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una selezione di sei/ sette film, altre sedi hanno realizzato un festival articolato in cui, ad alcuni dei dieci film inediti in Italia, si affiancavano film già usciti come El ciudadano ilustre (Il cittadino illustre, 2016) di Cohn e Duprat o Truman (2015) di Cesc Gay, oltre a classici come Cría cuervos (1973) di Saura.
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ermiamoci ora a considerare, tra i film nuovi per l’Italia, quelli più interessanti in un panorama, comunque, di ottimo livello grazie anche all’apporto di autori conosciuti al pubblico italiano, come Icíar Bollaín. E partiamo proprio da questa regista, che si è fatta conoscere con Flores de otro mundo, che ha vinto il premio della Settimana della critica a Cannes nel 1999, e poi con Te doy mis ojos (Ti do i miei occhi, 2003), vincitore di sette premi Goya.
Cine Español El olivo
Ora, con El olivo (2016) scritto in collaborazione con il marito Paul Laverty e già vincitore del premio Goya 2017 per la miglior attrice esordiente, racconta la storia di Alma, una ragazza che vive nell’azienda agricola di famiglia e che è affezionatissima al nonno paterno, che per far guarire questo, che si sta lasciando morire dopo che gli è stato portato via l’olivo simbolo della forza propria e di tutta la tenuta (e, per esteso, della natura rispetto alla civiltà che la distrugge in vari modi o comunque la sovrasta, finendo per alterare equilibri secolari), scopre dove l’albero è stato portato e si mette in viaggio con lo zio e con un collega per tentare di recuperarlo cioè di riportarlo a casa, incurante
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del fatto che non solo questo si trova in Germania, ma è stato installato nell’ingresso di una multinazionale e ne è divenuto il simbolo. Cinema civile dunque, sulla scia di Laverty-Loach (la Bollaín aveva girato come attrice Terra e libertà), realizzato in maniera lucida, semplice ma efficace, facendo entrare lo spettatore nel vivo della questione grazie anche alla costruzione dei personaggi, in primis quello di Alma, una donna che sa quello che vuole e che non si arrende nemmeno di fronte all’impossibile, e che è in grado di imparare dagli errori e dalle sconfitte.
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tando sul filo del cinema civile bisogna segnalare altri due film sempre del 2016, Cerca de tu casa di Eduard Cortés e La mano invisible di David Macián. Il primo affronta il tema della crisi del 2007/08, che tanto ha riguardato la Spagna, dal punto di vista di chi è stato sfrattato dalla propria casa, in una narrazione che coinvolge e fa comprendere sia il ruolo delle banche in questo, sia quello dei familiari di chi si trova in mezzo a una strada, a partire dalla storia di una famiglia. Per cui sono indagati sia i fattori sociali (ivi compreso chi sulla pelle degli altri specula, fingendosi un avvocato in grado di fare causa alle banche) sia quelli psicologici del fenomeno, nell’analisi di ciò che può accadere ad una coppia con figli che si ritrova a vivere dai genitori di lei, a loro volta in crisi economica, e ai genitori stessi, che non vivono bene la situazione; fino al finale che mostra le vittime delle speculazioni solidali e “resistenti”, anche se caricate dalla Polizia (che viene mostrata anche attraverso gli occhi di un poliziotto che si rende conto della situazione e che non ce la fa più, ad andare a sgomberare case). Interessante anche il fatto che il film sia un musical che abbia come protagonista Silvia Pérez Cruz, una famosa cantante di flamenco, che gli ha fatto ottenere il premio Goya per la miglior canzone.
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uggestivo per la fattura è anche La mano invisible dal titolo emblematico, che tratta il tema del lavoro oggi, con l’intercambiabilità dei lavoratori, l’aumento dei carichi di lavoro a parità di ore e di retribuzione, il controllo subdolo, la sovrapproduzione e il non senso di certe mansioni ripetitive e sfiancanti, creando una situazione teatrale alla Lars von Trier di Dogville/Manderlay (a partire però dal romanzo omonimo di Isaac Rosa) che mostra un capannone industriale in cui undici persone sono volontariamente recluse da un contratto stipulato con un datore di lavoro indefinito e filmate nel lavoro che svolgono, con un pubblico che le guarda e che interviene vociando in quello che fanno e con situazioni che si fanno sempre più critiche, fino al culmine della tensione nel finale non risolutivo. Il film, che invita
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alla riflessione su tutto quello che può essere show (oggetto di visione) oggi presentando questa sorta di reality grottesco a cui i lavoratori partecipano offrendosi in pasto a un pubblico che non possono vedere, è l’esordio di Macián e ha avuto un grande successo in Patria, tanto che sarà proiettato al Parlamento Europeo.
