. E questo non sarà sicuramente facile».

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mln

FATTURATO È il dato, in euro, relativo al giro d’affari annuo di Errebi

VENETO 2011 • DOSSIER • 327


VENETO CITY

La provincia verde el suo programma la sostenibilità ambientale va di pari passo con la qualità di vita dei cittadini, e il consenso alla linea adottata dalla presidente Zaccariotto non è tardato ad arrivare. L’adesione quasi immediata della metà dei comuni del territorio al “patto dei sindaci” mostra, infatti, quanta sensibilità ci sia verso i temi ambientali, intendendo la tutela dell’ambiente, non come semplice salvaguardia, ma anche come risorsa economica. «É perciò importante – chiarisce la presidente – promuovere un piano di opere sostanziali, alla stregua di quel new deal con cui Roosevelt fece uscire l’America dalla crisi del 1929, basato sull’ambiente e il sociale, realizzando impianti fotovoltaici e treni per i pendolari, progetti di mobilità sostenibile basati sul car sharing e di restauro degli edifici pubblici per abbatterne i consumi, come sta provando a fare la provincia di Venezia con le sue scuole». Il Pil del Veneto è di oltre 120 miliardi di euro, basterebbe investirne una percentuale minima nella green economy per avere un effetto a cascata per rilanciare l’intera economia. Il suo desiderio di fare del territorio veneziano la “provincia verde d’Europa” si potrà realizzare ugualmente?

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Il desiderio di fare di Venezia la “provincia verde d’Europa” non è un’illusione ma un concreto obiettivo politico. La presidente Francesca Zaccariotto indica le linee guida per lo sviluppo sostenibile del territorio Renata Gualtieri

«Quel progetto non è un desiderio, un’illusione, ma un concreto obiettivo politico che dà il senso stesso dell’esistenza della Provincia di Venezia, il cui territorio, lo ricordo, coincide con l’antico Dogado della Serenissima, istituito mille anni fa. Abbiamo condiviso lo scorso autunno con tutti i sindaci del territorio il “manifesto delle azioni”, una serie di linee guida, dal taglio molto pratico, contenente ciò che reputiamo possa essere lo sviluppo sostenibile del territorio della provincia veneziana, un luogo dove convivono elementi ambientali e culturali unici, che rendono tipico e internazionalmente noto il paesaggio veneto. In termini

di strumenti operativi, con il patto dei sindaci siamo appena partiti e abbiamo già raccolto il 50% delle adesioni». Quale sviluppo economico e occupazionale prevede per la provincia di Venezia nei prossimi 10 anni? «L’attuale amministrazione ha raggiunto una sinergia con le altre istituzioni del territorio, per uno sviluppo sotto il segno della cosiddetta green economy. È questo il senso dell’adesione convinta del patto dei sindaci della Provincia di Venezia al progetto europeo “20-20-20” che intende ridurre del 20 per cento le emissioni di Co2 entro il 2020. Uno dei modelli è per noi la Germania, che è uscita dalla


Francesca Zaccariotto

Francesca Zaccariotto, presidente della Provincia di Venezia

crisi con una seria politica di riqualificazione ecologica del territorio. L’obiettivo è il rilancio della piccola e media impresa, che costituisce l’ossatura della tradizione economica veneta, per la produzione di energie al-

ternative. È questo il significato del nostro supporto alla sostituzione delle vecchie e pericolose coperture in eternit dei capannoni industriali con pannelli fotovoltaici. Puntiamo anche a riqualificare l’immensa area del waterfront di Porto Marghera, rilanciando la portualità e i servizi per la cantieristica e il turismo crocieristico per uscire progressivamente anche dal problema ambientale ereditato dal passato, di un’enorme quantità di sostanze chimiche e tossiche sul bordo della laguna di Venezia». Siglato l’accordo tra gli enti interessati e la società Veneto City, come si procederà? «Va chiarito che l’area dove sorgerà Veneto City era già compromessa, un’area dove erano già state firmate le autorizzazioni per costruire a scopo industriale e commerciale. I piani regolatori di Dolo e Pianga avevano già consentito la destinazione d’uso dell’area, che avrebbe dunque potuto prevedere nella peggiore delle ipotesi solo capannoni, e poi ancora capannoni, dunque edilizia povera a scopo industriale. Oggi Veneto City è un progetto strategico, arricchito di elementi di bioarchitettura, di valorizzazione estetica dell’area. Un progetto, dunque, che prevede aree verdi di uso comune, un vero e proprio

progetto di recupero urbanistico e ambientale, e insieme di rilancio commerciale e occupazionale dell’area». Sarà “un’ondata che travolgerà il Basso Piave”, come sostengono i detrattori del progetto, o si avrà la possibilità di riqualificare l’area, sistemare la viabilità e risolvere il rischio idrogeologico? «Ma l’area coinvolta dal progetto è esattamente dalla parte opposta, riguarda piuttosto la riviera del Brenta, e lo scopolo ribadisco con forza- è quello di creare uno sviluppo compatibile con la tutela ambientale, che poi è tutela della qualità della vita delle famiglie veneziane. La riviera è l’area dove sorgerà Veneto City, funzionale all’obiettivo della provincia verde d’Europa, proprio perché si tratta della riqualificazione di un’area industriale dismessa e degradata, sotto il segno di tecnologie innovative. Francamente sono stufa di quella cultura del no che presenta i servizi come chiave dello sviluppo delle grandi aree europee, salvo poi opporsi quando questi progetti riguardano in Italia. Circa la prevenzione del rischio idrogeologico, la realizzazione di una migliore viabilità - più moderna e sicura - e la tutela ambientale, queste sono proprio le aree di competenza, di responsabilità dell’ente provinciale». VENETO 2011 • DOSSIER • 331


VENETO CITY

La via dello sviluppo «Tutti hanno capito che investire nella sostenibilità ambientale non è solo etico, ma è conveniente». Il punto di Federico Della Puppa, docente all’Università Iuav di Venezia Renata Gualtieri

alluvione dello scorso anno ha messo a nudo i problemi causati dall’urbanizzazione diffusa e dal mancato controllo sul territorio veneto e ha ridato un nuovo significato al termine sviluppo, che oggi non va identificato con la crescita, in puro senso incrementale ma vuol dire, invece, riutilizzare il territorio già costruito, densificando laddove possibile, ma anche liberando parti di esso a favore di un modello che preveda compensazioni tra aree diverse. «In questo senso Veneto City – sostiene Federico Della Puppa, docente di Economia e gestione delle imprese all’Università Iuav di Venezia – sarà un’occasione perduta se rimarrà un progetto aggiuntivo a quelli già esistenti, sarà invece una vera occasione di innovazione e di sviluppo se sostituirà spazi e funzioni di altre aree, dando la possibilità a que-

L’

Federico Della Puppa, docente di Economia e gestione delle imprese all’Università Iuav di Venezia

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ste ultime di essere riqualificate e restituite al territorio». Attraverso quali azioni l’ambiente può diventare il “motore nuovo delle politiche urbane”? «La questione dominante è la sostenibilità. Lo chiede l’Europa, ma lo chiede soprattutto la storia. Abbiamo consumato troppo e continuiamo a consumare troppo, troppa energia, troppo territorio. Il risparmio energetico, la riduzione delle emissioni, il miglioramento della qualità urbana e dell’ambiente richiedono investimenti ma anche innovazione. E le soluzioni le abbiamo. Penso alla mobilità o ai sistemi per costruire o rottamare le città. Per la prima volta, da quanto l’ambiente è stato posto al centro del pensiero economico, e sono passati quasi cento anni ormai, ci troviamo in una condizione nella quale tutti hanno capito che investire nella sostenibilità ambientale non è solo etico, ma soprattutto è conveniente dal punto di vista economico. Oggi l’Europa invita le città a diventare “smart”, intelligenti. Ma smart vuol dire anche furbo e allora

usiamo l’ambiente per migliorare il nostro benessere e creare nuovi posti di lavoro». Verso quali obiettivi strategici bisogna puntare per costruire a Venezia un sistema economico competitivo? «La prima strategia è fare rete. Abbiamo tre grandi corridoi europei che attraversano questo territorio e che disegnano uno spazio di nuove relazioni, dal vecchio Lisbona-Kiev al nuovo Malta-Bari-Helsinki, e soprattutto a quello in progetto Nord Adriatico-Baltico. Venezia, inoltre, è candidata a capitale della cultura europea nel 2019. Sono tutte occasioni che vanno giocate sul terreno dell’integrazione della rete di relazioni economiche, produttive e culturali, a scala regionale almeno con Padova e Treviso e a scala sovraregionale, ad esempio con Trieste. Per essere competitivi bisogna


