OSSIER PIEMONTE EDITORIALE ..............................................12 Raffaele Costa
ESTERI ....................................................50 Franco Frattini
Angelino Alfano
NORME REGIONALI...........................54 Valerio Cattaneo
PRIMO PIANO
ECONOMIA E FINANZA
IN COPERTINA.......................................18 Sergio Marchionne
EXPORT ...................................................58 Giancarlo Galan
LAVORO ..................................................24 Maurizio Sacconi
INDUSTRIA DOLCIARIA...................62 Egle Sebaste Alberto Balocco Marco Brandani
L’INTERVENTO.........................................15
DIRITTO DEL LAVORO .....................28 Gabriele Fava Franco Toffoletto Pietro Ichino LA RIFORMA DEGLI ATENEI .........36 Il decreto Gelmini Ezio Pelizzetti Luigi Frati, Carlo Carraro CONTRO LE DISCRIMINAZIONI ...42 Mara Carfagna SEMPLIFICAZIONE............................46 Roberto Calderoli
IL COMPARTO BICICLETTE .........122 Tecnologie e materiali SICUREZZA SUL LAVORO............124
CULTURA ALIMENTARE..................70 La ristorazione collettiva INDUSTRIA DEL CAFFÈ...................74 Carolina Vergnano La tradizione Lavazza INDUSTRIA DEL METALLO............80 Fabio Ravanelli Franco Coppo Stefano Sappa
ANTITRUST .........................................126 Antonio Catricalà STRUMENTI FINANZIARI..............130 Giuseppe Lombardi FISCO E TRIBUTI ..............................134 Marcello Valenti FINANZA ...............................................136 Prospettive di crescita LOTTA ALL’EVASIONE...................138 Il redditometro IL RECUPERO DEL CREDITO ......142 Monica Romano CONSULENZA E PMI.......................146 Il passaggio generazionale GESTIONE D’IMPRESA ..................150
LA FILIERA DELLA LANA................88 Luciano Donadelli Fabio Foschi Paola Aglietta CONFINDUSTRIA ................................97 Giancarlo Carbonato Claudio Gherzi Bruno Lulani IL COMPARTO INFORMATICO....104 Cooperazione INFORMATION TECHNOLOGY....106 APPLICAZIONI MOBILI...................108 COMUNICAZIONE TELEFONICA .110 Strumenti AUTOMOTIVE.......................................112 Riccardo Coffa BREVETTI..............................................116 IMPIANTI................................................118
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PROGETTAZIONE .............................120
SERVIZI ALLE IMPRESE .................152
Sommario GIUSTIZIA DIFESA...................................................154 Ignazio La Russa SICUREZZA STRADALE.................160 Mario Valducci Pietro Ciucci Fulvio Rocco MICROCRIMINALITÀ .......................170 Michelino Davico Ferdinando Palombi Alberto di Pace
GIUSTIZIA CIVILE ............................198 Il modello torinese
APPALTI PUBBLICI ..........................178 Giovanna Quaglia Ugo Ruffolo
TERRITORIO
INCIDENTI SUL LAVORO...............184 Salomone Gattegno Marco Sartori Raffaele Guariniello
TURISMO CULTURALE .................202 Luca Dal Pozzolo Sergio Chiamparino La reggia Venaria Reale
L’INCONTRO .......................................192 Francesco Gianni
CIBO E TERRITORIO........................212 Oscar Farinetti
RIFORME .............................................194 Grazia Volo
ARCHITETTURE CONTEMPORANEE ...........................216
IL SISTEMA GIUSTIZIA .................196 Il ruolo del penalista
CONTAINERS......................................218 Materiali e funzioni L’INDUSTRIA DEL DIVERTIMENTO ......................222 Servizi
AMBIENTE INDUSTRIA ENERGETICA..............226 Stefania Prestigiacomo Pasquale De Vita Guido Bortoni Alessandro Ortis RINNOVABILI.....................................240 Fotovoltaico Aerogeneratori ENERGIA PULITA.............................244 Le biomasse CICLO DEI RIFIUTI...........................246 Agostino Ghiglia Amiat SMALTIMENTO E RECUPERO ...250 Rifiuti da demolizione RIQUALIFICAZIONE ........................252 Rischi e opportunità
SANITÀ POLITICHE SANITARIE..............256 Ferruccio Fazio DISTRETTI SANITARI ................260 Ferruccio Massa MEDICINA DELLA RIPRODUZIONE.............264 PRODOTTI BIOTECNOLOGICI ...266 ODONTOIATRIA .........................268 ARTICOLI MEDICI.......................270 PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 11
EDITORIALE
Ci sono ancora i liberali? di Raffaele Costa Direttore
C
he cosa significa oggi essere e dichiararsi liberali? È una domanda alla quale è difficile rispondere anche se è opportuno farlo. Storicamente i liberali si dividevano in due categorie: i liberali dichiarati nominalmente (non moltissimi) e coloro che invece militavano in forze politiche diverse (cito la Dc, il Pri, i Radicali, ma anche i Socialdemocratici) che riuscivano, o tentavano di riuscire, a coniugare principi liberali con altri principi frutto di valori diversi (giustizia sociale soprattutto). Le ideologie hanno subito negli ultimi anni, e ancora più negli ultimi mesi, un duro colpo: il pragmatismo, sovente frutto di meri interessi di parte, ovvero personali, sta prevalendo un po’ dovunque, condizionato fortemente quasi sempre da piccole ambizioni. Si tratta generalmente di un pragmatismo volto a raggiungere traguardi modesti, soprattutto fondati su interessi politici sovente meramente individuali. Questo editoriale non vuole essere in contraddizione semplificata con chi guida la politica stando in maggioranza ovvero all’opposizione, bensì intende richiamare l’attenzione su temi che paiono essere dimenticati: l’iniziativa privata e i valori individuali in primo luogo, ma anche il riconoscimento di valori non necessariamente legati a benefici economici. È pur vero che l’iniziativa privata mantiene tuttora uno spazio rilevante nella vita economica e sociale
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del nostro Paese, ma essa risulta condizionata in modo drastico dai diversi aspetti burocratici nascenti dalla volontà di pochi di essere protagonisti e beneficiari della politica, economica e non, del paese. L’eccesso di leggi nascenti non solo storicamente dal Parlamento e dalle Regioni, nonché la volontà diffusa e attuale di controllare fortemente lo sviluppo della società, costituiscono elementi capaci di condizionare in modo rilevante e negativo l’intero sviluppo della nazione incluse le affermazioni e i successi individuali e collettivi. I Paesi storicamente condizionati in modo pesante dal settore pubblico sono sicuramente molti: noi dobbiamo però pensare alle caratteristiche della legislazione attuale che regge il nostro Paese e che spesso limita e rallenta in modo rilevante la libertà di fare, di costruire, di realizzare, di affermarsi. Su questo tema, solo apparentemente modesto, è necessario che i liberali, pur non puntando semplicemente a uno sviluppo economico che potrebbe confondersi con il liberismo, intervengano in modo attivo. Il peso, il costo, gli oneri dell’attuale struttura della società risentono in modo rilevante della volontà di alcuni di far prevalere indirizzi con caratteristiche poco liberali e ciò in nome di una giustizia sociale e di affermazioni di fatto poco valide se non addirittura inesistenti o dannose. Questo tema, e cioè l’eccesso di strutture pubbliche quasi sempre vincenti nei confronti degl’individui,
Raffaele Costa
può e deve essere contrastato da noi indipendentemente dalla collocazione dei vari soggetti legati alla nostra area nell’ambito politico o addirittura istituzionale. Il peso della società intesa come punto di riferimento per i diritti del cittadino finisce di costare molto non solo economicamente ma anche per quanto riguarda la libertà. Purtroppo affrontare questi temi in questo momento risulta particolarmente difficile poiché lo scontro politico e partitico avviene in modo unilaterale nel senso che si affrontano i vari argomenti non tanto per correggere o migliorare una situazione difficile, quanto per evidenziare, da parte di autorità politiche, se stessi. Ne consegue un’attenuazione, quasi una decadenza, della politica intesa come mezzo per riconoscere e far valere i diritti dei cittadini. Sulla base delle premesse che ho voluto, anzi ho dovuto, sottolineare, nostro compito sarà quello di richiamare attraverso gli individui, che si dicono liberali, le forze politiche e una funzione capace di attenuare il peso, ma anche il costo, delle strutture pubbliche.
Leggo ormai da più settimane una serie di articoli capaci di funestare la politica attraverso accuse, magari giustificate, ma improduttive e ingenerose. Nel passato ho svolto un’attività a mio giudizio incisiva, volta a correggere determinate situazioni: mi riferisco alla materia degli sprechi, dei privilegi (non solo di persone ma anche di determinate regioni), dell’assenteismo, della burocrazia onnipresente e onnipotente ma anche, e forse soprattutto, costosa. Il mio desiderio è quello di rilanciare o anche soltanto sottolineare determinate scelte capaci di mantenere un legame attivo e produttivo con le attività da noi svolte nei decenni passati, ma anche di puntare a un ridimensionamento soprattutto attraverso le persone ma anche i gruppi, meglio se chiamarli “gruppuscoli”, che caratterizzano il vocabolario ma anche la realtà della politica odierna. Non abbiamo cambiato né cambieremo le nostre idee e le nostre scelte politiche: ci permettiamo però di lanciare un appello, meglio ancora un grido, rivolto al centrodestra come al centrosinistra destinato a ottenere un’attenuazione delle potenze, o meglio prepotenze di persone ovvero gruppi. PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 13
IN COPERTINA
IL FUNAMBOLO DELL’AUTOMOTIVE Marchionne è un mistero gaudioso di questo nostro capitalismo che fu sempre ben vestito ma straccione nell’animo (la definizione di “capitalismo straccione” fu coniata da Enrico Cuccia). Ora in lui trova a livello di megamanager l’inventiva finora ritenuta tipica dei nostri piccoli e medi imprenditori. Ma chi è davvero quest’uomo? Comincio con il dire che è l’esito di un meticciato favoloso. Non solo geografico, ma anche di varie tensioni che in lui si scaricano contemporaneamente con risultati anche estetici e psicologici inediti. Vediamolo, allora, in azione. Renato Farina
A
Sergio Marchionne recentemente è scappata una battuta un po’ urticante. Incalzato dai giornalisti che gli facevano notare come lui guadagnasse, suppergiù, quattrocento volte una tuta blu della Fiat, è sbottato nel peggiore dei modi. «Vorrei vedere quanti farebbero una vita come la mia». Marchionne lavora molto, moltissimo. Intendiamoci, la sua era un’uscita sbagliata. Non si può paragonare il lavoro di fino di Marchionne, che è il più bravo e meticoloso dei manager, ma pur sempre un manager, in cima alla montagna, con il panorama sotto di sé, con il rischio di sfracellarsi, ma vicino alle stelle, con il mestiere duro di chi sta sotto, in catena di montaggio; un’attività che con terminologia sindacale è “usurante” di sicuro e che in una tradizione di pensiero marxiana si
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sarebbe definito non a torto “alienante”; sempre lo stesso ripetitivo gesto. L’unica cosa che ha invece di ripetitivo e sempre uguale Sergio Marchionne sono i maglioncini, tutti identici, tutti blu scuro, solo diversi per peso e materiale nel quale sono confezionati, altrimenti sarebbero una ben grama divisa. A Torino, c’è sempre stato chi sussurrava che l’Avvocato, uomo su cui si è scritto tutto e di più ma cui nessuno ha mai pensato mancassero ironia e autoironia, ammettesse fra pochi intimi, fra il serio e il faceto: non sa-
Marchionne di aristocratico non ha nulla, ma il suo maglioncino blu vuole “segnalare” qualcosa
prei gestire nemmeno un’edicola. E infatti Gianni Agnelli era uomo di glamour, di fuori serie portate al massimo, di donne collezionate a centinaia fra le più belle e affascinanti di tutto un secolo. Le sue irriverenze di stile erano studiate intemperanze di un sovrano che sapeva benissimo che l’orologio non si allaccia sul polsino: ma che si divertiva a studiare l’apprezzamento servile di chi lo circondava. Agnelli non ha mai “guidato” la Fiat conoscendone fino all’ultima vite e bullone, come invece Vittorio Valletta da cui l’aveva ereditata. E nemmeno sapeva immaginarne un futuro poliforme, nei rami di business più diversi, come Cesare Romiti. Ma Agnelli non era un manager: era un aristocratico della lamiera e del lamé, l’ultimo principe di questo Paese. Marchionne di aristocratico non ha nulla, a cominciare dal guar-
IN COPERTINA
daroba. È monomaniacale in modo
vezzoso, ma siccome - come ben sanno gli eccentrici - ci si veste sempre per dire qualcosa, il suo maglioncino blu apparentemente malconcio e liso (e sicuramente di cachemire e delle migliori marche) vuole “segnalare” qualcosa. La differenza fra Marchionne e quell’altro mondo, quello dell’Avvocato, fatto di pochette che spuntano fuori dal taschino e di buoni sigari e di Bas Armagnac d’annata e della gioia di vivere che sovrasta il dovere del trabaco. Marchionne si presenta tutto stropicciato e dice: io sono altro. Con più eleganza di quanta non gliene venga a parole, il modo in cui si veste è studiato per affermare quella verità cui tiene tanto: io lavoro, lavoro tantissimo. E proprio perché lavoro tantissimo, tantissimo posso pretendere dal resto della mia impresa. Questa è la divisa del nostro tempo. Chi l’avrebbe mai detto, che Marchionne avrebbe scoperchiato la Fiat, fino a toglierla con orgoglioso sprezzo dall’alveo delle imprese variamente sussidiate dallo Stato italiano, per imporla regina delle nostre multinazionali. Chi ci avrebbe scommesso, su questo abruzzese emigrato in Canada a sei anni? Una sola persona, e gliene va reso il merito grande; un merito su cui purtroppo, perché non c’è materiale su cui i ricordi sbiadiscano con la velocità della carta da giornale,
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troppo spesso sottaciuto. A scommettere su Marchionne è stato Umberto Agnelli, con la lungimiranza che gli era propria. Umberto era il fratello meno glamour, meno chic dell’Avvocato, perseguitato per tutta la vita da pettegolezzi sgradevoli, ma al contrario dell’Avvocato un lavoratore indefesso, più curioso del mondo dell’impresa che di quello delle belle donne e delle macchine sportive. È noto che Umberto pensasse da tempo che la famiglia dovesse uscire dall’automobile: diversificare, assumere un ruolo più finanziario e meno industriale, sul modello di altri grandi
È in questo modo che si è imposto nel mondo come l’unico vero funambolo dell’automotive in questo scorcio di secolo: tant’è che Obama ha voluto mettergli nelle mani la disastrata Chrysler
casati dell’impresa europea che si erano ritagliati partecipazioni lucrose ma meno monoliticamente legate al destino di un singolo business. Epperò, quando ci fu da salvare la Fiat dopo la morte di Gianni, fu Umberto a trovarsi col cerino fra le mani. E fece con coraggio sabaudo quello che sapeva essere il suo dovere. Ebbe intuizioni geniali. Su tutte, due: assunse Giuseppe Morchio come amministratore delegato, una
Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Sergio Marchionne
Nella pagina a fianco, Marchionne con il presidente Obama durante la visita agli stabilimenti Chrysler; a sinistra l’avvocato Gianni Agnelli; nella foto piccola, la città di Toronto
scelta che avrebbe causato qualche malumore (alla morte di Umberto, Morchio tenterà di fare l’asso pigliatutto: respinto, andrà paciosamente a godersi la pensione) ma che ha dato alla Fiat grandi innovazioni e modelli eccellenti, tutti gli ultimi, che di Morchio portano ancora la firma. E sempre Umberto insiste per mettere in consiglio d’amministrazione questo Marchionne, di cui nulla si sapeva se non che dirigesse la Société Générale de Surveillance (Sgs), un’azienda svizzera leader mondiale nei servizi di ispezione, verifica e certificazione, di cui l’Exor (la fi-
nanziaria della famiglia) era un importante azionista. Per la verità, sull’uomo avevano già messo gli occhi anche altri: per esempio, Marchionne era già stato cooptato nel consiglio d’amministrazione della Serono, la biotech di Ernesto Bertarelli, magnate della farmaceutica noto ai più per la conquista dell’America’s Cup con la “Alinghi”. Il curriculum di Marchionne non era altisonante. Classe 1952, nato a Chieti, si era laureato in legge alla Osgoode Hall Law School di Toronto - una buona università, per carità, ma mica Harvard o Yale -. Aveva poi conseguito un Mba alla University of Windsor del Canada. Aveva cominciato come commercialista, a Deloitte and Touche, una società di revisione, e nel mondo della revisione aveva continuato a crescere professionalmente, in Canada, per poi diventare chief financial officer di alcuni gruppi di medio livello. Poi, il salto alla Sgs e quindi, alla Fiat. I grandi manager di multinazionale vengono da scuole ben precise. I più, nell’area finanziaria, sono cresciuti nella consulenza. Tutti i grandi banchieri italiani della generazione dei coetanei di Marchionne, per dire, vengono da McKinsey. Altri, vengono da quei colossi commerciali che parimenti sono noti per essere grandi “forni” di competenze preziose (nel rapporto col cliente, nella comprensione delle dinamiche delle reti di
distribuzione, eccetera). Per esempio il grande conglomerato della Procter and Gamble. Ma che un commercialista salisse tutti i gradini fino a diventare l’amministratore delegato della Fiat, fece alzare qualche sopracciglio. E invece a indovinare che il vecchio Umberto ancora una volta aveva visto giusto, furono i due “saggi” destinati a succedergli, come silenziosi e affettuosi sherpa della grande famiglia: Franzo Grande Stevens, l’avvocato dell’Avvocato, e Gianluigi Gabetti, raffinatissimo uomo di finanza internazionale. Gabetti, Marchionne l’ha detto più volte, è il suo “migliore amico”, a dispetto della differenza d’età e di formazione. Grande Stevens e Gabetti hanno trovato in Marchionne il Valletta del terzo millennio, tutor ideale di quel giovane Yaki Elkann che, tanto diverso dall’Avvocato (serio e coscienzioso quanto l’Avvocato era pirotecnico e incapricciato del mondo), si è trovato in qualche modo a condividerne la biografia. La Fiat che Marchionne ha preso in mano, a dispetto dei primi sforzi messi in atto da Morchio, era ancora quell’impresa omnibus in cui tanto grasso colava, qua e là, in una macchina complessa perché messa assieme, in tanti anni, con ambizioni talora confliggenti. Troppi marchi, troppe divisioni, troppe distrazioni dall’auto, troppe sacche di potere piccole e grandi. Marchionne ha fatto quello che PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 21
IN COPERTINA
In senso orario, Umberto Agnelli, Giulio Tremonti e Cesare Romiti
fanno i grandi personaggi che di
tanto in tanto s’avvicendano sulla scena della storia: ha accentrato. Come Valletta, conosce tutto della sua azienda. E decide quasi tutto, con un numero sterminato di manager che, anche per questioni di dettaglio, riporta direttamente a lui. Uno stile che un amministratore uscito dal cilindro delle banche d’affari forse non avrebbe condiviso, ma con lui, e solo con lui (guai a copiarlo, certe giocate riescono solo a Maradona) funziona benissimo. È in questo modo che è riuscito a rendere più fluidi e d efficienti i processi. È in questo modo che si è imposto nel mondo come l’unico vero funambolo dell’auto-
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A scommettere su Marchionne è stato Umberto Agnelli, con la lungimiranza che gli era propria
motive in questo scorcio di secolo: tant’è che Obama ha voluto mettergli nelle mani la disastrata Chrysler, sapendo che era l’unico al mondo in grado di rianimarla. La sua Fiat è un’impresa più ambiziosa, aperta al mondo. È un’impresa che ha saputo dire no ai sussidi, l’eterna panacea ai mali dell’auto, per scommettere sulla propria capacità di creare valore. Ed è un’impresa che è pronta a impostare un rapporto nuovo col sindacato, perché non ha più scheletri nell’armadio.
Si può dire che Sergio Marchionne, su questo punto, un poco ha oscillato. È passato da posizioni concilianti con un sindacato che forse si illudeva di potere cambiare, la Cgil, a una forte sintonia con quelli, Cisl e Uil, che vogliono una Fiat italiana e forte sui mercati internazionali. A Pomigliano gioca la partita della vita. Che vale oro anche per un’Italia che ha bisogno di scuotersi, di dimostrare che ripensare le relazioni industriali non è solo uno slogan. Tutto questo, grazie a un “commercialista” venuto dal Canada. (E commercialista viene definito con un certo spregio, Tremonti. Dieci, cento, mille commercialisti…)
LA RIFORMA DEGLI ATENEI
I numeri del successo frutto della qualità «Una buona programmazione e l’ottimizzazione delle risorse sia a livello didattico che della ricerca». Ecco il segreto dell’Università degli Studi di Torino che ha registrato per il nuovo anno accademico un aumento delle immatricolazioni, come sottolinea il rettore Ezio Pelizzetti Nike Giurlani
L
e classifiche stilate recentemente dal Censis parlano chiaro. Le università del Piemonte sono tra le migliori in Italia. La strategia vincente per raggiungere certi risultati deve partire da «una buona programmazione e sull’ottimizzazione delle risorse sia a livello didattico che della ricerca», chiarisce il rettore dell’Università degli Studi di Torino, Ezio Pelizzetti. Ma certi risultati si ottengono solo se alla base «c’è una gestione seria e oculata e alle spalle una programmazione almeno decennale». Proprio per questo motivo, il rettore tiene
a precisare che «nel 2000 l’Ateneo ha attuato un piano organico, attraverso il quale, è stato selezionato personale docente e tecnicoamministrativo altamente qualificato. Perché è con il capitale umano che si fa la differenza». Ma i risultati ottenuti sono anche frutto di ambiziosi progetti come, per esempio, la Città della salute e della scienza. Una realtà fortemente voluta dall’Università degli Studi di Torino e dalla Regione. «L’Università giocherà un ruolo determinante dal punto di vista della formazione e della ricerca, non solo strettamente medica, ma anche connessa ad altri settori come la biologia, le biotecnologie, la chimica e l’informatica» rileva il rettore che intende anche coinvolgere le aziende del territorio al fine di creare prospettive occupazionali
per i futuri ricercatori, incrementando il legame tra università e territorio. Ma se i lavori per la Città della salute e della scienza partiranno nel 2012, importanti novità sono già in atto. «Prima di tutto c’è stato un adeguamento alla legge 270 che ha comportato una razionalizzazione di alcuni corsi. E poi c’è l’iniziativa, lanciata l’anno scorso, della Scuola Superiore dell’Università degli Studi di Torino che rappresenta una possibilità in più di perfezionamento, per studenti delle lauree triennali e magistrali» spiega il rettore. E mentre si sta avvicinando la chiusura delle immatricolazioni l’Uni-
Nel 2009 abbiamo promosso 6.000 tirocini e stage presso le aziende del territorio e all’interno della pubblica amministrazione
In alto, Ezio Pelizzetti, rettore dell’Uninersità degli Studi di Torino
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Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Ezio Pelizzetti
VENEZIA TRA ARTE E SCIENZA Tante le novità previste all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Priorità: «lo studio dell’inglese», sottolinea il rettore Carlo Carraro anno accademico 2010-2011 all’Università Ca’ Foscari di Venezia inizia nel segno delle lingue straniere. «Abbiamo un percorso quinquennale in inglese in tutte le facoltà, dall’economia, alle lettere, alle relazioni internazionali, alle scienze ambientali» sottolinea il rettore Carlo Carraro (nella foto). Sono previsti, inoltre, «nuovi laboratori culturali per insegnare a fare arte e cultura, e non solo per studiarne la storia come nella tradizione accademica italiana». L’università si trasforma così anche in produttrice di musica, teatro, cinema e mostre. «Abbiamo un laboratorio, MAClab, per imparare a gestire gli eventi e la produzione culturale». Ma non solo. «Sono stati stipulati degli accordi con gli altri atenei veneti, come il corso in scienza delle religioni e il dottorato in storia dell’arte e potenziato la ricerca e la formazione nel campo dell’innovazione strategica e della gestione dell’ambiente» mette in luce il rettore. Quali le facoltà che hanno raggiunto maggiori immatricolazioni? «La Facoltà di lingue e letterature straniere e quella di Economia sono quelle con il maggior numero d’immatricolazioni. In particolare, i nostri corsi di lingue orientali, associati ad una formazione di management, sono molto richiesti». La ricetta per affrontare i tagli previsti per le università si chiama federalismo univer-
L’
versità degli Studi di Torino ha già registrato alcuni successi. Infatti, «sono aumentati gli iscritti ai test per i numeri programmati e tra coloro che si sono già immatricolati, emerge che il 25 % sono studenti non residenti in Piemonte e, addirittura 500, è il numero di neodiplomati fuori dall’Italia che
sitario? «Sull’esempio della provincia di Trento, la Regione potrà gestire direttamente le risorse finanziarie destinate alle università e avrà, quindi, autonomia nel definire i criteri di ripartizione e potrà essere promotrice di accordi tra le università per una più efficiente gestione delle risorse. Ci sarà maggior coordinamento a livello regionale, maggior specializzazione dei vari atenei, maggiore visibilità internazionale attraverso una strategia di marketing mirata». Maggiore attenzione alla sostenibilità ambientale con il master universitario di secondo livello “Caratterizzazione e risanamento dei siti contaminati”. Quali gli obiettivi? «Questo master intende rispondere all’esigenza di un settore in forte evoluzione che richiede figure professionali altamente qualificate, capaci di rispondere alle urgenze ambientali del territorio e gestire le problematiche multidisciplinari legate al recupero dei siti contaminati, in linea con i nuovi orientamenti normativi, le tecnologie più innovative e vantaggiose. Il dipartimento di Scienze ambientali è il promotore di questo master, realizzato in collaborazione con Confindustria Venezia, Parco scientifico tecnologico di Venezia, Servizi tecnologici ambientali di Venezia e l’Assoreca, l’associazione tra le società di consulenza e di servizi per l’ambiente, la sicurezza e la responsabilità sociale». Quali le iniziative promosse tra Università e la Biennale di architettura? «È stato appena firmato un accordo che darà agli studenti la possibilità di partecipare gratuitamente a visite guidate e conferenze negli spazi della Biennale. Ma collaboriamo anche nel campo del teatro e contiamo di sviluppare nuove collaborazioni nel cinema e nella musica».
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LA RIFORMA DEGLI ATENEI
RIFORMA DELLA DIDATTICA Nuove battaglie e progetti per l’Università La Sapienza di Roma. Priorità? «Mettere mano alla didattica» sottolinea il rettore Luigi Frati a graduatoria internazionale Qs World University Ranking ha stabilito che l’Università La Sapienza di Roma è tra i primi 200 atenei migliori al mondo. Un risultato ancora più importante se si tiene presente che «La Sapienza è riuscita a scalare 15 posizioni in un solo anno». tiene a precisare il rettore, Luigi Frati (nella foto). «È il risultato del nostro impegno: ci siamo concentrati sulla riorganizzazione dei dipartimenti e delle facoltà migliorando la nostra reputazione a livello internazionale e ottenendo più citazioni nelle riviste scientifiche, uno dei criteri d’elaborazione della classifica». Il nuovo assetto della ricerca è stato, quindi, premiato, tanto più se tiene conto che «in un paese come l’Italia, che investe l’1% del Pil nella ricerca contro il 3% di Francia e Germania, questo è davvero un ottimo successo». Un traguardo importante per l’ateneo romano. «La Qs World University Ranking dimostra che la nostra strategia è vincente e – continua – il prossimo passo è quello di mettere mano alla didattica». Le graduatorie internazionali, inoltre, «premiano la Sapienza malgrado il taglio di risorse pubbliche, perché nella classifica Miur non figuriamo tra gli Atenei virtuosi, ma speriamo in una revisione dei criteri ministeriali» conclude il rettore. Che cosa prevede l’offerta formativa per il prossimo anno accademico? «Un’offerta formativa ampia e diversificata. Per l’anno accademico 2010-2011 gli studenti che vorranno iscriversi alla Sapienza potranno scegliere tra 218 corsi di studio, corrispondenti a lauree (89), lauree magistrali (116) e lauree a ciclo unico (13) e tra
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298 master di I e II livello. A questi vanno aggiunti 91 corsi dell’area sanitaria per le lauree triennali e 11 per le lauree specialistiche biennali. Abbiamo inoltre razionalizzato una serie di corsi, puntando anche sulla loro spendibilità nel mondo del lavoro». Quali iniziative sono previste con le università internazionali? «La Sapienza promuove ogni anno la stipula di nuovi Accordi bilaterali (di collaborazione e cooperazione culturale e scientifica) per lo scambio di conoscenze scientifiche tra docenti universitari di tutto il mondo. Tra le attività in costante incremento vi sono l’accoglienza di professori visitatori, la promozione d’iniziative a sostegno del processo d’internazionalizzazione del sistema universitario, la promozione, il coordinamento e il monitoraggio delle iniziative a favore degli scambi internazionali di docenti e ricercatori in attuazione di programmi e accordi governativi e delle azioni integrate di ricerca internazionale finanziate da organismi nazionali. Iniziative speciali, inoltre, comprese borse di studio, sono state messe in atto per attrarre gli studenti stranieri».
hanno scelto di iniziare il loro percorso accademico presso la nostra Università». Scegliere la facoltà più adatta alle proprie attitudini non è certo facile ed è per questo che sono previste attività di orientamento prelaurea, ma anche dei percorsi post laurea in modo da accompagnare gli studenti nel loro ingresso nel mondo del lavoro. A tale scopo è stato creato un servizio di job placement. «Nel 2009 abbiamo promosso 6000 tirocini e stage presso le aziende del territorio e all’interno della pubblica amministrazione. A distanza di un anno il tasso d’occupazione dei nostri laureati è nettamente superiore rispetto alla media italiana e – conclude il rettore Ezio Pelizzetti – sono, quindi, più che soddisfatto dei successi fin qui ottenuti».
NORME REGIONALI
Velocizzare l’iter legislativo Semplificazione, trasparenza degli atti e contenimento della spesa pubblica. Sono questi gli imperativi di Valerio Cattaneo, presidente del Consiglio regionale piemontese Michela Evangelisti
A
pochi mesi dalla sua elezione a presidente dell’Assemblea legislativa del Piemonte, Valerio Cattaneo fa il punto delle iniziative finora promosse e traccia le linee guida dei progetti futuri. Nella riunione dei capigruppo del Consiglio regionale del Piemonte, il 15 settembre, è stata decisa la prima attuazione di due importanti articoli del nuovo regolamento consiliare: l’articolo 13 sulla programmazione dei lavori dell’Assemblea legislativa e l’articolo 46, che istituisce il Comitato per la qualità della normazione e la valutazione delle politiche regionali. Di cosa si tratta? «Si tratta di adempimenti di grande rilevanza, in particolare, la programmazione dei lavori è un fatto nuovo che cambia il modo di lavorare dell’Assemblea piemontese, stabilendo un programma quadrimestrale e un calendario bimestrale. In pratica, si sono definite delle priorità sulla base delle richieste presentate dalla Giunta, dalla mag-
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gioranza e, questa è la novità, anche dall’opposizione, che ha diritto a iscrivere all’ordine del giorno almeno un quinto dei provvedimenti in discussione. Con l’istituzione del Comitato sulla qualità legislativa, invece, vogliamo sviluppare l’esperienza già avviata con il progetto CAPIRe (Controllo delle Assemblee sulle politiche e gli interventi regionali) per monitorare l’efficacia delle iniziative legislative e di governo. Si tratta di un approccio fortemente “europeista” all’attività legislativa e alle sue conseguenze in ambito istituzionale e sociale». Che cosa vi ha portato a ritenere che fosse necessario rendere più efficace e veloce l’iter legislativo? Come l’articolo 13 cambierà il modo di lavorare dell’Assemblea piemontese? «Indubbiamente i lavori si svolgeranno in modo più razionale ed efficace. Ho sempre ritenuto che il tempo sia una componente determinante per l’efficacia dei provvedimenti sia di legge che amministrativi, anche se spesso questo elemento non viene valutato dalla politica. Una legge o una delibera per essere davvero efficace deve essere assunta al momento giusto e non dopo mesi. Il
mondo viaggia ormai a un ritmo che impone anche alle istituzioni di adeguarsi, pena l’irrilevanza». Quali saranno i progetti di legge e gli interventi più urgenti che affronterete prossimamente in Assemblea? «Innanzitutto vorrei ricordare che con la ripresa dell’attività il Consiglio ha già approvato una legge di semplificazione, ampiamente condivisa. Si tratta del primo passo, nella IX legislatura, verso la semplificazione del quadro legislativo regionale, una linea di azione istituzionale che sta trovando il consenso di tutti i gruppi dell’Assemblea. Si intende aggiornare l’ordinamento giuridico piemontese procedendo alla abrogazione esplicita delle leggi regionali che nel frattempo sono state superate da sopravvenuta normativa statale o regionale, o che hanno in qualche
Valerio Cattaneo
Valerio Cattaneo, presidente del Consiglio regionale piemontese
modo cessato i loro effetti. Insomma, si “rottamano” un po’ di leggi vecchie e non più usate. Sempre sullo stesso tema, abbiamo in approvazione una norma che prevede di eliminare il bollettino regionale cartaceo. Se ne farà soltanto una versione telematica, reperibile sui siti internet di Giunta e Consiglio. Infine, mi piace ricordare l’intesa bipartisan per approvare, entro i prossimi mesi, una legge che conferisce alla provincia del Verbano Cusio Ossola, la mia terra d’origine, condizioni speciali di autonomia». A dispetto delle polemiche sugli organi di informazione, lei descrive un Consiglio molto operativo, dove regna una proficua collaborazione tra maggioranza e opposizione, è così? «So che può apparire difficile, soprattutto in questo momento in cui il risultato elettorale è contestato in
sede di giustizia amministrativa, ma in realtà in Consiglio fin dal primo giorno si è creato uno spirito positivo, che ha permesso di lavorare bene, dando risposte concrete ai cittadini. Ha contributo, ad esempio, il fatto che il nuovo regolamento preveda il “question time”, cioè la risposta a interrogazioni sintetiche presentate entro 24 ore dal Consiglio. Sia l’opposizione che la Giunta si sono applicate con grande impegno a questo nuovo istituto, che permette di risolvere rapidamente potenziali conflitti e dà alle opposizioni la possibilità di portare in aula problemi “caldi”, su cui c’è l’attenzione dell’opinione pubblica». Da quando è stato eletto presidente dell'Assemblea legislativa, quali sono i risultati più importanti che è riuscito a ottenere? «Fin dall’inizio del mio mandato ho
assunto alcune iniziative, sulla base di due elementi per me imprescindibili: il contenimento della spesa pubblica e la trasparenza degli atti e dei comportamenti. Già a luglio, con l’assestamento del bilancio, si è operata una riduzione degli stanziamenti per il Consiglio di circa 2 milioni di euro, operativa per il 2010, tagliando le spese relative alla comunicazione, agli eventi, alla gestione, alle consulenze agli organi politici - il cui capitolo, pari a 70 mila euro, è stato azzerato al parco automezzi. Delle tre vetture in dotazione al presidente, ho rinunciato immediatamente a due. Nel contempo sono state ridotte le delegazioni del Consiglio per visite istituzionali all’estero, con una partecipazione, in genere, di due consiglieri, anziché abitualmente cinque come in passato. Per il 2011 l’obiettivo è di puntare a ulteriori riduzioni». PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 55
INDUSTRIA DOLCIARIA
Radicate nel territorio ma vocate all’export Il settore dolciario cuneese è costellato da grandi realtà industriali, ma anche da piccole e medie imprese. Egle Sebaste, titolare dell’omonimo storico torronificio e membro della giunta di Confindustria Cuneo, offre un quadro dell’attività di queste imprese Francesca Druidi
l Piemonte, e in particolare Cuneo, si presenta come un territorio dove il saper fare artigiano si è unito alla creatività e all’innovazione, soprattutto nel settore dolciario. Sono 16 le imprese di questo comparto associate a Confindustria Cuneo, di cui 12 piccole industrie e 4 realtà produttive di dimensioni medio-grandi, dove lavorano 4.245 addetti, di cui il 76% opera all’interno della Ferrero. È il gruppo di Alba a farla da padrone: il fatturato 2009 delle 16 aziende ha raggiunto i 1.843 milioni di euro, di cui l’83% realizzato dalla Ferrero. Scenario simile per i numeri relativi alle esportazioni: 556 milioni di euro, di cui si evidenzia il 93% prodotto da Ferrero. Questi dati, diffusi da Confindustria Cuneo, possono dirsi rappresentativi della quasi totalità delle aziende industriali della provincia. Da non trascurare poi anche l’aspetto dell’indotto: è interessante segnalare alcuni dati relativi alle aziende meccaniche che producono macchine e impianti per l’industria alimentare. Il fatturato dell’azienda Abrigo Spa è, ad esempio, coperto dagli ordini della Ferrero per una
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Egle Sebaste, amministratore delegato della Sebaste e membro della giunta di Confindustria Cuneo. In basso, insieme al padre Dario Sebaste, rappresentante della terza generazione della famiglia in azienda
quota dell’80%. Nove sono le imprese di questo specifico segmento associate al sistema confindustriale, di cui 6 di piccole dimensioni, mentre 3 sono le realtà medio grandi. Occupano 659 addetti. Il fatturato 2009 ammonta a 112 milioni di euro, con un fatturato export pari a 50 milioni di euro. Al fianco dei colossi del settore dolciario, vi è una fitta rete di imprese solide. «I punti di forza delle aziende cuneesi del comparto, soprattutto di quelle più piccole, dando come assodate le caratteristiche delle realtà più grandi, è il forte legame con il territorio, oltre a una modalità di gestione tenace e caparbia, tipica del modo di operare della provincia di Cuneo», sottolinea l’imprenditrice Egle Sebaste, membro della giunta di Confindustria Cuneo. «Le realtà produttive del Cuneese sono fortemente export-oriented, certo ognuna con le proprie modalità e con un orientamento ai paesi stranieri che dipende dalla merceologia prodotta». Ad esempio, il torrone, come ricorda Egle Sebaste, è un prodotto che necessita di una presentazione maggiormente penetrante sui mercati, perché meno conosciuto a livello internazio-
Egle Sebaste
4245 ADDETTI
Numero dipendenti delle 16 aziende del settore dolciario associate a Confindustria Cuneo
1.843 mln FATTURATO
Fatturato delle 16 aziende del settore dolciario associate a Confindustria Cuneo
nale rispetto al cioccolato. «Se però, prima, la nostra produzione era ancora rivolta in larga misura al mercato nazionale, ora siamo maggiormente orientati alla ricerca di nuovi spazi all’estero». Sebaste, con il suo marchio gourmet Antica Torroneria, è, tra gli altri, uno dei produttori che Eataly ha portato con sé nel megastore di New York, «e i riscontri sono stati subito positivi, con riordini avvenuti nel giro di pochissimo tempo». Ma quanto il settore dolciario cuneese ha sofferto la crisi globale? «Negli ultimi due anni, l’ombra della congiuntura negativa si è sentita, ma non in maniera così forte. Si sono, ad ogni modo, dovute prendere delle contromisure». L’azienda Sebaste, che quest’anno festeggia i primi 125 anni di attiLe realtà produttive vità, ha affrontato il periodo con una razionalizzazione del cuneese sono delle linee di produzione: fortemente export- «abbiamo trasferito le linee oriented, ognuna con della tostatura, della cottura le proprie modalità e e della ricopertura dei torroni del nostro marchio Ancon un orientamento tica Torroneria nello stabiliai paesi stranieri che mento Sebaste per dipende dalla ottimizzare i costi e sfruttare meglio le sinergie che già merceologia prodotta alerano in atto tra i due stabilimenti».
