NOI VOGLIAMO CHE I GIOVANI R ACCOLGANO L A NOSTRA F IACCOLA M USSOLINI
V ITA GIOVANILE PERIODICO
QUINDICINALE
DI
LETTERATURA - ARTE - POLITICA
MI LANO ANNO I - N. S 3 1 - 3 1938 VI C. C. P. 3-15799 AB. ANNUO L. io C ENTESIMI S o
Fondatore ERNESTO TRECCANI
costituiva un punto di partenza. La tro il quale « teorico principalissimo sua portala, fu detto, dipenderà es- dell'aguzzinismo fascista » (sic) ama senzialmente dalla piega degli avve- spesso gracchiare (e si capisce !) in tutnimenti. Se il dissidio tra la. Russia, te le lingue, compresa l'italiana, la la. Francia e la Germania continuerà propagandistica radio di Mosca — inaggressione; la Scorrendo la stampa francese di que- in caso di flagrante sti giorni appaiono evidenti la preoc- Francia, benchè spinta anch'essa dal ad acuirsi, il Patto potrà divenire una dividuò pienamente, da quell'acuto osservatore che è, l'errore della cosicupazione e l'imbarazzo creati in Fran- desiderio di fare un accordo il più vera e propria alleanza. cia dai gravi avvenimenti che si sono preciso possibile, si trovava di fronte Oggi, alla distanza di quasi tre an- detta feconda collaborazione e lo comda derivanti considerate le condizioni politiche battè, con equilibrio e vigore pari sogravi ni, v erificati in Europa. complicazioni alle Preoccupazione di rimanere isolati Locarno; si doveva quindi necessaria- nelle quali esso è sorto, noi possiamo lo alla dottrina, dalle colonne del più e di figurare impotenti di fronte alla mente orientare verso Ginevra, crean- dire che effettivamente l'accordo ha diffuso quotidiano nostro, il Corriere situazione, imbarazzo dovuto ad una do un patto in piena armonia col Co- assunto una portata ed un valore rile- della Sera, e della nostra più viva rivista di letteratura e di pensiero, il Posizione politica falsa o per lo meno venant, formulato in modo tale da non vante. Frontespizio, e lo stesso Capo del Gotale proteste é spesuscitare eccessive Il Governo francese viene ad essere incerta. verno, in un articolo magistrale apDalla ridda degli appelli e delle pro- cialmente da non creare sospetti e dif- ogni giorno più asservito alle direttiparso lo scorso ottobre sul glorioso poste che i vari giornali annunciano a fidenze nel Governo inglese, che, dopo ve di Mosca. Continuerà esso su quegiornale della Rivoluzione, il Popolo sembrava Mosca, Eden a il viaggio di in sè forza sta strada, la senza trovare grandi titoli trapela lo sgomento di un d'Italia, aveva un accenno a un certo accordo. a. tale contrario una sua di emanciparsi e riprendere Popolo che si accorge, purtroppo assai non essere « cattolicesimo ondeggiante », accenNel testo definitivo la tesi francese direttiva politica? tardi, che alla Camera dei Deputati no che fu causa di prevedibili interNoi crediamo e speriamo di no. n on sono rappresentati gli ideali e le prevalse. Il Patto Franco-Russo ha indubbia- pretazioni maligne da parte del Temps aspirazioni della Nazione, ma le pasSe nell'art. 3 del Patto è detto che nel caso di aggressione contro la Fran- mente un valore intrinseco importan- — tanto per citare un nome — nei sioni dei singoli partiti. confronti dei cattolici italiani. Invano si cerca e si vuole un gover- cia o 1'U.R.S.S. da parte di un altro te, ma non deve essere sopravalutato Oggi — grazie a Dio — dopo la beno forte, atto a trarre la Francia dal- Stato, membro o nd della Società del- n ella sua portata, che dipende essennefica diffusione dell'inequivocabile la pericolosa situazione alla quale è le Nazioni, le parti contraenti si im- zialmente dalla volontà delle parti. Se dalla incerta situazione politica enciclica pontificia Divini Redemptoris giunta — nel momento attuale non è pegnano a prestarsi immediatamente pubblicata il 19 marzo, di di San Giupiù nemmeno in facoltà della Camera aiuto ed assistenza, il paragrafo I del interna potrà nascere un Governo che seppe, 1937 e il franco commento ad francese sostenere od abbattere un Mi- Protocollo però limita, precisandola, realmente voglia un'avvicinamento a essa del card. Verdier, Arcivescovo di nistero; questi per reggersi deve ap- la portata di questa assistenza, poichè Roma — anche senza denunciare nel Parigi, in occasione dell'ultimo Natapoggiarsi sui Ressemblements popu- stabilisce che essa sarà prestata uni- 1439 il Patto Franco-Russo, scadente le, ci è permessa una capitolazione filaires, forze politiche extraparlamen- formandosi alle raccomandazioni del nel 1940 — questo Governo potrà dare nale dell'avventura. tari, che, affatto incuranti della situa- Consiglio della Società delle Nazioni, un valore minimo all'accordo, potrà L'avventura è finita. zione del Paese, perseguono solamen- appena siano enunciate in. virtù del- rendersi libero dall'influenza di MoE felicemente. sca, potrà entrare in rapporti leali con l'art. 16 dei Covenant. te ideali settari. Non più allettamenti comunisti troA ll'epoca della stipulazione del Pat- chi realmente vuole costruire per la È così che i Ministri si succedono vano favore presso alcun cattolico. gli uni agli altri, impedendo alla Na- to, che per se stesso non è particolar- pace. Non si può più ormai parlare d'un Antonio Bruni zione Francese di avere una linea di mente impegnativo; si disse che esso dialogo tra cattolicesimo e comunismo. condotta unica, alla Francia di diAvendo il comunismo — com'era re una parola sicura per la soluzione augurabile — gettata la maschera del d ei gravi problemi internazionali. CAPITOLAZIONE FINALE DI UN'AVVENTURA temporaneo opportunismo filocattoliEppure, se si formasse in Francia co, chiaramente è apparsa l'impossiun Gabinetto di unione nazionale, pobilità più assoluta di tale dialogo. trebbe questi entrare immediatamente Il pericolo è scongiurato. in relazione con l'Italia ed iniziare Riacquistata quell'intransigenza la q uell'intesa fra le quattro grandi Poun monito formulato più avesse solenMain tendella l'avventura quale non è che l'espressione d'una Nacque tenze Europee che Neville Chamberdell'innaturale collaborazione ne dei soliti « contro l'insidia con la fede incrollabile, nessun cattolico credue — lain, nel suo discorso ai Comuni, disse buona sorte rimasta in gran par- quale gli araldi delle forze sovversive de più che il comunismo attuale sia d overe seguire all'avvicinamento ita- (per te sul terreno ideologico) tra cattolici cercavano di fare luogo a qualche pos- diverso dal comunismo, cui, in ordine lo-inglese? e comunisti -- in Francia or sono più sibilità d'avvicinamento da parte cat- di tempo, dissero anatema Pio IX nelPuò, in altri termini la Francia, di tre anni, ancor prima della con- tolica, distinguendo tra ideologia e l'enciclica Qui pluribus (9 novembre n elle condizioni internazionali nelle quista del potere da parte dell'inef- pratica... », ecco, ad onta dell'elo- 1846) e nel Sillabo, Leone XIII nelq uali si è posta, trattare con l'Italia? fabile giudeo rosso Léon Blum, il qua- quenza terribile dei sanguinosi fatti l'enciclica Quod A•postolorum muneLa risposta apparirebbe negativa, le — com'è risaputo — per mezzo so- di Spagna, progressivamente : nel Bel- ris (28 dicembre 1878), « peste diperchè ad un avvicinamento italo-fran- prattutto della sirenica facondia del gio, all'infuori dell'onesto ma azzar- struggitrice, che intacca il midollo cese si frappone un grave ostacolo co- « compagno » Maurice Tborez rivolse dato e sfortunato tentativo di costitu- dell'umana società, per minarla ». stituito dal Patto Franco-Russo, fir. Anche in Francia, dove pure ancopiù d'un appello agli « uomini di buo- zione d'un gabinetto di coalizione naI1u1to il 2 maggio poalalcuni cattolici, in seguito colore zionale, ra qualunque governa la coprocrazia e grande è 1935• na volontà » a L'accordo russo tedesco istaurato durante di Malile dichiarazioni del presule i l disorientamento spirituale dell'« inlitico appartenenti, affinchè, col trattato di Rapallo nel 1922 si era il conflitto italo-etiopico e più durante nes card. Van Roey e poi di tutto telligenza », la « terrificante inattenrotto in seguito all'avvento di Hitler la guerra civile spagnola, in nome l'Episcopato belga contro Léon De- zione per gli insegnamenti pontifici » al potere, causando la modificazione dell'« ordine » e degli « interessi della grelle, capo del rexismo, datosi ad rimproverata da Jacques Maritain — d ella Politica europea della U.R.S.S. convivenza sociale. », si pronunciasse- intendere direttamente appoggiato dal- non del tutto, invero, egli stesso estraavente ora un programma di avvicinaro contro la « violenza dei regimi dit- la Santa Sede, amoreggiare addirit- neo all'avventura della Main tendue mento a Ginevra ed antirevisionista. tatoriali »: e ottenne i suoi frutti — tura con l'estrema sinistra : in Olan- — non si rivela più per grandi segni Gli interessi franco-russi si trova- malefici — : primi, il movimento ere- da, membri del centro cattolico come e alla favola della cessazione della Moller tenere a far sapere al popolo persecuzione religiosa nell'U.R.S.S. rono momentaneamente concordanti ticale « cattolico-comunista » di Terre d'ispirazione favorendo il risorgere della vecchia po- N ouvelle che, assai più che, messi al bivio tra comunismo e propalata ad arte dal Komintern s'anlitica russa tendente a fare della Fran- comunista che cattolica, fu subito fascismo, avrebbero scelto senza esi- nette ormai il valore che le spetta. cia una forza alleata, equilibrante nel condannato dal Vaticano; l'entusia- tare il primo : in Ispagna, persino, il Anche in Francia — insisto (giacdegli centro europa. Come nel cattolico M. Semprún J. militante chè Belgio, Olanda ecc. gravitano in 1875 il Can- smo per il « Fronte Popolare » celliere russo Gotchakoff dava all'am- oggi falliti Sept ed Ere Nouvelle, di Gurrea, all'inizio della magnifica cro- sostanza intorno a Parigi nella sfera basciatore francese il famoso consiglio Vie Intellectuelle, di Etudes Car►néli- ciata di Franco, dichiararsi disposto della cultura) — l'atmosfera s'è fatta « Siate forti », così nel maggio 1935, taines, di Ordre Nouveau; il proclama a rigettare, ove il « progresso » lo ri- tersa. Ancora il cielo è ingombro di in occasione del viaggio di Laval a degli « intellettuali » — di cui parec- chiedesse, il primato di Roma, misco- nuvole nere. Ma le nuvole sono perMosca, Stalin approvava in un comu- chi cattolici — Pour la justice et pour nosciuta sede naturale e provvidenzia- fettamente delineate. La nebbia non nicato la politica di difesa nazionale la paix contro le « inaudite barbarie le della Chiesa di Cristo, e — incre- c'è più. Perseguita dalla Francia. in altri ter- fasciste in Affrica »; la protesta — an- dibile a dirsi — i cattolici baschi marOgni confusione non pare poter avemini era un ordine che il capo della cora degli « intellettuali » (quanti «in- ciare a fianco degli atei del P.U.M. re più luogo. III internazionale dava ai comunisti tellettuali » !) — per il bombardamen- (Partito Unitario Marxista) e della Ancora qualche giorno fa, dinnanfrancesi perchè cessassero da ogni a- to di Guernica compiuto per rappre- F.A.I (Federacion Anarchica Iberi- zi a un uditorio di parecchie migliaia zione antimilitarista. Le medesime esi- saglia da velivoli del Reich germani- ca) contro il « feroce reazionario ». di persone, ci si dice che Maurice Thogenze politiche riavvicinavano due co in seguito all'affondamento da parL'opinione degli ambienti papali fu rez, incaricato dal bureau politico del v olte due popoli in poco più di un te dei comunisti spagnoli di una nave chiaramente e reiteratamente espressa partito comunista francese, si sia risecolo. battente bandiera tedesca. dall'Osservatore Romano e dalla Civil- volto ai cattolici di Parigi per « tenEsaminiamo ora la portata pratica Ma non alla sola Francia l'avven- tà Cattolica, organi ufficiali rispetti- dere loro la mano ». l~ stato il fallid el Patto del 2 maggio vamente dello Stato della Città del mento più completo. tura fu circoscritta. 1835. La Russia tendeva a fare di esso Ringraziamone Iddio. Quantunque il 20 settembre 1936 il Vaticano e della Compagnia di Gesù. un patto a funzionamento automatico, Sommo conDa noi, Guido Manacorda — Pontefice in un'allocuzione Claudio Belingardi
O STACOLO :?