Federico Della Puppa

Sotto, un’immagine dell’area di Veneto City

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Fare rete significa integrare le funzioni, perché Venezia non può da sola essere città metropolitana

valorizzare le specificità, ma superando la logica tutta veneta della matrioska, che propone in ogni area le stesse cose. Fare rete significa integrare le funzioni, perché Venezia non può da sola essere città metropolitana, ma può essere un ottimo fulcro per l’area vasta che la contiene». Che tipo di abitazione rientra nei desideri dei cittadini? «Questo è proprio il tema di interesse, perché il sistema delle imprese e degli investitori immobiliari, negli anni della grande corsa alla speculazione immobiliare in Veneto, non si sono mai chiesti cosa voleva il mercato. Hanno costruito con un modello che era più adatto ai decenni passati, quando la domanda era elevata e non selettiva, ma

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oggi è il contrario e dunque è dai desideri dei cittadini e delle famiglie, che si deve ripartire. Si scoprirà, ad esempio, che le famiglie vogliono case efficienti dal punto di vista energetico, che il design non è un fattore chiave, che a parità di prezzo preferiscono acquistare una casa con un buon isolamento acustico e termico piuttosto che una casa tradizionale con più ampia metratura, che preferiscono pochi ambienti ampi e non tante piccole stanze». Cosa è successo nel Padovano con le compravendite immobiliari? «A livello insediativo è la provincia con il più alto numero di “villette”, con il minor numero di abitazioni non occupate e con il maggior numero

di interventi relativi al piano casa regionale. È una provincia densamente abitata che attrae popolazione e nella quale negli ultimi anni si è profondamente modificata la domanda. Ma il mercato non ha saputo rispondere a questi nuovi nuclei familiari, fatti di giovani coppie, di single, di immigrati spesso di seconda generazione, di famiglie con figli, tutti con un tratto comune: fanno parte del ceto medio. Il mercato non pensava a loro e dunque abbiamo moltissimo invenduto, perché non adatto per tipologie e prezzi a queste nuove figure di cittadini. Per fortuna oggi i giovani imprenditori stanno iniziando a interrogarsi sulla necessità di un nuovo rapporto domanda-offerta». VENETO 2011 • DOSSIER • 333


ENOLOGIA

Il Raboso Fiore compie trent’anni Il Veneto è storicamente terra di vini. Il Raboso è uno dei vitigni più antichi della regione e offre un vino frizzante estremamente apprezzato dal mercato. Ne abbiamo parlato con Lucia Paladin Manuel Zanarini

Lucia Paladin, responsabile estero, comunicazione e marketing. Nella pagina a fianco, momenti della raccolta dell'uva e le bottiglie di Raboso Fiore e Agricanto www.paladin.it www.rabosofiore.it

no dei prodotti maggiormente associabili alla cultura e alla tradizione italiana è certamente il vino. Alcuni sono talmente apprezzati e ben riusciti da conquistare i gusti del pubblico e rimanere sulla breccia per molti anni, facendo segnare numeri importanti. Lucia Paladin, responsabile estero, marketing e comunicazione dell'omo-

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nima azienda vinicola, parla del Raboso Fiore, che le Cantine Paladin propongono da trent’anni: «Il Raboso Fiore - spiega la signora Paladin - ha allietato tre generazioni, sono state vendute 3 milioni di bottiglie, si sono liberate nell'aria 3 miliardi di bollicine, sono stati versati 16.625 chilometri di calici. Tutto questo è stato possibile grazie alla sua principale caratteristica, la piacevolezza nella bevibilità». Quali sono le caratteristiche di questo vino? «Prodotto solo dai migliori grappoli di Raboso, è vino di eccellenza dal punto di vista qualitativo. Le uve vengono raccolte in autunno inoltrato e la vinificazione avviene senza la pressatura dell'acino lasciando il vino gradevolmente amabile, fresco e ricco di profumi, con note fruttate e di particolare morbidezza. Con la presa di spuma, si arricchisce di una vivace briosità. Per enfatizzare queste caratteristiche, abbiamo deciso di chiamare

il nostro prodotto Raboso Fiore. Perfetto sia a cena che a pranzo, si sposa con grigliate, arrosti di carne e con piatti di pesce in umido. È un vino sempre piacevole, sincero e generoso, un vero amico. Le sue bollicine rosse, così esuberanti nel calice, preannunciano i suoi profumi avvolgenti e il sapore vivace e persistente. Raboso Fiore nasce da terreni tenaci, capaci di conferire ai vini profumi intensi e grande corposità. Per poterli lavorare con profitto sono necessari uomini che abbiano nel cuore la capacità di saper ascoltare la natura e che possano vantare una lunga esperienza». Come avete festeggiato i trent’anni del Raboso Fiore? «Il Raboso Fiore è entrato nel mercato nel 1981 e in questi trent'anni abbiamo venduto tre milioni di bottiglie. Per celebrare questo importante traguardo abbiamo voluto proporlo in eventi e manifestazioni di grande livello.


Lucia Paladin

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L’amore per la terra e il privilegio della qualità, in campagna come in cantina, sono i valori che guidano l’azienda

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L'abbiamo presentato a Vinitaly, nell'edizione del 2011, dove presso lo stand delle nostre cantine si è tenuto un grande evento di presentazione alla stampa e al pubblico a cui ha partecipato anche la Presidente della Provincia di Venezia, Francesca Zaccariotto. Inoltre, abbiamo organizzato diverse serate nei locali più importanti, sia ristoranti che enoteche. Tra queste, mi piace ricordare l'evento per la celebrazione dei 180 anni del Caffè Pedrocchi di Padova. A Ferragosto infine, il Raboso Fiore è stato l’”ospite d’onore” della manifestazione promossa da Radio Company, con un grande con-

certo in Prato della Valle sempre a Padova. A questi eventi Raboso Fiore è stato affiancato anche dal nostro ormai celebre liquore Agricanto, a base di vino Raboso, con il quale si sposa perfettamente in intriganti cocktail». Quali iniziative di marketing hanno supportato questa campagna promozionale? «Anzitutto la veste stessa della bottiglia è stata ripensata e resa più accattivante. È stato inaugurato un nuovo sito internet interamente dedicato a questo vino, www.rabosofiore.it, all’interno del quale gli appassionati possono interagire condividendo opinioni ed esperienze. Lo stesso possono farlo sul profilo Facebook Raboso Fiore Paladin».

