Giugno 2018
N° 61
LA FILARMONICA È... Informatore musicale del COMPLESSO BANDISTICO LA FILARMONICA
Con grande piacere introduco per la prima volta un programma da concerto de La Filarmonica su queste pagine. Un programma è qualcosa di più che un elenco di brani; un elenco di titoli dice ben poco della storia che racconta e non rende giustizia quasi mai del lavoro lungo che dovrebbe celare. Un programma da concerto è una scoperta di connessioni, un percorso tra i mille percorsi possibili, un punto di osservazione che deve avere il coraggio di essere fedele a sé stesso e allo stesso tempo essere aperto a tutti i punti di ascolto. Per il concerto del 16 giugno, siamo lieti di proporre un percorso in un aggettivo che ha grande importanza nella scrittura musicale italiana ed europea dell’800: cantabile. Possiamo dire, senza tema di smentita, che il concetto di cantabile sia, per il mondo musicale ottocentesco, una specie di motto, una parola d’ordine, di più: un principio ispiratore costante. Di più: un modo di essere musica, di pensare musica, di respirare con la musica. Lasciamoci guidare in un percorso a ritroso nel tempo, verso le origini di questa sensibilità. Lasciamo che i pensieri di Verdi, Mendelssohn, Bellini, Elgar e Wagner risuonino in questa notte di fine primavera, e lasciamo che La Filarmonica si cimenti alla scoperta delle mille angolazioni di un modo di pensare musica che tanto ha influenzato e influenza il nostro paesaggio sonoro, ancora oggi e sempre. Dario Garegnani, Direttore de La Filarmonica
CONCERTO DI GIUGNO Quadriportico Basilica di Santa Maria Nuova - Abbiategrasso Sabato 16 giugno 2018 - ore 21
Cantabile ‘800 Elgar Verdi
Mendelssohn Wagner
Bellini
RISTORANTE
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Editoriale Presidente Editoriale - Alessandro Bagnaschi Arriviamo al tradizionale appuntamento del Concerto di Giugno dopo una fase di preparazione sicuramente impegnativa, ma ricca di soddisfazioni. I nostri musicisti e il Maestro Dario Garegnani hanno in questi mesi approfondito la reciproca conoscenza, acquisendo e perfezionando gli automatismi indispensabili per fornire il miglior risultato possibile, frutto di conoscenza, fiducia e stima reciproche. Chi ha assistito al Concerto della Liberazione dello scorso 25 aprile ha avuto modo di apprezzare i primi frutti di questo importante lavoro: la competenza e professionalità del nostro Maestro, unite alle capacità e alla dedizione dei nostri musicisti, hanno via via permesso di raggiungere gli obiettivi attesi nel solco della tradizione de La Filarmonica e, sono certo, avrete modo di apprezzare i risultati di questo importante lavoro assistendo a questo Concerto. La nostra attività naturalmente non si limita a questo: i mesi di maggio e giugno sono caratterizzati da una serie impegni in Città e nel circondario che coinvolgono sia la nostra formazione tradizionale, sia la formazione della Filarmonica Big Band, a dimostrazione dell’apprezzamento che viene riservato alla nostra attività. La nostra Junior Band, ora affidata alle sapienti mani di Luca Ragona, continua nel rispetto dell’obiettivo originario, che prevede un percorso volto ad agevolare l’inserimento dei musicisti più giovani in un contesto via via più complesso. In questa ottica vanno lette anche alcune esperienze con formazioni giovanili del circondario, condotte in collaborazione con ANBIMA provinciale.
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Anche l’attività della scuola Corrado Abriani e il laboratorio MUSICHEMOZIONI proseguono con la costante attenzione dei nostri insegnanti e dei responsabili alle esigenze degli allievi e delle loro famiglie, cercando di avvicinare sempre più giovani allievi alla passione per la musica, e in particolare per la musica d’insieme. In estrema sintesi possiamo dire di avere tanta “carne al fuoco”, di voler offrire il meglio compatibilmente con le nostre capacità e possibilità. Nelle pagine interne, troverete un inserto speciale nel quale sono riportate testimonianze e ricordi della permanenza del Maestro Carlo Zappa ad Abbiategrasso. Per quanto riguarda la mia esperienza personale, posso dire di essere onorato dalla sincera amicizia che ancora mi lega a lui, nata dalla stima e dal profondo rispetto dei rispettivi ruoli e maturata poi nella condivisione di obiettivi comuni e condivisi. Ricordo con affetto la sua vicinanza nei primi tempi della mia presenza in Filarmonica, quando, insieme ad altri, con pazienza e discrezione, seppe aiutarmi a entrare nella realtà della nostra Associazione, rispettando anche i miei tempi e i miei limiti. Auguro a Carlo, facendomi portavoce di tutta La Filarmonica, i migliori successi a livello personale e professionale, e lo ringrazio per quanto fatto per e con La Filarmonica. Alessandro Bagnaschi Presidente del Complesso Bandistico “La Filarmonica” di Abbiategrasso
Concerto di Giugno 2018 Il programma Ave Maria (su una scala enigmatica)
Con il patrocinio della Città di Abbiategrasso
Giuseppe Verdi - Da Quattro pezzi sacri
Chanson de matin, op.15 n.2 Edward Elgar
Lacrimosa
Giuseppe Verdi - Da Messa da requiem
Processione di Elsa al tempio Richard Wagner - Da Lohengrin
La Filarmonica ringrazia quanti hanno collaborato alla realizzazione del Concerto di Giugno 2018
LA FILARMONICA è un’Associazione di Promozione Sociale
Nabucodonosor, Sinfonia Giuseppe Verdi
Sostienila con il tuo contributo del 5‰ dell’IRPEF Codice fiscale:
Norma, Sinfonia
82004210157
Vincenzo Bellini
Ouverture in do maggiore per fiati, op.24 Felix Mendelssohn
Direttore: Dario Garegnani
La Filarmonica ringrazia per la loro generosità e amicizia tutti gli sponsor e i sostenitori che hanno contribuito all’acquisto della nuova divisa -3-
LA FILARMONICA È... Informatore musicale del Complesso Bandistico La Filarmonica REDAZIONE
Chiara Magistrelli, Paola Magnaghi, Paolo Bassi, Andrea Capelli, Giuseppe Comincini, Damiano Lazzarin, Gianni Milanese, Gianni Rainoldi
HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO Alessandro Bagnaschi Dario Garegnani Ornella Zattin
CONTATTI REDAZIONE E PUBBLICITÀ
Per suggerimenti, contributi o per pubblicare la vostra inserzione pubblicitaria a sostegno de La Filarmonica, scrivete a:
filarmonica.informatore@gmail.com
Concerto di Giugno 2018 - Guida all’ascolto A cura di Paola Magnaghi Ave Maria su scala enigmatica
1898 - Giuseppe Verdi - Da Quattro pezzi sacri Giuseppe Verdi compose i Quattro pezzi sacri, pubblicati da Ricordi nel 1898, nell’arco di una decina di anni; sempre per volere del Maestro, solo gli ultimi tre (Laudi alla Vergine Maria, Te Deum e Stabat Mater) ebbero una prima esecuzione pubblica a Parigi, nello stesso anno. L’ormai anziano Verdi non presenziò, lasciando ad Arrigo Boito l’incombenza di preparare il concerto. Il primo dei Quattro pezzi, l’Ave Maria su scala enigmatica, composto nel 1890, non ebbe almeno in quell’occasione il riscontro del pubblico. Venne concepito dal compositore come un esercizio di contrappunto, stimolato dalla proposta dalla Gazzetta musicale di Milano, che chiedeva ai lettori di armonizzare a proprio gusto la “scala enigmatica” di Crescentini; Verdi utilizzò questa scala in una composizione a quattro voci, su testo di Arrigo Boito. Inizialmente sono i bassi ad intonare la scala, che passa poi a contralti, tenori e soprani.
La formula della scala enigmatica di Adolfo Crescentini è: 1 (tonica), 2b, 3 (maggiore), 4#, 5# (aumentata), 6#, 7 (sensibile), 8 (ottava).
Chanson de matin, op.15 n.2 1890 - Edward Elgar
Edward Elgar, caposcuola dei moderni compositori inglesi, produsse nella sua carriera una sessantina di lavori, tra i quali il più noto è probabilmente la marcia Pomp and Circumstance, largamente utilizzata per esempio nelle cerimonie di laurea. Violinista e organista, dovette abbandonare la carriera di esecutore per motivi di salute e si dedicò esclusivamente alla composizione. Le sue composizioni, che preannunciano l’avvicinarsi del XX secolo, spiccano per distinzione ed eleganza, per una tecnica contrappuntistica e strumentale nutrita ed elaborata e per la sempre piacevole cantabilità. La Chanson de matin op.15, composta tra il 1889 e il 1890, era in origine pensata per violino e pianoforte, ma fu lo stesso Elgar a concepirne poi la versione orchestrale. La prima esecuzione pubblica avvenne nel 1901 al Queen’s Hall Promenade Concert, assieme alla composizione “sorella” Chanson de nuit.
che il cigno di Busseto, nel 1867, scriveva all’autore de I promessi sposi: “Vi stimo e vi venero quanto si può stimare e venerare su questa terra, e come uomo e come vero onore di questa nostra Patria sempre travagliata”. Non stupisce quindi che, alla morte di Manzoni, nel 1873, Verdi abbia scritto le seguenti parole a Ricordi, il suo editore: “Io pure vorrei dimostrare quanto affetto e venerazione ho portato e porto a quel grande che non è più e che Milano ha tanto degnamente onorato. Vorrei mettere in musica una Messa da morto da eseguirsi l’anno venturo per l’anniversario della sua morte. La Messa avrebbe proporzioni piuttosto vaste, ed oltre ad una grande orchestra ed un grande coro, ci vorrebbero anche (ora non potrei precisarli) quattro o cinque cantanti principali”. L’anno successivo, il Requiem vide la sua prima esecuzione nella chiesa di San Marco a Milano; sono interessanti le parole di Josef Ratzinger, Papa Benedetto XVI, teologo ed esperto di musica, su questa composizione di un uomo che, scrivendo a Ricordi, si definiva un po’ ateo: “Giuseppe Verdi ha speso l’esistenza a scrutare il cuore dell’uomo; nelle sue Opere ha messo in luce il dramma della condizione umana: con la musica, le storie rappresentate, i vari personaggi. Il suo teatro è popolato di infelici, di perseguitati, di vittime. In tante pagine della Messa da Requiem riecheggia questa visione tragica dei destini umani: qui tocchiamo la realtà ineluttabile della Morte e la questione fondamentale del mondo Trascendente, e Verdi, libero dagli elementi della scena, rappresenta, con le sole parole della Liturgia Cattolica e con la musica, la gamma dei sentimenti umani davanti al termine della vita: l’angoscia dell’uomo nel confronto con la propria fragile natura, il senso di ribellione davanti alla Morte, lo sgomento alle soglie dell’Eternità. Questa musica invita a riflettere sulle realtà ultime, con tutti gli stati d’animo del cuore umano, in una serie di contrasti di forme, toni, coloriti, in cui si alternano momenti drammatici a momenti melodici, segnati da speranza. (…) Questa Messa ci appare come un grande appello all’Eterno Padre, nel tentativo di superare il grido della disperazione davanti alla Morte, per ritrovare l’anelito di vita che diventa silenziosa e accorata Preghiera: libera me, Domine! Il Requiem verdiano si apre, infatti, con una frase in La Minore, che sembra quasi scendere verso il silenzio – poche battute dei violoncelli, pianissimo, con sordina – e si conclude con la sommessa invocazione al Signore: Libera me! Questa Cattedrale Musicale si rivela come descrizione del dramma spirituale dell’uomo al cospetto di Dio Onnipotente, dell’uomo che non può eludere l’eterno interrogativo sulla propria esistenza”.
Lacrimosa
1874 - Giuseppe Verdi - Da Messa da requiem Giuseppe Verdi e Alessandro Manzoni: due titani che hanno caratterizzato e arricchito l’Ottocento italiano. Due personalità completamente diverse (burbero e “mangiapreti” il primo, profondamente religioso il secondo), che si ritrovarono però profondamente simili nell’etica (del lavoro, ma non solo), nel pragmatismo (tratto caratteristico e distintivo della borghesia lombarda in rapida affermazione), e nell’aver saputo dare all’Italia una dimensione culturale che altrimenti l’avrebbe vista pesantemente in difetto rispetto ad altre nazioni europee. Pur non avendo un’intima conoscenza reciproca (si videro pochissime volte e si scambiarono poche missive), l’impressione che Verdi aveva riportato dall’incontro con Manzoni era rimasta vivida, tanto -4-
1850 - Richard Wagner - Da Lohengrin Per trovare le fonti dell’opera Lohengrin, rappresentata per la prima volta nel 1850 e che, come era abitudine nei lavori di Wagner, ha visto il compositore tedesco artefice sia della musica sia del libretto, bisogna tornare al poema epico medievale Parzival, di Wolfram von Eschenbach (oltre che in altri scritti attingenti a mitologia tedesca e saghe germaniche). È lì, infatti, che fa la sua apparizione il personaggio di Lohengrin, cavaliere del cigno, figlio di Parsifal, il re del Sacro Graal.
August von Heckel, L’arrivo di Lohengrin nella navicella condotta da un cigno (1830)
Lohengrin ha i toni di una fiaba, ma senza il lieto fine, e ha il suo incipit nelle vicende storiche dei tempi di Enrico I (X secolo). Come in tutti i lavori di Wagner, sono riscontrabili diversi livelli di lettura e diverse interpretazioni; nella vicenda del Cavaliere del cigno, per esempio, si trovano echi della cultura classica. Come non collegare la richiesta di Lohengrin ad Elsa di non chiedergli chi sia realmente al mito di Amore e Psiche? C’è inoltre il tema della sostituzione del culto e delle credenze nelle divinità pagane con la religiosità cristiana; e ancora, l’autore, nella Comunicazione ai miei amici del 1851, impone ulteriori riflessioni sul personaggio principale, individuando la metafora dell’artista assoluto come chiave di lettura. Come nella trama Lohengrin chiede a Elsa un atto di cieca fiducia, di amarlo per come si presenta, senza conoscerne le origini, così l’artista chiede di poter essere amato (e amare) senza giustificare le proprie scelte e azioni (ndr: a pagina 7, è riportato un passo scritto da Wagner sull’argomento). Dal punto di vista musicale, ancora non è ben definita la tecnica dei leitmotiv, presenti solo come brevi citazioni; le melodie sono di lunghezza belliniana, e viene definitivamente adottata la tecnica del durchkomponiert: ciò significa che la composizione non è divisa in “numeri” (recitativi, arie, cori…), ma si dipana senza interruzioni.
Nabucodonosor, Sinfonia 1841 - Giuseppe Verdi
Eseguita per la prima volta nel 1842, il Nabucco è la terza opera del compositore emiliano rappresentata alla Scala (la prima fu Oberto, conte di San Bonifacio nel 1839, seguita dalla sfortunata Un giorno di regno del 1840). Dopo un periodo di crisi personale (aveva perso la moglie e i due figli) e creativa, Verdi si decise a tornare a comporre, grazie all’intervento dell’impresario Bartolomeo Merelli. Giuseppina Strepponi, futura compagna di vita del Maestro, interpretò allora Abigaille, uno dei personaggi chiave: presunta figlia del re di Babilonia Nabucodonosor, è innamorata di Ismaele, nipote del re di Gerusalemme Sedecia; egli però ama Fenena, un’altra figlia del re Babilonese. La passione amorosa di Abigaille e il suo odio nei confronti di Fenena si risolvono con la conversione di Nabucodonosor, reso folle da un fulmine scagliato dal dio degli ebrei contro il quale aveva bestemmiato.
In quest’opera l’elemento privato si intreccia con gli eventi storici e politici. Da subito, il motivo del Va’, pensiero, intonato dagli ebrei che ricordano la patria “bella e perduta”, infiammò il pubblico di ogni ceto sociale. Il motivo del celeberrimo coro è anticipato nella sinfonia.
Norma, Sinfonia
1831 - Vincenzo Bellini Presentata per la prima volta al Teatro alla Scala il 26 dicembre 1831, ebbe un esordio difficile (come molte opere destinate a fare la storia di questo genere musicale). Fu però rivalutata già dalle prime repliche, grazie innanzitutto a Giuditta Pasta, soprano che all’epoca sovrastava tutte le altre interpreti. Per lei, il compositore catanese aveva già scritto, nello stesso anno, La sonnambula. Si tratta di un’opera elegiaca, ambientata in Gallia al tempo dell’invasione romana: Norma e Adalgisa, sacerdotesse dei Druidi, sono entrambe innamorate del proconsole Pollione (dal quale Norma ha avuto due figli). Un intreccio tra politica e amore in tutte le sue forme (per i figli, per un uomo, per il padre, per la patria) conduce fino al tragico epilogo, in cui Norma e Pollione vengono uniti dalle fiamme dello stesso rogo. La Sinfonia anticipa il clima drammatico di quest’opera amata tanto da Verdi, che considerava Bellini un impareggiabile melodista, quanto da Wagner, critico indefesso dell’opera italiana, che ammise di aver trovato in Norma l’ispirazione per la scena della morte di Isotta nel suo Tristan und Isolde (ndr: a pagina 7, uno scritto di Wagner proprio sulla bellezza dell’opera di Bellini).
Ouverture in do maggiore per fiati, op.24 1826 - Felix Mendelssohn
Jakob Ludwig Felix Mendelssohn Bartholdy (1809-1847), compositore, pianista e direttore d’orchestra, visse durante il primo periodo romantico. Maggiormente conservatore rispetto ad altri compositori dell’epoca (Richard Wagner e Franz Liszt per fare due esempi), le sue composizioni includevano sinfonie, concerti, oratori, musica da camera e musica per pianoforte. Considerato un bambino prodigio, a soli dieci anni iniziò a studiare contrappunto e composizione con Carl Friedrich Zelter. L’Ouverture op.24, sebbene sia stata pubblicata solo nel 1852, vide la sua genesi negli anni della prima giovinezza (musicale e non) del compositore; la prima stesura risale infatti al luglio 1824 e prevedeva l’impiego di un flauto, due clarinetti, due oboi, due fagotti, due corni, una tromba e un corno basso inglese. In seguito l’organico venne ampliato, comprendendo però sempre e solo strumenti a fiato (e percussioni). L’introduzione è lenta e dolce e dai clarinetti passa poi attraverso tutte le sezioni; la fluidità e i cambiamenti di dinamica rendono indispensabile la massima attenzione attraverso questo delicato passaggio: Sono più di carattere tecnico le difficoltà della sezione successiva, che si presenta in contrasto alla precedente.
