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Anno I _ Num 4

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NOI VOGLIAMO CHE I GIOVANI R ACCOLGANO LA

NOSTRA

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111 VITA Cl()\1A111LE 111 PERIODICO QUINDICINALE DI LETTERATURA - ARTE - POLITICA

Anno 1

— N. 4

1 5 MARZO 1938 xvt D IREZIONE:

V IA C. PORTA, 2 A MMINISTRAZIONE:

VIA M. AURELIO, 6

M ILANO Conto Corr. Post. n. 3-x3799 Abbonamento annuo L. ro.—

Cent. 50

Fondalore ERNESTO TRECCANI unk

Grazie Mr.Eden... G razie Mr. Eden, Lei ci ha servito abbastanza... E con questa frase che noi possiamo salutare la. definitiva uscita del Sig. Eden dal Foreign Office. N oi crediamo infatti che molti atti d ella politica estera inglese di questi ultimi tempi siano stati benefico stimolo all'evolversi completo dello spirito nazionale italiano. Quale effetto produsse infatti in Italia la presentazione a Ginevra, da Parte di Eden, del memorandum del 22 gennaio 1Q36, che provocò la manovra ginevrina? Quale fu l'effetto prodotto sul popolo italiano dal formidabile concentramento nel Mediterraneo delle 144 navi da guerra inglesi? L'effetto fu uno solo, e non fu certamente quello auspicato dal Ministro d egli Esteri britannico. Q uesta coalizione di .Stati e questa incomprensione dei diritti e dei bisogni del nostro popolo provocarono una Più forte, una saldissima coesione nel Paese, una assoluta comprensione della necessità di combattere e di vincere. Mai come in quelle 'giornate eroiche il popolo italiano fu veramente u nito. Prova sicura ed ardente: la. donazione delle Fedi sull'Altare della Patria! Di fronte al Mediterraneo invaso da u na flotta estranea, il popolo italiano sentì più che mai l'orgoglio e•il dovere di non permettere che la Via. Maestra di Roma divenisse la scorciatoia di un altro impero! Si desiderava all'estero che le difficoltà economiche dividessero il popolo italiano e minacciassero il Partito Fascista. N on si erano ancora persuasi che Partito e Nazione erano una cosa sola, che indissolubile era dal cittadino italiano la camicia nera! E ciò che è più interessante è che qui in Italia sentirono la realtà di questa situazione anche quelle poche persone che ancora erano miscredenti, anch'esse compresero fi nalmente che l'Italia era una, Nuova, una Grande, una. Potente Italia. Forse la Lega delle Nazioni, se non fosse stata spinta da Eden a. commettere il fatale errore di condannare l'Italia, oggi non sarebbe un cadavere Putrefatto, trascinerebbe ancora la sua vana esistenza e c,ontinuerebbe ad apparire agli ingenui come l'unico m ezzo per mantenere la pace e per attuare la giustizia internazionale.' Grazie, Mr. Eden, per avere contribuito, proprio contro la vostra volontà, a togliere il mondo da questo inganno! E non è forse stata la politica errata di Eden ad allontanare dall'Inghilterra il mondo arabo? La politica fascista non fu mai rivolta contro l'Inghilterra, ma. fu una Politica indipendente, autonoma, e come tale venne a cozzare contro chi cercava. di sottometterla o di deviarla• Gli interessi italiani nel Mediterraneo erano e sono concomitanti con gli interessi inglesi, prova ne è la concorde politica italo-inglese fino allo scoppio della questione abissina, Prova ne fu anche il gentlement's agree-

ntent del 1937 che, se finora rimase lettera morta, non fu certo per nostro m alvolere. La caduta di Eden non significa solamente la caduta di un Ministro, ma significa la fi ne di un modo di valutare l'Italia. A Londra si continuava a. giudicarci una piccola Potenza mediterranea ed è su questa falsa concezione che si imperniava la politica del Ministro degli Esteri inglese. Con

lui sono e rimangono i vari Lloyd George e Churchill, che hanno sempre dimostrato (vedi Versailles) quale sia la loro opinione sulla nostra Italia. Eden, massone, giocava sulla mentatità di questi conservatori, abituati a trattare i nostri rappresentanti come veniva trattato nel 1922 l'on. Schanzer, nostro !Ministro degli Esteri, che doveva aspettare a Londra parecchi giorni prima di essere ricevuto da Lloyd George. Oggi invece anche i partiti conservatori si sono fi nalmente accorti della realtà della situazione. L'Inghilterra

si avvicina all'asse Roma-Berlino conscia che questo non è un blocco delle cosidette dittature, ma che è un asse avente per poli due grandi potenze destinate a portare il loro validissimo contributo nella storia europea. Viene a trattare con Roma su un nuovo piano, sul piano imperiale sul quale Roma decisamente ed irrevocabilmente si è posta. In questa nuova atmosfera verranno prospettati gli interessi ed i bisogni dei due popoli e verranno iniziate le discussioni che speriamo feconde. Antonio Bruni

