OSSIER EMILIA-ROMAGNA EDITORIALE ............................................ 13 Raffaele Costa
L’INTERVENTO.........................................15 Angelino Alfano Diana Bracco LA REGIONE IN CIFRE ..................... 20 Le eccellenze del 2010
PRIMO PIANO IN COPERTINA .................................... 22 Guido Barilla IMPRENDITORI DELL’ANNO ....... 28 Luigi Artoni Armando Arcangeli Mauro Sacchetto Giovanna Furlanetto Roberto Fabbri LAVORO ................................................ 44 Maurizio Sacconi Pietro Ichino Antonio Mastrapasqua IL MODELLO FIAT ............................ 56 Sergio Marchionne PLURALISMO ..................................... 60 Maurizio Gasparri L’INCONTRO ....................................... 62 Bruno Vespa VERSO LE AMMINISTRATIVE ..... 66 Filippo Berselli Stefano Bonaccini Tommaso Bonetti FEDERALISMO ................................... 74 Angelo Alessandri POLITICHE GIOVANILI .................... 78 Giorgia Meloni ESTERI .................................................. 82 Franco Frattini
ECONOMIA E FINANZA IMPRENDITORI DELL’ANNO ...... 88 Via delle Perle Spa Gildo Musco Roberto Catelli Luigi Sandei Adriano Milanesi Icilio Amoretti Giovanni Palmieri Gian Pietro Riccardi Domenico Zanchini Corrado Azzali Stefano Sberlati Stefano Trenti Paolo Lombardi e Gabriele Rizzi Eugenio Zantelli Stefano Pesaresi Carlo Rocchi Daniele Carini SCENARI ............................................. 134 Anna Maria Artoni Andrea Zanlari Gian Carlo Muzzarelli BILANCIO REGIONALE ................. 144 Simonetta Saliera Marco Lombardi IMPRESE STRANIERE ................... 150 Ugo Margini Giorgio Pighi Andrea Leoni CONFINDUSTRIA ............................ 162 Federica Guidi Giovanni Tampieri INNOVARE PER CRESCERE ....... 170 Paolo Bonaretti Luca Valli Guido Caselli PROJECT FINANCING .................. 178 Ugo Girardi Alfredo Peri Galeazzo Bignami Pietro Vignali SERVIZI PUBBLICI LOCALI ....... 188 Giulio Napolitano FINANZA STRUTTURATA ........... 190 Francesco Gianni
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CONSULENZA ALLE IMPRESE .. 194 Giuliano Maria Tavazzani Donatella Ravaglioli STRUMENTI FINANZIARI ............ 198 Antonella Lambri INVESTIMENTI IN ORIENTE ...... 200 Luca Accolli, Erminio Arquati RICERCA E SELEZIONE DEL PERSONALE .......................... 202 Luisa Roseo CONSULENZA ................................. 204 Claudia Rubini e Monica Soffritti Nicoletta Parma
Sommario AMBIENTE
TERRITORIO
GIUSTIZIA
FOCUS ENERGIA............................. 208 Stefania Prestigiacomo Piero Gnudi Stefano Saglia, Giovanni Lelli Chicco Testa Umberto Veronesi
RETE AEROPORTUALE ............... 242 Mario Valducci Fabio Castellari Giuseppina Gualtieri
LEGALITÀ ........................................... 288 Francesco Cirillo Pietro Grasso Mario Morcone Benedetto Basile Vittorio Saladino Enrico Cecchi
PIANO ENERGETICO ..................... 226 Le linee regionali Fabio Filippi RACCOLTA DIFFERENZIATA ... 230 Vito Belladonna Pierluigi Gorani Cristina Sassi INGEGNERIA CIVILE E AMBIENTALE ............................... 238 Amedeo Tita IMPIANTI DI DEPURAZIONE ..... 240 Ilario Fantei
TRASPORTI ....................................... 248 Marco Alberti IMPRENDITORI DELL’ANNO .... 252 Cesare Montefiori Simone Pettinari Massimo Colombo Giuseppe Pozzi Ivo Giachi
RIFORME ............................................ 308 Niccolò Ghedini
EDILIZIA ............................................ 268 Rossana e Corrado Barbarini Massimo Barbi Giordano Rossi Lorenzo Bragazzi
IL RUOLO DELL’AVVOCATO ...... 314 Alberto Gamberini
DIRITTO FALLIMENTARE............. 310 Carlo Federico Grosso IL SISTEMA TRIBUTARIO............. 312 Franco Zangheri
DIRITTO DI FAMIGLIA E DIRITTO PENALE ........................ 316 Claudia Balboni ed Enrico Tassinari
LAVORAZIONI ARTIGIANALI ..... 276 Gianni Gaiti IL MODELLO DEL LIBERO PROFESSIONISTA ........................... 278 Danilo Delorenzi
SANITÀ POLITICHE SANITARIE ................ 320 Le misure della Regione Alberto Vecchi
AREE MILITARI ............................. 280 La mappa regionale Gabriele Buia
TECNOLOGIE MEDICHE .............. 324 Luciano Fecondini
TECNOPOLI ...................................... 284 Parma e Piacenza
APPARECCHIATURE MEDICHE E CHIRURGICHE ...... 328 Mario Veronesi GENIUS LOCI .................................... 330 Cesare Cremonini
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IMPRENDITORI DELL’ANNO
LA REGIONE IN CIFRE
Le eccellenze del 2010 Capitani d’industria che si sono distinti nel 2010 in Emilia Romagna per le performance delle loro aziende. Successi dovuti a strategie imprenditoriali che hanno avuto il merito di contrastare in maniera efficace gli effetti della difficile congiuntura economica. Dossier intende dare a questi imprenditori il giusto risalto Nicolò Mulas Marcello
l 2011 rappresenta per il mondo economico-imprenditoriale un anno carico di speranze. La recessione economica che ha interessato l’Italia è durata sette trimestri, dal secondo del 2008 sino al quarto 2009, e si è fatta sentire anche in Emilia Romagna, da sempre una delle regioni più competitive e industrializzate del nostro Paese. Dossier Emilia Romagna ha voluto rendere omaggio agli imprenditori più virtuosi che si sono distinti nel 2010 per le scelte che hanno portato le loro aziende a raggiungere risultati rilevanti in termini di fatturato e di crescita. Le diverse sezioni della rivista si aprono, infatti, con quelli che sono “gli imprenditori dell’anno”, selezionati sulla base di parametri che vanno dalla propensione all’investimento all’internazionalizzazione, dalla ricerca e innovazione al legame con il territorio, dalla riorganizzazione aziendale all’affermazione del brand. L’obiettivo è quello di andare a scoprire i segreti e le strategie che hanno portato al successo alcune delle realtà economiche più interessanti della regione attraverso gli occhi degli addetti ai lavori, e di tastare il polso dell’imprenditoria regionale evidenziando le scelte che si sono rivelate vincenti. Elementi che hanno permesso, attraverso politiche mirate, di incrementare le prestazioni aziendali. Lo scorso anno, tecnicamente, ha rappre-
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sentato l’uscita dalla recessione economica e, infatti, sono stati registrati segnali, seppur deboli, di ripresa che fanno ben sperare. In particolare, dal rapporto sull’economia regionale realizzato da Unioncamere e Regione Emilia Romagna il 2010 si è chiuso con il Pil in crescita dell’1,5%. Nel secondo trimestre del 2010 gli indicatori economici avevano, infatti, già confermato un’inversione di tendenza per il sistema produttivo. In particolare, rispetto al secondo trimestre del 2009, la produzione è cresciuta in volume del 2,2%, in controtendenza rispetto al trend negativo dell’11,1% riscontrato nei dodici mesi precedenti. Stessa dinamica per il fatturato, che è aumentato in valore del 2,6% a fronte della sostanziale stazionarietà dei prezzi praticati alla clientela (-0,1%). Analogo andamento per gli ordini, apparsi in crescita del 2,3%. Le realtà industriali del territorio hanno puntato molto sull’export, innovando, però, anche la base produttiva e cercando di consolidare la domanda interna. Segnali, quindi, positivi dal mondo industriale, ma la situazione resta ancora difficile, con una crisi che continua a far sentire i suoi effetti, soprattutto in termini occupazionali. Il 2011 sarà ancora un anno di difficoltà, ma sicuramente verranno gettate le basi per la vera ripresa attesa per il 2012.
IN COPERTINA
L’ITALIAN FOOD CONQUISTA IL MONDO Un dinastia, quella dei Barilla, che ha creato un colosso industriale affermato a livello internazionale. Ha saputo valorizzare le radici emiliane fatte di tradizione e genuinità dei prodotti. Intanto i piccoli Barilla crescono e la quarta generazione guarda già al domani e all’avvenire del Gruppo Giancarlo Mazzuca
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Guido Barilla
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IN COPERTINA
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e prime tracce della famiglia Barilla risalgono, addirittura, al 1553 quando un certo Ovidius de Barillorum - in un latino molto maccheronico e non poteva essere diversamente: nomen omen - fondò a Parma, assieme ad altri, la “Società per fabbricare il pane venale” (sic!), ma la dinastia moderna comincia quasi 140 anni fa, nel 1877: con l’Unità d'Italia, arriva anche la bottega di Pietro Barilla senior che, in zona via Vittorio Emanuele, produce pane e pasta. Quel pane è lievitato e oggi la Barilla - con un fatturato che va ben oltre i quattromila milioni di euro - è leader mondiale nel mercato della pasta, leader europeo dei sughi pronti, leader italiano dei prodotti da forno, leader scandinavo dei pani croccanti. Una storia quasi planetaria, quella del gruppo emiliano, che, come ogni storia che si rispetti, non poteva non prevedere un ritorno alle origini: poco prima di Natale è stata così annunciata la possibilità di un’espansione in Cina che, come si sa (ma forse erroneamente), sarebbe il paese d’origine degli spaghetti (vi ricordate Marco Polo?). Tutto cominciò, appunto, dal forno
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di via Vittorio Emanuele. Anni, difficili, quelli dell’avvio, tempi di privazioni e di fame (non cantavano i patrioti risorgimentali “il pan ci manca” e non solo a Venezia?) ma il “pane venale” dei Barilla continua a crescere e, nel 1908, il primo Pietro della dinastia prende in affitto un nuovo stabile dove, due anni dopo, inaugura un vero pastificio. Alla sua morte, avvenuta nel 1912, entra in scena la seconda generazione composta dai fratelli Gualtiero (che però scompare quasi subito, nel 1919) e Riccardo: gli anni del fascismo, gli anni dell’Impero, ma anche gli anni dell’autarchia e, più ancora del karkadé al posto del caffé, la pasta Barilla serve ad aggirare le sanzioni delle “potenze plutocratiche”. Poi, quando anche Riccardo passa a miglior vita, nel 1941, ecco che subentrano Pietro e Gianni. In un batter d’occhio, siamo, quindi, agli
anni del “boom” e del miracolo economico: con una maggiore agiatezza, gli italiani riscoprono, a Natale, lo spumante e il panettone, ma, soprattutto al Nord, non possono rinunciare a un piatto di tagliatelle all’emiliana con il ragù alla bolognese: scocca l’ora del colosso Barilla. Il gruppo parmense diventa, così, una multinazionale con oltre 16mila dipendenti e con un ottimo clima sindacale (proprio nell’ottobre 2010 è stato raggiunto un importante accordo sul welfare). Una multinazionale che è rimasta, però, rigorosamente familiare, e - ancora oggi -, non è quotata in Borsa: i Barilla possiedono quasi l’intero pacchetto azionario mentre una piccola partecipazione è in mano al gruppo svizzero Anda-Buhrle, che non è certo amato dai pacifisti perché produce armi. I veri imprendi-
Guido Barilla
Sembra quasi di vedere, alle catene di montaggio, tante “arzdore” che tirano la sfoglia come facevano, una volta, le nostre nonne
tori – diceva Pietro junior, padre dei fratelli che rappresentano la quarta generazione e che, oggi, guidano l’azienda – vanno avanti da soli. Anche se fino a un certo punto: c’erano state divergenze di vedute sulle strategie da adottare tra Pietro e suo fratello Gianni e, a quel punto, i Barilla decidono di vendere (siamo nel 1972), alla multinazionale americana Grace, uno dei “big” mondiali dell’alimentare, con la statunitense Quacker Oats e la svizzera Nestlé. Ma il primo amore non si scorda mai e, all’indomani della cessione, Pietro comincia a studiare la possibilità di ricomprarsi l’azienda di famiglia: impiega sette anni, ma, alla fine, ci riesce: i grandi capitani d’azienda fanno così. Del leader della terza generazione dei Barilla (che muore, improvvisamente, nel 1993) ho un ricordo molto nitido: di lui ci parlava spesso, al Giornale, il mitico Indro Montanelli che era stato suo compagno “quasi di cordata”, nelle lunghe passeggiate estive a Cortina d’Ampezzo: ogni giorno tanti chilometri a piedi da Pocol a Passo Giau. Cilindro ci rammentava sempre lo spessore culturale dell’uomo Barilla: un imprenditore che s’industriava con
maccheroni e fusilli, ma che amava tantissimo anche l’arte, in primis la pittura (famosa la sua collezione di quadri d’autore) e, da buon conterraneo di Verdi, la musica. Da quasi vent’anni, il colosso della pasta è passato ai “giovani” (ormai ex giovani) Barilla: Guido, il più grande, con i suoi 53 anni d’età, Luca, Paolo, che è stato pure un pilota automobilistico, e Manuela. Lo slogan dell’azienda (“Dove c’è Barilla, c’è casa”) la dice lunga sulle tradizioni familiari di questo gruppo un po’ “sui generis”: quando si parla di una multinazionale negli anni Duemila si pensa, solitamente, a una conglomerata un po’ asettica, una specie di “holding” molto impersonale, dove tanti robot in carne e ossa producono pastasciutta. L’azienda di Parma resta, invece, ancorata alle radici emiliane, quelle radici fatte in casa, tra tradizione e genuinità dei prodotti. Sembra quasi di vedere, alle catene di montaggio, tante “arzdore” che tirano la sfoglia come facevano, una volta, le nostre nonne. Un rispetto delle tradizioni che non significa, però, restare con la testa rivolta al passato: la Barilla sta al passo con i tempi e continua a rinnovarsi. Guido - il “numero EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 25
IN COPERTINA
Abbiamo ancora quel “quid” in più che, di volta in volta, può essere la creatività o la tipicità dei nostri prodotti, come nel caso dell’Italian food
uno” che, per via della folta criniera ben curata, viene chiamato “Re Leone” dai suoi operai -, è l’esempio dell’ottimismo della via Emilia: se il “made in Italy” perde colpi, se la competitività dei nostri prodotti è sempre più bassa, non dobbiamo mollare, dice, perché abbiamo ancora quel “quid” in più che, di volta in volta, può essere la creatività o la tipicità dei nostri prodotti, come nel caso dell’Italian food. In un’intervista di qualche tempo fa, Guido spezza una lancia anche a favore del “merendinismo”: «I miei cinque figli sono consumatori spaventosi delle nostre merendine». La ragione è semplice: «L’industria rende accessibili, a prezzi migliori e a qualità spesso maggiore, i prodotti della tradizione». Quest’affermazione può anche sembrare uno “spot”, ma i Barilla sono sempre stati molto attenti alle promozioni pubblicitarie. E non può essere diversamente. Sapete quale è la campagna che è pia26 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2011
ciuta di più a Guido? «Quella dei rigatoni, girata da Fellini». Come dire: il regista più grande per un grande prodotto. Intanto, i piccoli Barilla crescono e anche la quarta generazione della dinastia guarda al domani e all’avvenire dei propri figli nel gruppo. Spiega Guido in quell’intervista che ho appena citato: «Con i miei fratelli abbiamo pensato a un’articolazione che permetta a chi vuole di costruire il proprio futuro in azienda». C’è posto per tutti, insomma, basta che i “barillini” lo vogliono e, ovviamente, ne abbiano le capacità. Il segreto di una grande impresa familiare sta anche in questo: farsi largo, tra gli eredi, senza pestarsi troppo i piedi. E le diversificazioni produttive? Tutto è possibile, ma a una condizione: preservare la tradizione e le radici emiliane di cui sopra. I rigatoni non si toccano: a casa Barilla hanno appena buttato giù la pasta...
Luigi Artoni
Avanti sulla strada della competitività Servizi di logistica integrata con soluzioni personalizzate e un deciso sviluppo del processo di internazionalizzazione, nelle attese di Luigi Artoni Renata Gualtieri Il Cavaliere del Lavoro Luigi Artoni, presidente di Artoni Trasporti
l concetto “il cliente al centro” è nel dna di Artoni da sempre ed è un valore su cui si fondano le linee guida strategiche dell’azienda. «Prestiamo la massima attenzione – rivela Luigi Artoni, presidente Artoni Trasporti Spa – a ciò che accade al mercato e ai nostri clienti per soddisfarne prontamente i bisogni e, quando possibile, per anticiparli». La crescita di Artoni è avvenuta, però, anche grazie a due importanti fattori: l’innovazione - presente nella visione aziendale di Luigi Artoni e in quella della sua famiglia - che ha consentito di creare una realtà italiana importante e ha permesso percorsi distintivi e pioneristici nel settore, e la trasparenza, grazie alla quale ogni informazione è resa disponibile ai clienti. «Oggi vogliamo essere specialisti della supply chain globale – continua Artoni – riconosciuti come leva competitiva dai clienti strategici per la nostra capacità di innovare». Un altro pilastro su cui si basa la crescita dell’azienda è la sostenibilità, in termini di at-
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tenzione e di rispetto verso l’ambiente e l’ecologia, di corretto bilanciamento tra crescita e investimenti, di controllo e gestione del rischio aziendale, di attenzione verso la qualità dei processi e la sicurezza nell’ambiente di lavoro. Di fronte alla crisi economica generalizzata che segnali arrivano dai dati aziendali di fine 2010? «In questo periodo di crisi in cui molte aziende hanno deciso di “fermarsi” per osservare l’evolversi della situazione, noi abbiamo scelto di continuare con gli investimenti. Il nostro business prima focalizzato in gran parte sul trasporto nazionale è stato ampliato attraverso servizi di logistica integrata con soluzioni personalizzate per le diverse esigenze dei nostri clienti e con un deciso sviluppo del nostro processo di internazionalizzazione potenziando la nostra rete distributiva europea e mondiale. Nel 2010 abbiamo superato i nostri obiettivi di budget per l’anno, con una crescita rispetto al 2009 di circa +15%. Ciò che ci ha permesso di ottenere questo im-
portante risultato è stato quindi un diverso approccio al mercato, sostenuto da un notevole cambio di passo nella realizzazione di molti dei nostri progetti di investimento e dall’adozione di nuovi sistemi informativi. Il trend positivo dei risultati aziendali, confermato dall’andamento dell’ultimo trimestre 2010, ci consente di guardare con cauto ottimismo al nuovo anno». Quali invece le leve strategiche su cui puntare per continuare a produrre sviluppo e valore per le persone e per il territorio? «In questo contesto di complessità e internazionalizzazione, le aziende chiedono di più agli operatori di logistica e trasporti: la capacità consulenziale di entrare nei loro processi, di disegnare dei percorsi di integrazione. Le aziende non cercano più un fornitore che variabilizzi i loro costi di logistica e trasporto, ma un partner che migliori la loro capacità competitiva. Questo è emerso parlando con i nostri clienti. È su quest’opportunità che la nostra azienda ha fortemente creEMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 29
IMPRENDITORI DELL’ANNO
duto. Per questo motivo stiamo co- bile come quello dei trasporti, sa- biamo, da un lato, esteso la nostra stantemente investendo, con consapevolezza e determinazione, in risorse industriali, in tecnologie di avanguardia applicate alla gestione operativa, in piattaforme informatiche, in risorse umane e conoscenza applicata ai processi industriali nostri e dei nostri clienti». Sono previste aperture di nuove filiali per offrire maggiori servizi per il trasporto merci nazionale? «Seguendo un percorso pluriennale della nostra rete di centri operativi, nel 2010 abbiamo completato la
ranno fattori chiave per lo sviluppo dell’azienda». E sul fronte internazionale? «La nostra azienda non punta unicamente al trasporto merci nazionale; i nostri clienti sono importanti aziende italiane che hanno affrontato negli ultimi quindici anni processi di internazionalizzazione, a volte programmati, a volte meno consapevoli e spinti dalla necessità di mantenere la propria competitività. Hanno visto le loro filiere di fornitura allungarsi dra-
Abbiamo creato una società di consulenza per la riprogettazione dei processi logistici e distributivi dei clienti
copertura del territorio italiano grazie all’apertura di tre nuovi centri operativi: Rimini, Lecce e Pesaro. Nel prossimo futuro prevediamo di rafforzare la capillarità della nostra rete attraverso l’apertura di nuove filiali e di adeguare le strutture già esistenti. Stiamo, infatti, convertendo i nostri centri operativi alla tecnologia fotovoltaica, con l’obiettivo di garantirne l’autosufficienza energetica. La sostenibilità ambientale e l’attenzione al territorio, soprattutto in un settore molto sensi30 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2011
sticamente e la loro distribuzione diventare globale: se prima avevano fornitori nel raggio di 100 km, oggi li hanno in tutte le parti del mondo. È il motivo per cui abbiamo creato una società di consulenza per l’organizzazione logistica, che offre servizi di riprogettazione dei processi logistici e distributivi dei nostri clienti operando secondo le metodologie della lean e di supporto nella scelta strategica di esternalizzazione delle attività logistiche. Nel 2010 ab-
presenza a livello Europeo, potenziando il servizio di trasporto esistente e aprendoci verso i paesi dell’est; dall’altro abbiamo avviato la nuova unità operativa che si occupa di trasporti internazionali via aereo e via nave. L’obiettivo è di integrarci con i nostri partner mondiali, riuscendo a fornire un servizio completo e integrato». Artoni ha ricevuto il Premio Sap Quality Award del 2010. Questo progetto quanto ha contribuito ad ampliare la presenza dell’azienda nei mercati internazionali? «Il progetto di implementazione della piattaforma Sap è fondamentale perché si inquadra all’interno della strategia aziendale di Artoni. Il centro di competenza Artoni per la logistica e il trasporto realizzato presso il polo logistico di Codogno, sviluppato in collaborazione con Sap, è una tappa fondamentale nel percorso di sviluppo dei nostri servizi e rappresenta un progetto unico a livello internazionale. La completa integrazione tra i processi operativi mappati in ottica lean, l’utilizzo delle migliori soluzioni tecnologiche per la logistica, e l’implementazione delle soluzioni standard fornite da Sap ci hanno permesso migliorare ed estendere la gamma dei nostri servizi, dandoci la possibilità di competere con le maggiori aziende internazionali del settore della logistica e dei trasporti».
IMPRENDITORI DELL’ANNO
Una garanzia per camminare bene Creare calzature comode, eleganti e sicure. Questo l’obiettivo che da 40 anni guida l’azienda Valleverde, creata da Armando Arcangeli, che ha costruito sulla salute dei piedi una vera e propria filosofia Nike Giurlani
alleverde ha alle spalle più di 40 di storia. La forza di questo marchio? «La nostra filosofia: calzature comode, di alta qualità che permettono di “camminare bene”, ma che allo stesso tempo sono anche eleganti» rileva il patron Armando Arcangeli. Anche per questa importante realtà economica romagnola il 2008 e il 2009 sono stati due anni difficili, perchè ha dovuto fare i conti con la crisi economica mondiale, che è stata però affrontata «“giocando in difesa”, adottando dei piani di rientro». Tante le sfide per questo nuovo anno, ma l’aspetto prioritario per Armando Arcangeli è far riflettere sull’importanza di indossare scarpe sicure e di qualità e, inoltre, difendere il made in Italy. Inizialmente Valleverde produ-
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ceva solo calzature donna, poi col tempo, si aggiunsero anche le collezioni uomo e bimbo, la linea valigeria-pelletteria e i capispalla. Qual è il settore più forte? «Sicuramente il settore calzaturiero, perchè è quello che identifica pienamente la nostra filosofia e il nostro marchio: unire la comodità all’eleganza. Le altre linee contribuiscono ad ampliare la nostra offerta all’interno dei negozi, ma rappresentano valori di fatturato inferiori». Quali le iniziative più importanti nell’ambito della ricerca e innovazione? «Dietro le nostre calzature si cela una lunga e accurata ricerca scientifica che ci permette di raggiungere il nostro scopo: creare un prodotto che pensi prima di tutto alla salute dei piedi perchè troppo
spesso si tende a trascurare questo aspetto a favore dell’estetica». Che ruolo sta ricoprendo l’internazionalizzazione? «Investire nell’export è sicuramente una scelta vincente e non a caso i nostri punti vendita sono dislocati un po’ in tutta Europa. Va, però, tenuto presente che con il passaggio all’euro sono subentrate maggiori difficoltà per quanto concerne l’esportazione, perchè non siamo competitivi con la moneta. Oggi conviene quasi di più produrre in America che in Italia». Quali i mercati dove state registrando performance migliori? «L’Italia rappresenta per noi più del 70% del fatturato totale, anche perchè su tutto il territorio abbiamo promosso importanti ed efficaci campagne pubblicitarie. All’estero l’impatto è meno forte, ma
Armando Arcangeli
In apertura, il presidente di Valleverde, Armando Arcangeli; in queste immagini, uno dei punti vendita e alcune fasi della lavorazione dei prodotti
Dietro le nostre calzature si cela una lunga e accurata ricerca scientifica che ci permette di raggiungere il nostro scopo: creare un prodotto che pensi prima di tutto alla salute dei piedi
stiamo lavorando anche su questo versante. In questo momento, per esempio, stiamo ottenendo dei buoni risultati in Cina». Come si concretizza il legame con il territorio romagnolo da parte di Valleverde? «Io sono nato a Riccione, quindi fin da piccolo ho avuto modo di rapportarmi con gli stili, le mode e le tendenze dei turisti in villeggiatura nella mia città. Questo ha rappresentato per me sicuramente un vantaggio importante, anche se quando ho creato Valleverde ho puntato a realizzare un prodotto che guardasse più al benessere del piede che all’effetto estetico finale».
Quali le prossime sfide dell’azienda? «Prima di tutto intensificare la nostra rete di negozi monomarca che al momento conta circa 250 punti vendita, ma vorremmo arrivare a 400. Certo, tutto dipenderà dalla congiuntura economica anche se devo dire che i nostri prodotti hanno retto bene ai contraccolpi della crisi. In generale, infatti, le persone non rinunciano a camminare bene, sopratutto chi lavora e trascorre molto tempo in piedi. Inoltre, dovremo fare i conti con il dilagare degli outlet e dei centri commerciali, ma anche sotto questo aspetto siamo avvantaggiati
perchè nei nostri negozi il cliente viene seguito e aiutato nella ricerca della calzatura più adatta alle sue necessità. Infine, ho intenzione di lanciare nuove campagne pubblicitarie non solo per promuovere i miei prodotti, ma anche per informare gli italiani sull’importanza di scegliere delle calzature sicure e di qualità. Purtroppo, invece, troppo spesso gli acquirenti si lasciano ingannare dai prodotti cinesi che hanno un prezzo più competitivo, senza rendersi conto dei rischi nei quali possono incorrere. Dal canto mio, non smetterò mai di battermi e difendere il made in Italy». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 33
IMPRENDITORI DELL’ANNO
Il futuro è nella tecnologia Ricerca e innovazione. Questi gli aspetti alla base del successo di Datalogic. «Per vincere in un settore altamente competitivo come il nostro, è necessario offrire continuamente soluzioni tecnologiche all’avanguardia» rileva Mauro Sacchetto, ad dell’azienda Nike Giurlani
atalogic inizia la propria attività nel 1972 ed è oggi un’azienda leader nei propri mercati di riferimento perché negli anni ha saputo innovare, credendo fortemente nell’attività di ricerca e sviluppo. «Un’innovazione che non ha riguardato solamente i prodotti, ma anche la gestione e i processi aziendali» rileva Mauro Sacchetto, amministratore delegato di Datalogic. Annualmente, al riguardo vengono investiti «circa l’8% del nostro fatturato in R&D e anche nel 2009, nel periodo peggiore della crisi economica, abbiamo mantenuto questa percentuale, convinti che per vincere in un settore altamente competitivo come il nostro, sia necessario offrire continuamente soluzioni tecnologiche all’avanguardia». Anche nel piano industriale 20102012, che è stato presentato recentemente al mercato, «abbiamo previsto di investire tra il 7 e l’8% dei ricavi, focalizzandoci in particolare sulle nuove tecnologie di imaging e visione, facendo leva anche sull’esclusivo know how della società americana Evolution Robotics Retail, acquisita di recente, leader nel settore delle soluzioni basate sulla innovativa tecnologia di visual pattern recognition» sottolinea Sacchetto. Investire in innovazione per
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Datalogic significa anche «tutelare le soluzioni tecnologiche attraverso i brevetti, ne abbiamo quasi 900». La Commissione europea, inoltre, ha incaricato Datalogic, «di coordinare un programma di ricerca chiamato “Smart and efficient location, identification and cooperation techniques” per la progettazione di un sistema automatico wireless per l’identificazione e la ricerca in tempo reale degli oggetti, nell’area dell’intelligent transportation e manufacturing e in particolare per la gestione della catena logistica» conclude l’ad. Quali sono i mercati dove registrate performance migliori? «In base agli ultimi dati, abbiamo registrato significative crescite delle vendite nei cosiddetti mercati emergenti come Asia e Sud America, con aumenti rispettivamente del 59% e dell’88% rispetto l’anno precedente. Buoni risultati anche in Nord America con una crescita vicina al 20% e anche in Europa con un +24%. Datalogic si propone di crescere a tassi superiori a quelli di mercato (11% nel periodo 2010-2012 rispetto alla media del mercato dell’8% circa) indirizzando lo sviluppo in due mercati, quello dell’automatic data capture e quello della factory automation, anche grazie a prodotti e soluzioni posizionati nell’alto di gamma ad alto contenuto tecnolo-
Mauro Sacchetto
Nella pagina accanto, Mauro Sacchetto, ad di Datalogic; a destra, alcuni prodotti dell’azienda
gico. Le alleanze strategiche e le joint venture con partner locali saranno invece i motori dello sviluppo nei paesi emergenti e in particolare si prevede una crescita molto sostenuta nei mercati del Sud America e dell’Asia, principalmente in India e Cina. Lo scorso novembre, abbiamo concluso un accordo commerciale con la nota società cinese Fujian Newland Computer, con l’obiettivo di espandere la nostra rete di distribuzione e di conquistare posizioni nel mercato asiatico». Pur avendo legami e sedi in tutto il mondo, qual è il rapporto con la città di Bologna? «Datalogic è una vera realtà internazionale, in grado di generare circa il 90% del proprio fatturato all’estero e con propri uffici in 30 paesi tra Europa, Stati Uniti, Asia e Oceania che vendono in oltre 100 nazioni nel mondo. Tuttavia Bologna rappresenta una parte importante e determinante della storia di Datalogic essendo partita da qui l’avventura di successo del nostro fondatore circa 40 anni fa». Quali le sfide e i progetti del 2011? «Datalogic è un’azienda che guarda sempre al futuro e nel 2010 abbiamo presentato un ambizioso piano industriale triennale. Datalogic è oggi un Gruppo solido ed effi-
Datalogic punterà a rafforzare il suo posizionamento competitivo nei mercati di riferimento e si focalizzerà sulla crescita in paesi fino a oggi solo marginali
ciente - con una base di costi strutturalmente inferiore agli anni passati e un elevato livello di produttività industriale - pronto ad affrontare le sfide del mercato e a riprendere una fase di crescita ed espansione futura, anche attraverso linee esterne. Gli obiettivi per gli anni 2010-2012 sono chiari e defi-
niti. Punteremo a rafforzare il nostro posizionamento competitivo nei mercati di riferimento e ci focalizzeremo sulla crescita in paesi fino a oggi solo marginali. Questo sarà possibile grazie ai continui investimenti nelle tecnologie innovative, che ci permetteranno di indirizzare i mercati a più alto valore». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 35
Moda e arte in un accessorio «L’innovazione e, al tempo stesso, la fedeltà ai valori del marchio sono fattori essenziali per continuare a stupire il nostro cliente finale soprattutto in mercati maturi come l’Europa». La spinta di Giovanna Furlanetto verso nuove opportunità di mercato Renata Gualtieri
na storia imprenditoriale di successo, frutto di una tradizione familiare che trova in Giovanna Furlanetto lo stimolo giusto, tra estro e creatività, lusso e bellezza, innovazione e ricerca stilistica. «Furla oggi è presente in 64 paesi del mondo e il Giappone – commenta la manager – è dopo l’Italia il nostro più importante mercato, siamo in Europa, in Usa, in Russia,negli Emirati, a Hong Kong, in Corea, in Cina». Tanti ancora i mercati da potenziare e quelli da cui ci si aspetta la crescita
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maggiore sono la Cina, la Russia, l’India e il Brasile. Il presidente del Gruppo Furla rivela le ragioni di un successo indiscusso in campo internazionale e i segreti di un brand tra futuro e contemporaneo, promuovendo il made in Italy nel mondo e rifugiandosi nell’arte, alla ricerca continua delle idee e del talento giovanile. La filosofia dell’azienda è stata sempre quella di ottenere un prodotto eccellente ad un prezzo accessibile. Ad oggi come è possibile garantire questo risultato coniugando tradizione e innovazione?
In apertura l’headquarter dell’azienda a San Lazzaro di Savena; sotto, Giovanna Furlanetto, presidente del Gruppo
Giovanna Furlanetto
«Sicuramente mantenere o migliorare il value for price dei prodotti, così come gli scenari che stiamo attraversando richiedono, non è semplice. I costi di distribuzione di un marchio “premium” come Furla sono fondamentali e legati anche alla qualità delle locations internazionali nelle strade più importanti, lo sforzo quindi si deve concentrare sulla creatività, su quello che noi chiamiamo “engineering di prodotto”, vale a dire il massimo dell’eccellenza con la minima incidenza di tempi di produzione. Sono molto importanti anche le economie di scala sia nell’acquistare sia i pellami che gli accessori di metallo perché potendo avvantaggiarsi di produzioni numericamente rilevanti si possono ottenere prezzi migliori, così come razionalizzando il numero dei fornitori con cui avere rapporti continuativi di vera ‘partnership’, in modo da saturare nell’arco dei dodici mesi la capacità produttiva, si può migliorare molto la capacità di competere. Qualche produzione la
stiamo sperimentando anche nel bacino del Mediterraneo e in Romania anche se vedo con molto piacere una ritrovata volontà di competere che cresce anche in Italia. L’innovazione ma al tempo stesso la fedeltà ai valori del marchio sono un altro aspetto importantissimo per continuare a stupire il nostro cliente finale soprattutto in mercati maturi come l’Europa». La passione per l’arte è evidente nella creazione della Fondazione e del premio Furla. Quanto è importante alimentare la creatività per un’azienda come la sua? «La passione per l’arte è molto sentita nel mondo della moda perchè osservare il lavoro degli artisti apre la mente verso il futuro, crea nuovi stimoli, affina la sensibilità verso i problemi che affliggono il mondo e, in generale, distoglie da quell’eccesso di effimero che pervade il modo degli addetti ai lavori nel nostro settore. La Fondazione Furla sostiene i giovani e beneficia del loro sguardo in avanti».
Quali gli ultimi progetti culturali e non messi in campo dall’azienda? «Accanto al Premio Furla che compie dieci anni e si accredita come il più importante premio italiano per qualità e continuità di qualità nel tempo, si è aggiunto il “Talent Hub” che sostiene giovani creativi con produzioni di capsule collection e inserimento nella nostra rete distributiva affinché possano affacciarsi sul mercato e testare la loro creatività. Quanto a progetti distributivi ce ne sono parecchi, aumenteremo la nostra presenza in Asia e in particolare in Cina e stiamo chiudendo un’importante joint venture in India». Furla come ha retto di fronte alla EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 37
IMPRENDITORI DELL’ANNO
La pelletteria e il made in Italy può continuare ad essere importante nonostante i player siano aumentati e si avvalgano di produzioni in Asia a costi molto più bassi
crisi e come immagina il futuro «Alla fine del 2008 l’azienda ha della pelletteria e del made in Italy? «Il Gruppo ha retto bene di fronte alla crisi anche se stiamo portando avanti un importante progetto di revisione interna per adeguare la struttura agli importanti cambiamenti che questa crisi ha generato sui mercati mondiali. Credo che il futuro della pelletteria e del made in Italy possa continuare a essere importante nonostante i player siano enormemente aumentati e, in particolare, molti si avvalgano di produzioni in Asia a costi molto più bassi. Sarà necessario come dicevo puntare su qualità, innovazione, design, creatività (dove l’Italia da sempre fa scuola) per contrastare i nostri costi più alti e, al contempo le imprese dovranno fare sempre più attenzione all’efficienza interna, all’utilizzo dei sistemi informativi, alla razionalizzazione dei costi, all’uso di internet». Quali le nuove opportunità di mercato? 38 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2011
inaugurato la sua boutique on-line, puntando sul web attraverso un progetto di ampio respiro, integrando i due filoni dell’info-commerce e dell’e-commerce. Crediamo che quest’ultimo strumento rappresenti per noi un valido canale di vendita aggiuntivo, grazie alla forza di internet di raggiungere capillarmente anche la potenziale clientela residente in centri non ancora coperti dalla nostra rete distributiva. Negli ultimi anni si sono inoltre registrati incrementi significativi nella crescita dei consumi e nelle vendite negli aeroporti e nei duty free. Per cogliere al meglio questa opportunità offerta dal mercato, Furla ha varato un progetto strategico finalizzato all’espansione del business in quest’area. È stata per tanto costituita una business unit con un team di manager dedicati che si occupano dello sviluppo della presenza del brand negli aeroporti, nei duty free, nelle vendite a bordo».
IMPRENDITORI DELL’ANNO
L’eccellenza supera la concorrenza «Abk è in grado di affrontare un processo di crescita e di consolidamento in funzione delle diverse specializzazioni di prodotto per destinazione d’uso dei singoli marchi». Roberto Fabbri è il presidente di una realtà imprenditoriale con impulsi sempre nuovi rispetto all’idea originaria Renata Gualtieri
ono proprio di questi giorni i dati 2010 del settore ceramico italiano che hanno visto la produzione, in diminuzione da anni, incrementare del 4,9%, così come le vendite totali che segnano un +0,8% (esito di un -3,5% in Italia e +2,7% all’estero). Anche il gruppo Abk è allineato con questi dati, risultato di buona soddisfazione per una realtà che lo scorso anno ha contenuto la flessione delle vendite al -14% rispetto al 20% del settore. «Successo importante e significativo – commenta Roberto Fabbri, presidente del Gruppo – per un’azienda nata nel 1993 con un fatturato di 1,5 milioni di euro e che grazie a una crescita costante e continua ha chiuso l’anno 2010 con un fatturato di circa 90 milioni di euro». Quali nuove sfide attendono Abk per il futuro e quali progetti commerciali e di marketing ha in serbo l’azienda per il suo consolidamento sul mercato globale? «Io credo che globalizzazione debba fare rima con specializzazione. La nostra idea imprenditoriale iniziale era di realizzare una società in grado di adattarsi alle esigenze del mercato, nonché di
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interpretare in modo flessibile la realizzazione del prodotto ceramico per andare incontro ai mutevoli bisogni dei propri clienti. Alla capogruppo Abk si sono aggiunti prima il marchio Ariana, indirizzato alla produzione di prodotti ceramici per la casa in perfetto stile italiano, e successivamente il marchio Flaviker-Pisa, una delle più antiche e storiche aziende italiane di ceramica che si è sempre contraddistinta per la produzione di prodotti in gres porcellanato ad alto valore aggiunto. L’acquisizione di queste differenti realtà industriali non ha creato frammentazioni all’interno del gruppo ma ha portato un impulso sempre nuovo all’idea imprenditoriale originale». Nella filosofia aziendale di Abk c’è spazio per innovazione, formazione, investimenti tecnologici e investimenti in ricerca e in immagine. Quali le strategie in tal senso per puntare su prodotti di alta qualità? «Oggi l’azienda è una realtà riconosciuta a livello internazionale come portabandiera del made in Italy ceramico che fonda la propria filosofia sulla qualità del prodotto e del servizio. Questo è possibile grazie alle due importanti
Roberto Fabbri, presidente Abk
realtà industriali, specializzate per tecnologia produttiva, di Finale Emilia e di Solignano che operano in sinergia con il polo logistico di Fiorano Modenese. L’innovazione sta alla tecnologia come la formazione sta alla ricerca. E crediamo fortemente nei nostri giovani. Da sempre investiamo su un capitale umano dinamico e motivato per dare vita a un’azienda estremamente flessibile e competitiva. Oggi oltre la metà dei nostri occupati ha un’età inferiore a 40 anni». Come presidente del Centro Ceramico di Bologna può dire che oggi il futuro del settore è più che mai nella ricerca? «La ricerca del Centro ceramico di Bologna si sta concentrando sull’innovazione per il rafforzamento della competitività delle piastrelle italiane. Creare piastrelle “funzio-
Roberto Fabbri
Crediamo fortemente nei nostri giovani e investiamo su un capitale umano dinamico e motivato per dare vita a un’azienda flessibile e competitiva
nalizzate” alle quali sono impartite, mediante tecniche avanzate, proprietà speciali e funzionalità nuove: come la fotovoltaica, fotocatalitica, autopulente, antibatterica e fotocromatica. Grazie all’impegno profuso nella ricerca e nell’innovazione le piastrelle italiane si qualificano oggi a un livello di eccellenza ambientale che va ben oltre alla concorrenza straniera, questo ci fa ben sperare perché il mercato è sempre più sensibile alle esigenze di sostenibilità e
protezione dell’ambiente». Come risponde Abk alle esigenze del mercato contemporaneo e quali le più importanti innovazioni che hanno reso l’azienda protagonista dell’evoluzione stilistica e tecnologica del comparto ceramico italiano? «Proprio in questi giorni stiamo consegnando ai nostri clienti in tutto il mondo il volume denominato 100% Abk che contiene tutte le collezioni attualmente in produzione. Da 18 anni ricopro il
ruolo di presidente e ho visto crescere questa azienda fin dai primi prodotti che sono usciti dalle nostre fabbriche; il mio orgoglio oggi si traduce nella completezza della nostra gamma e nella credibilità che abbiamo conquistato. Ciascun prodotto al momento della sua presentazione ha lasciato un segno importante perché noi operiamo in continua evoluzione facendo coincidere la nostra tradizione, il rispetto per il territorio, la responsabilità sociale e i bisogni dei nostri clienti. Questo è per noi il 100% Abk: non solo il prodotto e la produzione, ma soprattutto, la fitta rete di persone, clienti e collaboratori che con passione, qualità e attenzione contribuiscono giorno dopo giorno a trasformare il sogno di ieri nella realtà di oggi». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 41
VERSO LE AMMINISTRATIVE
Un civico per il centrodestra Sull’annuncio dei candidati alle amministrative il Pdl prende tempo. Per il coordinatore regionale Filippo Berselli «soltanto su nomi non politici potrebbe esserci un’intesa con tutto lo schieramento, terzo polo incluso. Con la Lega nessun problema» Riccardo Casini
ra le pretese avanzate da una Lega Nord che alle ultime tornate elettorali in Regione ha fatto registrare numeri sempre più confortanti e l’incognita del terzo polo appena costituito, per il Popolo della Libertà i grattacapi principali in vista delle prossime amministrative sembrano venire più dal proprio campo, lasciando quasi sullo sfondo l’esito delle primarie del centrosinistra, a Bologna come in Romagna. Qui in effetti solo a Ravenna la situazione sembra chiara, con il Pd pronto all’en-plein: da una parte il sindaco Fabrizio Matteucci (58,5% dei consensi secondo l’ultima classifica de Il Sole 24 ore) in caccia del secondo mandato, e dall’altra Claudio Casadio, l’attuale vice di Francesco Giangrandi (62%), pronto a succedergli alla guida della Provincia. Il senatore Filippo Berselli, coordinatore regionale del Pdl, non sembra però p re o c c u p a t o : senza fare nomi per non «bru-
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ciarli anzitempo», Berselli spiega quali saranno le strategie della prima forza politica in Italia per affrontare le urne in Emilia Romagna. «Prima di decidere quali candidati presentare con l’appoggio del Pdl e della Lega, è opportuno attendere che si chiarisca il quadro nazionale. Nell’ipotesi di un accordo politico
con l’Udc, è possibile che esso si possa trasferire anche a livello locale su candidature “politiche”. Diversamente, soltanto su candidature civiche vi potrebbe essere un’intesa per tutto lo schieramento di centrodestra. Non c’è quindi alcuna necessità di accelerare i tempi in quanto le elezioni amministrative si terranno
Filippo Berselli
Il Carroccio ha pronta l’alternativa Angelo Alessandri, segretario Lega nord Emilia, è sicuro: «conquisteremo altre roccaforti rosse. Il centrosinistra ci teme perché sanno che stiamo erodendo la base del loro potere» a Lega Nord già da diversi mesi si sta preparando con serietà e responsabilità alle prossime elezioni amministrative». Se qualcuno nutriva qualche dubbio in proposito, è avvisato: il Carroccio è pronto a far valere il proprio peso in regione, come spiega Angelo Alessandri, segretario Lega nord Emilia. «In molti comuni abbiamo già evidenziato validi candidati che saranno proposti agli elettori, con la consapevolezza che un sindaco della Lega assicura ottime capacità amministrative, riconosciute e apprezzate dalla cittadinanza, la quale, poi, sempre più spesso ci riconferma il proprio appoggio. Tale scenario oggi non si riscontra più solo in Lombardia o in Veneto, ma anche in Emilia».
«L
Qual è il motivo?
«I nostri sindaci e i nostri assessori, spesso giovani e di elevata capacità, stanno dando prova di saper rispondere con serietà e preparazione alle esigenze della nostra gente, meglio degli
nel mese di maggio. Abbiamo già dei nomi importanti, ma non intendiamo bruciarli anzitempo». Non temete ripercussioni a livello locale in seguito alla scissione dei finiani e la conseguente creazione di un terzo polo con l’Udc? «Il peso elettorale dei finiani nella nostra regione non raggiunge il 2%.
amministratori di un centrosinistra che ha completamente perso di vista la realtà. Sono pertanto sicuro che la Lega conquisterà altre amministrazioni emiliane fino a ieri roccaforti rosse: a Bologna in particolare pensiamo sia giunto il momento di fornire ai cittadini bolognesi un’alternativa Lega. Noi siamo pronti, e dalle reazioni scomposte degli esponenti del centrosinistra mi sembra che abbiamo visto giusto. Ci temono perché sanno bene che la Lega sta erodendo pesantemente la base del loro potere, conquistando passo dopo passo l’Emilia». Ma quali dovranno essere le caratteristiche ideali del prossimo sindaco di Bologna?
«Bologna sente oggi più che mai l’esigenza di un sindaco che stia prima di tutto con i bolognesi e che non abbia altre priorità. Il sindaco a Bologna deve saper gestire politicamente ed economicamente una città complessa, con grandi potenzialità ma che ha bisogno di riscoprire il proprio orgoglio».
Ciò non toglie che per vincere avremo la necessità di coinvolgere sia loro che il cosiddetto terzo polo nel suo insieme». La Lega non nasconde più le proprie mire sulla regione, ormai considerata in prospettiva “la quarta gamba della Padania”. C’è il rischio che queste ambizioni, e la conseguente volontà da parte dei leghisti di indicare loro candidati, portino a una spaccatura con il Pdl? «Non ci sarà alcuna spaccatura tra Pdl e Lega. Avremo candidati comuni e non certo gli uni contro gli altri. Sono tranquillissimo al riguardo». Quali sono le caratteristiche ideali del candidato di centrode-
stra a Bologna? Fino a poco tempo fa, tutti gli schieramenti erano d’accordo nel ritenere “morto” il civismo. Cosa è cambiato oggi? «Per quanto riguarda il candidato di Bologna, non solo attenderemo di conoscere il nome che uscirà dalle primarie del centrosinistra ma, come già detto, è opportuno un chiarimento del quadro nazionale nella prospettiva di coinvolgere anche il terzo polo, per cercare di vincere le elezioni. Il candidato ideale deve assicurare un suo valore aggiunto rispetto ai partiti dell’intero centrodestra e, poiché non vedo un politico con queste caratteristiche, è necessario ricercarne uno civico. Il medesimo ragionamento vale per Ravenna, Rimini e Cento». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 67
VERSO LE AMMINISTRATIVE
Primarie, si discute dopo le elezioni Stefano Bonaccini, segretario regionale Pd, dice di non temere l’ascesa della Lega Nord quanto «l’astensionismo o i grillini, spia della disaffezione dei cittadini verso la politica. Presenteremo candidati credibili. Aperti a proposte civiche o moderate» Riccardo Casini hi le vuole così come sono, chi pensa a una revisione del metodo e chi addirittura propone di abolirle: mentre a livello nazionale nel Partito Democratico tiene banco il dibattito sul ruolo delle primarie, in Emilia Romagna le consultazioni interne stanno continuando a fornire i nomi dei candidati alle prossime elezioni amministrative. «Come ha detto Bersani in direzione nazionale – spiega il segretario regionale Stefano Bonaccini – nella conferenza sul partito che faremo dopo le amministrative discuteremo anche di primarie. Personalmente sono stato eletto segretario regionale attraverso le primarie, e ritengo siano uno strumento utile e importante per il Partito Democratico. Condivido l’idea di riformarle nell’ottica di preservarle. È un tema che va affrontato molto seriamente. Nessuno vuole cancellare le primarie: io le proporrò anche per i parlamentari se non cambierà questa vergognosa legge elettorale, ma dobbiamo farle diventare un volano per il Pd, non il contrario». Ma come procede la marcia di avvicinamento alle prossime amministrative? «Si tratta di un test molto importante, indipendentemente che si voti o meno a livello nazionale, in caso dovesse cadere il governo. Po-
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chi sanno che, in due terzi dei comuni dove si vota, alle ultime regionali il centrodestra era davanti al centrosinistra. E si andrà al voto tra pochi mesi in condizioni molto differenti da quelle del 2006, quando il vento ancora girava a favore del centrosinistra, mentre oggi, in tutta Europa e in Italia, la spinta è più forte verso le estreme, a destra come a sinistra, vittime del neopopulismo e dell’agitarsi di paure e insicurezze dovute alla crisi economica e ai cambiamenti che la globalizzazione ha prodotto nella “vecchia” e benestante Europa». Mettete già le mani avanti? «Dico che vanno fatte scelte lungimiranti. Il clima interno al Pd in questa regione è positivo, visto che da quando sono stato eletto, mai ci siamo divisi come gruppo dirigente regionale. Stiamo lavorando per presentare candidati credibili in ogni comune, con maggioranze solide che, realtà per realtà, tengano conto della situazione locale. Restiamo aperti anche a esperienze
civiche o moderate laddove sia possibile». A prescindere dai candidati, il timore di una debacle del centrosinistra è forte. Da dove provengono le insidie principali in termine di erosione di voti? Dal campo avverso (Lega Nord su tutti), dal vostro (Sel ma anche “grillini”) o piuttosto dall’astensionismo? «In Emilia Romagna la Lega Nord sta attraversando un momento di crisi e tensioni mai conosciute prima: liti interne, espulsioni, commissariamenti, costole del movimento che si presenteranno da sole alle elezioni amministrative. Non solo, i cittadini stanno cominciando a capire che se qui la Lega si fa paladina del territorio, una volta a Roma dimentica tutte le promesse fatte: basti pensare che in Parlamento si dicono favorevoli a una centrale nucleare a Caorso. Eppure continuano nei sondaggi a raccogliere consensi, perché agitano paure e insicurezza in un momento così difficile per il lavoro, le imprese, le famiglie. Sono, però, convinto che la crescita della Lega non sarebbe a nostro sfavore, ma i voti li toglierebbe esclusivamente al Pdl. Mi preoccupa di più l’emorragia verso l’astensionismo o i grillini: entrambi sono la spia della disaffezione dei cittadini verso la politica e i partiti».
Stefano Bonaccini
Un buon governo per l’intero territorio Tommaso Bonetti, presidente regionale Udc, illustra le strategie del partito: «no ad ammucchiate, ma confronto sui programmi, anche con la Lega. A Bologna serve un rilancio in chiave europea» mpegnato a livello nazionale nella costituzione del terzo polo con finiani e rutelliani, l’Udc non ha ancora scoperto le carte sulle prossime elezioni amministrative in regione. Questo anche a causa di uno scenario in continua evoluzione, come conferma Tommaso Bonetti, presidente regionale dei centristi. «Questi anni – spiega – hanno dimostrato la coerenza delle posizioni e la bontà delle scelte compiute dall’Udc e dal presidente Casini, a partire dalla decisione di correre da soli alle elezioni politiche del 2008. Alla base di quella scelta, del resto, vi fu una diagnosi chiara e approfondita della crisi del Sistema-Italia; una diagnosi che, come dimostrano i risultati fallimentari dell’azione del Governo Berlusconi, rimane perfettamente valida ancora oggi. Prima di ogni altra cosa, infatti, il finto bipartitismo all’italiana si è schiantato per la manifesta incapacità di fornire risposte serie e concrete ai mille problemi irrisolti del nostro Paese. Per questo, di fronte ad uno scenario a tinte così fosche, in tutte le realtà amministrative dove si voterà nel 2011 le nostre scelte saranno dettate esclusivamente dai programmi e dai progetti per il rilancio dei singoli sistemi territoriali».
I
Cosa significa questo in concreto?
«Che non siamo minimamente interessati ad ammucchiate per vincere, né ad accaparrarci poltrone o strapuntini, ma solo a costruire alleanze capaci di governare. Lavoro, casa, infrastrutture, sicurezza, sostegno alle famiglie: sono queste le questioni su cui vogliamo confrontarci. Il resto sono chiacchiere e, da trentenne che guarda il mondo con gli occhi della sua generazione, dico che le chiacchiere stanno a zero».
In che modo è possibile evitare quest’ultimo pericolo? «Chi vota la lista Grillo deve avere ben presente che ogni voto dato a loro è tolto al centrosinistra, dunque inevitabilmente favorisce la destra. Lo dico perché l’elettorato del Movimento 5 stelle è prevalentemente di centrosinistra o di sinistra. E quando dicono che siamo tutti uguali, non è affatto vero perché, ad esempio, su due temi cari ai grillini, pochi mesi fa in consiglio regionale abbiamo votato insieme. Prima contro le centrali nucleari e a favore della green economy, poi a favore per ridurre i costi della politica. Cosi come, mentre il governo taglia sulla scuola pubblica, noi siamo la prima regione in Italia per
La Lega nord ha acquistato un notevole peso in termini elettorali in regione, e ora sembra intenzionata a farlo valere. Quale sarà il ruolo del Carroccio alle prossime elezioni?