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James Warren Childe, ritratto di Felix Mendelssohn, acquerello (1830)
Processione di Elsa al tempio
Werdi vs Vagner Paola Magnaghi
Gli opposti ci attraggono Non è possibile delineare in poche parole il panorama musicale ottocentesco, tante e tali furono le trasformazioni non solo culturali e musicali, ma anche scientifiche e industriali che caratterizzarono quel periodo, che vide inoltre l’affermarsi dei nazionalismi (nel bene e nel male) e la costituzione di nuovi Stati (spicca tra tutti l’unità d’Italia). Cambiò anche, e di molto, la concezione dell’artista, fino ad allora un “artigiano” che produceva opere come “in catena” per sbarcare il lunario (nei secoli precedenti molti di questi artigiani hanno prodotto capolavori assoluti, si pensi a Händel, Vivaldi o Mozart, limitatamente alla musica). Dopo un lungo percorso iniziato con l’autoaffermazione di nomi come Beethoven, si arrivò alla fine del secolo a percepire l’artista come un individuo “a sé”, libero da legami e vincoli di ogni tipo. La musica diventò soggettiva, atta a esprimere stati d’animo e sentimenti dell’autore (che però, dovendo anche mettere il pane in tavola, non sarà mai del tutto affrancato da commissioni e committenti). Dal punto di vista delle strutture musicali, se l’inizio del secolo risentiva ancora di echi barocchi e classici, presto il romanticismo pervase l’animo dei compositori (così come alla ragione dell’Illuminismo si contrappose il “sentimento” dell’Ottocento). Cambiò e si ampliò anche l’orchestra, con l’inserimento di nuovi strumenti a fiato e a percussione e con evoluzioni tecniche che li resero più versatili, e nacque la figura del Direttore. In questo panorama, tra i molti nomi eminenti ne spiccano due che sembrano totalmente in antitesi tra loro: è arduo immaginare due personaggi e due mondi più distinti dei microcosmi Verdi e Wagner; pochi infatti sono gli elementi in comune (a parte l’anno di nascita, il 1813) tra questi due titani della musica europea del XIX secolo. Non si scrissero né si incontrarono mai, ma si scrutarono a distanza, forse consci di un’incompatibilità insuperabile e al tempo stesso ammirati dalla diversa genialità dell’altro. Verdi menzionò Wagner in numerose lettere, riconoscendone il valore artistico, mentre il tedesco ricambiò in una lettera a Liszt e in occasione di un Trovatore a Dresda (senza peraltro mai chiamare il rivale per nome). Caratterialmente, al solido lavoratore Verdi, che componeva Falstaff mentre contrattava la vendita della legna della tenuta di Sant’Agata, si contrappose il “filosofo” Wagner, convinto di avere diritto, in quanto pervaso dal sacro fuoco dell’arte, al sostegno e ai finanziamenti di generosi mecenati (nota è la vicenda del suo soggiorno presso il giovane re di Baviera Ludwig). L’emiliano Verdi ebbe due sole compagne di vita: la compaesana Margherita Barezzi, che morì giovanissima, e la cantante Giuseppina Strepponi, che il compositore difese in ogni modo dalle malelingue e dai benpensanti. Diverse furono invece le avventure di Wagner, che non trovò pace nemmeno con l’adorante Cosima, figlia di Listz (peraltro sottratta all’amico e collaboratore von Bülow). Dal punto di vista politico, all’impegnato Wagner, che scrisse molto e si espose in prima persona sulle barricate del 1848, si contrappose il più quieto Verdi, che solo in età matura si interessò all’argomento, diventando senatore del neonato Regno d’Italia (ma restando sempre distaccato). Come nella vita, questi due titani si distinsero anche nella concezione musicale e nel modo di vivere il teatro. L’italiano Verdi, erede di una grandiosa tradizione operistica, mosse i primi passi nella venerazione di Rossini, Bellini, Donizetti. Pur adottando un proprio stile e, in un certo senso, scardinando da dentro la tradizionale
concezione operistica, non si ritenne mai un rivoluzionario o un vate da seguire. Wagner, al contrario, aveva l’obiettivo di creare, con le sue opere, un nuovo genere non solo musicale, l’opera d’arte totale (Gesamtkunstwerk), che avrebbe rivelato la superiorità dell’arte e della cultura tedesche (senza approfondire, è nota l’ammirazione di Hitler per il lavoro di Wagner, il quale peraltro mai nascose il proprio antisemitismo e razzismo). Diversi loro, come diverso era il teatro musicale dei rispettivi Paesi. Gli stessi precursori di Verdi citati in precedenza si erano inseriti in una tradizione che affondava le sue radici all’inizio del XVII secolo, quando, con l’Orfeo di Monteverdi, si diede inizio all’avventura dell’opera italiana, apprezzata per bel canto, virtuosismi e musiche di accompagnamento. Wagner, invece, aspirava alla creazione di una vera opera tedesca: fino a quel momento Carl Maria Von Weber, autore di Freischütz ed Euryanthe ed esponente principale del teatro in musica tedesco (di cui era considerato il fondatore), aveva fatto grande uso del Lied e del Singspiel (che alterna parti cantate e parlate). Verdi cominciò quindi la carriera nei binari della tradizione di una opera a numeri chiusi (arie, duetti, quartetti, cori...), teorizzata dagli studiosi dell’epoca con la definizione di “solita forma” (data da Abramo Basevi); col passare degli anni, modellò le norme a proprio piacimento per esigenze teatrali e di scena, avvicinandosi in qualche modo al mondo del rivale, consapevole del fatto che arie e recitativi non bastavano più. È nota la sua uscita: “Io non sono mica uno che scrive pezzi e arie, io compongo un dramma in musica!”. In Aida, nella scena con la figlia, Amonasro non ha un’aria, senza che ciò noccia allo spettacolo. Inoltre, Verdi fu capace di attingere dalle culture di altri paesi: dal teatro in musica francese, per esempio, prese l’idea di inserire i balletti nelle proprie opere, accompagnandoli con musiche ad hoc (ne I Vespri Siciliani, o nella stessa Aida). Musicalmente, è il momento di svincolare Verdi da certi pregiudizi: lungi dall’essere compositore solo da “zum-pa-pa”, era in grado di sottolineare in maniera espressiva ogni momento delle proprie opere. Di Wagner sono invece notissimi l’uso dei leitmotiv (motivi conduttori), a partire dalle opere successive al Lohengrin, e la sapiente elaborazione armonica e tematica; sfruttò cromatismi e relazioni armoniche che cominciavano a destabilizzare il sistema tonale precostituito; come tutti i tedeschi, inoltre, era in grado di elaborare, da poco materiale musicale, ore di musica di altissimo livello. Per quanto riguarda la tecnica dei leitmotiv, in ogni opera se ne contano più di cinquanta, legati a personaggi, stati d’animo, oggetti sacri. Un’altra importante caratteristica è l’orchestrazione e l’uso dei timbri e degli impasti sonori, sfruttando strumenti popolari come l’oficleide, l’euphonium, il corno alpino. Diversi anche i temi trattati e le fonti: più eterogeneo Verdi, che spaziava da Shakespeare ai contemporanei Hugo e Dumas (Rigoletto e La traviata), ma prese anche spunto da fatti storici e politici (I Vespri siciliani). Wagner invece, si affidava quasi completamente alle saghe e alle leggende nordiche e sassoni, dalle quali sperava di trarre linfa per un teatro che fosse interamente germanico. Un’ulteriore differenza riguarda la stesura dei libretti: Giuseppe Verdi si avvaleva di librettisti di professione, coi quali intratteneva fitti rap-
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porti epistolari, necessari a plasmare anche il testo secondo la sua volontà. Tra i maggiori Francesco Maria Piave, autore di Rigoletto e de La traviata, e Temistocle Solera, coartefice del primo grande successo, Nabucco. Wagner, al contrario, scriveva da sé i propri; e interveniva in modo massivo su ogni aspetto della messinscena, dalla scenografia ai costumi. A lui si deve la costruzione del teatro di Bayreuth, vero tempio wagneriano nel quale solo con Arturo Toscanini poté metter piede un Direttore non teutonico. Per conoscerli un po’ ed entrare nel loro mondo, nulla di meglio che leggerne alcuni scritti. In questa missiva del 1846 a Piave, Verdi palesa la sua passione per l’arte e per Shakespeare. Tutto il contrario di quanti lo hanno sempre bollato come compositore e artista di serie B.
A Francesco Maria Piave, Venezia
Milano, venerdì 4 settembre 1846
Eccoti lo schizzo del Macbet. Questa tragedia è una delle più grandi creazioni umane!... Se noi non potremo fare una gran cosa cerchiamo di fare una cosa almeno fuori del comune. Lo schizzo è netto: senza convenzione, senza [parola illeggibile] e breve. Ti raccomando i versi che essi pure sieno brevi: quanto più saremo brevi tanto più troveremo effetto.
“Che in Italia e in Francia il canto belliniano affascini è cosa ovvia e naturale. Che però addirittura l’intenditore tedesco di musica si abbandonasse, una volta tanto e incondizionatamente, al piacere di udire un bel cantare, è cosa tale da consentirci, finalmente, di scrutare la vera natura del suo animo e quindi di togliersi di dosso l’ampolloso pregiudizio che l’hanno costretto a essere un intenditore di musica tedesca per diventare finalmente un uomo libero e felicemente dotato della fortuna di cogliere la bellezza in qualunque forma si manifesti. Dobbiamo essere convinti di quanto solidi siano i pregiudizi che non ci consentono di essere rapiti all’ascolto di una grande opera italiana. Ci dobbiamo rendere conto della bellezza di essere rapiti e che a rapirci è stato Bellini per la bellezza della melodia e del canto semplice, nobile e bello. Avesse Bellini frequentato la scuola di un maestro tedesco non avrebbe potuto far di meglio ed anzi avrebbe disimparato tutto il suo canto. Quanto fruttuosa sia, rispetto al bailamme dell’organizzazione musicale dei nuovi operisti tedeschi, la forma e la maniera operistica italiana lo dimostra Bellini con la sua Norma nella quale musica e poesia si elevano al rango degli antichi greci... Rappresentare un’opera come la Norma presenta grandi difficoltà per i nostri cantanti tedeschi giacchè essa richiede, più di ogni altra cosa, il canto mentre noi abbiamo soltanto delle voci. Eppure in virtù della potenza degli affetti che li pervade, i brani belliniani della Norma sono affini al nostro sentimento tedesco."
Quando avrai fatta tutta l’introduzione ti prego di mandarmela la quale è composta di piccole quattro scene e può stare in pochi versi. Una volta fatta questa introduzione io ti lascerò tutto il tempo che vorrai perché il carattere generale e le tinte le conosco come se il libretto fosse fatto. Oh ti raccomando non trascurarmi questo Macbet, te ne prego inginocchiato, se non altro, curalo per me e per la mia salute che ora è ottima ma che diventa subito cattiva se mi fai inquietare... Brevità e sublimità... Addio Giuseppe Verdi Qui Verdi chiarisce il suo punto di vista su Wagner e sulla sua arte:
A Clara Maffei, Clusone Torino, venerdì 31 luglio 1863
Carissima Clarina, ho ricevuto la vostra carissima al momento di partire per l’Italia, mi fermai due giorni a Torino, andai a casa ed ora sono di ritorno a Torino ove non mi fermerò che poche ore — [...] Vedevo spesso in Parigi l’anno scorso Boito e Faccio e sono certamente due giovani di molto ingegno, ma io non posso dir nulla del loro talento musicale perché di Boito non ho mai inteso nulla e di Faccio poche cose ch’Egli venne un giorno a farmi sentire. Del resto poiché Faccio darà un’opera’, il pubblico dirà la sua sentenza. Questi due giovani sono accusati di essere caldissimi ammiratori di Vagner. Nulla di male, purché l’ammirazione non degeneri in imitazione. Vagner è fatto ed è inutile rifarlo. Vagner non è una bestia feroce come vogliono i puristi, né un Profeta come lo vogliono i suoi apostoli. È un uomo di molto ingegno che si piace delle vie scabrose, perché non sa trovare le facili e le più diritte. Non bisogna che i giovani s’illudano, vi sono molti e molti che fanno credere di aver delle ali, perché realmente non hanno gambe da reggersi in piedi. Che Faccio si metta una mano sul cuore e, senza badar ad altro, scriva come questo gli detta; abbia ardire per tentare vie nuove e coraggio per affrontare le opposizioni. Salutate gli amici: mille cose a Donna Saulina. Vogliatemi bene e credetemi ora e sempre. Vostro affezionato Giuseppe Verdi
“Non posso però considerare tali (amici, n.d.r.) coloro che ritengono di apprezzarmi come artista, ma nel contempo pensano di dovermi rifiutare la loro simpatia come uomo. La separazione dell’artista dall’uomo è una cosa priva di significato, esattamente come dividere l’anima dal corpo: mai un artista ha potuto essere amato, né la sua arte capita, senza che egli – almeno inconsciamente e involontariamente - sia stato amato anche come uomo e che sia stata capita, con la sua arte, anche la sua vita; e meno che mai proprio oggi, con la spaventosa degenerazione delle nostre condizioni pubbliche dell’arte, un artista con le mie ambizioni e aspirazioni può venir amato e pertanto la sua arte capita, se questa comprensione e ammirazione non è fondata soprattutto sulla simpatia, vale a dire sulla com-passione e con-divisione dei sentimenti della sua vita di uomo. [...] L’artista si rivolge al sentimento, e non all’intelletto: se gli si risponde con l’intelletto, significa che non è stato per nulla capito.” E sull’opera italiana (mentre sappiamo però che non aveva apprezzato Verdi, avendo infatti definito il Requiem “vicino a una propria opera giovanile”):
Il solo atto primo è un po’ lunghetto ma starà a noi tenere i pezzi brevi: ne’ versi ricordati bene che non vi deve essere parola inutile: tutto deve dire qualche cosa: e bisogna adoperare un linguaggio sublime ad eccezione dei cori delle streghe: quelli devono esser triviali, ma stravaganti ed originali —
Wagner, dal canto suo, nel libro Una comunicazione ai miei amici del 1851 scriveva quanto segue in merito alla concezione (alta) dell’artista:
Sempre sulla Norma, ecco un estratto dalla locandina per la rappresentazione dell’opera a Riga, per la quale Wagner volle spendere queste parole: “La Norma di Bellini unisce al fuoco interiore una profonda verità drammatica per cui anche i più accesi detrattori della musica italiana devono ammettere che questa composizione parla al cuore ed è posseduta da una forte ispirazione interiore. Poiché la concertazione e l’allestimento dell’opera sono stati da me messi a punto, a buon titolo oso invitare il pubblico teatrale ad assistervi nella gioiosa speranza che lo zelo da me manifestato nell’assolvimento dei miei compiti meriti il partecipato e comprensivo riconoscimento di questa città.”
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La religiosità in Verdi e Wagner Gianni Rainoldi Il programma del Concerto di Giugno, oltre a offrire una panoramica sui diversi modi di intendere la cantabilità in musica nell’Ottocento, propone brani che toccano da vicino il tema della religione. Religiosità vissuta in modo personale da ciascuno, il che vale anche per due grandi personalità, figlie del proprio tempo e della cultura dei rispettivi paesi, come Giuseppe Verdi e Richard Wagner. Verdi e Wagner sono stati i due massimi rappresentanti del teatro in musica. Le loro opere sono state le più amate e le più rappresentate, e i due sono tuttora persone “viventi” attraverso le loro opere. Capolavori wagneriani come Tannhauser, Lohengrin, Tristano e Isotta, Parsifal, e verdiani come Nabucco, Il trovatore, La traviata, Rigoletto sono patrimonio della cultura mondiale, e continuano a suscitare emozioni e riflessioni, trasmettendo i valori nei quali, nel corso della loro vita, i due autori hanno creduto. È perciò logico interrogarsi e approfondire il tema, perché l’intera produzione artistica di Verdi e Wagner è pervasa da tematiche che si richiamano ai valori spirituali cristiani. Magari non sempre affrontati direttamente, ma tenuti come sfondo costante delle storie che hanno musicato, nelle quali si rispecchia la vita dell’umanità nella sua visione biblica, con le lotte tra il Bene e il Male dove, alla fine, sempre primeggiano il Bene e un’apertura verso i valori eterni che impregnano la coscienza dell’uomo. Come nessun altro compositore trattano del destino ultimo della vita, e, attraverso le vicende dei vari protagonisti, dell’intera umanità. Viene quindi naturale formulare domande che superano l’estetica e l’arte e riguardano la “realtà immutabile”. Wagner e Verdi erano credenti? Quale idea avevano della vita? È difficile dare una risposta. I due musicisti vissero nell’Ottocento, quando quasi tutti gli artisti e gli intellettuali amavano mostrarsi, in pubblico, come seguaci della moda imperante, cioè scettici e materialisti.
Wagner viene descritto come egocentrico, superbo, invidioso, avido, antisemita, cultore della razza. Apparentemente, una persona molto lontana dalle tematiche religiose. Verdi, in Italia, fu usato come emblema dell’anticlericalismo: ateo, avaro e misantropo. Giuseppina Strepponi, grande cantante e sua seconda moglie, scrisse in una lettera del 1872: “Verdi è una perla d’onest’uomo, capisce e sente ogni delicato ed elevato sentimento, ma con tutto ciò questo brigante si permette d’essere, non dirò ateo, ma certo poco credente, e ciò con una ostinazione ed un calma da bastonarlo. Io ho un bel parlargli delle meraviglie del cielo, della terra, del mare... Mi ride in faccia e mi gela in mezzo del mio entusiasmo tutto divino col dirmi: siete matti! e sfortunatamente lo dice in buona fede”. Analizzando senza pregiudizi l’esistenza dei due artisti, però, si scopre che non erano affatto come vengono solitamente descritti. Sotto un’apparenza esteriore, nascondevano uno spirito ricco proprio di quei valori che esaltavano nelle loro opere. In genere, nella vita delle persone contano molto le radici, la "qualità” delle esperienze che fanno all’inizio della loro esistenza. I valori e i principi assimilati nell’adolescenza e nella prima giovinezza restano saldi.