La Main Tendue
Icarri della noia Tutti gli anni a fine febbraio, anche quando sui monti di neve non ce n'è ormai che pochina, una bella domenica, che nemmeno a farlo apposta par primavera inoltrata, eccoti per le vie cittadine sfilare solenni i « carri della neve ». Sono già sei anni che la. bella e gaia manifestazione interrompe per un giorno intero la circolazione, e noi ancora non capiamo i motivi che l'hanno originata e che di anno in anno la fanno assurgere a sempre maggiori dimensioni. Forse forse, a ripensarci bene, i motivi sono stati tre, e le intenzioni buone. S'era notato giustamente che il Carnevale nella sua espressione più gioconda e popolare era morto e seppellito; quel bel carnevalone d'altri tempi che noi, troppo giovani, nemmeno ricordiamo: quando gli studenti, quelli -veri, portavano un pizzico di « bohème » spensierata nella vita cittadina... (ma son nostalgie inutili e sorpassate). Be', dicevo, s'era notato questo, e allora che ti preparano gli industriosi organizzatori? Una bella sfilata multicolore, bene ordinata, numerata, con il pubblico disciplinato e condannato ac divertirsi per due buone orette (escluse quelle altre, di trepida attesa). Già questo si fa a. Viareggio, a Nizza e in tant'altri bii posti: Milano non ha forse il mare e il cielo azzurro e n emmeno la tradizione di quei luoghi; ma lo sfondo del Castello e i lussureggianti prati che lo circondano e l'acqua di quella famosa intonatissima fontana possono benissimo sostituire il mare, la tradizione ed altro! Forse sono riuscito a spiegarmi; certo dal lato carnevale (il primo motivo della sfilata) dopo quanto precede stimo che nessuno possa più metterne in dubbio l'utilità. E veniamo al secondo: ah, quello poi è lodevolissimo. La neve, diventata in questi ultimi anni la buona « fata. » dei giovani e non solo dei giovani, si meritava proprio questa lussuosa cele;rrazione. Non si poteva poi assolutamente trovare un periodo migliore della stagione in cui le prime malaticce primule stanno per occhieggiare in quei quattro metri quadrati di verde... scusate, in quei lussureggianti parchi, che il Comune di Mi-' lano ha lasciati ai suoi cittadini a norma igienica e spettacolare. E poi, e poi... Qui vedete, la questione si fa delicata. Le considerazioni fatte finora saran magari giuste, giustissime, tanti se le saranno ripetute, ma... ma... A questo « ma » dovrebbe seguire una parola tanto « pratica » che noi stessi ammutoliamo. A hi pubblicità, tirannella della vita. moderna! Ti inserisci dappertutto, non hai requie, tutto deve essere contaminato dalla tua assillante presenza! Credo non occorra insistere: quest'anno la sfilata è finita; son già passati più di dieci giorni. Ma l'anno venturo, scusate la domanda, ce ne sarà proprio ancora un'altra? Brnat
A PROPOSITO DI CERTA POLEMICA
II tu, il lei e il voi e Quello cfie ne pensavano Terri J ,
« ~ ~ccac,~ernia dei
u.~ni » nei loro
renderai cospicuo il tuo regno, e memorabile presso i posteri per la felicità pubblica. Possa tu godere per molti anni delle benedizioni nostre e della gloria di avere beneficata l'umanità. Il nostro amore, e la felicità nostra per la tua real persona sono eguali alle luminose tue virtù. Tai sono i veri sentimenti de' fedeli tuoi sudditi. Cosi si scriveva a Cesare, ad Augusto, ed agli altri Imperatori mentre l'Impero romano comprendeva buona parte d'Europa e s'estendeva sull'Asia e sull'Africa. Pare che col tempo a misura che son venute meno le cose sieno diventate più ampollose le parole, e che gli uomini abbiano cercato di farsi una illusione con ciò, e nascondersi il proprio decadimento. Le formalità in ogni genere sono sempre tanto più care e imprescendibili, quanto è minore la forza fisica. Un certo signor Agapito Stivale discendente da quattro o cinque oziosi, che avevano consumato il grano di alcune pertiche di terra vivendo oscuramente in
paio, questo di buono ch'essi non parlano alLa decisione presa nel Partito fasci- anzi malcontenti di valer per un nessuno trimenti a veruno, nè a veruno scrivono che con ogni ragione esigiamo sta di sopprimere il « lei », di adotsupche nè in seconda persona singolare. Scrivediscorso il ardisca d'indirizzare pronome tare il « tu » come unico si che ranno essi al Re in questi termini: bensì ponendoci più d'uno, ma uguali e relazioni fra personale nelle da superiore a inferiore gerarchico e parli alla nostra Signoria. Noi propriaSire, il « voi » nelle relazioni da inferiore mente siamo tanti Sultani, e chi ci parla deve ma Ci noi, osar di parlare a del tuo avvenimento al non deve rallegriamo uno a superiore richiama a mente inse- trono, sappiamo che tu sei giusto, che pensieri alla nostra i suoi esporre senso buon di pieno arguto e scritto di Pietro Verri, che fu uno dei più parabile Signoria, che fa l'ufficio di Gran sei illuminato, che sei clemente, onde fervidi e più robusti cervelli milanesi Visir. I Tedeschi sono andati ancora più oltre di noi, poichè sembrando troppo del secolo decimottavo. Quel piccolo gruppo di giovani, la modesta la creazione d'un solo Gran Vimaggior parte nobili, che tra il 1761 sir, hanno creati molti Gran Visir per un e il 1764 si radunava a leggere, a di- Sultano solo, e così parlano sempre a loro scutere, ad affrontare problemi e a terza persona del numero plurale. Da cercarne ardite soluzioni in casa dei queste vaghe invenzioni de' nostri antefratelli Pietro e Alessandro Verri, me- nati ce n'è venuto il vantaggio di troIl segreto di Duvivier? SemplicisPerchè non ripescare in biblioteca rita tutta la nostra simpatia. Essi varci in continua dissensione colla gram- simo: ridare al pubblico l'eroe Campana o Bartolini o Soffici o Paronostre dover rendere idee di le aborrivano le fiacche tradizioni, la vi- matica, snervare di mantico infiniti giri di parole, puro, con il masnadiero pini schille(de L'Uomo finito e Giorni di ta passiva, gli ozi che solo le festovogliam dire, sensibilmente tutto ciò che ocriano, il parere far brigante onorato, il ladro Festa) e perchè non la Vita Nuova e se apparenze potevano cupazioni e cercavano di agitare le e di ascellare il discorso con moltissime gentiluomo che si perde per la don- Il Principe, dei quali ultimi gli stuacque del pantano, anzi di rompere gli riempiture che non contengono veruna na. Cioè ridare le passioni umane a denti ricordano soltanto i brani obargini per ridar loro la forza e la salu- idea. Nello scrivere poi con tante raffina- chi le desidera sempre. Segreto non bligati del liceo e forse neppur quelli? brità delle correnti. Erano rivoluzio- tissime invenzioni è cosa da rovinar un supplicare soltanto di bisogna perchè Duvivier, galantuomo, bene inteso, ma Guardando i francobolli commemonarti, più per lo spirito che per la poconcedersua Signoria a la divotamente austriadi tutta l'arte. rativi di Leopardi gli studenti, tacenlitica. Rassegnati al dominio Ho incontrato amici delle mode, do le eccezioni, non desideyano di co, volevano però che la Lombardia ci l'onore de' riveriti suoi comandamenfosse sempre più energicamente italia- ti, e la gloria di protestarci divotissimi raffinati surrealisti esteti decadenti er- staccare un volume dalla biblioteca na, e non la Lombardia soltanto ma ed obbligatissimi servitori, cose tanto metici che uscivano ammiratissimi per conoscerne l'opera e s'accontentatutta l'Italia. Questa educazione di gentili e belle, che se le trovassimo scoldalla Sculque' proiezione del « Piramidi d'Egitto da della pite Bandito no di rammentare il primo verso del sulle animi gli preparare doveva italianità « Sabato del Villaggio ». a cogliere maggiori occasioni e a spe- tori medesimi che adoravano le Cipolle, Casbah ». i Coccodrilli, e i Buoi, ancora dovrebbeErano stati presi al laccio dall'eterrare in nuovi destini. E partendo dalla città per stare un La loro riunione fu scherzosamente ro parere strane alla ragione. Se Tullio no romanticismo, cioè dalla verità ar- mese sulla neve dei nostri meravigliobattezzata « Accademia dei Pugni », allorchè faceva la soprascritta delle sue tistica più popolare e universale. si monti non pensano di aggiungere al per indicare che non si temevano le lettere in questi termini, A Cesare Imsappi detto, bagaglio un librettino di versi, un picperatore, taluno gli avesse pubblidiscussioni anche ardenti e nel • in secoli qui a diciotto Tullio che da in che serio colo sul libretto per le ore quiete. co c'era chi credeva scrivi, si doove tu stesso, questo luogo adoperassero Verri giovani Gli autori italiani dei contemporanei e casa i pugni come argomenti di persuasio- vrà al più meschino avvocatello scrivere non contemporanei sono, dagli stu• ne. Il primo a aderire all'Accademia così: all'Illustrissimo Signore Signore Pa- denti, poco conosciuti. Intendo dire Signor Avvocato il Colendissimo drone di Beccaria, Cesare dei due fratelli fu Un'altra dimostrazione del fatto che che gli studenti leggono volentieri i cui ricorre in questi giorni il secondo Tale, che avrebbe mai pensato il Console Francesi e tempi? I baracche umane son tenute in piequei libri lare Tullio in (di Kiirmendi, Zilahy, Cronin) centenario della nascita. ragione