OSSIER
CALABRIA EDITORIALE
13
Raffaele Costa
L’INTERVENTO
15
Lella Golfo Cosimo D’Arrigo
ECONOMIA E FINANZA IN COPERTINA Corrado Calabrò
18
BANDA LARGA Emanuele Viterbo Giuseppe Scopelliti La parola alle imprese
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CONFINDUSTRIA Emma Marcegaglia Umberto De Rose Domenico Arena Renato Pastore
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FARE SISTEMA Carlo Sangalli
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PARI OPPORTUNITÀ Isabella Rauti Barbara Varchetta Donatella Romeo Lidia Matera
50
AGROALIMENTARE Nicola Cilento I prodotti Dop
APRIRE UN’ATTIVITÀ IN CALABRIA
92
POLITICA CONSULENZA ALLE IMPRESE Maurizio Napolitano
76
ESTERI Franco Frattini
OBIETTIVO LAVORO Rosario De Luca
80
GIUSTIZIA
UNA NUOVA CULTURA D’IMPRESA Giuseppe Buscema
84
IN ATTESA DELLA RIFORMA FISCALE Giovanni Rositani
86
L’ECONOMIA CALABRESE Strumenti per l’impresa 10 • DOSSIER • CALABRIA 2010
66
90
96
RIFORME Angelino Alfano
102
IN PRIMA LINEA Luisa Latella
108
CARCERE Maria Carmela Longo
110
PROFESSIONE FORENSE Maurizio De Tilla Oreste Morcavallo
114
Sommario
ENERGIA E AMBIENTE
MISSIONI ALL’ESTERO Ignazio La Russa
120
CITTADINI E PA Criticità
142
NOTARIATO L’intesa con Confindustria Sfatiamo il dubbio meritocratico
146
IL PATTO DI FAMIGLIA
150
TERRITORIO SICUREZZA STRADALE Elisabetta Mancini Michelino Davico
126
IL NODO DELLE IMMUNITÀ Nico D’Ascola
130
LA CULTURA DELLA LEGALITÀ 134 STRUMENTI Conciliazione
136
IL TRUST E LE SUE APPLICAZIONI
138
CHIAREZZA SULLA 231
140
BENI CULTURALI 152 Stefano De Caro Simonetta Bonomi Museo nazionale di Reggio Calabria INFRASTRUTTURE Altero Matteoli Pietro Ciucci
158
IL MERCATO DELL’AUTO
162
MATERIALI SOSTENIBILI La pietra Reggina
168
IL TERRITORIO TRA STORIA E CULTURA
170
AMBIENTE Stefania Prestigiacomo
172
RINNOVABILI Il fotovoltaico
176
SMALTIMENTO AMIANTO
178
IMPIANTI IDROELETTRICI Una gestione virtuosa
180
SANITÀ MEDICI DI FAMIGLIA Bruno Cristiano Francesco Perticone
184
FARMACI Giorgio Foresti, Emilio Stefanelli Annarosa Racca
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PATOLOGIE DEGENERATIVE La riabilitazione
196
CRITICITÀ DEL SISTEMA L’assistenza agli anziani
198
CHIRURGIA PLASTICA
200
ODONTOIATRIA Nuove tecnologie
202
CALABRIA 2010 • DOSSIER • 11
IN COPERTINA
L’AUTOSTRADA PER L’ECONOMIA DEL FUTURO Dal passaggio al digitale terrestre allo sviluppo della banda larga, dal recente codice di autoregolamentazione per i programmi di informazione ai controlli sul mercato della telefonia mobile. Sono molti i compiti dell’Agcom, li spiega il presidente Corrado Calabrò Nicolò Mulas Marcello
18 • DOSSIER • CALABRIA 2010
Corrado Calabrò
F
ondamentale per lo sviluppo sociale, economico e anche politico di un paese, è l’attenzione alle nuove tecnologie e alla comunicazione. Anche la crescita delle piccole e medie imprese passa attraverso questi due vettori. Grazie a internet, infatti, le pmi possono farsi conoscere, creare rete e raggiungere uno spettro di clienti molto più vasto di quello regionale. Per questo, come sottolinea il presidente di Agcom Corrado Calabrò, «lo sviluppo della banda larga è fondamentale. È questa l’autostrada per l’economia del futuro». L’Autorità per le garanzie delle comunicazioni promuove questo sviluppo indicando come passo indispensabile, il passaggio alla fibra ottica che, con la sua capacità quasi illimitata, consentirebbe un maggiore respiro alla rete in rame ormai satura. Anche l’Italia quindi, se non vuole perdere terreno, dovrà operare investimenti nelle infrastrutture così come hanno già fatto Stati Uniti, Giappone, Cina e molti Paesi europei. La diffusione della banda larga in Italia potrebbe fare risparmiare 30 miliardi di euro ogni anno. La vasta disponibilità di connessioni a banda larga consentirebbe minori spese e una maggiore efficienza e produttività per tutto il sistema economico italiano, a sostenerlo è un documento firmato da Confindustria servizi innovativi. Avere il 100% degli istituti scolastici in rete, l’80% delle famiglie e degli insegnanti consentirebbe un risparmio di circa il 50% sull’acquisto dei testi scolastici per le famiglie con figli alle medie inferiori e superiori. Inoltre, risparmi dal 3 al 13% sarebbero conseguibili anche nella sanità: con il 100% dei medici in rete, ricette e certificati digitali, servizio farmaceutico informatizzato e cartelle cliniche elettroniche si potranno risparmiare fino a 8,7 miliardi di euro. E altri 500 milioni all’anno potrebbero essere risparmiati anche nella Giustizia, grazie al processo civile telematico. L'Autorità garante per le telecomunicazioni necessita di una riforma che la adegui ai nuovi standard di indipendenza richiesti dall'Unione europea. Che tipo di riforma immagina? «Le Autorità indipendenti non rappresentano un fine in sé ma uno strumento di garanzia di diritti
Le infrastrutture vanno eseguite perché è questa l’autostrada per l’economia del futuro: è una exit strategy
sensibili. Questo sia sul piano politico-sociale per il peso che esercitano le televisioni e i contenuti audiovisivi, sia sul piano socio-economico per quanto riguarda le telecomunicazioni, in cui rilevano le relazioni tra mercato e istituzioni, ma anche il desiderio di comunicare degli individui. Sono due versanti entrambi delicati e per questo che è stata creata l’Agcom. Il Governo, infatti, viene considerato un giocatore perché è responsabile della politica industriale. L’Agcom, al contrario, deve essere un arbitro e non un arbitrogiocatore. Detto questo, il quadro esistente si In apertura, può e si deve migliorare. E c’è un’occasione che Corrado Calabrò, non ci deve sfuggire: il recepimento nel nostro or- presidente dell’Autorità dinamento della direttiva 140 del 2009 della per le garanzie Comunità Europea, la quale mira a rafforzare i delle comunicazioni criteri di indipendenza delle Autorità di regolazione e dei loro rappresentanti. Purtroppo, abbiamo perso l’occasione per farlo nella legge comunitaria 2009; per questo abbiamo scritto al Governo affinché non si perda anche il treno della legge comunitaria 2010». CALABRIA 2010 • DOSSIER • 19
IN COPERTINA
Per quanto riguarda il digitale terreste sembra che i tempi dello switch off per tutta l’Ita lia si siano allungati rispetto a quelli previsti. Quando si concluderà la procedura? «C’è stato solo un breve rinvio al secondo semestre di quest’anno per la Lombardia e per alcune regioni del Nord, dovuto anche alle elezioni regionali e ai mondiali di calcio. È un piccolo differimento tollerabile che non modifica il programma complessivo e i traguardi che ci si è prefissi. Il passaggio al digitale era obbligato e consente una crescita del pluralismo nell’informazione. A regime, Mediaset e Rai ridurranno le loro reti da cinque a quattro, Telecom Italia da quattro a tre e i piccoli operatori manterranno quelle che hanno. Avremo cinque nuove reti multiplex che verranno messe a gara con un beauty contest. Solo per due di queste potranno competere Rai e Mediaset e quindi ci sarà spa20 • DOSSIER • CALABRIA 2010
zio per nuovi soggetti. In più, se uno dei due operatori maggiori si aggiudicherà una rete sarà costretto a cedere il 40% della capacità trasmissiva ad altri operatori. Quanto poi al posizionamento INVESTIMENTO delle reti sul telecomando, stiamo ultimando un’istruttoria per definire l’assegnazione delle poLe risorse stanziate dal governo per il sizioni alle emittenti, dato che i primi 9 numeri piano di sviluppo sono i più ambiti perché di più facile accesso». rurale regionale per la Banda larga, con Parliamo di processi mediatici. L’Agcom si è l’obiettivo di schierata contro questo tipo di giornalismo, abbattere il divario digitale nelle aree ma dove finisce la libertà di informazione e inpiù marginali del comincia la spettacolarizzazione mediatica? nostro Paese «Il punto di partenza è che la riproduzione dei processi in Tv porta a una sovrapposizione della televisione alla funzione di giustizia. Convengo con lei che il tema è delicato perché si tratta di conciliare principi costituzionali opposti: da una parte la libertà di informare e di essere informarti e dall’altra la salvaguardia della dignità della per-
15 mln
Corrado Calabrò
Le autorità indipendenti non rappresentano un fine in sé ma uno strumento di garanzia dei diritti sensibili sia sul piano politico sociale, sia sul piano socio economico
sona umana, che risulta compromessa quando, a seguito di iniziative giudiziarie puramente preliminari come le misure cautelari, qualcuno viene sbattuto in televisione. Anche se poi risulterà assolta, quella persona non si toglierà più di dosso quel marchio affibbiato dalla Tv come presunto colpevole. Noi abbiamo preso un’iniziativa che è stata molto apprezzata dal Csm e anche dal presidente della Repubblica. È stato adottato dalle emittenti televisive, dall’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione nazionale della stampa un codice di autoregolamentazione, in
base al quale i giornalisti e i conduttori, nelle loro trasmissioni, potranno dare delle informazioni ma senza scambiare queste con la celebrazione del processo, che non può essere riprodotto e mimato in televisione. In caso di inosservanza ne risponderanno innanzitutto all’Ordine dei giornalisti». Per quanto riguarda la banda larga lei ha affermato che può dare una spinta allo sviluppo del Mezzogiorno. L’obiettivo del piano sul digital divide è quello di fornire a tutti una connessione di almeno 2 megabit. A che punto siamo? «Bisogna distinguere tra la fornitura di 2 megabit a tutti, che certamente è un diritto del Paese, e lo sviluppo della banda larga. L’Unione europea ha annunciato in questi giorni un’agenda che prevede, entro il 2020, un collegamento in banda larga sopra i 30 megabit e che raggiungerà anche i 100 megabit per il 50% della popolazione. Il CALABRIA 2010 • DOSSIER • 21
IN COPERTINA
Le autorità indipendenti non rappresentano un fine in sé, ma uno strumento di garanzia dei diritti sensibili sia sul piano politico e sociale per quanto riguarda l’audiovisivo
minimo di 2 megabit non basta più né ai pro fessionisti, né alle piccole e medie imprese. Ormai la fornitura minima necessaria è di 20 megabit; anche perché vi è un fenomeno trasversale che intasa la rete: il download di audiovisivi, purtroppo molte volte abusivo. Questo fenomeno abbassa la qualità della rete in rame che è ormai satura. La fibra ottica, che ha una capacità quasi illimitata, va realizzata perché è l’autostrada per l’economia del futuro. In più rappresenta una exit strategy. Obama, nonostante i problemi finanziari, ha investito 30 miliardi nella banda larga, l’Australia altri 30, il Giappone 50, la Cina qualche centinaio; anche in Europa, in Germania e in Inghilterra gli investimenti sono cospicui. L’Italia non può restare indietro perché rischia di perdere ancora una volta il treno del progresso». È vero che abbiamo le tariffe telefoniche più care d’Europa? «Per fortuna no. Dal 1996 al 2009 i servizi delle telecomunicazioni hanno registrato una diminuzione dei prezzi del 31% a fronte di una dinamica in ascesa dei servizi che complessivamente hanno registrato un aumento di prezzi del 39%. Lo sviluppo dei servizi di tlc in Italia è stato esponenziale e ci pone a livelli di leader mondiale. Come full unbundling siamo il Paese più sviluppato in Europa dopo la Germania e abbiamo tariffe più basse rispetto alla Francia, Germania, Belgio e alla maggior parte dell’Europa. 22 • DOSSIER • CALABRIA 2010
Nel comparto mobile, dal 2002 al 2009 più di 21 milioni di utenti hanno cambiato gestore. È un dato unico in Europa sia in termini assoluti che pro-capite e questo esprime la vitalità del mercato. In Italia il settore della telefonia mobile è il più competitivo al mondo, c’è una media del 152% della diffusione delle sim mentre la Francia ha l’88%. Fino ad adesso questo settore è andato bene ma è arrivato un po’ al capolinea per la saturazione della rete. Senza il passaggio alla fibra ottica rischia il declino». Lei ha ribadito le sue perplessità sul filtro a internet posto dal decreto Romani in materia di rete. Quale può essere per lei una soluzione alternativa a evitare che certi siti internet delinquano? «Il problema è enorme. Le mie riserve sul decreto Romani non riguardavano l’obiettivo indicato ma le modalità su come perseguirlo. Modalità inefficienti. I siti si rigenerano continuamente come le teste dell’Idra. Oggi internet è un problema planetario, un problema del quale deve farsi carico la Comunità europea perché rischiamo di non difendere i nostri bambini, i prodotti dell’ingegno, e di non riuscire a sostenere uno sviluppo di investimenti nella rete che ha bisogno di un ritorno economico nel medio-lungo periodo. Per quanto mi riguarda non ho la soluzione però penso che se il problema viene affrontato con la mentalità pre-digitale il tentativo fallisce in partenza».
BANDA LARGA
Costa meno e rende di più La rete pubblica abbatte i costi e favorisce il suo stesso sviluppo al di là delle logiche di mercato. A ipotizzarla è Emanuele Viterbo, docente di Teoria dei segnali all’Università della Calabria Claudia Cioffoli
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on la tecnologia, ma la geografia è all’origine del gap informatico vissuto dalla Calabria. «Non vedo grossi problemi dal punto di vista strettamente tecnologico. Le due tecnologie attualmente disponibili, per garantire i servizi a larga banda a un costo accessibile, sono l’Adsl (su rete fissa) e l’Hsdpa (su rete cellulare 3G). Altre soluzioni, quali satellite o Wi-Max, sono o ancora troppo costose o non ancora sufficientemente diffuse. È piuttosto la bassa densità della popolazione e la sua distribuzione non uniforme a causare un basso ritorno economico che scoraggia gli operatori privati a investire in una adeguata infrastruttura di rete». È pane quotidiano di Emanuele Viterbo occuparsi di strade o autostrade capaci di far viaggiare velocemente le informazioni. Viterbo è, infatti, docente di Teoria dei segnali e Sicurezza nelle reti nel corso di laurea specialistica in Ingegneria delle telecomunicazioni all’Università della Calabria. Il fatto che la banda larga non sia stata dichiarata servizio universale, come invece è accaduto in altri paesi europei, può rallentare una sua implementazione in regione? «Una rete a larga banda dovrebbe essere considerata a tutti gli effetti, come la rete stradale, un’infrastruttura indispensabile allo sviluppo economico del Paese. Credo che sia compito 24 • DOSSIER • CALABRIA 2010
In alto, Emanuele Viterbo è docente di Teoria dei segnali e Sicurezza nelle reti nel corso di laurea specialistica in Ingegneria delle telecomunicazioni presso l’Università della Calabria
dello Stato e della Regione, la realizzazione di un’unica rete che raggiunga capillarmente il territorio (come minimo Comuni, scuole, biblioteche ed edifici pubblici) e che possa venire ceduta in concessione a vari operatori. Il progetto di un’unica rete pubblica consente di ridurre di molto i costi per l’utente finale rispetto al meccanismo di concorrenza tra gli operatori ai quali richiede di possedere una propria rete con l’evidente e inutile duplicazione dell’infrastruttura. Un investimento statale o regionale verrebbe ripagato dagli ope-
Emanuele Viterbo
COMBATTERE LA SCARSA ALFABETIZZAZIONE INFORMATICA Strategiche per lo sviluppo della Calabria, le autostrade telematiche sono tra le priorità del presidente della Regione Giuseppe Scopelliti
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a sindaco di Reggio Calabria, ha affrontato (e risolto) il digital divide di cui soffrivano alcune zone tecnologicamente svantaggiate della sua città. Con un lavoro di moral persuasion verso gli operatori privati dei servizi di telecomunicazioni e con la «realizzazione nelle principali piazze e sul Lungomare cittadino, di una rete wireless di hot-spot pubblici a disposizione gratuitamente». Da presidente della Regione, Giuseppe Scopelliti (nella foto) ha scelto di tenere per sé la delega all’innovazione, essendo un elemento «fondamentale per lo sviluppo della nostra comunità. Pensare di migliorare la qualità della vita, senza tenere in considerazione le autostrade telematiche, sarebbe anacronistico e per nulla rispondente a una visione concreta e moderna della Calabria». A Palazzo Alemanni è scattata la rivoluzione banda larga targata Scopelliti che punta a colmare un gap atavico. «Negli anni, qui è mancata una visione d’insieme e di linee strategiche per l’e-government e la società dell'informazione». Non c’è stata, dunque, «la definizione di “policies” regionali incentrate sull’innovazione tecnologica intesa quale condizione abilitante per l’intero sviluppo socio-economico. Fino ad oggi, i singoli obiettivi previsti nei Por, hanno dimostrato l’assenza di una vision generale e di una puntuale programmazione da parte della Regione nel settore Ict». L’accelerazione informatica del presidente è dunque partita. E poggia su una constatazione innegabile. «In una economia come l’attuale – spiega Scopelliti –, il sistema delle telecomunicazioni ha un ruolo fondamentale e crescente. Poiché influenza gran parte del sistema produttivo. Per la Calabria, è fondamentale accrescere il proprio livello di dotazioni di infrastrutture telematiche al fine di poter garantire un incremento della competitività dei propri sistemi locali. Per i soggetti pubblici sarà altrettanto strategica la realizzazione di un’autostrada telematica anche attraverso nuove sinergie tra i diversi attori». Da dove partire? «I principali fattori che concorrono a determinare la modesta diffusione della banda larga in regione, riguardano entrambi i lati del mercato – analizza il presidente della Calabria –. Dal lato della domanda, è prevalente, come nel resto del Mezzogiorno, una scarsa alfabetizzazione informatica e questo potrà essere uno degli obiettivi prioritari per le nuove politiche regionali. Mentre, dal lato dell’offerta, vi sono varie cause: la carenza di infrastrutture, il cui sviluppo è ostacolato dall’orografia del territorio e dalla dispersione della popolazione, oltre alla bassa convenienza economica da parte degli operatori a investire in tecnologie all’avanguardia in alcune aree. Pertanto, tra le priorità della nuova giunta regionale, saranno definite anche le strategie di politiche pubbliche per l’annullamento del divario digitale attraverso progetti compatibili con i tempi e le risorse disponibili».
ratori concessionari su un lungo periodo e servirebbe al continuo sviluppo della rete stessa al di fuori di una stretta logica di mercato». La banda larga viaggia via terra. Per un suo sviluppo in zone morfologicamente difficili come ad esempio la Calabria, si può ipotizzare il trasloco sul satellite? «Anche se la tecnologia satellitare è largamente utilizzata per offrire servizi di connettività nelle zone impervie e difficilmente raggiungibili tramite cablaggio terrestre, l’elevato costo di tale infrastruttura, almeno dieci volte superiore come canone e installazione, si ripercuote necessariamente sul costo del servizio per l’utente finale il quale sarà sicuramente scoraggiato a sottoscriverlo. Piuttosto potrebbe essere interessante valutare, da parte degli operatori, la possibilità di utilizzare altre tecnologie wireless quali Wi-Max e Hsdpa che risultano avere un elevato raggio di copertura geografica e costi per l’utente sicuramente più contenuti rispetto all’architettura satellitare. In ogni caso, il satellite resta una soluzione difficilmente scalabile al crescere del numero di utenti. E non permette di supportare effettivamente un servizio a banda larga alla stessa velocità di un Adsl o Hsdpa». Le autostrade informatiche potrebbero avere dei costi di gestione particolarmente alti in un territorio come quello calabro? CALABRIA 2010 • DOSSIER • 25
BANDA LARGA
Una rete pubblica consente di ridurre di molto i costi per l’utente finale rispetto al meccanismo di concorrenza tra gli operatori ai quali richiede di possedere una propria rete con la sua inutile duplicazione
«Sicuramente la particolare morfologia del
nostro territorio, interamente attraversato dall’Appennino, incide significativamente sui costi di installazione; mentre il costo di gestione della rete è paragonabile a quello di un operatore di rete fissa o cellulare dedicata al solo traffico vocale dato che la maggior parte delle operazioni di configurazione, gestione e controllo possono essere effettuate in remoto». Adsl, c’è mercato in regione? «Nelle aree densamente popolate, nei grandi comuni e nelle aree universitarie, senza dubbio. Qui la continua crescita di utenti stimola e motiva gli operatori ad ampliare le risorse di rete con la sicurezza di facili guadagni e bassi tempi di ammortamento dei costi. Per le zone scarsamente popolate e la moltitudine di piccoli comuni dell’entroterra, l’unico limite allo sviluppo dell’Adsl è squisitamente di carattere economico. I costi di tale tecnologia sono principalmente dovuti all’aggiornamento delle centrali telefoniche che devono suppor-
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tare un collegamento d’uscita necessariamente in fibra ottica per garantire elevate prestazioni in termini di velocità di trasmissione e basso ritardo. Inoltre, tali centrali devono essere attrezzate con appositi modem, chiamati Dslam, posti sulle linee di ingresso e capaci di modulare il segnale Adsl proveniente dalle singole abitazioni attraverso il normale doppino telefonico. Questi costi, a opera dei singoli gestori, il più delle volte non bilanciano la richiesta di tale servizio in aree scarsamente popolate tanto da non motivare gli operatori telefonici a estendere il servizio di rete. Fino a quando si resterà alla finestra a osservare la naturale evoluzione dell’antico gioco economico della domanda e dell’offerta dettato soltanto da logiche di “quantità/guadagno” e non di “servizio”, la diffusione della tecnologia Adsl continuerà a seguire il trend degli scorsi anni che ha visto la nostra regione essere tra le ultime in termini di penetrazione degli accessi a larga banda».