Wagner
apparteneva a una famiglia di media cultura. Ultimo di otto fratelli, non conobbe il padre, morto l’anno della sua nascita. Fu allevato dalla madre, che aveva ricevuto un’ottima educazione in un importante collegio di Lipsia. Rimasta presto vedova, si risposò e Richard, a sei anni, venne mandato da un pastore protestante di campagna di nome Wetzel, a Dresda. Era un uomo colto, che gli trasmise solidi valori religiosi e l’amore per la storia e la mitologia. Nel 1827, il quattordicenne Richard Wagner fece un’esperienza che segnò profondamente la sua vita: ricevette la Prima Comunione.
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Fu sconvolto da quel rito, non solo per l’intrinseco significato religioso, ma per un insieme di circostanze che ne impressionarono la fantasia e la sensibilità. La penombra della chiesa, gli odori della cera e dell’incenso, la fasi della cerimonia e il loro simbolismo, il suono dell’organo, i canti corali, tutto ciò provocò in lui uno stato di esaltazione mistica profondissimo, che lo tenne in agitazione per giorni, e che non dimenticò mai. Quell’esperienza significò la scoperta di un mondo invisibile, inspiegabile, irrazionale ma affascinante, che rimase nel Wagner adulto un punto di riferimento assoluto. Raggiunti i diciotto anni e conclusi gli studi secondari, Wagner voleva dedicarsi soprattutto alla musica. Andò a studiare in una celebre istituzione di Lipsia, la Thomasschule, diretta dal maestro Christian Theodor Weinlig. Wagner non era affidabile, la sua vita privata era disordinata: aveva la passione del gioco, si ubriacava, trascorreva le notti nei bagordi. Rischiò di essere cacciato. Dentro il suo cuore, però, ardeva ancora la fiamma dell’esperienza mistica della Prima Comunione con le emozioni che aveva provocato, e fu quel ricordo a salvarlo. Si rese conto della propria vita dissoluta. Si pentì, chiese perdono a Weinlig e promise di cambiar condotta e di studiare seriamente. Il maestro sospese il provvedimento di espulsione. Wagner mantenne le promesse e divenne uno dei migliori allievi, il prediletto di Weinlig, iniziando da lì la sua grande carriera di musicista. La struttura interiore di Wagner era quindi solida e ancorata alle esperienze spirituali avute da ragazzo, sempre presenti nella sua attività di compositore. Le tematiche di fondo nelle sue opere, sia pure espresse attraverso un sincretismo mitologico a volte esasperato, richiamano i principi fondamentali del sacro, del mistero, del divino, i temi della redenzione e dell’amore che salva attraverso il sacrificio, le figure di Gesù e di Maria, spesso citate, e infine il tema del Graal. Tutta l’opera di Wagner è un rito, teso alla realizzazione di uno spettacolo in cui la musica non è più importante della religione, dell’arte, della filosofia, della vita. Queste tematiche sono ribadite ed esaltate soprattutto nell’ul-
timo capolavoro, il Parsifal, suo testamento e dramma mistico per eccellenza, carico di esplicite allusioni religiose contrapposte allo sviluppo tecnologico dell’epoca positivistica. Per questo fu attaccato da alcuni intellettuali del tempo, come Nietzsche, che lo accusò di “essersi accasciato ai piedi della croce”. Nel Lohengrin i temi religiosi si intrecciano con quelli di altra natura, in modo molto più complesso. Sicuramente di carattere religioso è la presenza della colomba, simbolo della riconciliazione di Dio con l’uomo nella Genesi al termine del diluvio universale, e dello Spirito Santo nella tradizione cattolica. Singolare inoltre è l’episodio del miracolo compiuto da Lohengrin nel finale: i miracoli nella letteratura religiosa sono infatti attribuiti ai santi, mentre i cavalieri del Graal hanno la veste di cavalieri combattenti per la giustizia.
Verdi ha percorso una parabola artistica
del tutto diversa, con le stesse conclusioni. Apparteneva al popolo più umile, quello dei contadini. La passione per la musica era in lui istintiva, e si sviluppò da sola. Da bambino iniziò a suonare su una vecchia spinetta e apprese i primi rudimenti della musica dal parroco del paese, che gli permetteva di strimpellare l’organo. La sua formazione ideologica e religiosa, in quell’ambiente povero ma sano, fu assolutamente solida. Come musicista, fu “allievo” del popolo della sua terra. Nacque in una piccola frazione di Busseto, Le Roncole. Poche case, la chiesa e il cimitero. Un centinaio di abitanti, tutti contadini ma con un grande amore per la musica semplice, tradizionale. Verdi crebbe con un immenso amore per quella musica, che si sviluppò spontaneamente, alimentato da ciò che vedeva e sentiva dalla sua gente. Nessuna alta istruzione, niente scuole specializzate né letture particolari, o frequentazioni di artisti celebri. Solo istinto, doti naturali, che si fecero strada da sole. A diciannove anni, Verdi andò a Milano per sostenere un esame che gli avrebbe permesso di entrare al Conservatorio. Venne bocciato. Tutte le strade tradizionali che portano un giovane ad apprendere le tecniche di un’arte per la quale era portato gli furono negate.
Quando, per una serie di fortunate circostanze, poté comporre un’opera per un teatro importante, la Scala di Milano, il suo genio naturale esplose con il fragore di una bomba, ma subito il destino si accanì contro di lui. Mentre componeva la sua seconda opera per la Scala, fu colpito da una serie di disgrazie: in breve tempo morirono, uno dopo l’altro, i due figli piccoli e la giovane moglie. Voleva morire anche lui. Per due anni visse come un barbone disperato. Poi, di nuovo la fortuna, il Nabucco, opera immortale ancora eseguita nei teatri di tutto il mondo: fu l’inizio di un’immensa carriera. Ragionando sul rapporto di Verdi con la fede e la religione, si comprende come, per il Maestro, si sia trattato davvero di una “mancanza di cui aveva pieno il cuore”. A spiegarlo è lui stesso, attraverso il suo coro più famoso: il Va, pensiero. La nostalgia struggente che pervade gli ebrei in esilio è qualcosa di molto personale, di intimo, che Verdi sottolinea, rende vivo, anima con la sua musica più bella, più emozionante, più toccante. È la nostalgia per ciò che aveva irrimediabilmente perduto: la moglie, i figli, il calore della famiglia e, per tutto questo, la fede. Il Maestro canta il dolore del distacco, il desiderio del ritorno, la ricerca di ciò che manca: ma se è consapevole che non riavrà mai più i suoi cari, altrettanto capisce che potrà recuperare la consolazione della fede, l’abbandono alla Provvidenza, la grazia di Dio. Giuseppe Verdi è diventato il genio che tutti lodano e ammirano. Le sue opere, a differenza di quelle di Wagner, si ispirano alla cronaca, alle vicende storiche, alla vita quotidiana. Niente ideologie, studi mitologici, simbolismi, leggende. Niente tematiche religiose esplicite. Eppure, i suoi personaggi sono guidati da un senso religioso pratico di grande potenza. Era il melodramma il linguaggio che Verdi amava: il canto, l’armonia, il racconto di un’umanità in cammino verso il proprio fine ultimo, fosse il dramma o la tragedia; fosse il riscatto, anche attraverso la morte. Sono le lettere della Strepponi, la sua "Peppina", a rivelarci un “Verdi molto cambiato da parecchi anni a questa parte e rispettoso della religione”, “buon cristiano” soprattutto dopo
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la celebrazione del matrimonio religioso (29 agosto 1859) in Savoia; episodi che segnano uno spartiacque con il primo Verdi, rinforzati dal ricordo del tenore Francesco Tamagno dopo un incontro con il compositore, all’uscita della Messa nella chiesa dell’Annunciata a Genova: “Per voialtri signori canterini non vi è altro santuario che il teatro. Caro Tamagno, dopo tanti dolori e tanti clamori, le ore che passo vicino a Dio sono le più dolci per me. Mi era un po’ sbandato, ma a lui mi ha ricondotto la Peppina”. In certe circostanze della sua vita, Verdi affrontò direttamente anche la musica sacra. Lo fece nel 1874 con la Messa da Requiem, in memoria di un uomo che ammirava moltissimo: Alessandro Manzoni, grande scrittore e grande cristiano. Il Requiem è un’opera definita “un vero trattato teologico”. Permise a Verdi di riflettere sui problemi di fede, e di affermare concretamente le proprie convinzioni religiose, cosa che fece anche in altre importanti opere di musica sacra: lo Stabat Mater, composto nel 1897, quattro anni prima della morte, e il Te Deum, inno sacro monumentale, il suo addio alla vita. Un susseguirsi di situazioni, come egli stesso scrisse. Esultanza, contemplazione del Cristo incarnato, invocazione della sua misericordia e, infine, quel grido: In te, Domine, speravi, affidato a una sola voce di soprano alla quale si unisce tutto il coro in un crescendo strapotente: “una richiesta dello stesso Verdi di avere speranza e luce nell’ultimo tratto della sua vita”, disse Benedetto XVI dopo aver ascoltato il Te Deum in Vaticano, diretto da Riccardo Muti. Verdi era così legato al Te Deum da chiedere, nelle sue disposizioni testamentarie, che la partitura manoscritta fosse posta nel feretro sotto il suo capo. Era forse un modo di dire grazie a Dio, per tutto quello che da Dio egli aveva ricevuto. I conti finali di Verdi con Dio resteranno un enigma, come quella scala enigmatica che rende tanto straordinariamente moderna la sua Ave Maria. Fonti: Ma Verdi e Wagner, credevano in Dio? di R. Allegri Mito e religione nell’Arte Wagneriana di M. Pollastri G. Verdi e la nostalgia della fede perduta di E. Bandini
Quaranta volte Filarmonica al Concerto di Novembre
Paola Magnaghi
La banda inaugura la nuova divisa e saluta il Maestro Zappa Quarant’anni di grande musica offerta dalla Nell’intervallo poi, assieme alle note positive, Filarmonica attraverso l’appuntamento del come i festeggiamenti per l’ingresso in orgaConcerto di Novembre. Lo scorso novembre, nico di Alessandro Bariatti e Bruno Spinoni infatti, l’atteso evento dello storico complesso al sax e di Sara Carnaghi e Filippo Marivo al abbiatense è giunto alla quarantesima can- clarinetto, e per i venti anni di militanza bandelina. E il gruppo ha festeggiato presentan- distica di Andrea Capelli (applauditissimo in dosi al pubblico con la nuova divisa, blu scu- primis dai suoi colleghi), è giunta una nota ro con cravatta a righe gialle e blu. È toccato amara: dopo venticinque anni, il Maestro a Monsignor Binda benedire i bandisti con la Carlo Zappa si apprestava a lasciare la direnuova “veste”, aprendo di fatto il concerto. zione della Filarmonica. Una decisione presa È stato poi presentato e proiettato il video per motivi famigliari e lavorativi, maturata nodella trasferta a Roma, con spezzoni del nostante resti un ottimo rapporto con la “genviaggio, della giornata nella città eterna e del- te” tutta della Filarmonica, come ricordato sia le esecuzioni musicali dai “suoi” presidenti all’Udienza in piazza Galbiati, Comincini, San Pietro, in presenSiano, Bagnaschi e za del Santo Padre. dalla Signora GalasDopo una breve preso, in rappresentanza sentazione del predel marito Sabino, sia sidente Bagnaschi, da Zappa stesso che, introdotto dal presennonostante in genere tatore Pinto Comincipreferisca non parlare, ni, spazio alla musica. ha precisato con voce Dopo l’Inno di Mameli, commossa che consi è dato il via al protinuerà a star vicino a gramma vero e prouna formazione assieprio: La Filarmonica me alla quale è creha scelto di omaggiare sciuto (ha preso gioSergej Prokofiev, uno vanissimo la bacchetta dei compositori più illudal Maestro Abriani). stri del secolo scorso, In rappresentanza eseguendo dapprima della banda, il Signor la Marcia da L’amore Enrico Bianchi e Giudelle tre melarance, lia Bassini (il più anevocativa di atmosfere ziano e la più giovane fiabesche, e a seguire tra i componenti della la più brillante e giocobanda) gli hanno consa Marcia op. 99. segnato un ricordo da I due pezzi sono serviti parte della Filarmonida riscaldamento per ca, e anche i ragazzi il brano clou della sepiù giovani hanno vorata, introdotto e “conluto fargli un dono: la dotto” narrativamente bacchetta di Albus Sida Stefano Borghi, lente (il mago di Harry uomo da palcoscenico Potter), con la quale che, dopo un’introduha diretto l’ultimo bis. zione che ha coinvolto Durante l’intervallo il il pubblico nell’immagi- Dall’alto, Carlo Zappa con i Presidenti della Filarmonica, Sindaco Nai ha voluto con il più anziano e la più giovane musicante e con la nazione dello scenario bacchetta di Albus Silente ricevuta dai giovani bandisti complimentarsi con la della fiaba, ha racconbanda per l’esecuziotato la favola di Pierino e il lupo. Una favola, ne del programma, evidenziando come La appunto, musicale, in cui ogni personaggio Filarmonica sia una realtà di cui la città deve viene rappresentato da uno strumento (l’uc- andare fiera. Sempre nell’intervallo sono stati cellino dal flauto, l’anatra dall’oboe, il gatto premiati due giovani allievi che, distintisi per dal clarinetto, il lupo dai corni, il nonno dal fa- impegno, hanno ricevuto il premio in memogotto e i cacciatori dalle percussioni), mentre ria di Carlo Marnati: Filippo Marivo e Sara la banda impersona Pierino e unisce musical- Carnaghi. mente le parti del racconto. Qui La Filarmoni- È poi tornata la musica, con la suite Romeo ca dà il meglio di sé: impeccabili i solisti, sia e Giulietta, in cui passaggi dalle forti tinte si tecnicamente sia a livello di interpretazione, alternano a scene più delicate, e poi i bis, ben e impeccabile il complesso tutto in un pezzo tre (tra i quali il potente Finale dalla Terza sinche richiede grande concentrazione. fonia di Mahler), richiesti dal pubblico. - 10 -
Momenti dal Concerto di Novembre
Mons. Binda benedice la nuova divisa della Filarmonica
Stefano Borghi narra la favola musicale Pierino e il lupo
I nuovi entrati in Filarmonica, da sinistra: Alessandro Bariatti, Bruno Spinoni, Sara Carnaghi e Filippo Marivo
Andrea Capelli premiato per i 20 anni di militanza
Sara e Filippo ricevono il premio Carlo Marnati
Concerto di Natale
Chiara Magistrelli
Un nuovo appuntamento per La Filarmonica all’oratorio San Giovanni Bosco
Per La Filarmonica, la conclusione della stagione concertistica invernale è tradizionalmente rappresentata dal Concerto di Novembre. Tuttavia, il 2017 è stato un anno molto particolare per la formazione bandistica e non poche sono state le peculiari novità che lo hanno caratterizzato e lo hanno reso particolarmente indimenticabile. Notevoli cambiamenti e soddisfacenti traguardi hanno caratterizzato la seconda metà dello scorso anno: a metà ottobre la trasferta a Roma e il concerto in Vaticano, durante l’udienza generale del Santo Padre, poi l’acquisto delle nuove divise e, infine, il termine di una collaborazione durata venticinque anni con il direttore Carlo Zappa, ormai da tempo non solo Maestro ma anche vero amico dei musicanti. Tra i segni della versatilità e dell’originalità che contraddistinguono La Filarmonica, c’è sicuramente la capacità di ideare nuovi eventi e nuove occasioni per esibirsi e per regalare al pubblico momenti musicali di svago e di allegria. In questa cornice si colloca il Concerto di Natale che ha avuto luogo venerdì 15 dicembre, presso il salone dell’oratorio San Giovanni Bosco di Abbiategrasso. Bandisti, parenti e amici dell’oratorio si sono prima ritrovati per una cena in compagnia promossa dalla Filarmonica, per scambiar-
si gli auguri in vista delle festività natalizie e per raccogliere fondi a sostegno della spesa per l’acquisto della nuova divisa. Per la preparazione della gustosa e piacevole cena va rivolto un sincero ringraziamento sia allo staff della cucina dell’oratorio, per l’alto livello organizzativo, sia al papà di don Leandro che ha preparato a sorpresa una torta squisita per il direttore Carlo Zappa e per tutta la banda. Intorno alle 21.30 i musicanti si sono preparati per il concerto, che ha registrato una notevole affluenza di pubblico, progressivamente calatosi nell’atmosfera natalizia a partire dal secondo brano in programma, l’allegra e spensierata Passeggiata in slitta di Mozart. A seguire, due brani energici e brillanti provenienti da casa Strauss, Bahn Frei di Eduard e Persian March del fratello Johann, che hanno messo in luce la notevole capacità tecnica dei differenti settori dell’organico. French Carol, White Christmas, Adeste fideles, Amazing Grace e altri brani ancora hanno trasmesso lo spirito festivo e hanno saputo comunicare ai presenti l’intesa tra il direttore Zappa e i bandisti, che a tratti hanno suonato guidati dal solo sguardo del Maestro. Al termine dell’esibizione, il presidente dell’associazione Alessandro Bagnaschi ha consegnato un piccolo dono al presidente onorario Pietro Galbiati, che per molti anni ha
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guidato il corpo musicale attraverso un cammino di crescita costante e che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento essenziale. In ultimo, un omaggio floreale a Carlo Zappa e gli instancabili applausi da parte del pubblico hanno condotto all’esecuzione di un bis, la briosa Marcia dall’opera n. 99 di Prokofiev. La serata si è conclusa con un pizzico di commozione ed emozione, tanto negli occhi dei bandisti quanto in quelli del Maestro Zappa, pronto a lasciare il podio dopo venticinque lunghi anni di direzione, contraddistinti dalla sua innegabile professionalità e dal suo spirito ironico e gioioso. Doverosi ringraziamenti vanno rivolti a don Leandro per aver messo a disposizione del complesso bandistico il capiente salone dell’oratorio, ai consiglieri della Filarmonica e ai bandisti che nei giorni precedenti hanno trasportato gli strumenti e il necessario per il concerto, a tutti coloro che hanno collaborato per l’ottima realizzazione dell’evento e, da ultimo, ma non per questo meno importante, un sincero grazie al pubblico caloroso, ormai affezionato alla grande famiglia della Filarmonica.