LA POLITICA DELL'INGHILTERRA verso i paesi arabi Un grande impero arabo che comprendesse, oltre la penisola arabica, la Palestina, la Siria, la Transgiordania e l'Irak, che si stendesse da Alessandria a l'Hadramaut e dal Mediterraneo a Kanikin nell'estremo est irakeno, ecco il progetto che negli ultimi tempi della guerra mondiale aveva formulato Lawrence e che il Foreign Office aveva approvato, il progetto che solo per poco non divenne realtà. Per assicurare stabilmente all'Inghilterra il controllo della via terrestre dell'India, il controllo del Mediterraneo orientale e del vicino Oriente era indispensabile, secondo Lawrence, aiutare le aspirazioni nazionaliste panarabe a capo del nuovo impero sarebbe stata posta la dinastia hashemita che regnava sull'Hegiaz: il re Husein era un buon amico ed un prezioso alleato e l'Inghilterra avrebbe potuto tranquillamente esercitare la sua tutela sul grande impero arabo. La dichiarazione di Balfour sul focolare nazionale ebraico in Palestina provocò le prime difficoltà: gli arabi, e lo stesso re Husein, non volevano riconoscere una particolare situazione palestinese rispetto agli altri territori. Poi il tentativo di Feysal, uno dei figli di Husein, di assumere il potere in Siria falli davanti all'azione francese. Feysal. fu messo dall'Inghilterra sul trono dell'Irak, ma Siria e Palestina erano oramai escluse dai progetti inglesi di unificazione panaraba. Perchè occorre dire che all'idea panaraba i dirigenti della politica inglese non avevano ancora rinunziato, sia pure con un'altra forma e in proporzioni più modeste. Si pensò ad un califfato di Husein che doveva regnare su tutta la penisola araba, mentre i suoi figli Ahdallah e Feysal avrebbero regnato rispettivamente sulla Transgiordana e sull'Irak : una specie di stato federale in famiglia. Husein fu proclamato califfo nel 1924. Ma intanto nell'interno della penisola il movimento tvahabita si estendeva sempre più : Ibn Saud diveniva per Husein un rivale pericoloso; tanto più che l'Intelligence Service indiano, che era stato un po' lo scopritore » ciel capo beduino e che lo aveva aiutato nei suoi disegni di espansione finanziandolo a più riprese, ora si schierava contro le idee di Lawrence che per un certo tempo avevano dominato incontrastate a Downing Street. La politica filo-hashenita era considerata una follia e l'unica forza veramente vitale su cui poter contare, duella waltabita. Di fronte al contrasto che divideva gli stessi « esperti » del mondo arabo, i dirigenti della politica inglese temporeggiarono. A Husein si dettero assai più parole che aiuti e quando scoppiò nel 1925 il conflitto tra Ibn Saud e Httsein, i due re erano ugualmente finanziati dall'Inghilterra. Dopo la vittoria di Ibn Saud e la fuga di Husein parve a taluno in pericolo la vantata tutela inglese nel