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La crisi, secondo l’imprenditrice, ha rappresentato uno stimolo per analizzare con maggiore lucidità la gestione aziendale complessiva, guardandola in una prospettiva diversa. «Sicuramente la congiuntura negativa ha scaturito degli effetti, ma non tanto da destare preoccupazioni come in altri settori merceologici». Per quanto riguarda Sebaste, il fatturato 2009 risulta 15 milioni di euro, «l’andamento è quello di un mantenimento delle posizioni, piuttosto che di crescita come nel periodo pre-crisi». Sebaste non ha mai investito ingenti risorse in comunicazione, «perché la nostra forza è sempre stata la qualità del prodotto, con una crescita determinata da un bassissimo turn over della clientela sia per quanto riguarda il sell-in, e quindi i rifornitori, sia il sell-out rappresentato dai consumatori finali». Un aspetto critico oggi per le piccole imprese del settore però c’è, così come individuato dall’imprenditrice: «si registrano aggravi sui costi produttivi dovuti a voci quali sicurezza e igiene, previsti per legge, e certificazioni (Brc o Ifs) necessarie all’azienda per andare all’estero. Sono costi che però non sempre il mercato è disposto a riconoscere e recepire». PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 63
INDUSTRIA DOLCIARIA
Comunicare la qualità e l’innovazione
appena finita l’estate, ma Maina Panettoni è già proiettata verso Natale 2010, quando lancerà sul mercato nuovi prodotti, dai lievitati a base di cioccolato alle nuove ricette di pandori e pa- I prodotti tradizionali restano il core business, ma non nettoni farciti. Attenta da sempre alle preferenze dei diversi target di consumatori cui si ri- mancano le novità per continuare ad attirare il gusto volge, l’azienda di Fossano, nata nel 1964, dei consumatori. Anche all’estero. È la ricetta per affronta la sfida dei mercati con un mix di innovazione tecnologica e di prodotto, campa- restare competitivi secondo Marco Brandani, gne pubblicitarie mirate e, non ultimo, la sal- amministratore delegato della Maina Panettoni vaguardia di elevati standard di qualità del prodotto, dalla selezione accurata degli ingre- Francesca Druidi dienti al controllo rigoroso in ogni fase della lavorazione. Il risultato è una gamma di prodotti capace di penetrare in Paesi extra Ue come Canada, Usa e Australia. Merito di «una politica commerciale estera estremamente flessibile, rivolta non solo alle persone di origine italiana, ma anche e soprattutto ai consumatori locali, per i quali vengono proposti proMarco Brandani, ad della Maina dotti sempre nuovi cercando di interpretarne Panettoni i gusti, le abitudini e le diverse modalità di consumo», come spiega l’ad dell’azienda Marco Brandani. L’industria dolciaria, secondo settore dell’industria alimentare nazionale, ha ottenuto nel 2009 buoni risultati. Da cosa dipendono queste performance positive? «In realtà, il mercato delle ricorrenze natalizie nel 2009 non è stato particolarmente brillante, registrando una leggera flessione nei volumi di vendita, nonostante il prezzo inferiore di oltre il 4% rispetto all’anno precedente. Stiamo però par- importanti valori simbolici». lando di piccole diminuzioni nei volumi, inferiori all’1%, In quali segmenti sono stati raggiunti i quindi decisamente meno importanti rispetto a quanto acca- migliori risultati? duto negli altri settori manifatturieri in Italia. Anche que- «I segmenti più performanti sono stati princist’anno, quindi, il settore alimentare e la ricorrenza, in parti- palmente due: quello dei pandori farciti - dove colare, hanno dimostrato chiaramente la loro capacità di l’azienda è cresciuta del 25% a volume - e tenuta. Sembrerebbe che, nonostante le difficoltà economiche quello dei panettoni tradizionali, dove l’auattraversate dalle famiglie italiane, il panettone sia ancora oggi mento registrato è stato del 4,3%. Ed è in un bene a cui il consumatore non intende rinunciare. Il mo- quest’ultimo mercato che si posiziona il protivo è da ricercare nella natura stessa del prodotto, fortemente dotto di punta, il Gran Nocciolato, che nelradicato nella tradizione familiare italiana e rappresentante di l’ultimo anno ha mostrato un incremento del
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Marco Brandani
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I segmenti più performanti sono stati principalmente due: quello dei pandori farciti, cresciuto del 25%, e quello dei panettoni tradizionali, dove l’aumento registrato è stato del 4,3%
7% a volume. Maina gioca poi un ruolo chiave nel mercato dei panettoni farciti, dove mantiene la seconda posizione a volume, con una quota del 18,6%». Innovazione, diversificazione della gamma dei prodotti. In che misura queste leve risultano strategiche oggi nell’ambito del settore dolciario e nello specifico per Maina? «Il Natale è e sarà sempre per il consumatore italiano una ricorrenza fortemente legata alle tradizioni, appare pertanto ovvio che i principali prodotti venduti nel mercato delle ricorrenze, in termini di volumi, siano ancora oggi i prodotti tradizionali, panettoni e pandori. I prodotti tradizionali, senza farcitura, pesano infatti oltre l’80% del totale dei volumi sviluppati dal mercato. L’innovazione in questo mercato si declina, quindi, più che nell’innovazione di prodotto, nell’innovazione tecnologica, volta a garantire al consumatore finale una qualità sempre maggiore. Ciò comunque non toglie che, ogni anno, a completamento
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7 mln
PUBBLICITÀ Investimento in comunicazione pubblicitaria per Natale 2009
67 mln
FATTURATO Ammontare del fatturato 2009
della gamma esistente, l’azienda studi nuove referenze dai gusti più diversi, da affiancare ai prodotti classici e investa risorse nel miglioramento grafico e funzionale delle confezioni». Per quanto riguarda la comunicazione? «La comunicazione pubblicitaria, da sempre, riveste un ruolo fondamentale, tanto che, ancora una volta, nel natale 2009 l’azienda si è confermata come uno dei principali protagonisti negli investimenti pubblicitari del mercato della ricorrenza. Con un investimento lordo di oltre 7 milioni di euro, in crescita del 14% rispetto all’anno precedente, Maina è andata in vera e propria controtendenza rispetto al mercato (-1% rispetto al 2008). All’ormai famoso spot sul panettone Nocciolato, lo scorso anno è stata affiancata una nuova pubblicità sui panettoni Golosoni e sul Gran Pan- ›› PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 65
INDUSTRIA DOLCIARIA
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stata un’importante campagna pubblicitaria con oltre 780 passaggi sulle principali emittenti televisive che hanno garantito all’azienda grande visibilità, con un’efficace copertura e un’alta frequenza. Per il prossimo Natale, sono però previste delle novità: è infatti in preparazione una nuova campagna pubblicitaria sul panettone Gran Nocciolato». Il settore dolciario si è confermato nel 2009 tra i comparti alimentari più exportoriented. Qual è il trend dell’azienda e quali i Paesi maggiormente ricettivi verso i prodotti italiani? «Il mercato estero vale oggi per l’azienda circa il 10% del fatturato aziendale: i prodotti sono presenti in circa 30 paesi e l’azienda è leader di mercato in Usa, Regno Unito, Polonia e Svizzera. Questo è il risultato di un prodotto qualitativamente ineccepibile e di una politica
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Il mercato estero vale oggi per Maina circa il 10% del fatturato aziendale: i prodotti sono presenti in circa 30 paesi
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commerciale estera estremamente flessibile, rivolta non solo alle persone di origine italiana, ma anche e soprattutto ai consumatori locali, per i quali vengono proposti prodotti sempre nuovi cercando di interpretarne i gusti, le abitudini e le diverse modalità di consumo. Ne sono un esempio il panettone con il burro di arachidi per gli Stati Uniti o il panettone basso da 500 grammi in flowpack, ideale per la tostatura, per il mercato inglese». L’azienda opera in un territorio dove si concentrano numerose realtà produttive del settore dolciario. Questo cosa implica a livello produttivo e di materie prime? «Siamo fortemente radicata nel territorio, tanto che il nostro prodotto di punta è, non a caso, il panettone Gran Nocciolato, il panettone cioè della tradizione piemontese, caratterizzato da una croccante copertura di nocciole lavorata artigianalmente. Un’altra novità, il “Dolce al puro cioccolato e Barolo Chinato Batasiolo”, una torta da pre-ricorrenza che nasce dall’abbinamento del cioccolato fondente con il pregiato liquore, è una specialità nata proprio sulle Langhe».
Nell’immagine a fianco, la sede di Fossano dell’azienda
INDUSTRIA DOLCIARIA
L’attenzione sul prodotto resta la priorità Diversificare il portafoglio prodotti. Potenziando la distribuzione e la comunicazione. E investendo in innovazione. È la strategia attuata da Balocco, secondo player del mercato dolciario italiano, come spiega l’amministratore delegato Alberto Balocco Francesca Druidi
on più soltanto panettoni, pandori e colombe pasquali, anche frollini e wafer. La proposta di una vasta gamma di prodotti è uno dei fattori della crescita che sta caratterizzando Balocco, storico marchio del settore dolciario italiano. L’azienda di Fossano ha chiuso il 2009 con un fatturato di 118 milioni di euro (+14% rispetto al 2008) e registrato un aumento sia della produzione, passando dalle 23 mila tonnellate del 2005 alle 40 mila del 2009, che dell’organico, salito di oltre 55 dipendenti. Grande impulso viene dato all’export: «stiamo consolidando le quote di mercato nel Nord America e guardando con interesse al mercato del Far East», afferma l’amministratore delegato Alberto Balocco, che pur nel quadro di performance estremamente positive ottenute dall’azienda, evidenzia il nodo critico rappresentato in Italia dalle materie prime. In base ai dati diffusi da Aidi, l’industria dolciaria ha confermato nel 2009 le proprie peculiari virtù anticicliche, registrando una lieve crescita della produzione in vo-
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lume (+0,5%) a fronte di un incremento del 2,2% in valore, con un fatturato complessivo di 11,5 miliardi di euro. Perché questo settore italiano non conosce crisi? «Il perdurare della situazione recessiva e il conseguente minor reddito disponibile hanno spinto l’atteggiamento del consumatore verso criteri di risparmio e di forte attenzione alla spesa: la sostanziale tenuta dei consumi di dolci deriva probabilmente dal fatto che, specie in momenti di crisi, i consumatori non si privano di quei beni che svolgono la cosiddetta “funzione di consolazione”». La svolta per Balocco è avvenuta nel momento in cui ha ampliato la gamma dei prodotti, non concentrandosi più esclusivamente sui lievitati da ricorrenza. Quali sono le strategie che l’impresa intende adottare per confermare e incrementare la crescita degli ultimi anni? «Continueremo a rafforzare la nostra presenza sul mercato della prima colazione, lavorando sulla profondità della nostra gamma, sulla copertura distributiva e sulla pressione pubblicitaria. Entro la fine del 2010 entreremo nel
Sopra, Alberto Balocco, amministratore delegato di Balocco con la sorella Sandra e il padre Aldo Balocco
Alberto Balocco
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Negli ultimi anni, abbiamo investito moltissimo sia in tecnologia che in ricerca e continueremo su questa strada senza riserve
segmento dei biscotti salutistici, con il lancio della linea Vitamia! e nel primo semestre 2011 lanceremo un nuovo frollino ricco. Stiamo, inoltre, valutando, sempre nel bakery, l’approccio verso altri segmenti complementari ai frollini». In che misura Balocco impiega materie prime piemontesi e quanta parte invece viene importata? Con quali costi per l’azienda? «Qui si tocca un nervo scoperto. Sarebbe un sogno utilizzare le materie prime del territorio: noi viviamo e lavoriamo in una provincia ricca di risorse agricole. Ma è bene scendere con i piedi per terra e ricordare che in Italia non siamo in grado di coprire neanche la metà dei nostri fabbisogni. Si pensi al latte, che dobbiamo importare prevalentemente dall’estero. Nel 2010, viviamo ancora con il guinzaglio delle quote latte, altro che libero mercato: in momenti come questo, caratterizzato da una forte richiesta mondiale di derivati del latte, non si può produrre di più e ciò costringe aziende e consumatori a pagarne le conseguenze».
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30 mln
TECNOLOGIA Risorse investite da Balocco nell’acquisizione di nuove tecnologie e nel miglioramento di quelle esistenti
14% FATTURATO
Percentuale di aumento del fatturato 2009 di Balocco rispetto all’anno precedente
Per quanto riguarda i cereali? «Stiamo subendo degli aumenti del 50% a causa delle siccità e degli incendi estivi russi, ma qui si preferisce riempire i campi di pannelli fotovoltaici. Abbiamo una politica agricola semplicemente scandalosa». Il 62% dei volumi dell’export è realizzato all’interno della Ue, il 38% nei Paesi extra Ue. Puntate ad aumentare le esportazioni verso questi mercati? «È una delle nostre priorità. Stiamo consolidando le quote di mercato nel Nord America e guardando con interesse al mercato del Far East». Balocco ha investito notevoli risorse nell’innovazione. In che misura l’applicazione di nuove tecnologie contribuisce al consolidamento e al rafforzamento del settore dolciario? «Per noi rimane fondamentale concentrare l’attenzione sul prodotto. Negli ultimi anni, abbiamo investito moltissimo sia in tecnologia che in ricerca e continueremo su questa strada senza riserve. L’evoluzione dei processi produttivi è alla base dello sviluppo del nostro settore». PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 69
CULTURA ALIMENTARE
Verso un’alimentazione consapevole Nuove tecnologie, prodotti a chilometro zero, una cultura alimentare più consapevole. Paolo Lasagna descrive le trasformazioni della ristorazione collettiva e fa il punto sulle ultime tendenze del settore Eugenia Campo di Costa
P
untare sui prodotti “a chilometro zero”. È questa una delle ultime tendenze del settore alimentare: promuovere la domanda e l’offerta dei prodotti locali, provenienti da filiera corta, cioè da aree di produzione vicine ai luoghi di consumo. Perché la filiera corta permette di conoscere le qualità del prodotto, di acquistare a prezzi vantaggiosi, e anche di salvaguardare l’ambiente, riducendo considerevolmente le emissioni dei gas nocivi dei trasporti. Tuttavia, non sempre è possibile per le attività di ristorazione, rifornirsi solo di prodotti locali. «È crescente la richiesta dei prodotti del territorio - afferma Paolo Lasagna titolare dell’azienda di ristorazione collettiva Eutourist di Torino -. Nonostante la nostra società privilegi da sempre le eccellenze piemontesi, non sempre è possibile il referenziamento diretto del produttore locale, per motivi di logiche distributive, non sempre esistenti, o di impatto sulle procedure dell’autocontrollo aziendale interno o del produttore». Sembra che il settore della ristorazione abbia risentito meno della crisi rispetto ad altri mercati. Qual è l’esperienza di Eutourist? «L’ultimo esercizio ha chiuso con una crescita di fatturato del +10%, ma ha visto ridursi notevolmente la percentuale di marginalità. Questo per effetto della lievitazione dei costi di diverse voci di spesa, materie prime, risorse umane e logistica, in particolare accompagnato da ricavi unitari a pasto fortemente legati alla durata del-
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l’appalto pubblico, che l’indice Istat assolutamente non pareggia e dal fatto che ormai tra le nostre competenze non è compresa solo la ristorazione, ma anche la manutenzione, l’educazione alimentare, la fornitura di attrezzature». Eutourist opera in ambito di ristorazione collettiva, nel senso più ampio del termine. «Riforniamo scuole, aziende, ospedali, ed effettuiamo anche servizio catering per le forze armate e in occasione di eventi o manifestazioni. In un’ottica generale di diffusissimo contenimento dei costi stiamo assistendo a una sempre maggiore esternalizzazione, da parte degli enti pubblici, dei servizi ristorativi nel settore sanitario, sia a livello di degenti e dipendenti di presidi ospedalieri che di istituti per la terza età. In questo contesto Eutourist, da oltre venti anni, gestisce servizi di ristorazione domiciliare, svolgendo anche un importante ruolo sociale». Quali trasformazioni ha evidenziato il settore food negli ultimi anni? «Eutourist è stata fondata nel 1976 da mio padre Silvio, scomparso prematuramente pochi anni fa, e in oltre trent’anni di attività le evoluzioni sono state notevoli. Ricordo che, da vero sabaudo, a chi gli chiedeva “come va?” mio padre rispondeva “siamo qui in trincea”: effettivamente la trincea rende appieno l’immagine e i sacrifici che allora erano necessari per completare la giornata lavorativa. All’epoca stavano nascendo i primi centri di cottura, i cuochi valutavano il momento di fine cottura degli arrosti infilando
Paolo Lasagna, titolare della Eutourist di Torino
La ristorazione collettiva
In queste immagini alcune fasi di lavorazione all’interno dell’azienda www.eutourist.it
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Oggi c’è maggiore consapevolezza sulla sicurezza alimentare. Basti pensare alla produzione delle diete speciali per patologie, intolleranze o allergie
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il forchettone nel trancio di carne, i macellai disossavano le mezzene, c’erano gli addetti fissi alla lavorazione degli ortaggi. Da allora gli ambienti e l’organizzazione del lavoro sono notevolmente cambiati, non solo per le nuove attrezzature e tecnologie, ma anche e soprattutto per una diversa politica di approvvigionamento delle materie prime, con particolare riferimento agli acquisti di carni fresche in tagli anatomici selezionati, alle verdure di IV gamma, alle uova pastorizzate. Oggi è tutto procedurizzato, il cuoco legge sul display del forno la fine del ciclo di cottura, il cuocipasta scarica la pasta in modo automatico su tempistiche prefissate». È cambiata anche la cultura alimentare. «Sicuramente. Oggi c’è maggiore consapevolezza della sicurezza alimentare. Basti solo pensare alla produzione delle diete speciali per patologie, intolleranze o allergie. Eutourist in questo senso è
anche produttrice di alimenti a bassa carica batterica per pazienti ospedalizzati immunodepressi in legame surgelato. Poter consumare un pasto, per pazienti che altrimenti dovrebbero essere nutriti tramite flebo, ha anche una valenza psicologica importantissima». Potete contare oggi su tecnologie innovative per quanto riguarda il processo produttivo? «Le nostre unità produttive sono da sempre oggetto di continue rivisitazioni del lay out, non solo in ottemperanza alle normative vigenti, ma per seguire l’evoluzione del mercato. Su questo fronte la tecnologia ci aiuta molto, con attrezzature costose, ma estremamente versatili e performanti. Attualmente sta crescendo la richiesta di pasti forniti in legame refrigerato sia in mono che in multiporzione e cerchiamo di seguire questo trend con importanti investimenti sia a livello impiantistico che in attrezzature specifiche».
650 ADDETTI
Sono impegnati in Eutourist e operano principalmente nella provincia di Torino. L’azienda si serve di due centri di cottura in Orbassano
mila PASTI
In legame fresco caldo/freddo vengono prodotti ogni giorno da Eutourist. 5000 pasti in legame fresco crudo, 1000 pasti in legame refrigerato
PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 71
INDUSTRIA DEL CAFFÈ
La forza del made in Italy che sconfigge la crisi Un’azienda a prova di crisi, la Luigi Lavazza Spa, che nonostante la delicata congiuntura economica mondiale, è riuscita a raggiungere importanti risultati, restando fedele al suo core business e stringendo strategiche partnership Nike Giurlani
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avazza è una tra le più rilevanti realtà produttive di caffè al mondo. In Italia ricopre un ruolo di leadership per quanto concerne il mercato retail, con una quota del 47,6%, e una presenza stabile ormai in oltre 90 Paesi. La storia di Lavazza inizia con una piccola drogheria aperta da Luigi Lavazza nel 1895 nel centro storico di Torino, specializzata nella torrefazione e nel commercio del caffè. Nel 1927 diventerà l’odierna Luigi Lavazza Spa e i successi ottenuti negli anni a seguire, pur attraversando due conflitti mondiali, sono stati superiori alle aspettative. Nel 2009, nonostante la crisi economica, che ha colpito l’Italia, e, più in generale, tutti i mercati, il Gruppo ha registrato ricavi netti per 1.093 milioni di euro, in linea con quelli del 2008. «Il risultato che abbiamo conseguito in un anno di crisi per l’economia mondiale – ha commentato Gaetano Mele, amministratore delegato del Gruppo Lavazza – è decisamente positivo e ne siamo molto soddisfatti. Nel 2009 Lavazza ha mantenuto le posizioni nei mercati storici e, in linea con la strategia di crescita nei paesi emergenti, ha registrato significativi incrementi di fatturato sia nell’area Asia-Pacific (+5%) sia in Centro-Sud America (+33%) che nell’Europa dell’Est (+7%)». Anche il 2010 è iniziato in modo promettente per il Gruppo. Sono state, infatti, concluse importanti acquisizioni, a partire dalla società italiana Ercom, che opera sul mercato internazionale con i marchi Eraclea Dulcimea e Whittington. L’acquisizione segue un preciso obiettivo: incrementare la presenza nel settore dell’hotellerie-restaurant -café. Alla luce di questa joint venture l’ad Mele ha, però, messo in evidenza che il «core business rimane il
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La tradizione Lavazza
caffè e Lavazza continua a rappresentare l’autentico espresso italiano nel mondo. Eraclea, grazie all’eccellenza produttiva, all’efficacia della forza vendita e alla capacità di innovare, consente un importante completamento dell’offerta di gamma e dei servizi messi a disposizione dei nostri clienti. Le due aziende, infatti, hanno attivato, fin da subito, importanti sinergie volte allo sviluppo, pur rimanendo autonome e distinte». Importanti operazioni sono state realizzate anche sul fronte internazionale come l’acquisizione di Onda Coffee Break, la più grande catena di coffee shop della Bulgaria, e di Coffice, società operante nel business Ocs (Office Coffee Service) in Argentina. Proprio di recente, inoltre, è stata chiusa un’importante partnership con la Green Mountain Coffee Roasters, un’azienda leader del caffè in cialde nel Nord America. Quest’operazione rappresenta la più grande mai realizzata dall’azienda all’estero e consolida la strategia di espansione del business internazionale, che negli ultimi quattro anni si è fortemente intensificato. Se, quindi, il 2009 ha coinciso con un’annata positiva, anche il 2010 sembra non essere da meno: confermata, anche per quest’anno, la strategia dell’azienda basata sul «mantenimento della leadership in Italia nei diversi canali, lo sviluppo del porzionato con il sistema a cialde “A Modo Mio”, la crescita internazionale e il consolidamento organizzativo e commerciale delle acquisizioni compiute» tiene a precisare Gaetano Mele. Da fine agosto il Gruppo è approdato anche a New York con un nuovo punto vendita all’interno della nuova sede Eataly. Il menu è fedele alla tradizione, in particolare quella piemontese: dal classico espresso, al macchiato
47,6% MERCATO La quota del Gruppo per quanto concerne il mercato retail
1.093 mln EURO
I ricavi netti del Gruppo nel 2009
e cappuccino, al Bicerin, alle ricette fredde come Cremespresso o caffè shakerato, fino agli American Classics, reinterpretati in chiave Lavazza. Per l’azienda il legame con l’italianità, ma soprattutto con Torino, è molto forte. Non a caso è prevista nei prossimi anni la realizzazione del nuovo centro direzionale di Lavazza a Torino. L’intervento architettonico e urbanistico, che verrà realizzato sulla base del progetto di Cino Zucchi-CZA, riguarderà l’area ex centrale Enel. Al riguardo, Alberto Lavazza, presidente dell’azienda, ha dichiarato «Lavazza è orgogliosa di poter contribuire, con la scelta di una proposta progettuale innovativa, alla valorizzazione di una parte così importante della propria città, a cui è legata con gratitudine da 115 anni di storia. Il progetto rappresenta inoltre il passaggio di testimone tra la terza e la quarta generazione che oggi si candida al governo dell’impresa». PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 75
INDUSTRIA DEL CAFFÈ
Lottare con i grandi restando se stessi Una storia iniziata alla fine dell’Ottocento, quella di Caffè Vergnano. Che prosegue ancora oggi, riscontrando un successo non solo in Italia, ma in sessanta Paesi del mondo. Il segreto? «Innovare restando fedeli ai propri valori», spiega Carolina Vergnano Nike Giurlani
ottare con i grandi, rimanendo sempre se stessi». Questo il vero core business dell’Azienda Caffè Vergnano 1882, che prosegue da 128 anni nel segno della tradizione e dell’innovazione, promuovendo la cultura del caffè in Italia e nel mondo. Una lunga storia difesa anche dalla nuova generazione al comando dell’azienda, come tiene a precisare Carolina Vergnano, responsabile Export department coffee bar 1882. L’obiettivo, infatti è «comunicare la tradizione con un tono nuovo, giovane e attuale su tutti i fronti». Ad esempio attraverso partnership con importanti marchi italiani. Proprio recentemente è stato inaugurato un punto Vergnano all’interno della nuova sede Eataly di New York «che ha riscosso un successo inaspettato, a conferma che si possono conquistare i mercati restando fedeli alla propria filosofia». Da una parte, quindi, attenzione all’artigianalità dei processi produttivi, dall’altra la voglia di sperimentare anche a livello di design, come nel caso del packaging che ha assunto uno stile più moderno ed elegante. Questa strategia sta ottenendo i suoi risultati. Sono infatti i numeri a confermarlo: 60 i Paesi dove Vergnano esporta, per un fatturato pari al 20% rispetto a quello totale. «Quello che noi vogliamo perseguire, anche sulla scorta degli insegnamenti di mio padre e di mio zio, è continuare a competere con i grandi players, ma secondo le nostre regole, rispettando la nostra anima e la noIn alto, stra storia» ribadisce Carolina Vergnano. Carolina Vergnano, Vergnano è sinonimo di caffè da molti responsabile Export Department Coffee anni. Quali sono le basi e i presupposti per Bar 1882 creare un’azienda solida, in grado di far
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fronte anche ai contraccolpi della crisi? «La nostra azienda, per quanto riguarda la torrefazione del caffè, è la più antica d’Italia e riteniamo che la chiave vincente sia il perfetto connubio tra tradizione e innovazione che abbiamo attuato in questi anni. Da una parte, infatti, siamo rimasti fedeli al metodo di torrefazione e preparazione dell’espresso che caratterizza da sempre l’azienda. Dall’altra, invece, amiamo sperimentare dal punto di vista commerciale e di marketing, affrontando sempre nuove sfide. Direi che sono proprio questi due aspetti che ci hanno resi famosi sia a livello nazionale che internazionale. Certamente è, ormai, riconosciuto anche il nostro impegno e la nostra missione nel far conoscere la qualità italiana in tutto il mondo. È fondamentale per noi, ma anche per l’Italia stessa, difendere i prodotti, la storia e la qualità del made in Italy». Proprio con questo obiettivo avete stretto partnership con alcuni marchi italiani. Quale gli obiettivi?
Carolina Vergnano
❝ «È vero, fa parte della nostra politica commerciale. Proprio recentemente Eataly ha inaugurato una sede a New York, all’interno della quale abbiamo aperto un punto Vergnano. Ed è stata una vera propria scommessa, in quanto serviamo solo l’espresso. E l’obiettivo è stato raggiunto, perchè i consumatori americani hanno apprezzato il nostro spirito e stiamo riscuotendo un gran successo, a conferma che si possono conquistare i mercati restando fedeli alla propria filosofia». Che importanza ricopre l’export? «Oggi siamo a circa un 20% del fatturato aziendale. Stiamo crescendo in linea con lo sviluppo generale dell’azienda. I nostri primi mercati sono la Germania, la Francia e la Polonia a seguire abbiamo Grecia, Romania, Repubblica Ceca e la Russia. L’Asia e il Medio Oriente sono mercati che abbiamo iniziato ad aggredire da soli 5 anni, ma che stanno crescendo in maniera significativa. Più in generale, esportiamo in circa 60 Paesi». Quali le prossime iniziative per poten-
A oggi possiamo vantare una gamma completa sia di capsule caffè che di capsule in solubile. Questa realtà è sicuramente una strada da portare avanti, un’avventura commerciale nella quale crediamo molto
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ziare la vostra offerta commerciale? «Stiamo lavorando moltissimo sul porzionato. Ci siamo, infatti, attrezzati a livello produttivo per creare un’offerta capsule di alta qualità che non hanno niente da invidiare all’offerta in tazza. A oggi possiamo vantare una gamma completa sia di capsule caffè che di capsule in solubile. Ci siamo resi conto che, infatti, il mercato dei grani è un mercato importantissimo, soprattutto per quanto concerne i medio-alto consumanti, ma anche per tutte quelle realtà di piccolo consumo, come possono essere gli uffici. Il mondo delle capsule è sicuramente una strada da portare avanti, un’avventura commerciale nella quale crediamo molto». Quali, invece, le iniziative sostenibili a difesa dell’ambiente? «Le nostre capsule sono a basso impatto ambientale. Siamo tra i pochi in grado di offrire un prodotto biodegradabile. Le nostre capsule, infatti, posso essere gettate nell’umido, con un evidente vantaggio per il consumatore finale». ›› PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 77
INDUSTRIA DEL CAFFÈ LAVORAZIONE DEL CAFFÈ IN PIEMONTE. ANNO 2009 ALESSANDRIA ASTI REGISTRATE
2009
2008
*C Attività
C 10
manifatturiere (Ateco 2007)
Industrie alimentari
*D Attività
DA15
manifatturiere (Ateco 2002)
Industrie alimentari e delle bevande
BIELLA
CUNEO NOVARA
TORINO
VERBANO CUSIO OSSOLA
REG
REG
REG
REG
REG
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VERCELLI
TOTALE
REG
REG
1083 108301
Lavorazione del caffè
7
2
2
11
3
28
1
2
56
1586 158601
Lavorazione del caffè
6
2
1
8
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1
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48
*A partire dal 2009 InfoCamere adotta la codifica Ateco 2007 per la classificazione delle attività economiche. Fonte: InfoCamere
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Il Piemonte si caratterizza per la presenza di molte aziende di caffè, qual è il vostro rapporto con il territorio? «Siamo molto radicati nella nostra terra e soprattutto i clienti esteri apprezzano molto questo aspetto. Tanti di loro restano piacevolmente sorpresi quando ci vengono a trovare e possono vedere con i loro occhi come lavoriamo, perchè a differenza di altre aziende, noi realizziamo tutti i nostri prodotti in sede. Sarebbe più facile andare a produrre in un altro luogo, ma verremmo meno ai nostri ideali
❝
La nostra azienda, per quanto riguarda la torrefazione del caffè, è la più antica d’Italia e riteniamo che la chiave vincente sia il perfetto connubio tra tradizione e innovazione
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78 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
e alle nostre priorità». Nuove sfide? «Il mercato del caffè è caratterizzato dalla presenza di grandi player che sono irraggiungibili. Quello che noi vogliamo perseguire, anche sulla scorta degli insegnamenti di mio padre e di mio zio, è continuare a competere con queste importanti realtà, ma secondo le nostre regole, rispettando la nostra anima e la nostra storia. Ci piace definirci una piccola azienda italiana, che fa un prodotto di qualità e non vogliamo venire meno alla nostra filosofia. La vera sfida per noi è lottare con i grandi, rimanendo sempre se stessi».
INDUSTRIA DEL METALLO
La rubinetteria un mix di tecnologia e creatività Il settore piemontese della lavorazione dei metalli tiene e guarda avanti tra design, nuovi materiali e con un occhio alla domotica. Fabio Ravanelli, presidente dell’Associazione degli industriali di Novara, spiega come affrontare le nuove sfide Riccardo Casini
ormalmente riconosciuto dalla Regione Piemonte nel 1996, il distretto della rubinetteria rappresenta oggi una vera eccellenza nel panorama regionale e non solo, coprendo da solo circa un terzo della produzione italiana di settore e quasi il 15% delle esportazioni mondiali di rubinetteria e valvolame in ottone e bronzo. Sviluppatosi nelle province di Novara, Verbania e Vercelli, secondo l’Istat nel 2007 il distretto contava 458 aziende specializzate per un volume di esportazioni di 1 miliardo 426 milioni di euro. Ma qual è oggi il suo stato di salute? Fabio Ravanelli, presidente dell’Associazione degli industriali di Novara, lo definisce moderatamente positivo. «La fase critica della crisi – spiega – è esaurita. Migliorano un po' le aspettative di allargamento della base occupazionale, ma gli investimenti programmati per l'ampliamento degli impianti sono inferiori alla media storica. Insomma, c’è ancora un po’ di incertezza, anche se la base strutturale rimane decisamente solida». La rubinetteria è tra i 288 prodotti che, in base all’indice Fortis-Corradini, vedono l’Italia primo paese esportatore mondiale. Quali sono le destinazioni principali? «Nel 2009 l’export settoriale si è contratto del 20,8%, ma il trend trimestrale è passato dal 29,7% del primo trimestre al -9% del quarto, dimostrando che si è quantomeno avviata una
F
80 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
fase di recupero. Il principale mercato di sbocco del Novarese nel 2009 è stato la Francia, con 151 milioni di output, seguita da Germania (101,6 milioni), Regno Unito, Usa, Grecia, Spagna, Paesi Bassi, Belgio e Svizzera. I cali più accentuati sono stati verso Spagna (-35,1%), Regno Unito (-28,7%) e Stati Uniti (-28,6%)». Qual è attualmente il ruolo della concorrenza di paesi come la Cina sul mercato internazionale? «La Cina è ormai da molti anni un competitor difficile, sia per i noti problemi legati al suo vulnus principale, quello della contraffazione, sia per il basso costo del lavoro. Su questo versante va però detto che anche la Cina comincia ad avere, nello stesso Far East, altri paesi come Vietnam o Malesia con costi di produzione addirittura inferiori, per cui i nostri strumenti dovranno continuare a essere quelli della qualità e dell’innovazione sui cui, per fortuna, siamo ancora ai vertici». Che effetto ha avuto la crisi sul distretto? «Pesante. Soprattutto le
Fabio Ravanelli, presidente dell’Associazione degli industriali di Novara
Fabio Ravanelli
❝
Occorre superare lo stesso concetto di distretto industriale verso una prospettiva e una logica di filiera produttiva
1,5 mld EURO
imprese che hanno una quota rilevante del proprio fatturato in Italia hanno dovuto fare i conti con una domanda interna stagnante da tempo, mentre chi è più orientato all'export la maggioranza, per fortuna - ha avuto meno problemi». Quali sono le possibili strategie per un rilancio del settore? «Esistono strategie interne al sistema produttivo e aspetti che possono sostenerlo dall’esterno, anche se magari in modo indiretto. Per quanto concerne il primo aspetto credo che innovazione, tecnologia e design - elementi che storicamente ci hanno reso famosi e ricercati in tutto il mondo - siano ancora armi vincenti nel panorama globale. Un aspetto interessante, e forse poco noto, è anche quello della ricerca sui nuovi materiali: l’Associazione ci ha creduto subito, essendo stata tra i fondatori del Consorzio Ruvaris che ha oggi una trentina di aziende interessate ad approfondire le soluzioni per eliminare il rilascio nell'acqua potabile di metalli pesanti e integrare rubinetti e valvole con i più avanzati sistemi di domotica».
Il fatturato del distretto della rubinetteria, di cui i due terzi derivanti dalle esportazioni
30% PRODUZIONE La percentuale di rubinetteria nazionale prodotta dalla parte novarese del distretto
11 mila LAVORO
Gli occupati del distretto nella sola provincia di Novara
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Anche l’attenzione alla green economy può costituire una ricetta utile? «La green economy va considerata in una prospettiva duplice, al contempo etica e pragmatica: deve essere un imprescindibile punto di riferimento dal punto di vista della filosofia e dell'organizzazione aziendale, e può costituire un utile strumento per la riduzione delle voci di costo. Ma non può essere ancora considerata discriminante in termini di competitività globale». Quali politiche sono necessarie per lo sviluppo del settore? «Qualsiasi tipo di politica che contribuisca a migliorare l'appeal territoriale e che sia potenzialmente volano di nuovi investimenti: si va quindi dalle infrastrutture di trasporto a quelle di comunicazione, fino alle necessità più specifiche per lo sviluppo delle attività produttive, quali le aree industriali ecologicamente attrezzate, su cui come Ain stiamo impiegando ingenti risorse da anni e abbiamo ottenuto risultati lusinghieri, ad esempio a Pogno, proprio nel cuore del distretto. Va anche detto, però, che non è corretto demandare tutto al mondo politico e istituzionale e che anche il mondo delle imprese deve fare la sua parte per incrementare la competitività del settore. In quest'ottica dobbiamo noi stessi contribuire a far crescere una cultura imprenditoriale di maggiore sensibilità a tematiche sempre più importanti quali quelle delle reti d'impresa, dell'aggregazione tra aziende con caratteristiche simili, dell'accesso a forme di finanza strutturata, fino al superamento dello stesso concetto di distretto industriale verso una prospettiva e una logica di filiera produttiva». PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 81
INDUSTRIA DEL METALLO
Lo stile si mette a tavola L’attenzione alle linee caratterizza da sempre il gruppo Sambonet Paderno industrie di Orfengo, allargatosi di recente con l’acquisizione di Rosenthal. L’amministratore delegato Franco Coppo punta sul mercato di lingua tedesca e invoca leggi chiare a tutela del made in Italy Riccardo Casini
L’amministratore delegato di Sambonet Paderno industrie, Franco Coppo; nella pagina a fianco, Papyrus, ultima novità di Rosenthal
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na scalata alla conquista del mercato degli articoli per la tavola e la cucina, sia per il segmento domestico che per l’alberghiero, caratterizzati da una spiccata attenzione al design di alta qualità: i fratelli Pierluigi e Franco Coppo sono partiti nel 1979 rilevando la società Paderno, per poi fonderla con Sambonet nel 1997. Nel 2009 l’ultimo passo, con l’acquisizione della tedesca Rosenthal che permette «la nascita di una realtà leader nell’arredo della tavola di prestigio», sottolinea l’amministratore delegato Franco Coppo. «L’anno scorso abbiamo patito anche noi una forte crisi sui prodotti e i mercati tradizionali, ma fortunatamente siamo riusciti a tamponarla con attività straordinarie. Questo ci ha permesso comunque di incrementare il fatturato. Nel 2010 poi siamo riusciti a recuperare parte del ridimensionamento, e finora registriamo una buona crescita rispetto allo scorso anno, con un aumento di fatturato del 20%». Qual è l’andamento generale del mercato? Vi sono settori maggiormente in difficoltà? «Sul mercato al dettaglio, come articoli per la casa o da lista nozze, abbiamo tenuto. Anzi, l’acquisizione di Rosenthal ci ha permesso di potenziare la nostra rete vendita all’estero, entrando in modo più vigoroso sul mercato tedesco. La crisi si è sentita maggiormente nel comparto alberghiero e della ristorazione collettiva, dove si è registrato uno stop ai nuovi progetti che stanno ripartendo solamente ora. Le aperture sono state poche, nell’ultimo anno e mezzo abbiamo vissuto sul mantenimento delle commesse precedenti». I vostri prodotti sono caratterizzati da un’elevata attenzione al design. Quanto paga in termini economici questa attenzione? «Innanzitutto va detto che il design è un tratto distintivo della produzione di Sambonet sin dalle origini: la famiglia fondatrice ha dato alla luce diversi designer di fama mondiale, e alcuni prodotti sono esposti al MoMa di New York. Ancora oggi continuiamo a mantenere uno stretto rapporto con il mondo del design, attraverso sponsorizzazioni e collaborazioni di vario tipo. A livello economico si tratta di un aspetto che indubbiamente paga, dal momento che offre la possibilità di rivolgersi a un mercato “alto”, costituito da clienti con grande capacità di reddito. E questo permette di conseguenza di mantenere certi livelli di vendite. Ro-
U
Franco Coppo
senthal poi è l’azienda che di fatto ha portato il design sulla tavola». Si tratta di un’acquisizione che cementa ulteriormente l’immagine del gruppo, oltre a incentivare le esportazioni. Qual è la situazione in proposito? «Il gruppo oggi è presente in tutto il mondo. Abbiamo una filiale importante con 20 dipendenti negli Stati Uniti e un’altra in Cina, dove contiamo anche negozi di proprietà e 50 punti vendita in concessione. I risultati migliori però li otteniamo storicamente nel mercato di lingua tedesca: Germania, Austria e Svizzera, ma anche Olanda, costituivano già l’area di riferimento della Paderno». Vi sono progetti anche verso nuovi mercati in via di sviluppo, come l’India? «Continuiamo sempre a cercare nuovi sbocchi, anche se già ora la nostra rete vendita è estesa in Produciamo in media 400-500 oggetti tutto il mondo, India inclusa. Abbiamo una senuovi all’anno, investiamo molto rie di agenti che viaggiano in continuazione su tutti i mercati, e dopo l’acquisizione di Rosenin ricerca e possiamo definirci thal possono proporre una gamma ancora più totalmente autonomi, ampia di prodotti». anche a livello di design Quali sono i più venduti? «Sambonet è leader mondiale nella produzione di posate, ma sono molto richiesti anche il vasellame e i prodotti problemi riguardano le esportazioni ma anche di caffetteria. Paderno invece ha puntato sull’innovazione nei l’import: noi siamo produttori, ma molte comprodotti tradizionali da cucina, classificandosi tra i precursori ponenti arrivano dall’estero. Cos’è allora made nella produzione di pentole a induzione. E gli studi prose- in Italy? Se non c’è chiarezza, ognuno può fare guono, come nel caso del Pa+, marchio registrato dal gruppo, quello che vuole. Serve una legge come quella un materiale composito (poliammide e fibra di vetro) facil- degli Stati Uniti, dove l’indicazione del paese di mente lavabile e già molto utilizzato per le linee di mestolame, provenienza è obbligatoria. Ma sarebbero suffidove sta sostituendo l’acciaio inox. In generale produciamo in cienti norme chiare: quella attuale dice che media 400-500 oggetti nuovi all’anno, investiamo molto in ri- l’uso di un marchio che induca il consumatore cerca e possiamo definirci totalmente autonomi, anche a livello a pensare che il prodotto è stato realizzato in di design, con un nostro ufficio stile». Italia, costituisce illecito. Allora un francese Che ruolo continua ad avere la contraffazione del marchio può comprare in Cina e vendere in Italia senza made in Italy nel vostro settore? Che tipo di interventi sa- problemi? Serve una revisione globale delle rebbero necessari in materia? normative: il discorso del “made in” va affron«Il made in Italy è copiato ovunque, e Sambonet non fa ecce- tato a livello europeo, con regole serie che zione. Purtroppo però il danno maggiore viene da una legisla- vanno poi fatte rispettare. È inutile cercare alzione – e relativa applicazione – miope e non armonizzata. I tre scorciatoie, magari per fini elettorali».