La Filarmonica onora Giuseppe Di Stefano
Chiara Magistrelli
Commemorazione a Santa Maria Hoè a dieci anni dalla scomparsa del tenore
Sabato 3 marzo è stato commemorato il deci- to, tenendo anche seminari e stage di canto. mo anniversario dalla scomparsa del tenore Ricordiamo che nel 1986, in occasione dei Giuseppe Di Stefano, uno dei cantanti lirici 140 anni di fondazione del nostro complespiù popolari e amati del dopoguerra. Per ren- so bandistico, La Filarmonica ha avuto l’opdergli omaggio, La Filarmonica si è recata portunità di conoscere Di Stefano, che si è presso Santa Maria Hoè (Lecco) dove Di Ste- esibito durante il tradizionale concerto vofano ha trascorso gli cale-strumentale Ai Musicanti e al Consiglio Direttivo della ultimi anni di vita. nel quadriportico di La sua carriera con- nostra Banda desidero esprimere la mia più Santa Maria Nuova. tò grandi successi: viva riconoscenza per essere stati protagonisti Nel 2004 fu gravenel 1947 debuttò della commemorazione del decennale della mente ferito durante alla Scala da pro- scomparsa del tenore Giuseppe Di Stefano, un tentativo di furto tagonista di Manon tenutasi il 3 marzo scorso a Santa Maria Hoè. nella sua casa in Lescaut e l’anno La nostra iniziativa, che ha voluto essere Kenya: entrato in successivo, nello un ricordo di affettuosa gratitudine per la coma, fu trasferito stesso ruolo, fu la disponibilità dimostrata dal Maestro con la in Italia e si spense volta del Metropo- sua partecipazione al nostro concerto vocaleil 3 marzo 2008, nellitan di New York. Il strumentale del 1986, è stata apprezzata non la sua casa a Santa successo lo portò a solo dalle autorità e dalla cittadinanza locale Maria Hoè. calcare le scene di ma, attraverso il web, anche dai famigliari del Proprio nella cittateatri di grandi città tenore e da un grandissimo numero di suoi dina in provincia di come Vienna, Pa- estimatori in ogni parte del mondo. Lecco La Filarmorigi, Buenos Aires, Grazie ancora a tutti voi. nica ha ricordato il Rio de Janeiro, Cit- Pinto Comincini cantante, vero orgotà del Messico, San glio italiano. Francisco, Chicago e Johannesburg e a strin- Prima della Messa, celebrata nella parrocgere un legame artistico con Maria Callas. chia della Beata Vergine Addolorata, GiuDopo gli anni Sessanta, il Maestro scelse di seppe Comincini, vicepresidente de La Fisfoltire gli impegni operistici per lasciare spa- larmonica e grande appassionato di musica zio a recital e concerti, oltre all’insegnamen- lirica e ammiratore di Di Stefano, ha letto il
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commento del critico Pasi (riportato a fianco) che ricordava le caratteristiche artistiche del tenore: la voce morbida e l’inconfondibile timbro caldo e ricco. A seguire, i messaggi di ringraziamento ricevuti dal figlio medico e dalla figlia del cantante, impossibilitati a partecipare ma colpiti e riconoscenti per la commemorazione, che ha preceduto di qualche giorno quella al Teatro alla Scala per rendere omaggio alla figura di Di Stefano. Durante la Messa La Filarmonica, diretta da Dario Garegnani, ha eseguito Signore delle cime e La vergine degli angeli, molto toccanti e commoventi. Accompagnati dalle marce da parata della banda e da intensi fiocchi di neve che hanno imbiancato il paesaggio, i presenti si sono poi recati alla tomba dove riposa Di Stefano. Il momento di raccoglimento e di riflessione è stato nuovamente favorito dalla meditativa La vergine degli angeli, l’inno religioso che chiude il finale del secondo atto de La forza del destino di Verdi, che Di Stefano interpretò al culmine della carriera. Musicanti e accompagnatori hanno poi condiviso un pranzo al quale hanno preso parte anche il sindaco di Santa Maria Hoè, Efrem Brambilla, il capo dei vigili e alcuni cittadini legati al Maestro da amicizia, stima e affetto. Grazie a Pinto Comincini, il cui impegno ha permesso l'organizzazione di questa giornata.
Un grazie al Maestro Di Stefano Giuseppe Comincini Un ricordo di Pinto Comincini del luglio 2001, per l’ottantesimo compleanno del tenore. Oggi, 24 luglio 2001, il tenore Giuseppe Di Stefano compie ottant’anni. Questa ricorrenza è l’occasione propizia per ricordare Pippo Di Stefano, artista straordinario. Appassionato di musica lirica, fin da ragazzo ebbi modo di ascoltare la sua voce attraverso i dischi: i primissimi furono La bohème e Rigoletto. Rimasi subito colpito e affascinato dal fraseggio, dalla chiara dizione, dal calore e dalla morbidezza, dagli slanci generosi. Sulle interpretazioni di Di Stefano tanto è stato detto da critici musicali e non solo: vorrei aggiungere che la sua voce partiva sempre dal cuore e dritta arrivava al cuore dell’ascoltatore, riuscendo a toccare nell’intimo fino a commuovere. Ho sempre seguito questo artista nei suoi concerti. Nel 1971 ebbi modo di ascoltarlo in Bohème alla Scala: ricordo che, all’inizio dell’opera, il tenore osserva dalla finestra della soffitta “fumare i mille comignoli di Parigi”, voltando le spalle al pubblico: è bastato che Pippo si girasse verso la sala, intonando “nei cieli bigi”, per strappare uno scrosciante applauso, tanto era signorile, naturale e disinvolta la sua presenza scenica. Oltre a essere stato un grande tenore, ebbe la dote non trascurabile di essere in scena un ancor più straordinario attore. Tutto era nel suo istinto, nulla era studiato. Il suo punto di forza è stato quello di dare l’esatta interpretazione a ciascuno dei personaggi delle opere liriche. Assistendo alle opere e ai concerti si intuiva subito che, per Pippo, calarsi nel personaggio non rappresentava nessuna difficoltà. Da Turiddu a Rodolfo, da Canio a Mario Caravadossi, da Chénier al duca di Mantova, nulla era lasciato al caso. Viveva ciascuna situazione nell’opera come nella realtà: ecco il motivo di tanto successo. Scriveva Franco Abbiati sul Corriere della Sera del 16 marzo 1947, il giorno dopo la rappresentazione di Manon Lescaut alla Sca-
la, quando il tenore Di Stefano debuttò all’età di 26 anni: “Il cavaliere Des Grieux, al secolo Giuseppe Di Stefano, s’è fatta agevolmente la parte del leone, vale a dire ha fatto breccia nel cuore degli ascoltatori che l’hanno colmato di soddisfazioni applaudendo freneticamente lo slancio e la lucentezza dei suoi accenti e anche più la loro intima commozione graduata ma soprattutto sentita fino alle più delicate e sottili sfumature del suono”. Le strette di mano alla fine dei concerti, il saluto nei camerini, erano fuggevoli occasioni di incontro. Lo scorso anno si è avverato un sogno che inseguivo da tempo. A seguito di una telefonata, presi coraggio e gli chiesi se era possibile fargli una breve visita. Non esitò a invitarmi a casa sua. Conservo un ricordo bellissimo che mai dimenticherò. In quella circostanza ho conosciuto “l’uomo” Giuseppe Di Stefano. Non volevo disturbare: la mia, pensavo, doveva essere una visita di cortesia, giusto il tempo per un saluto. Non fu così. Erano presenti anche mia moglie e Lino, mio carissimo amico. Ci fece accomodare con gentilezza e la conversazione continuò per più di un’ora. Ci parlò della sua vita artistica e tra noi si instaurò un cordiale e familiare colloquio. A un certo punto esclamò: “Ho capito tutto: voi la Musica la custodite nel cuore”. Gli dissi che nelle canzoni, col suo modo di cantare, si percepiscono classe e signorilità. Rispose che anche le canzoni hanno la loro importanza perché, al contrario dell’opera, la storia da raccontare deve essere riassunta in pochi minuti. Bisogna quindi dare il giusto risalto e la giusta interpretazione, avvicinarsi il più possibile al testo per trasmetterlo poi all’ascoltatore nel modo migliore. Auguri, Maestro! Grazie per le continue emozioni, per le più intime sensazioni che ancora oggi suscita la sua inconfondibile voce, piena di sentimento e di struggente passione.
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Ci piace ricordare il Maestro con le parole di Mario Pasi, critico musicale del Corriere della Sera: Tempi indimenticabili, quelli in cui potevamo ascoltare la voce di Giuseppe Di Stefano alla Scala e negli altri teatri del mondo. Tempi, perché intensi di passione, belli e ricchi. Sembra un mondo lontano, e invece è lì, dietro alla prima porta, vitale e generoso. Così era Di Stefano tenore, generoso nella voce e nel cuore. Egli visse e cantò nel periodo più glorioso, non lo diciamo per nostalgia, ma per convinzione, dell’opera italiana. È parte della nostra storia e delle nostre passioni. Tempi belli, quelli in cui ci si appassionava per la sua voce. Possiamo anche dire irripetibili? L’ottimismo del cuore ci fa dire di no, ma il dubbio resta. Il canto italiano, aperto, spontaneo, vero, sentito, trovò in lui un grande alfiere. C’era il fantastico gioco di seduzioni che fa felice l’orecchio, c’era la naturalezza del sentimento. La nobiltà dell’arte si misura nella ricchezza dei doni che quest’arte offre: nel caso di Di Stefano, i doni sono stati infiniti. Per questo egli resta per noi e con noi. Ascoltando la sua voce, e non solo la sua ovviamente, siamo diventati migliori e abbiamo capito qualcosa di più, perché le nostre grandi tradizioni hanno bisogno di interpreti autentici per non restare chiuse nell’ipotetico museo della memoria.
Concerto della Liberazione
Chiara Magistrelli
Tra marce d’autore e il debutto del nuovo Direttore
“Marce d’autore” recita il volantino distribuito sulle sedie che, nel caldo e soleggiato pomeriggio di mercoledì 25 aprile, riempiono la suggestiva piazza Marconi di Abbiategrasso per ospitare il pubblico venuto ad assistere al tradizionale Concerto della Liberazione del Complesso Bandistico La Filarmonica. A dare inizio al pomeriggio musicale è naturalmente l’Inno di Mameli a cui segue il delicato, soave e riflessivo Inno alla musica, che aprirà ogni esibizione musicale della nuova stagione concertistica. Prende poi la parola il brillante e gioviale Stefano Borghi che, nelle vesti di presentatore e narratore, riesce a creare la giusta atmosfera per introdurre il programma che i bandisti hanno preparato sotto la guida del nuovo Maestro Dario Garegnani, con il quale collaborano da febbraio. Il fil rouge da cui ha preso spunto il Concerto della Liberazione è stata la “marcia”, espressione sonora caratteristica di ogni banda, da cui si è dipanato un programma storico in ordine cronologico che, a partire da Schubert fino ad arrivare a Prokof’ev, ha inteso affrontare lo studio di questo tipo di linguaggio artistico proprio attraverso alcuni degli autori maggiori avvicendatisi dall’Ottocento fino alla prima metà del secolo scorso. La voce di Stefano Borghi è stata uno strumento fondamentale per calare i presenti nella cornice storica in cui sono nati i presupposti e in cui hanno visto la luce queste grandi “Marce d’autore”. A dare inizio al nutrito programma musicale è la Marcia militare op. 51 n. 1 del 1818 di Schubert, dotata di quella elegante e delicata raffinatezza che solo il compositore austriaco sapeva conferire a ogni sua idea musicale, anche alla più piccola. Dopo il fugace inserimento di un secondo motivo più delicato e sinuoso, il ritorno del tema principale, un allegro vivace, conclude l’esecuzione. Un salto temporale al 1846 ha condotto alla Marcia Rákóczi da La dannazione di Faust di Berlioz, dalla quale è emersa cristallina la figura del grande autore megalomane, che
amava il teatro e gli organici colossali e che ha scelto di regalare all’Opéra di Parigi un antico inno nazionale ungherese che si è trasformato in un clamoroso pezzo sinfonico. In un continuum di musica e narrazione si colloca l’esecuzione della Marcia Héroique di Saint-Saëns del 1870. Colma di eleganza e di orgoglio, ha visto il suo sorgere in onore della grandiosa resistenza da parte della città di Parigi, all’epoca sotto assedio, a causa del tramontare del regno di Napoleone III che stava per consegnare l’intera Francia a una nuova repubblica. Sono stati sufficienti pochi attimi per rendere lampanti tanto la complessità tecnica dei diversi brani, quanto lo studio minuzioso e puntuale che il Direttore Garegnani e i musicanti hanno svolto negli ultimi mesi. Hanno registrato un riscontro altrettanto positivo da parte del pubblico la brillante Florentiner Marsch di Fučík del 1907, probabilmente una delle marce più belle e più eseguite del compositore boemo, e la First Suite del 1909 dell’inglese Gustav Holst, che esprime una concezione innovativa della “banda” e del ruolo assegnato ai differenti strumenti dell’organico. Il Primo Tempo presenta una musica piena di andanti con moto e allegri non troppo; un tempo vivace è invece proprio dell’Intermezzo e, infine, il Tempo di Marcia è la forma che per eccellenza si adatta a una formazione composta principalmente da fiati; l’esposizione ha carattere marziale, il secondo tema è più disteso, la ripresa è maestosa, contrassegnata da un dialogo tra tutte le sezioni strumentali e un finale grandioso. Giunti quasi al termine del percorso musicale e cronologico, i bandisti hanno eseguito An Outdoor Ouverture (1938) di Aaron Copland, brano contraddistinto da uno spirito brillante e luminoso e, infine, la Marcia op.99 di Prokof’ev, scritta nel 1943 e destinata a una banda militare sovietica. Il carattere incalzante emerge dalle brevi note che rompono il silenzio quasi all’improvviso, per poi prose- 14 -
guire con un tema più brillante, quasi in contrasto con la parte iniziale. Gli applausi del pubblico hanno accompagnato il termine della prima parte del pomeriggio, quando il presidente dell’associazione Alessandro Bagnaschi ha consegnato degli attestati di riconoscimento ad alcuni bandisti per la loro pluriennale attività, nonché per il costante contributo alla crescita artistica del corpo musicale. La piazza si è poi riempita di sonorità differenti grazie alla esibizione della Junior Band, una formazione satellite della Filarmonica, diretta dal giovane Maestro Luca Ragona e composta dai più giovani bandisti dell’organico, insieme a coloro che si stanno preparando a farne parte. I ragazzi hanno allietato il pubblico con The John Dunbar Theme dal film Balla coi lupi e con Ave verum corpus. Successivamente, a loro si sono uniti gli allievi di MusichEmozioni, il corso tenuto dalla professoressa Francesca Cremaschi e aperto ai bambini di età compresa tra i quattro e i sette anni, nato con l’obiettivo di avvicinare anche i più piccoli al mondo della musica. Tenendo il ritmo con bastoncini e maracas, i bimbi hanno accompagnato la Junior Band nell’esecuzione di Fighting Falcon March, della ben nota canzone My Heart Will Go On, resa celeberrima dalla magistrale interpretazione di Celine Dion e, infine, della travolgente Everybody Needs Somebody. In conclusione del Concerto della Liberazione, La Filarmonica ha suonato Bella ciao e proposto al pubblico un bis lungamente applaudito. Ringraziamenti doverosi vanno agli amici del gruppo La Cappelletta, per aver messo a disposizione le sedie utilizzate dai bandisti e dal pubblico, ai consiglieri e ai musicanti della Filarmonica per aver collaborato per la preparazione di tutto il necessario. Infine, un caro ringraziamento anche al pubblico, sempre numeroso e prodigo di complimenti.
Giugno 2018
INSERTO SPECIALE
LA FILARMONICA E CARLO ZAPPA 25 anni insieme Il concerto del 25 aprile 1992 fu il primo diretto dal maestro Carlo Zappa: i musicanti ebbero modo di apprezzare le sue qualità e doti musicali durante le prove che precedettero questo appuntamento. Giovanissimo venticinquenne, Carlo dimostrò fin da subito la grande sicurezza nel dirigere il “bandon”. Notai il suo enorme entusiasmo per l’arte dei suoni, il dialogo aperto verso i musicanti, la sua umiltà e il suo talento musicale che man mano si consolidava negli anni. Mi piace ricordare una frase di Carlo apparsa nell’Informatore di giugno 1994 nella quale si sostiene che: “l’incontro con la musica deve essere vissuto come un momento privilegiato, in cui ciascuno di noi possa sentire nel suo intimo le emozioni e i sentimenti più profondi”. Grazie Carlo per il tuo impegno ininterrotto nel corso di tutti questi anni, col quale hai dimostrato tanto competenza, tanta sensibilità e tanto affetto verso tutti noi. Resterai sempre nella nostra memoria e nei nostri cuori, prima di tutto come un amico raro. Con i migliori auguri per il tuo futuro di musicista. Giuseppe Comincini
Concerto di Novembre 2016
CRESCERE INSIEME Un racconto per immagini
Abbiamo scelto di ripercorrere il tempo passato con Carlo attraverso una raccolta di fotografie che scandiscono il tempo passato insieme. Gli anni scorrono lungo una linea temporale che vede i protagonisti, La Filarmonica e il suo Maestro, crescere insieme attraverso esperienze sempre nuove. La linea si interrompe nel 2017 con l’addio di Carlo alla Filarmonica: le strade si separano, ma certo si incroceranno ancora, nel segno dell’amicizia e della buona musica. Il racconto di questo inserto speciale prosegue con un articolo che ripercorre i 25 anni insieme e con due contributi scritti proprio dal Maestro Carlo Zappa, nei primi e negli ultimi anni della sua direzione.
