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FONDAZIONE CAMILLO CAETANI ROMA

Presidente

Antonio Rodinò di Miglione

Vicepresidente Piero d’Amelio

Consiglio

Tommaso Agnoni, Massimo Amodio, Luciano Arcangeli, Rita Cassano, Piero d’Amelio, Lelio Fornabaio, Marina Formica, Andrea Gentiloni, Mauro Mantovani, Duccio K. Marignoli, Maria Cristina Misiti, Lucia Pirzio Biroli, Antonio Rodinò di Miglione, Bruno Toscano

Giunta

Antonio Rodinò di Miglione, Piero d’Amelio, Luciano Arcangeli, Andrea Gentiloni, Bruno Toscano

Via delle Botteghe Oscure, 32 – 00186 Roma Tel. 06 68 30 73 70 info@fondazionecamillocaetani.it www.fondazionecamillocaetani.it

PALAZZO CAETANI

13 (2025)

EDIZIONI DI STORIA E LETTERATURA

Bollettino della Fondazione Camillo Caetani

PALAZZO CAETANI

Notiziario periodico

Direttore: Bruno Toscano

Redazione: Rita Cassano, Caterina Fiorani, Filippo Moroni, Chiara Rotondi, Giovanna Sapori, Massimiliano Tortora

Le schede non firmate sono a cura della redazione.

Referenze fotografiche: Marcello Fedeli

Edizioni di Storia E LEttEratura via delle Fornaci 38, 00165 Roma

Tel. 06.39.67.03.07

e-mail: redazione@storiaeletteratura.it

www.storiaeletteratura.it

Sommario

Studi in cor So

La famiglia Altieri agli esordi del XVII secolo: per un profilo di Lorenzo Altieri (Maria Giulia Cervelli), 7; Trasformazioni e resistenze della noblesse pontificia nella Roma napoleonica (1809-1814). Un cantiere di ricerca (Claudio Petrillo), 12; Michelangelo Caetani e i Castellani: una piccola parure in oro e malachite (Lucia Pirzio Biroli Stefanelli), 17; La «Pratica Don Camillo» (Roberto Battistelli), 25; Cassola, Einaudi e «Botteghe Oscure» (Michela Rossi Sebastiano), 31; Fondazione Camillo Caetani. La collezione. Dipinti, disegni, sculture, a cura di Duccio K. Marignoli, Giovanna Sapori, Roma, De Luca Editori d’arte, 2024 Un’aggiunta e alcune precisazioni: Antonio Pirri, Jacopo Palma il giovane, Hans Speckaert (?), Domenico Fiasella, Luigi Primo Gentile, Carlo Francesco Nuvolone (Giovanna Sapori), 35

Le collane, 42; Archivio, 44; Attività di formazione, 49; Convegni, concerti, laboratori, 50; Edizioni fuori collana, 60; Finanziamenti e convenzioni, 60; Mostre, 61; Restauri e acquisizioni, 62; Social e sito web, 63; Schede di libri, 64

Studi in corso

La

famiglia

Altieri agli esordi del XVII secolo: per un profilo di Lorenzo Altieri

Il 29 aprile 1670, con l’elezione al soglio pontificio di Clemente X, la nobile casata degli Altieri consolidava definitivamente il suo prestigio sociale nel panorama politico e culturale di Roma. Sebbene già nel censimento della popolazione della città, conosciuto come Descriptio Urbis e svolto sotto il pontificato di Clemente VII (1523-1534), tra la fine del 1526 e gli inizi del 1527, immediatamente prima del sacco di Roma, la famiglia Altieri risultasse fra le più rilevanti (Gnoli 1894, 375-520, in particolare 488), è noto agli studi che tale consolidamento non fu un fatto repentino, bensì un processo che richiese tempo e che si espletò in un arco temporale abbastanza ampio (Bevilacqua 1991, 263-266). Tale sviluppo vide i membri di questa casata, di origine antichissima, ricoprire cariche sempre più autorevoli, riuscendo, a differenza di molte altre famiglie romane, a conservare il proprio prestigio anche dopo l’arrivo di tutte quelle dinastie forestiere – è il caso dei Barberini, dei Pamphilj, dei Ludovisi, dei Borghese – che lungo il corso del XVI e XVII secolo presero man mano sempre maggior potere a Roma.

Gli Altieri, insediatisi nel rione Pigna, facevano parte fin dal Medioevo della nobiltà capitolina, ritenendosi discendenti dagli antichi cittadini dell’Urbe, secondo il diffuso costume di molte famiglie di far risalire le proprie origini ai Romani. Iniziò così a manifestarsi l’ambizione di accreditarsi come prosecutori della stirpe fondata da un leggendario Lucius Alterius, di cui i membri della famiglia si vantavano di conservare addirittura l’urna funeraria con inciso il nome, come ricordato anche da Teodoro Amayden (Amayden 1910, I, 41-42). Del resto per l’aristocrazia locale, come già rilevato da Mario Bevilacqua, addurre a una discendenza dall’antica classe dirigente romana significava garantirsi una stabile posizione nel contesto municipale dell’Urbe (Bevilacqua 1991, 264-266).

A traghettare così la famiglia alle soglie del XVI secolo, in un momento storico molto delicato per il Papato e di conseguenza per tutta la città, fu Marco Antonio Altieri (1450-1532), umanista della scuola di Pomponio Leto (1428-1498), fra i personaggi più rilevanti del suo tempo, autore de Li Nuptiali, opera in cui venivano, fra le altre cose, indagati i motivi che ave-

vano condotto l’aristocrazia ad una progressiva decadenza politica ed economica (Schiavo 1962, 148-149; Bevilacqua 1991, 266-272).

Se lungo il corso di tutto il Cinquecento, i membri della casata avevano continuato a mantenere ruoli di rilievo nei pubblici uffici del Comune e non solo – basti pensare a Girolamo Altieri, eletto governatore di Tivoli da papa Paolo IV (1555-1559) nel 1556 (Marzi 1665, 164; Reina 1999, 7) – fu solo a partire dalla fine del secolo che la famiglia iniziò a mettere a punto una nuova politica autocelebrativa: è in questo momento infatti che vennero promossi, ad esempio, una serie di interventi all’interno della cappella gentilizia nella basilica di Santa Maria sopra Minerva, di loro patronato a partire dal 1426 (Palmerio – Villetti 1989, 161).

Lo studio che ho dedicato al mecenatismo degli Altieri fra Cinque e Seicento – svolto come borsista della Fondazione Camillo Caetani di Roma, sotto la supervisione del dott. Luciano Arcangeli, e ospitato nel volume Le cappelle della nobiltà capitolina (1347-1600). Identità e spazi sacri nelle chiese di Roma, a cura di Valter Angelelli, Enrico Parlato, Maurizio Ricci, Patrizia Tosini – ha messo in luce gli interventi promossi a partire dal 1601 all’interno del sacello di famiglia da Lorenzo Altieri (15541638), ricordati nella memoria da lui stesso redatta, trascritta e pubblicata da Federica di Napoli Rampolla. La studiosa riporta inoltre buona parte

della documentazione relativa ai pagamenti delle maestranze intervenute nei lavori promossi all’inizio del secolo da Lorenzo e poi dal figlio Emilio Bonaventura, dopo la sua elezione al soglio pontificio (Di Napoli Rampolla 2015, 59-62).

Il memoriale di Lorenzo Altieri, intrecciato all’analisi delle fonti storiografiche seicentesche e agli studi più recenti sulla storia della basilica (Palmerio – Villetti 1989) ha permesso di riconsiderare la situazione della cappella fra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, a monte della campagna di lavori promossi da Clemente nel 1670 che ne trasformò profondamente l’aspetto, conferendole quello tutt’oggi visibile. I nuovi interventi portarono alla definitiva rimozione degli elementi duecenteschi superstiti: la cappella infatti ospitava ancora il monumento sepolcrale di Guillaume Durand (1230-1296), vescovo di Mende, che trovò solo allora una nuova collocazione fra la cappella Altieri e quella dedicata a San Tommaso d’Aquino, di pertinenza della famiglia Carafa.

Il riesame del documento redatto da Lorenzo ha inoltre messo in luce un interessante caso di reimpiego, con funzione devozionale, di una antica immagine mariana che negli anni Ottanta del Cinquecento era stata coperta da una tela raffigurante Tutti i Santi, commissionata dallo stesso Altieri a Niccolò Circignani (1517-1597), segnalata già dalle fonti secentesche (Baglione 1642, 41) e che avrebbe ri-

trovato poi solo agli inizi del secolo successivo una collocazione più adeguata all’interno della cappella. Come si evince dal memoriale, erano stati i lavori promossi dalla compagnia del Rosario nell’omonima cappella a offrire a Lorenzo, che non aveva mai avuto «pasione che un imagine così devota fosse coperta», l’occasione di poter finalmente riscoprire e risistemare l’immagine della «S[antiss]ima Madonna», facendo prima «tagliar il muro a torno», e successivamente realizzare una «cornice di stucho», scegliendo di posizionarla infine al di sopra della tela tardomanierista. Si tratta certamente di un episodio non isolato, se consideriamo il numero di interventi simili a cui si assiste in questa fase – si pensi per esempio al caso della Madonna della Vallicella sull’altare maggiore di Santa Maria in Vallicella (Morselli 2018, 243-244, 249-251; Bianco 2020, 87-100) – ma al contempo questo specifico mette in risalto una sensibilità inattesa dell’Altieri, sebbene dettata da ragioni di carattere esclusivamente cultuale, nei riguardi di una testimonianza artistica medievale e della sua conservazione. La commissione di una pala d’altare Niccolò Circignani evidenzia infatti la non scontata sensibilità artistica di Lorenzo Altieri, che lo portò a rivolgersi ad un artista allora attivo nei più importanti cantieri romani; tale scelta contribuisce a configurare l’immagine di un uomo che, seppur giovane e non ancora fra i membri di spicco della famiglia, essendo in vita

tutti e tre i fratelli maggiori, Orazio († 1628), Rutilio (1550-1600) e Mario († 1613), doveva evidentemente conoscere bene l’ambiente artistico e culturale dell’Urbe (Schiavo 1962, 149-160; Bevilacqua 1991, 275). Del resto, il contesto familiare in cui crebbe il giovane Lorenzo includeva la presenza di una serie di personalità ben conosciute: suo padre Girolamo, ad esempio, in qualità di deputato del Popolo Romano, aveva fatto parte della commissione voluta da papa Sisto V (1585-1590) per l’individuazione del sito in cui collocare l’obelisco Vaticano, un progetto che sarebbe stato poi diretto dall’architetto Domenico Fontana (1543-1607) (Schiavo 1962, 150; Bevilacqua 1991, 275).

Nel 1670, ormai dentro al pontificato di Emilio Altieri, si avvia nella cappella della Minerva una nuova campagna di lavori diretti, come ricordato dall’abate Filippo Titi nella sua guida di Roma edita nel 1674, dal cardinale Camillo Massimo (16201677). Già padre Sebastiano Resta (1635-1714) segnalava che il quadro di Circignani fu rimosso per fare posto al dipinto di Carlo Maratti (16251713), raffigurante San Pietro che presenta alla Vergine i Santi canonizzati da Clemente X, tutt’ora visibile sull’altare dell’antico sacello. L’opera di Pomarancio, un olio su tela di grandi dimensioni (278×160 cm), risulta oggi conservata nella sede del Nuovo Circolo degli Scacchi in palazzo Altieri a Roma e, benché nota agli studi, è

rimasta quasi del tutto trascurata, anche perché a lungo è stata creduta perduta. L’antica immagine mariana di epoca medievale, dipinto murale staccato, erroneamente spesso confusa con la più nota Madonna Altieri, oggi in collezione privata a Londra, è invece collocata nella cappella Giustiniani, dopo esser stata conservata per molto tempo nel museo del convento di Santa Maria sopra Minerva.

Le mie ricerche, tuttora in corso, hanno quindi consentito di dare il giusto risalto alla figura di Lorenzo Altieri quale principale promotore del grande piano di elaborazione della nuova immagine della famiglia, alle soglie del Seicento. Lorenzo non fu solo il committente dei lavori nella cappella di famiglia, ma anche, e soprattutto, colui che diede avvio ai primi interventi di risistemazione del

Riferimenti bibliografici

palazzo nel Rione Pigna, sull’attuale piazza del Gesù, quella che le fonti più antiche citavano già come la piazza «de li signori Altieri» (Baglione 1642, 8), vista la presenza di numerose abitazioni appartenenti ai membri di questa casata.

Dopo l’inizio di tali lavori su impulso di Lorenzo, che il 18 aprile 1607 ottenne dal cardinale Pietro Aldobrandini (1571-1621) la prima autorizzazione per il rifacimento della facciata della propria abitazione accanto a quella del fratello Mario, l’intero progetto venne in seguito attuato dai suoi discendenti, soprattutto dal figlio Giovanni Battista (1589-1654), promotore a partire dal 1650 della prima e vera campagna di ristrutturazione edilizia, la cui direzione fu affidata all’architetto Giovanni Antonio de’ Rossi (1616-1695).

Amayden T. 1910, La storia delle famiglie romane, con note ed aggiunte del Comm. Carlo Augusto Bertini, 2 voll., Roma, Collegio araldico.

Apogeo e fine del Medioevo 1288-1431 2017, a cura di S. Romano, Milano, Jaca Books. Baglione G. 1642, Le vite de’ pittori, scultori et architetti, dal pontificato di Gregorio XIII del 1572 in fino a’ tempi di papa Urbano Ottavo nel 1642, Roma, per Andrea Fei.

Beaven L. 2010, An Ardent Patron. Cardinal Camillo Massimo and His Antiquarian and Artistic Circle. Giovanni Pietro Bellori, Claude Lorrain, Nicolas Poussin, Diego Velazquez, London-Madrid, Holberton-Centro de Estudios Europa Hispanica.

Bevilacqua M. 1991, Storia della famiglia dalle origini al XIX secolo, in Palazzo Altieri, introduzione di G. Spagnesi, testi di F. Borsoi et al., Roma, Editalia, 1991, pp. 263-285.

Bianco A. 2020, Le due esecuzioni di Rubens per la Chiesa Nuova: una questione oratoriana, in Rubens e la cultura italiana 1600-1608, a cura di R. Morselli e C. Paolini, Roma, Viella, pp. 87-100.

Caperna M. 1991, Cronologia delle fasi di realizzazione (1554-1734), in Palazzo Altieri, introduzione di G. Spagnesi, testi di F. Borsoi et al., Roma, Editalia, 1991, pp. 137-156.

Di Napoli Rampolla 2015, La decorazione della cappella Altieri in Santa Maria sopra Minerva in Roma nel XVII secolo, «Kermes», XXVIII, 97, 2015, pp. 56-64.

Risulta pertanto evidente, alla luce degli studi già condotti sul palazzo da Armando Schiavo (date degli studi di Schiavo) fino ai contributi più recenti sul tema, la necessità di fare ulteriore luce sul ruolo centrale giocato da Lorenzo, svolgendo nuove indagini sulle fonti letterarie e storiografiche e sulla documentazione d’archivio.

Dall’unione in seconde nozze di Lorenzo con Vittoria Delfini nacquero ben 16 figli, fra cui Giovanni Battista, primo rappresentante della famiglia a essere eletto cardinale nel 1644, ed Emilio Altieri, che passerà alla storia come papa Clemente X. Giovanni Battista, lungo il corso della sua carriera ecclesiastica, fu vicinissimo alle più note personalità della Roma della prima metà del XVII secolo, come Scipione Borghese (1576-1633), di cui fu maggiordomo, Urbano VIII (papa

dal 1623 al 1644) e Ludovico Ludovisi (1595-1632). Del resto «l’amore per le nobili fabbriche», come testimoniato da Armando Schiavo (1962, 150), che lo indusse a riprendere i progetti di risistemazione del palazzo sulla piazza del Gesù, doveva averlo ereditato proprio da suo padre Lorenzo. Non è quindi da escludere la possibilità che già prima dell’inizio delle rispettive carriere ecclesiastiche, Giovanni Battista ed Emilio, che diventò cardinale solo nel 1669, siano entrati in contatto con i più influenti personaggi – artisti, letterati, collezionisti – del panorama culturale romano e non solo, costruendo quei solidi rapporti che avrebbero poi contribuito a determinare la politica del pontificato di Emilio.

M aria GiuLia cErv ELLi Borsista Fondazione Camillo Caetani

Gnoli D. 1894, Descriptio Urbis o censimento della popolazione di Roma avanti il sacco borbonico, «Archivio della Società Romana di Storia Patria», 17, pp. 375-520.

Le postille di padre Resta alle «Vite» del Baglione. Omaggio a Simonetta Prosperi Valenti Rodinò 2016, a cura di B. Agosti, F. Grisolia, M. R. Pizzoni, Milano, Officina Libraria.

Marzi F. 1665, Historia ampliata di Tivoli, Roma, per Filippo Maria Mancini.

Morselli R. 2018, Tra Fiandre e Italia: Rubens 1600-1608. Regesto biografico-critico, Roma, Viella, 2018.

Palmerio G. – Villetti G. 1989, Storia edilizia di S. Maria sopra Minerva in Roma 1275-1870, Roma, Viella, 1989.

Reina G. 1999, Storia della famiglia, a cura di Di Castro D., Reina G., Safarik E., Roma, Palazzo Altieri. Le stanze al piano nobile dei cardinali Giovanni Battista e Palazzo Altieri, Milano, Ricci, pp. 7-12.

Rudolph S. – Prosperi Valenti Rodinò S. 2024, Carlo Maratti (1625-1713) tra la magnificenza del Barocco e il sogno d’Arcadia: dipinti e disegni, Roma, Ugo Bozzi, 2024.

Schiavo A. 1962, Palazzo Altieri, Associazione Bancaria italiana.

Titi F. 1674, Studio di pittura, scoltura, et architettura nelle chiese di Roma, Roma, per Filippo Maria Mancini.

Todini F. 1992, Un’opera romana di Giotto, «Studi di storia dell’arte», III, pp. 9-44.