CONFINDUSTRIA
Servono progetti concreti di sviluppo
L
a Calabria fonda la propria economia principalmente sul turismo, poiché ogni anno il patrimonio artistico culturale attira migliaia di visitatori. Tale settore è molto più sviluppato rispetto all’industrializzazione, che invece lamenta carenze e problemi. Ciò si ripercuote sull’occupazione lavorativa: ben il 28,7% della popolazione della regione è senza lavoro e la Calabria ha il più alto livello di disoccupazione giovanile (il 65,2%, secondo i dati di Calabria imprese). L’industria è frammentata in pochi territori isolati, come Crotone, per le industrie metallurgiche e chimiche, Reggio Calabria, Gioia Tauro, Vibo Valentia e Cetraro per gli stabilimenti tessili. I calabresi, quindi, soprattutto i giovani, sono costretti a emigrare verso altre regioni o addirittura all’estero, non solo alla ricerca di un lavoro, ma anche nel periodo della formazione, andando a studiare presso le università del nord e successivamente rimanendo in quelle città, che possono fornire maggiori possibilità di realizzazione. Senza risorse industriali, economiche e umane la Calabria fatica e deve mettere in campo misure tempestive e concrete per lo sviluppo regionale. «In Calabria e nel Sud – afferma il presidente di Confindustria Calabria Umberto De Rose – un rilancio del mondo imprenditoriale è necessario, perché dalla forza delle imprese dipende il futuro. Occorre però un progetto vero: questo è l’obiettivo che tutti dobbiamo porci. Dobbiamo pensare a un piano che guardi allo sviluppo delle imprese in modo prioritario. Ci sono comparti come turismo, agroalimentare, ambiente ed energia che possono garantire ampi margini d’intervento. Occorre anche rendere il territorio ap38 • DOSSIER • CALABRIA 2010
Occorrono strategie integrate per potenziare le aree più attive e migliorare quelle in difficoltà. I punti forti vanno rafforzati, anche per ridurre le sacche di disoccupazione. Il punto del presidente di Confindustria Calabria Umberto De Rose Nella Zini
Umberto De Rose
A fianco, panoramica di Crotone; sotto, il presidente di Confindustria Calabria Umberto De Rose; nell’altra pagina, il porto di Gioia Tauro
petibile a investimenti esterni. E non dimentichiamoci che dove cresce l’occupazione si sconfigge la criminalità, perché è proprio nelle sacche di disoccupazione che l’antistato recluta gli elementi del suo esercito nascosto». Il nodo delle infrastrutture è un’altra questione da affrontare concretamente. «Penso alle autostrade del mare e al porto di Gioia Tauro. Attraverso le autostrade del mare potrebbe crearsi un’economia alternativa a quella su strada e risolvere il problema di servizi deboli di trasporto come l’A3». Consolidare e arricchire i punti forti è un’azione intelligente. «Bisogna investire nel settore solare e dell’eolico: qui il sole e il vento non mancano. Si metta mano, però, alla legge regionale per consentire alle imprese calabresi di lavorare in questo settore produttivo. Ritengo che il Mezzogiorno sia una risorsa naturale per il Paese. È un’area da non marginalizzare ma da valorizzare come risorsa. Occorre, perciò, lo ribadisco, un grande progetto: bisogna individuare assi portanti entro cui far muovere lo sviluppo. I politici devono bandire la vecchia logica e lavorare a un progetto complessivo di sviluppo del territorio». Tali proposte sono state rivolte al neoeletto presidente della Regione Giuseppe Scopelliti. «Chiediamo al presidente di avviare, come in parte ha già fatto nella conferenza Stato-Re-
gioni, una forte azione a tutela del futuro della Calabria e dei calabresi dai quali ha ricevuto un così ampio consenso nella recente competizione elettorale. Ne ha tutta la forza e l’autorevolezza, e crediamo, anche la convinzione per rilanciare il ruolo e rafforzare il futuro di una regione difficile come la Calabria. C’è poi la questione sanità. Si ritorna a parlare –
Ritengo che il Mezzogiorno sia una risorsa naturale per il Paese. È un’area, dunque, da non marginalizzare ma da valorizzare
CALABRIA 2010 • DOSSIER • 39
CONFINDUSTRIA
prosegue De Rose – di aumento
delle tasse per far fronte al debito quasi come se fossero i cittadini e le imprese i responsabili dello sfacelo nella sanità calabrese e senza considerare che, anche qualora fosse, i margini di manovra sono pressoché inesistenti in considerazione del fatto che la tassazione regionale è già al massimo possibile. In ogni caso è fuor di dubbio la necessità di dover intervenire, ed è questa l’ulteriore esortazione che facciamo al presidente Scopelliti, con una forte iniziativa di razionalizzazione e qualificazione di tutta la rete assistenziale pubblica e privata, anche e soprattutto attraverso tagli chiari e netti che, sempre garantendo la qualità delle prestazioni e dei servizi, segnino un punto di rottura con il passato e l’avvio di un’inversione di tendenza utile e necessaria allo stesso tempo per i calabresi. Solo passando attraverso una profonda opera di chiarificazione prima e di energico intervento poi, è possibile chiedere ai calabresi sacrifici, ed è solo a queste condizioni che i calabresi saranno disposti a contribuire al risanamento». La Regione Calabria si sta muovendo per incentivare lo sviluppo, ad esempio attraverso la Strategia per la ricerca e l’innovazione per il 2007/2013. L’obiettivo è di facilitare l’incontro tra domanda e offerta di innovazione, per orientare la ricerca verso fabbisogni reali e favorire allo stesso tempo i processi di trasferimento tecnologico e la competitività delle imprese attraverso la costituzione, in tutti i settori prioritari, di stabili processi partenariali tra imprese e centri di ricerca pubblici e privati, la creazione e l’attrazione di imprese in-
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10,2 % ENERGIA Consumi coperti da fonti rinnovabili in Calabria
56 mln EURO
Il budget messo a disposizione dal programma Energia Intelligente-Europa per progetti sulle energie rinnovabili
novative e l'apertura verso contesti nazionali e internazionali. La giunta regionale nei prossimi mesi definirà un nuovo atto per la definizione delle priorità attuative dei Poli di innovazione nel contesto della Strategia regionale dell’innovazione. L’idea è quella di creare dei Poli di innovazione da localizzare in alcune aree della regione: per il polo Trasporti e Logistica, ad esempio, si è individuato il territorio di riferimento nell’area di Gioia Tauro, mentre per quello Beni Culturali si è pensato a Crotone, a partire dall’attuale distretto tecnologico, con l’obiettivo di rinnovare e rafforzare la governance, valorizzare gli investimenti in attrezzature nei laboratori pubblici, focalizzare le attività di ricerca e di trasferimento tecnologico su interventi pilota di rilevanza sovraregionale, anche in correlazione con la domanda e i programmi pubblici nel settore.
CONFINDUSTRIA
L
Le imprese locali fanno rete
a recessione economica ha creato difficoltà a imprese apparentemente solide del Nord Italia; a Sud ha generato gravi danni a quelle realtà già pericolanti. Una possibilità imL’unione fa la forza. Motto conosciuto e forse portante che le aziende dovrebbero cogliere al volo per affrontare al meglio le avversità anche abusato, ma quanto mai centrato per le è mettersi in rete, collaborare e scambiarsi imprese calabresi, che hanno creato l’Unione informazioni. È ciò che hanno fatto le imregionale Nord-Sud della Calabria prese calabresi, creando l’Unione Camere Commercio nord-sud, con il plauso di Con- Nella Zini findustria Cosenza. «La costituzione dell’Unione regionale Nord-Sud della Calabria tra la Camera di Commercio di Cosenza e quella di Reggio Calabria – afferma il presidente di Confindustria Cosenza – trova il vinti – continua il presidente degli indusupporto, la condivisione e il consenso di striali cosentini – che le iniziative delle noConfindustria Cosenza per le motivazioni stre imprese saranno meglio e più supporche l’hanno determinata e per le prospettive tate soprattutto per quanto attiene ai che questo processi di internazionalizzazione, indinuovo orga- spensabili per chi vuole competere con sucnismo può cesso in un mercato che è globale e in offrire al si- un’economia che è senza confini. Il presidente di stema delle Al presidente Gaglioti, che mi piace ricor- Confindustria Cosenza i m p r e s e . dare è espressione di Confindustria, va il Renato Pastore; nella pagina a fianco, Siamo molto nostro plauso, per la passione e l’entusiasmo la città di Cosenza f i d u c i o s i che sa mettere nelle cose che fa, ingredienti sulle ricadute fondamentali per garantire il successo delle di cui po- iniziative che vengono intraprese e per intranno bene- fondere fiducia nei confronti delle istituficiare le nostre aziende grazie alle attività della nuova associazione, che può contare su un numero di imprese che supera il 65% del totale di quelle calabresi, le quali, fino a questo momento, hanno avuto la netta sensazione di essere tenute in scarsa considerazione e poco sostenute, a vantaggio di equilibri territoriali di difficile comprensione e poco giustificabili dal punto di vista delle corrette e logiche dinamiche dell’economia di mercato». Le realtà imprenditoriali della regione vanno stimolate e incoraggiate. «Siamo con42 • DOSSIER • CALABRIA 2010
Renato Pastore
zioni tanto ai cittadini che agli imprenditori. Per quanto ci riguarda non faremo mancare il nostro apporto in termini di tutela e rappresentanza degli interessi delle imprese associate, di stimoli e proposte, nella consapevolezza che troveremo orec-
chie attente, strutture operative e procedure snelle e trasparenti al servizio delle imprese e del sistema economico complessivo, così come nella Camera di Commercio di Cosenza che può vantare una compagine consiliare rappresentativa e autorevole». La città di Cosenza è caratterizzata da un fermento verso le tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni; non a caso, infatti, la Regione ha individuato l’area Cosenza-Rende come territorio di riferimento per la creazione del polo Tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni, con l’obiettivo di consolidare e dare ulteriore impulso agli investimenti e alla rete di imprese attivati dal Centro di competenza tecnologica Ict-Sud e da numerosi altri progetti di ricerca e innovazione nel settore, per migliorare la competitività e la penetrazione sui mercati esterni. CALABRIA 2010 • DOSSIER • 43
CONFINDUSTRIA
Un’area strategica per l’economia Vibo Valentia necessita di un forte sviluppo e il porto di Vibo Marina potrebbe trainare la rinascita economica della città. Ne parla Domenico Arena, presidente degli industriali della provincia Simona Cantelmi
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Vibo Marina si trova un importante scalo portuale, uno degli approdi principali sul versante tirrenico per le imbarcazioni da diporto e specializzato nella distribuzione dei petroli e del cemento, nel commercio di prodotti ittici e nel turismo. La valorizzazione di quest’area è necessaria per dare impulso all’economia della città, come sostiene il presidente di Confindustria Vibo Valentia, Domenico Arena. «Il porto va rivisto, allargato, messo in sicurezza, potenziato perché è l’unico porto sul Mediterraneo fino a Napoli che ha caratteristiche per incrementare posti barca. Questo significa turismo, soprattutto d’élite». Secondo gli indicatori sintetici di sviluppo di Confindustria, nell’anno 2009 Vibo Valentia era segnalata come la provincia più povera d’Italia. Cosa fare per risolvere il problema? «C’è tanto da fare. Se Vibo compare in coda a tutte le classifiche una ragione ci sarà. La nostra è un’economia prevalentemente impiegatizia, cui si aggiungono il terziario, l’industria turistica, metalmeccanica e agroalimentare. Le leggi nazionali non hanno fatto sì che il nostro territorio s’industrializzasse, perché gli incentivi a pioggia a fondo perso non hanno prodotto grande industria. Questa città è nella periferia d’Italia, anzi la 44 • DOSSIER • CALABRIA 2010
periferia della periferia, pertanto servono interventi diversi negli anni, che diano anche una fiscalità di vantaggio. Gli incentivi all’imprenditoria a fondo perso hanno prodotto soltanto speculazioni e non hanno creato degli strumenti necessari per un decollo dell’economia. C’è però un’imprenditoria fatta da industriali coraggiosi, che nel tempo hanno portato avanti il loro brand nei
Sotto, Domenico Arena, presidente degli industriali vibonesi; in alto, il porto di Vibo Marina
Domenico Arena
mercati nazionali e internazionali, purtroppo si tratta di poche realtà». Al porto di Vibo Marina quali sono le attività maggiormente presenti? «La vocazione del porto è turistica e mercantile perché qui viene scaricata la merce alla rinfusa che serve alle aziende dell’industria metalmeccanica. Il porto ha quindi una vocazione mista, ma prevalentemente turistica e, per la nostra costa, la Costa degli Dei, è sicuramente una delle poche risorse, assieme al panorama suggestivo, che può rilanciare il territorio». Quali sono altre iniziative per promuovere il turismo, fondamentale per l’economia della provincia, e le realtà imprenditoriali che ci lavorano? «Senza ombra di dubbio servono dei collegamenti più favorevoli. Noi siamo distanti dalle grandi metropoli, per cui il nostro turismo dura tre mesi, in cui il periodo di punta è da metà luglio a fine agosto. Si tratta, pertanto, di un periodo breve, che non consente agli im-
314.653 MQ
La superficie complessiva del bacino del porto di Vibo Marina
prenditori di fare grandi investimenti. Bisognerebbe incrementare i voli aerei a basso costo che consentano di spostare la gente dalle grandi metropoli, anche europee, e portarla qui anche a prezzi più vantaggiosi, per allungare la stagione turistica. C’è anche l’autostrada che incide in modo negativo: come ben sappiamo, la Salerno-Reggio Calabria non è in buone condizioni, nonostante la volontà dell’Anas, che cerca di aprire tutti i cantieri possibili. Abbiamo fatto presente tutti questi problemi al nuovo governatore regionale». Si può incentivare il porto per favorire il refit delle barche fuori stagione. «Certo, senza dubbio. La Camera di Commercio ha costituito recentemente l’Aspo, l’Azienda speciale della Camera di Commercio per il porto di Vibo Valentia, di cui anche Confindustria fa parte, per lo sviluppo, la messa in sicurezza e l’allungamento delle banchine dell’area portuale. Voglio rimarcare che Vibo Marina è l’unico porto lungo la costa da Reggio a Napoli che ha caratteristiche morfologiche naturali che consentono di allargare la banchina e creare nuovi posti barca perché non ce ne sono più, sono tutti esauriti». Un settore importante dell’economia della zona è il petrolchimico. Qual è la situazione delle aziende di Vibo di tale ambito? «Noi abbiamo dei depositi costieri relativi al petrolchimico, che vorremmo fossero anche delocalizzati, nell’area industriale che non è distante, per valorizzare il porto. È da qualche anno che chiediamo tale intervento, ora pare ci sia l’interesse della Regione. La terza edizione della Fiera Nautica di Vibo Valentia s’è conclusa da poco e ha avuto un ottimo successo». CALABRIA 2010 • DOSSIER • 45
FARE SISTEMA
Modernizzare le imprese per innovare l’economia
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nsieme per lo sviluppo del Paese. Hanno saltato steccati (antichi) e abbattuto barriere (desuete), unendosi. Divenendo così un nuovo soggetto economico che, a livello nazionale, rappresenterà il 95% delle piccole imprese, degli artigiani e dei commercianti. Questo significa Rete Impresa Italia, un ombrello che comprende Confcommercio, Cna, Confartigianato, Confesercenti e Casartigiani. E che è uno dei frutti del Patto del Capranica. Una scelta strategica intrapresa perché, sottolinea Carlo Sangalli, presidente di turno della rete, nonché numero uno di Confcommercio, «ci si è resi conto che costruire una risposta nuova e più efficace al problema della rappresentanza del sistema imprenditoriale italiano era non solo necessario, ma anche possibile». Come? Partendo dal denominatore comune «e cioè che le imprese dell’artigianato, del commercio, dei servizi e del turismo hanno il medesimo Dna di principi e di valori. Questo ci ha permesso di superare le frammentazioni per classi dimensionali, per inattuali logiche settoriali o per antiche e cadute appartenenze politiche originarie. La nascita di Rete Impresa Italia rappresenta, pertanto, il coronamento di un grande lavoro che ci consente di parlare con voce comune e con una maggiore capacità di rappresentanza delle pmi e dell’impresa diffusa. Il vero motore del nostro tessuto produttivo che, con oltre 4 milioni di imprese, può dare un buon contributo alla crescita e alla coesione del Paese».
Cosa significa per Confcommercio, la presidenza di una realtà che rappresenta il 95% delle pmi? «Quello che abbiamo posto è il primo mattone di una grande casa comune. Una casa in cui tutti gli “inquilini” abitano sullo stesso piano, 46 • DOSSIER • CALABRIA 2010
Confcommercio, Cna, Confartigianato, Confesercenti e Casartigiani insieme rappresentano il 95% delle Pmi. E grazie a Rete Impresa Italia parleranno con voce comune e con una maggiore capacità di rappresentanza. Lo spiega Carlo Sangalli Caterina Sangiovanni condividono interessi, aspettative, ambizioni. Ci rendiamo conto che è una grande responsabilità, ma siamo consapevoli di offrire anche una grande opportunità per il Paese perché la nostra è una scelta che guarda al futuro».