1992
1993
Carlo fa il suo esordio sul podio della Filarmonica in piazza Marconi, solo per pochi brani, al concerto del 25 aprile 1992
Carlo al taglio della torta per celebrare il 150° di fondazione della Filarmonica - Per l’occasione fu pubblicato il libro Musica in città dal quale è tratto uno scritto di Carlo a pagina 4 di questo inserto
1994
1995
Nel 1993, il primo Concerto di Novembre
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1996
1997
Tra le memorabili trasferte all’estero, quella di Ellwangen, cittadina tedesca gemellata con Abbiategrasso. Carlo, in giacca chiara, rivolge un cenno di saluto al fotografo
25 anni con il Maestro Carlo Zappa: ricordi, emozioni e tanta ammirazione A cura di Chiara Magistrelli “Fammi una scala in do maggiore”. Così il Maestro Zappa dava il benvenuto ai nuovi entrati nell’organico che, ancora ignari del suo carattere scherzoso, rimanevano per alcuni secondi sbigottiti dall’inattesa richiesta. Pochi attimi dopo, il Direttore salvava dalla scomoda situazione il malcapitato, pronunciando uno “scherzavo” a cui seguiva sempre un applauso da parte di tutti gli altri musicanti, in segno di accoglienza del nuovo membro nella famiglia della Filarmonica. Questo memorabile rito di battesimo, da cui sono passati tutti i bandisti negli ultimi venticinque anni, da un lato mette in evidenza il carattere spassoso del Direttore Zappa e, dall’altro, offre l’occasione per tornare indietro nel tempo e raccontare come è nato e come si è evoluto un percorso di collaborazione tanto duraturo, proficuo e stimolante. Il primo incontro del Complesso Bandistico La Filarmonica con il Maestro Zappa avvenne nei primi anni novanta: Carlo era un giovane allievo del Conservatorio di Milano (frequentava il corso di direzione d’orchestra ed era già diplomato in tromba), quando gli si presentò l’occasione di poter suonare presso la formazione bandistica abbiatense, grazie alla conoscenza del maestro Corrado Abriani, direttore della banda e archivista del Teatro alla Scala di Milano. Il Maestro Abriani, all’epoca molto affaticato a causa della lotta contro la malattia che l’avrebbe portato via nel 1994, ben consapevole delle proprie condizioni e affettivamente molto legato alla famiglia della Filarmonica, durante una delle ultime prove con la banda si confidò con
l’allora Presidente dell’associazione Pietro Galbiati, segnalando che Carlo Zappa, valido e preparato studente di direzione d’orchestra al Conservatorio di Milano, avrebbe potuto essere la persona giusta a cui affidare la direzione. Anche se già aveva provato l’anno precedente ad affiancare e sostituire Abriani in un paio di concerti, il primo diretto da Zappa in qualità di maestro fu quello del 25 aprile 1992. Fin da subito “dimostrò la grande sicurezza nel dirigere la banda. Notai poi, il suo grande entusiasmo per l’arte dei suoni, il dialogo aperto verso i musicanti, la sua umiltà e il suo talento che man mano si consolidava”, ricorda l’attuale vicepresidente, Giuseppe Comincini. Nei primi anni novanta, gran parte dell’organico bandistico aveva un’età vicina a quella di Carlo quando ha impugnato la bacchetta, e questo è stato uno dei motivi che hanno permesso a molti musicanti di stringere con lui un legame ben oltre il semplice rapporto maestro-musicante, sbocciato in una sincera e duratura amicizia. Essere della stessa generazione ha favorito il crescere insieme come un gruppo unito, ha fatto sì che si condividessero interessi, linguaggio e visioni del mondo e, in aggiunta, la stessa sintonia si è instaurata negli anni tra la dirigenza della banda e la famiglia del maestro. Nel corso degli anni, La Filarmonica ha stretto contatti anche con le altre bande dirette dal maestro Zappa e le occasioni per conoscersi sono state le più svariate, come i raduni bandistici, gli anniversari ma anche incontri prettamente ludici: molti ricorderanno i due tornei di calcetto, tra la fine degli anni novanta e i primi dei duemila, tra i musicanti delle diverse formazioni! Tra le numerose esperienze musicali condivise e vissute assieme al direttore, meritano una menzione il concerto a Ellwangen del 1997, dovuto al gemellaggio tra la città tedesca e la nostra Abbiategrasso;
Una versione inedita di Carlo (il quarto in piedi da sinistra) in uno dei tornei di calcetto tra La Filarmonica e le bande amiche
1998
1999
Scene da un concerto all’aperto a Morimondo. Carlo e i musicanti ringraziano il pubblico al termine del concerto. Tra loro, un giovanissimo Dario Garegnani
2000
2001
Un momento fondamentale nella storia della nostra banda: l’inaugurazione della sede di via Alfieri, nel 2002
2002
2003
La banda festeggia il secondo posto al concorso di Cascina: Carlo regge l’attestato ed è portato in trionfo dai musicanti!
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2004
la grande soddisfazione nell’aver ottenuto un meritato secondo posto al concorso musicale di Cascina (Pisa) del 2003; il gran concerto organizzato in occasione dei 150 anni dalla fondazione della Filarmonica (nell’occasione è anche stato inciso un cd); la gita-concerto a Friburgo del 2011; e il recentissimo concerto in Vaticano, nell’ottobre dello scorso anno, durante l’Udienza generale di Papa Francesco. Momenti come questi non si dimenticano facilmente, anzi, quando istanti precisi o eventi particolari ritornano alla mente, non può che spuntare un sorriso spontaneo sulla bocca di tutti coloro che vi hanno preso parte. Al di là delle gite e delle trasferte di questi venticinque anni, che hanno reso ancor più solida l’affinità tra il Maestro Zappa e i bandisti, la semplice partecipazione alle prove serali è stata l’occasione per diventare sempre un po’ più amici con il direttore. Posto che fosse libero da impegni e riuscisse ad organizzarsi logisticamente, è capitato spesso che si ritrovasse prima di una prova a mangiare una pizza in compagnia di qualche bandista. Altre volte, l’alternativa era recarsi al termine di una prova in qualche locale, scambiandosi le impressioni sulla serata e svagandosi un po’. L’incontestabile risultato a cui hanno condotto tanti anni di frequentazione è stato lo sbocciare di una reciproca conoscenza e sintonia tra bandisti e direttore, tanto a livello musicale che umano. Ai bandisti, spesso e volentieri, era sufficiente uno sguardo o un cenno del capo del direttore Zappa per capire perfettamente cosa avrebbe voluto ottenere dall’esecuzione di un certo brano. Durante i concerti, era sufficiente osservare il modo in cui si girava verso il pubblico al termine di un pezzo, per percepire se era soddisfatto o meno dell’esito. Inutile dire che, fin dal lontano 1993, non solo è stato un vanto per La Filarmonica essere affidata nelle mani di un giovane studente di direzione d’orchestra del Conservatorio, ma anche un grande motivo
Il gesto di Carlo in un momento delle prove settimanali nella sede di via Alfieri. I più profondi conoscitori della Filarmonica noteranno che la disposizione della banda nel salone è opposta a quella attuale!
2005
2006
2007
Siamo nel backstage del Concerto del Quadriportico del 2007: il Maestro Zappa attende la chiamata del presentatore dietro una colonna, bacchetta in mano e sguardo sereno
di orgoglio seguire il percorso di crescita artistica che ha condotto il Maestro Zappa, pochi anni dopo, a ottenere il diploma in direzione d’orchestra e a costruire una carriera ricca di soddisfazioni, a livello nazionale e internazionale. Le sue naturali doti musicali e artistiche, coltivate attraverso tanto studio e altrettanta esperienza, spontaneamente emergevano ogni volta che saliva sul podio. Al gesto della mano, fluido e limpido, a cui i bandisti si affidavano durante l’esecuzione di qualsiasi brano, si accompagnava uno sguardo sempre attento e incoraggiante; per non parlare della grande versatilità con la quale sapeva dirigere qualsiasi genere di brano musicale. Durante la preparazione dei pezzi in programma per un concerto, a una prima fase di attento studio degli aspetti più tecnici seguivano momenti di arricchimento storico e musicale: Carlo metteva in campo tutta la sua preparazione artistica per aiutare i bandisti a comprendere come una nota giusta ma senza carattere avrebbe trasmesso ben poco al pubblico. Per raggiungere la qualità melodica auspicata, a volte invitava clarinetti e flauti a pensarsi come degli archi, così da acquisire la leggerezza che il momento richiedeva; altre volte descriveva quello che il compositore avrebbe voluto comunicare al pubblico. Pensare di ridurre in poche pagine i venticinque lunghi anni di carriera e di amicizia intercorsi tra La Filarmonica e il Maestro Zappa è indubitabilmente un’utopia; la speranza, tuttavia, è quella di aver offerto una quadro sufficientemente informativo rispetto al suo ruolo di direttore artistico, egregiamente ricoperto, e sulla sua persona che, in poche battute finali, è piacevole ricordare così: un preparato artista ma anche un simpatico chiacchierone, aperto al dialogo con chiunque, sempre attento alle necessità di tutti e dotato di un indiscutibile eclettismo musicale. A Carlo va un grande in bocca al lupo da tutta La Filarmonica per i futuri successi artistici e personali!
L’allora neo-presidente Sandro Bagnaschi premia il Maestro al Concerto di Giugno 2010
2008
Un’altra foto da una trasferta tedesca, stavolta a Friburgo, dove La Filarmonica è stata invitata a esibirsi nell'auditorium all’aperto
2009
Una curiosa immagine: Carlo nelle vesti di Maestro e capotreno durante l’esecuzione di Bahn Frei! al concerto del 25 aprile
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2010
2011
Il Maestro guida la banda sul prato di San Siro, per suonare l’inno prima di Inter - Juventus
Incipit e gran finale
Due scritti del Maestro Carlo Zappa del 1993 e 2017 Da Musica per la città, edito in occasione del 150° di fondazione: Da pochi mesi sono alla direzione del Complesso Bandistico La Filarmonica di Abbiategrasso. Quando nel mese di gennaio 1993 mi è stata fatta la proposta, sono passato dal primo attimo di entusiasmo alla consapevolezza di una responsabilità che per un decennio è stata del mio predecessore, il Maestro Corrado Abriani, tuttora Direttore della Scuola Musicale di Milano dalla quale io provengo. ll compito mi e stato comunque facilitato sin dalle prime prove grazie alla perfetta organizzazione e alla serietà dei musicanti, che giudico di grande livello; lo dimostrano i brani che verranno eseguiti nei vari concerti in programma per l’anno in corso. Brani di autori famosi che spaziano nei vari periodi musicali, densi di grandi difficoltà interpretative: il grande impegno e l’assidua presenza alle prove daranno risultati sicuramente encomiabili a tutto I’organico della Filarmonica. Ci accomuna l’amore per la musica in tutti i suoi colori: in essa I’uomo riscopre valori umani che lo avvicinano a tutti i popoli, perché la musica è universale e non parla lingue diverse. Ringrazio tutti senza distinzione di grado e di importanza per la fiducia in me riposta: personalmente darò tutto me stesso per rendermene degno. Ora faccio parte della vostra comunità e ne sono felice. Dal libro Il futuro della Filarmonica è in questo presente, edito per celebrare il 170° anniversario di fondazione: Buon anniversario, Filarmonica! Centosettanta anni fa nasceva questa gloriosa istituzione musicale: La Filarmonica di Abbiategrasso. Il Bandòn, così chiamata affettivamente dai cittadini abbiatensi, non ha
Per i 20 anni di direzione, il Maestro riceve in omaggio il fotolibro Che musica, Maestro!
2012
certo bisogno di presentazioni, dato che in questo lungo percorso di attività musicale ha saputo raccogliere consensi ed encomi dal pubblico di casa, ma anche dagli innumerevoli bandòmani (mi si passi il termine) di paesi, città e nazioni che hanno visto protagonista la nostra Filarmonica. Il desiderio di offrire al pubblico programmi estremamente articolati, spaziando dai generi sinfonico, lirico, colonne sonore, musical, originali per banda, sta a dimostrare la duttilità con la quale La Filarmonica sa affrontare i più disparati repertori. Come direttore da 24 anni ho cercato di seguire il percorso già tracciato dall’indimenticabile Maestro Corrado Abriani che, con competenza e dedizione, ha saputo imprimere a tutto I’organico il senso dell’impegno e del rispetto di fare musica. Sono sicuro che La Filarmonica potrà guardare al futuro con grande ottimismo, dato dai molti ragazzi che frequentano i corsi della Scuola Allievi “Corrado Abriani”, a garanzia di una continuità per gli anni a venire. Bravi a tutti i musicanti, agli insegnanti, a tutti coloro che lavorano. con umiltà e “in sordina”, ma che con il loro impegno quotidiano offrono un servizio importantissimo. Un grazie al Consiglio Direttivo, al Vice Maestro Mauro Bianchi, al Presidente Alessandro Bagnaschi, persona da me e da tutti noi stimata che, con grande pazienza, intelligenza e sensibilità, sa svolgere appieno questo difficile e delicato incarico. Un grazie a tutte le meravigliose persone che ci hanno lasciato, ma che hanno contribuito ad arricchire e a forgiare La Filarmonica di oggi. Per i risultati che insieme abbiamo ottenuto, voglio esprimere un caloroso ringraziamento al devoto pubblico che ha sempre sostenuto in questa bella e lunga storia la sua banda. Buon anniversario quindi Filarmonica, vanto di tutti noi e dell’intera città di Abbiategrasso. Il Maestro Carlo Zappa
Nel 2013 nascono le due formazioni satellite della Filarmonica, la Junior Band e la Big Band, qui in concerto in piazza Marconi. Un’occasione anche per Carlo per cimentarsi con un nuovo genere
2013
Prove aperte nella sede della Filarmonica, una delle iniziative per celebrare i 10 anni dall’inaugurazione
2014
2015
Siamo ormai all’attualità, con la straordinaria esperienza a Roma. Nella foto, il Maestro Zappa dirige La Filarmonica in piazza San Pietro, all’Udienza Generale di Papa Francesco
2016
Nell’aprile 2014, Carlo Zappa dirige La Filarmonica sul prestigioso palcoscenico dell’Auditorium di Largo Mahler, a Milano
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2017 All’ultimo Concerto di Novembre, Carlo circondato dai giovani della Filarmonica
Intervista al Maestro Dario Garegnani Il nuovo direttore de La Filarmonica si presenta ai lettori
Dario Garegnani è stato scelto dai membri de La Filarmonica come direttore artistico, tra una serie di candidati che hanno avuto modo di dirigere per una prova la nostra formazione alla fine di novembre 2017, e ha iniziato il suo percorso con noi il 26 gennaio 2018. La redazione ha pensato a una serie di domande, una piccola intervista scritta che possa permettervi di conoscere il nostro nuovo Maestro. Ti presenti brevemente al nostro, e ora anche tuo, pubblico? Come ti sei avvicinato alla musica? Dario Garegnani, classe 1980, professione direttore d’orchestra, specializzato nel repertorio del ’900 e contemporaneo. Clarinettista di formazione strumentale, appassionato melomane, seconda laurea in Musicologia con una tesi in drammaturgia musicale. Dirigo dal 2004 orchestre ed ensemble in giro per l’Italia e l’Europa, ho diretto l’Orchestra della Fenice due volte, a Parigi finalista per il posto di Assistant Conductor di Pierre Boulez all’Intercontemporain nel 2009 e ho lavorato per moltissimi festival, dall’Italia all’Iran, dall’Argentina alla Svizzera. Ho fondato e dirigo l’ensemble Secret Theater, che ha sede a Cagliari e con cui produco teatro musicale e musica contemporanea. Se non ci fosse stato il Corpo Musicale Sedrianese a insegnarmi i primi rudimenti, da piccolo, non farei questo lavoro e questo è fuori da ogni dubbio, per me. Abito ad Abbiategrasso da un paio d’anni, e ho suonato nella Filarmonica da ragazzo, dal 1996 per qualche anno, quando ero ancora studente al conservatorio di Milano. Mentre scrivo queste righe sono al Teatro dell’Opera di Reggio Emilia per un’opera di Britten, pieno Novecento, domani ultima recita. Ma i curricula sono sempre piuttosto noiosi, credo.
Siamo d’accordo… Parliamo di musica e di banda: come vedi il presente e il futuro delle bande a livello di programmi? Cerco di rispondere nel modo più articolato possibile. Dal mio punto di vista di direttore, l’Orchestra di fiati è un organismo che richiede grande cura e un percorso di educazione continua. Lasciamo stare per un attimo l’approccio rituale “non siamo tutti professionisti”: non c’entra. Ognuno dà il suo contributo per quel che può, ci si augura sempre con la miglior volontà e curiosità possibili; soprattutto un organismo di grandi dimensioni come La Filarmonica di oggi non è in nessun caso solo la somma algebrica di doti individuali, che pure naturalmente sono apprezzatissime: è molto di più. Una delle differenze più sostanziali sta nell’atteggiamento e nella consapevolezza di quel che si fa. Finché i membri di una formazione percepiscono il loro apporto come di bassa qualità, beh, c’è poco da fare: il pubblico percepirà immediatamente questa mancanza di rispetto per il proprio lavoro. E sono cose che si trasmettono a pelle, istantaneamente. Non ho mai capito esattamente perché mai tante persone che fanno ottimamente la loro parte e dedicano a realtà del genere tempo preziosissimo si deprimano da sole. Bisogna essere orgogliosi sempre di quel che si fa, specie se lo si fa da amatori. Non è una brutta parola: non è “NON professionalità”. È amore per quel che si fa in modo incondizionato, per pura liberalità e volontà. Ed è bello, e deve essere fonte di orgoglio. Quali sono i generi musicali che preferisci e che vorresti esplorare con la banda? Cosa pensi delle interazioni tra la musica bandistica e altre arti, come il canto o il ballo? Il repertorio per orchestra di fiati ha subito un’evoluzione impressionante negli ultimi anni, temo non sempre recepita. Sono cambiati gli organici, il modo di pensare a una formazione e al suo ruolo sociale. Le trascrizioni delle opere di grandi autori si sono fatte molto più interessanti, raffinate e degne dell’originale. Alcune sono opere d’arte, non sono delle trascrizioni fatte, come usava fino a qualche anno fa, per “rappresentare” un’opera senza troppo rispetto per i colori, l’orchestrazione, la filologia. Per non parlare della musica nuova, non solo di chi scrive professionalmente magnifici pezzi “didattici”, ma anche di autori della musica contemporanea considerata più “colta”. C’è ampia scelta, basta avere un po’ di coraggio e di fiducia. Che male c’è a buttarsi senza rete e studiare per qualche mese qualche linguaggio un po’ diverso dalle abitudini? Il rischio concreto, di cui molti hanno una paura dannata, è che alla fine, sotto sotto, poi ci si possa anche provare un po’ di - 15 -
gusto a uscire dalle abitudini. E questo vale anche per i repertori considerati più abituali: perché non prendersi il lusso, qualche volta, di osare una lettura un po’ diversa? Quindi ben vengano le altre arti, l’elettronica, la multimedialità. C’è molta più scelta di quanto si immagini, là fuori. Perché averne paura? Qual è la tua idea sul ruolo artistico del direttore? È più un metronomo umano o un interprete? Metronomo umano?! Potrei rispondere così a questa domanda e fare ancora questo lavoro?! E voi, verreste mai a fare quattro ore di prove serrate alla settimana con un metronomo umano?! Piuttosto, un coordinatore di volontà musicali eterogenee, questo magari sì. Il direttore dovrebbe trovare un equilibrio tra le idee musicali che ognuno, in modo non verbale, manifesta e coinvolgere tutti nel rispetto assoluto di quel che un compositore ha scritto. Ai compositori, anche morti da tempo, non servono molto i metronomi. Servono piuttosto visioni, immaginazione, libera e serena pluralità di interpretazioni, senza rigidità inutili. Hai hobby o passioni al di fuori dalla musica? O la professione del musicista è totalizzante? Trovo che questa sia forse la più interessante delle domande che mi avete posto, ma vorrei dire, se me lo permettete con un sorriso, che è anche inquietante. Sono perfettamente d’accordo sul fatto che la Musica intesa come professione sia e debba essere qualcosa di “vocazionale”, o almeno una volta si sarebbe detto così. Sono incuriosito dal fatto che ancora sopravviva l’immagine del musicista come recluso nella sua stessa passione: romanticissima, indubbiamente, esotica, ma totalmente fuorviante. Specie nel lavoro quotidiano di studio, quale mai potrebbe essere il nostro contributo senza altri stimoli, altre curiosità, altri punti di vista? La tecnica è fondamentale, lo studio e la passione sono alla base di tutto, ma non riuscirei a concepire una vita da musicista fatta solo di musica, non credo avrebbe senso. Quindi alla domanda rispondo: se non avessi altri interessi oltre alla musica forse non farei questo lavoro, o ne sarei vittima. Forse a quel punto preferirei smettere, e fare altro. Adoro l’arte del ’900 e la fotografia, mi piace cucinare e vorrei stare ad arrampicare in montagna almeno un giorno si e uno no. Per cominciare. E così, per cominciare, siamo lieti di aver introdotto ai lettori il nostro nuovo direttore. Per conoscerlo meglio, appuntamento ai numerosi appuntamenti musicali di questa e delle prossime stagioni.