Trasformazioni e resistenze della noblesse pontificia nella Roma napoleonica (1809-1814). Un cantiere di ricerca

Napoleone e Roma costituirono i poli di una relazione platonica –giacché il córso mai riuscì a visitare la città –, alimentata da simboli e da immaginari dell’Antichità classica e istituzionalizzata attraverso l’annessione degli eredi di Cesare tra i sujets del nuovo Augusto (A. Giardina, A. Vauchez, Il mito di Roma. Da Carlo Magno a Mussolini, Bari-Roma, Laterza, 2000). È vero, Bonaparte non giunse alle pendici del Campidoglio per prendere fisicamente possesso della sua sovranità e dunque donarla al figlio, nominato re di Roma dopo la sua nascita e per questo collocato dagli ex sudditi pontifici in continuità con la figura di Romolo (R. De Cesare, I romani e la nascita del re di Roma, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1996). Tuttavia, l’Urbe costituì un pilastro delle progettualità imperiali, soprattutto da quando fu designata «seconde ville de l’Empire», con decreto emanato il 17 febbraio 1810. Tra il 1809 e i 1814 la Città Eterna tornò nell’orbita francese per la seconda volta nell’arco di un decennio (si ricordi di quando questa entrò a far parte delle républiquesoeurs tra il 1798-1799) e i romani si trovarono costretti ad amalgamare la

propria identità a un disegno governativo nuovo. Nella dimensione imperiale assunse un ruolo nevralgico l’aristocrazia, che svolse una funzione di filtro tra Parigi e Roma, rappresentando a pieno titolo tanto le istituzioni francesi di fronte ai concittadini, quanto le istanze autoctone nei luoghi del potere nella Ville Lumière. Per meglio indagare la relazione tra ceto gentilizio locale e Impero bisogna compiere talune imprescindibili premesse storiografiche e metodologiche. Innanzitutto, la stagione napoleonica ha goduto di minore interesse di studio rispetto alla Repubblica di fine Settecento (M. Formica, La città e la rivoluzione. Roma 1798-1799, Roma, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, 1994; M. Caffiero, La Repubblica nella città del papa. Roma 1798, Roma, Donzelli, 2005). Basti pensare che il lavoro di Madelin, La Rome de Napoléon, edito nel 1906, costituisce tuttora l’ineludibile punto di riferimento per il quinquennio napoleonico e ancora non disponiamo di una sua traduzione in italiano. Non solo, a esclusione di sporadiche eccezioni (per es. L’Impero e la costruzione del consenso. La dominazione napoleonica negli stati

romani, 1809-1814, a cura di M. Caffiero, V. Granata, M. Tosti, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2013), la letteratura ha per lo più osservato il processo di francesizzazione dell’Urbe dalla prospettiva del ‘colonizzatore’ e quasi mai del ‘colonizzato’.

Il progetto di ricerca svolto presso la Fondazione Camillo Caetani tenta, per queste ragioni, di proporre una disamina che sia il frutto di sguardi molteplici e alternativi, grazie ai quali si cessi di assecondare le traiettorie più tradizionali della storiografia per dare risalto, viceversa, alla mentalità e ai comportamenti della nobiltà all’interno della dimensione transnazionale dell’Impero. Gli stessi scavi archivistici sono stati organizzati secondo questo spirito d’indagine e perciò, oltre allo spoglio dei fondi degli Istituti centrali a Roma e a Parigi, sono stati passati al setaccio gli archivi familiari, pubblici e privati. I carteggi intimi rinvenuti tra la cospicua documentazione di tali enti hanno dato luce a dinamiche informali di clientelismo, patronage e matronage praticate negli ambiti privati della sociabilità e purtuttavia in grado di esercitare una forte influenza negli spazi istituzionali (V. Dal Cin, Poteri informali in un’epoca di transizione. Le reti sociali dell’élite veneta in Età napoleonica (1806-1814), in «Ateneo Veneto», CCII, 2015, pp. 65-91). L’idea del progetto è quindi di sovvertire l’accezione dicotomica del binomio sfera pubblica/sfera

privata, per sottolineare, viceversa, i profondi intrecci tra questi due universi che permisero alle dame e ai signori dell’Alma città di trovare una collocazione privilegiata entro i confini imperiali.

Infine, lo spoglio di periodici e di memorie d’epoca ha consentito di accedere a testimonianze aggiuntive, utili a ricostruire le atmosfere del periodo e le attività di sociabilità del ceto aristocratico, in cui i funzionari imperiali intendevano favorire l’amalgama intercetuale con la borghesia, soprattutto di origine finanziaria.

Riconoscere che la noblesse avesse corposamente aderito alla vita imperiale rappresenta un primo fondamentale assunto per legittimare le ipotesi di partenza della ricerca (Ph. Boutry, La Roma napoleonica fra tradizione e modernità (1809-1814), in Storia d’Italia. Annali. Roma la città del papa. Vita civile e religiosa dal giubileo di Bonifacio VII al giubileo di papa Wojtila, XVI, a cura di L. Fiorani e A. Prosperi, Torino, Einaudi, 2000, pp. 935-973). Anche se in diversi casi non sostenne ideologicamente il modello governativo esportato dai francesi (cruciale il concetto di dissimulazione, considerata tra le principali virtù del savoir-faire aristocratico), comunque, il ceto dirigente fornì un contributo centrale sia per l’amministrazione dell’Urbe, sia per la cura dei rapporti tra la seconda città e la Ville Lumière.

Si voglia qui prendere a esempio la composizione del Comune di Roma

al 23 aprile 1810: il duca Braschi Onesti, nipote di Pio VI, fu nominato maire; come aggiunti si scelsero il principe Boncompagni, il principe Gabrielli, il duca Sforza Cesarini, il marchese Origo, il marchese Curti Lepri, il cavaliere Falconieri, il marchese Simonetti e poi Portonaro, negoziante e presidente del tribunale di commercio (MAE, CP ROME, vol. 944). Al 15 settembre 1813 poi, i nominativi incaricati di amministrare la stessa istituzione non si discostarono granché dalla selezione precedente e pertanto furono confermate a gestire la città le personalità «del sig. duca Braschi Onesti Maire attuale, e de’ sigg. Aggiunti principe Boncompagni Ludovisi, principe Pietro Gabrielli, duca Sforza Cesarini, marchese Alessandro Curti Lepri, marchese Giuseppe Origo, principe Filippo Albani, conte Luigi Marconi, e marchese Luigi Costaguti, tutti confermati, nelle loro funzioni con decreto Imperiale de’ 25 marzo di quest’anno» (Giornale politico del dipartimento di Roma, n. 111). Ancor più che in altre realtà della Penisola, dunque, a Roma furono i nobili a ottenere il primato amministrativo, sotto l’egida dei funzionari francesi, assumendo altresì il controllo della maggioranza dei seggi dipartimentali.

Gli aristocratici furono parimenti tra i principali animatori della cultura cittadina, sia a livello individuale sia familiare. Il duca Francesco Sforza Cesarini, ad esempio, ottenne la privativa di opere serie e balli per

i Carnevali del 1810 e del 1811: in quanto impresario del Teatro Argentina, contribuì a far evolvere la cultura operistica dell’Urbe reclutando giovani artisti dal gusto internazionale (tra questi, il giovane Rossini, al quale commissionò la scrittura del Barbiere di Siviglia pochi mesi prima della sua morte, avvenuta nel 1816); non va dimenticato come gli spazi privati di molte dimore gentilizie divenissero teatri e luoghi di divertissement in cui conversare, ballare e rafforzare così l’identità delle élite imperiali.

Inoltre, la nobiltà si insediò in diversi centri della sociabilità napoleonica. È il caso della Società Romana di Agricoltura, Arti e Manifatture, voluta fortemente da due baroni dell’Impero, de Gérando e de Tournon, e in cui si annoverarono al fianco di professori universitari (Metaxà, Morichini e Pessuti), di esponenti delle professioni liberali (come gli avvocati Timotei e Aleandri), di tecnici specializzati in agricoltura (l’agronomo Keller), di alti funzionari imperiali (i già citati de Gérando e de Tournon, ma altresì Miollis, Monge e Radet), i nominativi di Braschi, Sforza Cesarini e Giraud.

Altrettanto centrale fu l’esperienza filantropica dell’Urbe attraverso la Société de Charité Maternelle, la cui istituzione fu annunciata a Roma il 13 agosto 1810 (Giornale del Campidoglio, n. 106, p. 373). Questa assunse piena operatività dal 1811 e fu un’associazione in grado di fon-

dere concretamente l’expertise caritatevole cattolico con il rinnovato spirito laico promosso dall’Impero napoleonico (F. Guiducci, La società di Carità Materna. Le politiche genitoriali nell’Italia moderna, secoli XVIII-XIX, Roma, Carocci, 2025).

Dal report contenuto nell’Annuario di de Tournon del 1814 è possibile osservare come il Consiglio della società fosse composto da: la principessa Chigi (dama di Palazzo di Maria Luisa e presidente), la baronessa de Tournon, le duchesse di Bracciano, di Zagarolo, Lante e Sforza Cesarini, la contessa Marescotti, la principessa Santacroce e la marchesa Vincenti di Rieti, dama brevettata di Sua Maestà (Annuario politico, statistico, topografico e commerciale del Dipartimento di Roma, Roma, Presso Paolo Salviucci, 1814, p. 295).

Il quinquennio napoleonico permise dunque alla nobiltà laica di confrontarsi innanzitutto con la gestione diretta dell’amministrazione cittadina e dipartimentale; poi, innescò dinamiche ed effervescenze socio-culturali ben accolte dagli aristocratici – che si rivelarono un terreno fecondo sul quale impiantare i semi della secolarizzazione – al fine di instaurare network relazionali nelle sedi pubbliche e private del potere in grado di garantire loro una sopravvivenza individuale e parimenti di ceto pur nell’incertezza politica. E proprio quando questi dovettero rientrare nelle grazie di Pio VII, dopo la fine dell’esperienza napoleonica, si

dimostrò fondamentale la persistenza dei legami amicali e clientelari.

I Caetani

Ai duchi di Sermoneta spetta infine un ultimo doveroso, seppur succinto, affondo. Animatrice culturale della Roma settecentesca, la famiglia tuttavia fu solo saltuariamente attiva nel corso del quinquennio napoleonico. Il motivo, evidente, di tale assenza fu la morte di Francesco V, avvenuta il 24 agosto 1810, al quale si sommò la successione del figlio Enrico.

Sin dai primi mesi francesi, Francesco era entrato a fare parte del Senato romano nominato dalla Consulta Straordinaria il 1° agosto del 1809. Tale organismo, composto quasi esclusivamente da nobili, rappresentò di fatto un problema per l’imperatore che di certo ne limitò le funzioni. Fu così che molti esponenti poi tracimarono nella municipalità, confrontandosi con l’amministrazione diretta della città. Non solo, il nome del duca può essere rintracciato anche tra i componenti del comitato centrale per la propagazione dei vaccini insieme a Morichini, Lupi, Sarti, Metaxà e Flajani (figlio). Il significativo coinvolgimento dell’aristocratico in un organismo con tali mansioni tecniche trova giustificazione nel contributo offerto dal Caetani alle scienze nello Stato Pontificio. Egli aveva già fondato la specola, l’orto botanico, l’Accademia Esquilina e si schierò in difesa dei Lincei, opponendosi ai tentativi di censura del governatore di

Roma: non si dimentichi come questa istituzione avesse ottenuto rifugio nel palazzo di famiglia proprio dopo la prima Restaurazione, tra il 1801 e il 1807 (L. Fiorani, Caetani, Francesco, in DBI, XVI, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1973).

Per l’appunto, successore fu Enrico, nato nel 1780 e frutto dell’amore morganatico tra Francesco e Anna Maria Meucci. Egli divenne primogenito a seguito della prematura scomparsa del fratello Filippo, avvenuta nel 1807. Allo stato attuale della ricerca, Enrico sembrerebbe avere ricoperto un ruolo marginale nell’Urbe napoleonica, pur entrando a far parte della municipalità. Ciò sembrerebbe essere giustificato dal fatto che una delle principali preoccupazioni della famiglia in questo periodo fosse il dissesto economico pesantemente aggravato dallo stesso genitore. Fu proprio durante la Roma napoleonica che diversi esponenti della nobiltà intentarono una causa contro l’«ozioso» Francesco, accusato di imbecillità permanente: a tale controversia aderì lo stesso Enrico, ostile al padre per una gestione del patrimonio a suo dire dissennata.

Infine, fu Michelangelo, primogenito di quest’ultimo, a rendere propri gli ideali culturali, sociali, politici ed

economici della Roma francese, per sposare cause – pubbliche e private –della modernità (Napoleon’s Legacy. Problem of Government in Restoration Europe, a cura di D. Laven e L. Riall, Oxford, Berg, 2000)1. Più di tutto, il rampollo Caetani ebbe il merito di risanare le finanze familiari e di consegnare Roma, capitale, al neonato Regno d’Italia, dopo la Breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870 (Alcuni ricordi di Michelangelo Caetani Duca di Sermoneta raccolti dalla sua vedova (1804-1862) e pubblicati pel suo centenario, a cura di G. Monsagrati, Roma, L’Erma di Bretschneider, 2005).

Se la Roma napoleonica fu per i francesi un laboratorio di pratiche governative paracoloniali, anche in previsione del suo inserimento nel mosaico mediterraneo egemonizzato dall’Impero (C. Lucrezio Monticelli, Roma seconda città dell’Impero. La conquista napoleonica dell’Europa mediterranea, Roma, Viella, 2018), è altrettanto vero che la città si rivelò essere per la nobiltà autoctona un’officina in cui potere estendere il capitale sociale e sedimentare, tanto nel privato quanto nel pubblico, una rinnovata forma di preminenza.

cLaudio P EtriLLo Borsista Fondazione Camillo Caetani

1 Come sancito da una ormai cospicua tradizione storiografica, lo studio della transizione Napoleonica non può essere circoscritto ai soli periodi rivoluzionario e imperiale, bensì è necessario analizzare gli effetti di lungo periodo per definirne le eredità profonde. Da qui la necessità di indagare in questo senso anche la posteriore figura di Michelangelo (1804-1882).

Michelangelo Caetani e i Castellani: una piccola parure in oro e malachite

«Una novità artistica che ò prodotto in questi ultimi tempi che pure à qualche uso nell’oreficeria nostra»

Tra le memorie legate all’attività artistica di Michelangelo Caetani (1804-1882) conservate presso la Fondazione vi è un astuccio ottagonale foderato in velluto rosso contenente alcuni gioielli realizzati in oro e malachite: una fibula con cammeo, due orecchini pendenti e un piccolo bottone1. L’iscrizione in lettere greche

ΕΠΟΙΗΣΕ, incisa a grandi lettere sul bordo esterno piano del retro del cammeo, ne attesta l’autore (Fig. 1). Sotto l’attacco dello spillo, all’interno, è saldata una minuscola doppia CC intrecciata a rilievo, il marchio ideato da Michelangelo

per i gioielli degli orefici Castellani. Questa parure della Fondazione costituisce pertanto uno dei numerosi esempi della loro lunga collaborazione. La novità è qui costituita dal cammeo, firmato, che indicherebbe per la prima (e unica?) volta l’attività di Michelangelo come incisore in pietre dure, in questo caso tenere, trattandosi di malachite.

L’interesse di Michelangelo per l’oreficeria e i pluriennali rapporti di stretta collaborazione e amicizia con gli orafi Castellani – Fortunato Pio (1794-1865) e i figli Alessandro (18231883) e Augusto (1829-1914) – sono

Fig. 1. Caetani-Castellani, Gioielli in oro e malachite, fronte e retro.
Fig. 2. Lettera di Michelangelo Caetani a Alessandro Castellani, Roma, 1 marzo 1861. (recto e verso).
Palazzo Caetani
(2025)

ben noti 2 e sono stati al centro di numerosi approfonditi studi e ricerche confluiti, in particolare, nel catalogo della importante mostra tenutasi a New York, Londra e Roma nel 20042005, al cui catalogo si rimanda per l’ampia documentazione e la bibliografia3 arricchitasi in seguito da ulteriori studi e specifiche ricerche su singoli manufatti4.

L’incontro nel 1826 all’Accademia dei Lincei, dove Fortunato Pio presentava i risultati delle sue Ricerche chimico-tecnologiche sul colorimento detto Giallone delle manifatture in oro, aveva segnato l’inizio dell’interesse di Michelangelo per il mondo orafo5. Molto vasta è la documentazione dei disegni da lui elaborati, accompagnati da suggerimenti di vario genere, nel corso della lunga collaborazione con i Castellani, costituita essenzialmente dai due album e alcune cartelle della Fondazione 6 , dai volumi della corrispondenza del Fondo

Famiglia Castellani presso l’Archivio di Stato di Roma7, dai fogli degli Album del lascito di Alfredo Castellani al Museo Artistico Industriale di Roma8; un insieme di grande interesse, fondamentale per ricostruire l’evolversi dei loro rapporti nell’ambito della lunga comune attività, mostrando come sia a Michelangelo Caetani che i Castellani devono la loro affermazione e il grande successo in ambito europeo.