La ricomposizione della rappresentanza anche del mondo delle imprese è condizione indispensabile per affermare strategie competitive fondate su qualità ed innovazione. A quali progetti state lavorando? «Nel manifesto delle imprese del territorio, presentato in occasione dell’assemblea costitutiva di Rete Impresa Italia, abbiamo scritto che il nostro obiettivo è quello di modernizzare la rappresentanza delle imprese per modernizzare l’economia e la società italiana. Obiettivo ambizioso che richiede il riconoscimento da parte soprattutto del governo, della politica e delle istituzioni del ruolo delle imprese dell’economia dei servizi che rappresentano larghissima parte dell’economia reale, quasi il 95% del tessuto produttivo e quasi il 60% del Pil e dell’occupazione - quale risorsa fondamentale da cui ripartire per rimettere
Carlo Sangalli, presidente di turno di Rete Impresa Italia; nella pagina accanto, l’assemblea che ha sancito la fondazione di Rete Impresa Italia
Carlo Sangalli
zione tra le imprese e il lavoro. Non coltiva disegni “egemonici” e tanto meno si propone di agire per la conquista di spazi di potere».
Quali le principali esigenze del “popolo del fare impresa”?
in moto lo sviluppo. E proprio per valorizzare l’apporto di questo mondo al processo evolutivo del Paese sono necessarie politiche più attente alle esigenze delle pmi che abbiano alla base alcuni valori che riteniamo indispensabili: la tutela rigorosa della legalità e della sicurezza e l’efficienza della giustizia; il pluralismo imprenditoriale; l’apertura dei mercati e l’attenzione alle ragioni dei consumatori fondate su una concorrenza a parità di regole; l’impegno per lo sviluppo territoriale e per una maggiore competitività del sistema-Paese».
Con quali richieste vi siederete ai tavoli di contrattazione? «Rete Impresa Italia rappresenta oltre 2,5 milioni di imprese. La nostra intenzione è di incidere maggiormente sulla formazione delle scelte decisive per il nostro Paese. Ma lo faremo partendo da una scelta di coesione che non va letta in termini di proposizione di un modello chiuso e antagonista perché Rete Impresa Italia non è un modello “contro”, ma un modello “per”. Un modello programmaticamente aperto e plurale, che lavora per rafforzare le ragioni dell’unità di rappresentanza delle imprese e della collabora-
4 mln IMPRESE
Aziende dell’artigianato, del commercio, dei servizi e del turismo riunite nel nuovo soggetto economico. Pari al 95% del tessuto produttivo
% +0,8 PIL A tanto ammonta la previsione di crescita stimata per il 2010, mentre per i consumi si veleggia sul +0,6%
«Sollecitare l’avanzamento delle grandi riforme istituzionali ed economiche. A partire dal federalismo come occasione di maggiore produttività della funzione pubblica e della spesa pubblica e di riduzione della pressione fiscale complessiva in parallelo al contrasto e recupero di evasione ed elusione; dalla semplificazione del sistema amministrativo e della riduzione degli oneri burocratici, e a questo proposito vanno nella giusta direzione le iniziative del ministro Brunetta per favorire la semplificazione e l’innovazione delle pmi come la posta elettronica certificata; dal completamento del circuito della flexicurity attraverso la riforma degli ammortizzatori sociali e la qualità dei processi di formazione continua; dalla valorizzazione del merito e del talento, nella scuola e nell’università come nel mercato del lavoro; da una piena integrazione tra politica industriale e politica per i servizi, costruita sulla centralità dell’innovazione e degli investimenti infrastrutturali, sulla valorizzazione dell’identità italiana e sul ruolo propulsivo della risorsa-turismo, sulla riduzione del costo dell’energia e sulle nuove opportunità della green economy».
Crisi, quali gli interventi necessari per poter archiviare definitivamente questo periodo? «Il percorso della ripresa imboccato mostra timidi, ma incoraggianti segnali di ripresa che non devono però farci allentare la guardia su quello che, per esempio, è il rischio di un meccanismo perverso tra aumento della disoccupazione e stagnazione dei consumi. Le nostre previsioni per il 2010 sono ancora prudenti con un Pil a +0,8% e consumi a +0,6%. E’, pertanto, necessario rispondere con maggiore incisività alla difficoltà della domanda interna che soffre ormai di una debolezza strutturale di lungo periodo. Basti pensare che, negli ultimi dieci anni, i consumi sono cresciuti in media dello 0,5% l’anno. Quello che serve, dunque, è una politica attenta per rilanciare i consumi e per irrobustire la crescita». CALABRIA 2010 • DOSSIER • 47
PARI OPPORTUNITÀ
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l soffitto di vetro è una barriera invisibile, ma resistente – sottolinea Isabella Rauti – che ostacola la progressione di carriera, cioè il raggiungimento di ruoli elevati, anche in quei settori lavorativi dove le donne sono abbastanza presenti». Di fatto persistono delle segregazioni non solo orizzontali, ma anche verticali. «Le statistiche parlano chiaro – prosegue – le ragazze si laureano più velocemente dei ragazzi e rappresentano più del 50% degli studenti universitari». Ma le donne che occupano posizioni accademiche elevate «sono soltanto il 19%» puntualizza il capo dipartimento del ministero delle Pari opportunità. «Il restringimento nelle posizioni di potere è stato esemplificato dall’Istat con la metafora dell’imbuto. Questa realtà – spiega Isabella Rauti – purtroppo riguarda un po’ tutti i settori lavorativi, in particolare quelli economici e scientifici». Ci sono delle isole felici? «È stata registrata una controtendenza positiva per quanto concerne il mondo dell’imprenditoria, nel quale le donne rappresentano un’ec-
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Verso una dirigenza al femminile Come sconfiggere il “glass ceiling”? Stop agli stereotipi. «Bisogna attuare una rivoluzione a livello culturale e di costume» fa notare Isabella Rauti, capo dipartimento del ministero delle Pari opportunità Nike Giurlani
cellenza. Posso affermare, infatti, che “se la battono” quasi ad armi pari con i loro colleghi maschi. Recentemente sono emersi due dati importanti e incoraggianti: le donne direttrici delle poste italiane hanno raggiunto il 59% mentre le dirigenti degli istituiti scolastici sono oltre il 50%. Ad eccezione di questi comparti, però, le posizioni di vertice sono per lo più ricoperte da uomini. Il dato di occupazione femminile è pari al 46,3 % con un’evidente differenza geografica: nel sud le donne che lavorano sono poco più del 30% rispetto a una media del nord-est che supera il 56%. Questo dato pone il nostro Paese, comunque, a circa dieci punti percentuali sotto la media europea di occupazione femminile». Quali sono le prossime sfide che le donne italiane devono affrontare? «Sicuramente acquisire posizioni di rilievo in quei settori in cui risultano più svantaggiate. Altro aspetto fondamentale, che non interessa soltanto le donne, è la stabilizzazione del posto di lavoro: nel 46,3% che citavo prima, rientrano anche molte lavoratrici precarie, con una bassa remunerazione e con una segmentazione del percorso lavorativo. La sfida più importante è, però, quella di risolvere la questione della conciliazione tra tempi di vita e quelli di lavoro, altrimenti non sarà possibile immagi-
Isabella Rauti, capo dipartimento del ministero delle Pari opportunità
Isabella Rauti
nare una maggiore presenza femminile nel mercato del lavoro e neanche un aumento del prodotto interno lordo. Proprio per far fronte a questo tipo di esigenza il ministero del Lavoro e quello delle Pari opportunità hanno elaborato il “Piano 2020”». Quali sono alcune delle proposte contenute nel piano? «Includere, per esempio, le donne all’interno dei così detti “green job” che permetteranno alti tassi di occupazione. Inoltre, sono state proposte delle iniziative da attuare in sinergia con le Regioni: si va dalle tate di condominio all’erogazione di voucher per beni e servizi, dedicati alle famiglie che hanno spese di cura sia per i bambini che per gli anziani. Inoltre, il ministero delle Pari opportunità con il dipartimento per le Politiche della famiglia e quello della Funzione pubblica hanno stanziato delle risorse per la creazione di asili nido nelle sedi centrali e periferiche della pubblica amministrazione. Ma, ripeto, non basta agevolare l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro, va anche garantita la loro permanenza. Per questo motivo occorre riorganizzare le politiche del lavoro, ren-
Il soffitto di vetro è una barriera invisibile ma resistente che ostacola la progressione di carriera
dendole più attive e dinamiche». Quali sono i vantaggi della dirigenza al femminile? «È dimostrato che, generalmente, una dirigenza al femminile tende a ridurre gli sprechi economici e garantisce una maggiore razionalizzazione delle risorse umane, dei tempi e dei modelli di organizzazione del lavoro. Le donne sono portatrici di una maggiore praticità e trasparenza, e la introducono anche all’interno delle istituzioni e delle amministrazioni. Questo dipende storicamente, in parte, dal fatto che per molto tempo le donne sono state lontane dall’esercizio diretto del potere. Il resto è storia. È la valorizzazione delle competenze e dei talenti femminili che sicuramente contribuisce ad armonizzare l’intero mercato del lavoro e delle istituzioni politiche. Infine, le donne hanno di-
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PARI OPPORTUNITÀ
Le ragazze si laureano più velocemente dei ragazzi e rappresentano più del 50% degli studenti universitari ma, le donne che occupano posizioni accademiche elevate sono soltanto il 19%
A SOSTEGNO DELLE LAVORATRICI
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l progetto “Nidi Pa” è stato avviato alla fine dello scorso anno per incrementare l’offerta di nidi a disposizione dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, attra-
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verso la sottoscrizione di un protocollo d’intesa, tra il ministro per la Pubblica amministrazione e l’innovazione, il ministro per le Pari opportunità e il sottosegretario per le Politiche della famiglia. Il protocollo prevede l’attivazione di un insieme coordinato di azioni e interventi volti a favorire la realizzazione, presso le pubbliche amministrazioni di tutti i livelli di governo, di nidi aziendali e di eventuali altri servizi socio-educativi per l’infanzia, al fine di tutelare e favorire il lavoro femminile, anche nell’ottica del progressivo innalzamento dell’età pensionabile delle lavoratrici del settore pubblico.
mostrato di far fronte alla crisi e di saper resistere forse più degli uomini. Hanno, infatti, dimostrato spirito di sacrificio e una maggior inventiva nel trovare sistemi intelligenti per risparmiare, puntando su spese oculate e bilanciate». Il nostro Paese è ancora vittima di stereotipi e non offre alle donne le stesse opportunità degli uomini. Per cambiare la situazione non bastano solo nuove leggi. Che cosa deve cambiare? «Le leggi sono una condizione necessaria ma non sufficiente, servono per correggere un difetto, per colmare un deficit, per rispondere a un determinato bisogno. Se però non cancelliamo gli stereotipi e, in particolare, quelli di genere che affliggono la mentalità di tutti noi, avremo sempre una condizione di scarto tra la parità normativa/descrittiva prevista dalla legge e la cosiddetta parità sostanziale e sociale. È in questo scarto che si esercitano gli stereotipi, che non sono altro che delle semplificazioni e banalizzazioni di realtà complesse. Prima di tutto, quindi, gli uomini devono assumere un atteggiamento diverso nei confronti delle donne: bisogna attuare una rivoluzione a livello culturale e di costume. Dal canto loro, però, le donne, non devono dare nulla per scontato, anche se è stato garantito dalle leggi. Inoltre, basta rivendicazionismi, meglio puntare sulle condivisioni, mantenendo sempre un atteggiamento sobrio e uno spirito concreto, non veicolando immagini di donne ammiccanti, già ampliamente e negativamente diffuse dalla pubblicità».
PARI OPPORTUNITÀ
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© Foto Attilio Morabito
romuovere le pari opportunità nell’accesso all’occupazione e la conciliazione dei tempi di lavoro con quelli dedicati alla cura della famiglia sono tematiche che rivestono un peso sempre maggiore nella prospettiva di costruire una società realmente moderna. A questo proposito, i ministri Sacconi e Carfagna hanno studiato “Italia 2020”, un piano d’azione che prevede investimenti destinati a misure quali promozione dei nidi familiari, creazione di albi di badanti e babysitter appositamente formate, sostegno al telelavoro femminile, incentivazione dell’occupazione femminile nel Mezzogiorno. «Si tratta di misure efficaci – commenta Barbara Varchetta, presidente per il biennio 2009-2011 della sezione reggina di Fidapa, la Federazione italiana donne arti professione affari –, lo dico partendo dalla pragmatica e non dalla teoria». Assicu-
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Famiglia, figli e lavoro Aiutare le donne a conciliare i tempi di lavoro con quelli dedicati alla cura della famiglia significa anche potenziare l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro. Lo evidenzia Barbara Varchetta, presidente della sezione Fidapa di Reggio Calabria Francesca Druidi
rare condizioni migliori per le donne, in maggioranza anche mogli e madri, che lavorano è per Barbara Varchetta una priorità sia sul versante economico che sociale. Ma la presidente della sezione reggina del movimento per la promozione femminile non guarda solo in casa nostra: nel prossimo futuro intende occuparsi anche della condizione di donne che non risiedono in Italia e che spesso sono coinvolte in situazioni drammatiche e violente. Quali temi ritiene più importanti per le donne calabresi? «Quella che vorrei rimarcare è una realtà diffusa che non riguarda solo Reggio Calabria o la regione. In base alla mia esperienza diretta, che coinvolge anche la mia sfera più intima, le difficoltà per una donna iniziano nel momento in cui decide di avere una famiglia. Finché è libera, il lavoro è consentito a tutte le ore, in tutte le circostanze e più alte sono le possibilità di scelta per quanto concerne i contratti. Quando una donna si presenta, invece, sposata e magari con figli, il problema si pone in altri termini. La criticità maggiore deriva, quindi, dal fatto che non esistono garanzie e sufficienti attenzioni per una donna che ha una famiglia e dei figli. Occorre garantire una gestione famigliare migliore alle
Barbara Varchetta, presidente della sezione Fidapa di Reggio Calabria
Barbara Varchetta
donne che decidono di lavorare, anche full time. La questione degli asili nido è per me risolutiva. Lasciare il bambino nei pressi dell’ufficio o direttamente nella propria azienda, permetterebbe alla madre di continuare a lavorare avendo la situazione più a portata di mano ed evitando che tutto lo stipendio venga speso per pagare una baby sitter. Se da qui in avanti si tenesse conto di questi dati oggettivi, le donne potrebbero ottenere maggiore spazio e condizioni più favorevoli per accedere al lavoro. È ancora troppo elevata la frequenza di casi in cui le donne sono costrette a licenziarsi dopo aver partorito. Un ulteriore elemento da considerare». Qual è lo stato di integrazione femminile e in regione? «Credo che le donne siano profondamente integrate nel mondo professionale, pur con tutte le difficoltà evidenziate prima. Non ho rilevato, infatti, discriminazioni di genere sul piano delle assunzioni. È evidente che in regione il problema è di altro tipo e riguarda proprio il trovarlo un posto di lavoro. Sul tasso di occupazione femminile incide in modo inevitabile il non elevato numero di aziende presenti all’interno del tessuto produttivo. Grandi realtà imprenditoriali guidate da donne in Calabria rappresentano una minoranza. Le imprese al femminile sono per lo più di medie dimensioni. La criticità maggiore consiste proprio nell’inventarsi politiche del lavoro tese a creare occupazione». Quali sono i progetti maggiormente si-
Occorre garantire una gestione famigliare migliore alle donne che decidono di lavorare, anche full time
gnificativi che la sezione reggina di Fidapa intende portare avanti? «Noi facciamo riferimento a linee guida nazionali e internazionali. Quest’anno il tema portato avanti da Fidapa è l’Equal pay day, la giornata per la retribuzione paritaria tra uomini e donne. Ancora in molti Paesi si riscontrano differenze significative nei contratti di lavoro dovute al genere con un gap, quindi, per quanto riguarda i guadagni. Fortunatamente, in base ai dati di un recente rapporto Ue, in Italia la differenza media tra il salario di un uomo e quello di una donna è la più bassa d’Europa. Ma al di là del mondo dell’occupazione femminile, metterò in rilievo le problematiche delle donne che vi-
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PARI OPPORTUNITÀ
vono in altri contesti rispetto al nostro e soffrono della negazione di diritti primari, quali accesso allo studio e alle professioni. Se, infatti, rivolgiamo la nostra attenzione ad altri Stati, troviamo situazioni catastrofiche sul fronte della condizione femminile. Vorrei dedicare un po’ della mia energia al tentativo di sensibilizzare le persone verso queste tematiche, come lo sfruttamento delle donne e dei bambini. A volte tendiamo a concentrarci sul nostro mondo, ma non sappiamo cosa c’è a un passo da noi, anche solo a un’ora di aereo». In cosa consiste il valore aggiunto di
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Sopra, S.E.R. Emery Kabongo consigliere personale di Giovanni Paolo II, al dibattito sull’enciclica Caritas in Veritate, organizzato dalla sezione Fidapa di Reggio Calabria
un’associazione come Fidapa? «La possibilità di dibattere su molteplici questioni, affrontando tematiche che vanno dalla storia al diritto alla vita. Il valore aggiunto deriva anche dall’opportunità di un confronto con esperti, che permette un arricchimento in termini di conoscenze e punti di vista. Non solo, infatti, si apprendono nozioni nuove, ma si legge in maniera differente ciò che fino a quel momento era stato considerato, almeno per quanto mi riguarda essendo un avvocato, sotto il profilo giuridico. Sono esperienze che senz’altro portano a una crescita personale. Quanti dall’esterno pensano a Fidapa come a un modo con cui le donne tendono a chiudersi tra loro sbagliano, perché siamo proprio noi il motore del movimento, con le nostre idee e istanze. L’associazione è poi impegnata attivamente sul fronte della solidarietà. I convegni identificano appuntamenti in cui si discute apertamente delle diverse tematiche, risultando utili anche a chi vi partecipa come semplice ospite, ma a questi si affiancano vere e proprie attività sul territorio. Organizziamo, ad esempio, tornei o aste di beneficienza destinandone i proventi a quelle realtà locali che necessitano di maggiore attenzione».