❝
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PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 83
IL COMPARTO RUBINETTERIE
L’efficienza sposa il design
I
l design italiano è un laboratorio continuo che si nutre di tutte le culture stilistiche, dal Giappone agli Stati Uniti. La pluralità delle cifre stilistiche in campo produce molteplici direzioni tra le quali è difficile individuare identità precise. L’obiettivo, spesso, è riuscire a creare oggetti di design che non siano legati a un dato momento storico – temporale, ma restino intramontabili, al di là di epoche e mode. È da questo concetto che prendono vita i rubinetti dell’azienda Stella, che alla funEugenia Campo di Costa zionalità, sanno coniugare un design poco contaminato dalle mode e dagli stereotipi. «I nostri rubinetti – afferma Stefano Sappa, titolare dell’azienda – anche se ideati da designer esterni, devono cercare di esprimere la storicità di un’azienda che ha quasi 130 anni di vita. Miriamo a realizzare modelli comprensibili dal mercato che non siano solo novità, ma che aspirino anche a diventare dei “classici”». Il corpo dei rubinetti viene realizzato per la quasi totalità in ottone, un materiale da sempre utilizzato in questo ramo, «sembra che non ci sia ancora nessun opinion leader in grado di imprimere una svolta sui materiali costruttivi». Per quanto riguarda invece le finiture superficiali, l’azienda, in base alle esigenze degli arredatori, sperimenta numerose alternative al tipico cromato. «Il cambiamento – illustra Sappa - va in una duplice direzione con l’utilizzo di finiture pregiate ma antiche, come oro, argento
Design, tecnologia, funzionalità. Oltre alle prestazioni ottimali, i rubinetti devono offrire anche caratteristiche di gradevolezza estetica. E diventare classici intramontabili. L’esperienza della Rubinetterie Stella
84 •
Design e funzionalità
o nickel, e nel contempo con la crescente diffusione della tecnologia PVD (Physical Vapor Deposition) che consente di rivestire il rubinetto con finiture di varie colorazioni e con una durezza estrema, rappresentata dal particolare processo di applicazione e dalla lega che può comprendere ossidi di titanio depositati in forma di aerosol in ambiente sottovuoto». Una tecnologia che permette anche di ottenere prestazioni ottimali, coniugando quindi perfettamente la gradevolezza estetica alla funzionalità. «La serie Roma è il rubinetto più copiato nella forma, ma il nostro vitone meccanico è il risultato di un secolo di aggiustamenti e messe a punto e in presenza di acque calcaree è il migliore in termini di resistenza e rumorosità. Abbiamo clienti in Russia che utilizzano il nostro vitone da oltre 20 anni senza sostituzione alcuna o alberghi che ci scelgono per la silenziosità dei nostri dispositivi meccanici. Ma anche le funzionalità più recenti sono state integrate e upgradate come nessun altro, per cui possiamo offrire una rubinetteria storica dotata di misce-
lazione termostatica per la vasca, la doccia e persino il lavabo. E la nostra cartuccia termostatica è dotata di un trattamento PVD interno che impedisce la formazione di calcare». Oggi la Rubinetteria Stella distribuisce i suoi prodotti in Italia, ma anche in Francia dove vanta la presenza in molte strutture alberghiere di eccellenza. «Attualmente il mercato più recettivo sembra essere quello asiatico, dal quale ci aspettiamo molto». A differenza di molte altre realtà del settore, l’azienda Stella, non ha risentito particolarmente della crisi economica: i ricavi sono rimasti stabili e la domanda non ha subito alcuna flessione. Merito dell’esclusività dei prodotti: «nessun Rubinetto – continua Sappa - è uguale a un altro perché ogni componente ha subito numerose lavorazioni manuali diventando un pezzo unico al pari dell’opera di un grande artista o artigiano». E alle più classiche serie Roma, in produzione senza soluzione di continuità dal 1926, Italica nata nel 1922 per gli amanti dello storico più sobrio ed elegante, ed Eccelsa, del 1929, ma esempio di disegno futurista degli anni 20, dalla peculiare sezione esagonale adattabile anche a arredamenti del bagno moderno, si affiancano oggi anche le nuove linee Casanova e Firenze. «Da queste linee ci aspettiamo molto per le loro forme mai viste in rubinetteria, ma ricche di evocazioni tradizionali e di richiami a elementi decorativi già noti a chi ama la bellezza artistica ed architettonica dell’Italia. Non è un caso che abbiano riscosso successo immediato fuori dall’Europa».
Alcune immagini dello stabilimento della Rubinetterie Stella a Novara e una fase della lavorazione. In apertura e sopra, i prodotti finiti www.rubinetteriestella.it
PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 85
LA FILIERA DELLA LANA
Il tessile biellese tornerà in vetta L’industria della lana aspetta, come sotto un’incubatrice, che il mercato riparta. E i primi segnali di ripresa sono già nell’aria. Luciano Donatelli, presidente dell’Unione industriale biellese, guarda al settore con gli occhi di un ottimista informato Michela Evangelisti
C
hi l’avrebbe mai detto che i cinesi, nostri storici imitatori, avrebbero dato nuovo slancio al made in Italy? La ricca borghesia emergente sta manifestando un fortissimo interesse per le nostre eccellenze, e il settore del tessile e della lana affila le produzioni in vista della carica dei nuovi acquirenti. Già dalla metà degli anni Novanta la zona del biellese è stata colpita dalla grave crisi del tessile, dovuta soprattutto alla competizione con i paesi dell’Oriente. Dal 2003, poi, l’andamento delle imprese ha subito un calo a picco. Ci sono segnali di ripresa? «Il 2009 è stato per il settore un annus horribilis, nel corso del quale sono venuti al pettine tutti i nodi che si trascinavano già dal 2008. Le aziende hanno stretto la cinghia e hanno messo a punto un sistema di difesa naturale, inquadrando con più attenzione collezioni e campio88 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
nari, migliorando l’efficienza e riducendo i margini. Il mercato sta in questo momento mostrando segnali di vivacità; da un lato è decollata la ricostituzione delle scorte da parte delle imprese del settore del mondo intero, che per tre stagioni si sono accontentate di quello che già offrivano i loro magazzini, e poi c’è l’effetto trainante della Cina, con tassi di crescita pazzeschi. Nell’ultimo trimestre abbiamo registrato un 20% di incremento di produzione rispetto al trimestre precedente, ma vorrei smorzare i facili entusiasmi: ad aumentare la produttività è stato infatti uno schema fatto di ammortizzatori sociali, cassa integrazione, ridimensionamento delle aziende e abbassamento dei prezzi». Con quali strategie il settore sta cercando il rilancio? «Fondamentali a questo proposito sono le politiche di diversificazione. Accanto al tessile tradizionale si sta puntando molto sul tessile tecnico e legato alla salute. Si sta aprendo una nuova era, dove il tessile sarà sempre più bicefalo: avrà una
Luciano Donatelli
Andamento Imprese Registrate Settore Tessile-Abbigliamento - Anni 2003/2009
1.650
1.550
1.621 1.558 1.510
1.450
1.477
1.350 1.358 1.280
1.250
1.222 1.150 2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
A sinistra, Luciano Donatelli, presidente dell’Unione industriale biellese
Fonte: Movimprese Infocamere – Nostre elaborazioni
testa fashion, da implementare, e una testa hi tech sulla quale investire». Il comparto lana potrà tornare come un tempo a essere un settore leader del panorama imprenditoriale biellese? «Sicuramente sì, ma ci vuole pazienza. La nuova borghesia cinese, che secondo le previsioni passerà da 3.000 dollari di reddito a 10.000 nei prossimi quattro anni, è affamata di made in Italy. I nuovi acquirenti che stanno emergendo vogliono da noi il Barolo, il Brunello di Montalcino, le Ferrari e gli abiti made in Italy. L’Italia, con tutti i suoi distretti di eccellenza, avrà l’opportunità unica di vendere ai cinesi l’eccel-
lenza che loro non riescono a produrre. Per quanto possano realizzare imitazioni di qualità, non potranno mai eguagliare la nostra velocità, che non è solo tecnica e muscolare, ma anche intelligente, e ci consente di spiazzare i mercati con continui lanci innovativi. In questo senso i nostri prodotti diventano uno status symbol sul quale dobbiamo giocare fortemente, e che mi dà ottimismo per il futuro». Qual è quindi lo stato di salute del tessile made in Italy? «L’Italia è la sartoria del mondo. Basti pensare che, di 600.000 manifatturieri italiani, il 50% lavora sotto bandiera italiana e il 50% sotto ban- UU PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 89
LA FILIERA DELLA LANA
UU diera straniera. Sulla parte di prodotti che esportiamo sotto bandiera straniera abbiamo delle marginalità diverse, ma questo comunque fa sì che nel tempo il savoir faire italiano venga mantenuto. In generale si sta verificando un ritorno al made in Italy, molte delocalizzazioni stanno rientrando in Italia, c’è ricerca da parte dei buyer per mantenersi o inserirsi nella cuspide alta della piramide. Voglio usare una metafora: le grandi icone del made in Italy hanno conservato le viti. Magari non le hanno esaltate col raccolto negli ultimi anni, ma le possono sempre rinvigorire e possono tornare a essere produttori vincenti». Come stanno intervenendo gli enti locali e la Regione per aiutare un settore storico come quello dei lanifici a risollevarsi? «Abbiamo un ottimo rapporto con Regione, Provincia e Comuni, e ci stanno aiutando molto con gli ammortizzatori sociali e soprattutto con i contratti di solidarietà che sono secondo me la vera panacea, perché consentono a tutti di continuare a lavorare. Come un giocatore di calcio, se non si allena per un anno, il lavoratore quando riprende ha delle serie difficoltà. La Regione Piemonte, inoltre, assegna alle aziende dei voucher per i nuovi occupati, dando così una spinta alle assunzioni. 90 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
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Il tessile sarà sempre più bicefalo: avrà una testa fashion, da implementare, e una testa hi tech, sulla quale investire
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Per ora molti sono in panchina o mezza panchina, ma diciamo che è una specie di incubatrice, una tenda ad ossigeno che aspetta che il mercato riparta». Imprenditoria femminile: può dare una marcia in più al settore? «Ci sono alcuni esempi storici importanti di donne imprenditrici, che fanno anche parte della nostra giunta di Confindustria Biella, e sono bravissime. Si tratta perlopiù di figlie d’arte, che portano avanti agguerrite l’attività ereditata dai genitori. A questo proposito è stata varata una legge interessante che sta spopolando: le aziende che hanno una maggioranza femminile nel consiglio di amministrazione ricevono dei finanziamenti importanti da parte, in particolare, della Regione. Penso davvero che le donne imprenditrici, con la loro severità e al contempo apertura all’innovazione, faranno da traino all’economia del futuro».
Fabio Foschi
Guardiamo al futuro con ottimismo Dopo la lieve flessione del 2009 le previsioni per l’anno in corso di Fabio Foschi, amministratore delegato di Piacenza Cashmere, sono positive. L’apertura del primo negozio monomarca è espressione di questa fiducia Michela Evangelisti
U
n’azienda che affonda le radici nel secolo XVIII, e che guarda con serenità al futuro. Dopo essersi riorganizzata per parare i colpi della crisi, Piacenza Cashmere si sente ben corazzata e pronta a cogliere i frutti migliori della ripresa. I suoi tessuti dai colori caldi, specchio della natura piemontese, s’intrecciano ad arte sui più bei capi dell’alta moda internazionale. Quanto la crisi economica degli ultimi anni ha influito negativamente sul fatturato dell’azienda? «Fino al 2008 abbiamo avuto un trend positivo, anzi, il 2008 è stato l’anno migliore degli ultimi dieci per noi. Poi si è aperto un 2009 piuttosto difficile, che però riteniamo costituisca solo un momento di discontinuità, dopo il quale contiamo di riprendere il trend positivo che da sempre ci caratterizza. Per il 2010 abbiamo una previsione di deciso miglioramento, e riteniamo che nel giro di un paio d’anni si possa ritornare ai livelli precedenti il 2008. Anzi, la crisi ci ha obbligato a mettere un po’ d’ordine nell’azienda, quindi, non appena il mercato si riaprirà, credo che otterremo in termini di redditività risultati migliori di quelli prima del 2008». Quali misure avete adottato per limitare i danni? «Nel 2009 abbiamo impostato una riorga-
nizzazione aziendale che si è avvalsa in una prima fase di mobilità e prepensionamento, ai quali poi si è aggiunto nel 2010 uno step di solidarietà, che dovrebbe permettere, per la sua natura biennale, di affrontare i prossimi due anni in tranquillità, in attesa proattiva di ricostruirci i fatturati ante crisi. Speriamo, al termine della solidarietà, di poter riassorbire il personale che attualmente risulta in esubero. Se così non sarà, subentreranno gli ammortizzatori sociali, e nel frattempo qualcuno maturerà i requisiti per la pensione. La filosofia che abbiamo seguito è stata quella di non andare a incidere su famiglie che avevano bisogno del lavoro come fonte di sostentamento, quindi la selezione è avvenuta in base a esigenze “sociali” più che a necessità tecniche di produzione. Questo ha poi richie-
Fabio Foschi, amministratore delegato di Piacenza Cashmere
PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 91
LA FILIERA DELLA LANA
TRADIZIONE E RISPETTO PER L’AMBIENTE L’eccellenza è una questione di stile. A colloquio con Nino Cerruti, dal 1951 alla guida del Lanificio Fratelli Cerruti enza un ottimo tessuto non esiste un’ottima moda”. Questo è il motto di Nino Cerruti, erede di un nome legato alle stoffe da quasi tre secoli. Quanto la crisi economica degli ultimi anni ha colpito la vostra azienda e quali misure avete adottato per limitare i danni? «I danni conseguenti al drammatico fermo delle vendite si sono spalmati in modo abbastanza generale sulle aziende del settore. Si tratta di una crisi strutturale con conseguenze non solo immediate, ma che trasformano in modo permanente i mercati di oggi e di domani. L’azienda nel suo interno sta reagendo modificandosi, ovvero rinnovando il prodotto, riorganizzando la vendita, rivedendo la struttura industriale». Quali sono le strategie da seguire per rilanciare le lane italiane sul mercato nazionale ed estero? «È molto semplice, puntare
“S
A destra, Nino Cerruti
92 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
all’eccellenza. Bisogna imboccare qualsiasi strada possa contribuire a portare il prodotto e l’immagine dell’azienda ai vertici della qualità». Avete ideato una campagna che usa i fumetti d’autore per raccontare le sette famiglie di tessuti proposte dall’azienda. Che peso hanno le strategie innovative di comunicazione nella ripresa? «Componenti essenziali dell’eccellenza sono l’unicità e l’identità. Noi cerchiamo di perseguirla utilizzando anche soluzioni comunicative molto originali e trasversali, quali, ad esempio, i fumetti d’autore». L’azienda ha installato, prima al mondo tra i lanifici, un impianto di co-generazione per la produzione di energia elettrica, vapore e acqua calda, che utilizzerà olio vegetale come combustibile. Quanto il fatto di essere pionieri in campo ambientale ha contribuito al rilancio dell’immagine aziendale?
«Questo punto fa parte del messaggio con il quale vogliamo definire la ragione di essere della nostra azienda, in armonia con i valori di rispetto dell’ambiente che riteniamo fondamentali e assolutamente attuali». Avete indicato i giovani come vostra arma strategica. In che maniera investirete in questo senso? «Ci impegneremo a creare per i giovani nuovi posti di lavoro, e a gestire l’attività secondo modalità che li coinvolgano e li rispecchino, ovvero in modo aperto e dinamico».
Fabio Foschi
UU sto una rotazione del personale da una posizione all’altra e una riqualificazione, per far sì che le persone più giovani, rimaste all’interno dell’azienda, imparassero attività diverse da quelle svolte fino a quel momento». Fin qui abbiamo parlato di strategie di riorganizzazione e ottimizzazione della struttura di costo. Cosa è stato fatto invece in termini di rinnovamento del prodotto? «Fin dall’inizio della crisi, che sapevamo sarebbe stata piuttosto complessa, ci siamo dati alcune regole fondamentali. La prima è stata quella di mantenere i nostri investimenti nello sviluppo di nuovi prodotti e nel rinnovamento dell’azienda in generale. Credo sia fondamentale infatti avere una proposta innovativa per potere proseguire in condizioni di mercato decisamente più complesse rispetto a quelle a cui tutti eravamo abituati. Abbiamo acquistato nuovi macchinari per gli stabilimenti, e soprattutto abbiamo puntato sull’apertura del nostro primo negozio monomarca, in via Manzoni, a Milano. Penso si tratti di un investimento importante, sia nell’ottica della divisione prodotto finito sia, più in generale, nell’ottica aziendale, in quanto costituisce un forte messaggio di comunicazione del brand, con ricadute interessanti anche per la divisione tessile. Le nostre collezioni di prodotto finito utilizzano ovviamente i nostri tessuti per i capi spalla, oltre a comprendere, nel solco della nostra tradizione, anche maglieria in cashmere di diverse tipologie, da quella classica a quella più moderna e di tendenza giovanile. In termini di strategie generali penso inoltre che si debba fare più attenzione rispetto al passato ai rapporti qualità prezzo e a gestire le aziende con una logica di ottimizzazione dei costi. Questo non significa rinunciare a innovazione, qualità e servizio, ma avere creatività nel modo in cui si produce, domandandosi sempre se si può ottenere lo stesso risultato con maggior efficienza e lavorando meglio. Cosa che, in un mercato storicamente molto ricco, non era così scontato fare».
Qual è il target al quale vi rivolgete? «Un target decisamente alto. I nostri tessuti sono usati da tutti i grandi nomi della moda che hanno i negozi più belli nel quadrilatero a Milano, sulla quinta strada a New York, e oggi ormai a Shanghai, fatte pochissime eccezioni. Ognuno di questi clienti ha all’interno una sua segmentazione di prodotto e da noi compera i tessuti per la fascia più alta della sua proposta». I punti di forza dei vostri tessuti sono la qualità delle fibre e il colore. «È corretto. La passione per il colore si inserisce tra l’altro nel solco della nostra tradizione. Il nostro stabilimento è immerso UU
La valorizzazione delle lane Il progetto della Camera di Commercio di Biella ha l’obiettivo di sviluppare una filiera dedicata al recupero e alla trasformazione delle lane autoctone piemontesi in una serie di prototipi di prodotti tessili per l'abbigliamento, per accessori, arredamento e per l'utilizzo in edilizia come pannelli isolanti e fonoassorbenti. I prototipi hanno il compito di dimostrare che anche da lane meno pregiate si possono ottenere dei prodotti appetibili per il mercato. In questo modo si mettono le basi affinché si crei una filiera autonoma che colleghi i pastori agli operatori tessili, per giungere al capo o all'oggetto finito, collocabile in vendita. Al termine del progetto dovrebbe essersi quindi creata una nuova nicchia di mercato, sostenibile non soltanto dal punto di vista economico ma anche in senso lato, visti i presupposti di ecologicità e tracciabilità della materia prima, della catena produttiva e quindi del prodotto finito. Una volta consolidata la funzionalità della filiera, nel medio e lungo periodo, potrebbero essere utilizzate anche lane provenienti dalle regioni più produttive del resto d’Italia.
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LA FILIERA DELLA LANA
UU nel verde appena fuori Biella, e alle nostre spalle c’è il parco della Burcina, famoso per la fioritura a maggio dei rododendri e delle azalee. In autunno uno dei padri fondatori dell’azienda era solito raccogliere le foglie cadute per trarre ispirazione dalle loro tonalità dal giallo, all’ocra, al senape. Siamo tuttora molto legati alla natura, un po’ per la nostra location e un po’ perché Guido Piacenza, il nostro presidente, è anche presidente del parco della Burcina, che è stato fondato da Felice Piacenza e in seguito donato alla Regione. Oltre ad amare la natura ci divertiamo a innovare, a sperimentare delle contaminazioni con tessuti particolari, per dare vita ad accoppiati con delle consistenze speciali e offrire agli stilisti la possibilità di creare capi strutturati in maniere originalissime. Teniamo conto nella nostra innovazione di tutte le fibre che offre il mercato, dopodiché andiamo a prendere quelle più
particolari e inseribili in un programma di prodotti di eccellenza». Le lane e i tessuti italiani sono ancora leader sul mercato internazionale? «Innanzitutto bisogna precisare che per il 99 per cento la materia prima che va a costituire le lane italiane viene da Australia e Nuova Zelanda. Nella nostra collezione abbiamo però anche dei tessuti che sono stati sviluppati utilizzando lane italiane al 100 per 100. Collaboriamo infatti con l’istituto delle lane
IL TESSILE BIELLESE GUARDA ALL’ESTERO l nostro fatturato è sempre stato in crescita, fatta eccezione per l’anno scorso, quando abbiamo registrato un calo del 15% – spiega Paola Aglietta, titolare di Italfil, azienda che produce filati semilavorati, in particolare lana e seta –. Ora però sta risalendo e sta raggiungendo nuovi traguardi. Il crollo è dovuto al fatto che tutti i nostri clienti, soprattutto in alcuni settori, avevano diminuito di moltissimo la produzione».
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Come Italfil è riuscita a reggere? Ha allargato il mercato, ed è riuscita a conquistare qualche nuova piazza, compensando così parzialmente le perdite. «Ci siamo espansi soprattutto in Germania, mercato in cui già stavamo lavorando e sul quale abbiamo deciso di investire maggiormente». Di vere e proprie strategie di rilancio, ricette per il successo, la titolare di Italfil non vuole sentir parlare. «Diciamo che ci è andata bene. Per trovare
nuovi mercati servono complesse combinazioni di tanti fattori, prodotti giusti che rispondano agli effettivi bisogni della clientela, agenti ben introdotti. Senza contare che bisogna avere la fortuna di non scontrarsi con una concorrenza troppo forte o con mercati in contrazione. Il mercato poi è sempre mobile, tutti gli anni bisogna lavorare con articoli nuovi, prodotti che seguano le tendenze del momento, eliminare gli articoli obsoleti. La strategia
Fabio Foschi
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Oggi è necessario avere creatività nel modo in cui si produce, domandandosi sempre se si può ottenere lo stesso risultato con maggior efficienza e lavorando meglio
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d’Italia, partecipando al progetto nella parte a valle della filiera. Siamo riusciti a lavorare delle lane molto difficili e grossolane, per creare dei tessuti che sono comunque fruibili per una confezione di buon livello. Le pecore in Italia sono allevate per uso alimentare: ma la pecora ha bisogno di essere tosata, e questo porta con sé un costo per il pastore, legato anche alle pratiche di smaltimento della lana stessa. Il progetto punta a recuperare queste lane per trasformarle in un prodotto utilizzabile. Detto questo, il primato mondiale
dei tessuti lanieri italiani è comprovato da tutte le statistiche. Il mondo laniero mondiale fa riferimento all’Italia, e principalmente a Biella. Un po’ di flessioni ci sono state, perché la crisi ha toccato tutti, ma in misura diversa a seconda del mercato di riferimento delle varie aziende. A entrare in grossa difficoltà nel 2009 è stato l’abbigliamento formale (l’abito classico, da manager), che già negli anni precedenti era in rallentamento. Questo, oltre alla crisi, è dovuto a un cambiamento dei costumi: l’abito formale oggi è limitato a una serie di occasioni sociali inferiori rispetto al passato. Inoltre non è un genere d’acquisto che si fa di impulso ma è programmabile, quindi facilmente rimandabile. Il tessuto laniero dedicato invece all’abbigliamento sportivo, ai capi più destrutturati, casual, accattivanti, ha risentito meno della crisi. Flessioni o non flessioni, comunque, la leadership mondiale dei tessuti italiani non è in discussione».
insomma non è una, e va costantemente reinventata». A salvare Italfil anche il fatto di servire un mercato medio alto, segmento dove in Italia ci sono ancora produttori. «I nostri filati vengono utilizzati per realizzare intimo e calzetteria di elevata qualità – prosegue Aglietta –. Su altre tipologie e qualità il mercato è diminuito molto. Portiamo poi avanti una continua ricerca, calibrata sulle richieste del mercato e finalizzata a risolvere
problemi che riguardano i prodotti. Sono sufficienti anche piccole innovazioni, che però, sommate l’una all’altra, fanno la differenza. Ad esempio abbiamo messo a punto un trattamento che fa sì che il tessuto, pur coi lavaggi, non si modifichi d’aspetto, e altri che rendono il prodotto lavabile in lavatrice anziché a secco, evitando così di utilizzare prodotti nocivi per l’ambiente. Anche da qui passano le frontiere della sostenibilità».
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GIANFRANCO CARBONATO CLAUDIO GHERZI BRUNO LULANI
Presidente di Confindustria Torino Direttore di Confindustria Vercelli Valsesia Presidente dell’Unione industriali Alessandria
CONFINDUSTRIA
Torino non molla la presa della competitività L’economia del Torinese poggia su un terreno solido perché non è autoreferenziale. Per Gianfranco Carbonato, presidente di Confindustria Torino, si esce dalla crisi solo dialogando con le istituzioni e le parti sociali Paola Maruzzi
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al cioccolato al tartufo, dalle auto all’aereonautica, i “pezzi” dell’industria torinese occupano una fetta considerevole dell’export nazionale. D’altronde il capoluogo piemontese, dopo Roma e Milano, è il terzo polo economico del Paese. Ma lo smalto imprenditoriale necessita di continui ritocchi e aggiustamenti anche da un punto di vista governativo. Il presidente di Confindustria Torino Gianfranco Carbonato chiede maggiore stabilità alle forze politiche, sia locali che nazionali. Così si affrontano i cambiamenti e l’economia può ripartire. Partiamo con una sintetica fotografia del territorio. Quali settori trainano la ripresa del distretto torinese? «La ripresa presenta un’eterogeneità di fondo, in primo luogo fra mercati maturi ed emergenti, segno che l’economia mondiale possiede oggi una nuova geografia e nuove regole. A Torino hanno sofferto maggiormente i settori meccanico e tessile, entrambi vitali per l’economia locale. L’industria alimentare ha, invece, retto bene il colpo assestato dalla crisi. Leggermente in calo i servizi e il turismo. Si tratta comunque di oscillazioni non preoccupanti. Il turismo si è notevolmente sviluppato a partire dalla Olimpiadi, Torino ha così riscoperto 98 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
Gianfranco Carbonato, presidente di Confindustria Torino
il suo potenziale di città d’arte e non solo di fabbriche». Recentemente lei ha fatto appello alle forze politiche locali, puntando il dito contro la diffusa tendenza al disinteresse verso le problematiche economiche. Su quali temi e urgenze dovrebbe battersi la politica per favorire il rilancio del distretto torinese? «In realtà il mio appello è diretto alle forze politiche tutte, locali e non. Gli imprenditori hanno una responsabilità sociale superiore rispetto a quella di un normale cittadino. Ultimamente gli uomini d’affari si guardano intorno e ne rimangono perplessi: sul piano nazionale, dopo un’estate di veleni, la situazione governativa ri-
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L’economia ha bisogno di punti di riferimento. È ora che la politica intervenga per risolvere i problemi che affliggono il paese
2.000 VETTURE
È ciò che sforna Mirafiori a regime. L'indotto nazionale dell’auto è buona parte determinato dalla Fiat
5.000 ADDETTI Il numero di impiegati dell’industria dolciaria di Torino
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mane incerta. A livello locale l’amministrazione regionale è sub iudice. Stringendo ancora di più sul territorio, il nostro sindaco, che ha governato bene, terminerà a breve il suo mandato e non si sa ancora chi sarà il successore. L’economia ha bisogno di punti di riferimento. È ora che la politica intervenga per risolvere i problemi che affliggono il paese. Per esempio a Torino, che vanta una consolidata tradizione industriale, occorrerebbero incentivi affinché le aziende non lascino il territorio. Altro tema urgente è l’export. La nostra provincia, che conta su un’economia mediamente globalizzata, è esposta a una concorrenza fortissima». A Mirafiori imprenditori e lavoratori sono schierati su fronti opposti: da una parte la ne-
cessità di aumentare la produttività e reggere la competizione internazionale, dall’altra la tutela dei diritti sindacali. Qual è la sua opinione a riguardo? E cosa ne pesa a proposito del superamento del contratto collettivo dei metalmeccanici? «Confindustria si schiera dalla parte della Fiat e ne appoggia pienamente il programma di investimento, che vuole appunto raddoppiare la produzione di autovetture e creare così nuove opportunità lavorative. Per far questo c’è bisogno di garanzie, cioè di nuove relazioni industriali. La vicenda sta facendo discutere e sta però prendendo una piega sbagliata: fare muro contro muro non servirà a nulla. Per quanto riguarda la questione del contrattato si tratta di una passo doloroso ma inevitabile. Le nuove forme contrattuali non cancellano i diritti delle tute blu, ma si adeguano solo ai tempi che cambiano. Siamo davanti a un bivio: da una parte il presente stagnante, dall’altra il futuro. Confindustria non vuole immaginare un popolo di cassaintegrati, che percepiscono stipendi di 800 euro al mese e magari lavorano anche in nero. Tra cassintegrati e pensionati rischiamo di diventare un Paese di nullafacenti. La lotta di classe non esiste più. Esiste la lotta internazionale per difendere la competitività delle imprese. E in questo siamo tutti sulla stessa barca, manager e operai: non resta, dunque, che trovare coesione». Le infrastrutture sono un tema cruciale per la ripresa. A tal proposito l’Unione industriali di Torino chiede tempi certi per la realizzazione della Torino-Lione. Che benefici potrebbe trarne l’economia locale? «I traffici di merci e persone sono vitali per le economie. Basta prendere una carta geografica per capire quanto il Piemonte sia chiuso dalle Alpi. Bisogna necessariamente aprirsi verso le vie di comunicazione europee e al Corridoio 5 altrimenti c’è il rischio di fare di Torino un cul de sac. Sono vent’anni che se ne parla ora bisogna passare dalle parole ai fatti, anche perché i tempi per arrivare agli accordi con la Francia stringono. La Tav è una scelta bipartisan, voluta dalla maggioranza dai cittadini. Certo, si possono anche ridurre gli investimenti, ma la realizzazione dell’opera non deve essere messa in discussione. E qui torna in gioco la volontà politica». PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 99
CONFINDUSTRIA
Vercelli avanguardia energetica Procedere a passo di ricerca sostenibile per creare un ponte tra sviluppo e imprese. Claudio Gherzi, direttore di Confindustria Vercelli Valsesia, fa un bilancio del primo anno d’attività del Polo energetico locale Paola Maruzzi
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l progetto è partito nel 2009, anno terribile per l’economia internazionale. E non è un caso che la green economy si sia fatta strada nonostante le difficoltà del momento. L’input l’ha fornito il Fondo europeo di sviluppo regionale e Confindustria Vercelli ha saputo catalizzare e coordinare gli attori coinvolti. È nato così il Polo di innovazione energie rinnovabili e Mini Hydro che, gestita dall’Ats (Associazione temporanea di scopo), ha il compito di portare avanti la ricerca e lo sviluppo nel settore delle energie rinnovabili, con un particolare focus sul mini-idro appunto. A un anno del suo debutto, Carlo Gherzi si dice soddisfatto dei risultati raggiunti, anche se questa fase può dirsi ancora preliminare: «Siamo andati ben oltre le aspettative. Oggi possiamo contare su una squadra di novanta soggetti, di cui una sessantina sono aziende provenienti dai più diversi settori della chimica, geotermia e agroeClaudio Gherzi, direttore nergie. Non è pretenzioso dire che stiamo diventando un punto di riferimento redi Confindustria Vercelli Valsesia gionale. All’attivo ci sono già i primi tredici progetti, che passeranno al vaglio di alcuni dipartimenti universitari. Per continuare abbiamo chiesto alla regione finanziamenti e servizi di supporto per l’innovazione. Al Polo sono stati assegnati cinque milioni di euro, che si vanno a sommare alla quota che ogni azienda partecipante mette sul piatto. Si arriva così a circa dodici milioni». A Vercelli la struttura del Polo è “virtuale”. Ciò significa che l’innovazione, prima di tutto, è una spinta immateriale che passa attraverso la militanza della ricerca universitaria. E qui il direttore degli industriali vercellesi apre un capi100 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
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Siamo andati ben oltre le aspettative. Oggi possiamo contare su una squadra di novanta soggetti, di cui una sessantina sono aziende provenienti dai più diversi settori
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250 mln FONDI
tolo dolente. «Il Politecnico di Torino, con il quale abbiamo sempre mantenuto aperto un canale di dialogo, ha deciso di accentrarsi e di rendere inattiva la seda a Vercelli. Questo penalizza fortemente il nostro territorio, anche in termini di offerta formativa. Di positivo c’è che potremmo continuare a contare e usufruire dei laboratori, che rimarranno attivi. Inoltre l’università Avogadro prospetta l’idea di aprire un nuovo corso di laure in scienze dei materiali». Delineate le linee guida che stanno a monte del Polo, Gherzi passa brevemente in rassegna la novità del Secondo programma, ribadendo quanto sia importante «l’innovazione tecnologica in tema di sviluppo delle rinnovabili. E stiamo
L’Europa ha stanziato una cifra considerevole per lo sviluppo regionale affinché migliorino l’efficienza energetica e la produzione di energia da fonti rinnovabili
60 AZIENDE
Fanno parte del Polo energetico d’innovazione
appunto lavorando in questa direzione: introdurremo, infatti, dei progetti riguardanti l’impiego di nuovi materiali per la produzione della componentistica degli impianti energetici. A fare da traino saranno le aziende che producono valvole e rubinetti, che in certo senso sono la specialità della nostra provincia». Grazie a quest’ultima iniziativa torna in gioco la voglia di scommettere sulla competitività internazionale. «Crediamo fermamente che valga ancora la pena puntare su prodotti sofisticati e ben fatti. Fare una classifica tra i settori eccellenti mi risulta difficile. Oltre a quello della rubinetteria, vale la pena citare i settori del tessile e del chimico». La voglia di ripartire è palpabile. Ma la strada è in salita. A complicare le cose una serie di concause, che Gherzi così racchiude: «Molto semplicemente abbiamo bisogni di sostanziosi incentivare da parte del governo, ma questo è un vecchio problema che l’Italia si trascina dietro da tempo. Le rinnovabili potrebbero aiutare ad abbattere i costi insostenibili dell’energia elettrica, materia prima per ogni attività produttiva. In tema di energie pulite, non sarebbe sbagliato auspicare a un ritorno del nucleare. Per ora sembra che la questione sia tornata attuale. Ma noi aspettiamo i fatti, più che la retorica politica». Gherzi chiude ripercorrendo, di trimestre in trimestre, la parabola dell’andamento economico locale «Dall’ultima indagine congiunturale arrivano segnali positivi. Il terzo trimestre del 2010 ha segnato una svolta e ora aspettiamo di elaborare i prossimi dati per verificare l’effettiva ripresa». PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 101
CONFINDUSTRIA
Alessandria fa il pieno d’innovazione Fibra ottica, banda larga e infrastrutture immateriali. Confindustria Alessandria dà il benvenuto all’era delle tecnologie avanzate e si prepara a coglierne i frutti. Ne parla Bruno Lulani Paola Maruzzi
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imprenditoria alessandrina sperimenta e rivisita la vecchia regola del business: saper osare giocando d’anticipo. Così Confindustria Alessandria investe sul digital divide, vale a dire le cosiddette aree a fallimento di mercato. L’idea è ripensare in chiave progressista alla geografia delle imprese, interconnettendo le sinergie del territorio. Bruno Lulani, presidente dell’Unione industriali Alessandria, fa il punto su due tematiche vicine e complementari: le potenzialità della banda larga e l’urgenza di aprirsi al mondo dei giovani, emergente e qualificante. Le tematiche affrontate durante l’ultima assemblea generale di Confindustria Alessandria ruotano, tra le altre cose, attorno a una parola chiave: meritocrazia. A che punto siamo in Italia? E nella provincia di Alessandria? «È evidente che la cultura meritocratica non è affatto radicata nel nostro Paese, specie nelle classe politica. Di recente, però, tale problematica è stata sollevata da più parti, anche se sono ancora pochissimi i riscontri che ci permettono di parlare di un cambio di passo. A livello nazionale qualche timido segnale si è cominciato a vedere 102 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
Bruno Lulani, presidente di Confindustria Alessandria
anche grazie alla riforma Gelmini, che premia e finanzia le università virtuose, cioè quelle che fanno ricerca. Molto c’è ancora da fare e gli imprenditori non devono chiamarsi fuori da una questione che li riguarda strettamente. Per quanto concerne la ricettività del territorio di Alessandria sono fiducioso: nelle riunioni e nei convegni la meritocrazia è un argomento che non viene più trascurato. E il fatto che anche nelle piccole aziende si inizi a discutere di valorizzazione delle competenze fa ben sperare. Diciamo che nel nostro ambiente la meritocrazia è stata sdoganata, ma i cambiamenti culturali sono lunghi e devono essere accompagnati da iniziative ben precise». Negli ultimi tempi le Unioni industriali stanno mostrando un maggiore interesse verso le forme di finanziamento e investimento degli istituti formativi. Su questa scia Confindustria Alessandria ha promosso un inter-
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Confindustria ha creato un team dell’innovazione e, attraverso la promozione di convegni e seminari tematici, sta mettendo in circolo idee e nuove prospettive
scambio tra sistema imprenditoriale e università. Di cosa si tratta esattamente? Quali ambiti disciplinari coinvolge? «Si tratta di un’iniziativa che non ha trovato ancora una sua definizione operativa ma che a breve vedrà la luce. A monte del progetto c'è il consorzio per la diffusione della cultura e della formazione nel territorio alessandrino, un organismo nato dalle ceneri del Casp con l'obbiettivo di riformularlo. La molla è scattata dal momento in cui, a seguito dei tagli previsti dalla riforma Gelmini, si è deciso che al Politecnico di Alessandria le tradizionali lezioni frontali verranno sostituite da quelle telematiche. Una decisione che, dal nostro punto di vista, non è stata accolta bene. Il Casp, a suo tempo, ha avuto il merito di coinvolgere il Comune di Alessandria, la Provincia, la Camera di Commercio e, naturalmente, anche Confindustria. Mentre il vecchio Casp si limitava a finanziare i progetti del Politecnico senza valutarne la qualità, l'attuale consorzio prevede un’apposita commissione scientifica che premierà solo le iniziative meritevoli. Inoltre l’idea è quella di rivolgersi alle istituzioni formative tout court: dalle università alle scuole secondarie. Si tratta di un passo indubbiamente originale nel campo dei finanziamenti alla formazione». Strettamente correlato al mondo giovanile c’è il tema dell'innovazione digitale, indispensabile nell’era dell’economia globale. Che vantaggi trarrebbero le imprese e i mercati locali dalla diffusione della banda larga? Quali ostacoli si frappon-
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gono allo sviluppo delle infrastrutture immateriali? «Come in tutti i settori in espansione, non è facile comprendere e prevedere con certezza i benefici che la banda larga porterà alle aziende. Tuttavia Confindustria Alessandria è convinta delle sue grandi potenzialità e si è subito messa in moto. Grazie alle spinte per l'innovazione promosse da Confindustria centrale, stiamo portando avanti un progetto che opera su due fronti complementari. Da una parte, attraverso il censimento e la mappatura dell'esistente, si vuole comprendere i fabbisogni degli imprenditori; dall’altra, assieme a Telecom Italia, stiamo individuando le aree a digital divide, cioè quelle in cui nessuno vuole investire perché sono a fallimento di mercato. Una volta avuto il quadro completo del territorio ci interrogheremo su quali potranno essere le soluzioni per finanziare le infrastrutture. In questa fase preliminare non abbiamo riscontrato nessun ostacolo. Aspettiamo di procedere e portare a termine gli obiettivi prefissati». Sempre a proposito di innovazione, quali sono le punte d’eccellenza dell’economia locale che vi investono di più? «Le piccole imprese, un po’ per ragioni culturali e un po’ per reali impossibilità, non hanno ancora interiorizzato il valore dell’innovazione. Tuttavia, grazie a una vocazione industriale polifonica che caratterizza la nostra provincia, c’è un continuo scambio di stimoli. In questo modo le eccellenze riescono a trainare i settori più refrattari. Confindustria ha creato un team dell’innovazione e, attraverso la promozione di convegni e seminari tematici, sta mettendo in circolo idee e nuove prospettive. L’innovazione è alla portata di tutte le azienda, basta solo saperne cogliere le opportunità». PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 103
IL COMPARTO INFORMATICO
Mai più frammentati sul mercato ICT
L’
innovazione, si sa, è ormai un obiettivo perseguibile soltanto se sostenuti da una rete collaborativa e integrata. «L’informatica in Italia è un settore, per certi versi, ancora artigianale». A osservarlo è Stefano De Capitani, direttore generale del CSI-Piemonte, il Consorzio per il Sistema Informativo, che illustra i progetti che costituiranno il cambiamento strutturale del primo agglomerato italiano che, utilizzando fondi pubblici, sostiene una delle regioni con il comparto IT più florido d’Europa. «Quello che stiamo cercando di reinterpretare è il nostro Il direttore generale del CSI-Piemonte ruolo verso le aziende del settore informatico. InStefano De Capitani tendiamo passare da un rapporto basato fondamentalmente su un sistema cliente-fornitore, all’interno del quale le imprese piemontesi ci hanno sempre considerato come uno dei clienti cui fornire servizi, a una dimensione più costruttiva, che consenta alle Pmi di vedere in noi un partner capace di sostenerle nello sviluppo delle competenze e dei prodotti». Come avverrà questo passaggio? «Si parte eseguendo una mappatura dei servizi che eroghiamo alle imprese locali per poi riorganizzarci, al nostro interno, con dei centri di competenza settoriali. Ognuno di questi apporterà quelle capacità tecniche utili a gestire al meglio i processi di sviluppo delle aziende. In pratica forniamo tutti quegli strumenti necessari per 104 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
Utilizzare la spesa pubblica a favore di una politica industriale tesa a far crescere e cooperare le aziende del territorio. Questo l’obiettivo futuro del CSI-Piemonte per le imprese del comparto informatico, come spiega Stefano De Capitani Paolo Lucchi
specializzarsi, elevando il livello della filiera. CSI deve favorire questa logica tra gli attori del suo indotto, mettendoli anche in connessione e permettendo loro di esportare le produzioni, in questo caso software, in tutta Italia e all’estero». Lei ha dichiarato di voler trasferire all’esterno il vostro modello organizzativo, puntando a raddoppiare in cinque anni il valore economico re-distribuito alle imprese. «Proprio per questo stiamo uscendo dalla logica di mero acquisto, indifferenziato, di servizi. Punteremo a una sempre maggiore selettività. Il CSI, oggi, è la più grande azienda di informatica pubblica, se la si misura in termini di numero di dipendenti. Mentre dal punto di vista del volume di affari non siamo i più grandi. E questo è un grave difetto. Il consorzio potrebbe fare molto di più. Senza aumentare la nostra struttura interna, infatti, sarà utile avvalersi in maniera più intelligente, oltre che sempre più frequentemente, delle aziende esterne. E per fare questo un modello basato sulla cooperazione è fondamentale». Come si strutturerà questa collaborazione a rete? «Innanzitutto sulla creazione di agglomerati basati su rapporti contrattuali, naturalmente non di carattere societario, in grado però di rafforzare la capacità delle aziende di collaborare tra di loro e, di conseguenza, di essere più forti e com-
Cooperazione
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Intendiamo migliorare la qualità della partnership con le aziende che lavorano con noi, elevando il livello della filiera ICT
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petitive». Dunque ci si allontana dalla logica “frammentaria” della filiera. Quali ostacoli, però, state incontrando, vista questa peculiarità critica del tessuto su cui agite? «Certamente frammentazione è sinonimo di aziende sottodimensionate e, conseguentemente, sottocapitalizzate. Intendiamo sciogliere questo nodo, anche perché in Piemonte vantiamo una classe imprenditoriale eccezionale. Le idee ci sono, così come il potenziale e la voglia di fare. Basta uscire dal proprio orto e iniziare a fare squadra. Non a caso abbiamo iniziato una collaborazione significativa con Confindustria e, nello specifico, con l’Unione degli Industriali di Torino, che ci sosterranno soprattutto nell’esportare le produzioni IT sui mercati internazionali. Sono già partiti progetti importanti con
Sud America ed Est Europa». Il CSI piemontese è, fino ad ora, un caso unico in Italia. Esistono modelli simili in altre regioni, ma sono tutte società per azioni. Quali sono le differenze tra le due formule? «Quella della società per azioni, rispetto al nostro schema, ritengo sia una soluzione meno valida. Il grande consorzio ha il vantaggio di mettere attorno al tavolo molti soci, nel nostro caso circa 90 enti pubblici, creando un ritrovo permanente in cui le Pa condividono e ragionano su progetti che hanno a che fare con lo sviluppo del settore. Laddove invece ci sono realtà strutturate in forma di società per azioni si incontrano logiche e meccanismi partecipativi più deboli. Non solo, l’essere un ente pubblico rappresenta una garanzia per i nostri fornitori. Certo, con le Pa i tempi di pagamento sono piuttosto lunghi, ma certi. E in un periodo come questo lavorare per una realtà come la nostra è un fattore di stabilità che induce le banche a concedere maggiore credito alle imprese. Il CSI sta, tra le altre cose, collaborando anche con Banca Intesa proprio per elaborare nuove forme agevolative per le aziende del settore».