A documentare un aspetto particolare dell’attività manuale che Michelangelo esercitava personalmente

con grande diletto e con uno spiccato interesse per la tecnica della lavorazione, sia del metallo che delle pietre, sono questi gioielli della Fondazione che trovano puntuale riscontro in una sua lettera indirizzata ad Alessandro Castellani che a causa delle sue idee politiche era residente in esilio a Parigi9. La lettera del 1° marzo 1861 (Fig. 2) sembra infatti riferirsi proprio a questa parure, o a qualcosa di molto simile, che Michelangelo proponeva di realizzare, sperimentando personalmente la lavorazione della malachite:

(…) Le mando inclusa nella lettera una novità artistica che ò prodotto in questi ultimi tempi che pure à qualche uso nell’oreficeria nostra, nobilitando la malachita caduta nell’ignominia dei lavori stazionari di Strada Condotti. Questa ora ò incominciato a trattarla sul torno e ne ò fatto già varj bottoni, che sono per legarsi in spille e in altri modi, per aver valore di lavori antichi; che perciò io faccio con malachita di tinta uniforme, che imita la pietra turchina, e fa mostra talvolta di rame antico, ossia bronzo con patina. Se ne può fare piccole patere, chiodi, e borchie. Se i due bottoni a Lei piacciono per usarne, Le sarà facil cosa farne far legatura costà sotto la Sua direzione. Questo metodo del torno per pietre tenere in oreficeria credo sia cosa nuova. Ò ugualmente tornito una turchina di poco prezzo che à riuscito assai bene per una spilla tenuta da 4 maglie lunghe e ripiegata dal cerchio ch’è didietro, e sopra ciascuna maglia vi è altra posata, che vien chiusa da una pallina. Suo fratello (Augusto) mi ha promesso con questa spedizione farle avere una simile spilla ov’è una malachita di mio lavoro per saggio.

Non manca, come nelle altre lettere del carteggio, una sferzante al-

lusione alle questioni politiche del momento:

Ecco italizzate anche le malachite, e pure vi son pietre e fermissime pietre in S. Pietro che non vogliono italizzarsi.

L’immagine del cammeo «una malachita di mio lavoro», montato nella spilla, orgogliosamente firmato in grandi lettere greche ad emulazione dei grandi incisori romani del XVIII e XIX secolo, primi fra tutti Giovanni Pichler (1734-1791) e il più giovane fratello Luigi (1783-1854), poteva essere liberamente ripresa da alcune delle maschere sceniche nelle tavole (XXIVXXV, LXX) del volume di Francesco Ficoroni Le maschere sceniche e le figure comiche d’antichi romani, stampato a Roma nel 1736 o dai molti mascheroni marmorei sparsi per Roma. È montato in una fibula il cui modello, ideato dallo stesso Michelangelo, è ben documentato con alcune varianti nella produzione degli amici orafi. Si vedano ad esempio le fibule con elementi godronati per i notevoli cammei con la Medusa in sardonica del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia (inv. 85215)10 e con la Carità, in zaffiro, dell’incisore Giorgio Antonio Girardet (1829-1892), oggi al Metropolitan Museum of Art di New York (inv. 1969-40-44). Una variante dalla forma più arrotondata era destinata ai preziosi micromosaici11. Le due piccole CC intrecciate a rilievo in oro, il marchio che si ritiene disegnato da Michelangelo per i gioielli Castellani («l’oreficeria nostra»), qui applicate

all’attacco dello spillo confermano quanto indicato nella lettera circa la montatura dei frammenti di malachite, dopo la politura al tornio da lui effettuata: «Le sarà facil cosa farne far legatura costà sotto la Sua direzione». E ancora «Suo fratello (Augusto) mi ha promesso con questa spedizione farle avere una simile spilla ov’è una malachita di mio lavoro per saggio», una chiara conferma del Michelangelo incisore.

I due orecchini, arricchiscono la malachite piccolissimi elementi aurei, sono di un tipo molto semplice e popolare già da molti anni e ricordano quelli indossati dalla signora W. Ashley (?) in un disegno dello stesso Michelangelo risalente al 182812 (Fig. 3). I tre elementi rotondi presentano al centro un bottoncino a rilievo.

L’esame della malachite dei pendenti e del bottone, fornito sul retro di un piccolo ago, mostra molto bene la lavorazione effettuata al tornio come indicato da Michelangelo nella lettera: «ò fatto già varj bottoni, che sono per legarsi in spille e in altri modi» cercando di utilizzare i piccoli frammenti di malachite – malachite di tinta uniforme –, scelti con minime venature, quasi monocromi:

Questa ora ò incominciato a trattarla sul torno e ne ò fatto già varj bottoni, che sono per legarsi in spille e in altri modi, per aver valore di lavori antichi; che perciò io faccio con malachita di tinta uniforme, che imita la pietra turchina, e fa mostra talvolta di rame antico, ossia bronzo con patina. Se ne può fare piccole patere, chiodi, e borchie.

Fig. 3. Michelangelo Caetani, Ritratto della signora W. Ashley (?), 1828 matita su carta.

La malachite veniva raramente usata per i cammei e non è infatti presente, se non in casi rarissimi, nella produzione dei più importanti incisori del tempo ai quali gli orafi romani si rivolgevano abitualmente per i loro gioielli13. È lo stesso Augusto Castellani a motivarne la ragione nel suo trattatello Delle gemme, edito a Firenze nel 1870:

la durezza e la ineguaglianza di solidità rende questa pietra poco adatta all’incisione. Spesso tentarono inciderla al principiar del presente secolo e ne fecero guernimenti di varie sorte, ma questi non riuscirono buoni lavori di arte.

Già nel 1772 Francesco Griselini nel Dizionario delle Arti e de’ Mestieri precisava per la malachite «siccome la sua sostanza è grassa, così non è molto atta all’intaglio come neppur la turchese»14, dovendo inoltre considerare come la presenza delle venature scure impedisca un’ottimale lettura dell’immagine. Già al tempo di Fortunato Pio Castellani gli Inventari del Negozio (1832-1835, 1838), ne attestano, pare proprio su suggerimento di Michelangelo, l’utilizzo per «finimenti» e «bottoni» e «un diadema all’uso antico con camei in malachite e pendenti» è in vendita nel 1835 nel negozio di palazzo Raggi in via del Corso. Sono gli anni dei frequenti scambi commerciali con la Russia che venivano effettuati da Castellani per il tramite di alcuni orefici, quali Giovanni Silvestri a Roma e Augusto Zwerner residente a San Pietroburgo, che

consentivano l’approviggionamento, con altre pietre pregiate come i lapislazzuli, di questo minerale particolarmente costoso. Per gli inconvenienti ricordati si preferiva, ottenendo brillanti risultati, riservare l’utilizzo della appariscente malachite, per elementi decorativi con superficie piana, come attestano le basi dei preziosi busti dei Dodici Cesar i, in agata e sardonica registrati nel 1833 nella Descrizione degli oggetti in essere nel negozio di oreficeria al corso n. 174 del Sig. F. Pio Castellani15. I prodotti «stazionari di Strada Condotti», ai quali si fa cenno con sufficienza nella lettera di Michelangelo, alludono a vistose e appariscenti parure di collane e pendenti con cammei intagliati in modo piuttosto grossolano.

I gioielli che compongono la piccola parure rappresentano un esempio della «oreficeria nostra», della collaborazione tra Michelangelo, autore del cammeo e della scelta e preparazione delle pietre, e i Castellani autori delle montature con il loro oro giallone.

Rimane infine da comprendere quale sia stato il percorso effettuato da questo astuccio con i gioielli e dal gruppo di lettere di Michelangelo Caetani ad Alessandro Castellani, che nel 1861 dovevano essere a Parigi, per ritornare, non si sa quando e con quali modalità, nel Palazzo Caetani a via Botteghe Oscure.

1 Astuccio: cm 9,9×9, 9×2,5; la spilla cm 5,5×3,9; la parte centrale diametro cm 3,1; il cammeo cm 2,5, spessore cm 1; orecchini cm 3,5: diametro bottoncino cm 0,8; bottone: cm 1,2×0,9.

2 M. Donati, L’oreficeria: Michelangelo Caetani e i Castellani, in Palazzo Caetani storia arte e cultura, a cura di L. Fiorani, Roma 2007, pp. 347-362.

3 Castellani and Italian Archaeological Jewelry, a cura di S. Weber Soros – S. Walker, New York, London 2004; ed. italiana Roma 2005

4 Cfr. Donati, L’oreficeria; La camera delle meraviglie. Seduzioni dai gioielli Castellani, a cura di A. Russo Tagliente – I. Caruso, Roma (per il riallestimento del 2015); D. Di Castro, The Castellani, Jewelry Workshop. An Approach under the lens of Archival Material, Anzio (RM), 2019.

5 Donati, L’oreficeria, p. 347.

6 Roma, Fondazione Camillo Caetani, inv. 1655-1666 (Fondazione Camillo Caetani, La collezione Dipinti-Sculture-Disegni, a cura di D. K. Marignoli – G. Sapori, Roma 2024, p. 344, n. 31).

7 Roma, Archivio di Stato, Famiglia Castellani, Regg. 33-35 (1832-1835).

8 Donati, L’oreficeria.

9 Roma, Fondazione Camillo Caetani, Archivio Caetani, Fondo Caetani Contemporanei, Michelangelo a diversi, Lettere a Alessandro Castellani, n. 8 (per il carteggio C. Fiorani, Michelangelo Caetani e Alessandro Castellani. «L’antico gusto non piace che a pochi, a me infinitamente ed esclusivamente », in La camera delle meraviglie, pp. 44-47); v. anche L. Pirzio Biroli Stefanelli, Michelangelo Caetani e gli orafi Castellani: i documenti della Fondazione, «Palazzo Caetani», 4-5 (2016-2017), pp. 37-40.

10 L. Pirzio Biroli Stefanelli, Jewels with cameos and intaglios: the Castellani and the Roman Gems Carvers, in Castellani and Italian Archaeological Jewelry, pp. 111, 116, figg. 4-15, 4-27; L. Pirzio Biroli Stefanelli, I Castellani e gli incisori romani in pietra dura, in La camera delle meraviglie, pp. 60-65, fig. 4.

11 Castellani and Italian Archaeological Jewelry, p. 162, figg. 6-19.

12 Donati, L’oreficeria, fig. a p. 357.

13 Pirzio Biroli Stefanelli, Jewels with cameos and intaglios, pp. 102-127; L. Pirzio Biroli Stefanelli, I Castellani e gli incisori romani in pietra dura, in La camera delle meraviglie, pp. 60-65, fig. 4.

14 F. Ghiselini, Dizionario XII, 1772, p. 279; A. Castellani, Delle gemme. Notizie raccolte da Augusto Castellani, Firenze 1870, p. 145.

15 L. Pirzio Biroli Stefanelli, Roma 1831-1838. Piccole sculture in pietra dura nel negozio di Fortunato Pio Castellani a Palazzo Raggi al Corso, in Splendida minima, Piccole sculture preziose nelle collezioni medicee dalla Tribuna di Francesco i al tesoro granducale catalogo della mostra a cura di V. Conticelli, R. Gennaioli, F. Paolucci, Firenze, Museo degli Argenti, Livorno 2016, pp. 141-147, in particolare per l’uso della malachite e la documentazione nell’Archivio Castellani, pp. 145-146, nota 22.

La «Pratica Don Camillo»

Nel corso dei lavori di riordinamento del fondo Caetani contemporanei, è stato rinvenuto, tra le carte di Lelia e di suo marito Hubert Howard, un fascicolo dal titolo inequivocabile, «Pratica Don Camillo», contenente a sua volta una camicia riconducibile agli anni Sessanta, dal titolo ancora più esplicito, «Esumazione della salma di S. E. Don Camillo Caetani» (Archivio Caetani, Caetani contemporanei, Lelia Caetani Howard, Miscellanea, b. 1, fasc. 1). Fino ad oggi erano note solo alcune carte relative alla morte dell’erede del duca di Sermoneta – avvenuta in combattimento il pomeriggio del 15 dicembre 1940 a Sella Golëm, non troppo distante da Progonat in Albania – grazie ai riferimenti fatti da Dominique de Saint Pern nel suo libro su Edmonde Charles-Roux, la figlia dell’ambasciatore francese presso la Santa Sede amata da Camillo, alle testimonianze dei caporal maggiori Egidio Arrighi e Amedeo Borgonovo rilasciate nella primavera del 1941 al colonnello Sorice e al Processo verbale di constatazione della morte e di identificazione della salma effettuato nel maggio di quell’anno (D. de Saint Pern, Edmonde, Paris 2019). L’esame di questa documentazione inedita, ora parte della serie Lelia Caetani Howard, e di singole lettere che sono

state rinvenute nella corrispondenza di Roffredo Caetani con la figlia e di Hubert Howard, consente di fare luce sulle vicissitudini che riguardarono il rimpatrio nei primi anni Sessanta delle salme dei caduti italiani in Albania, in un quadro tutt’altro che facile nei rapporti bilaterali tra i due paesi, con tutte le difficoltà identificative e logistiche del caso. Proviamo, dunque, a mettere insieme tutte le tessere di questo triste mosaico, partendo dalla morte di Camillo fino ad arrivare al ritorno misterioso della salma in Italia. Camillo Caetani giunse a Durazzo il 6 settembre 1940, nelle vesti di tenente della I compagnia del XXVI battaglione Genio Artieri, dopo aver trascorso in Puglia il periodo estivo. Il giovane erede del duca di Sermoneta attraversava l’Adriatico con sulle spalle il mito dello zio Gelasio, l’eroe del Col di Lana, ma senza che la sua famiglia fosse considerata propriamente fascista, anzi tutt’altro. Dominique de Saint Pern ha riportato un colloquio avvenuto tra Edmonde Charles-Roux e il ministro degli Esteri italiano Galeazzo Ciano, durante il quale la donna francese implorò il genero di Mussolini di fare in modo che Camillo non fosse destinato in prima linea. In un primo momento, Ciano rispose in modo alquanto enig-

Archivio Caetani, fondo fotografico, I versamento, Famiglia, n. 96.

matico e velatamente sprezzante verso le famiglie della vecchia aristocrazia, per poi informarla che già Cora degli Antinori, zia di Camillo e moglie di Michelangelo «Misce» Caetani, si era interessata presso di lui per il nipote, ottenendo una sua risposta affermativa. Tuttavia, la disponibilità di Ciano aveva trovato un ostacolo insormontabile in Marguerite Chapin la quale, sempre secondo il racconto della Saint Pern, aveva risposto al funzionario incaricato: «Les Caetani n’acceptent pas de faveur d’un fasciste» (D. de Saint Pern, Edmonde, pp. 128-132).

Dopo l’inizio delle ostilità con la Grecia, la I compagnia fu impiegata in una serie di lavori di costruzioni, riparazioni e collegamenti sull’accidentato terreno ellenico, sferzata da un clima piovoso, poi nevoso e rigido, e, dal mese di novembre, incalzata dalla controffensiva greca. La mattina del 9 dicembre, su ordine del colonnello Francesco Sclavo, comandante la divisione «Modena», la I compagnia fu trasferita a Sella Golëm, una zona montuosa del distretto di Argirocastro, in uno dei punti chiave della resistenza italiana sul territorio albanese, per compiere dei lavori difensivi a vantaggio del II battaglione del XLII reggimento Fanteria. Sia dal carteggio di Camillo che, almeno in parte, dalla relazione del capitano Ridolfi, comandante della I compagnia, traspare la difficoltà creata dalle rigide condizioni climatiche in cui si trovarono ad operare gli italiani senza un adeguato equipaggiamento.

Dal 12 i due plotoni di genieri della I compagnia, uno dei quali comandato proprio dal tenente Caetani, di stanza a Sella Golëm insieme agli uomini del II battaglione furono oggetto di pesanti attacchi da parte dei greci, che costrinsero gli italiani a modificare parzialmente la propria posizione. Più o meno verso mezzogiorno del 15 dicembre, Sella Golëm subì l’ennesimo attacco greco, al quale gli italiani risposero, con in testa il tenente Caetani, lanciando le bombe a mano e a colpi di mitragliatrice. Sia la versione del caporal maggiore Amedeo Borgonovo che quella di poco successiva del capitano Ridolfi (in quel momento assente perché di ritorno da Progonat), concordano nel dire che alla fine gli italiani rimasero senza munizioni e furono sopraffatti. L’unico ad aver visto la morte del tenente Caetani fu il sottotenente Gaspare Salituro, il quale ferito ad una gamba riportò al colonnello Sorice, capo di Gabinetto del Ministero della Guerra, l’accaduto: «Vidi il tenente Caetani cadere mentre lanciava bombe a mano. Non ci fu possibile raggiungere la posizione ove cadde, essendo quasi tutti feriti e mitragliati dal nemico che aveva occupato la posizione» (AC, Cc, Camillo Caetani, b. 2, fasc. 8).

La notizia della morte del giovane patrizio romano non arrivò subito in Italia, bensì nei primi giorni del gennaio 1941. Il cugino Giuseppe Marchetti Longhi ne celebrò su «Il Giornale d’Italia» del 16 gennaio il «destino eroico», che proprio mentre

segnava la tragedia di una famiglia «schiantata dalle sue fondamenta», rendeva il suo casato eterno e poneva lo stesso Camillo nel solco di Bonifacio VIII, del capitano della battaglia di Lepanto Onorato Caetani e dell’eroe del Col di Lana Gelasio (G. Marchetti Longhi, Destino eroico d’una grande e storica famiglia romana, in «Il Giornale d’Italia», 16 gennaio 1941).

L’occupazione di Sella Golëm da parte dei greci rese impossibile raggiungere il corpo di Camillo nell’immediato. Totalmente false appaiono, a tal proposito, le parole contenute in una lettera scritta l’8 gennaio da Toto Valentini della Luogotenenza generale italiana in Albania a Ruggero Schiff Giorgini, a proposito di una già avvenuta sepoltura del giovane. Lo stesso colonnello Sorice non esitò a mentire a Roffredo Caetani pochi giorni dopo, rassicurandolo sul fatto che: «non appena sarete in grado di recarvi a visitare la Tomba del vostro compianto Figliuolo, questo ministero interesserà il comando Superiore forze armate Albania per tutte le possibili facilitazioni» (AC, Cc, Camillo Caetani, b. 2, fasc. 11).

