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Anno I _ Num 6

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NOI VOGLIAMO CHE- I GIOVANI R ACCOLGANO L A NOSTRA F IACCOLA M USSOLINI

VITA GIOVANILE P ERIODICO

QUINDICINALE

DI

LETTERATURA - ARTE - POLITICA

MI LANO A NNO I - N. 6 1 5 - 4- 1938 XVI C. C. P. 3-15799 AB. ANNUO L. l o C ENTESIMI 5o

Fondatore ERNESTO TRECCANI

Dice il ministro dell'Interno, l'ammiraglio Suetsugu a un giornalista: « Hongkong è stretto come il collo di una bottiglia: se dei sottomarini facessero uno sbarramento circolare intorno a questo porto e degli areoplani lo bombardassero continuamente, non resisterebbe per molto tempo. Questa base non ha importanza se non collabora strettamente con la Cina. Dal momento in cui ghilterra sa di non potersi efficacemente non potrà più contare sulla Cina, queopporre alla espansione del Giappone sta base perderà ogni importanza ». Intanto ogni giorno gli interessi comda Hongkong e si limita ad aiutare sottomano la Cina. I giapponesi non si merciali inglesi sono falcidiati per depreoccupano di Hongkong: pensano che cine di migliaia di sterline: e il Gocome base militare è di scarso valore e verno inglese deve assistere impotente come centro commerciale, quando il a questo spettacolo. Alla supremazia della razza bianca Giappone controllerà la Cina centrale, perderà ogni valore solo a isolarla con si sta per sostituire quella della razza una semplice barriera doganale. E gli gialla: siamo al principio della fine inglesi se ne dovranno andare: l'Asia della potenza europea sulle rive del mar della Cina. agli Asiatici. C. Astorri

IIONGIiONG E GLI INTERESBI INGLESI in Estremo Oriente Da quando nel lontano agosto del 1842 la bandiera inglese sventolò la prima volta su Hongkong, quest'isola della Cina meridionale è stata come l'indicatore del continuo aumento degli interessi commerciali britannici in quella regione. E per proteggere tali interessi quello che dapprima non era altro che uno scalo franco divenne a poco a poco una base navale militare di prim'ordine oltrechè un grandissimo centro commerciale e bancario. Ma parallelamente all'ascesa della potenza britannica sulle coste cinesi, si svolgeva, se pur in ritardo su quella, l'ascesa della potenza nipponica. Dapprima trascurabile per l'Impero che con la via Londra-Gibilterra-Malta-Suez-Aden-Colombo-Singapore-Hongkong aveva improntato del proprio dominio una metà del globo, già prima della guerra mondiale la potenza sempre crescente del rinato Giappone aveva fatto comprendere a Londra la necessità di averla preferibilmente alleata ma sopratutto mai nemica — se si volevano mantenere le posizioni acquisite pazientemente in Cina. Tuttavia già si profilava all'orizzonte inevitabile un formidabile scontro di interessi: la forza nuova dell'espansione giapponese era necessariamente per urtarsi contro la supremazia e il controllo che i bianchi e sopratutto gli inglesi esercitavano in Estremo Oriente. Dopo la guerra mondiale il ritmo di questo processo divo:re più rapido; e ben presto i dirigenti di Downing Street si dovettero convincere che in caso di pericolo era impossibile difendere efficacemente, a fondo, le posizioni cinesi. Come base militare l'efficienza di Hongkong era assai ridotta dalla potenza crescente dell'aviazione e dei sottomarini. Il collegamento con Singapore era per le stesse ragioni difficilissimo. Una seria azione bellica attraverso Hongkong non era più praticamente possibile. L'Ammiragliato decise di rafforzare al massimo Singapore, il caposaldo più avanzato verso Oriente delle comunicazioni con l'Australia. Dal punto di vista bellico Hongkong fu tagliata fuori d all'asse del sistema imperiale, fu abbandonata a se stessa e lasciata alla deriva. Le sue fortificazioni, il suo attrezzamento fu mantenuto, migliorato anzi e perfezionato: però non la si considerò più come un elemento essenziale della catena difensiva imperiale, ma.come una piazzaforte isolata. Intanto la Hongkong commerciale, industriale, bancaria prosperava sempre Più; la rete degli interessi britannici s'infittiva e s'allargava. Certo questa rete si attaccava ad appoggi che — l'abbiamo visto — si indebolivano; ma nessuno sembrava darsene pensiero. • Il Giappone silenziosamente 'si prepara: i suoi uomini di stato hanno applicato all'Asia la dottrina di Monroe « L'Asia agli Asiatici »; i suoi grandi industriali, i suoi commercianti sono in lotta su tutti i mercati d'Oriente con gli europei (e la Cina è un vicino ed immenso mercato); la sua sovrapopolazione reclama uno sfogo; i suoi generali anelano di estendere l'Impero del Mikado; e i suoi mistici hanno proclamato il diritto divino dei discendenti di Amaterasu di regnare sul mondo. In una fredda, chiara mattina del dicembre 1934 i cadetti dell'Accademia militare imperiale erano riuniti nella gran sala per udire il grande mistico del nazionalismo nipponico, il generale Araki. La voce del generale era tagliente ed incisiva: sembrava l'espressione di una volontà superiore e fatale: e q uesta volontà s'irradiava dalla piccola persona del generale per penetrare nell'animo di ciascuno e divenire la sua