dipartiti dalla gli Inglesi si sono di Accadalle grandi personalità, da pochi che la moda, come favorisce oggi, coL'Accademia era contro le camminano Francesi ma i meno di noi; con pigliava la pedantesche, se demie individui (aristocrazia del pensiero) è sì abbandonerà domani. la Crusca, che badava troppo alle pa- già alla terza persona di gran galoppo; data dal considerare quale fiducia e role, con lo scrivere ricercato e lec- e i più naturali e costanti nel bene su credito ottiene oggi il cinema francato (ma nell'esagerazione dell'oppo- questo articolo fra le nazioni a noi viciCol numero del 15 marzo, cese. Infatti a dargli vita sono stati sizione i soci dei Pugni scrivevano un ne sono i Napoletani. Se io scrivendo a un Gentiluomo dipessimo italiano atrocemente infran.Vite Giovanile. ha compiuto sufficienti tre uomini come Feyder (Kermesse Eroica), Chenal (Delitto e ciosato), con tutto ciò che era enfati- cessi per esempio così: Sappi ch'io stimo co e vuoto, ostentato e smidollato, e la tua virtù, bramo la tua amicizia, de- un nuovo passo innanzi. Da Castigo), Duvivier (Bandera, Bandispecialmente con la coltura che si di- sidero di provartelo, addio, qual'inurba- pubblicazione mensile a quin- to della Casbah): tre uomini la cui ceva classica ma che era spesso ri- nità o licenza protebbe mai rimproverar- dicinale, viene ora portata a qualità, ad esempio, manca nel cinedotta a un ingombro di cognizioni e si al mio stile! Eppure son costretto a penquesti miei a poco esprimere presso ma italiano. sei pagine. Mantenendo le inuparte massima esercitazioni la di Perciò niente colpa ai produttori, tili e stantie. Essi preferivano occu- sieri con questa faraggine di palloni da promesse espresse nella parsi di legislazione, di economia po- vento: Prego V. S. Illustrissima ad essealla Direzione Generale, a Chisachì, ,Presentazione » il nostro re persuasa che è profondissima ix me la ' litica, di scienze. ma recitare il mea culpa a bassa voce virtù, sarei fenobili che sue giornale si è dimostrato paE queste loro idee e polemiche ver- stima delle e sua potessi ottenere l'onore della aspettare la nascita di cervelli calice se sarono in un giornaletto trimestrale lestra di giovani, alternando medesigrazia, volta la che qualunque e paci comandare, di dominare, imporintitolato Il Caffè, che visse due anni occasioni per concedermi le ma si degnerà a firme quagià note pochi dei non sempre e pubblicò articoli re idee coraggiose e di attuarle con li si rileggono ancora con sostanzioso contestarle la verità di questo mio rive- nuove reclute. La più libera coraggio. diletto. Fra questi ci piace di ripor- rente desiderio, Ella accrescerà que' titoli Intanto è bene zappare il terreno tare l'articolo sull'argomento ridive- in me, pe 'quali ho la gloria di dirmi di- interpretazione degli attuali Servitore. obbligatissimo La con costanza e produrre modestamennuto di vivace attualità. Col colore votissimo problemi letterari ed artistici, sono te, non Condottieri, ma tanti Signor del tempo, esso ha accenti che valgo- metà per lo meno di queste parole ha dato luogo al manifestarsi Max. no ancor oggi. Il richiamo alla roma- vuote di senso, e la terza parte sono buriceve la il gentiluomo che mia letgie; l'incidi varie tendenze nei riguardi nità è ardito, nel tempo servile; • tamento al tono più diretto, più virile, tera, la considera come un foglio di car- dei singoli argomenti, come secondo si usa, ta sporcato d'inchiostro nelle relazioni sociali è un augurio e Su Libro e Moschetto del io febme ne spedisce un altro sullo stesso co- per esempio l'aver fatto seun presagio. nio, e con questa mutua maniera di scribraio il camerata Villa commenta faguire l'acerba critica sugli vere si rimane sempre sul limitare della vorevolmente l'esperimento del concorrispondenza senza entrarvi mai. aereopittori a un'ardita a pa- nubio fra cinema e teatro che Sacha Dico di più, che lo stile diventa talrolibere » futurista. Guitry tenterà in un teatro di MonGli antichi italiani, ne' tempi ne' qua- mente languido, che non è possibile l'eall'InNon bisogna però tacciare tecarlo e anzi rivendica a se stesso di li da Roma si spedivano i decreti sprimere bene e nobilmente con esso veghilterra ed alla Siria, parlandosi l'un run pensiero un po' superiore alle volgari di vuoto eclettismo questa aver avuto la stessa idea tempo fa. l'altro, usavano la seconda persona sin- officiosità. Questa verità la sentono a Questo è vero. golare, e così scrivendo Orazio ad Augu- prova tutti gli Italiani che vogliono nel- disparità di giudizi: il nostro Ma non so cosa si aspetti il Villa sto diceva: la lor lingua scrivere conservando un ca- giornale deve creare un moda tale esperimento. Niente pia di un rattere elevato. I tragici singolarmente Godi piuttosto un nobile trionfo, poco vimento a a che andrà pasticcio (altro che nuova « Arte »), sono nella necessità di ricorrere alla semEd udirti acclamar principe e padre: è dall'urto plicità antica per sostenere il poco maturandosi: con dignità una specie di divertimento senza seNè inulto cavalcar veggasi il Parto Dialogo: guito. Te Duce Augusto. delle opinioni che uscirà la Guitry convinto della invadenza reNè altro modo di conversare era in Signor che pensi? In quel silenzio appena •tendenza equilibrio » che noi ciproca del cinema e del teatro pensa, que' tempi conosciuto in Italia. Credeva- Riconosco Caton. Dov'è lo sdegno, ecc. cerchiamo e che adotteremo, si allora che i precetti dell'urbanità non così si parla a Catone. Se invece avesse come penserebbe Bertoldo, di metterfossero giammai violati dalla natura del- detto che pensate, o Signor? Ognuno sen- sempre tuttavia rifiutandoci li insieme; così una data atmosfera, le cose, e perciò per disegnar la persona te quanto sia meno augusta questa se- di sottoporre i collaboratori una intensità psicologica, una evidensola, alla quale si parlava, dicevasi Tu. conda maniera di parlare. Se poi invece mortificante di schema a uno za drammatica raggiunte col cinema Noi, che, grazie al Cielo, abbiamo degli dicesse: Che pensa Vostra Eccellenza Sioggetti che ci occupano assai più vasti gnor Don Catone? la tragedia farebbe ri- modi di pensare ammessi e vengono interrotte per dare posto sul di quelli che non avevano gli antichi Ita- dere. Questa prova facciasi su mille altri sopprimere quelle possi- palco agli attori vivi. Dicevo: buono liani, noi che per conseguenza siamo uo- esempi, e troverassi che sostituendo il no- di per il divertimento di una sera. mini d'una importanza altrettanto mag- stro Voi, o Lei, al Tu, che ci detta la bilità di discussione che enEsteticamente la confusione è evigiore, non soffriamo che ci venga dato natura, ogni più bel discorso deve necesi limiti di principi fonda- dentissima e superfluo il commentro del Tu; e la ragione si è, perchè ciascu- sariamente snervarsi. no di noi, vale almeno per due, onde in I Quaker fra le molte stravaganze che mentali riteniamo feconde di tarla.
mai&wilo
un villaggio, e che perciò si credeva nobile, ricevette una lettera curiosa, e nella soprascritta vi stava così : Al conosciutissimo che comanda, che ha diritto di comandare, da coltivarsi moltissimo, che comanda Agapito Stivale. Il Signor Agapito fu maravigliatissimo per tutto q uesto caos di roba, e ciascuno de' miei lettori lo sarà al pari del Sig. Agapito sin tanto che non faccia la seguente riflessione, che conosciutissimo rassomiglia molto a illustrissimo, che signore è quello che comanda, che padrone è quello che ha diritto di comandare, e finalmente che colendissimo è la stessa cosa che il dire da coltivarsi moltissimo; e la stessa impressione che fanno i titoli dati al Signor Agapito a tutti noi, la devono fare presso i forestieri i titoli ordinari delle nostre lettere, e probabilmente la faranno anche presso gli Italiani che verranno dopo di noi. Io vado sperando che torneranno gli uomini ad essere una unità, ed a non vergognarsi d'essere uomini; più la coltura dell'ingegno s'avanza, e più ci accostiamo a quella vera e dolce urbanità, che consiste specialmente nel non cagionare dispiacere o disagio ad alcuno, conformando liberamente i modi nostri alla natura delle cose, e non contorcendo nè la persona nè la lingua nè i pensieri su i modelli ereditati. Allora si scriverà e si parlerà come esige la ragione. Frattanto conviene avere la santa flemma e presentare le nostre imbarazzantissime circonlocuzioni alle signorie, acciocchè le passino agli uomini possessori di quelle signorie, e lasciar che la grammatica si lagni se scriviamo in femminino anche agli uomini Ella sa, Ella ben conosce ecc. E indirizzare le nostre lettere agli Illustrissimi Signori Signori Padroni Colendissimi, poichè tali mutazioni sono l'opera del tempo, non mai della ragione. a ••
A FORISMI IN ANARCHIA I. Ci son delle cose che si possono dire al singolare e non al plurale. Così, per esempio, si può sempre parlare dell'amore del Tale per la Tal'altra, ma parlare dei loro amori sarebbe per lo meno sconveniente. II. Ancora: una signorina può dire che ha male a un piede, ma se confessa di avere male ai piedi è irrimediabilmente spoetizzata.