Del resto, solo la sconfitta della Grecia, ottenuta nel mese di aprile grazie al determinante intervento tedesco, rese possibile raggiungere la salma. Il processo verbale conservato in duplice copia nell’archivio Caetani, a firma del sottotenente Mario Marsigli, ufficiale medico, e dal tenente cappellano militare Don Bonfiglio Bazzoli, racconta il sopralluogo ef-

fettuato il pomeriggio del 14 maggio 1941 laddove era avvenuto il combattimento dal generale Romeo Borriello, delegato della famiglia Caetani, dal capitano Ridolfi, da Giovanni Ragusin, capomanipolo del XXXVI battaglione Camicie Nere, dal sottotenente Querel Quirini, III battaglione del XLII Fanteria, e dal caporal maggiore Carlo Cappelli, III plotone della I compagnia del XXVI battaglione Genio Artieri. La neve aveva contribuito a conservare i corpi. Si legge nel documento che, durante la ricerca, «hanno rinvenuto sul pendio presso la vetta perpendicolarmente ad essa, riversa, con i piedi nella parte alta, la salma di un tenente del Genio che aveva a 25 cm dalla testa l’elmetto con due fori». Tutt’intorno giacevano i cadaveri degli altri cinque genieri morti, dei fanti del XLII e dei greci, con bossoli, elmetti e zaini. Ridolfi e Cappelli riconobbero la salma di Camillo, che presentava ferite multiple al corpo e alla testa, e trovarono a poca distanza dall’elmetto un foglio ripiegato in quattro firmato dalla madre e preso dal generale Borriello. Due giorni più tardi, il corpo di Camillo Caetani fu tumulato nel Cimitero militare italiano di Valona. Immediatamente il generale Borriello telegrafò al duca Roffredo per informarlo sia del rinvenimento che della sepoltura. Il generale tornò nuovamente in Albania nella primavera successiva per visitare la tomba che, scrisse a Roffredo, «rimane isolata dove venne da me fatta disporre,

e nell’ordine nel quale da me venne lasciata». Tuttavia, vista l’impossibilità di un rimpatrio, nel febbraio 1943

Borriello ottenne l’autorizzazione per traslare il feretro del tenente Caetani al Cimitero militare di Tirana ed inumarlo nella tomba 572 in una cassa di legno e zinco recante lo stemma del casato e le iniziali C. C.. Nell’autunno del 1942, su proposta del tenente colonello Alfarano, comandante del Genio del XXV corpo d’armata, il re Vittorio Emanuele III conferì la medaglia d’argento al valor militare alla memoria di Camillo Caetani (AC, Cc, Camillo Caetani, b. 2, fascc. 8, 11).

Finita la guerra, le vicissitudini sia dei caduti che dei prigionieri italiani in Albania finirono al centro di un intricato e complesso rapporto tra le due sponde dell’Adriatico, aggravato dalla Guerra fredda. Le famiglie si fecero avanti più volte per ottenere il rimpatrio dei propri cari e tra queste anche la famiglia Caetani, come si può evincere da due lettere scritte da Roffredo alla figlia Lelia nel 1954 ma senza ottenere i risultati sperati (AC, Cc, Roffredo Caetani, Roffredo Caetani a Diversi, b. 4, fasc. 2). La situazione si sbloccò nel 1958 in seguito alla firma del Protocollo per l’esumazione e il trasferimento delle salme degli italiani caduti in Albania, ma solo in parte, visto che molti cimiteri erano stati addirittura saccheggiati e i cadaveri gettati in fosse comuni. Quando il 28 luglio 1960 attraccò nel porto di Bari la nave Vicenza con a bordo circa quattromila salme di caduti esumati per conto del

Commissariato generale per i caduti in guerra del Ministero della Difesa, la famiglia Caetani iniziò a muovere i primi passi, conscia della realtà dei fatti. Il 19 settembre Federico Bracco, amministratore di Casa Caetani, si rivolse al capo delegazione generale Domenico Bandini pregandolo di fare il possibile per identificare la salma del tenente Caetani, dopo aver saputo che il cimitero era stato divelto e consapevole del fatto che c’erano «solo pallide speranze» di riavere i resti. Circa un mese più tardi, rispose da Tirana il generale Bandini e, dopo aver spiegato che al saccheggio era seguita la concentrazione dei cadaveri di quasi 800 soldati italiani in una fossa comune e l’utilizzo dello spazio ricavato per estendere l’attiguo cimitero musulmano, confermò le paure di Bracco, sottolineando che tra le circa 50 salme recuperate non c’era quella di Camillo. Concluse dicendo che avrebbe fatto «tutto quanto possibile» ma che «non ci si debba fare eccessive illusioni» (AC, Cc, Lelia Caetani Howard, Miscellanea, b. 1, fasc. 1).

La scomparsa del duca Roffredo lasciò la responsabilità del ritrovamento dei resti di Camillo a Lelia e a suo marito Hubert. Proprio in concomitanza con la morte del duca, la famiglia cercò di ottenere anche la commutazione della medaglia d’argento in oro, forse sperando che quanto accaduto alle spoglie del proprio caro potesse in qualche modo ingigantire ancora di più la portata della sua morte. Di preciso, non è

dato sapere chi avanzò direttamente la richiesta. Sappiamo, infatti, che James Clement Dunn, ex ambasciatore americano in Italia e all’epoca inquilino a Palazzo Caetani, era in contatto con il ministro della Difesa Giulio Andreotti, mentre Bracco comunicava con il consigliere di Stato Gilberto Bernabei, il quale annunciò all’amministratore l’inesistenza di ulteriori motivazioni per commutare la medaglia. Caduta, dunque, l’ipotesi di quel riconoscimento, restava in piedi quella del rinvenimento della salma.

Finalmente il 17 dicembre 1961 furono rimpatriati e trasportati nel Comprensorio militare di Capurso, in Puglia, i resti presunti di Camillo Caetani che furono tumulati nella cappella di famiglia al cimitero romano del Verano all’inizio del 1962.

A quel punto sembrava davvero che le peripezie delle spoglie del giovane tenente e la sofferenza della famiglia fossero giunte ad un epilogo ma ciò non corrispondeva alla realtà. Sappiamo da una lettera senza data, dunque evidentemente una copia, indirizzata da Lelia al Commissariato generale Onoranze Caduti in guerra, che a tumulazione avvenuta, lo stesso uffi-

cio del Ministero della Difesa aveva comunicato alla famiglia Caetani il rinvenimento nel cimitero di Valona di un’altra salma con l’indicazione relativa a Camillo, in quel momento depositata a Capurso. Dinanzi ad un dilemma simile, la donna si disse disponibile ad autorizzarne il trasferimento a Roma e la tumulazione nella cappella al Verano insieme alla salma già presente (ivi). È possibile immaginare che Lelia avesse deciso in tal senso, dietro consiglio del marito Hubert Howard, il quale aveva contattato Elsa Dallolio, amica di vecchia data della famiglia Caetani, affinché interessasse la Croce Rossa della questione del ritrovamento di Camillo. Le ricerche non avevano dato esito ma Dallolio, in un biglietto del 25 maggio 1962, incoraggiò Hubert a dare seguito a quanto deciso, «cioè» – annotò di proprio pugno il gentiluomo inglese forse in una fase successiva – «di accettare le due salme, e conservarle nella Cappella Caetani al Verano – che infatti è cosa faremo, non sapendo quale è il vero» (AC, Cc, Hubert Howard, Diversi a Hubert Howard, b. 1, fasc. 4).

Cassola, Einaudi e «Botteghe Oscure»

L’identità del campo letterario italiano degli anni Cinquanta è fortemente legata alla convergenza di motivi storici, ideologici e letterari. La fine della Seconda guerra mondiale porta infatti con sé l’idea e la suggestione di un nuovo inizio, e la Liberazione imposta un orizzonte di responsabilità morali che investe la società italiana in modo trasversale. Per questo motivo, la volontà intellettuale di ripensare il sistema dell’impegno culturale invera anche l’articolazione di progetti e traiettorie prettamente letterari. In quest’ottica, la figura di Carlo Cassola risulta emblematica: lo studio dei racconti e dei romanzi pubblicati dall’autore nel corso degli anni Cinquanta, nonché l’indagine del suo posizionamento intellettuale (in accordo anzitutto alle collaborazioni editoriali, al lavoro giornalistico e all’attività militante, ideologica e politica) consentono di isolare e verificare le connessioni esistenti tra il piano della ricerca stilistica e il dispiegamento dell’identità culturale negli anni Cinquanta. Con l’obiettivo, dunque, di studiare la rete culturale del periodo a partire in particolare dall’influenza esercitata da programmi letterari all’apparenza divergenti, ho considerato in modo prioritario i rapporti esistenti

tra Cassola, la casa editrice Einaudi (che instaura un dialogo diretto con gli ambienti e i programmi politici di sinistra, in particolare comunisti) e la realtà editoriale di alcune riviste culturali e letterarie dell’epoca, a cominciare da «Botteghe Oscure» di Marguerite Caetani (che si fonda su un’implicita apoliticità letteraria – o meglio: su un «anticomunismo di sinistra moderata»1).

Negli anni Cinquanta, quindi, Cassola dialoga in modo prioritario con la casa editrice Einaudi – con cui pubblica i romanzi Fausto e Anna nel 1952, I vecchi compagni nel 1953, La casa di via Valadier nel 1956 (edito per la prima volta l’anno precedente su «Botteghe Oscure»), Un matrimonio del dopoguerra nel 1957 e La ragazza di Bube nel 1960 – e con «Botteghe Oscure» (su cui escono i racconti La moglie del mercante e Le amiche nel 1949, il romanzo breve La casa di via Valadier nel 1955 e il racconto Rosa Gagliardi nel 1956). Cassola collabora inoltre con Laterza (per un lavoro di inchiesta condotto con Luciano Bianciardi, da cui nasce I minatori della Maremma nel 1956) e con Feltrinelli, con cui pubblica il reportage Viaggio in Cina nel 1956 e Il soldato nel 1958, volume che raccoglie il racconto lungo omonimo e

Rosa Gagliardi, già edito sulla rivista di Marguerite Caetani (è bene notare che la collaborazione con l’editore milanese è interamente motivata e mediata dall’amico Bassani, che era, come è noto, l’unico vero redattore di «Botteghe Oscure»).

Per quanto riguarda il rapporto con Einaudi, la consultazione dell’archivio della casa editrice 2 ha portato all’individuazione di documenti inediti – in particolare carteggi, in cui l’interlocutore primario di Cassola è Calvino – che testimoniano dell’attenzione che la casa editrice torinese dedica al lavoro e alla selezione autoriale portati avanti da «Botteghe Oscure»3, confermando un riconoscimento di prestigio che si mantiene stabile, e anzi si rafforza, lungo tutto il corso degli anni Cinquanta. A questo proposito, in una lettera del 10 ottobre 1956, Calvino scrive a Cassola: «Vedo che continui a scrivere come un treno: cos’è questa cosa di Botteghe Oscure?» 4 (il testo in questione è Rosa Gagliardi). L’attenzione alimenta una vera e propria trattativa nel momento in cui Einaudi progetta di pubblicare i racconti che Cassola ha già promesso a Bassani. In una lettera di poco precedente, datata 6 ottobre 1956, Cassola confessa a Calvino: «Per quanto riguarda “Il soldato”: a questo proposito ti arrabbierai molto, e avrai anche ragione. Si arrabbierà anche Giulio Einaudi, e mi dispiace molto. “Il soldato” l’ho dato a Bassani, per la nuova collana di Feltrinelli».

A partire dall’analisi dei testi e dallo studio dei carteggi è stato inoltre possibile isolare, nell’esperienza di Cassola, due traiettorie narrative principali: alla scrittura di romanzi l’autore affianca la composizione di racconti (anche come riscrittura di racconti giovanili), e tra i due generi sussistono alcune differenze tipologiche. Nello specifico, i racconti intercettati da Bassani per «Botteghe Oscure» e Feltrinelli appartengono a uno spazio creativo in cui Cassola si sente libero di condurre una sperimentazione eminentemente letteraria. Il processo di scrittura è quindi duplice: nei romanzi, in particolare in Fausto e Anna e nei Vecchi compagni, Cassola integra il contenuto storico-memoriale (imperniato sull’esperienza della Liberazione, che l’autore vive in prima persona) in un racconto che svolge l’arco lungo della vita dei personaggi (implicando in tal senso modelli romanzeschi tradizionali, come quello della Bildung). In questa direzione il romanzo informa, implicitamente, una funzione morale che misura la propria efficacia sulla possibilità di raggiungere un pubblico ampio. Nei racconti, invece, Cassola coltiva un’attenzione specifica al piano delle relazioni quotidiane, minute e sentimentali dei personaggi, nonché alla costruzione di scenari provinciali in cui il focus primario si sposta dal contenuto ideologico all’elaborazione stilistica e letteraria della realtà. In tal senso le differenze interne alla

produzione di Cassola trovano corrispondenza nella sede editoriale dei testi: da un lato i romanzi, editi da Einaudi, dall’altro lato i racconti, intercettati da Bassani per «Botteghe Oscure» e Feltrinelli.

La differenza, che appare evidente considerando gli esiti narrativi e l’identità programmatica delle sedi editoriali, risulta tuttavia discutibile alla luce dell’iter editoriale dei testi (a partire per esempio dalla contrattazione nata intorno a Il soldato). Un ulteriore esempio è offerto da uno scambio tra la casa editrice Einaudi – nella persona di Calvino – e Cassola, incentrato sul progetto di raccogliere in un solo volume einaudiano il romanzo breve Un matrimonio del dopoguerra e i racconti pubblicati su «Botteghe Oscure». Nello scambio in questione, Calvino rimprovera a Cassola la tendenza a scrivere romanzi «delusivi» (ossia storie che deludono le aspettative del lettore, desideroso di suspense e plot twist). In una lettera del 1° marzo 1957, Calvino scrive a Cassola: «Io ho sempre la preoccupazione che è ora che tu scriva un libro che richiami il pubblico e gli faccia cercare anche gli altri»; e a proposito di Un matrimonio del dopoguerra, pubblicato da Einaudi nel 1957, aggiunge:

Io credevo molto in Un m.d.d., che aveva tutti i numeri per essere quel libro, ma finisce in piscem come sempre tu, e il lettore, proprio perché lo hai messo in una certa suspense sarà insoddisfatto. Ma perché non sparano? Non fanno qualcosa di risolutivo? Eh, lo so,

tu sei fatto così, se una volta ti sei lasciato a fare un suicidio (bellissimo) lo sei andato a fare non alla fine ma al primo capitolo [Calvino si riferisce alla prima scena de I vecchi compagni].

La lettera di Calvino prosegue in modo imprevisto; vale a dire che dopo aver suggerito a Cassola di considerare le aspettative del pubblico, Calvino passa a elogiare il racconto Rosa Gagliardi, pubblicato appunto su «Botteghe Oscure», soffermandosi in modo particolare sugli elementi del racconto che si distaccano in modo evidente dai dispositivi romance descritti e promossi poco sopra:

Ho letto Rosa Gagliardi. È bellissimo, una delle tue cose più belle, non capisco perché lo sottovaluti. Rifà un po’ Le amiche ma qui c’è più giro. Quei bagni sono una cosa da spezzare il cuore. Quei tre paesi che non si ricorda l’ordine dei nomi. Io non sarei affatto contrario a metterlo insieme al Matrimonio e fare un libro più robusto. Si collegano, per contrasto, ma si collegano, entrambi storie di «destini», sul medesimo paesaggio, in diversa temperie storica.

Calvino elogia quindi Rosa Gagliardi e, insieme, un altro racconto di Cassola uscito nel 1949 su «Botteghe Oscure», ossia Le amiche.

Nella risposta di Cassola a Calvino, del 5 marzo 1957, si legge:

Non credere che non senta le mie responsabilità verso l’editore: proprio perché le sento, sono mortificato che i miei libri abbiano per il momento così poco successo di vendita. E non dico che non vi contribuisca quella delusività su cui tu riconduci ancora una volta il discorso. Ma confido che alla fine riuscirò

a farmi capire, cioè a far accettare anche la delusività. Per quanto riguarda «Un matrimonio del dopoguerra», come sai, ti sono molto grato di avermi spinto a rimetterci le mani; ma credo anche di essermi fermato al momento giusto. Quei due non si possono ammazzare, né suicidare; Pepo è troppo velleitario, o troppo normale, o troppo un bravo ragazzo (lo dico senza ironia)5 per arrivare a fare cose del genere.

Poco dopo, Cassola si oppone alla possibilità di unire in un unico volume Rosa Gagliardi e Un matrimonio del dopoguerra, considerati «troppo diversi».

Nelle lettere tra Calvino e Cassola emerge quindi un aspetto importante, ovvero che il senso del testo e il valore del processo di scrittura risiedono molto spesso nello spazio mediano dello scambio e del confronto (che può anche essere condotto nel segno della contraddizione, come emerge dall’esempio riportato), che aggiunge

un ulteriore grado di significato alle opinioni individuali dei singoli interlocutori6, nonché all’identità specifica degli attori editoriali. A partire dai risultati del progetto di ricerca, di cui ho dato un breve saggio riportando l’esempio di uno scambio editoriale, emerge dunque la necessità di considerare, sia nell’ottica della ricostruzione del campo intellettuale degli anni Cinquanta, sia nell’ambito specifico della narrativa cassoliana, l’esito legittimamente letterario – in accordo con (e non malgrado) logiche eteronome – delle operazioni editoriali, in modo particolare se uno degli obiettivi del lavoro coincide con la volontà di ricostruire l’incidenza culturale di una rivista come «Botteghe Oscure».

M ich ELa roSSi SEBaStiano Borsista Fondazione Camillo Caetani

1 M. Tortora, Botteghe Oscure e la ‘repubblica delle lettere’, «Italian Studies», vol. 73, n. 2, p. 168.

2 Conservato presso l’Archivio di Stato di Torino.

3 A questo proposito cfr. T. Munari (a cura di), I verbali del mercoledì. Riunioni editoriali Einaudi. 1953-1963, Torino, Einaudi, 2013, p. 11.

4 Le lettere sono dattiloscritte. Se ci sono parti o aggiunte autografe è segnalato in nota.

5 Il passo «o troppo un bravo ragazzo (lo dico senza ironia)» costituisce un’aggiunta autografa di Cassola.

6 Esemplare in tal senso il concetto di «delusività», che nello scambio tra Calvino e Cassola assume accezioni diverse e compresenti, reciprocamente avvaloranti, connesse ora al piano della ricezione ora all’incidenza di ragioni interamente narrative, quindi letterarie.