propria volontà, la volontà di tutto un esercito, di tutto un popolo. « Il nostro paese è deciso a propagare il suo ideale nazionale attraverso i sette mari e i cinque continenti: i giapponesi sono i discendenti degli dei e debbono combattere per la grandezza sempre maggiore della Patria. L'impero giapponese seguirà sempre la volontà celeste e la luminosa via tracciata dagli antenati imperiali ». Scoppia il conflitto con la Cina. L'In-

contributo individuale nel Regime Fascista Può a tutti apparire con agevole evidenza come, nella nostra quotidiana esistenza forze molteplici ad ogni istante s'impongano e concorrano. È da questa moltiplicità delle forze che scaturiscono per ogni individuo personali e complessi problemi; di essi è quindi urgente una felice soluzione ed una relativa precedente ricerca dei mezzi maggiormente adatti a raggiungre tale soluzione. L proprio a questo punto che, con sicura esattezza, può davvero stabilirsi un problema: se cioè, ai fini di pervenire ad un soddisfacente risultato, occorra con disciplina non soltanto aderire, ma vivere secondo una determinata dottrina, o non si debba invece del tutto allentare lo spirito da una qualsiasi ubbidienza, senza equilibrio dedicandosi ad una sragionata libertà. Vivendo in quel regime Fascista che gli Italiani hanno voluto, prestando ad esso la miglior parte delle loro energie e nemmeno mai rifiutando i supremi sacrifici, ecco che dunque gli Italiani hanno nel primo senso risolto questo primo essenziale problema. Risoluzione che, se è in ognuno originata sopratutto dalla grande fede, è però anche motivata da un criterio logico e da un'esatta concezione dei valori: così che azzardata o per lo meno ingiustificata può apparire la posizione ed il conseguente atteggiamento di alcuni fra gli studiosi stranieri, che ostinatamente rifiutano l'ossequio ad una dottrina ed al modo di vivere da essa insegnato, senza una valutazione profonda del suo significato, ma per un assurdo timore di una troppo limitata libertà. La questione è di ordine politico quanto spirituale: si può anzi concludere con sicurezza che a determinati atteggiamenti politici, perfettamente ortodossi ed opportuni così come oggi si verifica in Regime Fascista, non si riuscirà mai a pervenire, se non avendo in precedenza risolto dei corrispondenti problemi spirituali. Ma ecco che, con facilità tutti situandosi su di un simile piano, per alcuni tuttavia i termini si contraddicono e s'intravedono complicazioni. L'esitazione è avvenuta per certi studiosi stranieri che hanno voluto indagare sul Fascismo, ma troppo in superficie e distanza. Dalla risoluzione, sotto tutti gli aspetti da considerarsi felice, di quel primo quesito, un altro per costoro n'è venuto di conseguenza: se cioè, nell'ambito medesimo di questa dottrina Fascista nella quale gli Italiani intensamente vivono, sia davvero possibile il verificarsi di talune desiderabili affermazioni dell'individuo; se infine, potendo queste affermazioni verificarsi, debba potersi ad essi attribuire un preciso significato di totale corrispondenza alla i ntelligenza ed alla personalità dei loro autori. I1 problema non è, almeno alla radice, del tutto nuovo e già taluni autori