PARI OPPORTUNITÀ
Il vino delle terre nobili frutto della passione L’avanzata della produzione vitivinicola calabrese vede tra i suoi protagonisti Lidia Matera, agronoma e imprenditrice agricola. Nella sua Tenuta Terre Nobili produce vini di qualità dal crescente successo. Vini che «parlano della propria terra» Francesca Druidi
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ariglio rosso ottenuto da uve Magliocco. Alarico rosso prodotto con uve Nerello al 100%. Poi il rosato Donn’Eleonò e il bianco Santa Chiara, ottenuto da greco bianco in purezza. Sono i fiori all’occhiello della Tenuta Terre Nobili di Montalto Uffugo, in provincia di Cosenza, fondata verso la fine degli anni Sessanta da Ennio Matera e dal 1984 condotta dalla figlia Lidia. Dopo alcuni anni da pendolare, tra Bologna e Montalto Uffugo, la decisione di ritornare definitivamente in Calabria. Superati gli ostacoli iniziali, l’imprenditrice è riuscita a ottenere dai vitigni autoctoni della zona prodotti capaci di catturare progressivamente l’interesse del mercato e degli addetti ai lavori. Questo perché non solo rispecchiano le caratteristiche del territorio di provenienza, ma anche perché riflettono «la sensibilità e la passione» che Lidia Matera infonde nel vino. Un impegno che l’ha portata a imboccare un percorso scandito dai principi dell’agricoltura biologica, da scelte tecnico-agronomiche in campo e accurate valutazioni in cantina mirate alla qualità del prodotto finale. Ha riscontrato difficoltà nel portare avanti il progetto imprenditoriale avviato da suo padre? «Non lo nego, in principio non è stato facile poiché la mentalità del posto era ostile nei riguardi di una donna imprenditrice. Ho pertanto dovuto lottare per affermare le mie idee ed essere seguita dai miei stessi collaboratori. Inoltre, nonostante la mia laurea in agraria, ero completamente priva d’esperienza. Gli inizi, quindi, sono stati duri ma con il tempo,
Lidia Matera
sono riuscita a conquistare la fiducia delle persone che lavorano con me e ad acquisire quell’esperienza che mi mancava. Ora sono fiera della scelta che ho compiuto, scelta d’amore nei riguardi di un progetto che avevo in comune con mio padre, il quale mi ha insegnato a lottare per riuscire a realizzare i miei sogni». Se dovesse sintetizzare il suo contributo alla crescita dell’azienda, su quali elementi si concentrerebbe? «Inizialmente mi sono concentrata sulla ristrutturazione dei vigneti poiché era di fondamentale importanza ringiovanire gli impianti, scegliendo solo quelle varietà che, a mio avviso, erano più degne di nota: Nerello e Magliocco, vitigni a bacca rossa e Greco, a bacca bianca. In un secondo tempo poi ho iniziato a ingrandire e a ristrutturare le cantine, attrezzandole con moderne macchine per la lavorazione del prodotto. Nel 2005 l’importante incontro con l’enologo Mario Ercolino, che mi ha insegnato a lavorare bene nel campo per ottenere un vino di qualità, con il diradamento delle foglie prima e dei grappoli poi, e a seguire lo sviluppo della pianta sino alla maturazione, scegliendo il momento più opportuno per la raccolta». Come avviene questo passaggio? «Quando siamo prossimi alla raccolta, effettuiamo assaggi delle uve secondo una precisa metodica, che prevede la valutazione di molti parametri: facilità del distacco del picciolo dalla bacca, elasticità della bacca alla compressione, distacco della buccia dalla polpa, distacco della polpa dai vinaccioli, assaggio dei vinaccioli stessi, che devono sapere di cioccolato, e capacità di cessione del colore da parte della buccia. A ognuno di questi parametri attribuiamo un punteggio e solo quando tutti i valori hanno raggiunto i livelli più alti, può iniziare la vendemmia che viene eseguita di notte per portare in cantina il
Nella pagina a fianco, Lidia Matera, agronoma e imprenditrice. In questa pagina, immagini della sua azienda vinicola Tenuta Terre Nobili di Montalto Uffugo, in provincia di Cosenza
prodotto fresco al fine di catturare meglio i profumi». Qual è il segreto dei suoi riconoscimenti: tecniche di lavorazione, particolare rispetto del territorio, un equilibrato rapporto qualità-prezzo? «Penso che il segreto, se così si può dire, consista nel lavorare con grande impegno e amore, accettando le difficoltà senza lasciarsi troppo scoraggiare. E poi accettare sempre il confronto, poiché solo in questo si cela la consapevolezza della bontà delle proprie scelte. È inoltre determinante impegnarsi nel salvaguardare la natura, fare squadra con le persone con cui si collabora, vivere appieno la propria azienda come il proprio regno e i vini CALABRIA 2010 • DOSSIER • 59
PARI OPPORTUNITÀ
Inizialmente mi sono concentrata sulla ristrutturazione dei vigneti poiché era di fondamentale importanza ringiovanire gli impianti scegliendo solo quelle varietà più degne di nota
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come una meravigliosa esperienza alla quale apportare, di anno in anno, qualche piccola miglioria». La Calabria sta registrando sempre maggiori consensi per quanto riguarda i suoi vini. Su quali punti di forza la regione deve far leva per sviluppare la propria enologia e quali, invece, i punti da migliorare? «La Calabria vanta una storia e una tradizione vitivinicola che nulla ha da invidiare ad altre realtà del nostro bellissimo e così variegato Paese. Certo, però, la regione si dovrà impegnare ancora molto in termini di immagine, di programmazione e di marketing per promuovere ciò che di buono viene prodotto dalle nostre aziende, conferendo nuova linfa al lavoro di noi agricoltori». Sempre più donne in regione sono impiegate nel settore agroalimentare. Come mai? «Credo che dipenda dal fatto che è cresciuta nelle donne la consapevolezza di poter riuscire in un mondo che, sino a pochi anni fa, è sempre stato solo dominio dell’uomo. La donna oggi, in azienda, ha assunto un ruolo professionale dettato dalla sua maggiore scolarità, che le consente di assumere decisioni sia in campo agronomico che in quello enologico. Abbina, inoltre, alle sue doti imprenditoriali altre qualità come l’amore e l’intuizione che caratterizzano, in fondo, il nostro mondo al femminile».
Nelle foto, dall’alto, la sala degustazione e la cantina dell’azienda vinicola Tenuta Terre Nobili
PARI OPPORTUNITÀ
Sosteniamo le famiglie per favorire le imprenditrici
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incidenza delle imprese femminili, rispetto all’universo delle imprese calabresi, si attesta al 22,8% del totale delle aziende registrate. Lo rileva l’Osservatorio economico regionale, recentemente pubblicato da Unioncamere Calabria. A pesare sul quadro dell’occupazione femminile a livello territoriale interviene anche l’andamento economico negativo della regione che risente della crisi nazionale e mondiale. Per favorire e incrementare l’inclusione delle donne nel mondo del lavoro diventa importante attivare, secondo Donatella Romeo, segretario generale di Unioncamere regionale, un’azione sinergica tra politiche rivolte alla crescita economica, alla modernizzazione del mercato del lavoro e alla concretizzazione di misure in grado di fornire misure sociali: nello specifico «servizi di sup-
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Permangono ancora in Calabria diversi ostacoli all’accesso delle donne al mondo del lavoro. Soprattutto ai vertici delle aziende. A commentare lo scenario dell’imprenditoria femminile in regione è Donatella Romeo, segretario generale di Unioncamere Calabria Francesca Druidi porto alla famiglia, all’organizzazione del lavoro e alla gestione delle risorse umane nelle imprese», spiega Donatella Romeo. Un processo che non può però avvenire totalmente a carico delle imprese. Qual è il quadro attuale dell’imprenditoria femminile in Calabria? In quali settori sono maggiormente occupate le donne della regione? «È semplice dai dati dell’Osservatorio economico regionale affermare che il trend economico negativo registrato nella nostra regione nel 2009 condiziona, in parte, anche il numero delle imprese “in rosa”, che si attestano a quota 40.968 determinando un’incidenza delle imprese femminili al 22,8% sul totale delle imprese registrate. Inoltre, la maggiore presenza di imprese femminili si concentra ancora in settori tradizionali, in particolare nel commercio con il 36,2% e nell’agricoltura con il 22,5%. L’analisi della presenza femminile all’interno delle imprese ci fornisce, inoltre, un’altra informazione: le donne calabresi raramente occupano posti di rilievo all’interno della compagine sociale - pochi amministratori, pochi direttori e responsabili - il che implica anche la necessità di realizzare in autonomia le proprie attività». Nel suo ruolo di segretario generale di Unioncamere Calabria, ha un occhio di ri-
Donatella Romeo, segretario generale dell’Unione Regionale delle Camere di Commercio della Calabri; nella pagina a fianco, la sede di Unioncamere Calabria a Lamezia Terme
Donatella Romeo
guardo in più per la “questione” legata all’imprenditoria femminile? «Sono del parere che tutte le iniziative meritevoli e di sostegno alla valorizzazione dello sviluppo economico regionale vadano incoraggiate e, se queste sono poi guidate da donne, devono indubbiamente avere uguale opportunità di affermazione rispetto a quelle prettamente al maschile. Parimenti, le donne devono vedersi garantito un adeguato e puntuale accesso all’informazione». Può indicare alcune tra le iniziative in favore delle donne che Unioncamere Calabria ha recentemente promosso? «Penso alla missione d’affari a Francoforte, esclusivamente rivolta a imprenditrici calabresi, alle quali abbiamo proposto, con il favore diffuso delle partecipanti, un programma eterogeneo di training interculturale per il business al femminile, visite aziendali presso aziende di successo guidate esclusivamente da donne, incontri B2B con operatori commerciali esteri. Inoltre, abbiamo appena pubblicato il concorso “Donne Innovatrici, proposte e idee innovative delle imprenditrici calabresi”, promosso nell’ambito delle iniziative per la diffusione della cultura d’impresa tra le donne. L’obiettivo è quello di sostenere, consolidare e accrescere le migliori imprese in “rosa”, che potranno così partecipare, gratuitamente, all'iniziativa “Discover Calabria al Teatro Quirino di Roma”, una vetrina esclusiva delle eccellenze produttive calabresi. Quelle che nel complesso Unioncamere Calabria sta provando a mettere in campo sono iniziative concrete con risultati tangibili nell’immediato. Certo, siamo consapevoli che le vere barriere sono di tipo culturale, ma soprattutto sociale. Il ruolo dell’Unione regionale è però di natura diversa ed è importante
che ognuno faccia la sua parte». In base alla sua esperienza anche personale, dove a suo parere è necessario intervenire per incrementare l’accesso delle donne al mercato del lavoro e al contempo favorire l’imprenditoria femminile? «Le politiche di genere sono senza dubbio presenti nell’agenda politica italiana a vari livelli e le politiche femminili nei luoghi di lavoro sono senz’altro fra le più moderne. Occorre però sottolineare come ai principi di uguaglianza formalmente sanciti dalla normativa sulla parità tra uomo e donna nel lavoro e a sostegno dell’imprenditoria femminile, non sempre corrisponda un’adeguata applicazione negli am- CALABRIA 2010 • DOSSIER • 63
PARI OPPORTUNITÀ
COMPOSIZIONE DELLE AZIENDE FEMMINILI PER TIPOLOGIA DI ATTIVITÀ Fonte: Osservatorio Economico Unioncamere Calabria
3,9 1,3
7,6
5,5 22,5
8,3
6,7 3,6 36,2
Agricoltura, caccia e silvicoltura
Immobiliare. Noleggio, informatica, ricerca
Commercio Ingrosso e dettaglio
Costruzioni
Imprese non classificate
Servizi di informazione e comunicazione
Attività di alloggio e ristrutturazione
Attività manifaturiere
Altri servizi pubblici, sociali e personali
bienti quotidiani di lavoro. In ogni caso, la conciliabili e di generare o cattive dirigenti o normativa messa in campo copre solo uno degli aspetti cruciali per favorire la presenza delle donne sul mercato del lavoro. Ritengo, infatti, che per favorire l’occupazione femminile urge attivare, di concerto con le politiche di incentivazione economica, anche azioni diffuse di sostegno alle misure sociali e ai servizi di supporto in particolare: politiche fiscali, previdenziali e del lavoro, di sostegno alla famiglia, di accesso alla istruzione e alla formazione continua. Per prefigurare mercati del lavoro aperti e una più effettiva parità di opportunità tra uomini e donne, è necessario valorizzare l’adattabilità di lavoratori e imprese e l’auto-imprenditorialità, sostenendo adeguatamente la famiglia e la donna». A suo avviso, si può ancora parlare di barriere all’ingresso in ruoli decisionali per le donne in regione? «Certamente sì, purtroppo in assenza di politiche economiche e sociali di sostegno alle lavoratrici madri, i due ruoli rischiano di essere in-
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cattive madri. O peggio entrambe. Le donne che ricoprono ruoli decisionali dedicano maggiore tempo e tensione mentale nello svolgimento delle attività lavorative di ogni giorno sacrificando, in molti casi, la propria vita personale e familiare in favore di una legittima ambizione lavorativa. La conciliazione tra i tempi di vita e di lavoro dovrebbe, a mio avviso, trovare piena applicazione, ma il prezzo non può essere portato a carico delle imprese che aprono alle donne. Se, da un lato, ciò richiede politiche di modernizzazione del mercato del lavoro decisive per sostenere la crescita e la qualità dell’occupazione femminile, dall’altro esige strategie di intervento in grado di incidere contemporaneamente su più fronti: primo fra tutti, sui servizi di supporto alla famiglia, all’organizzazione del lavoro e alla gestione delle risorse umane nelle imprese. Solo in tal modo ritengo si possa favorire realmente l’equilibrio tra tempi di vita e di lavoro, agevolando le pari opportunità di carriera».
6% ALTO CROTONESE DOP L’olio venduto all’ingrosso rispetto alla produzione regionale
68 mila
CACIOCAVALLO SILANO DOP Valore in euro delle 6.789 forme vendute nell’anno 2009
90 mln
1,5 mln
Quantità di prodotto venduta nel 2009 dal consorzio
Valore in euro del prodotto venduto nel periodo 2008/2009
LAMETIA DOP
BRUZIO DOP
10 mln
BERGAMOTTO DOP Valore del fatturato annuo registrato dal consorzio
+11% SALUMI DI CALABRIA DOP Incremento delle richieste nel primo trimestre del 2010
AGROALIMENTARE
La qualità guiderà lo sviluppo L’
Una delle condizioni vincolanti per lo sviluppo del settore primario calabrese è quello di puntare verso un’agricoltura di qualità» spiega il presidente di Confagricoltura Calabria Nicola Cilento Nike Giurlani
In alto, il presidente di Confagricoltura Calabria Nicola Cilento
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Italia ricopre in Europa un ruolo di primo piano in fatto di qualità e tipicità nel settore agricolo. Stravince su Francia e Spagna, con oltre 200 prodotti, tra Dop e Igp, ai quali si aggiungono due Stg. Tra questi i prodotti di qualità calabresi «rappresentano un grande paniere di saperi, oltre che di sapori e rispecchiano la specificità produttiva e culturale del nostro territorio» mette in evidenza il presidente di Confagricoltura Calabria Nicola Cilento. «Nella nostra regione esistono prodotti di grande qualità, rappresentate dal settore ortofrutticolo, zootecnico, dagli oli, dai vini, come da altre produzioni di nicchia uniche al mondo per i quali numerosi sono i riconoscimenti ottenuti in importanti manifestazioni a carattere nazionale e internazionale». Che peso hanno i prodotti Dop nell’economia del settore agricolo regionale? «Molto rilevante, in quanto siamo sempre più convinti che una delle condizioni vincolanti per lo sviluppo del settore primario calabrese è quello di puntare verso un’agricoltura di qualità. E le nostre produzioni agroalimentari rappresentano una vitale variabile strategica su cui puntare nel medio e lungo termine per dare prospettive di sviluppo al sistema agroalimentare della nostra regione». Qual è il rapporto con i Paesi stranieri? «Il settore agricolo calabrese negli ultimi anni è stato caratterizzato da un processo di modernizzazione strutturale. Contestualmente è aumentata la richiesta dei consumatori per ottenere produzioni di qualità, i cui processi di tracciabilità e di sicurezza siano facilmente identificabili. La qualità è una fondamentale risorsa dell’agricoltura calabrese che ha permesso fino a oggi di competere nel mercato interno e in quello internazionale con concorrenti preparati, aggressivi, in grado di ma-
Nicola Cilento
nifestare un forte potenziale innovativo e una grande capacità di cogliere le esigenze del consumatore. La Calabria ha pertanto raggiunto un ruolo significativo sui mercati internazionali e ha registrato, in questi ultimi anni, notevoli progressi sia per quanto attiene il volume e il valore delle esportazioni che per le quote di mercato consolidate e, infine, per la capillare presenza in molti Paesi del mondo». Quali i nuovi mercati verso cui siete indirizzati? «Le nostre produzioni agroalimentari continuano a intercettare nuove fasce di mercato soprattutto in paesi come Svizzera, Austria, Germania, Francia, Belgio e Inghilterra. Stati Uniti, Canada e Giappone». Una delle piaghe dei prodotti Dop italiani è quella della contraffazione. Qual è la situazione per i prodotti calabresi? «Purtroppo siamo costantemente esposti a questo fenomeno che provoca ingenti danni economici, finanziari, ma soprattutto di im-
200 PRODOTTI
Tra Dop, Igt e Stg l’Italia occupa un ruolo di primo piano in Europa per numero di prodotti di qualità, superando Francia e Spagna
magine all’agricoltura calabrese, infrangendo le normative vigenti che contrastano l’afflusso e la vendita di tale prodotto sul nostro territorio. Alla luce di questa situazione, in cui i diritti dei produttori agricoli sono violati, Confagricoltura Calabria ha alzato la soglia di attenzione, schierandosi a difesa dei produttori calabresi, sollecitando l’urgente intervento degli organi preposti al controllo». Quali le soluzioni per combattere questo fenomeno? «È necessario prendere dei provvedimenti che pongano fine a questa sleale concorrenza che mortifica e penalizza il lavoro degli imprenditori calabresi, già alle prese con una difficoltà strutturale del comparto, causata dalla lontananza dai mercati e dall’eccessivo costo del lavoro. La prevenzione e la repressione delle frodi nel comparto agroalimentare rappresenta un tassello indispensabile per lo sviluppo e l’affermazione commerciale delle nostre produzioni. Occorre un maggiore coordinamento delle attività, al fine di assi- CALABRIA 2010 • DOSSIER • 69
AGROALIMENTARE
È necessario promuovere ulteriormente le produzioni Doc, Igt, Dop e Igp, favorendo l’ingresso di nuovi prodotti nel sistema della qualità e della tipicità
curare una totale trasparenza, non solo sulla
qualità delle materie prime utilizzate e sui processi produttivi, ma anche sul rispetto da parte di tutti gli operatori della filiera dell’intero corpo normativo. L’esperienza maturata in alcuni comparti, infatti, insegna che solo il costante scambio di informazioni e il coordinamento delle attività tra gli organismi di controllo può consentire di indirizzare le indagini verso le aree più sensibili e di raggiungere apprezzabili risultati». Quali sono le iniziative che promuovete per valorizzare e far conoscere i prodotti di qualità? «L’agricoltura calabrese non può puntare esclusivamente sulla qualità di picco, secondo una visione elitaria, ma siamo convinti che, perseguire la strategia della qualità significa imboccare la direzione di una diffusa valorizzazione di tutti i nostri prodotti. A questo proposito, la nostra organizzazione è impegnata da tempo, d’intesa con le imprese agricole associate, a migliorare nel sistema di filiera i processi inerenti la sicurezza e quindi la salubrità delle produzioni agroalimentari con adeguati strumenti di controllo a tutela degli agricoltori, dei produttori e dei consumatori. Queste produzioni, che si vanno sempre più affermando sui mercati nazionali e internazionali, devono rientrare nell’ambito di un più vasto programma promozionale che coinvolga tutte le istituzioni, sia perché si tratta di prodotti di assoluta eccellenza organolettica, sia perché evocano la storia e la cultura di un luogo e danno vita alla memoria, al senso di appartenenza e di riscoperta delle nostre comunità».
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196.48 UNITÀ Le aziende agricole, zootecniche e forestali presenti sul territorio calabrese che occupano una superficie totale di 914.448 ettari, il 61% della quale costituisce la superficie agricola utilizzabile
Quali sono in concreto i vostri progetti? «Bisogna promuovere ulteriormente le produzioni Doc, Igt, Dop e Igp favorendo l’ingresso di nuovi prodotti nel sistema della qualità e della tipicità. La capacità di competere in sistemi sempre più aperti, dipende anche dallo sviluppo della cultura della qualità, accompagnata dall’innovazione tecnologica applicata al processo di filiera, che può attenuare la forte concorrenza esercitata dalle produzioni dei Paesi a minor grado di sviluppo, dove il costo della manodopera rimane a livelli nettamente inferiore rispetto ai nostri parametri. Inoltre, una sana cooperazione, una mentalità imprenditoriale e una convinta adesione ai problemi della qualità produttiva, sono fattori indispensabili per sviluppare ulteriormente l’agricoltura calabrese, mettendoci al passo con quella degli altri Paesi europei ed extraeuropei. È necessario, però, che gli agricoltori credano e puntino sulla qualità, concentrando e valorizzando i prodotti legati al territorio, migliorandone l’organizzazione commerciale».