30 ANNI

Il Raboso Fiore è sul mercato dal 1981

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MILIONI Le bottiglie di Raboso Fiore vendute dal suo ingresso sul mercato

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Nuova accelerazione sulla riforma Il deputato Pdl Maurizio Paniz fa il punto sui lavori in tema di giustizia a Montecitorio. E dice: «Con la Lega rapporti ottimali. Il Veneto? Un laboratorio indispensabile: ciò che accade qui è la spia di ciò che può accadere nel resto del paese» Riccardo Casini

lcuni suoi interventi in aula, come quello in occasione della votazione per l’autorizzazione a procedere all’arresto del deputato Pdl Alfonso Papa, gli sono valsi i complimenti anche da parte delle opposizioni. Il bellunese Maurizio Paniz è indubbiamente uno degli outsider di Montecitorio in questo 2011: già relatore del ddl sul processo breve, in qualità di capogruppo Pdl alla Giunta delle autorizzazioni ha chiesto (e ottenuto) che la Camera votasse in favore del conflitto di attribuzione per il caso Ruby. Oggi, dopo un’altra estate “torrida” sul fronte giudiziario, la maggioranza è pronta a riprendere in mano la riforma della giustizia. E Paniz è già in prima linea. Le recenti vicende giudiziarie relative ad alcuni parlamentari di maggioranza e opposizione hanno riproposto con gran forza la questione del rapporto tra toghe e politica. I tempi sono maturi per la ripartenza dei lavori sulla riforma della giustizia? Quali dovranno

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essere ora i suoi principi cardine? «Non c’è legame tra la riforma della giustizia e vicende come quella di Alfonso Papa, che è fine a se stessa e gli imporrà di difendersi nel processo come accade per ogni cittadino, e che parte del Parlamento ha contestato solo per la misura dell’arresto, ritenuta eccessiva e non giustificata. La riforma della giustizia, invece, è necessaria da tempo e deve imperniarsi su tre capisaldi: separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, rielaborazione del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, oggi troppo discrezionale, e definizione più corretta dell’attuale e inapplicata responsabilità dei magistrati». Considerando il clima politico attuale, crede che la legge sul cosiddetto “processo breve”, della quale è stato relatore, sia ancora attuabile? «Ha un senso solo se partirà da una data non vicina e non avrà vigore per i processi in corso. Meglio ancora se sarà accompagnata


Maurizio Paniz

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Il processo breve avrà un senso solo se partirà da una data non vicina e non avrà vigore per i processi in corso

anche da riforme sull’organizzazione della giustizia, come collaborazione tecnica per i giudici, revisione delle circoscrizioni giudiziarie e velocizzazione dei riti». Recentemente è tornato alla ribalta anche il tema della responsabilità civile dei giudici. La Lega Nord aveva presentato un emendamento in proposito, affossato però alla Camera anche a causa di alcune assenze nelle file del Pdl. Qual è ora il futuro di questo provvedimento? «La norma predisposta dalla Lega era concettualmente imprecisa e affrettata e solo per questo non è stata approvata. Personalmente non l’avrei mai votata in quei termini: il provvedimento va ripreso e rielaborato in modo più tecnico. E dovrebbe avere una sua collocazione nella riforma generale e costituzionale della giustizia». Sulla pubblicazione di intercettazioni telefoniche ha recentemente dichiarato che il carcere per i giornalisti è una “pena congrua”. Quali misure dovrà contenere allora la nuova legge in materia? «I giornalisti che non violano la legge pubblicando intercettazioni coperte dal segreto investigativo, magari danneggiando così la stessa inchiesta, o coperte dalla privacy, danneggiando così la vita personale di molti, non devono temere nulla; chi invece viola le regole è giusto che

paghi seriamente perché i danni che cagiona sono gravi. Le intercettazioni sono un importante strumento di indagine, ma non si può abusarne né in fase di raccolta né di diffusione». Proprio sulla giustizia si è creata anche qualche tensione all’interno del Governo tra Pdl e Lega, o almeno una sua ala. Quali sono invece oggi i rapporti tra i due partiti in Veneto? «Non sempre è facile mantenere una collaborazione costante tra Pdl e Lega perché quest’ultima talvolta si comporta da forza di governo e talvolta da forza di opposizione. Personalmente però ho rapporti ottimali che conto possano aiutare a mantenere ben salda una condivisione di obiettivi primari, necessari per tenere stabile un’alleanza essenziale per il paese. Il Veneto per la sua forza propulsiva è un laboratorio indispensabile per la dinamica di crescita dell’Italia: ciò che accade qui è la spia di ciò che può accadere nel resto del paese in tempi più lenti. Importante è non perdere di vista anche gli obiettivi nazionali, pur salvaguardando la peculiarità del Veneto, perché l’Italia deve rimanere unita». Intanto secondo una recente indagine di Unioncamere la mancata attuazione del federalismo fiscale nel triennio 2007-09 è costata al Veneto 16,6 miliardi di euro l’anno. Oggi quale futuro attende la riforma federalista? «Quello federalista è un percorso importantissimo, che sta avanzando lentamente come inevitabilmente accade per riforme che sono epocali perché incidono su sistemi molto consolidati nel tempo. Il mio giudizio è molto positivo e lo sarà sempre più man mano che si completerà la sua attuazione. Ma sicuramente ci vorranno dai tre ai dieci anni».

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Maurizio Paniz, avvocato e deputato del Popolo della Libertà

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DIRITTO MARITTIMO

Le dinamiche che regolano i traffici marittimi Le richieste di assistenza legale relative al diritto marittimo crescono in proporzione all’aumento delle novità che regolano e migliorano il trasporto via mare. Il commento dell’avvocato Giuseppe Duca Emanuela Caruso

l diritto marittimo rappresenta uno dei rami più intricati e complessi della materia giuridica. Il grado specialistico degli avvocati che se ne occupano è altissimo ed è dovuto all’internazionalità che caratterizza la maggior parte dei rapporti relativi alla navigazione marittima. Il territorio veneto ospita uno degli studi più specializzati a riguardo, lo Studio Legale Duca. «L’evoluzione costante delle dinamiche che regolano i traffici marittimi – spiega l’avvocato Giuseppe Duca, titolare dello studio e Segretario Generale dell’Associazione Italiana di Diritto Marittimo – è il perno su cui gira e si sviluppa ogni aspetto del diritto marittimo». In quali settori sono situati i clienti che maggiormente richiedono la vostra consulenza e il vostro intervento? «Si rivolgono al nostro studio soprattutto clienti del settore del trasporto merci via mare e di quello delle assicurazioni marittime. Ma in generale riceviamo richieste anche da altri ambiti più specifici del settore del diritto marittimo, come ad esempio quelli focalizzati sui casi di avaria comune o quelli che gestiscono le problematiche legate al diporto, fino ad arrivare ai clienti che si trovano a dover trattare i temi del commercio internazionale collegati al trasporto». Quali casi ha seguito di recente? «Mi occupo molto di problematiche relative ai carichi e agli eventuali danni connessi. Un caso che mi ha dato grande soddisfazione ha riguardato una nave a cui si è rotto il motore mentre

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si trovava ad Aden nello Yemen. Ha dovuto dichiarare avaria comune nonostante fosse dall’altra parte del mondo e noi ne abbiamo organizzato il rimorchio. Abbiamo fatto partire alcuni rimorchiatori dalla Grecia e recuperato la nave nello Yemen, riuscendo, nel frattempo, a far arrivare l’importante carico di cemento a Venezia presso il cliente che lo aveva ordinato». Quali sono le ultime novità nel trasporto via mare delle merci pericolose? «Sono stati innalzati gli standard di sicurezza, sia dal punto di vista dell’introduzione di nuove regole di responsabilità, sia sul fronte della prevenzione, e lavorando a livello internazionale e comunitario si è giunti alla dismissione delle navi non corrispondenti a questi standard, le cosiddette “sub standard”. La novità centrale è poi rappresentata dai luoghi di rifugio per le navi che si trovano in situazioni rischiose e che rifugiandosi sotto costa potrebbero evitare o contenere l’inquinamento marino. Contrariamente a quanto si pensa, infatti, l’inquinamento può avere un impatto ambientale inferiore se avviene vicino alla costa piuttosto che in mare aperto».