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Todas las mujeres
La próxima piel
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olo un cenno sui due film che sono usciti anche in sala a maggio, La noche que mi madre mató a mi padre (La notte che mia madre ammazzò mio padre, 2016) di Inés París e Alamar (2009) di Pedro GonzálezRubio, per passare ai due che ci hanno convinto di più e che hanno come tema l’adolescenza, La próxima piel (2016) di Isaki Lacuesta e Isa Campo, che sono marito e moglie, e A cambio de nada (2015) di Daniel Guzmán, che viene dalla recitazione. Il primo è una commedia nera almodovariana a sei personaggi, che nel corso di una cena con (apparente) delitto vengono alla luce in tutta la loro bassezza (Ángel) o in tutta la loro verità (Susana); il secondo è un film dalla forte impronta documentaristica incentrato sulla vacanza di un bambino di cinque anni che vive a Roma presso il padre, messicano, che lo porta dal nonno pescatore nel Blanco Chinchorro prima dell’inizio della scuola, per cui oltre che alla bellezza della natura incontaminata di una zona decretata dall’UNESCO Riserva Naturale della Biosfera, assistiamo all’incontro vero tra un padre e un figlio e alla formazione che questi ne ricava, che non ha bisogno di parole tanta è la naturalezza che la connota.
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odas las mujeres (2013) di Mariano Barroso, sintesi di una serie tv dalla trama analoga e premio Goya 2014 per la sceneggiatura, va invece sullo psicologico e racconta sempre in modo un po’ straniato, all’interno cioè quasi per tutto il film del salotto del protagonista nel quale lo stesso chiama le donne della sua vita a un consulto su un reato che ha commesso e per il quale rischia il carcere, la vicenda appunto di Nacho, un grande Eduard Fernández, antieroe scaltro e ingenuo al tempo stesso, manipolatore e affascinante, bugiardo patologico con manie di persecuzione che parla, parla, parla a chi può essergli utile, riuscendo a dare qualcosa alle sue donne pur usandole per i propri fini. Potremmo dire che è un eterno adolescente e che come tale suscita la simpatia nostra e delle donne che lo ascoltano e lo amano, oppure che è solo capace di usare le persone e che sfrutta il proprio fascino per questo, troppo stupido per essere un vero criminale ma intelligente abbastanza per provare ad esserlo; l’interesse del film sta in ogni caso nel disvelamento progressivo della sua vita che avviene di donna in donna quindi di conversazione in conversazione, e nel confronto tra maschile e femminile che la narrazione suscita.
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a il nostro cuore, dicevamo, è rimasto legato ad altri due film. Il primo, La próxima piel di Isa Campo e Isaki Lacuesta, con Emma Suárez (premiata con il Goya 2017), Sergi López, Bruno Todeschini e un incredibile Álex Monner, in visione su Netflix Italia tanto per rinfocolare le polemiche che hanno aperto quest’anno il festival di Cannes, si incentra sul sedicenne Leo che, dopo otto anni in un istituto per minori in quanto
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scomparso da bambino e poi ritrovato, viene identificato come Gabriel e riportato “a casa”, dalla madre, in un paesino di montagna dei Pirenei spagnoli. Il problema è che, mentre il riconoscimento della madre è immediato, lo zio (il fratello del padre morto, che si scopre essere stato un violento sia con la moglie che con il figlio) è convinto che Leo non sia Gabriel, che sia cioè un impostore, e cerca di convincere di questo l’educatore che lo segue. L’opera si snoda su questo dubbio in forma di thriller serrato e incalzante, e all’incertezza sul protagonista contribuiscono l’atmosfera gelida della montagna innevata e del paese in cui sembra non esserci solidarietà alcuna nonostante i momenti che uniscono le persone, la presenza costante di animali cacciati e macellati, i giochi a volte perversi tra adolescenti e un cugino che non sembra, a sua volta, riconoscere in Leo il bambino che ha frequentato. Per altri versi però il film, parlato in francese e in catalano, è caldo come un melodramma di Dolan perché alta è la sua temperatura emotiva, ed è questa che tiene lo spettatore avvinto... fino alla sorpresa finale, che gli fornisce l’anello che mancava. Restano comunque un personaggio forte, ambiguo, sfaccettato, e dei momenti memorabili (il ballo con la madre e la scena della seggiovia innanzitutto). A cambio de nada
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’altro film, A cambio de nada di Daniel Guzmán, è incentrato su un altro sedicenne, Dario, e sulla sua adolescenza difficile a causa (anche) della separazione burrascosa dei genitori (il padre è il sempre bravo Luis Tosar), che lo porta a scappare di casa e a rifugiarsi prima nell’officina di un truffatore d’altri tempi e dal cuore d’oro, poi a casa di un’anziana (la nonna del regista!) che vende mobili riciclati e che custodisce un dramma personale. In tutto questo l’amicizia con Luismi che lo segue nelle sue imprese non sempre nobili, e la voglia di fare “il gran colpo” per sistemare le cose; e, un po’ come in A testa alta, la giustizia che comprende e dà al ragazzo un’altra chance. È un film molto più solare del precedente; fresco, ironico, basato su una sceneggiatura solida e sulla simpatia di un protagonista, Miguel Herrán, affiancato degnamente dagli altri personaggi, ognuno ben caratterizzato e ben recitato. In effetti la forza del film potremmo dire che sono i comprimari e l’attenzione del regista a tutto ciò che sta sulla scena e quindi nella pellicola… nel senso di un nuovo realismo che presenta temi seri in modo non drammatico e che lascia lo spettatore col sorriso sulle labbra, perché apre alla speranza e alla fiducia nella vita e nelle persone, specie quelle più giovani. Sarà per questo che il film è stato un successo in Patria, dove ha ottenuto due premi Goya “freschi”: per l’opera prima e per l’attore esordiente.
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