Nicola Cilento
La qualità calabrese conquista l’Europa La Calabria è una delle regioni in Italia che può vantare un elevato numero di prodotti di qualità. Ora vanno portate avanti politiche di marketing ad hoc per promuovere e far conoscere queste eccellenze Nike Giurlani
I
l riconoscimento da parte dell’Ue della denominazione Dop viene assegnato alle produzioni agricole e alimentari le cui fasi del processo produttivo, conforme a un dato disciplinare di produzione, vengono realizzate in un’area geografica delimitata. Queste caratteristiche sono dovute essenzialmente o esclusivamente all’ambiente geografico, comprensivo dei fattori naturali e umani. Anche grazie a queste eccellenze la Calabria può puntare a un importante rilancio economico, conquistando i mercati nazionali e internazionali. OLIO – Dopo la Puglia, la Calabria è la seconda regione in Italia per produzione. Tre sono i marchi di olio extra vergine d’oliva Dop: il Lametia, l’Alto Crotonese e il Bruzio. «Purtroppo la crisi economica rende più difficile collocare nei mercati nazionali e internazionali i prodotti Dop e al momento la distribuzione è limitata ai negozi specializzati» chiarisce Francesco De Lorenzo, presidente del Consorzio
olio extra vergine Lametia Dop. «Il nostro olio In apertura, è ricco di polifenoli e per mantenerne la con- il paesaggio calabrese centrazione elevata, le olive devono essere rac- con i tipici ulivi colte tra la seconda metà di ottobre e fine novembre». Le caratteristiche fondamentali di questo olio sono: la presenza di un 90% di olive della specie Carolea, un colore che varia dal verde al giallo oro e un livello di acidità massima totale non superiore allo 0,5% di acido oelico. «È un olio molto fruttato caratterizzato da sentori di erba falciata e di mela. Inoltre – spiega il presidente – risulta un po’ amaro e piccante con un retrogusto di mandorla». La Calabria è però «ricca di varietà di olive con una significativa differenza tra provincia e provincia e da ciò ne deriva che ciascun olio ha una propria caratteristica organolettica, ben distinta soprattutto se si fa un confronto con gli altri oli italiani» sottolinea Saverio Urso, presidente del Consorzio Alto Crotonese Dop. «Quello che caratterizza il nostro olio è prima di tutto il microclima, unico nel bacino del Mediterraneo, e, CALABRIA 2010 • DOSSIER • 71
AGROALIMENTARE
L’UNICO CACIOCAVALLO CON CERTIFICATO D’AUTENTICITÀ
I
l Caciocavallo silano Dop deve il suo nome al tradizionale sistema di stagionatura. La sua lavorazione a pasta filata ha origine da latte intero di vacca freschissimo che con l’aggiunta di sale e caglio in pasta di vitello o capretto assume, dopo la fase della filatura della pasta, la caratteristica forma troncoconica o a palla con testina. «Ottimo come formaggio da tavola, è utilizzato anche come ingrediente per arricchire gustose ricette – spiega Giovanni Biafora, presidente del Caseificio Vallefiore – e rappresenta un alimento prezioso e ricercato, molto apprezzato per il suo sapore, che va varia da dolce a piccante, in base alla stagionatura». Per quanto riguarda il fatturato generato nel 2009 «alla luce del rendiconto che ogni anno presentiamo all’Istituto di Napoli che controlla il marchio Dop, abbiamo venduto 6.789 forme, per un valore totale pari a circa 68 mila euro». Pur avendo alcuni clienti in Svizzera e in Spagna «al momento l’export non ha ancora un peso rilevante per il caseificio, che, però, grazie alla presenza durante le fiere del settore, in Italia e all’estero, e alle iniziative promosse in sinergia con il Consorzio per la tutela e la produzione del Caciocavallo silano Dop, sta aumento la sua visibilità».
2009 PRODUZIONE SALUMI DI CALABRIA A DOP PRODOTTI Salsiccia Pancetta Capocollo Soppressata
Kg 85.957,18 15.779,20 18.047,40 69.640,3
Fonte: Icg (Istituto Calabria Qualità)
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PREZZI 132.716 5.180 6.973 2 152.067
inoltre, le varietà di ulive che lo caratterizzano: Carolea e Pennulara, tipicamente autoctone». Il risultato è un prodotto «a bassa acidità, ricco di polifenoli, al gusto amaro, un po’ piccante e all’olfatto è dotato di decise note vegetali di carciofo e pomodoro» spiega il presidente. Poiché questa qualità di olio è stata registrata in ambito Ue di recente «al momento non vengono effettuate politiche di marketing, anche se sono programmate e partiranno a breve, quindi – continua – il fatturato annuo, rispetto al potenziale di olio certificabile, rappresenta oggi il 2% della intera filiera». Al contrario l’olio extra vergine di oliva Dop Bruzio «è stato il primo, tra quelli calabresi, ad aver ottenuto il riconoscimento Dop dall’Ue» spiega il presidente del Consorzio Filomena Greco. In base alle quattro menzioni geografiche di appartenenza, questo olio «assume caratteristiche al consumo diverse, come il colore che varia dal verde chiaro delle colline joniche presilane, al verde intenso della Fascia Prepollinica e, infine, al giallo della Sibaritide. L’acidità massima consentita – prosegue – è fissata nella misura dello 0,7 gr di acido oelico ogni 100 complessivi, tranne per la varietà Colline Ioniche Presilane che ha un livello di acidità complessiva pari allo 0,8%». All’interno della filiera degli oli certificati di qualità della Regione Calabria «la Dop Bruzio rappresenta il 77% della produzione». Come sottolineano i tre Consorzi, questi prodotti di eccellenza hanno caratteristiche diverse, ma unico è l’obiettivo: promuovere, valorizzare e aumentare l’interesse nei confronti dei prodotti certificati autoctoni. BERGAMOTTO - Il suo habitat più idoneo è la sottile striscia di terra, lunga un centinaio
I prodotti Dop
I suoi frutti giallo globosi sono di sapore acido, di forma sferica, hanno un peso medio di 200 grammi, e contengono dai 10 ai 15 spicchi
di chilometri tra Villa S. Giovanni, Gioiosa Jonica e Melito Porto Salvo. Tutti i tentativi per fare crescere questa pianta altrove, anche nelle stesse condizioni climatiche, sono risultate vane. I suoi frutti giallo globosi sono di sapore acido, di forma sferica, hanno un peso medio di 200 grammi e contengono dai 10 ai 15 spicchi. Dalla buccia si estrae un olio essenziale molto pregiato costituito da circa 350 sostanze chimiche. Per ottenere 1 kg di essenza sono necessari 200 kg di frutti: ecco il perché del suo elevato costo. L’olio profumatissimo e gradevolmente aromatico è utilizzato nelle industrie dei profumi e nella produzione di saponi, nella preparazione di dolci e gelati e anche di primi piatti, rinomato anche per le sue proprietà antisettiche e batteriche viene utilizzato nelle industrie farmaceutiche. «La produzione genera all’anno 10 milioni di euro circa – sottolinea il commissario straordinario del Consorzio Giuseppe Demetrio Tortorella – e la profumeria rappresenta il 90% della produzione». Il bergamotto registra «un’importante presenza soprattutto nei mercati esteri, che è pari al 90%. Gli sbocchi principali sono la Francia, la Svizzera, gli Usa, il Giappone, l’India, la Germania e il Sud America». SALUMI – Quelli Dop di Calabria stanno rispondono positivamente alla crisi: salsiccia, soppressata, capocollo e pancetta registrano un importante balzo in avanti con un +11% di richieste nel primo trimestre del 2010, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il Consorzio di Tutela «confida che nella seconda parte dell’anno si possa consolidare ulteriormente il dato», tenendo anche conto che il confronto 2008/2009 dei dati di produzione e vendita fa registrare un incremento del + 9%.
A tirare la volata in favore dei salumi di Calabria Dop sono le esportazioni, in forte crescita, confermando la tendenza dell’intera nazione: +3,6% nel 2009 rispetto al 2008. Ed è sul mercato tedesco che il Consorzio di Tutela punta maggiormente. La forza dei salumi di Calabria «risiede nella forma di allevamento dei suini allo stato brado e semibrado che consente di controllare integralmente la filiera di produzione» precisa il presidente del Consorzio Ernesto Madeo. «È tempo che la Calabria riconquisti la leadership in questa fetta del mercato che le appartiene e che grazie alla forza data dal Consorzio intende riprendersi». Ma se il Consorzio può e deve occuparsi di tutto ciò che attiene all’aspetto di promozione, valorizzazione e tutela, è importante che vengano anche portati avanti maggiori controlli «per quanto riguarda l’etichette dei prodotti di qualità, le quali devono contenere tutte le informazioni utili al consumatore e – conclude – devono essere chiare e facilmente leggibili». CALABRIA 2010 • DOSSIER • 73
CONSULENZA ALLE IMPRESE
Un ruolo chiave per lo sviluppo locale
La riforma dell’Ordine ha avuto effetti immediati sugli operatori e sulle imprese. Maurizio Napolitano analizza i principali cambiamenti del settore, sottolineando la necessità di professionisti preparati alle nuove esigenze del mercato Ezio Petrillo
F
irma digitale, riforma dell’Ordine, informatizzazione. La professione del commercialista, negli ultimi anni, è stata investita da cambiamenti repentini che hanno modificato non poco il loro delicato lavoro. Ne beneficiano piccole e medie imprese e professionisti sul territorio, ovvero il tessuto produttivo della Regione. Maurizio Napolitano, presidente dell’Ordine dei commercialisti di Cosenza, analizza le principali novità di una professione chiave per lo
sviluppo economico, locale e nazionale Quali sono i punti focali del necessario rinnovamento dell’Ordine professionale? «La nostra professione è stata già interessata da una profonda riforma che attraverso il D.Lgs 139/20005 che ha istituito, con decorrenza dall’1 gennaio 2008, l’Albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, unificando così Ordine dei dottori commercialisti e il Collegio dei ragionieri commercialisti. A mio avviso, la riforma, che attualmente è oggetto di discussione, deve necessariamente basarsi sul giusto riconoscimento della specificità degli Ordini rispetto alle associazioni professionali. In altre parole bisogna rafforzare il concetto che i professionisti sono soltanto coloro che hanno superato l’esame di Stato e sono iscritti in un ordine professionale. Non possiamo lasciare spazio all’improvvisazione, specie in un settore fondamentale come quello della consulenza per le imprese». Qual è l’interesse pubblico di tale riforma?
Maurizio Napolitano, presidente dell’Ordine dei commercialisti di Cosenza
Maurizio Napolitano
c
La nostra regione soffre di carenze infrastrutturali che nel tempo hanno condizionato lo sviluppo economico e produttivo dell’intero territorio
«La tutela della fede pubblica e la garanzia di un’alta qualità delle professioni sono i punti focali della riforma. Per raggiungere tali obbiettivi occorre, però, stabilire regole chiare e trasparenti e, nel contempo, assicurare dignità e prestigio ai professionisti, cioè a coloro che, dopo aver conseguito la laurea, svolto un periodo di tirocinio e superato l’esame di stato, sono sottoposti al controllo disciplinare degli Ordini e alla formazione professionale continua. Solo in tal modo si può pensare di fornire un’assistenza adeguata a imprese e società. È nell’interesse generale tutelare il nostro lavoro, visto che forniamo un importante sostegno per quelle aziende che rappresentano l’ossatura del sistema economico». Come si è evoluta la professione del commercialista, alla luce di innovazioni tecnologiche come la firma digitale? «La nostra professione si è sempre prontamente adeguata al progresso tecnologico e, soprattutto negli ultimi tempi, ha saputo fornire un grande contributo alla pubblica am-
2008 RIFORMA
È l’anno della precedente riforma dell’Ordine che ha unificato dottori commercialisti e il collegio dei ragionieri
d
ministrazione nel ruolo di intermediario telematico, con l’invio delle dichiarazioni fiscali o dei bilanci in formato digitale. Posso assicurare che i nostri studi sono ben attrezzati e in grado di affrontare le sfide che l’innovazione e la continua informatizzazione ci propongono quotidianamente. Velocizzare le pratiche e snellire le procedure è soprattutto un nostro interesse». Dal suo punto di vista, quali sono le esigenze di aziende e professionisti sul territorio calabrese? «La nostra regione soffre di carenze infrastrutturali che nel tempo hanno condizionato lo sviluppo economico e produttivo dell’intero territorio. Bisogna partire da una strategia coraggiosa che consenta di colmare questo gap, offrendo alle aziende le condizioni di base per tentare quel salto di qualità fino a oggi reso impossibile e, di conseguenza, maggiori opportunità di lavoro ai professionisti». Rispetto agli altri Paesi, quali sono le differenze più marcate riguardanti l’Ordine dei commercialisti in Italia? «I commercialisti italiani svolgono funzioni molto più ampie dei loro colleghi stranieri, che si limitano quasi sempre alle prestazioni contabili e alla revisione dei conti. In Italia riusciamo a fornire una consulenza a 360° agli imprenditori. Proprio alla luce di questo, occorre rivalutare la nostra professione attraverso una maggiore formazione post laurea». CALABRIA 2010 • DOSSIER • 77
OBIETTIVO LAVORO
I
n Italia gestiscono 1 milione di aziende per un totale di 8 milioni di addetti e un monte ore retribuzione che supera i 100 mila miliardi di euro all’anno. I consulenti del lavoro, per questo, rappresentano, oltre che un incredibile patrimonio in servizi e assistenza all’economia nazionale, un impressionante giro d’affari capace di inserire sul mercato, più di altre categorie, moltissimi giovani neolaureati e specializzati. Elementi che Rosario De Luca, presidente della Fondazione studi del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, segnala con orgoglio. «In media, per un consulente, il reddito pro-capite è di circa 48 mila euro. Rappresentiamo una delle strade più interessanti e innovative per il futuro lavorativo di migliaia di giovani». Impegnato, tramite la fondazione, nel portare alla conoscenza di tutti il ruolo ricoperto dalla categoria, De Luca sottolinea come «l’Italia si ritrovi in un momento storico» in cui si prospettano riforme, del lavoro, delle professioni, della fiscalità. «E in tutti questi settori i consulenti del lavoro sono protagonisti di primo piano». Specialmente in Calabria, dove occorre rilanciare un’economia «sempre in ritardo». Quale peso ricopre la vostra categoria in regione? «In Calabria abbimao il dovere di supportare le imprese e le istituzioni per rilanciare il sistema. La conoscenza del territorio che abbiamo acquisito è di fondamentale importanza per supportare lo sviluppo locale permettendo agli investitori di comprendere il mercato di riferimento e garantendo alle imprese già esistenti di ottimizzare gli investimenti, non solo sul mercato nazionale, ma anche internazionale». Quanti professionisti si contano? «Sono quasi mille gli iscritti agli albi provinciali della Calabria che quotidianamente supportano aziende e cittadini attraverso le proprie attività professionali. E gli studi dei Cdl sono ormai diventati un punto di riferimento per tutta
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Verso un rilancio “culturale” «In Calabria bisogna instaurare una nuova cultura imprenditoriale» spiega Rosario De Luca, presidente della Fondazione studi dei consulenti del lavoro. Nuove prerogative, dunque, che andranno a coinvolgere anche la categoria professionale più vicina ad aziende e lavoratori Andrea Moscariello
la regione, essendo presenti sia nelle città che nei paesini della costa e dell’entroterra». Considerando la crisi e il contesto socioeconomico del Mezzogiorno, trova che la cultura imprenditoriale calabrese potrebbe instaurare un rapporto più costruttivo con il mondo professionale? «La crisi economico-finanziaria che sta colpendo l’intera Europa ha logiche ripercussioni anche sull’economia regionale. Ma il nostro territorio, i suoi abitanti e le sue imprese sono
Rosario De Luca, presidente della Fondazione studi del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro
Rosario De Luca
La crisi che colpisce l’Europa si ripercuote anche sull’economia regionale. Ma il nostro territorio, i suoi abitanti e le sue imprese sono abituati ad affrontare le emergenze
abituati ad affrontare le emergenze. Sono necessarie opportune riforme strutturali, non abbiamo più bisogno di politiche provvisorie e di finanziamenti a pioggia senza un reale obiettivo da conseguire». Soprattutto cosa si percepisce, da parte delle imprese? «Le aziende hanno ormai sempre più bisogno del supporto dei professionisti per ottimizzare la produzione, la gestione amministrativa e delle risorse umane. In Calabria bisogna in-
1 mln
staurare una nuova cultura imprenditoriale, una nuova cultura professionale e una nuova cultura del lavoro. Lo sviluppo di un territorio IMPRESE è legato indissolubilmente con il cambio della Le realtà cultura dei propri cittadini. Così come sono inche in Italia si rivolgono dispensabili interventi organici sul sistema delle ai consulenti infrastrutture. I trasporti, per esempio, sono dedel lavoro ficitari a tutti i livelli e l’economia calabrese ne risente enormemente». Perché la Fondazione punta, soprattutto, all’aspetto formativo? «Per essere al passo con i tempi bisogna garantire un aggiornamento continuo che permetta ai colleghi di essere sempre pronti a gestire nuove pratiche e attività. E la formazione dei propri iscritti è uno degli obiettivi principali che si è posto il Consiglio nazionale. Inoltre, è utile incentivare la rete esistente tra professioni e mondo delle università, così da permettere l’ingresso nel mercato di giovani già specializzati».
CALABRIA 2010 • DOSSIER • 81
OBIETTIVO LAVORO
UN FESTIVAL PER IL LAVORO
Tra i temi recentemente affrontati dalla sua categoria, quello dell’apprendistato si è rivelato particolarmente complesso. La Fondazione ha creato a tal proposito una banca dati. «Abbiamo creato uno strumento di ausilio per tutti quei colleghi che intendono affrontare la tematica relativa all’apprendistato, per motivi di studio o per esigenze professionali. È infatti possibile avere a disposizione l’intera produzione normativa di ogni singola regione italiana in materia di apprendistato con un semplice click. L’obiettivo finale è quello di creare uno strumento il più completo possibile, che permetta al collega di una qualsiasi provincia di accedere a un’utile fonte di informazioni. Attraverso questa, poi, ci si potrà orientare per l’instaurazione di questo delicato e speciale contratto. Una tale situazione di diversificazione normativa e le storture che ne derivano sono l'esempio più lampante di come il federalismo non può coinvolgere materie delicate come la normativa lavoristica». 82 • DOSSIER • CALABRIA 2010
Strategie, progetti e iniziative in serbo per i prossimi mesi. Dalla formazione a un evento rivolto a tutti gli attori per il mondo del lavoro
A
ttraverso l’organizzazione di eventi formativi, attuati sia in modo tradizionale attraverso conferenze, che in modo innovativo attraverso formazione a distanza, abbiamo l’obiettivo di rendere quella dei consulenti del lavoro una categoria sempre aggiornata e specializzata» dichiara Rosario De Luca, introducendo una delle iniziative più recenti messe in atto dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, sempre più un punto di riferimento per una generazione di nuovi professionisti che si rivolgono alle imprese. «Da alcuni mesi sono iniziati i corsi della Scuola di Alta Specializzazione, che rappresentano un fiore all’occhiello all’interno dell’universo formativo italiano rivolto al mondo
delle professioni». Un progetto che affianca l’altro grande obiettivo preposto dall’organizzazione, quello comunicativo. Dunque convegni, pubblicazioni divulgative e campagne informative. Inoltre, nell’agenda della Fondazione, dal 24 al 26 giugno 2010 si terrà a battesimo la prima edizione del Festival del Lavoro. L’evento avrà luogo nella splendida cornice del borgo medievale di Treia, in provincia di Macerata. Giuslavoristi, politici e imprenditori interverranno su temi strategici per il rilancio nazionale. «Si discuterà sul lavoro nei modi più vari e in tutte le sue forme, autonomo, dipendente, para-subordinato, femminile e giovanile, attraverso convegni, tavole rotonde e interviste».