Fondazione Camillo Caetani. La collezione. Dipinti, disegni, sculture, a cura di Duccio K. Marignoli, Giovanna Sapori, Roma, De Luca Editori d’arte, 2024

Un’aggiunta e alcune precisazioni: Antonio Pirri, Jacopo Palma il giovane, Hans Speckaert (?), Domenico Fiasella, Luigi Primo Gentile, Carlo Francesco Nuvolone

Antonio Pirri, Presentazione di Gesù al tempio (Fig. 1)

Per la biografia del raro pittore bolognese l’unica notizia è il documentato incarico a Napoli nel 1511 come perito per la valutazione di una grande pala d’altare dipinta dal bolognese Antonio Rimpatta per San Pietro ad Aram. Fra le poche opere di Pirri, soltanto la Visitazione del Museo Poldi Pezzoli a Milano conserva la firma, ma la presenza del dipinto d’altare su tavola (cm 69×53,2) con la Presentazione al tempio in palazzo Caetani era nota agli studiosi dal primo Novecento. È di nuovo comparsa soltanto qualche anno fa nella sessione del 1° luglio 2020 della Casa d’aste Pandolfini a Firenze. Dopo la pubblicazione del catalogo di Palazzo Caetani e grazie

agli amici bolognesi ho potuto aggiornarmi sull’opera: Daniele Benati mi ha segnalato che era entrata a far parte della collezione Poletti e nuovamente studiata. La scheda nel catalogo curato da Angelo Mazza (La collezione Michelangelo Poletti nel castello di San Martino in Soverzano. Dipinti emiliani e di confine, secoli XV-XVIII, Bologna 2021, pp. 72-76) analizza il dipinto mettendo in risalto la presenza di due lettere «P», di una «A» (Pirri Antonio Pinse?) ai lati dello stemma (da me poi identificato con quello Caetani) sul pilastro sinistro del tempio e di un’altra «A» nella piccola cartella sopra il cornicione del secondo arco. Angelo Mazza, che mi ha rapidamente inviato i materiali, dà un minuzioso resoconto degli studi dal primo Novecento ad oggi che hanno via via arricchito la lettura dell’ambito culturale

delle opere di Pirri fra Bologna e la Romagna – da Francesco e Bernardino Zaganelli, a Marco Palmezzano, ad Amico Aspertini – e Roma per quanto riguarda il gusto per l’architettura del tempio, ispirata all’antico, per il ricco ornato di finti marmi e di grottesche ‘pinturicchiesche’.

Grazie agli inventari e ad altri documenti Caetani sappiamo che l’opera era in palazzo almeno dal 1665 e che fu probabilmente lì trasferita da Napoli, insieme ad altre opere ‘antiche’, come le celebri tavolette del polittico di Colantonio in San Lorenzo Maggiore, per la passione collezionistica di Francesco IV Caetani.

Il cardinale Enrico Caetani (15501599) era collezionista di antichità, di dipinti ‘medievali’ e contemporanei italiani e non, da Brueghel a Pa-

ris Nogari, ed era in rapporto diretto con molti artisti anche per ritratti (Scipione Pulzone) e per commissioni per le cappelle di famiglia (Giovan Battista della Porta, Niccolò Circignani). Collezionava inoltre disegni e incisioni che conservava nella sua pregevole biblioteca. Le incisioni divise per generi (figure, ritratti, storie, carte geografiche) erano raccolte in una cinquantina di libri. Oltre ai suoi ritratti realizzati in occasione del cardinalato o, ad esempio, del suo ingresso a Parigi come inviato del papa nel 1590, pochi esemplari della collezione sono stati identificati, anche grazie alle dediche, come l’Ecce Homo di Correggio e l’Autoritratto di Tiziano incisi da Agostino Carracci. È una ricerca ancora da fare, tenendo conto che proprio le dediche offrono indicazioni sui rapporti di Enrico

Caetani, camerlengo dal 1587, con gli artisti, gli incisori, gli editori. È intanto indicativa quella del S. Sebastiano di Jacopo Palma il giovane, incisa da Egidius Sadeler (fig. 2): una bella incisione citata da Karel van Mander nella biografia che dedica a Palma nello Schilder-boeck e forse in rapporto con una tela del pittore veneto menzionata da Ridolfi (G. Sapori, F. Terrenato, Uno sguardo dal Nord. Scritti di Karel van Mander sui pittori italiani e sul paesaggio, Roma 2025, p. 105).

Pittore nordico della seconda metà del XVI secolo (Hans Speckaert?) da Francesco Salviati, S. Giovanni Battista nel deserto (Figg. 3-4)

La tela interpreta un S. Giovanni Battista (cm 120,5×95) di Francesco Salviati, oggi in una collezione privata a

Firenze, dipinto intorno alla metà del Cinquecento per il cardinale Giovanni Salviati (protettore dal quale il pittore Francesco de’ Rossi fu soprannominato Salviati) e conservato nel suo palazzo a Roma. La tela Caetani, come ho già osservato nel catalogo, differisce nella resa pittorica e in generale stilistica, nella fisionomia del Battista, nell’acconciatura, e anche nel risalto che viene dato al paesaggio, il quale presenta peculiari caratteri. È stata studiata sin dagli anni Cinquanta del secolo scorso e attribuita a pittori non italiani (Hans von Aachen, Bartolomeo Spranger, Gaspar Becerra, Pietro Candido) e italiani (Francesco Morelli, Prospero Fontana). La proposta, da me avanzata nel catalogo, di rico-

noscervi la mano di Hans Speckaert, personalità di riferimento per i pittori nordici a Roma fra il 1560 e il 1570, si basa soprattutto sul confronto con il grande dipinto con Diana e Atteone della collezione Patrizi a Roma, non solo con il modo di dipingere ma in particolare con il paesaggio e con la fisionomia di Atteone.

Per l’accostamento a Speckaert, morto nel 1577 circa, resta evidentemente aperta anche la questione della cronologia della presenza del S. Giovanni Battista salviatesco a Roma, presso la grande famiglia dei Salviati, successivamente alla morte del cardinale Giovanni (1553).

Dopo la pubblicazione del catalogo ho individuato una tela (cm 113×97)

riferita a Pittore manierista toscano del XVI secolo nel catalogo (3 ottobre 2021) della casa d’aste Pandolfini a Firenze, la stessa che l’anno precedente aveva messo in vendita la Presentazione di Antonio Pirri prima citata. È naturale perciò ipotizzare che queste due opere, in modalità diversa legate ai Caetani, siano pervenute sul mercato con la stessa provenienza. Il S. Giovanni (oggi Svizzera, collezione privata), che conosco solo in fotografia (fig. 4), deriva da quello Caetani attribuito a Speckaert ma con una stesura pittorica meno fluida, con alcune varianti come il paesaggio e la riduzione sia del lato destro che di quello sinistro. In attesa di approfondimenti, il dipinto è da ritenere un significativo docu-

mento innanzitutto di una ‘notorietà’ del dipinto Caetani nell’ambiente della famiglia romana o nell’ambiente dell’artista che lo dipinse.

Carlo Francesco Nuvolone, Cefalo e Aurora (?) (Figg. 5, 6, 7)

Numerose sono le opere delle raccolte Caetani delle quali non sono note la provenienza e le modalità di acquisizione. Specialmente intrigante e nello stesso tempo indicativo dello stato delle conoscenze è il caso di tre bellissimi dipinti di soggetto profano e di misure molto simili (circa cm 170×220) identificabili nell’inventario di Michelangelo Caetani del 1760 come Angelica e Medoro, Diana e Adone, Venere e Adone, dei quali

non sono però indicati gli autori (A. Amendola, I Caetani di Sermoneta. Storia artistica di un antico casato tra Roma e l’Europa nel Seicento, Roma 2010, p. 241). La storia attributiva delle tre opere comincia con la schedatura ministeriale del 1911-1912 e del 1966, in cui erano proposti nomi o ambiti geografici, e prosegue negli studi successivi (Amendola, 2010, pp. 124-125). L’uscita da Palazzo Caetani di due delle tre può datarsi probabilmente poco dopo il 1966. Una fu acquistata dalla Banca Bper di Genova: con la scoperta della firma fu restituita al genovese Domenico Fiasella (Sarzana 1599 – Genova 1669) e il soggetto fu riconosciuto come l’episodio di Linco, Silvio e Dorinda nel Pastor fido di Giovan Battista Guarino (1602). La sua datazione negli anni Quaranta del Seicento, oltre a richia-

mare la tela di Guercino dello stesso soggetto (Dresda, Museo) del 1647 circa, può essere grosso modo indicativa per gli altri due dipinti. Venere e Adone, rimasto a palazzo Caetani, era già attribuito al fiorentino Matteo Rosselli ma è stato da me riconosciuto al fiammingo Louis Cousin, in Italia detto Luigi Primo Gentile, a lungo attivo a Roma (1629-1657), in particolare per confronto con il più tardo Venere e Atteone (1659) del Kunshistoriches Museum a Vienna. Cefalo e Aurora (?), già riferito a Orazio Fidani sulla base della foto in bianco e nero della vecchia schedatura ministeriale, è stata da me cautamente riferito a «Pittore della metà del XVII secolo». I miei dubbi nel proporre una sua collocazione in area lombarda sono stati sciolti in favore di Carlo Francesco Nuvolone, quando il

catalogo Caetani era ormai in stampa, con il ritrovamento di una foto a colori del dipinto nel catalogo on line di un’asta romana e poi soprattutto dal parere degli amici Alessandro Morandotti, che pensa ad una datazione abbastanza giovanile, e Patrizio Basso Bondini. Se la tela fosse un’opera giovanile sarebbe confrontabile prevalentemente con pale d’altare; se fosse invece più tarda si accorderebbe con la cronologia delle altre due tele e con il fatto che il soggetto può richiamare dipinti degli anni Quaranta, quando Nuvolone sperimenta composizioni di temi profani, tratti da opere letterarie, affini agli eruditi temi dei dipinti Caetani. La proposta (Amendola, cit.) della possibile provenienza Strozzi in seguito al matrimonio (1707) tra Anna Maria Strozzi e Michelangelo Caetani si basava anche sul presunto

legame diretto o indiretto delle opere con l’ambiente artistico fiorentino. L’attuale definizione delle attribuzioni presenta tre pittori molto diversi per provenienza geografica e fisionomia artistica: Cousin fiammingo a Roma, Nuvolone milanese, Fiasella ligure. La scelta dei soggetti e le dimensioni molto simili fanno pensare ad un insieme ‘progettato’ per o da un collezionista verosimilmente collegato con il mercato dell’arte a Roma. Non ci sono finora elementi per pensare che il collezionista sia un Caetani, ma piuttosto per ipotizzare che il gruppo fosse acquisito da un Caetani nell’ambito di qualche operazione finanziaria fra grandi famiglie romane, in alterne vicende di liquidità, analogamente ad altri casi che ho messo in risalto nel catalogo.

Giovanna Sa Pori

Le coLLane

Le collane della Fondazione Camillo Caetani sono pubblicate da Edizioni di Storia e Letteratura.

Archivio Caetani. Studi e documenti a cura di Caterina Fiorani

Comitato scientifico

Luciano Arcangeli, Caterina Fiorani, Marina Formica, Massimiliano Tortora

Collana concepita per accogliere in una serie organica le pubblicazioni sui diversi fondi dell’intero corpus documentario della famiglia.

Volumi pubblicati

1. C. Fiorani, Il fondo economico dei Caetani duchi di Sermoneta, 2010.

2. G. Bassani, M. Caetani, «Sarà un numero bellissimo». Carteggio 19481959, a cura di M. Tortora, 2011.

3. La rivista «Commerce» e M. Caetani. Direzione di S. Levie, I. Briefwechsel mit deutschsprachigen Autoren, hrsg. von K. Bohnenkamp und S. Levie, 2012.

4. La rivista «Commerce» e M. Caetani. Direzione di S. Levie, II. G. Ungaretti, Lettere a M. Caetani, a cura di S. Levie e M. Tortora, 2012.

5. La rivista «Commerce» e M. Caetani. Direzione di S. Levie, III. Letters from D.S. Mirsky and Helen Iswolsky to M. Caetani, 2015.

6. La rivista «Commerce» e M. Caetani. Direzione di S. Levie, IV. Correspondance française. Paul Valéry – Léon-Paul Fargue – Valery Larbaud. Édition présentée et annotée par È. Rabaté et S. Levie, 2016.

7. La rivista «Commerce» e M. Caetani. Direzione di S. Levie, V. Correspondance française. Marguerite Caetani, Jean Paulhan et les auteurs français. Édition présentée et annotée par L. Brisset et S. Levie, 2017.

8. C. Giorcelli, «Botteghe Oscure» e la letteratura statunitense, 2021.

9. P. Op de Coul, Roffredo Caetani compositore. La vita, le opere, il tempo, 2022.

10. Pasolini. Critica e cultura, a cura di P. Falzone e M. Tortora, 2023.

11. M. Vaquero Piñeiro, «Un territorio che sta sul nascere». I Caetani di Sermoneta e la trasformazione agraria della pianura pontina, secc. XIX-XX, 2024.

12. Gadda. Tra caso unico e modello, a cura di G. Nisini e M. Tortora, 2024.

13. Elsa Morante e la storia del romanzo: Modelli, ricezione, riscritture, a cura di M. Tortora, 2025.

Arte, archeologia e storia urbana a cura di Giovanna Sapori

Ideata per accogliere studi su temi in diverse forme e misure connessi alla famiglia Caetani.

Volumi pubblicati

La pittura del Quattrocento nei feudi Caetani, a cura di A. Cavallaro – S. Petrocchi, 2013.

1. G. Ioele, Prima di Bernini. Giovan Battista Della Porta scultore, 2016.

2. G. Sapori, L’Album amicorum Caetani e le sue immagini. Aristocrazia germanica e viaggi di istruzione a fine Cinquecento, con una nota tecnica di Maria Cristina Misiti, 2019.

Atti e rendiconti a cura di Caterina Fiorani

Raccoglie gli atti dei convegni che si sono svolti presso il palazzo Caetani.

Volumi pubblicati

1. Luigi Fiorani, storico di Roma religiosa e dei Caetani di Sermoneta. A un anno dalla morte, a cura di C. Fiorani e D. Rocciolo, 2013.

2. Giorgio Bassani, critico, redattore, editore, a cura di M. Tortora, 2012.

3. Il Novecento di Marguerite Caetani, a cura di C. Fiorani e M. Tortora, 2017.

4. Avanguardia a più voci. Scritti per Jacqueline Risset, a cura di U. Todini, A. Cortellessa, M. Tortora, 2020.

5. Ungaretti intellettuale, a cura di E. Mondello e M. Tortora, 2021.

Volumi fuori collana

Fondazione Camillo Caetani. La collezione – Dipinti, sculture, disegni, a cura di Duccio K. Marignoli e Giovanna Sapori, Roma, De Luca Editori d’Arte, 2024.

Roma capitale. La città laica, la città religiosa (1870-1915), a cura di Marina Formica, Roma, Viella, 2021.

Archivio

La serie Hubert Howard: tutte le stagioni di un uomo

La serie Hubert Howard costituisce l’epilogo, se si considera naturalmente l’incedere cronologico dei soggetti produttori, del ricchissimo fondo Caetani contemporanei, a sua volta parte integrante del più vasto archivio Caetani. Un uomo dei due mondi, Hubert Howard, sospeso per tutta la vita tra l’Inghilterra e l’Italia, sia per ragioni di nascita (a causa dei legami di suo padre Esme con i duchi di Norfolk e dell’appartenenza della madre Isabella alla famiglia Giustiniani Bandini), che per il legame matrimoniale con Lelia Caetani, la figlia dell’ultimo duca di Sermoneta Roffredo. «A Man for All Seasons» lo ha definito il nipote Esme Howard nella biografia a lui dedicata nel 2021 (E. Howard, Hubert Howard. A Man for All Seasons, London 2021), capace nel 1940 di arruolarsi volontario nell’International Volunteer Force per supportare i finlandesi contro l’Armata Rossa, e poi di svolgere una lunga carriera nei servizi segreti britannici, dal 1943 al 1945 in Italia nella sezione D del Psychological Warfare Branch, e dal 1948 ai primi anni Cinquanta nel Religious Affairs Branch of the Controll Commission for Germany. A fianco della moglie Lelia, sposata nel 1951, Hubert si impegnò nell’amministrazione del patrimonio romano e pontino di Casa Caetani, nella promozione delle attività pittoriche della donna (proseguita anche dopo la morte di lei nel 1977) e fu in prima linea nella battaglia per la tutela della natura e delle bellezze artistico-paesaggistiche italiane ed europee, di cui la cura particolare di Ninfa rappresentò il gioiello più prezioso e il contributo decisivo dato alla creazione di Italia Nostra nel 1955 e di Europa Nostra nel 1963 i progetti più ambiziosi.