«Il peso crescente della Lega è direttamente proporzionale alla sua capacità di urlare contro la pioggia e, soprattutto, di vendere gli straordinari risultati che non raggiunge mai come una grande conquista politica. Detto questo, ribadisco che siamo disponibili a seri confronti programmatici a 360 gradi con tutte le forze politiche che, anche a livello locale, vogliano uscire dalle sterili contrapposizioni di questi anni. Le altre forze politiche vogliono discutere, finalmente senza spot e false promesse, di quoziente familiare, di creazione di posti di lavoro, di riforma delle amministrazioni locali? Bene, noi ci siamo». Molti sostengono che in passato l’Udc a Bologna si sia nascosta dietro al civismo per evitare di “contarsi”. Come rispondete?
«Rispondo molto semplicemente che l’Udc non si è mai nascosta dietro a nessuno; anzi, se c’è un partito che in questi anni si è sempre presentato alle elezioni con assoluta chiarezza e senza stratagemmi, quelli siamo proprio noi. Le liste civiche, però, sono da sempre nel nostro dna perché consentono di aprirsi alle forze più vive e dinamiche delle singole realtà locali. Il che non può che produrre risultati benefici e duraturi per le stesse comunità locali; come dimostra, tra l’altro, proprio il caso Bologna dove abbiamo condiviso con Giorgio Guazzaloca una straordinaria esperienza di governo che i bolognesi rimpiangono ancora oggi».
spesa pro-capite per ogni bimba o bimbo che va nelle nostre scuole. Se avesse vinto la destra in questa regione non sarebbe andata allo stesso modo: ci riflettano». Come giudica in proposito lo scenario nell’altro campo? Le divisioni a livello nazionale nel centrodestra possono costituire un vantaggio? «L’iniziativa politica del Pd che ha portato al voto sulla mozione di sfiducia del 14 dicembre è stata giusta. Certo, Berlusconi non è caduto, ma indiscutibilmente si è indebolito. E in questa situazione Berlusconi dovrà rispondere ai problemi del Paese. Il presidente del Consiglio lo farà seguendo le ragioni personali, non gli interessi di tutti. Negli ultimi quin-
dici anni solo il centrosinistra ha mostrato di essere in grado di apportare riforme serie e credibili, mentre il governo del Pdl e della Lega ha portato solo a una lunga serie di leggi ad personam. Quindi non saranno le divisioni del centrodestra la base della nostra campagna elettorale. La proposta sul progetto del Pd è tutto il contrario di un ragionamento politicista: si parte da una proposta sui contenuti. Qui a Bologna la situazione del centrodestra è comunque confusa, con Popolo della Libertà e Lega Nord impegnati ad auto-boicottarsi le candidature. Tutto sommato pare che il Pdl a livello nazionale abbia ben poca attenzione nei confronti della città. E questo dovrebbe far riflettere gli elettori». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 71
FEDERALISMO
Più responsabilità e meno sprechi per gli enti locali Angelo Alessandri, segretario nazionale Lega Nord Emilia, spiega quali conseguenze potranno introdurre per la Regione i decreti attuativi del federalismo fiscale al vaglio del Parlamento Riccardo Casini
ppesa al destino del Governo Berlusconi, la riforma federalista procede verso l’approvazione dei decreti attuativi mancanti: portato a casa il federalismo demaniale, si stringe ora su quello fiscale. Fisco municipale, armonizzazione, fisco regionale, fondi Fas e il sistema di premi e sanzioni per i conti degli enti locali sono ora i temi al vaglio delle varie commissioni parlamentari. Angelo Alessandri, segretario nazionale Lega Nord Emilia, illustra quali risvolti potrà portare per la regione questa riforma da tempo divenuta il cavallo di battaglia del Carroccio. «Considerando i vantaggi enormi in termini di maggiori risorse, di maggiore responsabilizzazione e di traguardi tesi a premiare le buone amministrazioni – spiega - i risvolti saranno solo positivi. Attraverso il completamento del federalismo si riusciranno infatti a raggiungere gli obiettivi che i sindaci di casa nostra chie-
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dono da sempre e che, solo con questa riforma, potranno diventare realtà. Perdere questa preziosa e vitale opportunità sarebbe un peccato mortale. Oggi abbiamo la possibilità di dare una svolta definitiva a un sistema che da sempre dilapida le risorse a causa di una distribuzione centralista miope e dannosa. Le maggiori risorse amministrate direttamente sul territorio non solo favorirebbero i nostri Comuni ma eliminerebbero anche diverse sacche di spreco e di illegalità diffuse nello Stivale». Alcuni lamentano che, nonostante se ne parli da tempo, i risvolti della riforma non siano chiari. «È necessario, in questa fase e in quelle successive, far conoscere le cifre del risparmio ai cittadini e agli amministratori e far comprendere quante e quali nuove opportunità si aprono. Ci troviamo di fronte davvero a una fase storica di riforma che dopo decenni di promesse finalmente prende vita. Ed è grandissima la soddisfazione, dopo vent’anni di battaglie, nel constatare oggi la consapevolezza di tutti della necessità di un cambiamento
che non può più essere rimandato. Un sogno che giorno dopo giorno prende corpo». Facciamo l’esempio della sanità e dei bilanci delle Asl. Come potrà agire in questo senso la riforma federalista? «Lo scandalo degli sprechi della sanità di alcune regioni, come la Calabria che a fatica riesce a quantificare il proprio deficit o la Sicilia in cui le prestazioni hanno costi per la finanza pubblica multipli rispetto a quelli delle regioni del Nord, e di conseguenza l’impossibilità di poter colpire i cattivi amministratori che provocano tali fenomeni sono conseguenza del centralismo fiscale e della mancanza di controllo sul-
Angelo Alessandri
Nella pagina accanto, Angelo Alessandri, segretario nazionale Lega Nord Emilia
l’efficacia della spesa da parte degli utenti». Il decreto sul federalismo fiscale potrà risolvere questo problema? «Sì, sarà la norma che potrà sanare questi casi di mala amministrazione e garantire la trasparenza e la stabilità finanziaria dei bilanci delle istituzioni sanitarie, in particolare delle Asl, eliminando ogni possibilità di sperperi o buchi incontrollabili. Ciò in applicazione del principio promosso dalla Lega Nord relativo alla determinazione dei costi e dei fabbisogni standard e del criterio dell’attribuzione di risorse autonome alle regioni secondo il principio della territoria-
lità e degli obiettivi di servizio cui devono tendere le competenti amministrazioni regionali nell’esercizio delle funzioni riconducibili ai livelli essenziali delle prestazioni o alle funzioni fondamentali». Quali sono le competenze sulle quali l’Emilia Romagna sarebbe già pronta ad agire in autonomia? «Bisogna premettere che già oggi le regioni hanno numerose potestà funzionali proprie, ma quasi sempre subordinate alle direttive centrali che ne limitano il pieno e autonomo esplicarsi. La Lega Nord mira a rendere autonome e responsabili le funzioni delle regioni, evitando però che al centralismo sta-
tale si sostituisca quello regionale come spesso oggi accade. Con il federalismo fiscale le regioni verrebbero responsabilizzate nell’ambito della loro gestione economica, e quindi nella qualità dell’erogazione dei servizi e delle prestazioni di loro competenza. Pertanto potremmo ritenere che le attuali competenze verrebbero implementate e adeguate ai principi di una nuova disciplina dei tributi locali in modo da consentire anche una più piena valorizzazione della sussidiarietà orizzontale a vantaggio delle famiglie e della coesione sociale». Come si inquadra all’interno della riforma il patto di stabilità territoriale recentemente appro- EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 75
FEDERALISMO
Il federalismo deve essere al primo posto: celebrare sì ma con le riforme, altrimenti si rischia solo di fare retorica vuota e fine a se stessa, senza evidenziare i problemi di 150 anni centralisti del Paese
vato dalla giunta regionale? «La Lega Nord ritiene che il patto di stabilità imposto dall’Unione europea non debba essere applicato in maniera indifferenziata su tutti i territori, ma debba a ogni modo favorire gli enti virtuosi e dare spazio agli investimenti dei comuni che, avendone le possibilità, potrebbero realizzare interventi in grado di generare crescita economica e sviluppo occupazionale. Per questo riteniamo che grazie al federalismo fiscale ogni regione potrà calibrare meglio i criteri di applicazione dei criteri del Patto di stabilità, evitando che 76 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2011
sia lo Stato a intervenire in maniera inderogabile e non funzionale nelle scelte delle stesse regioni». Concorda quindi con questo provvedimento della Regione? «Le norme sul Patto di stabilità cui la Regione già si attiene non dovrebbero variare se compatibili con le sue potenzialità di spesa, ma essa sarebbe più libera e puntuale ove decidesse di modificarle senza l’ingerenza dello Stato. Ciò in quanto uno dei criteri di delega prevede appositamente che “la legge statale, nell'ambito della premialità ai comuni e alle province virtuosi, in
sede di individuazione dei principi di coordinamento della finanza pubblica riconducibili al rispetto del patto di stabilità e crescita, non possa imporre vincoli alle politiche di bilancio degli enti locali per ciò che concerne la spesa in conto capitale limitatamente agli importi resi disponibili dalla regione di appartenenza dell’ente o da altri enti della medesima regione”». Proprio nella sua Reggio Emilia il presidente Napolitano ha invitato tutte le forze politiche a non ritrarsi dai festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Come ha reagito a questo implicito richiamo alla Lega Nord? «Crediamo che sia indispensabile saper cogliere l'importanza di quest’anno come anno del cambiamento e di spingere, tutti senza eccezioni strumentali, verso la prima grande e vera riforma di questo Paese. Il federalismo deve essere al primo posto: celebrare sì ma con le riforme, altrimenti si rischia solo di fare retorica vuota e fine a se stessa, senza evidenziare criticamente i problemi di 150 anni centralisti di questo Paese. Non serve nascondere i problemi sotto il tappeto e, tanto per celebrare, fingere che tutto vada bene. La riforma è un’occasione storica che non possiamo assolutamente lasciarci sfuggire per rendere, dopo tante promesse e bicamerali, finalmente federale e responsabile questo Paese. Sono sicuro che il presidente Napolitano ne abbia piena consapevolezza e con grande responsabilità saprà cogliere l'importanza del momento, contribuendo, durante il 2011, a evidenziarne tutti i risvolti positivi».
POLITICHE GIOVANILI
Giovani protagonisti del proprio futuro Il ministro Giorgia Meloni, illustra i vantaggi introdotti dal ddl Gelmini e le politiche rivolte alla nuova generazione «che non è fatta di “bamboccioni”, ma di giovani uomini e donne determinati a costruire il proprio futuro e quello dell’Italia» Nike Giurlani
a recente riforma universitaria ha suscitato molte polemiche, ma Giorgia Meloni ricorda che non si è trattato di «una “sorpresa” del governo delle ultime settimane, va avanti da due anni e in tutto questo tempo non abbiamo mai impresso accelerazioni o impedito il dialogo, anzi, si sono riuniti più volte tavoli al ministero dell’Istruzione, ai quali io stessa ho partecipato, volti proprio a raccogliere le istanze del movimento studentesco». Nel ddl Gelmini, fa presente il ministro, «compaiono provvedimenti che mettono al centro proprio i ragazzi, incentivano la meritocrazia e combattono le baronie e non mi spiego perché ciò possa non piacere agli studenti». Il ministro Meloni ha, inoltre, apprezzato l’azione d’ascolto del presidente Napolitano in relazione alle que-
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78 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2011
stioni legate al disegno di riforma dell’ordinamento universitario. «Era importante dare spazio alla voce degli studenti, in particolare di quelli democraticamente eletti in seno al Consiglio nazionale degli studenti universitari e – continua – naturalmente tutte le opinioni solo legittime, anche quelle di forte dissenso, tuttavia il nostro ordinamento universitario prevede sistemi di rappresentanza democratici la cui autorevolezza è data dalla libera espressione di voto degli studenti, che rischiava di essere sovrastata dal clamore della piazza o dagli slogan di una minoranza». L’iniziativa del presidente Napolitano «non è servita solamente a stemperare le tensioni che hanno accompagnato l’iter parlamentare del provvedimento, ma anche a fornire un importante e tangibile segno di dialogo tra le istituzioni e
la società, tra la politica e le giovani generazioni» conclude il ministro. Quali sono state in questi anni le iniziative promosse a favore dei giovani? «Sul fronte dell’occupazione, abbiamo messo in campo progetti volti alla promozione della cultura d’impresa, in collaborazione con il mondo universitario, per aiutare i ragazzi che hanno una buona idea imprenditoriale a superare la difficile fase dello start up e a conquistarsi da sé il tanto agognato posto fisso: sono già 21 gli sportelli aperti sino a oggi in altrettanti atenei italiani. Per premiare la creatività dei giovani italiani, il ministero della Gioventù ha poi indetto un bando chiamato “Giovani protagonisti” che ha stanziato ben 10 milioni di euro per promuovere progetti avanzati da under 35 e volti a sostenere la creatività e il protagoni-
smo giovanile; a sviluppare la cultura del merito e dell’eccellenza tra le giovani generazioni; a favorire la partecipazione attiva alla vita sociale, culturale ed economica della comunità. Abbiamo sottoscritto protocolli d’intesa con gli ordini professionali dei notai e dei consulenti del lavoro per offrire ai giovani che si apprestano a iniziare un cammino professionale la collaborazione di chi con tanti anni d’esperienza alle spalle può dare il supporto necessario a superare i primi gradini». Qual è l’obiettivo del portale dell’imprenditoria giovanile Giovaneimpresa.it? «Si tratta di più di 1.000 pagine web, oltre 200 documenti scaricabili tra modulistica, form e allegati, 130 schede attività, suddivise per tipologia, per ricevere in modo immediato tutte le informazioni
necessarie ad avviare la propria impresa e 20 “webinar”, seminari web sempre disponibili in video da visionare direttamente dal sito. Per la prima volta, tutte le informazioni necessarie per avviare un’impresa, leggi e normative, modalità d’accesso a bandi ed agevolazioni, sono state pubblicate in un unico sito web aperto a tutti e di facile accesso». Il suo ministero ha messo a punto un pacchetto di norme chiamato “Diritto al futuro”. Di cosa si tratta? «È un insieme d’azioni rivolte alle nuove generazioni sui temi del lavoro, della casa, della formazione e dell’autoimpiego. “Diritto al futuro” rappresenta la fiducia in una generazione che non è fatta da bamboccioni, ma da giovani uomini e donne determinati a costruire il proprio futuro e quello
dell’Italia. Si tratta di un impegno concreto da parte del governo e del ministero, così come dimostrano la cifra di 216 milioni messa in campo, che diventano 300 milioni grazie al cofinanziamento pubblico e privato; 10mila posti di lavoro a tempo indeterminato per giovani genitori con contratti atipici; 10mila mutui concessi a giovani coppie di precari; 100 milioni per l’impresa giovanile, il talento e l’innovazione tecnologica; 20mila tra i migliori neolaureati d’Italia messi a contatto con il mondo produttivo; 30mila giovani meritevoli che potranno investire sul proprio futuro e completare la propria formazione grazie a un prestito garantito; oltre 68 milioni di spesa coordinata con gli enti locali a favore delle giovani generazioni. I fondi sono già stati interamente stanziati, e in queste settimane si EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 79
POLITICHE GIOVANILI
Nel ddl Gelmini compaiono provvedimenti che mettono al centro proprio i ragazzi e incentivano la meritocrazia
sta completando l’iter burocratico cupati di lungo periodo, attraverso delle nazioni più “gerontocratiche porterà alla loro effettiva messa a bando». Lei ha dichiarato che il governo ha avuto il coraggio di affrontare i problemi che altri avevano rinviato. Quali le prossime priorità per sostenere il mondo giovanile? «È in piena attività la cabina di regia per l’attuazione del Piano nazionale per l’occupabilità dei giovani, con i ministri del Lavoro e dell’Istruzione per verificare lo stato d’attuazione del piano e programmare nuove iniziative. In particolare, sono state esaminate le nuove iniziative di spesa deliberate a fine anno dal ministero del Lavoro per circa 200 milioni di euro e dal ministero della Gioventù per circa 50 milioni, rivolte alla promozione dell’apprendistato nei lavori tradizionali e manuali dell’artigianato, contro la dispersione scolastica giovanile, al sostegno dell’occupazione dei lavoratori svantaggiati, come i giovani disoc-
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le agenzie per il lavoro e l'assunzione a tempo indeterminato degli under 35 con figli a carico. Più in generale la cabina di regia è dedicata - anche alla luce dell’accordo unanime tra Stato, Regioni e parti sociali - alla promozione del contratto di apprendistato quale strumento ottimale per la transizione dalla scuola al lavoro, alla riqualificazione delle attività d’istruzione e formazione e all’irrobustimento dei servizi offerti dal motore di ricerca istituzionale “cliclavoro”, come l’inserimento dei curricula dei neolaureati, che le università sono tenute a inviare in base alle recenti norme del collegato lavoro». A livello di politiche giovanili che ruolo riveste l’Italia rispetto agli altri Paesi europei? «Credo che l’Italia possa vantare uno dei modelli migliori a livello europeo, pur considerando che la nostra resta purtroppo ancora una
che”. La chiave di volta è stata quella di smettere di considerare le politiche giovanili come politiche di genere, che rischiano di rinchiudere e isolare una categoria in una sorta di “area protetta” anziché promuoverne le reali esigenze secondo una visione più ampia del futuro. Esistono, infatti, politiche di sistema, che sanno guardare oltre le semplici distinzioni. Come ho sempre ripetuto, le azioni di governo devono essere rivolte al bene della nazione nella sua totalità. La casa, l’autosufficienza energetica, le infrastrutture, sono scelte che si fanno anche per le giovani generazioni. Così come le iniziative dirette specificamente ai giovani sono politiche d’interesse generale per la nazione. È questa la sfida da affrontare: creare una sintesi politica capace di dare ai giovani risposte che possano avere valore anche per tutto il resto della società, e viceversa».
ESTERI
Le nuove forme della diplomazia Viviamo tempi dominati dai processi di globalizzazione, dove Wikileaks ha cambiato le carte in tavola. Per questo, «la nostra presenza diplomatica diventa essenziale per poter sfruttare le opportunit che si aprono a fronte di una crescita economica impetuosa». Lo spiega il ministro degli Esteri Franco Frattini Francesca Druidi ome l’11 settembre ha cambiato l’assetto mondiale sul piano della sicurezza, cos le notizie che usciranno da Wikileaks lo cambieranno sul piano dei rapporti diplomatici tra i paesi”. Cos si esprimeva il ministro
americani nei diversi dispacci diplomatici resi pubblici da Wikileaks, hanno provocato un danno ai rapporti diplomatici mondiali non tanto perch rappresentano le policies di Washington, ma perch minano la fiducia nella riservatezza delle comunicazioni “sensibili”». Si
Antonio Scattolon
“C
degli Esteri Franco Frattini il 28 novembre scorso, a proposito delle rivelazioni sul contenuto dei dossier riservati degli ambasciatori americani pubblicati sul sito internet di Julian Assange. « evidente – dichiara il titolare della Farnesina – che le valutazioni espresse dai funzionari
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Franco Frattini
I pacchi bomba ci hanno ancora una volta ricordato che occorre non abbassare la guardia nella lotta al terrorismo, mantenendo alta la vigilanza
Nella pagina a fianco, il ministro degli Esteri Franco Frattini. Sopra, immagini successive agli attentati alle Ambasciate di Svizzera e Cile a Roma
delinea cos una riflessione su quale funzione, oggi, la diplomazia assolva effettivamente. Come cambieranno le dinamiche della diplomazia mondiale e in particolar modo quella italiana? «La conseguenza nel breve-medio periodo potrebbe essere una reticenza nella discussione tra governi di dossier delicati. Occorre perci lavorare con discrezione ed efficacia per ricostruire il clima di fiducia, soprattutto con i colleghi americani. Rimane il fatto molto grave della violazione di banche dati protette dall’Amministrazione Usa, che in alcuni casi pu mettere in pericolo la sicurezza di validissimi funzionari impegnati in operazioni di intelligence e, in generale, la sicurezza dei cittadini. Per quanto riguarda poi la diplomazia italiana, non ci sono stati “leaks”, cio fughe di notizie da parte nostra e non si pone un pro-
blema immediato. Ma dobbiamo trarre anche noi qualche lezione nella protezione delle comunicazioni sensibili ed evitare quanto accaduto negli Usa, selezionando con attenzione chi e con quali modalit pu accedere e trasmettere informazioni di tipo riservato». Dopo l’11 settembre 2001, quale ruolo ha assunto la diplomazia in uno scenario sempre pi globalizzato? «Il mondo del XXI secolo e la globalizzazione costringono la diplomazia a sfide sempre pi complesse anche perch al breve periodo di unipolarismo americano, cui si assistito subito dopo lo sbriciolamento dell’Unione Sovietica, ha fatto seguito un multipolarismo estremamente competitivo. emersa impetuosamente la Cina, vi sono gli altri paesi Bric (Russia, Brasile e India) in forte crescita e un ruolo sempre
maggiore lo riveste una serie di potenze medie regionali (Turchia, Corea del Sud, Sudafrica, Iran, Pakistan) in grado di condizionare l’agenda globale e la soluzione concreta dei problemi. Da un punto di vista diplomatico, tendono a costituirsi diversi formati e gruppi ristretti anche all’esterno delle istituzioni internazionali tradizionali (Quint, Quad, Six parties), perch quest’ultime sono paralizzate dai veti reciproci (Nazioni unite) o ancora sono incapaci di esprimere sempre una linea comune (Unione europea). In questo scenario in rapida evoluzione, la diplomazia italiana deve lottare per restare tra i principali player europei e globali che contano e decidono. E non soltanto per motivi di rango, ma per difendere i nostri interessi nazionali e i nostri valori». Come si colloca oggi il nostro EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 83
ESTERI
Paese sul palcoscenico mondiale? «L’Italia, oltre a giocare un ruolo importante nel quadro delle Nazioni Unite, guarda al multilateralismo come metodo di lavoro privilegiato in ambito internazionale. Ci spiega la nostra peculiarit come membro fondatore di almeno quattro principali organismi di “governance” politica mondiale: Ue, Nato, Osce e G7/G8. Ma la nostra credibilit a livello internazionale ce la guadagniamo ogni giorno sul campo, schierando pi di 4mila soldati in Afghanistan nell’ambito della missione internazionale Isaf, con 1800 uomini in Libano nella missione Unifil, in Kossovo con 190 funzionari e un italiano a Capo della missione Unmik. Siamo orgogliosamente il primo paese contributore di “caschi blu” tra i partner europei e il G8 e il sesto contributore finanziario al bilancio ordinario e alle missioni di pace delle Nazioni Unite». Qual la tendenza oggi pi evidente? «Il cambiamento progressivo del concetto di governance globale, con l’emersione di nuovi attori, impone di adattare e affinare gli strumenti a disposizione della diplomazia, che non deve pi essere soltanto portatrice di posizioni in aree definite, ma deve rappresentare la voce di un 84 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2011
paese autorevole in grado di contribuire alla sicurezza globale, di pesare in Europa e di coadiuvare il mondo imprenditoriale alla conquista di nuovi mercati». Dietro i pacchi bomba destinati alle Ambasciate a Roma c’ la volont di trasmettere un messaggio di debolezza del nostro Paese sul piano internazionale o una strategia di altro tipo? «I pacchi bomba ci hanno ancora una volta ricordato che occorre non abbassare la guardia nella lotta al terrorismo, mantenendo alta la vigilanza di tutti i nostri organi di sicurezza che si confrontano con minacce insidiose. Prima fra tutte,
quelle del fondamentalismo islamico radicale che, tra l’altro, ha lanciato un’offensiva sanguinaria e pericolosissima contro le comunit cristiane dislocate in Medio Oriente, Pakistan e India. Certamente non possiamo parlare di debolezza del nostro Paese, che fortunatamente negli ultimi anni non ha subito attacchi particolarmente devastanti, rispetto anche ad altri paesi europei. La matrice anarchico-insurrezionale dei recenti attacchi va verificata fino in fondo e vanno realizzate le opportune indagini anche di concerto con gli apparati di sicurezza di altri Stati – come la Grecia – che hanno avuto esperienze di at-
Franco Frattini
Nella pagina accanto, Frattini con il segretario di Stato americano Hillary Clinton e mentre incontra una rappresentanza di ufficiali, sottufficiali e volontari delle quattro Forze Armate italiane in servizio nella Missione Addestrativa della Nato in Iraq. In questa pagina, Julian Assange e l’Ambasciata italiana a Brasilia
L’Italia, oltre a giocare un ruolo importante nel quadro delle Nazioni Unite, guarda al multilateralismo come metodo di lavoro privilegiato in ambito internazionale
tentati con dinamiche simili». Quanto le ambasciate contribuiscono a rafforzare i rapporti di collaborazione tra l’Italia e i Paesi in cui sono dislocate? «Continuo a pensare che sia indispensabile poter contare su ambasciate e consolati, dove vi siano funzionari capaci di comprendere la realt in cui si trovano, di intessere relazioni - anche di carattere personale - con la dirigenza del paese in cui operano e in grado di saper leggere le tendenze politiche, anche a medio termine, in ciascuna nazione. Nei Paesi Bric, ma anche in Turchia, Asia Centrale, Sud Africa e in molti altri paesi, la nostra presenza diplomatica diventa essenziale soprattutto per poter sfruttare le opportunit che si aprono a fronte di una crescita economica impetuosa». Come sta mutando, quindi, l’incarico degli ambasciatori?
«Gli ambasciatori gi oggi, grazie alla riforma entrata in vigore alla fine dell’anno scorso, sono chiamati a fare i manager: hanno un budget di spesa da gestire in piena autonomia e flessibilit e devono cercare anche contributi dal settore privato mediante contratti di sponsorizzazione. Con la riforma, hanno acquisito il ruolo di perno del sistema Paese cos che l’imprenditore all’estero possa trovare nelle ambasciate e nei consolati un interlocutore preparato ad aiutare le aziende e capace di erogare servizi commerciali e consolari di alto livello. Si sta percorrendo la strada verso una nuova cultura aziendale, che pone maggiore enfasi sui servizi all’utenza ed basata sulla collaborazione con tutti i soggetti del sistema Italia, offrendo loro una gamma di iniziative tali da cointeressarli in progetti comuni. E sono le piccole e medie imprese ita-
liane che vanno accompagnate dalle nostre rappresentanze all’estero, in un’operazione di supporto rispetto a mercati a volte non facilmente decifrabili e dove le dinamiche concorrenziali sono subordinate a uno stretto rapporto con le articolazioni governative locali». Come si prospetta il futuro? «In Europa, il ruolo di ambasciate e consolati sta rapidamente cambiando e si proceduto a una razionalizzazione della nostra presenza diplomatica e consolare. Con il Trattato di Lisbona, si anche affiancato da pochi mesi il “servizio di azione esterna europea”, guidato ora da Catherine Ashton che in un futuro, spero non troppo lontano, si potr trasformare in un vero servizio diplomatico per l’intera Europa, quando questa potr dire di avere una politica estera per tutti gli Stati che ne fanno parte». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 85
IMPRENDITORI DELL’ANNO
Un brand che convince Qualità e immagine. Sono gli aspetti chiave su cui ha investito la casa di moda Viadelleperle VDP. Che in pochi anni ha aumentato il fatturato in maniera esponenziale, aprendo punti vendita in Italia e all’estero. L’esperienza di Edmondo Tirelli Eugenia Campo di Costa
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Via delle Perle Spa
n fatturato che in otto anni è passato dai 3,8 milioni a 34 milioni di euro. Una crescita straordinaria, ottenuta non solo offrendo un prodotto di alta qualità, ma anche grazie alla cura del brand, oggi affermatosi nel settore della moda femminile in quasi tutti i mercati. Stiamo parlando di Viadelleperle, azienda di Carpi, nata dall’unione di tre professionalità, Edmondo Tirelli, presidente del c.d.a., socio e responsabile della parte commerciale e della comunicazione a sostegno del brand, Nuziella Saltini, art director che gestisce il reparto stile,
U
In apertura, al centro la Testimonial Nina Senicar e l’art director Nuziella Saltini, ai lati i soci Edmondo Tirelli a sinistra e Glauco Verrini a destra. In questa pagina alcuni capi firmati Viadelleperle
e Glauco Verrini, amministratore e socio che segue l’amministrazione e il controllo di gestione. «Inizialmente producevamo per la grande distribuzione – ricorda Edmondo Tirelli -. Poi, quando abbiamo deciso di abbandonare la parte industriale, ereditata dai nostri genitori, e abbiamo inventato un progetto moda dedicato a un mercato di nicchia e centrato sulla qualità e sull’immagine, abbiamo svoltato». E in pochi anni avete moltiplicato esponenzialmente il fatturato. Come è stata possibile una simile crescita? «Nell’ambito produttivo, ci siamo rivolti a laboratori altamente specializzati in ogni singola categoria merceologica. Abbiamo invece deciso di gestire direttamente la produzione della maglieria e della t-shirteria, articoli che rientrano nella tradizionale attività delle nostre famiglie, impegnate in passato proprio nella realizzazione di felpe e jersey. Per quanto concerne i materiali, invece, ci siamo rivolti ai fornitori migliori, che servono i marchi più esclusivi. Ne derivano prodotti di altissima qualità, esempi di vero made in Italy in cui ogni dettaglio è curato con minuzia». Quanto ha influito la cura del brand e dell’immagine sulla crescita aziendale? ›› EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 89
IMPRENDITORI DELL’ANNO
›› «L’alta qualità dei nostri prodotti doveva essere
Altre creazioni Viadelleperle: un capo “sportivo di lusso” e un abito bustier www.viadelleperle.it
riconoscibile. Quindi abbiamo deciso di investire in comunicazione e nel marchio, affinché la nostra proposta avesse la giusta rappresentazione sul mercato, l’immagine di una maison di moda. Alla base del nostro modello di business c’è proprio questa determinazione, di diventare una casa di abbigliamento femminile di livello, posizionata nella fascia alta del mercato». Quali sono i vostri principali mercati di riferimento? «La nostra sede principale è a Carpi, ma siamo presenti con uno show room a Milano in via Monetenapoleone n. 20 e a Napoli e a Roma, mentre nelle altre aree d’Italia la distribuzione è curata da agenti di commercio. Ma è soprattutto sull’export che l’azienda punta nella strategia di business: da tempo siamo presenti in Medio Oriente, da qualche anno ci siamo fatti conoscere anche in Cina, con ottimi risultati, mentre da Milano curiamo i rapporti con i mercati dell’Ex Unione Sovietica, paese
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che, con oltre 200 clienti, ci ha permesso di aumentare in maniera esponenziale il fatturato. Sul panorama europeo, invece, il nostro mercato principale è quello francese, ma siamo presenti anche in Spagna e Germania». In alcuni paesi stranieri avete anche aperto dei negozi monomarca. «Abbiamo iniziato da qualche anno una politica di aperture monobrand. La prima boutique è nata a Mosca, mentre in Cina ne sono state inaugurate due, ma l’obiettivo è raggiungere almeno le dieci unità. A Milano non abbiamo ancora un punto vendita, ma stiamo valutando diverse opportunità. D’altra parte è giusto che l’azienda, che ha già grandi numeri, abbia una crescita graduale e definisca gli investimenti da effettuare sia all’interno dell’impresa che all’esterno, con le eventuali aperture di altri punti vendita». Come si compone la vostra collezione? «Le linee Club, Bijoux, Collection e Beach sono vere e proprie collezioni caratterizzate da utilizzi diversi. Diciamo che sono linee se-
Via delle Perle Spa
parate che nell’insieme definiscono il concetto fashion di Viadelleperle a 360 gradi. E così alla linea Collection, che è la linea principale di collezione moda che veste la donna “con i tacchi a spillo” dalla mattina alla sera e spazia da capi di abbigliamento per il giorno e l’ufficio, al pomeriggio e all’uso quotidiano, al cocktail elegante o alla sera tra amici, si affianca la linea Beach, mirata alla moda mare che veste la donna di costumi da bagno, ma anche di abbigliamento fuori acqua. E ancora, abbiamo studiato la linea Club, vera Gym Couture e patrimonio dell’azienda, la cui particolarità è quella di giocare con il mondo del jogging e dello sport abbinando ai capi casual dettagli di lusso e iper femminili. Una linea che si rivolge a un target d’elite. Infine, c’è l’estensione Bijoux che punta ancora di più sull’abbigliamento informale di lusso». Riuscite quindi a soddisfare le esigenze e i gusti sia delle donne giovani che di quelle meno giovani. «Esattamente. Le nostre donne, giovani o
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Abbiamo cominciato con i bustier, poi siamo passati ai body e agli abitini, quindi siamo tornati ai bustier che, allungati, sono diventati mini abiti
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meno giovani, sono accomunate dal desiderio di apparire. La costante di ogni linea firmata Viadelleperle è infatti la ricerca di soluzioni di rottura: abbiamo cominciato con i bustier, poi siamo passati ai body e agli abitini, quindi siamo tornati ai bustier che, allungati, sono diventati mini abiti. La nostra moda non si compone solo di linee e forme, oltre allo stile vuole proporre anche un prodotto particolare. Quindi la ricerca si concentra sugli accessori e i particolari: dai micro taschini alle borchie, dai bottoni alle bustine da applicare alle maglie, alle t-shirt, agli abiti e ai bustier». L’azienda ha in atto una licenza con Key Art per l’abbigliamento bambina. «Inizialmente volevamo una bambina che somigliasse in tutto e per tutto alla mamma. ››
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IMPRENDITORI DELL’ANNO
›› Pensavamo a un abbigliamento che le accoSotto, da sinistra Glauco Verrini, Nuziella Saltini, Edmondo Tirelli
munasse. Ma confrontandoci con il licenziatario sono emersi alcuni vincoli legati innanzitutto al pricing. Di conseguenza, dovendo anche eliminare alcuni dettagli come cerniere o catene per questioni di sicurezza, la collezione è diventata un Via Delle Perle VDP, dal tono più semplice e “pulito”». Avete in programma altre brand extension? «Il licensing è una delle nostre priorità, infatti ci siamo affiancati a consulenti esperti nel settore. I marchi Viadelleperle e il suo acronimo VDP sono regolarmente registrati in Italia e all’estero e in tutte le categorie merceologiche vicine all’abbigliamento: dai tessuti, compresi quelli per la casa, a tutto il segmento accessori (occhiali, borse, pelletteria, cinture) alla pellicceria. Grazie a questi investimenti, quando si presenterà l’opportunità giusta, saremo pronti per ulteriori brand ex-
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La linea Collection è la principale collezione moda che veste la donna “con i tacchi a spillo” dalla mattina alla sera
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tension. Certamente non potremmo mai dare la licenza a un generalista, il nostro eventuale futuro licenziatario dovrà essere un’azienda specializzata, collocata in una nicchia di mercato ben definita». Chissà magari sarà una linea uomo? «Se ci fosse un’azienda interessata, la linea uomo potrebbe essere un’eventuale licenza. Magari in futuro potremmo sviluppare internamente una nuova linea maglieria, ma al momento non ci pensiamo». Un’ultima curiosità. Da dove nasce il nome dell’azienda? «È un nome di fantasia, che evoca un cammino, una via da percorrere all’interno della moda. In effetti i primi prototipi di maglie e gonne che abbiamo sviluppato, erano caratterizzati proprio da ricami in perle, di qui il nome evocativo Viadelleperle».
IMPRENDITORI DELL’ANNO
Innovazioni e tecnologia nel settore food Da sempre dedita all’innovazione, la Catelli Food Technology guarda con ottimismo al 2011, raccogliendo i risultati di una strategia che ha permesso al gruppo parmense di superare un biennio particolarmente difficile per il settore dell’impiantistica alimentare Andrea Moscariello
Roberto Catelli, Ad della Catelli Food Technology di Parma
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www.cftrossicatelli.com
econdo Roberto Catelli è stata la volontà di innovare ad aver aiutato la Catelli Food Technology a resistere su un mercato fortemente colpito dalla crisi. Il Presidente di una delle aziende leader nel settore process per la trasformazione delle materie prime in semilavorato e prodotto finale, packaging incluso, evidenzia un 2010 per molti versi statico rispetto agli anni precedenti. «Quello che si è appena concluso è stato un anno caratterizzato da difficoltà di mercato collegate alla crisi mondiale – sostiene Roberto Catelli -. Crisi che ha colpito tutti i settori e che ha ovviamente comportato sofferenza anche per il ramo dell’impiantistica alimentare». In particolare quali conseguenze ha registrato la CFT? «Abbiamo vissuto un momento di stasi negli ordini, e di conseguenza nella produzione, che ci ha portato a valutare attentamente la situazione
S
Roberto Catelli
70% EXPORT
La quota di esportazioni, per la Cft, rappresenta oltre il 70% della produzione totale
e a reagire in più direzioni, al fine di sovvertire la tendenza di crisi ed evitare l’instaurarsi di una situazione di difficoltà economica grave per l’azienda, che sicuramente avrebbe portato danni importanti». Insomma, avete saputo reagire. «La prima azione, che accomuna tutte le aziende in un periodo di depressione, è stata quella di una rivisitazione dei flussi avente lo scopo di individuare processi non perfettamente strutturati e che quindi offrivano margini di miglioramento, soprattutto in termini di
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Abbiamo incrementato la risposta tecnologica alle esigenze di mercato. Abbiamo fatto sì che la crisi fosse uno stimolo al progresso
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riduzione dei costi, ma anche in termini di aumento dell’efficienza strutturale della CFT. Questa manovra ci ha permesso di liberare risorse economiche sia per sostenere l’organismo aziendale durante il momento di rallentamento, sia per il settore di ricerca e sviluppo, con l’obiettivo di portare ulteriori miglioramenti alla nostra gamma produttiva». Quali aspetti, soprattutto, sono stati ristrutturati, rivalutati? «L’intenzione dominante è stata quella di aumentare la risposta tecnologica alle esigenze di mercato. Ma alla base della nostra strategia non poteva che esserci un rinnovato dialogo con le imprese clienti, tale da migliorare la proposta produttiva. Abbiamo fatto sì che la crisi fosse uno stimolo al progresso e abbiamo rivolto il nostro interesse anche a nicchie di mercato che si sono recentemente sviluppate nell’ambito food e nell’ambito packaging. Settori che con ›› EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 97
IMPRENDITORI DELL’ANNO
›› molta probabilità porteranno a crescite importanti nel prossimo futuro». Dunque l’innovazione come formula alla base del rilancio. «Anche dal punto di vista della riconoscibilità sul mercato. L’attenzione che da sempre riponiamo verso questo aspetto ci coinvolge spesso in convegni scientifici sul trattamento dei prodotti. Il mondo riconosce la nostra grande esperienza. Un esempio su tutti: il congresso mondiale del pomodoro ci vede nel doppio ruolo di main sponsor e di relatori». Anche a seguito dei cambiamenti che, giustamente, si sono attuati per fare fronte a un mercato mutevole e instabile, quali punti di forza sono emersi del vostro gruppo? «I principali riguardano certamente la gamma proposta, che copre le esigenze di trasformazione nel settore food da materia prima a semilavorato a prodotto finale formulato. Pertanto il valore del nostro operato sta nella perfetta coordinazione con le necessità del committente al fine di trovare la soluzione ideale per il raggiungimento degli obiettivi prefissati. Di estrema rilevanza è anche la nostra volontà di 98 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2011
divenire non solamente un fornitore per le aziende del settore, ma un vero e proprio partner in grado di accompagnare gli attori del comparto food in un percorso di crescita e di affermazione sul mercato. Il successo di CFT, legato a quello dei suoi marchi storici come Rossi&Catelli, Manzini, Comaco e Sima sta infatti nell’attenzione alle mutevoli esigenze del mercato e nel rispondere prontamente e puntualmente a tali esigenze. Essere sempre un passo avanti ai concorrenti e dare al cliente il massimo supporto e, perché no, anche delle idee innovative oltre che prodotti adeguati». Negli anni avete aumentato i rapporti con l’estero. Attualmente cosa rappresenta per voi il mercato internazionale? «La nostra quota di export è, in effetti, piuttosto importante, esportiamo infatti dal 70 all’80% della nostra produzione». Anche per questo è fiducioso sul nuovo anno? «Le azioni messe tempestivamente in atto stanno già dando i loro frutti, il 2011 infatti si prospetta come un buon anno, avendo incamerato ad oggi un importante portafoglio
Alcune immagini dello stabilimento CFT di Parma
Roberto Catelli
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Dobbiamo sviluppare nuove nicchie di mercato, al fine di rinforzare il nostro posizionamento economico e combattere i concorrenti non solo storici, ma anche emergenti
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ordini che ci consentirà di avere una certa tranquillità. Ma nonostante il trend positivo che si prospetta per i prossimi mesi, e che fa ben sperare in una soluzione della crisi economica, dobbiamo essere prudenti e non calare l’attenzione. Dobbiamo continuare a lavorare sia nei settori food tradizionali, sia sviluppare le nuove nicchie di mercato che si stanno formando, al fine di rinforzare il posizionamento economico e combattere i concorrenti non solo storici, ma anche emergenti, attraverso l’elevata qualità degli impianti e dei prodotti finali». Teme i paesi emergenti? «No, ma dobbiamo tenerli in considerazione. Non mi riferisco solo ai mercati, cosiddetti, nascenti, ma anche a nuove nicchie di produzione che stanno prendendo piede in realtà già ampiamente industrializzate. Queste stanno dimostrando una forte vitalità. E anche noi, ri-
badisco, stiamo ottenendo risultati positivi rinnovando la nostra produzione, come dimostrato dal livello ordini che abbiamo raggiunto e che sembra avere un’ulteriore tendenza al rialzo». Cosa richiedono, soprattutto, le aziende che si rivolgono alla vostra struttura? «Le soluzioni più ricercate sono le cosiddette fabbriche o linee “chiavi in mano”, la nostra filosofia pertanto continua a incontrare il favore del mercato. Possiamo progettare linee complete di processo integrate con quelle per il packaging, strutturate ovviamente secondo le esigenze di produzione, qualità e logistica del caso. La possibilità di avere un unico interlocutore che si occupa di tutto il processo permette non solamente di evitare eventuali problemi di coordinamento tra differenti fornitori, ma anche la certezza che vengano assicurati standard elevati nella qualità della lavorazione e delle proprietà organolettiche del prodotto finale. Si evitano, in pratica, tutte le possibili problematiche che nascono quando si devono incastrare metodologie industriali differenti in un unico impianto». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 99
IMPRENDITORI DELL’ANNO
Il meglio del bio made in Italy Acquistare e consumare prodotti biologici, facendo attenzione all’etichetta. Sulla scia di una tendenza sorprendentemente florida, la Eco Planet si pone come anello intermedio e porta sulla tavola prodotti a chilometro zero Paola Maruzzi
vunque esplode la moda del bio. Lo dicono chiaramente i dati, che confermano il trend positivo: nel nostro paese la crescita annua è mediamente del 7-8 per cento. Secondo l’indagine Ismea la fetta più cospicua degli affezionati ai cibi sani si concentra nel Nord Italia, ma il fenomeno è destinato a consolidarsi anche nel resto del territorio nazionale. Intanto si va delineando l’identikit sociologico del consumatore tipo: a grandi linee è giovane, istruito, consapevole e curioso di andare a fondo nelle cose. Perché, seppure il caotico paniere globale continui a sfornare i suoi prodotti dozzinali, si fa strada un ritorno alla qualità e alla “purezza”. La febbre consumistica, periodicamente rilanciata dalle multinazionali, acquista così una dimensione profonda. Andare al supermercato diventa un’operazione “pensosa”, che
O La sede centrale della Eco Planet è a Forlì www.ecoplanetspa.it
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spinge a guardare al di là delle confezioni patinate, a leggere le etichette, a scoprire la provenienza e la composizione degli ingredienti. Curiosando tra gli scaffali dei negozi specializzati, ci si imbatte nei marchi Grande Bio e Formatini, la pasta per neonati. L’idea di commercializzare alimenti bio, acquistandoli direttamente dai produttori “vecchio stampo”, è venuta a Eros Turci, presidente della forlivese Eco Planet. Adriano Milanesi, direttore della società, fa un iniziale quadro di presentazione. «Tenere costantemente alto il livello dei controlli: questa è la nostra linfa vitale. Chi produce biologico deve essere certificato da un ente riconosciuto. Visitiamo personalmente i produttori e abbiamo un ufficio di controllo qualità. Oltre alla certificazione, verifichiamo che nella pratica rispettino le regole». La Eco Planet ha scommesso su questo incalzante mercato e oggi commercializza all’ingrosso una vasta quantità di eccellenze bio, rigorosamente made in Italy, per conto dei produttori. «Gli interlocutori sono una cinquantina di piccole e medie aziende sparse in tutta Italia. E, per i prossimi anni, puntiamo a coinvolgerne altre. La stessa Emilia Romagna è ricchissima di realtà del genere». Il ventaglio di offerte è a trecentosessanta gradi: si va dal macrosettore degli alimenti a quello più sperimentale del co-
Adriano Milanesi
siddetto no food. Ma vale la pena scendere nei dettagli. «Importanti sono i tre rispettivi segmenti di alimenti: i secchi (paste, farinacei, conserve, vini, olio e legumi), i freschi (formaggi, salumi e latticini in genere) e freschissimi, cioè tutti quelli a breve scadenza». In testa alla classifica dei prodotti più gettonati c’è il variegato ventaglio dell’ortofrutta, per i quali vale la regola trasversale della stagionalità. «Insomma, non commercializziamo le fragole a gennaio» ironizza Milanesi. Il rispetto dei cicli naturali è solo il primo step per dare il via a questa nuova ed etica tendenza del mangiar sano. Per quanto riguarda i secchi, invece, positivo è il trend delle paste e delle conserve. Sono indagini di mercato che la Eco Planet si è preoccupata di approfondire bene, affidandosi alla consulenza di esperti. Trattandosi di un giro d’affari ancora in evoluzione, è necessario avere gli strumenti giusti per intercettare in anticipo i gusti. A tal proposito un grande sforzo è impiegato per sdoganare l’approccio al no food, che comprende, tra le tante cose, la cosmesi, prodotti per la pulizia e l’igiene della casa e di alimenti per animali domestici. «In altri paesi dell’Europa è un processo già avviato. Da noi sussistono an-
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cora delle resistenze, ma siamo La Eco Planet ha fiduciosi». scommesso su Non spaventa né scoraggia la questo incalzante comunissima accusa che viene mercato e oggi fatta al biologico: quella di essere eccessivamente caro. Per commercializza prima cosa perché chi acquista all’ingrosso una è disposto a investire sulla quavasta quantità lità. E poi perché, come predi eccellenze bio, cisa Milanesi, l’aumento di prezzo è giustificato. «È una firigorosamente liera che richiede più impiego made in Italy di manodopera e che, non utilizzando agenti chimici, ha uno scarto maggiore». A completare il quadro, Andrea Pasini, vicepresidente della società, che interviene sulle linee strategiche. «Se da una parte produttori e consumatori sono in aumento, carente è la distribuzione, quindi l’assetto logistico della filiera». Un ultimo sguardo alle prerogative per emergere. «Abbiamo strutturato l’azienda su ricerca, innovazione e consulenze d’avanguardia con esperti di alimentazione». I prodotti green si trascinano dietro una scia di micro rivoluzioni sul fronte qualità.
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EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 103
IMPRENDITORI DELL’ANNO
Dall’Ottocento la passione per le “cose buone” Prima azienda italiana specializzata nella fornitura di alimentari di qualità al settore alberghiero e della ristorazione, Amoretti da sempre coltiva la passione per le “cose buone”. Come spiega il fondatore Icilio Amoretti Luca Righi
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hissà se gli Amoretti, quando verso la fine dell’Ottocento dettero inizio a quella che, oltre un secolo dopo, sarebbe diventata famosa nel mondo come la Food Valley, la loro attività di produzione e commercio di salumi, immaginarono, anche solo per un istante, di avere dato inizio a una vera e propria dinastia familiare e, soprattutto, a una tradizione che si sarebbe ingrandita e sviluppata nel tempo. Resta il fatto che dietro ci doveva essere una ben precisa vocazione e un intenso amore verso le “cose buone”, perché solo così si spiega una continuità di impostazione che si è tramandata di generazione in generazione, attraversando le trasformazioni economiche e sociali della fine dell’Ottocento e dell’intero “secolo breve”, presentandosi al nuovo millennio con un’impresa fresca e dinamica che sa rivolgersi a un mondo profondamente cambiato, fondandosi su un robusto e mai dimenticato retroterra di tradizioni e di cultura. Tant’è che, oggi, la Amoretti specialità alimentari è una delle aziende più importanti e qualificate nel settore della selezione e fornitura di specialità alimentari per alberghi e ristoranti. Certo, c’è voluta una buona dose di coraggio e di intraprendenza per scommettere, nel 1948, appena finita la guerra, su quello che sarebbe stato il futuro dell’impresa familiare. Sta di fatto che proprio in quell’anno, cessata l’attività della salumeria, la famiglia Amoretti si specializzò in quella che era un’attività assolutamente pionieristica, almeno in Italia: la fornitura di materie prime confezionate
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Icilio Amoretti
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Il compito più importante è la scelta dei prodotti, che devono mantenere sempre un ottimo livello qualitativo ed essere testati prima di arrivare in commercio
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In apertura, alcuni prodotti selezionati da Amoretti Spa www.amoretti.it
al mondo alberghiero. Scommessa vinta, se si pensa che allora i prodotti distribuiti erano un centinaio, e oggi sono diventati quasi nove mila! Ne ha fatta quindi di strada, l’antica salumeria. E non ha intenzione di fermarsi. Sa ancora guardare avanti il “patron” Icilio Amoretti, alla guida dell’azienda da un trentennio. Ancora entusiasta della sua attività, dinamico, sempre alla ricerca di novità (e di specialità) che siano in grado di allargare gli orizzonti. Ci racconta di una famiglia profondamente radicata nel territorio, tra Parma, Piacenza e la Liguria, del patriarca Giovanni Battista, di professione “birocciaio” e del nonno Icilio, quello che aprì una salumeria a Salsomaggiore Terme. Un occhio quasi nostalgico a questa tradizione, che aveva al centro del proprio commercio i prodotti d’eccellenza di Parma, come i salumi e il formaggio (senza dimenticare, però, l’altra tradizione di famiglia, quella ligure, con i suoi sapori e i suoi oli tipici). Ci racconta di tutto questo, con la sua ormai proverbiale disponibilità, davanti al “gioiello di famiglia”, lungo la Via Emilia a Parola di Noceto, in provincia di Parma: la “Trattoria Romanini”,
una sorta di “forziere del tesoro” colmo di eccellenti e prelibate specialità, con annessa salumeria e dotato di una cantina di affinamento che presto sarà dedicata all’invecchiamento delle forme di Parmigiano–Reggiano. «Il compito più importante – afferma Icilio Amoretti – è la scelta dei prodotti, che devono mantenere sempre un ottimo livello qualitativo ed essere testati prima di arrivare in commercio». Le specialità trattate spaziano dai salumi e formaggi tipici del territorio, per arrivare alle altre specialità regionali italiane (oli, formaggi, vini) e alle prelibatezze estere quali cioccolato, dolci, purè di frutta, pesce affumicato, salse, champagne, spezie, pesce sott’olio e foie gras. I clienti della Amoretti ricevono una qualità ricercata e soprattutto un servizio, costante e perfetto per ogni loro esigenza, che viene fornito settimanalmente in ogni parte dell’Italia settentrionale, oltre che in Toscana, a Roma e in Sardegna, con una flotta di oltre 40 automezzi adatti anche al trasporto di prodotti congelati. «Siamo stati i primi – sottolinea con giusto orgoglio – a servire gli alberghi in Italia e la maggior parte dei prodotti in portafoglio è distribuita in esclusiva e consente agli albergatori di sviluppare performance dai risultati eccellenti, grazie a una fidelizzazione della clientela della ristorazione d’albergo». Ma se Amoretti non dimentica di certo la sua “gustosa” Parma, non può “nascondere” l’altra sua grande passione: quella dei vini di qualità, che produce nella sua tenuta di Masone Mannu, in Sardegna. Sessanta ettari di eccellenza nel cuore del Gallurese vitivinicolo a pochi chilometri da Olbia. EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 105
IMPRENDITORI DELL’ANNO
Qualità garantita dal controllo produttivo Siamo sempre più consapevoli di ciò che mangiamo. E le aziende del settore food devono garantire ai consumatori prodotti sicuri. Seguendo le evoluzioni delle abitudini alimentari. Il punto di Giovanni Palmieri della Zarotti Eugenia Campo di Costa
arantire un prodotto di qualità. Selezionando il pescato migliore, con particolare attenzione alla vicinanza delle unità produttive, ai luoghi di pesca, che, unitamente alla velocità nella trasformazione del pescato in “prodotto salato”, garantisce la salvaguardia dei valori qualitativi e organolettici. Questa, in sintesi, è la mission del Gruppo Zarotti, da oltre cinquant’anni firma prestigiosa dei filetti di alici di qualità, che fa del controllo dell’intero ciclo produttivo il punto di forza e il fondamento della propria attività. Una qualità garantita che ha portato la Zarotti a ricoprire una posizione di leadership nel settore. «Tutto il ciclo produttivo, dalle materie prime ai prodotti finiti, viene rigorosamente controllato da un nuovo e attrezzato laboratorio interno del controllo qualità, che garantisce la sicurezza e l’alto standard qualitativo delle produzioni» afferma Giovanni Palmieri, amministratore unico dell’azienda. Oggi la Zarotti può vantare la certificazione BRC –IFS, il più alto standard riconosciuto da Enti Certificatori Internazionali, dei suoi stabilimenti in Italia e in Albania. Il controllo viene esteso anche agli stabilimenti presenti in Marocco, supervisionati e controllati costantemente da tecnici specializzati. Avete stabilimenti sia in Italia che all’estero. Quali sono i vostri principali mercati? «I principali mercati di riferimento sono quello
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domestico, in particolare siamo presenti nella GDO nazionale, dove esprimiamo il massimo delle nostre performance. Le esportazioni risultano ancora limitate essendo pari al 15/20% del totale del fatturato aziendale. Sicuramente la qualità e la peculiarità dei prodotti non viene recepita al massimo all’estero dove, per abitudine e non conoscenza, si preferisce normalmente una qualità meno alta rispetto a quella scelta in paesi come l’Italia e anche la Spagna, dove si ricerca il massimo della qualità per le acciughe e per i prodotti ittici in genere. Tuttavia, le nostre aspettative maggiori riguardano proprio i mercati esteri, ancora completamente da sviluppare, e, nello stesso tempo, siamo anche proiettati verso lo sviluppo di nuovi prodotti per il mercato nazionale». Quali le caratteristiche peculiari della vostra produzione? «I nostri prodotti sono espressione di una forte tradizione italiana nelle ricette e nella produ-
Giovanni Palmieri, amministratore unico della Zarotti di Parma www.zarotti.it
Giovanni Palmieri
26 mln EURO
zione, infatti pur avendo sviluppato nella migliore maniera possibile il loro “appeal” studiando un packaging accattivante e pur avendo adeguato l’offerta a quelle che sono le tendenze più attuali, i prodotti risultano essere sempre fedeli nella loro peculiarità di base a quelli delle origini. In concreto, alla produzione esclusivamente artigianale dei filetti di alici si affiancano moderne tecnologie nella lavorazione degli ittici e dei sughi di mare». Quali prodotti commercializzate nello specifico? «Oltre a i Filetti di Alici di Cetara, che sono la migliore espressione della produzione Zarotti, proponiamo la linea “Acciugose”, risultato di una ricerca tesa all’abbinamento di alcuni sapori particolari a quello classico delle acciughe, come ad esempio le Acciugose alla messicana. Inoltre, produciamo sughi a base ittica: cozze, vongole, tonno, e filetti di tonno in vaso di vetro in olio oliva. Il reparto di ricerca e sviluppo dell’azienda è comunque costantemente impegnato nello studio di nuove ricette e di nuove linee di prodotti per poter offrire al consumatore sapori e occasioni di consumo sempre innovativi». Il vostro prodotto è legato alla
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Alla produzione esclusivamente artigianale dei filetti di alici si affiancano moderne tecnologie nella lavorazione degli ittici e dei sughi di mare
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È il fatturato complessivo del 2010 del gruppo Zarotti comprendente il marchio Zarotti, Nocchiero, Sipa e Calarossa
stagionalità? «Effettivamente i nostri prodotti, specialmente i filetti di acciughe, che rappresentano il core business dell’azienda, un tempo erano consumati soprattutto nei periodi più freddi dell’anno. Attualmente, in conseguenza alle offerte e alla comunicazione promozionale, questa tendenza si è attenuata e ora i consumi risultano più o meno consolidati e costanti durante tutto l’anno». Quali sono le ultime tendenze del settore food? «La tendenza è lo sviluppo del prodotto “fresco” inteso come gastronomia e prodotti di servizio. Anche noi nel nostro piccolo cerchiamo di seguire questo andamento con alcune tipologie di prodotti rivolte al mercato del consumatore più giovane che desidera il pronto consumo». Quali i vostri obiettivi per il futuro? «Miriamo a sviluppare il nostro mercato nei paesi stranieri, nonché a investire nella ricerca di nuovi prodotti, prestando la massima attenzione alle nuove tendenze e ai cambiamenti nelle abitudini alimentari dei consumatori. In quest’ottica offriamo confezioni rivolte ai single, e adatte alle esigenze di chi ha sempre meno tempo da trascorrere in cucina».