15% SAVING
Questa la cifra percentuale, pari a circa 18 milioni di euro, risparmiata nell’ultimo anno sulle spese del CSI a seguito di una politica di razionalizzazione ed efficientamento della struttura
mln NEL 2009
È l’ammontare in euro delle commesse ottenute lo scorso anno dalle aziende informatiche piemontesi in Italia, grazie alle opportunità di gara segnalate dal CSI
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COMUNICAZIONI TELEFONICHE
Comunicazione via legno I pali telefonici che disegnano le vie di comunicazione delle nostre città sono ancora in legno. 12 milioni sono attualmente in linea solo con la Telecom. Giorgio Chiarva racconta le dinamiche del mercato e di una partnership oltreoceano Adriana Zuccaro
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ntrando nella città di Cuneo, venendo da Mondovì, si passa sul ponte sul torrente Gesso, «sulla riva del torrente, in entrambi i lati del ponte, si possono osservare immense cataste di tronchi di legno con un’estensione che stupisce. Quelli però non sono tronchi bensì pali di legno per linee telefoniche». Il presidente e amministratore delegato di Stella, società attiva nella produzione e commercio di pali di legno, il dottore Giorgio Chiarva, figlio del fondatore dell’azienda Domenico Chiarva, descrive un mercato di cui l’immaginario collettivo quasi ignora l’esistenza per indurci a scoprire invece le grandi dimensioni e la necessaria importanza che tale realtà riveste, «partendo da cataste di pali e dal continuo via vai di camion». Per la realizzazione delle vie di comunicazione telefonica, si usano ancora i pali di legno? «Sì, per fortuna nostra e anche dell’ambiente. Basti pensare che solo la Telecom dispone di circa 12 milioni di pali in legno attualmente in linea e quindi la sola manutenzione comporta l’utilizzo di pali di legno, non certo di altro materiale. Inoltre il legno è un prodotto naturale rinnovabile. Quando i pali vengono dismessi, se ancora buoni, vengono restituiti alla Telecom oppure utilizzati per lavori in campagna come sostegni per le reti antigrandine, ad esempio, per il consolidamento dei terreni o per altro ancora. Quando invece non sono più riutilizzabili vengono inviati in Germania, destinati a sistemi di produzione di energia. In definitiva, del palo di legno non si butta niente». 110 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
Che tipo di dinamiche di mercato percorre un’azienda produttrice di pali di legno? «In Italia siamo rimasti i soli e in Europa i produttori di pali sono sempre meno. Il nostro acerrimo concorrente è rappresentato dal mondo della tecnologia ed è quasi imbattibile. Le linee su palo sono quasi esclusivamente in campagna, perché nei centri abitati i cavi corrono sottotraccia oppure tesati tra una costruzione e l’altra; quindi se la linea deve raggiungere una casa isolata in campagna molte volte è più economico o rapido collegarsi con un cellulare. A quel punto la linea viene smantellata e non più ricostruita. Sono queste le ragioni “tecnologiche” che giustificano il netto calo del consumo di pali in legno nelle vie di comunicazione telefonica: il milione di pali utilizzati ogni anno dalla SIP negli anni ’60 oggi oscilla tra soli 150 e 200 mila».
Sopra, Giorgio Chiarva e Franco Gasco, rispettivamente presidente e Ad della Stella Spa, presso lo stabilimento di Cuneo stellacn@stallaspa.it
Strumenti
Stella-Jones: partnership oltreoceano Anche se oggi la società Stella di Cuneo è definibile alla stregua di una multinazionale, molti anni fa quando la produzione in Italia iniziò a scarseggiare, la società volse lo sguardo all’estero e cominciò l’export. «Ma la lotta era durissima perché c’erano tanti produttori e poco mercato e poi i grandi clienti potenziali erano tutti in Nord Africa, Marocco, Libia, Siria, Turchia e Grecia – racconta il presidente, Giorgio Chiarva –. I nostri concorrenti erano i finlandesi e gli austriaci che disponevano della materia prima appena fuori dalla porta. Noi compravamo, e compriamo ancora, la materia prima da quegli stessi ai quali tentavamo di portare via le commesse. Ciò sembrava una missione impossibile fino a quando venne posta in vendita una società canadese molto aggressiva; raggiunto il contatto e portata a termine la trattativa, la comprammo insieme a un socio di minoranza scozzese». Oggi la Stella-Jones, dal nome dei due soci, possiede 23 stabilimenti tra Canada e USA, è quotata alla Borsa di Toronto e fatturerà quest’anno circa 600 milioni di dollari. In foto, vista aerea dello stabilimento di Bangor (Wisconsin, USA).
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In Europa i produttori di pali sono sempre meno. Il nostro acerrimo concorrente è rappresentato dal mondo della tecnologia
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Come è nata la scelta di investire in questo particolare settore? «Casuale come quasi sempre. Mio padre aveva ereditato una grande segheria a Verzuolo e durante la guerra decise di trasferirsi a Cuneo per allargare le proprie attività, ma proprio nel periodo della guerra conobbe un dirigente della S.I.P., Società Idroelettrica Piemontese, che gli suggerì di produrre pali per le linee del telegrafo. Mio padre iniziò così, subito dopo la guerra a produrre pali impregnati con creosoto e fece quasi tutte le linee della provincia. Poi si passò al telefono e la produzione di pali in legno con gli anni ebbe la prevalenza sul resto. La concentrazione dell’investimento aziendale sui pali telefonici avvenne di conseguenza». A quale altro settore è destinata la vostra produzione?
«In Italia la nostra produzione è totalmente destinata ai pali per Telecom. Mentre in Canada e negli Stati Uniti il 60% dei nostri piani di produzione è destinato alla realizzazione di traverse ferroviarie in legno. E se per molti appare paradossale che nel XXI secolo si lavori ancora con il legno anche per il settore ferroviario, allo stesso modo stupirà sapere che solo la Stella produce circa 5 milioni l’anno di traverse in legno, e non siamo i primi al mondo. Circa il 30% della nostra produzione è di pali; il resto si chiama “industrial lumber”, nonché segati destinati all’edilizia e alle costruzioni in genere, alla realizzazione di guard rail, ponti, e altro ancora».
23 STABILIMENTI Tra Canada e Stati Uniti. La Stella-Jones è una delle poche società produttrici di pali di legno rimasta al mondo
PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 111
AUTOMOTIVE
Chi dice no alla delocalizzazione La Trafime, azienda siciliana leader nella produzione di componentistica per auto, apre un nuovo e supertecnologico stabilimento piemontese. Frutto dell’oculata politica del suo titolare, Riccardo Coffa, che punta alla capitalizzazione e alla razionalizzazione dell’impresa Andrea Moscariello
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sservare la crisi come fosse un’opportunità. Una fase in cui il mercato, fungendo da filtro, lascia sul campo soltanto le aziende migliori. E ribadire, dopo oltre quarantacinque anni di vita nel mondo dell’impresa, i concetti di razionalizzazione, diversificazione e, soprattutto, precisione.
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Parole apparentemente banali, ripetute innumerevoli volte su giornali finanziari, analisi economiche, dibattiti televisivi in cui si è discusso, con spargimento di populismo, del crollo del nostro tessuto produttivo. Ma sono osservazioni che assumono una certa rilevanza se a esprimerle è uno degli imprenditori di spicco del settore automotive. E lo sono ancora di più se, dopo aver fatto recuperare quota al suo storico stabilimento siciliano, questo si appresta ad aprire un nuovo impianto produttivo. Un’operazione dal valore di oltre 30 milioni di euro. Soldi che non andranno verso Paesi in via di sviluppo o in qualche area dell’Est europeo. Bensì in Piemonte, a Carmagnola. Riccardo Coffa, titolare della Trafime di Catania, ha saputo far riconoscere l’eccellenza dei suoi sistemi e dei suoi operai alle maggiori case automobilistiche del mondo. Chrysler, General Motors, Mercedes, Bmw, Volkswagen, Fiat, Peugeot-Renault, solo per citare le più importanti. Una produzione di milioni di componenti fondamentali alle case produttrici di auto. «Per favore, però, non chiamatemi imprenditore, mi sono sempre sentito alieno rispetto a questa categoria» afferma con ironia Coffa. E, in effetti, si percepisce subito il fatto di non avere a che fare con il solito capitano d’industria. Sintetico, senza troppi fronzoli, spontaneo
Riccardo Coffa, presidente della Trafime
Componentistica
Puntando all’automazione Parte nel 1967 l’esperienza alla base del successo della Trafime Spa. Specializzata nella tranciatura fine e nella tranciatura di componenti per l'industria automobilistica elettronica e per la produzione dei ponteggi, questa realtà è partita dalla Sicilia alla conquista dell’intero mondo dell’automotive. La formula organizzativa mai abbandonata dal suo titolare, l’intraprendente Riccardo Coffa, sta principalmente nella volontà di investire costantemente in innovazione, a partire dal parco macchine. Ne è un esempio la tecnologica attrezzeria dell’azienda, dotata di un centro lavoro completamente automatizzato supportato da un sistema CAD-CAM. E ancora più all’avanguardia sarà il nuovo stabilimento di Carmagnola, in Piemonte, anche questo composto da alcuni dei più efficienti sistemi di automazione mai montati in Italia. www.trafime.it
e diretto tanto con i dirigenti, quanto con l’ultimo operaio giunto in fabbrica, difficilmente lo si sentirà parlare di logiche finanziarie complesse o di scelte politiche. Sono le azioni, quelle concrete, ad aver plasmato il suo successo. La Trafime ha recuperato in maniera sensibile il calo avvenuto nel 2009. «Nel momento maggiore della crisi, in effetti, avevamo perso il 35% del fatturato. Nel 2010 però abbiamo recuperato il 30%. Sono in pochi a poterlo dire». E soprattutto sta investendo in Italia, più precisamente in Piemonte. Come mai non ha scelto anche lei la strada della delocalizzazione? «Perché chi vuole realmente creare e lavorare con tecnologia ad alto livello non ha convenienza ad andare all’estero. Perché mai dovrei passare anni a pagare ingegneri per mandarli oltre confine a trasmettere un know how in paesi che non hanno mai avuto cultura tecnologica?». Eppure molti suoi competitor sono attratti dal basso costo del lavoro. «Per quanto mi riguarda questa è solo in parte la causa di questa fuga di imprese verso l’estero. Da italiano, a mio parere, il nostro problema maggiore deriva dalla classe dirigente e dai sindacati. Ci stanno rendendo impossibile lavorare. Il costo del lavoro, se si produce come si deve, si assorbe eccome. Il mio caso, così come quello di altre migliaia di aziende, ne è la dimostrazione». Messa da parte la delocalizzazione. Qual è, allora, la sua formula per mantenersi e crescere sul mercato? «Innanzitutto occorre razionalizzare e, di conseguenza, terziarizzare. Molte imprese negli anni hanno continuato ad assumere personale su personale, scegliendo di ingrandirsi realizzando tutto al proprio interno. È chiaro però che in questo modo al primo traballamento di mercato si crolla. In un paio di mesi ci si gioca tutto il capitale messo da parte. Con la Trafime, invece, scelgo da sempre di rivolgermi a tutta una serie di imprese esterne che, magari utilizzando dei nostri macchinari in comodato d’uso, eseguono dei lavori in maniera precisa con dei costi sicuri. UU PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 113
AUTOMOTIVE
UU Questo meccanismo ci garantisce flessibilità e crea indotto economico per il territorio. E soprattutto non ci ha portato a compiere il famoso passo più lungo della gamba». Dunque una vera e propria rete di imprese Nelle immagini, che collaborano? alcuni interni e macchinari della «Esatto. Moltissime realtà, anche artigiane, che Trafime di in Sicilia sono gestite perlopiù a livello familiare, Misterbianco (Ct) lavorano per noi da anni. E poi, lo dico sinceramente, ho sempre creduto che le imprese gestite da poche persone siano le più stabili e sicure. Per cui più che ingrandirmi, ho preferito scegliere i fornitori giusti, i supporti migliori». Il vostro core business è la componenti114 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
stica per l’auto. In questo l’innovazione tecnica riveste un ruolo prevalente. «Si investe moltissimo e ovviamente ci si adegua a tutti i parametri necessari per ottenere gli standard e le certificazioni di qualità. Bisogna porsi dei parametri rigidissimi. Tanto per intenderci, il numero di pezzi fallati nelle nostre produzioni è praticamente pari a zero. Ma non perché siamo dei fenomeni. È la tecnologia che ce lo permette. Da anni ho investito affinché le nostre linee di produzione operino con dei parametri rigidissimi. In questo il laser ci ha aiutato. In pratica ogni pezzo subisce una radiografia. E se presenta un dato anche minimamente fuori parametro viene immediatamente scartato. Questo è fondamentale perché lavorando per le auto, quando ad esempio produciamo componenti per le cinture, agiamo sulla sicurezza e la vita delle persone. Non si possono tollerare errori». Tornando al nuovo stabilimento di Carmagnola, quali vantaggi porterà?
Componentistica
«Tanto per cominciare registreremo un saving sui trasporti notevole. Inoltre mi è convenuto creare uno stabilimento da zero, anziché ristrutturarne uno vicino a Catania. In questo modo ho potuto creare un’unità produttiva con le più alte tecnologie e con una struttura studiata appositamente per permettere un’automazione e una velocità nei processi lavorativi come non avevo mai visto prima. Certo, è stato un grandissimo investimento, ma ora potremo permetterci un quantitativo e una qualità nelle componenti prodotte che non ho mai osservato neppure in paesi all’avanguardia come Germania o Stati Uniti». Il puntare alla diversificazione produttiva non comporta, però, dei costi eccessivi per le vostre linee? «In passato avrei risposto di sì. Ma oggi, grazie anche ai macchinari che hanno prodotto alcune aziende con cui collaboriamo, utilizziamo linee estremamente flessibili, che lavorano sia per pro-
30% CRESCITA
Questa, all’incirca, la crescita di fatturato dell’azienda nei primi mesi del 2010. Un recupero sul calo dovuto alla crisi di settore del 2009
30 MLN
A 30 milioni di euro corrisponde l’investimento effettuato per l’apertura della nuova sede in Piemonte, a Carmagnola
durre cento pezzi così come 10 milioni. Oggi non si riesce, del resto, a programmare il magazzino. Bisogna lavorare just in time anche con i grandi nomi dell’industria automobilistica. Ricordo che, come dicono gli americani, le tre regole d’oro del mercato devono essere “the price, the quality, the delivery”. Tradotto, il prezzo, perché non posso proporre listini “gonfiati”, altrimenti perderei tutti i committenti, la qualità, perché resta, inutile dirlo, la vera salvezza per le aziende, e il servizio, che si permea soprattutto sulla flessibilità». Nel vostro ambito i maggiori investimenti arriveranno da clienti esteri o italiani? «Il nostro lavoro è rivolto soprattutto all’estero. Sono rimasti pochi produttori in Italia, anche se ovviamente il distretto piemontese è strategico». Quali sono le sue prospettive per il futuro? «Sulla Trafime sono tranquillo. Ora in Sicilia abbiamo una squadra di 60 lavoratori. E considerando che fatturiamo circa 30 milioni di euro all’anno, significa che per ogni singola persona si creano 500 mila euro di introito. Direi che non ci si può lamentare. Inoltre, ripeto, il nuovo stabilimento piemontese sarà un volano di sviluppo considerevole». Mentre per quanto riguarda, in generale, l’economia italiana? «Qui il tasto è sicuramente più dolente. La politica non aiuta e i sindacati, anziché garantire il potere d’acquisto ai lavoratori e, di conseguenza, uno stile di vita dignitoso, si perdono in polemiche sterili e inutili. Per questo, riallacciandomi al discorso di prima, le aziende italiane vanno all’estero. Perché in questo Paese bisogna combattere su tutto. Da un lato mi chiedo come facciano le persone a vivere con 1300 euro al mese, specie al Sud dove le famiglie sono a monoreddito, dall’altro trovo assurdo che se un’azienda lavora bene e produce debba lottare per far lavorare le persone un paio di ore in più. Se si attuano solo politiche dei diritti e non dei doveri le nuove generazioni assumeranno una cultura arrogante, affronteranno il mondo del lavoro credendo che tutto sia loro dovuto. Cerchiamo invece di essere più costruttivi, di rimboccarci le maniche e di migliorare il più possibile». PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 115
FINANZA
Uno sviluppo finanziario in “chiave industriale” Patrimonializzazione, compliance e trasparenza. Nunzio Chiolo illustra il futuro della Conafi Prestitò in un mercato che, dopo gli scossoni della crisi, potrà ripuntare alla crescita e alla riconquista della fiducia da parte degli investitori Carlo Sergi
S
econdo Assofin il tasso di crescita annuale composto si è attestato intorno al 19,5%. I volumi di mercato sulle cessioni del quinto hanno subito una botta d’arresto attribuibile certamente a più fattori. «Il contesto economico nazionale, la diminuzione dei consumi, oltre alla rivalutazione dei criteri per la concessione di credito da parte del sistema bancario influiscono fortemente. Per il 2010, però, ci attendiamo una stabilizzazione del settore anche grazie a un contesto macroeconomico più sereno che contribuisce a una maggiore visibilità sul futuro». A esporre tale previsione è Nunzio Chiolo, Presidente e Ad della Conafi Prestitò, un punto di riferimento nel mondo finanziario relativamente alla cessione del quinto e alla delegazione di pagamento. Secondo Chiolo, il Nunzio Chiolo, presidente e Ad della mondo dell’intermediazione finanziaConafi Prestitò ria ha risentito della recessione analowww.conafi.it gamente ad altri settori. «Tuttavia, come noto da luglio 2009, la rinnovata attenzione da parte delle Autorità di Vigilanza sul mercato del credito al consumo, e in particolare sugli intermediari finanziari attivi nel nostro business della cessione del quinto, ha destato l’interesse degli investitori» spiega l’esperto. I
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dati di questo primo semestre relativi al credito al consumo in Italia evidenziano una flessione rispetto allo stesso periodo nel 2009. Conafi Prestitò, intanto, ha reso note le sue prospettive di crescita. In cosa consistono? «Il nostro piano strategico, presentato in Borsa Italiana lo scorso 14 luglio, si articola su tre linee strategiche che prevedono lo sviluppo della linea retail, che punta a una significativa crescita dei volumi nella cessione del quinto; la valorizzazione degli investimenti effettuati negli ultimi due anni nel settore corporate, attraverso l’acquisizione di boutique finanziarie con importanti network e significative competenze; una gestione attiva della nostra dotazione patrimoniale in essere. In particolare lo sviluppo della linea retail si baserà su un modello distributivo incentrato sulla figura dell’agente monomandatario che rappresenterà il soggetto di riferimento sul territorio». In particolare quali sono le sue previsioni per il settore corporate? «Si tratta di un ambito nel quale abbiamo già investito e spesato interamente le attività eseguite. Intendiamo crescere con tassi significativi e ricavi netti che secondo le nostre aspettative
Prospettive di crescita
I numeri del gruppo Quotata dal 2007 presso Borsa Italiana, Conafi Prestitò ha intrapreso un percorso di diversificazione operativaampliando la sua offerta rivolta a famiglie e imprese. Un modello di business che si struttura su tre livelli: la società prodotto, le piattaforme gestionali di proprietà e le reti distributive. I ricavi netti previsti da parte della società prevedono una crescita che toccherà quota 21,4 milioni di euro nel 2011, 26,6 milioni nel 2012 e 30,9 milioni nel 2013. Un piano decisamente ambizioso, ma che può essere sostenuto anche grazie a una gestione sempre più attiva delle risorse del gruppo, che al 30 giugno 2010 vantava una liquidità finanziaria netta pari a 55 milioni di euro. Nel settore corporate, in particolare, si prevede una crescita dei ricavi netti, prevedendo di raggiungere la cifra di 7,2 milioni di euro nel 2013.
rappresenteranno oltre il 20% del business nei prossimi anni. Allo sviluppo del settore corporate contribuirà la nostra piattaforma informatica di proprietà Tuttoconsulenzeweb, che integra puntualmente le società prodotto alla nostra rete distributiva. Inoltre intendiamo sviluppare l’offerta di servizi innovativi mediante la strutturazione di garanzie di confidi in pool che offrirà alle imprese piccole e medie l’opportunità di usufruire di questo importante strumento finanziario per pianificare la loro crescita». Cosa caratterizzerà il vostro passaggio da una gestione “inerziale” a una più “attiva” delle risorse finanziarie? «L’obiettivo è quello di iniziare a impiegare la nostra liquidità in chiave industriale a supporto della crescita organica del core business. Ciò significherà in particolare offrire garanzie a fronte di plafond e ricercare opportunità di investimento sul mercato secondario a elevato rendimento atteso e significativi ricavi up front. Ad ogni modo rimaniamo cauti e valuteremo ad hoc le opportunità che si presenteranno nel futuro». PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 137
LOTTA ALL’EVASIONE
Contro l’evasione fiscale di massa Sanare il debito pubblico e vincere l’evasione fiscale. Queste, secondo Giovanni Ansaldi, le premesse fondamentali per attuare un piano di riduzione della pressione tributaria, che in Italia ha raggiunto livelli di guardia Eugenia Campo di Costa
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a recessione sembra essere alle spalle, ma la situazione economica in Italia rimane ancora incerta. Il nostro paese cresce meno degli altri. Lo confermano i dati: il Pil quest’anno è cresciuto appena dell’1,2%, mentre la previsione per l’anno prossimo è dell’1,3% anziché dell’1,6% come precedentemente stimato. Sotto, il dottor Giovanni Ansaldi che esercita ad Alba (Cn). Anche Emma Marcegaglia, presidente di Nella pagina a fianco, in alto, Confindustria, nel recente seminario del lo staff dello studio Centro studi di viale dell’Astronomia, insiwww.studioansaldi.it stendo sull’importanza di necessarie riforme, ha constatato come la pressione fiscale in Italia abbia raggiunto i massimi livelli storici, e sia tra le più elevate nell’Unione europea. «Serve un progetto complessivo per ridurre la pressione fiscale su imprese e lavoratori – ha evidenziato la Marcegaglia -. Speriamo in un contesto in cui le tasse possano essere ridotte, ma anche a parità di gettito occorre intervenire su aziende e lavoro, utilizzando anche il recupero dell’evasione». In un tale scenario, è evidente come il ruolo dei commercialisti sia di grande responsabilità. «Stiamo vivendo importanti questioni di carattere generale – afferma Giovanni Ansaldi, 138 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
noto commercialista della provincia cuneese -, prima fra tutte quella del fisco, rispetto alla quale la categoria dei commercialisti sente anche la responsabilità nel ruolo tecnico, non soltanto in materia fiscale, ma anche sulle dinamiche economico-finanziarie che governano i principi di sostenibilità di ogni bilancio: da quello di una piccola famiglia a quello di una grande società per azioni, fino al bilancio dello Stato». Il nostro paese ha bisogno di una riforma del sistema fiscale? «L’Italia ha senza dubbio bisogno di una riforma fiscale. Ne ha bisogno in senso quantitativo, perché la pressione fiscale è arrivata nell’anno 2009 al nuovo record del 51,57% contro il 50,77% del 2008, ponendoci al di sopra di quei paesi che possono vantare un livello di servizi e di assistenza ai cittadini superiori al nostro. Ve ne è bisogno anche in senso qualitativo, in quanto le riforme fiscali risalgono ai primi anni settanta e gli interventi normativi succedutisi nel tempo hanno prodotto un sistema disorganico e hanno inoltre generato sperequazione tra i cittadini». Come sarebbe possibile ridurre la pressione fiscale? «Non è possibile pensare a una riduzione della pressione fiscale senza fare prima una riflessione sui conti pubblici. Il peso del debito pubblico che si trascina da decenni impedisce di attuare politiche più efficaci in momenti di crisi come que-
Il redditometro
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Dopo la parentesi discendente degli studi di settore, utili ma non decisivi per misurare lo scostamento reale dei redditi delle imprese, torna centrale lo strumento accertativo del redditometro
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sto. L’altra direttrice su cui si deve agire è la lotta all’evasione fiscale; una battaglia che negli ultimi anni è diventata oggettivamente più efficace, ma che non impedisce all’Italia di essere ai primi posti nella infelice graduatoria delle maggiori economie sommerse». Sul fronte della lotta all’evasione, quali sono le iniziative in campo? «Il redditometro ad esempio, che se opportunamente riveduto e corretto, potrebbe essere la vera arma vincente dell’evasione fiscale di massa». Di che cosa si tratta nello specifico? «Dopo una parentesi discendente degli studi di settore, utili ma non decisivi per misurare lo sco-
stamento reale dei redditi delle imprese, torna centrale lo strumento accertativo del redditometro, ovvero lo strumento che fornisce una prima stima del reddito sinteticamente attribuibile alla persona fisica, in base alla misurazione di elementi indicativi o di circostanze di fatto certe, sulla capacità contributiva del soggetto intestatario o utilizzatore di determinati beni, ad esempio l’acquisto di un bene immobile, di una autovettura, la disponibilità di una residenza secondaria». Come opera la sua struttura nella gestione delle informazioni per gli strumenti accertativi? «Per quanto riguarda gli studi di settore, giustifichiamo sistematicamente la mancata congruità del reddito all’interno del modulo ministeriale, affinché l’amministrazione finanziaria abbia sin da subito le motivazioni che non hanno consentito di raggiungere i ricavi minimi ammissibili. Per quanto riguarda il redditometro, abbiamo avviato un monitoraggio completo di tutte le informazioni e gli indici di capacità contributiva, integrati alle informazioni della dichiarazione dei redditi». Una grande quantità di informazioni, che immagino richiedano un costante aggiornamento. «Uno strumento che permette di essere costantemente aggiornati è il nostro sito internet, tramite il quale diffondiamo in modo tempestivo le novità legislative e fiscali e tramite il quale acquisiamo le informazioni da parte dei clienti, attraverso l’area riservata del sistema contabile o delle paghe e contributi».
51,57 FISCO Questo il dato percentuale relativo al nuovo record raggiunto nel 2009 dalla pressione fiscale in Italia. Nel 2008 era al 50,77%
1,2 PIL Questa la crescita percentuale del Prodotto Interno Lordo italiano nell’ultimo anno. Per l’anno prossimo si prevede una crescita pari all’1,3%
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IL RECUPERO DEL CREDITO
Sulla tempistica si gioca il recupero del credito Il Piemonte vanta uno dei sistemi giudiziari più rapidi del Paese. Un vantaggio significativo per tutte quelle Pmi che intraprendono azioni legali per il recupero del credito. Ma, come spiega Monica Romano, con i debitori la strategia migliore resta quella preventiva Andrea Moscariello
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L’avvocato Monica Romano esercita a Torino
are impresa è sinonimo tanto di rischio, quanto di opportunità. L’economia contemporanea ha posto nelle mani delle aziende un’arma a doppio taglio, il mercato, destreggiabile unicamente da coloro i quali sanno valutare i rischi, pianificare gli aspetti fiscali e, oggi più che mai, gestire oculatamente il credito. Gestire, ma soprattutto recuperare. Garantire la liquidità e, di conseguenza, il flusso dei pagamenti, non è più un’equazione scontata. E a testimoniarlo sono le categorie professionali, chiamate ad assistere il tessuto imprenditoriale italiano lungo la strada che porterà, si spera, alla tanto agognata ripresa. «È necessario che le aziende si affidino a validi consulenti in ambito sia fiscale che legale. Ciò consente loro, in via preliminare e con maggiore consapevolezza, di poter conoscere e ponderare rischi e vantaggi delle loro azioni». Monica Romano parla certamente con cognizione di causa. Il legale torinese, infatti, è oggi una delle maggiori esperte di recupero del credito. Un’attività che l’ha coinvolta nelle dinamiche di sviluppo, e in periodo di crisi anche di sopravvivenza, di nume-
Fabrizio Argonauta
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rosi attori dell’economia piemontese. Si impegna costantemente nel diffondere l’importanza della consulenza preventiva, che «mira ad evitare errori e leggerezze, e a tutelare, quanto più possibile, l’azienda da problematiche future». In questo contesto si inserisce anche l’attività di sensibilizzazione che l’avvocato Romano esercita affinché le imprese tengano costantemente sotto controllo i flussi di denaro relativi ai pagamenti delle fatture emesse. Perché un punto così importante per l’economia d’impresa necessita di una così forte opera di sensibilizzazione, se vogliamo, culturale? «Perché, se nelle grandi aziende il credito viene sempre più sorvegliato attraverso programmi dedicati, che fotografano e memorizzano la storia di ciascun cliente estraendo automaticamente le posizioni da gestire per il recupero, in quelle medio piccole è attività spesso trascurata. Con il risultato che ci si accorge dell’esistenza di insoluti solo quando la loro entità diventa tale da avere una sensibile ricaduta nella sfera finanziaria dell’azienda». Dunque la tempistica riveste un ruolo fondamentale? «La tempestività nell'azione di recupero garantisce senz’altro maggiori possibilità di realizzo del credito, e induce altresì il debitore a preferire nei pagamenti, per il futuro, l'azienda che
Monica Romano
sa essere vigile e attenta a individuare la situazione di insoluto». Quali sono le modalità più efficaci per il recupero? «Dipende dall’azienda e dalla natura del credito. A volte si predilige l'azione giudiziale, altre volte la stragiudiziale anche se, non di rado, partendo dall’aula si finisce con il risolvere il contenzioso al di fuori del tribunale. La scelta iniziale viene comunque eseguita sull’analisi di un duplice presupposto. Da un lato le esigenze dell'azienda creditrice, che ha necessità di lavorare il credito con velocità per chiudere le relative posizioni, potendo così portare a perdita le somme non recuperate trasformatesi in un costo. Dall'altro le reali possibilità dell'azienda debitrice, perché è inutile insistere con un'azione legale quando il debitore non ha il denaro; in questo caso è meglio accettare un pagamento in una percentuale a stralcio, anche bassa, piuttosto che continuare ad aumentare i costi dell'azione laddove è ragionevolmente prevedibile che il credito non verrà recuperato. Certo è che per le aziende di medie-grandi dimensioni i numeri richiedono una massificazione nell'avvio delle azioni che verranno poi valutate singolarmente solo successivamente, nel corso del loro svolgimento». Lei, personalmente quale strategia predilige?
La mediazione mira ad accelerare i tempi di risoluzione delle controversie attraverso una procedura stragiudiziale breve, al massimo 4 mesi. L’obiettivo è riportare in primo piano le parti e i loro reali interessi
«Ritengo che la prospettiva di un componimento bonario sia la via in assoluto da preferire laddove emerga, sin da subito o nel corso dell'azione legale, che il mancato pagamento del credito sia riconducibile a contestazioni sulla prestazione fornita dall'azienda creditrice. In questo caso sono convinta, e l’esperienza mi dà ragione, che il cliente, anche se in principio appare restio, risulta poi soddisfatto constatando che la velocità di chiusura della posizione gli ha consentito di risparmiare energie, costi e risorse che un contenzioso civile, tra l’altro dall’esito incerto, avrebbe certamente richiesto». Anche il legislatore punta a favorire le PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 143
IL RECUPERO DEL CREDITO
Un programma ad hoc Lo Studio Legale Romano si occupa di recupero legale da circa vent’anni. L’obiettivo perseguito è poter garantire rapidità, flessibilità e personalizzazione nella modalità di gestione del credito. Le aziende richiedono aggiornamenti continui sullo stato delle posizioni affidate che devono poter essere estratti in tempi rapidi ed essere forniti già elaborati. Tutto ciò avviene attraverso una gestione informatizzata di questo tipo di azioni. La struttura si avvale infatti di un programma specifico realizzato ad hoc sulla base di precise indicazioni frutto sia dell’esperienza maturata nel tempo che del rapporto con le diverse realtà aziendali. Questo programma consente in sostanza al legale di avviare le azioni con tempestività anche in caso di affidamenti massivi, di scadenziare la successione delle attività da eseguire in relazione ad ogni singola posizione evitando inutili ritardi e di mantenere il controllo sui crediti gestiti in tempo reale. L’avvocato Monica Romano è inoltre Conciliatore Specializzato ed è accreditata presso il Ministero di Grazia e Giustizia con l’Organismo di Conciliazione AEQUITAS ADR, cui è affiliata.
Fabrizio Argonauta
www.avvocatoromano.net
risoluzioni attraverso strumenti stragiudiziali. Su tutti da ultimo quello della mediazione. Qual è il suo giudizio in merito? «La mediazione, da esercitare attraverso organismi qualificati e accreditati presso il Ministero di Grazie e Giustizia, mira proprio a questo: accelerare i tempi di risoluzione delle controversie attraverso una procedura stragiudiziale decisamente breve, al massimo quattro mesi. L’obiettivo di questo strumento è di riportare in primo piano le parti e i loro reali interessi, spesso persi di vista nelle lungaggini del processo civile e, in quest’ottica, perseguire il componimento della vicenda che avrà tanto più 144 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
successo quanto più la mediazione sarà riuscita a rendere possibile il rinnovarsi di collaborazioni future tra le parti. Personalmente sono certa che un tale strumento, se utilizzato con serietà e professionalità, si rivelerà estremamente utile». Analizzando il tessuto economico della sua regione, quali criticità emergono? «Devo dire che in Piemonte l’autorità giudiziaria svolge il proprio lavoro secondo tempistiche decisamente più rapide rispetto a molte altre regioni, soprattutto del Sud. In particolare il Tribunale di Torino è stato più volte citato sui media come modello da seguire per l’introduzione di sistemi di riorganizzazione e best practices che nel nostro capoluogo hanno dato concreti risultati in termini di efficienza. In quest’ottica le aziende che hanno la propria sede legale sul territorio, e di conseguenza possono radicare in regione l’azione per il recupero del credito, sono agevolate da tempi certamente più contenuti con possibilità di arrivare alla fase dell’esecuzione in 4 o 5 mesi dall’avvio dell’azione monitoria. È evidente che questo incide solo in parte sulla possibilità di riuscire a ottenere il pagamento del credito azionato, ma quantomeno non rappresenta un ulteriore ostacolo». Molte realtà si affidano a società di recupero crediti che, come era prevedibile, con la crisi si sono moltiplicate. Non c’è il rischio di ritrovarsi affiancati da attori poco esperti? «Parliamo di realtà che spesso vengono utilizzate dalle grandi aziende, in una fase preliminare, con l’obiettivo di ridurre il carico di posizioni da trasmettere poi allo studio legale. Certo è, però, che non si può pensare che l’attività di una società di recupero possa sostituire quella di un avvocato. Si tratta, come facilmente intuibile, di approcci radicalmente diversi dove il legale non si limita a svolgere un’azione di recupero, che peraltro ha comunque una valenza diversa, ma si estende a un rapporto più ampio di consulenza e assistenza nella modalità di gestione dell’azione, giudiziale o stragiudiziale che sia».
CONSULENZA E PMI
Potenzialità e limiti delle imprese Conoscere i propri limiti e le proprie potenzialità. Questo il dettame per le nuove generazioni di imprenditori, secondo Roberto Bertagna. Un’azione che implica l’affiancamento di professionisti oculati, capaci di trasmettere una visione d’insieme sul mercato e i suoi protagonisti Fabio Alisei
«L
a vera professionalità nel suo divenire, nel suo trasformarsi con il passare del tempo, consiste nel continuare a ricevere e ad apprendere con il massimo interesse». A parlare è Roberto Bertagna, una colonna portante della classe professionale novarese. Commercialista e revisore dei conti, sta per compiere i 40 anni di attività. Decenni in cui, come pochi altri, ha potuto scrutare e accompagnare la vita di numerose imprese locali, che tutt’oggi si rivolgono alla sua esperienza e lungimiranza. «La mia è una professione in cui occorre mettersi costantemente in gioco. E in cui non ci si può improvvisare. Ci viene Il dottor Roberto Bertagna richiesta una visione d’insieme, in grado all’interno del suo studio di contestualizzare ogni singola impresa di Novara non solo nel raggio d’azione del suo setsegreteria@bertagna.191.it tore di riferimento, ma anche in quello ben più vasto dell’andamento economico generale». Attenzione però, Bertagna non vuole certo sostenere quei professionisti che, anche a seguito della crisi, si improvvisano saccenti tuttologi dell’economia d’impresa. «Per dirla con le parole di Oscar Wilde: “Ci sono persone che sanno tutto e purtroppo è tutto quello che sanno”». Rispetto al passato la sua categoria è più vicina alle aziende? «Certo. Innanzitutto è necessario conoscere il vero “motore”
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della realtà da seguire. Vale a dire l’imprenditore a capo dell’azienda stessa. Conoscerlo non significa soltanto capirne i meriti, ma anche saperne ascoltare le aspirazioni per comprendere quanto di sé ha trasmesso all’azienda, attraverso quali scelte ha reso dinamica la sua attività. Solo studiando la storia è possibile fotografare il presente, con lo scopo di valutare il potenziale di cui è dotata la sua struttura. E tutto questo deve accadere prima di procedere a proiezioni future». Nel difficile contesto attuale, cosa può suggerire alle imprese per superare questo momento? «Un fattore che oggi può portare a migliori risultati è la possibilità di diversificare la propria attività nell’ambito della stessa impresa. Questo permette all’azienda non solo di sopravvivere, ma di affrontare eventuali nuove opportunità che si possono facilmente presentare in un mercato in continua evoluzione». Cosa le viene in mente pensando al futuro del tessuto imprenditoriale italiano? «Sicuramente il ricambio generazionale, il mo-
Il passaggio generazionale
Il ricambio generazionale è il momento fisiologico più importante per ogni impresa. Se il genitore ha saputo coinvolgere i figli lasciandoli maturare sotto una guida propositiva, allora è probabile che si crei continuità rispetto all’opera paterna
mento fisiologico più importante per ogni impresa. Date certe condizioni, le qualità necessarie per costruire un futuro migliore sono nelle persone stesse. Oggi si coglie, ancor più che in passato, una certa contrapposizione tra la generazione dei figli e quella dei padri. Ma se il genitore ha saputo coinvolgere la prole nell’attività di impresa, motivandola, tollerandone gli errori e trasformandoli in opportunità di crescita, lasciandola maturare sotto una guida propositiva, senza inibizioni infondate, allora è probabile che si crei continuità rispetto all’opera paterna. Assistere i clienti su questo tema è una delle attività che mi danno più soddisfazione: è di grande interesse studiarne gli aspetti istituzionali, nonché le modifiche negli assetti societari». Quale messaggio darebbe ad un giovane imprenditore che intende iniziare oggi la sua attività?