Ci sono persone da cui non si può aver mai la soddisfazione d'essere contraddetti.
IV. Appena accostiamo uno straniero ci prende subito una voglia matta di spettegolare nella sua lingua.
V. E scritto: Dio non permetterà che siate tentati sopra le vostre forze. Illazione legittima è che più siamo tentati, cioè più ci sentiamo deboli, e più siamo forti.
Il tu, voi, e lei
tutta confidenza ci vien dato del Voi,
hanno voluto immaginare, hanno però
utili risultati.
Alberto Lattuada
VI. Ci sono nel mondo del pensiero alcune formulette graziosissime che permettono sempre di cavarsi d'impiccio. Ci sono due cose qualunque: quale è la migliore? Non si può dire, ognuna è grande nel suo genere, non si può fare il confronto. VII. Lo stile aforistico deve avere il massimo di condensazione quanto a sostanza, il massimo di causticità quanto a forma. VIII. I libri di critica sono più lunghi di una giornata di pioggia in campagna, e osservazioni giudiziose vi si trovano solitarie più di un gatto lasciato solo in un negozio chiuso, di domenica. 6i. Rondone Olaiatl
FANTASIA ARCHEOLOGICA
Le swehte Nel centro febbrile della città, a un certo momento d'una di quelle giornate interamente vissute che, ripensate dopo, sembrano esser durate più di ventiquattro ore, dopo aver varcata una soglia mi trovo in un mondo che visse più di tremila anni fa. Tuttora agitato dalla febbre della vita, sono ancora in movimento veloce, non fermandomi e non guardando. Ma la pesante e quasi misteriosa atmosfera di quelle sale mi avvolge e mi placa. Brividi misteriosi percorrono le mie ossa. Quelle fredde statue, q uella stanza oscura, quella solitudine, quel mondo, passato che risorge, Che è lì a guardarmi colla nera e terribile austerità di Tutmosè III, quasi presente nella sua potenza, nella sua volontà di conquista, in quella zampa rapace del falco di Eliopoli; che è lì col misterioso carattere ironico ed austero, primitivo e grande, delle statue della Dea Sahune, mi affascina e mi m ortifica. Mi sento esaltato da una volontà terribile di immergermi in quegli studi, di scavare sempre più nella terra e nei libri, di trarre alla luce nuove verità, nuove testimonianze di civiltà passate; ma l'orrore di q uelle tombe, l'oscurità delle tenebre dei secoli mi intimorisce. Nostalgiche vibrazioni di amore suscitano in me le tombe delle tre sorelle Remphotre, Thin e Temù; la loro vita è ignota, e per ciò più bella e deliziosa la loro storia, più macabro e triste il loro cadavere. Nella tomba avevano ricevuto il cibo ed il bastone per il lungo viaggio del loro corpo, ma l'anima loro non aveva ricevuto il viatico per poter ascendere dalla terra, per poter salire nei cieli. Un poco discosti, terribili nel loro realismo, due volti umani sembrano spasimare nel laccio della morte, o atrocemente ridere nello scetticismo della vita. • Ma ora non guardo più nulla : il mio pensiero vaga lontano, trasportato in sogno dalle swebte, statuette di uomini e donne, persone antichissime che vissero, e che avevano mandato come loro rappresentanti nella vita questi pezzi di legno raffiguranti se stessi. Sono molte; tutta una schiera di persone in atteggiamenti vari, e ognuna ha il suo fascino, ognuna fa pensare lontano nei secoli. Ho una sensazione come di capogiro Sembra che una nebbia avvolga q uelle piccole statue, tanto che non Posso più vederle. Ho l'impressione che tutto svanisca intorno a me, che la stanza diventi grande, sempre più grande, sì che non si scorgano più le pareti. Non vedo nulla, non sento nulla, mi sento solo in un deserto terribile, dove la traccia dell'uomo è scomparsa. Ma quella nuvola bianca, q uasi fosforescente, Ientamente si dirada, si trasforma. Ed in mezzo al deserto di prima vedo schiere di uomini, vestiti alla foggia di quelle statuette di legno, che si muovono facendo gesti paurosi. Mi scuoto, guardo meglio, osservo le swebte formare come due grandi eserciti che pugnano fra di loro con crudeltà d'istinti e brama di sangue. Il loro numero è aumentato perchè con loro è tutta l'umanità che nel corso dei secoli si è sempre macchiata di sangue fraterno, ha sempre sofferto e combattuto per rapire terre e tesori, per innalzare alla dea Vittoria fragili monumenti di argilla. Ora hanno finito di combattere, ora sono a gruppi di tre o di quattro. Si sono unite fra loro queste statuette di legno come si uniscono fra loro gli uomini, per istinto, che è istinto di amore e desiderio di unione e di pace.
Mi sembra di aver visto un lampo folgorare quegli uomini, e nulla più è rimasto. No, ecco che quasi dal nulla risorgono, misteriosamente, come tutto è mistero. Vanno e vengono compiendo arcani riti, inchinandosi tutte e levandosi poi con maestà e religiosità di mosse. t una sublime cerimonia. Tutte sono in cerchio; in mezzo, una più alta, più nobile, più ricca di vesti e di amuleti, sembra dirigere un coro. E nel sepolcrale silenzio di prima mi pare che ora si levi indistinto un brusio; poi un canto distinto giunge al mio orecchio, un canto che ha mo-
venze di inno e melodiosità di sinfonia, un canto che mi affascina ancor più, perchè è prodotto da strumenti ignoti ed invisibili. È il canto di tutto un popolo e di tutta una civiltà, è la epopea di una gente che sulle rive del sacro Nilo, e sul limite del misterioso deserto, visse un'età di splendori e di vittorie. Il canto è finito, un brivido passa nella mia persona, e mi riporta alla realtà. Ferme, nel posto che le hanno assegnato, le swebte sembrano guardarmi in un atteggiamento di sorpresa... e forse d'ironia. Inurb
go. Qui il quartiere come il Prater ha lasciato posto ad una strada. Grande e spaziosa, con alberi e file di case dove si succedono i locali di trattenimento, dal teatrino della vecchia farsa alla piscina con le onde al naturale.
Entro in un salone immenso: incrocio d'un palazzo dello Sport con un atrio d'esposizione. È il padiglione degli arrabbiati. Quello dove — sono certissimo, anche se ieri al Tivoli non c'ero e domani sarò già via e avrò La ragazzetta Amburghese pronta messo tra me e questa terra il mare al facile complimento del marinaio che divide Gedser da Warnemiinde — che è appena sbarcato dal barco-bestia dove, dico, tutte le sere, puntuale coe vuol rifarsi, nella brevità della so- me ad un appuntamento corre questo sta, delle notti penate a tenere in rot- pensionato di mezza età che mena puta la carcassa che sbandava da tutte gni convulsi all'apparecchio che lo ha le parti, ha sbiancati i capelli già appassionato fino ad ora. Uno dei tanbiondi, s'è fatta più gentile, s'è but- ti, tutti diversi, tutti emozionanti, tuttata su un vestito di primavera un ti con i propri tifosi particolari, che impermeabile giallo di seta trasparen- riempiono la sala. Il vecchietto tira te. Ha varcato il cancello del Tivoli. pugni e ringhia qualche parola. GuarTra le dita bianche tiene un fazzoletto do il suo occhio : c'è l'espressione SCORRIBANDA VERSO IL NORD della stessa seta dell'impermeabile e, dell'uomo tradito : — Erano cinque quando un piovasco birbone spruzza anni che venivo fedelmente, ogni sera, dai buchi dell'innaffiatoio celeste le e, così da buoni amici, eravamo semsue gocce, se ne copre la chioma. Gira pre in pareggio, ed ora tu m'hai rue si alza sulla punta dei piedi abbon- bato il ventino e ti sei incantato. — danti a guardare i professori di orche- Continua testardo, non chiama l'inserstra che suonano sotto un colonnato viente perchè sarebbe poco dignitoso. classico. SI, perchè qui la musica la Fulmina chi lo vorrebbe assistere, Dove si concentra la felicità domenicale e serale. si guarda. Esiste in proposito un'orga- con occhiate di gelosia : è la sua macchina. Un metodo originale per c vedere I la musica. nizzatissima agenzia di noleggio di arnesi speciali. Su un bastoncino è isCome lui, altre persone, a folla, si Siamo entrati al Tivoli di Copena- scorribanda si era portata più a Nord, sato uno specchietto. Tenendolo alto accaniscono intorno a questi giochetti il giovanotto dimesso, disperatamente sulla folla, voltando le spalle alla sce- strani. Con serietà ed attenzione. E ghen e non sapevamo cosa fosse. La ragione si è che siamo abituati impegnato a lottare con il gioco de- na che vuoi rimirare, godi il tuo spet- allora che ti accorgi come il divertimento qui si aggrappi a qualche cosa a viaggiare senza appesantire il ba- stro della mano con la macchinetta tacolo. In uno spiazzo di ghiaia troppo an- di immediato, ami il meccanico e l'augaglio coi bollettini delle agenzie tu- che promette di moltiplicare il ventino introdotto, che conservavamo come gusto nella ridda dei padiglioni, una tomatico; in una parola, vedi come ristiche e senza gonfiarci la testa del imagine sintetica del Prater nei giorni fontana a zampilli e schizzetti si co- questa gente abbia bisogno di qualrelativo contenuto: andiamo a cercarci il bello ed il brutto, cosa, un po' a feriali, si è lisciati i capelli alla bril- lora ad intervalli di tutte le tinte del- che cosa di definito e di concreto: tu fortuna, un po' 9 fiuto,' restando tal- lantina per nasconderseli poi con un l',iride, con un crescendo di tonalità e sarai forse l'unico che ti aggirerai volta con formidabili ignoranze su berretto marinaro buttato alla sghim- di intensità che sbocca nell'ooh am- tutta sera per i viali popolali senza luoghi visitati e ricordando magari bescia, nel migliore dei casi ha com- mirato della folla quando il getto cen- tentare la sorte di una roulette o il con memoria saldissima un gruppo di prato uno smoking, si è dato une trale, altissimo, manda le sue sliume brivido di una giostra vorticosa. Quantre bambini che sbocconcellavano un spruzzo di origano: è divenuto il candide a mescolarsi al nero del cielo do tornerai all'albergo, ti resterà del Tivoli un ricordo come sinfonico, nel pane sulla soglia d'un casolare della guappo della Reeparbahn di Ambur- fosco. quale si uniranno musiche e colori, in Baviera. una fantasmagoria