IN PRIMA LINEA
Tante facce della legalità «Conoscere il fenomeno della criminalità organizzata, nei luoghi dove essa ha origine, è sicuramente un modo per sconfiggerla». Luisa Latella, prefetto di Vibo Valentia, traccia gli obiettivi per le nuove generazioni e il futuro della regione Renata Gualtieri
S
orgerà in Calabria, nelle ville confiscate alla ‘ndrangheta l’Università dell’Antimafia. Un polo di formazione che ha come modello il campus americano. In questi edifici prenderà il via un progetto molto coraggioso e fortemente voluto da Adriana Musella, presidente dell’associazione antimafia “Riferimenti” e ampiamente sostenuto anche dal prefetto di Vibo Valentia, Luisa Latella. Il magistrato spiega come la cultura possa diventare un’arma contro l’illegalità e contribuire a sviluppare una nuova coscienza sociale. Tra i banchi di Limbadi, sede del campus, si terranno incontri su legislazione antimafia e storia della criminalità a cui prenderanno parte magistrati, sociologi, testimoni di mafia e familiari delle vittime. L’Università dell’antimafia a Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, sui terreni confiscati alla mafia. Come ha accolto questo progetto? «Il progetto mi è stato presentato da Adriana Musella, presidente dell’associazione “Riferimenti” e l’idea di realizzare l’univer-
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sità in uno dei luoghi simbolo della criminalità mi è sembrata eccellente. Limbadi è il comune di origine della cosca Mancuso, la più potente della provincia di Vibo Valentia e con una grande influenza in Calabria, con traffici anche all’estero e collegamenti con le cosche della Piana di Gioia Tauro. In quel luogo l’università acquisterà una forza simbolica notevolissima, anche perché sarà ubicata proprio in immobili confiscati ai Mancuso. Si programmeranno corsi rivolti agli studenti e si creeranno punti di aggregazione per i giovani che provengono non solo da Limbadi ma anche dai paesi vicini e da tutta la Calabria. Conoscere il fenomeno della criminalità organizzata, nei luoghi dove essa ha origine, è sicuramente un modo per sconfiggere questo fenomeno che si sta radicando sempre di più in Italia e ha numerosi rapporti anche con l’estero, come la strage di Duisburg ha chiaramente dimostrato». Paolo Borsellino diceva che la mafia si sconfigge con la cultura della legalità. Come si possono coinvolgere le nuove generazioni? «Per riuscire nella lotta alla criminalità organizzata occorre fare rete tra coloro
Luisa Latella
che operano nel tessuto sociale. L’obiettivo comune è quello di instillare, soprattutto nei giovani, il seme della legalità e la necessità di restare uniti contro questi fenomeni criminali che, nell’Italia meridionale, acquistano una valenza ancora maggiore che altrove perché il tessuto sociale non è perfettamente impermeabile rispetto ai tentativi di infiltrazione. Bisogna lavorare soprattutto con le nuove generazioni per poter costruire un futuro diverso perché altrimenti per queste terre non ci potrà essere mai un vero e proprio sviluppo». Il successo di questi corsi potrebbe bloccare il forte esodo dei giovani calabresi verso le altre regioni d’Italia? «Magari riuscirà ad allentarlo. Ma è uno strumento che deve essere utilizzato insieme a tanti altri. È chiaro che la diffusione della coscienza e della cultura della legalità tra i giovani è la cosa più importante, ma accanto a questo ci devono essere tante altre operazioni di supporto. Quello che in atto prevale è solo l’attività repressiva della magistratura e delle forze di polizia che si deve però accompagnare ad una presa di coscienza della società civile che deve coadiuvare, deve fare fronte comune, con le forze di polizia e con la magistratura». Sono previste forme di collaborazione con altre università italiane e straniere?
In apertura, Luisa Latella, Prefetto di Vibo Valentia. Qui sopra, a sinistra, una veduta aerea di Limbadi dove sorgerà l’Università Antimafia; a destra, il generale Lucio Nobili in visita alla prefettura di Vibo Valentia
«Al momento abbiamo ottenuto il finanziamento dal ministero dell’Interno sui fondi del Pon Sicurezza, cioè i fondi europei per la ristrutturazione degli immobili destinati a ospitare il campus universitario. Ora si deve passare al progetto esecutivo e poi bisogna materialmente fare la gara d’appalto per ristrutturare gli immobili e adeguarli alle nuove esigenze, perché si tratta di civili abitazioni da ristrutturare completamente, per adeguarli a uffici pubblici. La fase successiva sarà l’avvio di questi corsi e di tutte le attività di aggregazione sociale. Proprio allora si dovranno prendere contatti con associazioni del territorio, istituzioni e in primo luogo con le altre università, tra quelle istituzionali, che hanno corsi sulla legalità. Ad esempio l’Università di Cosenza ha già dei corsi specifici». La criminalità quanto frena lo sviluppo economico della regione? «È nei fatti. La Calabria è la regione più povera d’Italia e sicuramente una delle più povere d’Europa. Quindi è ovvio che il fenomeno criminale incide tantissimo. Il libero mercato qui è drogato da una presenza incombente che impone all’imprenditoria temi che non sono quelli tipici della libertà di mercato, che poi è la fonte di tutto lo sviluppo economico. Ci sono dei vincoli notevoli, l’imprenditoria è stretta nella sua capacità operativa». CALABRIA 2010 • DOSSIER • 109
CARCERE
Un ascolto vero e partecipato In una delle città italiane che conta il più alto numero di operazioni di polizia come Reggio Calabria, le criticità del carcere di San Pietro non sono legate solo al sovraffollamento ma anche alla carenza di fondi e di agenti. Il direttore Maria Carmela Longo illustra la situazione Nicolò Mulas Marcello
M
aria Carmela Longo è una delle molte donne che dirigono importanti case circondariali italiane. Da sei anni amministra il carcere San Pietro di Reggio Calabria, un penitenziario che presenta alcune problematiche che si riconducono essenzialmente al ben noto sovraffollamento e alla mancanza di fondi. In un ruolo come quello di direttore di un carcere la passione e la sensibilità delle donne svolgono una funzione importante nelle scelte e, come sottolinea la stessa direttrice, «la sensibilità femminile conta in questo ruolo e consiste nel dare il giusto peso e la giusta importanza alle varie situazioni». Qual è attualmente la situazione del carcere di San Pietro in termini di sovraffollamento? «È preoccupante. La capienza
tollerabile è fissata a 260 posti e oggi sono presenti circa 320 detenuti. Ma il problema non è solo l’esubero numerico. La criticità è dovuta anche alla carenza del personale penitenziario e congiuntamente una carenza dei fondi a disposizione perché non siamo più in grado di sostenere i costi minimi per garantire il funzionamento della struttura. Vi è una carenza di almeno 30 unità sulla presenza che sarebbe necessaria per garantire livelli di sicurezza accettabili». Quali sono le attività pedagogiche e lavorative che vengono svolte all’interno del carcere? «A causa delle condizioni prima citate, le attività hanno subito una gravissima contrazione. Per le attività lavorative ci impegniamo a garantire il minimo necessario perché siano
Maria Carmela Longo
Nella foto piccola, Maria Carmela Longo, direttore del carcere San Pietro di Reggio Calabria
assicurate condizioni di igiene all’interno dell’istituto con una grande limitazione a quelle attività che sarebbero invece necessarie per una ristrutturazione dell’impianto. Negli anni passati le attività erano molteplici, quest’anno stiamo garantendo la scuola elementare e media e solo il progetto “Liberamente”, nato e voluto per far fronte alle situazioni di disagio sempre più ricorrenti all’interno di tutte le strutture penitenziarie e in particolare di questa casa circondariale. Si tratta di un’attività che coinvolge più operatori di varie aree, quella strettamente fisica, pedagogica, ludica, che si manifesta poi con laboratori di creatività, di espressione di scrittura creativa. È comunque insufficiente perché è rivolta a un numero limitato di detenuti, sono 20-30 i partecipanti. Sono attività che non riescono
ad abbracciare e raggiungere tutti i detenuti presenti». Sono previsti interventi a livello economico per l’ammodernamento del carcere? «Recentemente è stato previsto uno stanziamento che dovrebbe essere destinato a ristrutturare la parte riservata ai detenuti, anche se il fondo non copre tutta la spesa necessaria per ristrutturare interamente i due grossi reparti di questo istituto. Il finanziamento è senz’altro necessario, ma siamo ancora fermi perché non siamo in grado di poter sfollare l’istituto in quanto i lavori si possono fare con i detenuti all’interno. Sono fondi ordinari provenienti dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria» Quanto conta la sensibilità femminile nel suo lavoro? «Credo che abbia grandissima importanza nel momento in cui la donna per sua natura è comunque portata e incline ad amministrare e gestire la famiglia e la casa. In fondo il carcere è questo. Una gestione di più persone come se fosse una grande famiglia e una grande casa perché la struttura comunque è di per sé una casa. Conta perché la sensibilità femminile consiste nel dare il giusto peso e la giusta importanza alle varie situazioni. Per saper affrontare quello che è più urgente e quello che è meno urgente. La donna è quella che è più in grado per sua stessa natura di saper ascoltare in maniera empatica e non un semplice sentire ma un ascolto vero e partecipato. Conta nel momento in cui lo stesso sistema delle relazioni è più gentile e torna utile in un contesto grigio come il carcere». CALABRIA 2010 • DOSSIER • 111
PROFESSIONE FORENSE
S
nellire, velocizzare, riformare. Sono le esigenze pressanti di tutti gli operatori della giustizia. La riforma del processo civile mira a rendere obbligatorio il tentativo di conciliazione che potrebbe portare in breve tempo, secondo gli esperti del settore, alla riduzione di controversie civili fino al 70%. Un passo avanti notevole, vista l’annosa lentezza dei procedimenti giudiziari. Il presidente dell’Ordine degli avvocati di Cosenza, Oreste Morcavallo, ci spiega pregi e criticità della mediazione sul territorio cosentino. Parliamo di procedure di conciliazione in ambito di giustizia civile. Cosa è cambiato nella realtà cosentina in seguito a questa riforma? «Allo stato, sul piano immediatamente operativo, non è cambiato nulla perché, come è noto, il decreto legislativo n. 28/2010 prevede l’obbligatorietà della conciliazione a partire dal 20.3.2011. Peraltro siamo ancora in attesa dei regolamenti attuativi da parte del ministero della Giustizia che dovranno disciplinare anche i corsi per conciliatori. Vi è indubbiamente da parte degli operatori giurisdizionali, un cambio di mentalità, un’immediata predisposizione all’attuazione
Conciliazione, uno strumento efficace
La mediazione come possibile via d’uscita per contrastare la lentezza del sistema giudiziario. La riforma che entrerà in vigore dal 2011 già ha prodotto i primi effetti sul lavoro dei tribunali. Il punto di Oreste Morcavallo sulla situazione a Cosenza Ezio Petrillo
della riforma legislativa. Da parte nostra, il consiglio dell’Ordine di Cosenza ha già costituito, quarto in Italia, l’organismo di conciliazione presso il Tribunale di Cosenza e si appresta a tenere i corsi per conciliatori». Di quali altre riforme avrebbe bisogno la giustizia, per essere più snella ed efficace, in ambito locale? «La giustizia in Italia, nel Mezzogiorno e a Cosenza ha bisogno di una riforma organica, non parcellizzata e frammentaria. Da più anni il dibattito politico-parlamentare è concentrato su temi penali, anche importanti, come il ruolo del pubblico ministero o le intercettazioni telefoniche, ma ciò non risolve la cancrena di un sistema lento, al 156° posto tra tutti gli stati del mondo. L’Italia è preceduta perfino dal Gabon, dalla Nuova Guinea, e da Sao Tomè. Dieci anni per un giudizio civile sono impressionanti e non degni di una nazione che si fonda sul diritto. Lo Stato deve garantire giustizia subito e a tutti i cittadini, soprattutto ai più deboli. I principali problemi della giustizia in Italia e a Cosenza, sono l’au-
Oreste Morcavallo, presidente dell’Ordine degli avvocati di Cosenza
Oreste Morcavallo
c
La giustizia in Italia, nel Mezzogiorno e a Cosenza ha bisogno di una riforma organica, non parcellizzata e frammentaria
mento degli organici dei magistrati, del personale delle cancellerie, l’accelerazione delle procedure concorsuali, l’informatizzazione necessaria di tutti i servizi». Orientativamente quanti sono i procedimenti in ambito civile che ogni anno riguardano la provincia di Cosenza? «Grosso modo i giudizi civili superano i 15.000 annui. Una cifra molto elevata considerando il numero degli abitanti sul territorio». Quanto può incidere sui costi della giustizia, il ricorso massiccio alle procedure di mediazione? «Sulla base delle materie rientranti nella riforma legislativa sull’obbligatorietà della mediazione e dei giudizi ordinari iscritti annualmente sin’ora, si può ipotizzare una media di circa 10.000 ricorsi all’anno con un costo complessivo di 7-8 milioni di euro. È evidente però che, considerando i tempi brevissimi di risoluzione delle controversie (entro 4 mesi), le tariffe prefissate di spese giudiziali, l’assenza di magistrati e personale
20/3
2011 TERMINE
È il giorno in cui entrerà in vigore il decreto 28/2010, in materia di obbligatorietà della conciliazione
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dipendente dello Stato, i costi sono notevolmente inferiori rispetto a quelli di gestione di un numero uguale di giudizi ordinari davanti ai Tribunali. Dunque, si può tranquillamente affermare che i benefici della celerità della procedura di mediazione, con una risposta immediata di giustizia, rappresentano un’indubbia e importante svolta legislativa». Quale potrebbe essere, invece, un punto di criticità rispetto all’utilizzo della conciliazione? «La nuova normativa sulla conciliazione obbligatoria ha ricevuto molte critiche dalle rappresentanze dell’avvocatura e da diversi Ordini. Queste si riassumono nella marginalizzazione dell’avvocato nelle procedure, nei costi organizzativi per gli Ordini, negli oneri per gli avvocati. Personalmente ritengo che tutti gli operatori giudiziari debbano porsi in modo positivo e costruttivo di fronte ad una riforma, che se opportunamente emendata, potrà rappresentare una sicura panacea per i ritardi endemici del processo civile». CALABRIA 2010 • DOSSIER • 119
IL NODO DELLE IMMUNITÀ
Sulle immunità si gioca la stabilità del sistema Nico D’Ascola riflette su una lotta tra politica e magistratura che rischia di trasformarsi in un cancro divoratore della stabilità del Paese. Le riforme, in primis, ne rappresentano la cura. «Occorre partire dalle immunità per tutti i membri del legislativo» Aldo Mosca
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instabilità del sistema giustizia si riflette inevitabilmente tanto sul quadro politico, quanto su quello sociale. E porre le riforme in cima all’agenda di Governo non significa invischiare il parlamento in eterne dialettiche distanti dalle necessità pragmatiche del Paese. Ed è giusto, secondo il professor Nico D’Ascola, stabilire alcune, fondamentali, priorità da perseguire. «È difficile stilare una classifica quanto all’indispensabilità di queste riforme. Ve ne è una, tuttavia, alla quale io attribuisco particolare importanza». Ciò a cui si riferisce il più noto penalista di Reggio Calabria, è il nodo delle immunità penali per i politici, su cui si è recentemente espressa anche una parte autorevole della magistratura. Non senza suscitare polemiche e contrasti tra i vertici del Paese. Per quale motivo ritiene che questo tema abbia un così diretto impatto sulla stabilità della situazione politica nazionale? «La ragione è di tutta evidenza ed è dimostrata da una serie di elementi. Basterebbe constatare il perdurante e irrisolto contrasto tra politica e magistratura, che risale ai primi anni novanta. La modifica del vecchio testo dell’articolo 68 della Costituzione, compiuta nel 1993, di radicale modificazione del sistema delle autorizzazioni a procedere, ha costituito una delle ragioni che hanno incentivato un tale conflitto che, prima di allora, non aveva certo raggiunto i toni di particolare asprezza oggi a tutti noti.Vi è da notare, tra l’altro, che l’intervento riformatore non è stato oggetto di approfondita riflessione, dal momento che le vicende di
L’
Nico D’Ascola
In apertura, il professore avvocato Vincenzo Nico D’Ascola all’interno dell'Istituto di Diritto Penale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria. A lato, la Camera dei Deputati nicodascola@libero.it
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Non vi è dubbio che questo perenne stato di insopportabile conflitto genera una costante paralisi delle iniziative politiche, una generalizzata perdita di credibilità dei poteri dello Stato e una conseguente sfiducia dei cittadini
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“Tangentopoli” ne hanno consigliato un’adozione frettolosa». Perché il vecchio sistema delle autorizzazioni a procedere, se reintrodotto, svolgerebbe quel ruolo di stabilizzazione politica del quale lei parla? «Il sistema delle autorizzazioni a procedere ha un suo chiaro appiglio costituzionale nel principio di separazione dei poteri che è alla base di ogni moderna democrazia. Il suo più intimo significato risiede nella necessità di dare contenuti alla sovranità popolare, principalmente l’immodificabilità dei risultati
delle elezioni politiche. Ognuno comprende come sarebbe del tutto illusorio fondare un sistema democratico sulla libera manifestazione del diritto di voto se poi si consentisse, senza alcun controllo della camera di appartenenza, la sottoposizione dei parlamentari ai procedimenti penali e alle misure eventualmente limitative della libertà personale che ne possono derivare. In altri termini, l’istituto in oggetto garantisce dal rischio che, mediante l’uso di strumenti giudiziari coercitivi, sia perpetrato un indebito ribaltamento delle maggioranze politiche, come anche una eventuale repressione ai danni delle minoranze. Tant’è che l’originario testo dell’articolo 68 assicurava un sistema di tutela della politica che, per un verso, era diretta espressione di esigenze liberal-garantiste nascenti dalla drammatica esperienza del fascismo e, per altro verso, era perfettamente simmetrico alle analoghe garanzie di autonomia e indipendenza previste per l’ordine giudiziario all’articolo 102 della Costituzione». ›› CALABRIA 2010 • DOSSIER • 131
IL NODO DELLE IMMUNITÀ
›› Mentre attualmente lei osserva un disequilibrio tra le parti? «L’attuale sistema è del tutto squilibrato, in quanto ad essere tutelata è la sola magistratura e non anche il legislativo. Quanto, poi, all’attuale situazione politica nazionale, non vi è dubbio che questo stato di insopportabile conflitto generi una costante paralisi delle iniziative politiche, una generalizzata perdita di credibilità dei poteri dello Stato e una conseguente sfiducia dei cittadini». Data la triste esperienza vissuta sotto il vecchio testo dell’articolo 68, quando le commissioni parlamentari per le autorizzazioni a procedere erano solite negare il via libera alla magistratura, anche in caso di prove evidenti, non pensa che la reintroduzione delle immunità per i politici cagionerebbe un maggior danno? «Vorrei esser più chiaro sull’argomento. Io credo che il prezzo che l’Italia sta pagando a causa dello scontro in atto tra politica e magistratura sia talmente elevato, in termini di credibilità politica dell’intero sistema, di incertezza del diritto, di perdita di credibilità delle istituzioni e, quindi, anche in termini economici, da giustificare un ritorno al passato. Sul punto, peraltro, condivido ampiamente il giudizio negativo sul modo di agire delle vecchie commissioni per le autorizzazioni a procedere che si sono rese responsabili di decisioni davvero sconcertanti. Il problema, tuttavia, può essere facilmente rimosso adottando accorgimenti che riducano il rischio di pronunce che contribuiscono a creare un diffuso e preoccupante clima di illegalità». Ma non pensa che il regime delle autorizzazioni a procedere reintrodurrebbe un’ingiustificata violazione del principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla 132 • DOSSIER • CALABRIA 2010
legge? «No certamente. A prescindere dalla risolutiva veste costituzionale che a questo punto risulta obbligatoria, anche con riferimento alla sostanza dei fatti vi è da osservare che ogni parlamentare verrebbe differenziato dal cittadino comune in virtù dei poteri di rappresentanza popolare dei quali solo il primo è investito. È ovvio, pertanto, che non può sussistere alcuna violazione del principio di uguaglianza tutte le volte in cui situazioni dissimili sono trattate in maniera differenziata». Di questa tutela dovrebbero godere soltanto alcune alte cariche o tutti i membri del Parlamento? «A mio modesto avviso, di una simile tutela dovrebbero giovarsi tutti i componenti del potere legislativo. A favore di questa soluzione milita la ratio politica che poc’anzi indicavo a fondamento della separazione dei poteri. Se quest’ultima implica il divieto per un potere di ingerirsi negli spazi riservati all’altro, non vi è dubbio che la protezione della quale qui discutiamo debba esser estesa a ogni membro del legislativo. Non si può
Simboli del potere politico e giudiziario, nelle immagini, da sinistra, Montecitorio e il Palazzo di Giustizia a Roma
Nico D’Ascola
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La classe politica, a prescindere da ogni sua coloritura, ha un forte interesse a recuperare indipendenza e autorevolezza, analogamente a quanto reclama per sé la magistratura, in modo del tutto condivisibile
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consentire, cioè, che coloro i quali sono stati investiti di un mandato di rappresentanza popolare, possano subire limitazioni alle loro libertà che impedirebbero proprio l’esercizio di quei poteri che sono stati loro attribuiti. Limitare le autorizzazioni a procedere solo ai ministri o a talune altre alte cariche dello Stato significherebbe tradire la ratio politica e costituzionale che le giustifica». Magari sarebbe opportuno ipotizzare rimedi per evitare spazi di generalizzata e intollerabile impunità. «Si potrebbe pensare alla ineleggibilità, nella successiva legislatura, dei parlamentari che
abbiamo beneficiato nella precedente del divieto di procedere, oltre che alla sospensione dei termini di prescrizione del reato e a tanti altri accorgimenti, alternativi o aggiuntivi, dei quali ora sarebbe troppo impegnativo discutere». Crede vi siano le condizioni politiche per una riforma costituzionale dell’articolo 68? «Anche se l’attuale scenario potrebbe sembrare sfavorevole, ritengo che l’intera classe politica, a prescindere da ogni sua coloritura, abbia interesse a recuperare prestigio, indipendenza e autorevolezza, analogamente a quanto reclama per sé la magistratura, in modo del tutto condivisibile. Obiettivi, questi, da raggiungere attraverso una più accurata selezione qualitativa delle risorse umane, ma anche mediante una emancipazione dal giudiziario. Occorre pervenire, tuttavia, ad un punto di giusto equilibrio tra le esigenze punitive e il fondamentale interesse della collettività a essere rappresentata da una classe politica emancipata e non più soggetta a veti giudiziari nel corso del mandato. Quanto al raggiungimento del quorum mi fa ben sperare la riduzione quantitativa degli attuali interlocutori politici. La cosiddetta “prima repubblica” era caratterizzata infatti da maggioranze politiche perennemente instabili e da un numero eccessivo e ingiustificato di partiti politici di ridottissime dimensioni, capaci di bloccare il lavoro di una intera maggioranza. Questo quadro oggi è fortunatamente cambiato, il raggiungimento del quorum necessario per una riforma costituzionale comporta l’accordo di un numero limitato di forze politiche che sul punto potrebbero, in un contesto di rinnovata e leale collaborazione, trovare quel giusto compromesso che eviti l’inquinamento della politica, ma che allo stesso tempo le consenta di funzionare senza alcun pregiudizio per la legalità». CALABRIA 2010 • DOSSIER • 133
La nostra civiltà contro U il degrado «Stimolare nei giovani calabresi la consapevolezza e l’orgoglio del loro patrimonio archeologico è il più efficace investimento». L’input di Stefano De Caro, direttore generale beni archeologici del ministero per i Beni e le attività culturali Renata Gualtieri
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na terra ricca di testimonianze artistiche e archeologiche che raccontano la storia di un popolo e dei suoi invasori. Musei e parchi archeologici ne conservano la memoria. Sulla valorizzazione di questi preziosi luoghi il ministero sta puntando molto, avendo istituito un’apposita direzione generale per questa funzione. «Gli strumenti principali della valorizzazione in una regione che ha nell’archeologia la parte più celebre del suo patrimonio – sostiene Stefano De Caro, direttore generale beni ar-
Stefano De Caro
In apertura, la Domus Aurea dopo il crollo del 30 marzo scorso; a fianco, Stefano De Caro, direttore generale beni archeologici del ministero per i Beni e le attività culturali; in basso, la sala espositiva Museo Locri Epizefiri
La tutela è un’azione complessa, fatta di conservazione non solo dei monumenti, ma dell’ambiente complessivo, anche sociale, in cui viviamo
cheologici del ministero per i Beni e le attività culturali – sono il conseguimento della più alta qualità dei suoi musei e siti archeologici e della più efficiente comunicazione dei loro contenuti culturali, evitando sia la frammentazione e la dispersione delle risorse, sia l’occasionalità dell’azione. Per questo bisogna che gli uffici territoriali del ministero e le amministrazioni locali collaborino sempre più produttivamente a realizzare un piano organico per l’archeologia calabrese». Il crollo della Domus Aurea di Nerone ha rilan-
ciato l’allarme sul degrado in cui versano le antichità del Nostro Paese. Quali sono i siti archeologici più a rischio? «Considerando che i fattori principali di rischio specifici per i siti archeologici sono l’esposizione agli agenti atmosferici e la vegetazione incontrollata, ogni monumento antico allo stato di rudere, in carenza prolungata di manutenzione, è, più che a rischio, a certezza di degrado, soprattutto se si tratta di monumenti di elevata altezza, con superfici pavimentali, musive o meno, e/o dipinte esposte».
