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feedback fanzine di musica indipendente

anno I numero 7 APRILE 2O11 www.feedbackmagazine.it

PANDA BEAR

IN QUESTO NUMERO: Pj Harvey . Deerhunter . Fleet Foxes . Burial . Bill Callahan . Dan Deacon . Ghostpoet . Charles Mingus . Post Rock/4

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feedback - APRILE 2011

ARTISTA DEL MESE Eccoci qui: Panda Bear artista del mese, la sua faccia inquieta dopo quella del navigato Thom Yorke sulla nostra copertina. La parabola degli Animal Collective, gruppetto di Baltimora del quale Noah Lennox/Panda Bear è membro fondatore, aveva da un po’ imboccato la via della beatificazione – da fenomeno minoritario e oscuro a vertice dell’indie globale. Nell’estate del 2007 li beccai in una serata sfigatissima nella zona industriale di Mestre: eravamo in venti a vederli far saltare l’impianto e mollare tutto, seppur con gran cortesia, dopo un’ora scarsa di concerto. Come loro abitudine, il live costituiva occasione per provare a cielo aperto nuovi pezzi. In quel caso si trattava di quanto avremmo trovato in Merriweather Post Pavilion, disco che ne avrebbe rovesciato le sorti: manco due anni dopo quegli stessi pezzi sarebbero stati infatti suonati su palchi ben più importanti, scaricati e imitati da milioni di ragazzotti. Fino a quel momento il ruolo di Panda Bear nel gruppo era stato più che defilato. Seppur coautore insieme ad Avey Tare, specie in Spirit They’ve Gone e in Sung Tongs, il timido Noah si destreggiava tra tamburi e crash e solo sporadicamente al microfono. Il filo che dalle paludi veneziane conduce agli scaffali dei centri commerciali è tuttavia legato alla carriera solista di Panda Bear. Dopo un’adolescenza passata a giocare con strumenti e nastri, l’esordio avveniva nel 1998, con un disco omonimo pubblicato dalla autogestita Soccer Star Records. Panda Bear è una raccolta di canzoni dimesse e malinconiche, dominate dalla chitarra acustica e punteggiate da sintetizzatori e drum machine. Se le linee vocali ricordano il rock indipendente di quel periodo, l’influenza maggiore è quella dell’elettronica tedesca – più Kraftwerk che Autechre: il risultato di questa insolita operazione di meticciato prelude ai dischi di Lali Puna e Notwist (Fire! e We Built a Robot) e solo a tratti lascia intuire gli sviluppi caleidoscopici degli anni a venire (Winter in St. Moritz e Sometimes When It Hurts…). Tra l’uscita di questo strano album e il 2004, anno di pubblicazione della sua seconda prova in solitaria, Noah Lennox attraversa con gli Animal Collective una fase di bulimia stilistica e compositiva, tra le

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PANDA BEAR

jam sfilacciate di Danse Manatee, le coltri di rumori ambientali del loro capolavoro Here Comes The Indian e le ballate decostruzioniste dell’EP Prospect Hummer. Poco di queste esperienze traspare nell’album Young Prayer.

I nove pezzi non sono che un’elegia funebre per il padre scomparso, un lamento acustico minimale in cui la voce si arrampica verso armonie informi e catatoniche. Talvolta il disco si abbandona a minuzie melodiche stranianti (Untitled #3) e solo in caso, Untitled #5, è possibile rintracciare tra battiti di mani e cori polifonici il primitivismo folk dei dischi degli