2 mln EURO
È il fatturato 2010 relativo al comparto estero, dove viene commercializzato solo il marchio Zarotti
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Sempre più internazionale la prospettiva C della Sicim In quasi mezzo secolo, la Sicim è riuscita ad affermarsi nel mondo realizzando alcune delle condutture più importanti per il rifornimento di energia. Ma non sono finiti i mercati verso cui il gruppo guidato da Gian Pietro Riccardi pone lo sguardo Aldo Radici
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on investimenti che si orientano, geograficamente, verso il Sud del pianeta, inizia all’insegna dell’ampliamento e del consolidamento il 2011 del gruppo Sicim di Busseto, in provincia di Parma. Un’azienda italiana, ma dall’animo marcatamente globale, leader mondiale nel settore “oil & gas”. Una realtà che ha saputo crescere negli anni divenendo un punto di riferimento sul mercato dei servizi di ingegneria, approvvigionamento e costruzione di metanodotti, oleodotti ed impianti di trattamento olio e gas. Merito anche delle oculate politiche di sviluppo e organizzative messe a punto dalla sua dirigenza, che vede la presenza di Gian Pietro Riccardi (Presidente), Attilio Cagnani (Amministratore Delegato) e Leonardo Gravina (Direttore Generale). Ed è proprio il Presidente a fare il punto sull’ultimo anno della società e sulle prospettive relative
Gian Pietro Riccardi
190 mln FATTURATO Questa la cifra, in euro, ricavata nel corso del 2010 dalla Sicim SpA. Attualmente l’azienda occupa circa 2.350 dipendenti
In apertura, posa sul progetto OPAL per Wngas (Germania). Sopra, ripristini sul progetto MartiranoMorano per Snam Rete Gas (Italia). Sotto, Gian Pietro Riccardi, Presidente della Sicim di Busseto (Pr)
ai prossimi mesi, quanto mai strategici per la crescita della Sicim nel mondo. «Il bilancio dell’attività svolta nel corso del 2010, nonostante la crisi globale, è positivo – dichiara Gian Pietro Riccardi - il fatturato 2010 ha raggiunto infatti la quota di 190 milioni di euro». Nei prossimi mesi si faranno sempre più evidenti i vostri obiettivi strategici relativamente a nuove aree di investimento. «Intanto devo dire che per il 2011 prevediamo di proseguire sulla strada maestra già intrapresa nel corso degli ultimi anni. Intendiamo ampliare il nostro raggio operativo stipulando contratti legati all’estrazione di idrocarburi in aree emergenti». Quali le principali? «Penso all’Africa Subsahariana (Nigeria, Angola
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L’organizzazione è la vera forza del gruppo, che consente di aprire e realizzare cantieri in ogni parte del mondo
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e Ghana), al Medio Oriente (Iraq e gli altri paesi del Golfo) e Sud America (Colombia e Perù)». Oltre a questi, attualmente in quali paesi lavorate? «Operiamo prevalentemente all’estero, in particolare in Congo, Kazakhstan, Messico ed Europa in genere. Di recente abbiamo inaugurato una filiale in Turkmenistan e siamo prossimi all’apertura in Colombia e Nigeria. I nostri maggior competitor, comunque, si trovano in America e nel vecchio continente». Si continua a investire, nonostante la congiuntura, su uno dei vostri più importanti settori di riferimento, quello degli idrocarburi. Dunque si tratta di una realtà in controtendenza? «Il mondo economico degli idrocarburi non ha risentito della crisi globale. Anzi, l’esigenza di estrazione si è sempre più evoluta. Dobbiamo considerare che esistono giacimenti in varie parti ›› EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 109
IMPRENDITORI DELL’ANNO
Saldatura automatica sul progetto Manzanillo - Guadalajara per Energia Occidente de Mexico (Messico). Nella pagina a fianco, il direttore generale della Sicim Leonardo Gravina
›› del mondo che non sono ancora stati sfruttati. Si tratta di importanti e ricche riserve naturali ancora inutilizzate dall’uomo». Dunque non avete riscontrato gravi difficoltà nell’ultimo biennio? «Non incontriamo criticità nel nostro settore e nell’industria energetica. Il nostro lavoro è legato alle grosse compagnie petrolifere e di idrocarburi che hanno l’obiettivo di estrarre e di soddisfare la sempre crescente domanda del mercato». Per cui dipendete principalmente da loro? «La nostra mission è legata inesorabilmente alle grosse compagnie petrolifere ed ai loro piani di sviluppo in aeree sempre più remote alla ricerca e allo sviluppo di idrocarburi». Elemento essenziale, oggi, è il rispetto del territorio su cui si agisce. Sotto questo aspetto quale politica perseguite? «Nel nostro ambito il rispetto dell’ambiente e del territorio è basilare. Questo discorso è sempre stato al centro delle nostre attenzioni. Le stesse compagnie con cui operiamo sono molto attente al rispetto di questi valori e in ogni appalto vengono elencate clausole relative al pieno rispetto degli stessi. La parte finale di ogni opera consiste proprio in un ripristino attento del ter110 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2011
Un’azienda globale Sicim nasce nel 1962 come società di costruzione. Si occupa della realizzazione di progetti di tipo EPC per il settore Oil & Gas, installando condotte di grossi diametri e di impianti multidisciplinari a livello mondiale. Operando in tutto il mondo, Sicim sceglie di affidare piena responsabilità ai suoi team locali, anche al fine di perseguire uno sviluppo sostenibile tanto per l’azienda, quanto per le comunità in cui opera. Tra i progetti attualmente in corso, la costruzione del metanodotto OPAL da Lubmin a Olbernhau (Germania), del gasdotto Tivissa - Paterna (Spagna) e di quello di Manzanillo – Guadalajara (Messico), lo sviluppo del centro olio di M’Boundi (Congo) e attività di costruzione nell’impianto di trattamento di idrocarburi di Bolashak, nell’ambito dello sviluppo del giacimento di Kashagan (Kazakhstan). www.sicim.eu
ritorio su cui si è operato. Si fa inoltre molta attenzione alla legislazione sempre più attenta dei paesi in cui si opera». Importante è anche l’evoluzione tecnica e tecnologica. Quali le novità più importanti? «Abbiamo ideato e perfezionato un tipo di saldatura automatica, applicabile sul cantiere, che apporta un elevato standard qualitativo e una maggiore velocità di esecuzione. Una volta effettuata la saldatura siamo in grado, grazie ai nostri strumenti, di radiografare e controllare con ultrasuoni automatici l’operazione effettuata al fine
Gian Pietro Riccardi
di assicurarne la qualità. Inoltre le nostre officine mobili sono in grado di modificare e adattare ad ogni tipo di esigenza i vari mezzi impegnati nelle nostre attività». La vostra società offre anche i cosiddetti servizi “chiavi in mano”. È questo il trend da perseguire per soddisfare le richieste dei committenti di settore? «In realtà la maggior parte della nostra committenza non richiede un servizio chiavi in mano, preferisce appaltare a diversi interlocutori, uno per ogni ambito operativo. In questo modo hanno la possibilità di seguire passo a passo lo svolgimento delle opere intervenendo direttamente sulle varie fasi del progetto. Tuttavia, alcuni clienti non seguono questo schema e optano per progetti “chiavi in mano” (EPC), soprattutto per opere ubicate in zone più remote. Per far fronte a queste richieste negli ultimi anni abbiamo ampliato la nostra struttura in modo tale da essere in grado di gestire, oltre che la costruzione, anche le fasi di ingegneria e approvvigionamento materiali, spesso associandoci ad imprese del settore». In Emilia Romagna, ma non solo, Sicim crea anche un interessante indotto occupazionale. «La nostra realtà occupa al momento 2.350 dipendenti, di cui 90 in sede e 100 nel resto d’Eu-
ropa. Il resto è sparso sugli altri continenti. Abbiamo dipendenti appartenenti ad oltre 20 nazionalità. Solo 250 di questi sono nostri connazionali, dunque si può immaginare quale grande organizzazione abbiamo dovuto mettere in atto per reclutare e dirigere le maestranze sparse in tutto il mondo». Organizzazione che trova il suo quartier generale nella storica sede di Busseto, in provincia di Parma. «Esatto. Da qui coordiniamo i nostri progetti. Crediamo che le unità operative debbano godere di una certa autonomia, tuttavia è importante centralizzare processi chiave quali la gestione ed il rinnovamento del parco mezzi, la selezione ed il reclutamento delle risorse umane, lo sviluppo delle offerte al fine di acquisire nuovi contratti ed il controllo amministrativo e qualitativo. Questa organizzazione è la vera forza della Sicim, che consente di aprire e realizzare cantieri in ogni parte del mondo, con l’obiettivo di soddisfare le committenti operando in sicurezza e rispettando i più elevati standard qualitativi. Ci teniamo inoltre a sottolineare che di fronte a questa mole di lavoro, abbiamo sempre agito in piena autonomia». Si riferisce cioè al fatto che avete lavorato senza sostegni istituzionali? «È lo scotto da pagare quando si sceglie di operare in tutto il pianeta. Al massimo, l’unico aiuto che si può ottenere è il sostegno da parte delle ambasciate italiane in giro per il mondo. Ma fondamentalmente ce l’abbiamo fatta contando esclusivamente sulle nostre forze». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 111
IMPRENDITORI DELL’ANNO
L’innovazione tecnologica è una sfida vincente Fornire soluzioni sempre all’avanguardia. Grazie al costante investimento in ricerca e sviluppo. Nelle parole di Corrado Azzali, la linea guida di Sipac, che realizza impianti automatici di trasporto per la movimentazione interna di contenitori Edoardo Giusti
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na costante innovazione tecnologica è l’elemento fondamentale sul quale devono puntare le aziende nel settore degli impianti automatici di trasporto per la movimentazione interna di contenitori sfusi e confezionati. Per differenziarsi e rimanere competitive sul mercato. La Sipac di Fontevivo (PR) ha deciso di puntare proprio su questo aspetto, investendo nello sviluppo tecnologico, per fare in modo che ogni nuova linea rappresenti una sfida vincente. A questo scopo, per andare incontro alle richieste del mercato, non vengono posti limiti di cadenza o di forma del contenitore, assicurando soluzioni sempre all’avanguardia. «Tutti i nostri impianti – sottolinea Corrado Azzali, amministratore unico dell’azienda - vengono realizzati rispettando le normative CE e le norme della sicurezza sul lavoro. Tecnica, innovazione ed etica si fondono in un unico modo solidale di fare industria». Sipac grazie ad un reparto di ingegneria altamente qualificato, è specializzata nella progettazione di layout di linee complete e di conseguenza nella costruzione delle attrezzature che le compongono, quali nastri trasportatori, tavoli di accumulo, elevatori, discensori, divisori in continuo, per la movimentazione di bottiglie in vetro, PET e HDPE, vasi, barattoli, lattine, casse, cartoni e fardelli con relativi impianti elettrici. Esportate le vostre realizzazioni anche nei mercati stranieri? «Siamo un’azienda leader nella costruzione di impianti automatici di trasporto per la movimentazione interna di contenitori sfusi e confezionati e siamo in grado di fornire impianti completi per i settori della vetreria, dell’imbottigliamento, dell’industria alimentare e chimica e nel settore della produzione di bottiglie in PET e in HDPE soffiate. La nostra azienda, grazie a una capillare rete di
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Corrado Azzali
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Abbiamo riorganizzato il ciclo produttivo per cercare soluzioni che portassero all’ottimizzazione delle risorse
vendita, è presente in tutto il mondo. I nostri principali mercati di riferimento sono comunque rappresentati da tutti i paesi intra ed extra CEE presenti in territorio europeo». Lavorando in diversi settori potete avere una visione piuttosto ampia del panorama nazionale. Secondo lei quali tra i vostri ambiti di riferimento hanno risentito maggiormente della crisi economica? «L’essere presente su più mercati e in diversi settori ci avvantaggia sicuramente sia dal punto di vista commerciale, in quanto amplia l’utenza dei nostri impianti, che da quello tecnico, in quanto sempre più spesso ci capita di dover trattare il contenitore in primis nella fase della formazione e successivamente nella fase di confezionamento. Con la crisi economica, trovo che la percentuale del calo di lavoro sia stata comune a tutti i settori per i quali lavoriamo, visto che tutte le nostre applicazioni sono rivolte a un unico “macro-settore” che è quello alimentare». E la vostra realtà, nello specifico, come ha reagito alla recessione internazionale? «Nel momento di contrazione dei mercati abbiamo riorganizzato il nostro ciclo produttivo per cercare soluzioni che portassero all’ottimizzazione delle nostre risorse al fine di aumentare la produttività con l’intento di migliorare gli standard qualitativi dei prodotti e allo stesso tempo di ridurne i costi». Su quali tratti si fonda la vostra mission
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aziendale? «Riuscire a soddisfare le esigenze dei committenti offrendo un servizio completo. Grazie anche al nostro reparto di progettazione qualificato e innovativo, riusciamo a proporre soluzioni sempre nuove nel settore del vetro, del beverage e del food che rispondono alle esigenze delle diverse realtà produttive dei nostri clienti». Quali i vostri progetti per il futuro? «I principali progetti per il futuro possono essere sintetizzati in alcuni aspetti fondamentali: continuare a investire sulla ricerca e lo sviluppo per raggiungere soluzioni tecniche sempre più innovative; ridurre i tempi di consegna degli impianti; consolidare la nostra presenza sul mercato nazionale e internazionale, migliorare l’assistenza che possiamo fornire ai nostri clienti riducendo al minimo i tempi tecnici di intervento».
In apertura il reparto progettazione, sopra, la sede dell’azienda e un impianto realizzato da Sipac www.sipac.pr.it
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IMPRENDITORI DELL’ANNO
Nuove vie per il made in Italy Apprezzato in tutto il mondo, il made in Italy è garanzia di alta manifattura e qualità. La Elite Service, consapevole delle potenzialità della merce italiana, la trasporta in Kazakhstan in soli quattro giorni. L’esperienza di Stefano Sberlati Luca Righi
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ortare il made in Italy nel mondo. È l’obiettivo di tante realtà imprenditoriali, soprattutto del settore moda. La qualità e la manifattura di capi e accessori di produzione italiana meritano di essere conosciute e ammirate anche all’estero. E le consegne devono essere veloci, perché la moda cambia costantemente, ciò che oggi è attuale domani potrebbe essere fuori mercato. È evidente l’importanza del lavoro svolto da chi trasporta la merce italiana all’estero. «Ho cominciato nel 1991 come procacciatore d’affari – racconta Stefano Sberlati, titolare della Elite Service, impresa di import export con sede a Rimini -. Con il passare del tempo, dal momento che le spedizioni della merce dei
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Stefano Sberlati
❝ nostri clienti andavano incontro a diverse difficoltà e lungaggini burocratiche, ho pensato che poteva essere interessante occuparsi non solo ed esclusivamente dello “shop tour” ma anche della spedizione delle merci. Di qui, la passione per questo genere di attività mi ha portato in un paese lontano: il Kazakhstan». Com’è nato l’interesse per i trasporti internazionali? E perché ha scelto di concentrare le spedizioni proprio sul Kazakhstan? «Inizialmente il nostro lavoro era concentrato solo sullo shop-tour, poi i nostri clienti russi e kazaki mi fecero presenti le enormi difficoltà in cui incorrevano nell’inoltrare la merce a destinazione. Pertanto, dopo aver raccolto una serie di informazioni in merito alle licenze sui trasporti, e vista la mia volontà di progredire anche a livello di logi-
Il mercato kazako è interessato al made in Italy, a un prodotto artigianale di ottima qualità che difficilmente può competere con gli articoli degli altri paesi
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stica, iniziai ad occuparmi delle spedizioni. Ci siamo concentrati proprio sul Kazakhstan perché era ancora una zona poco interessata da questo genere di attività rispetto ad altre aree dell’Ex Unione Sovietica, quindi il mio lavoro poteva essere svolto senza la presenza e la pressione della concorrenza». Quindi oggi contribuite attivamente alla diffusione del Made in Italy in Kazakhstan Inunaapertura, panoramica «Sapere che il made in Italy arriva in tutte le di Astana, capitale maggiori città del Kazakhstan mi riempie di del Kazakhstan. Sotto, Sberlati. orgoglio e rappresenta per me un grosso tra- Stefano In questa pagina, sopra guardo. La Elite Service oggi si occupa di una fase di trasporto spedizioni del vero e originale made in Italy della Elite Service delle migliori marche di abbigliamento, calzature, mobili, elettrodomestici, moto. In ›› EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 117
IMPRENDITORI DELL’ANNO
›› pochi anni l’attività si è evoluta grazie ai
Nella pagina accanto, altre fasi di imballaggio e spedizione all’interno della Elite Service di Rimini www.eliteservice.info
suoi collaboratori e basandosi sulla velocità dei trasporti: la moda infatti deve viaggiare rapidamente, ed è nostro compito rispondere a questa necessità. La Elite Service riesce a consegnare la merce nelle principali città kazake in quattro giorni lavorativi». Una riflessione sul Kazakhstan? «Trovo che sia una terra estremamente affascinante, ci sono pochi monumenti, poca architettura ma tanto buon senso, territori vastissimi, la steppa, il gran canyon rosso e verde come Medeo dove faranno le olimpiadi asiatiche invernali. Il popolo è umile e lavoratore, molto allegro nei festeggiamenti e la porta è sempre aperta ai nuovi ospiti».
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Crede che il Kazakhstan possa rappresentare un mercato fertile per il made in Italy? «Il Kazakhstan, così come tutti gli altri stati dell’Ex Unione Sovietica, è affascinato dai prodotti italiani. Il marchio made in Italy, inoltre, ne certifica la provenienza e ne garantisce la qualità. Il mercato kazako è interessato a un prodotto artigianale di ottima qualità che difficilmente può competere con gli articoli degli altri paesi». Che situazione sta vivendo il mercato dei trasporti internazionali in un periodo di crisi economica a livello mondiale? «La crisi ha naturalmente avuto ripercussioni negative in tutti gli ambiti, quindi anche nel settore dei trasporti internazionali. E tuttora ci sono difficoltà causate dalla recessione. La Elite Service è riuscita a far fronte all’attuale congiuntura negativa puntando soprattutto sulla tempestività dell’inoltro della merce a destinazione, ma anche su prezzi convenienti. Questi due fattori fanno della nostra azienda una delle migliori realtà in ambito logistico». Come si compone il vostro parco macchine e come riuscite a organizzare trasporti veloci, rispettando sempre le tempistiche di ritiro e invio? «Attualmente possediamo sei veicoli, automezzi e autocarri, che ci permettono di effettuare ritiri di merce nelle varie zone d’Italia e contemporaneamente ci avvaliamo della collaborazione di un corriere di fiducia. Spesso sono anche le ditte produttrici a spedire la merce presso il nostro magazzino». Elite Service ha acquisito una posizione forte anche nel settore di shop – tour, che non ha mai abbandonato. Quali servizi
Stefano Sberlati
fornite in questo ambito? «La nostra prerogativa è quella di offrire un servizio completo. Invitiamo il cliente in Italia, selezioniamo e prenotiamo l’albergo per il periodo di pernottamento fissato. Appena i committenti arrivano in Italia vengono accompagnati con i nostri mezzi presso le ditte da noi proposte o da loro richieste, vengono effettuati ordini, viene seguita tutta la procedura di produzione della merce a livello telefonico e, una volta pronto l’ordine, viene ritirato da noi o inoltrato da parte della ditta. La merce arrivata in magazzino viene poi imballata e spedita a destinazione. Ci avvaliamo altresì di un ufficio dedicato all’espletamento delle pratiche doganali rela-
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La Elite Service è riuscita a far fronte all’attuale congiuntura negativa puntando sulla tempestività dell’inoltro della merce a destinazione e su prezzi convenienti
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tive all’esportazione della merce». Può fare un bilancio dell’azienda nell’ultimo anno e indicarci le prospettive per il 2011? «Il rilancio economico nel 2010 ha cominciato a farsi sentire e speriamo che possa consolidarsi nel 2011. Per quanto concerne le spedizioni internazionali siamo interessati a espandere il nostro servizio anche nel territorio dell’Azerbaijan, un nuovo stato che si sta sviluppando notevolmente e che potrebbe offrire non poche opportunità in futuro». Quali opportunità offre secondo voi questo territorio? «Le stesse che inizialmente offrì il Kazakhstan. È una zona in notevole sviluppo, molto affascinata dall’Italia e dal made in Italy. Lo testimonia il fatto che l’Azerbaijan negli ultimi anni è stato uno dei paesi con il più alto tasso di crescita e l’Italia è diventata nel 2009 il primo partner del paese». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 119
IMPRENDITORI DELL’ANNO
Avanguardia nel settore della lamiera Nella lavorazione della lamiera giocano un ruolo fondamentale le tecnologie utilizzate. Per ottenere prodotti di qualità ma anche per garantire una produzione fluida e tempi di consegna brevi. L’esperienza di Stefano Trenti Edoardo Giusti
untare sull’aggiornamento tecnologico. In modo da essere sempre all’avanguardia nell’offrire soluzioni ah hoc per tutto ciò che concerne la carpenteria metallica e la lavorazione della lamiera. Su queste basi si fonda il percorso della CMP Costruzioni Meccaniche Panaro, azienda di Marano sul Panaro inserita nel mercato conto terzi. «Alle tecnologie di lavorazione più moderne abbiamo affiancato anche i più complessi sistemi di progettazione – afferma il titolare Stefano Trenti – in modo da fornire tutte le realizzazioni inerenti il nostro settore, dal particolare unicamente tagliato al laser, al complessivo completo di trattamento e preassemblaggio sia in lamiera di ferro che in acciaio inox». E sempre sull’innovazione tecnologica l’azienda fonda il suo futuro, conti-
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nuando a investire nonostante l’attuale fase di recessione. Su quali mercati è impegnata principalmente la CMP? «La nostra produzione attraversa trasversalmente diversi settori. Spaziamo infatti dal settore ceramico all’alimentare, dall’automobilistico all’arredamento e, potendo usufruire di personale altamente specializzato, riusciamo a soddisfare le esigenze di una vasta gamma di clienti mettendo in primo piano qualità, tempi di consegna celeri e prezzo contenuto». Come riuscite a garantire velocità nei tempi di consegna? «Uno dei punti di forza del “sistema lavoro” di CMP sta nel rapporto di totale collaborazione che si instaura con il cliente, soprattutto nel consigliare i migliori accorgimenti di cui tener conto nella progettazione e realizzazione del prodotto. Inoltre, la superficie produttiva di 4000 mq e due stabilimenti, consentono di sviluppare la produzione in modo fluido ed efficace, abbassando notevolmente i tempi improduttivi a tutto vantaggio della consegna del prodotto che il più delle volte avviene a qualche giorno dal ricevimento dell’ordine. Questo grazie anche all’ausilio di un gestionale di produzione che consente di monitorare passo passo e in tempo reale tutte le fasi del ciclo di lavoro». Stefano Trenti, a Cioè? sinistra, con il padre «Il monitoraggio e la gestione della produ- Pietro, fondatore della zione sono garantiti da un potente software di CMP Costruzioni Meccaniche Panaro, di gestione che ci permette “in diretta” di ag- Marano sul Panaro giornare il cliente sullo stato del suo ordine, in (MO). Nella pagina questo modo riusciamo a sapere in pochi se- accanto, alcune fasi di lavorazione e la sede condi in quale fase di lavorazione si trova il dell’azienda prodotto e in quanto tempo verrà terminato il www.cmp-spa.it
Stefano Trenti
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La nostra produzione attraversa diversi settori. Spaziamo dal ceramico all’alimentare, dall’automobilistico all’arredamento
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ciclo di lavoro. Riusciamo così a definire anche un costo di produzione molto preciso. Inoltre, per le commesse ripetitive, gestiamo un magazzino aggiornato in tempo reale per cui al momento dell’acquisizione dell’ordine abbiamo già il materiale pronto». Quali altre tecnologie di lavorazione sfruttate? «Disponiamo di tre centri di taglio laser con varie potenze e formati di lavoro, totalmente alimentati in modo automatico, che consentono di affrontare il volume di produzione su tre turni di cui uno non presidiato. Oltre a fornire vari trattamenti superficiali, quali verniciatura, zincatura, cromatura, avvalendoci di ottimi partner, eseguiamo al nostro interno i trattamenti di satinatura sbavatura automatica e vibroburattatura. Abbinato alla precisione del taglio laser, disponiamo inoltre di vari modelli di presse piegatrici con i più complessi sistemi di controllo della piegatura per garantire la massima precisione di realizzazione, caratteristica che consente di ottenere ottimi risultati di finitura in fase di saldatura. Una vasta gamma di utensili di piega consentono di eseguire le più svariate forme di piegatura. Inoltre, abbiamo un reparto di lavorazioni meccaniche con torni, frese, trapani, che garantiscono una certa reattività nel breve periodo e nelle urgenze, e soprattutto ci mettono in condizione di fornire un prodotto finito. Il nostro reparto di saldatura dispone di una superficie di oltre 1000 mq e dodici box attrezzati per saldature a filo, tig, mig e puntatura. Infine, siamo in grado anche di eseguire piccoli lavori di montaggio meccanico». CMP è particolarmente attenta anche al risparmio energetico. «Assolutamente sì, infatti i due stabilimenti produttivi traggono buona parte del loro fabbisogno energetico da due impianti fotovoltaici per complessivi 200 kw di potenza». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 121
IMPRENDITORI DELL’ANNO
Sempre più ricerca nel futuro del mercato energetico Da player locale a fornitore strategico per le principali multinazionali dell’energia. Il caso della Eurobearings di Cortemaggiore a dimostrazione del fatto che l’innovazione rappresenta un importante traino della nostra economia Aldo Mosca
anzitutto nella stretta collaborazione con importanti poli di ricerca che si trova la fonte del successo della Eurobearings. Un’impresa nata nel piacentino, a Cortemaggiore, nel 1997, e che nell’ultimo decennio ha saputo imporsi come vera punta di eccellenza emiliano romagnola sul mercato del Power Generation. Scelta come fornitore ideale di cuscinetti per i più potenti impianti idroelettrici e nucleari del mondo, Eurobearings è emersa grazie alla sua capacità di sviluppare soluzioni ingegneristiche avanzate. «Alla base della nostra ingegneria vi è lo strumento sviluppato in collaborazione con il Politecnico di Milano, che in anni di studi e simulazioni di funzionamento è oggi in grado di calcolare e prevedere il comportamento del sistema in ogni condizione di lavoro – spiega Paolo Lombardi, direttore generale -. Il risultato di calcolo 3D è inoltre validato da un banco prova di simulazione disegnato per fornire i dati più sensibili e assicurare la corretta percezione delle criticità del sistema». Il mercato cui si rivolge Eurobearings sta ovviamente soffrendo la congiuntura negativa. «Si sono manifestate significative contrazioni di mercato – interviene nuovamente Lombardi -. Parliamo di un comparto che per il 92% è nelle mani delle multinazionali di settore, la cui tendenza alla delocalizzazione produttiva era già in atto da anni». E così anche Eurobearings, oramai identificabile
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come un importante player europeo per la com- Paolo Lombardi della ponentistica di primo equipaggiamento, ha do- Eurobearings di Cortemaggiore (PC) vuto cercare nuovi mercati, caratterizzati anche www.eurobearings.com da alti profili di rischio. I risultati sono stati comunque ottimali «La profittabilità si è mantenuta su valori molto positivi e questo ci ha permesso di proseguire negli investimenti tesi a migliorare l’ambito tecnologico e il livello di efficienza produttiva – spiega il direttore generale -. Abbiamo insomma recuperato competitività». Una base su cui redigere le prospettive per il 2011. «La domanda di produzione di energia elettrica, per i prossimi cinque anni, crescerà a un tasso annuo del 4% - prevede Lombardi -. Saranno principalmente i paesi del Middle e del Far East a sostenere la crescita dei consumi e della produzione, mentre la domanda dei paesi europei e nord americani sarà inferiore». A incidere sulla domanda sarà anche una sempre più spiccata attenzione rivolta all’impatto ambientale della generazione di energia, che porterà, secondo i vertici dell’azienda piacentina, alla sostituzione di molti impianti esistenti a combustibile fossile con altri
Paolo Lombardi
+4% ANNUO ENERGIA Secondo la Eurobearings, la domanda di produzione di energia elettrica, per i prossimi cinque anni, crescerà a un tasso annuo del 4%
sistemi di generazione. «La differenza rispetto al passato è che l’ambito decisionale da intercettare per continuare a crescere è assai lontano dall’Europa. Quest’ultima, comunque, rimane un mercato interessante soprattutto in ambito service e manutentivo, per coprire il quale abbiamo attivato una divisione produttiva dedicata». Sempre nel contesto europeo, l’azienda ha portato a termine un accordo di programma, non solo commerciale, con una sister company tedesca, con la pretesa di formare un vero e proprio
network di settore con presenze capillari sui mercati end users. «Operiamo in un ambito in cui i player più significativi hanno storia e dimensioni ben più importanti della nostra – spiega Lombardi . Siamo quindi orgogliosi di essere divenuti partner strategici delle maggiori multinazionali di settore». Il merito del posizionamento ottenuto sul mercato globale da questa realtà italiana è certamente da attribuire al continuo miglioramento tecnologico. Sono alti gli investimenti effettuati in tal senso, in particolare con il Dipartimento di Meccanica del Politecnico di Milano nella sede di Piacenza. «In questo momento stiamo collaborando con il dipartimento nella realizzazione di un secondo banco prova per la “misura sperimentale delle caratteristiche statiche e dinamiche di cuscinetti a sostentamento idrodinamico per macchine verticali” all’interno di un progetto di Ricerca co-finanziato dalla Regione Emilia Romagna – conclude Lombardi . Inoltre stiamo attivando un progetto di ricerca su materiali alternativi che vede coinvolto come terza parte uno dei nostri maggiori clienti». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 123
IMPRENDITORI DELL’ANNO
Export e diversificazione gli obiettivi di Zec Leader nella produzione di tubi flessibili termoplastici, Zec Spa annuncia gli importanti risultati raccolti all’estero. Dati che preannunciano un cambiamento di rotta per un settore fortemente colpito dalla crisi Piero Piccoli
ra le principali realtà produttive parmensi, Zec Spa deve oggi fare i conti con un mercato decisamente più mutevole e inflazionato rispetto ai decenni passati. L’azienda, nata a Colorno, in provincia di Parma, agli inizi degli anni sessanta, è un punto di riferimento nel settore della produzione dei tubi flessibili termoplastici a bassa, media e altissima pressione. Per esattezza, fu la prima impresa italiana a realizzare una simile produzione. Presente in molteplici settori, dall’oleodinamico a quello pneumatico, fino al chimico o all’Automotive, Zec sceglie la strada della diversificazione produttiva per far fronte a una congiuntura che ha pesantemente colpito il comparto. «Nel 2009 i nostri settori prevalenti hanno vissuto una crisi oserei dire storica – dichiara Paolo Zantelli, direttore commerciale di Zec Spa -. Nel 2010, però, grazie all’intensa attività di ricerca e sviluppo che da sempre riteniamo prioritaria e a capo della quale vi è mio fratello Dino, abbiamo incrementato significativamente le vendite interne, ma soprattutto quelle relative all’export». La scelta di introdurre nuovi prodotti si è quindi rivelata vincente e porta i vertici dell’azienda ad affrontare il 2011 con rinnovata fiducia. «Ci apprestiamo a vivere il nuovo anno
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con determinazione, nonostante le indiscusse difficoltà che i mercati mondiali presentano. Dobbiamo essere realisti e considerare i vari e importanti cambiamenti che l’ultimo decennio ci ha riservato. La globalizzazione ha mutato radicalmente i mercati e di ciò ne dobbiamo essere consapevoli. Proprio per questo le strategie della nostra azienda si sono trasformate di anno in anno». Certamente il 2009 lascerà il suo strascico anche sui prossimi anni, colpendo indistintamente tutte le imprese. «Moltissimi attori del nostro settore hanno subito pesanti ridimensionamenti. Tutto ciò si è tra l’altro verificato anche con un’imprevedibile rapidità che ha travolto tutto il comparto. Anche per questo abbiamo scelto di attuare nuove strategie su tutti i fronti. Grazie alla rapidità con cui abbiamo agito è stato superato il 2009 lavorando e investendo sul futuro, consapevoli dei cambiamenti che il mercato ha subito. Siamo risusciti a creare nuove linee e a non intaccare il nostro livello qualitativo». Qualità delle materie prime, investimenti per il
Fasi di lavoro e alcuni prodotti realizzati dalla Zec Spa di Colorno (PR)
Eugenio Zantelli
63 PAESI
Zec Spa oggi esporta con successo in tutto il mondo proponendo una gamma di 2500 articoli
miglioramento del ciclo produttivo e costante ricerca finalizzata allo sviluppo di nuovi prodotti restano quindi i dettami da rispettare. Il 2011 rappresenta, poi, una data storica per Zec, che festeggia il suo cinquantesimo anniversario sui mercati internazionali. «L’azienda venne fondata da mio padre Eugenio, attuale presidente e direttore generale della società, nel 1961racconta Paolo Zantelli -. E oggi, come allora, il nostro principale desiderio è quello di competere sugli standard qualitativi con i migliori produttori mondiali». Una filosofia che ha portato questa realtà in ben 63 paesi, su settori in cui si richiedono applicazioni dagli standard elevatissimi. «Sin dalle origini questa azienda è nota al mercato per la sua diversificazione produttiva – interviene il presidente Eugenio Zantelli -. La nostra gamma di prodotti viene riconosciuta come la più completa. Tutto ciò grazie ai costanti e ingenti investimenti tecnologici deliberati ogni anno, che hanno permesso all’azienda di dotarsi di impianti e macchinari all’avanguardia». Purtroppo, a influire negativamente, è l’andamento dell’attuale mercato delle materie prime. Quest’ultimo, secondo Paolo Zantelli, presenta due problematiche fondamentali. «Ci scontriamo ogni giorno con un prezzario in costante ›› EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 125
IMPRENDITORI DELL’ANNO
La produzione Oleodinamico, pneumatico, lubrificazione, solventi, vernici, gas, chimica, alta temperatura, automotive. Sono molti i settori cui si rivolge la gamma concepita da Zec Spa. L’azienda di Colorno (Pr) si distingue sul mercato anche per l’attenta selezione delle materie prime, che permette di garantire il miglior livello qualitativo possibile della produzione proposta. Tutte le materie prime, infatti, vengono testate e verificate prima della loro messa in produzione, attraverso l’utilizzo dei più sofisticati strumenti di analisi. Nel catalogo della nota azienda parmense, si trovano tubi flessibili termoplastici e PTFE a media, alta e altissima pressione, per applicazioni in ambito pneumatico, oleodinamico e nella lubrificazione, oltre che per solventi e vernici, gas, prodotti chimici, alta temperatura e auto motive. Inoltre, raccordi a pressare o recuperabili, in acciaio zincato e inox, per impieghi ad alta pressione nei settori oleodinamico, lubrificazione e alta temperatura, oltre che per gas, solventi e vernici, prodotti chimici. www.zecspa.com
›› crescita e con una sempre più difficile reperibilità dei prodotti». Non solo, a incidere è anche il fatto che ben poche multinazionali producono le materie di base utilizzate da Zec. «Questo rende la situazione ancora più critica. Tali fattori frenano in parte la nostra crescita, in quanto il mercato non sempre accetta i rincari e, nel contempo, la scarsa reperibilità dei materiali può pregiudicare i termini di consegna pattuiti». Nonostante ciò, dagli stabilimenti di Colorno, in provincia di Parma, si è attivata un’intelligente impostazione del sistema produttivo atta a garantire un rapido smaltimento degli ordinativi. Insomma, dove il mercato non agevola, a colmare i vuoti ci pensa l’efficienza imprenditoriale. Secondo i vertici di Zec, crisi e criticità del mercato delle materie prime non devono infatti frenare le ambizioni di crescita che da sempre caratterizzano il gruppo. Ad oggi gli articoli proposti sono oltre 2500 e si rivolgono a tutti i continenti. La voce del fatturato su cui fare leva, ribadisce il presidente Eugenio Zantelli, è sicu126 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2011
ramente quella dell’export. «Attualmente le esportazioni rappresentano il 52% del nostro ricavato. In futuro, però, prevediamo di incrementare questo dato sensibilmente». A dimostrazione del fatto che oramai, le migliori imprese italiane, non possono più limitarsi a considerare il mercato estero come semplice appendice di quello interno. E per il 2011 non sono soltanto economici i traguardi che la società controllata dalla famiglia Zantelli si impone. Importante banco di prova per i suoi tubi termoplastici è infatti quello sportivo. Dal 1987 Zec è impegnata nelle competizioni motonautiche internazionali, ambito in cui ha conquistato importanti titoli. Nella stagione agonistica 2010 ha ottenuto il terzo posto nel Campionato Mondiale di “Formula 2”, dove gareggiano imbarcazioni in rappresentanza di dodici paesi. Come spiega Eugenio Zantelli, «l'imbarcazione, che viaggia a una velocità prossima ai 200 km/h, è ovviamente equipaggiata con i nostri tubi termoplastici, al fine di conferire alla stessa le migliori prestazioni e affidabilità».
IMPRENDITORI DELL’ANNO
a resistito a una tendenza di mercato che, in seno alla crisi, ha visto una forte riduzione, da parte delle imprese, degli investimenti rivolti verso i servizi di engineering e progettazione tecnica in outsourcing. Stefano Pesaresi, il fondatore della Spei di Modena, lo sottolinea con forza, anche in previsione di un 2011 in cui la società emiliana, creata oramai undici anni fa, potrà iniziare nuovi progetti, collaborando con alcune importanti realtà del settore automotive locale e nazionale, quali CNH e Sorin. Ma non è su questo che Pesaresi vuole porre l’accento. «Il mio è un caso imprenditoriale, seppur piccolo, in controtendenza rispetto agli altri – spiega l’ingegnere della Spei - A differenza di quasi tutti gli studi tecnici che operano in outsourcing, ho provato a non piegarmi alla logica del precariato e dei contratti a breve termine. Il mio staff è composto da ragazzi verso cui ho posto fiducia, formandoli anche da zero e che non di rado ho aiutato anche nelle vicende personali». Ma facciamo un passo indietro. Solitamente, negli studi tecnici che lavorano come outsourcer per grandi imprese, si tende ad assumere lavoratori già formati, proponendo loro contratti di pochi mesi, a seconda dei progetti da seguire. «Anche io, fino al 2005, ho seguito questa logica. Poi mi sono reso conto che la mia azienda stava diventando un luogo in cui molti ragazzi provenienti da scuole tecniche specialistiche, stazionavano solo per un breve periodo in attesa di proporsi all’interno di grandi aziende. Ciò era normale. Un giorno però di quel 2005 ho incontrato qualcuno che più di altri aveva bisogno di un lavoro migliore. Pensai contro ogni razionalità di puntare e dargli fiducia». Detto, fatto. Con coraggio, e circondato da uno scetticismo generale, Pesaresi ha iniziato ad assumere, a tempo indeterminato, giovani e meno gio-
H
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Un ritorno al valore del “fare impresa” Il caso della modenese Spei rompe molti schemi tipici delle piccole imprese. Uno studio tecnico che, puntando sulla fiducia e sulla formazione del suo staff, ha trovato lo strumento più prezioso per affrontare la crisi Andrea Moscariello
vani anche senza esperienza. «Sentendosi colmati di una fiducia insperata, i miei collaboratori hanno iniziato a ricambiarla prima nel lavoro e poi nella loro vita in generale. I risultati sono stati al di là di ogni più rosea aspettativa e in tempi rapidi». Le imprese che collaborano con la Spei, nel tempo, se ne sono ovviamente accorte e con lo scoppiare della crisi hanno osservato questa peculiarità con stima. «Da quel momento è scattato un circolo virtuoso. Constatando che, nonostante la crisi, ho continuato a garantire stabilità al personale e a ottenere buoni risul-
Un progetto in 3d realizzato dalla Spei di Modena. Nella pagina a fianco, alcuni giovani durante un momento di formazione all’interno di un’impresa www.spei-engine.it
Stefano Pesaresi
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Dare un’opportunità a persone prive di sbocchi professionali premia sempre e, nei periodi di crisi e di maggiore difficoltà, può far tirare fuori loro il meglio
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tati a prezzi interessanti, anche gli istituti di credito hanno valutato positivamente la nostra politica». Si tratta, per Stefano Pesaresi, di un ritorno a quello che ritiene essere il vero valore del fare impresa. «Essere imprenditore implica una responsabilità sociale molto più ampia di quella che si crede perché le azioni intraprese hanno effetti al di fuori dei confini aziendali. Non dobbiamo meravigliarci quando sui giornali leggiamo degli effetti dell’aumento del tasso di disoccupazione giovanile, se poi siamo noi imprenditori, in primis, a non dare fiducia ai ragazzi. Certo, questa scelta comporta molti rischi, in una realtà come quella odierna del “prendi e fuggi” e dove è difficile trovare chi ricambia un atteggia-
mento di apertura. Inoltre bisogna comunque essere pronti a non fare programmi o previsioni a lungo termine. Ma dare un’opportunità a persone prive di sbocchi professionali, premia sempre e, nei periodi di crisi e di maggiore difficoltà, può far tirare fuori loro il meglio di sé, cioè quella cosa che ci fa risultare vincenti». L’azienda in effetti ha ottenuto buoni risultati, divenendo sempre più, negli anni, un partner apprezzato per molti attori presenti sui distretti del packaging e dell’automotive emiliani. «Non punto alla delocalizzazione se i nostri clienti sono in Italia. Il lavoro di progettazione, di elaborazione tecnica e, sempre più, anche di formazione all’interno delle aziende clienti, è basato sulla relazione personale e ciò mi porta a restare fisicamente vicino alle imprese per cui lavoriamo». Sul 2011, che segue un anno comunque colpito dalla congiuntura negativa del mercato, il fondatore dello studio tecnico auspica che un numero crescente di imprenditori siano interessati a interagire con Spei per conoscere più in profondità questa nuova filosofia dai risvolti sorprendenti. EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 129
IMPRENDITORI DELL’ANNO
I “maestri” tecnologici della diagnostica automotive La strategia della parmense Brain Bee? Credere nella tecnologia, nel valore delle produzioni rigorosamente italiane e allontanare lo spettro dei pessimismi figli della crisi. A parlarne è il suo Ad, Carlo Rocchi Andrea Moscariello
Emilia, storicamente, è una terra ricca di primati nel settore automotive. Il mondo conosce questa realtà produttiva principalmente per i marchi e il design delle sue celebri autovetture sportive. In realtà, e lo sa bene chi opera in questo comparto, le vere punte di eccellenza emergono dai suoi distretti tecnologici. L’innovazione è una parola d’ordine lungo la Via Emilia. A confermarlo è il vertice di uno dei casi imprenditoriali più eccellenti presenti sul territorio parmense, Carlo Rocchi, amministratore delegato della Brain Bee. Ma perché questa azienda si è distinta? Anzitutto per la sua presenza capillare sui mercati esteri, a partire da quelli iberici e asiatici. In secondo luogo, per la sua expertise nel campo della progettazione e costruzione di apparecchiature elettroniche per la diagnosi, l’autodiagnosi e le prove emissioni dei veicoli. Quest’ultimo, infatti, è il vero core business della società nata nel 2001 dalla fusione di Brain Bee Srl, Globalpro Srl e Capital Consulting. «Nonostante il pe-
L’
Carlo Rocchi, amministratore delegato della Brain Bee Spa di Parma. Nelle altre immagini, dall’alto, la tecnologia B-Touch e una delle nuove stazioni di Aria Condizionata progettate per il nuovo refrigerante 1234yf www.brainbee.com
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riodo di enorme crisi, siamo riusciti a crescere rispetto al 2009 – afferma Carlo Rocchi -. Per il risultato positivo dobbiamo ringraziare le strategie messe in atto nel 2009, anno in cui anziché chiuderci a riccio abbiamo deciso di contrattaccare confermando tutti gli investimenti e facendo ricorso a tutte le riserve finanziarie a disposizione». Tecnologia e innovazione sono parole chiave, da sempre, della vostra realtà. In tal senso quanto investirete in futuro? «La ricerca e lo sviluppo sono da sempre un nostro fiore all’occhiello. Tante sono le innovazioni che abbiamo presentato nel corso dei nostri 10 anni di attività, fra i quali ricordo il Decelerometro, che è stato il più venduto in Italia, i primi strumenti di garage equipment collegati in bluetooth, le prime stazioni A/C – Air Conditioning - per il nuovo refrigerante 1234yf omologate per produzione di serie. Anche nel 2011 proseguiremo gli investimenti, che rappresentano circa il 23% del nostro risultato operativo previsto. Il reparto sarà impegnato a perfezionare la nuova tecnologia a iniezione brevettata nel 2010 per le stazioni A/C. Inoltre svilupperemo altri due progetti che per motivi di riservatezza preferisco non anticipare. Posso affermare, però, che faranno tendenza, così come lo sta facendo la nuova autodiagnosi b-Touch lanciata a fine 2010». Cosa caratterizza la nuova tecnologia a iniezione per le stazioni A/C?