«Gli direi che prima di tutto è importante conoscersi. Chiedersi quali sono i propri pregi e quali i propri limiti. Essere consapevoli che la buona riuscita di un’impresa è principalmente in noi stessi. E per diventare consapevoli delle proprie forze e debolezze occorre l’aiuto del professionista di impresa, che ha il compito di accompagnare il giovane imprenditore nei suoi primi passi, non sostituendosi a lui, ma offrendogli tutta la disponibilità possibile. Deve consigliarlo e prospettargli fin dall’inizio, con estrema chiarezza, le conseguenze sui risultati che le scelte, dettate dalla sua “vocazione” imprenditoriale, comportano. Se c’è una cosa che ho imparato in questi quasi 40 anni di professione è che la chiave di tutto sta nel dare fiducia per ottenere fiducia. Questa è la base del mio modo di lavorare, è l’essenza della mia etica professionale, quell’etica che da sempre ritengo sacra». PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 147
SICUREZZA STRADALE
Nuovo codice della strada, stretta su alcol e minicar In estate è diventata realtà la nuova normativa sulla sicurezza stradale. Mario Valducci, presidente della commissione Trasporti della Camera, illustra le novità principali e gli obiettivi: «Il primo è la riduzione della mortalità sulle strade» Riccardo Casini
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opo un iter di quasi due anni, in estate è entrato in vigore il nuovo Codice della strada. Molte le novità per una legge approvata senza voti contrari dalle due aule parlamentari. Queste le principali novità: tolleranza zero sull’alcol per neopatentati e conducenti professionali, inasprimento del quadro sanzionatorio amministrativo e penale (impossibile riavere qualsiasi tipo di patente dopo il secondo omicidio colposo), ma anche rateizzazione delle multe oltre
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i 200 euro per i meno abbienti, destinazione dei proventi da autovelox alla manutenzione stradale e obbligo di omologazione per i T-red. E non solo, come spiega uno dei suoi fautori, il presidente della commissione Trasporti della Camera Mario Valducci. «Abbiamo trattato vari aspetti – spiega – che riguardano in primo luogo il guidatore, ma anche i controlli e i costruttori. Ad esempio c’è il tasso alcolemico zero per i neopatentati per i primi tre anni dal conseguimento della patente e per i professionisti della guida e accanto c’è il foglio rosa a 17 anni. Ci sono sanzioni severissime per chi altera una minicar o circola con una minicar “truccata” e l’obbligo di pratica e di conseguire una patente per guidare le stesse minicar, cosa che in precedenza non c’era. E ancora: l’educazione stradale prevista a partire dal prossimo anno scolastico; il divieto di somministrazione di bevande alcoliche dopo le 3 di notte per tutti i locali; controlli più frequenti e più accurati per gli ultraottantenni che rinnovano la patente; la possibilità di pagare le multe a rate; la destinazione di una quota rilevante delle multe in sicurezza stradale; la possibilità di essere licenziati per giusta causa se si guida sotto effetto di alcolici o di sostanze stupefacenti». Da una parte inasprimento delle sanzioni, dall’altra tutela dei diritti di chi sta alla guida, come nel caso dei provvedimenti su autovelox
A sinistra, Mario Valducci, presidente della commissione Trasporti della Camera
Mario Valducci
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La distrazione è una delle cause più frequenti di incidenti. Su 3 milioni e mezzo di incidenti i due terzi sono causati da errate condotte di guida
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e T-red. Quali sono gli obiettivi della legge? «Abbiamo cercato di dare un’organicità complessiva alle modifiche al Codice della strada, cosa non semplice, considerando che siamo andati a incidere su oltre 80 articoli del vecchio codice. Credo si possa affermare che il risultato sia un giusto equilibrio di pesi e contrappesi, di norme stringenti e altre che partono da un presupposto di fiducia nei confronti del cittadino, almeno finché non sbaglia. Un esempio per tutti: la possibilità di guidare tre ore al giorno, anche se la patente è sospesa. Non è certo una norma lassista, ma prevede che in casi particolari (estrema difficoltà di muoversi con i mezzi pubblici, oppure assistenza a un famigliare disabile) il prefetto possa autorizzare la persona a cui la patente è stata sospesa a circolare per un periodo massimo di tre ore al giorno. Ma c’è un prezzo da pagare: la sospensione della patente è aumentata di un numero di ore pari al doppio delle ore complessive per le quali è stata autorizzata la guida. E se si circola al di fuori delle ore concesse, si viene sanzionati come se si guidasse senza patente. Mi sembra una norma equilibrata e di buon senso». La legge contiene norme severe contro chi guida in stato di ebbrezza o sotto effetto di stupefacenti. Si tratta indubbiamente di una delle principali cause di incidenti. Ve ne sono però
anche altre, come colpo di sonno e uso del cellulare alla guida. Cosa è possibile fare in futuro per migliorare sotto questi aspetti? «Io ripeto sempre, quasi fosse un mantra, un concetto: il codice della strada è un cantiere aperto. Quindi i miglioramenti, le integrazioni sono sempre possibili e spesso benvenuti. La distrazione è una delle cause più frequenti di incidenti. Basti pensare che su oltre 3 milioni e mezzo di incidenti i due terzi sono stati causati da errate condotte di guida. Secondo una ricerca della Fondazione Ania, il 51 per cento degli intervistati ha ammesso di aver avuto un incidente dovuto alla distrazione. Bisogna dunque sensibilizzare i cittadini a una guida concentrata, perché sulla strada non si scherza. Altro fattore su cui lavorare è l’efficienza visiva dei guidatori. Se vedi male, quasi sicuramente guiderai male, con conseguenze nefaste per la sicurezza stradale. Quindi il mio invito è di controllare la vista con frequenza e, laddove necessario, munirsi di occhiali e lenti a contatto». Lei ha dichiarato che l’obiettivo della legge è abbattere il numero dei morti sulle strade. Quali sono le vostre realistiche aspettative in merito? «Il quadro complessivo degli incidenti va analizzato nell’ultimo decennio. È stato infatti nel 2000 che l’Unione europea si è data come obiettivo di ridurre del 50 per cento i morti in 10 anni. All’epoca ogni anno le vittime sulla strada in Italia erano 7.300. L’anno scorso sono state 4.700. Probabilmente non raggiungeremo l’obiettivo del 50 per cento entro fine anno, ma va detto che il risultato del 40 per cento, livello presumibilmente ottenibile a fine anno, è stato ottenuto grosso modo a partire dal 2003, da quando, cioè, è stata introdotta la patente a punti. Da allora la consapevolezza dell’importanza della sicurezza stradale è aumentata sensibilmente, anche grazie alle campagne condotte dai mezzi di comunicazione come il vostro. Mi auguro che con le misure presenti in queste modifiche del codice potremo continuare nell’opera di rendere le strade italiane più sicure». PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 161
SICUREZZA STRADALE
Per il Piemonte un miliardo di investimenti Il presidente di Anas Pietro Ciucci fa il punto sulla situazione delle strade in regione. Se le criticità maggiori vengono dai tratti montani, gli interventi di manutenzione ordinaria e ammodernamento riguardano la totalità del territorio Riccardo Casini
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uando si parla di sicurezza stradale non si fa riferimento solo ai comportamenti di chi guida, tra gli altri fattori, la manutenzione delle sedi stradali ricopre un ruolo importante. Pietro Ciucci, presidente di Anas, illustra quali sono gli interventi in programma in questo senso in Piemonte, partendo da una precisazione. «Con il decentramento amministrativo attuato nel 2001 e il trasferimento agli enti locali di circa il 50% della rete viaIn basso, Pietro Ciucci, presidente Anas; ria, l’Anas in Piemonte ha in gesopra, le barriere di sicurezza messe a stione diretta circa 720 km di norma sulla statale 21
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strade statali. In questa regione l’aspetto orografico è un elemento che fa la differenza: solo la metà di queste arterie si trova in territori pianeggianti e, come nel resto del Paese, anche in Piemonte vi sono necessità di ammodernamento con diversi livelli di priorità». A quanto ammontano gli investimenti? «Tra opere in corso, di prossimo avvio e programmate, l’Anas ha attivato investimenti complessivi per lavori di oltre 950 milioni di euro, compresi gli interventi di manutenzione, a cui si aggiungono 989 milioni di euro relativi all’Asti-Cuneo, 180 milioni di euro per Sitaf (traforo del Frejus), 120 milioni di euro per la A21 Torino-Piacenza, 80 milioni di euro per la tangenziale di Torino, ulteriori 310 milioni per il completamento dell’autostrada A4 nel territorio piemontese e oltre 2,4 miliardi di euro di investimenti della società mista tra l’Anas e la società di committenza della Regione, Concessioni autostradali piemontesi spa, che ha lo scopo di progettare e realizzare alcune infrastrutture autostradali». Ad esempio? «La Pedemontana piemontese (tratta BiellaA26 Casello di Romagnano-Ghemme e tratta Biella-A4 Torino-Milano casello di
Pietro Ciucci Arcss
Sinistri stradali un dramma affrontato in modo insufficiente
Santhià) per la quale a marzo 2010 è stato approvato il progetto preliminare e sono state avviate le procedure previste dalla Legge obiettivo per l’approvazione e il finanziamento presso il Cipe; il collegamento multimodale di corso Marche e la tangenziale est a Torino, per i quali è in corso lo studio di fattibilità; il raccordo StreviPredosa per il quale è concluso il progetto preliminare e a breve saranno avviate le procedure per l’individuazione del promotore». Quali sono invece gli interventi che verranno avviati a breve? «L’adeguamento della strada statale 32 da Novara a Castelletto Ticino, nel tratto Pombia-Borgo Ticino del km 23,300 al km 31, per il quale sarà stipulato a breve il contratto e sarà avviata l’attività di progettazione esecutiva. Ma anche i lavori per
Quando in uno stato del mondo avviene un evento, rivoluzionario o meno, talvolta un semplice fatto comunque capace di provocare più vittime, l’informazione richiama l’attenzione dei cittadini per più giorni, da parte della politica vi sono reazioni a livello nazionale e internazionale. C’è però un caso, forse unico nella tipologia, in cui dinanzi a una strage permanente e numericamente rilevante quasi non succede nulla, con i numerosi colpevoli che in generale se la cavano con un avviso di reato, un processo atteso per qualche anno, una condanna sovente condizionata dalla sospensione condizionale: il caso riguarda i sinistri stradali che provocano, nel mondo, numerosissime vittime. Il numero dei morti si aggira, a livello mondiale, sul milione all’anno: una cifra che contiene eventi drammatici a decine di migliaia (40.000 morti all’anno negli Usa, poco meno in Europa dove nel 2008 si è arrivati a 38.875) e che comporta risvolti umani rilevanti ma anche danni economici non indifferenti. Perché non si reagisce in maniera attiva e decisiva al più grave disastro che da decenni colpisce l’umanità? La motivazione non è facile da individuare: probabilmente si tratta quasi di una sorta di resa a un male non solo difficile da sopportare e da combattere, ma con il quale da decenni la società si è abituata a convivere. Certamente le cause dei sinistri mortali sono molteplici e spaziano dalla viabilità inadeguata all’eccesso di velocità, dall’errore umano alla rottura del mezzo ad altre diverse cause tutte non facili da combattere, ma che in ogni caso andrebbero affrontate in modo più incisivo, continuo, utile: oggi l’argomento viene affrontato in modo poco convinto e convincente. Che sia così e che sia ingiustificato e sbagliato arrendersi, lo dimostra il fatto che tante esperienze hanno prodotto di per sé risultati utili: non si è, però, mai andati oltre a regole quasi sempre diverse stato per stato e, sovente, riguardanti soltanto singolarmente regioni, province e comuni. Basti pensare al caso delle attese, quasi miracoliste, ma non razionalmente infondate, di ciò che di positivo è avvenuto o avverrà man mano che ci si avvicina alla fine del 2010 anno traguardo stabilito a livello europeo (il libro Bianco del 13 settembre 2001, prevedeva e auspicava una riduzione delle vittime del 50% entro il 2010). I dati degli ultimi anni evidenziano un ridimensionamento delle conseguenze negative dell’infortunistica stradale se si tiene conto che dal 2001 al 2009 la diminuzione del numero dei morti è stata, nei 28 paesi europei, del 35%, una cifra ragguardevole, ma ottenuta attraverso gli anni e insufficiente a ipotizzare una sostanziale cancellazione o ridimensionamento del male. Nel 2008 avevano ottenuto una mortalità ridotta del 50% solo la Lettonia, il Portogallo e il Lussemburgo cui si è aggiunta, nel 2009, la Spagna, mentre 23 paesi sono rimasti ben al di sotto del 50%. L'Italia si è fermata, nel 2009 – rispetto al 2001 – a una riduzione del numero dei morti pari al 33%. Questi elementi ci inducono a una riflessione legata a due punti cardine: l’educazione scolastica, per quanto riguarda un approfondimento significativo e vincente delle difese da parte della società, e l’aspetto economico, che non può essere assolutamente sottovalutato e che riguarda soprattutto il danno sociale per la società stessa, per le aziende e per le famiglie; due temi, due considerazioni, due ragionamenti che ci devono indurre ad affrontare il problema a livello internazionale con volontà e possibilità di ridimensionarlo in modo davvero significativo.
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SICUREZZA STRADALE
la nuova bretella di collegamento tra il nuovo casello autostradale Carmagnola sud sull'autostrada A6 Torino-Savona e la statale 20 e la ex statale 661 “delle Langhe” per i quali ad agosto è stato stipulato il contratto per l’avvio dei lavori; i lavori di costruzione del nuovo tunnel del Colle di Tenda per i quali la Commissione intergovernativa italo-francese ha in corso la valutazione del Capitolato speciale di appalto e della lettera di invito; i lavori di adeguamento sulla statale 659 “di Valle Antigoro e Val Formazza” (tra il km 12,800 e il km 13,600) per i quali l’Anas ha in corso la verifica delle offerte anomale. In tutto, i lavori di prossimo avvio ammontano a oltre 277 milioni di euro». Parliamo di sicurezza. Qual è il vostro impegno in questo senso? «Da oltre un anno, è attiva la Sala operativa compartimentale che funziona 24 ore su 24 per 365 giorni l’anno con il compito di monitorare con continuità le condizioni della circolazione stradale sull’intera rete regionale di competenza e di coordinare, in collaborazione con tutti gli enti e le amministrazioni competenti, gli interventi di pronto intervento di volta in volta necessari. Mediante la sala operativa, l’Anas garantisce tempestività nel ripristino delle regolari condizioni di traffico, oltre all’ottimizzazione delle risorse interne impegnate». Ma dove si registrano le maggiori criticità in termini di sicurezza in questa regione? «Particolare attenzione è riservata alle strade statali verso il confine di Stato e, in particolare, alle statali 20 “del Colle di Tenda”, 21 “del Colle della Maddalena”, 25 “del 164 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
Moncenisio”, 337 “della Valle Vigezzo”, 659 “delle Valli Antigorio e Formazza” che, nella parte montana del tracciato, presentano un andamento plano-altimetrico caratterizzato da elevate pendenze e da numerosi tornanti. Durante il periodo invernale, i fenomeni di maggiore criticità sono rappresentati dai distacchi di masse nevose e dalla caduta di massi dalle pendici soprastanti, soprattutto sulle statali 34 “del lago Maggiore”, 337 “della Val Vigezzo” e 659 “di Valle Antigoro e Val Formazza”». Come si è intervenuto in questi casi? «L’Anas ha messo in sicurezza molti di questi punti critici già negli ultimi anni, ad esempio con il completamento e l’apertura al traffico delle nuove gallerie naturali di “Le Casse” sulla statale 659 “di Paiesco” e sulla statale 337 “della Valle Vigezzo”, che rappresentano varianti al tracciato laddove maggiormente pericoloso. Sulle arterie dove è più frequente la presenza di neve e ghiaccio, l’Anas è intervenuta con il rifacimento delle pavimentazioni e la messa a norma delle barriere di sicurezza, come nel caso della statale 21 “del Colle della Maddalena”. Nei tratti di pianura dove i volumi di traffico sono sostenuti e i fattori di rischio sono spesso determinati dall'inadeguatezza della
Due interventi sul collegamento est-ovest di Cuneo, tra la ex statale 22 “di Valle Maira” e la statale 20 “del Colle di Tenda”. In alto, la rotatoria Carle; sotto, il viadotto sul torrente Stura
Pietro Ciucci
carreggiata stradale rispetto alla domanda di trasporto, si interviene con lavori straordinari di ammodernamento, alcuni già in esecuzione come nel caso della statale 32 “Ticinese” nel tratto Cameri-Bellinzago, e altri in fase di avvio in diversi tratti della rete». A livello di manutenzione, quali sono invece le risorse impegnate? «Negli ultimi anni Anas ha predisposto in Piemonte circa 10 milioni di euro per la manutenzione ordinaria delle proprie strade, compresi i costi per i consumi energetici degli impianti presenti, quindi con una media di circa 14mila euro al Km. La cifra non è alta se si considera che in questa
disponibilità bisogna far rientrare le manutenzione dei piani viabili, della segnaletica orizzontale e verticale, delle barriere di sicurezza laterali e spartitraffico, delle opere d’arte nelle loro parti strutturali, degli impianti tecnologici, la gestione di neve e ghiaccio durante la stagione invernale, lo sfalcio del verde a bordo strada e sulle pertinenze, i costi di pronto intervento per le situazioni di emergenza, i costi dell’energia, ecc. Alla manutenzione ordinaria si af-
fianca la manutenzione straordinaria che l’Anas programma nell’ambito di piani pluriennali che viene attuata in funzione delle risorse finanziarie disponibili». Quali interventi in ambito di manutenzione straordinaria vi hanno visti impegnati di recente in Piemonte? «Nel corso del 2010 sono stati conclusi interventi di manutenzione straordinaria per 10,7 milioni di euro circa, con interventi di varia natura tra i quali i lavori per il ripristino dei calcestruzzi dei cavalcavia del Raccordo Autostradale Torino-Caselle; i lavori di consolidamento delle fondazioni del ponte sul fiume Tanaro sulla statale 231; i lavori di rifacimento delle pavimentazioni bituminose, suddivisi in più interventi riguardanti diverse strade; i lavori di interconnessione degli impianti di ventilazione della galleria del Tenda; infine, i lavori di installazione di barriere per la protezione del piano viabile da caduta massi su alcuni tratti delle statali ricadenti nella provincia del Verbano Cusio Ossola». Quali sono ancora in corso? «Attualmente sono in corso di esecuzione lavori di manutenzione straordinaria per circa 20 milioni di euro, tra cui i lavori di completamento dello svincolo di Domodossola Sud in località Nostre, al km 122,600 della statale 33; gli interventi di adeguamento e restauro del ponte di Ribellasca sulla statale 337 al confine con la Svizzera; i lavori per la ricostruzione del muro di sostegno crollato e sistemazione scarpata adiacente sulla statale 25; i lavori di rifacimento delle pavimentazioni stradali tra i km 77 e km 127 della statale 33; i lavori di sostituzione dei giunti e ripristino dei calcestruzzi ammalorati delle opere d'arte della statale 337 e statale 659; i lavori per l'adeguamento e la rettifica planoaltimetrica di un tratto sulla statale 24. Infine, sono stati programmati oltre 70 milioni di euro per la manutenzione sulle principali arterie della regione».
950 MILIONI
L’importo in euro relativo agli investimenti attivati da Anas in Piemonte, tra opere in corso, di prossimo avvio e programmate
14.000 EURO / KM L’importo medio destinato da Anas per la manutenzione ordinaria delle strade in Piemonte
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SICUREZZA STRADALE
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Incidenti, la prevenzione parte dalle scuole
n Prevenzione delle situazioni di rischio e controlli mirati: l’attività delle forze dell’ordine nei confronti dell’incidentalità stradale parte da qui, ma per ridurre considerevolmente sinistri e decessi sulle arterie urbane ed extraurbane è necessario anche altro. Lo spiega Fulvio Rocco, prefetto di Vercelli, una delle province piemontesi dove, secondo il Centro di monitoraggio regionale, nei primi otto Fulvio Rocco, prefetto di Vercelli, analizza mesi del 2010 si è registrato il minor numero di incidenti: 251, con 7 morti e 357 feriti, sui la situazione sulle strade e spiega: «Un aumento 7.627 in regione (nel 2009 erano stati 372 su degli organici garantirebbe maggiori controlli» 13.785). «Gli incidenti stradali in provincia – spiega Rocco – sono spesso causati da una ve- Riccardo Casini locità non adeguata alla strada di percorrenza, ma anche l’omessa precedenza e il mancato rispetto della distanza di sicurezza hanno la loro incidenza». «Potenzialmente tutta la rete viaria è interessata Che ruolo ha invece la guida in stato di ebal verificarsi di incidenti stradali. Un monitobrezza o sotto l’effetto di stupefacenti? raggio effettuato negli anni scorsi ha indivi«L’analisi dei dati relativi all’anno in corso eviduato alcuni tratti di strada di maggior pericodenzia che nel primo semestre 2010 l’incidenlosità sui quali, su indicazione degli enti talità stradale è causata nel 15% circa dei casi proprietari, sono stati posizionati dei rilevatori dalla guida in stato di ebbrezza e nel 3% daldi velocità con appositi decreti adottati da queNella pagina seguente, l’effetto di sostanze stupefacenti». sta Prefettura. Negli ultimi anni sono stati efil prefetto di Vercelli, Quali sono le zone o strade più a rischio? Fulvio Rocco fettuati anche interventi di ristrutturazione, con la realizzazione di rotonde alla francese, per tutte le strade di competenza provinciale. Ciò ha di fatto risolto numerose criticità riducendo in maniera considerevole l’incidentalità stradale». È possibile intervenire ulteriormente in questo senso? «Rimangono alcuni tratti viari che presentano criticità, che troveranno soluzioni d’intesa con gli enti proprietari e che sono oggetto di attenti servizi di vigilanza e controllo intesi anche a costituire un deterrente per i conducenti. Inol-
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Fulvio Rocco Arcss
tre, a questa Prefettura pervengono da parte dei cittadini ulteriori segnalazioni per richiamare l’attenzione su tratti di strada pericolosi, che sono oggetto di un’attenta disamina al fine di trovare valide soluzioni». Qual è il profilo dei soggetti coinvolti negli incidenti? Che percentuale ricoprono i giovani? «Il profilo è estremamente eterogeneo e non sempre il responsabile dell’incidente è un soggetto di giovane età. I soggetti coinvolti negli incidenti stradali sono nella maggior parte i conducenti di autovetture con una percentuale di giovani che oscilla dal 20% fino ad arrivare anche al 35%nelle fasce notturne e nei fine settimana». Anche a Vercelli il numero di incidenti è in costante calo. «È vero, gli incidenti rilevati dalle forze di polizia negli anni 2008 e 2009 presentano una flessione. Le comunicazioni però vengono fatte al Prefetto per l’adozione, ove sussistono fondati elementi di un’evidente responsabilità, del provvedimento cautelare di sospensione della patente, dopo aver acquisito il parere della Motorizzazione civile, secondo l’articolo 223 del Codice della strada. In capo alla Prefettura vi è la sospensione della patente per violazione al codice anche non in presenza di incidenti con lesioni a terzi. Si deve precisare che non tutti i sinistri vengono monitorati, in quanto per quelli di modesta e media entità sovente i conducenti coinvolti arrivano alla cosiddetta constatazione amichevole». Resta basso anche l’indice di mortalità?
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PROVVEDIMENTI Le patenti sospese nel 2009 in provincia di Vercelli (386 per guida in stato di ebbrezza): rispetto al 2008 (1.051) si è registrato un calo dell’8,7%
13.785 SINISTRI Gli incidenti stradali in Piemonte nel 2009, con 317 morti e 19.980 feriti
«Fortunatamente, il numero dei decessi conseguenti agli incidenti stradali nell’ultimo triennio è stato contenuto, con una media annuale di circa dieci». Cosa è stato fatto e cosa è possibile fare in termini di prevenzione di incidenti? «La prevenzione degli incidenti è correlata principalmente all’educazione stradale e all’osservanza di quanto contenuto nel Codice della strada, e anche di norme comportamentali che devono essere acquisite fin dall’età scolare. A tale scopo sono estremamente utili i corsi che vengono organizzati nelle scuole con il supporto delle forze di polizia, nonché i messaggi che nel corso di apposite campagne promosse a livello centrale vengono traslate dai mass media. Non è da sottovalutare inoltre l’attenta e puntuale segnaletica stradale che deve essere osservata dai conducenti». Come valuta il nuovo Codice della strada varato a fine luglio? È già possibile riscontrare qualche effetto? «Sicuramente si tratta di una misura positiva. Le nuove norme dovrebbero comportare una minore incidentalità, anche se la ristrettezza del tempo da cui sono entrate in vigore le nuove disposizioni non consente di avere dati precisi». Le risorse a vostra disposizione sono sufficienti per effettuare controlli accurati? «Premesso che le forze di polizia preposte ai controlli svolgono con grande professionalità i loro compiti istituzionali, è chiaro che un aumento degli organici consentirebbe un maggior controllo e una conseguente minore incidentalità».
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MICROCRIMINALITÀ
Interventi mirati e maggiore controllo Dai dati diramati dal ministero dell’Interno, nell’ultimo anno si è registrato un sensibile calo dei reati di micro delinquenza. Michelino Davico spiega quali sono le strategie che il governo ha adottato per raggiungere questi risultati Nicolò Mulas Marcello
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olti sono i fattori che incidono sulla concentrazione di microcriminalità sul territorio nazionale e diverse sono le tipologie di reati tra città e provincia. Come ricorda Michelino Davico, sottosegretario all’Interno: «Fra le grandi novità introdotte dal pacchetto sicurezza vi è stato l’ampliamento dei poteri ai sindaci per quanto riguarda la sicurezza come ufficiali di governo». La microcriminalità è un problema che investe tutta l’Italia anche se con concentrazioni diverse tra Nord e Sud. Qual è l’andamento di fenomeni come furti, scippi e rapine negli ultimi anni? «I fenomeni di microcriminalità sono eventi che incidono sulla qualità della vita urbana e di conseguenza sui cittadini. Non si tratta solo del confronto fra Nord e Sud dove tali fenomeni erano diventati una situazione cronica e su cui siamo intervenuti con tempestività ed efficacia. Infatti i peggiori criminali latitanti sono stati praticamente tutti arrestati e abbiamo, per la prima volta nella storia dell’Italia, aggredito i patrimoni della criminalità organizzata. È poi opportuno evidenziare che in un paese come il nostro, fatto di piccoli comuni distribuiti in vaste aree, la questione della sicurezza interessa le grandi città ma anche i piccoli centri di provincia. Nei grandi agglomerati urbani ci sono i fenomeni tipici dei quartieri periferici, del taccheggio ai commercianti o delle gang gio-
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vanili, mentre nei piccoli comuni è più diffusa la rapina in villa, la violazione di domicilio o il furto nelle ore notturne. L’immigrazione irregolare rappresenta, tra l’altro, un grande fattore di rischio che va a incidere sulla percentuale dei reati di microcriminalità. Come presentato dal ministro Maroni in Consiglio dei ministri, stando ai dati numerici i reati, a livello nazionale, sono diminuiti: i furti del 18,61 %; le rapine del 20,41 %, le estorsioni del 15,10 e lo spaccio di stupefacenti del 16,97%». Nel pacchetto sicurezza varato ormai un anno fa, erano contenute norme più dure contro i reati di microcriminalità. Qual è il
Sopra, Michelino Davico, sottosegretario al ministero dell’interno
Michelino Davico
bilancio a oggi? «Fra le grandi novità introdotte dal Pacchetto sicurezza vi è stato l’ampliamento dei poteri ai Sindaci nel rafforzamento della loro funzione, per quanto riguarda la sicurezza, come ufficiali di Governo. I Sindaci conoscono il territorio, i loro concittadini e sanno quali sono le vere esigenze delle città e dei paesi che sono chiamati ad amministrare. Possono relazionarsi con i Prefetti e gli Organi di Polizia competenti nelle loro zone e quindi, con tali strumenti, hanno la possibilità di concretizzare e costruire la strada migliore per garantire una sicurezza più diffusa. Per assicurare più sicurezza ai cittadini è stata prevista una cooperazione tra la Polizia municipale e le forze dell’ordine. Grazie alle nuove disposizioni, alla Polizia municipale è stato consentito ad esempio di partecipare ai piani coordinati di controllo del territorio anche per i servizi di prevenzione e repressione dei reati. Sono state previste, altresì, pene più severe per i furti in abitazione e per la violazione di domicilio. Con i patti sulla sicurezza locali vengono riorganizzate la presenza e il coordinamento di tutte le forze del-
-20,4% RAPINE Il calo in percentuale delle rapine in Italia nel 2009 rispetto all’anno precedente
-18,6% FURTI La diminuzione dei furti registrati lo scorso anno sul territorio nazionale rispetto al 2008
l’ordine sul territorio, con l’obiettivo di una partecipazione coordinata e integrale alla sicurezza». Le Associazioni di osservatori volontari, meglio conosciute come “ronde” sono state autorizzate l’anno scorso. In quante città sono effettivamente attive? «Sono state costituite alcune associazioni di questo tipo, perché questo contributo alla sicurezza è stato regolamentato in modo serio. A noi non interessava dare il via libera a “sceriffi” o persone impreparate, ma far sì che la sicurezza diventasse patrimonio di tutti anche dei singoli cittadini che già si impegnano in tante altre forme di volontariato sociale. Molti di loro, infatti, hanno trovato il loro spazio di impegno in altre associazioni, come ad esempio quella degli appartenenti alle ex forze dell’ordine o di servizio civile che hanno specificità più ampie e che vanno a coprire i bisogni sociali delle comunità e non specificatamente quelli di contrasto ai fenomeni malavitosi, che è compito molto delicato che va coordinato con le forze di Polizia a ciò preposte. Altri sono impegnati in associazioni di carattere più assistenziale con uno scopo sociale orientato a fenomeni collaterali della sicurezza e più vicina all’assistenza delle persone. Alcune di queste forme di associazione sono state regolamentate dalle Regioni». Da piemontese, rispetto alle altre regioni qual è il fenomeno di microcriminalità da tenere più sotto controllo in Piemonte? «Il Piemonte vive una realtà socio-culturale diversificata che da una parte viene rappresentata dalla città di Torino, dove la nostra attenzione è impiegata al contrasto della malavita metropolitana, ai fenomeni che avvengono nelle periferie, nei quartieri più disagiati e con una presenza massiccia di immigrati e all’azione anarchico-insurrezionale. Il resto del Piemonte vive, invece, una situazione più provinciale dove sono particolarmente floride le attività economiche e l’imprenditoria. La nostra azione, quindi, è rivolta soprattutto alla tutela della persona e della tranquillità sociale e al contrasto alle infiltrazioni criminali nelle attività economiche». PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 171
MICROCRIMINALITÀ
Azioni di prevenzione e dialogo con i cittadini Una sensibile diminuzione delle rapine si è registrata a Cuneo nei primi mesi del 2010, frutto di una capillare azione di controllo del territorio da parte della Questura e delle altre forze dell’ordine. Ferdinando Palombi fa il punto della situazione Nicolò Mulas Marcello
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ella provincia di Cuneo le rapine, i piccoli furti, borseggi e spaccio di stupefacenti rivestono la quasi totalità dei reati che si verificano in un anno. La lotta alla microcriminalità è quindi uno degli impegni maggiori della Questura del Comune piemontese che in collaborazione con le altre forze dell’ordine svolge un’attività capillare di controllo su tutto il territorio. «Posso sostenere – afferma Ferdinando Palombi, questore di Cuneo – che la presenza delle forze di polizia è avvertita dai cittadini perché esiste ed è anche apprezzata dai residenti». Qual è l’indice di microcriminalità nella città di Cuneo? «I fatti delinquenziali che si verificano nella provincia di Cuneo sono quasi essenzialmente di microcriminalità. Reati gravi tipo omicidi raggiungono solo il 2 o 3% mentre come microcriminalità intesa come reati contro il patrimonio, rapine, furti o spaccio di stupefacenti rappresentano gran parte se non la totalità dei reati nella città di Cuneo. Per cui più del 90% dei reati appartengono
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alla microcriminalità». La presenza di pattuglie sul territorio è sufficiente come deterrente per la commissione di questo tipo di reati? «Le sole pattuglie della Polizia di Stato non sono certo sufficienti a prevenire la commissione di questo tipo di reati però integrando la polizia con i carabinieri, la guardia di finanza e la polizia municipale, che sta avendo sempre più importanza nelle nostre zone, si riesce a coprire tutto il territorio in maniera efficace. Nelle ore notturne si registra un calo di presenze soprattutto nei mesi freddi dell’anno per cui si raggiunge appena la sufficienza. In tutta la provincia di Cuneo, considerando tutti i 250 comuni, la presenza delle forze dell’ordine può essere considerata appena sufficiente. In linea di massima il lavoro comunque è abbastanza soddisfacente perché come polizia cerchiamo di integrare l’azione unitamente alle altre forze dell’ordine. Poi bisogna aggiungere l’apporto delle pattuglie che vengono da Torino, le cosiddette pattuglie della “prevenzione crimine”, che sono state istituite proprio come ausilio alle questure richiedenti. Con loro si programmano servizi di pattuglia notturna proprio per cercare di attuare un controllo del territorio più efficace». UU
Ferdinando Palombi
UNA DIFFUSA PERCEZIONE DELLA SICUREZZA SUL TERRITORIO Dall’analisi dei dati statistici della Prefettura di Torino emerge un calo dei reati di piccola entità, frutto di un’azione congiunta di tutte le forze dell’ordine. Alberto di Pace ne illustra i risultati el capoluogo piemontese negli ultimi anni si è potuta constatare una diminuzione dei reati legati al mondo della microcriminalità. Alberto di Pace, prefetto di Torino punta sulle sinergie: «Prefettura, forze dell’ordine, amministrazione comunale e magistratura, lavorano da tempo insieme con forte spirito di collaborazione». Qual è il bilancio di Torino dell’ultimo anno? «Gli ultimi dati statistici disponibili relativi all’anno 2009 evidenziano rispetto all’anno precedente una generale diminuzione, per alcune fattispecie anche notevole, dei reati predatori e dei reati legati agli stupefacenti, consolidando una tendenza positiva che ha avuto inizio a partire dal secondo semestre 2007». Quali sono le aree della città più critiche per quanto riguarda la micro delinquenza? «Alcune aree cittadine (Porta Palazzo,
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San Salvario, Barriera Milano) richiedono tradizionalmente una particolare attenzione da parte delle forze di polizia. Ma la guardia è alta in tutto il territorio. Del resto Prefettura, forze dell’ordine, amministrazione comunale e magistratura, nel rispetto delle reciproche competenze e responsabilità, lavorano da tempo insieme con forte spirito di collaborazione». Sempre più spesso si parla di microcriminalità minorile, vandalismo e anche bullismo. Qual è la situazione nel capoluogo piemontese? «La problematica, che non attiene unicamente ad aspetti di polizia ma coinvolge la responsabilità delle “agenzie educative” quali scuola e famiglia, costituirà oggetto di esame in occasione di una prossima riunione del comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica. In ogni caso non vi sono elementi che inducano a ritenere che il
fenomeno risulti più accentuato nell’area torinese di quanto accade in altre realtà urbane del nostro paese». Qual è la percezione di sicurezza della città da parte dei cittadini? «La popolazione torinese è dotata di un elevato senso delle Istituzioni e possiede una notevole sensibilità ai temi della sicurezza, testimoniata anche dalla propensione a denunciare tutti i reati. Ciò comporta un’incoraggiante attenzione all’evoluzione dei fenomeni riconducibili alla cosiddetta “criminalità diffusa” e al disordine urbano e una domanda di sicurezza dalla quale mi sento particolarmente gratificato».
In apertura, Ferdinando Palombi, questore di Cuneo; sopra, Alberto di Pace, prefetto di Torino
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MICROCRIMINALITÀ
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Integrando la polizia con i carabinieri, la guardia di finanza e la polizia municipale si riesce a coprire tutto il territorio in maniera efficace
UU
Per quanto riguarda gli esercizi commerciali, le rapine denunciate sono aumentate nell’ultimo anno? «Abbiamo fatto un’analisi che proprio qualche giorno fa abbiamo presentato in una conferenza e possiamo dire che si è verificato un calo che nel 2009 raggiunge il 40% in meno rispetto alle rapine in banca registrate nel 2008. Le rapine in città nel corso del 2009 sono state 26 ai danni di banche e 2 agli uffici postali più le rapine ai negozi e privati cittadini per un totale di 47 rapine. Nei primi 9 mesi del 2010 abbiamo avuto un totale di 21 rapine alle banche di cui 5 scoperte, 2 alle poste e altre 29 agli esercizi commerciali di cui 12 scoperte. Per cui facendo un raffronto vediamo che c’è un significativo calo. Questo grazie all’azione di prevenzione e di contrasto che abbiamo attuato sul territorio. È da sottolineare che si verifica un incremento di rapine sotto il periodo
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natalizio e intorno a ferragosto». Come i cittadini avvertono la presenza della polizia sul territorio? «Qui a Cuneo esistono i comitati cittadini che sono molto attivi, nel senso che sono attenti al nostro lavoro e diventano per noi uno stimolo continuo tanto che insieme a loro organizziamo riunioni con cadenza bimestrale per fare il punto della situazione e il consuntivo di cosa succede, di cosa è stato fatto e di cosa di può fare. I cittadini avvertono la nostra presenza con soddisfazione. Anche sui giornali locali è stata espressa soddisfazione e ci chiedono di combattere la prostituzione su strada soprattutto nelle zone periferiche e nel periodo estivo i furti in appartamento. Inoltre molti cittadini denunciano schiamazzi notturni, le corse in moto, che oltre al pericolo che possono rivestire per l’incolumità delle persone danno anche fastidio per rumore, e poi le risse che spesso si verificano tra cittadini stranieri. Posso comunque sostenere che la presenza delle forze di polizia è avvertita dai cittadini perché esiste ed è anche apprezzata dai residenti. I comitati cittadini sono per noi uno stimolo continuo».