Quali sono i fattori che ostacolano nel Meridione una buona gestione dei siti archeologici? «Certamente il particolare rigoglio della vegetazione è un fattore negativo, ma in altre aree del nostro paese l’inclemenza del clima, basta pensare agli effetti del gelo, può giocare un ruolo altrettanto negativo. Ma è soprattutto l’aspetto socio-economico a fare la differenza: in molte aree del centro-nord le comunità locali sono più presenti nel sostenere la nostra amministrazione nell’azione di manutenzione dei siti archeologici, anche as- CALABRIA 2010 • DOSSIER • 153
BENI CULTURALI L’ORGOGLIO DI UNA REGIONE Simonetta Bonomi, sovrintendente ai beni archeologici della Calabria difende un inestimabile patrimonio culturale
L’
a valorizzazione dei beni archeologici, vera fonte di ricchezza della regione, è assolutamente indispensabile e può avere anche un grande un risvolto sociale». L’analisi di Simonetta Bonomi (nella foto), soprintendente Beni Archeologici della Calabria. In una realtà problematica come quella calabrese quali sono le difficoltà nella valorizzazione dei beni culturali? «Soprattutto la carenza di una vera cultura d’impresa, a cui si sommano le difficoltà di comunicazione, una rete di infrastrutture insufficiente, la dispersione in un territorio assai vasto di un gradissimo e variegato patrimonio culturale». I musei, i parchi e le aree archeologiche quale patrimonio culturale ed economico rappresentano per la regione? «Costituiscono una risorsa potenzialmente enorme, ancora poco utilizzata per innescare processi economici, sociali e culturali di miglioramento della società. I cittadini devono avere la possibilità di avere a disposizione dei luoghi dove poter fare esperienze altamente educative e formative e com-
prendere appieno il tesoro archeologico della Calabria». Quando i Bronzi di Riace sono stati allontanati dal Museo di Reggio Calabria c’è stata una forte reazione emotiva dei cittadini. Quale è il legame tra il popolo calabrese e i Bronzi di Riace, da sempre simbolo di un’intera regione? «Il momento dell’uscita dei Bronzi dal Museo di Reggio Calabria, per dare il via alle straordinarie operazioni di restauro, è stato accompagnato da un forte coinvolgimento emotivo di tutti i cittadini. Questi capolavori sono un simbolo molto sentito di identità, di affermazione e di orgoglio, oltre che l’opera più rappresentativa di tutta la Magna Grecia». Sibari, Crotone, Locri e Reggio sono state tra le protagoniste della nascita della civiltà occidentale. Quali zone ritiene che vadano valorizzate più di quanto non lo siano adesso? «Difficile indicarne solo alcune. Tutte le aree archeologiche vanno indubbiamente valorizzate meglio. In una regione interessata da numerose problematiche, come lo è la Calabria, la valorizzazione dei beni archeologici, vera fonte di ric-
sumendosene direttamente plessa, fatta di conservazione pevolezza e l’orgoglio del
A destra, Testa del Filosofo reperto del Museo archeologico nazionale della Magna Grecia, foto di S. De Grandis
l’onere. Penso all’esempio dei Parchi di val di Cornia, in Toscana, che gestisce tra l’altro dove l’area della città etrusca di Populonia. Nel Mezzogiorno questi casi sono molto rari. Un altro effetto deteriore viene dall’abusivismo edilizio che spesso assedia le aree archeologiche. Non c’è dubbio che la qualità deteriore del paesaggio incide negativamente sulla attrattività dei siti archeologici». Con quali azioni si può tutelare il patrimonio archeologico e promuovere il rilancio culturale dei siti archeologici della Calabria? «La tutela è un’azione com-
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non solo dei monumenti, ma loro patrimonio archeolod e l l ’ a m - gico, e più in generale del patrimonio culturale tutto, è il più efficace investimento a lungo termine per la tutela e la valorizzazione. Nell’immediato, confidiamo nell’utilizzo delle risorse europee per costruire, a partire dalle aree identificate d’intesa con la Regione, modelli di valorizzazione più efficaci». Cosa sta facendo il ministero per i siti archeologici della Calabria e quanto ancora si può fare in termini di biente investimenti? complessivo, «In un periodo di scarse risorse anche sociale, in cui viviamo. lo Stato sta comunque inveCertamente stimolare presso stendo molto nell’archeologia i giovani calabresi la consa- della Calabria: penso all’opera
Stefano De Caro
chezza della regione, è assolutamente indispensabile e può avere anche un grande seguito sociale». Quanto la soprintendenza regionale sta investendo in termini economici e con quali strategie per raggiungere buoni risultati? «Da anni la soprintendenza, insieme alla Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici della Calabria e la Regione Calabria, sta effettuando lavori che ammontano a decine di milioni di euro per la valorizzazione del patrimonio archeologico calabrese». Con quali iniziative si possono rendere i beni archeologici più fruibili ai visitatori? «Migliorando l’accoglienza all’interno dei musei e delle aree archeologiche, perfezionando la comunicazione e la logistica, curando molto anche l’aspetto e il decoro dei luoghi espositivi. Bisogna offrire beni che siano fonte di maggiore attrattiva per i calabresi e abbiano un valore facilmente comprensibile dal visitatore».
Lo Stato sta investendo molto nell’archeologia della Calabria: penso all’opera di rinnovamento del Museo di Reggio Calabria o al finanziamento degli scavi di Sibari
VISITATORI ANNO 2009 Parco Archeologico di Scolacium Museo Archeologico Statale Parco Archeologico di Sibari Museo Archeologico Nazionale della Sibaritide Antiquarium di Scalea -Torre Cimalonga Museo Archeologico Nazionale Area Archeologica "Centocamere" Teatro Greco-Romano Museo Archeologico Nazionale Museo Archeologico Nazionale Museo Archeologico Nazionale " Vito Capialbi"
gratuito gratuito gratuito pagamento gratuito pagamento pagamento pagamento pagamento pagamento pagamento
BORGIA (CZ) AMENDOLARA (CS) CASSANO ALL'IONIO (CS) CASSANO ALL'IONIO (CS) SCALEA (CS) KR LOCRI (RC) LOCRI (RC) LOCRI (RC) RC VV
16.976 735 12.446 12.586 4.196 9.683 1.065 2.459 15.261 107.498 10.790 Tot. 243.820
di rinnovamento del Museo di Reggio Calabria, o al finanziamento, attraverso la società Arcus, degli scavi di Sibari. In prospettiva breve un’azione anche più incisiva potrà essere svolta con i fondi europei in via di programmazione da parte della direzione regionale e della Regione Calabria. Ma, ripeto, il più importante investimento è quello che la comunità locale può fare assumendo la responsabilità di una programmazione lungimirante del territorio nel quale ricadono le aree archeologiche facendone dei veri “parchi” e di una formazione continua di sé stessa, a cominciare dalle più giovani generazioni, ai valori della propria storia». CALABRIA 2010 • DOSSIER • 155
BENI CULTURALI
Il Museo della Magna Grecia si rifà il look
In una posizione strategica nel contesto urbano, nella storica Piazza De Nava, progettata alla fine degli anni Venti, sulla quale convergono le principali strade generatrici del centro di Reggio Calabria, il Museo nazionale di Reggio Calabria tornerà al suo antico splendore Renata Gualtieri
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l programma d’interventi in vista del 150° anniversario dell’Unità d’Italia prevede lavori per circa 140 milioni di euro. Tra le importanti infrastrutture che saranno inaugurate nel 2011 c’è la ristrutturazione del Museo archeologico della Magna Grecia di Reggio Calabria. «L’investimento previsto, con fondi dello Stato, per circa 17 milioni di euro, e della Regione Calabria, per un importo di circa 2,4 milioni di euro, consentirà una ristrutturazione completa delle sale espositive e la creazione di nuovi spazi di incontro per i visitatori. Inoltre sarà restaurata la parte esterna del museo, restituendola così all’antico splendore». Il Museo nazionale di Reggio Calabria, tra i più importanti musei archeologici d’Italia, offre ai visitatori splendide testimonianze della civiltà della
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Foto di S.Cardini
Magna Grecia emerse in scavi e ricerche effettuati nell’intera Calabria in più di cento anni. Fiore all’occhiello sono i Bronzi di Riace, forse la più sensazionale scoperta dell’archeologia sottomarina del secolo scorso, che saranno soggetti a diagnosi, controllo e verifica dello stato di conser-
vazione. «Ai visitatori viene offerta la possibilità di seguire da vicino le fasi di questo eccezionale restauro. Il laboratorio, allestito presso il Salone Monteleone di Palazzo Campanella, sede del Consiglio regionale della Calabria, che ha deciso di supportare e accogliere
Sopra, laboratorio di Restauro Bronzi di Riace; nella pagina accanto, allestimento mostra presso Palazzo Campanella; in basso, render del nuovo Museo nazionale di Reggio Calabria
Museo nazionale di Reggio Calabria
Foto di S.Cardini
questa operazione, sarà infatti aperto al pubblico che può vedere i restauratori all’opera attraverso una vetrata – spiega Enrico Bentivoglio, responsabile unico della Struttura di missione per le celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia –. In questo modo il restauro dei Bronzi si apre a tutta la comunità, rendendo partecipi gli abitanti». Una mostra, allestita presso Palazzo Campanella, ospita i tanti reperti solitamente custoditi nel Museo della Magna Grecia e favorisce il dialogo tra le opere e i visitatori. La ristrutturazione di Palazzo Piacentini, sottoposto a vincolo di conservazione, prevede il suo ampliamento con una sala conferenze e roof garden. Sul terrazzo di copertura del museo è stato previsto un’ampia area dedicata alla ricreazione e alla sosta. Il terrazzo di
L’investimento previsto, con fondi dello Stato e della Regione Calabria, consentirà una ristrutturazione completa delle sale espositive e la creazione di nuovi spazi di incontro per i visitatori
copertura si trasforma in questo modo in un grande spazio pubblico, aperto sui lati di piazza De Nava, di via Vollaro e di via Vittorio Veneto. «Il roof garden consentirà così una straordinaria vista dello Stretto di Messina, e assicurerà alla struttura museale quelle dotazioni, come il ristorante e la caffetteria, aperte al pubblico anche separatamente dal percorso museale ed oggi indispensabili in un così rilevante Museo nazionale – conclude Bentivoglio –. Queste strutture sono state inserite in una volumetria a corte, che perimetra il nuovo pavimento vetrato realizzato a chiusura orizzontale del cortile esistente. Particolare attenzione è stata riservata allo spessore e alla posizione della nuova struttura vetrata, al fine di garantire la sua pressoché completa invisibilità alla vista dalle strade circostanti». CALABRIA 2010 • DOSSIER • 157
IL MERCATO DELL’AUTO
La marcia che manca al comparto auto Una messa a fuoco sul mercato automobilistico in Calabria. Tra carenze strutturali e crisi economica, imprenditori e concessionari sul territorio non rinunciano a investire. L’analisi di Klaus Algieri Ezio Petrillo
In basso, Klaus Algieri, presidente di Confcommercio Cosenza e consigliere di Confcommercio nazionale
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n fedele riflesso dell’economia del territorio. È il mercato dell’auto in Calabria, dove la volontà e l’impegno delle imprese e dei concessionari, spesso si scontra con illegalità e abbandono da parte dello Stato. La mancanza di grandi poli industriali è al centro dei problemi economici in regione, non consentendo uno sviluppo armonico e adeguato alle esigenze degli operatori del settore automobilistico. I dati, le ultime analisi, esigenze e criticità del mercato locale degli autoveicoli nelle parole di Klaus Algieri, consigliere di Confcommercio nazionale. Alla luce della recessione, quale è stato l’andamento economico del settore automobilistico in Calabria? «Direi che il comparto dell’auto ha reagito come in tutte le altre parti in Italia. Se guardiamo nello specifico alle immatricolazioni, fino a marzo il settore ha tenuto, ma ciò è dovuto agli “strascichi” degli incentivi sulla rottamazione. Infatti, chi ha siglato contratti di immatricolazione fino al 31 dicembre 2009, ha avuto tempo fino a Marzo per concludere le pratiche. Quindi, per essere onesti, c’era un portafoglio clienti già acquisito. Se invece giudichiamo il
mercato dal punto di vista di nuove acquisizioni di clientela, abbiamo registrato un crollo totale, specie nei segmenti bassi, come quelli delle vetture di tipo B, ovvero le utilitarie. Il segmento alto, invece, quello che riguarda autovetture di un certo
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Da marzo a maggio abbiamo avuto un fatturato del 40% in meno. Le banche, poi, non ci aiutano e sono restie nella concessione del credito
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Klaus Algieri
livello, è rimasto più o meno con percentuali di vendita abbastanza basse rispetto, ad esempio, al Nord Italia. Paghiamo sempre un certo gap rispetto alle regioni settentrionali. Se al Nord si producono mille vetture, al Sud se ne fanno cento». Nuovo e usato. La crisi quale segmento ha colpito maggiormente? «Di recente si è sviluppato
molto il mercato dell’usato, riferito soprattutto alle auto con tre-quattro anni di vita. C’è stata sicuramente una flessione ma, rispetto all’anno scorso, il settore sta tenendo. Insomma la necessità di acquistare l’auto non si è certo persa, ma il cliente preferisce magari orientarsi sul semi-nuovo o su vetture aziendali. Rispetto a qualche tempo fa, invece, l’usato con più di dieci anni non si vende più». Registra una maggiore sensibilità ambientale della clientela, nell’acquisto di veicoli dotati di carburanti ecocompatibili? «Grazie agli incentivi, si è molto sviluppato il mercato delle auto “ecologiche”. Mentre prima si faceva difficoltà a vendere autovetture a metano e gpl, le case di produzione hanno iniziato a produrre veicoli con questo tipo di alimentazione di serie. In questo settore specifico abbiamo avuto un incremento di vendite del 500% circa. Sono numeri consistenti. Rimangono certo cifre ancora basse rispetto al Nord, ma comunque c’è stato un aumento eccezionale di acquisizioni, specie riguardo ai veicoli a metano. Questo aspetto è dovuto a una cultura ormai diffusa rispetto alle tematiche ambientali, unita alla convenienza economica, nonostante non ci siano distributori di gpl/metano presenti in autostrada». Quali sono le difficoltà lo-
cali maggiori che può riscontrare chi vuole fare buona impresa? «Ci confrontiamo giorno per giorno col grosso problema della mancanza di legalità sul territorio. Non registriamo la presenza dello Stato e un imprenditore lo avverte in maniera abbastanza forte. Dall’ultimo mese di marzo fino a maggio abbiamo avuto un fatturato del 40% in meno. A livello regionale, poi, le banche non ci aiutano e sono restie nella concessione del credito. Ci sono alcune zone della Calabria che non hanno proprio concessionari e rivenditori ufficiali. Hanno chiuso tutti negli ultimi quindici anni. Nessuno si è mai chiesto il motivo di questa situazione. Più si scende a sud di Cosenza più si registra in modo gravoso questo problema. Per questo non tollero chi afferma: “gli imprenditori del Sud non reagiscono”. Penso che già il fatto stesso di rimanere in Calabria comporti dei sacrifici enormi. L’economia della nostra regione è costituita da sanità, commercio e servizi ma mancano le industrie. Il settore auto altro non è che il riflesso di questa situazione. Si vendono veicoli ma non ci sono industrie dei freni, degli accessori insomma. Non c’è indotto. In questo contesto, il mercato delle autovetture, di certo, non decollerà» CALABRIA 2010 • DOSSIER • 163
MATERIALI SOSTENIBILI
La pietra che corre lungo la costa L’architettura di Reggio Calabria sfrutta una pietra grigia e venata adatta a molteplici usi: dall’arredo urbano, all’edilizia a diverse forme d’arte. La pietra Reggina allo stato grezzo trova largo impiego anche nelle opere di difesa costiera, nelle aree di elevato pregio ambientale. L’esperienza di Giuseppe Gaeta Lucrezia Gennari
l fenomeno dell’erosione costiera sta dilagando. E coinvolge in maniera preoccupante anche le coste calabresi. Tra le cause ancora non tutte note sono da annoverare le variazioni meteo climatiche a ricercarsi nel recente innalzamento del livello medio del mare, i fenomeni antropici derivanti dalla costruzione di opere di regimazione dei corsi d’acqua, l’estrazione di materiale dal fondo marino, l’ab-
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battimento delle dune e, ancora, l’urbanizzazione delle aree costiere. «Salvare la costa è un’esigenza urgente – afferma Giuseppe Gaeta della Siel, società industria estrattiva lapidea, di Reggio Calabria – e senz’altro per aziende come la nostra il mercato dell’immediato futuro verterà sulla difesa dei litorali, perché oggi in Calabria l’erosione delle coste è il problema principale che riguarda sia la costa jonica che quella tirrenica». La so-
cietà Siel estrae e lavora la pietra locale Reggina, realizzando lavorati e semilavorati che trovano largo impiego sia a livello urbanistico, per interventi di recupero e riqualificazione, sia nell’edilizia comune, per pavimentazioni e rivestimenti esterni e interni, nonché nell’arredo urbano. «La pietra Reggina – continua Gaeta - grazie anche alla sua alta lavorabilità viene spesso impiegata nella realizzazione di monumenti,
In apertura, il lungomare di Reggio Calabria. Nella pagina accanto un blocco di pietra Reggina in fase di estrazione; a fianco il molo foraneo del porticciolo di Villa San Giovanni www.sielrc.com
La pietra Reggina
QUALITÀ TECNICHE La pietra Reggina è una roccia sedimentaria calcarea usata esclusivamente a Reggio Calabria fin dal I millennio a.C. Proviene essenzialmente dalle cave poste nell’entroterra di Capo dell’Armi, a pochi chilometri dalla città. La formazione rocciosa da cui si estrae la pietra Reggina è costituita da calcari e calcari arenacei grigi e bruno chiari, localmente anche conglomeratici, che verso l’alto passano a calcareniti di colore grigiastro. La pietra ha ottime caratteristiche di resistenza meccanica e durevolezza che la rendono idonea a molteplici usi a livello urbanistico, architettonico e artistico.