L’avvocato Giuseppe Duca esercita la professione forense a Mestre (VE) g.duca@giuseppeduca.it


EDUCAZIONE ALIMENTARE

La sanità veneta premia gli ambasciatori della salute Assieme ad altri paesi europei, il Veneto promuove comportamenti salutari in favore dei bambini e delle loro famiglie grazie all’ausilio di volontari e organizzazioni che avranno il compito di educarli a una corretta cultura alimentare. Tutte le attività internazionali della sanità veneta nel punto di Luca Coletto Elisa Fiocchi

a Regione Veneto parteciperà in veste di partner al progetto sanitario europeo “Healthy children in healthy families” con un investimento di 43mila euro a carico del bilancio regionale e di 45mila da parte della Comunità europea. «Il progetto ha una durata di tre anni, è iniziato l’1 agosto 2010 e ci aspettiamo i primi risultati a fine 2011» dichiara l’assessore regionale alla Sanità Luca Coletto. Lo scopo generale delle attività consiste nella tutela della salute dei bambini, dei giovani e delle loro famiglie, attraverso la divulgazione di conoscenze e competenze che permettano loro di compiere scelte salutari da adottare nella propria famiglia e nel proprio contesto sociale. «A tal fine, e in linea con il secondo programma Ue per la Salute (2008-2013), si vuole creare e sperimentare in sei stati europei (Gran Bretagna, Norvegia, Danimarca, Spagna, Italia, Croazia, ndr) la nuova figura dell’ambasciatore di salute». Un ruolo che sarà ideato ex novo e reso operativo tramite la partecipazione a un apposito programma di formazione finalizzato a fornire competenze a quanti lavorano come volontari in reti informali, organizzazioni, scuole e associazioni

L Luca Coletto, assessore alla Sanità della Regione Veneto

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sportive presenti sul territorio (inclusi operatori dell’amministrazione comunale) per migliorare la salute dei bambini e delle loro famiglie. Ne parla Luca Coletto. In che modo il progetto e i relativi programmi favoriranno l’inserimento della sanità veneta nel più ampio contesto europeo? «L’investimento nella progettazione europea dell’ultimo decennio, con oltre 80 progetti vinti, ha permesso di sperimentare, assieme ai più avanzati sistemi sanitari, nuovi modelli organizzativi all’interno del sistema sanitario veneto. È stata occasione per presentare alle più importanti istituzioni sanitarie europee l’esperienza del sistema sanitario regionale veneto, sia ospedaliero sia territoriale, nel trattamento, cura e prevenzione delle principali patologie che colpiscono la popolazione veneta. Con “Healthy children in healthy families” il confronto internazionale continua, in particolare, in un settore della società cruciale quale è la famiglia e l’educazione alla salute di genitori e figli». Come cambieranno le abitudini delle famiglie? «I comportamenti salutari, legati alle abitudini alimentari e non, una volta adottati dalla popolazione generale, permetteranno di ridurre la domanda di accesso ai servizi sanitari, con importanti risparmi di spesa. Per esempio, patologie quali l’obesità, in Svezia, è a carico del paziente e non della comunità, in quanto legata a compor-


Luca Coletto

tamenti prevenibili nella maggior parte dei casi, o a stili di vita non corretti. Il confronto con tali esperienze porterà benefici anche all’attuale dibattito, in corso nella nostra Regione, sui Lea, sui costi standard, sulle liste d’attesa, e sulle cure primarie, in particolare, offerte sul territorio a madri e bambini». La gestione scientifica del progetto sarà affidata all’azienda Ulss 20 di Verona. «È stata scelta perchè tra le prime Aziende Sanitarie della Regione Veneto ad investire sul confronto europeo e, di conseguenza, portatrice di quella cultura internazionale necessaria per vincere e realizzare numerosi progetti europei. Tra i primi passi che ogni Paese partecipante di Healthy Children dovrà fare, vi è quello di attivare un’apposita partnership tra l’autorità locale e un’istituzione universitaria di ricerca che, nel nostro caso, è stata identificata nel dipartimento di Scienze Neurologiche e della Visione dell’Università di Verona, all’interno della Facoltà di Scienze Motorie. Un altro passo previsto è quello della creazione di una rete che comprenda delle istituzioni locali (strutture pubbliche e del privato sociale) per lavorare in piena sinergia di intenti

Dopo tre anni le 1.200 famiglie formate in Europa saranno promotrici delle linee guida nelle comunità locali di tutti gli altri Stati europei

sulla promozione della salute, al fine di raggiungere capillarmente le famiglie sul territorio e garantire l’impatto educativo del progetto sul più alto numero di soggetti». Come i progetti saranno monitorati e riconosciuti dalla Commissione europea? «Attraverso la preparazione di un rapporto che evidenzierà in termini qualitativi e quantitativi lo specifico contesto socio-culturale di ogni istituzione partecipante al progetto, comprensivo della ricognizione delle organizzazioni e delle attività maggiormente rappresentative del volontariato locale nella promozione della salute delle famiglie e dell’infanzia. Tale rapporto costituirà un documento europeo di linee guida per la realizzazione delle attività di formazione in Europa della figura dell’ambasciatore di salute. Egli metterà a sua volta a disposizione delle famiglie, le compe-

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EDUCAZIONE ALIMENTARE

Il Veneto ha individuato nella sana alimentazione e nell’attività fisica le maggiori aree d’intervento

tenze e le conoscenze maturate durante la formazione, per sostenerle in una corretta valutazione e scelta di uno stile di vita più sano. Il primo corso italiano prenderà avvio il prossimo autunno a Verona e sarà specifico, appunto, sui temi della sana alimentazione e dell’attività fisica». Venti volontari diventeranno “ambasciatori della salute” per ciascuna delle dodici comunità locali coinvolte in Europa. Quale azione svolgeranno sul territorio veneto? «I venti ambasciatori avranno il compito di educare le prime 200 famiglie venete sugli stili di vita corretti e sulla corretta cultura alimentare, utilizzando le stesse tecniche didattiche elaborate nella prima parte del progetto, con i partner europei e con gli istituti universitari di ricerca. La missione principale del progetto sarà la diffusione della cultura della salute in famiglia attraverso la formazione di specialisti nella promozione dei comportamenti corretti a casa, a scuola e nei luoghi di svago». 344 • DOSSIER • VENETO 2011

Quali particolari problemi legati alla salute dei bambini saranno affrontati nel programma internazionale e, più specificatamente, nel Veneto? «Il gruppo di lavoro regionale ha individuato come aree che necessitano di maggiore intervento, la sana alimentazione e l’attività fisica. Le famiglie coinvolte saranno individuate tra le marginalità che maggiormente necessitano di un’azione di integrazione e promozione della salute. Si terrà conto delle strategie a favore delle madri e dei bambini già offerte dal servizio sanitaro e dal mondo educativo, cercando di creare un modello di intervento replicabile, tenuto conto anche degli specifici bisogni di salute della singola comunità locale e del grado di istruzione delle famiglie stesse». In che tempi e con quali condizioni, i vari Paesi aderenti detteranno le linee guida future per il completamento del progetto? «Alla fine dei tre anni le circa 1.200 famiglie formate in Europa saranno a loro volta promotrici dell’utilizzo delle linee guida nelle comunità locali di tutti gli altri Stati europei, attraverso appositi incontri a tutti i livelli, che trasmettano i risultati ad altre famiglie e ai rappresentanti del settore sanitario, del settore sociale ed educativo. L’ambasciatore di salute potrebbe infine iniziare l’iter per la sua “istituzionalizzazione” come figura nuova di collegamento tra sistema socio-sanitario e territorio in Italia e in tutta Europa, partendo proprio dal contributo e dai risultati realizzati a Verona e in Veneto».