Carlo Rocchi
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Stiamo portando avanti un progetto con un’azienda manifatturiera per sostituire con prodotti italiani alcuni componenti acquistati in Asia
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«Con questa novità intendiamo offrire agli autoriparatori una tecnologia innovativa, estremamente funzionale e veloce che aiuterà a migliorare le operazioni di manutenzione sugli impianti di aria condizionata. Inoltre, in un momento di saturazione del mercato, presentare una nuova tecnologia potrebbe rappresentare lo stimolo per la sostituzione della vecchia stazione. Il fatto di averla brevettata dovrebbe anche offrirci un buon vantaggio competitivo». Il mercato estero per voi è strategico. Nel 2011 aumenterete il vostro raggio d’azione? «Nel 2011 completeremo l’acquisizione avviata nel 2007 della nostra nuova filiale in Germania. Il mercato tedesco per noi è fondamentale, rappresenta circa il 18% del nostro fatturato. È un mercato di riferimento e precursore per molte produzioni. La filiale tedesca sta poi svolgendo un ruolo importante negli approcci
con i costruttori auto tedeschi». Anche quella asiatica è un’area strategica su cui avete investito. «È vero, abbiamo una filiale in Asia, ma è stata sostanzialmente aperta per essere utilizzata come base commerciale. Non abbiamo mai ipotizzato di spostare la nostra produzione in quelle aree. Siamo fermamente convinti che il mantenere il “made in Italy” deve rappresentare un identificativo di qualità. Anzi, stiamo proprio portando avanti un progetto specifico con un’azienda manifatturiera italiana, per sostituire con prodotti italiani alcuni componenti attualmente acquistati in Asia». È fiducioso nei confronti del nuovo anno? «Il 2011 si presenta come un anno di svolta nel quale dovremmo trarre vantaggio da tutti i nuovi prodotti sviluppati nell’ultimo biennio 2009 e 2010. Ciò avverrà anche grazie al potenziamento del reparto commerciale che è passato da 3 a 7 unità. Anche questo fa parte di una precisa strategia “anti crisi” avviata dalla direzione aziendale che ha sempre creduto nel progetto e non si è mai fatta vincere dai negativismi del periodo. Ancora una volta il mercato italiano sarà quello principale, rappresentando circa il 37% dei ricavati, seguito dal mercato tedesco e da tutti gli altri paesi europei. Altro obiettivo importante sarà l’entrata ufficiale presso gli OEM, grazie alle nuove stazioni Aria Condizionata progettate per il nuovo refrigerante 1234yf». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 131
SCENARI
Arrivano i primi segnali di ripresa Dopo due anni negativi l’economia regionale torna a crescere, ma anche il 2011 sarà un anno difficile. Incrementare la domanda interna e investire sulla formazione. Queste alcune delle sfide del nuovo anno secondo Anna Maria Artoni, presidente di Confindustria Emilia Romagna Leonardo Testi a ricerca, l’innovazione, l’internazionalizzazione sono le leve che oggi fanno la differenza». Lo afferma Anna Maria Artoni, presidente di Confindustria Emilia Romagna. Con un 2010 che si è chiuso con dei segnali positivi, seppur modesti, ora «occorre avere come priorità delle priorità lo sviluppo, perché senza crescita economica non possono crescere le occasioni di lavoro». I dati che destano maggior preoccupazione sono proprio quelli relativi al mercato del lavoro. In Emilia Romagna, infatti, «il tasso di disoccupazione è quasi raddoppiato negli ultimi dodici mesi – rileva Artoni – con situazioni di particolare difficoltà per giovani e persone in cerca di prima occupazione». Qual è il bilancio dell’economia regionale nel 2010 e quali le prospettive per il 2011? «Abbiamo ricominciato a crescere, dopo due anni negativi, con un incremento modesto, intorno all’1,5%. La ripresa dell’economia regionale è migliore rispetto alla media nazionale, ma è insufficiente a recuperare in tempi brevi il
«L
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terreno perduto. Anche quest’anno è stata decisiva la nostra capacità di presenza sui mercati e d’esportazione, sia quello verso i paesi tradizionali sia verso quelli emergenti. Qualche segnale positivo si è visto poi sul versante degli investimenti industriali. Anche il 2011 si presenta con molte incertezze, soprattutto sul piano dei consumi interni che sono ancora fermi. Le imprese hanno risentito di un leggero rallentamento nel periodo autunnale, ma ci confermano segnali incoraggianti dai mercati esteri. La ripresa della Germania e degli Stati Uniti, nostri principali partner commerciali, e il tasso di crescita delle esportazioni verso i nuovi mercati, in particolare Cina e Brasile, fanno ben sperare per i prossimi mesi». Che cosa fare per promuovere l’occupazione? «Il mercato del lavoro è quello che desta maggiore preoccupazione. Come ha sottolineato il presidente della Repubblica nel messaggio di fine anno, un Paese che non offre opportunità alle giovani generazioni non ha futuro, è una “democrazia in scacco”. Nella nostra regione il tasso di disoccupazione è quasi raddoppiato negli ultimi dodici mesi, pur restando di molto sotto la media nazionale, con situazioni di particolare difficoltà per giovani e persone in cerca di prima occupazione». Come affrontare questa situazione? «Occorre avere come priorità delle priorità lo sviluppo, perché senza crescita economica non possono crescere le occasioni di lavoro. E poi un impegno straordinario per diffon-
Anna Maria Artoni, presidente di Confindustria Emilia Romagna
Anna Maria Artoni
dere conoscenza, formazione, qualificazione professionale. Quest’anno, nonostante la crisi, le imprese italiane non hanno trovato 76mila tecnici che avrebbero voluto assumere. È una situazione paradossale: l’industria ha bisogno di tecnici e ci sono migliaia di giovani senza lavoro. Per una regione manifatturiera come la nostra, sono indispensabili i tecnici per produrre: dobbiamo orientare i giovani e le loro famiglie verso i percorsi formativi e le professionalità tecni-
Occorre rendere i nostri territori più competitivi, con investimenti in conoscenza, infrastrutture materiali e immateriali
che. Mi auguro che le riforme appena avviate dell’istruzione e dell’università possano favorire un’inversione di tendenza, che però si vedrà solo nel medio periodo». Quali sono le strategie per recuperare competitività? «Bisogna continuare ad accompagnare, come la Regione ha fatto positivamente in questi anni, l’impegno delle imprese a investire sui fattori strategici. La ricerca, l’innovazione, l’internazionalizzazione sono le leve che oggi fanno la differenza, e vanno sostenute anche valorizzando le reti d’impresa, con un’attenzione particolare allo sviluppo sostenibile. Dobbiamo rendere i nostri territori più competitivi, con investimenti in conoscenza, infrastrutture materiali e immateriali, un sistema efficiente di logistica, anche nell’ottica di attrarre nuovi investimenti». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 135
SCENARI
Unire crescita economica e coesione sociale «Competitività, sostenibilità, dignità del lavoro e legame con il territorio sono le parole chiave per declinare lo sviluppo degli anni a venire». Per Andrea Zanlari, presidente di Unioncamere Emilia Romagna, è la strada da seguire per il rilancio Francesca Druidi
anno che è appena andato in archivio può essere ben riassunto dalla parola incertezza». Così Andrea Zanlari, presidente di Unioncamere Emilia Romagna, commenta il rapporto sull’economia regionale redatto da Unioncamere e Regione Emilia Romagna, un’indagine che rappresenta anche l’occasione per un’analisi sullo stato di salute del territorio. «Si parla di incertezza – prosegue Zanlari – innanzitutto nel quadro internazionale, dove resta difficile valutare quanto della ripresa mondiale poggi su fondamenta reali e solide o piuttosto non sia da attribuire alle politiche espansive anticrisi. E poi, in particolare per l’Italia, nello scenario politico, economico, sociale, dopo un decennio in cui è cresciuta meno di tutte le altre economie avanzate». Quali sono i segnali che emergono dall’ultimo quadro congiunturale della regione e, in base ai dati, come vede le prospettive per il 2011? «Dai contorni indeterminati si presenta pure lo scenario della nostra regione. L’Emilia Romagna è un territorio con un sistema imprenditoriale molto reattivo, c’è una buona tenuta dell’econo-
«L’
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mia regionale, ma scontiamo un decennio di non crescita del Paese. Non c’è ancora l’uscita dalla crisi e il 2011 sarà un anno da affrontare con determinazione per preparare al meglio, e gettare le basi, per il vero rilancio, atteso per il 2012. Sarà un fattore chiave l’export: la forza delle esportazioni, che ormai prosegue da alcuni mesi, lascia intravedere una crescita contenuta per il 2011 che, secondo le previsioni, sarà in regione comunque meno debole rispetto al resto dell’Italia». Siamo in una fase cruciale per quanto riguarda gli scenari globali, i modi e i tempi di fare impresa. Quale direzione occorre prendere per uscire dalla situazione contingente e ipotizzare una programmazione di medio e lungo periodo? «Ci muoviamo ancora dentro la fitta nebbia creata dall’incertezza, che ancora non ha consentito di scorgere le risposte ai dubbi sollevati all’esplodere della crisi. Proseguendo con la metafora, non possiamo limitarci ad aspettare che il tempo migliori, per vedere cosa è accaduto, ma sta a noi cambiare le modalità per muoverci velocemente anche in condizioni che sembrerebbero consentire solo la navigazione a vista. Di fronte a ostacoli che hanno origine a livello internazionale e nazionale, non ci siamo mai limitati finora ad allargare le braccia. Come istituzioni del “sistema regione” ci siamo impegnati ad aggiornare le analisi, soprattutto per mettere in campo le strategie e gli interventi operativi per superare la crisi. Da qui occorre
Andrea Zanlari, presidente di Unioncamere Emilia Romagna
Andrea Zanlari
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L’Emilia Romagna è un territorio con un sistema imprenditoriale molto reattivo, ma scontiamo un decennio di non crescita del Paese
partire, dalla forza che l’Emilia Romagna ha sempre mostrato nel tempo. Per continuare a essere una regione a forte vocazione manifatturiera, e proseguire nel cammino di sviluppo che tiene insieme crescita economica e coesione sociale, occorre che tutti gli attori continuino a fare quadrato attorno alle risorse disponibili e a remare nella stessa direzione con la capacità di leggere i problemi». L’internazionalizzazione è una strada obbligata per le imprese della regione. Verso quali mercati indirizzarsi e quali strategie adottare? «L’elemento più positivo di questi ultimi mesi, è proprio l’export che è ripartito. Le imprese hanno, quindi, saputo individuare una delle vie su cui puntare per andare avanti su un percorso difficile dove inventiva, creatività, capacità di innovare, di osare e di rischiare devono avere un supporto adeguato. In questo senso, sono le istituzioni e le associazioni che possono indicare una strategia di sistema, ponendo le basi perché una maggiore e più strutturata presenza all’estero possa essere un volano per lo sviluppo del Paese. La proiezione all’estero, oltre al mercato dell’Europa a 27 che rimane comunque quello principale e consolidato, va spinta so-
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prattutto verso paesi emergenti. Mi riferisco all’area del Med Golfo, vicina e accessibile, ma anche a zone più lontane visto che la competizione si gioca nel mondo globale. Le imprese devono puntare a mercati lontani con prospettive di crescita costanti. Oltre ai cosiddetti Bric (Brasile, Russia, India, Cina), che sono da tempo al centro delle politiche di internazionalizzazione, l’intera America Latina ha notevoli potenzialità: per ragioni di lingua, cultura e tessuto economico, basato soprattutto sulle Pmi. Insomma, le strategie possono essere diverse, l’importante è che si porti il made in Italy nel mondo con la capacità di far comprendere il valore contenuto nelle nostre produzioni di qualità, dove alla tradizione si affiancano elementi di innovazione. Occorre veicolare il made in Italy sui mercati internazionali con messaggi semplici e diretti sul valore dello stile italiano». Su quali priorità lavorare per assecondare il rilancio dell’economia regionale? «Il Tavolo del Patto per attraversare la crisi, pilotato dalla Regione, a cui Unioncamere ha assicurato una convinta partecipazione, indica una strada da seguire. Competitività, sostenibilità, dignità del lavoro e appartenenza al territorio sono le parole chiave per declinare lo sviluppo degli anni a venire. Occorre continuare a lavorare di iniziativa sugli assi fondamentali dell’Emilia Romagna, per un territorio sempre più moderno, sviluppato, competitivo a livello internazionale». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 137
SCENARI
Dall’export parte la ripresa dell’economia regionale Nel 2011 l’Emilia Romagna deve investire sul futuro. Ricerca, innovazione, internazionalizzazione. Anche rafforzando il suo sistema fieristico. Lo spiega l’assessore alle Attività produttive della Regione, Gian Carlo Muzzarelli Francesca Druidi
al rapporto sull’economia regionale, redatto da Unioncamere e Regione Emilia Romagna, emerge come crescita economica e mercato del lavoro non siano oggi così direttamente connessi. Il Pil è in crescita, ma questa tendenza non ha ancora esercitato effetti positivi sull’occupazione che è, invece, in calo nonostante la regione mostri comunque dati occupazionali superiori sia alla media nazionale che a quella della più omogenea ripartizione nord-orientale. «Il problema centrale resta quello di creare nuova occupazione – afferma Gian Carlo Muzzarelli, assessore alle Attività produttive della Regione – e per questo occorre sostenere la ripresa ponendo lo sviluppo su nuove e più solide basi». A incidere in maniera positiva sul quadro economico regionale è soprattutto l’export. Come sostenere ulteriormente il processo di internazionalizzazione delle imprese emiliano romagnole? In quest’ottica, quanto è importante mantenere l’operatività della sede dell’Istituto nazionale per il commercio estero a Bologna?
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«La base di partenza è la presa d’atto che la crisi ha coinvolto in maniera drammatica l’Italia, non marginalmente come troppo a lungo qualcuno ha fatto credere. Essendo la nostra regione particolarmente aperta ai mercati internazionali, la crisi ci ha colpito duramente: oggi però quest’apertura sta offrendo maggiori opportunità di ripresa. Non a caso registriamo un Pil in crescita all’1,5% e l’incremento dell’export, aumentato nei primi 6 mesi del 2010 dell’11,7%: una percentuale che sale addirittura al 17,5% negli ultimi tre mesi. In un contesto di questo tipo, con l’export che sta contribuendo a tenerci a galla, è grave e contraddittorio che si pensi a smantellare l’ufficio Ice a Bologna. Siamo disponibili, invece, a trasferirne immediatamente la sede all’interno degli uffici regionali. Come Regione, del resto, stiamo percorrendo ogni strada per supportare l’internazionalizzazione: abbiamo confermato uno stanziamento complessivo di oltre 11 milioni per il servizio Sportello regionale per internazionalizzazione delle imprese e di altri 5 milioni a favore delle azioni di promozione internazionale delle produzione tipiche e del
Gian Carlo Muzzarelli, assessore Attività produttive, piano energetico e sviluppo sostenibile della Regione Emilia Romagna
Gian Carlo Muzzarelli
mln RISORSE
Ammontare dell’investimento della Regione Emilia Romagna nella Rete per l’Alta Tecnologia
vino, eccellenze emiliano romagnole». Le piattaforme per lo sviluppo economico del territorio regionale sono state individuate nell’agroalimentare, nelle costruzioni, nell’energia e ambiente; nell’Ict e nel design; nella meccanica e nelle scienze della vita. Come sta avvenendo in Emilia Romagna il passaggio dai distretti produttivi a quelli tecnologici?
Stiamo puntando per il futuro dell’Emilia Romagna su ricerca a tutto campo, innovazione dei processi e dei prodotti, tecnologia avanzata
«Queste sei “piattaforme” costituiscono gli assi portanti della rete regionale per l’alta tecnologia, per la quale è in corso un investimento di 240 milioni di euro. Identificano la scelta di fondo per lo sviluppo industriale e strategico della nostra regione. Non si tratta di un intervento qualunque: stiamo puntando il futuro dell’Emilia Romagna su ricerca a tutto campo, innovazione dei processi e dei prodotti, tecnologia avanzata. Sono al lavoro, all’interno di questa rete, 50 laboratori dove ricercatori, molti dei quali giovani e nuovi assunti, stanno creando il futuro. “Il passaggio dai distretti produttivi ai distretti tecnologici”, che è anche il nome di un bando al quale hanno partecipato oltre 1.000 imprese, è parte essenziale del cammino di una regione in cui parte della manifattura dovrà convertirsi, un cammino già in atto». Quali sono le misure previste dalla Regione sul versante dell’occupazione per il 2011? «Il problema drammatico consiste nel fatto che anche in Emilia Romagna la ripresa del Pil non è accompagnata da quella dell’occupazione: stiamo superando anche qui la soglia del 6% di disoccupati. La prima risposta sono stati gli ammortizzatori sociali in deroga, che ci hanno con- EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 141
SCENARI
sentito di tutelare oltre 60mila lavoratori. Abbiamo appena rinnovato l’accordo in materia con il governo per 6 mesi. In attesa di un’organica riforma degli ammortizzatori, dobbiamo ora concordare con il governo due aspetti: l’estensione delle protezioni a tutto il 2012 e ai lavoratori atipici e precari. Il problema centrale resta però quello di creare nuova occupazione, e per questo occorre sostenere la ripresa e porre lo sviluppo su nuove e più solide basi». L’internazionalizzazione riguarda anche il sistema fieristico regionale. Come valuta le prospettive per il 2011? «Abbiamo presentato a fine dicembre il calendario 2011, nella convinzione che il sistema fieristico regionale rimanga uno dei maggiori motori dello sviluppo economico del territorio e delle imprese. Le fiere rappresentano luoghi e momenti strategici per entrare in contatto con nuovi target, posizionarsi sui mercati internazionali e trovare nuovi canali commerciali. Il sistema fieristico dell’Emilia Romagna è la seconda grande piattaforma fieristica italiana e tra i primi a livello europeo. Le prospettive sono quelle di una sempre maggiore apertura al mondo, proseguendo gli sforzi che ci hanno 142 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2011
7 mln IMPORTO
Importo dei progetti di internazionalizzazione per le fiere presentati dalla Regione a governo e Ice
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PROGETTI Numero dei progetti fieristici promossi e cofinanziati dalla Regione nel corso del 2010
portato già ora a ospitare quasi il 25% degli eventi fieristici internazionali in territorio italiano, uno su quattro». In che direzione vanno i progetti delle fiere che attendono un finanziamento? «Nel 2010 abbiamo promosso e cofinanziato 14 progetti fieristici, con un importo pari a 803mila euro su un valore complessivo di circa 2 milioni di euro. Progetti che hanno permesso la valorizzazione internazionale delle filiere produttive emiliano romagnole agroalimentari, agroindustriali, relative ai settori dell’abitarecostruire, dell’automotive, del packaging e delle tecnologie ambientali. In questi giorni attendiamo da Roma la graduatoria definitiva dei progetti fieristici presentati nell’ambito dell’Accordo di Settore 2010 tra Ministero, Regioni, Province, Aefi, Cfi, Cft. La Regione e le società fieristiche dell’Emilia Romagna hanno presentato al Ministero per lo Sviluppo economico e all’Ice ben 23 progetti di internazionalizzazione, per un valore complessivo di circa 7 milioni, destinati a favorire la diffusione in Europa e nel mondo del “brand Emilia Romagna”, delle imprese, e a sostenere la competitività dell’intero sistema».
BILANCIO REGIONALE
Dalla Regione priorità a lavoro e servizi Il Bilancio di previsione 2011 ha risentito, secondo il vicepresidente regionale Simonetta Saliera, della manovra estiva del governo: «Necessario contrastarne gli effetti. E ora via al patto di stabilità territoriale» Riccardo Casini
alvaguardia del potere di acquisto delle famiglie e della competitività delle imprese, infrastrutture e mobilità: sono queste, per la Regione, le priorità di spesa indicate dal Bilancio di previsione 2011, approvato a fine dicembre, e che prevede entrate e uscite per 13.759 milioni di euro. Punti cardine del documento sono il contenimento delle spese per il funzionamento dell’ente (saranno 319 milioni di euro nel 2011, pari al 2,3% del bilancio, con una riduzione dell’8,3% rispetto al 2010), investimenti per attività produttive, commercio e turismo (477 milioni di euro), agricoltura (107 milioni), politiche sociali e servizi per l’infanzia (105 milioni), sanità (150 milioni di fondi regionali a cui aggiungere i 380 provenienti dal Patto per la salute
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Simonetta Saliera, vicepresidente della Regione Emilia Romagna
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e i 415 del fondo per anziani e disabili, senza dimenticare i quasi 8mila del Fsn), istruzione (433 milioni), trasporto pubblico locale e mobilità (oltre mille milioni), casa (410 milioni) e ambiente (oltre 200 milioni). «Il Bilancio di previsione 2011 – commenta Simonetta Saliera, vicepresidente della Regione – è stato il più difficile della storia. Con la manovra estiva, infatti, il governo ha tagliato i trasferimenti agli enti locali: una riduzione di risorse che per l’Emilia Romagna è stata di 346 milioni di euro, destinati a crescere a 390 per il 2012 se non interverranno cambiamenti normativi. Una severa punizione per le Regioni, i Comuni e le Province che arriva benché gli enti locali partecipino solo per il 7% alla produzione del debito pubblico che, per oltre il 90%, è frutto delle amministrazioni centrali dello Stato. In questo quadro la Regione ha voluto contrastare gli effetti recessivi delle politiche del Governo: per essere al fianco di famiglie, imprese e territorio abbiamo fatto scelte selettive e rigorose, mettendo risorse regionali laddove vengono a mancare quelle statali e scegliendo di non introdurre ticket né di incrementare il prelievo fiscale». Come è stato possibile ottenere questo risultato? «Grazie alla buona amministrazione degli anni precedenti, sempre tesa al miglioramento dell’efficienza dell’azione pubblica, e
Simonetta Saliera
Per essere al fianco di famiglie, imprese e territorio abbiamo fatto scelte selettive e rigorose, non incrementando il prelievo fiscale
all’alleanza con il tessuto imprenditoriale e sociale della regione. Per assicurare un futuro alla ripresa abbiamo lavorato su tre scelte di fondo: servizi, lavoro e investimenti. Abbiamo ottimizzato le spese di funzionamento in tutti i settori della macchina amministrativa partendo da consulenze, convegni, enti e aziende partecipate, fino ad arrivare alla riduzione degli stipendi e delle indennità di assessori, presidenti e consiglieri. Poi abbiamo investito sui servizi, dal trasporto pubblico locale al sistema di assistenza e sostegno sociale, e su innovazione, ricerca, internazionalizzazione delle imprese e conoscenza». Come potrà operare sul funzionamento della Regione la riforma federalista i cui ultimi decreti attuativi sono al vaglio del Parlamento? «La strada del federalismo fiscale è ancora lunga. Dopo un lavoro intenso, le Regioni
mld EURO
L’ammontare complessivo delle entrate e delle uscite previste dal Bilancio 2011 della Regione
hanno raggiunto un accordo con il governo sulle norme quadro. I provvedimenti nazionali hanno definito principi che ora devono essere concretizzati e per i quali bisogna trovare le risorse. I finanziamenti ottenuti a dicembre dalle Regioni per il trasporto pubblico locale sono il minimo necessario per far andare avanti il sistema. Quello che ora occorre fare è unire gli sforzi di tutto il Paese per affrontare i nodi per il nostro futuro: lavoro, competitività e sapere». A proposito di federalismo, come si inquadra al suo interno il Patto di stabilità territoriale recentemente approvato? «Il patto fa prevalere un’idea vera di federalismo e rappresenta un salto di qualità politica, tecnica e di responsabilità delle istituzioni regionali. La legge, proposta dalla Giunta, è nata da un lavoro comune con sindacati, imprenditori e autonomie locali. In attesa della realizzazione del processo nazionale di attuazione del federalismo fiscale, l’Emilia-Romagna ha utilizzato le norme statali che regolano il Patto di stabilità interno e scritto un provvedimento di grande utilità perché rende possibili adesso gli investimenti e il pagamento delle opere pubbliche, fungendo da volano per l’economia e l’occupazione». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 145
BILANCIO REGIONALE
Per assicurare un futuro alla ripresa abbiamo lavorato su tre scelte di fondo: servizi, lavoro e investimenti
In che modo? «Si tratta di salvaguardare la qualità dei servizi pubblici, permettendo a Regione ed enti locali di realizzare investimenti strategici adeguati e di poter disporre della flessibilità necessaria grazie a un programma con obiettivi definiti annualmente. L’operazione mette a sistema i 189 Comuni, le 9 Province e la Regione, assoggettati alle regole del Patto di stabilità interno: la Regione si pone come interlocutore unico del ministero dell’Economia e in questo modo si sfruttano tutte le elasticità delle norme vigenti, in modo da liberare risorse che andranno a beneficio del nostro tessuto produttivo». Sempre in ambito di razionalizzazione, quale dovrà essere in futuro il ruolo di enti come le Unioni di Comuni? «La Regione sostiene l’associazionismo tra Comuni in modo da fornire servizi sempre
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Poco coraggio nei settori strategici Marco Lombardi, presidente della commissione Bilancio, attacca le scelte della giunta: «spesa esagerata per la sanità» essun trionfalismo, anzi, Marco Lombardi, consigliere regionale Pdl e presidente della commissione Bilancio, ha definito la manovra 2011 «poco coraggiosa». «Ogni anno – spiega – il bilancio regionale è uguale a se stesso, con semplici aggiustamenti dei singoli capitoli per non scontentare nessuno. Questo non è governare ma “vivacchiare”. Proprio per le difficoltà che la crisi e le esigenze di finanza pubblica ci pongono davanti, quest’anno la Giunta regionale poteva osare di più e proporre interventi più consistenti nei settori strategici. Ad esempio, per l’innovazione e l’internazionalizzazione delle imprese e per il turismo, si potevano aumentare e non ridurre le risorse, semplicemente non sforando di 150 milioni di euro i conti della sanità. Altre regioni, come Lombardia e Toscana, fanno con quanto ricevono dal Fondo sanitario nazionale,
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mentre noi abbiamo scelto da anni di spendere più di quanto ci viene trasferito e di finanziare questa spesa con risorse proprie della Regione, ma non mi risulta che in Lombardia o in Toscana il servizio sanitario sia inferiore al nostro». Come è possibile operare per un contenimento della spesa? «Le risorse in tema di sanità sono enormemente lievitate negli ultimi anni, ma senza una gestione oculata e rigorosa la domanda di sanità è illimitata. La riflessione da fare è che il bilancio della Regione è impegnato per oltre il 60% dalla sanità, perché parliamo di circa 8 miliardi di euro. Ogni piccola razionalizzazione di questo settore si potrebbe invece trasformare in un grande guadagno per la Regione, per investire altre risorse nello sviluppo, nella cultura e nello sport, che tra l’altro previene l’uso del sistema sanitario». Ma cosa risponde a chi sostiene
Simonetta Saliera
migliori per cittadini, imprese e territorio. In Emilia Romagna ci sono già 31 Unioni di Comuni che hanno associato le funzioni. Le nuove tecnologie e la volontà politica degli amministratori rendono oggi possibile gestire in modo associato molte funzioni, dal personale alla ragioneria ma anche urbanistica, edilizia, manutenzione e polizia municipale. Per sostenere gli investimenti di Unioni di Comuni e Comunità montane per dotarsi e potenziare i propri sistemi di governo del territorio, nel 2010 la Regione ha stanziato 4,7 milioni di euro, ai quali vanno aggiunti 2,3 milioni dallo Stato. Inoltre 600mila euro sono stati destinati all’ag-
Marco Lombardi, consigliere regionale Pdl e presidente della commissione Bilancio
che gli enti locali abbiano le mani legate a causa del Patto di stabilità e dei tagli operati dal governo? «Dobbiamo sempre avere presente che i tagli alla spesa e il rigido rispetto del Patto di stabilità sono essenziali per mantenere in ordine i conti pubblici, e che questo è vitale per un Paese come il nostro che deve ciclicamente collocare un enorme debito pubblico sul mercato spendendo il meno possibile in interessi. Poi, se è vero che questi provvedimenti creano problemi ai piccoli Comuni, molto minori sono le conseguenze per la nostra Regione. La Giunta ha fatto un bilancio dicendo di aver subito tagli per 350 milioni di euro, ma poi i tagli ai
giornamento tecnologico degli uffici, con ricadute positive per tutti». Cosa è stato possibile realizzare con queste risorse? «Attraverso le proprie forme associate i Comuni hanno potuto acquisire nuove tecnologie: dal Sigmater (il sistema di interscambio dei dati catastali) ai database topografici, dai sistemi per l’edilizia e la fiscalità a quelli per la digitalizzazione dei piani urbanistici. Nel 2011, nonostante le difficoltà imposte dai tagli del governo, intendiamo investire ancora nell’associazionismo di Comuni: 5 milioni per i servizi e 2 per l’innovazione tecnologica».
soggetti finali sono stati molto inferiori, a dimostrazione che il margine di manovra del bilancio regionale è molto ampio. Da ultimo, non va dimenticato che gli scorsi anni la Regione ha rispettato il Patto di stabilità anche con 200 milioni di euro di saldo attivo, il che significa che con una gestione più monitorata poteva spendere altri 200 milioni». Tra le linee guida del bilancio figura il contenimento delle spese di funzionamento dell’ente. Va in questa direzione la riduzione dell’indennità dei consiglieri regionali approvata a dicembre all’unanimità? «Era un segnale che andava dato ai cittadini della nostra Regione, e lo abbiamo dato tutti assieme. Non bisogna però cadere nel facile qualunquismo. Le indennità dei consiglieri emilianoromagnoli sono le più basse d’Italia, rappresentano una piccola goccia nel bilancio regionale e consentono di svolgere con dignità un ruolo importante a cui siamo chiamati direttamente dagli elettori con il voto di preferenza. Facciamo leggi importanti per la vita di oltre 4 milioni di persone e credo che a loro interessi di più la qualità del lavoro che non il nostro stipendio soprattutto se, come nel nostro caso, restiamo entro
limiti assolutamente accettabili. Gli sprechi della politica sono altri, e consiglieri competenti e adeguatamente attrezzati dal punto di vista culturale e professionale possono essere utili a evitarli». Ma come potrà agire sul funzionamento della Regione Emilia Romagna la riforma federalista? «Il federalismo “arruffone” introdotto dalla sinistra ha aumentato la spesa pubblica ponendola fuori controllo, in quanto trasferiva competenze e risorse senza che i nuovi titolari della spesa rispondessero responsabilmente del loro operato in quanto ogni ripianamento era sempre a carico dello Stato. Una corretta riforma federalista, graduale e solidale, sarà finalmente in grado di collegare responsabilità di spesa e potere impositivo. Inoltre consentirà di comparare spese e qualità del servizio tra le Regioni, permettendo così ai cittadini di valutare i propri amministratori. Nel caso dell’Emilia Romagna poi credo che il federalismo sarà molto utile per aumentare la dose di sussidiarietà vera e non indotta, eliminando così quelle sacche di sprechi e di clientelismo che ancora si annidano nel nostro sistema sociale ed economico».
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IMPRESE STRANIERE
Verso un’economia multietnica, ma attenti alla concorrenza sleale! reso atto della crisi che ha investito tutti i comparti commerciali, è tempo di ripartire. «Alle imprese commerciali della nostra regione verrà richiesto un forte sforzo d’innovazione, che dovrà inevitabilmente trovare risposta nel mondo politico e associativo». Questo il punto di vista di Ugo Margini, presidente Confcommercio Emilia Romagna, che non percepisce come una minaccia la forte presenza d’attività di proprietà straniera. «Non possiamo nascondere che, spesso, i nuovi titolari stranieri possono accedere a risorse per lo start up che non sono invece alla portata ai commercianti “nostrani”, ma – rileva il presidente – non è neppure corretto cercare di definire in poche parole le ragioni di un fenomeno che ha origini e implicazioni complesse per la nostra economia».
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Innovare per rilanciare il comparto commerciale. Questo il punto di vista di Ugo Margini, presidente Confcommercio Emilia Romagna che guarda anche a una politica d’integrazione senza rinunciare alla tradizione e alla qualità del commercio “nostrano” Nike Giurlani
Qual è lo stato di salute del commercio in regione? «Il commercio risente ancora, anche se in maniera più contenuta, degli effetti della crisi del 2009, e vive tuttora una fase di faticosa “convalescenza”, accompagnata nel corso di quest’anno da una modesta ripresa dei consumi delle famiglie, anche se un vero rilancio si farà ancora attendere. Il calo dell’occupazione, in particolare di quella autonoma, è il segnale evidente del perdurare di uno stato di difficoltà da cui il comparto non può dirsi ancora del tutto uscito. L’incremento del ricorso agli ammortizzatori sociali in deroga ha consentito un sostegno al settore per tutto il 2010. Siamo convinti del valore indispensabile di questo strumento, per il quale sono state individuate risorse anche per il prossimo anno e come Confcommercio regionale continueremo a lavorare per consentire la definizione di nuovi strumenti di sostegno sempre più vicine alle caratteristiche delle imprese del commercio e dei servizi». Quali i settori che hanno risentito maggiormente della crisi economica? «In ambito settoriale è emerso un andamento piuttosto omogeneo: per la prima volta nessun ramo d’attività è risultato esente da cali. Il
A sinistra, Ugo Margini, presidente di Confcommercio Emilia Romagna
Ugo Margini
L’incremento dell’imprenditoria straniera è una conseguenza, attesa, della progressiva apertura dei mercati
commercio regionale tuttavia, almeno sul fronte della numerosità delle imprese, presenta un andamento tutto sommato positivo, che evidenzia una buona propensione all’imprenditorialità di settore: le imprese commerciali in regione nel 2010 hanno superato le 96mila unità, con un lieve incremento (+0,3%) rispetto all’anno precedente. Un dato che, nonostante il perdurare della generale incertezza nell’economia regionale, quantomeno
conferma una certa stabilità nel settore, soprattutto se raffrontato con il saldo negativo registrato a livello nazionale di circa 25mila imprese». Per quanto riguarda i comparti specifici? «Le maggiori sofferenze sono vissute dalla piccola distribuzione, in particolare quella non alimentare, che ha scontato in maniera prevalente il calo dei consumi degli ultimi mesi. Credo che oggi sia il caso di riflettere sulle modalità con cui gli esercizi commerciali potranno effettivamente superare questa crisi, analizzando quali dei cambiamenti intervenuti in questa fase rimarranno come strutturali e quali invece verranno riassorbiti una volta risolta la congiuntura negativa. Quel che è certo è che alle imprese commerciali della nostra regione verrà richiesto un forte sforzo d’innovazione, che dovrà inevitabilmente trovare risposta nel mondo politico e associativo». Tra le attività commerciali dell’Emilia Romagna si è registrato un forte aumento di quelle di proprietà straniera, quali le cause di questo boom? «Credo sia importante andare oltre i luoghi comuni che molto spesso accompagnano le risposte a questa domanda. Le difficoltà di gestione, l’incremento dei costi, la concorrenza EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 151
IMPRESE STRANIERE
con la grande distribuzione, la riduzione dei nel commercio al dettaglio dell’Emilia Romargini di guadagno e le implicazioni della liberalizzazione sono certamente elementi tangibili di un disagio che accompagna, in generale, tutte le attività commerciali. Non possiamo nascondere che, spesso, i nuovi titolari stranieri possono accedere a risorse per lo start up che non sono invece alla portata ai commercianti “nostrani”; tuttavia non è neppure corretto cercare di definire in poche parole le ragioni di un fenomeno che ha origini e implicazioni complesse per la nostra economia, anche in considerazione della capacità di travalicare i confini “etnici” per fornire un servizio necessario a tutta la cittadinanza. L’incremento dell’imprenditoria straniera è una conseguenza - attesa - della progressiva apertura dei mercati, che va correttamente gestita al fine di evitare fenomeni di concorrenza sleale all’interno dei nostri settori con l’obiettivo di preservare le caratteristiche, la qualità e la riconoscibilità della nostra offerta regionale». Tra queste, quali quelle più rilevanti per provenienza geografica dei proprietari e tipologia merceologica? «Secondo recenti dati di Unioncamere regionale, le nazioni straniere più rappresentate 152 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2011
magna sono risultate il Marocco e la Cina, che rappresentano, assieme, circa il 38 per cento delle cariche straniere e il 4,5 per cento di quelle totali. Per quanto riguarda la tipologia merceologica, sono le attività alimentari al dettaglio le più interessate dal fenomeno. Le nostre associazioni sono evidentemente chiamate a fornire supporto e assistenza alla nuova imprenditoria straniera, che comincia a rappresentare una percentuale potenzialmente interessante all’interno di alcuni territori; un compito importante a cui è chiamata tutta la nostra organizzazione, che contribuisce in questo caso a rendere un servizio non solo economico, ma anche sociale, per il territorio, tutelando la tradizione e la qualità del nostro commercio e garantendo l’integrazione dei nuovi operatori nel tessuto commerciale esistente. Altro punto essenziale è poi quello della formazione degli operatori stranieri, che costituisce un aspetto rilevante delle politiche d’integrazione. Si tratta di un incarico assolutamente impegnativo che oggi viene in gran parte assolto, in maniera pressoché spontanea, proprio dalle associazioni di rappresentanza come la nostra».
Giorgio Pighi
Cittadini e imprese verso l’integrazione «L’impegno del Comune è favorire l’integrazione delle imprese gestite da stranieri nel sistema locale di regole e rappresentanze», rileva il sindaco Giorgio Pighi. Obiettivo? Garantire che il loro operare avvenga in un clima di legalità Nike Giurlani
aumento di stranieri nella provincia di Modena, che ha portato anche all’apertura di numerose attività commerciali e artigianali, ha innescato alcune preoccupazioni da parte del mondo politico. Cosa ne sarà dell’imprenditoria italiana in futuro? Il primo cittadino di Modena non si sottrae alla risposta e minimizza la questione: «il 91,5% delle imprese è saldamente in mano a italiani e Modena da sempre ha un tessuto economico vitale e molto diffuso e un Pil con percentuali alte, nonostante la crisi» spiega Giorgio Pighi. I dati numerici sembrerebbero quindi contenere gli allarmismi. Inoltre, le realtà presenti sono soprattutto piccole imprese «6 su 10 hanno un fatturato annuo inferiore ai 100 mila euro e in larga misura effettuano lavorazioni per conto del sistema manifatturiero locale» conclude il sindaco. In Emilia Romagna e, in particolare a Modena, si è registrato un forte aumento delle attività commerciali e artigianali di proprietà straniera, quali le cause? «A Modena e provincia, l’aumento delle imprese guidate da stranieri - oltre 6mila nel 2009 pari all’8,5% del totale - segue l’aumento della popolazione residente di origine straniera, che nel 2009 in città si attestava al 13,6% mentre in provincia
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all’11,9%. Ciò significa una migliore e maggiore integrazione se si considera che questi nuovi imprenditori, la metà dei quali ha meno di 40 anni, per l’80 per cento sono residenti a Modena da almeno 10 anni». Quali sono le attività più diffuse? Di quale nazionalità sono in prevalenza i proprietari? «Si tratta soprattutto di piccole imprese - 6 su 10 hanno un fatturato annuo inferiore ai 100 mila euro - che in larga misura effettuano lavorazioni per conto del sistema manifatturiero locale. I settori d’attività maggiormente coinvolti sono costruzioni, commercio, manifatturiero, alloggio, ristorazione e agricoltura. La provenienza dei titolari non comunitari per aree geografiche mostra che il 31,2% è originario dell’Africa settentrionale, il 27,9% di Asia e Medio Oriente, il 26,3% dell’Europa extra Ue, l’8,1% del Centro e Sud America». Da parte del mondo politico è emersa una forte preoccupazione per questo boom, soprattutto alla luce dei dati della ricerca Nomisma sulla diffusione d’imprese straniere in provincia di Modena. Qual è la sua posizione al riguardo? Il
A sinistra, il sindaco di Modena, Giorgio Pighi
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IMPRESE STRANIERE
L’impegno del Comune è favorire l’integrazione delle imprese gestite da stranieri nel sistema locale di regole e rappresentanze
comparto industriale modenese in futuro sarà gestito in maggioranza da stranieri? «Il 91,5% delle imprese è saldamente in mano a italiani e Modena da sempre ha un tessuto economico vitale e molto diffuso e un Pil con percentuali alte, nonostante la crisi. Sono i numeri, in primo luogo, a dire che la preoccupazione che gli stranieri prendano il timone dell’economia locale è una forzatura oltre che un modo per creare inutili allarmismi e dipingere la realtà come non è». Come il Comune sta facendo fronte a questa situazione e più in generale quali le iniziative per sostenere le attività commerciali e artigianali in questo delicato momento economico? Sono previsti lo stesso tipo di finanziamenti e incentivi? «Per tutti i servizi e anche per i finanziamenti e gli incentivi alle realtà economiche il riferimento è sempre la Costituzione, che 154 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2011
8,5%
STRANIERE Il numero delle imprese guidate da stranieri a Modena e provincia nel 2009. Si tratta soprattutto di piccole imprese, 6 su 10 hanno un fatturato annuo inferiore ai 100 mila euro
31,2 % AFRICA È la percentuale di titolari di imprese o attività commerciali che proviene dal continente africano. Seguono Asia e Medio Oriente con il 27,9%, Europa extra Ue con il 26,3% e Centro e Sud America con l’8,1%
promuove il lavoro e garantisce libertà d’impresa nel rispetto di regole valide per tutti. L’impegno del Comune è favorire l’integrazione delle imprese gestite da stranieri nel sistema locale di regole e rappresentanze, anche attraverso il sostegno alla Camera di commercio che lavora attivamente per la qualità complessiva del sistema. Siamo per un’integrazione che non solo faciliti la partecipazione delle imprese guidate da extracomunitari alla vita economica del territorio, ma garantisca il loro operare in un clima di legalità. Attraverso l’agenzia Modena Formazione e le associazioni imprenditoriali locali stiamo costruendo moduli formativi per la conoscenza e il rispetto delle regole, invitando anche le imprese straniere a entrare in contatto con le rappresentanze economiche già attive sul territorio».
IMPRESE STRANIERE
Commercio e industria, è allarme stranieri a cronaca, oltre che le statistiche, confermano l’aumento costante, anche in tempo di crisi economica ed occupazionale, degli stranieri e delle imprese gestite da stranieri sul territorio regionale». Questa la problematica sollevata dal consigliere regionale del Pdl, Andrea Leoni. Tra le cause, l’esponente del Pdl modenese indica «le politiche multiculturali delle amministrazioni di sinistra che hanno favorito, e spesso privilegiato, l’apertura d’attività etniche e la loro proliferazione e la carenza dei doverosi controlli, che invece sono spesso molto pressanti per imprese nostrane, ha contribuito a questa esplosione». In questo modo, «si sono creati veri e propri ghetti etnici anche nel campo del commercio e dell’industria. I dati confermano che il distretto di Carpi dell’abbigliamento rischia di subire, nel giro di pochi anni, le sorti di Prato». Il problema, secondo il consigliere del Pdl, sta anche nel fatto che, invece di «pretendere la conoscenza della lingua italiana e delle regole vigenti nel nostro Paese si opta per pratiche che non danno vera integrazione, basti pensare – conclude – che a Modena l’amministrazione comunale ha promosso guide in lingua per
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«Crescita esponenziale e incontrollata delle attività straniere e mancanza di una politica locale in grado di arginare prevenire e soprattutto governare questa situazione». Il punto di vista del consigliere regionale del Pdl, Andrea Leoni Nike Giurlani
imprenditori stranieri che gestiscono negozi o attività commerciali e non conoscono l’italiano». Lei crede che l’economia locale nel giro di pochi anni possa essere soppiantata da quella gestita da stranieri? «Se i ritmi di crescita rimarranno tali, credo di sì. Purtroppo finora non c’è stata nessuna politica locale in grado di arginare prevenire e soprattutto governare questa crescita esponenziale ed incontrollata. Già oggi, in città come Modena, ci sono intere aree dove le imprese straniere hanno ampiamente soppiantato le imprese di proprietà o gestite da italiani. Per esempio nei pressi della stazione dei treni. Una situazione che sta creando una forte conflittualità sociale, oltre che degrado ed insicurezza. Le attività etniche spesso sono frequentate solo da persone straniere e la cronaca ha confermato come in esse il tasso d’illegalità e d’irregolarità sia molto elevato». I dati diffusi da Unioncamere, relativi al terzo trimestre 2010, attestano che le imprese manifatturiere regolari di proprietà cinese sarebbero 560 in provincia di Modena. A fronte del grande aumento delle ditte regolari, lei sostiene che «la cronaca da anni conferma una grande diffusione d’attività irregolari soprattutto nell’ambito della maglieria». Per questo motivo ha chiesto
A sinistra, il consigliere regionale del Pdl Modena, Andrea Leoni
Andrea Leoni
alla Giunta regionale di andare più a fondo. Quali sono state le risposte che ha ricevuto? «Le risposte fornite dalla Regione alle mie ultime interrogazioni sul tema confermano la preoccupante fotografia tracciata dalla recente indagine Unioncamere. La proliferazione delle ditte cinesi nel settore della maglieria nella provincia di Modena non ha conosciuto tregua. Nel 2005 erano 653 le ditte cinesi regolari presenti su tutto il territorio regionale, oggi ce ne sono 560 nella sola provincia di Modena. Le ditte individuali cinesi, già nel 2005, costituivano il 91,6% del totale delle ditte con titolari extracomunitari, nel settore del “confezionamento di vestiario e preparazione pellicce”. In risposta alla mia ultima interrogazione l’assessore regionale Muzzarelli ha confermato le recenti valutazioni espresse del ministro del lavoro e delle politiche sociali a una interrogazione parlamentare posta sullo stesso argomento dall’onorevole Isabella Bertolini del Pdl. La Regione, oltre a confermare l’alto tasso di ditte totalmente irregolari e formalmente inesistenti, che per la Cna superebbero anche quelle regolari, ha riscontrato nu-
merose irregolarità anche nelle ditte iscritte al registro imprese». Che cosa è emerso dai controlli effettuati dalle commissioni regionali e provinciali per l’artigianato? «È stato confermato che la maggioranza di queste non erano nemmeno iscritte, come prescritto per legge, all’albo delle imprese artigiane. I controlli nelle ditte regolarmente registrate hanno poi evidenziato in diversi casi che diverse aziende erano fittizie, prive di titolare e di laboratori. In Emilia Romagna, nel corso del 2009, gli ispettori Inps hanno riscontrato 656 lavoratori in nero e circa il 75% di questi riguardava aziende cinesi. Si tratta di un realtà drammatica a fronte della quale il governo, con la direttiva del 7 luglio scorso del ministro Sacconi, ha già messo in campo una straordinaria e capillare attività di controllo e vigilanza. È chiaro che tutti, anche a livello locale, devono fare la propria parte per sconfiggere questo che non esito a chiamare un “cancro” per la nostra economia». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 157
FEDERICA GUIDI
GIOVANNI TAMPIERI
Presidente di Confindustria Giovani
Presidente di Confindustria Ravenna
CONFINDUSTRIA
Eliminare le rigidità per tornare competitivi Tecnologia, investimenti e innovazione, anche nelle relazioni industriali, sono per Federica Guidi, presidente dei giovani imprenditori di Confindustria, le parole chiave con cui determinare e costruire l’impresa di domani. Continuando a lavorare su flessibilità e fiscalità Francesca Druidi n pochi anni è drasticamente mutato il modo di fare impresa. E lo scenario economico mondiale ha imposto cambiamenti - complice la crisi - con un’accelerazione che non si era mai verificata prima. Come sarà, dunque, l’impresa del futuro? È quanto hanno provato a domandarsi i giovani imprenditori di Confindustria al convegno di Capri l’ottobre scorso. Al cenFederica Guidi, tro del dibattito, una riflessione presidente dei giovani sul tessuto imprenditoriale itaimprenditori di Confindustria liano e sulla necessità di im-
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prontare un reale cambio di marcia, imboccando la strada dell’innovazione. «È l’impalcatura di regole che ormai è rigida, vecchia e obsoleta e va cambiata», asserisce Federica Guidi. A Capri ha evidenziato l’urgenza di realizzare riforme decisive per il nostro Paese, soprattutto in relazione al mercato del lavoro. Di fronte ai preoccupanti dati relativi alla disoccupazione, in particolare quella giovanile, quali risposte può dare la politica, ma anche il sistema imprenditoriale italiano? «Questo è senza dubbio uno dei grandi temi che ci troveremo ad affrontare nei prossimi anni. La disoccupazione giovanile identifica una grande preoccupazione per chi fa il nostro mestiere, per il mondo politico e per chi naturalmente è giovane e si proietta oggi sul mercato del lavoro. Stabilire cosa fare per risolvere questo fenomeno non è banale. Esistono alcuni problemi che tendono a legarsi, ma che sono di fatto di natura differente. Il primo è un problema di competenza dei giovani: sono in molti a non aver centrato il proprio percorso di studio. Ciò non va imputato a una cattiva volontà, ma a un sistema scolastico che ha spesso dato false illusioni circa percorsi formativi che si presumeva potessero avere sbocchi professionali che, invece, non hanno avuto». Ha fiducia nei confronti delle riforme che su questo fronte ha realizzato e sta realiz-
Federica Guidi
zando il governo? «Le riforme improntate dal ministro Gelmini, senz’altro perfettibili, in parte risolvono le criticità esistenti e procedono nella giusta direzione. Certo, serve tempo affinché le cose si sedimentino, ma sono convinta che la formazione sia una delle ragioni per cui i giovani dai 18 ai 30 anni sono penalizzati e preoccupati di fronte alla prospettiva del proprio futuro. C’è poi un ulteriore nodo critico legato alle condizioni generali, al contesto economico e industriale, alla perdita di competitività del nostro Paese. Anche in questo caso, qualcosa è stato fatto. Il contratto di apprendistato, che il ministro Sacconi ha recentemente implementato, rappresenta uno degli strumenti più utili, di cui qualche anno fa non potevamo disporre. Nessuna di queste misure è comunque risolutiva in assoluto». Cosa manca? «Se lo Stato riuscisse ad attuarla, la leva fiscale potrebbe essere un incentivo per le imprese. L’altro grande tema è quello della flessibilità in
uscita, un altro nodo che va risolto, se guardiamo alla realtà in maniera pragmatica, senza ideologie. Vedo, a ogni modo, il bicchiere mezzo pieno. Non è vero che non è stato fatto nulla. Le riforme della scuola e dell’università, il contratto di apprendistato inserito in una serie di misure che il ministro Sacconi ha recentemente riproposto, sono dei buoni strumenti che vanno nella direzione giusta. Sul fronte fiscale e della flessibilità in uscita, siamo però ancora indietro. Qualcosa si muove, ma il percorso è ancora lungo». Quali innovazioni serviranno al nostro sistema industriale per fronteggiare il mondo che cambia? «Se escludiamo ciò che attiene al sistema econo- EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 163
CONFINDUSTRIA
Le riforme dell’istruzione e dell’università improntate dal ministro Gelmini senz’altro sono perfettibili, ma ritengo procedano nella giusta direzione
mico, politico e industriale in generale, tecnologia, innovazione e investimenti, anche da parte del settore pubblico, sono leve fondamentali, pur tenendo conto dell’indebolimento che le aziende hanno subito negli ultimi due anni a causa di quello tsunami che abbiamo avuto nel 2009». Legge positivamente la nuova pagina di relazioni industriali che si sta scrivendo in Italia in questo momento? «Più che un giudizio positivo o negativo, posso dire che siamo arrivati al punto. Proprio al mio debutto da presidente del movimento dei giovani imprenditori, in occasione del primo convegno nel 2008, parlammo di contratti ad personam, dove si sottolineava che la cornice del contratto nazionale collettivo era troppo rigida e farraginosa e che ci doveva essere spazio per un contratto di secondo livello che si potesse realmente discutere nel merito di alcuni aspetti. Aspetti che, invece, erano esclusi dalla contrattazione proprio a causa di questa impalcatura troppo rigida. Arrivammo a proporre una provocazione culturale, parlando di questo contratto tagliato su misura sulle esigenze delle imprese. Si trattava di una provocazione, però noi imprenditori abbiamo interpretato quello che sta 164 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2011
succedendo oggi». È un segno dei tempi. «Sì, ciò che sta cercando di portare avanti la Fiat non è sbagliato; buono o cattivo, è utile al sistema industriale odierno, perché è quello di cui ha bisogno. La Fiat, in virtù della sua dimensione industriale, fa molto rumore, ma le necessità che sussistono dietro alla ricerca di questi compromessi e accordi faticosi è trasversale: servono alla Fiat, ma anche a tutte le imprese italiane. Molte aziende stanno, da anni, cercando faticosamente di trovare all’interno degli stabilimenti soluzioni che consentano di recuperare efficienza, attuando mediazioni complesse che comportano sacrifici per tutti. Ai lavoratori si chiedono delle regressioni rispetto a una serie di diritti che, in qualche caso, ritengo fossero ormai ridondanti, guardando alle condizioni generali. È il senso della realtà dei tempi». Le istanze delle giovani generazioni e, quindi, anche dei giovani imprenditori non sono sempre sufficientemente ascoltate e tu-
Federica Guidi
telate dalla classe politica. Come arginare questa divergenza di visione e di interessi? «Non so affermare con certezza se tali istanze non siano sempre realmente tutelate. Ad esempio, la riforma Gelmini è stata contestata, ma ci sono anche tanti giovani che, invece, ne riconoscono i vantaggi. Non credo che la classe
politica sia sempre così sorda. È evidente che oggi il mondo giovanile soffre perché il nostro Paese vive una situazione di difficoltà. I giovani, senza un piano importante di riforme, possono facilmente essere considerati una parte debole. Nel mondo del lavoro oggi esiste una sproporzione, una sperequazione, tra chi già c’è, e quindi ha tutele e diritti, e chi invece non ne ha perché nel mondo del lavoro non c’è ancora o ci sta per entrare. È l’impalcatura di regole che ormai è rigida, vecchia e obsoleta e va cambiata. Non è in assoluto sbagliato quello che avevamo, è che non è più sostenibile. E i giovani ne fanno le spese perché - al di là di tutte le migliori intenzioni - si scontrano con una serie di rigidità che il sistema ha ormai incamerato». Cosa fare allora? «Allora, più che dare false speranze o illusioni, è meglio cercare di realizzare un piano rigoroso, serio, ma anche realistico per attuare una serie di modifiche, una serie di riforme. Partendo da quelle dell’istruzione che costituiscono un segnale forte di cambiamento». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 165
CONFINDUSTRIA
Ravenna accoglie il futuro tecnologico Giovanni Tampieri rilancia il ruolo di Confindustria Ravenna come incubatore di iniziative a favore dell’innovazione. Grazie a ricerca e trasferimento tecnologico, le imprese locali guadagnano terreno e credibilità Paola Maruzzi
icerca e innovazione, due campi vitali per risollevare le sorti dell’economia nazionale e che, nonostante se ne parli in continuazione, non possono permettersi il lusso di rimanere mera retorica specie in un periodo in cui si chiede competitività. Per scansare ogni dubbio, Giovanni Tampieri, presidente degli industriale ravennati, ritorna con convinzione sul ruolo strategico dei tecnopoli di Ravenna e Faenza, che hanno come principale obiettivo quello di canalizzare le risorse e facilitare il trasferimento tecnologico. A beneficarne sono le pmi e tutto l’universo economico che gravita attorno alla nautica, all’information technology, alla green economy e ai nuovi materiali. I linguaggio dei mercati inizia a “svecchiarsi”, a patto che venga colmato il gap del digital divide. Riflettori puntati, dunque, sulle imprese locali che tengono il passo. Per gli industriali di Ravenna il 2011 si apre con una bella iniziativa, Excelsa, che sembra dare nuovo coraggio alle imprese.
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«Excelsa Confindustria Ravenna Award, si svolgerà ad aprile nell’ambito del progetto Ravenna2030. Ci tengo a chiarire che non si tratta di un premio, ma di una rassegna che vuole puntare i riflettori sulle imprese produttrici di beni e servizi, quali motori trainanti dell’economia e quindi della società. Perché dobbiamo essere tutti consapevoli che la ricchezza prima deve essere prodotta, e questo le fanno le nostre imprese, e poi va distribuita. Excelsa ha l’ambizione di essere un riconoscimento al settore produttivo e alle tante eccellenze del nostro territorio, che permettono a diversi settori di primeggiare nel proprio ambito di riferimento, nazionale e internazionale». Il progetto dei tecnopoli di Ravenna e Faenza ha destato interesse da parte delle istituzioni locali. Qual è la loro funzione strategica? Quale possibile ricaduta sulle imprese locali? «I tecnopoli saranno un’importante occasione per accrescere il tasso tecnologico e scientifico del territorio, incrementando così quelle numerose realtà industriali e artigianali connesse alla nautica, all’information technology, alla green economy e ai nuovi materiali. Diventa, infatti, sempre più fondamentale promuovere l’innovazione e il trasferimento tecnologico alle imprese, con il rafforzamento dell’azione di indirizzo e sostegno economico
Giovanni Tampieri, presidente Confindustria Ravenna
Giovanni Tampieri
L’avvio dei tecnopoli deve rappresentare un effettivo inserimento di Ravenna e della sua provincia nella rete dell’alta tecnologia regionale
agli enti deputati a queste attività. L’avvio dei tecnopoli, in stretta sinergia con gli enti, le strutture e le esperienze già presenti sul territorio, deve rappresentare un effettivo inserimento di Ravenna e della sua provincia nella rete dell’alta tecnologia regionale, con una reale ricaduta positiva sull’intero tessuto economico provinciale». Altra forma di innovazione indispensabile è quella digitale. A che punto è la diffusione della banda larga? «In Emilia Romagna è discreta, ma rimangono aree poco servite. In generale, serve una forte rete di infrastrutture materiali e immateriali per lo sviluppo, a partire da una nervatura moderna ed efficiente che metta le nostre imprese in connessione con le grandi reti di comunicazione europee e internazionali, ponendoci così alla pari dei Paesi più avanzati. Si tratta di sviluppare le reti infrastrutturali per la mobilità di persone e merci, e creare le condizioni per un più diffuso utilizzo della banda larga da parte di cittadini e imprese».