pittoresca. Invece Per questo, non sapevamo cosa fosun qualunque danese, tra quelli che se il Tivoli. Vediamo se lo sappiahanno passata qui la serata, rimugimo ora. nerà pensoso il percorso della biglia È uno di quei recinti magni che alrossa tra il labirinto di chiodi del bile porte o nel centro delle capitali, sul gliardino a molla cui s'è cimentato e limitare di un parco o lungo le spontornerà domani per esperimentare un de di un fiume, contengono, concennuovo metodo. trata nel giro di pochi baracconi, la Ancora avanti, una giostra superfelicità domenicale e serale, pronta Cos'è quest'ardenza che brilla velocissima, che, non so perchè ba, per il cittadino tipo che con una delle sia il nitore dei fregi cromati o la tusovrana ne l'alba di marzo? sette linee tramviarie limitrofe sa di ta degli inservienti, mi pare, piuttoche infonde una nova scintilla venire a trovarvi, quando più gli piasto che un arnese da divertimento, di vita ce, la birra di Monaco o la commessa una centrifuga da laboratorio. Le comsorridente del tiro a segno che gli e al cor riconduce la gioia pagnie che ne scendono sono allegre porge con la mossa graziosa, sempre smarrita ? senza essere elettrizzate dal moto voruguale, la carabina Flobert per spaticoso, ridono senza essere chiassose : rare sulla pallina che dondola. Sono La intendo : di sotto a le gronde c'è in tutti una grazia della gioia, una strani regni, vorrebbero essere favozampilla quasi rigida che ti parla un compostezza fervore di canti losi con la loro aria di castello incandel tepore di un'anima che partecipa da cui dolce pace s'infonde tato, sono troppo poco per la fantasia del gelo del clima. Pare che coi colori ne l'alma di un Boccaccio a Bengodi, ma già che si sono smorzati, da quello delle abbastanza perchè la cameriera che che attese si a lungo un invito chiome a quello del sole pallido e dei c'è stata nel pomeriggio della domea la calma. prati teneri, anche il gesto, il moto si nica lasci cadere i piatti la sera ripensia fatto men rude, più lieve, più dolsando al baraccone « Stella Polare ». T'intendo ne l'ebro mattino ce. Che le vibrazioni del cuore siano Hanno nella maggior parte una pomtrascorrere, Amore, col seno meno gagliarde ed i palpiti del sangue posità floreale fine-secolo, ma vantapiù regolari, che ci sia meno d'impefiorito di bel biancospino, no già tra le attrattive i motoscafini to e più di pacatezza. Una pacatezza di viole a benzina. C'è ancora la cassettina con nuova in questi parchi del divertimenridenti, di primule d'oro un fianco di vetro, con tante statuetto obbligatorio, una compostezza strate dentro che a metterci la moneta nel sole; na per te che, se anche non vedi più muovono la testa o si affacciano alla per le tue vie mediterranee impazzare finestra, ma accostandoti alla fendie teco sui colli ondeggianti i carnevali di un tempo, sai sempre tura vetrata del cinemino puoi già vene' rossi vapori, la Vita abbandonarti a gioie spensierate e dere i cazzotti all'americana. Ci trotrascorre e poi trepidanti chiassose. Gioie che qui forse non covi il banchiere che suda dal colletto noscono se non attraverso le pitture d'augelli inamidato a tirare palle di pezza ai punostri, custodite come tesori entro dei i voli risorti de'giorni pazzi che girano, e l'uomo che raccolo scrigno di palazzi che paiono forglie i mozziconi di sigaretta, i soldati belli. tezze. paffuti ed attoniti reclutati nelle camMa quando domani ci fermeremo pagne e gli studenti che hanno avuta O Amore, c'è ne la Natura sulle rive del Baltico ed avremo dasospesa la lezione; placide famiglie un occhio che brama vederti, vanti a noi il mare grigio ed infinito, con bambini che sembrano allungare conoscer la legge sicura e di fianco la pianura sulla dietro il braccio delle madri nel trascinarle guida che quale vagolano nebbie incerte, allora verso la gabbietta della scimmia e siintenderemo, e l'attaccamento al gioper calli fioriti chi ad essa gnori anziani che guardano senza ferchetto meccanico ci parrà naturale si affida. marsi. all'infinito delle brume, alreazione Tale idea complessiva e pittoresca l'incertezza dei confini che si perdono grande O Amore!e la gioia di queste oasi del divertimento umano nel mare, e la compostezza e la misuera nata in noi al Prater di Vienna la inacessibile è mia, nello svago saranno la voce dell'ara dove avevamo ritrovate le nostre fiere perchè ti posseggo e s'espande cui il vento freddo del Kattegat nima periodiche ingrandite e passate in serfiorita non avrà potuto ispirare l'ardore pievizio permanente, con qualche angosorrisa di mille tuoi baci no di riverberi che alita dal cratere lo ormai eccedente i limiti di età, ma dell'Etna. infuocato la vita! con qualcosa di più come la ferrovia Giorgio Mario Forni lilipuziana. Poi, quando la nostra Carlo Boriosa i
COPENAGHEN SI DIVERTE
I?IICIRO IYAMCI?I
più
più
più
La figlia di borio i riti che le donne compiono per i suoi
sua casa chiedendo aiuto, Aligi rico-
Aligi nella sua fatalità vive, e non
sponsali; come non ha voce la sua la-
noscerà in lei il richiamo, il suo so-
se ne può staccare; nel racconto che
crimante sposa. Egli è solo col suo
gno sognato e non conosciuto per tan-
egli fa a Cosma, il santo, egli non si
Quando Aligi brandisce la scure contro il padre, non tanto in quel gesto difende la « femmina » quanto il
sogno che non conosce, ma che è di evasione da quel mondo secolare di
to tempo. Se parrà per un attimo slan-
confessa di un peccato che sente di
suo ideale, il suo richiamo, il mistero
elementi dell'arte dannunziana : colo-
ciarsi contro di lei, in realtà in quel-
non aver commesso, ma espone all'il-
che gli appartiene, come gli appartie-
re, suono, movimento; euritmia di
pace, di riti superstiziosi. C'è nella
l'atto è una breve lotta contro se stes-
luminato, il suo caso, con una voce
ne l'Angelo muto che sta scolpendo
movenze e di forme; contrasti di pas-
sua anima il richiamo di un infinito
so, contro il suo sogno, come per
in cui è l'accento di una fede sicura,
nel legno.
sioni; giochi crudi di luci e di ombre.
che non è l'infinito della sua terra, di
squarciare la fatalità che lo domina e
di un destino (l'Angelo muto) che è
Questi elementi, gli stessi che le al-
una legge di vita che non è quella del-
rientrare nella realtà. Ma il sogno
un comandamento divino.
tre volte nuociono all'opera del Poe-
la sua casa; onde noi lo vediamo muo-
Quella purezza stessa in cui i due
seguenze derivate dal peccato, e non
ta, impedendo col soverchio accumu-
versi a stento, balbettare parole che
vince, e dietro la donna egli vede l'Angelo muto. Muto come il suo mi-
amanti riescono a vivere, in quel loro
per il suo peccato che egli non rinne-
larsi di note contrastanti il nascere
gli sfuggono dalle labbra, recitare pre-
stero. Così che, aprendo la porta a
quotidiano contatto, è un segno tan-
ga. Lo rinnegherà solo quando Mila
della tragedia e rompendone l'unità
ghiere che il cuore forse più non ac-
Mila di Croda, l'apre pure a se stes-
gibile della volontà superiore che li
di Codra, andrà gridando la sua men-
spirituale ed estetica, qui si comple-
compagna.
so, e si pone al di là della soglia.
domina.
zogna, e prima che Aligi giunga a
Il bacio è l'unico turbamento, come un breve sussulto della carne.
questo c'è un crescendo nella sua ani-
Questa tragedia, nata da una felice fulgurazione del genio e scritta, si potrebbe dire, di getto, ha in sè la perfetta fusione di quelli che sono gli
tano, s'incatenano l'uno con l'altro,
Mila di Codra è nella sua anima,
Da questo momento la sua tragedia
anzi trascendono (ed è in questo la
ancor prima che egli la conosca. E
si allarga, prende tutti gli altri, la sua
mirabile forza poetica della tragedia)
quando questa irromperà urlante nella
gente, la sua terra.
Già pronto a morire chiede bensì il perdono, ma un perdono per le con-
ma che va studiato. Sin che la donna s'accusa, confes-
r
dal loro intrinseco e particolare valore, in una universalità, fuori da ogni limite di tempo e di spazio, per cui il loro linguaggio diventa linguaggio del tempo. Non solo, ma come già avver-
sandosi fattucchiera, prostituta, sovvertitrice dei sensi (vibra nella confessione di Mila una voluttà sadica di una gioia di liberazione) Aligi la difende; Aligi grida l'innocenza di lei. Per lui Mila di Codra peccatrice non
te a questo proposito acutamente il Bruers, gli stessi personaggi si trasfi-
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gurano in entità mitiche.
esiste, perchè egli l'ha purificata trasfigurandola nella realtà del suo so-
Il battito dell'eternità è nella tra-
gno. Per sconfessarla testimonia da-
gedia; — il battito dell'eternità della
vanti al popolo la visione avuta, che è la sua aperta, estrema, tenace, con-
tft ate
terra, madre e matrigna; la terra con le sue limpidità mattutine e i suoi meriggi infuocati, con le sue forze gene-
fessione di fede. Allora Mila di Codra, per salvare l'amante, stronca questa fede.
ratrici e la sua condanna di peccato che l'ingombra di malefizii. La cora-
Oh povero Aligi Pastore!
lità della tragedia non è solamente
Oh giovane credulo e ignaro!
nella massa che irrompe sulle scene o grida inferocita, ma piuttosto nella co-
L'Angelo apostàtico era.
municazione degli esseri con le cose, per cui la cosa terrena (i riti degli sponsali, la croce di cera, l'acqua be-
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nedetta) si fa vita e, trasfigurata nell'anima umana, va significando dentro, come voleva il Poeta (cito le sue $0 st'esse parole), una « figura di mi-
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Che è come dire : Aligi la tua vocazione non era che chimera; il tuo sogno non volontà divina, ma pervertimento diabolico; la stessa purezza della nostra vita un'arte più sottile e più mortale della stessa lussuria. Menzogna sublime, disperato singhiozzo celato in quelI'ultimo anelito
stero ».
d'amore, ma che suona come uno scroscio di risa beffarde.