se ne sono preoccupati per altri regimi, al Fascismo anche del tutto antitetici in altri tempi ed in altri paesi. Un testo in materia potrebbe ad esempio venir considerato quella «Psicologia del potere politico», opera di Carl Murchison, scrittore americano di psicologia. Egli appunto, in questo suo saggio di psicologia sociale, studia il valore contingente e transitorio delle forme di comportamento sociale degne d'onore e di ammirazione, limitandosi però a forme singolarissime, accessibili ad un numero assai esiguo di individui. Ma ritornando al nostro già accennato problema, ed esaminando questo nostro nuovo metodo di vita dal Fascismo instaurato, è bene trattenersi in un ambito di più pratica speculazione. Ed allora ne nasce, ancora maggiormente logica, la conclusione per una sicura possibilità d'affermazione offerta all'individuo. Qui ancora occorre una vigile attenzione al significato intimo della parola: perchè all'affermazione non riesce per nulla estraneo il senso di un contributo, il concorso dunque ad un effettivo potenziamento della dottrina. Inoltre sono proprio dal Regime medesimo proposti i migliori mezzi per ogni possibile affermazione: ,perchè a tal fine, l'ordinamento sindacale e corporativo nel campo della produzione, e la medesima vitalità del Partito in quello della formazione e organizzazione, debbono venire individuate come le zone più adatte e da preferirsi. Non è da escludere che, in determinati momenti, per certi determinati contributi, la possibilità dell'affermazione debba invece tradursi nel dovere della rinuncia: pure, essendo questo nostro periodo veramente ideale perchè affermatore di una supremazia dello spirito, anche allora il sacrificio non va misurato sul metro dell'ambizione, ma solamente su quello della disciplina. Gli avversarii debbono dunque comprendere che, su di un piano normale, è per noi più che esatto parlare di affermazione. Nello sviluppo pratico è la ricerca dei valori che si manifesta; ricerca che va ritenuta indispensabile volendo, come si vuole, ogni giorno perfezionare il progresso. Certamente, come affermazioni possibili dell'individuo, il Fascismo unicamente considera quelle appunto degne d'onore e ammirazione ; ed anche minimamente si preoccupa della loro evidenza, ma bensì d'un loro profondo significato. Tutto questo assume eccezionale importanza, perchè a tutti impone l'urgenza d'un proprio atteggiamento sociale. Il problema consiste nell'ottenere che tale atteggiamento sia nettamente degno e voluto. Perchè, per la forza medesima delle cose, a nessuno riesce possibile lo sfuggire ad un certo atteggiamento sociale. Ognuno, per le medesime contingenze nelle quali, anche involontariamente, conduce la vita, si tro-

va costretto ad assumere un proprio personale atteggiamento; ma pure assai facile appare il comprendere quanto esso risulti vano ed inutile se involontario, o indegno, o addirittura forzato. Ecco dunque definitivamente apparire non solo la possibilità, ma altresì la realtà di un contributo individuale; ed esso viene in tal modo qualificato, non per una volontà esclusivista od egoistica, ma perchè appunto deve esser motivato ed anzi causato dalla volontà ferma dell'individuo. Volontà che così si comporta, perchè conosce il valore della dottrina ed il dovere di aderirvi nelle proprie manifestazioni personali. Qualora infine questo contributo venga sorretto dall'intelligenza e dalle particolari doti dell'individuo, ecco allora disegnarsi una reale affermazione: è questo un limite fortunato, sommamente auspicabile, perchè concorre al maggior potenziamento del Regime ed è un indice ben chiaro delle migliori qualità della stirpe. Vanno quindi sconsigliate, ed anzi del tutto biasimate, nei riguardi particolarmente dei giovani, quelle forme di comportamento che gli psicologi moderni definiscono di «evitazioner: esse si possono verificare in varie manifestazioni, delle quali tra le più importanti è appunto quella • sociale, consistendo nel rifuggire dalle molteplici attività ed esigenze della vita, mentre invano si crede ad impossibili evasioni con soddisfazione di insussistenti personali esigenze. Tale forma d'evitazione è del resto, non certo nella maniera più accentuata, ancora oggi abbastanza diffusa, ed è un categorico dovere il combatterla: il più delle volte essa trae origine da personali delusioni o da mete desiderate e non raggiunte, avvenimenti ai quali non si è saputo opporre una sufficiente reazione. Certamente l'educazione della volontà si colloca come primo grande dovere: occorre ad essa dedicare le più nobili personali risorse, perchè consiste in un opera ardua e non mai perfezionata. Raggiunto un sufficiente grado di educazione, raggiunta anche semplicemente e solamente una completa volontà d'educazione, immediatamente fa seguito il periodo vitale del proprio contributo, del proprio situarsi nella società, coll'assunzione di una determinata personalità. Tutto quanto è stato detto crediamo abbia un suo preciso significato, considerando le nostre esistenze nei riguardi dell'attuale clima politico. Da un punto di vista squisitamente spirituale, già nel puro fatto del contributo consiste l'affermazione, quell'affermazione alla quale è doveroso protendersi come infinitamente energetica ai nostri spiriti, ed alla quale il Regime Fascista offre determinati mezzi, per ciascuno nella specie da individuarsi, perchè si possa verificare. Dino Del Bo