Susanna Morgante

Una nuova società, sana e consapevole Nel 2010, solo il 21% degli adolescenti veneti ha svolto un’attività fisica sufficiente. Ora la Regione lancia “Healthy children”, un programma che coinvolgerà non solo operatori sanitari ma anche scuola e sociale. Il punto di Susanna Morgante Elisa Fiocchi

a crescente diffusione di stili di vita poco salutari rappresenta un problema sanitario emergente per l’intero Paese. La ridotta possibilità di muoversi in modo sicuro e indipendente a piedi o in bicicletta, la propensione sempre maggiore a spostarsi in macchina anche per brevi tratte, e il troppo tempo trascorso al televisore o al computer, sono tra le cause principali della sedentarietà, mentre gli spazi urbani rendono sempre più difficili il gioco libero, la corsa, il pattinaggio, la bicicletta. A tutto questo s’aggiungono spesso abitudini alimentari poco corrette, come quella di non far colazione al mattino, di mangiare davanti alla televisione o di consumare poca frutta e verdura. «Molti bambini, come del resto molti adulti si muovono troppo poco e assumono più calorie di quanto richiesto dal loro fabbisogno giornaliero». La dottoressa Susanna Morgante, impegnata nel Dipartimento di Prevenzione Ulss 20 della Regione Veneto, racconta come nel 2010, solo il 21% dei quindicenni sul territorio ha svolto una quantità sufficiente di attività fisica (almeno un’ora per cinque giorni alla settimana). «Per questo – afferma – il programma europeo “Guadagnare salute” (tradotto in legge, in Italia, con un decreto del 2007) ha stabilito la necessità di intervenire sui comportamenti nocivi attraverso azioni integrate che coinvolgano tutta la società civile». Da circa un anno, la Regione sperimenta il progetto “Healthy children”, che rientra in quei

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percorsi sanitari di promozione della salute già attivi con il programma regionale di promozione dell’attività motoria, “Guadagnare salute” in adolescenza e “Ragazzi in gamba”. L’intera società è chiamata a partecipare al progetto. «Quando il programma “Guadagnare salute” parla di azioni integrate intende sottolineare la necessità di non affidare la promozione della salute ai soli sanitari, ma coinvolgere dall'interno i diversi gruppi Susanna Morgante, della popolazione, la scuola, il privato sociale, con membro del Dipartimento di una particolare attenzione per i “soggetti deboli” Prevenzione Ulss 20 da un punto di vista socio-economico, dato che della Regione Veneto le comunità più a rischio di patologia spesso sono anche quelle che usufruiscono meno dei servizi preventivi. Ad esempio si calcola che esista una differenza media nell’aspettativa di vita fra le persone più povere e le più benestanti di 7 anni e, in particolare nei bambini, esistono differenze sociali molto rilevanti nel campo della salute». Quali ripercussioni, queste differenze apportano nella società? «Nel rapporto HBSC del 2006 è stato rilevato che a fronte di un miglioramento globale nella salute dei giovani, consistenti minoranze hanno viceversa problemi crescenti di sovrappeso e di obesità e di conseguenza anche problemi come scarsa autostima, scadente qualità di vita, uso di VENETO 2011 • DOSSIER • 345


EDUCAZIONE ALIMENTARE

sostanze o bullismo. L’am-

L’ambasciatore non suggerisce soluzioni pre-confezionate ma lavora sull’empowerment: il rafforzamento del potere personale

basciatore di salute dovrà quindi essere una figura che promuoverà gli stili di vita sani all’interno dei diversi gruppi di popolazione giovanile, ma con una particolare attenzione ai gruppi più a rischio da un punto di vista socio-economico come i bambini immigrati di prima e seconda generazione. Inoltre alle competenze tecniche (sul versante sanitario ma non solo) dovrà aggiungerne altre di tipo relazionale: dovrà essere un buon comunicatore, avere un ruolo di leader all’interno della comunità di appartenenza, saper lavorare con i gruppi e così via». Come l’ambasciatore agirà al fine di migliorare la salute dei bambini e delle loro famiglie? «L’ambasciatore di salute dovrebbe orientare, sostenere e sviluppare le potenzialità dei soggetti con cui entra in contatto, stimolando in loro atteggiamenti attivi e capacità di scelta. Si tratta in altre parole di lavorare sull’”empowerment” - letteralmente: rafforzamento del potere personale invece di suggerire soluzioni pre-confezionate. Dovrà quindi fornire un supporto e conoscenze tecniche a queste persone in modo da rafforzare la loro capacità di scegliere in maniera attiva e consapevole».

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Quali altre figure ed enti assumeranno un ruolo chiave nello sviluppo del progetto? «Al progetto, oltre al Centro regionale di promozione della salute e all’università, collaborano il Dipartimento di Prevenzione dell’ULSS 20 di Verona e il Centro servizi per il volontariato, particolarmente coinvolti nell’individuazione delle linee strategiche e nel reclutamento dei volontari da formare». Quali risultati sono attesti in Veneto? «L’effetto che potremo vedere sarà quello congiunto di una serie di azioni virtuose (indotte dai programmi di promozione della salute e dai molti altri esistenti) da un lato e dei numerosi determinanti di patologia dall’altro - tra cui le modifiche del tessuto sociale e urbano, il crescente utilizzo dell’auto, la diffusione di alimenti a basso valore nutrizionale e di sostanze psicoattive etc. Crediamo comunque, che la strategia perseguita da Healthy Children, di agire sulla promozione della salute lavorando all’interno delle comunità a rischio, sia la più efficace per contrastare sempre più i determinanti di malattia».


STRUTTURE SPECIALIZZATE

Un modello sempre all’avanguardia per l’assistenza agli anziani Le crescenti esigenze socio-sanitarie relative alla terza età, aprono al settore dell’assistenza nuove prospettive di crescita, basate su un concetto di ‘ospitalità’ vicino al modello alberghiero. Ne parliamo con Bertrand Barut, direttore della residenza Santa Margherita Erika Facciolla

a terza età rappresenta una fase delicata e complessa nella vita, la cui ‘gestione’ è spesso affidata a strutture specializzate che hanno il compito di garantire all’anziano un soggiorno sereno e sicuro sia dal punto di vista sociale che terapeutico. Per queste ragioni è sempre più necessario superare il tradizionale concetto di “casa di riposo” e approdare a nuove formule dell’attività di cura che per qualità del servizio e vivibilità degli ambienti, riescano a far sentire ogni paziente un “ospite” sempre gradito. La Residenza Santa Margherita di Fossalta di Portogruaro, in tal senso, rappresenta da anni un’eccellenza del settore. Un modello pionieristico il cui valore è stato riconosciuto e sancito da importanti certificazioni ottenute per la qualità dei servizi offerti secondo la norma ISO 9001 e per la sicurezza degli ambienti e luoghi di lavoro in riferimento alla

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norma OHSAS 18001. La Residenza Santa Margherita, infatti, è un centro di servizi con caratteristiche strutturali e organizzative assimilabili ad un vero e proprio albergo, priva di barriere architettoniche. «Attraverso l’applicazione dei più moderni principi dell’edilizia residenziale e dell’elettronica – sottolinea il direttore Bertrand Barut - si è edificato un complesso residenziale in grado di garantire controlli, vigilanza e tempestività d'intervento». Quali sono gli accorgimenti adottati nella progettazione degli ambienti? «Abbiamo pensato di dotare ogni ambiente di ampi spazi nelle camere da letto, nei bagni e nei locali comuni: è nata così una grande biblioteca, aree dedicate al soggiorno e bar di notevoli dimensioni e funzionalità. L’intento di rendere gradevole gli spazi si palesa anche nella sala da pranzo e nelle vetrate che aprono sul parco che circonda la residenza. A completamento della struttura è stata creata una palestra attrezzata per la rieducazione motoria». Dal punto di vista logistico, quanti ospiti è in grado di accogliere e gestire? «La nostra residenza è in grado di ricevere complessivamente 140 Ospiti di cui 96 non autosufficienti; 24 nucleo RSA; dieci nella sezione ad alta protezione Alzheimer; dieci nella sezione per stati vegetativi, con tempi di attesa che variano da pochi giorni a qualche settimana». In cosa consiste la mission della Residenza Santa Margherita?