La serie documenta tutte le stagioni della vita italiana di Hubert dal 1945 fino

alla morte avvenuta nel 1987. Al pari di quanto riscontrato nel fondo, la tipologia documentaria più diffusa nella serie è certamente costituita da lettere, cartoline e telegrammi, seguita in maniera più cospicua rispetto al contesto da giornali, opuscoli e riviste. Già in occasione del primo impatto visivo con le carte, si è potuto constatare, oltre all’ottimo stato di conservazione dovuto chiaramente ad un’origine piuttosto vicina nel tempo, la spiccata propensione classificatoria di Hubert per tutto ciò che riceveva, leggeva, scriveva di suo pugno (fondamentali gli appunti religiosi) oppure riguardasse Lelia; una peculiarità certamente non casuale ma in parte ereditata dal passato trascorso nell’intelligence e in parte connaturata nel suo carattere disciplinato. L’altro aspetto che ha catturato l’attenzione è stata la visione in termini unitari che Hubert aveva del proprio archivio e di quello di Lelia: un punto di vista fondato sulla realtà, date le numerose iniziative condotte insieme sia nei confronti dei fatti di Casa Caetani – dall’amministrazione patrimoniale alla manutenzione del palazzo romano, passando per le iniziative editoriali di Marguerite Chapin e la questione della sepoltura dei resti di Camillo Caetani in Italia – che nella cura di Ninfa, nelle attività di tutela e in quelle pittoriche, e ulteriormente accentuato, dopo la scomparsa di Lelia, dalla volontà di Hubert di custodire e probabilmente costruire il ricordo della moglie. Dunque, l’ordinamento ha potuto beneficiare di una traccia importante lasciata da Hubert sia direttamente, limitandosi ad esaminare e a confermare la sua fascicolazione, sia indirettamente, avvalendosi di rubriche e appunti redatti dallo stesso oppure da altri per lui, che hanno aiutato non poco a colmare alcune lacune e a ricostruire la struttura originaria dei fascicoli. A tal

proposito, vale la pena ricordare i casi della documentazione relativa ad Italia Nostra, Europa Nostra e alla morte di Lelia. Nei primi due, Hubert aveva già provveduto a dare un ordine alla corrispondenza ricevuta nelle vesti di dirigente di Italia Nostra e di presidente di Europa Nostra, a buona parte delle varie riunioni dei rispettivi organi apicali e delle assemblee generali. Perciò ci si è limitati a portare avanti la sua impostazione e a completare l’ordinamento ricreando l’organigramma delle due associazioni avvalendosi degli statuti. Nel terzo caso, invece, egli aveva raccolto e fascicolato le carte sanitarie di Lelia e le condoglianze ricevute in occasione della scomparsa della moglie, suddividendole per tipologia (lettere o telegrammi), per origine (Italia o estero, Latina oppure Roma), per lingua di scrittura e in base al tipo di risposta da lui data ai mittenti, corredandole di elenchi e rubriche presenti nel medesimo fascicolo delle missive oppure in un fascicolo ad hoc della medesima busta. Proprio questi strumenti predisposti dal gentiluomo inglese hanno permesso di completare il quadro laddove risultavano presenti vistose lacune nell’identificazione degli scriventi e nella collocazione delle lettere all’interno dei fascicoli.

Nelle situazioni caratterizzate dalla mancanza di coincidenza tra titolo e contenuto del fascicolo e dalla disposizione cronologica o per materia delle carte e, ancora, dalla presenza di fogli sparsi rinvenuti in altre serie si è preferito costituire nuovi fascicoli sulla base di criteri logici oppure ricollocare i documenti nella giusta posizione. A tal proposito, la corrispondenza spedita e ricevuta da Hubert è stata ordinata sulla base del soggetto produttore (Hubert Howard a Diversi; Diversi a Hubert Howard) in modo tale da rispettare quel principio di provenienza che, oltre a costituire il caposaldo del metodo storico, ha interessato tutta la sistemazione del fondo Caetani contemporanei.

Al termine del lavoro, la serie Hubert Howard risulta strutturata in 8 sottoserie,

per una consistenza totale di 40 buste. In ogni sottoserie, sia per quanto riguarda i fascicoli che le buste che li contengono, si è scelto di numerare le unità con un numero di corda progressivo che per ogni sottoserie riparte da 1. Gli estremi cronologici abbracciano, come detto, il periodo compreso tra il 1945 e il 1987, ma comprendono anche alcune carte precedenti, evidentemente ereditate da Hubert dalla famiglia Caetani, e riconducibili al 1988 perché missive di condoglianze per la sua scomparsa.

A voler dare una breve illustrazione, la prima sottoserie, «Hubert Howard a Diversi», raccoglie le lettere scritte da Hubert a Lelia tra il 1945 e il 1963 che, riordinate per anno, rappresentano naturalmente una parte fondamentale dell’intera serie. Seguono le lettere a Roffredo Caetani e a Marguerite Chapin, ad alcuni esponenti della famiglia Howard, tra cui la madre Isabella, e ad altri personaggi non tutti identificati. Nella seconda sottoserie, «Diversi a Hubert Howard», sono state incluse le missive ricevute da Hubert relative alla corrispondenza generale e le lettere e i telegrammi di condoglianze per la morte di Lelia nel 1977. La terza, «Memoria di Lelia Caetani», contiene tutta la documentazione fatta di lettere, inviti, cataloghi, articoli di giornale che è stata prodotta per l’organizzazione delle iniziative volte a valorizzare l’opera artistica di Lelia dopo la sua morte. Spicca la mostra allestita presso la Abbott Hall Art Gallery di Kendal nell’autunno del 1980, che fu introdotta da Kathleen Raine. La quarta e la quinta raccolgono, rispettivamente, la documentazione ricevuta e prodotta da Hubert nelle vesti di dirigente di Italia Nostra e di presidente di Europa Nostra, dalle quali mutuano i rispettivi titoli. La sesta sottoserie, «Riviste e opuscoli: tutela e conservazione», è, in un certo senso, legata alle due precedenti, poiché contiene riviste e opuscoli tematici riguardanti la tutela dell’ambiente e del patrimonio storico, artistico e paesaggistico italiano ed europeo. La settima, «Giornali e

riviste: interessi generali», include una mole davvero significativa di giornali, riviste e ritagli di articoli, italiani ed esteri, che sono stati messi insieme direttamente da Hubert, spesso insieme alla moglie Lelia, sulla base dei propri interessi di carattere culturale, scientifico, religioso, urbanistico e naturalistico, oppure individuati in precedenza da altri esponenti della famiglia Caetani e successivamente radunati dai coniugi Howard. Infine, l’ottava, «Miscellanea», racchiude una documentazione dal carattere variegato di cui vale la pena citare quella relativa all’acquisto e al prestito di opere d’arte, alle residenze di Roma e Ninfa, alle questioni finanziarie dello stesso Hubert, di Lelia e di Marguerite, alle nuove edizioni di «Commerce» e di «Botteghe Oscure». Costituiscono, inoltre, parte integrante della miscellanea una mole cospicua di partecipazioni di matrimonio, inviti e biglietti di auguri per i coniugi Howard e, dopo la morte di Lelia, per il solo Hubert, che mettono in risalto l’estensione e la capillarità delle loro conoscenze in tutti gli strati della società italiana ed internazionale; i registri dei visitatori di Ninfa, i documenti sanitari di Hubert e le condoglianze ricevute dall’Amministrazione Caetani e dalla Fondazione Camillo Caetani in occasione della sua scomparsa.

Il riordinamento della serie Hubert Howard rappresenta, in sostanza, un tassello fondamentale del puzzle archivistico di Casa Caetani, perché insieme alle in parte coeve serie di Roffredo e Lelia Caetani e Marguerite Chapin, anch’esse oggetto di riordinamento e schedatura informatica nell’ultimo biennio, consentirà di studiare le vicissitudini che hanno interessato questa antichissima famiglia nel corso della seconda metà del Novecento fino all’estinzione del ramo di Sermoneta. A tal proposito, le carte di Hubert gettano nuova luce sulla storia della famiglia nella sua fase terminale, sulla gestione del patrimonio fondiario, immobiliare, culturale, sulle Fondazioni Camillo e Roffredo Caetani, oltre, come si è detto in precedenza,

ad aggiungere elementi ad altre storie particolari, da quelle di Italia ed Europa Nostra fino all’evoluzione delle politiche nazionali ed europee di tutela. Senza dimenticare, ovviamente, la possibilità di conoscere in maniera sempre più profonda la figura poliedrica di Hubert attraverso uno studio già in atto delle fonti documentarie conservate presso la Fondazione Camillo Caetani e un inquadramento delle stesse in una visione unitaria con altre fonti sempre riferibili al gentiluomo inglese e attualmente oggetto di analisi archivistica e storica.

Il Fondo Generale dell’Archivio Caetani: Il Seicento

Il Fondo Generale dell’Archivio Caetani si presenta come un complesso documentario assai imponente, e risalta immediatamente il peso eminente che assume, assieme al Fondo Economico (conservato nell’attuale sala convegni di Palazzo Caetani), ai fini della ricostruzione e dello studio della storia della famiglia Caetani di Sermoneta. Il Fondo abbraccia un arco cronologico che procede dal secolo VIII al XIX, nonostante la parte più antica consista prevalentemente di copie di età moderna. La lunga vita dell’Archivio Caetani ne ha chiaramente implicato un processo di sedimentazione lungo e complesso; la sua facies più recente è il risultato di lavori di riordinamento nel cui merito non è opportuno entrare nel contesto di questa breve riflessione, ma che si può dire ebbero inizio nell’ultimo decennio del secolo XIX per volontà di Leone Caetani, con il supporto economico del padre Onorato (cfr. Gelasio Caetani, Regesta Chartarum, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1925, pp. 15-16), e che portarono all’attuale configurazione del Fondo, ordinato cronologicamente e caratterizzato dalla presenza su ciascuna delle camicie contenenti le unità archivistiche di

un numero progressivo svincolato dall’ordine cronologico.

Aspetti rilevanti del percorso di costituzione del suddetto complesso documentario emergono chiaramente attraverso la schedatura della documentazione del Fondo nella parte afferente ai decenni centrali del secolo XVII, segmento del più ampio lavoro di schedatura elettronica che la Fondazione Camillo Caetani sta portando avanti da diversi anni allo scopo di rendere maggiormente fruibili i contenuti dell’Archivio. Attività indubbiamente assai meritoria, dal momento che i numerosi percorsi di senso e le traiettorie di ricerca ancora esplorabili del Fondo rischiano di restare sommersi nella notevole quantità della documentazione. Gli inventari prodotti all’epoca di Gelasio Caetani, seppur validi (al di fuori degli occasionali errori umani nel riportare la segnatura o la data del documento, comunque inevitabili a prescindere dalla natura dello strumento di ricerca), propongono infatti un’organizzazione logica della documentazione il cui elemento cardine è costituito dalle singole e più rilevanti personalità della storia della famiglia, in particolare i signori poi duchi di Sermoneta, fornendo in questo modo una specifica chiave interpretativa del Fondo per coloro che si apprestino a consultarlo (sebbene la conoscenza e ricostruzione della storia dei suoi componenti sia senz’altro fondamentale per comprendere un archivio di famiglia come questo); inoltre, la documentazione di carattere legale, contabile, amministrativo, risulta negli inventari separata dall’insieme della corrispondenza, privando o comunque rendendo più difficoltosa la ricerca per lo studioso, a causa del venir meno dell’evidenza di quel vincolo archivistico che costituisce la base della teoria archivistica, a prescindere dal contesto in cui la si voglia applicare. La schedatura elettronica potrebbe in questo senso rappresentare, per il futuro, l’occasione per ricostituire virtualmente, senza necessariamente metter le mani sulle carte, precedenti configurazioni archivistiche, fa-

cilitando la comprensione e la ricostruzione dei contesti in cui la documentazione veniva prodotta e dunque favorendone una maggiore e più profonda intellegibilità, oltre a permettere ricerche incrociate sulle tematiche più varie senza imporre allo studioso la necessità di uno spoglio ampio e sistematico dei materiali d’archivio.

Alla luce del lavoro di schedatura effettuato sui decenni centrali del Seicento nel Fondo Generale, si presenta a seguire una sommaria panoramica delle principali tipologie e provenienze della documentazione. Ruolo centrale per la famiglia in questo periodo lo ebbe senz’altro il duca Francesco IV (1594-1683), sia in quanto figura che troviamo a capo della casata per buona parte del secolo, sia per motivazioni di natura storica. Figlio di Filippo Caetani e Camilla Gaetani d’Aragona, fu duca di Sermoneta fin dalla morte del padre, verificatasi nel dicembre del 1614; l’ingente e rilevante attività politica, contenziosa e culturale di questo personaggio contribuisce in maniera decisiva alla conformazione del Fondo Generale per quanto riguarda i materiali conservati nel periodo centrale del XVII secolo.

Si tratta prevalentemente di corrispondenza con i personaggi più diversi, che vede come protagonisti il duca, i suoi fratelli (specialmente Luigi, cardinale, di cui numerosissime sono le lettere indirizzate al fratello Francesco, ma numerose anche quelle di Onorato, patriarca di Alessandria), il figlio Filippo (sovente indicato nella corrispondenza a lui indirizzata come principe di Caserta), i loro segretari, tra i quali spicca la figura di Giovan Cristoforo Rovelli (cfr. Adriano Amendola in L’abate Giovan Cristoforo Rovelli, Frans Luycx, François Du Quesnoy, Andrea Sacchi e il mecenatismo artistico dei Caetani nel Seicento, in «Storia dell’arte», n. 122/123, gennaio-agosto 2009), segretario e consigliere del cardinale Luigi Caetani (1592-1642), i governatori e affittuari delle terre di proprietà della famiglia. Sono inoltre presenti le oltre 150 lettere del carteggio

(frequentemente da sua madre Anna Acquaviva d’Aragona) di Maria Isabella, figlia del duca Francesco e monaca nel Monastero delle Oblate di Santa Francesca Romana a Tor de’ Specchi, voce femminile pressoché unica, oltre a quella della madre principessa di Caserta, in questa sezione del Fondo Generale.

Le tipologie di documentazione che si possono incontrare nel Fondo sono assai numerose: frequentissimi i mandati e le ricevute di pagamento, spesso in favore dei servitori di Casa Caetani, le istanze rivolte al duca o ad altri componenti della famiglia, spesso concernenti richieste di natura economica, gli inventari di arredi (e in più di un caso persino delle armi conservate nell’armeria del castello di Sermoneta), i progetti e disegni relativi a lavori da eseguirsi nel castello di Sermoneta; e ancora registri contabili, contratti di affitto, testamenti, inventari di dote. Numerose anche le comparse di avvocati, le copie di sentenze e i riassunti di interi procedimenti giudiziari, relativi talvolta a cause intentate per reati commessi nei territori di Sermoneta e Bassiano, in altri casi alle liti giudiziarie promosse da o contro Francesco IV Caetani (ad esempio quella scaturita dalla morte di Cornelia d’Aquino, prima moglie di Filippo, figlio del duca, con i d’Aquino, principi di Castiglione).

L’eterogeneità che caratterizza il Fondo non si limita, come prima accennavo, alla natura e tipologia del materiale, ma investe la stessa provenienza di parti della documentazione. Una presenza consistente e diffusa riguarda corrispondenza, documentazione contabile e giudiziaria relativa alla gestione della città e casali di Caserta, così come ai contenziosi sorti in occasione del passaggio dello «stato» di Caserta ai Caetani. È conseguentemente al matrimonio concertato nel 1618 tra Francesco IV e Anna Acquaviva d’Aragona, unica figlia ed erede di Andrea Matteo Acquaviva, principe di Caserta, che i Caetani si troveranno, nel 1634, con la morte del principe, a subentrare nella gestione del-

lo «stato» di Caserta, attraverso un passaggio ereditario difficile e contrastato (cfr. Maria Anna Noto, Dal principe al Re: Lo «stato» di Caserta da feudo a Villa Reale (secc. XVIXVIII), Roma, Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Direzione Generale per gli Archivi, 2012, pp. 136-7). Verosimilmente in questa occasione si verifica anche il trasferimento delle scritture degli Acquaviva di Caserta, come testimonia l’inventario seicentesco dell’Archivio Caetani (Roma, Fondazione Camillo Caetani, Archivio Caetani, Fondo Miscellanea, n. 218/570), in cui si possono trovare schemi grafici a inchiostro delle sezioni dell’Archivio; l’ultima di queste presenta la dicitura Scripturae Status Casertae, che pertanto a quell’altezza cronologica dovevano già essere state incluse nell’archivio della famiglia.

Nonostante il successivo riordinamento su base cronologica dell’archivio, che ha portato al riversamento nel Fondo Generale delle scritture di Caserta, una traccia evidente dell’appartenenza di parte della documentazione a questa precedente aggregazione permane, per il XVI e XVII secolo, nella presenza del timbro a inchiostro recante la dicitura Archivio Acquaviva su alcune delle camicie del Fondo, per cautela degli archivisti (o forse di Leone e Gelasio) che, tra XIX e XX secolo, vollero tenere traccia della provenienza peculiare di alcune delle carte che si apprestavano a riordinare.

Un ulteriore elemento di interesse è in tal senso costituito dalla presenza ingente, per tutti gli anni Sessanta del XVII secolo, di documentazione, anch’essa assai variegata per tipologia, riguardante gli uffici di governo ricoperti da Francesco IV per conto del re di Spagna (fu infatti governatore di Milano dal 21 novembre del 1660 e viceré di Sicilia da 24 settembre 1662; vi rimase fino al 4 aprile del 1666, reggendo il vicereame per quattro anni). Numerosissime le minute di lettere inviate a segretari, funzionari, governatori e influenti uomini di corte della monarchia spagnola, con il sovrano stesso, numerosi

anche i pareri degli organi consultivi di Milano e del Regno di Sicilia, le relazioni sopra il governo dei due possedimenti (relative allo stato delle fortificazioni, all’attività delle tesorerie, alla gestione dei «frumenti» nei magazzini e granai del Regno).

In conclusione, la schedatura elettronica dovrebbe permettere un accesso più semplice e profondo alla documentazione prodotta dalla famiglia Caetani di Sermoneta in un secolo niente affatto secondario in relazione al ruolo e al peso ricoperti da alcuni suoi

esponenti, a come questi interpretarono il rapporto con la corte papale e la monarchia spagnola, l’amministrazione delle terre, la gestione economica e la dimensione giudiziaria, nonché a figure ancora meritevoli di approfondimento da parte degli studiosi, mantenendo viva e presente l’informazione archivistica che permette non solo di leggere i contenuti, ma anche di interpretarli alla luce del contesto che ne ha visto la produzione.

Attività di formazione

La Fondazione Camillo Caetani e la scuola

La Fondazione Camillo Caetani prosegue l’attività delle visite didattiche riservate alle scuole di ogni ordine e grado di istruzione. Nel mese di marzo la Fondazione ha accolto gli alunni della scuola secondaria di primo grado dell’Istituto comprensivo statale Donna Lelia Caetani di Sermoneta che insieme ai loro docenti hanno partecipato a una lezione sull’importanza delle fonti storiche tenuta dalla dott.ssa Caterina Fiorani.