vicino Oriente ed in realtà Ibn Saud minacciava le frontiere della Transgiordana e dell'Irak e si mostrava assai indipendente nei riguardi dell'Inghilterra. Di fronte a questo nuovo stato di cose, la politica inglese mutò radicalmente indirizzo : abbandonate le concezioni panarabe lawrenciane, fu la tesi dell'Intelligence Service indiano a trionfare, tesi che sosteneva la necessità di dividere per poter comandare : divide et impera. La sicurezza inglese nella zona araba non doveva essere garantita dalla esistenza di un impero omogeneo e sotto tutela ma dalla esistenza di innumerevoli rivalità e discordie tra i vari paesi arabi, rivalità e discordie che indebolendoli li avrebbero dati in mano all'Inghilterra. Così si cercò di rafforzare i sultanati indipendenti del Golfo Persico e dell'Hadramant contro Ibn Saud : così sopratutto si cercò di fare dello Yemen e dell'Imam Yahya un contrappeso alla crescente potenza del capo beduino. Intanto 1'Irak, dopo l'insediamento delle compagnie petroliere inglesi, poteva esser dichiarato indipendente : Downing Street sapeva bene di poter esercitare in qualunque momento una sufficiente pressione su quel paese per farne un'ottima pedina nel suo giuoco. In Palestina i contrasti tra arabi ed ebrei, immigrati sempre in maggior numero, si approfondivano ogni giorno più, senza che la Potenza mandataria facesse nulla per appianarli; e Ahdallah restava a far da sentinella contro Ibn Saud nella Transgiordania, cullato dalla speranza, periodicamente i nstillatagli, di una più grande corona. In complesso sembrava che la politica del « divide et impera » avesse portato buoni frutti. Vi erano certamente diversi ostacoli; tuttavia l'Inghilterra poteva giocare la sua partita nello scacchiere del vicino Oriente con una certa sicurezza e senza grandissime difficoltà. Ma negli ultimi tre anni un vento di fronda ha cominciato a scompigliare i pazienti piani inglesi. Dapprima Ibn Saud è riuscito a mettersi su per giù d'accordo con l'Imam Yahya. Poi, con la morte del re Feysal, gli elementi più nazionalisti e meno ligi all'Inghilterra hanno preso il sopravvento nell'Irak. Intanto con la sua condotta nella q uestione abissina l'Ltghilterra perdeva moltissimo del suo prestigio agli occhi degli arabi. Poco tempo dopo, tre paesi arabi che l'Inghilterra aveva negli ultimi tempi cercato di separare si univano in un patto di fratellanza araba : l'Arabia saudita, l'Irak e lo Yemen. Si pensi che Ibn Saud è stato quello che ha detronizzato e cacciato dall'Hegiaz il nonno d ell'attuale sovrano dell'Irak e che lo stesso Ibn Saud ha fatto due volte g uerra all'Imam dello Yemen, e si misurerà l'importanza, oltrechè politica,

morale e psicologica di questo fatto. Infine, dopo lunghissime trattative, negli ultimi mesi del '37 veniva concluso il Patto Orientale tra Turchia, Irak, Persia ed Afghanistan. Con questo patto l'Irak, ormai sempre più svincolatosi dalla ex-mandataria Inghilterra, si accosta alla Persia e al governo di Riza Shah Pehlewi, di cui sono note le tendenze scarsamente anglofile e assai indipendenti. Nello stesso tempo l'Inghilterra si finisce di alienare le ultime simpatie degli arabi con la sua azione assai poco chiara in Palestina e con le sue repressioni nell'Hadramant. Decisamente, l'influenza inglese nei Paesi Arabi del vicino Oriente è in crisi, in una crisi assai grave, crisi di sistema. I vari paesi arabi hanno capito il gioco inglese di dividerli per poterli controllare e si sono uniti — vedi Patto di fratellanza araba; hanno capito che l'Inghilterra si serviva di loro per i suoi fini ed hanno resistito — vedi neutralità di Ibn Saud e dell'Imam Yahya nel periodo delle sanzioni; gli arabi palestinesi hanno capito che si cercava di turlupinarli ed hanno puntato i piedi. Gli Arabi non si presteranno più così facilmente ai desideri inglesicome pel passato. Ora l'Inghilterra si trova nel vicino Oriente in una serie di gravi pasticci : torbidi palestinesi, perdita di prestigio nella penisola araba ed in Irak, scarsa sicurezza della costa orientale mediterranea e del Mar Rosso, il controllo della via terrestre per l'India q uasi perduto : non è certo una situazione delle più rosee. E non ci sembra nemmeno che il sistema del pugno di ferro e della azione « manu militari » che ora si cerca di rincominciare ad usare — forse per reazione dopo le delusioni che ha dato la diplomazia inglese verso gli arabi in questi ultimi tempi — sia proprio il più adatto per chiarire questa situazione. Non bisogna dimenticare che gli inglesi hanno assai più bisogno degli arabi di quanto gli arabi abbiano bisogno degli inglesi. La conclusione è ovvia. C'è una tendenza nella opinione pubblica inglese e non soltanto inglese che vorrebbe attribuire tutto questo all'Italia e alla sua propaganda nei paesi arabi; ma questo ci ricorda un po' « je suis tombé par terre, c'est la fante a Voltaire » : è realmente urr farci troppo onore. Certo l'azione italiana in Abissinia ha contribuito assai alla diminuzione del prestigio inglese nei paesi arabi ma non tanto per sè quanto per l'inutile opposizione e i vani urli degli inglesi, sdegnati di vedersi portar via un boccone che credevano riservato alla loro tavola. La colpa quindi è piuttosto inglese che italiana. Quanto alla propaganda, non è davvero colpa nostra se gli arabi preferiscono i sistemi di provvidenze a loro favore che abbiamo adottato in A.O.I. ai bombardamenti inglesi nell'Hadramant o alle repressioni in Palestina. Clemente Astorri