A sinistra, il dottor Bertrand Barut, direttore della Residenza Santa Margherita di Villanova di Fossalta di Portogruaro (VE), insieme alla responsabile gestione qualità e sicurezza, Silvia Battiston


Bertrand Barut

«La Residenza Santa Margherita nasce dalla volontà di garantire una terza età serena e piacevole. L’obiettivo è dare un’accoglienza familiare e sicura a tutti i nostri ospiti, garantendo loro la possibilità di non essere mai soli». In quest’ottica, la qualità del servizio prestato da ogni operatore diventa fondamentale. Come si traduce tale impegno nella quotidianità? «Sin dai gesti più piccoli e semplici, come il “buongiorno” offerto in maniera sorridente dai nostri operatori socio sanitari o l’interesse a condividere con l’anziano pensieri e stati d’animo. Rispetto, pazienza e cortesia diventano caratteristiche predominanti e imprescindibili». Grazie alla certificazione qualità sono state standardizzate le modalità operative per garantire costantemente un intervento certo e sicuro». Quali sono i principali traguardi ottenuti dalla residenza Santa Margherita negli ultimi anni? «Santa Margherita è la prima residenza in Italia ad avere ottenuto la doppia certificazione per la qualità e la sicurezza. Un percorso lungo che ha

In queste immagini, momenti di svago e riposo presso la Residenza Santa Margherita www.residenzasantamargherita.it

tivi mansionari e competenze, sono stati rivisti i processi ottimizzando le risorse impiegate e standardizzando le procedure di lavoro, monitorando oltre alle risorse umane anche impianti, attrezzature, strumenti e apparecchiature. Periodicamente sono verificati i risultati raggiunti e definiti i nuovi obiettivi a breve termine. Dopo che la certificazione di qualità, ottenuta nel 2002, è diventata modus operandi di tutta l’organizzazione, si è ritenuto opportuno ampliare il sistema nell’ottica della sicurezza, focalizzando l’attenzione non solo sull’Ospite ma anche sul

L’obiettivo è dare un’accoglienza familiare e sicura a tutti i nostri ospiti, garantendo loro la possibilità di non essere mai soli

comportato una vera e propria rivoluzione costruttiva per i 130 dipendenti della Residenza Santa Margherita». Quali sono stati gli step che hanno condotto al conseguimento di questi importanti riconoscimenti? «Inizialmente è stata rivista completamente l’organizzazione: sono stati definiti i ruoli con rela-

dipendente. Si è giunti così quest’anno all’ambito certificato rilasciato da Bureau Veritas riguardante le due norme integrate qualità e sicurezza». Un risultato prestigioso che consolida l’importanza di un servizio adeguato alle esigenze del settore. «Certamente sono due traguardi importantissimi e indispensabili in un ambiente di lavoro delicato come il nostro. Perché è evidente che operare con professionalità, efficacia ed efficienza diventa prioritario, in linea con i principi sanciti dall’Assemblea Mondiale sui problemi della Condizione Anziana». VENETO 2011 • DOSSIER • 353


MEDICINE COMPLEMENTARI

La garanzia sui farmaci e gli omeopatici Il mercato farmaceutico, quello degli integratori e quello delle medicine complementari. Chi garantisce e sceglie fra i moltissimi prodotti disponibili sul mercato? La selezione per requisiti di qualità e tecnologia secondo Bruno Giuriati Luca Cavera

li integratori alimentari che si trovano in commercio dovrebbero essere selezionati secondo requisiti di concretezza scientifica e qualitativa, per offrire ai consumatori prodotti sicuri e di qualità. Una delle società italiane che si occupa di garantire e selezionare quali sono le migliori aziende presenti sul mercato è la Cabassi & Giuriati tra l’altro autorizzata da Regione e Ministero della Salute a trattare il deposito e la distribuzione di specialità farmaceutiche, secondo tracciabilità del farmaco a livello telematico. È inoltre associata ad associazioni di settore quali Assoram per il comparto farmaceutico e a Federsalus per quello degli integratori alimentari. Cabassi & Giuriati testa, propone e garantisce un’ampia gamma di prodotti: integratori nutrizionali, alimenti particolari, prodotti erboristici, specialità farmaceutiche, omeopatici, articoli di medicazione, elettromedicali e cosmesi. Come afferma il presidente Bruno Giuriati: «Il nostro slancio imprenditoriale non si arresta alla semplice commercializzazione. Da tempo siamo impegnati nel dare supporto alla ricerca scientifica e alla formazione nel settore delle medicine comple-

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Bruno Giuriati, presidente di Cabassi & Giuriati Spa, Padova www.cabassi-giuriati.it

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mentari». Quali sono le differenze fra integratori, farmaci e omeopatici? «Diversamente da quanto si crede comunemente, fra questi tre prodotti non esistono rivalità o contrapposizioni, perché ognuno di essi ha un proprio ruolo. Gli integratori alimentari sono prodotti che lavorano sul benessere delle persone sane. Al contrario, il farmaco lavora su persone malate. Gli omeopatici, infine, sono prodotti naturali che permettono di attivare proprietà terapeutiche». Perché avete deciso di avviare la produzione di una vostra linea di integratori nutrizionali? «Il commercio all’ingrosso e rappresentanza di specialità farmaceutiche, di alimenti dietetici e di prodotti erboristici altamente selezionati, di preparati di elevata qualità destinati alla cosmesi, di articoli sanitari e di apparecchiature elettromedicali ad alto contenuto tecnologico, hanno nell’arco di più di quarant’anni caratterizzato e consolidato la nostra realtà. In questa esperienza maturata si inserisce il progetto Nutriva, una nuova linea di prodotti “integratori nutrizionali”, che è nato per dare una risposta a nuove e spe-


Bruno Giuriati

cifiche esigenze nutrizionali integrative. C’era la richiesta, da parte dei professionisti del settore, di avere un prodotto naturale di alta qualità , purezza ed efficacia per migliorare il benessere della persona. Si tratta di una linea di prodotti sviluppata per venire incontro alle diverse necessità nutrizionali individuali nei diversi momenti della vita , con una particolare alla scelta rigorosa delle materie prime certificate, alla presenza di allergeni e al mantenimento dell’integrità dei principi attivi attraverso un brevetto internazionale». Come siete organizzati dal punto di vista commerciale? «L’attività commerciale è organizzata con una rete di vendita nazionale composta da agenti e informatori tecnico-scientifici. La nostra azione informativa è naturalmente rivolta soprattutto al corpo professionale. Come in tutte le imprese moderne, abbiamo una spiccata sensibilità alle risorse umane e dedichiamo la massima attenzione alla formazione e all’aggiornamento professionale. Per questo organizziamo corsi periodici sui prodotti e sui servizi, rivolti sia agli operatori che ai clienti». Come si sviluppa la vostra attività di ricerca? «In parallelo alla struttura commerciale, si è sviluppata una struttura dedicata alla ricerca, all’insegnamento, allo sviluppo e alla forma-

Per la ricerca nel settore delle medicine complementari collaboriamo con diverse figure professionali, come medici, farmacisti, biologi, biochimici e biofisici

zione nel settore delle medicine complementari. Collaboriamo con diverse figure professionali, come medici, farmacisti, biologi, biochimici e biofisici. Alcuni prodotti sono già stati selezionati da questo pool di professionisti per essere studiati in clinical trial e anche in ambito universitario. Per sostenere lo sviluppo di queste attività, il servizio tecnicoscientifico dell’azienda è a stretto contatto con il mondo della ricerca scientifica, partecipando con regolarità a congressi scientifici internazionali». Quali sono i prossimi congressi ai quali parteciperete? «Stiamo organizzando un importante intervento al prossimo congresso internazionale “Le nuove frontiere della medicina integrativa”, che si svolgerà ad Abano Terme il 12 e 13 novembre 2011. Questo congresso, oltre a rappresentare un incontro di aggiornamento e verifica dell’evoluzione e dello sviluppo della medicina convenzionale e complementare a confronto, quest’anno sarà incentrato sulle nuove frontiere della medicina: la nutrigenomica e le bioenergie». VENETO 2011 • DOSSIER • 355