In quel mistero raffigurato è l'essenza della vitalità umana; è l'ignoto, inesprimibile mistero che attanaglia
Aligi è stroncato, Aligi crede in questo inganno che rende vano il suo
ogni anima; il simbolo terrestre che parla ai sensi, che di questi sensi si
mistero, respingendolo nella sua casa, incatenandolo nuovamente alle leg-
serve per comunicare all'anima l'Infi-
gi della sua terra. Aligi muore così spiritualmente, e
nito. Nessuna concezione nietzschiana; il Poeta fortunatamente l'ha rin-
scompare. Soltanto in quest'ultimo at-
negata.
to Mila di Codra è dominatrice. Nel
Il respiro della tragedia è un respiro che viefe dall'Infinito; in questo
sacrificio e per esso esce dalla sua ambiguità. Quando Aligi, dopo averla maledetta, cade tra le braccia mater-
respiro i personaggi partecipano del-
ne, ella comprende come l'amante chiuso nel suo inganno, la respinge e
l'eternità. Ma, lasciate le considerazioni generali, vorrei pur brevemente accentra-
la rinnega.
re la tragedia in Aligi, e studiarne la figura. Non che Aligi sia il vero pro-
Pauroso, atroce è il grido di Mila :
tagonista (nessuno dei personaggi lo è) ma è colui che provoca la tragedia,
tu non puoi, tu non devi! ».
« Aligi, Aligi, tu no
A lei risponde Ornella, la dolce,
essendo lui stesso una tragedia.
la pia Ornella che, intuito il sacrificio,
Guardatelo : nella sua casa, il giorno delle sue nozze, tra il chiacchierio
grida alla moritura le parole del perdono:
delle sorelle, tra il dolce canto di Ornella che intreccia ritornelli a ritor-
« Mila, Mila sorella in Gesù io ti bacio i tuoi piedi che vanno!
nelli, tra la premura affannosa della madre, Aligi è smarrito, stanco, già
Il Paradiso è per te! ». E dopo questa benedizione lanciata a gran voce tra la folla urlante,
perduto dietro un suo sogno lontano. Si direbbe che, abituato all'aria libera
la risposta vittoriosa di Mila :
dei pascoli, ai silenzi della montagna, soffochi nell'angustia della sua casa.
« La fiamma è bella! la fiamma è bella! ».
Tutte quelle persone che gli si muo-
Al chiudersi del velario, noi non vediamo più nè Aligi, nè Mila, nè Ornella, ma sola, alta, purificatrice
vono d'attorno gli chiudono il passo, lo respingono nella sua casa, alla soglia del focolare dove egli non vuole più sedersi. Il focolare non ha più voce per lui, come non hanno più voce
la grande fiamma. Una pagina della « Figlia di Jorio » di valore eccezionale per la sua tormentata composizione, indice della « incontentabilità » di Gabriele D'Annunzio.
Qaetaao Crespi Legorla•
La mostra prelittoriale dell'arte a Milano Quando si parla di giovani, e di giovani alle prime armi, il discorso si addolcisce e diventa naturalmente condiscendente. la condizione essenziale tuttavia Perchè un giovane possa esporre quadri o statue o disegni è che egli riveli una impostazione artistica della sua Personalità, che cioè abbia un suo modo di guardare la realtà e di sentirla. Ora, in perfetta coscienza, debbo confessare che spesso, troppo spesso, in questa mostra non trovo neppure affacciate le prime idee coloristiche tonali plastiche e grafiche. Si ondeg-
maestri contemporanei e degli pseudoniaestri. Il pessimismo sul complesso dell'esposizione si scioglie sul particolare, giacchè molti giovani ci fanno presentire un mondo in formazione e una decisa posizione della loro personalità di fronte al problema della necessaria espressione. In quanti di questi giovani l'espressione artistica è necessaria e non un lusso dello spirito? Senza atteggiarmi a Minosse, una semplice corsa di nomi potrà darmi soddisfazione. La scenografia è buona e c'invita
A RNALDO BADOOI: Circo
Sia da un imparaticcio scolastico a un'affrettata pittura o scultura di gusto che, qualora si compiaccia di questo stadio preliminare, è riprovevole allo stesso modo del primo. C he cosa dovranno dire gli anziani del Novecento tanto combattuti dai giovani di fronte a questi saggi di disarmo della gioventù italiana? A girare queste sale dove l'imitazione pedissequa incomprensiva trabocca, viene spontaneo pensare che i fondi di studio del Novecento vi si siano raccolti. APlora un senso di demoralizzazione e di dispetto coglie chi non pub sopportare che i giovani appena nati continuino l'equivoco insopportabile d el « falso modernismo ». Non si ha coraggio di gettarsi nel vivo della modernità, vale a dire della vitale problematica del nostro tempo, rifiutando come elementi di giudizio e di conse-
FELICE DONADELLI:
guente creazione tutti quelli che non siano offerti a noi dalla nostra sensibilità, dalla nostra ragione e dal nostro prepotente bisogno di una vita nostra e giusta, dove tutta la realtà sia in funzione di u.za nostra felice visione. L'aiuto sovrano alla nostra ricerca sarà dato inoltre dalla cultura, vissuta e n on sopportata e imposta, cultura che sola ci fornirà l'elemento di vaglio dei
all'augurio di veder presto farsi strada sulle scene questo moderno commento dell'opera teatrale. La produzione in questo campo è unitaria e non subisce bruschi affondamenti. Notevoli fra gli altri Ambroso, Aletti, Tosi, Ravasi, Previato, Bassi, Zimmernann, che sono certamente i più preparati. Tra gli scultori Mario Negri denota una fine sensibilità e conosce l'importanza dei segreti di un volto umano. Voglio dire che è fuori dal decorativismo imperversante in questa mostra. Se ricorda Mauzù, colpa della sua giovinezza. Notevole la testa di Scia. Kosta Angeli Radovani si esprime da barbaro in asprezza di forme. Maggiormente approfondito uno dei suoi altorilievi sarebbe un pezzo di primo piano. Di Bellintani ebbi già a discorrere
Cavalli piccoli
l'anno passato. Egli, forse il migliore, non mi smentisce. Di 'Locatelli e di alcuni altri ho visto già cose migliori. Buono Rocchi. Carni, Sironi, Campigli, Morandi e poi Natisse e Picasso sono le vittime più saccheggiate in questa esposizione. In queste sale le donne hanno (ahimè!) messo i calzoni. Le note più genuine, i tessuti cromatici più liberi e
più vivi sono quelli delle loro tele. La parete delle sorelle Rossi è tra le più degne. Come pure sempre buona pittrice appare Ida Rossi, che vinse l'anno scorso il Premio Haiez all'A ccademia di Brera. Una divertente ironia tra carpaccesca e gozzoliana è quella di Salvini. Gli accostamenti tonali sono buoni anche se in un ordine illustrativo. Lo stesso si dica di Saspard che nutrisce maggiormente la tela.
Interessante il favoleggiare di Marcier, tra i più intelligenti dell'intera mostra. Bisesti, legato in sommo grado a Campigli, è tuttavia quello che più si stacca dalla mediocrità e che fa sperare molto. Tra coloro che a giusto titolo posso chiamare « degni della pittura n rammenterò Bianca, Ravanello, Bertuletli, Orfeo, Marini, Longaretti, CornaR. D. G. li, Bengolli e Olgiati.
NEL CENTENARIO
Tranquillo Cremona Si celebra quest'anno il centenario della nascita di Tranquillo Cremona, pittore singolarissimo, la cui opera è di importanza precipua per lo sviluppo della pittura lombarda della seconda metà del sec. XIX. Egli nacque nel 1837 a Pavia, ove studiò pittura presso il Trecourt; costui fu il maestro del Faruffini ed amico di G. Carnevali detto il Pricio; e l'influenza di questi due artisti, Faruffini nelle prime opere, Pricio nelle posteriori, appare evidente. Ma un influsso immediato e profondissimo sulla pittura cremoniana, influsso che la ricollega direttamente alla grande scuola Italiana, è stato scoperto e messo in luce da Ugo Ojetti nel suo volumetto « Tranquillo Cremona » (Bergamo, Ist. It. d'Arti Grafiche, 1912): ed è l'influsso dei grandi pittori veneziani. Nel 1852 infatti, egli si recò a Venezia presso il fratello, avvocato Giuseppe; ed il suo soggiorno lasciò in lui tracce incancellabili. Colà infatti (dice Ojetti nel già citato saggio), « suoi padri gloriosi furono i grandi Veneziani, dal Carpaccio, la cui corretta eleganza si ritrova nei suoi disegni d'allora, a Tiziano, del quale il Cremona ripete spesso docilmente la gamma cromatica... Nelle opere più armoniose di Tiziano, fino in quelle più senili e più sfatte ove ogni linea s'annega e si confonde nel colore, si possono ritrovare il segreto fascino e i primi principii della tecnica del Cremona. L'innovatore rivoluzionario e incomprensibile si riuniva così, meglio di tutti gli Hayez delle accademie, alla grande tradizione ». Pure, prima di giungere a questa constatazione che oggi ci pare così ovvia, molto la critica dovette lottare; stabilitosi egli a Milano nel 1859, e rimasto allievo del Bertini a Brera nel ' S9-'6o, la sua pittura, ancora fedele ai modelli scolastici, aveva trovato favore nella cerchia accademica cittadina; ma questo favore durò solo fino al 1863, anno in cui egli mutò radicalmente tecnica. Non più contorni definiti, disegni chiari e lineari, belle composizioni storiche alla maniera allora dominante. , ma bensì un incerto, un vago, uno sfumato, un dissolvimento di ogni linea disegnativa, che oggi ci sembrano naturalissimi, ma che allora suscitarono un vero scandalo, e gli procurarono molte inimicizie nel campo tradizionalista. Pure egli, fedele alla sua arte, continuò per la nuova via; incoraggiato ed aiutato dai pochi che lo avevano compreso ed ammirato, perseverò nel suo lavoro, nonostante le ristrettezze economiche da cui era afflitto. Mori il so giugno 1878, quando l'eredità della sostanza del fratello Giuseppe lo aveva reso, se non ricco, almeno indipendente. L'importanza della reazione cremoniana è ben messa in luce dalle parole di un contemporaneo (Primo Levi : « Tranquillo Cremona » - Milano, Perelli, 1878). Esponendo infatti le condizioni della pittura lombarda di quel tempo, il Levi così si esprime : « È l'epoca in cui la vernice trionfa; in cui non si parla più di modellare col pennello, di rilevare col colore, di fare a fidanza con la luce; è l'epoca in cui non si dipinge già più col « mannequin » di legno, ma nella quale si fa dal vero un « mannequin n di carne e d'ossa... in cui la riproduzione della vita umana e naturale non è più lo scopo dell'arte; in cui, incapaci di appigliarsi con fortuna alla persona, anima e corpo, si studia di riprodurre la cosa D. Era logico dunque che l'ardito tentativo cremoniano, di intenti affini, se pur cercati con mezzi affatto diversi, a