Animal Collective. Se con Feels si fa evidente il processo di normalizzazione della poetica del gruppo maggiore, e il dominio di Avey Tare spinge Noah a dedicarsi unicamente alle percussioni e a qualche sparuto contributo vocale, l’album Person Pitch, terza opera solista di Panda Bear uscita nel 2007, cambia le carte

in tavola. Trasferitosi a Lisbona, il ragazzo s’è armato di due campionatori Roland, riempiti nel tempo dei frammenti più disparati – da Scott Walker a Lee Scratch Perry –, ma soprattutto ha tirato su uno stile melodico inconfondibile, sostenuto da stratificazioni corali di loop e riverberi. Il riferimento più evidente sono certamente i Beach Boys, non solo per quanto riguarda le polifonie vocali ma anche per i testi. Fin dall’iniziale Comfy in Nautica, il disco appare come una reazione all’abbandono dell’album precedente («I’ll try to remember always to have good time»), laddove Take Pills predica la rinuncia agli psicofarmaci («’cause we’re stronger and we don’t need them») e la suite Good Girl/Carrots la ribellione al conformismo indie. Tra tutte è soprattutto il baccanale Bro’s che resisterà al tempo, sintesi perfetta delle mille anime che percorrono il disco – quella ipermelodica del pop psichedelico anni ’60, quella delle tradizioni folk più disparate, oggi anche latine e africane, echi di dub, musica concreta e shoagaze, ma soprattutto voci e calore umano, risate e respiri. Il disco rende finalmente giustizia al talento di Noah e impone uno standard di produzione con cui in tanti si dovranno confrontare. Tra seguaci ottimi (ad esempio i Braids) e terribili (El Guincho) e varie collaborazioni (Atlas Sound e Pantha Du Prince), Panda Bear prende sempre più spazio presso gli Animal Collective, tanto che alcuni brani scartati dagli album solisti (My Girls e Brother Sports) diventeranno i primi successi commerciali del gruppo. Il suono di Person Pitch si fa pietra angolare dell’intera vicenda e Noah stesso nume tutelare del movimento chillwave, suo malgrado. In questi casi non si può che temere che certe intuizioni diventino subito maniera, e dunque inadeguati tributi a un passato fin troppo recente. In questi giorni esce il suo nuovo album, Tomboy, frutto di una gestazione travagliata e affidato per la prima volta ad un produttore esterno (Sonic Boom di Spectrum e Spacemen 3). La svolta sembra possibile – cambio di strumentazione, nuove suggestioni lusitane, la paternità come tema privilegiato. Se si tratti di conferma, evoluzione o stasi, lo potete leggere tra le recensioni di questo numero di Feedback. - bobi raspati


LIVE

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DAN DEACON DEERHUNTER

ROLAND GRAETER VS FRANZONI

ROLAND GRAETER VS FRANZONI

Venezia, 09/03/2011

Il tanto decantato violoncellista svedese, Roland Graeter, si è esibito al Flat di Mestre con un progetto in collaborazione con il gruppo Franzoni. I concerti di questo breve tour italiano (Mestre e Venezia il giorno successivo... gran tour) prevedevano un’ esibizione, non so quanto programmata, di improvvisazione di 36 minuti e 5 secondi. Tutto in onore del ciclo di concerti che si sono tenuti nell’arco di un anno dalla star svedese. 365 giorni di concerto per il mondo. Nel leggere il cartellone della serata si leggevano i particolari: Graeter definito come

“voicellista”, e i Franzoni come “domestic rock”. La line up del palco era effettivamente il paese di cuccagna (vibrafono, sassofono, fagotto, tromba, batteria, basso, trombette, pentole, fischietti, violoncello, più microfoni panoramici, ecc.). La serata poteva sembrare interessante, ma dal look dello special guest (camicia di jeans aperta, e scalzo) e dalle prime parole pronunciate si capiva che il concerto sarebbe stato irritante e pretenzioso: ”Si potrebbe spegnere il frigo delle birre? Fa troppo rumore e ci vuole silenzio!”. Il concerto comincia con