C[RTI CRITICI Un articolo di critica, che sia firmato o no, esprime pur sempre l'opinione personale di un competente; ma poichè i giornali si rivolgono al pubblico e il critico appartiene ad un giornale, l'opinione di chi scrive diventa la tendenza che si vuole consigliare e far assorbire al pubblico. Da questo viene ad essere manifesta la somma importanza assunta dalla critica, ma anche quale e quanta sia la responsabilità che gravita su chi ha un compito così delicato. Purtroppo questa responsabilità è volentieri assunta, ma poi terribilmente trascurata. Voglio parlare di certi critici d'oggi, e in particolare di quelli musicali. Non tutti coloro che si recano a teatro sono proprio competenti, e quindi sentono il bisogno di trovare nel giudizio di uno « che la sa lunga » un appoggio e un indirizzo sicuro. Proviamo a leggere, dopo una prima alla Scala, gli scritti del famoso A, del terribile B, dell'incontentabile C; i più disparati pareri verranno a porre in imbarazzo il povero lettore, poichè uno esalta cid che l'altro demolisce e che il terzo giudica passabile. Giusta la libertà di critica, giusto il rispetto delle varie opinioni, ma non esageriamo! Possibili certe discordanze su giudizi fondamentali, possibili certe dimostrazioni delle proprie tesi (ma per non non dire dei propri torti) attraverso considerazioni pretenziose, basate magari su citazioni errate? V'è però di peggio: a volte alcuni di questi autorevoli signori si mettono d'accordo (e quando si tratta di certo genere d'intesa l'accordo è presto fatto), formando una vera e propria cricca ostile a una data persona o a una data opera; e allora per i colpiti è la fine: diventano dei veri capri espiatorii, strumenti di chissà quale riposto rancore. Qualche cosa di simile accade, a mo' d'esempio, per il nostro massimo teatro lirico: apparve nella passata stagione il tenore Lugo e la critica fu una volta tanto concorde nell'attribuirgli (bontà sua!) il merito di cantare come ben pochi oggi sanno cantare. L'abbiamo risentito quest'anno e, salvo qualche lieve incertezza nel Mefistofele, e un incidente più che altro fisico alla prima dei Pescatori di perle, c'è sembrato ancora quello, cioè bravissimo; ma altri sono stati d'altro parere, ed ecco Lugo sommerso in critiche sproporzionate ed ingiuste... Libertà di giudizio. Non basta. Perchè screditare il valoroso maestro Capuana, che ci ha dato una Carmen tutt'altro che trascurabile?... E quelle acide considerazioni sull'eccesso di scenografia in Sadko (dico sulla quantità e non sulla qualità, che sempre può essere discutibile), nonchè sulla preponderanza dei balli? E non parliamo di certe solenni cantonate di qualche critico sulla musica di Rimski-Korsakoff! Lascio trarre le conclusioni al lettore: per conto mio dico che egli non avrebbe torto di domandarsi se, demolendo successivamente e l'opera e il maestro e lo scenografo e l'artista, non si miri sopra tutto a colpire altra persona. E qui s'inserisce una questione molto più vasta e generale: possibile che in regime fascista, dove tutto è regolato nell'interesse di tutti, possa essere tollerato che un critico infierisca su una persona senza che ne debba rispondere quando sbaglia? Può essere tollerato che uno, per il fatto di disporre d'un giornale, dica bianco al nero o viceversa, semplicemente perchè vede nero dove gli altri vedono bianco. o per congenito difetto di vista o per altro motivo? Non è questo un avanzo degli abusi del quarto potere? Anche ammesso che un critico sia in perfetta buona fede, deve essere permesso alla sua insufficienza di dare giudizi che possono rovinare ingiustamente una persona o un'opera? I critici, se autori essi stessi, debbono sapersi spogliare delle proprie formule, giuste o errate che siano: la critica deve essere oggettiva, priva di secondi fini, libera da preconcetti, decente, coscienziosa. Ernst


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Anno I _ Num 4 by Ernesto Treccani - Issuu