quello che in Toscana andavano spiegando i macchiaioli, suscitasse un vero e proprio partito d'opposizione, il quale, come sempre, brigò per ottenere le solite meschinità: così, ad esempio, come racconta Luca Beltrami (« Tranquillo Cremona », Milano, 1929), nel 1873, quando cioè egli era ormai notissimo, e quasi al culmine della sua ascesa, gli si negava la nomina a socio onorario della R. Accademia di Brera; cosa che, oggi, suscita in noi disprezzo e quasi irrisione per quei miopi che vollero quella veramente pochissimo gloriosa esclusione. Tuttavia, negli ultimi anni di sua vita, Cremona ottenne i riconoscimenti che meritava; e la sua arte non trovò quasi più oppositori, come era giusto. Oggi, lontani come siamo e dalle stolte accuse e dagli esagerati incensamenti, possiamo scorgere Tranquillo Cremona nella sua vera figura; ed aggiungiamo subito ch'egli non ne risulta affatto diminuito. Le sue qualità peculiari infatti sono ancor oggi degnissime di ammirazione e di rispetto, anche se, praticamente, ebbero minore influenza che non il già citato movimento macchiaiolista. Ed in rapporto a quest'ultimo noi possiamo ancor meglio studiare la personalità del Cremona. Lombardo, vissuto sempre nell'Italia Settentrionale, egli non perdette mai quella ricchezza, morbidezza e pastosità di colore proprie dei Lombardo-Veneti. I miti cieli, le verdissime campagne delle nostre regioni, non invogliano a rigidezze od a scar-
TRANQUILLO CREMONA:
sità di modellato o di colore; anzi, indulgono ad un riposante abbandono, ad una copiosa, calda mollezza, che ha anch'essa il suo fascino. Mi si obietterà che Cremona non è un paesista : io rispondo che, in ogni modo, l'ambiente stesso in cui egli sempre visse non poteva non indurlo ad una morbida sensibilità coloristica, pur restando sempre in primissimo piano, come importanza, il suo studio dei pittori veneti, studio che è senza alcun dubbio il principale elemento costitutivo della personalità artistica cremoniana. La dolcezza dei visi femminili, le calde ombre trasparenti, di cui egli circonda i suoi personaggi, ci riportano immediatamente ai più celebrati quadri dei grandi cinquecentisti veneti. Abbiamo nominato prima la scuola o, meglio, il movimento dei macchiaioli : essenzialmente paesistico, esso nulla ha di comune con Cremona, se non l'intento rinnovatore; pure anch'esso va ricordato, per mostrare la influenza dell'ambiente sul pittore. Il paesaggio toscano, squadrato, semplice, lineare, ridotto a pochi tratti essenziali (si ripensi a Giotto, a Masaccio, ai primitivi), privo di toni cromatici smorzati e fusi, non poteva esser sentito e reso altro che dall'asciutto pennello di un Fattori, un Lega, un Banti, un Signorini; mentre invece tutta la fumida dolcezza lombarda permea le opere di Cremona, anche là ove lo sfondo non compare, o quasi. Oggi, la pittura di Cremona è un poco sorpassata; nelle sue stupende figure femminili noi sentiamo forse un po' troppo l'800, quell'800 che tante volte, a torto, disprezziamo; e queli_I dolcezza civettuola, quel romanticismo un po' spinto di alcuni acquarelli, di alcuni quadri, ci trovano forse meno accoglienti che non ; critici di qualche decennio fa. Noi ci sentiamo effettivamente costretti a riconoscere maggiore vitalità alla pittura dei macchiaioli, la quale ha saputo saviamente appellarsi alle eterne forme del paesaggio, stilizzato e mostrato nella sua intima essenza, anzichè attenersi alle spesso pericolose composizioni «a soggetto »: pure, dinanzi al miracoloso mistero de « l'Edera », o de le « Melodie », noi avvertiamo qualcosa che i Toscani non ci danno, un fresco e dolce senso di intima gioia che l'arida terra toscana ci nega. Ma non interroghiamo troppo i nostri sentimenti; non vorremmo, oggi, essere tacciati di « ottocentismo ». Guido Bessds
Ritratto di signora
VITA GIOVANILE IL
TEATRO
O RCHIDEA C'è in Sem Benelli una specie di sottile compiacenza che lo spinge a voltolarsi in certi argomenti e in certe situazioni scabrose, felice quasi di saper giocare con tanta abilità in mezzo al rischi degli argomenti sdrucciolevoli. Nel tanto applaudito « Ragno », lo vedemmo sottilizzare con acutezza sull'impotenza ed i problemi che ne derivavano. In quella giocosa conferenza che fu I'« Elefante », marito e moglie si scambiavano in scena le più inutili volgarità, rivestite di quel tanto di spirito sufficiente perchè i buoni spettatori le scambiassero per cose geniali e profonde. Ne l'« Orchidea », si comincia allo stesso modo. Anzi, direi, si incomincia in un tono che può far supporre, all'uditore ingenuo, una conferenza pornografica in tre atti. Poi, invece, quasi tutto si mrita. E come la sua orchidea, anche l'autore si eleva e con la sua forza e la sua innegabile abilità si arrampica in alto, fin quasi a raggiungere il livello dell'Arte. Non dirò che la commedia divenga allora luminosa colorata e bella come il fiore famoso. Ma certo, a simiglianza di questo, si libera dal putridume iniziale, pur mantenendone, qua e là, qualche traccia visibile. Non ridirò la trama resa nota, se non altro, dalle recensioni precedenti alla mia. Del resto, il tema della donna caduta che si eleva al richiamo della maternità, è, con qualche variante, il motivo di tante commedie passate. Qui, però, il posto occupato dalla donna caduta è molto più ampio di quello lasciato alla donna salvata. La protagonista sofferente per la sensualità propria e per le offese e le vergogne altrui, si agita si contorce e si ribella per due atti buoni, difendendo ferocemente a parole quel campo intimo che la realtà la obbliga spesso a lasciare incustodito. Noto qui, e credo a proposito, una tendenza comune a tanti scrittori. Quella di elevare le donne, diciamo, devastate, a simbolo d'una purezza ch'è continuamente ma involontariamente offesa. Non nego che nella perdizione ci sia più miseria che colpa vera. Non nego che noi siamo spinti dalla nostra ipocrisia a donare agli altri molto disprezzo in luogo d'un'amorosa pietà. Ma troppo spesso, in Arte, si gioca sul filo instabile del paradosso, e le parti vengono invertite. Come se si tentasse di far apparire il reo misera vittima dei giudice severo, dimenticando che se il giudice condanna in tribunale, non lo fa per un gusto personale, ma per punire una colpa. Similmente, in « Orchidea », Elena accusa e, in un certo senso, condanna gli uomini, per la brutalità ch'è in loro, per la loro animalesca sensualità che li spinge a vedere in lei solo la femmina, dimenticando la parte più nobile di essa. Ma lei, in fondo, cosa ha fatto? Ha eccitato la loro sensualità con la sensualità di cui essa stessa ammetteva di traboccare, ha giocato d'astuzia mercanteggiando un matrimonio con un uomo del quale non poteva non conoscere la depravazione, s'è data a tutti, passando da un amante a un altro, uccidendo quasi lei stessa, moralmente, suo padre, che pur l'aveva allevata con criteri ben differenti. Non crede che una creatura simile potesse attendersi un trattamento molto diverso e molto migliore di quello che ha avuto. Se la donna ha un fiore insidiatissimo da difendere, bisogna ben riconoscere che le sono stati dati i mezzi per farlo. Altrimenti dovremmo supporre che qualunque donna potrebbe divenire, quasi senza colpa, e, oserei dire, innocentemente, una meretrice, per il solo fatto d'essere insidiata. Vorrei sapere se, all'infuori dell'autore di Orchidea, ci sono molti che la pensano cosi. Inoltre la figura del naturalista, che pur sa trovare tante commosse e vivaci espressioni per risvegliare la forza e la fiducia in Elena, è paurosamente inumana e cattedratica. Perché un personaggio ci appaia morale, non è sufficiente che ci chiacchieri di virtù di bellezza e di santità per tre atti di fila. E questo naturalista naviga, si, in continui briosi paragoni con le orchidee e i coccodrilli e gli altri ferri del suo mestiere, ma la sua integrità non ci soddisfa affatto, neppure col suo gesto finale. Chè, fin dal primo atto, noi lo vediamo moraleggiare in mezzo alle oscenità altrui, ma ben pronto a cogliere il pro-
prio prosaico volgare piacere. Decide ipso facto di passare la notte con la amica di Elena, senza per questo perdere la sua benevola austerità morale. Sublime comportamento degli scienziati, che sanno ascendere il letto con tanta composta serietà. Però, ad ogni modo, dall'« Elefante », Seni Benelli ha compiuto, con « Orchidea », un grande passo. E una commedia che ha un respiro ed un significato. Nel secondo atto sopratutto c'è qualche cosa di bello di vivo di commosso di umano. C'è la sofferenza di una donna che, anche se espressa con troppi luoghi
comuni, prende, se pur non commuove, piace, anche se non entusiasma. E m'è parso anche d'intravvedere, qua e là, la venuta d'una influenza pirandelliana. Ma sopratutto c'è della bella forma. Benelli, che fu buon seguace di D'Annunzio, ha sempre amato il suono armonioso delle parole e delle frasi. Invecchiando, il suo amore s'è fatto vischioso e tenace. E disposto a dire qualunque sciocchezza, ma vi promette di dirla bene. E il pubblico, dal canto suo, ha dimostrato da tempo di accettarle con tripudio tutte, purchè gli vengano da lui. C'è, come si vede, un'intesa strettissima. « Orchidea » ci dà in parte, e ci promette forse di ridarci completamente in futuro, un Benelli rifatto poeta. E noi lo seguiremo volentieri, anche se la scelta abituale ch'egli fa degli argomenti, ci faccia temere luoghi non sempre puliti. Franco Brasati