Graeter che pizzica le corde del suo violoncello facendo vocalismi boccheggianti ed insulsi, mentre i Franzoni gironzolano sullo stage picchiettando pentole e pestando trombette per terra emettendo suoni a casaccio. Ogni tanto una scenetta da cabaret che neanche Franco e Ciccio. Metteteci pure improvvisate ballerine che si aggirano per il locale con danze convulse e poi mi fate sapere. 36 minuti e 5 secondi di ascolto, per quanto attento, accompagnato da storcimento di naso e sguardo perplesso. Alla fine applausi scroscianti...ma io non avevo preso parte.... - gorot

dal comune. Per non parlare dell’apertura con Wooody Woodpecker. Wham City una vera e propria escalation ritmica ossessiva e giocosa, concludendo con il canto/mantra Of the Mountains. Concerto grandioso…se fosse stato

fatto. Eh, già. Il concerto annunciato a Bologna è stato annullato pochissimo tempo prima (uno o due giorni precedenti alla data). Ma, d’altronde, cosa ci volevamo aspettare da un concerto organizzato per il primo d’aprile? Bello scherzo! - gorot

DAN DEACON Bologna, 01/04/2011 Il grande Dan Deacon delizia i suoi fan con i suoi pezzi più importanti dai due album Spiderman of The Rings, e Bromst. Ricordiamo brani quali Padding Ghost e Snookered che come dittico hanno continuità musicale fuori

DEERHUNTER Bologna, 07/04/2011

Bologna, Locomotiv. Arriviamo in delegazione dal di sotto degli Appennini. La mia altra volta al Locomotiv, cicerona la proto-redazione di Feedback pressoché totale, è stata per via del concerto dei Japandroids (brutti rospi) e degli HEALTH (superiori). C’è pieno esattamente della gente che uno si aspetterebbe che ci fosse a un concerto dei Deerhunter a Bologna. Saranno le dieci e qualcosa. Abbiamo prenotato, i furbonissimi, ma c’è egualmente fila chilometrica da macinare. Davanti a noi, secondo me, c’è Enrico Veronese. Mostriamo la tessera sbagliata, gli diamo 15 euro, ci fanno un timbrino sulla mano. Dentro ci sono 40°C, 93% di umidità e 6500 spettatori. Stanno già suonando, accidenti alle loro corna. Tempo due mi piglia male. I pezzi fanno uggia, la normalità è deprimente. Mi viene da andar via. A cosa serve un gruppo che fa questa roba qua? Perché non mi stanno mettendo a disagio? Non solo non trovo risposta a una (lecita?) aspettativa (perché, poveracci, che cazzo ne sanno loro di quello che vorrei sentire nella mia testa?), ma mi tocca registrare questa pallosità dilagante, normale, normale, normale, che non m’appassiona, mai, mai, maissimo. Roba da scusarsi con gli amici. Mi innervosisco e mi assento un attimo. È il 21 settembre 2006: i Deerhunter aprono per i Liars a Firenze e fanno paura! Più paura dei Liars! Questi non sono i Deerhunter. Sono, a dargli tanto, i Codfisher. Io voglio essere spaventato! Non voglio essere blandito con canzoni untuose così-così! Questa roba dura almeno mezz’ora. Altra gente arriva. C’è pieno, ma pieno, ma pieno. Ciononostante praticamente nessuno si scompone. MA DIOBONO QUALCUNO SI SCOMPONGA OGNI TANTO! UN POCHINO!

Bradford Cox

Che ci vai a fare a un metro dal palco se poi non proclami la tua esultanza? Hai vent’anni, puoi farlo, devi farlo. Fallo, minchia! A un certo punto, direi a partire da Nothing Ever Happened (che messa lì è la didascalia perfetta degli eventi pregressi), questi quattro sul palco, sotto i nostri occhi, velocissimi, si trasformano in un altro gruppo. LETTERALMENTE! PER DAVVERO! Comincia un altro concerto. PER DAVVERO! Una bomba, un respiro gigantesco, una presenza stregante, una malattia. Questa massa di suono si insinua, finalmente. Le luci, nonostante lo scalino di notorietà, sono fatte a casaccio. Perché nei posti, ancorché ganzi, la gente fa le luci a caso? Bradford Cox, che ha senso dell’umorismo (e se lo ha lui sarebbe auspicabile che tutti quanti lo avessero), prende in mano la situazione: tornano per il bis, si accende la