BENESSERE

Un appoggio sicuro on movimento naturale, semplicemente camminando è possibile alleviare i problemi più comuni, come gonfiori alle caviglie, ristagno venoso, dolori ai piedi. Con l’uso di un plantare o di una calzatura ortopedica adeguata è possibile donare una nuova leggerezza a piedi e gambe per la salute dell’intero organismo. È fondamentale infatti rispettare la naturale conformazione del piede creando un morbido appoggio che si adatti perfettamente alle sue forme e lo sostenga in tutti i punti. «Se il peso del corpo è distribuito in modo equilibrato e la "suola venosa" è compressa in maniera adeguata si facilita la circolazione sanguigna». Sono parole di Paolo D'Ambroso titolare della Loren Srl di Montebelluna (TV) distretto di importanza mondiale per la produzione di calzature. Come si sviluppa la linea di calzature? «Il design delle nostre calzature e le innovazioni tecnologiche, sono accuratamente studiati per portare un concreto beneficio alla salute di piedi e gambe. Dalla nascita del calzaturificio Loren, nel 1974 per opera di Loris D'Ambroso (fondatore e attuale presidente) abbiamo avviato una produzione specializzata in calzature ortopediche e correttive da bambino. Successivamente, grazie all'esperienza acquisita e alla collaborazione con medici e tecnici ortopedici abbiamo sviluppato una linea di calzature comfort da donna partendo dal concetto di rispetto del piede. Il risultato è una calzatura tutta made in Italy che combina in maniera ottimale la comodità, l'eleganza e la qualità, interpretando le esigenze di comfort e le tendenze del mercato, proponendo soluzioni attuali in una gamma di tipologie molto articolata. Abbiamo inoltre una linea di calzature più specifiche in grado di alleviare i problemi

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«Se il peso del corpo è distribuito in modo equilibrato e la "suola venosa" è compressa in maniera adeguata si facilita la circolazione sanguigna». Paolo D'Ambroso descrive i vantaggi delle calzature ortopediche Eleonora Carboni

di chi soffre di gravi patologie ai piedi. E per soddisfare le esigenze personali del singolo, realizziamo calzature su misura, disegnandole e creandole nel totale rispetto dei desideri individuali e dei diversi problemi anatomici». Come vi siete specializzati nella produzione di calzature ortopediche? «Abbiamo iniziato la nostra attività con la produzione di calzature ortopediche da bambino. E, vista l’esperienza maturata nella produzione delle calzature da bambino, abbiamo sviluppato svariati tipi di calzature comode adatte a diversi tipi di patologie». Per un prodotto come il vostro la collaborazione con i medici è fondamentale per ot-

Lidia e Paolo D’Ambroso titolari e Loris D’Ambroso, fondatore e presidente della Loren Srl www.loren.it


Paolo D'Ambroso

timizzare il risultato finale e per fornire le soluzioni migliori. Come avviene questa partnership? «Elaboriamo con i medici le proposte più adatte a soddisfare le esigenze dei clienti. Un esempio di questa collaborazione è la calzatura specialistica che abbiamo studiato per piedi diabetici o affetti da artrite reumatoide. Questa calzatura è stata realizzata con i migliori materiali e predisposta all’inserimento di un plantare personalizzato. Il risultato è una soluzione che restituisce la libertà di muoversi e camminare. Questo tipo di calzature presenta determinate caratteristiche strutturali che partono dalle specifiche della malattia, i diabetici ad esempio, hanno una difficile circolazione sanguigna cosa che ci ha portati a studiare delle calzature morbide senza cuciture nell’avampiede, in questo modo si può inserire facilmente sia il piede gonfio che un plantare personalizzato». Comfort del prodotto, ma anche qualità ed eleganza. Come riuscite a coniugare il tutto? «La gamma delle calzature comode, delle ciabatte da casa, delle ciabatte predisposte per l’inserimento di plantari personalizzati, delle calzature eleganti, fino alle moderne ballerine sono state realizzate studiando attentamente la struttura della forma e il design del modello

Abbiamo studiato insieme a dei medici una calzatura specialistica per piedi diabetici o affetti da artrite reumatoide

dell’articolo. Utilizziamo, inoltre, pellami molto morbidi come agnello o capra e fodere apposite che danno confort e stabilità». Qual è il vostro mercato di riferimento? «Ci rivolgiamo principalmente al mercato italiano: le nostre calzature sono in vendita nelle sanitarie, ortopedie, farmacie e negozi specializzati in moda comoda». Qual è la filosofia che vi ha permesso in tutti questi anni di restare competitivi nel mercato? «Sicuramente la qualità del prodotto e la possibilità di personalizzare la produzione secondo le richieste del cliente, infatti presentiamo un campionario sul quale è possibile fare delle modifiche di forma e di scelta del pellame».

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BENESSERE

Il benessere delle terme, salute, relax e spazi di relazione Alle porte dei colli Euganei e delle Terme di Abano e Montegrotto, poco distante dai principali centri veneti, sorge un’oasi immersa nella natura. L’acqua calda delle terme, la cultura e l’amicizia confluiscono qui per rigenerare il corpo e la mente. Ne parla l’architetto Emanuele Boaretto Valerio Germanico

n solo luogo che riunisce natura, benessere fisico e mentale, eleganza e cultura. La cura del corpo e il relax, all’interno di una struttura architettonica di moderna concezione, si incontrano con il rispetto dell’ambiente. Gli eventi culturali del Veneto – dalla Biennale alla Mostra del Cinema – si uniscono all’effetto terapeutico dell’acqua termale. È proprio intorno alle acque termali che ruota la vita dell’Hotel Millepini. E proprio dalle terme trae la sua visione dell’accoglienza come stimolo all’attività di relazione. Collo-

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Immagini degli interni dell’Hotel Millepini Terme di Montegrotto Terme (PD) www.millepini.it

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cato all’interno del Parco dei Colli Euganei, a contatto con la natura del monte Olivo, regala agli ospiti un vivificante sguardo sulla composizione di forme, volumi e colori, disegnati da alberi, prati e fioriture. La naturale varietà delle piante autoctone presenti nel giardino della struttura è arricchita da specie esotiche, collezionate dal fondatore dell’hotel nei suoi viaggi, il poeta e pittore Giuseppe Boaretto. La parola all’architetto Emanuele Boaretto, direttore della struttura. Qual è l’esperienza che la progettazionearchitettonica dell’hotel vuole dare al visitatore? «L’idea è quella di privilegiare lo spazio di relazione. Tutti gli spazi sono luminosi e adatti a favorire l’incontro fra gli ospiti, che tornano spesso negli stessi periodi proprio per condividere e confermare i rapporti amichevoli instaurati durante gli anni. Sin dalla prima impressione, l’hotel dona all’ospite quel senso di accoglienza che si prova quando si giunge in una grande “casa”. Un ruolo fondamentale è stato dato ai materiali, con scelte particolari come la trachite dei colli Euganei, il botticino bianco, il marmo verde delle Alpi, legno di noce e vetro. Il fatto che si tratti di materiali naturali e pregiati crea una combinazione di superfici in equilibrio tra le ampie dimensioni degli ambienti e la familiarità dell’ac-