Scuola di Musica "Corrado Abriani" Scopri i corsi e le attività de La Filarmonica Da molti anni la nostra associazione organizza, tramite la propria Scuola di Musica “Corrado Abriani”, una serie di attività didattiche per i più o meno giovani. La nostra attività si estende alle scuole primarie della città e dei comuni limitrofi. I nostri insegnanti, preparati e competenti, sapranno appassionare ragazzi dai 9 ai 99 anni! E per i più piccoli, c’è il corso di Musichemozioni. Lo svolgimento dei corsi è articolato su un programma triennale e al termine di ogni anno è previsto un saggio finale. La Scuola di Musica “Corrado Abriani”, oltre ai corsi propedeutici all’ingresso in banda, offre corsi di pianoforte, chitarra e violino, oltre al nuovo corso di canto moderno e jazz. Pur mantenendo orgogliosamente la propria vocazione ban-
distica con l’organico di Orchestra di Fiati per le esecuzioni dei concerti, La Filarmonica ha dato vita ad una nuova realtà per i più giovani: la Junior Band. Sotto l’attenta e competente supervisione del Maestro Dario Garegnani e con la conduzione di Luca Ragona, essa vuole permettere ai giovani allievi, che iniziano o hanno da poco iniziato lo studio di uno strumento, di suonare in Orchestra e poter quindi proseguire il percorso musicale magari iniziato a scuola. Infatti, la nostra Junior Band è composta per
oltre metà dei componenti da giovani musicisti che frequentano le sezioni musicali delle scuole medie, o che le hanno frequentate negli anni passati.
MISSION - Preparare gli allievi che desiderano far parte dell’organico del Complesso Bandistico “La Filarmonica”. - Promuovere la cultura e la pratica della musica fra i giovani e gli appassionati.
COME ISCRIVERSI Per saperne di più, visita il sito www.bandafilarmonica.org o vieni a trovarci presso la nostra sede, in via Alfieri 1 ad Abbiategrasso.
CORSI DI MUSICA Teoria e solfeggio
Bassotuba
Clarinetto
Corno
M. Arrigoni, F. Cremaschi, E. Dal Secco, S. Generali, G. Magistrelli
Emanuele Dal Secco
Francesco Broglio, Giorgio Magistrelli
Francesca Cremaschi
Flauto traverso
Flicorno
Percussioni
Saxofono
(piccolo o soprano)
(tenore o baritono)
(batteria, rullante, piatti, grancassa)
(soprano, contralto, tenore o baritono)
Sara Generali
Emanuele Dal Secco
Maurizio D’Agostino
Francesco Broglio, Giorgio Magistrelli
Tromba
Trombone a coulisse
Basso elettrico
Chitarra
Francesca Cremaschi, Emanuele Dal Secco
Emanuele Dal Secco
Daniele Cortese
Daniele Cortese, Daniele Pozzi
Percussioni
Pianoforte
Violino
Canto solistico
Maurizio D’Agostino
Paolo Cremonte, Yazan Grezelin, Antonio Vivenzio
Elisabetta Tritto
Yasmine Zekri
(non bandistiche)
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(classica o elettrica)
E PER I PIÙ PICCOLI...
MUSICHEMOZIONI!!! Vuoi entrare in un mondo di SUONI, MUSICA e COLORI? Vieni a scoprire le tue emozioni e a metterle in gioco con noi!
CORSO DI MUSICA ED EMOZIONI PER BAMBINI (tra i 4 e i 7 anni) Per informazioni (ore serali): Francesca - Tel: 338 91 95 817 ... oppure vieni a trovarci tutti i pomeriggi dopo le 15:00 nella nostra sede in via Alfieri, 1
I SAGGI 2018 Nel pomeriggio del 19 e del 20 maggio, presso la sede de La Filarmonica in via Alfieri, si sono tenuti i saggi di fine corso degli allievi della Scuola di Musica “Corrado Abriani”, giunti alla 38ª edizione. Per i ragazzi il saggio rappresenta la prima occasione di esibirsi davanti al pubblico, un momento sicuramente emozionante ma anche un passaggio fondamentale nel percorso formativo della nostra scuola e nella crescita personale degli allievi. Le due giornate, il cui successo è dovuto al lavoro costante delle responsabili e degli in-
segnanti della scuola e all'applicazione degli allievi, sono state presentate da Andrea Mor e Paola Magnaghi e hanno visto cinquanta esibizioni, in un'alternanza tra solisti e gruppi, tra strumenti bandistici e no, tra grandi classici della tradizione e brani moderni, spaziando da Schubert a Ed Sheeran, da Chopin a Sting, da Strauss ai Beatles, con una scaletta sapientemente studiata per soddisfare i gusti variegati del folto pubblico intervenuto.
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E adesso, swing! Ritratto di Frank Sinatra Seconda parte - Film e canzoni nella leggenda Sul numero precedente abbiamo assistito alla nascita dello swing e all’ascesa irresistibile di un giovane Frank Sinatra. Riprendiamo e concludiamo il racconto della carriera di The Voice. Al cinema, dopo un paio di film minori usciti tra il 1940 e il 1942, ebbe il ruolo di protagonista nel 1944 nella commedia musicale Higher and Higher e l’anno seguente in Due marinai e una ragazza, accanto a Gene Kelly che gli insegnò a ballare. Negli stessi anni, Sinatra diventò la voce più popolare anche alla radio. Nel 1946, con il disco Five Minutes More, raggiunse la prima posizione nella Billboard Hot 100 per due settimane. Negli anni seguenti lavorò senza sosta a New York, tra Madison Square Garden, Waldorf Astoria e Capitol Theater. Il 13 ottobre 1947 a Hoboken, nel New Jersey, venne istituito il Frank Sinatra Day, e nel 1949 interpretò Un giorno a New York (On the Town), assieme a Gene Kelly, Ann Miller e Betty Garrett, considerato ancora oggi uno dei migliori musical nella storia del cinema. L’enorme successo di Un giorno a New York non bastò tuttavia ad arginare il rapido declino in cui Sinatra stava sprofondando. I cambiamenti nella scena musicale lo avevano improvvisamente escluso dalla cerchia dei favoriti della Columbia. Il jazz era minacciato dalla magia del bebop, e il mercato degli adolescenti, una volta riserva esclusiva di Frank Sinatra, era ora di dominio del nuovo arrivato, Johnny Ray. Pur consapevole e abituato a cogliere i cambiamenti dello stile musicale, non riusciva a trasformarsi da crooner, ossia cantante sentimentale, a swinger. Fu inoltre vittima di una campagna diffamatoria per il viaggio intrapreso a L’Avana, ove era stato invitato ad un gala-party con noti esponenti della mafia. A tutto ciò si aggiunse la turbolenta relazione con Ava Gardner, che diede il colpo di grazia al suo matrimonio con la prima moglie Nancy Barbato.
Dopo la rottura del contratto con la Columbia, snobbato dalla RCA e dalla Decca, venne scritturato dalla Capitol Records, che aveva cresciuto artisti come Nat King Cole, Peggy Lee e Stan Kenton. Il 14 marzo 1953 Sinatra firmò un contratto all’apparenza di durata settennale, ma in realtà per un anno con sei opzioni annuali di rinnovo. Nelle condizioni economiche in cui versava in quel momento, si trattava comunque di un’offerta abbastanza generosa, che decise di accettare. Alan Livingston – all’epoca vice direttore vendite della Capitol – fu uno degli artefici dell’ingresso di Sinatra nella scuderia. Per il primo disco, come arrangiatore fu scelto il giovane Nelson Riddle, che aveva già firmato numerosi successi di Nat King Cole, fra i quali Mona Lisa e Unforgettable. Per le successive incisioni, contro le insistenze della Capitol che voleva confermare Riddle, Sinatra scelse Billy May, un musicista che non utilizzava archi, ma una big band costituita da quattro trombe, quattro tromboni, cinque sax e una sezione ritmica di quattro elementi. La scelta diede al cantante l’opportunità di sfoderare il suo innato senso dello swing. Sinatra bussò ancora alla porta del cinema, usando ogni possibile mezzo per ottenere il ruolo del soldato Angelo Maggio nel film Da qui all’eternità di Fred Zinnemann, uno dei più celebri registi dell’epoca, uscito nel 1953. Recitò accanto a Deborah Kerr, Burt Lancaster e Montgomery Clift, accontentandosi di un compenso di soli mille dollari alla settimana. La pellicola segnò il grande ritorno alla celebrità per Sinatra, vincitore dell’Oscar quale miglior attore non protagonista. Ironia della sorte, il suo riscatto fu dunque dovuto al cinema, genere per cui non aveva mai mostrato grande considerazione. Il 1953 fu però anche l’anno della separazione da Ava Gardner. Psicologicamente distrutto, venne ricoverato in ospedale e si vociferò anche di un tentativo di suicidio. Nonostante le iniziali resistenze, Frank si rassegnò a concederle il divorzio nel 1957, quando la pubblicizzata relazione di Ava con il famoso torero spagnolo Luis Miguel Dominguin pose fine a ogni speranza. L’ a s s e g n a z i o n e dell’Oscar lo aiutò comunque a riacquistare fiducia in sé, energia e motivazione creativa. Nel 1955 sfiorò il secondo Oscar grazie alla nomination per l’intensa interpretazio- 18 -
Paolo Bassi ne del giocatore di poker drogato nel film di Otto Preminger L’uomo dal braccio d’oro, in cui era protagonista con Kim Novak. Due anni dopo, nel 1957, ottenne un altro grande successo con Pal Joey, al fianco di Rita Hayworth e ancora Kim Novak, in cui cantava The Lady Is a Tramp, che divenne un classico del suo repertorio. Proprio intorno alla metà degli anni Cinquanta, parallelamente alla rifiorita carriera cinematografica, Sinatra registrò alcuni dei brani considerati punte di diamante della sua carriera di cantante: pubblicò album come Songs for Young Lovers, che conteneva My Funny Valentine, I Get a Kick Out of You e They Can’t Take That Away from Me, capolavori dei compositori Lorenz Hart, Richard Rogers e dei fratelli George e Ira Gershwin, arrangiati da Nelson Riddle. Come Fly With Me e Only the Lonely furono i due album più venduti nel 1958. A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta Sinatra lavorò molto a Las Vegas. A quel periodo risale la formazione del Rat Pack: un gruppo di amici che “accidentalmente” erano anche famosi uomini di spettacolo. Oltre a Sinatra, facevano parte del gruppo Dean Martin (il suo migliore amico), Sammy Davis Jr., Peter Lawford e Joey Bishop, ai quali saltuariamente si univa l’attrice Shirley MacLaine. Il Rat Pack divenne celebre grazie al film Colpo grosso (Ocean’s Eleven), che racconta di una rapina a vari casinò di Las Vegas, di cui verrà girato nel 2001 un remake con un cast stellare. Sinatra e gli altri membri del Rat Pack giocarono un ruolo importante nella lotta alla segregazione razziale negli alberghi e casinò del Nevada, evitando di frequentare quelli che si rifiutavano di servire Sammy Davis Jr. in quanto nero. Nel 1960 Frank Sinatra era da quasi venticinque anni una stella dello spettacolo mondiale, con una propria etichetta, la Reprise Records, e un diversificato impero finanziario che comprendeva partecipazioni nei suoi stessi film, in case editrici, in beni immobili e case da gioco. Come accennato, fu spesso accusato di essere coinvolto con la mafia che lo avrebbe aiutato a fare carriera. J. Edgar Hoover, leggendario direttore dell’FBI, sospettò di lui per anni, tanto che il fascicolo su di lui arrivò a ben 2403 pagine. Alcuni giornali cominciarono a descriverlo come un uomo d’affari pericolosamente potente, e i suoi legami con la politica lo portarono ad appoggiare, non senza polemiche, la campagna per le elezioni presidenziali di John F. Kennedy. Nel 1965 vinse il Grammy Award alla carriera. Tra il 1965 e il 1969 apparve in molti special televisivi, dove cantò in coppia con artisti come la figlia Nancy, Ella Fitzgerald,
Antonio Carlos Jobim, The Fifth Dimension e Diahann Carroll. Attorno alla fine del decennio, Sinatra meditò seriamente di ritirarsi dal mondo dello spettacolo, sotto i colpi dell’avanzata della Beat Generation, del rock e delle nuove culture che si stavano diffondendo dopo il ’68. Continuò invece a esibirsi dal vivo per molti anni, anche grazie al successo mondiale che ottenne con album e brani leggendari come Strangers in the Night e My Way. Nel 1971 cantò alla Royal Festival Hall di Montecarlo, alla presenza della principessa di Monaco Grace Kelly, già sua partner in Alta società. Nel marzo dello stesso anno, durante un’intervista concessa dopo la Notte degli Oscar, stupì i giornalisti affermando che per almeno un anno avrebbe interrotto ogni attività e si sarebbe dedicato solamente alla famiglia e al tempo libero (decisione dettata, secondo alcuni, da un esaurimento nervoso). Dopo un paio di anni tranquilli, che gli consentirono di ricaricare le batterie, nell’aprile del 1973 ritornò con uno strepitoso successo alla Casa Bianca per la festa degli italo-americani, alla presenza del presidente statunitense Richard Nixon e del Presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti. Nel gennaio 1974 rientrò anche a Las Vegas, con diverse serate al Caesars Palace, e in autunno fece un trionfale ritorno a New York con due concerti al Madison Square Garden. Nel 1980, sei anni dopo l’ultimo disco, Frank Sinatra tornò in sala d’incisione per l’album Trilogy: Past, Present and Future, che lo rilanciò nell’immagine e nello stile. Tra le canzoni contenute nella raccolta, composta da tre dischi, ci sono la celeberrima Theme from New York, New York, cover della colonna sonora dell’omonimo film interpretata da Liza Minnelli e Robert De Niro, Something di George Harrison, You and Me e It Had to
Be You. Grazie al lavoro di collaboratori di lunga data come Billy May, Gordon Jenkins e Don Costa, l’album vinse il Grammy Award nel 1981. Nel gennaio 1982, a un concerto di beneficenza organizzato dai Rockefeller a New York, cantò per la prima volta accanto al tenore Luciano Pavarotti. Tra i due nacque una grande amicizia, coltivata negli anni successivi e culminata col duetto di My Way nell’ultimo disco ufficiale di The Voice, Duets II, del 1994. Negli anni Ottanta Sinatra intensificò l’attività, moltiplicando i concerti a Las Vegas ed esibendosi in Paesi di tutti i continenti, dal Canada al Brasile, dall’Argentina alla Svezia, dall’Inghilterra all’Irlanda, dalla Francia alla Germania, dalla Spagna all’Italia, al Sudafrica fino alle Filippine e al Giappone, terminando con l’Australia. Nel settembre 1986 tornò ufficialmente a cantare in Italia, al Palatrussardi di Milano, appena inaugurato; il concerto fece registrare il tutto esaurito, con novemila spettatori, tra cui personalità dello spettacolo e della politica; in prima fila vi era il Presidente del Consiglio Bettino Craxi. Il concerto fu trasmesso in diretta tv e visto da otto milioni di italiani. Sinatra fu talmente entusiasta dell’accoglienza ricevuta che tornò in Italia per ben sei tappe in tutta la penisola. Con il passare degli anni, il successo di Sinatra venne funestato da continui lutti: nel 1990 morirono il fidato compositore Jimmy Van Heusen, l’amico Sammy Davis Jr. e Ava Gardner; nel 1993 scomparve il paroliere Sammy Cahn. Il 1994 segnò per lui la fine dei concerti dal vivo. Continuò a calcare i palcoscenici di mezza America, prediligendo Las Vegas e Atlantic City. In aprile tornò per l’ultima volta a New York, alla Radio City Music Hall, per tre serate di tutto esaurito.