Cosa state facendo per ridurre il digital divide? «La nostra associazione da tempo si è attivata per colmare questo gap, convinta che occorre creare le condizioni per un più diffuso utilizzo della banda larga da parte di cittadini e imprese, considerando gli investimenti in infrastrutture immateriali di importanza pari a quelli in infrastrutture materiali. Da parte nostra, per monitorare la diffusione e l’utilizzo delle infrastrutture di comunicazione, i servizi connessi e il loro grado utilizzo è stato condotto un sondaggio tra tutte le aziende associate, promosso dalla commissione Terziario, Innovazione e Tecnologia di Confindustria Emilia Romagna presieduta da uno dei nostri vicepresidenti, Andrea Farina. In base ai risultati, presenteremo soluzioni e provvedimenti correttivi alla Regione, che si è già impegnata, su sollecitazione dell’associazione, a inserire tra le priorità per i prossimi investimenti proprio la riduzione del divario digitale». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 167
INNOVARE PER CRESCERE
Progetti mirati allo sviluppo delle imprese egli ultimi due anni la Regione – sostiene Paolo Bonaretti, direttore generale Aster – ha aggiunto alle competenze dei nostri laboratori, 500 nuovi ricercatori per quanto riguarda la rete alta tecnologia e 1200 che si occupano di ricerca dal punto di vista delle imprese. Sono 337 i progetti attivati in aggiunta al finanziamento pubblico della rete, per un valore di circa 33 milioni di euro. Di questi progetti, 147 sono finanziati da enti regionali, nazionali e internazionali, mentre 190 sono interamente sostenuti dalle imprese. La crescita di questi contratti anche in tempo di crisi è stata costante e ci consente di affermare che le nostre imprese continuano comunque a investire». Come si concretizza l’attività di coordinamento dello sviluppo della ricerca industriale da parte di Aster? «Si concretizza innanzitutto attraverso la sua ragione sociale, in quanto Aster è un consorzio di sette associazioni di imprenditori quali Confindustria, Api, Confcommercio, Cna, Confartigianato, Confcooperative e LegaCoop, sei università e gli enti di ricerca con la partecipazione della Regione. Abbiamo organizzato la nostra attività in due grandi aree di intervento, la prima è la costruzione della rete alta tecnologia che si organizza in sei piattaforme tecnologiche, ovvero l’alta tecnologia meccanica, agroalimentare, in-
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Coadiuvare le iniziative di ricerca e innovazione per le imprese, è uno dei compiti di Aster, la società consortile che coordina azioni per lo sviluppo del sistema produttivo in Emilia Romagna. Paolo Bonaretti illustra le attività in corso Nicolò Mulas Marcello
formation technology, scienze della vita, energia e ambiente, e costruzioni all’interno delle quali sono presenti laboratori che mettono assieme le competenze dei vari soggetti di cui parlavo prima. In totale sono 37 laboratori per 37 imprese. Ma le aziende coinvolte in progetti e attività sono molte di più e il lavoro consiste nel costruire scenari per le imprese dell’Emilia Romagna. In queste sei aree vengono identificati settori e sottosettori per ciascuno dei quali sono delineati programmi per lavorare sulle tecnologie, organizzazione, innovazione e risorse umane. La seconda attività consiste nello sviluppare un contatto diretto tra i laboratori e il maggior numero di imprese sul territorio. A tal fine stiamo organizzando incontri per capire i fabbisogni delle imprese del territorio. Inoltre, su internet si può trovare un catalogo delle competenze tecnologiche esistenti sul territorio». Alla fine del 2009 il ministero per lo Sviluppo economico ha istituito il fondo nazionale per l’innovazione mettendo a di-
Paolo Bonaretti, direttore generale Aster
Paolo Bonaretti
Il primo aspetto su cui puntare in tempi di crisi è quello delle risorse umane. Non solo attraverso interventi pubblici ma anche privati
sposizione 60 milioni di euro. A un anno dall’attuazione di questo intervento qual è la situazione? «In un momento in cui la finanza pubblica sta attraversando un momento difficile, questo può essere un punto di riferimento. Ma più che un effetto sistemico, questo tipo di intervento ha un effetto di traino su alcune questioni importanti come quella della valorizzazione dei brevetti. È chiaro comunque che l’effetto che ci si aspetta dal fondo è finalizzato
337 PROGETTI
Il numero di progetti in corso attivati nei laboratori da parte di Aster per lo sviluppo e l’innovazione d’impresa
a quella che noi riteniamo essere una parte importantissima delle imprese che è quella della media impresa competitiva sui mercati internazionali. In tal senso quindi c’è bisogno di più capitali di rischio e di interventi». Quali ulteriori interventi pubblici dovrebbero secondo lei essere posti in atto per coadiuvare l’innovazione nelle imprese? «Il primo aspetto su cui puntare in tempi di crisi è quello delle risorse umane. Non solo attraverso interventi pubblici ma anche privati. Ciò che si può fare è catalizzare le risorse pubbliche e private e delle comunità come fondazioni e camere di commercio, per valorizzare l’inserimento di capitale umano attraverso progetti di ricerca e innovazione delle imprese anche nel campo della sanità. Noi negli ultimi anni su questo aspetto stiamo coinvolgendo più di 3000 giovani in progetti di ricerca e creando imprese. Le stime degli economisti dicono che alla lunga il 20% delle imprese manifatturiere non riuscirà nei prossimi 10 anni a sostenere la competizione, pertanto abbiamo bisogno di introdurre nuova linfa all’interno del sistema produttivo. La creazione di impresa si basa soprattutto sul capitale umano quindi occorre dare la possibilità ai giovani di sviluppare tecnologie e prodotti che possono dare vita a nuove imprese anche in settori differenti da quelli tradizionali». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 171
La creazione di impresa si basa soprattutto sul capitale umano quindi occorre dare la possibilità ai giovani di sviluppare tecnologie e prodotti
Le ragioni dell’innovazione Garantire che gli interventi per lo sviluppo della ricerca vadano a buon fine è il primo passo per generare innovazione
Qual è il quadro generale delle imprese emiliane romagnole per quanto riguarda la propensione all’innovazione? «Abbiamo due benchmark di riferimento, quello europeo e quello italiano. Nel quadro nazionale la situazione è buona, per quanto riguarda la produttività negli ultimi 10 anni è cresciuta molto di più che nel resto del paese. Anche dal punto di vista dell’innovazione gli investimenti, sia nella ricerca che nel capitale umano, sono superiori alla media italiana. Ciò che preoccupa è il raffronto con lo scenario europeo dove il rapporto con i paesi competitori soffre di minori investimenti in ricerca, innovazione e internazionalizzazione. Credo che uno sforzo maggiore andrebbe fatto nell’orientare le risorse pubbliche e private verso iniziative che valorizzino molto questi aspetti anche per le piccole e medie imprese. In questo senso è essenziale che le pmi si mettano insieme attraverso capitalizzazioni e aggregazioni». 172 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2011
ono due le dinamiche che governano i meccanismi di innovazione - quella economica e quella tecnologica - che si sviluppano in direzioni opposte: l’una dal mercato, l’altra verso il mercato. Il successo di questi meccanismi dipende dalla capacità di far interagire in modo sinergico le due dinamiche. «Un tema importante – sostiene Luca Valli, direttore Cise, l’azienda speciale della Camera di Commercio di Forlì-Cesena – è quello della cultura dell’innovazione e della capacità da parte del management di un’impresa di presidiare i fattori critici per generare innovazione». Tra i nuovi servizi a sostegno dell’innovazione da parte del Cise ci sono il tutoraggio dell’innovazione e il ponte innovazione. In cosa consistono in concreto? «Noi consideriamo l’innovazione come un ciclo di fasi che vanno dalla nascita di idea innovativa alla fase di
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consolidamento sul mercato e di quello che ne consegue in termini di prodotti e di servizi. A seconda delle fasi possono variare gli ostacoli in ingresso per realizzare un’innovazione di successo per l’impresa. Possono essere di carattere finanziario, tecnico, commerciale, e di conoscenza del mercato. Questi servizi forniscono un’assistenza alle imprese esistenti e alle nuove imprese per individuare gli
Paolo Bonaretti
Quali sono le più recenti iniziative di Aster per quanto riguarda il sostegno alle imprese? «Noi non abbiamo dei fondi da destinare alle imprese, quello che facciamo è svilup-
Luca Valli, direttore del Cise
ostacoli e superarli». Qual è la propensione all’innovazione da parte delle aziende di Forlì e Cesena? «Come azienda speciale di una Camera di Commercio riteniamo che l’innovazione sia un fenomeno complesso che segna una demarcazione tra un prima e un dopo. Riteniamo che l’innovazione sia fattibile anche per quanto riguarda quella incrementale ovvero quella che non crea una nuova categoria, un nuovo prodotto o un nuovo servizio ma è relativa a una situazione aziendale come una piccola impresa che non si è ancora emancipata e che introducendo questi cambiamenti all’interno della sua struttura organizzativa può ottenere dei risultati migliori. Per noi anche l’innovazione incrementale rientra nella categoria innovazione. La provincia di ForlìCesena è parecchio vivace da questo punto di vista. Il territorio è fatto anche di piccole imprese che hanno questa capacità di emancipazione e una creatività interessante. Se per innovazione intendiamo invece quella più radicale, frutto della ricerca di base o applicata, le cose cambiano perché abbiamo pochissime imprese che
pare tutte le iniziative comuni tra ricerca e imprese. Partiamo dalla rete alta tecnologia e dal capitale umano attraverso le università e stiamo sviluppando un sistema di servizi per la creazione di imprese innovative. Questo ci ha consentito di essere la prima regione in Italia come tasso di sviluppo di imprese innovative negli ultimi dieci anni. E quasi tutte queste aziende sono passate attraverso le iniziative comuni tra il sistema produttivo, le università e la Regione. Stiamo cercando di curvare tutte le iniziative che possono sostenere quelle imprese che mettono maggiore creatività e propensione al rischio per l’investimento sull’innovazione».
hanno un laboratorio di ricerca strutturato al suo interno e poche sono quelle che si rivolgono a centri di ricerca». Quali interventi occorrono secondo lei per incentivare lo sviluppo e l’innovazione delle imprese? «Gli interventi sono tanti ma bisogna garantire che questi vadano a buon fine. Negli anni passati grazie alle finanziarie, per le imprese attraverso detrazione di imposta era possibile detrarre i costi legati alle attività di ricerca. Si è ravvisato però che ci sono state molte detrazione di imposta al fronte delle quali non c’era un’innovazione effettiva. C’è una sorta di dispersione degli incentivi pubblici che sostengono i processi di innovazione. Credo che sia importante garantire che le poche risorse pubbliche che si possono destinare a questo tipo di interventi andassero a buon fine. Siamo però ben lontani dagli obiettivi che erano stati fissati dalla Commissione Europea del 3% negli investimenti nelle attività di ricerca di cui 2% dal settore privato e 1% dal settore pubblico». Quali sono i fabbisogni principali delle imprese della provincia?
«Abbiamo un osservatorio che rileva i fabbisogni di innovazione, gli ostacoli all’innovazione e i fattori abilitanti delle aziende dell’Emilia Romagna su un campione di 2.500 imprese. Solo nella provincia di Forlì-Cesena abbiamo 400 imprese che partecipano a questo campione. Da questo studio estrapoliamo un report annuale. Il primo fabbisogno è quello delle risorse economiche necessarie a sostenere l’investimento. Però dalla nostra esperienza abbiamo notato che i progetti che non si realizzano non sono dovuti alla mancanza di fondi ma a causa di forti carenze sul piano tecnico-metodologico o commerciale o non sono basati su un posizionamento competitivo per reggere il mercato. Un tema importante è quello della cultura dell’innovazione e della capacità da parte del management di un’impresa di presidiare i fattori critici per generare innovazione che non sono solo finanziari. Importante è il presidio dei luoghi di ricerca e del proprio mercato di riferimento. Questi due elementi, se non vengono presi in giusta considerazione, rendono più difficile l’avvio di start up di successo».
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INNOVARE PER CRESCERE
I principali fabbisogni delle nostre imprese L’Emilia Romagna è la seconda regione più innovatrice in Italia per quanto riguarda le imprese ed è la prima per numero di brevetti depositati. Guido Caselli spiega quali sono le principali necessità delle imprese della nostra regione Nicolò Mulas Marcello
ra i fattori che determinano la competitività di un’impresa c’è sicuramente l’attenzione che essa dedica all’innovazione. «È necessario rendersi conto che è cambiato il paradigma dello sviluppo» sostiene Guido Caselli, direttore del Centro studi di Unioncamere Emilia Romagna. «Fino a qualche tempo fa, occuparsi della competitività di un territorio voleva dire analizzare la competitività delle imprese perché “imprese competitive rendevano competitivo un territorio”. Oggi non è più così. “Si è competitivi come imprese e come persone se si è inseriti in un contesto territoriale dinamico”. Non si tratta di un gioco di parole ma di un vero e proprio cambiamento radicale di prospettiva. La competitività di un’impresa non può prescindere da quella del territorio a cui appartiene, se non per un breve periodo. In quest’ottica, l’attenzione data al buon governo è centrale non solo per il benessere dei cittadini ma per lo stesso sviluppo economico». Secondo le analisi del Centro studi di Unioncamere, quali sono i principali fabbisogni delle imprese del territorio? «Le imprese dell’Emilia Romagna, così come quelle del resto del paese, richiedono politiche industriali e regole certe; chiedono di potersi muovere in un contesto che consenta loro di uscire dalla logica della navigazione a vista e pianificare strategie quanto meno di medio
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174 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2011
periodo. La competitività si gioca sulla qualità del lavoro, su ricerca e innovazione, sull’internazionalizzazione, sull’accesso al credito. Sono gli stessi fattori del passato, ma oggi dobbiamo accedervi in maniera differente, secondo quella logica di sistema territoriale prima ricordata. Ne è un esempio il ruolo giocato dai confidi che, con il proprio intervento, riescono a consentire l’accesso al credito a imprese che altrimenti ne sarebbero escluse o a contenere i costi e i tempi per l’ottenimento dei finanziamenti. Da indagini che abbiamo svolto nell’ambito nel nostro Osservatorio sul credito risulta che una quota veramente molto significativa di imprese regionali (quasi il 28%) ha fatto ricorso a queste strutture». Quali sono altri esempi di necessità rilevanti per le imprese? Guido Caselli, direttore del Centro studi Unioncamere Emilia Romagna
Guido Caselli
«Un altro esempio viene dalla ricerca: le imprese piccole e medie hanno bisogno di innovare attraverso la ricerca ma queste, differentemente dalle altre, non hanno la possibilità di internalizzare l’attività di studio di cui hanno bisogno. È necessario, quindi, che queste imprese possano attingere a forme di ricerca condivisa. Su questo fronte, è forte l’impegno della Regione che ha proceduto al riassetto della struttura regionale della ricerca avvicinando molto questo mondo alle necessità delle imprese, soprattutto piccole e medie. Un ulteriore esempio riguarda l’internazionalizzazione, anche in questo caso si cerca di sopperire alla mancanza di competenze all’interno delle imprese più piccole attraverso la messa in comune delle risorse e dei servizi. Su questo fronte sono molto attive le Camere di Commercio, in collaborazione con la Regione, nel ruolo di facilitatori dell’internazionalizzazione». Per quanto riguarda l’innovazione qual è la propensione delle imprese emiliano-romagnole?
«La propensione all’innovazione da parte delle imprese emiliano-romagnole è, nel contesto nazionale, di assoluta preminenza. Per rendersene conto, basta analizzare alcuni dati. Da una parte, l’incidenza in regione di imprese innovatrici e il numero di brevetti registrati; dall’altra, l’andamento del valore del nostro export negli anni antecedenti la crisi economica. Secondo un’indagini Istat del 2007, in Emilia Romagna le imprese innovatrici erano il 35,5 % del totale, il che ne fa la seconda regione innovatrice in Italia, dopo il Piemonte. La nostra regione è poi, in assoluto, la prima regione italiana per numero di brevetti depositati (161 ogni milione di abitanti), valore che la colloca tra le prime 25 regioni europee. Venendo poi all’andamento del valore unitario dell’export regionale nel periodo pre-crisi, dal 2000 al 2007 lo stesso è aumentato di quasi il 27%, mentre il corrispondente valore a livello nazionale segnava una contrazione del 5%. Ciò significa che le esportazioni regionali, a differenza di quanto avvenuto nelle altre regioni export oriented come la Lombardia ed il Veneto, ha incrementato il valore delle proprie esportazioni perché ha commercializzato all’estero prodotti con maggior contenuto tecnologico o di maggiore qualità». Come andrebbe incentivata l’innovazione d’impresa attraverso interventi pubblici? «Credo si dovrebbe agire su due leve, quella fiscale e quella organizzativa. Dal punto di vista fiscale gli investimenti in innovazione dovrebbero essere incentivati con una politica di detassazione in modo da facilitare l’assunzione di un’ottica di lungo periodo da parte delle imprese. I paesi che si sono mossi su questa strada hanno ottenuto, nel tempo, risultati ap- EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 175
INNOVARE PER CRESCERE
La propensione all’innovazione da parte delle imprese emiliano-romagnole è, nel contesto nazionale, di assoluta preminenza
prezzabili. Si tratta di un investimento sul fu- nostre imprese assegnano alla formazione. turo: gli investimenti detassati oggi produrranno più utili imponibili domani, per non parlare dei posti di lavoro creati e del vantaggio complessivo di competitività. Dal punto di vista organizzativo le piccole e medie imprese, non avendo al proprio interno le competenze necessarie, hanno bisogno di poter contare su una rete territoriale di ricerca efficiente ed accessibile. Il percorso avviato in Regione con i tecnopoli e la riorganizzazione dei centri di ricerca universitari mi sembra andare nella giusta direzione, importante è che i canali di comunicazione tra imprese e mondo della ricerca siano sempre aperti». Dal punto di vista della formazione quanto puntano su questo aspetto le aziende emiliano-romagnole? «Sia pure con una certa variabilità da provincia a provincia, la maggior parte dei posti di lavoro offerti in regione richiedono un diploma o una laurea e questa tendenza è andata crescendo nel corso degli ultimi anni. Questo mettono in luce l’importanza che le 176 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2011
Nonostante questo, e nonostante l’attuale relativa debolezza del mercato del lavoro italiano, esistono alcune qualifiche professionali che continuano ad essere di difficile reperimento. Questo crea problemi al mondo produttivo ma anche a chi vuole entrare con successo nel mercato del lavoro. Un aspetto molto importante , da questo punto di vista, è quello della formazione professionale. Di recente la Regione ha stanziato 55 milioni di euro per la realizzazione di percorsi integrati di istruzione e formazione professionale che dovrebbero coniugare l’interesse dei giovani all’acquisizione di qualifiche professionali spendibili e con quello delle imprese che ricercano figure professionali di difficile reperimento. Da questo punto di vista, va citato l’impegno della Camere di Commercio nell’alternanza scuola-lavoro che permette a molti studenti delle scuole superiori di affinare il proprio saper essere e saper fare ed affiancarlo a sapere acquisito sui banchi di scuola».
PROJECT FINANCING
Il boom del project financing La necessità di reperire fondi alternativi a quelli pubblici, ma anche la diffusione di una nuova cultura d’intervento. Queste le basi, secondo Ugo Girardi, dell’eccezionale sviluppo del partenariato pubblico-privato in regione Michela Evangelisti
l partenariato pubblico-privato in Emilia Romagna continua a crescere. Tra gennaio e dicembre 2010 sono state indette 295 gare e il valore complessivo del mercato, ovvero l’ammontare degli importi messi in gara relativo alle 208 gare con importo segnalato, si attesta a quota 1.352 milioni contro gli 812 milioni del 2009, segnando quindi un +67%. Nel 2010 il partenariato pubblico-privato in regione è arrivato a rappresentare il 59% del valore dell’intero mercato delle opere pubbliche in gara e oltre il 36% del numero di opportunità. «I dati parlano di uno sviluppo davvero eccezionale: le 295 gare indette nel 2010 rappresentano un numero superiore a qualsiasi valore raggiunto dal 2002 a oggi – spiega Ugo Girardi, segretario generale Unioncamere Emilia Romagna –. Alla base di questo fenomeno c’è un mix di motivazioni. Sicuramente le difficoltà di spesa pubblica dovute alle manovre di contenimento pesano e spingono alla ricerca di finanziamenti privati; quindi il motore principale della crescita del project financing è stato un forte elemento di necessità». Ma le ragioni di questo boom sono anche altre. «Sì, alla base c’è una vera e propria affermazione della cultura del partenariato. Le Camere di Commercio dell’Emilia Romagna cercano da alcuni anni di valorizzare al massimo l’Osservatorio regionale del project financing e del partenariato pubblico-privato, che si configura come uno
I Ugo Girardi, segretario generale di Unioncamere Emilia Romagna
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strumento non solo di monitoraggio ma di promozione della cultura del partenariato, sia attraverso l’organizzazione di incontri a livello territoriale sia mediante la diffusione di pubblicazioni nelle quali vengono evidenziati gli elementi strutturali di questo strumento e i casi di maggior successo nelle diverse aree d’attività. Si tratta, infatti, di una tipologia di finanziamento che richiede una modalità completamente nuova di impostare l’intervento, dalla fase di progettazione a quella di realizzazione, che lo
Ugo Girardi
Il partenariato può operare efficacemente non solo sulla realizzazione delle grandi infrastrutture ma anche di opere di importo più ridotto
rendono decisamente più produttivo». Finora a frenare la piena diffusione del partenariato pubblico-privato sono state le procedure burocratiche complesse, che impongono tempi lunghi e una scarsa chiarezza sulle competenze. Cosa sta cambiando? «Sicuramente dal punto di vista normativo c’è stata un’evoluzione, sia a livello statale che regionale: ma ribadisco che c’è la necessità non solo di implementare il quadro normativo, ma anche di diffondere una diversa cultura degli interventi. Per ottenere un coinvolgimento dei finanziamenti privati bisogna garantire una redditività nella gestione delle operazioni: il rispetto dei tempi in questo senso diventa fondamentale. Occorre quindi abbandonare l’impostazione che caratterizza tanti interventi in ambito nazionale: in Italia siamo soliti far partire tantissimi progetti che dopo poco si arrestano perché gli stanziamenti risultano inadeguati, e in tutto questo il tempo d’attuazione finisce per essere sproporzionato rispetto all’intervento. Nel project financing bisogna invece dare certezze sui tempi d’esecuzione agli investitori privati». Quali le ragioni che portano all’utilizzo di questo strumento, oltre alla mancanza di ri-
sorse da parte della pubblica amministrazione? «In Emilia Romagna c’è un grosso divario tra lo sviluppo del Pil a livello regionale e del sistema di imprese - con la loro forte capacità d’esportazione - e quello delle infrastrutture necessarie per la circolazione delle merci, ritardato dalla scarsità di risorse pubbliche. Il project financing da questo punto di vista può rappresentare una risposta importante. Dai dati emerge poi che il parGARE tenariato può operare efficacemente non solo su È il numero di interventi legati alle grandi infrastrutture (l’aubandi indetti in regione nel 2010 tostrada Cispadana è l’esempio più eclatante del tramite il 2010) ma anche sulla realizzazione di opere di partenariato importo più ridotto, come strutture scolastiche o sportive: in questo senso abbiamo visto un tentativo di uso del project financing in chiave anticiclica. Nel contesto di una crisi generale, che ha colpito pesantemente in Italia anche il settore dell’edilizia, finanziare attraverso il partenariato anche interventi minori può aiutare a rimettere in circolo un’attività in un momento difficile dal punto di vista congiunturale». Per quanto riguarda i settori di attività, in regione il vero protagonista è quello delle reti, riconducibile alle gare per l’installazione, manutenzione e gestione di impianti
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PROJECT FINANCING
fotovoltaici. Come si spiega questo feno-
59% PPP
Il valore rappresentato dal partenariato pubblico-privato nel mercato delle opere pubbliche in gara
meno? «La crisi ha cambiato alcune consapevolezze, generando ad esempio l’esigenza di cercare un modello di contenimento dei consumi energetici tradizionali tramite fonti alternative come il fotovoltaico: questa spinta si è riflessa anche sul fronte del project financing. La Regione, inoltre, ha spinto molto in questa direzione, con provvedimenti normativi incentivanti, come d’altra parte ci si è impegnati a fare in altre parti d’Italia, cercando di prendere a riferimento modelli di successo come quello adottato in Germania». Quali previsioni per il futuro del project financing? «Dobbiamo considerare un ulteriore elemento in prospettiva: i vincoli del patto di stabilità.
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Anche nella nostra regione molti Comuni, pur non trovandosi in una situazione di dissesto finanziario, soffrono dei vincoli legati al patto di stabilità, che l’anno prossimo, secondo le stime, bloccherà l’80% degli interventi tradizionalmente effettuati dagli enti locali. Anche da questo punto di vista il project financing rappresenta una risposta. Abbiamo attivato nel corso del 2010 con l’Anci e con l’Upi, cioè con i rappresentanti dei Comuni e delle Province a livello regionale, un accordo quadro tra le banche e gli enti locali che avevano realizzato interventi in campo infrastrutturale. L’accordo consente la cessione dei crediti alle banche da parte di chi ha realizzato i lavori, al fine di garantire immediatamente la liquidità alle imprese per i pagamenti degli interventi bloccati dal patto di stabilità». Rispetto alla committenza, il mercato del partenariato in Emilia Romagna nel 2010 è formato quasi esclusivamente dalla domanda di Comuni, Province, aziende speciali, aziende sanitarie e dei gestori della rete stradale nazionale. La possibilità di arrivare alla conclusione di tali contratti partendo dall'iniziativa del privato che assume la veste di promotore costituirebbe una possibilità estremamente importante. Come ci si sta muovendo per incrementarla? «Questo segmento potrebbe essere implementato: ma bisogna fare un salto culturale, dal project financing visto solo come conseguenza di una necessità di contenimento della spesa a un modo diverso di avviare la progettazione e le procedure. Parliamo di un percorso complesso: occorre informare e sostenere esperti e addetti ai lavori, impostare in chiave di progettazione l’intervento in modo più comprensivo e adeguato. Questo è uno degli obiettivi dell’osservatorio per il 2011: presentare i dati del project financing nelle diverse province, attraverso delle tavole rotonde che coinvolgano non solo le amministrazioni, ma anche i rappresentanti delle imprese e del mondo delle professioni, per capire quali sono i possibili percorsi ulteriori di crescita, se esistono ancora spazi normativi di razionalizzazione, e quali sono i principali nodi che ancora ostacolano gli interventi».
Pietro Vignali
Parma città del project financing Progetti pensati dall’amministrazione comunale per essere appetibili tra i soggetti privati, avere una sostenibilità economica e gestionale che porti a un reale miglioramento della qualità della vita dei cittadini. Le riflessioni di Pietro Vignali sul mercato del project financing a Parma Michela Evangelisti
a distribuzione territoriale delle gare di partenariato pubblico-privato censite nel 2010 nelle nove province dell’Emilia Romagna mostra un’intensa attività nelle province di Parma, dove si concentra il 36% delle opportunità, e Modena, con il 67% dell’investimento. «Il boom del mercato del partenariato è strettamente legato ai vantaggi che porta con sé, riassumibili in tre categorie – illustra il sindaco Pietro Vignali (nella foto) –. La suddivisione del rischio d’impresa con i partner privati, la gestione del servizio o della struttura da parte di un soggetto privato e la riduzione dei costi complessivi a carico dell’ente pubblico per la realizzazione dell’intervento. Nel primo caso, le aziende che partecipano alla realizzazione dell’opera si accollano parte del rischio di impresa, alleggerendo così l’impegno del soggetto pubblico. Il secondo punto di forza del partenariato sta nell’affidare la gestione della struttura al privato, spesso più qualificato rispetto all’ente pubblico, ed eliminare così tutti i costi e i rischi legati alla gestione di un determinato servizio. Dall’altro lato, però, l’impresa può contare sulle entrate con-
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nesse alla gestione diretta della struttura. Il terzo e ultimo vantaggio è strettamente connesso al secondo. Lasciando, infatti, la gestione dell’opera in mano al privato questo può garantirsi un guadagno e accollarsi una maggiore quantità di spese per realizzare l’intervento, alleggerendo così l’impegno economico dell’ente pubblico». Che cosa ha determinato l’ottimo risultato di Parma nel campo del partenariato pubblicoprivato? In quali settori si sono concentrati gli interventi? «I progetti che abbiamo finora realizzato sono tutti stati pensati attentamente dall’amministrazione comunale per essere appetibili tra i soggetti privati, avere una sostenibilità economica e gestionale, ma soprattutto portare a un reale miglioramento della qualità della vita dei nostri concittadini. Non c’è un settore particolare in cui si sono concentrati gli interventi, che spesso risultano trasversali a più realtà. In questi anni abbiamo infatti effettuato gare di partenariato per impianti sportivi, asili e altre strutture di varia natura». Che previsioni può formulare per il 2011? Il mercato del partenariato a Parma continuerà a crescere? Ci sono interventi particolari in vista? «Non è certamente facile fare previsioni in questo campo, ritengo però che a Parma il mercato del partenariato probabilmente crescerà. Si tratta, infatti, di un modus operandi che, in un momento non facile come quello attuale, offre vantaggi sia al settore pubblico che al privato. Da parte nostra proseguiremo gli interventi che abbiamo in programma, sfruttando il partenariato soprattutto attraverso le nostre società partecipate, a cui abbiamo affidato la gestione di numerose opere strategiche per l’amministrazione comunale». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 181
PROJECT FINANCING
Finanziamenti privati per le opere pubbliche La Cispadana è una delle grandi infrastrutture che la Regione realizzerà grazie al project financing. «Il ricorso al partenariato – illustra l’assessore Alfredo Peri – ha consentito di prevedere, in un’unica fase, un completamento organico dell’itinerario da Parma a Ferrara» Michela Evangelisti
autostrada Cispadana, che si sviluppa a partire dal Comune di Reggiolo (dove si raccorda con l’autostrada A22) e termina a Ferrara, con attestazione finale sulla barriera di Ferrara Sud della A13, in raccordo alla superstrada “Ferrara-Porto Garibaldi”, tocca 13 Comuni e ri-
Copyright: Regione Emilia-Romagna A.I.U.S.G. - foto Serra Roberto
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chiede un investimento totale di circa un miliardo di euro. Non solo è la prima autostrada regionale, ma figura tra i contratti di maggiore importo firmati nel 2010 in regione nell’ambito del partenariato pubblico privato. «Già da alcuni anni la pubblica amministrazione ha preso atto di quanto risultasse sempre più difficile far fronte alle esigenze di infrastrutturazione dei territori con le sole proprie risorse – spiega l’assessore alla Programmazione territoriale, Alfredo Peri –. Motivo per cui si è affermato il partenariato pubblico-privato, per l’opportunità che dà di mettere in gioco anche fonti finanziarie di tipo privato. In particolare la Cispadana è un collegamento stradale presente nella pianificazione nazionale, regionale e locale da alcuni decenni; la sua attuazione, finora, è avvenuta per lotti sulla base delle risorse via via disponibili, dapprima a carico dell’Anas e, dopo il 2001, della Regione. Il ricorso al partenariato ha segnato una svolta». La Cispadana, che figura tra gli strumenti di programmazione e pianificazione territoriale già a partire dal 1986, ha avuto il via libera dall’assemblea legislativa nel luglio 2006 e l’aggiudicazione della gara è stata confermata in via definitiva solo a gennaio
Alfredo Peri, assessore regionale alla Programmazione territoriale, reti di infrastrutture, mobilità e trasporti
Alfredo Peri
Parliamo di un’arteria che inizia nel Comune di 2010. Quali sono state le fragilità del progetto che hanno Reggiolo e termina alla barriera di Ferrara Sud determinato questa lentezza? della A13, progettata per poter essere eventualmente «Fino al 2002 la competenza ampliata in futuro con una terza corsia su questa infrastruttura era di Anas e il programma prevedeva la realizzazione per lotti funzionali in re- degli impegni del concessionario, c’è la realizlazione alle disponibilità finanziarie che, come zazione di due tratti di Cispadana con carattenoto, sono state spesso incerte. Possiamo dire ristiche non autostradali, a una corsia per che la vera svolta si è avuta con il passaggio senso, che connettendo lotti già realizzati daldelle competenze alla Regione e la decisione di l’Anas consentono di completare l’itinerario realizzare l’opera con caratteristiche autostra- fino a Parma. Voglio ricordare, inoltre, che il dali e con il ricorso al project financing. Il nostro impegno è di proseguire l’asse cispadano 2006 è stato l’anno di avvio della gara e il con tali caratteristiche nel versante ovest, anche 2010 quello di assegnazione. In questo lasso di al di là di quanto previsto dalla concessione per tempo non sono mancati ricorsi e conseguenti la Cispadana. Quello che ci accingiamo a reaattese delle sentenze, comunque tutte positive lizzare, dunque, è il nuovo asse portante estper l’amministrazione regionale». ovest dell’Emilia Romagna, che contribuirà Quali sono gli aspetti che rendono la Ci- innanzitutto ad alleggerire il corridoio censpadana un’infrastruttura di valore strate- trale della A1 e porterà benefici ai territori atgico sul panorama regionale? traversati, migliorando l’accessibilità alla rete «Intanto parliamo di un’opera che inizia nel infrastrutturale sia nazionale che europea». Comune di Reggiolo e termina alla barriera di Sono previsti a breve altri interventi nelFerrara Sud della A13. Un’arteria progettata l’ambito delle infrastrutture regionali fiper poter essere eventualmente ampliata in fu- nanziati attraverso il partenariato? turo con una terza corsia. Inoltre, nell’ambito «Il ricorso all’apporto dei privati verrà ricercato
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PROJECT FINANCING
Ci accingiamo a realizzare il nuovo asse portante estovest dell’Emilia Romagna, che porterà ampi benefici ai territori attraversati
anche per la bretella Campogalliano-Sassuolo, tra la A22 e la strada 467 Pedemontana in provincia di Modena, di competenza dell’Anas. È imminente la pubblicazione del bando di gara per l’affidamento in concessione della realizzazione e gestione dell’opera: un passo importante, che segna finalmente l’avvio di un’infrastruttura attesa da molti anni. Poi c’è la superstrada Ferrara–mare: è stata presentata all’Anas una proposta, valutata di pubblico interesse, che prevede di adeguarla a tipologia autostradale con l’introduzione del pedaggio attraverso il ricorso al project financing. Dopodiché, a ottobre 2009, c’è stata la pubblicazione da parte di Anas del bando di gara. Come Regione abbiamo chiesto e ottenuto di partecipare attivamente al procedimento finalizzato all’individuazione del concessionario e la gara è tuttora in corso». Il “policentrismo” resta ancora un modello valido per la Regione in un periodo di ristrettezze economiche? La moltiplicazione di centri di potere non ha finito con l’indebolire le infrastrutture strategiche della re184 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2011
gione (aeroporti, fiere, ecc.)? «Il nostro scopo è di ragionare e far ragionare le istituzioni e i nostri interlocutori in direzione di una regione-sistema. Sistema non perché si vogliano ridurre il policentrismo, le diversità e il dinamismo locali, ma perché da soli non si va da nessuna parte. Non si risolvono le contraddizioni che sorgono dall’intreccio tra locale e globale, non si supera la crisi economica e non si affrontano problemi che impattano sui territori in ambiti che superano sempre di più i confini amministrativi. Al tempo stesso, il progetto di una regione-sistema non è nemmeno un tentativo di accentramento, perché non s’impongono né vincoli, né gerarchie. Per quanto riguarda, nello specifico, gli aeroporti, come Regione ribadiamo che l’Emilia Romagna ha bisogno di un sistema coordinato. Con questo spirito abbiamo firmato l’accordo affinché, entro fine gennaio, venga predisposto un unico piano industriale che fissi le priorità d’investimento per gli scali di Rimini e Forlì. Solo in un’ottica di forte integrazione si riuscirà a rafforzare la capacità dei due scali di cogliere tutte le opportunità del territorio, e non solo. E, al tempo stesso, a stabilire un rapporto diverso con i vettori, in modo da non farsi guidare da chi ha interessi del tutto legittimi, ma privati».
Galeazzo Bignami
Riaffermare la centralità del capoluogo di regione Un progetto e una forma di finanziamento di grande interesse, ma che richiedono attenzione e suscitano qualche perplessità. Il punto del consigliere regionale Galeazzo Bignami sulla Cispadana e sulle necessità di sviluppo infrastrutturale della regione Michela Evangelisti n’opera importante, che consente di creare una soluzione alternativa al trasporto che mette in correlazione l’asse Brennero con l’A13 Bologna-Padova. Così Galeazzo Bignami definisce l’autostrada Cispadana. Ma i dubbi a proposito del progetto non mancano. «Forse l’individuazione di un tragitto spostato più a nord avrebbe consentito di coinvolgere anche Veneto e Lombardia – aggiunge il consigliere Pdl –, e quindi di compartecipare ai costi, fermo restando al contempo che per certi aspetti questo tipo di intervento dovrebbe forse portare a rivedere anche il passante nord, che è previsto sul nodo di Bologna. È chiaro che qui ci sono delle criticità, ma lo stato di avanzamento del progetto rende difficile intervenire a loro superamento». La Cispadana è uno dei principali esempi di partenariato pubblico-privato in regione. Cosa pensa della crescita esponenziale di questo mercato? «Le partnership pubblico-privato sono viste con attenzione e con favore dal Popolo delle Libertà, a patto e condizione che ci sia un giusto equilibrio degli interessi in gioco, vale a dire il legittimo interesse del privato a trarre profitto dalla realizzazione dell’opera e l’interesse del pubblico a veder soddisfatte le esigenze del territorio e della popolazione. Si tratta di un punto di equilibrio molto delicato, che tuttavia in di-
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verse esperienze anche extraregionali è stato raggiunto, e che pertanto noi auspichiamo venga soddisfatto anche in questo caso. Siamo su questo elemento però molto vigili, perché in altri interventi, pensiamo al People Mover di Bologna, questo tipo di soluzione è messa a repentaglio dalle scelte della Regione e dei soci pubblici che hanno un po’ sbilanciato verso il privato l’interesse in gioco». Lei fa parte della commissione Territorio ambiente e mobilità. Al momento ci sono altri interventi infrastrutturali di assoluta necessità per lo sviluppo della regione? «Ci deve essere la riaffermazione della centralità del capoluogo regionale, questo anche a beneficio di tutta la regione, in particolar modo sul piano infrastrutturale, perché sostenere lo sviluppo infrastrutturale del capoluogo non aiuta solo Bologna, ma tutta l’Emilia Romagna. Pensiamo a tre interventi in particolar modo, che tra l’altro s’innestano sull’intervento di realizzazione da un lato della terza corsia autostradale nel tratto a sud di Rimini dall’altro della variante di valico sul tratto appenninico della A1, ovvero al nodo di Casalecchio, a quello di Rastignano e alla realizzazione della bretella di congiunzione delle valli del Setta e del Reno, che rimetterebbero in circolazione tre territori per noi fondamentali e che hanno consentito lo svilupparsi di una centralità della regione che è geografica prima ancora che politica».
Galeazzo Bignami, consigliere regionale Pdl
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CONSULENZA ALLE IMPRESE
Dal caro petrolio al prezzo agevolato Con Giuliano Maria Tavazzani, titolare dell’Agritermo, nell’universo fiscale dei prodotti petroliferi liquidi. Così si scopre qual è il peso che grava attorno al gasolio. E come gli interlocutori economici possono accedere alle accise agevolate Paola Maruzzi
rima di addentrasi nell’attuale campo di pertinenza di Agritermo, azienda piacentina che opera su scala nazionale, è bene ripercorrere la sua originaria fisionomia. Così, attraverso il racconto di Giuliano Maria Tavazzani, viene recuperato anche un pezzo di storia del panorama energetico italiano. Scavare dentro le scommesse imprenditoriali odierne significa rileggere la filigrana dei cambiamenti, riportare alla luce le fette di mercato non più attuali, cercando di capire i motivi per cui sono scomparsi ed eventualmente, scoprire da cosa sono state sostituite. In questo caso il protagonista è il gasolio, che nonostante venga rinnegato dalla green economy e parallelamente da una visione orientata alla sostenibilità, non smette di alimentare i “motori” industriali e non solo. È un anello fortemente influente, capace di “manipolare” l’impianto geopolitico globale, di ribaltare il concetto stesso di Paese sviluppato. Ma al di là delle implicazioni complesse, è sulla piccola scala che bisogna tornare. Vale quindi la pena seguire il filo di
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Giuliano Maria Tavazzani. «Agritermo, costituita nel 1985, deve la sua nascita alla richiesta di carburanti per l’agricoltura e per il riscaldamento. Di qui il nome, rimasto invariato. Oggi è subentrato il metano, il cui debutto su scala nazionale è stato preceduto, a mio avviso, da una vera e propria campagna di persuasione. Chi non ricorda, infatti, il noto slogan “Il metano ti dà una mano” e il cielo azzurro limpido che gli faceva da sfondo? Ecco, anche grazie all’esplicito richiamo alla sostenibilità, il mercato del metano si è consolidato, mentre l’assetto energetico del “vecchio” gasolio è stato distrutto da un punto di vista fiscale. Quando poi, con i dati alla mano, l’Italia è ritornata sulla questione ambientale ci si è accorti che il problema dell’inquinamento non era stato affatto risolto. Anzi le condizioni erano le stesse. E si è puntato ancora una volta il dito contro le automobili. La stessa logica la si potrebbe applicare oggi. Mi riferisco alle tanto osannate energie rinnovabili, che negli ultimi tempi stanno godendo di agevolazioni e finanziamenti a
Giuliano Maria Tavazzani, titolare dell’Agritermo www.agritermo.it
Giuliano Maria Tavazzani
0,423 euro ACCISA GASOLIO
pioggia. Ma siamo così sicuri che il problema energetico e ambientale verrà risolto? Io credo che una valida soluzione possa essere il nucleare, come il mondo scientifico più accreditato ripete da tempo». Gli interrogativi mossi da Giuliano Maria Tavazzani non cadono del tutto a sproposito. Anzi, fanno riflettere perché spostano l’attenzione sull’universo fiscale che sta a monte di ogni politica energetica, pulita o tradizionale che sia. Ecco allora che si disegna meglio la specificità dell’Agritermo, impegnata nel campo della consulenza in materia di agevolazioni sui prodotti energetici. O meglio, come spiega il presidente, «ci ri-
È l’importo totale delle accise che gravano sul gasolio. Secondo i dati dell’Unione petrolifera le entrate fiscali alimentate dai prodotti petroliferi si aggirano attorno ai 50 miliardi annui
volgiamo a tutte quelle realtà industriali che, nello svolgimento della propria attività lavorativa, utilizzano oli minerali ed energia elettrica. Questi interlocutori richiedono sempre di più l’intervento di esperti che li guidino verso l’ottenimento delle agevolazioni fiscali, le autorizzazioni all'esercizio o alle modifiche indirizzate sia al risparmio economico che energetico». Se da una parte è facile comprendere come alcuni operatori economici abbiano il diritto alle accise agevolate, ben altra cosa è passare dalle intenzioni ai fatti. Infatti l’assetto legislativo in materia, oltre a richiedere gli strumenti giusti per essere decifrato, è soggetto a cambiamenti e aggiornamenti. Si fa indispensabile una chiarezza di base, qualcuno che operi a tutela del richiedente. «Il nostro compito consiste proprio nel far rispettare i paletti normativi – e non sono pochi – che aprono le porte alle agevolazioni». Insomma, non basta appartenere a una data filiera, bisogna avere le cosiddette carte in regola. Ma in concreto chi sono i beneficiari di tale defiscalizzazione? «Le agevolazioni riguardano numerosi comparti produttivi. Qualche esempio sono le filiere dell’autoproduzione di energia elettrica, della produzione di forza motrice o della navigazione in acque interne». Parallelamente all’attività di consulenza Agritermo è anche “deposito fiscale” di prodotti petroliferi. In pratica, essendo in grado di consegnare il prodotto già defiscalizzato consente all’utente di scegliere la modalità di agevolazione più confacente alle proprie esigenze. EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 195
CONSULENZA ALL’IMPRESA
Filtrare la burocrazia Nell’intraprendere una nuova attività, così come nella quotidianità della realtà lavorativa sono tante le pratiche burocratiche con cui ci si deve misurare. CST offre un servizio di consulenza mirata. Il punto di Donatella Ravaglioli Carlo Gherardini
uali sono le difficoltà cui va incontro il futuro imprenditore? Come può essere aiutato a intraprendere un percorso imprenditoriale? Il problema dei giovani e dei nuovi imprenditori non è risolvibile facilmente né a livello sociale né associativo. «Bisognerebbe aiutare i giovani a imboccare nuove attività anche attraverso agevolazioni fiscali ed economiche, per far sì che entrare nel mondo
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del lavoro e creare nuove imprese non sia solo un insieme di doveri e scadenze ma una crescita personale e sociale» afferma Donatella Ravaglioli, responsabile per gli uffici di Forlì e di Ravenna del CST, Centro Servizi del Terziario. Il CST è una struttura confederale nazionale che vanta 350 centri dislocati su tutto il territorio ed è un punto di riferimento associativo per artigiani, commercianti, piccole e medie industrie, terziario e turismo. «Il nostro compito – continua Donatella Ravaglioli – è semplificare ogni procedura, ponendoci come filtro tra lo stato e il cittadino. Pertanto, è anche quello di far capire che l’inizio di un’attività è senz’altro difficoltoso, ma altrettanto ricco di soddisfazioni». In ogni modo, appoggiandosi al CST il futuro imprenditore sarà sempre affiancato da professionisti esperti nell’affrontare tutta la parte burocratica. Quali servizi offre nello specifico il CST? «Offriamo ai nostri associati innanzi tutto le risposte ai loro dubbi. Inoltre valutiamo la fattibilità delle idee che ci vengono esposte. Ad esempio, nel caso di un futuro imprenditore, vengono dati consigli su come impostare l’attività, a cominciare dalla parte burocratica. L’associato viene accompagnato nel suo cammino professionale, attraverso servizi che spaziano dalla creazione dell’azienda, alla gestione della contabilità, dall’elaborazione dei cedolini paga, ai con-
Nelle immagini, Donatella Ravaglioli, responsabile per gli uffici di Forlì e di Ravenna del CST, con alcuni collaboratori elabregi@tin.it
Donatella Ravaglioli
tratti di locazione, alle pratiche di successioni, pratiche camerali, autorizzazioni comunali, pratiche USL ecc.». Fornite anche assistenza sotto il profilo fiscale? «Assolutamente sì. Affianchiamo l’associato nella gestione finanziaria vera e propria, anche per quanto concerne le normative della legge ex 626, sino ad arrivare alla stesura della dichiarazione dei redditi. La struttura offre anche un ufficio periferico CAF dove i cittadini possono rivolgersi per la compilazione del modello 730, ISEE, RED. Recentemente abbiamo inoltre attivato un punto di Patronato per svolgere
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Il nostro compito è semplificare ogni procedura burocratica, ponendoci come filtro tra lo stato e il cittadino. Affianchiamo l’associato nella gestione finanziaria vera e propria, anche per quanto concerne le normative della legge ex 626
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tutte quelle pratiche, relative ad esempio alle pensioni, all’indennità di disoccupazione, invalidità, bonus, che sono al servizio del cittadino e completamente gratuite». Quali vantaggi comporta il fare parte di un gruppo? «Fare parte di un gruppo vuol dire avere forza maggiore in ogni settore, ovvero poter svolgere tutti i servizi che ci vengono richiesti con lo stesso nucleo. Questo significa dare all’assistito la possibilità di contare su professionisti specializzati, ognuno in un particolare settore». La strada da intraprendere dunque nella vostra realtà professionale è quella della specializzazione? «Senza dubbio. Bisogna saper esaudire le molteplici richieste dell’associato in tutti i suoi aspetti: dalla gestione della contabilità a quella dei redditi. L’associato non deve essere costretto a rivolgersi a più soggetti per avere una consulenza relativa all’universo fiscale. È necessario che abbia un unico punto di riferimento per ogni sua necessità. Per qualsiasi servizio l’associato può contare sullo studio, sapendo di trovare professionisti che gestiscono e risolvono tutte le sue esigenze, dalla semplice attivazione di una smart card alla emissione di un certificato camerale alla compilazione e all’invio di una dichiarazione dei redditi. Naturalmente questo comporta da parte nostra una continua formazione e un continuo aggiornamento sulle nuove normative». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 197
STRUMENTI FINANZIARI
Verso nuove logiche di risparmio Antonella Lambri osserva un’Europa sempre più orientata verso un capitalismo che si evolve in chiave “partecipativa”. E, al tempo stesso, un’Italia che resta indietro, troppo vincolata da una finanza “di carta” e da una deformazione culturale che ne blocca lo sviluppo Aldo Mosca
Antonella Lambri all’interno della sede di consulenza di Sanpaoloinvest sim di Parma antonella.lambri@spinvest.com
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ducare i risparmiatori. Questo l’obiettivo virtuoso che i mediatori finanziari, quelli seri si intende, devono necessariamente perseguire a seguito dei “disastri” avvenuti a discapito di milioni di investitori. Insomma, un’ottica sempre più previdente e attenta sulla gestione dei patrimoni e sulle operazioni da effettuare. «Innanzitutto è pericoloso fare previsioni a breve termine sui mercati». A parlare è Antonella Lambri, affermato private banker e financial advisor da tempo in prima linea per la diffusione, culturale, di una propedeutica più scrupolosa e prudente degli investimenti. «L’esigenza dell’educazione finanziaria è globalmente cresciuta come conseguenza di alcuni fattori comuni a molti paesi». A quali fattori si riferisce soprattutto? «In primis alla notevole complessità degli strumenti finanziari. Inoltre, occorre considerare il fatto che oggi, l’invecchiamento demografico e le riforme del sistema previdenziale, hanno reso le famiglie più direttamente responsabili dell’accumulo di ricchezza ai fini pensionistici». Ma al di là delle riforme, lei da sempre sottolinea un gap, per così dire, culturale, particolarmente diffuso in Italia. «Vero. In questo paese paghiamo lo scotto di una deformazione culturale che non troviamo in altri contesti europei. Tale deformazione è iniziata negli anni Sessanta, quando il legislatore decise che lo sviluppo economico-sociale del nostro paese sarebbe stato meglio garantito qualora nel “campo da gioco”, allo stato “Arbitro” si fosse affiancato lo stato “Giocatore”, ossia lo stato imprenditore, lo stato banchiere, lo stato assicuratore e così via».
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Antonella Lambri
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Il risparmio degli italiani non può restare a lungo ancorato soltanto a impieghi “di carta”
Una rivoluzione di ruolo «Sono ancora pochi i “monopolisti” del patrimonio finanziario delle famiglie italiane - sottolinea Antonella Lambri dal suo studio di Fidenza, in provincia di Parma -. Questo perché è una ricchezza per lo più divisa tra bancari, assicuratori, promotori e consulenti vari». L’operatrice finanziaria spiega come la recente crisi dei mercati finanziari abbia contribuito a chiarire il vero ruolo di ciascun operatore del settore. «Le vecchie banche italiane tendono a rientrare nel loro campo di azione preferito, che è quello della raccolta dei depositi e dell’erogazione dei prestiti. Presto si potrà dire che da un “terremoto” si è avuto un chiarimento di rilevanza storica per il nostro mercato finanziario. Una volta finita la stagione dei “materassi” e del cosiddetto “flith to quality” dei rendimenti inferiori all’inflazione, il risparmio gestito finirà in gran parte nel recinto esclusivo dei consulenti finanziari e previdenziali, una professione destinata a essere esercitata da monopolisti e non più da persone in “condominio” con i dipendenti bancari e con gli assicuratori».
E questo a cosa ha portato? «Si è sviluppata una partita che ha visto il settore privato dell’economia competere ad armi dispari con il settore pubblico o parastatale. Nessun altro paese industrializzato ha seguito questo modello, che ha poi causato l’enorme debito pubblico italiano e ha portato alla creazione di un’economia capitalista senza capitali,
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perché ricca di “moneta di superficie” e povera di “capitali di profondità”, quelli cioè che danno vigore e redditività alle radici dell’economia reale». In particolare quali comportamenti hanno adottato i cittadini per far fronte a questo sistema? «I risparmiatori si sono abituati a investire in impieghi di breve termine facilmente liquidabili. Ahimè, invece di premiare il rischio d’impresa con la prospettiva di fornire all’investitore una più alta remunerazione, si premiano gli impieghi improduttivi, regalando ai risparmiatori la certezza di rendimenti poco superiori all’inflazione». Insomma, si crea un quadro economicamente sterile. «Non è ammissibile che quote crescenti di risparmio possano a lungo sterilizzarsi in impieghi improduttivi senza che il valore della moneta subisca un forte svilimento». Lei cosa auspica? «Credo sia giunto il momento di un coraggioso ripensamento su tanti preconcetti e pregiudizi». Si spieghi meglio. «I paesi industrializzati si apriranno sempre più alla logica del capitalismo partecipativo, come unica via per responsabilizzare imprenditori e lavoratori al sano sviluppo delle loro economie. In questa prospettiva il risparmio degli italiani non può restare a lungo ancorato soltanto a impieghi “di carta”». Quindi tornare a una logica più concreta? «Sì. bisogna inserire vera moneta nel portafoglio. Lo sforzo deve essere corale: stato, banche e noi operatori finanziari siamo chiamati a un nuovo atteggiamento nei confronti del risparmio». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 199
INVESTIMENTI IN ORIENTE
Cina, un’opportunità concreta Un ponte tra Italia ed Estremo Oriente creato per consentire, a chi decide di acquistare in Cina, di cogliere le sempre maggiori opportunità che quel mercato offre. L’intervento di Luca Accolli ed Erminio Arquati Marzia Querci
a Cina è sempre più vicina e, da parte dei paesi europei, gli investimenti nella zona del Sol Levante aumentano di giorno in giorno. «Questo perché il mercato cinese offre prospettive sempre più allettanti: ridotti costi della manodopera, elevata specializzazione e tecnologie sempre all’avanguardia». A parlare sono Luca Accolli ed Erminio Arquati, titolari di AL.EA. Consulting, specializzati nell’offrire servizi di centrale acquisti e consulenza alle aziende che vogliono sviluppare un progetto tecnico e investire nel mercato cinese. «AL.EA. è un partner in grado di supportare il cliente nello sviluppo di un progetto in tutta la sua complessità – interviene Arquati - sin dalle prime fasi di sviluppo, mediante l’elaborazione di disegni in 2D/3D anche a partire da campionature, of-
L Luca Accolli, Erminio Arquati, titolari AL.EA Consulting srl www.aleaconsulting.net info@aleaconsulting.net
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frendo supporto per la realizzazione di prototipi e per il controllo qualità. Inoltre si propone come unico interlocutore per le pratiche amministrative e le formalità doganali, a garanzia dell’investimento». È un’azienda in espansione, come spiega il presidente Luca Accolli: «Accanto agli ambiti in cui abbiamo operato tradizionalmente negli anni, abbiamo stipulato recentemente importanti partnership in nuovi settori: accessori per la cucina e il giardinaggio, attrezzature per cantieri, tubi, attrezzature ricreative per il tempo libero, componenti medicali e dentistici». E, prosegue Erminio Arquati, «AL.EA. ha inserito personale appositamente formato per la vendita di prodotti tecnici made in Italy di alta gamma nel mercato cinese, con risultati ad oggi molto incoraggianti. Questo ambizioso progetto si snoda attraverso le fasi di market research, mediante lo studio del mercato locale e delle sue caratteristiche e necessità, l’individuazione del prodotto, incontri mirati con i distributori e un’azione continua di promozione e marketing». Infine, conclude Luca Accolli: «Ci siamo posti nuove sfide per il 2011: l’inserimento di un designer per dare un appoggio ai clienti nell’ambito progettuale e creativo, l’apertura di un nuovo ufficio in Vietnam, mercato emergente e molto dinamico, e la creazione di un sito logistico/produttivo in Cina».