palla a specchi e comincia a girare, proietta cosini di luce in giro. Cox si accende, dice: “Spegnete le luci del palco. Niente luci sul palco”. Il luciaio capisce sì e no, glielo rispiegano, capisce sì, e quelli continuano al buio a suonare questo disperato erotico krautrock, strisciante, frastagliato, maestoso, che sfocia (ed è il capolavoro, non ho capito quanto coincidentale e quanto ricercato) in More Than This dei Roxy Music. A una prima metà del concerto tutta sbagliata e tutta da rifare ha fatto seguito una seconda metà che è una delle metà concerto più strepitose cui abbia assistito dai tempi di un innominabile complesso islandese nell’anfiteatro di un innominabile centro per l’arte contemporanea in una città della Toscana centro-settentrionale. - manfo 3


feedback - APRILE 2011

DISCO DEL MESE

Folk-Pop

PJ HARVEY Let England Shake [Island/Universal, 2011]

Ci sono molte cose che Polly Jean Harvey si è lasciata alle spalle, chiudendosi dietro il portone di quella chiesa sulla costa meridionale dell’Inghilterra (già la scelta di registrare per intero il suo ultimo disco in tale ambiente la dice lunga). Alcune delle protagoniste assolute della carriera e della fortuna di Pj sono scomparse: dove sono l’irruenza, la crudezza, lo scavo interiore che siamo abituati a conoscere? Vero è che già nei dischi precedenti si era liberata di alcuni di questi stereotipi: tuttavia il sound di Let England Shake si distacca quasi completamente da ogni esperienza precedente (e – mi si creda – non mi riferisco solo alla Harvey). Abbandonate dunque la scoperta dell’io e dell’interiorità, il nucleo delle tematiche si amplia, protende verso l’esterno come un fiore che sboccia, a scoprire il mondo e la sua vastità. Non tutto quello che incontra è piacevole, però: la superficie terrestre è macchiata di innumerevoli conflitti, e sono questi che Pj sceglie di raccontare. Le liriche diventano praticamente tante diverse ramificazioni di un unico tema, affrontato in modo universale, che è appunto quello della guerra, conflitto concreto e non più interiore. Si sa infatti che “Homo Homini Lupus”, e l’autrice non disdegna di prendere questa posizione, pur senza esprimere giudizi, e di fornire anche una sua versione della massima (Cruel Nature Has Won Again, On Battleship Hill) Non si pensi però a questo disco come a un’opera di condanna o di impegno sociale: quella della Harvey è una guerra edulcorata o, meglio, raccontata con quelli che potrebbero essere gli occhi di un bambino, sempre pronti a cogliere le sfumature ma incapaci di cavarne fuori un disegno completo.

Proprio le sfumature sono elemento chiave dell’opera: le sfumature del suono dell’autoharp che PJ utilizza con estrema perizia e che conferisce un tono marziale e “antico” a molti dei dodici pezzi; le sfumature degli impressionanti paesaggi pittorici che vengono dipinti dai crescendo melodici, dalle pause, dalle riprese; le sfumature musicali incarnate da qualche raro intervento di fiati o archi che luccicando affiorano dal polverone del campo di battaglia; le sfumature della voce di Polly Jean, che sfoggia un campionario di toni (cadenzato/marziale, popsinger, profetico, elegiaco, infantile) fuori dal comune. L’amalgama di questi elementi è garantito dall’impasto musicale solido (leggi di nuovo alla voce autoharp) e dalle sonorità di respiro puramente folk(britannico), seppur arricchite di tutta l’esperienza in campo rock che PJ si porta dietro. Nonostante lo sforzo di universalità, è infatti evidente come le vere protagoniste del disco siano quelle battaglie che ci immaginiamo combattute sui verdissimi prati inglesi al calar del sole, accompagnate da ripetuti squilli di tromba. In questo senso i “dipinti” più riusciti sono quelli di Let England Shake, The Words That Maketh Murder e soprattutto All And Everyone. Che la si interpreti come una lugubre passeggiata sul campo a battaglia finita (stendardi stracciati che sventolano, sangue che riluce al sole rosso della prima sera) o come un assistere sbigottiti alla battaglia nel suo infuriare, quel che non si può negare è l’efficacia del suo tessuto