I bigotti d el Partito Nel movimento totalitario che ha fatto dell'Italia una « Italia fascista», proprio per il carattere di leva in massa che la Rivoluzione ha assunto, elementi reazionari e ribelli un giorno o pusillanimi di ogni tempo, infiltrandosi nell'organismo del partito sono venuti a diffondere quella sensazione del « non si può dire », « non si può fare », che all'osservazione superficiale di uno straniero, ad esempio, può sembrare la più impossibile delle violazioni a un « minimum v di libertà. Voglio alludere a quei « superzelanti », a quei « bigotti » del Partito, che trovano nelle più innocenti parole il « fondo » nascosto, che non ammettono la minima critica: dalle alte sfere della politica fino alla circolazione stradale dell'angolo più riposto della città, guai a fare un'osservazione! Pensare poi che invece, se da noi non v'è più una libertà di stampa confrontabile con quella francese od inglese, un'osservazione ben fatta ed appropriata riscontra nel modo più assoluto maggiore valore e stima agli occhi delle stesse autorità interessate che non la lode melensa di uno di quei tali che insisto nel chiamare i « bigotti» del nostro tempo. Chi se all'estero tentano di farci passare per «fantocci » buoni ad accennare col capo soltanto sì e no secondo la parte da cui tira il vento, lo dobbiamo esclusivamente a loro! Perchè ben diversi sono l'ubbidienza « fiera » e il servilismo untuoso! E di questo dovrebbero rendersi conto tutti, e questa « fierezza s metterla in pratica: negli scritti; coll'abolire fino all'ultima le lodi a frasi fatte sul tipo dei titoloni occupanti mezza pagina dei quotidiani, e non solo di questi; nei manifesti; nel modo di comportarsi nella vita di tutti i giorni; che tutti capiscano che Egli non ha bisogno di questo, nè degli incensi degli astri di mezza grandezza, dei satelliti in genere, delle nebulose umane che, fraintendendolo, credono di fare così il proprio dovere! Forse, portato dall'ardore giovanile, adopero parole troppo forti, ma l'Italia ora si sente tutti gli occhi addosso: il mondo ci giudica leggendo ciò che scriviamo. Cià quello che di nostro txà all'estero non è molto: basta pensare che un «Corriere della Sera ,, il più letto tra i nostri quotidiani, è costretto, per ragioni autarchiche (ma fondate poi queste ragioni? ci riserviamo di tornare sull'argomento) è costretto, dicevamo, ad uscire in sei od otto paginette al massimo, il cui contenuto viene occupato in parte non trascurabile da ridarne, avvisi economici, corrieri sportivi e teatrali, fotografie il più spesso significative nel cerchio ristretto dell'organizzazione nazionale e cittadina, ma di modesto interesse agli occhi di un lettore d'oltralpe. Almeno quel poco lasciato a cose d'interesse generale, venga disposto in modo decoroso senza l'aggravio di quei « ritrovati v a carattere «pubblicitario», assolutamente inadatti e purtroppo frequenti nel nostro « clima v. Che il mondo possa capire come noi siamo credenti nella nostra « fede v e non servi di una dottrina incompresa o fraintesa. I famosi « bigotti v ci pensino sopra e se ne persuadano. Ernst


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Anno I _ Num 6 by Ernesto Treccani - Issuu