APPALTI PUBBLICI
Approvato il bilancio al via i finanziamenti Alla luce del bilancio di assestamento, approvato dalla Regione Piemonte, l’assessore Giovanna Quaglia fa il punto della situazione sulle iniziative per il territorio e i cittadini Nike Giurlani
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a Regione Piemonte, in merito all’assestamento del bilancio regionale 2010, ha applicato una nuova norma anti-ostruzionismo. Norma che, secondo l’assessore regionale al Bilancio Giovanna Quaglia, rappresenta la «facoltà fornita dal nuovo Regolamento - approvato al termine della precedente legislatura - di proporre, per motivi di urgenza nell’approvazione di un disegno di legge, gli emendamenti necessari a esprimere l’orientamento conclusivo del provvedimento, che fanno decadere ogni modifica sul singolo articolo». La norma presentata «è stata il frutto di un ampio confronto, prima in Commissione e poi in Aula, e ha raccolto proposte e osservazioni dei consiglieri di maggioranza e opposizione, permettendo così l’approvazione del bilancio di assestamento entro il 31 luglio scorso». Questo ha permesso alla Giunta Cota di approvare, nell’arco di soli tre mesi «prima il bilancio di previsione, che la Giunta Bresso non aveva approvato al termine della legislatura, e poi il bilancio di assestamento, con l’obiettivo di rispondere concretamente alle necessità più urgenti della nostra Regione», mette in luce l’assessore. Il pacchetto di 15 milioni complessivi messo a disposizione con il maxiemendamento è stato accolto positivamente dal centrodestra, mentre il centrosinistra lo ritiene del tutto insufficiente. Come verrà distribuito? «Il bilancio di assestamento è stato particolarmente importante per il Piemonte perchè ha previsto risorse certe a favore dell’occupazione, 178 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
investimenti nell’edilizia sanitaria, nella viabilità e nei trasporti, oltre al contenimento della spesa sanitaria, all’assunzione di nuovi insegnanti, al finanziamento del piano casa. Abbiamo poi voluto dare un altro segnale di grande impegno, assegnando, attraverso il maxiemendamento, ulteriori 15 milioni di euro, anche per rispondere alle sollecitazioni dei consiglieri regionali. Di questi, 8 milioni sono destinati ai Consorzi socio-assistenziali, a dimostrazione dell’infondatezza delle accuse demagogiche e strumentali che ci vengono rivolte: attraverso i piani di rientro delle Asl e con il blocco del turnover abbiamo finalmente messo un freno alla spesa sanitaria, senza che i necessari risparmi di spesa possano in alcun modo riversarsi sui servizi sanitari ai cittadini». E per i Comuni? «Per rispondere alla forte richiesta del territorio, saranno destinati loro, ulteriori 4 milioni di euro per la realizzazione di piccole opere, ad esempio per la manutenzione delle strade, per le sedi municipali, per l’illuminazione pubblica; un milione e 500 mila di euro aggiuntivo è stato destinato alla valorizzazione del sistema culturale, così come oltre 600 mila euro sono stati assegnati alla Società di mutuo soccorso. Al sistema educativo regionale sono stati destinati 500 mila euro e 1,9 milioni di euro al piano carni, togliendo la differenza dai fondi di riserva del bilancio». Quali sono i tempi e le modalità per le
Giovanna Quaglia
procedure d’appalto? «I tempi variano dai 3 ai 6 mesi e tengono conto di termini rigidamente stabiliti da norme di legge che, ad esempio, in un appalto di lavori sopra la soglia comunitaria, con procedura aperta impone di lasciare almeno 52 giorni ai concorrenti per la presentazione dell’offerta e di lasciar trascorrere almeno 35 giorni dal momento dell’aggiudicazione a quello della stipula del contratto. Si aggiungono, poi, i tempi per la predisposizione degli atti di gara e per il suo svolgimento, compresa la verifica delle autocertificazioni dei concorrenti che comportano l’acquisizione d’informazioni da altri enti (ad
esempio Agenzia delle Entrate o enti previdenziali). Nel procedimento possono, inoltre, innestarsi una fase di valutazione delle offerte tecniche, da parte dell’apposita commissione di esperti, e una fase di verifica delle offerte basse, la cui durata è naturalmente molto variabile secondo la complessità dell’appalto». Come la Regione Piemonte garantisce la trasparenza per quanto concerne gli appalti pubblici? «La normativa vigente è molto rigorosa sulle misure per garantire la trasparenza delle procedure d’affidamento degli appalti pubblici, prevedendo, ad esempio, la pubblicazione di bandi e avvisi di aggiudicazione su quotidiani, gazzetta ufficiale nazionale ed europea e lo svolgimento in seduta pubblica delle fasi salienti del procedimento. La Regione ha predisposto un’apposita sezione nel proprio sito Internet, in cui vengono pubblicati non solo gli atti di gara - consentendo così ai potenziali concorrenti di accedere facilmente agli stessi, senza l’onere di recarsi presso gli uffici a ritirare le copie cartacee - ma anche i chiarimenti d’interesse generale forniti dagli uffici su richiesta dei singoli concorrenti, in modo da assicurare la più rigorosa parità delle informazioni in possesso a coloro che partecipano alla gara».
A sinistra, l’assessore regionale Giovanna Quaglia
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APPALTI PUBBLICI
Appalti e bandi di gara, la trasparenza che manca Bandi e gare d’appalto. Il complesso mondo dei finanziamenti pubblici illustrato dal professore e avvocato Ugo Ruffolo. Punto di partenza di questa indagine è il Codice degli appalti del 2006 Nike Giurlani
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uando si parla di finanziamenti pubblici, si entra in una sfera d’azione complessa, all’interno della quale il principio della trasparenza non sempre viene rispettato. L’erogazione di denaro per la realizzazione d’opere pubbliche prevede varie fasi e un iter abbastanza articolato. Non è, inoltre, raro che a vincere le gare d’appalto siano sempre gli stessi soggetti. Ma il problema, come sottolinea l’avvocato Ugo Ruffolo «non è che vincano sempre gli stessi, ma che vincono i soggetti sbagliati». Come uscire da
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questo circolo vizioso? «Più che guardare ai singoli consumatori come “controllori” – fa notare Ruffolo – occorre forse sollecitare sia una maggiore attenzione da parte della pubblica amministrazione contro le proprie “mele marce”, sia una maggiore reattività degli imprenditori concorrenti illecitamente esclusi». Qual è il quadro normativo di riferimento in materia di appalti pubblici? «Secondo il Codice degli appalti del 2006, i lavori pubblici possono essere affidati esclusivamente all’esito di procedure d’evidenza pubblica: gare nelle quali il bando può prevedere, per l’aggiudicazione, diversi gradi di discrezionalità, sempre finalizzata alla scelta dell’operatore economico migliore, sotto il profilo del prezzo più basso o dell'offerta economicamente più vantaggiosa, anche in termini qualitativi. La procedura è articolata in diverse fasi - dalla pubblicazione del bando di gara all’affidamento, dall’aggiudicazione provvisoria a quella definitiva tutte amministrate dalla stazione appaltante, chiamata a svolgere funzioni
di controllo e verifica. Si comprende come i criteri “automatici” (il “minor prezzo”) siano sempre i più trasparenti, ma non sempre i più efficienti (bilanciare prezzo e qualità dell’offerta, cosa spesso essenziale, implica necessariamente una certa discrezionalità)». Perché sovente le gare si chiudono con la vittoria dei medesimi operatori economici? «Talora, ma non sempre, perché sono “amici degli amici”. Il problema non è che vincano sempre gli stessi, ma che vincono i soggetti sbagliati. Altro è se la scelta ripetuta di quell’impresa scaturisce dall’apprezzamento di peculiari caratteristiche di natura obiettiva, quali l’elevata specializzazione produttiva, ovvero la garanzia di continuità con le precedenti fasi di lavorazione; altro è invece se qualcuno “bara”. In tale ipotesi, i rimedi legali sono anche ma non solo quelli penali. È possibile impugnare davanti al Tar, tutti gli
Xxxxxxx Ugo Xxxxxxxxxxx Ruffolo
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Secondo il Codice degli appalti del 2006, i lavori pubblici possono essere affidati esclusivamente all’esito di procedure d’evidenza pubblica
atti amministrativi illegittimi, quali bandi di gara cuciti “su misura”, o aggiudicazioni viziate da favoritismi. È possibile, per il concorrente ingiustificatamente escluso, agire sia per concorrenza sleale contro chi ha vinto “barando”, sia per danni contro coloro che hanno governato con parzialità la procedura di gara, ed allora anche della pubblica amministrazione quale stazione appaltante, che ri-
sponde vicariamente degli illeciti di costoro». Quali strumenti sono concessi ai cittadini per verificare se il denaro pubblico viene speso correttamente? «Secondo il Consiglio di Stato (2002) “l’accesso agli atti delle gare d’appalto è consentito soltanto a coloro ai quali gli atti stessi, direttamente o indirettamente si rivolgono, e che se ne possano avvalere per la tutela di una posizione soggettiva, la quale non può identificarsi con il generico e indistinto interesse d’ogni cittadino al buon andamento dell'attività amministrativa”. Potrebbe essere diverso per una qualificata associazione di consumatori. Più che guardare ai singoli consumatori come “controllori”, occorre forse sollecitare sia una maggiore attenzione da parte della Pubblica amministrazione contro le proprie “mele marce”, sia una maggiore reattività degli im-
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prenditori concorrenti illecitamente esclusi (ma ancora, troppo spesso, “cane non mangia cane”)». Come l’attuale normativa può essere migliorata al fine di garantire un maggior grado di trasparenza? «Piuttosto che norme nuove, occorrerebbe una nuova coscienza civile, ed un nuovo coraggio civile, nell’utilizzare quelle esistenti. Far vincere la gara al concorrente sbagliato significa spesso pregiudicare il concorrente “giusto”. Ed è anzitutto da quest’ultimo che può derivare un impulso al controllo: sia mediante l’impugnazione di singoli provvedimenti amministrativi, sia attraverso azioni anche risarcitorie. Ma ciò accade di rado. Persino per Tangentopoli, vi sono state iniziative penali per appalti truccati, ma quasi nessun concorrente illecitamente escluso è poi andato fino in fondo anche con azioni di concorrenza sleale nei confronti del concorrente che, “barando”, era stato ingiustamente preferito. E si badi che la legge accorda tale azione anche alle associazioni imprenditoriali (il cui silenzio resta, in tali casi, assordante)». PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 181
INCIDENTI SUL LAVORO
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ono molte le iniziative promosse da Confindustria per sensibilizzare tutti, dai datori di lavoro ai lavoratori, sull’importante tema della sicurezza. Le campagne messe in atto coinvolgono anche i bambini con l’idea di creare una vera e propria cultura della sicurezza sui luoghi di lavoro già in tenera età. Troppo spesso infatti, soprattutto nei cantieri e nelle fabbriche si sottovalutano i rischi di incidente, evitando di prendere le dovute precauzioni, confidando nella propria esperienza e pertanto ostentando una eccessiva sicurezza. L’inasprimento delle pene in materia di sicurezza sul lavoro non è la soluzione del problema secondo Salomone Gattegno, vicepresidente di Confindustria, il quale sostiene che «è giusto che ci siano delle pene per chi sbaglia ma che queste pene siano rapportate alle colpe effettive e non ai formalismi». La sicurezza sul lavoro è un impegno strategico di Confindustria. Attraverso quali iniziative viene promossa? «Con la presidenza Marcegaglia, abbiamo creato un comitato che raggruppa tutte le sedi territoriali e tutte le categorie. Con un team di circa 60 persone abbiamo analizzato tutto ciò che è possibile fare per cercare di limitare questi incidenti. Intanto occorre sensibilizzare noi stessi, per questo stiamo realizzando un road show in giro per l’Italia rivolto agli imprenditori dove il tema è “la sicurezza conviene” in collaborazione con Inail e Fondimpresa. Ci sono già state circa una ventina di tappe e ne prevediamo fra gli ultimi mesi di quest’anno e il primo semestre del prossimo un’altra dozzina di tappe. Abbiamo incontrato più di 2.000 imprenditori per dimostrare la nostra tesi. Il secondo ciclo sarà ancora più mirato alle categorie che hanno avuto più incidenti sul lavoro come le fonderie e l’edilizia. Un altro punto su cui ci battiamo è quello di sensibilizzare i bambini perciò con il museo dei bambini abbiamo fatto in collaborazione con Inail 184 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
Più informazione e maggiore sicurezza Confindustria si batte da tempo per creare una cultura della sicurezza sul lavoro. Numerose sono le campagne di sensibilizzazione. Salomone Gattegno ne spiega l’importanza illustrandole nel dettaglio Nicolò Mulas Marcello
una mostra che ha avuto tre tappe, Milano, Roma e Napoli dove facendoli giocare abbiamo cercato di sensibilizzarli sulla sicurezza. Abbiamo incontrato 7.000 bambini e faremo altre 10 tappe con l’obiettivo di incontrarne altri 40 mila». La scarsa formazione dei lavoratori è spesso la causa principale di infortuni e morti sul lavoro. Ma il problema della sicurezza è dovuto solo a questo aspetto? «Da quello che abbiamo notato, il lavoratore si sente troppo sicuro e sottovaluta i rischi. Vedendo certi cantieri si trovano caschi e cinture di sicurezza abbandonate per terra. L’eccesso di
In alto, Salomone Gattegno, vicepresidente di Confindustria e presidente del Comitato tecnico per la sicurezza sul lavoro
Salomone Gattegno
Puntare sull’informazione già nelle scuole per sensibilizzare i bambini, che sono ricettivi, può essere molto utile
sicurezza è quello che causa gli incidenti. Poi chiaramente avvengono incidenti come quello della cisterna di Capua, dove l’attenzione deve essere estrema soprattutto dopo che si sono verificati tanti incidenti mortali simili». Non esiste ancora una cultura in tema di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro in Italia? «Una certa cultura c’è. Anche Fondimpresa, che è l’associazione che comprende datori di lavoro e sindacati, sta formando molti lavoratori, quindi da questo punto di vista c’è un crescita di consapevolezza, anche se non abbiamo di certo raggiunto l’optimum. Bisogna conti-
10 mld EURO
L’ammontare degli investimenti che ogni anno vengono fatti dall’industria italiana per iniziative volte a migliorare la sicurezza sul lavoro
nuare e non demordere. Io punto sull’informazione già nelle scuole per sensibilizzare i bambini che sono ricettivi e può essere molto utile. Di certo non bisogna abbassare la guardia». L’inasprimento delle pene per i datori di lavoro che non osservano le norme in materia di sicurezza è una politica utile in termini di prevenzione? «Noi come Confindustria siamo assolutamente d’accordo che se ci sono delle colpe queste vengano punite. Perciò è giusto che ci siano delle pene per chi sbaglia ma che queste pene siano rapportate alle colpe effettive e non ai formalismi. Perché spesso, se ci basa sui formalismi, mentre l’imprenditore si sente tranquillo perché pensa di aver fatto tutto il necessario, otteniamo esattamente l’effetto contrario. Perciò noi spingiamo affinchè ci siano le pene per le colpe e non per la forma». PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 185
INCIDENTI SUL LAVORO
Meno incidenti e più ispezioni Le statistiche rivelano che nel 2009 il numero di incidenti sul lavoro è sensibilmente diminuito rispetto all’anno precedente. Per Marco Sartori, però, la crisi e il conseguente calo dell’occupazione non sono il solo fattore determinante di questo risultato Nicolò Mulas Marcello
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econdo i dati Inail, presentati nel consueto report annuale a fine luglio, gli infortuni sul lavoro in Italia sono diminuiti del 9,7% rispetto all’anno precedente, passando dagli 875.144 casi del 2008 ai 790.000 del 2009. Lo stesso vale anche per il numero di incidenti mortali che lo scorso anno sono stati 1.050, registrando un calo del 6,3% rispetto all’anno precedente. In Piemonte la diminuzione degli infortuni è stata ancora più consistente, con una riduzione del 10,6% (da 69.672 casi a 62.257) e colloca la regione tra quelle più virtuose in assoluto. Per quanto riguarda le morti sul lavoro, in regione la diminuzione raggiunge il 30,3%. Sul trend positivo ha influito anche la crisi economica, che ha portato a un calo dell’occupazione: «L'effetto della crisi in termini di riduzione degli infortuni sul lavoro di sicuro c'è stato - spiega Marco Fabio Sartori, presidente dell’Inail - ma ha riguardato solo una componente minoritaria del fenomeno. Le riduzioni più significative in termini numerici sono invece da attribuire all'effettivo miglioramento dei livelli di sicurezza. Si tratta, del resto, di un dato in linea con un trend storico consolidato». Questo consistente calo degli infortuni è da correlare esclusivamente agli effetti della
186 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
L’intenzione nel breve e medio periodo è quella di passare dai 30 milioni di investimento sulla prevenzione ai 100 milioni
crisi del 2009 e ai suoi riflessi sul piano produttivo e occupazionale? «Il calo del 2009 rispetto al 2008 è il più alto che si registra dal 1993 e questo è un dato molto importante. Allora avevamo avuto una diminuzione dell’11,7%, mentre l’anno scorso il calo si è assestato al 9,7%. Per quanto riguarda gli effetti della crisi li abbiamo quantificati attraverso il nostro ufficio statistiche, approfondendo gli effetti nei settori della metallurgia, dell’edilizia e dell’industria in generale che sono poi risultati
Marco Sartori
In alto a destra Marco Fabio Sartori, presidente Inail
quelli maggiormente in crisi. Possiamo dire che 1/3 di questo miglioramento è dovuto alla crisi e 2/3 all’andamento positivo della diminuzione degli infortuni che dura ormai da 10 anni e più. Quindi una parte è “merito” della crisi, ma una quota più consistente è dovuta a politiche di prevenzione e sensibilità all’infortunio e a un cambiamento culturale sostenuto anche alle parole del capo dello Stato che si è speso molto in questa direzione. Pure l’attività di informazione degli organi di stampa, oltre che dell’Istituto, dei sindacati e delle associazioni di categoria sta facendo diminuire i numeri in maniera considerevole». Si può fare un bilancio della strategia di contrasto promossa da Inail? «I nostri sono sempre bilanci numerici. Le cifre che citavo prima sono anche il risultato di una strategia di contrasto che non si è esaurita, ma che persegue due linee principali.
Innanzitutto la prevenzione: noi dobbiamo prevenire l’infortunio attraverso una forte collaborazione con il sindacato, con gli operatori della sicurezza, con le associazioni di categoria, con gli organi istituzionali preposti, e per farlo stiamo investendo considerevolmente. Il piano industriale ha previsto un grande aumento degli strumenti di informazione e prevenzione. L’intenzione nel breve e medio periodo è quella di passare dai 30 ai 100 milioni di investimento sulla prevenzione. Poi c’è la capillare attività del portale della sicurezza, la formazione e un complesso di iniziative mirate in particolare a edilizia, metallurgia e agricoltura, settori delicati dove si verificano maggiormente gli infortuni. La seconda linea è rappresentata dall’attività ispettiva, che ha portato ad agosto di quest’anno alla firma di un protocollo d’intesa con il ministero del Lavoro e l’Agenzia delle Entrate. L’accordo farà fare sicuramente un salto di qualità all’attività di intelligence dell’Istituto perché significa condividere banche dati che fino a oggi non hanno mai dialogato e che contengono tutta l’esperienza degli ispettori dell’Agenzia delle Entrate e di quelli dell’Inail». Con la legge 626 e il Testo unico della legge 81 a suo avviso, la normativa italiana in tema di tutela della salute e della sicu- PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 187
INCIDENTI SUL LAVORO
rezza sul lavoro è oggi al passo con i mutamenti della società, oppure servono ulteriori modifiche? «Credo che oggi si sia giunti a un buon equilibrio tra esigenze di competitività delle imprese e tutela dei lavoratori. Noi dobbiamo renderci conto che le nostre imprese devono competere a livello mondiale; troppe norme e cavilli, ma soprattutto troppe regole confuse, fanno perdere efficienza e competitività al sistema. Altro aspetto da tenere in conto è che le imprese sono chiamate a sostenere la concorrenza di paesi dove la sicurezza sul lavoro è un tema che viene certamente in secondo piano rispetto a quanto viene da noi. Per questo credo che le modifiche apportate dal governo, frutto di 15 anni di legislazione sulla materia dalla 626 in poi, hanno portato a una normativa equilibrata. Alcune modifiche vanno ancora fatte, e mi riferisco in particolare alla catena dell’appalto e del subappalto e al raccordo tra organi di vigilanza. Penso in particolare alle Asl che in questo momento sembrano un po’ scoordinate; ritengo che i livelli di sicurezza garantiti dalle Asl a livello regionale non siano omogenei. A livello normativo credo comunque che oggi siamo sulla strada giusta». Entro il 2012 il “parco” ispettori Inail verrà incrementato. Attualmente quanti sono gli ispettori e come avvengono i controlli? «Gli ispettori sono attualmente 318 e verranno incrementati entro gennaio 2012 di 103 unità, quindi quasi del 30% in più degli attuali. I controlli avvengono sia a livello diretto sia a livello di coordinamento provinciale e regionale con le direzioni ispettive del lavoro, con i carabinieri, con l’Inps, con l’Agenzia delle Entrate. Inoltre, con piani mirati come quello per il Mezzogiorno e quello sulle quattro regioni più a rischio, adottato dal ministero del Lavoro. Quest’ultimo sta portando a risultati significativi in ambienti e in regioni dove la cultura della sicurezza e del pagamento degli oneri contributivi non è molto radicata». Un grande numero di incidenti è legato 188 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
790 mila INCIDENTI Gli incidenti sul lavoro registrati in Italia nel 2009
-30,3% MORTI La riduzione degli infortuni mortali in Piemonte nel corso del 2009 rispetto al 2008
al lavoro nero, alla mancanza di controlli e protezioni e alla superficialità dei responsabili della sicurezza. Cosa andrebbe fatto in più rispetto a quanto si fa attualmente? «Intanto possiamo migliorare la catena di controlli. Gli arresti di questi giorni nella vicenda dei tre operai morti a Capua sono la dimostrazione che ancora persiste un’ampia area grigia su cui lavorare. E sotto questo aspetto bisogna che il Parlamento proponga interventi adeguati, anche se già tanto è stato fatto. Si può e si deve fare di più attraverso questa linea d’azione che ormai è stata individuata come strategica a livello generale non solo da Inail, ma anche da altre istituzioni come Inps e ministero del Lavoro; bisogna proseguire su questa strada, migliorare i meccanismi e fare ispezioni mirate che pregiudichino fortemente l’attività di chi non vuole rispettare le norme».
SICUREZZA SUL LAVORO
Prevenzione necessaria per ridurre i rischi La formazione è il primo passo per creare una corretta cultura della sicurezza in ambito lavorativo. Essa non deve fermarsi al piano formale ma procedere su quello sostanziale attraverso verifiche del recepimento dei principi fondamentali Nicolò Mulas Marcello
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Qui sotto, Raffaele Guariniello, sostituto procuratore di Torino; al centro, una fase del processo Thyssenkrupp
er Raffaele Guariniello, sostituto procuratore di Torino, la soluzione per ridurre gli incidenti sul lavoro non sta nell’inasprimento delle pene poiché «se un datore di lavoro omette una misura di prevenzione necessaria, commette un delitto che è punito fino a 5 anni di reclusione. Parlare di pene lievi mi pare un non senso, volerle aumentare è uno sbaglio altrettanto grande. L’importante è applicare le sanzioni che ci sono, ma applicarle veramente. Sia gli ispettori sia i magistrati dovrebbero fare un esame di coscienza». Lei sostiene che la cultura della sicurezza è un principio cardine che si manifesta su più aspetti: l’obbligo di valutare i rischi e quello di formazione. Quali rischi devono essere valutati? «Questi due aspetti da lei evidenziati sono senz’altro le due facce della medaglia che fanno parte della cultura della sicurezza tra loro strettamente connesse e sono entrambi principi fondamentali. Naturalmente questi due obblighi sono fondamentali se vengono
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osservati e applicati non su un piano puramente formale, ma sostanziale. Non basta scrivere un documento che contiene la valutazione dei rischi o dare ai lavoratori un tipo qualsiasi di formazione per poter dire che si sta facendo cultura della sicurezza. C’è un’esigenza che è quella dell’effettività. Bisogna quindi, per quanto riguarda la valutazione, che il documento sia veramente una fotografia dell’azienda in cui siano valutati tutti i rischi contemplati dal legislatore. Inoltre non basta valutare tutti i rischi, è altrettanto importante indicare le misure di prevenzione contro questi rischi. Questo documento è la carta costituzionale di un’azienda. È l’obbligo più importante di tutti e il legislatore non a caso lo ha messo a carico dello stesso datore di lavoro e non può delegarlo a nessun’altro». Non si fa abbastanza formazione? «Portare formazione, non vuol dire solo dare opuscoli informativi ai lavoratori, ma occorre che l’azienda si sinceri che le informazioni siano recepite e questo comporta una verifica dell’apprendimento. Ci rendiamo conto di quanto sia
Raffaele Guariniello
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Una cultura della sicurezza che non sia un facile slogan dietro cui nascondere una sostanziale inerzia manelle unanostre importante la formazione perché fabbriche sono sempre più chiavee nei di nostri voltacantieri del sistema
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numerose due categorie di lavoratori particolarmente a rischio. Una è quella dei lavoratori che restano in quella fabbrica per breve tempo, che subiscono la tendenza da parte dei datori di lavoro di non formarli; l’altra categoria è quella dei lavoratori stranieri la cui formazione lascia molto a desiderare. Cultura della sicurezza sì quindi ma che non sia un facile slogan dietro cui nascondere una sostanziale inerzia ma una chiave di volta del sistema». Qual è la metodologia di indagine in un caso di infortunio sul lavoro? «Il copione normale prevede che dopo l’infortunio, l’ispettore si rechi sul posto di lavoro e raccolga le prime notizie. Si fa una consulenza medica, e a volte anche quella tecnica, e si chiedono dei documenti all’azienda. Questa è la metodologia tradizionale che si sta rivelando ormai superata soprattutto in alcuni casi perché non basta chiedere i documenti all’azienda ma a volte occorre andarli a cercare anche tramite investi-
gazione. Occorre un approccio alle indagini molto più penetrante e anche molto più rapido. Cioè quando capita un incidente bisogna subito recarsi sul posto come è capitato a noi per la Thyssenkrupp o al nostro collega per questo caso dei tre operai morti a Capua. Però tutto questo comporta l’esistenza di un’organizzazione e di una specializzazione che purtroppo non sempre c’è in tutte le procure». Lei ha proposto l’istituzione di una procura nazionale o distrettuale specializzata nella sicurezza sul lavoro. In questo modo si potrebbero snellire veramente i processi? «Ne sono proprio convinto. Snellirli e renderli più penetranti perché un conto è se a fare le indagini è un magistrato specializzato nella materia, un altro è se a farle è un magistrato che della materia non si è mai occupato. La maggior parte delle nostre procure della Repubblica sono piccole con un numero ridotto di magistrati che si devono occupare di tutti i casi e possono essere anche bravissimi, ma non possono essere specializzati in tutte le materie. Laddove invece la procura sia in grado di organizzare un gruppo di magistrati specializzati è chiaro che l’intervento della magistratura risulta molto rapido». Le pene per chi non rispetta i criteri di sicurezza sul lavoro ci sono. Sono anche state inasprite recentemente, ma raramente vengono applicate. Perché? «Sono state inasprite rispetto al testo originario del Testo Unico ma successivamente sono state un po’ diminuite con il decreto 106/2009. A mio parere la soluzione non sta nell’entità delle pene perché si può anche dare la pena dell’ergastolo ma se gli organi di vigilanza non fanno tutto quello che devono fare e se i processi sono troppo lenti è chiaro che tutto questo rimane sulla carta. Il problema delle sanzioni va ridimensionato anche tenendo conto che per i casi più gravi il nostro codice penale prevede pene molto severe». A Torino il caso Thyssenkrupp è una ferita ancora aperta che a distanza di anni è viva nel ricordo di tutti. Pensa che tragedie come questa riescano a insegnare qualcosa? «Sì, ma a una condizione ovvero quella che si facciano processi rapidamente e poi se è giusto si arrivi a condanne anche severe». PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 191
GIUSTIZIA CIVILE
A Torino il tribunale più celere d’Italia
Nonostante la disciplina del lavoro sia la più snella tra le varie tipologie processuali è comunque lenta, al pari della giustizia civile. Un’eccezione? Il tribunale di Torino. La testimonianza degli avvocati De Guglielmi, Guelfo e Sibona Adriana Zuccaro
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ell’area piemontese, una delle poche boutique law firm specializzate nel campo giuslavoristico mostra che vi è almeno un angolo dell’Italia in cui la giustizia del lavoro risponde adeguatamente alle esigenze di imprese e cittadini, anche in termini di rapidità. Poiché questo avviene a parità di leggi, strutture e risorse con il resto della nazione, a fare la differenza sono evidentemente gli uomini e «ciò è motivo di orgoglio per tutti gli operatori Da sinistra, del diritto del foro torinese». Massimo Sibona, A parlare sono gli avvocati Roberto De Guglielmi e Luca Guelfo, avvocati Roberto De Guglielmi, Luca associati di Torino, Guelfo e Massimo Sibona, specializzati nel campo nell’anno 2000 hanno dato del diritto del lavoro e della previdenza sociale vita all’associazione professioavvocati@dirittolavoro.it nale che, muovendo dall’ac-
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quisita specializzazione dei suoi componenti nel campo del diritto del lavoro e della previdenza sociale, si occupa di tutte le tematiche della materia giuslavoristica, tanto di natura sostanziale quanto di carattere processuale. Su base nazionale, la durata media dei processi del lavoro non sembra differenziarsi in velocità dai tempi della giustizia civile dimostrando che «non si può sperare di abbreviare la durata dei processi con interventi legislativi di semplice modifica della legge processuale, come invece in Italia si sta facendo da vent’anni a questa parte. Ancor di più se si considera che la disciplina del processo del lavoro, che risale al 1973, è la più snella di tutte le varie tipologie processuali esistenti ma – sostiene l’avvocato Guelfo – ciò evidentemente non basta». Tale problematica, per l’avvocato De Guglielmi «ha, verosimilmente, a che fare anche con la natura di noi italiani. Già nel VI secolo d.C. Giustiniano fu costretto a emanare un editto con cu imponeva come limite alla durata dei processi il termine di 3 anni. Ma non servì a nulla. Alla fine del 1600 un grande giurista, il Muratori, denunciava che solo in Italia, a differenza di quanto accadeva Oltralpe, i processi civili duravano anni. Quello dell’eccessiva durata dei processi è dunque un fenomeno endemico, che in qualche modo ha a che fare con il nostro carattere – suppone De Guglielmi –. Diversamente non si spiegherebbe come mai la Corte di Cassazione francese
Il modello torinese
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Il modello torinese insegna che i tempi si contengono se si privilegia innanzitutto l’oralità, bandendo quanto più possibile gli atti scritti che, con il loro innato formalismo, sono occasione di continue lungaggini
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decide questioni anche complesse in poche righe, mentre da noi anche l’ultimo dei giudici di pace si sente autorizzato a scrivere trattati, magari per un danno da 500 euro». Pare però che il tribunale di Torino sia uno dei più celeri nell’emettere sentenze in diritto del lavoro. «È assolutamente vero, anzi è proprio il più veloce in assoluto in Italia – afferma l’avvocato Sibona –. Una causa di lavoro, ad esempio relativa a un licenziamento, viene mediamente risolta in un periodo che va da tre mesi a un anno al massimo. Ma questo vale anche per i processi civili, non solo del lavoro». L’eccellenza raggiunta dal foro torinese è certamente frutto di una migliore organizzazione interna, rispetto ad altri tribunali, e «non dipende affatto dal maggiore o minore tasso di litigiosità, che è in linea con quello della media nazionale – tiene a precisare De Guglielmi –. Ritengo inoltre che questa eccellenza abbia anche a che vedere con la natura degli operatori del diritto subalpini, giudici e avvocati, assai meno inclini dei colleghi del resto d’Italia ai bizantinismi».
Non è dunque intervenendo sulla disciplina del processo che si conterranno i tempi ed eviteranno le lungaggini. Né tanto meno rivolgendosi ad arbitri privati, invece che a giudici professionali, come si va ultimamente proponendo. «Sindacalisti e professori universitari non offrono certamente una garanzia di imparzialità nelle cause di lavoro, e ancor meno di celerità» suggerisce l’avvocato Guelfo. In che modo il tribunale di Torino potrebbe allora rendersi d’esempio per velocizzare regolano gli altri tribunali d’Italia? «Se parliamo specificamente delle cause di lavoro, il modello torinese insegna che i tempi si contengono se si privilegia innanzitutto l’oralità, bandendo quanto più possibile gli atti scritti che, con il loro innato formalismo, sono occasione di continue lungaggini, e inoltre richiedono a tutti gli operatori più tempo, per scriverli, per leggerli e per contestarli – spiega Sibona –. Ma a ciò si deve comunque unire un’organizzazione interna del singolo ufficio giudiziario che eserciti un effettivo e costante controllo della produttività di chi vi appartiene». PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 199
TURISMO CULTURALE
Quando l’offerta culturale diventa risorsa Grazie allo slancio dei Giochi 2006, Torino conferma sempre più la sua immagine di città d’arte e di cultura. Luca Dal Pozzolo, direttore dell’Osservatorio culturale del Piemonte, commenta l’andamento e le prospettive del sistema museale torinese Francesca Druidi
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orino ha saputo modificare profondamente la propria immagine. Non più, soltanto, polo industriale italiano per antonomasia, ma città densa di spunti e di proposte culturali. Favorita dalla qualità storico-architettonica del suo centro cittadino e rilanciata ormai a livello internazionale da manifestazioni rilevanti, Torino può contare sul suo patrimonio architettonico e su un sistema museale «assai strutturato e integrato», come lo definisce Luca Dal Pozzolo, direttore dell’Osservatorio culturale del Piemonte: due elementi che indubbiamente rappresentano elementi di attrattiva portanti nella costruzione dell’esperienza del visitatore. Visitatore che, per ammirare il Museo del Cinema piuttosto che il Museo Egizio, si sposta, consuma, acquista. Genera, in definitiva, una ricaduta economica im-
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portante. L’offerta museale identifica il maggior attrattore turistico di Torino. Quanto incide in termini di numero di presenze? «Le indagini riguardanti il pubblico dei musei condotte recentemente mostrano una forte percentuale di visitatori provenienti da altre regioni e dall’estero, circa il 52-53% nel complesso, di cui almeno il 15% dall’estero. Si può fare una stima di circa 1,8-1,9 milioni di presenze di turisti ed escursionisti nei musei contro 1,5-1,6 milioni di visite della popolazione locale. È una situazione recente, che risente del forte impulso delle Olimpiadi: nel 2001 i visitatori non piemontesi nei musei di Torino oscillavano attorno al 15%. In termini di persone fisiche, i turisti che frequentano i musei a Torino, considerato che mediamente ciascuno di essi entra in più di un istituto,
potrebbero essere stimati attorno alle 750 mila unità all’anno». Con quale incidenza da un punto di vista economico? «Ciò significa un impatto economico diretto non inferiore ai 130 milioni di euro, senza conteggiare gli effetti indotti: è una cifra di tutto rispetto, stimata per difetto e che si riferisce al solo turismo strettamente culturale». Quanto spende mediamente un turista a Torino per il turismo culturale?
Sopra, il Museo Egizio; sotto, Luca Dal Pozzolo, direttore dell’Osservatorio culturale del Piemonte
Luca Dal Pozzolo
Museo Egizio e Museo del Cinema raccolgono le maggiori preferenze degli stranieri, unitamente alle strutture del centro città
«Dalle nostre indagini, tra i 70 e i 100 euro al giorno, tenendo comunque in considerazione la diffusione al pernottamento anche da parenti e amici. Parliamo, tuttavia, del nucleo centrale dei turisti culturali, soprattutto italiani. Gli stranieri spendono qualcosa in più, mentre gli americani o gli asiatici hanno budget di spesa significativamente superiori: durante le Olimpiadi, i turisti americani spendevano più del doppio di quelli europei, al di sopra dei 250 euro al giorno, anche se non si trattava del solo target turistico culturale. Lo sviluppo di flussi impor-
3 mln
VISITATORI
Numero di visitatori che in media visita all’anno il sistema museale
130 mln GIRO D’AFFARI
È l’impatto economico del turismo culturale a Torino
tanti dall’estero rappresenta sicuramente, insieme ad altri settori strategici, una risorsa economica non trascurabile per il futuro economico della città». In base ai dati dell’Osservatorio, qual è lo stato di salute del sistema museale metropolitano di Torino? «Le performance di visitatori degli ultimi anni mostrano una forte dinamica del sistema museale metropolitano, ormai stabilmente al di sopra dei 3 milioni di visitatori annui, da confrontarsi con i poco più di 600 mila dei primi anni Novanta. Senza dubbio, i musei
vedono ridursi progressivamente il sostegno pubblico per la spese di gestione corrente: questo implica una riduzione soprattutto delle attività temporanee come le mostre. Ciò nonostante, il 2009 ha avuto una flessione contenuta di visitatori, in linea con le dinamiche nazionali. Va però tenuto conto della chiusura di Palazzo Bricherasio e della sua attività espositiva, che comportava più di duecentomila visite. In compenso si sono registrati aumenti significativi per i musei scientifici. I dati parziali del 2010 mostrano un forte impatto dell’Ostensione della Sindone in termini di visite ai musei. In sostanza, la penuria delle risorse non si è ancora tradotta in un effetto di calo di pubblico, ma indubbiamente le difficoltà di gestione corrente potrebbero esprimere questi effetti in futuro». Quali le strutture di Torino considerate dei must, delle PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 203
TURISMO CULTURALE
Sopra, la Mole Antonelliana al cui interno si trova il Museo del Cinema
mete imperdibili, dai turisti e quali invece le più in ombra? Esiste una differenza di preferenze tra visitatori italiani e stranieri? «Esiste un piccolo gruppo di grandi attrattori tra i beni culturali: La Venaria Reale, Il Museo del Cinema, Il Museo Egizio, seguiti da Palazzo Madama, nel salotto di Torino. Gli altri musei vengono frequentati dai turisti che si fermano più di uno o due giorni e dalla popolazione locale. Museo Egizio e Museo del Cinema raccolgono le maggiori preferenze degli stranieri, unitamente alle strutture del centro città. Il sistema dell’arte moderna e contemporanea, che a Torino fa registrare eccellenze d’offerta, si rivolge
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Le performance di visitatori degli ultimi anni mostrano una forte dinamica del sistema museale metropolitano
tuttavia a un segmento di pubblico più delimitato». Rispetto anche ai finanziamenti pubblici ricevuti, quali enti che fanno parte del sistema museale torinese risultano maggiormente virtuosi? E in generale, quanto risulta virtuoso il sistema museale cittadino? «È una domanda difficile; dipende dal criterio di valutazione. Non contano solo i numeri d’accesso, anche se sono ovviamente fondamentali e
danno una misura del gradimento del pubblico e dell’efficacia del servizio. Altre strutture, magari meno frequentate in termini assoluti, svolgono però un intenso lavoro sul territorio o con le scuole, come avviene in molti casi nel sistema museale torinese. Complessivamente, il sistema appare oggi assai strutturato e integrato e la crescita dei musei scientifici apporta un ulteriore tassello a un’offerta variegata e integrata».