PIANO ENERGETICO
La Regione verso l’energia rinnovabile La Regione di fronte all’importante impegno di costruire la seconda generazione del Piano energetico. «Vogliamo alzare ancora l’asticella dei risultati – anticipa l’assessore Gian Carlo Muzzarelli – sino ai 1.000 Megawatt di energia da fonti rinnovabili» Michela Evangelisti
so efficiente dell’energia, risparmio energetico, sviluppo delle fonti rinnovabili, riqualificazione del sistema elettrico. E ancora, nuove tecnologie nell’industria, certificazione energetica degli edifici, sviluppo dei servizi di energy management. Sono questi i punti chiave del piano energetico regionale. Derivato dalla legge regionale 26 del 2004, il Per si muove sulla linea del protocollo di Kyoto, che impone la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Gli strumenti d’intervento per l’attuazione del piano riguardano innanzitutto l’emanazione di nuove norme sul rendimento energetico degli edifici, con standard più stringenti rispetto al passato, nonché di un sistema di incentivi per l’accelerazione degli interventi di razionalizzazione energetica,
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per la promozione di servizi avanzati, di formazione e d’informazione. «L’energia oggi è un fattore chiave per lo sviluppo economico, per la competitività e la sicurezza sociale e ovviamente per l’ambiente – spiega l’assessore regionale Attività produttive, piano energetico e sviluppo sostenibile, Gian Carlo Muzzarelli –. Lavoriamo, per il nuovo piano attuativo triennale del Per, in uno scenario che è quello europeo, perché siamo una regione che nel suo rapporto con il mondo trae le nuove opportunità di sviluppo». La Regione si trova ora dunque di fronte all’importante impegno di co-
struire la seconda generazione del piano energetico. Le basi di partenza, secondo l’assessore, sono solide e soddisfacenti. «Con il precedente piano energetico triennale – prosegue Muzzarelli – la regione ha raggiunto e superato i suoi obiettivi: riconversione completa del parco di produzione termoelettrico (ciclo combinato a metano); 450 MW in più di energia da fonti rinnovabili. Ora si rafforza il nostro impegno per il risparmio di energia in tutti i settori (industriale, civile, trasporti) e per incentivare le fonti rinnovabili». Quali saranno dunque gli obiettivi da centrare con il
Le linee regionali
Con il nuovo piano attuativo si rafforza il nostro impegno per il risparmio di energia in tutti i settori e per incentivare le fonti rinnovabili
nuovo attuativo? «L’ambiente è la più importante ricchezza regionale – risponde Muzzarelli – un caposaldo del nuovo piano, in cui vogliamo alzare ancora l’asticella dei risultati sino ai 1.000 Megawatt di energia prodotta da fonti rinnovabili nella legislatura». Fondamentale in questa direzione il ruolo di “Energia Ambiente”, una delle sei piattaforme della rete regionale per l’alta tecnologia di Aster, su cui la Regione investe circa 240 milioni di euro e sulla quale si gioca la sfida della competitività dell’Emilia Romagna nei prossimi decenni. «La ricerca può fornire conoscenze essenziali per
l’elaborazione di una politica energetica dalle basi solide – precisa l’assessore –: scenari chiari, obiettivi razionali e quantificati, tecnologie avanzate come strumenti indispensabili per attuare quelle politiche. In altre parole, il nostro scopo è non solo risparmiare e produrre energia da fonti pulite, ma anche incentivare le imprese a dare un impulso alla filiera delle tecnologie energetiche e, più in generale, alla tecnologia verde». La redazione del nuovo piano attuativo 2011/2013 è stata preceduta da un percorso ampiamente partecipato: per due mesi, da metà ottobre a metà dicembre,
nella “Casa dell’Energia” allestita con materiali ecologici in una sala regionale a Bologna, si sono alternati seminari, convegni, discussioni, a cui hanno preso parte 2.500 persone, rappresentanti delle istituzioni e delle autonomie locali, associazioni del settore, imprenditori, multiutility, associazioni ambientaliste, cittadini, mondo dell’università e della ricerca. «Sono stati messi a fuoco molti problemi, dalla finanza alla mancanza di una politica nazionale che non sia l’ossessione del nucleare – conclude l’assessore –. Ma quel che conta è che la società emilianoromagnola ha preso la parola e si è espressa condividendo l’obiettivo di fondo: quello di concretizzare in modo efficace la rivoluzione verde, che sarà la rivoluzione industriale del ventunesimo secolo. C’è grande interesse per produrre, e più in generale per vivere, in modo green, rispettando l’ambiente e traendo al contempo nuove opportunità di sviluppo. Molti e importanti soggetti vogliono essere protagonisti del cambiamento. E questo è un motivo di fiducia». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 227
Le fonti alternative non bastano «In Emilia Romagna non è mai esistita una vera e propria strategia energetica». Questo il parere di Fabio Filippi, che vede nel nucleare pulito di nuova generazione una soluzione plausibile al problema energia Michela Evangelisti
Fabio Filippi, consigliere regionale Pdl e componente della commissione Territorio, ambiente mobilità
ante parole, ma pochi fatti. Così Fabio Filippi esordisce a proposito della politica energetica della Regione. «Il piano 2011/2013 non è in grado di dettare le linee guida da seguire nel settore dell’energia, nasce debole, presenta una visione modestissima e ristrettissima sul tema dello sviluppo energetico, gioca sempre in difesa e mai in attacco – spiega il consigliere Pdl –. Si
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dà qualche contentino alle associazioni di categoria più vicine al partito, si assecondano gli ambientalisti con le bioenergie, le biomasse e altri tipi di fonti che attualmente garantiscono appena il 3% del fabbisogno energetico e costano molto di più rispetto alle fonti tradizionali». È stata approvata a dicembre la delibera sulla prima individuazione delle aree e dei siti per l’installazione di impianti fotovoltaici. In base a quali criteri è stata elaborata? «Tante sono state le polemiche in fase d’approvazione della delibera. Errani aveva presentato, in prima stesura, un documento
non conforme alle esigenze del territorio. In commissione avevamo rilevato gravi insufficienze e le associazioni di categoria e gli enti locali hanno condiviso i nostri emendamenti. L’amministrazione regionale ha fatto marcia indietro, recependo sostanzialmente le modifiche che avevamo proposto. La salvaguardia dei procedimenti di autorizzazione in corso e l’allargamento della dimensione dell’impianto per le aziende agricole sono alcune delle migliorie che abbiamo introdotto». Il miglioramento dell’efficienza energetica va di pari passo con l’innovazione. Quali interazioni in questo senso si
Fabio Filippi
Da noi le imprese e i cittadini pagano la corrente elettrica il 30% in più rispetto agli altri paesi europei
stanno sviluppando tra imprese, università e centri di ricerca in regione? «De Gasperi sosteneva che la differenza tra un politico e uno statista sta nel fatto che il primo agisce e si muove pensando alla prossima elezione, il secondo invece pensa alle prossime generazioni. Temo che in Emilia Romagna si pensi poco al futuro. L’innovazione in ambito energetico è praticamente inesistente. A Bologna, in zona Montecuccolino, era presente uno dei laboratori di ricerca energetica più avanzati d’Europa. La sinistra ha fatto di tutto per smantellarlo: continuiamo a perdere terreno in un settore vitale per l’economia e lo sviluppo». Una grande percentuale dell’energia consumata ogni anno in Emilia Romagna è d’importazione. «L’Italia importa l’86% dell’energia che consuma, l’Emilia Romagna circa il 70%. Siamo vulnerabili sul piano geopolitico ed economico. L’approvvigionamento energetico rappresenta un importante capitolo del nostro Pil. Da noi, la bolletta è più cara che altrove: le imprese e i cittadini pagano la corrente elettrica il 30% in più rispetto agli altri Paesi europei.
Dobbiamo intervenire per poter competere sul mercato globale. Senza soluzioni innovative sul piano energetico, il sistema Paese va in crisi». Cosa pensa dell’energia nucleare? «Le fonti rinnovabili non sono assolutamente in grado di garantire una percentuale di energia necessaria al fabbisogno della nostra regione. Seguendo questa strada non riusciremo a ridurre le emissioni di CO2: ricordiamoci che l’Emilia è la regione più inquinata d’Italia e forse d’Europa. Per rispettare il protocollo di Kyoto, riducendo l’inquinamento del 6%, i grandi del mondo dovrebbero raddoppiare il numero di centrali nucleari. Molti Paesi lo stanno facendo; purtroppo da noi la pseudo cultura ambientalista, perorata dalla sinistra, prevale sul buon senso. L’energia prodotta da una lenticchia di uranio equivale a quella prodotta da un container di carbone; inoltre, l’inquinamento atmo-
sferico rilasciato da una centrale nucleare, a parità di energia prodotta, è circa 10.000 volte inferiore a quello sviluppato da una centrale a carbone. Il nucleare pulito di nuova generazione rappresenta, attualmente, una soluzione plausibile al problema. È la comunità scientifica a sostenerlo». Come muoversi in attesa che entrino eventualmente in funzione nuovi impianti nucleari? «Gli impianti a biogas e biomassa rappresentano le fonti di energia più interessanti in regione; potranno dare un contributo importante nel momento i cui si produrrà gas metano. Una soluzione di questo tipo consentirà il recupero di energia termica e gas, altrimenti dispersi nell’ambiente, e questo sfruttamento comporterebbe una minore incidenza della contribuzione pubblica per la produzione di energia alternativa prodotta, rapportata al costo Kwh a carico degli utenti». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 229
RACCOLTA DIFFERENZIATA
Informazione e incentivi per raggiungere l’Europa Vito Belladonna, direttore tecnico di Arpa Emilia Romagna, commenta i dati diffusi dall’agenzia: «l’obiettivo comunitario è ancora lontano, servono sconti per gli utenti virtuosi. E tutti i Comuni passino a tariffa» Riccardo Casini
el 2009 la produzione di rifiuti urbani in Emilia Romagna si è ridotta rispetto all’anno precedente. È la prima volta nell’ultimo decennio: una diminuzione dello 0,9% in termini assoluti e dell’1,8% in termini di produzione procapite, a cui si è accompagnato un calo del 10% nel ricorso alla discarica. È quanto emerge dal Rapporto 2010 sui rifiuti elaborato da Arpa in collaborazione con la Regione, secondo il quale continua ad aumentare (+2%) la raccolta differenziata, che ha raggiunto il 47,4% dei rifiuti urbani, pari a 323 kg pro-capite: un dato che pone l’Emilia Romagna al disopra del dato medio nazionale (165 kg per abitante), e che è prossimo all’obiettivo del
N Vito Belladonna, direttore tecnico Arpa Emilia Romagna
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50% previsto dalle normative comunitarie. «L’obiettivo indicato dalla direttiva europea – precisa Vito Belladonna, direttore tecnico Arpa Emilia Romagna – si riferisce però a una percentuale di materiale da avviare a riutilizzo e riciclaggio, e non a una percentuale di raccolta differenziata. Ciò significa che questa deve essere ben maggiore, e infatti la nuova norma italiana fissa un obiettivo del 65% al 2012». Quali azioni sono necessarie allora per incrementare ulteriormente la quantità di materiale intercettato? «Sono necessarie azioni programmate che tengano conto del contesto territoriale in cui si
opera: dobbiamo pensare a sistemi integrati di raccolta differenziata che prevedano contemporaneamente, nei diversi contesti, raccolte domiciliari porta a porta, incentivazione all’uso dei centri di raccolta rifiuti e attivazione ed estensione della raccolta della frazione organica. Inoltre, devono essere previsti sconti per cittadini e utenze che fanno raccolta differenziata in quantità e di qualità nei Comuni già passati a “tariffa”, mentre devono passare a “tariffa” quei Comuni che non lo hanno ancora fatto. Infine, si deve rilanciare l’obiettivo con specifiche campagne informative e di sensibilizzazione rivolte ai cittadini».
Xxxxxxx Vito Xxxxxxxxxxx Belladonna
Sono necessarie azioni programmate che tengano conto del contesto territoriale in cui si opera, pensando a sistemi integrati di raccolta differenziata
gliorare i risultati in queste ultime zone? «Le differenze nelle performance di raccolta differenziata sono legate anche alle caratteristiche insediative e morfologiche dei territori, che deter-
deve dare l’obiettivo di organizzare i servizi col fine di recuperare più rifiuti e quindi smaltirne di meno, ai cittadini di collaborare per produrre meno rifiuti, differenziare di più e meglio. Tutto ciò anche
3 mln
TONNELLATE La produzione complessiva di rifiuti urbani in EmiliaRomagna nel 2009 (circa 682 kg per abitante)
47%
DIFFERENZIATA
Sempre secondo il vostro rapporto, la raccolta differenziata presenta un andamento diversificato sul territorio regionale, con punte del 65% in alcuni Comuni e quantitativi fermi al 35% in altri. Come è possibile mi-
La percentuale di raccolta separata dei rifiuti in regione: tra i materiali, al primo posto il legno (89%), poi carta-cartone (84%), plastica (75%), vetro (64%) e metalli (51%)
minano anche differenze nei costi. Inoltre, le amministrazioni comunali devono impegnarsi maggiormente nei confronti dei gestori dei servizi e dei cittadini per imporre obiettivi così sfidanti; ai gestori si
nei momenti e nei territori, come i nostri, nei quali non si versa in stato di crisi per quanto riguarda gli impianti di smaltimento». Per quali materiali la raccolta differenziata risulta an- EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 231
RACCOLTA DIFFERENZIATA
cora particolarmente deficitaria? «Dai nostri conti si possono ancora fare dei progressi importanti nella raccolta dell’organico, della carta e dei metalli. Anche la raccolta della plastica deve essere incentivata stando molto attenti alla qualità della frazione in quanto, con le attuali tecnologie, non tutti i tipi di plastica si possono riciclare: per questo è importante differenziarla correttamente». La raccolta porta a porta è già stata avviata in diversi comuni. È possibile estenderne l’applicazione ad altri contesti urbani? «La raccolta porta a porta, ove attivata, ha determinato un significativo incremento dei valori di raccolta differenziata. Non tutte le tipologie di insediamenti abitativi e produttivi sono comunque idonei all’attivazione delle raccolte domiciliari. In alcuni contesti i cassonetti monomateriali sono ugualmente efficaci, come per 232 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2011
Vedo ancora un ruolo centrale dell’informazione: gli utenti devono essere messi a conoscenza di quanto viene effettivamente avviato a recupero rispetto a quanto viene raccolto
talune tipologie di rifiuti risultano particolarmente idonei i centri di raccolta: è il caso dei Raee, i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche o dei rifiuti ingombranti». Lei ha dichiarato che, per migliorare le percentuali di effettivo recupero, è necessario anche lavorare sulla qualità dei materiali raccolti. Cosa è necessario fare in questo senso? «Vedo ancora un ruolo centrale dell’informazione e dell’incentivazione, anche economica, dei comportamenti virtuosi. Se il circolo fosse completamente virtuoso, l’onere di separare bene e di conferire correttamente ai contenitori stradali o ai centri di raccolta, si scaricherebbe sulle utenze senza costi aggiuntivi per la comunità nel suo complesso. Considerato, però, che i comportamenti non
sono sempre virtuosi, nell’usare questi sistemi che io chiamo a maggiore “responsabilizzazione del cittadino-utente”, il passaggio successivo è quello di realizzare altri sistemi per “cercare l’utente” e controllarlo maggiormente con forme più personalizzate come la raccolta domiciliare o porta a porta. In generale, gli utenti devono essere messi a conoscenza in maniera trasparente di quanto viene effettivamente avviato a recupero rispetto a quanto viene raccolto. Le impurità della raccolta differenziata rappresentano un inutile aggravio dei costi di raccolta prima e di trattamento e smaltimento poi. Da questo punto di vista ritengo opportuno prevedere il superamento delle raccolte multimateriali, come i cassonetti per la raccolta di carta, plastica e metalli».
In alto, inceneritore di Quarto Inferiore (Bologna)
Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Pierluigi Gorani
Sosteniamo la raccolta differenziata L’obiettivo condiviso da Regione e Conai «è giungere a una raccolta di qualità che permetta un’ottimizzazione del riciclo e maggiori quantitativi di materie prime seconde». Il punto di vista di Pierluigi Gorani, del Conai Leonardo Rossi
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accolta differenziata: una priorità per la Regione. Proprio per questo motivo è stato firmato il rinnovo della convenzione tra l’assessorato all’Ambiente e il Conai. L’accordo, avviato nel 2007, ha, infatti, portato ad importanti risultati, tenendo conto che in Emilia Romagna il 53% del totale dei rifiuti differenziati raccolti è costituita da rifiuti da imballaggio: alluminio, carta, legno, plastica e vetro. Di questi, una parte significativa rientra nella gestione del sistema consortile Conai/Consorzi di filiera, al quale aderiscono in regione 134.500 imprese. Punto di forza della regione sta nel fatto che è «riuscita a conciliare la programmazione della gestione dei rifiuti sul territorio, a livello locale, con la realizzazione degli impianti necessari al loro trattamento», rileva Pierluigi Gorani, responsabile dell’area Rapporti con il territorio del Conai che illustra i vantaggi
dell’accordo quadro Anci-Conai per i Comuni. A dicembre avete firmato il rinnovo della convenzione con la Regione Emilia-Romagna, avviata nel 2007. Qual è il bilancio di questi primi tre anni di collaborazione? Cosa vi attendete per il 2011? «Il bilancio è sicuramente positivo visto che nel corso degli ultimi tre anni di durata dell’Accordo siamo riusciti a coordinare ed allineare i dati relativi ai flussi di raccolta differenziata e di riciclo a livello regionale, gestiti da un lato dagli enti locali, dall’altro dal sistema Conai/Consorzi di filiera, per capire quanto dei rifiuti raccolti in modo differenziato viene effettivamente avviato a riciclo. Questo per noi e per la Regione è un punto fondamentale: il fine ultimo, infatti, è giungere ad una raccolta di qualità che permetta un’ottimizzazione del riciclo e dunque maggiori quantitativi di materie prime seconde. La trac-
ciabilità dei flussi è utile, inoltre, per mostrare ai cittadini il risultato effettivo dei loro sforzi quotidiani nella corretta separazione dei rifiuti». Oltre a questo, nel nuovo accordo sono state impostate una serie d’attività che troveranno un ulteriore sviluppo nel rinnovo del protocollo. Pierluigi Gorani, Qualche esempio? «Per esempio l’intercettazione responsabile dell’area Rapporti con il territorio dei rifiuti d’imballaggio metal- del Conai lici a valle degli impianti di termovalorizzazione, la possibilità di estendere la raccolta differenziata ai rifiuti portuali e il sostegno per una comunica-
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RACCOLTA DIFFERENZIATA
Nel corso degli ultimi tre anni siamo riusciti a coordinare ed allineare i dati relativi ai flussi di raccolta differenziata e di riciclo a livello regionale
zione efficace nei confronti dei
cittadini del lavoro svolto dal tavolo tecnico Regione/Conai». Quali sono oggi i vantaggi per un Comune che decide di affidarsi al sistema consortile Conai? «L’accordo quadro Anci-Conai è nato per dare impulso alla raccolta differenziata dei sei materiali di imballaggio: acciaio, alluminio, carta, legno, plastica e vetro. Ai Comuni che sottoscrivono le convenzioni, viene riconosciuto e garantito nel tempo un corrispettivo economico per i rifiuti di imballaggio raccolti e conferiti al Sistema consortile. I Comuni quindi, hanno la certezza del ritiro e dell’erogazione dei corrispettivi, stabiliti e assicurati per tutta la durata dell’accordo quadro Anci-Conai. Ciò non toglie che possano decidere di uscire dalla convenzione per avvalersi della possibilità di vendere i materiali raccolti sul libero mercato. L’Accordo infatti è nato per essere sussidiario rispetto al mercato». L’Emilia Romagna è una delle regioni più virtuose in termini di raccolta differenziata. Quali sono i motivi? «L’Emilia Romagna, come altre regioni virtuose, è riuscita a
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conciliare la programmazione della gestione dei rifiuti sul territorio, a livello locale, con la realizzazione degli impianti necessari al loro trattamento, vale a dire impianti di selezione dei rifiuti urbani, impianti di valorizzazione per il recupero energetico e discariche controllate per gli scarti non valorizzabili. In questo modo i rifiuti provenienti dalla raccolta differenziata urbana trovano sbocco nei centri per la conversione in energia o in nuovi materiali vendibili sul mercato». Sono previsti dei progetti per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’argomento?
«In collaborazione con l’Associazione nazionale dei Comuni italiani stiamo supportando un’attività di comunicazione locale dei soggetti impegnati nella raccolta differenziata. È stato infatti istituito un bando annuale che mette a disposizione 1 milione e 200mila euro per chi intende promuovere, attivare e migliorare la raccolta differenziata attraverso attività di comunicazione. A queste risorse si aggiungono anche i contributi che vengono erogati nei vari progetti territoriali in cui Conai è impegnato per il miglioramento della raccolta differenziata».
RACCOLTA DIFFERENZIATA
La guerra della ricca Parma contro l’usa e getta econdo il Rapporto 2010 sui rifiuti di Arpa Emilia Romagna, è la provincia di Parma a far registrare il dato più alto per quanto riguarda la raccolta differenziata in regione (54,3%), superando così anche la primatista “storica”, ovvero Reggio Emilia, ferma al 54%. Resta inferiore, invece, il risultato del capoluogo (45,8%), ma secondo l’assessore all’Ambiente, Cristina Sassi, il Comune non sta certo a guardare. «Questi dati – spiega – vanno inquadrati in quella che ho definito, con un termine forte ma appropriato, la “scommessa” della città di Parma. Secondo Arpa nel 2000 la differenziata nel territorio comunale era ferma al 14%, e nel 2006 toccava il 28%, limitandosi però quasi esclusivamente alla carta. La svolta avvenne quell’anno: approfittando di un bando del Ministero, il sindaco Vignali, allora assessore all’Ambiente, richiese investimenti per avviare la raccolta porta a porta nelle frazioni, dove – non dimentichiamolo – risiedono 35mila abitanti. Vennero lasciati solamente i cassonetti per il verde e gli sfalci, e in breve si raggiunsero risultati vicini al 75%. La media comunale si è
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Estensione del servizio porta a porta e stazioni di raccolta interrate nel centro storico: ecco come, nelle intenzioni dell’assessore comunale all’Ambiente, Cristina Sassi, il capoluogo della provincia più virtuosa cerca di allinearsi ai risultati del territorio sulla differenziata Riccardo Casini
adattata di conseguenza. In seguito, visti i risultati positivi, si decise di estendere l’esperimento ad altri quartieri della città. Oggi la raccolta differenziata della carta viene effettuata ovunque, mentre quella dell’organico riguarda già un terzo della città, ovvero circa 50mila abitanti». È prevista a breve l’estensione del servizio ad altre zone?
Cristina Sassi
Cristina Sassi, assessore all’Ambiente del Comune di Parma
«La raccolta differenziata dell’organico verrà estesa nei prossimi mesi ai quartieri di Cittadella, Nubiana e San Lazzaro. Inoltre vogliamo allargare il porta a porta, grazie anche ai tecnici del consorzio trevigiano Priula, per arrivare entro breve al 60% di differenziata a livello comunale. Senza dimenticare un altro aspetto, ovvero la tariffazione: vogliamo rendere puntuali quegli sconti del 5% già applicati dal 2008 come incentivo in quelle zone dove si è superato il 70% di differen-
Occorre puntare sull’educazione ambientale nelle scuole e sugli stili di vita delle famiglie: la raccolta differenziata parte dal carrello della spesa
ziata. E se il 5% può sembrare una cifra ridicola, non dimentichiamo che lo sconto riguarda tutti gli abitanti». La situazione più difficile riguarda sempre il centro storico. «Era logico partire dall’esterno: nelle frazioni vi sono per la maggior parte abitazioni bifamiliari, quadrifamiliari o, al massimo, condomini dove abitano non più di 12 famiglie. Il centro storico invece è un contesto nel quale non è mai facile intervenire, ma in accordo con la Soprintendenza abbiamo avviato l’inserimento di stazioni di raccolta sotterranee, con una colonnina in superficie nella quale ogni utente possa inserire la propria tessera. Si tratta di una soluzione non impattante, necessaria soprattutto in strade strette o a senso unico, e già realizzata nel quartiere Oltretorrente dove la sperimentazione dovrebbe partire a febbraio. Altre tre stazioni di questo tipo saranno poi realizzate entro il 2012». Per quali materiali la raccolta differenziata risulta ancora particolarmente deficitaria? «Indubbiamente l’organico, la classe merceologica più delicata nonché, essendo umido, la più pesante. E questo influisce nel conteggio della produzione di rifiuti, che co-
munque oggi a Parma è calata fino a raggiungere i 590 chili, un risultato ottenuto però con grande fatica. Questo perché, se posso muovere una critica – anzi un’autocritica – viviamo in una città ricca, che vede ancora l’usa e getta come una manna dal cielo. È un discorso psicologico che non va sottovalutato, e dal quale non si può prescindere quando si analizzano questi dati». Come è possibile allora migliorare il risultato attuale? «Vi sono alcuni quartieri nella quale la raccolta differenziata sta già ottenendo buoni risultati e altri, come San Leonardo, dove la stiamo introducendo ora, e che quindi potranno ulteriormente innalzare la media. Dobbiamo migliorare poi nel campo dei prodotti biologici, come i pannolini che, in una città come Parma dove cresce la natalità, costituiscono oggi il 20% dei nostri rifiuti. Senza dimenticare la battaglia che stiamo conducendo per il consumo dell’acqua del rubinetto, evitando così l’impiego di bottiglie di plastica. Ma alla base di tutto occorre puntare sull’educazione ambientale nelle scuole, responsabilizzando i ragazzi, e sugli stili di vita delle famiglie: come dico sempre, la raccolta differenziata parte dal carrello della spesa». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 237
INGEGNERIA CIVILE E AMBIENTALE
Nuove prospettive energetiche Produzione di energia alternativa, con garanzie di sostenibilità e alta tecnologia impiantistica. Succede quando ingegneria civile e ambientale si incontrano. La parola ad Amedeo Tita Valeria De Meo
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uando l’ingegneria civile incontra quella ambientale, il sodalizio garantisce successo e opportunità di sviluppo delle fonti di energia rinnovabile, con una conseguente salvaguardia dell’ecosistema. Vengono progettati nuovi impianti, individuate le migliori tecnologie disponibili, viene sostenuto il settore energetico in tutte le sue forme, perché dipendente da servizi di ingegneria integrati, capaci di garantire l’equilibrio tra ambiente e sviluppo. Dalla fine del 2007 il sodalizio E&ngi-Teleios opera sul territorio regionale e nazionale. La Teleios si occupa da circa un decennio di progettazione civile e industriale, finalizzaa interventi che comprendono la
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totalità delle prestazioni ingegneristiche, ma anche a interventi specialistici su singoli aspetti della progettazione civile e strutturale. La E&ngi da sette anni, invece, si occupa di ingegneria ambientale. «La società – spiega Amedeo Tita, presidente della E&ngi – si dedica, in maniera esclusiva, alla gestione di procedimenti amministrativi complessi, al coordinamento della sicurezza nei cantieri, alla progettazione degli interventi di bonifica, allo sviluppo e al coordinamento degli studi di impatto ambientale». È anche per questo che le due società, collaborando, sono state in grado di fare fronte ai momenti di difficoltà generale. E ai clienti storici, come la Vodafone, se ne sono aggiunti dei nuovi, Magneti
Amedeo Tita
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Nel 2008 è entrato in esercizio l’impianto integrato più grande d’Italia, collocato a Serravalle Scrivia, progettato da Teleios
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Marelli Powertrain, Montealto, Maire Engineering, Sistema Solare. «Evidentemente – precisa Tita – essi riconoscono al nostro gruppo la capacità di condurli verso le mete prefissate, progettando correttamente e assistendo efficacemente la gestione dei procedimenti autorizzativi». All’universo della piccola e media impresa, E&ngi offre attività di consulenza e responsabilità in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro, mentre Teleios ha fatto fronte agli importanti sviluppi normativi in materia di progettazione, soprattutto in ambito sismico. Il punto di svolta per entrambe è rappresentato, però, dall’attività nell’ambito del fotovoltaico. «A dicembre del 2008 – afferma il presidente della E&ngi – è entrato in esercizio l’impianto inte-
grato più grande d’Italia, a Serravalle Scrivia, progettato da Teleios per il gruppo Ergycapital e del cui procedimento autorizzativo si è occupata E&ngi. Da allora sono stati progettati impianti per un complesso di potenza pari a 100 MWp, in diverse regioni italiane, per conto di grandi gruppi imprenditoriali nazionali e stranieri. Consideriamo le fonti di energia rinnovabili – prosegue – come un’opportunità per il prossimo futuro, non solo per le società del nostro gruppo ma, più in generale, per il nostro territorio regionale». Il nuovo Conto energia, decreto che stabilisce i criteri per favorire la produzione di energia elettrica da impianti solari fotovoltaici, ha ridotto negli ultimi tempi l’incentivazione: i criteri di sviluppo di
grandi impianti saranno sempre più selettivi e gli operatori qualificati sempre più esigenti in termini di selezione dei candidati e delle opportunità da sviluppare. «Sulla base di questa previsione – dichiara Tita – guardiamo con grande interesse alle iniziative che la Regione Emilia Romagna sta promuovendo, con l’auspicio che metta a disposizione delle Province, delegate alla gestione dei procedimenti di autorizzazione, strumenti efficaci che contrastino iniziative vuote di reali contenuti di sviluppo. Siamo ottimisti per il futuro. Teleios è estremamente versatile a gestire le più diverse attività di progettazione e direzione lavori, mentre E&ngi è efficace nel coordinamento dei procedimenti amministrativi complessi».
Alcuni esempi di lavorazione eseguiti dalla Teleios www. teleios-ing.it
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RETE AEROPORTUALE
Aeroporti più grandi, efficienti, ben serviti e in rete
I
n Italia l’evoluzione del sistema aeroportuale è stata per lungo tempo connessa alle strategie e alle esigenze della compagnia di bandiera. Successivamente, le crescenti difficoltà di Alitalia e gli effetti della liberalizzazione del traffico aereo, realizzata in attuazione della normativa comunitaria, hanno determinato una proliferazione del numero di aeroporti, senza che si individuassero chiaramente le linee programmatiche idonee a ordinare in modo coerente lo sviluppo del sistema. «Basti pensare che la rete aeroportuale italiana è costituita da circa 100 aeroporti, di cui solo 47 registrano traffico commerciale
Qui sotto, l’onorevole Mario Valducci, presidente della commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni della Camera dei Deputati
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«L’Italia non ha bisogno di un maggior numero di aeroporti, ma di scali più grandi, più efficienti e meglio connesse». Le nuove sfide per la rete aeroportuale italiana emergono dall’attenta analisi dell’onorevole Mario Valducci Renata Gualtieri
con voli di linea. I primi 20 aeroporti coprono il 95% del traffico di passeggeri. Ancora più significativo è il fatto che soltanto 7 aeroporti hanno un volume di traffico superiore a 5 milioni di passeggeri l’anno (soglia di rilevanza comunitaria) e i primi 8 aeroporti (i 7 a rilevanza comunitaria più Ciampino) coprono circa il 70% del traffico passeggeri del Paese». L’onorevole Mario Valducci, presidente della commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni della Camera dei Deputati indica quale è lo stato del sistema italiano. Quali le prospettive e i dettagli delle linee strategiche su cui lavorerà la commissione che lei presiede per lo sviluppo di un comparto così fondamentale per il nostro Paese? «Nei due anni e mezzo della mia presidenza abbiamo innanzitutto lavorato per una positiva soluzione della crisi Alitalia con ottimi risultati vi-
sto che ormai da due anni il vettore non pesa più sulle tasche degli italiani. Poi abbiamo concluso un’indagine conoscitiva sul settore aeroportuale che ha visto ben 41 audizioni dei soggetti interessati, dalle compagnie aeree alle società di gestione aeroportuali alle istituzioni interessate. Dall’indagine è emerso un quadro frammentato del sistema aeroportuale italiano, che comporta, per un verso, l’utilizzo di ingenti risorse pubbliche per la realizzazione e la gestione di aeroporti con volumi di traffico ridotti e, dall’altro, per effetto della concorrenza tra gli scali, la difficoltà di sviluppare aeroporti su cui concentrare i voli a medio e lungo raggio. Pur avendo una dimensione economica paragonabile a quella di Germania, Francia e Gran Bretagna, l’Italia non ha aeroporti di dimensioni analoghe a quelle di Londra-Heathrow, di Parigi-Charles de Gaulle, di Francoforte o di
Mario Valducci
Madrid-Barajas e AmsterdamSchiphol. Insomma, il sistema aeroportuale italiano, nello stato in cui si trova oggi, non pare in grado di sostenere adeguatamente le future potenzialità di sviluppo del traffico aereo che, secondo stime conservative, ammonterà a circa 250 milioni di passeggeri nel 2030». Occorre una razionalizzazione della rete aeroportuale italiana? «L’interesse generale alla crescita del traffico aereo in Italia induce a individuare come obiettivo prioritario quello di utilizzare le risorse disponibili non per creare nuovi aeroporti
ma per ammodernare, ampliare e potenziare, in modo mirato, gli aeroporti che esistono e che già oggi rappresentano un asset significativo per l’intero Paese. Per raggiungere questo obiettivo è necessario, in primo luogo, ritrovare la capacità di elaborare una programmazione dello sviluppo della rete aeroportuale che risponda a finalità, interessi ed equilibri di carattere generale. Vi è, inoltre la difficoltà che deriva dalla frammentazione delle competenze a livello istituzionale. La competenza sugli aeroporti civili attribuita alle regioni dal titolo V della Costituzione rende più
complessa l’elaborazione di una programmazione a livello nazionale, mentre rischia di indebolire la resistenza alle pressioni “campanilistiche” che provengono dai singoli territori all’interno di ciascuna regione per avere il proprio aeroporto. Quanto agli aeroporti minori, la chiave per il rilancio è quella della specializzazione ad alto valore aggiunto: trasporto merci (approccio già adottato da qualche caso virtuoso nel Nord del Paese), traffico business (ad alto valore aggiunto), ultraleggero ed elicotteristica (volano del turismo locale)». C’è necessità di nuovi scali aeroportuali o occorre potenziare quelli già esistenti? «Il numero degli scali è assolutamente adeguato, tenendo anche conto della particolare conformazione dell’Italia. La vera sfida è di rendere efficienti e attrattivi quelli che già esistono. Dall’indagine conoscitiva che abbiamo concluso in commissione Trasporti è emerso con evidenza che occorre evitare di investire ingenti risorse pubbliche in strutture che non solo non sono in grado di garantire la propria sostenibilità sotto il profilo economico, ma rischiano anche di compromettere le prospettive di crescita degli altri aeroporti già operanti nella medesima area geografica, con l'effetto finale di ridurre la capacità di assorbimento del traffico aereo del Paese. L’Italia non ha bisogno di un maggior numero di aeroporti, ma di scali più grandi, più efficienti e EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 243
RETE AEROPORTUALE
Gli aeroporti, “le cattedrali del Terzo Millennio”, sono la vetrina del sistema Italia
meglio connessi, attraverso collegamenti intermodali con la rete ferroviaria e stradale, al territorio e al bacino di traffico di riferimento». È possibile coniugare la sostenibilità ambientale con la realizzazione delle grandi infrastrutture? «Certo, ma non possiamo dimenticare che sostenibilità ambientale ed economica sono rovesci della stessa medaglia. Dove non ci sono investimenti e sviluppo sostenibili, difficilmente ci sono risorse per tutelare l’ambiente nel tempo. Le tecnologie delle costruzioni (settore in cui l’industria romana è stata storicamente all’avanguardia nel mondo) forniscono oggi soluzioni impensabili solo pochi anni or sono. Certo è che il piano aeroportuale nazionale su cui sta lavorando il Ministero non potrà non tenerne conto nell’individuazione dei siti e la rilocalizzazione di quelli a maggior impatto. Nonché nell’individuazione di forme compensative per i territori che ospitano gli aeroporti in crescita, che 244 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2011
fungono comunque da acceleratore sull’indotto delle economie locali». Esiste un esempio di mobilità efficiente nel sistema aeroportuale italiano? «Ci sono casi positivi che vanno analizzati ed interpretati come best practice, anche se soltanto 6 sono gli aeroporti che hanno un collegamento ferroviario diretto. È il caso dell’alta velocità ferroviaria che, da pochi mesi, arriva direttamente in aeroporto a Milano Malpensa. E la stessa Malpensa si sta riprendendo dopo la scelta di Fiumicino come hub da parte di Alitalia: i recenti dati di traffico del 2010, sebbene parziali, dimostrano un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi due anni. È il caso di Palermo, al cui interno è stata realizzata una fermata ferroviaria interamente con fondi europei, che rende veloce il collegamento tra l’aeroporto, invero piuttosto lontano dalla città, e il centro del capoluogo siciliano. Infine c’è Pisa, l’aeroporto regionale europeo con il terminal ferroviario più
vicino all’aerostazione, circa 40 metri». Quali sono le criticità da eliminare e i punti di forza su cui puntare per garantire il ruolo dell’Aeroporto di Fiumicino come grande hub per l’Italia? «Intermodalità ferro/gomma/ porti e sviluppo sostenibile sono sfide che attendono Fiumicino e che sono affrontate nel Piano industriale. Occorre sottolineare che gli aeroporti, “le cattedrali del Terzo Millennio”, sono la porta di accesso per l’internazionalizzazione delle nostre piccole medie imprese, ma soprattutto la vetrina del Sistema Italia. Particolare attenzione dovrebbe essere riservata agli aspetti architettonici degli aeroporti in modo che consentano di trasformarli in tante “piccole Expo” in cui chi arriva e parte possa vedere, apprezzare (e quando possibile acquistare) le eccellenze che hanno reso famoso nel mondo lo stile di vita italiano: arte, moda, design ed enogastronomia».
Fabio Castellari
Il secondo aeroporto regionale Le novità e le nuove sfide dell’aeroporto Ridolfi di Forlì illustrate dal presidente della società Seaf, Fabio Castellari, che parla anche del rapporto con le altre realtà regionali: Bologna, Rimini e Parma Nike Giurlani
L’
offerta aeroportuale dell’Emilia Romagna si caratterizza per la presenza di ben quattro realtà: Bologna, Forlì, Rimini e Parma. Tra queste «con 642.000 passeggeri circa, l’aeroporto di Forlì è la seconda realtà più importante dell’Emilia Romagna» rileva il generale Fabio Castellari, presidente Seaf, la società che gestisce l’aeroporto Ridolfi. Con Parma e Bologna «non esiste una vera e propria “concorrenza” dato che Parma ha un bacino d’utenza completamente diverso da Forlì» mentre per «Bologna più che di “concorrenza” parlerei di “complementarietà”, in quanto molti viaggiatori preferiscono utilizzare lo scalo di
Forlì per le “facilities” che l’aeroporto Ridolfi offre». Il discorso cambia se, invece, si parla dell’aeroporto di Rimini. «La mancanza di una strategia comune porta a sovrapposizioni che non favorisce né una sana concorrenza nè una politica commerciale d’aiuto turistico al territorio». Proprio per questo motivo più volte si sono sollevati voci di un accordo tra i due aeroporti, ma il presidente tiene a precisare che, invece, fino a questo momento «nessun tipo di dialogo, ad oggi, è avvenuto fra i due aeroporti, tutto ciò che si legge sulla stampa riguarda aspetti politici che, in qualità di presidente dell’aeroporto, poco mi riguardano». Questo però non esclude che siano previste delle
sinergie e dei progetti con gli altri aeroporti regionali, rispetto ai quali però il generale ritiene prematuro parlare. Intanto, nell’immediato, le iniziative sono volte «ad attrarre altre compagnie aeree per il lancio di nuove destinazioni da e per l’aeroporto di Forlì e – continua – tengo a precisare che il bacino d’utenza di Forlì è assolutamente diverso da quello di Rimini e Bologna e che pertanto le compagnie aeree sottratte al nostro scalo danno l’opportunità ad altri vettori di inserirsi in questo mercato». Nel frattempo la novità più importante è il passaggio dal pubblico al privato che dovrebbe essere concluso entro giugno. Se si affronta, infine, lo spinoso tema della rete aeroportuale regionale e ad un suo ripensamento, il generale non ha dubbi. «Non c’è nulla da inventare al riguardo, in quanto esiste già uno studio, che risale al 2007, della Kpmg, a suo tempo pubblicato e disatteso dai soliti campanilismi e se dovessimo riorganizzare la rete aeroportuale regionale, ritengo che quello studio potrebbe essere un buon progetto sul quale lavorare».
A sinistra, l’aeroporto di Forlì
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RETE AEROPORTUALE
L’aeroporto di Bologna vola verso il successo Traguardi e nuovi progetti dell’aeroporto Marconi. Pur essendo oggi uno dei maggiori scali italiani «non significa che ci si possa accontentare» spiega la presidente Giuseppina Gualtieri. Ecco gli obiettivi Nike Giurlani
aeroporto di Bologna è oggi l’ottavo aeroporto italiano per numero di passeggeri (5,5 milioni nel 2010) ed è quello che nel corso dell’ultimo anno è cresciuto di più tra i maggiori aeroporti italiani, con livelli di crescita (+15,3%) più che doppi rispetto a quelli fatti registrare dalla media di tutti gli scali nazionali (+7% circa). «La crescita di passeggeri – sottolinea Giuseppina Gualtieri, presidente dell’ente che gestisce lo scalo bolognese – non è stata disgiunta da una continua attenzione alla qualità dei servizi, che è valsa allo scalo il primo posto in Italia per qualità, facilità di accesso e sicurezza, secondo un’inchiesta
L’
Giuseppina Gualtieri, presidente dell’aeroporto Guglielmo Marconi di Bologna
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condotta dal mensile Altroconsumo su 10mila viaggiatori e 150 aeroporti nel mondo». Come siete arrivati a questi risultati? «Con il nuovo piano industriale, approvato e avviato nel 2008 dai nuovi vertici aziendali, l’aeroporto si è posto tre obiettivi prioritari: lo sviluppo del traffico nel rispetto della sostenibilità ambientale e con attenzione alla qualità del servizio; la produzione di ricchezza per il territorio e per il sistema imprese; la creazione di valore per gli azionisti. La società ha deciso di affiancare, al consolidamento dell’offerta di voli business, lo sviluppo del traffico
low cost, al fine di realizzare, insieme anche al traffico charter, un mix di offerta in grado di soddisfare le diverse esigenze dei passeggeri e del territorio. Le scelte fatte si sono dimostrate vincenti: negli ultimi tre anni, infatti, l’aeroporto ha guadagnato oltre un milione di passeggeri e nel 2010 ha superato per la prima volta il “muro” dei 5 milioni di passeggeri». Nel 2005 la compagnia aerea Eurofly e l’aeroporto avevano lanciato il collegamento Bologna-New York, sospeso da alcuni anni. Come mai? «A un’ottima risposta sul fronte outgoing non è corrisposto
Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Giuseppina Gualtieri
Nella primavera del 2011 partiranno i lavori di riqualifica e ampliamento del terminal passeggeri che in due anni diventerà più efficiente
5,5 mln
PASSEGGERI Il numero complessivo di passeggeri che ha usufruito dell’aeroporto di Bologna nel 2010
120 mln EURO
Gli investimenti previsti dall’ente gestore dell’aeroporto nei prossimi 5 anni
uguale entusiasmo sul lato incoming. In altre parole, il nostro bacino di utenza ha accolto bene la novità, soprattutto come opportunità leisure, ma sono stati i passeggeri americani che non hanno sfruttato a pieno la rotta e chiaramente la compagnia ha dovuto intervenire, vista la non sostenibilità economica del volo. Non escludiamo, però, per il futuro, di riuscire ad attivare un nuovo volo su New York o verso un’altra città americana». Quali gli obiettivi per il 2011? «Puntiamo a consolidare lo sviluppo, cogliendo anche nuove opportunità di crescita
con attenzione alle compagnie aeree e alla qualità dei servizi. Nella primavera del 2011 partiranno i lavori di riqualifica ed ampliamento del terminal passeggeri: un investimento importante (la base di gara è di 25 milioni di euro), che in due anni consegnerà ai passeggeri un terminal più moderno ed efficiente, con nuovi spazi e servizi. La sfida sarà riuscire a coniugare cantieri ed operatività, mantenendo alto il livello qualitativo dei servizi offerti. Ovviamente non smetteremo di lavorare per portare al Marconi nuove compagnie aeree e nuovi voli». Quali le iniziative che intendete realizzare per potenziare ulteriormente l’aeroporto? «Lo scalo, con 5,5 milioni di passeggeri e oltre 80 destinazioni di cui 49 internazionali di linea e 6 intercontinentali, è già oggi uno dei maggiori aeroporti italiani. Questo non significa che ci si possa accontentare: la società ha avviato un piano di sviluppo sulle infrastrutture, che per i prossimi 5 anni comporterà investimenti per 120 milioni di euro e che nel lungo termine pre-
vede la realizzazione di un nuovo terminal, per portare la capacità dello scalo a oltre 10 milioni di passeggeri. Il contratto di programma, che garantirà lo sviluppo infrastrutturale dei prossimi anni, è già stato approvato da Enac e dai ministeri competenti ed è in pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale». Quali vantaggi avrebbe Bologna con una rete aeroportuale regionale meno frammentata? «Il settore aeroportuale sta attraversando cambiamenti importanti sia nelle strategie di sviluppo, sia negli assetti proprietari, mentre i sistemi infrastrutturali stradali e ferroviari mutano le aree di riferimento degli scali. Tutto questo pone un tema di valutazione che per un aeroporto non riguarda i confini amministrativi di comuni e regioni, ma richiede valutazioni più articolate. In ogni caso l’aeroporto di Bologna, dopo questi anni di sviluppo, è oggi in grado di valutare ogni opportunità di crescita e di collaborazione che sia collegata a precise valutazioni industriali e di valorizzazione economica positiva per gli azionisti». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 247
TRASPORTI
Rotta verso l’Europa Anche grazie alla fusione con il gruppo Plose, il gruppo Trans Ferry è riuscito a consolidare l’attività aumentando il giro d’affari nonostante la crisi. Continuano gli investimenti, come quello nel polo logistico di Cortemaggiore. A parlarne è il suo Ad, Marco Alberti Andrea Moscariello
In alto, a destra, iI porto di Dover: i servizi di traghettamento sulla Manica sono tra le attività principali della società di Fiorenzuola d’Arda www.transferry.com
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unta a un rafforzamento delle linee di business esistenti la Trans Ferry di Fiorenzuola d’Arda. L’azienda, da anni tra i principali attori nell’ambito dei servizi alle aziende di autotrasporti e spedizioni, punta a sviluppare gli accordi di partnership operative e commerciali strette con le compagnie di navigazione Ro-Ro attive nei principali porti europei e con le varie concessionarie autostradali continentali. «Dopo cinque anni di continua ricerca e implementazione di nuovi progetti, nei prossimi 12 mesi ci concentreremo sul consolidamento delle iniziative di recente avvio – dichiara Marco Alberti, amministratore delegato del gruppo -. Ci poniamo pertanto come obiettivi la razionalizzazione oltre
P
che la crescita per linee interne, che perseguiremo spingendo su integrazione e sinergie commerciali». Insomma, si prospetta un periodo importante per la Trans Ferry, dopo un anno in chiaroscuro. È recente, infatti, la sospensione dell’attività di Adriatic Lines, controllata che aveva avviato a ottobre 2009 un servizio marittimo tra Ravenna e Corinto dedicato al traffico merci. «A giugno 2010, le due navi che stavamo impiegando sulla linea sono state di fatto sequestrate per oltre un mese da manifestanti di un sindacato greco che richiedeva la sostituzione degli equipaggi con personale locale. Abbiamo combattuto per due mesi, poi abbiamo deciso di desistere dal rilancio del servizio». Escludendo questo episodio, co-
Marco Alberti
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Il trasferimento modale è un’esigenza di sostenibilità infrastrutturale prima ancora che di efficientamento della filiera produttiva
munque, l’anno appena terminato è stato positivo sotto più aspetti. A partire dal giro di affari, che nel 2010 si stima abbia raggiunto quota 290 milioni di euro, registrando un aumento di circa il 15% rispetto al 2009. Secondo Alberti, «più che una ripresa dei traffici in senso lato, che pur si inizia a registrare, a questo risultato ha contribuito sia lo sviluppo delle linee di business tradizionali, sia l’avvio di nuove attività ». Strategica è stata l’integrazione con il gruppo Plose, che è entrata nel vivo dando vita alla nuova identità “360° Services”: un brand name che identifica le linee di business più core del gruppo: i servizi di traghettamento Ro-Ro (gestiti dalla capogruppo Trans Ferry), i sistemi di pagamento pedaggi e altri servizi correlati (Plose) e
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i servizi finanziari (Yes Money); in queste aree il gruppo è presente in tutta Europa con più filiali, attualmente 10 fuori dall’Italia. Il perimetro comprende anche attività di trasporti in senso stretto, stradali e intermodali, che si svolgono invece prevalentemente sul territorio nazionale e nel Regno Unito. Complessivamente sono oltre 8mila i clienti attivi del gruppo, con circa il 75% del giro d’affari realizzato fuori dall’Italia. Una realtà con forte vocazione internazionale, quindi, e sempre dinamica: tra gli investimenti in corso va sicuramente citato il polo logistico nel vicino comune di Cortemaggiore (Pc). «Si tratta di un insediamento di 35mila mq, di cui oltre 12mila mq tra magazzini e uffici, con impianto fotovoltaico in coper-
tura della potenza di 1 megawatt – specifica l’Ad di Trans Ferry –. L’attività di trasporti in senso stretto, poi, è capital intensive per definizione e abbiamo sempre in programma la sostituzione di una quota del parco mezzi: trattori, semirimorchi e casse mobili per i trasporti intermodali». Il mondo dei trasporti contemporaneo trova poi nei concetti di integrazione e intermodalità i suoi dettami più di attualità. «Per tanti fattori, il trasporto su gomma continua a essere non solo più flessibile, ma spesso anche più competitivo rispetto alle modalità alternative quali treno e mare – sostiene Alberti –. La combinazione modale, per esempio con il ricorso all’intermodalità terrestre o alle autostrade del mare, può in alcuni casi for- ›› EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 249
TRASPORTI
La svolta di 360° 360° rappresenta la visione di un sistema di assistenza completa rivolta agli operatori del trasporto merci, risultante dall’unione dei gruppi Trans Ferry e Plose. Una visione condivisa dal network di strutture operative e commerciali distribuite capillarmente in Europa. «Internamente, 360° rappresenta l’esigenza di integrazione delle diverse anime di cui è composto il nostro gruppo, che con oltre 160 collaboratori di 15 diverse nazionalità distribuiti in 12 uffici in Europa è una realtà multinazionale a tutti gli effetti, anche se di dimensioni relativamente contenute – dichiara Marco Alberti, Ad del gruppo -. Ci proponiamo come un fornitore globale sotto il profilo di gamma e competitività dei servizi offerti, ma anche come un partner in grado di interpretare le specificità e criticità di ciascun mercato locale. Insomma, come dicono i consulenti, un approccio “glocal”».
›› nire opportunità di conteni- stire a medio termine. Ma per ropeo – conclude Alberti -. La mento dei costi, ma parliamo comunque di quote oggi marginali rispetto ai flussi di merce in circolazione. Questo non significa tuttavia che tali strade non vadano perseguite, al contrario: il trasferimento modale è un’esigenza di sostenibilità infrastrutturale prima ancora che di efficientamento della filiera produttiva». Il gruppo piacentino ha così allo studio soluzioni che si pongono l’obiettivo di far accedere alla combinazione modale aziende che fino a oggi sono rimaste nell’ambito del solo trasporto su gomma. E in un’ottica di sviluppo sempre più globale, sarà fondamentale il contributo istituzionale dei corridoi europei. «I corridoi sono un valido riferimento anche per noi, per individuare dove e come si muovono i macroflussi, e quindi dove inve250 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2011
la nostra attività non possiamo prescindere dal conoscere e analizzare esigenze, abitudini e decisioni quotidiane dei nostri committenti: dove è più conveniente fare rifornimento di carburante, come variano tempi e orari di guida, di quali collegamenti short sea o ferroviari certi traffici possono beneficiare, se vi sono combinazioni modali più disponibili e convenienti, e così via». Trans Ferry guarda con ottimismo al futuro, nonostante la non facile congiuntura economica e di mercato. «L’effetto negativo della drastica riduzione dei flussi di merce è stato amplificato dalla strutturale debolezza del settore, che per dimensione, patrimonializzazione e redditività medie delle aziende di autotrasporti e spedizioni è uno dei più problematici di quasi ogni paese eu-
conseguenza più immediata è stata un generalizzato deterioramento delle condizioni finanziarie, e anche noi ne abbiamo ovviamente avvertito gli effetti; fortunatamente ci siamo da tempo dotati di efficaci processi di valutazione, gestione e controllo del credito, e quindi abbiamo potuto reagire in modo adeguato. Inoltre la pressione alla riduzione dei costi ha determinato una continua ricontrattazione di prezzi e condizioni, a tutti i livelli della filiera. Questo causa spesso una minore pianificazione e più in generale uno svilimento della qualità del servizio e delle relazioni. Siamo ovviamente in tanti ad augurarci che l’aria cambi prima possibile, ma l’impressione è che per parlare di ripresa vera e propria occorrerà attendere ancora, forse almeno un anno».