LA CARRIERA DI FRANK SINATRA - NUMERI DA CAPOGIRO
63
gli anni di carriera, con 59 album in studio
2200
le canzoni incise, tra cover e inediti
7934
150
a lui è dedicato l’asteroide 7934 Sinatra (1989)
i milioni di dischi venduti
Via Carlo Cattaneo, 32 - Abbiategrasso Aperti dalle 20.00 alle 2.00 Chiusi mercoledì - 19 -
CURIOSINATRA Per imporre un giovanissimo Sinatra come idolo delle adolescenti, nel 1942 il suo agente George Evans assoldò una dozzina di ragazze, disposte con cura tra il pubblico del primo concerto al Paramount di New York. Scritturate dopo autentiche audizioni in base alle loro capacità da urlatrici, le ragazze erano pagate per gridare sui pezzi trascinanti e fingere svenimenti sui lenti più romantici. La paga era di 5 dollari, oltre all’ingresso omaggio. Nel novembre del 1995 si tenne una festa all’auditorium di Los Angeles per i suoi ottant’anni. Sinatra non volle invitare il grande amico Dean Martin, ormai malato e prossimo alla morte, che avvenne poche settimane dopo, nel giorno di Natale del 1995. The Voice, da quel momento, cadde in una progressiva forma di depressione che lo accompagnò negli ultimi anni della sua vita. Dopo un’ultima apparizione pubblica, il 26 ottobre 1996, e la definitiva uscita dalle scene, si ritirò a Malibù in una casa sulla spiaggia, con vista sull’oceano. Venne colpito da tre infarti tra il dicembre 1996 e i primi mesi del 1997 e da un ictus. Gravemente debilitato da un anno e mezzo di agonia, nella tarda serata del 14 maggio 1998 un quarto infarto lo stroncò per sempre. Di sé disse: «Qualunque cosa si dica di me non ha importanza. Quando canto, credo di essere sincero... Il pubblico è come una donna: se sei indifferente è la fine.» Fonti: Deborah Holder, Frank Sinatra. The Voice www.wikipedia.it www.ilquorum.it www.artspecialday.com
Da Walter Scott a Franz Schubert Le origini dell’Ave Maria Come nelle migliori tradizioni letterarie dell’800, questo articolo è nato in un locale pubblico davanti a un caffè, in seguito a una domanda di Pinto Comincini; ringrazio lui e Gianni Rainoldi per aver contribuito alla sua realizzazione.
Henry Raeburn, Sir Walter Scott (1822), olio su tela
Walter Scott, scrittore e poeta scozzese, vissuto tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento, è considerato il padre del moderno romanzo storico. Una delle sue opere più famose è Ivanhoe, che ricostruisce l’epoca delle crociate e di Riccardo Cuor di Leone e che ispirò anche Alessandro Manzoni nella stesura de I promessi sposi.
Nel 1810 Scott scrisse The Lady of the Lake (La donna del lago); il poema è composto da sei cantiche, ognuna delle quali narra gli accadimenti di un singolo giorno. Si svolge su tre piani: la lotta fra tre uomini, Roderick Dhu, James Fitz-James e Malcolm Graeme, per conquistare l’amore di Ellen Douglas; la contesa e riconciliazione fra il re Giacomo V e James Douglas; la guerra fra gli scozzesi
Gianni Milanese del sud (guidati da Giacomo V) e i clan delle highland (condotti da Roderick Dhu del clan Alpine). Nel 1819, Philip Adam Storck tradusse il poema in tedesco e lo pubblicò a Essen. Questa traduzione divenne il libretto del ciclo di sette Lieder di Schubert Liederzyklus vom Fräulein vom See (Ciclo di canzoni dalla donna del lago), composto nel 1825 e riedito l’anno seguente col titolo Sieben Gesänge aus Walter Scotts Fräulein vom See op. 52 (Sette canti da La donna del lago di Walter Scott), con entrambi i testi, sia quello in tedesco di Storck sia l’originale inglese di Scott: l’operazione fruttò un ottimo compenso per il musicista. La dolce melodia del terzo Lied, l’inno alla Vergine (Ellens dritter Gesang, cioè Il terzo canto di Ellen), supportata da un perfetto arpeggio al pianoforte, fu ovviamente concepita per voce femminile, ma divenne subito famosissima e apprezzatissima nella interpretazione del baritono Johann Michael Vogl, grande amico di Schubert. Vediamo ora come da questo canto di Schubert si arrivi all’Ave Maria. Nel poema di Scott Ellen Douglas, la Lady del lago (Loch Katrine, nelle highland scozzesi) che dà il titolo al romanzo, è una ragazza andata in esilio con suo padre e vive nella grotta di Goblin, in quanto il padre ha rifiutato di unirsi a Roderick Dhu, in rivolta contro il re Giaco-
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mo. Dhu, capo di un clan scozzese, vive sulla montagna con i suoi guerrieri, e si attarda ad ascoltare il suono lontano del suonatore di arpa, il bardo Allan-Bane, che accompagna Ellen mentre canta una preghiera rivolta alla Vergine Maria, invocando il suo aiuto. Le parole iniziali pronunciate da Ellen, Ave Maria, possono aver dato l’errata idea che Schubert abbia adattato la melodia al testo della preghiera della tradizione cattolica. La preghiera dell’Ave Maria in lingua latina viene oggi frequentemente cantata sulla melodia di Schubert, tanto da far pensare erroneamente che quello fosse il testo originale musicato dal compositore tedesco. Una curiosità: non trattandosi di un brano prettamente liturgico, in molte diocesi Italiane è stato disposto di non far cantare il brano o di eseguirlo solo in versione strumentale durante le celebrazioni; può però essere cantato prima dell’inizio della Messa o dopo la sua fine. Walt Disney utilizzò la canzone di Schubert nel finale del film Fantasia, unendola a Una notte sul Monte Calvo di Musorgskij. La fine del tema di Musorgskij viene miscelata, senza soluzione di continuità, all’inizio della canzone di Schubert. Le campane di Una notte sul Monte Calvo, che originariamente avevano lo scopo di segnalare l’arrivo dell’alba, nel film sembrano quelle di una, chiesa che invitano i fedeli alle funzioni religiose. Nel film è inserita solo la terza stro-
Franz Schubert ritratto da Wilhelm Rieder
fa di una versione in lingua inglese, scritta da Rachel Field. Il poema di Scott ebbe grande influenza, nel XIX secolo, nel risvegliare lo spirito di rinascita dei clan scozzesi. Dal tardo XX secolo, il poema è stato virtualmente dimenticato. La sua influenza fu indiretta: La donna del lago (1819) di Rossini, il nome dell’abolizionista Frederick Douglass e la canzone Hail to the Chief (marcia che accompagna il Presidente degli Stati Uniti d’America in molte apparizioni pubbliche) furono ispirati tutti dal poema dell’autore scozzese. Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Walter_Scott https://it.wikipedia.org/wiki/Ellens_dritter_Gesang https://lasacramusica.blogspot.it/2014/01/ave-mariafranz-schubert.html http://www.musicistipermatrimonio.it/it/db/7573/ blog/2016-12-10/la-storia-dellave-maria-di-schubert
NOTTE ROSA... ASPETTANDO IL GIRO! Concerto con la Jugendblasorchester di Ellwangen
Primavera ricca di eventi per La Filarmonica: l’ultimo prima della stampa di questo numero è stato il 19 maggio, in concomitanza con i saggi della scuola “Corrado Abriani”, quando la nostra banda si è esibita insieme all’orchestra giovanile di Ellwangen nel quadriportico di Santa Maria Nuova. Il concerto rientrava nella ricca cornice di eventi per la “Notte Rosa”, organizzata dal Comune di Abbiategrasso a pochi giorni dalla partenza di una tappa del Giro d’Italia dalla nostra città. L’occasione è stata propizia per rinnovare il sodalizio con la formazione tedesca, gemellata con la nostra banda come lo sono le due città.
La Filarmonica si è esibita per prima; a seguire gli ospiti tedeschi, presenti con la loro formazione più matura, composta da quasi quaranta elementi tra i quindici e i ventidue anni di età. In un curioso scambio di ruoli, l’orchestra giovanile di Ellwangen ha eseguito l’inno italiano, mentre alla Filarmonica è toccato quello tedesco. Alle esibizioni dei due gruppi, ricche di brani della tradizione italiana e tedesca, è seguito un momento di unione e di amicizia: i due organici si sono fusi per eseguire un ultimo brano, proposto dal direttore della Jugendblasorchester, Wendelin Dauser: la marcia Candelara, composta nel 2003 da Michele Mangani, direttore del Corpo Bandistico del paese omonimo.
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Gianni Milanese
1968... CINQUANT’ANNI DOPO! Un anno di musica, e non solo
Deep Purple
Questa puntata, dedicata al cinquantesimo anniversario del 1968, risulterà anomala rispetto al passato per l’esclusiva presenza di notizie musicali. L’argomento è talmente vasto e complesso che non basterebbe l’intera rivista per parlare di tutto quanto successo in un anno così denso di eventi.
Black Sabbath
Cominciamo ricordando che nel 1968 si sono formati alcuni dei gruppi che hanno fatto la storia della musica: in ordine alfabetico, possiamo citare Alunni del Sole, Aphrodite’s Child, Banco del Mutuo Soccorso, Black Sabbath, Deep Purple, Led Zeppelin, Yes.
A inaugurare un anno speciale per la musica fu l’arrivo in Italia, dopo l’Oscar per la miglior regia, della colonna sonora de Il laureato (con Dustin Hoffman). Nella tracklist brani di Simon & Garfunkel (inclusi The Sound of Silence, April Will e Mrs. Robinson) e pezzi strumentali firmati da Dave Grusin. La versione di Mrs. Robinson nel film è leggermente diversa da quella poi incisa: tra l’uscita del film e la registrazione trascorsero tre mesi.
Gianni Milanese
Nel 1968 uscirono poi alcuni album che hanno segnato la storia della musica leggera. The Beatles The White Album Uno degli album più importanti e influenti di sempre. Molte delle canzoni del doppio 33 giri furono composte tra marzo e aprile durante un corso di meditazione trascendentale in India. Per la prima volta i Beatles incisero su un registratore a otto piste. Il risultato fu un disco straordinario con classici senza tempo come Helter Skelter, Dear Prudence, Blackbird, While My Guitar Gently Weeps, Back in the U.S.S.R. e Happiness Is a Warm Gun. Pink Floyd A Saucerful of Secrets Il secondo album della band inglese, nel quale compare per la prima volta David Gilmour che sostituirà definitivamente Syd Barrett, ormai in condizioni critiche per gli abusi di LSD. La visionaria Set the Controls for the Heart of the Sun è l’unico brano del gruppo suonato da tutti e cinque i componenti della band (i due già citati, Mason, Waters e Wright). Tra le perle dell’album, Let There Be More Light, Remember a Day e Jugband Blues, composta interamente da Barrett. The Rolling Stones Beggars Banquet Pubblicato il 6 dicembre, è uno degli album classici della band, in cui gli Stones tornarono al rock blues. Il titolo del disco fu un’idea dell’artista Christopher Gibbs, che stava decorando la BATTERY CONTROLLER
casa di Mick Jagger a Chelsea. Gibbs propose di intitolare l’album Beggars Banquet (il banchetto dei mendicanti) ispirandosi probabilmente alla cena dei mendicanti presente nel film Viridiana di Luis Bunuel. Tra i brani più famosi ricordiamo Street Fighting Man e Symphaty for the Devil. Van Morrison Astral Weeks Il secondo album in studio del vocalist e compositore irlandese è un perfetto esempio della commistione tra jazz e folk, registrato da musicisti di grande talento come Richard Davis al basso, Jay Berliner alla chitarra, John Payne al flauto e al sax, Warren Smith alle percussioni e al vibrafono e Connie Kay alla batteria. Tra i classici Cyprus Avenue, Sweet Thing e The Way Young Lovers Do. Johnny Cash At Folsom Prison Storico live in un carcere californiano. Lo show tra i detenuti andò in scena il 13 gennaio. Nel corso della sua lunga carriera, Cash registrò altri tre dischi all’interno di un penitenziario: At San Quentin, Pa Osteraker e A Concert Behind Prison Walls. Ad oggi, At Folsom Prison ha venduto oltre tre milioni di copie. Otis Redding The Dock of the Bay Il primo di una lunga serie di album postumi. L’LP contiene (Sittin’ on) The Dock of the Bay, brano leggendario che Redding incise pochi giorni prima di morire in un incidente aereo
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The Mothers of Invention We’re Only in It for the Money Il terzo album in studio della band di Frank Zappa. Un disco geniale e ”politico”, infarcito di satira nei confronti della cultura hippie e dei movimenti americani ultraconservatori. In origine, la cover del disco era stata pensata come una parodia della celebre copertina di Sgt. Pepper’s dei Beatles. Alla fine, però, la foto che riproduceva in chiave ironica lo storico scatto del Fab Four venne utilizzata per l’artwork interno del disco. Tra i brani essenziali, Absolutely Free e Flower Punk. Os Mutantes Os Mutantes Si tratta dell’album di debutto di una delle band più geniali e influenti di sempre. Appartententi al movimento artistico brasiliano noto come Tropicalia, gli Os Mutantes realizzarono una contaminazione in chiave psichedelica tra la tradizione brasiliana e il pop rock anglosassone. Tra i brani indimenticabili dell’LP ci sono Bat Macumba, scritta da Gilberto Gil e Caetano Veloso, Panis et Circenses e A Minha Menina composta da Jorge Ben. The Band Music from Big Pink Il titolo dell’album viene dal colore delle pareti esterne della leggendaria abitazione di West Saugerties, nello stato di New York, dove vennero composti molti dei brani. In tre canzoni dell’album, tra folk, rock e country, compare come autore Bob Dylan (che realizzò anche
il disegno per la copertina del disco): Tears of rage, This Wheel’s on Fire e il capolavoro I Shall Be Released. Il brano più popolare dell’album è però The Weight, composto da Robbie Roberston e presente in una scena di Easy Rider. Big Brother and The Holding Company Cheap Thrills Pubblicato nell’estate del 1968, vendette un milione di copie in pochi mesi. È un disco di puro rock and roll a tinte blues; tra le canzoni indimenticabili, oltre all’hit Piece of My Heart, il remake di Summertime di George Gershwin, Turtle Blues e Ball and Chain, registrata live al Fillmore di San Francisco. In Italia, intanto, presso il salone delle feste del casinò di Sanremo, dall’1 al 3 febbraio si tenne il diciottesimo Festival della canzone italiana, condotto da Pippo Baudo (fu la prima delle sue tredici conduzioni della manifestazione), affiancato da Luisa Rivelli. A vincere fu l’accoppiata Sergio Endrigo e Roberto Carlos con Canzone per te. Per motivi mai chiariti, il testo delle due versioni della canzone vincitrice non coincide e anzi presenta, a tratti, delle differenze anche notevoli persino nel ritornello. Don Backy (accreditato come Aldo Caponi, il suo nome anagrafico) si aggiudicò il secondo e il terzo posto come autore, rispettivamente per Casa bianca (interpretata da Marisa Sannia con Ornella Vanoni) e Canzone (cantata da Adriano Celentano e Milva). Tra le presenze internazionali l’americano Wilson Pickett, la gallese Shirley Bassey e soprattutto il trombettista Louis Armstrong. Tra gli esordienti italiani Nino Ferrer, Al Bano, Fausto Leali, Massimo Ranieri e Dino. A riassumere i brani fu chiamato un altro jazzista, Lionel Hampton. Si svolse ad Asiago il 19 settembre la quinta edizione del Festivalbar, in onda sul Secondo Canale Nazionale, l’odierna Rai 2. Il regista fu Antonio Moretti, il conduttore Vittorio
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Salvetti, ideatore e organizzatore della manifestazione canora, accompagnato dall’annunciatrice RAI Rosanna Vaudetti. Adamo, con il brano Affida una lacrima al vento, vinse la serie Disco Oro, mentre per la sezione giovani Disco Verde (ascolti in jukebox nei bar di tutta Italia) si impose Sergio Leonardi con Non ti scordar di me, in una versione moderna riarrangiata dal maestro Enrico Polito.
Franco IV e Franco I
nel dicembre del 1967. Uno dei singoli tratti dal 33 giri, The Glory of Love, fu composto da Billy Hill e inciso da Benny Goodman nel 1936.
Alla quinta edizione di Un disco per l’estate parteciparono invece cinquantasei canzoni. La gara televisiva, articolata in due serate eliminatorie e una finale (15 giugno), si concluse con la vittoria di Riccardo Del Turco e del suo motivo più popolare, Luglio. In quell’edizione si affermarono il duo vocale Franco IV e Franco I, che ottenne un notevole successo commerciale con Ho scritto t’amo sulla sabbia, e Maurizio Arcieri che, pur escluso dalla diretta televisiva, riuscì a entrare in hit parade con Cinque minuti e poi. Altre clamorose esclusioni dalla diretta televisiva riguardarono due cantautori che sarebbero divenuti celebri in seguito: Lucio Battisti e Lucio Dalla. Si svolse infine a Bologna la decima edizione dello Zecchino d’Oro, dal 17 al 19 marzo. Fu presentato dal Mago Zurlì, interpretato da Cino Tortorella. Diverse furono le canzoni di successo conosciute ancora oggi: Il torero Camomillo cantata da Michele Grandolfo (con testo di Franco Maresca e musica di Mario Pagano), Quarantaquattro gatti cantata da Barbara Ferigo (testo e musica di Giuseppe Casarini), Il valzer del moscerino (testo di Laura Zanin e musica di Adriano Della Giustina), cantata da una giovanissima Cristina D’Avena.