TURISMO CULTURALE
I
l 2011 sarà un anno importante per la cultura a Torino. A partire dal 17 marzo 2011, Palazzo Madama ospiterà la prima sede di “MuseoTorino”, un vero e proprio museo diffuso, costituito dalla rete dei musei in cui la storia della città è già presente, dai luoghi più noti e significativi, ma tendenzialmente esteso all’intera città. Nella Corte medievale di Palazzo Madama sarà, infatti, inaugurato un allestimento multimediale dal titolo “Torino 12.000 anni di storia”. Nell’arco di poche decine di minuti, il visitatore potrà rivivere l’intera storia della città attraverso mappe e immagini che ne illustreranno l’evoluzione: da città romana a centro medievale, a capitale del ducato e del regno, poi a capitale dell’industria e metropoli, sino ai nostri giorni. Nel 2011 Torino si prepara poi a festeggiare il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, con cinque
Torino è pronta all’appuntamento del 2011 «Resta indiscutibile che la cultura è un settore su cui investire, sempre». Non solo per i flussi economici che può generare, ma anche per il contributo sostanziale offerto alla crescita civile della collettività. È una delle linee guida di Sergio Chiamparino, primo cittadino di Torino Leonardo Testi grandi mostre e un fitto programma di cultura, sport e spettacoli. 250 giorni, dal 17 marzo al 20 novembre, che renderanno conto di quanto l’Italia ha di meglio da offrire al mondo: bellezze artistiche e culturali, creatività e made in Italy, innovazione, qualità della vita, storia, enogastronomia. Vicepresidente del Comitato Italia 150, nato allo scopo di organizzare a Torino e in Piemonte i festeggiamenti per l’unificazione, è il sindaco Sergio Chiamparino. Le celebrazioni per il centocinquantenario, condensate sotto l’egida “Esperienza Italia”, contribuiranno a un ulteriore sviluppo, certamente anche culturale, della città come fecero i Giochi Olimpici invernali del 2006? «È scontato sottolineare la differenza fra i due eventi, ma necessario: le Olimpiadi erano una vetrina mondiale che
concentrava in quindici giorni un numero di media e di appuntamenti altissimo, raccogliendo un pubblico di milioni di persone di target diversi. Italia 150 è la celebrazione nazionale di un paese in cui l’Unità è ancora relativamente giovane e non priva di difficoltà, e cade in un momento politico ed economico particolarmente difficile. Al di là di questo, le occasioni di dibattito saranno molte e accompagnate da manifestazioni culturali e popolari, pensate per indurre tutti a riflettere sul cammino percorso da quando “l’Italia è stata fatta”, interrogandosi quanto siano “stati fatti gli Italiani”. Ma ci sarà spazio anche per uno sguardo al futuro, parallelamente a quanto avvenne nel 1961 con lo stupore della monorotaia e del circarama». Come valuta l’andamento del sistema culturale cittadino in questo momento di
In basso a sinistra, il sindaco di Torino Sergio Chiamparino; in alto a destra, render dell’allestimento multimediale che verrà inaugurato a marzo presso la Corte medievale di Palazzo Madama, parte integrante del MuseoTorino; sotto, render della mostra “Fare gli italiani” inclusa in “Esperienza Italia”
Sergio Chiamparino
6 mln BIGLIETTI
Numero di biglietti che si prevede saranno venduti per Esperienza Italia
8,5 GIRO D’AFFARI
Moltiplicatore delle ricadute sul territorio stimato rispetto agli investimenti di Esperienza Italia
incertezza economica? Circolano una serie di polemiche sull’efficienza del Museo di Arti Orientali, occorre a suo avviso sfruttarne ulteriormente le potenzialità? «Le strutture museali hanno tempi non assimilabili gli uni agli altri per procurare un ritorno, soprattutto in termini economici. Resta indiscutibile che la cultura è un settore su cui investire, sempre, poiché le ricadute sono certe, sia in termini economici - e basti pensare al traino che esercita per il territorio - e soprattutto per la crescita civile della nostra comunità. A Torino questo assunto è verificato, e proprio
con gli investimenti fatti in periodo pre-olimpico. Per quanto riguarda il Mao, i dati attestano che è il museo, nel suo campo, più visitato d’Italia». Il Salone del Libro, il Museo del Cinema e il Festival del cinema, il Museo Egizio e la Reggia di Venaria rappresentano alcune delle punte di eccellenza dell’offerta culturale torinese. Può indicarmi altri eventi, appuntamenti e in generale strutture che l’amministrazione intende valorizzare e sollecitare nel settore cultura a breve o a lungo termine? «Uno è appunto il Mao, su cui abbiamo puntato per l’arte
orientale. Stiamo facendo un esperimento interessante con il MuseoTorino, in cui la collezione è per così dire rappresentata in modo virtuale dalla città stessa. Vedremo i risultati». Quali le strategie per incrementare sempre di più l’attrattività di Torino, anche a livello internazionale? È ipotizzabile la candidatura di Torino a Capitale europea della cultura nel 2019? «La candidatura è stata lanciata qualche giorno fa. E a me sembra che Torino e il suo territorio abbiano tutte le carte in regola per ambire al riconoscimento lanciato nel 1985 da Melina Mercuri». PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 207
TURISMO CULTURALE
Non un museo, ma una meta residenziale Il complesso della Reggia di Venaria è tra i primi cinque siti culturali italiani più visitati. Alberto Vanelli, direttore del Consorzio La Venaria Reale ne spiega i motivi Francesca Druidi
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alla sua apertura, nell’ottobre 2007, ha acquisito in poco tempo una popolarità straordinaria, registrando fino ad oggi oltre 2.600.000 presenze. La Venaria Reale si propone come un unicum ambientale-architettonico che raggiunge in totale gli 80mila metri quadrati di superficie, includendo la Reggia,
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i Giardini, il Borgo Antico e le Scuderie Juvarriane. Gestito dal Consorzio di valorizzazione culturale La Venaria Reale, che conferisce autonomia gestionale all’istituto presentando un modello amministrativo nuovo, il complesso si contraddistingue per la sua dimensione dinamica e vitale, assolutamente non impomatata. Come evidenzia il direttore del Consorzio, Alberto Vanelli, La Venaria si declina come un centro in grado di coniugare aspetti storici ed esigenze di svago. Nei suoi spazi vi si alternano mostre, come l’attuale “Le macchine della meraviglia” dedicata alle lanterne magiche,
ai concerti e agli spettacoli. Basti pensare agli appuntamenti estivi di Venaria Real Music il festival che ha coinvolto alcuni dei nomi più prestigiosi dell’arte, dello spettacolo e della musica italiana e internazionale (Paolo Conte, Francesco De Gregori, Massive Attack, The Cranberries, Nicola Piovani, Simple Minds e Arturo Brachetti). La Reggia di Venaria individua uno dei pochi istituti culturali che non ha sofferto l’impatto della crisi. Può svelare qual è il segreto di questo successo? «Sono tre fondamentalmente le ragioni. La prima è la bel-
A fianco, Alberto Vanelli, direttore del Consorzio di valorizzazione culturale La Venaria Reale; nelle foto, il complesso della Venaria Reale
La reggia Venaria Reale
lezza del luogo, dell’architettura e dei giardini, che dopo due secoli di abbandono e otto anni di restauro, rappresentano una sorpresa straordinaria per gli addetti ai lavori, ma anche e soprattutto per il grande pubblico. La scoperta, alle porte di Torino, di uno dei più bei capolavori dell’architettura barocca del mondo, inserito in un paesaggio che si affaccia sulle montagne, ha colpito particolarmente le persone in virtù della sua novità scenografica. La seconda ragione risiede nel fatto che abbiamo trovato una formula di gestione piuttosto gradita al pubblico». Quale? «Non siamo un museo, ma siamo una Reggia. È sì anche un museo, ma più che un luogo dove ci si reca per osservare determinati oggetti e opere, è un posto dove si va a permanere, a stare, immergendosi in un’atmosfera diversa da quella quotidiana. Chi viene alla Venaria può passeggiare per i giardini, godere di momenti di svago quali concerti, attività culturali, mostre temporanee, conferenze. Attività pressoché quotidiane di vita che costituiscono un ottimo motivo di ritorno e alimentano il desiderio di replicare la visita, sia per partecipare ai nuovi appuntamenti proposti sia perché è piacevole riscoprire ogni volta questi luoghi, fermandosi ad esempio a guardare la fontana». La terza ragione per i nu-
Abbiamo trovato meri realizzati da una formula di Venaria? «È chiaro, siamo gestione piuttosto aperti da tre anni gradita al pubblico circa e ancora una larga fetta di pubblico non è venuta a visitare la Reggia nemmeno una volta. Prima che tutta l’Italia e anche un po’ d’Europa ci abbia fatto visita, possiamo contare ancora per qualche tempo sull’effetto novità. Abbiamo, inoltre, improntato una politica di comunicazione abbastanza importante, investendo molto su questa voce. Certo, in questi anni siamo diventati il quinto bene culturale più visitato in Italia, accogliendo intorno agli 800-900 mila visitatori all’anno. Sono senza dubbio performance straordinarie». Dopo questo inizio sfolgorante, quali sono le strategie che intende mettere in campo il Consorzio per continuare a incentivare l’attrattività della Reggia? «Già adesso proponiamo un programma ricco di appuntamenti con mostre, spettacoli, concerti, attività di svago che rinnovano l’interesse sia per un pubblico che già conosce la Reggia sia per quello che ancora non è venuto a scoprirla. Più in generale, concepiamo la Reggia come una meta di permanenza e non come semplice luogo da visitare. In questo senso, stiamo ragionando con la città di Venaria, il Parco La
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TURISMO CULTURALE
L’obiettivo è rendere la Venaria un luogo permanente di villeggiatura e di residenzialità
Mandria e con le altre residenze per far sì che il complesso rimanga un attrattore turistico e culturale stabile e solido anche nei prossimi anni. L’obiettivo è quello di rendere Venaria un luogo dove si può andare in villeggiatura, tanto per usare uno slogan. Trasformarla nella meta di una possibile villeggiatura in uno spazio ambientale, architettonico e culturale realmente unico». Quali sono i più significativi progetti che riguarderanno in futuro gli spazi della Reggia di Venaria? «Siamo molti concentrati nella
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preparazione del centocinquantenario dell’Unità d’Italia e in particolare nell’organizzazione delle manifestazioni del 2011, che includeranno una splendida mostra sull’arte italiana (“Dalle Italie all’Italia. Arte, immagine e identità dell’Italia storica”), una sulla moda (“L’Italia si specchia - 150 anni di alta moda dall’Unità ad oggi”), un’altra dedicata all’Autoritratto di Leonardo (“Leonardo - Dal genio al mito”) e inoltre una serie di iniziative legate al tema del cibo, dall’apertura degli orti e dei frutteti fino alla scoperta
della varietà e della ricchezza del patrimonio eno-gastronomico italiano. Più a lungo termine, c’è, come detto, lo sviluppo di questa idea del complesso come luogo permanente di villeggiatura e di residenzialità». Si parla della Reggia come possibile sede di summit nazionali e internazionali. Cosa ne pensa? «Sono entusiasta dell’idea del presidente Cota di organizzare qui summit ed eventi poiché ritengo sia il luogo ideale, sia per motivi di qualità che di sicurezza».
CIBO E TERRITORIO
Geografie in espansione per i sapori nostrani La mecca delle specialità enogastronomiche italiane a due passi da Madison Square. Eataly debutta a New York e le eccellenze della tradizione culinaria acquistano un gusto global e contemporaneo. Oscar Farinetti ripercorre le tappe che hanno fatto del mangiar sano un marchio non convenzionale
rima regola: soddisfare tutti i palati. Si parte dal Lingotto a Torino e si giunge oltreoceano, a Tokio e New York. La formula è quella del megastore, fornitissimo ed economico. Ma guai a chiamarla catena. «Eataly non si clona né si espande a macchia d’olio come un qualsiasi fast food. Semmai scova ed esporta le identità culinarie nostrane», tiene a precisare il Paola Maruzzi suo fondatore. Così la qualità del cibo made in Italy è diventata pretesto per raccontare le culture regionali. Oscar Farinetti, ribattezzato il “mercante utopico” per aver scommesso sull’etica oltre che sui guadaSotto, Oscar Farinetti; nella pagina a fianco, il nuovo store Eataly a New York, inaugurato il 31 agosto 2010 gni, ha avuto un’idea sempli-
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cissima: commerciare su larga scala prodotti e sapori di nicchia. Dopo New York, pochi giorni fa viene inaugurato il quarto punto vendita Eataly a Tokio. Si conferma così la vocazione globale del made in Italy. In qualche modo il vostro obiettivo è quello di diventare una catena d’elite che faccia concorrenza alle multinazionali del fast food? Quale sarà la prossima nazione che ospiterà un nuovo store? «Né catena, né d’elite. Più che espanderci, la nostra missione è quella di portare l’esperienza sull’agroalimentare italiano in giro per il mondo, raccontando il Belpaese e le sue biodiversità. E lo facciamo in punta di piedi, agendo su scala ridotta. Piano piano, insomma. Se a Tokio abbiamo aperto ben quattro punti vendita è solo perché, non essendoci un unico centro urbano, era necessario dislocare strategicamente l’offerta. Ma questo non ha nulla a che fare con la clonazione indifferenziata dei fast food. Per quanto riguarda il futuro le richieste dall’estero non mancano, ma dedicheremo i prossimi due anni a completare il puzzle in Italia: a breve saremo a Genova, Roma e poi Milano. Stiamo lavorando anche su Bari, l’idea è aprire nel settembre 2011, in
Oscar Farinetti
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Mangiare è un atto agricolo diceva il poeta Wendell Berry. Dentro c'è un universo di cose e parole. E io aggiungo: mangiare è un atto politico
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concomitanza con la Fiera del Levante». Il marchio Eataly punta sui prodotti locali. In questo modo ogni punto vendita si distingue e si modella in base alle specificità del territorio. Esiste, nonostante tutto, una cultura del cibo americana che merita di essere raccontata, conosciuta e valorizzata? Quali sono, invece, le eccellenze italiane più esposte nella vetrina newyorkese? «Sfatiamo un luogo comune: gli americani non ingurgitano solo hamburger e junk food. Per due anni abbiamo lavorato per portare alle luce questo universo culinario sommerso. E siamo rimasti sorpresi nello scoprire che la loro frutta e verdura sono eccellenti, di gran lunga migliori delle nostre. Ottimi sono anche i cereali e le carni. Ero titubante sul pesce, perché l'Oceano dispone solo di sessanta varietà, ma sono stato co-
stretto a ricredermi anche in questo caso. Ci è sembrato giusto, quindi, fare un mix di materie prime locali e savoir faire italiano. Poi devo riconoscere anche la loro straordinaria sensibilità nei confronti dei cibi di qualità. A New York i nostri formaggi e salumi hanno un posto di prim'ordine. A seguire, in ordine di gradimento, la pasta fresca e il pane casereccio». Si parla indistintamente di “qualità del cibo”. Ma quali standard determinano la selezione dei vostri prodotti? «I nostri prodotti passano al vaglio di una equipe di giovani esperti, in gran parte provenienti dall’università di Scienze gastronomiche. Al cibo che mettiamo in commercio chiediamo soprattutto che risponda alle tradizioni del luogo di provenienza. E poi pretendiamo che sia buono da matti. Anche la sottigliezza del gusto certifica la qualità».
40 mln
FATTURATO A Torino Eataly chiude ogni anno all’incirca con questo bilancio
25 mln DOLLARI
È stato l’investimento per lo store di New York. La location di Eataly nella Grande Mela è uno storico palazzo ottocentesco di 15 piani
Eataly non è solo la mecca delle specialità enogastronomiche nostrane, ma anche un’azienda decisamente non convenzionale. Qual è il suo target di riferimento? La qualità è davvero accessibile a tutti, oppure discrimina coloro che non possono permettersi il “lusso” di magiare bene? «Sin dall'inizio ci siamo posti un obbiettivo: rivolgerci a tutti. Eataly è democratica. Non vogliamo assolutamente diventare i “fighetti” del gusto. Non a caso abbiamo dimostrato che si può comprare un prodotto straordinario a prezzi accessibili. E riusciamo a farlo perché, giocando sulle grosse quantità, abbiamo accorciato la filiera, cioè compriamo direttamente da chi produce. La piccola bottega di nicchia, invece, è costretta a comprare dal grossista». Eppure c’è chi lamenta che i prodotti di qualità siano cari. ›› PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 213
CIBO E TERRITORIO
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A pochi giorni dalla sua apertura lo store di New York fattura già più di quelli italiani
›› Cosa risponde?
Sopra, da sinistra, Alex Saper, Mario Batali, Lidia Bastianich, Michael Bloomberg, Oscar Farinetti, Joe Bastianich, Adam Saper
«Più che di portafoglio è una questione di percezione. Viviamo in un paese in cui se le zucchine aumentano di cinquanta centesimi succede il finimondo e poi spendiamo, senza chiederci il perché, somme spropositate per cose futili. Dovremmo invertire le proporzioni e i punti di vista». Ultimamente in Italia sta prendendo piede una forte attenzione ai prodotti biologici e di denominazione certificata. La si può considerare solo una moda passeggera funzionale a un nuovo business, oppure è un segnale che la cultura del cibo di qualità sia stata sdoganata? «Si tratta decisamente di un cambio culturale. E la nostra missione “didattica” segue proprio questa scia. Oltre a ven-
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dere informiamo e sensibilizziamo. Collaboriamo con le scuole e abbiamo all’attivo dei corsi di cucina aperti a tutti. Gli italiani amano coprirsi la bocca di belle parole: dop, doc e via dicendo. Ma, tra una sigla e l’altra, sono in molti a ignorare la differenza tra il grano tenero e quello duro. Oppure, cosa ancora più grave, non si sa più abbinare i prodotti alle stagioni. Il nostro marketing lavora in questo senso e usa un linguaggio semplice e chiaro. Credo che la buona cucina non possa prescindere dalla capacità di sapersi raccontare. Mangiare è un atto agricolo diceva il poeta Wendell Berry. Dentro c’è un universo di storie e parole. E io aggiungo: mangiare è un atto politico, nel suo significato etimologico più profondo. Cibo come polis, arte
❞
del governo». Stare a tavola con la testa e non solo con lo stomaco, evocando atmosfere. Eataly riesce a calarsi in contesti atipici e sofisticati. A proposito di altre suggestioni, quali personaggi letterari è stato in grado di attrarre Eataly? «Cibo e cultura: sono i due orgasmi che assicurano la continuazione e l’evoluzione della specie. In genere chi si occupa di cibo con coscienza ha una marcia in più. Guarda poco la televisione e ama leggere. Da Eataly ho visto passare un sacco di gente interessante, scrittori, musicisti, artisti. Tra i tanti cito Alessandro Baricco, decisamente una buona forchetta. E il cantautore Gino Paoli, profondo conoscitore e produttore dell’olio extravergine d’oliva».
CONTAINERS
Containers protagonisti dell’intermodale Non si può sfuggire al ritmo che il mercato impone all’impresa. Neanche nella costruzione di containers, sempre più all’avanguardia nei materiali e nelle funzioni. Roberto Marengo spiega le scelte innovative della Sicom Giulio Conti
“Nel mondo dell’impresa non possiamo mai metterci a riposare; la vita non è sedentarietà ma viaggio in continuo movimento”. Le parole di Henry Ford, noto industriale statunitense, rimangono valide nel mondo di quell’imprenditoria contemporanea che, anche a dispetto di straordinarie conquiste, con genuina ambizione mira al futuro e ai mercati oltre la linea dell’orizzonte economico. Il dinamismo proclamato da Ford lo si ritrova nell’impegno di Roberto Marengo, portavoce della Sicom, azienda operante nell’ambito della costruzione di containers e soluzioni attigue, che annuncia un resoconto aziendale in costante accelerazione, anche perché «se c’è un mercato che corre, non si può restare a guardare». Su cosa si fonda la costruzione di un container? 218 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
«I nostri containers ISO, International Organization for Standardization, sono concepiti e costruiti sulla base delle richieste e necessità della clientela, pertanto permettono di ottimizzare le unità per specifici ambiti di utilizzo nei quali gli equipaggiamenti standard hanno dimostrato di non essere idonei. Dall’individuazione merceologica allo studio dei rischi, dalla ricerca dei materiali di rivestimento e supporto interno al container alla pianificazione del viaggio intermodale, ogni fase di pianificazione del trasporto è fondata sulla sicurezza di ogni risorsa posta in gioco». Qual è la filosofia che muove il vostro lavoro sul
concept del container contemporaneo? «Il mercato globale è in continua evoluzione. Grazie all’esperienza e al know-how acquisito oggi siamo in grado di proporre soluzioni innovative che permettono al cliente un indubbio vantaggio in termini di competitività. Naturalmente, in base alle necessità insite nel trasporto di determinate merci, studiamo a fondo le necessarie caratteristiche che il container deve possedere. Per questo aggiorniamo e ampliamo la gamma dei containers offrendo al
Materiali e funzioni
In apertura, lo staff della Sicom a lavoro. Qui, facciata e sala interna dell’azienda di Cherasco (CN) a.comino@zirak.it
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In un mercato in continua evoluzione come quello odierno, l’utilizzo di materiali diversi dall’acciaio non rappresenta più una novità nell’ambito del container
mercato ad esempio, dry bulk, casse mobili swap body furgonate e telonate, contenitori speciali, anche non adibiti al trasporto delle merci, quali shelters e moduli abitativi, con allestimenti esterni e interni particolari». Quali rischi tecnico-meccanici corrono i containers durante i viaggi su gomma? «Il container è nato con lo scopo di ridurre al minimo i tempi tecnici di scarico e carico, e i rischi di danneggiamento delle merci e imballi connessi al trasbordo delle merci durante il passaggio tra
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le varie modalità (nave/treno/camion). Da questo punto di vista sicuramente il trasporto su gomma rappresenta la preoccupazione minore poiché il container è progettato per resistere a stress ben superiori a quelli imposti dalla veicolazione stradale». Ritiene che le normative vigenti che regolano il settore siano adeguate? «Le normative italiane sono sicuramente migliorabili, soprattutto in un Paese come il nostro dove la morfologia del territorio dovrebbe far propendere per un trasporto delle
merci meno vincolato alla strada. Si pensi alle autostrade del mare: l’Italia per via della sua estensione potrebbe veramente godere di grandi benefici in questo senso sull’asse Nord-Sud, come stanno facendo altri Paesi Europei come ad esempio, la Germania e la Francia, per il trasporto fluviale. Ovviamente riformare le normative non è sufficiente: è fondamentale creare piattaforme logistiche (porti/interporti) adeguate per permettere il passaggio a queste nuove modalità». A cosa si ispira il team di designer nella fase di progettazione di un nuovo container? «La soddisfazione del cliente/utilizzatore è sempre il nostro principio ispiratore, ma non trascuriamo mai di implementare migliorie dal punto di vista puramente tec-
18,5 MIGLIAIA DI TEU
È la produzione che la Sicom Spa raggiunge annualmente
30 MILIONI
Fatturato annuo consolidato dalla Sicom. L’azienda conta inoltre un organico di 150 dipendenti
PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 219
CONTAINERS
nico-funzionale. Abbiamo avuto modo di constatare negli anni quanto la solidità di un prodotto possa portare a indubbi benefici nell’ambito del trasporto intermodale ed è nell’individuazione dei materiali adeguati che si fonda questo aspetto. Sicuramente il design, in questo caso prettamente ergonomico, agevola la durabilità dei nostri prodotti e ne facilità l’usabilità». Quali materiali privilegiate per la costruzione di nuovi containers? «In un mercato in continua evoluzione come quello odierno, l’utilizzo di materiali diversi dall’acciaio non rappresenta più una novità nel-
l’ambito del container. Da tempo i nostri prodotti implementano alluminio, acciaio inossidabile, acciaio alto resistenziale e ultimamente materiali compositi. Abbiamo per esempio realizzato container completamente in acciaio inossidabile per il trasporto di prodotti sfusi». Che tipo di evoluzione ha vissuto il range produttivo della Sicom? «La Sicom S.p.a. è nata nel 1975 come costruttore di ISO dry box essenzialmente per il mercato nazionale. Nel corso degli anni, la gamma di containers ISO è stata consistentemente ampliata fino a comprendere tutti i tipi in ac-
Usi e percorsi dei containers Il trasporto intermodale, in cui avviene cioè l’utilizzo combinato di camion, treni e navi, viene utilizzato soprattutto in casi di lunghe e lunghissime percorrenze come, ad esempio, durante gli scambi commerciali tra diversi continenti. Il container, quale modulo-contenitore delle merci da trasportare, è pertanto il protagonista di svariati usi e percorsi. A Cuneo, la Sicom Spa, azienda costruttrice di ISO containers, fornisce anche tutte le tipologie furgonate e telonate da 7,15 – 7,45 – 7,82 – 13,60 metri e 45 piedi. Attualmente, la produzione annua è attestata attorno a 18.500 TEU a fronte di un organico di 150 dipendenti e un fatturato di circa 30 milioni di euro. Lo stabilimento Sicom, provvisto di proprio raccordo ferroviario e relativo piazzale, sorge su di un’area di 120.000 mq ed è a Cherasco, in provincia di Cuneo, a 60 Km a Sud di Torino, facilmente raggiungibile tramite l’autostrada A6 (Torino – Savona) e A33 (Asti – Cuneo).
220 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
ciaio, mentre contestualmente gli sforzi commerciali hanno consentito di allargare la clientela che oggi comprende tutti i più importanti nomi dello shipping, del container leasing, operatori intermodali e trasportatori internazionali. A partire dal 1994, la gamma di prodotti, che già comprendeva open top da 20 e 40 piedi, dry box, flat rack, ventilati, bulk e open side, è stata ulteriormente arricchita con portacoils, casse mobili e allestimenti per semirimorchi maxi volume». La Sicom produce inoltre moduli abitativi containerizzati idonei al trasporto marittimo, stradale e ferroviario. «Sono unità abitative particolarmente indicate per l’uso in condizioni climatiche difficili tipiche delle zone remote del mondo. Il modello standard, dotato di rivestimenti e arredi made in Italy, presenta le zone tipiche di un appartamento (ingresso, salotto, soggiorno, cucina e bagno) che non sia però fisso ma mobile, quindi trasportabile. A differenza dei containers abitativi presenti sul mercato, le unità Sicom non sono shipping containers modificati ma vere e proprie soluzioni che garantiscono comodità e benessere dei passeggeri in viaggio. Di fatto, un particolare sistema di isolamento consente di mantenere la temperatura interna indipendente, “isolata” dalle condizioni atmosferiche esterne».
L’INDUSTRIA DEL DIVERTIMENTO
Dallo sport al business Fitness, benessere, divertimento e sport, a parte qualche flessione, tengono il mercato. E si rivelano settori interessanti per possibili investimenti. Ronchiverdi, oasi torinese dello sport e del tempo libero, in questo senso offre nuove opportunità Lucrezia Gennari
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onostante la crisi economica, il settore del divertimento e del tempo libero in Italia, nell’ultimo anno ha registrato una crescita complessiva. Se è vero che la diminuzione del potere d’acquisto e le incertezze verso il futuro hanno spinto gli italiani a tagliare molte spese superflue, è altrettanto evidente che le famiglie non vogliono rinunciare a svaghi, relax e passatempi, anche e soprattutto in tempi difficili. Lo dimostra in particolare il settore dei parchi gioco, che evidenzia un’elevata solidità a livello mondiale, considerando che la flessione subita è stata leggerissima: i primi 25 parchi del mondo hanno totalizzato nel 2009 185,6 milioni di visitatori, contro i 186 del 2008. In Italia, addirittura, i parchi gioco hanno registrato un aumento complessivo del fatturato, che ha segnato un +11,4% rispetto all’anno precedente, secondo i dati dell’Area Research di Banca Monte dei Paschi di 222 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
Siena. Anche il settore wellness sembra non conoscere crisi: secondo le statistiche, da solo muove circa 5,5 miliardi di euro all’anno: di questi, quasi la metà sono spesi fra fitness e piscina, mentre la parte restante si suddivide fra cura del corpo e del viso, in-
tegratori alimentari e articoli sportivi. Quello del divertimento e del relax rimane quindi un settore molto interessante, anche in termini di possibili investimenti, fondamentali per mantenere la solidità del mercato nel mediolungo periodo.
Alcune sfilate di moda a Ronchiverdi. Nella pagina accanto, sotto la club house
Servizi
L’IMPATTO DELLA CRISI Naturalmente non tutti possono permettersi di non rinunciare ai “costi voluttuari” e c’è chi taglia questo genere di spese a causa delle difficoltà economiche. L’ambito più penalizzato pare essere la piscina, passione molto diffusa ma anche piuttosto cara. «Credo che il nostro settore non sia immune alla crisi – afferma Laura Quattrocchi, responsabile Relazioni esterne per Ronchiverdi Spa, oasi torinese dello sport e del tempo libero -, lo si nota dalle offerte di abbonamenti a prezzi particolarmente ribassati e dai molti impianti chiusi o in fase di chiusura. Fortunatamente però la nostra azienda non ha risentito della crisi economica, anzi, ha rilanciato la propria azione acquisendo in gennaio un impianto storico di Torino: la palestra Heron nei pressi del Tribunale, allargando quindi la clientela e accedendo a nuove opportunità di business». Merito di una politica ben radicata, orientata verso un preciso target di fascia medio-alta e dell’attenzione nei confronti della fidelizzazione della clientela esistente. «Attualmente – afferma Laura Quattrocchi – contiamo su un parterre di circa 2000 persone di clientela fissa, associata al club, 1200 famiglie che usufrui-
scono dei servizi kids, oltre ad altri 8000 contatti che a vario titolo frequentano Ronchiverdi, in occasione ad esempio di eventi sportivi e conviviali, mostre d’arte, aperitivi ed appuntamenti enogastronomici». UNA STRUTTURA POLIVALENTE Ronchiverdi offre un’ampia gamma di servizi che spaziano dalla ristorazione, allo sport, al benessere. In particolare, si rivolge alle famiglie con bambini, grazie ai corsi sportivi per tutta la famiglia e al Kidsvillage «una struttura polivalente all’interno del club dedicata esclusivamente alle esigenze sportive e di svago di bambini e ragazzi». È questa tipologia di clientela, infatti, che si trova maggiormente orientata all’utilizzo della molteplicità di
servizi che Ronchiverdi è in grado di offrire. Nello specifico dispone di impianti sportivi, quali tennis, beach tennis e beach volley, golf training, piscine, palestre, attività per tutte le fasce di età e di intensità anche con programmi personalizzati. «L’area dedicata al benessere – continua Laura Quattrocchi – offre un centro Chinesis che poggia su una concezione terapeutica innovativa, grazie all’apporto di valenti professionisti, personal trainer e specialisti in UU PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 223
L’INDUSTRIA DEL DIVERTIMENTO
Servizi business Ronchiverdi For Business è un’aggregazione di business solutions pensata per quelle società che guardano al mondo del fitness e del wellness per derivarne valori positivi da sviluppare all’interno dei propri team di lavoro. Ronchiverdi Business propone ai propri partner: Sponsorizzazioni: opportunità mirate, in occasione di tornei e particolari iniziative che il club ha in calendario. Formule di partnership commerciale e fornitura tecnica privilegiata. Sala congressi tecnicamente attrezzata per meeting fino a 100-120 persone. A disposizione anche servizio catering personalizzato Business Passport, tessera associativa aziendale, scaricabile fiscalmente e fruibile dallo staff indicato dall’azienda Galleria Commerciale: vetrine espositive per uno shopping d’eccezione Fitness Magazine: rivista mensile che fornisce una vetrina di prestigio agli inserzionisti e viene spedita ai soci e venduta nelle edicola di Torino e dintorni Sito web www.ronchiverdi.it aperto a tutte le esigenze di comunicazione e e-business; connessione wireless negli spazi comuni del club Convention e workshop: organizzazione, personalizzazione e gestione di appuntamenti aziendali, workshop tematici per promuovere sinergie di business tra operatori Referente per le attività business: Davide Cutri - d.cutri@ronchiverdi.it
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UU trattamenti olistici». Tra gli altri servizi offerti, inoltre, ci sono un’agenzia di viaggi che provvede in tempo reale alla biglietteria aerea, ferroviaria e marittima, un servizio interno di ristorazione e catering, una club house con caffetteria e snack bar. OPPORTUNITÀ DI BUSINESS «Nel vasto panorama dei target di riferimento – interviene Roberto Pesci, Amministratore Delegato della società -, una citazione particolare meritano le aziende, che possono trovare in Ronchiverdi un partner d’eccezione per l’organizzazione di corsi di formazione, incentive, convention, occasioni di business to business, presentazioni di prodotti editoriali». Proprio per la clientela business, Ronchiverdi ha incrementato negli anni i servizi, che spaziano oggi da una ri-
sorsa completamente dedicata al coordinamento del settore business e sponsor, a completa disposizione dei partner, ad una sala congressi di nuova concezione perfettamente attrezzata e funzionale, informale, ampia, colorata, che si presta, grazie alla sua flessibilità nella disposizione e nell’utilizzo, agli usi più svariati. E poi ancora una galleria commerciale composta da dieci moduli espositivi che, dall’ingresso, accompagna i clienti e gli ospiti verso la sala ristorante e la club house; una tessera aziendale: la business passport che permette la frequenza al club da parte dello staff aziendale. «Il fiore all’occhiello del settore – continua Roberto Pesci - è il circuito di aziende composto dai nostri sponsor, partner, fornitori che si propongono a vario titolo e in
Servizi
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L’area dedicata al benessere offre un centro Chinesis che poggia su una concezione terapeutica innovativa, grazie all’apporto di valenti professionisti, personal trainer e specialisti in trattamenti olistici
varie forme alla clientela e partecipano attivamente ad incontri di business to business per cercare e promuovere occasioni di lavoro e sinergie». Una scelta che permette alle aziende che decidono di stabilire una partnership con Ronchiverdi, di poter usufruire di un circuito selezionato e fidelizzato, attento a prendere in considerazione le proposte di club. PROGRESSI E PROSPETTIVE Anche se la città di Torino non è tra le sedi privilegiate del turismo congressuale nazionale, sia per la posizione geografica che occupa, sia per la forte vocazione industriale che storicamente la connota, «è pur vero che la nostra città è sede di alcuni importanti appuntamenti abituali che nel corso degli anni
si sono ormai consolidati e di conseguenza anche le sedi di tali congressi, salvo rare eccezioni, sono sempre le medesime» conferma Roberto Pesci. E Ronchiverdi sta a poco a poco diventando una di queste sedi. La società, infatti, sta cercando di affermarsi anche come location prestigiosa al di là degli eventi sportivi che da sempre hanno rappresentato il core business dell’azienda nell’immaginario collettivo. «Per rinnovare tale tipo di immagine –
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continua Pesci -, organizziamo da qualche anno, oltre a incontri di taglio business, mostre d’arte, presentazione di libri, eventi mondani e feste estive a bordo piscina aperte alla città, non solo agli associati». Ma quali altri progetti può avere una realtà già così poliedrica? «Ci piace essere concreti – conclude Laura Quattrocchi -. Attualmente abbiamo una formula vincente che comprende i membri di una famiglia in un unico pacchetto molto vantaggioso. Sicuramente, le iniziative più immediate saranno il consolidamento dei servizi offerti ai bambini e alle famiglie, un consolidamento teso al miglioramento della qualità globale, e una politica più serrata di customer care rivolta sia ai clienti private che business».
Altre immagini di Ronchiverdi. La palestra outdoor, la piscina estiva by night, una parte del solarium e, in basso, la piscina indoor
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INDUSTRIA ENERGETICA
I
l valore sociale dell’industria energetica italiana si può quantificare in 230 miliardi di euro di fatturato, 118 mila addetti e investimenti sul territorio per almeno 16 miliardi di euro l’anno. «Fare energia in Italia – spiega Pasquale De Vita, presidente di Confindustria Energia - significa dare risposte concrete a milioni di persone che ogni giorno la utilizzano nelle sue varie forme e per scopi diversi». L’indotto economico generato dal settore energetico in Italia è rilevante. Mancano però politiche di medio e lungo termine. Come si sta muovendo Confindustria Energia? «Confindustria Energia è nata non solo con l’obiettivo di rappresentare unitariamente il variegato mondo dell’energia, ma anche di sensibilizzare opinione pubblica e istituzioni sul ruolo e il valore che esso ha, spiegando cosa c’è dietro e le enormi difficoltà che si incontrano. In questi primi anni di attività abbiamo già promosso diverse iniziative in questo senso e l’ultima in ordine di tempo è un interessante studio affidato al Censis che approfondisce appunto il valore non solo economico, ma anche sociale del comparto energetico. Certo mancano politiche di medio lungo periodo ma non certo per colpa delle aziende che, anzi, da tempo chiedono più certezza legislativa e indirizzi normativi chiari che, 230 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
Politiche più chiare per l’energia di domani Il fatturato del settore energetico in Italia conferma l’importanza dell’intero comparto che però risente della mancanza di indirizzi normativi chiari e di politiche che incentivino gli investimenti. Il punto di Pasquale De Vita Nicolò Mulas Marcello però, non possono essere ripensati a ogni cambio di legislatura. Ci sono infatti alcune questioni di fondo da risolvere, come evidenziato dallo stesso studio del Censis, per evitare un rischio potenziale di blocco degli investimenti e di impoverimento tecnologico, di competenze e capacità. E ciò interessa tutte le fonti, tradizionali e non. L’Italia non può permettersi di abdicare al suo ruolo e divenire un semplice importatore di prodotti e tecnologie, anzi deve assumere la leadership in questo campo. Abbiamo le capacità e le competenze. Anche perché si tratta un settore che ha la responsabilità di assicurare al Paese la copertura di consumi attesi comunque in crescita, sempre più esigenti sia sul piano della qualità che ambientale». Qual è il futuro dell’eolico in Italia? «La produzione di energia elettrica da fonte eolica nel mondo, prima ancora che in Europa, sta vedendo da oltre un decennio percentuali di crescita molto significative. Gli obiettivi nazio-
Pasquale De Vita
Pasquale De Vita, presidente di Confindustria Energia e presidente dell’Unione petrolifera italiana
Una riduzione della burocrazia potrebbe far recuperare efficienza e risparmiare costi e sprechi a beneficio del sistema Paese
nali, peraltro fissati in ottemperanza a obblighi comunitari, sono molto ambiziosi e prevedono circa 13.000 MW di eolico al 2020 (oggi siamo a 5.000 MW). Uno sviluppo che però, come spesso accade in situazioni di successo, rischia di creare aree poco trasparenti ed è per questo che abbiamo aderito al Protocollo sulla legalità. In questo modo le aziende garantiscono il rispetto delle più serie e stringenti pratiche a tutela e rispetto della legge». Energia eolica e solare sono ancora poco sviluppate in Italia. Il problema sono i costi o è scarsa coscienza? «L’Italia è più avanti rispetto ad altri paesi, anche se si potrebbe fare di più. Si dovrebbe soprattutto cercare di dare stabilità e
certezze al quadro normativo e alle procedure autorizzative, che qui sono tra le più lunghe e farraginose d’Europa. Una riduzione della burocrazia, affiancata alle dovute tutele paesaggistiche, potrebbe far recuperare efficienza e conseguentemente risparmiare costi e sprechi con beneficio complessivo per il sistema Paese. Per quanto riguarda la coscienza ambientale, penso che molto potrebbe essere fatto con una comunicazione che possa finalmente contribuire a sfatare i falsi miti in materia di energia. Come accennato, Confindustria Energia è impegnata per far sì che l’opinione pubblica possa sempre avere una corretta informazione su materie tanto delicate».
La domanda energetica italiana necessita veramente dell’opzione nucleare? «Non è un problema di necessità ai fini della copertura della domanda energetica. Piuttosto di sicurezza. C’è poi un vantaggio ambientale in termini di emissioni. È però certo che da solo non basterà e pertanto servirà il contributo di tutte le altre, petrolio e carbone compresi, ma anche di uno sforzo intelligente per rendere l’uso dell’energia più efficiente». Nel 2009 gli italiani hanno speso 176 euro in più per la benzina. La convinzione generale che il prezzo dei carburanti non segue perfettamente quello del petrolio può essere considerata uno slogan? «Le posso assicurare che nel 2009 il prezzo della benzina si è mosso in linea con quello dei mercati internazionali dei prodotti raffinati e lo stesso si può dire per questi primi mesi del 2010. Trovo veramente incomprensibile che si continui a porre la domanda in questi termini. Abbiamo provato in tutte le sedi istituzionali e non, con studi e analisi rigorose, che non ci sono anomalie di sorta. Siamo andati perfino al Consiglio nazionale consumatori e utenti presso il ministero dello Sviluppo economico, dal quale attendiamo ancora che ci smentiscano con dati altrettanto oggettivi. La realtà è che, al di degli slogan, i nostri prezzi seguono le stesse dinamiche degli altri paesi europei. Anzi, su alcune migliaia di impianti sono anche inferiori a quelli europei, ma di questo non se ne parla». PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 231
RINNOVABILI
Puntiamo sull’energia del futuro Lo sfruttamento del fotovoltaico deve andare di pari passo con una maggiore informazione sul tema. Promuovere e incentivare le energie pulite rappresenta la sfida del domani per il nostro Paese. L’analisi di Giacomo Corino Ezio Petrillo
I Giacomo Corino, amministratore della Corino Impianti info@corinoimpianti.com
l settore del futuro. Il fotovoltaico deve rappresentare per l’Italia, un punto di riferimento per l’economia. Il “Paese del sole” deve prodigarsi per eguagliare, per quanto possibile, la Germania nello sfruttamento delle energie rinnovabili. Negli ultimi tempi, complici gli incentivi statali, c’è stata una progressiva crescita dell’installazione di impianti da parte soprattutto di aziende. Manca ancora quello step decisivo per rendere l’energia fotovoltaica al servizio dell’intera collettività. Ma si tratta, in fondo, di una questione prevalentemente culturale. Ne discutiamo con Giacomo Corino, amministratore della Corino Impianti. Il settore delle energie rinnovabili in Italia è ancora poco “esplorato” e sfruttato. Quali le cause, a suo avviso? «In Italia, purtroppo, nonostante l’incentivazione
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della tecnologia fotovoltaica sia partita dal 2006, c’è ancora molta disinformazione. Il nodo è proprio questo. Le persone, prima di rischiare un investimento, ascoltano tanti pareri, opinioni da parte dei professionisti, i quali per mancanza di informazione, non avendo avuto possibilità di fare know-how e approfondire l’argomento, tendono a giudicare non vantaggiosa l’installazione degli impianti. A questo si aggiunge molta confusione fra le tecnologie che sfruttano l’irraggiamento solare ( solare termico e fotovoltaico). Tanti chiedono la detrazione fiscale al posto dell’incentivo. In Italia ci sono, per fortuna nostra, molti metodi per avere incentivi sulle più svariate tecnologie ma si tende sempre a fare un po’ di confusione. Dal punto di vista dello sfruttamento, non siamo così indietro. A seguito dell’incentivazione in
“conto energia” adottata a partire dal 2007, abbiamo già superato le più ottimistiche previsioni di installazione pensate dall’attuale Governo e, nonostante questo, si è deciso di prolungare gli incentivi. Nel nostro Paese, Il problema non è tanto quello dello sfruttamento del fotovoltaico da parte delle grandi imprese, ma quanto quello delle persone che non sono a conoscenza di queste opportunità». Come incide sui costi di un’azienda di medie dimensioni, l’installazione di pannelli fotovoltaici rispetto alle forme tradizionali di approvvigionamento energetico? «Non incide perché è, sotto tutti i punti di vista, un investimento. Se un imprenditore o un cittadino comune investe in questo tipo di tecnologia ef-
Fotovoltaico
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Molti privati si stanno spaventando perché si dice che a fine anno finiranno gli incentivi, ma non è vero, verranno solo ritoccati in base all’andamento del prezzo al kilowatt registrato in questi ultimi anni
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fettua un congelamento del proprio capitale investito che dura circa 5 o 6 anni a seconda del tipo di impianto al termine dei quali riassorbe il costo del proprio generatore fotovoltaico. A questo punto avrà ancora il resto dei 20 anni di incentivo a fondo perduto sui quali andrà a guadagnare un utile non indifferente. Per fare un esempio per un impianto da 70 kWp integrato la spesa si aggira intorno ai 260mila euro, gli incentivi sulla produzione sono di 32mila euro annui garantiti per 20 anni. In più ci sono i risparmi in bolletta di 16mila euro. Ora, avendo un ricavo annuo di circa 49mila euro i tempi di ritorno dell’investimento sono nell’ordine dei 6 anni. Al termine dei rimanenti 14 anni di incentivo si capitalizzeranno 686mila euro di cui 462mila sono incentivi a fondo perduto». Negli ultimi tempi registra una maggiore sensibilità da parte dell’utenza al tema
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EURO delle rinnovabili? È la spesa per un impianto da 70 kWp «Il Boom di richiesta in questi ultimi mesi dell’anno 2010 ha messo in crisi tutto il sistema produttivo a livello mondiale: in questi giorni si fatica EURO a trovare la materia Rappresenta la cifra prima per realizzare degli incentivi sulla produzione annua di gli impianti, comquesto tipo di impianti plice la chiusura del grosso degli incentivi da parte della Germania a fine nostro Paese si prodighi per giugno e l’imminente adegua- continuare la strada delle rinmento di quelli italiani dal 1 novabili nel rispetto dell’amgennaio 2011.Ciò ha portato biente e del paesaggio». Qual è il Paese europeo che all’esaurimento delle disponibilità di prodotti sul mercato sfrutta maggiormente il fodelle aziende produttrici fino a tovoltaico? fine anno, gli istallatori che «Come dicevo, di sicuro la come noi hanno avuto la pos- Germania sta facendo da guida sibilità di fare magazzino pos- in questo settore. Noi absono evadere ancora qualche biamo imparato molto da queimpianto, ma oramai il grosso sto Paese che ha fatto scuola. dei lavori ripartirà dal prossimo Ancora oggi stiamo copiando anno. Nonostante questo si molto dal sistema di incentivaguarda avanti e le richieste di zione tedesco che è stato molto preventivi sono già molte. Si- ben congegnato, ma il “Paese curamente la domanda è del Sole” un giorno dovrà quindi in salita e si spera che il compiere il sorpasso».