Emanuele Boaretto

coglienza». C’è un ambiente di particolare importanza rispetto agli altri? «Nel 2002 abbiamo inaugurato una sala di 240 mq dedicata all’unione monetaria dell’Europa, che abbiamo battezzato “Il giardino d’inverno” o “La sala Europa”. Infatti nel pavimento della sala è incastonato il disegno dei Paesi membri. Tutta la superficie del pavimento è in marmo botticino, mentre il soffitto è costituito da due nervature bianche in acciaio ed è coperto interamente di vetro. Ogni ospite può, sedendosi al suo interno, godere di un bagno di luce e di un ampio sguardo su tutta la verde natura circostante. Questa sala accoglie i grandi eventi che vengono organizzati nell’hotel: dall’orchestra d’archi che si esibisce nella settimana della musica in settembre, alle milonghe che colorano di passione tutto l’ambiente negli appuntamenti annuali dedicati al tango. In essa vengono presentati libri ed eventi culturali, conferenze e seminari». Può fare qualche esempio degli eventi che ospitate o organizzate? «Organizziamo visite ai musei e a mostre temporanee come la Biennale e la Mostra del Cinema di Venezia. Inoltre da qui si può partire per effettuare il giro della riviera del Brenta con l’imbarcazione “il Burchiello”, andando così alla scoperta delle meravigliose Ville Venete, residenze estive dei nobili Veneziani. Durante questa piacevole navigazione è possibile raggiungere Venezia e le sue Isole. L’hotel segue anche il festival operistico dell’Arena di Verona e il festival “Opera Estate” di danza di Bassano del Grappa, raggiungendo i suggestivi luoghi degli spettacoli tramite un mezzo messo a disposizione dei nostri ospiti. Inoltre sponsorizziamo l’associazione culturale Filosofia di Vita, che nei mesi di ottobre e novembre promuove incontri di filosofia, teologia e scienza con i più importanti intellettuali italiani ed europei».

Un bagno nelle calde acque delle piscine termali restituisce un sicuro benessere psichico e fisico. Questi bagni favoriscono la distensione dei muscoli del collo, della schiena e delle gambe

La vostra è una località termale. Che rilevanza hanno le terme nel servizio di accoglienza che offrite? «La salute attraverso l’acqua termale è ciò che promuoviamo e sviluppiamo per prenderci cura dell’ospite. Il nostro ambiente armonioso favorisce l’equilibrio psicofisico, utilizzando un’acqua preziosa fin dal tempo dei °C Romani. Applichiamo sia le tecniche terapeutiche occidentali che i metodi orientali. È la temperatura che sgorga Nella nostra area SPA Thermae Millepini, dell’acqua nelle terme euganee sotto la direzione sanitaria del dottor Bertolini, ci prendiamo cura sia del corpo – con trattamenti termali efficaci a prevenire e curare molti disturbi e patologie dell’apparato respiratorio, circolatorio, osseo e locomotore –, sia della mente con attenzione ai colori e ai suoni, in modo che i pensieri si possano al-

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INFRASTRUTTURE

OSPITALITÀ PER CORPO E MENTE all’antica via del castello del Catajo è possibile imboccare una strada che conduce al monte Olivo. In un accogliente edificio dalle avanzate innovazioni architettoniche ed ecotecnologiche ha sede l’Hotel Millepini Terme. L’hotel si trova in una posizione favorevole, alle porte dei colli Euganei e delle Terme di Abano e Montegrotto, al centro del nucleo culturale e commerciale della regione Veneto. A pochi chilometri si trovano le città di Padova, Vicenza, Venezia, Verona, Bologna e le meravigliose ville della riviera del Brenta. L’Hotel Millepini Terme ha un parco privato di 20.000 mq e fa parte del Parco naturale dei colli Euganei. Chi lo

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frequenta vi trova una rigenerante oasi di tranquillità che predispone al benessere e al relax. L’hotel dispone di 100 camere eleganti e luminose, che si affacciano sul verde paesaggio del Parco e dei campi coltivati. Gli arredi in ciliegio rendono l’atmosfera confortevole e accogliente, l’aria condizionata è indipendente in ogni camera. Gli ospiti hanno a disposizione i vapori benefici delle terme e trattamenti con fanghi salutari. L’attività terapeutica è seguita da personale qualificato diretto dal dottor Bertolini. La direzione ha avviato iniziative volte alla diversificazione delle fonti energetiche, in un’ottica di rispetto per l’ambiente.

leggerire, distendere e l’attività termale sia più loro preziosa unicità nasce dal lungo viaggio efficace e duratura. Un bagno nelle calde acque delle nostre piscine restituisce un sicuro benessere psichico e fisico. Le piscine termali sono disposte su due livelli. Tutte sono fornite di idromassaggi e giochi d’acqua. Questi bagni favoriscono la distensione dei muscoli del collo, della schiena e delle gambe». Quali sono le caratteristiche delle vostre acque? «Le acque termali del bacino di Abano e Montegrotto Terme appartengono alla categoria delle acque sotterranee profonde. La

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che devono percorrere. Le acque termali provengono dai bacini incontaminati dei monti Lessini, nelle Prealpi, e defluiscono nel sottosuolo attraverso la roccia calcarea arrivando fino a una profondità di 2.000-3.000 metri. L’acqua viene trattenuta ad alta temperatura e a forte pressione durante un periodo medio di 25-30 anni, arricchendosi di sali minerali fino ad arrivare agli stabilimenti delle Terme Euganee dove sgorga alla temperatura di 87 °C». Ci sono dei particolari sali minerali in queste acque?


Emanuele Boaretto

«La ricchezza di sostanze disciolte rende quest’acqua una risorsa termale unica al mondo, classificata, dal punto di vista chimico, come salso-bromo-iodica ipertermale. Le straordinarie qualità terapeutiche delle acque e del fango termale di Abano e Montegrotto Terme hanno fatto sì che l’estrazione e l’impiego siano strettamente regolamentati, rispettando così il tempo di naturale rinnovamento della risorsa. L’acqua è, com’è noto, uno dei beni più preziosi in natura. Le caratteristiche eccezionali di quest’acqua la rendono ancora di più una sostanza da preservare». Offrite anche la possibilità di fare dei trattamenti con un fango termale maturo. Com’è ottenuto questo speciale fango? «Il fango termale maturo è una preziosa cura naturale composta di argilla, acqua del bacino termale euganeo e microrganismi. Il fango – proveniente dai laghetti di Arquà Petrarca, situati nel cuore dei colli Euganei – viene immerso in speciali vasche con acqua termale a 60 °C, in una costante esposizione alla luce solare per un periodo di sei o sette mesi. Queste sono le condizioni in cui avviene il processo di maturazione del fango termale. L’argilla modifica le sue caratteristiche chimiche e fisiche, aumentando il grado di plasticità e l’indice di ritenzione del calore, divenendo il luogo adatto allo sviluppo di microalghe (diatomee e cianoficee) presenti nell’ecosistema del bacino termale euganeo. In questo modo si producono sostanze glicolipidiche dotate di un’elevata attività antinfiammatoria e analgesica, caratterizzate dall’assenza di effetti collaterali anche dopo ripetuti trattamenti». Voi siete molto attenti ai temi ecologici, qual è l’impatto della vostra struttura sull’ambiente circostante? «Siamo sempre stati sensibili ai temi ambientali, mettendo in atto spontaneamente iniziative ecosostenibili. L’Hotel Millepini Terme attinge dalla natura energia termica pulita, grazie a un efficiente sistema di scambiatori di calore. Questi permettono, attraverso uno scambio per contatto con l’acqua

Siamo sempre stati sensibili ai temi ambientali, mettendo in atto spontaneamente iniziative ecosostenibili. L’Hotel Millepini Terme attinge dalla natura energia termica pulita, grazie a un efficiente sistema di scambiatori di calore

termale prelevata dal sottosuolo, di riscaldare gli ambienti e l’acqua potabile sanitaria, evitando così di bruciare il metano e l’olio combustibile che inquinerebbero l’atmosfera. In questo modo e contribuendo a diversificare le fonti di approvvigionamento energetico, abbiamo un impatto ambientale praticamente nullo». VENETO 2011 • DOSSIER • 363


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