Breve storia della riproduzione del suono Gianni Milanese
5ª puntata - Il giradischi In media un giradischi a trazione diretta conta oltre duecentoquaranta componenti. Le due parti fondamentali che ci permettono l’ascolto di un disco sono la base rotante, o piatto, su cui viene appoggiato il vinile, e la puntina che vi scorrerà sopra. La base rotante è formata da due piatti di metallo incastrati tra loro, in modo che possano girare attorno al perno del motore, riducendo al minimo ogni tipo di frizione e garantendo così una velocità sempre regolare e costante. In linea generale, possiamo dire che più pesante è un piatto meno vibrazioni fa e quindi più pulito è il suono. I piatti per giradischi sono realizzati in diversi materiali: il più comune è l’acrilico, ma alcune aziende d’eccellenza hanno puntato successivamente su piatti in alluminio e piatti in vetro stratificato. Inizialmente, il piatto era messo in movimento da una molla caricata a manovella, poi sostituita da un motore elettrico. Nel tempo si ebbero diversi tipi di trasmissione del moto
dal motore al piatto: dapprima furono utilizzate pulegge, rimpiazzate poi da cinghie in gomma, tuttora in uso nei migliori apparecchi. Attualmente, per garantire la massima regolarità nella rotazione del piatto, il motore è azionato da un circuito elettronico pilotato da un oscillatore al quarzo. Il compito della puntina di lettura, chiamata anche pick-up, è invece di posizionarsi sul vinile e leggerne i solchi. Quando il pick-up è posato sul disco, il profilo irregolare del solco provoca la vibrazione della puntina. Tale vibrazione veniva in originare trasmessa direttamente a una membrana che riproduceva il suono in maniera esclusivamente meccanica; in seguito, le vibrazioni sono state impiegate per generare deboli segnali elettrici da una bobina o da un cristallo piezoelettrico inclusi nel corpo della testina. Il sistema a bobina mobile è più preciso, ma dieci volte meno efficiente, in quanto viene generata una tensione dieci volte inferiore: i deboli segnali rivelati vengono prima preamplificati da un
GIRADISCOVERY - Com’è fatto un giradischi? A) Piatto B) Tappetino (Mat) C) Contrappeso D) Antiskating - È un dispositivo meccanico o magnetico applicato al braccio di lettura di un giradischi, con la funzione di contrastare l’attrito tra puntina e disco in vinile. Si presenta come una componente perpendicolare al braccio di lettura che spinge verso il centro del piatto. L’antiskating riduce la distorsione e impedisce che la cartuccia “pattini” attraverso la superficie del disco. E) Meccanismo di Cueing - È usato per abbassare e sollevare il
apposito circuito, chiamato per consuetudine pre MC, fornito in alcuni casi come elemento opzionale dal costruttore dell’amplificatore; i segnali sono poi utilizzabili dal circuito di preamplificazione vera e propria, da cui vengono inviati all’amplificatore finale, il quale trasferisce il segnale agli altoparlanti montati nei diffusori, trasformandolo finalmente in suono. La velocità angolare fissa del piatto (33, 45 o 78 giri) implica un degrado costante nella fedeltà di riproduzione; nelle tracce più esterne del disco, infatti, ci sarà una maggiore fedeltà di riproduzione rispetto alle tracce interne, in quanto la distanza percorsa dalla puntina in un dato periodo di tempo è di molto superiore sulle prime tracce che nelle successive di tempo è di molto superiore sulle prime tracce che nelle successive. Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Giradischi https://www.rockit.it/news/giradischi-documentario-come-funziona
braccio del giradischi. Si muove in verticale e deve essere maneggiato con cura. Esso fornisce il contatto iniziale con il vinile (senza spostamenti laterali). F) Pitch di controllo - Mentre il piatto gira, questo controllo viene utilizzato per stabilizzare la velocità di rotazione. La maggior parte dei giradischi al quarzo non richiede questo tipo di messa a punto. G) Braccio H) Luce stroboscopica - Utilizzata per regolare il pitch. I) Portatestina (Headshell) - È la parte su cui è montata la testina. In sostanza connette la testina e la puntina al braccio. Non è sempre presente: alcune testine si agganciano a un portatestina, altre direttamente al braccio. J) Interruttore K) Regolatore di velocità L) Base M) Perno di centraggio - È l’estremità sporgente dell’albero motore che si trova al centro del piatto. Per funzionare, un disco in vinile deve poggiarsi sul piatto facendo combaciare il suo foro con questo perno.
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Come percepiamo i suoni? Gli studi di Fletcher e Munson sul nostro udito Ogni giorno siamo circondati da un’incalcolabile quantità di suoni, che attraverso il nostro apparato uditivo vengono trasformati in impulsi elettrici e poi interpretati dal nostro cervello. Le nostre orecchie rappresentano il primo elemento di contatto con la realtà che ci circonda, sorge spontaneo domandarsi se e in che modo trasformino gli stimoli acustici. Nel 1933, i ricercatori Fletcher e Munson hanno condotto una ricerca fondamentale per la comprensione di questo meccanismo percettivo, i cui risultati dimostrano in che modo l’orecchio umano risponde alle frequenze acustiche. Una premessa è necessaria prima di proseguire: ogni singolo suono in natura è composto da una frequenza fondamentale, che ne determina l’intonazione (se una nota è acuta o grave) e tutti i suoi armonici. Questi ultimi sono frequenze di minore intensità, che ne determinano il timbro (ad esempio la differenza di suono di due strumenti che emettono la medesima nota). Le scoperte dei due studiosi americani riguardano invece le frequenze pure, che a scopo identificativo assoceremo al flauto traverso, essendo questo lo strumento musicale col timbro più simile. In alternativa, l’unico modo per ascoltare tali suoni è attraverso un oscillatore, strumento elettronico o digitale in grado di riprodurle. Il primo limite dell’orecchio umano è che non percepisce tutte le frequenze, ma solo quelle comprese fra 20 Hz e 20 kHz. Nel range appena presentato, a parità di volume di emissione le frequenze vengono percepite diversamente dal nostro apparato uditivo. In questo grafico sono delineate le curve isofoniche dell’orecchio umano, esse descrivono la risposta alle varie frequenze, alcune vengono amplificate a causa di particolari risonanze interne, mentre quelle gravi e quelle molto acute vengono percepite molto attenuate. Recentemente queste sono state parzialmente modificate (come in figura).
Questo filtro fisiologico è però condizionato dal volume di ascolto: quando questo è molto alto, le frequenze più penalizzate sono percepite meglio, mentre ad intensità basse queste spariscono progressivamente. Ne consegue che, per poter ascoltare un brano musicale nella sua interezza, potendo godere effettivamente di tutte le sue componenti, è necessario un volume adeguato, oltre che un trasduttore di qualità. Gli esperti consigliano un volume intorno agli 80-85 dB SPL, considerabile come un volume medio alto, al quale però non bisogna sottoporsi per un periodo di tempo troppo prolungato, al fine di preservare il buon funzionamento dell’apparato uditivo. Queste considerazioni sono ancor più importanti per l’ascolto di un genere come quello della musica classica, la quale ha come qualità intrinseca un’ampia ed estesa varietà dinamica, che non rappresenta solo un cambiamento di volume: essa si emancipa dalla mera funzione pratica, assumendo un valo-
Edoardo Grittini re artistico attraverso il quale il compositore comunica. Questo aspetto è così importante che la registrazione di un’orchestra o di un quartetto è trattata con modalità diverse rispetto a molti altri generi, come ad esempio il pop o il rock. Il tecnico audio tendenzialmente modifica significativamente i volumi dei pezzi; ciò avviene sistematicamente nei generi sopra citati. Nella classica, invece, cerca di preservare intatta la variazione di dinamica nella fase di post produzione, incidendo successivamente la traccia con i volumi il più possibile fedeli a quelli percepibili durante un concerto live. Le modalità d’ascolto del disco risultante da questo tipo di lavoro richiedono un volume adeguatamente alto, così da poter godere di tutte le frequenze nei momenti musicali in piano o pianissimo e, ancora più importante, per poter percepire le variazioni di dinamica nello scorrere del pezzo, in quanto queste, come abbiamo detto precedentemente, sono parte importante e non accessoria del brano.
Le curve isofoniche di Fletcher e Munson
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Na-no na-no - Mork & Mindy
L'audio ufficiale ->
Scopo di questa rubrica è ricordare il ruolo importantissimo che la musica ha avuto anche nelle sigle di telefilm e sceneggiati, soprattutto degli anni meno recenti: spesso ricordiamo più facilmente la sigla del racconto stesso. Na-no na-no, scritta da Luigi Albertelli e Oreste Lionello, su musica e arrangiamento di Vince Tempera, e cantata da Bruno D’Andrea, è stata la sigla della fortunata serie televisiva di produzione americana Mork & Mindy, andata in onda sulle reti RAI a partire dal 1979 e, successivamente, anche
Na-no na-no Mi chiamo Mork Su un uovo vengo da Ork Impara un po’ Ora il saluto ti do Na-no na-no la tua mano Na-no na-no apri piano Na-no na-no batti il palmo Na-no na-no ora il fianco Sorridi tu Se dormo a testa all’ingiù Se prendo il tè Non proprio come fai te Na-no na-no la tua mano Na-no na-no apri piano Na-no na-no batti il palmo Na-no na-no ora il fianco Ora che mi sei amico Non stupirti se ti dico Che io parlo con le piante I millepiedi e l’elefante E che vengo da lontano Ma qui da voi Mi trovo bene che vuoi Io non lo so Se ci ritorno su Ork Na-no na-no la tua mano Na-no na-no apri piano Na-no na-no batti il palmo Na-no na-no ora il fianco Ora che mi sei amico Non stupirti se ti dico Che io parlo con le piante I millepiedi e l’elefante E che vengo da lontano Mi chiamo Mork Su un uovo vengo da Ork Impara un po’ Ora il saluto ti do Na-no na-no la tua mano Na-no na-no apri piano Na-no na-no batti il palmo Na-no na-no ora il fianco Na-no na-no
Gianni Milanese su Italia 1. La serie lanciò in tutto il mondo il grande attore Robin Williams. Mork & Mindy è una situation comedy con elementi fantascientifici, prodotta negli Stati Uniti e andata in onda in prima visione fra il 1978 e il 1982 per il network tv ABC. I protagonisti della serie tv, che le danno il nome, sono Mindy McConnell (Pam Dawber), graziosa ragazza della provincia statunitense che lavora in un negozio di strumenti musicali, e Mork (Robin Williams), un alieno umanoide arrivato sulla Terra dal pianeta Ork su un’astronave a forma di uovo. Mork, però, era già apparso in precedenza in due episodi della quinta e sesta stagione di Happy Days (1978), di cui Mork & Mindy è in effetti uno spin-off, anche se in Italia quegli episodi sono andati in onda quando Mork & Mindy era già una serie di successo. La natura di Mork, singolare e imprevedibile, convince Mindy che l’alieno non potrebbe sopravvivere da solo nel nostro mondo: decide così di ospitarlo nella propria soffitta e di cercare di introdurlo agli usi e ai costumi umani. Le situazioni e i risultati che derivano da questo tentativo sono esilaranti: il candore di Mork e la pazienza di Mindy mettono in una prospettiva nuova e inusitata i comportamenti e le idiosincrasie umane. La serie riscosse un enorme successo in tutto il mondo. Molti atteggiamenti “alieni” di Mork, quali per esempio il sedersi con la faccia sui cuscini di un divano e le gambe sulla spalliera e bere drink aspirandoli con il dito della mano, sono diventati degli stereotipi diffusi, e hanno contribuito in modo determinante al successo di Robin Williams come attore brillante. Del resto, proprio questi singolari atteggiamenti furono una sua improvvisazione al provino in cui fu scelto per interpretare Mork. Come dicevamo all’inizio, la sigla era cantata da Bruno D’Andrea, cantante italiano che iniziò la sua carriera artistica come voce e musicista dei Nottambuli, e in seguito fu leader del gruppo Bruno Andrea Band. Alcuni dei suoi successi discografici più importanti sono Siamo noi, Bella così e il rilancio della famosissima canzone Ti parlerò d’amor di Wanda Osiris.
Luigi Albertelli è invece un paroliere e autore televisivo italiano di origini piacentine, oggi ottantatreenne; negli anni Cinquanta praticò attivamente l’atletica leggera nella corsa veloce, diventando campione italiano giovanile e poi campione italiano nella staffetta 4x400 e vestendo la maglia azzurra. Negli anni Sessanta iniziò a dedicarsi alla musica e alla pittura. Dopo la vittoria del Festival di Sanremo 1969 con la canzone Zingara (musicata da Enrico Riccardi), iniziò a dedicarsi esclusivamente alla musica in qualità di paroliere. È autore di oltre mille canzoni tra cui ricordiamo: Io mi fermo qui, Come è dolce la sera, Malattia d’amore, Donna sola, Un corpo e un’anima, Vado via, Da troppo tempo, La mia estate con te, Un giorno insieme, Piccola e fragile, Sereno è, Sambariò, Complimenti, Casa mia, Aria di casa, Sarà la nostalgia, Non voglio mica la luna, Sempre sempre sempre, Ricominciamo e La notte dei pensieri, con cui Michele Zarrillo vinse il Festival di Sanremo 1987 nella sezione Giovani. Per Oreste Lionello, attore, cabarettista, doppiatore, direttore del doppiaggio e dialoghista italiano, e Vince Tempera, tastierista, arrangiatore, direttore d’orchestra e compositore italiano, non credo servano presentazioni, data la loro notorietà. Mork & Mindy, scritta dagli stessi autori, era la versione strumentale della sigla, incisa sul lato B del disco. Il disco raggiunse la diciannovesima posizione nella classifica dei singoli più venduti. Ringrazio Bruno D’Andrea per la disponibilità e la consulenza ricevuta e desidero riportare questa sua considerazione, che condivido: “Per realizzare una sigla all’apparenza molto semplice, ma che si trasforma in un grande successo a distanza di anni, servono grandi artisti”. Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Mork_%26_Mindy https://it.wikipedia.org/wiki/Na-no_na-no/Mork_%26_ Mindy https://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_D%27Andrea https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Albertelli
Vince Tempera (al centro) nel 1970 con i The Pleasure Machine: a sinistra Ellade Bandini, a destra Ares Tavolazzi
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Oreste Lionello
Le grandi sigle dei telefilm
LA FILARMONICA Presidenti onorari Maria Teresa Abriani
Pietro Galbiati
GIRI DELLE CASCINE Un grazie agli amici e sostenitori cha hanno sostenuto e contribuito alla Filarmonica nei festosi giri delle cascine, nella splendida campagna intorno ad Abbiategrasso!
Consiglio Direttivo Alessandro Bagnaschi - Presidente Paolo Bassi e Giuseppe Comincini - Vice Presidenti Ornella Zattin - Segretaria Mauro Bianchi - Economo e Vice Maestro Ivan Silvio Bassini
Annamaria Cittadinetti
Francesco Bellati
Gianni Milanese
Luigi Belloni
Mauro Pizi
Giorgio Borghi
Francesco Ragona
Andrea Capelli
Emanuele Rainoldi
FESTA DELLA SCUOLA Il 19 maggio, La Filarmonica ha partecipato alla festa nel parco di Villa Sanchioli, per la fine dell’anno scolastico della scuola primaria Umberto e Margherita di Savoia. Tema della festa, i continenti del mondo.
Responsabili Scuola di Musica “Corrado Abriani” Paola Andreoni Galasso Annamaria Cittadinetti Ornella Del Pero
Indirizzo e contatti: Abbiategrasso - Via V. Alfieri, 1 Tel. 02 94 08 74 42 - Tel./Fax 02 946 29 73 filarmonica@alice.it - www.bandafilarmonica.org filarmonicaabbiategrasso
NOTIZIE IN BREVE UN SENTITO RICORDO A dieci anni dalla scomparsa, ricordiamo con affetto Luciano Grassi, indimenticato amico e sostenitore della Filarmonica.
PROSSIMI APPUNTAMENTI Lunedì 28/5 Sabato 9/6 Domenica 10/6 Sabato 16/6 Venerdì 22/6 Domenica 24/6 Venerdì 29/6 Sabato 30/6 Domenica 26/8 Domenica 9/9 Lunedì 10/9 Domenica 7/10 Giovedì 18/10 Domenica 4/11
Processione festa Istituto Golgi Concerto per la festa patronale Concerto di Bubbiano Concerto del Quadriportico Concerto Filarmonica Big Band Processione e concerto S. Pietro Festa del Balon de San Peder Concerto Filarmonica Big Band Festa patronale di San Bernardo Festa patronale della Madonnina Festa della Cappelletta Festa della Mela Festa di Abbiategrasso Centenario della Vittoria
Abbiategrasso Cusago Bubbiano Abbiategrasso, S. Maria Abbiategrasso, C. Italia Abbiategrasso, S. Pietro Abbiategrasso, S. Pietro Rosate Morimondo Fallavecchia Abbiategrasso Abbiategrasso Abbiategrasso Abbiategrasso - 27 -
LUTTO Sincere condoglianze da tutta La Filarmonica alla signora Ornella Del Pero, per la scomparsa del fratello Romolo. Da parte di tutta la famiglia della Filarmonica, ci uniamo al dolore per la perdita di Angela Invernizzi, mamma della signora Paola Andreoni e nonna del nostro musicante Luca Galasso.
LA FILARMONICA È... Seguici in concerto! 9 giugno, ore 21 Cusago 10 Giugno, ore 16 Bubbiano 16 Giugno, ore 21 Abbiategrasso
Concerto del Quadriportico Big 22 Giugno, ore 21 Ba nd Abbiategrasso
IN QUESTO NUMERO CONCERTO DI GIUGNO 3 4 6
Programma del concerto Guida all'ascolto Werdi vs Vagner
8
La religiosità in Verdi e Wagner
Gli opposti ci attraggono
CRONACHE DALLA BANDA 10 11 12 14 21
24 giugno ore 21 Abbiategrasso
INSERTO SPECIALE CENTRALE
LA FILARMONICA E CARLO ZAPPA: 25 ANNI INSIEME
Concerto di San Pietro
Big Ba 30 Giugno, ore 21 nd Rosate
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82004210157 www.bandafilarmonica.org
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Quaranta volte Filarmonica al Concerto di Novembre Concerto di Natale La Filarmonica onora Giuseppe Di Stefano Concerto della Liberazione Notte Rosa... Aspettando il giro!
DENTRO LA FILARMONICA 15 16 17
Intervista al Maestro Garegnani Scuola di Musica “C. Abriani” I saggi 2018
APPROFONDIMENTI 18
E adesso, swing!
20
Da Walter Scott a Franz Schubert
Ritratto di Frank Sinatra Le origini dell'Ave Maria
RUBRICHE 22
1968... Cinquant’anni dopo!
24
Il giradischi
25
Come percepiamo i suoni?
26
Na-no na-no - Mork & Mindy
Un anno di musica... e non solo
Breve storia della riproduzione del suono Gli studi di Fletcher e Munson sull'udito Le grandi sigle dei telefilm
... GIUGNO IN CONCERTO