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PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 241
RINNOVABILI
Verso un’economia pulita Un futuro sostenibile passa attraverso la produzione di energia pulita. Maggiori investimenti su solare ed eolico rappresentano non soltanto un tassello importante a tutela dell’ambiente, ma anche una scelta strategica per garantire nuovi posti di lavoro. L’esperienza di Giancarlo Barazzuol Ugo Guidi
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a produzione di energia pulita rappresenta il futuro dell’economia mondiale. Questo non soltanto per la maggiore esigenza di tutela ambientale, ma anche per la crescita occupazionale che determinerà. Secondo uno studio dello Iefe (Centre for research on energy and environmental economics and policy) dell’Università Bocconi di Milano, il potenziale occupazionale prodotto dalle rinnovabili potrebbe raggiungere 250mila posti di lavoro nel 2020. Pertanto il nostro Paese non deve farsi trovare impreparato alla sfida di cambiare moIl Consigliere Delegato Comecart, Giancarlo dello di sviluppo, innalzando Barazzuol, a sinistra, e il Prof. Domenico Coiro, del Gruppo ADAG, Dipartimento allo stesso tempo i livelli di ocIngegneria Aerospaziale dell’Università degli cupazione. Studi di Napoli Federico II In Italia ci sono aziende che barazzuol.giancarlo@comecart.it fanno della produzione di energia pulita una missione. Ne discutiamo con Giancarlo Barazzuol, consigliere delegato di Comecart Spa, azienda di Cuneo che studia, progetta, realizza e trasforma impianti per cartiere e per diversi settori industriali e che, grazie all’accordo con Eolpower, società di spin-off accademico dell’Università Federico II di Napoli, ha dato a vita a Eolart per rappresentare una nuova idea di sviluppo soste242 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
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Le pale sono realizzate in materiale composito e sono dotate di bottone di captazione e di conduttore di scarica dei fulmini
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nibile attraverso la produzione dell’eolico. Quali sono le caratteristiche principali dei vostri aerogeneratori? «L’aerogeneratore EolArt EOL-CK-60, è una turbina eolica di ultima generazione a elevate prestazioni con asse orizzontale, rotore a tre pale e regolazione attiva. La potenza viene erogata a partire da una velocità del vento di 2 m/s, raggiunge il valore di progetto di 60 kW con vento a 10 m/s, e viene mantenuto costante anche in presenza di folate fino a 25 m/s attraverso un sistema innovativo di regolazione di passo. L’aspetto da sottolineare è che tale aerogeneratore, si mantiene in condizioni di sicurezza per valori di velocità
Aerogeneratori
del vento fino a 37,5 m/s, ossia circa135 km/h. Può descriverci come viene generata l’energia elettrica? «Il generatore elettrico è del tipo sincrono multipolare a magneti permanenti a presa diretta ed è stato progettato e costruito internamente per fornire le migliori prestazioni in
concomitanza della massima efficienza aerodinamica delle pale. La connessione alla rete elettrica avviene in bassa tensione tramite inverter statico». Quali sono le tipologie di materiali utilizzati per realizzare gli aerogeneratori? «Le pale sono realizzate in materiale composito e sono dotate di bottone di captazione e di conduttore di scarica dei fulmini. Il generatore eolico EolArt EOL-CK-60 è dotato, inoltre, di sistema automatico di controllo del passo delle pale tramite un attuatore elettromeccanico lineare che le fa ruotare attorno al proprio asse. L’orientamento della macchina verso la direzione in cui spira il vento
viene fatto mediante un motoriduttore, a seguito del rilevamento relativo alla direzione stessa, fornito dalla banderuola posta sulla macchina». Come viene garantita la messa in sicurezza dell’aerogeneratore? «Un PLC (controllore logico programmabile) gestisce in autonomia l’impianto e le varie funzioni dell’aerogeneratore ottimizzandone la resa, la gestione di messa in sicurezza e il successivo riavvio della macchina. Il monitoraggio dello stato di funzionamento istantaneo, dei parametri macchina e la segnalazione allarmi è attuato tramite dispositivo di comunicazione GSM. In opzione l’aerogeneratore può essere monitorato mediante un sistema di supervisione UMTS con memorizzazione dei dati storici, analisi dei trend e dei parametri. Questo aspetto permette di rilevare e analizzare le condizioni di funzionamento con continuità e da posizione remota. Pertanto le soluzioni costruttive adottate consentono di minimizzare gli interventi di manutenzione programmata, permettendo di contrarre al massimo i costi di gestione dell’impianto». In un settore così particolare, come viene gestito il rapporto con la clientela? «Oltre all’iniziale fornitura del generatore eolico, bisogna essere in grado di assistere il cliente con tutti i servizi necessari affinché il progetto di investimento vada a buon fine. Dall’indagine anemometrica per sondare la potenzialità del sito, all’assistenza per l’approntamento delle pratiche di autorizzazione per l’ottenimento dei permessi, sino all’installazione dell’aerogeneratore in sito».
2 M/S VELOCITÀ
È la velocità minima del vento che consente l’erogazione di potenza da parte dell’aerogeneratore EOL-CK-60
60
KILOWATT È il valore raggiunto dall’aerogeneratore con vento a 10 m/s
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ENERGIA PULITA
Nuova energia dalle biomasse Corre l’Italia delle energie rinnovabili. La grande sfida oggi è valorizzare le potenzialità del territorio. Come le biomasse in Piemonte. Una risorsa che può aprire nuove strade di interesse anche economico. Il quadro di Mauro Piazzi Eugenia Campo di Costa
L’ Mauro Piazzi, dal mese di luglio direttore dell’Ipla. L’ente ha sede a Torino www.ipla.org
economia verde è motore pulsante di ricchezza per l’Italia e anche per il Piemonte. Un modello di sviluppo che attraversa i territori, tocca i settori agricoli e industriali di punta ed è strettamente connesso all’idea di qualità e innovazione. La crescita delle rinnovabili continua inarrestabile, con una buona progressione nel fotovoltaico e soprattutto nell’energia eolica, in cui l’Italia è terza in Europa. Ma, come afferma Mauro Piazzi neodirettore dell’Ipla, Istituto per le piante da legno e l’ambiente che svolge ricerca e sperimen-
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tazione nel settore delle energie rinnovabili da biomassa, oltre che in quelli della tutela, della pianificazione, della valorizzazione del patrimonio ambientale e del razionale utilizzo delle risorse primarie, «si potrebbe fare molto di più su altri due versanti dove il nostro Paese sarebbe privilegiato: le biomasse, ancora relegate a poco più di un esperimento, e il solare termico». Qual è l’attuale situazione legata all’energia da biomasse in Italia e in particolare in Piemonte? «Il Piemonte è già ai primi posti tra le regioni italiane nella produzione di energia da im-
pianti alimentati da biomasse, che con le loro diverse filiere, in relazione alla tipologia di biocombustibile utilizzato, possono rappresentare una spinta significativa nella marcia verso l’obiettivo tracciato per l’Italia dall’Unione europea del 17% di consumi energetici finali da rinnovabili entro il 2020. A fare la differenza d’ora in poi sul fronte delle biomasse sarà la capacità di mettere in campo tecnologie innovative, oggi disponibili». Come si può sfruttare al meglio questa risorsa? «Innanzi tutto è necessario supportare la filiera del legno: uno degli storici compiti istituzionali svolti dall’Ipla. Il Piemonte è particolarmente ricco di questa risorsa, se si considera che la foresta occupa il 34% della superficie regionale complessiva. Gestendo correttamente la filiera si potrebbero avere fino a 2,6 milioni di m3 di legno all’anno, per un valore equivalente a oltre 700.000 tonnellate di petrolio (Tep), pari a un risparmio nel bilancio delle emissioni di 1.300.000 tonnellate di CO2». Sono in atto strategie mirate all’ottimizzazione di questa risorsa?
Le biomasse
c
Il nuovo quadro strategico, alla luce degli incentivi per la produzione energetica da biomasse, potrà dare vita a una filiera in grado di apportare sviluppo economico, energia e un razionale utilizzo dei boschi
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Un supporto per l’ambiente L’Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente (I.P.L.A. S.p.a.) è una Società per azioni a totale capitale pubblico, che nei confronti della Regione Piemonte, azionista di maggioranza, accanto alla Regione Autonoma Valle d’Aosta e al Comune di Torino, ricopre il ruolo di struttura tecnica di riferimento per lo sviluppo di azioni innovative e per il supporto alle politiche nel campo forestale, ambientale e in quello delle risorse energetiche.
mln
M3 LEGNO In Piemonte la foresta occupa il 34% della superficie. Gestendo correttamente la filiera si potrebbero avere fino a 2,6 milioni di m3 di legno all’anno, per un valore equivalente a oltre 700.000 tonnellate di petrolio
«Siamo di fronte a un nuovo quadro strategico che, anche alla luce delle opportunità offerte dagli incentivi nazionali per la produzione energetica da biomasse, potrà dare vita a una filiera in grado di apportare sviluppo economico, energia e un razionale utilizzo dei boschi. La chiave di volta è rappresentata dalle evoluzioni tecnologiche, ormai a portata di mano, per lo sfruttamento energetico delle biomasse legnose. Le caldaie a biomasse ad elevata efficienza, le soluzioni integrate, ad esempio con il solare termico a concentrazione, o la piro-gassificazione, offrono livelli di efficienza energetica, impensabili fino a pochi anni fa, attraverso la cogenerazione, ossia con la produzione congiunta di
elettricità e calore da impianti di piccola taglia. Ci sono le condizioni per avviare un percorso virtuoso che potrebbe creare nelle montagne subalpine un indotto economico stimato attorno ai 200 milioni di euro». L’agroenergia, come leva per alleggerire la bolletta petrolifera, è uno degli altri fronti su cui l’Ipla sta lavorando. «Questa opportunità sta anche nelle vigne e nei noccioleti di cui il Piemonte è ricco e deriva dall’utilizzazione energetica delle potature e degli scarti di lavorazione. Le quantità di vinacce e sarmenti in Piemonte sono molto rilevanti, e, se trasformate in energia, possono valere, a seconda della tecnologia impiegata, tra 10 e 15 euro per
quintale di biomassa in un anno. Al valore di mercato attuale dell’energia (0,28 euro per kWh) questo significa un potenziale economico in Piemonte vicino ai 30 milioni di euro all’anno. Un valore che cresce con gli scarti dei noccioleti. Oggi saremmo già tecnicamente in grado di realizzare i primi impianti per la produzione di energia elettrica e calore con l’utilizzazione combinata di vinacce e sarmenti di viti e scarti di potatura delle nocciole. Il nodo sta nella logistica e nell’organizzazione delle filiere e nelle scelte connesse alla tecnologia di valorizzazione energetica e alla taglia delle centrali e degli impianti, che dovranno essere compatibili con le possibilità di utilizzo del calore». 2010 PIEMONTE • DOSSIER • 245
CICLO DEI RIFIUTI
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l ciclo dei rifiuti vede diversi attori protagonisti, in primo luogo i cittadini, che li producono. Da questo momento in poi subentrano gli operatori ecologici, gli operatori degli impianti di raccolta e recupero, diversi a seconda della tipologia del rifiuto. L’iter corretto del ciclo dei rifiuti dunque in ottemperanza alle politiche ambientali nazionali ed europee, inizia con la raccolta, prosegue con il trasporto, il trattamento e la valorizzazione o riciclo dei medesimi. La virtuosità del ciclo, tuttavia, dipende principalmente dalle scelte della politica locale e dalla determinazione nel perseguirle: per tali motivi varia molto da zona a zona. «Nel ciclo dei rifiuti – chiarisce l’onorevole Agostino Ghiglia, capogruppo per il Pdl e in VIII commissione Ambiente, territorio e lavori pubblici nonché membro della Bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti –. È inoltre molto importante l’educazione ambientale, divenuta legge dello Stato attraverso il mio emendamento alla legge Finanziaria 2009, e la partecipazione responsabile dei cittadini alla raccolta differenziata. Occorre tuttavia stigmatizzare il fatto che, come accade ad esempio nella provincia di Torino, quanto è
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Una conduzione più virtuosa e integrata del ciclo dei rifiuti «Ritengo importante una programmazione regionale che assicuri omogeneità sul territorio, unita a una coraggiosa e trasparente gestione a livello provinciale e comunale». L’onorevole Agostino Ghiglia fa emergere cosa non ha funzionato nella provincia di Torino Renata Gualtieri
Agostino Ghiglia
La discarica si limita a nascondere il rifiuto che potrebbe in alcuni casi essere valorizzato per la produzione di energia
Sopra, l’Onorevole Agostino Ghiglia, capogruppo per il Pdl nella VIII commissione Ambiente, territorio e lavori pubblici e membro della Bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti
pazientemente differenziato dai cittadini, successivamente viene poi buttato nei “buchi indifferenziati” delle discariche». E qui torna la politica. Il riciclo dei rifiuti è importante e doveroso ma non può divenire anti economico né imposto per motivi ideologici. «Occorre, dunque, parlare di riciclo sostenibile, limitato a quei rifiuti “nobili” che vale la pena riutilizzare». Come opera la provincia di Torino per lo smaltimento dei rifiuti? «La Provincia di Torino è un pessimo esempio di gestione del ciclo dei rifiuti. Innanzitutto occorre ricordare che il centrosinistra ha impiegato ben nove anni per individuare l’area sulla quale allocare il rimo termo impianto di valorizzazione. È mancata inoltre una serie ed oculata programmazione delle discariche che
ha portato, sovente, a situazioni di emergenza con grave danno per le tasche dei cittadini». Un termovalorizzatore entrerà in funzione nel 2011, intanto è stata approvata in via preliminare la localizzazione del secondo impianto. Tutto sembra procedere come previsto? «Ritengo indispensabile la costruzione di un secondo termovalorizzatore nella provincia di Torino. Sono facile profeta nel prevedere che, ancora una volta, i continui “stop and go” del centro sinistra al governo della Provincia e i continui cambiamenti di linea creeranno una situazione di emergenza, costringendoci alla scelta tra esportare i rifiuti o scavare nuovi buchi». Quando si deve necessariamente ricorrere alla discarica? «Le discariche in tutto il PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 247
CICLO DEI RIFIUTI
mondo sono ormai divenute un fatto residuale. Hanno un costo enorme di realizzazione che viene addirittura quintuplicato quando, una volta esaurite, devono essere bonificate. La discarica inoltre si limita a nascondere il rifiuto che potrebbe, nella maggior parte dei casi, essere valorizzato per la produzione di energia». Sperimentazione o impiego immediato degli impianti innovativi da introdurre nel sistema nazionale di trattamento dei rifiuti? «La sperimentazione e l’ado-
zione d moderne tecniche di valorizzazione di rifiuti possono andare tranquillamente di pari passo. È indispensabile, però, che la politica abbia il coraggio di scegliere senza lasciarsi impantanare in ideologie “vetero-verdiste” da un lato, o dalle varie, e non sempre trasparenti, lobbies dei rifiuti dall’altra. A tal proposito ritengo importante una programmazione regionale che assicuri omogeneità sul territorio, unita ad una coraggiosa e trasparente gestione a livello provinciale e comunale».
PER MIGLIORARE IL SERVIZIO SERVE LA COLLABORAZIONE DELLA GENTE «Sicuramente la comunicazione all’utenza è un elemento fondamentale per coinvolgere in modo attivo i cittadini al fine di migliorare le perfomance ambientali della comunità». Il presidente di Amiat, Marco Maria Camoletto, illustra le sue strategie aziendali iù di 2.000 dipendenti, 14 sedi operative in città, 1.400 mezzi circolanti tra motocicli, compattatori, spazzatrici e lavastrade e circa 72.000 tra strumenti e attrezzature, quali cassonetti, campane, cestini. Questa la fotografia di Amiat, l’azienda multi servizi che a Torino si occupa della raccolta dei rifiuti. Ma quanto c’è ancora da fare per diffondere tra i cittadini la cultura della raccolta differenziata? E cosa è stato fatto in questi anni? «La sfida di Amiat per il prossimo futuro è la valorizzazione dei rifiuti, attraverso la corretta gestione di impianti di trattamento e recupero che trasformano i rifiuti in risorse, generando sempre meno impatti ambientali». Il punto nelle parole del presidente Marco Maria Camoletto (nella foto). La raccolta differenziata dei rifiuti quante utenze torinesi interessa? Quali sono invece gli obiettivi a cui arrivare? «La raccolta differenziata dei rifiuti interessa tutta la città di Torino. In particolare poi quella
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differenziata con il metodo porta a porta coinvolge circa 400 mila cittadini residenti, sparsi su un’area vasta che al momento esclude, come previsto dal primo obiettivo, solo le aree del centro storico che per ragioni tecniche (caratteristiche delle vie e degli edifici) difficilmente si adattano a una tipologia di raccolta integrata». Com’è organizzata la raccolta differenziata di rifiuti pericolosi quali farmaci scaduti, siringhe usate, pile esauste? «Esistono particolari contenitori collocati in aree attrezzate (gli ecocentri) oppure presso siti specifici, ad esempio le farmacie. Amiat si occupa della raccolta di questo materiale il cui smaltimento spetta poi ad aziende specializzate». Anche i rifiuti ingombranti possono essere riutilizzati? Come avviene ciò? «Di certo anche i rifiuti ingombrati possono essere riutilizzati, basti pensare ad esempio ai Raee (rifiuti da apparecchiature elettriche ed
elettroniche) come frigoriferi, televisori, lavatrici che, dopo essere stati trattati e bonificati delle parti inquinanti presso l’impianto Amiat Tbd di Volpiano, sempre nello stesso impianto vengono smembrati al fine di ricavarne tutte le possibile materie prime seconde che vengono successivamente reinserite sul mercato». Per migliorare il servizio è necessaria la collaborazione della gente, a quali risulti porta in tal senso l’informazione online? «Sicuramente la comunicazione all’utenza è un elemento fondamentale per coinvolgere in modo attivo i cittadini al fine di migliorare le perfomance ambientali della comunità. È ovvio che la rete, con la sue caratteristiche di immediatezza, diffusione e pervasività, è ormai una canale informativo di cui un’azienda di pubblico servizio non può fare a meno».
SMALTIMENTO E RECUPERO
Scarti edili nuovi utilizzi Anche i rifiuti inerti da demolizione e costruzione possono essere riutilizzati. Sottoponendoli a trattamento in appositi impianti. «Ne deriva un materiale utile in edilizia». Il punto di Riccardo Carta Eugenia Campo di Costa
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Nella pagina a fianco, da sinistra, Augusta Comazzi, presidente Cda di Eco2000, il geometra Riccardo Carta, consigliere, Giuseppe Carta, consigliere. L’impianto di trattamento dei rifiuti di Eco2000 è situato a Garbagna Novarese www.eco2000ecologia.it
rifiuti da demolizione, per essere riutilizzati, devono essere trattati in appositi impianti di frantumazione, selezione e classificazione. La possibilità di ottenere materie prime seconde da questi rifiuti è, infatti, prevista dal D.M. 5 febbraio 1998 che, per quanto riguarda le attività di recupero, prevede: “fasi meccaniche e tecnologicamente interconnesse di macinazione, vagliatura, selezione granulometrica e separazione della frazione metallica e delle frazioni indesiderate per l’ottenimento di frazioni inerti di natura lapidea a granulometria idonea e selezionata”. «Se i ri-
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fiuti inerti da costruzione e demolizione hanno rappresentato a lungo per le imprese del settore edile solo un costo da sostenere per il loro smaltimento a discarica autorizzata – afferma il geometra Riccardo Carta, della ditta Eco2000 specializzata in opere di bonifica, demolizione, scavi e smaltimento di rifiuti edili -, oggi invece possono essere riutilizzati, se opportunamente trattati in appositi impianti». Quale iter bisogna seguire per il trattamento di questi rifiuti? «Tra i rifiuti dei cantieri edili possono trovarsi anche sostanze pericolose. Ecco perché il primo step fondamentale è l’analisi chimica in laboratorio. Per ogni materiale prodotto, si ottiene quindi la caratterizzazione, e viene attribuito un codice Cer, catalogo europeo dei rifiuti, che definisce le modalità di smaltimento e dell’eventuale recupero». Come vengono smaltiti in particolare i rifiuti non pericolosi?
«Di solito vengono destinati al trattamento in impianti di recupero che, una volta raccolte le macerie, frantuma e seleziona i materiali. I rifiuti da costruzione, infatti, oltre al materiale inerte, possono contenere anche residui di legno, plastica, ferro. Sono tutti materiali riciclabili, anche l’inerte può essere recuperato». In che modo? «Il nostro impianto, attraverso la frantumazione e il trattamento dell’inerte, è in grado di ottenere un prodotto riutilizzabile in edilizia, nella preparazione di sottofondi stradali o come “riempimenti”. Una ghiaia ecologica, un materiale misto e omogeneo che rappresenta un’ottima alternativa al materiale naturale che viene prodotto in cava. In questo modo non si incorre in alcuno spreco di risorse».
Rifiuti da demolizione
50 MLN TONNELLATE L’11° Rapporto Rifiuti dell’ISPRA evidenzia come la produzione di macerie e rifiuti inerti da costruzione e demolizione sia incrementata, superando la soglia di oltre 50milioni di tonnellate
15% RECUPERO In Italia la percentuale dei rifiuti inerti da costruzione e demolizione avviati al recupero si aggira intorno al 15% al Nord, solo il 5% al Sud
Il problema è che molte aziende non si affidano ad impianti dedicati e, per risparmiare, utilizzano delle metodologie “fai da te”. Quali rischi comporta questa scelta? «Alcune imprese optano per l’auto smaltimento, sotterrando i rifiuti nei propri cantieri, oppure abbandonando le macerie in aperta campagna, incorrendo in uno smaltimento non autorizzato. È naturale che i rischi siano anche connessi alla pericolosità dei rifiuti, in quanto in questi casi non vengono sicuramente eseguite le analisi preliminari». Il fenomeno dell’abusivismo rappresenta una vera e propria piaga per il settore. È presente anche nel vostro territorio? «L’abusivismo nel settore è molto diffuso, anche in Piemonte. Naturalmente le aziende
in regola ne pagano le conseguenze, perché di fatto subiscono una concorrenza sleale che, anche se in lieve diminuzione, è ancora molto presente sul territorio». Quanto ha influito la crisi del settore edile sullo smaltimento e il recupero dei rifiuti, nonché sulla vostra realtà? «Con la crisi dell’edilizia, purtroppo ancora in pieno atto, si costruisce meno, si impiegano meno materiali, di conseguenza si producono meno rifiuti. Inevitabilmente ne sono condizionate anche le aziende di smaltimento e recupero. A questa flessione, Eco 2000 sta reagendo attraverso la diversificazione dei servizi. Oltre all’impianto di recupero dei rifiuti, siamo in grado di eseguire demolizioni, scavi, costruzioni artigianali. La diversificazione dei servizi ci permette di tamponare la crisi vedendoci impegnati ora in un settore, ora in un altro». Quali sviluppi auspica per il futuro del settore? «Ad oggi la normativa sul recupero dei rifiuti non è ancora del tutto chiara. Alcuni rifiuti, come i fanghi di lavorazione industriale, attualmente non trovano una collocazione precisa,
mancano gli impianti di smaltimento adatti ad accoglierli, vengono quindi ammassati in discariche dove resteranno per sempre. Anche per i rifiuti provenienti da scavo esiste una normativa complessa conosciuta da pochi, che ne permette il recupero, ma molte imprese non sanno ancora come gestirli. La normativa dovrebbe essere semplice e chiara in modo da permetterne a qualunque impresa la corretta interpretazione. Per quanto concerne poi il SISTRI, la normativa sulla tracciabilità dei rifiuti, al momento è ancora dubbio il suo funzionamento, in compenso è costosissimo e penalizzante solo per alcune imprese, che si adeguano alle direttive, mentre per molte altre, che non rispettano le regole, la vita è facile quanto prima». Esistono incentivi o finanziamenti che possano agevolare il settore? «Lo Stato da questo punto di vista è praticamente assente. Anche per quanto concerne scavi e demolizioni, i lavori non mancano, gli interventi sono richiesti, ma molto spesso mancano i finanziamenti, quindi i fondi per poterli eseguire». PIEMONTE 2010 • DOSSIER • 251
RIQUALIFICAZIONE
Riqualificazione e bonifiche garantite Demolire, risanare, costruire. Sono fasi di un processo complesso e articolato che richiedono competenze integrate. La testimonianza di Lorenzo Buonomo di Ecoindustry Eugenia Campo di Costa
O
L’ingegner Lorenzo Buonomo di Ecoindustry
ggi gestire un’azienda, soprattutto se di grandi dimensioni, significa spesso far fronte a situazioni molto complesse. Parte del patrimonio industriale, infatti, può essere costituito da aree dismesse, il più delle volte contaminate. «Le criticità da affrontare sono molteplici - afferma l’ingegner Lorenzo Buonomo, amministratore del gruppo
Ecoindustry di Torino -. Si tratta di demolire e risanare aree caratterizzate dalla presenza di materiali pericolosi, rifiuti e residui di produzione, contaminazioni del suolo e della falda, impianti dismessi, serbatoi interrati». La situazione si complica ulteriormente se tali aree si trovano in un contesto urbano, con i relativi problemi connessi alla demolizione in spazi angusti, il pericolo di disperdere nell’ambiente sostanze inquinanti e di contaminare le falde idriche. «Opere di demolizione di questo tipo sono estremamente complesse e necessitano della presenza contemporanea di un’insieme di competenze fortemente integrate. Ecoindustry è in grado di offrirle e di fornire servizi completi, chiavi in mano». Vi rivolgete principalmente a industrie o operatori del set-
tore immobiliare? «A entrambi. Le industrie sono l’interlocutore naturale, negli ultimi anni però, le amministrazioni pubbliche stanno sviluppando sempre di più piani regolatori a consumo di territorio zero, che privilegiano interventi sulle aree industriali abbandonate, ormai inglobate nei centri urbani: i cosiddetti brownfields. La riqualificazione di questi vuoti è un momento cruciale dello sviluppo di una città, perché è una grande occasione per ricucirne il tessuto urbano. È naturalmente anche una grande opportunità di investimento per gli operatori immobiliari. Si tratta però di operazioni che possono presentare rischi molto seri: nelle operazioni di acquisizione, concessione d’uso o riconversione di aree industriali, una sottovalutazione degli oneri derivanti da passività ambientali non evi-
Un team per riconvertire i siti industriali Ecoindustry nasce a Torino dall’idea del suo presidente Luigi A. Bellusci con l’intento di supportare le aziende che necessitano di competenze e strutture solidamente integrate per far fronte ad esigenze complesse come la riconversione di siti industriali dismessi. I pilastri su cui si fonda la società sono costituiti dal know-how
denziate può comportare un rischio molto elevato di fallimento dell’iniziativa». Quali le forme di tutela degli investitori? «La prima operazione da mettere in atto è una rigorosa Due Diligence Ambientale. È una tecnica investigativa che individua i rischi e i costi di bonifiche dei siti presi in esame, correlati sia alle attività in essere che a quelle pregresse. Si tratta di un’analisi approfondita di tutti gli aspetti ambientali, documentali e on-site. Tramite una DDA è possibile quantificare le potenziali passività a cui un investitore è esposto nell’acquisizione di un’area o di un immobile. È bene che la DDA sia eseguita nel corso della negoziazione o in fase di pianificazione e progettazione dell’intervento. In questo senso Ecoindustry può affiancare il developer fin dalle primissime
fasi, per poi farsi carico dell’intervento che può andare dalla progettazione alla bonifica vera e propria, fino alla progettazione e alla realizzazione dei nuovi edifici. Per il cliente poter contare su un interlocutore unico è una notevole semplificazione di processo, di tempi e di conseguenza anche di costi». È però consolidata opinione che la separazione tra il progetto e l’esecuzione sia per il cliente garanzia di qualità dell’opera realizzata. Come risponde a quest’osservazione?
tecnico di Area geie, team di progettisti altamente specializzati in grado di governare interventi articolati, nel campo della geologia, dell’ingegneria ambientale, dell’architettura, delle strutture, degli impianti e dalla potenzialità realizzatrice di imprese di rango quali la Rosso Costruzioni, la Arcadis e la Edilgen.
«In passato era molto frequente che progettista e impresa esecutrice risiedessero sotto lo stesso tetto, potendo mettere in atto sinergie straordinarie, talvolta fondamentali alla buona riuscita dell’opera. Si pensi all’eccezionale produzione di Pierluigi Nervi: sarebbe stata impensabile se il progettista non fosse stato anche l’impresario. La miglior garanzia che Ecoindustry può offrire è la professionalità di tutti i soggetti coinvolti, documentata e facilmente accertabile: Area geie, di cui faccio parte, raggruppa professionisti coinvolti in numerosissimi interventi di eccellenza in Italia e all’estero». Ad esempio? «In Piemonte si pensi al consolidamento della cappella della Sindone dopo il rogo del 1997, allo Stadio delle Alpi e al suo attuale rinnovamento e alla cattedrale del Sacro Volto. Ad Avi-
Sopra, Avigliana (TO) – Barriera reattiva impermeabile, al centro Cava di Geregnano (MI) – Rendering del progetto di riqualificazione – intervento in corso e, in basso, Cava di Geregnano (MI) – Lago di cava in un’immagine d’epoca www.ecoindustry.biz
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RIQUALIFICAZIONE
In alto, Saipem Baia di Assemini (CA) – Modellizzazione idrogeologica applicata a sito contaminato. Sotto, Saipem Baia di Assemini (CA) – Modello Geologico 3D
gliana ha realizzato la prima barriera reattiva impermeabile in Italia, per la bonifica del sito ex Teksid. Inoltre, lavora per importanti clienti privati, come Michelin, Ferrero e il Gruppo Fiat, ma anche per il settore pubblico. In Meridione sta lavorando su grandi progetti: dal nuovo ospedale di Lagonegro, in Basilicata, un complesso sanitario di oltre 70.000 mq, alla bonifica dell’area ex Saibi, in prossimità delle saline di Margherita di Savoia». E le altre realtà, Rosso Co-
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struzioni e Arcadis? «L’Impresa Rosso Costruzioni è una realtà solida e ben nota in Piemonte, in Italia e all’estero. Ha realizzato opere importanti quali il passante ferroviario a Torino tra Corso Vittorio Emanuele e il fiume Dora, il parcheggio interrato su 9 livelli a San Marino, Centri Commerciali a Roma, Torino, Pisa e Novara, il Complesso Polifunzionale a Cerro Maggiore (MI), l’Ospedale San Bonifacio di Verona e sta ora realizzando il nuovo Stadio delle Alpi di Torino. Arcadis è azienda specializzata nel settore delle indagini e bonifiche di terreni e falde idriche contaminate. Si tratta di una multinazionale, con un fatturato di oltre due miliardi di euro, leader nel campo ambientale, che in Europa occupa 6.000 dipendenti e si colloca tra le prime tre imprese del settore. È specializzata nella progettazione e nel project management in campo ambientale, delle infrastrutture e nell’esecuzione di interventi di bonifica e messa in sicurezza, decontaminazione e demolizione di impianti industriali. Ha bonificato a Milano due raffinerie dismesse, la Permolio e la Finelube, per una superficie di 455.000 mq e 144.000 mc di terreno trattato. Ha bonificato i pozzi petroliferi dismessi a Pisticci (MT) trattando 20.000 tonnellate di
terreno. Ha operato la caratterizzazione di dettaglio del sito di interesse nazionale di Priolo (Sicilia). Ha realizzato la progettazione edilizia integrata con la bonifica della ex Cava di Geregnano (MI) per una superficie di oltre 30 ettari. L’intervento di riqualificazione che prevede la destinazione di 155.000 mq a parco urbano e di 170.000 mq per nuovi edifici è tuttora in corso. Tra le peculiarità di Arcadis c’è anche quella di realizzare “bonifiche garantite”». Cioè? «Si tratta di una procedura denominata GRiP (Guaranteed Remediation Program) con la quale Arcadis si assume la responsabilità della bonifica a un prezzo fissato e garantito attraverso un’assicurazione che copre gli eventuali maggiori oneri; sceglie le migliori e più efficaci tecnologie di intervento concordandole con le autorità, evitando restrizioni d’uso, interventi e monitoraggi a lungo termine, allo scopo di eliminare completamente le passività ambientali dal proprio bilancio; si fa carico delle situazioni geologiche e di contaminazione non previste, evitando così contenziosi e ulteriori costi per i clienti. La fatturazione è legata al raggiungimento di obbiettivi intermedi e finali e non alla tipologia e quantità di prestazioni fornite. Perciò è incentivata una riduzione dei tempi di bonifica, consentendo di dare valore all’area rimettendola sul mercato».
DISTRETTI SANITARI
Attrezzati contro le emergenze Il direttore generale dell’Asl Torino 1, Ferruccio Massa, illustra punti forti e criticità del pronto soccorso dell’ospedale Martini dove il problema principale resta il sovraffollamento di pazienti con patologie croniche o in condizioni sociali disagevoli Riccardo Casini
N
In basso, il direttore generale dell'Asl Torino 1, Ferruccio Massa
onostante conti al suo interno tre ospedali, l’Asl di Torino 1 può vantare un solo reparto di pronto soccorso vero e proprio, quello dell’ospedale Martini, dal momento che il Valdese non ne è provvisto mentre quello dell’Oftalmico è prevalentemente utilizzato per problemi agli occhi. Con 77.600 passaggi nell’arco del 2009 (213 giornalieri), il pronto soccorso del Martini è comunque il secondo più frequentato in città. Il direttore generale dell’Asl, Ferruccio Massa, fa il punto della situazione. «Tra le principali patologie lamentate da chi si presenta nella struttura ci sono dolori prevalentemente toracici (dall’infarto alla nevralgia) e addominali (dalla peritonite alla colite spastica), mentre una grossa percentuale di pazienti lamenta stati d’ansia con varie somatizzazioni (mancanza di fiato) e la riacutizzazione di malattie croniche di vecchia data come gastriti e broncopatie croniche. Poi c’è la parte traumatologica sotto tutte le sue varie espressioni, dalla frattura al politraumatizzato investito dall’automobile. Delle persone che si presentano al pronto soccorso del Martini i ricoveri sono il 6,8% in totale, con una media variabile dal 10,7 in medicina, al 15,5 in
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pediatria a un minimo di 0,7% in otorinolaringoiatria». Quali sono le risorse mediche disponibili? «Abbiamo 13 medici internisti a rotazione, 6 chirurghi e altrettanti anestesisti a rotazione per il Dea, 9 ortopedici a rotazione, un pediatra e un ginecologo sempre presenti più gli specialisti reperibili, un cardiologo e uno psichiatra sempre presenti, un radiologo a disposizione». Quali sono le eccellenze del reparto? «Il pronto soccorso del Martini è dotato di un servizio di ecografia dedicato esclusivamente alle emergenze senza doversi appoggiare al servizio interno di Radiodiagnostica, e alla preparazione a tale metodica sono stati abilitati quasi tutti gli operatori. Il pronto soccorso pediatrico è il secondo a Torino per numero di passaggi e per prestazioni offerte, con una percentuale di ricovero del 5,7% su tutti. Abbiamo un servizio di ambulanza interna che permette il trasporto secondario di pazienti critici da un ospedale all’altro, magari a uno specialistico, in tempo reale. E quello del Martini è l’unico reparto in città a garantire un servizio di continuità assistenziale con personale dedicato a tale mansione». Dall’altro lato, dove si registrano invece le principali criticità? «L’aspetto da migliorare è il sovraffollamento rispetto all’elevato numero di persone da ricoverare e che stazionano nei locali del pronto soccorso, creando non poche difficoltà agli operatori per molte ore, so-
Ferruccio Massa
SINERGIE PER GESTIRE I CASI COMPLESSI Uno dei problemi più diffusi riguardo al pronto soccorso è il sovraffollamento e la difficile gestione dei pazienti che vi arrivano. Enrico Ferreri, direttore sanitario dell’Asl Cuneo 1, spiega la situazione locale li aspetti positivi in ogni servizio erogato si registrano ovviamente quando tutto funziona bene. In una situazione come quella dell’Asl di Cuneo 1 c’è comunque una rete che è sufficiente per gestire l’emergenza sul territorio. «Si sono create – sottolinea Enrico Ferreri, direttore sanitario dell’Asl Cuneo 1 – delle ottime sinergie con il sistema del 118, dell’emergenza, del sistema di trasporto urgente e di attività esterna sanitaria con i pronto soccorsi. Questa collaborazione ci consente di gestire casi complessi nei tempi e nei modi adeguati». Le criticità invece riguardano l’eccessivo sovraccarico di utenza
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che arriva nella struttura. «Questosi verifica quando arrivano i famosi codici bianchi, e soprattutto gialli, che potrebbero essere comunque trattati tranquillamente sul territorio. Probabilmente con l’istituzione di gruppi di cure primarie con una maggiore presenza di specialisti di medicina generale, un certo tipo di patologie si orienterà verso queste strutture territoriali. Sarà comunque un processo abbastanza lento e di conseguenza il problema maggiore rimane la gestione contemporanea di casi più gravi e meno gravi». Il ricorso alle diverse forme di integrazione sociosanitaria, come i presidi territoriali di prossimità,
l’assistenza domiciliare integrata e la continuità assistenziale potrebbero essere una soluzione. «Dal punto di vista dei costi/benefici – conclude Ferreri – questa è sicuramente una strada percorribile. Abbiamo già una buona esperienza in questo senso perché ci sono sia ospedali di comunità che posti letto di continuità assistenziale, strutture che non richiedono assistenze sanitarie particolari, come avviane per le lungodegenze o per i reparti ospedalieri, quindi a costi minori possiamo garantire cura e riabilitazione ai pazienti che possono essere dimessi dall’ospedale ma non possono andare a casa».
In alto, Enrico Ferreri, direttore sanitario dell’Asl di Cuneo 1
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DISTRETTI SANITARI
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In tutti i pronto soccorso le risorse non sono per definizione mai sufficienti rispetto alla continua richiesta di prestazioni plurispecialistiche da parte degli utenti
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UU prattutto in ambito geriatrico, dove si registrano pazienti con patologie croniche o in condizioni sociali talmente disagevoli da non poter essere dimessi». Di recente il parco ambulanze è stato ampliato con un nuovo mezzo di soccorso in dotazione al Martini. Qual è la situazione generale dell’Asl in questo senso? «Al Martini ci sono una postazione di soccorso di base e uno avanzato del 118, che fondamentalmente coprono l’ambito territoriale cittadino che fa riferimento al Martini. È presente un’ambulanza convenzionata, adibita ai trasporti ordinari per quei pazienti che non necessitano di assistenza 262 • DOSSIER • PIEMONTE 2010
medica costante». In generale i mezzi e le risorse per il primo soccorso sono sufficienti? «In tutti i pronto soccorso le risorse umane e strumentali non sono, per definizione, mai sufficienti rispetto alla continua richiesta di prestazioni plurispecialistiche da parte degli utenti. Fra le principali esigenze che si registrano, segnalo un ecografo portatile e un apparecchio radiologico portatile per l’effettuazione di lastre al torace, per quei pazienti affetti da insufficienza respiratoria che difficilmente possono essere trasportati».