IMPRENDITORI DELL’ANNO
Addestramento al volo opportunità O e prospettive Imparare a volare. Seguendo corsi certificati ed esercitandosi con una flotta altamente tecnologica. Professione Volare è una scuola di volo di altissimo livello, nonché centro di aggiornamento per piloti professionisti Eugenia Campo di Costa
In apertura, velivoli pronti al decollo per volo di addestramento. Nella pagina accanto, dall’alto atterraggio da volo di addestramento notturno, il comandante Cesare Montefiori con un gruppo di ex allievi piloti, Gian Luca Giuliani socio di Professione Volare
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ltre 2000 ore all’anno dedicate all’addestramento teorico, più di 7.000 ore di addestramento pratico su velivoli e simulatori per un flusso costante di oltre 100 allievi all’anno provenienti da tutto il territorio nazionale ed europeo. Sono i numeri di Professione Volare scuola di volo ad altissimo livello, con base operativa presso l’aeroporto di Forlì. Professione Volare è nata alla fine del 1993, fortemente voluta dal comandante Cesare Montefiori. È stata fondata durante un periodo di forte crisi nel settore aereo: «da una parte – ricorda il comandante Montefiori – era appena terminata la prima guerra del Golfo, dall’altra quasi il 50% dei piloti professionisti era “a
terra” per la perdita del posto di lavoro dovuto all’azzeramento quasi totale delle aziende di trasporto aereo private a seguito dell’inchiesta Tangentopoli». Il comandante Montefiori aveva lasciato da pochi anni l’Aeronautica Militare dove aveva volato sul caccia G 91 per 20 anni, ed era Comandante sul Falcon 50 del Gruppo Ferruzzi. È facile immaginare che, in un simile scenario, perdere il posto di lavoro significava essere uno dei tantissimi piloti “a spasso” in un contesto di chiusura pressoché totale di compagnie di aviazione d’affari. All’inizio degli anni ’90 non esistevano ancora le compagnie “alternative” a quella di bandiera e le compagnie low cost non erano ancora nate. Come mai ha
Cesare Montefiori
deciso di investire nella formazione di nuovi piloti professionisti in un tale contesto? Non era una scelta quantomeno rischiosa? «Ero consapevole del fatto che in Italia mancava totalmente la cultura dell’addestramento di volo: il territorio nazionale era tempestato di piccoli aeroclub, ma totalmente privo di un vero centro di addestramento professionale. Questo aspetto, unito alla mia esperienza militare sia come pilota che come istruttore di caccia, ha fatto sì che Professione Volare si sia posta sin dalla sua nascita non solo come una scuola di volo di altissimo livello, ma anche come un centro specificamente organizzato nello svolgimento del proprio compito. Oggi che Professione Volare unisce al suo core busi-
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Non solo i velivoli sono nuovi, ma sono di moderna concezione: nuove motorizzazioni diesel e avionica avanzata
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ness la manutenzione velivoli non solo della propria flotta ma anche di esterni e l’attività di trasporto passeggeri, il progetto iniziale è diventato un riferimento nazionale ed europeo». Quali sono le peculiarità di Professione Volare? «Le riassumerei in tre parole: team, organizzazione, flotta. Professione Volare, infatti, è un vero proprio team in cui i vari ›› EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 253
IMPRENDITORI DELL’ANNO
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Una fase di manutenzione di un velivolo e, nella pagina accanto, capo istruttori ed esaminatore Emanuela Brandone al rientro da un esame in volo www.professionevolare.it
settori addestrativo, operativo, manutentivo e amministrativo hanno trovato un’ideale integrazione per il raggiungimento dell’obiettivo finale di dare agli allievi aspiranti piloti un addestramento professionalmente elevato a 360 gradi. Punto di forza del team Professione Volare è l’organizzazione innanzitutto, ma anche la professionalità e l’assoluta modernità e qualità della flotta velivoli che permettono di svolgere i corsi nei tempi e
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nei modi programmati con assoluto rispetto di tempi e costi». Dal 2002 tutti i vostri corsi sono certificati secondo JAA, Joint Aviation Authorities. Quali garanzie dà questa certificazione? «Questo tipo di certificazione comporta un riconoscimento automatico e reciproco delle licenze aeronautiche emesse dagli Stati aderenti, tra cui quelli europei, secondo determinati ed elevati standard ad-
destrativi e qualitativi. Contestualmente alla certificazione europea il centro di addestramento ha infatti ottenuto la certificazione di qualità aeronautica per tutte le tipologie di corsi effettuati». Come è strutturata Professione Volare? «I vari reparti lavorano in stretta sinergia: l’addestramento teorico è condotto da docenti universitari e dell’Istituto Tecnico Aeronautico. Al termine del corso teo-
Cesare Montefiori
rico gli allievi affrontano un esame presso l’ENAC su 14 diverse materie, totalmente in lingua inglese che consentirà agli allievi stessi il successivo esame pratico finale in volo, cancello d’ingresso per poter svolgere la professione di pilota di linea. Veniamo quindi al volo: all’addestramento pratico si dedica un gruppo di 12 istruttori a tempo pieno, cui si aggiungono 6 comandanti con una forte esperienza di volo di linea dedicati prevalentemente al simulatore. Gli allievi iniziano con il volo a vista per poi passare al volo strumentale, al notturno, al bimotore ottenendo contestualmente l’abilitazione all’impiego dei diversi aeromobili utilizzati. Il percorso formativo termina con l’esame di stato svolto con l’esaminatore JAA. Professione Volare ha al suo interno 5 esaminatori che svolgono attività di esami anche presso altre scuole di volo». Quali sono le caratteristiche della vostra flotta? «Non solo i velivoli sono nuovi, ma sono di moderna concezione: nuove motorizzazioni (diesel), avionica avanzata (glass cockpit, ossia schermi come gli aerei di linea più recenti). La scelta dell’impiego di questo avanzato tipo di velivoli è stata dettata dalla
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I vari reparti di Professione Volare lavorano in stretta sinergia: l’addestramento teorico è condotto da docenti universitari e dell’Istituto Tecnico Aeronautico
nostra ferma volontà di rendere sempre più piccolo il gap tra la scuola e il lavoro. Naturalmente una flotta così nuova e moderna non solo è più stimolante per allievi e istruttori, ma necessita d’altro canto di un team manutentivo all’altezza dei velivoli stessi: si tratta infatti di specializzazioni finalizzate all’elettronica e all’impiego di nuovi materiali nel settore aeronautico per i quali gli stessi tecnici hanno affrontato corsi presso la casa costruttrice austriaca». Professione Volare non è solo addestramento, quali altri servizi fornite? «Siamo anche un centro di ri-
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ferimento per il mantenimento in esercizio di licenze e abilitazioni di piloti già impiegati in linea o meno, svolgendo un ruolo fondamentale nell’aggiornamento periodico attraverso seminari, riprese di volo, controlli istruzionali, corsi ed esami di inglese aeronautico, conversioni di licenze non europee. Un ulteriore progetto è l’apertura di una base secondaria dove svolgere addestramento internazionale con i paesi emergenti. Nei prossimi mesi, inoltre, è previsto un forte sviluppo del settore operativo relativamente alle operazioni commerciali nel trasporto passeggeri». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 255
IMPRENDITORI DELL’ANNO
Un magazzino d’avanguardia per la meccanica modenese Ha conquistato i mercati internazionali grazie alle sue strategie di vendita. E ora vive una nuova fase di sviluppo grazie alla realizzazione di uno dei magazzini tecnologicamente più avanzati d’Europa. G.A. anticipa la ripresa Aldo Mosca
Simone Pettinari, amministratore delegato di G.A. Spa www.garicambi.it
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on deve essere stata una scelta semplice, sicuramente non scontata, quella che nel 2008 ha portato la società G.A. Spa di San Cesario sul Panaro, in provincia di Modena, a investire in una nuova sede logistica. Una struttura necessaria per un’azienda strategicamente connessa al distretto meccanico modenese. Uno stabilimento nato per seguire nuovi presupposti sia dal punto di vista dell’impatto ambientale e del risparmio energetico, sia da quello della tecnologia. «Lo sviluppo che abbiamo raggiunto con questo nuovo Headquarters ci permette di stare al passo con le richieste che provengono da tutti i nostri clienti – spiega Simone Pettinari, Ceo della società -. È vero, la realizzazione della nuova sede è partita agli albori della crisi che l’economia sta vivendo, non nascondo che alla fine del 2008 avevamo qualche timore, ma d’altra parte era ormai fondamentale, per noi, cambiare l’apparato logistico dell’azienda, anche a fronte della grande mole di lavoro che si presentava davanti». Qualche numero: la struttura copre un’area di 20mila metri
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quadri, di cui 11mila coperti, ed è dotata di un impianto fotovoltaico per la produzione di 200 Kw di energia elettrica. G.A. è stata la prima in Emilia Romagna ad avere installato un modulo geotermico, a ciclo aperto, per il riscaldamento e la climatizzazione degli uffici. Un magazzino altamente automatizzato che ha reso più rapido ed efficiente il servizio offerto. E i risultati si cominciano a vedere nel concreto. Il fatturato dell’anno 2010, rispetto al fatturato dell’anno 2009 - anno di sostanziale tenuta - è tornato a salire del 15%. Ovviamente, gli investimenti non si concentrano solo sullo stabilimento, ma anche nelle attrezzature e nei macchinari presenti al suo interno. «Questa logica è fondamentale per fornire, in tempi brevissimi, un servizio eccellente. – interviene nuovamente Simone Pettinari -. Il cliente, specie in un momento di crisi, in cui è difficile programmare a lungo termine, non deve aspettare». L’azienda, insieme a TGW Italia, ha sviluppato un magazzino automatico, definito da Pettinari come il vero cuore propulsivo della nuova sede operativa. Al suo interno, una futuristica scaffala-
Simone Pettinari
La storia
tura composta da traslo elevatori miniload adibiti alla movimentazione dei vassoi, di tipo Light Bi-Bloc a mensole, con due torri di controvento alle estremità. Il tutto compattato in una struttura alta 11 metri e lunga 75. L’impianto è in grado di stoccare oltre 10mila cassette, vale a dire più di 3 milioni di Kg di materiale per capacità complessiva. «Possiamo gestire in automatico oltre 350mila codici, consentendo la movimentazione di oltre un milione di articoli in un ciclo continuo, 24 ore su 24». Tutto il personale di G.A. è stato coinvolto nel nuovo approccio organizzativo. «L’impegno e la collaborazione con la staff si sono rivelati fondamentali – ci tiene a sottolineare il Ceo dell’azienda -. Tutta la
struttura organizzativa, gestionale e logistica si è efficientata. E in questo la tecnologia si è rilevata un partner vitale per le nostre prospettive di crescita. Il sistema informativo ha integrato perfettamente il magazzino automatizzato in un unico processo aziendale rivolto al massimo servizio per il cliente. Un’impresa notevole, posso dirlo. Per quanto concerne la capacità di spedizione abbiamo previsto sistemi di carico e scarico innovativi tali da avere un convoglio diretto sui camion per le spedizioni dei ricambi in tutto il mondo». Cambiano le metodiche, ma non la mission. Ancora oggi, come 25 anni fa, G.A. si pone come obiettivo la fornitura di parti di ricambio di macchine movimento terra. L’ufficio tec-
G.A. SPA è un'azienda italiana presente sul mercato internazionale da 25 anni, leader nella produzione e nella commercializzazione di parti di ricambio adattabili, per macchine movimento terra quali: Caterpillar®, Komatsu®, Fiat Allis®, Hitachi®, Liebherr ® e Volvo®. Fu l’ingegner Alberto Gozzi a fondare la società nel 1985. Inizialmente, l’intento era quello di occuparsi della distribuzione sul mercato italiano di ricambi adattabili per macchine Caterpillar®. Ma negli anni le prerogative della società sono divenute sempre più internazionali, e seguendo strategiche politiche di vendita ha in breve varcato i confini italiani, vendendo la propria gamma di prodotti sui mercati di tutto il mondo, sia a utilizzatori finali che a rivenditori. Da sempre il suo slogan è stato Qualità, Servizio e Prezzo. Elemento di grande pregio e soddisfazione è la certificazione in base alla norma ISO 9001 fin dal lontano anno 2000.
nico interno segue gli artigiani e le officine che producono per l’azienda ricambi adattabili per marchi come Caterpillar®, Komatsu®, Hitachi®, Volvo®, Liebherr® e Fiat Allis®. Anche la componentistica pesante come quella d’usura, denti e lame, e lo stesso sottocarro, sta conquistando una fetta sempre più im- ›› EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 257
IMPRENDITORI DELL’ANNO
+15% RICAVI Aumenta il fatturato di G.A. nel corso del 2010. Un aumento del 15% rispetto al 2009, segno che la ripresa, per l’azienda modenese, è già iniziata
›› portante del nostro fatturato – una delle più importanti al nanziario. Un livello difficilspiega Pettinari -. Proprio in questo ambito ci siamo attrezzati per dare a questi ricambi il giusto spazio all’interno del nostro magazzino». I risultati raccolti sono oltremodo positivi anche in ambito internazionale. «Ormai siamo arrivati ai vertici del mercato europeo e non solo. Abbiamo constatato l’ottima reputazione che G.A. Spa vanta sui mercati internazionali in occasione della festa per i primi 25 anni della nostra attività, alla fiera BAUMA di Monaco di Baviera,
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Era fondamentale, per noi, cambiare l’apparato logistico dell’azienda, anche a fronte della grande mole di lavoro che si presentava davanti
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mondo per il settore del movimento terra industriale – racconta Simone Pettinari -. In quella sede abbiamo ricevuto importanti segnali di crescita riscuotendo consensi da tutti i nostri più importanti clienti per i successi ottenuti». G.A. ha fatto del suo servizio di fornitura rapida il fiore all’occhiello con cui presentarsi all’estero, riuscendo a effettuare le consegne in ogni angolo del globo in non oltre 48 ore. Le sue politiche di vendita l’hanno posta fin dall’inizio in una posizione privilegiata per conquistare il global market. E se oggi G.A. può permettersi un tale sviluppo tecnologico e logistico è proprio grazie ai metodi di commercializzazione che negli anni hanno saputo varcare i confini italiani, permettendo all’azienda di ottenere un ottimale stato patrimoniale e fi-
mente riscontrabile in altri competitor del settore. «Il mondo richiede la qualità della meccanica made in Italy, in particolare quella proveniente dal modenese – conclude Pettinari –. È difficile per noi pensare di lavorare sulla meccanica al di fuori di questo incredibile distretto produttivo. La nostra azienda è nata in questa terra ed è qui che porrà le basi per il suo futuro. È chiaro che la globalizzazione richiede di confrontarci con i paesi emergenti dove i costi di produzione sono più bassi, tuttavia G.A. ha saputo cogliere questo cambiamento di mercato come un’opportunità da sfrutture a proprio vantaggio pur continuando a garantire al cliente massima qualità e massimo servizio. Quelli che vendiamo sono proprio “ricambi che fanno la differenza».
IMPRENDITORI DELL’ANNO
Un mercato in evoluzione Con la crisi il mercato della vendita di macchinari è cambiato. Ne parla Massimo Colombo, amministratore unico di COSER, azienda che si dedica da quasi trent’anni a macchine sabbiatrici-granigliatrici Belinda Pagano
a tendenza a comprare macchinari nuovi negli ultimi anni è andata scemando. Ne è testimone l’incremento registrato dell’usato garantito e la tendenza a prendere a noleggio le attrezzature necessarie per avere un impegno monetario decisamente minore e una spesa di manutenzione nulla. Massimo Colombo dà la sua visione del panorama italiano. Amministratore unico di COSER, azienda che si dedica da quasi trent’anni a macchine sabbiatrici-granigliatrici, ci indica le variabili di mercato. Noleggiare apparecchiature o comperare macchine usate. Questi due campi, in un periodo di crisi economica hanno più mercato rispetto all’acquisto sul nuovo? «Purtroppo con la crisi il mercato è cambiato. Si è ridotta la domanda europea e italiana in particolare e l'offerta si è strutturata in maniera tale che sul mercato ci sono dei costruttori, che pur di vendere escono spesso con prodotti nuovi a prezzi inferiori a quelli praticati negli anni '90 tagliando di fatto
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fuori dal mercato l'usato, nonostante sia proposto revisionato, aggiornato e garantito alla stessa stregua del prodotto nuovo. L'idea del noleggio operativo, o prestito d'uso, delle macchine usate già disponibili a magazzino, nella nostra azienda, è nata solo recentemente per provare ad avvicinare un’ulteriore fetta di potenziali clienti che non intendono affrontare da subito l'acquisto di tali macchinari per svariati motivi tra cui il più rilevante è l'esposizione finanziaria». Qual è la differenza reale tra nuovo e usato? «La scelta dell'usato deve toccare quasi tutte le tipologie di prodotto e di settori di applicazione. Nella nostra azienda ad esempio è sufficientemente ampia: Coser è ben conosciuta sul mercato interno e la discriminante con il nuovo è più di carattere economico che tecnico. Si pensi che sovente la differenza tra prezzo di vendita del nostro prodotto usato-revisionato e il prodotto nuovo è minima specialmente sugli impianti piccoli e medi. Si deve però considerare che è univer-
salmente riconosciuto che il prodotto usato sia spesso costruito in versione più "durevole" rispetto agli standard attuali e una volta revisionato a modo ha un ciclo di vita certamente superiore al nuovo». Oltre a fornire i macchinari, è importantissima anche un’assistenza post-vendita adeguata. Il vostro personale specializzato segue dei corsi formativi specifici per riuscire ad affrontare qualsiasi tipologia di intervento? «L'assistenza e quindi il personale tecnico specializzato credo sia un punto focale del nostro settore. In genere è stata, è, e confido sarà, il nostro "cavallo di battaglia" in quanto i nostri tecnici con l'esperienza accu-
Il dottor Massimo Colombo, amministratore unico di COSER www.coser.net
Massimo Colombo
❝ mulata in tanti anni di servizio sul campo sono in grado di intervenire ovunque e su qualunque macchina o impianto di sabbiatura, granigliatura, pallinatura per qualsiasi esigenza d'uso, manutenzione, riparazione e modifica. Tutto il nostro personale è regolarmente assicurato, informato e formato sulle più recenti normative tecniche e antinfortunistiche e munito di propri mezzi, attrezzature, d.p.i. e quant'altro necessario per svolgere al meglio il lavoro a cui è preposto. Abbiamo inoltre un magazzino ampiamente fornito di pezzi di ricambio originali e componentistica in pronta consegna per quasi tutte le macchine prodotte dai principali costruttori italiani e di graniglie di acciaio certificate di prima scelta».
Nonostante abbiate puntato su un ambito così particolare, anche la vostra azienda è stata colpita dalle difficoltà economiche globali? «La crisi ha toccato, purtroppo, anche la nostra azienda, soprattutto nel 2009, con un dimezzamento del fatturato, mentre nel 2010, soprattutto nel 2° e 3° trimestre dove si era vicini ai livelli pre-crisi, abbiamo recuperato una buona parte del fatturato perduto con una crescita complessiva del 40% sul 2009, restando tuttavia al di sotto di un 30% rispetto ai livelli precrisi. Tutto questo non ha influito sulla qualità dei nostri prodotti e dei nostri servizi, infatti cerchiamo costantemente di migliorare e superarci in ogni ambito del nostro settore». Ovviamente il mercato è
La tendenza a comprare macchinari nuovi negli ultimi anni è andata scemando. Ne è testimone l’incremento registrato dell’usato garantito e la tendenza al noleggio
una realtà in continua evoluzione. Come cercate di affrontare questi continui movimenti? «Coser è nata da un'idea di mio padre come Colombo Servizi e questa sua attitudine a svolgere qualsiasi tipo di lavoro legato alle sabbiatrici-granigliatrici deve sempre essere al centro del nostro programma di sviluppo che ora, sotto la mia direzione generale, vuole affrontare e vincere nuove sfide di mercato. Ovviamente operiamo prevalentemente in ambito nazionale con referenze di primissimo piano ma occasionalmente ci stiamo aprendo anche a un parco clienti estero sia con la vendita di prodotti sia con l'assistenza tecnica».
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IMPRENDITORI DELL’ANNO
Una piastrella amica dell’ambiente Si chiama Oxygena. Ed è composta da biossido di titanio, una sostanza fotocatalitica che, esposta alla luce, attiva una reazione chimica che trasforma le sostanze inquinanti, in innocui sali eco-compatibili, producendo ossigeno. Una rivoluzione portata avanti da Giuseppe Pozzi Valeria De Meo
Giuseppe Pozzi, presidente del Gruppo Ceramiche Gambarelli www.gambarelli.it
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i fronte alla crisi internazionale degli ultimi anni, molte aziende sono state colpite e in parte affondate. Altre, invece, non si sono arrese, dando vita a nuove opportunità occupazionali e di crescita, al fine di evitare la dispersione di un know how di alto livello, di personale specializzato e di impianti moderni. In tal senso il Gruppo Gambarelli, azienda del settore ceramico con sede storica a Solignano di Modena, rappresenta un esempio importante. Ha infatti deciso di rafforzare la sua struttura societaria nel territorio della provincia di Siena. Nel luglio del 2010, due importanti finanziarie, quella Senese di Sviluppo e la Fidi Toscana, hanno investito nel capitale e reso possibile il ritorno alla produttività per la Gambarelli, sostenendo l’attività di un’altra storica azienda senese, Ceramiche di Siena. Dunque le due vecchie società sono state poste in liquidazione, e una New-co è subentrata. Un ruolo particolarmente significativo è stato giocato dalla Provincia di Siena, che ha partecipato alla definizione dell’accordo tra i sindacati e la proprietà. Con il 34 per
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cento delle quote, Fises e Fidi Toscana sono entrate nel capitale del Gruppo, mentre il restante 66 per cento è detenuto da Siena capital, holding facente capo ai fratelli Giuseppe e Tommaso Pozzi. «Con questa operazione che ha visto ricapitalizzata la società – dichiara l’ingegnere Giuseppe Pozzi, presidente della Gambarelli – l’azienda è tornata a essere competitiva, anche per la mancanza di indebitamento verso il sistema bancario. La vecchia struttura societaria non poteva reggere senza essere ristrutturata. Dopo quarant’anni di crescita anche la Gambarelli, fondata alla fine degli anni Sessata, ha dovuto affrontare la profonda crisi di un settore che ha visto dimezzare le vendite, passando da 580 milioni di metri quadri di prodotto del 2007 ai 350 del 2009». I risultati ci sono. «La nuova società, operativa da ormai 18
Giuseppe Pozzi
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Oxygena, la prima piastrella antismog e antibatterica, è l’unica a vantare brevetti riconosciuti e approvati
mesi – afferma Pozzi – sta tenendo molto bene le posizioni sul mercato. I dipendenti attualmente sono in 90, si prevede entro giugno 2011 di arrivare a 130, e il 2010 ha chiuso con una produzione di 1.400.000 m2 e un fatturato di quasi 16 milioni con un ottimo Mol e cash flow. Il nuovo assetto imprenditoriale – precisa – si è caratterizzato anche per la completa ristrutturazione del vecchio stabilimento, con l’inserimento di impianti innovativi per la produzione di gres porcellanato». Al Cersaie, Salone internazionale di ceramiche che si è tenuto a Bologna lo scorso settembre, il gruppo ha presentato una nuova collezione di ceramiche, denominata Damasco. Ma la vera punta di diamante per l’azienda è la creazione della piastrella Oxygena, brevettata nel 2004 e frutto di due anni di studio e di un importante in-
vestimento. Si tratta dell’unica piastrella che puo vantare brevetti riconosciuti e approvati. «Oxygena – puntualizza l’ingegnere – rappresenta l’eccellenza della gamma, in quanto risulta composta da biossido di titanio, sostanza fotocatalitica che, esposta alla luce, attiva una reazione chimica che trasforma le sostanze inquinanti, come il monossido di carbonio, in innocui sali eco-compatibili, producendo ossigeno». Si tratta di una vera rivoluzione, utile non solo a ridurre l’impatto ambientale ma anche a vincere la forte concorrenza nel settore. «Per competere con i paesi asiatici che basano il loro successo su una produzione a basso costo dobbiamo puntare su innovazioni difficilmente riproducibili». Molteplici sono le applicazioni di Oxygena. «La nuova piastrella può essere utilizzata per l’arredo urbano: lastricatura di marciapiedi, facciate ventilate
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degli edifici, ma anche per gli interni delle abitazioni, formando barriere antismog. Inoltre grazie all’utilizzo di lampade particolari – continua l’ingegnere modenese – il nuovo prodotto può essere sfruttato in luoghi privi o carenti di illuminazione naturale, come i tunnel». Per la commercializzazione di Oxygena, il gruppo Gamabarelli sta puntando su accordi con i protagonisti della grande distribuzione nazionale ed estera. «Il gruppo – rivela Pozzi – sta ottenendo ottimi risultati non solo in Italia ma anche negli Usa, dove colloca il 60 per cento della produzione. Ma è imminente un viaggio anche in paesi emergenti per studiare una joint venture produttiva e aggredire anche la fascia bassa del mercato, anche se la vera forza di Gambarelli sara sempre il made in Italy o ancor meglio il made in Tuscany». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 263
IMPRENDITORI DELL’ANNO
Vivere il bagno Con ceramiche e mobili per l’arredo bagno firmati dai più noti designer, Duravit è presente oggi in oltre 90 paesi del mondo e continua a investire in nuove filiali. Anche in tempi di crisi. Il quadro di Ivo Giachi, della Duravit Italia Eugenia Campo di Costa
Ivo Giachi, amministratore delegato della Duravit Italia di Ravenna. In apertura un’ambientazione firmata da Philippe Starck. Nella pagina accanto altre realizzazioni Duravit
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famosa a livello internazionale soprattutto grazie alla collaborazione con designer quali Philippe Starck, Norman Foster, Sieger Design, EOOS o Phoenix Design. I suoi prodotti di arredo bagno sono presenti in oltre 90 paesi al mondo. Duravit, colosso tedesco con sede a Hornberg, nella Foresta Nera, e con diverse filiali internazionali, non si ferma. Dopo aver raddoppiato il proprio fatturato nei cinque anni fino al 2008, nel 2009 Duravit, con la crisi economica internazionale, ha registrato per la prima volta una lieve contrazione. Ma nonostante questo calo, la strategia adottata dal gruppo è stata
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quella di continuare a investire. Pensando al futuro, per essere in pole position quando la recessione sarà passata. «Il gruppo Duravit – afferma Ivo Giachi, amministratore delegato della Duravit Italia, con sede a Ravenna -, proprio negli ultimi due anni, ha realizzato il nuovo stabilimento produttivo in India, ha inaugurato showroom in Egitto e Tunisia e ha ampliato il magazzino centrale di Achern, in Germania, trasformandolo in un nuovo magazzino automatizzato». In Tunisia Duravit ha acquisito la quota di maggioranza della MTC, azienda di produzione di sanitari conosciuta con il marchio Artica. Com’è nata questa partnership?
Ivo Giachi
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Oggi i mobili in pregiate finiture legno fanno il loro ingresso nella stanza da bagno, portandovi il loro naturale calore
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«All’inizio di maggio Duravit ha acquisito il 51% della “Manufacture Tunisienne des Céramiques” (MTC). In seguito alla privatizzazione della società nel 2001 e alla successiva ristrutturazione, con l’ammodernamento degli impianti di produzione e l’inserimento di nuove serie, i fratelli Lassaad e Rafik Kilani, membri della famiglia proprietaria, hanno visto nella possibilità di un’alleanza strategica con un’importante società del settore il modo più sicuro per sviluppare l’azienda a livello sia nazionale che internazionale. Per Duravit è stata un’occasione, sia per penetrare nel mercato tunisino e nei confinanti paesi del Maghreb sia per aumentare la capacità pro-
duttiva alla luce della forte crescita degli ultimi anni. D’altro canto, Duravit offre alla MTC un maggiore know-how tecnico». Già più volte Duravit ha attuato con successo la strategia di trasformarsi da esportatore a vero e proprio produttore locale, tramite le aziende partner. Anche in questo caso sarà così? «Grandi risultati sono stati ottenuti in particolare in Egitto dove, con stabilimenti produttivi propri, la posizione di Duravit in Nord Africa e Medio Oriente si è rafforzata considerevolmente. Oggi Duravit è uno dei marchi preferiti in questa area, come dimostrano anche i grandi progetti in cui vengono scelti i suoi prodotti. Alla
torre Burj Dubai, ad esempio, Duravit ha fornito più di 1.000 basi sottolavabo nella famosa forma a secchio disegnata da Philippe Strack, circa 4.000 vasi e bidet e più di 1.600 vasche da bagno, con o senza idromassaggio. Un ordine milionario che ha permesso di aprire nuove porte a tutto il Gruppo Duravit». A fine settembre Duravit ha inaugurato un nuovo stabilimento in India. «Duravit è attiva in India già dal 2001 e, grazie alla sua esplicita strategia di design, è già ben posizionata nel settore lusso. Per entrare anche nel segmento di prezzo medio, Duravit ha investito circa 20 milioni di euro nel nuovo stabilimento nello stato indiano del Guja- ›› EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 265
IMPRENDITORI DELL’ANNO
›› rat. La capacità produttiva del sul territorio nazionale rag- ravit è dato indubbiamente nuovo stabilimento coprirà la richiesta del locale mercato indiano, in seguito potrà essere ampliata e utilizzata per altri mercati. Secondo il presidente del Gruppo, Franz Kook, l’India è un mercato molto importante per il futuro di Duravit, che fra non molto tempo sarà uno dei cinque paesi più importanti per l’azienda. Lo stabilimento in India è andato ad affiancarsi a quelli già presenti in Germania, Francia, Egitto, Tunisia, Cina e Turchia». Quando è avvenuto il connubio tra l’azienda tedesca e la realtà italiana? «Circa 16 anni fa. Avevo un’idea di progetto distributivo che si è incontrata con le esigenze della Duravit. Ne è nata quindi la filiale italiana. Questo progetto ha portato l’azienda tedesca ad aprire in seguito altre 40 filiali distributive nel mondo. L’Italia è da sempre il mercato export numero uno del Gruppo. Il marchio Duravit si è affermato sempre di più
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giungendo una posizione di leadership nel segmento specifico, e affermandosi come l’azienda più importante del settore non avente attività produttiva in Italia. In provincia di Ravenna Duravit Italia è stabilmente posizionata fra le prime 100 aziende per giro d’affari e occupa stabilmente circa 40 dipendenti, quasi tutti ravennati». Il successo dei prodotti Du-
anche dal loro design che trova consensi a livello internazionale. Quali i principali designer che collaborano con il Gruppo? «Il design di alto livello ha successo perché è in grado di cogliere lo spirito dell’era futura. Forme che al momento della loro introduzione da parte di Duravit rappresentavano un’innovazione mai vista prima,
Il colosso dell’arredo bagno La storia di Duravit ha avuto inizio oltre 190 anni fa ad Hornberg, pittoresca cittadina della Foresta Nera in Germania, quando Georg Friedrich Horn fondò una piccola fabbrica di terraglie che all’inizio del XX secolo fu convertita alla produzione di sanitari in ceramica. Da allora Duravit si è sempre dedicata al suo motto “Living Bathrooms” - vivere il bagno - e oggi offre un’ampia gamma di soluzioni per l’arredo bagno completo: sanitari, mobili, accessori, vasche e piatti doccia e tanti altri prodotti per il wellness. Negli anni passati Duravit ha perseguito una coerente politica del marchio e ha ottenuto così ampio riconoscimento. Oggi il marchio Duravit è indice di grande competenza nel design e forte strategia di comunicazione ed è divenuto un trend setter nel settore del design innovativo per il bagno.
Ivo Giachi
sono divenute dei veri e propri classici. L’esempio migliore sono le creazioni del famosissimo designer francese Philippe Starck. La collaborazione con rinomati designer caratterizza la storia di Duravit da oltre 20 anni: le creazioni di Sieger Design, Michael Graves, Norman Foster, Phoenix Design, Massimo Iosa Ghini, James Irvine, Frank Huster, Eoos e, ultimo in ordine di tempo, Christian Werner, hanno dato vita a nuove mode e tendenze nel mondo del bagno». Qual è il concetto di bagno alla base delle realizzazioni di Duravit?
«Oggi il bagno si è evoluto in un ambiente che offre all’uomo moderno un rifugio dallo stress della vita quotidiana. Ogni dettaglio deve essere pensato a questo scopo. Bisogna quindi creare un’atmosfera piacevole, con il giusto mix di prodotti di design, materiali pregiati, luce, colore. In concreto, questo significa che i mobili in pregiate finiture legno fanno il loro ingresso nel bagno, portandovi il loro naturale calore. Contemporaneamente fungono da elemento di unione e donano un volto alla stanza: i lavabi vengono incorniciati dai mobili, i piatti doccia vengono rivestiti
con pannelli e le vasche diventano veri e propri mobili con rivestimento in legno, con elementi estraibili, pensili o vassoi con leggio. L’arredamento per il bagno è considerato alla pari di quello di qualsiasi altra stanza della casa. Anche luci e colori giocano un ruolo fondamentale sul benessere della persona, così la più recente elettrotecnologia e illuminotecnica fanno il loro ingresso in questo rifugio. Luci, materiali, colori si coordinano in un gioco armonico che fa del bagno il luogo in cui rigenerarsi e abbracciare il proprio vero io. Una piccola spa a casa propria».
Nella pagina accanto, l’esterno della ditta Duravit a Ravenna. Nell'altra immagine creazioni dell’azienda www.duravit.it
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LAVORAZIONI ARTIGIANALI
L’inventiva della pietra anticata Restituire al marmo il gusto antico di arredare gli ambienti contemporanei attraverso particolari accortezze. In controtendenza rispetto alle produzioni in serie, l’intuito di Gianni Gaiti insegue un mercato di nicchia e fedele alle lavorazioni artigianali Paola Maruzzi uona parte del gusto architettonico contemporaneo tende al minimalismo. Gli arredatori d’interni “spogliano” gli ambienti, inseguendo un design ipermoderno. Io, invece, insisto sui prodotti anticati, sul taglio volutamente irregolare dei ciottoli, sulle forme arrotondate degli angoli che evocano le pavimentazioni di un tempo». Sarà per questo particolare approccio che i marmi firmati da Gianni Gaiti riportano alla luce lo stile intramontabile della migliore tradizione italiana dei mosaici. Siamo, appunto, nel filone dei revival. Ma con una consapevolezza in più: la scuola dell’arredo marmo che
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trae ispirazione da modelli prestigiosi, del calibro della Basilica di San Marco di Venezia, deve essere in linea con le esigenze del consumatore contemporaneo. Il risultato è il giusto accostamento di elementi. Viene bandita, quindi, l’acritica riposizione di un gusto “consumato” e vagamente kitsch. E così, con la lavorazione artigianale, le pietre e i marmi conservano ed esaltano la loro naturalezza». Non si tratta certo di un presupposto naïf. Quella della marmeria Gaiti Gianni, incalzante realtà a conduzione familiare, è una scelta estetica che per giunta ha dato dei sorprendenti frutti in termini di sviluppo d’impresa. Passo dopo passo il giro di affari è aumentato, pur rima-
Gianni Gaiti
In prima pagina, Gianni Gaiti all’interno della marmeria parmense www.giannigaiti.it
nendo in qualche modo di nicchia. All’interno di questa sacca di mercato che apprezza lo stile e la qualità dei manufatti, l’azienda di Gianni Gaiti si è ritagliata una posizione privilegiata, giocando d’anticipo. «La rivisitazione dell’antico ha ingenerato un passaparola tra gli addetti ai lavori. Forse sarebbe più corretto parlare di una vera e propria emula-
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Tra la rosa di soluzioni di pietre anticate, il marmo Giada 300 è particolarmente adatto al ripristino di vecchi casolari
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zione dei nostri prodotti». A dare credito ai lavori eseguiti, un modus operandi che, per quanto riguarda le pavimentazioni, dispone di un ricco ventaglio di proposte: si va dai piccoli mosaici fino a lastre 80x80. Anche i formati non sono standard, ma c’è la possibilità di scegliere tra rettangoli, quadrati, triangoli e rombi. Avere a che fare con i marmi non è una semplice questione di tagli e assemblaggi. Il tutto deve essere ricucito secondo una sapienza collaudata. Ecco allora che la collezione di modelli proposti riprende i disegni e le decorazioni di antichi tappeti persiani, caucasici e cinesi. «La storia ha sempre qualcosa da insegnare. Fare impresa oggi, in un contesto globalizzato e mercificato, significa anche saper recuperare i tasselli di un passato protoindustriale. È un lusso che solo le piccole realtà possono permettersi, perché riescono ad andare oltre le logiche delle produzioni in serie, modalità che al marmo di qualità non giova affatto». Questo è, quindi, il vero marchio di fabbrica della Gaiti. Alla luce di un successo di tale portata, oggi l’azienda parmense difende con caparbietà i piccoli “segreti” del mestiere e, di conseguenza, la cura minuziosa dei processi lavorativi. «Pur essendo cre-
sciuti, desideriamo più che mai riconoscerci come bottega artigianale, nel senso letterale della parola. Lavoriamo il marmo da anni con entusiasmo, mettendo in gioco la lunga esperienza». Di piccole o grandi dimensioni, le pietre arrotondate hanno conquistato importanti fette di mercato estero: dal Giappone agli Stati Uniti, passando per la Russia. D’altro canto la rete di committenze italiana è ormai solida e fa presa soprattutto per chi ha all’attivo il ripristino dei casolari, elementi tipici del tessuto architettonico emiliano e toscano. Dalle pavimentazioni estese si passa poi ai dettagli d’arredo, un filone che la Gaiti sta rimarcando con determinazione. «Ci siamo specializzati nei top bagno e top cucine. Questo per assecondare una richiesta sempre più presente». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 277
AREE MILITARI
Caserme dismesse, opportunità per il territorio Caserme, arsenali, poligoni, terreni. Beni non più in linea con le attuali esigenze del ministero della Difesa e quindi dismessi. Spesso ubicati nel centro delle principali città italiane, rappresentano un’occasione di sviluppo e di innovazione nella gestione del patrimonio immobiliare pubblico Leonardo Testi
partire dal 1997, è stato avviato in Italia un processo di dismissione del patrimonio immobiliare non più utilizzato dal ministero della Difesa. Si tratta di beni la cui disponibilità offre alle istituzioni locali e alle collettività l’occasione di definire nuove regole per la crescita urbana e di operare efficacemente per la riorganizzazione del territorio, a livello urbanistico, economico e sociale, ma soprattutto sono beni in grado di garantire
A Sotto, il sindaco di Parma Pietro Vignali e il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto firmano l’accordo per il trasferimento di parte dell’area dei Capannoni Il Castelletto
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alla Difesa stabili ritorni finanziari da re-impiegare nelle diverse attività. Nel 2007 due decreti hanno sancito il passaggio degli immobili militari al patrimonio disponibile dello Stato: il primo, che ha trasferito 201 immobili, risale al 28 febbraio. Il secondo decreto, invece, del 25 luglio, ha trasferito 198 immobili. L’Agenzia del Demanio, che gestisce dal 2001 il patrimonio immobiliare dello Stato, razionalizzandone l’impiego, ha quindi avviato sui
beni ex Difesa progetti di valorizzazione e di eventuale dismissione, condividendo con i Comuni iniziative finalizzate alle esigenze del contesto urbano e sociale nel quale gli immobili sono inseriti. Nel 2010, dei beni ex Difesa gestiti dall’Agenzia del Demanio, sono state vendute la caserma Flores (2.800 mq risalente al XVI secolo) e la caserma Scotti (3.200 mq) situate a Bergamo; a Brescia la società Nibofin si è aggiudicata la caserma Gnutti, complesso immobiliare ubicato nel centro storico della città, a ridosso della zona più pregiata di Brescia. Infine, a Bologna sono state poste sul mercato con successo l’ex teatro della caserma Minghetti (circa 4mila mq nel centro storico), l’ex polveriera Val D’Aposa (7.300 mq a sud della città), il Compendio Monte Paderno (area di quasi 9.400 mq a circa 5km dal centro di Bologna) e la postazione Cbp San Pancrazio (3.700 mq). Sono, invece rimasti invenduti, nel capoluogo
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emiliano, la caserma Mameli (680 mq circa, la cui base d’asta era di 831.212 euro) e l’ex Direzione lavori (si partiva da 305.446 euro). Non hanno ricevuto un’offerta di acquisto all’asta di metà dicembre 2010 nemmeno le caserme Sani (la base era fissata a 42 milioni di euro) e Masini (base d’asta di circa 14 milioni), che saranno oggetto di un nuovo bando di gara con scadenza per la presentazione delle offerte il 14 febbraio. È andata deserta anche l’asta per la caserma Piave di Albenga, che si trova in provincia di Savona. Facendo un passo indietro e tornando alla Difesa, è importante ricordare come la legge 133/2008 abbia concesso al Ministero la possibilità di procedere direttamente alla vendita degli immobili, alla valorizzazione o alla permuta con enti territoriali, società a partecipazione pubblica e anche con soggetti privati. A questo proposito, è stato di recente pubblicato sulla Gazzetta Uffi-
ciale un elenco di 61 beni che saranno presto trasferiti al patrimonio dello Stato per poi essere venduti, dati in gestione o valorizzati dagli enti locali. Tra questi, molte sono caserme: a Roma ci sono la Gandin, la Medici, la Ruffo, la Piccinini, nonché l’ex Forte Trionfale e parte del Forte Boccea. A queste si affiancano una parte dell’Arsenale di Venezia, l’ex carcere militare di Palermo, un ex convento, quello di Santa Teresa a Roma, nonché il Castello Svevo di Brindisi. Si segnalano, inoltre, un’isola, quella di San Paolo, nel golfo di Taranto, e nove fari, passibili di notevoli investimenti turistici: Capo Rizzuto (Crotone), Capo Trionto a Rossano (Cosenza), il Faro della Guardia sull’isola di Ponza (Latina), Capo Molini ad Acireale (Catania), Punta libeccio sull’isola di Favignana (Trapani), Capo Milazzo a Milazzo (Messina), Punta Spadillo a Pantelleria (Trapani), Capo Faro a Santa Maria Salina (Messina), Scoglio Formica Maggiore (Grosseto).
Il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto segue il processo di valorizzazione del patrimonio immobiliare militare e ha già siglato protocolli d’intesa con alcuni Comuni, tra cui Milano, Roma, La Spezia e Torino. Accordi che consentono alle forze armate di cedere immobili non più di interesse della Difesa e che, al contempo, permettono ai Comuni di acquisire strutture che potranno essere valorizzate. Guardando nello specifico all’Emilia Romagna, sono già state firmate intese con i Comuni di Ravenna e di Parma, che ha dato il via al trasferimento di parte dell’area dei Capannoni il Castelletto, di proprietà del demanio militare, posizionata tra via Sidoli e via Zarotto.
In alto, la caserma Minghetti e, sotto, la caserma Masini, entrambe a Bologna (foto Agenzia del Demanio)
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AREE MILITARI
Incentivi e minori oneri per le imprese che investono Il consumo del suolo ha raggiunto livelli elevati. Occorre puntare sul recupero, ad esempio, delle aree militari dismesse. Gabriele Buia, presidente dell’Ance Emilia Romagna, ne illustra vantaggi e criticità Francesca Druidi
l 15 e il 20 dicembre si sono tenute a Bologna le aste per la vendita delle caserme Masini, Minghetti, Sani, l’area dell’ex polveriera Val D’Aposa, la caserma Mameli, l’area dell’ex direzione lavori, il Compendio di monte Paderno e la postazione Cbp San Pancrazio, ex beni della Difesa gestiti dall’Agenzia del Demanio. «Il recupero delle caserme rientra in un progetto molto più ampio di riqualificazione urbana che, negli ultimi anni, stiamo sostenendo come Ance Emilia Romagna – sostiene il presidente Gabriele Buia – e che oggi sta trovando concreta attenzione da parte di alcune amministrazioni locali, con particolare riferimento al recupero delle aree e delle attrezzature pubbliche dismesse,
I Gabriele Buia, presidente di Ance Emilia Romagna; a lato, caserma Sani di Bologna (foto Agenzia del Demanio); nella pagina accanto, immagine dell’ex Manifattura Tabacchi sempre a Bologna
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come i mercati ortofrutticoli, le caserme appunto e le aree ferroviarie». È sul tappeto in molti comuni, da Parma a Ravenna, la questione delle dismissioni delle aree militari. Quanto risultano importanti per la città questi interventi sotto il profilo di una strategia urbanistica? «Chi meglio delle imprese edili responsabili sa che, se si vuole continuare nella direzione dello sviluppo, è necessario puntare sul recupero? Favorire processi di alienazione e vendita aiuta i bilanci della Pa, soprattutto in questo periodo di forte crisi eco-
nomica, e permette la valorizzazione di aree spesso inutilizzate e oggetto di abbandono e degrado. Questo processo deve però essere effettuato attraverso una chiara identificazione dei possibili utilizzi di tali aree. Nel caso specifico delle caserme militari, bisogna evidenziare che queste strutture spesso sono localizzate in aree centrali, quindi in posizioni strategiche, che richiedono una valutazione oculata dei loro possibili progetti di recupero al fine di evitare sprechi inutili. È questo anche il caso dell’iniziativa promossa dalla Regione attraverso la creazione di Tecnopoli, che ha portato al re-
Gabriele Buia
cupero di molte aree ed edifici inutilizzati, come l’ex Manifattura Tabacchi a Bologna». Proprio qui l’apertura delle buste per le caserme Sani e Masini si è rivelata un insuccesso, mentre sono stati aggiudicati il compendio di Monte Paderno, dell’ex polveriera Val d’Aposa e della postazione di San Pancrazio. Quali sono i fattori discriminanti nel successo di queste operazioni?
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fattibilità dell’intervento di riqualificazione, con una stima precisa delle risorse finanziarie necessarie ad attivarlo e richiedono prezzi di acquisto troppo elevati, a maggior ragione in questa fase congiunturale. Per questo motivo, la Pa deve puntare anche su nuovi meccanismi di incentivazione, come premialità e minori oneri nei confronti delle imprese che investono sulla riqualificazione delle caserme».
Il recupero delle caserme rientra in un progetto molto più ampio di riqualificazione urbana che, negli ultimi anni, l’Ance sta sostenendo
«Ognuno di essi costituisce un caso a sé stante che deve essere valutato, tenendo conto dei diversi fattori che incidono sulla fattibilità della singola proposta. A volte le pubbliche amministrazioni non tengono in debita considerazione le condizioni di
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In che misura gli operatori e gli attori del settore delle costruzioni sono interessati alla dismissione dei beni militari dismessi? Quali sono i possibili elementi di criticità? «Per noi è fondamentale puntare sul recupero di aree come le
caserme per avviare un processo di riqualificazione urbana. In primo luogo, l’avvio di un processo di recupero di tali strutture può portare a un incremento del lavoro per le nostre imprese. Aspetto sicuramente positivo, soprattutto in questo momento storico di forte crisi economica che ha colpito gravemente il settore dell’edilizia. In secondo luogo, rappresenta uno “stimolo” per le nostre imprese, per iniziare a riconsiderare la propria attività, non più volta alla sola costruzione di edifici nuovi. Rimangono però degli elementi critici». Quali? «Le problematiche risiedono proprio nel fatto che intervenire per recuperare tali strutture, spesso progettate secondo standard oggi fuori norma, risulta anti-economico. Gli aspetti più delicati sono relativi all’applicazione delle nuove normative sismiche, energetiche e dei vincoli, spesso anche incompatibili con le stesse, imposti dalle sovrintendenze. In questi casi, quando un’impresa intende procedere a interventi di ristrutturazione di tale patrimonio, è assoggettato a pesanti oneri di miglioramento in alcuni casi insostenibili. Per questo motivo, la Pa deve ridurre questa forbice economica e favorire le imprese che intendono operare a favore del recupero delle aree dismesse come quelle militari, attraverso premialità, minori oneri, una maggiore commisurazione negli standard richiesti al tipo di intervento e una minore burocratizzazione dei processi autorizzativi». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 283
TECNOPOLI
Progetti interessanti tra ricerca e formazione «Aperta verso la dimensione nazionale e internazionale, ma radicata al territorio regionale e al tessuto produttivo la rete Alta tecnologia dell’Emilia Romagna risponde alle richieste delle imprese». Tra i tecnopoli, quello di Piacenza gode del supporto della Fondazione Politecnico di Milano Renata Gualtieri
a rete Alta tecnologia dell’Emilia Romagna è costituita da Laboratori con prevalente presenza del sistema della ricerca pubblica che hanno competenze, strumenti e risorse umane qualificate in grado di lavorare in sintonia con le esigenze delle imprese. Tanti gli ambiti di studio e sperimentazione vanno dall’alta tecnologia meccanica ai nuovi materiali,
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dall’agroalimentare alle costruzioni, dalle scienze della vita all’energia e all'ambiente, dall’ict al design per garantire anche prospettive ai giovani ricercatori, che potranno costruirsi un proprio percorso professionale all’interno di una precisa strategia d’impresa. Il direttore generale della Fondazione Politecnico, Graziano Dragoni, spiega che ruolo ha avuto la nascita del tecnopolo piacentino e quale
In apertura, il laboratorio Leap; , Graziano Dragoni, direttore generale Fondazione Politecnico di Milano; nella pagina seguente, il laboratorio Musp
Parma e Piacenza
è il grado di integrazione tra università, enti di ricerca nazionali presenti sul territorio e imprese per rispondere agli input e soddisfare le richieste dell’intera regione. Quale il contributo del tecnopolo e degli atenei nella formazione di giovani ricercatori? «Ha un ruolo determinante, di fatto i Tecnopoli sono costituiti da giovani ricercatori che periodicamente si rinnovano all’interno di queste strutture creando competenze ed effervescenze e mettendo a diposizione energia positiva per le attività dei laboratori stessi. Sul territorio piacentino il Tecnopolo è la realtà di riferimento per lo sviluppo e l’attrazione di giovani ricercatori nei due settori di competenza». Quali sono gli ambiti in cui operano i laboratori del tecnopolo e quale il contributo che da questi può derivare per l’economia piacentina? «Tra i settori c’è quello delle macchine utensili, in cui Piacenza è leader non solo in regione ma a livello nazionale e si fregia di importanti realtà come ad esempio Mandelli e Jobs. L’interazione con queste realtà è già continua e fattiva e da diversi anni ha raggiunto un ottimo grado di integrazione. Questo dialogo continuo costituisce un punto importante di riferimento e un valore assoluto. Il Leap, invece, è una realtà che probabilmente ha meno impatto specifico sul territo-
rio, proprio per la natura in sé della tematica energetica che è molto a più ampio spettro e ha interlocutori su tutto il territorio nazionale. Stiamo lanciando la laurea magistrale internazionale in Energia, proprio lì a Piacenza e quindi anche da questo punto di vista il connubio tra ricerca e formazione potrà essere un ulteriore fattore di crescita e di sviluppo, nell’attrarre ricercatori anche dall’estero. Quindi diciamo che ci sono tutte le condizioni per sviluppare un progetto interessante, sinergico e di sviluppo complessivo». Quali sono i risultati sin qui ottenuti nello sviluppo dei laboratori di Piacenza? «I risultati sono interessanti, nel senso che, a differenza degli altri Tecnopoli, in quello di Piacenza ci sono già dei Consorzi tra università e imprese, quindi al loro interno hanno la componente imprenditoriale che è molto attiva. Sono laboratori operativi da diversi anni e hanno già raggiunto un ottimo grado di penetrazione rispetto rapporti di ricerca applicata all’interno dei due settori con aziende del territorio e non. Mentre il Musp, legato alle macchine utensili ha una connotazione sicuramente più locale, anche perché il territorio esprime delle realtà importanti all’interno del settore a livello nazionale, il Leap, legato all’energia ha una dimensione settoriale che sicuramente ha le caratteristiche non solo localizzate, per-
Mentre il Musp, legato alle macchine utensili, ha una connotazione più locale, il Leap, legato all’energia ha caratteristiche di più ampio respiro
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TECNOPOLI
Il tecnopolo di Parma e la ricerca d’eccellenza La struttura organizzativa del tecnopolo di Parma si avvale di sei centri di ricerca che operano nei settori agroalimentare, scienze della vita, tecnologie per la salute e Ict. Il tecnopolo nasce da un rilevante impegno finanziario della Regione Emilia Romagna e dell’Università di Parma. L’attività si inserisce in un consolidato quadro di collaborazione tra Università di Parma e aziende, in particolare nel settore alimentare e farmaceutico e «il tecnopolo renderà più produttivo questo rapporto». Le attività del tecnopolo si basano su consolidate esperienze maturate da anni all’interno dei dipartimenti dell’Università di Parma, che hanno già partecipato ai progetti della Rete dei laboratori regionali. L’organizzazione in un unico polo porterà a una maggiore razionalizzazione dell’uso delle risorse (soprattutto strumentazioni di alto costo) e sinergie nella realizzazione dei progetti. «Sul piano operativo - spiega Alessandro Mangia, pro rettore con delega per la ricerca dell’Università di Parma il tecnopolo ha avviato le procedure per l’assunzione di nuovo personale (sono già stati espletati i concorsi per l’assunzione di ricercatori con contratto triennale); è in corso la realizzazione della struttura, che sorgerà nell’area sud-ovest del campus, immediatamente a sud del dipartimento di Scienze della terra, è in corso l’acquisto delle nuove strumentazioni previste». Tra i programmi di ricerca industriale che hanno suscitato più interesse per il tessuto economico locale, regionale e nazionale certamente ci sono le linee di ricerca riguardanti la sicurezza degli alimenti, sia per quanto riguarda i controlli, sia le tecnologie di produzione, ma anche i nuovi materiali, le nuove tecnologie farmaceutiche, «per non parlare delle macchine che vanno da sole». Considerevole l’indotto occupazionale che viene dal tecnopolo
ché l’energia di per sé è un tema più ad ampio raggio». Il tecnopolo piacentino è stato inserito nel circuito regionale delle realtà d’eccellenza per quanto riguarda la ricerca applicata e il trasferimento tecnologico. Quali le ragioni di questo importante riconoscimento? «Le ragioni derivano da quanto fatto in questi ultimi anni, attraverso lo sviluppo di questi due laboratori, dal-
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per i ricercatori. «È prevista l’assunzione di circa 60 giovani con contratti a tempo determinato. Naturalmente i docenti dell’Università di Parma partecipano con quote/tempo alle attività». Tante le sfide che attendono ancora il tecnopolo di Parma. «Sul piano molto pratico la prima sfida è il raggiungimento dell’autosufficienza finanziaria, al termine del piano di finanziamento regionale. Sul piano scientifico, l’obiettivo è quello del riconoscimento del tecnopolo come un punto di riferimento nazionale e internazionale nei suoi settori di intervento». Per avere innovazione tecnologica e ricadute socio-economiche ci vuole ricerca scientifica, anche quella che non appare (dietro alle tecniche clinico-diagnostiche ormai essenziali, Tac, risonanza magnetica, ecografie, c’è tanta matematica, fisica e chimica, anche se non si vede, come dietro ai cellulari o ai computer). «In un paese come il nostro, che non ha materie prime e non può contare su un’economia di scala, se non si recupera una posizione di avanguardia in campo scientifico-tecnologico - conclude Mangia - la nostra economia non riuscirà a sostenere la competizione globale. E questo richiede investimenti nella ricerca e nella formazione».
l’impatto che ne è derivato col sistema produttivo e dal fatto che sono ormai due realtà sulle quali il territorio conta e punto di riferimento per creare innovazione competitiva». Ritiene che siano necessari particolari investimenti per garantire, attraverso il tecnopolo piacentino, un ulteriore salto di qualità alla ricerca emiliano- romagnola? «Quando si fa ricerca, soprat-
tutto in settori come questi l’esigenza di infrastrutture è continua. Io li ho anche rivisti con continuità e sono strutture ben attrezzate. Certamente se noi andassimo in Germania il riscontro sarebbe completamente diverso. Per lo scenario italiano è sicuramente un livello medio alto, rispetto ad uno scenario di eccellenza europea probabilmente dobbiamo ancora colmare qualche gap».