Gli alunni, oltre al patrimonio storicoartistico del palazzo Caetani, hanno potuto osservare documenti antichi come i libri mastri, le pergamene e i più contemporanei celebri volumi, con dediche autografe alla principessa Marguerite Caetani. Nel corso della visita è stata inoltre offerta alla sezione musicale dell’Istituto la copia digitale del manoscritto musicale Fogliano, opera di Roffredo Caetani.

Nel mese di aprile l’attività di formazione è proseguita accogliendo gli studenti e i professori della scuola secondaria di secondo grado liceo statale Vittoria Colonna di Roma.

Istituto Sangalli

Dal 27 al 31 gennaio 2025 la Fondazione Camillo Caetani ha ospitato il IV corso invernale dell’Istituto Sangalli dedicato a Gli archivi della Santa Sede e il cattolicesimo romano. Il workshop, con il coordinamento scientifico dei professori Matteo Binasco, Massimo C. Gianni e Maurizio Sangalli, ha coinvolto docenti di diverse università italiane e straniere, nonché dell’Archivio Apostolico Vaticano.

Luiss School of Law

Anche quest’anno la Fondazione ha ospitato e collaborato a visite didattiche tenute da docenti universitari. Sono stati ospitati a marzo e novembre 2025 due interventi tenuti dal prof. Luciano Monti nell’ambito del Master «Art Law» della LUISS School of Law sopra la valorizzazione degli archivi storici in Italia e sopra la loro finanziabilità, preceduti da una visita guidata in Fondazione tenuta dalla dott.ssa Ilaria Sferrazza.

Università degli Studi di Roma Tor Vergata

Il giorno 5 dicembre 2025 Sono stati accolti gli studenti di Archivistica, Paleografia e Diplomatica dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, accompagnati dalla docente di Paleografia Martina Cameli, i quali hanno avuto la possibilità di assistere a una

visita guidata tenuta dalla dott.ssa Caterina Fiorani, seguita da una approfondita lezione e dibattito riguardante le vicende storiche e le caratteristiche della documentazione conservata dalla Fondazione.

Convegni, concerti, laboratori

Le conferenze dell’Arcadia

Prosegue la collaborazione scientifica e culturale tra l’Accademia dell’Arcadia, prestigiosa accademia culturale fondata nel 1690 e storicamente dotata di un legame significativo con la famiglia Caetani e la Fondazione Camillo Caetani. Anche nell’anno 2025 si sono svolti gli incontri dell’Arcadia a Palazzo Caetani, suscitando ogni volta grande interesse di pubblico, anche da remoto.

Queste le conferenze che si sono svolte nel corso del 2025:

– Terenzi di Petrarca: novità e problemi di Iñigo Ruiz Arzalluz;

– La storia, romanzo politico di Cristina Savettieri;

– «Porta in cielo il mio calmo respiro»: per un Dante historiato del XXI secolo di Andrea Mazzucchi;

– Ariosto Polifonico di Giorgio Forni

– Roma medievale nel Settecento. Riflessione, collezionismo e ricezione, a cura di Claudia Bolgia, Manuela Gianandrea e Chiara Piva

Lingua e letteratura cortigiana, a cura di Pietro Petteruti Pellegrino, procustode dell’Arcadia

– Edizione Nazionale delle Opere di Ludovico Ariosto, convegno volto a promuovere una riflessione sullo stato degli studi filologici ariosteschi

CONVEGNO DI STUDI

PER L’EDIZIONE NAZIONALE DELLE OPERE DI LUDOVICO ARIOSTO Situazione filologica e prospettive critiche

Fondazione Camillo Caetani Roma, via delle Botteghe Oscure 32 22-23 settembre 2025

la filologia ariostesca? pausa caffè 16:30–18:30 Presiede Maria Cristina Figorilli Francesco Lucioli Una nuova edizione delle commedie di Ariosto: osservazioni preliminari sulla Cassaria in prosa Chiara De Cesare Nuove prospettive sulla corrispondenza ariostesca: l’edizione critica delle lettere Discussione con la partecipazione di Giuseppe Crimi, Martina Dal Cengio, Raffaele Ruggiero

23 settembre 9:30–11:00 Presiede Giorgio Forni Simone Albonico Le Satire da qui alla nuova edizione Nicole Volta Varianti d’autore nelle rime di Ariosto: una questione aperta pausa caffè

11:00–13:00 Presiede Alberto Casadei Irene Torregrossa L’Orlando furioso del 1521: ricerche per una nuova edizione Valentina Gritti Preliminari a un nuovo testo critico del Furioso del 1532 Discussione con la partecipazione di Fabio Romanini, Franco Tomasi, Andrea Torre

Organizzazione: Martina Dal Cengio, Chiara De Cesare, Emilio Russo.

Le residenze Caetani a Roma e nel feudo

Nel 2025 la Fondazione Camillo Caetani, insieme alla Fondazione Roffredo Caetani, ha ideato e curato il ciclo di conferenze dal titolo Le residenze Caetani a Roma e nel feudo. Nell’arco di quasi un intero anno si è cercato di approfondire, favorendo il confronto tra studiosi di discipline diverse e attraverso lo sforzo organizzativo portato avanti anche dalla Fondazione Camillo Caetani, tematiche relative alla storia dell’architettura, alla storia dell’arte e alla storia politico-sociale, mantenendo uno sguardo sempre attento allo sviluppo delle conoscenze legate alla storia della famiglia Caetani.

La prima conferenza si è tenuta il 20 febbraio 2025 ed ha visto un’interessante introduzione del professore Tommaso di Carpegna Falconieri sul sistema baronale; è seguita la presentazione di Simone Lucchetti, dottore di ricerca del dipartimento di Storia, disegno e restauro dell’architettura della Sapienza Università di Roma, sopra Il castrum

Caietani a Capo di Bove: architettura e vicende costruttive.

Il secondo incontro dell’8 aprile 2025, dal titolo Gli insediamenti presso Torre delle Milizie e Isola Tiberina, con un’introduzione del professor Marco Vendittelli, è stato caratterizzato dall’alternarsi degli interventi dei funzionari della Sovrintendenza capitolina Rossella Motta, Maurizio Ficari e Nicoletta Bernacchio.

La terza conferenza si è tenuta il 13 maggio 2025 ed è stata dedicata al palazzo Caetani ad Anagni, con un’introduzione di Agostino Paravicini Bagliani e una presentazione di Gioacchino Giammaria.

La quarta si è svolta in due sedi distinte nel corso della giornata di sabato 21 giugno 2025, la mattina presso il castello di Sermoneta, dove si sono susseguiti gli interventi di Guglielmo Villa e Sofia Varoli Piazza relativi alla storia del castello e del territorio di Fogliano, mentre durante il pomeriggio a palazzo Caetani di Cisterna si sono tenuti gli interventi di Libera Marta Pennacchi e Alessandro Visco-

gliosi, preceduti da un’introduzione di Anna Esposito, dedicata in particolare al palazzo di Cisterna e alla rocca di Ninfa.

Il ciclo di conferenze è proseguito presso il palazzo Caetani di Fondi il 18 ottobre 2025, con un convegno intitolato Sulle tracce dei Caetani: un itinerario da Roma a Napoli. Fondi e il palazzo Caetani, sviluppo e articolazione di un casato a cura di Raniero de Filippis, Maria Cristina Misiti e Giovanni Pesiri, in cui si è cercato di mettere in luce la presenza della famiglia Caetani tra Roma e Napoli, nel tentativo di costruire un percorso storico-culturale tra le due città.

Il sesto incontro si è tenuto nella giornata di martedì 11 novembre 2025, durante la quale a palazzo Caetani, in via delle Botteghe Oscure, Manuel Vaquero Piñeiro ha presentato un intervento riguardante Palazzo all’Orso mentre Ilaria Sferrazza ha trattato tematiche relative alla vicenda storico-artistica di Villa Caserta.

Il ciclo si è infine concluso il 16 dicembre 2025 con un’ultima conferenza svoltasi presso palazzo Caetani in via delle Botteghe Oscure, durante la quale hanno presentato le loro ricerche Mario Bevilacqua in relazione alle vicende del palazzo Ruspoli e Carla Benocci sopra la storia di palazzo Caetani.

Fondazione Camillo Caetani. La collezione. Dipinti, sculture, disegni

Il 3 marzo 2025, presso la sala conferenze di Palazzo Barberini, è stato presentato il volume Fondazione Camillo Caetani. La collezione. Dipinti, sculture, disegni a cura di Duccio K. Marignoli e Giovanna Sapori, edito da De Luca Editori d’arte.

La presentazione, con l’introduzione del direttore delle Gallerie Nazionali di Arte Antica Thomas Clement Salomon, ha visto gli interventi di Jonathan Bober, Stefan Albl e Laura Iamurri. Successivamente Giovanna Sapori ha presentato il volume, nella prestigiosa sede dell’Alma Mater bolognese,

nell’ambito dell’incontro organizzato dalla stessa università il 7 maggio dal titolo L’arte a casa dei principi: i Caetani a Roma

Chi governa l’Intelligenza Artificiale? Lezioni americane (e cinesi)

Il giorno 13 marzo 2025 la Fondazione Camillo Caetani ha accolto il seminario dal titolo Chi governa l’Intelligenza Artificiale? Lezioni americane (e cinesi), con un dialogo tra Mauro Calise, dell’Università di Napoli «Federico II», e Piergiorgio Donatelli, di Sapienza Università di Roma. Il talk è stato organizzato dalla Società italiana per l’Etica dell’Intelligenza Artificiale.

I disegni di Trilussa

Nel 2025 la Fondazione Camillo Caetani rinnova e continua la collaborazione con istitu-

zioni ad essa territorialmente vicine come la Fondazione Ernesta Besso e il Centro Studi Giuseppe Gioacchino Belli. Di concerto con questi enti, la Fondazione ha curato un ciclo di conferenze che ha avuto inizio con il pomeriggio del 20 marzo dedicato alla figura del poeta Trilussa.

Questa prima conferenza dal titolo I disegni di Trilussa, tenuta da Carolina Marconi, ha interessato e approfondito la figura di Trilussa disegnatore focalizzando l’attenzione sulla numerosa produzione dei suoi numerosissimi disegni, conservati in case e musei sia in Italia che all’estero. Si tratta di una produzione poco conosciuta, pur essendo quasi sempre presente nei suoi libri di poesie.

Il secondo appuntamento si è tenuto il 25 marzo 2025 presso la Fondazione Ernesta Besso con una lezione tenuta da Francesca Mancini sulla commedia anonima Le lavandare, composta circa nel 1760, che offre una preziosa testimonianza del dialetto romanesco del Settecento, descrivendo con gran-

de semplicità la Roma popolare del tempo proprio mentre si stava costruendo l’attuale Fontana di Trevi.

L’ultimo appuntamento si è tenuto il 13 novembre 2025 presso Palazzo Caetani. Nella sala convegni è stata accolta la performance di Max Paiella, dal titolo C’era ’na vorta. Favole romanesche. È stata messa in scena la notevole capacità creativa del personaggio, capace di combinare canzone, parodia e comicità riflessiva e mai banale, nel tentativo di sfruttare la musica come veicolo per fare satira.

International Dendrology Society

Il 10 aprile la Fondazione Camillo Caetani ha accolto nei suoi locali la seduta del Consiglio direttivo dell’IDS, International Dendrology Society, un’organizzazione internazionale che promuove lo studio e la conoscenza di tutte le tipologie di alberi esistenti. Le principali attività di questa organizzazione sono le seguenti: organizzazione di visite a giardini famosi e arboreta, organizzazione di giornate studio su argomenti specialistici e creazione di un sito web unico sugli alberi (Trees and Shrubs Online).

La richiesta è giunta da parte di Philip Howard, discendente di Hubert Howard dei duchi di Norfolk, e marito di donna Lelia Caetani. La Fondazione ha offerto anche una visita guidata al Piano Nobile del Palazzo Caetani.

Un territorio che sta sul nascere

La Fondazione Camillo Caetani ha aderito alla rassegna Il Maggio dei Libri, promossa e organizzata dal Comune di Cisterna di Latina per il 2025 intitolata Intelleg(g)o a Cisterna – Leggere per comprendere, concepita con lo scopo di definire la lettura come strumento di consapevolezza, dialogo e cittadinanza attiva. Nel partecipare all’iniziativa la Fondazione ha presentato il volume intitolato

Un territorio che sta sul nascere, di Manuel Vaquero Piñeiro, il giorno 14 maggio presso la Sala Zuccari del Palazzo Caetani di Cisterna di Latina.

Pomponio Leto e la sua cerchia

Nell’ambito della collaborazione con altri enti, istituti e associazioni, la Fondazione ha accolto nelle giornate del 15 e 16 maggio 2025 il convegno dedicato all’attività di Pomponio Leto curato dall’associazione «Roma nel Rinascimento».

«Con l’esercizio costante»: tra le carte e l’opera di Ada Prospero Marchesini Gobetti

Il 19 maggio 2025 si è tenuta la presentazione del libro di Elisiana Fratocchi, «Con l’esercizio costante». Tra le carte e l’opera di Ada Prospero Marchesini Gobetti (Napoli, Loffredo, 2024). Sono intervenuti Elena Porciani (Università della Campania Luigi Vanvitelli), Fabio Pierangeli (Università di Roma Tor Vergata) e Fratocchi (Università di Roma Tor Vergata), moderati da Massimiliano Tortora (Sapienza Università di Roma). Nella presentazione si è discusso dei principali aspetti di pregio del volume, ravvisati tanto in questioni metodologiche,

vale a dire nello studio filologico delle carte autoriali coniugato alla lettura critica dei materiali documentari, quanto in aspetti di storiografia letteraria, e quindi nella valorizzazione dell’opera narrativa di Prospero, figura ad oggi nota quasi esclusivamente per il suo operato storico-politico.

Colloqui dottorali di italianistica

La Fondazione Camillo Caetani ha organizzato la V edizione dei Colloqui dottorali di italianistica che, in occasione dell’ottantesimo Anniversario della Liberazione, è stata dedicata all’evoluzione che il tema della resistenza italiana ha conosciuto a partire dalla Liberazione in poi. Se all’inizio, infatti, l’esperienza partigiana è stata raccontata con uno spiccato intento ideologico, successivamente questa tensione ha lasciato spazio alla memoria, al recupero, al bilancio in negativo tra passato e presente.

Come per le precedenti edizioni, anche nel 2025 i Colloqui dottorali di italianistica si

sono articolati nei due momenti del call for papers e del seminario pomeridiano, tenutosi il 22 maggio 2025, che ha costituito la base di discussione da cui ha preso poi le mosse il volume che raccoglie sia gli interventi della conferenza sia i contributi di risposta al call for papers

Lo Stato pontificio nell’Europa delle Restaurazioni

Nelle giornate del 27 e 28 maggio 2025 la Fondazione Camillo Caetani e l’Istituto Nazionale di Studi Romani hanno ospitato, a conclusione del percorso di ricerca dello studioso Claudio Petrillo, promosso attraverso la borsa di studio in Storia della Fondazione stessa, il convegno internazionale di studi Rottura o continuità? Lo Stato Pontificio a confronto con l’Europa delle Restaurazioni (1800-1850). Il convegno ha dato avvio a un confronto sulle dinamiche di lungo periodo che determinarono il processo di State building controrivoluzionario dello Stato Ponti-

Convegno internazionale di studi 27-28 MAGGIO 2025

ROTTURA O CONTINUITÀ?

ficio, prendendo in considerazione il primo cinquantennio del XIX secolo.

Italia mia. Il madrigale italiano da Petrarca a Monteverdi

La Fondazione Camillo Caetani ha ospitato nel settembre 2025 la terza e ultima edizione del ciclo di seminari, conferenze e concerti dedicato al madrigale italiano dal titolo Italia mia. Il madrigale italiano da Petrarca a Monteverdi. Anno II. Monteverdi, Gesualdo e la «seconda prattica».

Organizzato in collaborazione con l’Associazione Ghimel, l’Associazione La Cantoria e l’ensemble Rossoporpora, Italia mia ha rappresentato ancora una volta l’occasione per musicisti, studenti e allievi di Conservatori di Musica di specializzarsi nel canto madrigalistico, studiando, discutendo e analizzando il repertorio di questo genere di composizioni.

Sono state inoltre organizzate conferenze dedicate a Palestrina, principe della musica e

Lo Stato Pontificio a confronto con l’Europa delle restaurazioni (1800-1850)

concerti in cui è stato presentato l’ampio repertorio madrigalistico studiato e analizzato nelle varie attività.

L’eredità di uno studioso di altri tempi: Gian Ludovico Masetti Zannini a dieci anni dalla scomparsa

Il 9 ottobre la Fondazione ha voluto ricordare attraverso l’organizzazione di un convegno in suo onore l’eccellente figura di Gian Ludovico Masetti Zannini, tracciandone con l’aiuto di studiosi e amici il percorso di ricerca, rivolto ad approfondire, tra le disparate tematiche cui Zannini si era dedicato, anche questioni di storia religiosa e femminile a Roma.