il suo carattere ridente e allegro, spensierato pur in un periodo di guerre e eli lotte, giocondo e bonaccione, che gli fa vedere tutte le cose dal lato migliore, che gli fa trovare in tutto della b uffoneria e dell'allegria : e questa viva giocondità egli la sparge a piene mani nelle sue opere spontanee, fresche e scintillanti, che gli sgorgano direttamente dall'anima. « E necessario chistu ccà » risponde toccandosi sul cuore, a chi gli domanda il segreto della sua arte. Sbaglierebbe dunque chi nelle sue opere cercasse della erudizione o anche una preoccupazione metodica o scientifica : egli sente soltanto che le opere sue hanno successo e continua nella strada iniziata, ignaro di essere un innovatore e l'iniziatore di un nuovo genere d'arte che dopo di lui avrebbero perfezionato altri grandissimi. Forse appunto per questa inconsapevolez7a della propria grandezza, unita certo ad una prodigiosa facilità di queste sgorgano continue, limpide, idee, troppo spesso egli si accontentò briose, fresche, nelle opere giocose e di musicare dei libretti meschini o adsoavemente patetiche e tenere nei mo- dirittura brutti, che non gli potevano menti di sentimento. Per questo noi dare alcuna ispirazione, e di restare che oggi, non stanchi, ma sazi delle nelle forme usate accontentandosi sonumerose audizioni dei melodrammi lo di qualche lieve tentativo di nuovo. ottocenteschi e un po' disorientati di Si spiega così il numero stragrande di fronte alle nuove tendenze non ancora opere scritte dai 23 anni (è del 1772 sicure e definite nell'attesa del genio la prima opera « Le stravaganze del che, con le sue opere, le imponga de- Conte ») ai 51 (morì nel 18o1). Fu un cisamente, torniamo volentieri alle o- peccato, perchè, a cagione di questa rigini troppo dimenticate dell'opera prodigiosa fecondità, nel secolo XIX, musicale, ascoltiamo le opere di Cima- così spiccatamente contrario al secolo precedente, le opere sue, sotto l'acrosa con grande diletto. Nel campo dell'opera comica infat- cusa di faciloneria, furono unite tutte, ti un ritorno alle origini significa pro- buone e mediocri, in un sol fascio e prio un ritorno a Cimarosa, che del- poste in un ingiusto oblio. Oggi noi l'opera comica italiana fu il creatore. non condividiamo affatto il giudizio, Prima di lui infatti, se si toglie l'e- troppo sommario, del romantico '800 sempio breve e isolato della Serva pa- e accogliamo con gioia le loro riesudrona del Pergolesi, non si era avuto mazioni (o le rielaborazioni quando mai un'opera del tutto comica, nel si- siano necessarie) ammirando i pregi gnificato abituale di questo termine. di molte pagine finora ignorate. Così Comiche erano alcune scene, alcuni nell'« Impresario in angustie » il batpersonaggi, ma la musica, se pur era tibecco iniziale, il dolce diletto « Senti graziosa ed elegante, non era mai sta- senti l'augellino », la scena della letta veramente briosa. Perchè fosse tale tura del copione e l'allegro finale ci occorse l'arrivo di Domenico Cimaro- parvero pagine scintillanti di grazia sa che, per così dire, fu la sintesi di luminosa. tutto il suo secolo. Ma, notiamo, non Va notato inoltre come l'orchestra, per sua volontà egli fu tale, non per in quasi tutte le opere di Cimarosa, voler innovare o iniziare un nuovo sti- non si accontenti più di accompagnale, ma quasi inconsapevolmente, per re il canto come aveva fatto finora,
Ritorno di Cimarosa L'Impresario in angustie, l'allegra operina che abbiamo ascoltato in questi giorni alla Scala, è una satira gustosa, anche se un po' lontana dal nostro tempo, dei costumi della gente di teatro, prime dame, tenori, sopranisti, poeti e così via, della fine del secolo XVIII, quando il capriccio e le bizzarrie di un artista di grido erano legge assoluta sul palcoscenico, nella compilazione dei programmi, nell'esecuzione e, quel ch'era peggio, spesso anche nella composizione delle musiche. Regina assoluta era la «Voce». Ad essa dovevano assoggettarsi la musica, la poesia, la verisimiglianza, il buon gusto; e questo sarebbe stato ancora poco male se a far da padrone insieme alla voce non ci fossero state l'ambizione e la superbia che spesso costringevano il povero impresario a dibattersi in mille fastidi per porre un freno alle bizze e ai capricci degli artisti. Anche il buon Cimarosa, come musicista, si era trovato alle prese con i cantanti ambiziosi e capricciosi che l'avevano tormentato non poco. La sua indole tranquilla, bonaria e sorridente se ne vendicò nel modo migliore, ossia ponendo in-ridicolo sulla scena le stesse bizze e gli stessi capricci che fuori della scena quotidianamente avvenivano. Già Benedetto Marcello col « Teatro alla moda », l'Arteaga con « Le rivoluzioni del teatro musicale » e il Calzabigi ne « L'opera seria » avevano scritto delle satire brillanti e mordaci (sopratutto il Marcello) delle vanità e della strapotenza dei cantanti e dei mali che rovinavano il teatro d'opera. Il libretto del Diodati che Cimarosa musicò è soltanto una parodia bonaria, molto meno pungente di quella che aveva musicato Mozart nel suo « Impresario » di quella del Casti in « Prima la musica e poi le parole » musicata dal Salieri o di quella che dodici anni dopo avrebbe musicato il Fioravanti nelle « Cantatrici villane ». Certo il libretto di questo Impresario in angustie è ben poca cosa; ma la m usica di Cimarosa è quella di un genio : non siamo certo all'altezza di Gianttina e Bernardone e del Matrimonio segreto, ma anche in questa breve partitura troviamo brio, leggiadria, morbidezza ed eleganza di disegni e arguzia di trovate : tutte le caratteristiche insomma della stia musica. Fiordispina, nata nel 1780 a Napoli, al teatro dei Fiorentini, è la sorella maggiore di Elisabetta e poi delle varie Rosine, Norine e Adine e la compagna delle protagoniste delle numerosissime opere comiche del Cimarosa, la maggioranza nelle 79 opere ch'egli scrisse. Troppe? Certamente si, chè in molte di esse sovente notiamo la fretta e la mancanza di un freno posto alla facilità dell'invenzione : non mai, però, la mancanza di ispirazione o la povertà delle idee; anzi,
Maria Antonietta Nullo schermo .
Dopo due anni, Norma Shearer riapparirà sullo schermo nella evocazione sontuosa del dramma di Maria Antonietta, che suo marito, Irving Thatberg, aveva ideato per lei prima di morire
ma venga ad essere, e questo si, nota anche nelle opere non rielaborate, parte viva della commedia, la commenti e vi aggiunga brio, colore e vivacità : frutto certo questo, oltre che dell'ingegno naturale, anche dell'influsso dovuto al diffondersi in Italia delle m usiche istrumentali tedesche e sopratutto delle opere di Mozart. A proposito del confronto, fatto sovente, fra Cimarosa e questo altro grande è abbastanza ncto il detto dell'italiano che, essendo stato innalzato sopra Mozart da un pittorucolo; Ohibò. rispose, che direste voi se un imprudente e temerario dicesse che siete superiore a Raffaello? Meno noto è invece cid che rispose il Grétry a Napoleone, che gli chiedeva un giudizio sui due musicisti : « Cimarosa mette la statua sulla scena e il piedestallo in orchestra, laddove Mozart fa il contrario ». Il giudizio che fa onore a Cimarosa, è però immeritato per Mozart. Uno più equanime ne potranno dare gli spettatori della Scala che a breve distanza furono chiamati ad ascoltare un'opera di Mozart ed una di Cimarosa. Tenendo presente che del primo fu rappresentato il capolavoro « Le nozze di Figaro » e del secondo un'opera di molto minor mole, il giudizio tornerà certamente favorevole a Cimarosa che, se certo non è superiore al suo contemporaneo d'oltralpe, gli è alla pari sovente per la bellezza delle frasi che si susseguono snelle, smaglianti, festose e flessuose . Auguriamoci dunque dei frequenti ritorni di Cimarosa sulle nostre scene : finchè il buon gusto avrà il sopravvento sulla moda e la purezza e la semplicità delle linee saranno giudicate non da meno delle sapienti elaborazioni orchestrali, siamo sicuri che egli sarà sempre bene accolto. Franco N. Plaaagalll
La sceneggiatura, elemento primo di successo Negli ultimi notiziari americani abbiamo letto che Ben Hecht il primo sceneggiatore di Hollywood lascia Samuel Goldwyn per passare alla Metro a lavorare ancora in coppia con Mc Arthur. Ben Hecht percepiva annualmente dal vecchio Goldwyn la notevole cifra di 260.000 dollari, cosa che non varrebbe nemmeno la pena di ricordare, se non ci desse una precisa idea di quanto venga valutato negli Stati Uniti un buon sceneggiatore. Tanto per orientarvi Ben Hecht ha sceneggiato fra l'altro e Capriccio Spagnolo r. e ha diretto assieme a Mac Arthur c Delitto senza passione', e Once in a blue moon s, e The Sconardrel h. Si può notare proprio quest'anno una tendenza a rimettere in gran valore il sistema di attenersi rigidamente alla sceneggiatura nella realizzazione di un film, reagendo alla tendenza di alcuni che negli anni scorsi avevano tentato di rendere le mani più libere al regista: introdurre nel cinema l'improvvisazione à secondo me togliere al film quella serietà, quella misura, che sono la base di ogni creazione d'arte. Il problema della sceneggiatura non è stato affrontato ancora ire Italia nella sua giusta luce: l'errore sta nel credere che un buon letterato o un buon commediografo possa improvvisarsi sceneggiatore. La sceneggiatura, precedendo in ordine di tempo la realizzazioni di un film richiede che il suo autore senta e viva cinematografica• mente l'azione che ha in mano; inoltre il suo accordo cori il regista deve essere assoluto e durante la sua opera deve avere con lui un continuo scambio di idee e di vedute, ed è uno spettacolo poco confortante, eppure molto frequente vedere nettamente cambiate in teatro di posa poco prima di iniziare la ripresa pagine intere di sceneggiatura: potete immaginare con quali deplorevoli effetti per l'omogeneità, la continuità e il tempo del film! La scrupolosità di alcuni sceneggiatori di Hollywood e talora incredibile e non vi è dettaglio che non si trovi in precedenza sullo scenario, così che il regista trova la sua opera assai facilitata, sin in teatro di posa, che in sala di montaggio. Vi sono infatti alcuni film a mericani, la cui presa sul pubblico è dovu• ta quasi interamente a una sceneggiatura brillante, rapida e attenta: tipico esempio il divertentissimo e Colpo di fortuna s che avete visto in questi giorni. Certamente l'ideale sarebbe che il regista curasse personalmente la sceneggiatura dei propri lavori, avendo sempre dato questo sistema degli ottimi risultati (Von Stroheim, Ben Hecht e Mc Arthur, Cha• plin) ma questo non è purtroppo sempre realizzabile; cerchiamo almeno di trovare in casa nostra dei buoni sceneggiatori e dei buoni registi e sarà già un buon passo avanti. Luigi Galeazzi Direttore responsabile: . . NICOLA MONETA ERNESTO TRECGNI Vice direttore: Dott. Amorno Bauro capo: Redattore Ind. Graf. N. Moneta . . Milano - 1938•XVI Via Carlo Porta, 2 Direzione . Via Marco Aurelio, 6 Amministrazione
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