LEGALITÀ
Un approccio interforze per contrastare il crimine La predisposizione di un efficace sistema di contrasto e la professionalità degli operatori impegnati nell’attività anticrimine attestano la leadership dell’Italia a livello internazionale nella lotta alla criminalità. A evidenziarlo è il prefetto Francesco Cirillo Francesca Druidi
entotto superlatitanti catturati. Beni sequestrati per oltre 15 miliardi di euro e confiscati per una cifra che supera i 3 miliardi di euro. Sono alcuni dei significativi risultati raggiunti, dal 2008 ad oggi, dal coordinamento tra le forze di polizia. A sottolinearlo è Francesco Cirillo, vice capo della Polizia alla guida anche della Direzione centrale della Polizia criminale, una struttura interforze appositamente istituita, nell’ambito del Dipartimento della pubblica sicurezza, per garantire un ottimale raccordo in materia di contrasto al crimine tra i vari uffici dipartimentali e tra tutte le forze di polizia. «Tale situazione di piena sintonia – prosegue Cirillo – ha consentito di corrispondere in modo ottimale a una serie di esigenze di carattere emergenziale
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che hanno colpito talune aree del paese». Come, ad esempio, il programma anticrimine elaborato per la provincia di Caserta nel 2008, che ha fatto conseguire risultati investigativi di straordinaria rilevanza, diventando un vero e proprio modello di riferimento. Del resto, «la lotta alle organizzazioni criminali, autoctone e straniere, continua a rivestire un’importanza prioritaria nell’azione delle forze di polizia italiane». Come valuta i risultati ottenuti dalle forze di polizia sul fronte della lotta alla criminalità organizzata? «Le organizzazioni criminali, ormai da anni, hanno assunto una dimensione di tipo imprenditoriale. Numerose attività investigative hanno consentito di acclarare profonde infiltrazioni criminali nel settore delle opere e dei finanziamenti pubblici, degli investimenti finanziari, della grande distribuzione, del ciclo dei rifiuti, della gestione dei servizi e degli appalti. Al riguardo, l’azione di contrasto è stata orientata sia in senso preventivo che repressivo». Partiamo da quello preventivo. «Sono stati sollecitati importanti interventi normativi, in particolare in tema di tracciabilità finanziaria ma anche sul sistema dei controlli ai cantieri che, una volta realizzati, hanno reso estremamente più efficace le attività di monitoraggio e di verifica. Quanto all’aspetto repressivo, si è accertato che l’aggressione ai patrimoni mafiosi - e, parallelamente, un rapido ed effettivo utilizzo dei beni per finalità istituzionali e sociali
Francesco Cirillo
- costituisce uno degli strumenti più efficaci nella lotta alle mafie, anche per la valenza fortemente simbolica di tale attività presso l’opinione pubblica. In questo quadro, si inserisce l’istituzione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Va, inoltre, evidenziata l’istituzione del “Fondo unico giustizia”, dove affluiscono le somme sequestrate alle mafie e i proventi derivanti dai beni confiscati, che consente di rendere immediatamente disponibili tali risorse per le esigenze di giustizia e di sicurezza». Ulteriori misure adottate? «Per sottoporre a un monitoraggio specifico e co-
Il sistema di contrasto è orientato verso una sempre maggiore integrazione tra le attività e le risorse delle forze di polizia nazionali e di quelle locali
stante gli interventi correlati all’emergenza e alla ricostruzione susseguenti al sisma in Abruzzo e le attività relative all’Expo 2015 di Milano, sono stati istituiti, presso la Direzione centrale della Polizia criminale, due gruppi investigativi interforze ad hoc, rispettivamente denominati Gicer e Gicex. Tali organismi, che operano in stretto raccordo con due sezioni specializzate attivate presso le Prefetture de L’Aquila e di Milano - allo scopo di prevenire possibili infiltrazioni - provvedono al monitoraggio di tutte le attività tese alla realizzazione degli interventi previsti nei due contesti, nonché all’analisi delle risultanze emerse in seguito alle verifiche antimafia e ai controlli presso i cantieri, effettuati in loco. Infine, va citata l’attivazione, nel corso del 2010, a Torino, Milano, Latina, Salerno, Lecce, Reggio Cala-
bria e Caltanissetta, presso le competenti Dire- Il prefetto Francesco Cirillo, vice capo zioni distrettuali antimafia, di sette desk inter- della Polizia e direttore forze, organismi interforze di coordinamento centrale della Polizia informativo e investigativo delle attività tese al- criminale l’individuazione, al sequestro e alla confisca dei patrimoni della criminalità organizzata». Quali fenomeni criminosi presentano una dimensione transnazionale più vasta? «Il traffico di stupefacenti e il traffico di esseri umani sono i fenomeni criminali che presentano una più evidente, e preoccupante, dimensione transnazionale. Anche il crimine organizzato ha assunto, da tempo, un carattere pienamente transnazionale, in linea con i processi di globalizzazione planetari. Per questo, la situazione impone, da parte della comunità internazionale e delle relative agenzie investigative, un’azione con- EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 291
LEGALITÀ
divisa che, consapevole della necessità di superare i confini nazionali, miri a un continuo rafforzamento delle attività di cooperazione di polizia e all’adozione di strumenti normativi e operativi uniformi e adeguati alla mutevolezza e alla complessità dello scenario». Come si sta muovendo l’Italia nello specifico? «È stata rivolta speciale attenzione alla capillare rete di ufficiali di collegamento e di esperti italiani all’estero. Nella prospettiva di ottimizzarne le attività, massimizzando il valore del prezioso patrimonio informativo da essi garantito, lo scorso mese di settembre è stato istituito, nell’ambito del Dipartimento della pubblica sicurezza, un apposito Comitato (Co.P.S.C.I.P.) di cui fanno parte i vertici di tutte le strutture dipartimentali interessate, per i vari aspetti, alla cooperazione internazionale. È stato, inoltre, attivato un portale internet a essi appositamente dedicato e denominato “Marco Polo” che consentirà di mettere a fattor comune le specifiche esperienze e le 292 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2011
differenti professionalità». Oltre al crimine organizzato, quali altre priorità individua in Italia sul fronte della legalità? «È stata dedicata una specifica attenzione al contrasto alla cosiddetta criminalità diffusa. Su questo fronte, infatti, sebbene, negli ultimi anni, si sia registrata una costante diminuzione dei relativi indici di delittuosità, resta alta, specialmente nei contesti metropolitani, la sensazione di insicurezza nella cittadinanza. Il sistema di contrasto è in questo senso orientato verso una sempre maggiore integrazione tra le attività e le risorse delle forze di polizia nazionali e di quelle locali. Questa è, infatti, la prospettiva perseguita dal legislatore con i “pacchetti sicurezza” e questo è lo spirito che anima i patti per la sicurezza che, oramai diffusi su tutto il territorio nazionale, hanno ampiamente dimostrato l’efficacia di un “modello” basato sulla collaborazione tra le autorità centrali e i diversi livelli di governo del territorio, anche nel delicato settore della sicurezza urbana». Quali sfide per le forze di polizia nel prossimo futuro? «Il nostro Paese, presente in tutte i più importanti organismi di cooperazione di polizia (Interpol, Europol), ha da tempo assunto una leadership ampiamente riconosciuta a livello internazionale. E guardano al contesto mondiale anche i più rilevanti progetti delle forze di polizia per l’immediato futuro. Innanzitutto, l’istituzione, a Caserta, di un centro di eccellenza per la formazione di investigatori di altissimo livello nella lotta al crimine transnazionale; poi la redazione, sotto l’egida delle Nazioni Unite per il contrasto alla droga, al crimine organizzato e al terrorismo, e dell’Interpol, di un manuale, il cosiddetto “Digesto”, che compendi i migliori moduli operativi per la lotta alla criminalità, da condividere, sul piano internazionale, con le diverse agenzie investigative. Non da ultimo, va evidenziata l’organizzazione, nel 2012 a Roma, dell’Assemblea generale Interpol, cruciale momento di incontro e condivisione di programmi e obiettivi dei 188 paesi appartenenti all’organizzazione».
LEGALITÀ
Meno spazio alla criminalità La sinergia tra forze dell’ordine, associazioni imprenditoriali e magistratura sotto l’egida della Prefettura ha portato importanti risultati nella lotta al crimine organizzato a Modena. Ne parla il prefetto Benedetto Basile Nicolò Mulas Marcello
l territorio emiliano romagnolo negli ultimi 30 anni si è notevolmente trasformato attirando gli interessi del crimine organizzato. «Non c’è alcun dubbio circa la presenza nella provincia di Modena di esponenti del crimine organizzato – sottolinea Benedetto Basile, prefetto di Modena – soprattutto appartenenti all’area campana. Si fa spesso riferimento al clan dei Casalesi, ma occorre tener conto anche della presenza di appartenenti alla ‘ndrangheta. D’altra parte è ovvio che un’area così ricca di attività produttive non può non richiamare interessi illeciti». Qual è attualmente la situazione per quanto riguarda infiltrazioni mafiose negli appalti nel Modenese e come sono strutturate le azioni di contrasto? «Nella nostra provincia, oltre alle cosiddette “attività di primo livello” (estorsioni, danneggiamenti, ecc) ormai le organizzazioni di stampo mafioso operano in attività di “secondo livello”, che ricomprendono anche operazioni finanziarie legate al riciclaggio e al reimpiego di capitali di illecita provenienza. L’azione di contrasto alle infiltrazioni del crimine
I Benedetto Basile, prefetto di Modena
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organizzato che stiamo conducendo a Modena è innanzitutto di tipo preventivo per evitare qualsiasi tentativo di penetrazione. Per quanto concerne, in particolare, gli appalti è già in fase di avanzata predisposizione un protocollo d’intesa con le stazioni appaltanti pubbliche volto proprio a prevenire il fenomeno. Non ci basteranno più le informazioni antimafia previste dalla legge per gli appalti pubblici superiori ai 5 milioni di euro o per gli affidamenti di servizi superiori a 150 mila euro per sottoporre a verifica antimafia le imprese partecipanti. Dette soglie saranno abbassate e saranno svolti accertamenti su tutto ciò che succede “a valle” dell’aggiudicazione che spesso può sfuggire ai controlli». Come vengono coordinate le azioni di controllo sugli appalti? «L’attività di coordinamento è molto complessa. Voglio solo ricordare l’istituzione in Prefettura di un gruppo interforze composto dalle forze di polizia, dalla Direzione provinciale del lavoro, dal Provveditorato alle opere pubbliche e della Direzione investigativa antimafia con il compito di
Benedetto Basile
L’azione di contrasto alle infiltrazioni del crimine organizzato che stiamo conducendo a Modena è innanzitutto di tipo preventivo per evitare qualsiasi tentativo di penetrazione
monitorare il tessuto socio economico produttivo del territorio, soprattutto il settore degli appalti, anche attraverso controlli nelle aziende operanti in quei segmenti che più si prestano a essere infiltrati da sodalizi mafiosi. D’altronde, i risultati lusinghieri ottenuti nella nostra provincia, nell’ultimo periodo, nel contrasto e nella repressione del crimine organizzato, sono dovuti soprattutto alla costante, penetrante attività svolta, oltre ovviamente dalla magistratura, dalle forze di polizia nonché alla forte sinergia che si è venuta a creare tra istituzioni amministrative, la stessa autorità giudiziaria e gli organi di polizia». La Regione ha recentemente varato una legge per la promozione della legalità e della semplificazione nel settore edile e delle costruzioni a committenza pubblica e privata. È una misura sufficiente a contrastare il problema o serve altro? «La legge cui fa riferimento è ancora recente per poter valutare le sue ricadute. Comunque è molto positiva e importante l’attenzione che l’ente regionale sta ponendo sulla problematica e ben
vengano tutte le iniziative, anche legislative, che si integrano con quelle dello Stato. Ricordo che anche la Regione ha sottoscritto con tutti i prefetti dell’Emilia Romagna un apposito protocollo per prevenire i tentativi di infiltrazione della criminalità nel settore degli appalti e concessioni pubbliche di contenuto analogo a quello cui facevo cenno prima. Ma la legge regionale 11/2010 è di ampia portata. Essa fa riferimento anche ad altri aspetti che attengono altresì alla semplificazione delle normative di settore, e alla riduzione delle pratiche cartacee (c.d. “dematerializzazione”)». La struttura del mercato spesso è condizionata dalla presenza di imprese che possono adottare pratiche in grado di alterare le condizioni di concorrenzialità. Quale sarà in concreto il compito della Prefettura in base a questa nuova legge? «Voglio ricordare che a Modena la problematica è seguita anche in sinergia con le associazioni rappresentative delle categorie imprenditoriali, allo scopo di approfondire tutti quei fenomeni indicatori della presenza della criminalità organizzata in un dato settore produttivo che potrebbero condizionare l’attività delle imprese. La nuova legge regionale prevede forme di collaborazione con le Prefetture e altre strutture dello Stato che non mancheremo di attuare. È importante la previsione riservata alla sicurezza sui luoghi di lavoro alla quale già da tempo la Prefettura dedica attenzione. Ben venga una piena collaborazione con la Regione. È ovvio che, sia per ciò che concerne la collaborazione generale in materia di appalti, sia con specifico riguardo alle certificazioni antimafia, vi sarà pure piena disponibilità da parte della Prefettura».
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LEGALITÀ
Un controllo costante su tutto il territorio L’attenzione al fenomeno droga sul territorio riminese è molto elevata da parte delle forze dell’ordine. Numerose sono le iniziative volte a valorizzare la vivibilità della provincia attraverso la prevenzione di fenomeni legati alla criminalità. Vittorio Saladino elenca gli impegni della Prefettura Nicolò Mulas Marcello
una delle mete di divertimento più famose d’Italia, e come spesso accade, evasione e uso di sostanze stupefacenti si incontrano, facendo proliferare anche attività di spaccio sul territorio. A Rimini il problema droga aumenta durante l’estate e la Prefettura si spende costantemente nel contrasto dell’uso e della vendita di ogni tipo di sostanza stupefacente coordinando le azioni di controllo delle Forze dell’ordine. «L’obiettivo dell’ “esperienza vacanza” – spiega Vittorio Saladino, Prefetto di Rimini – è uscire da un vita sociale sottoposta a numerose regole per vivere qualcos’altro, un’evasione. Una festa totale, dunque, senza limiti, le cui componenti principali sono il gioco, il distacco dal quotidiano, spesso la trasgressione». Per una meta turistica come Rimini il problema droga è particolarmente sentito, soprattutto nei mesi estivi in cui si intensificano domanda e offerta. Si possono delineare le dimensioni del fenomeno? «Rimini, da sempre, è considerata il contesto ricreativo più rappresentativo d’Italia. La riviera romagnola, con le sue grandiose discoteche, rappre-
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Vittorio Saladino, prefetto di Rimini
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senta non solo un luogo di mero intrattenimento ma soprattutto la possibilità di vivere un’esperienza “diversa”; la notte diviene a tutti gli effetti “un nuovo spazio di vita”, la ricerca del piacere, il desiderio di metamorfosi anche tramite l’alterazione dello stato di coscienza con sostanze stupefacenti. L’uso di sostanze psicotrope è un fenomeno dinamico e in continua trasformazione: nel periodo estivo si registra immancabilmente l’incremento di contestazioni per abuso di alcool e droghe, quest’ultime sempre di più tra i giovani. Se, come indicatore, si prendono i soggetti residenti in questa provincia, segnalati al prefetto nel periodo dall’1 giugno 2010 al 31 agosto 2010 si rileva come le sostanza di maggior consumo siano l’hashish e la marijuana (50%), seguite dalla cocaina (35 %) e l’eroina (15%). Mi preme precisare che le modifiche apportate dalla legge n. 49/2006 al d.P.R. n. 309/1990 hanno introdotto la competenza del Prefetto del luogo di residenza del trasgressore (anziché del luogo dell’accertamento della violazione), ai fini della trattazione dei procedimenti conseguenti alla contestazione della violazione di sostanze stupefacenti per uso personale. Ne è conseguita una riduzione dei procedimenti di competenza di quest’ufficio pari al 65% circa». Qual è l’impegno della prefettura in merito al contrasto dello spaccio e quali i recenti ri-
Vittorio Saladino
AZIONI DI CONTRASTO SEMPRE PIÙ SERRATE Dietro la movida notturna di Rimini si celano attività di spaccio che vengono costantemente monitorate dalla Guardia di Finanza provinciale. Per il colonnello Enrico Cecchi i gruppi criminali più attivi sull’area sono quelli albanesi e tunisini l consumo di droga da parte dei giovani a Rimini è un problema che non riguarda solo il pericolo per la salute ma anche la crescita del mercato al dettaglio gestito da associazioni criminali sia italiane che straniere. «A Rimini – spiega il colonnello Enrico Cecchi, comandante provinciale della Guardia di Finanza di Rimini – il fenomeno droga è allarmante, specialmente tra i giovani, rappresentando la “prima” città in regione per consumo occasionale (non da dipendenza) di droghe nella fascia di età che va dai 15 ai 54 anni. Tale fenomeno appare correlato alla esistenza di numerosi locali da intrattenimento (discoteche, locali notturni con lap dance, birrerie, pub) che attraggono numerosi giovani prevalentemente nei mesi estivi e nel fine settimana. In definitiva la riviera rappresenta il mercato al dettaglio dello stupefacente, la piazza finale di droga
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ceduta all’ingrosso nei mercati di Milano, Napoli, Bari». E dove la domanda è alta, le attività di spaccio si moltiplicano. «Considerevole – continua Cecchi – è il coinvolgimento nella provincia di Rimini dei gruppi criminali stranieri negli affari del narcotraffico fra i gruppi più attivi sono risultati quelli di nazionalità prevalentemente albanese e tunisina». Per combattere questi fenomeni sono ingenti le attività di controllo. «L’azione di contrasto si concentra prevalentemente in prossimità dei citati locali notturni ed in servizi dedicati nel fine settimana. Negli ultimi quattro anni sono stati effettuati circa 350 interventi che hanno portato all’arresto in flagranza di reato di 65 persone e la denuncia a piede libero di oltre 150 persone. Sono stati segnalati al prefetto di Rimini per il consumo di stupefacente ad uso personale circa 450 soggetti e sequestrati 15 automezzi. In totale lo stupefacente
sequestrato è stata pari a 20kg, in prevalenza cocaina». Spesso poi il traffico di sostanze stupefacenti e l’immigrazione clandestina si fondono: «Il rapporto – conclude il colonnello Cecchi – risulta particolarmente stretto per quanto riguarda l’etnia albanese. Questi spacciatori, in possesso di permessi di soggiorno falsi, operano come manovalanza alle dipendenze di un responsabile in regola con le leggi che disciplinano l’immigrazione».
In alto, alcuni agenti della Guardia di Finanza di Rimini
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LEGALITÀ
Nel contrasto al fenomeno droga si persegue una formula di stretta collaborazione tra Stato e comunità locali, basata sulla sinergia delle competenze
sultati ottenuti? «Anche per ciò che concerne il contrasto al fenomeno in questione si persegue una formula di stretta collaborazione tra Stato e comunità locali, basata sulla sinergia delle competenze e delle professionalità che consente di monitorare costantemente i fenomeni legati alla criminalità favorendone la prevenzione, nonché di realizzare iniziative rivolte a valorizzare la vivibilità del territorio provinciale. il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica rappresenta la sede in cui definire le linee di indirizzo e realizzare utili iniziative di collaborazione interforze che, peraltro, alimentano un forte spirito di coesione. Numerosi i servizi coordinati di prevenzione e controllo anche presso gli istituti scolastici; ingenti i quantitativi di sostanze stupefacenti sequestrate 306 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2011
dalle Forze di Polizia, a conclusione delle diverse operazioni antidroga realizzate nel corso del 2010, spesso in collaborazione anche con le forze di polizia di altre province». Qual è il rapporto tra traffico di sostanze stupefacenti e immigrazione clandestina sul territorio riminese? «Il concorso tra le due fattispecie è abbastanza frequente. Anche recentemente un’operazione dell’Arma dei Carabinieri dell’Emilia Romagna ha consentito di individuare un’organizzazione che consentiva ai clandestini stranieri di entrare in Italia illegalmente attraverso falsi matrimoni. Tra i 22 indagati vi sono anche due cittadini residenti in questa provincia,di cui uno di nazionalità italiana e l’altro albanese accusati, anche, di traffico di sostanze stupefacenti». Uno dei più recenti pericoli è la diffusione delle “smart drugs”. Anche Rimini è coinvolta da questo fenomeno? «Nella provincia di Rimini figurano due punti vendita definiti “Smart Shop” appartenenti alla catena di negozi denominata “Alkemico”, gestita dalla società Freedom Project, con sede legale a Riccione. La citata catena di negozi, oltre a offrire prodotti alimentari e naturali, pubblicizza e commercializza, anche attraverso il proprio sito internet, prodotti definiti “legal drugs” ovvero composti con nomi affini a quelli delle droghe tradizionalmente intese. I suddetti esercizi sono all’attenzione del dipartimento Politiche antidroga presso la presidenza del Consiglio dei ministri e costantemente sottoposti a controlli, al fine di verificare la presenza, nei prodotti commercializzati, di sostanze illecite riportate nell’apposita tabella del ministero della Salute».
DIRITTO FALLIMENTARE
La responsabilità della persona giuridica La crisi del principio “societas delinquere non potest”. L’avvocato Carlo Federico Grosso illustra come progressivamente si è evoluta la dottrina penalistica in questo ambito Nike Giurlani esponsabilità delle persone giuridiche: com’è cambiata la dottrina penalistica. «All’inizio, nel 2001, i reati previsti agli effetti della responsabilità delle persone giuridiche erano pochi, ma con successive integrazioni legislative il loro numero è stato molto ampliato», spiega l’avvocato Carlo Federico Grosso. Si va dalla truffa a danno dello Stato ai delitti informatici, dal trattamento illecito dei dati ai delitti di criminalità organizzata, da quelli di concussione e corruzione fino a taluni delitti contro l’industria e il commercio, ai reati societari e numerosi altri. «L’arco della possibile responsabilità delle società è pertanto
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L’avvocato Carlo Federico Grosso; in alto, un momento del processo Parmalat
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ampia ed esaustiva» rileva l’avvocato. Tra i processi più noti per quanto concerne la responsabilità delle persone giuridiche, Grosso menziona due casi ai quali ha partecipato personalmente in qualità di difensore di una delle parti: Parmalat e il processo contro alcune banche per truffa al Comune di Milano. Il nostro diritto positivo basato sul principio “societas delinquere non potest” esclude che si possa configurare una responsabilità penale in capo alle persone giuridiche. A cosa è dovuto lo sgretolamento di questo principio? «Il principio “societas delinquere non potest” ha costituito per decenni un pilastro della scienza giuridica penalistica. A partire dagli anni 80 e 90 del Novecento, ha cominciato tuttavia a essere messo in discussione dalla dottrina penalistica, a cominciare da un celebre scritto del professore Franco Bricola. Progressivamente è emerso, come dominante, l’orientamento opposto, e cioè il presupposto che fosse opportuno colpire direttamente, anche sul terreno penale, e ovviamente con sanzioni penali confacenti di natura pecu-
Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Carlo Federico Grosso
Nell’ordinamento italiano la responsabilità delle persone giuridiche è stata configurata come responsabilità amministrativa da reato
niaria o interdittiva, le condotte illecite societarie riconducibili a carenza di un’adeguata organizzazione di prevenzione dal crimine». Com’è disciplinata la responsabilità delle persone giuridiche nell’ordinamento italiano? Quali sono i presupposti per l’attribuzione della responsabilità? «Nell’ordinamento italiano la responsabilità delle persone giuridiche è stata configurata come “responsabilità amministrativa da reato”, e non come “responsabilità penale”. In ogni caso, competente a giudicare è il giudice penale in un processo che ha le caratteristiche del processo penale (codice di procedura penale, con le modificazioni specificamente previste dal decreto legislativo 231/2001). Presupposto per l’attribuzione di responsabilità amministrativa da reato alle società è che sia stato commesso uno dei reati specificamente previsti dalla legge agli effetti di tale tipo di responsabilità, e che non sia stato adottato, ed efficacemente attuato, un modello d’organizzazione adeguato a prevenire i reati».
Quali sono i reati per i quali le persone giuridiche sono chiamate a rispondere? Quali altri reati andrebbero inseriti? «All’inizio, nel 2001, i reati previsti agli effetti della responsabilità delle persone giuridiche erano pochi, ma con successive integrazioni legislative il loro numero è stato molto ampliato. Oggi le società possono rispondere di truffa in danno dello Stato e reati simili, di delitti informatici e di trattamento illecito di dati, di delitti di criminalità organizzata, di concussione e corruzione, di falsità in monete, di taluni delitti contro l’industria e il commercio, di reati societari, di delitti con finalità di terrorismo o d’eversione, di numerosi delitti contro la personalità individuale, dei cosiddetti abusi di mercato, d’omicidio e di lesioni gravi o gravissime commesse con violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro e della tutela della salute. L’arco della possibile responsabilità delle società è pertanto ampia ed esaustiva». Quali sono gli espedienti che possono trovare le aziende al fine di essere esentati dalle responsabilità? «Le società sono comunque esenti da responsabilità se, come ho già accennato, hanno adottato e attuato un modello d’organizzazione, di gestione e di controllo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi». Quali sono i casi più noti per quanto concerne la responsabilità penale delle persone giuridiche? «Con riferimento a processi ai quali ho partecipato personalmente in qualità di difensore di una delle parti, posso ricordare i processi Parmalat per aggiotaggio celebrati, o in corso di celebrazione, davanti alle sezioni I e II del Tribunale di Milano e il processo contro alcune banche per truffa al Comune di Milano, che è in corso di celebrazione anch’esso davanti alla sezione IV dello stesso tribunale». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 311
DIRITTO DI FAMIGLIA
L’affido è davvero condiviso? L’affido condiviso diventa efficace, se si ha chiara la distinzione tra la fine del matrimonio e le esigenze dei figli. Così come i processi alternativi sarebbero una valida soluzione, se il dilatarsi dei tempi permettesse di accedere a questi solo in rari casi. Il resoconto degli avvocati Claudia Balboni Maria Elena Casadei
a difficoltà a tenere unita una famiglia è un fenomeno sempre più diffuso in Italia e, per questa ragione, l’importanza di tutelare il minore è diventata di primaria importanza. Claudia Balboni, avvocato specializzato nel tema del diritto di famiglia e dei minori, spiega come muoversi in situazioni così delicate. L’affido condiviso è un effettivo istituto a tutela dei minori? «Le situazioni che in concreto si presentano sono le più svariate sino ad affidi condivisi per figli i cui genitori vivono a 600 km. di distanza l’uno dall’altro e che, di fatto, rendono impossibile una vera partecipazione del coniuge con cui il figlio non vive alla sua crescita, educazione ed istruzione. Ancora oggi i genitori separati, in alcuni casi, si comportano in modo tale che il coniuge che vive con i figli ha il gravame dell’educazione e l’altro riserva per sé solamente la parte gioiosa e giocosa della genitorialità. Tutto dipende dalla capacità di comprendere la differenza tra la fine del matrimonio e le esigenze di rendere autonomi i figli». Negli ultimi anni c’è stato un forte in-
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L’avvocato Claudia Balboni avv.claudiabalboni@tin.it
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cremento di separazioni e divorzi. «Separazioni e divorzi hanno avuto un incremento in termini prettamente numerici, ma ciò non ha inciso in modo significativo sui modi e sui tempi di trattazione delle singole pratiche. Le difficoltà che si incontrano quotidianamente per il raggiungimento di condizioni di separazione e di divorzio congiunte, sono, più o meno, sempre le stesse. Certo è che l’attuale principio di affidamento congiunto della prole minore ha aiutato gli avvocati a diminuire le tensioni tra i coniugi. Le difficoltà di gestione delle pratiche, quindi, non è mutata: si registra, pur con le peculiarità di ogni situazione, una costante riproposizione dei medesimi problemi». Quali sono i traguardi più soddisfacenti che avete raggiunto nella tutela del minore? «Certamente la possibilità per il Giudice di sentire il parere dei figli nei giudizi di separazione e divorzio costituisce per questi un momento importante, benché doloroso, di assunzione di provvedimenti confacenti ai loro desideri, oltre che al loro interesse. È però fondamentale che il Giudice stesso sia in grado di percepire se la volontà espressa dai figli è libera o indotta dalle pressioni di uno dei genitori. La norma dedicata alla tutela del fanciullo ha posto una base fondamentale per la tutela del minore e, tra queste, la necessità della nomina di un avvocato che tuteli esclusivamente l’interesse del minore stesso è un traguardo importantissimo».
DIRITTO PENALE
I tempi dei processi Esperto in questioni di diritto penale, l’avvocato Enrico Tassinari ci porta nel terreno minato della giustizia, illustrandoci come funzionano i tempi dei processi e in che modo si arriva alla prescrizione del reato Maria Elena Casadei
ome ci si pone nei confronti della prescrizione di reati gravi. E soprattutto come si giustifica, a chi ha subito dei torti, la lentezza dei processi? Cosa sono i riti alternativi? Le questioni ancora aperte nell’ambito della giustizia penale sono numerose, ne abbiamo parlato con l’avvocato Tassinari. Quali sono attualmente le tempistiche di giudizio? «Innanzitutto bisogna evidenziare che il tempo medio varia, da un Tribunale all’altro, a fronte del numero dei procedimenti pendenti e dei Giudici a ruolo. Ovviamente le tempistiche si riflettono anche sul numero dei reati che cadono in prescrizione, la cui percentuale muta di pari passo a seconda di dove vengono commessi. D’altra parte, se si considera che il tempo necessario perché maturi la prescrizione è tanto più lungo quanto più i reati sono gravi, difficilmente, per questi ultimi, ciò accade. E al cittadino costretto ad attendere anni una decisione si dovrà spiegare che il processo sarà sì lungo, ma anche massimamente garantista a fronte dei tre possibili gradi di giudizio». Cosa si intende per riti alternativi nel processo penale? «I riti alternativi sono quei procedimenti, cosi detti speciali, mai tra loro cumulabili, che consentono all’imputato di definire il giudizio con iter differente da quello standard. Segnatamente. Giudizio abbreviato: si tiene a porte chiuse, si esaurisce -di regola- in una sola udienza e viene deciso dal Giudice, allo stato degli atti, sulla base di quanto contenuto nel fascicolo d’indagine del
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P.M.. Applicazione della pena su richiesta delle parti, più noto come patteggiamento: si esaurisce in una sola udienza e consente all’accusa e alla difesa di concertare la pena da sottoporre al Giudice. Domanda di oblazione, applicabile ai reati di più lieve entità, che ne permette l’estinzione a fronte del pagamento di una somma variabile di denaro. Giudizio immediato che consente di rinunciare all’udienza preliminare». A proposito di riti alternativi, ritiene che si tratti di economia processuale o sono solo una mera alternativa alla prescrizione del reato? «L’introduzione dei riti alternativi è certamente avvenuta con l’intento di assicurare una corposa riduzione dei processi da svolgersi secondo il procedimento ordinario. Nell’auspicio del Legislatore essi avrebbero dovuto fungere, in altre parole, da grande filtro affinché giungessero a dibattimento il 15-20% dei procedimenti totali; il tutto in cambio di una “invitante contropartita”. Il giudizio abbreviato infatti stabilisce il diritto a uno sconto di 1/3 della pena; il patteggiamento ad uno sconto fino ad 1/3 della pena e la possibilità di poter subordinare il rito alla concessione della sospensione condizionale della medesima; il decreto penale, ove emesso d’Ufficio nei confronti dell’imputato, se da questi passivamente subito, ad uno sconto di pena fino alla metà».
L’avvocato Enrico Tassinari avv.enricotassinari@virgilio.it
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POLITICHE SANITARIE
Il diritto alla salute Esenzione dal ticket per disoccupati o lavoratori in cassa integrazione, farmaci di fascia C gratuiti per persone in forte disagio sociale: gli effetti della crisi economica sono ancora pesanti e la Giunta regionale decide di confermare le misure introdotte nel 2009 fino a dicembre 2011 Michela Evangelisti
n Emilia Romagna continuano anche per tutto il 2011 l’esenzione dal pagamento del ticket su visite ed esami specialistici per i lavoratori che hanno perso il lavoro o che sono in cassa integrazione e l’erogazione di farmaci di fascia C a persone che si trovano in una situazione di forte disagio sociale. «Vogliamo garantire la tutela del diritto alla salute, la riduzione delle disuguaglianze, il sostegno alle famiglie», puntualizza l’assessore alle Politiche per la salute, Carlo Lusenti. La Giunta regionale ha infatti prorogato fino al 31 dicembre 2011, con una delibera approvata a dicembre scorso, le misure anticrisi adottate nell’agosto 2009. «Gli effetti della crisi economica, aggravati anche dallo stato di grave instabilità e di mancanza di interventi da parte del governo – ha motivato l’assessore – sono purtroppo ancora molto pesanti. E le fasce più deboli sono quelle che pagano di più. Siamo consapevoli che per queste persone la situazione di crisi, oltre a limitare le prospettive nel progetto di vita, rischia di condizionare anche l’atteggiamento rispetto alle necessità di cura in relazione all’accesso ai servizi sanitari. Per questo abbiamo deciso la proroga degli interventi». L’esenzione dal ticket riguarda i lavoratori residenti in Emilia Romagna che hanno perso il posto di lavoro a partire dall’1 ottobre 2008, o che si trovano in cassa integrazione straordinaria, ordinaria o in deroga, in mobilità o con contratto di solidarietà. L’esenzione riguarda anche i fa-
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migliari a carico e per usufruirne è necessario compilare il modulo di autocertificazione del proprio stato occupazionale. La distribuzione gratuita dei farmaci di fascia C riguarda invece le famiglie emiliano-romagnole in situazioni di estremo disagio sociale, individuate o in carico ai servizi sociali dei Comuni. Si tratta di farmaci indicati nei prontuari delle Asl e in distribuzione diretta, dunque da farmacie delle stesse aziende sanitarie. Dall’introduzione delle misure fino al 30 giugno 2010 sono state 27.456 le persone che hanno usufruito dell’esenzione dal ticket per visite ed esami specialistici, per un importo totale di 880mila euro; la spesa per i farmaci di fascia C è stata, sempre al 30 giugno 2010, pari a 25mila euro.
Alberto Vecchi
Ombre sulla sanità regionale Una nuova politica di valorizzazione delle strutture ospedaliere, sinergia fra pubblico e privato per far fronte alle liste d’attesa, precise manovre per arginare gli sprechi. Di questo, secondo Alberto Vecchi, ha bisogno la sanità emiliano-romagnola Michela Evangelisti
a Giunta regionale dell’Emilia Romagna ha rinnovato le misure anticrisi introdotte nel 2009 in campo sanitario, confermando, fino al 31 dicembre 2011, l’esenzione dal pagamento del ticket su visite ed esami specialistici per i lavoratori che hanno perso l’occupazione o che sono in cassa integrazione e l’erogazione di farmaci di fascia C a persone che si trovano in una situazione di forte disagio sociale. Un’iniziativa certamente utile, ma la sanità regionale, secondo il consigliere Pdl Alberto Vecchi, necessita anche di altri interventi di grande urgenza. A partire dal risanamento dei bilanci delle sue Aziende. Le misure sanitarie anticrisi sono state prorogate dalla Giunta regionale fino alla fine del 2011. Come ne valuta l’efficacia? Hanno costituito davvero nell’ultimo anno uno strumento di sostegno per le fasce di cittadini in difficoltà? «Innanzitutto, per uscire dalle polemiche strumentali della sinistra in campo sanitario, è importante ricordare le parole pronunciate da Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni, il 23 ottobre 2009: “L’intesa triennale raggiunta oggi con il Governo prevede un incremento del Fondo sanitario nazionale ed è un risultato importante per i cittadini perché consente una maggiore sostenibilità del Servizio sanitario nazionale”. Fatta questa premessa, è opportuno ricordare che fino al 31 maggio 2011 il Governo ha comunque garantito, con un incremento di 347,5 ml di euro sul fondo destinato al Servizio sanitario nazionale, la copertura finanziaria per l’esenzione dai ticket, e per i
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sette mesi successivi la partita è aperta. Certamente la parte più efficace e utilizzata è stata quella dell’esenzione dal ticket, che in un momento di forte crisi ha parzialmente aiutato i nuclei familiari in difficoltà». Ci sarebbe bisogno di altri interventi nel campo dell’accesso ai servizi sanitari? Quali? «In campo sanitario sono fondamentali e necessari altri interventi, in primis una seria politica che elimini le liste d’attesa, incentivando una vera sinergia fra pubblico e privato, cosa purtroppo osteggiata dalla nostra Regione, che ha una visione totalizzante verso il pubblico e diffidente/penalizzante verso il privato. Poi è necessaria una nuova politica relativa agli ospedali, dove, accanto all’incentivazione dei macro-ospedali, situati nei capoluoghi di provincia, visti correttamente come punti d’eccellenza, vi sia anche una valorizzazione dei nosocomi ubicati nei paesi della provincia, dando loro delle destinazioni precise che non determinino invece il progressivo svuotamento di questi presidi sanitari, come è purtroppo avvenuto negli ultimi 10-15 anni». Un cenno infine alla malasanità: quali sono le criticità in regione e in che maniera vengono affrontate? «Per quanto riguarda la malasanità e gli sprechi in campo sanitario, i fatti accaduti negli ultimi 12 mesi evidenziano come l’Emilia Romagna non sia più quell’isola felice descritta dal pre-
Alberto Vecchi, consigliere regionale del Pdl e vicepresidente della commissione Politiche per la salute e politiche sociali
EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 321
POLITICHE SANITARIE
sidente Vasco Errani e dall’assessore alla Sanità,
Carlo Lusenti. Pensiamo solo alle inchieste
aperte dalla magistratura sull’ospedale di Cona (Fe), sui 59 milioni di euro di buco di bilancio dell’Ausl di Forlì e sul Centro di Pievesistina (il laboratorio analisi unico) per l’Area Vasta Romagna. L’ospedale di Cona è in costruzione da quasi 20 anni e non è ancora ultimato e anche quest’anno la Regione stanzierà 30 ml di euro. I costi sono lievitati a dismisura, tanto che dai circa 100 milioni di euro iniziali, quando sarà operativo, forse nel 2012 (il primo malato doveva essere ospitato nel 2003), il costo finale si aggirerà attorno ai 500 milioni. Realizzato a 12 km da Ferrara su un podere, chiamato “La morte”, che era stato definito dagli esperti il luogo peggiore di tutto il territorio comunale per edificazioni, essendo una sorta di catino nel quale confluiscono le acque dei territori circostanti, ha visto la Regione spendere circa 10 milioni solo per le idrovore e le opere di bonifica, e contrarre muti per circa 90 milioni. Anche sulla gestione degli appalti dell’ospedale sta indagando la Procura». Come commenta invece il buco in bilancio dell’Ausl di Forlì?
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«Il caso vede oggi indagate diverse persone per un mega deficit di 59 ml di euro che si è accumulato negli anni, modificando “scientificamente” i bilanci dell’azienda, ma tutte le Ausl della Regione hanno accumulato pesanti deficit di bilancio nel 2009: Bologna ha accumulato un passivo di 25,6 milioni, oltre il doppio rispetto ai 10,8 milioni del 2008. Risalendo lungo il Po, l’azienda sanitaria di Piacenza chiude il 2009 con 7,4 milioni di segno meno: nel 2008 erano 5,8. Anche l’Ausl di Parma vede un peggioramento nei conti: 3,6 milioni la perdita d’esercizio nel 2009, contro l’1,9 del 2008. L’Ausl di Reggio Emilia addirittura triplica il “rosso”, arrivando a un buco di 6,1 milioni contro i 2 del 2008. A identica sorte non sfugge l’Ausl di Modena, che nel 2009 accumula un rosso di 10 milioni, contro i 7,7 del 2008. Peggiorano tre volte tanto, invece, i conti dell’Ausl di Imola: 4,3 milioni di passivo, contro l’1,4 del 2008. L’Ausl di Ferrara quasi raddoppia il suo buco: 9,3 milioni nel 2009 contro i 4,4 del 2008. Quasi identico il balzo di Ravenna, che nel 2009 scava un buco di 9,2 milioni, ben più profondo dei 4,3 del 2008. Infine, l’Ausl di Rimini, dove nel 2009 il
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debito ha raggiunto i 5,2 milioni, oltre il doppio dei 2 milioni del 2008». Per quanto riguarda invece il caso del Centro di Pievesistina? «Evidenzia una gestione fallimentare delle risorse pubbliche. La Regione Emilia Romagna, insieme all’area vasta Romagna, formata dalle Ausl di Forlì, Cesena, Ravenna e Rimini, nel 2008 pubblicizzava questo mega centro di gestione unificata di servizi, dove, accanto al laboratorio d’analisi, c’erano l’officina trasfusionale e l’anatomia patologica, nonché il magazzino farmaceutico ed economale. Doveva migliorare la qualità del servizio, e questo non è avvenuto; doveva esserci un risparmio di oltre 4 ml di euro per le 4 aziende sanitarie che compongono Area Vasta Romagna e invece, per ora, questo non è accaduto, anzi Area Vasta ha incomprensibilmente optato di pagare un esorbitante canone d’affitto per l’immobile (2.479.873 euro Iva compresa all’anno) anziché acquistare direttamente, quando le rate di acquisto avrebbero avuto un costo similare, ma il bene alla fine sarebbe rimasto di proprietà di Area Vasta. A questo va aggiunto il fatto che, in caso di operazione immobiliare diretta concor-
Per quanto riguarda la malasanità e gli sprechi in campo sanitario, i fatti accaduti negli ultimi 12 mesi evidenziano come l’Emilia Romagna non sia più un’isola felice
data con il comune di Cesena, che all’epoca era proprietario dei terreni, il costo sarebbe stato di almeno 10 milioni di euro in meno. Il comune di Cesena, dopo diversi passaggi in merito alla destinazione urbanistica e le continue varianti a cui è stato sottoposto il terreno su cui sorge oggi l’edificio di Pievesistina, per realizzare un’opera di pubblica utilità, anziché cedere il terreno a un prezzo simbolico come avrebbe potuto fare con le quattro Ausl oppure mantenendo a sé la proprietà, avrebbe incassato la cifra di 2.500.000 di euro per la concessione di un diritto di superficie di 99 anni, onere che ovviamente poi, in caso di acquisto dell’immobile da parte di area vasta, inciderà sul costo dell’operazione. E anche questo graverà sulle tasche dei cittadini emiliano romagnoli». EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 323
TECNOLOGIE MEDICHE
Il futuro è la riconversione verso l’elettromedicale Un distretto vitale quello del biomedicale di Mirandola, che sembra non aver risentito della crisi economica globale. La parola a Luciano Fecondini, presidente di Consobiomed Michela Evangelisti
l biomedicale non conta un numero elevato di aziende, tuttavia riveste un ruolo di primaria importanza nell’economia modenese, grazie alla peculiarità dei suoi prodotti. Si tratta, infatti, di un comparto d’eccellenza, a forte contenuto tecnologico e innovativo. È caratterizzato da una decina di imprese leader, anche collegate a multinazionali, che alimentano un indotto di piccole aziende. Tra i pochi settori in ambito locale che avevano chiuso il 2009 in territorio positivo, il biomedicale si è presentato nei primi nove mesi del 2010 con volumi di produzione in linea con quelli dell’anno precedente (+2,2%) e ricavi in progresso del 4,7%. A trainare gli indici verso l’alto è stato soprattutto il mercato estero, con ordini in aumento del 23,2% ancora nel 3° trimestre dell’anno, a fronte del - 0,5% registrato sui mercati domestici. Come ha reagito il distretto alla crisi economica? «Il distretto ha retto bene questo biennio di pesante crisi economica, grazie principalmente alla tipologia della nostra attività, legata alla salute, un settore nel quale non si registrano mai né crescite vertiginose né tonfi. Ci ha aiutato anche il fatto di essere un distretto di eccellenza, caratterizzato da un ottimo mix tecnologico. Operiamo in dialisi, in cardiochirurgia, anestesia,
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Luciano Fecondini
rianimazione e oncologia: coprire vari aspetti della circolazione extracorporea e dei dispositivi medici ovviamente ci dà stabilità. Così come il fatto di avere uno zoccolo duro multinazionale, con alcune grandi società dotate di ampie capacità finanziarie; mentre le piccole aziende stanno soffrendo di mancanza di liquidità le multinazionali sono autosufficienti e risentono meno di momenti di crisi sia economica che finanziaria. Ma c’è anche il lato negativo della medaglia: visto che circa i due terzi degli occupati sul distretto sono legati alle multinazionali, siamo più esposti al rischio di decisioni che non sono certo prese all’interno del consorzio». Il distretto dimostra quindi anche di questi tempi una sua vitalità. «Certamente. Questo dinamismo si manifesta soprattutto nel campo dell’innovazione e dello sviluppo continuo di nuove applicazioni medicali e prodotti: è questo che dà futuro al consorzio, in una congiuntura in cui non siamo più in grado di competere sul costo di produzione». La crisi però in un certo modo vi ha colpito, a causa dei ritardi nei pagamenti da parte delle aziende sanitarie: qual è adesso la situazione? «Il nostro nervo scoperto è costituito proprio dai rapporti con lo Stato: parliamo di pagamenti che vengono effettuati mediamente con circa
I prodotti monouso sono maggiormente legati alla manodopera e molto più copiabili. Quelli elettromedicali, invece, caratterizzati sempre da alti livelli tecnologici, sono ben più difendibili dall’aggressione della concorrenza
un anno di ritardo, con dei picchi di un anno e mezzo e alcune situazioni incancrenite addirittura del 2003, che nessuna banca può più finanziare. Anche le tecniche di factory non arrivano certo a coprire i bisogni delle aziende, ovvero quelli di avere liquidità da investire in innovazione. Il fatto che il sistema Italia non paghi le aziende limita enormemente le possibilità di ricerca, sviluppo ed espansione».
Luciano Fecondini, presidente di Consobiomed, consorzio di aziende operanti nel settore biomedicale a Mirandola
Quali sono le principali missioni del consorzio? «Il consorzio ha sempre avuto un occhio molto attento alle problematiche di quality assurance: nel nostro settore, infatti, la qualità non solo è EMILIA-ROMAGNA 2011 • DOSSIER • 325
TECNOLOGIE MEDICHE
RI.MOS, UN CASO DI SUCCESSO R i.Mos è un’azienda del distretto di Mirandola impegnata nella produzione di dispositivi monouso per ginecologia, ostetricia, fecondazione assistita, mesoterapia, biopsia e medicazioni avanzate. È nata nel 1988 come fabbricante di prodotti medicali sterili monouso. Nel 1994 ha acquisito Ram e nel 2000 Pais, azienda specializzata nella progettazione e fabbricazione di dispositivi in metallo e aghi riutilizzabili per uso in ambito medico-ospedaliero e veterinario. Rispetto ad altre realtà di dimensioni simili, si caratterizza per il suo fortissimo slancio all’internazionalizzazione, che nell’ultimo biennio le ha consentito di continuare a crescere. «Posso affermare che non abbiamo subito gli effetti della crisi economica globale, anzi, il nostro fatturato è aumentato ultimamente di un buon 10%» assicura Maria Gorni, titolare dell’azienda. L’export è la vostra forza. «Ci diamo molto da fare per vendere sui mercati internazionali: siamo costantemente impegnati a partecipare a fiere, contattare i clienti, tenere aggiornato il nostro sito plurilingue. Il settore biomedicale in Italia non è in calo, comunque l’estero è sicuramente da seguire. Esportiamo in ben 68 Paesi, in Europa e in Russia principalmente, ma ci stiamo allargando anche verso il Brasile e l’India. La difficoltà più grossa che incontriamo all’estero sono i tempi lunghi necessari per la registrazione dei prodotti: non c’è nessuno che sappia darti in questo senso delle indicazioni generiche e al tempo stesso precise, e le regole cambiano continuamente, ma possiamo dire di essere ormai rodati». Come si declinano all’interno della vostra azienda ricerca e innovazione? «Abbiamo all’attivo dei progetti regionali di ricerca con l’università di Bologna: sono piuttosto curiosa e vado sempre in cerca di novità. Cinque anni fa abbiamo preso un brevetto Enea, l’abbiamo sviluppato e industrializzato e siamo entrati nel mercato: si tratta di un cicatrizzante
naturale estremamente efficace, molto semplice da utilizzare, che permette di chiudere ulcere e piaghe da decubito senza usare disinfettanti e antibiotici. Si tratta del prodotto più innovativo che proponiamo al momento e di qualcosa di molto diverso rispetto alla tipologia di prodotti che siamo abituati a realizzare e che caratterizzano il distretto». Quali sono le sue previsioni a breve termine? «Prevedo un’ulteriore crescita: abbiamo tantissimi clienti che ci vengono a trovare con progetti innovativi e siamo tra i pochi a Mirandola che stanno costruendo un immobile nuovo, perché abbiamo intenzione di assumere altro personale e lo spazio a disposizione non è più sufficiente». Quali progetti vi aspettano nel 2011? «Ci è stato chiesto di partecipare a un grossissimo progetto europeo che riguarda il miglioramento della qualità dell’estrusione dei microtubi, in particolare per fare cateteri speciali; saremo al fianco di importantissime aziende del settore. La nostra presenza è conseguenza del fatto che abbiamo a disposizione delle macchine specifiche che consentono particolarissime sperimentazioni».
importante, ma è un vincolo di legge e ha degli aspetti anche penali per gli imprenditori. Ma la missione principale rimane quella di promozione all’estero, attraverso la partecipazione a varie fiere come consorzio ma anche mediante l’aiuto dato alle singole imprese consorziate, alle quali viene messo a disposizione un supporto di segreteria e che possono accedere a un piano interno di sostegno economico dedicato a chi vuole essere presente ad eventi all’estero. In sostanza posso affermare che l’export non ha subito la crisi, anzi è cresciuto, e ha contribuito a dare stabilità al distretto». Quali prospettive può formulare a breve e medio termine?
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«Il distretto farà fatica a svilupparsi in termini numerici, perché l’occupazione manifatturiera in Italia non tende certo in questo momento a espandersi. Credo che il distretto debba riconvertirsi verso l’elettromedicale. I prodotti monouso, infatti, sono maggiormente legati alla manodopera e sono molto più copiabili, quindi sono i primi ad essere aggrediti dai Paesi a basso costo di manodopera. Quelli elettromedicali invece, caratterizzati sempre da alti livelli tecnologici, sono ben più difendibili. Il distretto si sta comunque già spostando in questo senso: se dieci anni fa più dell’80% del fatturato era dato dal prodotto monouso, adesso ci assestiamo attorno ai due terzi».
INNAMORATO DI BOLOGNA Così si definisce, senza mezzi termini, Cesare Cremonini. Che nella sua città vive, scrive e assapora preziosi momenti di pace. Ecco la sua Bologna, tra i ricordi dell’infanzia e la musica Lara Mariani
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GENIUS LOCI
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GENIUS LOCI
e luci dei lampioni verso sera sono più arancioni dei tramonti a primavera. L’ora in cui Bologna entra in scena è l’ora in cui le donne di una volta vanno in chiesa solo un gatto vagabondo è in cerca di una fede passeggera”. È la seconda strofa di una canzone che Cesare Cremonini ha dedicato alla sua città. Si intitola “Piazza Santo Stefano”, ma non l’ha scritta seduto sui gradoni della piazza guardando la chiesa. E nemmeno appoggiato su uno dei “fittoni” che ogni tanto sbucano dai sanpietrini. L’ha scritta mentre era lontano. In Argentina, perché durante il viaggio non poteva fare a meno di tornare con la mente a casa. Gli mancava la sua città. E questa mancanza si è presto trasformata in musica. In una di quelle melodie che trasmettono intensità anche a chi quei luoghi non li ha mai visti. “Piazza Santo Stefano ha un segreto le rondini dal cielo fanno spesso avanti e indietro. E portan via i colori dell’inverno proteggono i passanti come i portici dal vento. E volano, volano via”. Ma cominciamo dal principio, dai suoi ricordi d’infanzia, per scovare i luoghi della sua
L
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anima, gli indirizzi delle sue emozioni. Dove sei nato? «In un piccolo paesino appena fuori Bologna, ma praticamente in campagna, Colunga. Un borgo di appena quattro case, anzi quattro case e una chiesa, subito dopo Idice. Caratteristica di Bologna è che una volta usciti dal centro, in poco meno di 15 minuti, ci si ritrova in mezzo alla campagna. Ed è proprio nella campagna bolognese che sono nati i miei primi ricordi, le cene con i nonni, i natali, i compleanni, l’estate con l’anguria e soprattutto i tramonti coloratissimi. Tutta la mia prima infanzia è legata alla famiglia e ai tramonti di Colunga». In seguito ti sei trasferito nel centro della città, a cui tuttora sei legatissimo. Cosa in particolare dell’infanzia a Bologna ha lasciato un’emozione unica dentro di te? «Sicuramente la fiera di Santa Lucia in strada Maggiore. Ai tempi vivevo di fronte alla Chiesa dei Servi e quel piccolo mercatino natalizio sotto il portico riusciva a trasmette in tutta la via un’incredibile e calda atmosfera». E da Strada Maggiore a Piazza Santo Stefano il passo è stato breve.
Cesare Cremonini
«Piazza Santo Stefano è il luogo in cui mi trovavo a 16 anni con gli amici per fare due chiacchiere seduti sotto il portico. Per me è sempre stata il simbolo, il cuore pulsante della città. E non solo perché è un luogo fuori dal tempo che non ha perso il suo fascino, ma perché i suoi portici per me sono sinonimo di aggregazione, di incontro, di ritrovo». Effettivamente Bologna fino a qualche anno fa era considerata una città molto accogliente. «Per me lo è ancora. E i portici sono il simbolo di questa città nel mondo. Di una città dove è facile incontrarsi, confrontarsi, scambiarsi pensieri e opinioni. E questa bolognesità, capace di abbracciare più culture non deve smarrirsi, neanche in futuro». Eppure c’è chi sostiene che Bologna non è più la stessa. «In generale la società sta cambiando, stiamo vivendo un momento storico di passaggio e questi momenti spaventano, rendono le persone più chiuse e impaurite. Non c’è posto in cui oggi non si dica “si stava meglio quando si stava peggio”, ma nonostante tutto per me Bologna rimane una città accogliente,
in cui è facile sentirsi a casa». Quali sono i locali dove più che in altri si respira la bolognesità? «La mia bilancia ha sempre contato quei 4/5 chili in più per colpa del ristorante “Alice” in via d’Azeglio. Il proprietario, Oscar, è un mio grande amico è per me l’emblema della bolognesità. Anch’io ho aperto un’osteria con qualche amico, si chiama “La Tigre”. Insieme cerchiamo di mantenere quel legame tra il bolognese e l’osteria tipica, un legame che solamente alcuni locali antichi di Bologna, sopravvissuti in questi ultimi 30 anni, hanno saputo mantenere». Uscendo da Bologna, quali sono i posti in cui ti piace rifugiarti? «Amo molto una località della Basilicata, Maratea. Ci andavo in vacanza con i miei genitori, ma soprattutto qui ho scritto la mia prima canzone, “Vorrei”. Ero in treno e dovevamo viaggiare leggeri, non potevo portare con me la chitarra, così mi sono messo a scrivere. E quello è stato l’inizio di tutto. Anche se il luogo dell’anima per scrivere canzoni rimane Bologna, perché è qui che faccio meno fatica a guardarmi dentro e a vivere momenti di pace».
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