Quando e come dire neorealismo

Il 23 e 24 ottobre 2025 si è tenuto presso la Fondazione Camillo Caetani il convegno Quando e come dire neorealismo , organizzato da Margherita Martinengo e Michela

Rossi Sebastiano (borsista presso la Fondazione). Le relazioni si sono concentrate sull’analisi di romanzi e racconti composti tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta del Novecento con l’obiettivo di discutere e problematizzare la categoria di neorealismo, in ottica storicizzante e insieme stilistico-formale. La discussione ha affrontato l’attuale fisionomia critico-letteraria del neorealismo, nonché la sua articolazione nel contesto del campo letterario pre e postbellico. Gli interventi hanno inoltre esemplificato la possibilità di ripensare il sistema delle genealogie letterarie, in particolare attraverso l’individuazione di concordanze tematiche e stilistiche inedite. In questa direzione, l’analisi testuale ha permesso a relatrici e relatori di ampliare e insieme specificare il repertorio neorealista, connettendo l’indagine delle strutture narrative – che ha messo in luce la ricchezza di soluzioni stilistiche impiegate da autrici e autori – con lo studio delle traiettorie diverse e comunicanti dell’evoluzione storico-culturale. Nel corso della prima giornata del convegno si

sono tenute le seguenti relazioni: Massimiliano Tortora, La genesi del nuovo realismo: il dibattito sul romanzo negli anni Trenta ; Alessandra Grandelis, Quale realismo? Moravia scrittore controtempo ; Giorgio Nisini, Neorealismo ibrido. Questioni e mappature ; Beatrice Manetti, Conversazioni sul genere umano: Vittorini, Malaparte, Ortese, Calvino . Nel corso della seconda giornata del convegno si sono tenute le seguenti relazioni: Stefano Guerriero, Il piombo, le bombe e il cielo rosso del neorealismo ; Agnese Macori, Il realismo oltre la «cotta neoverista»: La malora di Fenoglio ; Cristina Savettieri, Neorealismo: una storia maschile? ; Elisiana Fratocchi, Pane, fagioli e biciclette: Morante sul neorealismo ; Marco Dondero, Neorealismi di Vitaliano Brancati? Dal fascismo agli anni Cinquanta ; Tiziano Toracca, La fine del neorealismo: su alcune linee di frattura I lavori del convegno hanno costituito la prima fase di un lavoro di aggiornamento critico-letterario dedicato alla narrativa neorealista, che troverà compimento in un

volume edito per le Edizioni di Storia e Letteratura, curato da Margherita Martinengo e Michela Rossi Sebastiano (la pubblicazione è prevista per l’autunno 2026).

Bassani e l’identità ebraica

La Fondazione Camillo Caetani ha ospitato il 19 e 20 novembre 2025 il convegno Bassani e l’identità ebraica, a cura di Paola Italia e Massimiliano Tortora, nell’ambito di una lunga consuetudine di collaborazione con la Fondazione Giorgio Bassani. Hanno discusso del rapporto tra Bassani e l’ebraismo Enzo Neppi, Gaia Litrico, Valerio Cappozzo, Rosy Cupo, Nancy Harrowitz durante la prima giornata, conclusasi con un’intervista a Paola Bassani a cura di Sonia Gentili e la presentazione del docu-film di Toni Trupia IN GRAN SEGRETO – Una storia familiare su Giorgio Bassani; Cristiano Spila, Sergio Parussa, Martina Piperno e Alberto Cavaglion hanno invece presentato i loro inter-

venti nel corso della seconda giornata del convegno.

Assemblea dei soci dell’Associazione delle istituzioni di cultura italiane (AICI)

Il 21 novembre 2025 la Fondazione ha avuto il piacere, in qualità di socia, di accogliere i lavori dell’assemblea annuale dell’Associazione delle istituzioni di cultura italiane (AICI).

Alla conclusione dell’assemblea i convenuti hanno potuto svolgere una visita guidata agli ambienti e alla sede della Fondazione, durante la quale è stato possibile sottolineare il peso e la rilevanza per la storia e la cultura italiana del patrimonio conservato dall’istituto.

Conferenza di geopolitica tenuta dall’Ambasciatore Giampiero Massolo

La Fondazione Camillo Caetani ha concesso in uso, il 2 dicembre 2025, la sala convegni di

Palazzo Caetani, per la conferenza di ambito geopolitico presieduta dall’Ambasciatore Giampiero Massolo a cura della Comunità Ebraica di Roma; la sede e la sala hanno riscosso vivo apprezzamento.

Salotti romani tra il 1870 e il 1914: Ersilia Caetani Lovatelli e Giuseppe Primoli

Nei giorni 2-3-4 dicembre si è svolto presso la Fondazione Primoli (2 dicembre), la Fondazione Camillo Caetani (3 dicembre) e l’École française de Rome (4 dicembre) il convegno dedicato alle figure di Ersilia Caetani Lovatelli e Giuseppe Primoli, in occasione del centenario della morte della nobildonna. In chiusura della seconda giornata si è svolta la visita presso la sede della Fondazione Camillo Caetani tenuta da Roberto Battistelli, archivista e relatore nel convegno. L’iniziativa è stata organizzata in collaborazione con la Fondazione Primoli e ha visto susseguirsi interventi di numerosi studiosi relativi alle figure dei due personaggi in esame e alla natura e caratteristiche dei salotti e accademie nella Roma dell’Ottocento; tra

i relatori anche Francesca Caetani Lovatelli, che ha egregiamente rappresentato il mondo della moda all’epoca della sua ascendente.

La mensa di Clemente VII antipapa a Fondi

Venerdì 5 dicembre la Fondazione Camillo Caetani ha ospitato la presentazione del libro di Maria Teresa Caciorgna La mensa di Clemente a Fondi, con l’edizione del registro Coquina (sett. 1378 – apr. 1379). L’evento ha visto la partecipazione con intervento e commento sul libro, oltre che dell’autrice, anche di Tommaso di Carpegna Falconieri e Dario Internullo e una stimolante discussione sulle figure di Onorato I Caetani, papa Clemente VII e sul registro Coquina.

Presentazione del libro Una frammentata totalità. Saggio su I ventitré giorni della città di Alba

Il giorno 17 dicembre 2025 si è tenuta a Palazzo Caetani la presentazione del libro di Agnese Macori dal titolo Una frammentata totalità. Saggio su I ventitré giorni della città di Alba (Mimesis, 2025). Sono intervenu-

ti Anna Baldini (Università per Stranieri di Siena) e Massimiliano Tortora (Fondazione Caetani – Sapienza Università di Roma) coordinati da Riccardo Capoferro (Sapienza Università di Roma). In particolare, si è discusso – insieme all’autrice – delle modalità attraverso cui Fenoglio, nella sua raccolta di esordio, è riuscito a tracciare un quadro unitario entro cui dialogano testi resistenziali e racconti di ambientazione langarola, insistendo quindi sui tratti che fanno de I ventitré giorni della città di Alba un’unità organica e coerente.

Archivissima 2025

L’evento Archivissima del 2025 è stato intitolato Dalla parte del futuro. Il progetto è stato presentato attraverso un video documentario curato da Idalberto Fei con la partecipazione di vari studiosi ed esperti, cercando di riflettere su come nel passato si cercasse di prevedere o dominare il futuro attraverso gli strumenti che l’uomo ha a disposizione: dagli oroscopi seicenteschi alle profezie usate come armi di guerra, fino alle utopie della fantascienza e alle moderne tecnologie di archiviazione.

Edizioni fuori collana

Eugene Walter, Cooking recipes from the South of the United States, Palombi Editori, Bastiglia (MO), 2024

La Fondazione Camillo Caetani, in collaborazione con la Fonda zione Roffredo Caetani e sulla base del lavoro critico svolto da Cristina Giorcelli, pubblica in forma di libretto le ricette, cor redate di disegni a colori, di Eugene Walter, artista poliedrico che incontrò a lungo la sensibilità della principessa Marguerite Caetani. Walter fu correttore di bozze e co-redattore di «Botte ghe Oscure», di cui era redattore Giorgio Bassani, e privato con sigliere della principessa, con il compito di segnalarle i giovani scrittori statunitensi di maggior talento.

Finanziamenti e convenzioni

La Fondazione ha ottenuto i contributi emessi dalla Regione Lazio per gli istituti culturali per l’anno 2025, con i quali si è stabilito di rinnovare i materiali di condizionamento dell’importante fondo pergamenaceo in suo possesso, costituito da circa 3500 pergamene databili dall’anno Mille al XVII secolo, tra cui numerose bolle pontificie come quelle emanate da Bonifacio VIII relative all’acquisizione dei territori di Sermoneta e Ninfa nel corso del suo pontificato (1294-1303).

Si è inoltre deciso di migliorare l’esperienza della consultazione per gli utenti e la sicurezza della documentazione attraverso l’acquisto di un monitor per la visualizzazione agevolata di materiali di grande formato (come mappe storiche, topografie, alberi genealogici) e di acquistare alcuni pc portatili al fine di facilitare la consultazione di inventari e documenti attraverso questi strumenti.

La Fondazione risulta inoltre iscritta alla Tabella delle istituzioni culturali ammesse al

contributo ordinario annuale dello Stato per il triennio 2024 – 2026.

Si sono conclusi i lavori dei borsisti della Fondazione, Michela Rossi Sebastiano per l’italianistica con il convegno Quando e come neorealismo, svoltosi il 23 e 24 ottobre 2025, Claudio Petrillo per storia con il convegno Rottura o continuità. Lo stato pontificio a confronto con l’Europa delle restaurazioni (1800-1850), tenutosi nelle giornate del 27 e 28 maggio 2025.

A dicembre 2025 sono inoltre state effettuate le valutazioni per l’assegnazione del nuovo ciclo di borse di studio. La borsa di letteratura è stata conferita alla dott.ssa Margherita Martinengo con il progetto Dentro e fuori il neorealismo: il caso Natalia Ginzburg; la borsa di storia dell’arte è andata alla dott.ssa Giulia Amodio con il progetto Il Duomo di Orvieto nelle stampe dell’età di Pio VI Braschi: memoria antica e cultura figurativa nello Stato Pontificio; la borsa di storia, infine, è stata as-

segnata al dott. Gianmarco Palmieri con il progetto Giudici e società nello Stato pontificio delle Restaurazioni. Il ruolo della magistra-

tura nell’organizzazione dell’apparato statale tra istanze di modernizzazione ed equilibri costituzionali (1814-1853)

Mostre

Liber amicorum alle Gallerie dell’Accademia di Venezia

La Fondazione Camillo Caetani ha dato in prestito il manoscritto cartaceo Liber amicorum (Misc. 1266) in occasione della mostra Corpi moderni curata da Guido Beltramini, Francesca Borgo e Giulio Manieri Elia e svoltasi presso le Gallerie dell’Accademia a Venezia dal 4 aprile al 27 luglio 2025. Si tratta di un prezioso, minuscolo libro composto (1591-1601) dal barone austriaco Hans Christoph von Puchheim con dediche di amici e immagini miniate, pubblicato dalla Fondazione nel 2019 a cura di Giovanna Sapori. La mostra ha avuto come tema centrale il corpo umano nel Rinascimento indagato come forma ideale e nel suo trasformarsi nel tempo.

Il manoscritto Caetani è stato esposto aperto alla pagina con l’immagine della cortigiana veneziana che alza la gonna e mostra i calcagnini, tipica calzatura questa di cui in mostra erano presenti diversi esemplari.

Acquerelli di Maria Barosso al Museo Centrale Montemartini

Sono stati concessi in prestito e contestualmente restaurati da Zètema Progetto Cultura al fine di garantire leggibilità e integrità fisica alcune opere di Maria Barosso: in particolare Decorazione della sala al 2° piano del Maschio del Castello di Sermoneta (inv. 1590), Interno della Grotta di San Michele Arcangelo sopra Ninfa (inv. 1582), Maiolica del pavimento della sagrestia del duomo di Capua, (inv. 1574), Affresco con scena narrativa e santi da Santa Maria Maggiore a Ninfa (inv. 1584), Decorazione del salone del Palazzo papale di Anagni (inv. 1583), Restituzione del Sacello di Bonifacio VIII in San Pietro in Vaticano (inv. 1591), Veduta di Sermoneta con castello (inv. 1593), Veduta di Ninfa nel XIV secolo, (inv. 1587). Queste opere sono state esposte nella mostra Maria Barosso. Artista e archeologa nella Roma in trasformazione, che si è svolta tra il 16 ottobre 2025 e il 22 febbraio 2026 presso il Museo Centrale Montemartini di Roma.

Sveva Caetani. Forma e frammento

In merito alla mostra dedicata alle opere di Sveva Caetani, per la prima volta esposta in Italia, la Fondazione Camillo Caetani, per illustrarne al meglio la figura e l’attività pittorica, ha fornito immagini digitali di fotografie tratte dal Fondo fotografico dell’Archivio Caetani. Sveva Caetani. Forma e frammento, Museo MAXXI di Roma, 2 ottobre 2025 – 4 gennaio 2026.

Restauri e acquisizioni

Madonna col Bambino e S. Giovannino

La Fondazione ha promosso il progetto di restauro conservativo del dipinto a olio su tavola, copia parziale (manca la figura di S. Giuseppe) dalla Sacra Famiglia con S. Giovannino, detta la Madonna della Rosa, di un allievo di Raffaello (Madrid, Museo del Prado, 1518 ca.). L’autore, non identificato, la dipinse forse nella prima metà del XVI secolo. Il restauro, che ha riguardato anche la cornice, è stato affidato al dott. Roberto Della Porta, in possesso della qualifica di restauratore di beni culturali.

Restauro delle unità archivistiche conservate presso l’Archivio di Stato di Siena «ASSi, Biccherna 543» del 1321/1322; «ASSi, Consiglio Generale 92» del 1329; «ASSi, Consiglio Generale 96» del 1322.

La Fondazione si è fatta carico della digitalizzazione del libro delle adunanze dell’Archivio di Stato di Siena dove è attestata l’attività di Roffredo III Caetani nel 1320, nella prospettiva di promuovere la tutela e l’interesse verso un documento significativo per la storia medievale della famiglia e di incrementare la qualità dei rapporti che la Fondazione coltiva con altri enti di conservazione e valorizzazione culturale.

Social e sito web

L’esame delle statistiche del sito fondazionecamillocaetani.it per l’anno 2025 mostra una crescita nei visitatori totali (20.595, ovvero circa il 42% in più, con oltre 6000 visitatori rispetto all’anno precedente) e nel numero di pagine visitate (37.916, con un aumento del 49%, 12.486 pagine in più rispetto al periodo precedente). Le nuove pagine biografiche dei Caetani e il lancio dei bandi di concorso hanno trainato verso l’alto la frequenza del sito. Questa mostra alti standard di click relativi alle pagine Palazzo Caetani, Bassani e l’identità ebraica e quella degli Archivi.

Una crescita si registra nel traffico in ingresso da motori di ricerca, piattaforme social (Facebook, Instagram), università, pagine Wikipedia, fondazioni e istituti di cultura. Per esempio le ricerche del sito su Google sono balzate a più di 8000 aumentando in maniera ragguardevole i risultati del 2024.

Il sistema di sicurezza si fonda ancora sul controllo a due fattori 2FA, simile ai login bancari. Questo ci ha permesso di bloccare

tentativi di accesso fraudolento che si attestano mensilmente intorno a 5400 ca. per i Brute Force e a più di 700 complessi. Questi ultimi richiedono spesso un intervento manuale.

Un costante monitoraggio degli accessi e il relativo blocco di indirizzi IP sono stati necessari lungo tutto l’anno, registrando picchi settimanali di attacchi che vanno da 300 a più di 1400 per nazione.

Il sito gode della protezione di backup periodici riguardanti i contenuti pubblicati e il database generale Mysql. In questo modo è possibile ripristinare l’impianto web anche dopo una eventuale breccia informatica.

Schede di libri

L’Europa della porpora. Arte e politica dei principi della Chiesa (1564-1605), a cura di Mauro Vincenzo Fontana e Patrizia Tosini, Roma, Officina Libraria, 2025

Viene pubblicato, nel mese di agosto 2025, il volume L’Europa della porpora. Arte e politica dei principi della Chiesa (1564-1605), come risultato della raccolta dei contributi emersi nell’omonimo convegno internazionale tenutosi a Roma il 16 e 17 marzo 2023, organizzato dall’Università degli Studi di Roma Tre in collaborazione con la Fondazione Camillo Caetani e con il contributo della Direzione generale Educazione, ricerca e istituti culturali del Ministero della Cultura. Il volume affronta i temi delle tensioni socio-religiose e gli intrecci tra arte, politica, propaganda e devozione che emergevano dall’applicazione dei decreti tridentini, sottolineando il ruolo giocato in questo intreccio di istanze dagli uomini della più alta gerarchia della Chiesa.

The Materiality of Modernisms, a cura di Giorgio Casara, Simão Palmeirim, Valeria Tocco, Milano, Ledizioni, 2025

Viene pubblicato nell’ottobre 2025 nell’ambito della collana European Modernism Studies, diretta da Massimiliano Tortora e Annalisa Volpone, promossa dal Centre for European Modernism Studies, in collaborazione con la Fondazione Camillo Caetani, il

volume The Materiality of Modernisms, inteso ad approfondire, attraverso un approccio comparativo, interdisciplinare e transnazionale, i temi e le questioni del modernismo, con particolare riferimento all’interazione tra arti, media, e pratiche sociali.

La passione per Roma, l’antico e l’arte italiana degli ultimi conti Lanckorónski, a cura di Jerzy Miziołek e Francesca Ceci, Roma-Bristol (USA), «L’Erma» di Bretschneider, 2025

In seguito al convegno internazionale tenutosi tra 5 e 7 dicembre del 2022 a Roma –presso i Musei Capitolini, la Curia Iulia al Foro Romano, l’Istituto Nazionale di Studi Romani e la Fondazione Camillo Caetani – è pubblicato il volume La passione per Roma, l’antico e l’arte italiana degli ultimi conti Lanckorónski, a cura di Jerzy Miziołek e Francesca Ceci. Il convegno e la pubblicazione di questo volume sono stati realizzati grazie al sostegno del Ministero delle Scienze della Repubblica di Polonia e del Rettore dell’Università di Varsavia. Scopo del convegno era quello di celebrare i risultati ottenuti dagli studiosi Karol e Karolina Lanckoroński, affrontando tematiche relative ai monumenti della Roma antica e moderna, alle ricerche archeologiche di Karol Lanckoroński e la sua collezione d’arte, l’opera di Michelangelo, l’attività dell’Istituto Storico Polacco di Roma creato nel 1946.

Finito di stampare nel maggio 2026 da Digital Team s.r.l.

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PALCAE_13_2025pdf by Fondazione Camillo Caetani - Issuu