nell’arte sacra, nell’arte funeraria, negli arredi per ville e giardini». L’azienda, impegnata sia sul fronte delle opere pubbliche che nel privato, opera soprattutto nel mercato locale. Sin dall’antichità la pietra Reggina veniva infatti lavorata dagli scalpellini e impiegata per la realizzazione di buona parte delle strade (vedi il corso Garibaldi) di Reggio Calabria e provincia. Con i nuovi bandi per il ripristino dei centri storici di
diversi paesi della zona, la pietra Reggina sta trovando largo impiego, basti pensare alla riqualificazione di Gallicianò e di Bova Superiore, dei centri storici di Staiti e Cosoleto, o del Mausoleo di Garibaldi a Sant’Eufemia d’Aspromomte, tutte opere realizzate da Siel. «Abbiamo realizzato anche il lungomare di Reggio Calabria e stiamo completando quello di Sapri, e diverse piazze in provincia di Cosenza. Abbiamo inoltre fornito le pietre per il restauro del Castello Aragonese, del Castello di Scilla e la pavimentazione adiacente al Castello di Nicotera. Più recentemente abbiamo completato il consolidamento dei moli nord e sud del porto di Villa San Giovanni e attualmente stiamo completando la riqualificazione costiera da Punta Pellaro a San Gregorio». L’estrazione della pietra avviene attraverso l’utilizzo di martelli perforatori e di mezzi meccanici. Il taglio dei blocchi, invece, si ef-
fettua con dei macchinari ad alta tecnologia (l’operatore deve solo programmare la macchina e dopo un paio di ore scaricare il lavoro per poi provvedere a ricaricare il banco e ripetere la programmazione) che permettono di ricavare il semilavorato in automatico; il tutto poi passa ai tagli di sagomatura e alle lavorazioni di rifinitura quali la scalpellatura a punta grossa effettuata dagli scalpellini o la lavorazione di bocciardatura meccanica a grana fine. «Abbiamo investito sulla nuova strumentazione nel mese di dicembre, nonostante la crisi coinvolga anche il nostro settore - afferma Gaeta -. È soprattutto il lavoro per i committenti privati a vivere una fase di stasi mentre i lavori pubblici mantengono una certa costanza». Il vero problema è, comunque, legato alla liquidità: «i pagamenti sono decisamente rallentati – conclude Gaeta -, la mancanza di liquidità porta a ritardi persino di alcuni anni». CALABRIA 2010 • DOSSIER • 169
IMPIANTI IDROELETTRICI
Facciamo attenzione al rischio idrogeologico L’intervento dell’uomo sull’ambiente spesso si rivela deleterio. E anche la scorretta gestione dei corsi d’acqua e del territorio può causare frane, alluvioni e scarsità d'acqua. L’ingegner Dario Tricoli spiega come scongiurare questi pericoli e gestire al meglio la risorsa idrica Eugenia Campo di Costa
In questa pagina, Frana di Maierato, in Provincia di Vibo Valentia, aprile 2010. Nella pagina accanto, Cassa d’espansione di Cacchiavia – Torrente Passovecchio – Realizzata nel 2002 dalla Regione Calabria con fondi stanziati dalla Protezione Civile a seguito dell’alluvione di Crotone del 1996
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o sfruttamento del territorio da parte dell’uomo è arrivato oggi ad aumentare la pressione antropica sui corsi d’acqua, spesso costringendone il percorso in modo artificiale. Il risultato è che, quando si verificano piogge particolarmente intense, torrenti e fiumi si gonfiano d’acqua e di detriti e tendono a riprendersi i loro spazi naturali esondando dagli angusti percorsi nei quali sono stati costretti, e causando quindi rovinose alluvioni. Dall’alluvione di Crotone del 1996 alla frana di Maierato del 2010, passando per l’evento di Soverato del 2000, negli ultimi 15 anni il territorio calabrese è stato profondamente segnato da un susseguirsi di eventi alluvionali e fenomeni franosi. «Tali eventi calamitosi – spiega
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l’ingegnere Dario Tricoli della società Ruwa che si occupa di consulenza relativa al rischio idrogeologico - sono dovuti essenzialmente alla fragilità del territorio calabrese dal punto di vista del rischio idrogeologico, ma anche il fattore antropico gioca un importante ruolo in particolare per quanto concerne l’abbandono delle campagne e la scarsa manutenzione del territorio che ne deriva, la pressione antropica sui corsi d’acqua, che spesso si vedono ridotti a poco più di rigagnoli, e una carente gestione dei corsi d’acqua attraverso la realizzazione di opere di sistemazione idraulica e la loro manutenzione». Lo studio dei fenomeni alluvionali e la conoscenza dettagliata dei meccanismi che ne sono alla loro base sono indispensabili per
Una gestione virtuosa
LÀ DOVE L’ACQUA È UNA RICCHEZZA Ruwa significa “acqua” in hausa, una lingua parlata dall’omonimo popolo che vive una fascia compresa tra il nord della Nigeria e il sud del Niger. In queste zone, caratterizzate da un clima semiarido, l’acqua è un bene fondamentale. Ogni goccia d’acqua è una ricchezza ed è sfruttata nel modo migliore. In questi contesti ha operato nei suoi primi anni d’attività Dario Tricoli, il titolare della società Ruwa, partecipando alla realizzazione di una serie di opere finalizzate a aiutare le popolazioni locali a utilizzare al meglio la risorsa idrica. Da oltre dieci anni l’ingegnere Dario Tricoli lavora in Italia a contatto con le pubbliche amministrazioni con specifico riferimento alle problematiche connesse al rischio idrogeologico e alla gestione della risorsa idrica. www.ruwa.it
la corretta programmazione e realizzazione degli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico e per una pianificazione territoriale che tenga conto della reale propensione del territorio ad ospitare lo sviluppo di reti, infrastrutture e insediamenti abitativi e industriali. In questo ambito la società Ruwa sfrutta modelli numerici di calcolo in grado di simulare il fenomeno naturale della formazione delle piene nei corsi d’acqua a seguito
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In Calabria, così come in altre regioni italiane, negli ultimi anni si sta sviluppando anche lo sfruttamento dei corsi d’acqua a scopo idroelettrico
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delle piogge e quindi la propagazione delle acque lungo gli alvei fino al mare. Opera a supporto di pubbliche amministrazioni, società private, liberi professionisti del settore che hanno la necessità di investigare nel dettaglio le problematiche connesse al rischio idrogeologico per realizzare opere per la mitigazione del rischio. «In Calabria, così come in altre regioni italiane, negli ultimi anni si sta sviluppando anche lo sfruttamento dei corsi d’acqua a scopo idroelettrico. Numerosi sono i progetti presentati per la realizzazione di mini centrali idroelettriche, ma sfortunatamente molti sono concepiti non considerando la reale fragilità idrogeologica del territorio in cui dovranno essere realizzati e prevedono la costruzione di opere che impattano for-
temente sul territorio». Ruwa in questo senso è indirizzata alla predisposizione di impianti mini idroelettrici che si inseriscono nel contesto territoriale cercando di minimizzare gli impatti negativi, in particolar modo sfruttando opere già esistenti come briglie per le opere di presa e canalizzazioni d’acqua in disuso. In quest’ottica è in corso un censimento del vecchi mulini e opifici che un tempo sfruttavano la forza motrice dell’acqua dei torrenti. «Per un corretto dimensionamento dei mini impianti idroelettrici è necessario conoscere la disponibilità idrica annuale del corso d’acqua e la sua variazione durante l’anno, ovvero il bilancio idrologico, che predisponiamo utilizzando l’apposita modellistica idrologica basata anche su misurazioni reali di pioggia e di deflusso idrico. La modellistica utilizzata deve essere strettamente integrata a un sistema informativo territoriale (GIS) sia per l’estrazione dei dati necessari sia per l’interpretazione dei risultati ottenuti dalla stessa modellistica». CALABRIA 2010 • DOSSIER • 181
MEDICI DI FAMIGLIA
Quel presidio sanitario che funziona Sono la linea del Piave dalla sanità in Calabria. Loro malgrado, divenuti presidio locale. I camici di base «soffrono della scarsa collaborazione tra territorio e ospedale», avverte Bruno Cristiano, segretario regionale della Fimmg Calabria Gianfranco Pascucci
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Bruno Cristiano, segretario regionale della Fimmg Calabria, la Federazione italiana medici di famiglia
iffusi e ben radicati su un territorio che, almeno al chiuso degli ospedali, sta mostrando molto più di semplici crepe. Sono i medici di base costretti a improbabili slalom assistenziali e, per molto versi, lasciati anche un po’ soli. «Tra le criticità che condizionano la nostra attività – evidenzia Bruno Cristiano, segretario regionale della Fimmg Calabria, la Federazione italiana medici di famiglia –, la più evidente e penalizzante, non solo per noi ma ancor più per i pazienti, è rappresentata dalla scarsa collaborazione tra territorio e ospedale. Con tutte le conseguenze che questa mancata integrazione comporta in termini di efficacia, efficienza e soddisfazione degli operatori e dell’utenza. Ciò ha inevitabilmente portato la sanità calabrese a un basso livello qualitativo e a un’evidente difficoltà di governance». Al contrario, auspica Cristiano, questa medicina di base «potrebbe essere meglio gestita attraverso un maggiore coinvolgimento della medicina generale nei processi deci-
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sionali sia in termini di programmazione che di effettivo governo clinico perché è proprio la medicina generale ad avere la migliore postazione di valutazione dei bisogni dei cittadini». Mentre in alcune regioni i vostri colleghi svolgono più la funzione di “smistare” le richieste di visite specialistiche, in Calabria voi siete vissuti come un vero (e spesso unico) presidio sanitario locale. Ciò comporta forse anche un cambio del vostro ruolo? «Questo è vero in parte: ci sono regioni che svolgono quella funzione definita di smistamento, ma il problema è molto più complesso e strutturale. Nel senso che i colleghi di altre regioni trovano maggiore collaborazione con le altre figure professionali sia del territorio che delle strutture ospeda-
Bruno Cristiano
liere. E, quindi, quel che può sembrare una semplice attività di smistamento spesso è, invece, un ottimo esempio di integrazione tra le varie strutture e le figure professionali. Tutto questo manca totalmente in Calabria. Non avendo mai nessuno, a oggi, investito sul territorio, il medico di famiglia è l’unico presidio sanitario territoriale e svolge anche una funzione sociale». Questo nuovo camice, da coordinatore a presidio, in un certo senso, può essere interpretato come un’anticipazione della
270,3 EURO La spesa farmaceutica calabrese pro capite a carico del Ssn. Ben superiore al valore medio nazionale che si attesta sui 215 euro
riforma del Psn 20112012? «Sicuramente sì perché, non avendo strutture territoriali adeguate, ci facciamo carico dei problemi dei nostri assistiti a 360°: dalla semplice endovena all’assistenza del malato oncologico terminale, mancando anche l’assistenza domiciliare integrata. E questo accade spesso con la collaborazione dei familiari dei pazienti (per fortuna in Calabria esiste ancora un grande senso della famiglia) che collaborano per la parte sociale e infermieristica». Voi quindi toccate con mano la debacle della sanità regionale: come la si fronteggia? «Siamo gli unici ad avere coscienza della crisi, mentre gli ospedalieri ancora vivono nel loro guscio. E, non avendo alcun confronto con i medici di famiglia, spesso inducono a una iper-prescrizione di farmaci, di accertamenti clinici e di ricoveri impropri se è vero, come è vero, che siamo la regione con il più alto numero di ricoveri in Italia. E, cosa strana, anche con il più alto numero di ricoveri fuori regione. Qualcosa evidentemente non quadra». La regione è la più “spendacciona” per i farmaci. Nel 2007 si è registrato un consumo di 977 dosi giornaliere per 1.000 abitanti contro una media nazionale di CALABRIA 2010 • DOSSIER • 185
MEDICI DI FAMIGLIA
Non avendo mai nessuno finora investito sul territorio, il medico di famiglia è l’unico presidio sanitario territoriale e svolge anche una funzione sociale
880 dosi. La spesa pro capite a carico del Servizio sanitario nazionale (270,30 euro) è ben superiore al valore medio nazionale (215 euro nel 2007). Con un aumento del 13,7% rispetto al 2001, quando nel resto del Paese è salito del 2,4%. Ricette facili? «La gente si sente poco protetta da un servizio sanitario allo sbando, con tantissimi ospedali piccoli, fatiscenti e quindi pericolosi per la salute. E che nessuno finora ha avuto il coraggio di riconvertire. Così il paziente vede nel farmaco il rimedio dei propri mali. Se poi trova facilità di accesso alla prescrizione, dovuto a un rapporto ottimale disastroso con un altissimo numero di medici di famiglia pronti a prescrivere qualsiasi cosa per assecondare le richieste dell’utente pur di non perdere quei pochi assistiti che hanno, la spiegazione è facile». Che significa rapporto ottimale disastroso tra camici e pazienti? In Calabria ogni 1.000 abitanti ci sono 2,16 medici di base contro una media nazionale dell’1,8. «C’è un dato fondamentale dal quale bisogna partire per un’analisi seria sulla realtà calabrese. Una sorta di peccato originale 186 • DOSSIER • CALABRIA 2010
che condiziona tutti i calcoli. A fronte di una popolazione residente di 2.011.000, abbiamo solo 1.667.944 assistiti a carico dei medici di famiglia. Quindi, essendo il rapporto basato sui residenti e non sugli effettivi assistiti ecco che la media è di gran lunga superiore al 2,16 ogni mille assistiti. Per non parlare delle postazioni di guardia medica che superano per numero quelli della Lombardia che ha quasi dieci milioni di abitanti, possiamo quindi rilevare delle “zone scoperte” non di medici, ma di assistiti». Cosa occorre per riformare la funzione dei medici di famiglia? «Una classe politica capace e decisa che punti coi fatti, e non solo a parole, sul territorio. Mi auguro che il nuovo governatore, giovane, decisionista, forte del grande consenso ottenuto, metta in moto la rivoluzione al più presto. Bisogna, però, riformare non solo il ruolo del medico di famiglia, ma l’intero sistema sanitario calabrese. Riuscirà la politica a riformare l’unica “industria” esistente in Calabria che produce meno salute di quanto dovrebbe? Ricordo che la partita politica in Calabria si è sempre giocata sulla sanità…».
Francesco Perticone
L’
allure da camice bianco, i medici di famiglia l’hanno persa da tempo. «Questa professione ha meno appeal tra i giovani laureati» intenti a scegliere la specializzazione post alloro. Motivo? Proprio la loro peculiarità: essere raggiungibili e sempre disponibili. Premesso che il medico di base «svolge un ruolo particolarmente importante nel sistema sanitario – osserva Francesco Perticone, ordinario di Medicina interna alla facoltà di Medicina all’Università Magna Grecia di Catanzaro, nonché direttore della Scuola di Specializzazione in Geriatria –, non sempre dai cittadini gli viene riconosciuta importanza. Talvolta, viene minimizzata proprio la facilità con cui può essere raggiunto. Divenendo così il primo interlocutore per qualsiasi problematica socio-sanitaria». Ciò emerge con forza «nel Sud e nei piccoli centri urbani dove il rapporto medico-paziente travalica, spesso, quello professionale». Un ridimensionamento non condiviso dall’accademico che, invece, nella maggior vicinanza e nella «competenza pluridisciplinare richiestagli, vede un valore aggiunto che connota il medico di Medicina generale come uno dei cardini su cui si fonda l’assistenza sanitaria. Resta, comunque, la necessità di una reale e maggiore integrazione tra ospedale e territorio per garantire quella continuità assistenziale non ancora attuata». Ma, oltre a una mancanza di comunicazione ospedale-ambulatorio, i dottori di famiglia “patiscono” anche un differente post lauream: non più in carico agli atenei, bensì alle Regioni. Con tutto ciò che, nella preparazione, esso comporta. Dopo l’alloro e prima dell’ambulatorio, il camice di famiglia passa attraverso un corso triennale (e non quinquennale come per una
La figura cardine del sistema «Di fronte alla deospedalizzazione si capisce come il ruolo della medicina del territorio acquisti una valenza sempre maggiore». L’analisi di Francesco Perticone Gianfranco Pascucci
‘normale’ specializzazione) gestito dall’assessorato regionale alla Sanità e che vede in cattedra Fimmg e alcuni primari ospedalieri. «Una difformità», rileva Perticone, formativa senza dubbio, ma ancora prima appunto temporale. «Un’omogeneità nella durata sarebbe auspicabile dal momento che le competenze richieste sono molteplici e pluridisciplinari». Questo in primis perché, in seconda battuta, ipotizzare «uno spazio maggiore dedicato alla didattica frontale, pur con metodologie innovative, potrebbe ampliare il bagaglio culturale dei giovani e rendere più stimolante l’esperienza formativa». Ma non basta perché l’ordinario di Medicina interna, nel pensare a come meglio preparare i futuri colleghi, punta anche «sull’approfondimento teorico-pratico di alcune metodiche strumentali di primo livello. Un aspetto formativo da perseguire in maniera decisa in quanto renderebbe più fruibile l’informazione tra specialista e medico e viceversa».
A sinistra, Francesco Perticone, ordinario di Medicina interna all’Università di Catanzaro
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