drammatico. Asciugati i lucciconi sugli occhi, c’è spazio anche per elegie in onore di una patria devastata o lontana (England, The Last Living Rose); c’è spazio per il crescendo rabbioso che muta in pianto sommesso di In the Dark Places e per lo scenario infernale di Written on the Forehead; c’è spazio per The Glorious Land che avanza spavalda e per Hanging In The Wire che introduce nella pace delle scogliere di Dover i rumori distanti dell’ennesima battaglia. Eppure, dopo tanta disincantata devastazione, la Harvey non conclude con una straziante lamentela epica, ma con il ricordo di un amico perduto, a rammentarci che al centro di tutti quei conflitti ci sono pur sempre uomini. Che son lupi, forse, ma pur sempre uomini. - samgah

profondi o acuti in evidenza, si tratta di un suono denso ed impastato di riverbero che ammorbidisce ogni singolo elemento (nulla, dai beat alle voci principali passando per i tantissimi rumori d’atmosfera, è in questo disco definito, delineato con precisione, pungente); un suono cupo, fatto soprattutto di registri medi, spettrale, fosco. Un suono senza dubbio voluto, levigato, pregnante. La struttura ossea dei brani che compongono questo Tomboy è, però, presto delineata: un beat, spesso cadenzato con circolarità in tempi dispari; uno strumento/campione (chitarra elettrica o organetto) a dare l’impianto armonico; moltissimi micro campioni d’atmosfera (onde, voci maschili e femminili, grida lontane, fruscii di varia natura); e, infine, un cantato corale, con almeno 3 differenti linee vocali, in controcanto, dello stesso Noah. Undici brani brevi, senza alcuna significativa novità rispetto a quanto già detto dall’autore e, soprattutto, senza le intuizioni che fanno della sua pubblicazione del 2007 una pietra miliare degli anni zero (quelli veri). Brani che si fermano nello stesso ambito in cui hanno origine, ovvero un ambito pop. Sia chiaro,

non stiamo parlando delle nostre fregnacce malinconiche (o politiche che siano) da 4 soldi; ma, comunque, di un disco sapiente, ricco, maturo. Un disco, però, poco coraggioso, il cui valore viene inevitabilmente ridimensionato dal lavoro che lo ha preceduto. 6/7 - iosonouncane

Psychedelic-Pop

PANDA BEAR Tomboy [Paw Tracks, 2011]

Credo debba essere difficilissimo ideare, costruire e pubblicare un nuovo disco sentendo sul collo il fiato di un’opera compiuta ed essenziale come Person Pitch (il precedente lavoro di Panda Bear, del 2007); un’opera in grado di raccogliere in sé, sublimandole, molte delle esperienze sonore che hanno caratterizzato la ricerca musicale del decennio appena trascorso. Smarcarsi totalmente sarebbe stato difficile ed anche insensato, così come lo sarebbe stato tentare la replica di un capolavoro. ll nostro caro Panda riesce, in questo, a centrare l’obbiettivo; ma il risultato non va probabilmente oltre la raccolta di buoni (forse ottimi in alcuni casi) standards d’autore (i suoi), senza però le aperture o la solidità del disco precedente. Undici tracce che costituiscono un discorso coerente che ha ancora una volta, come direttrice fondamentale, la melodia di Brian Wilson (parte fondante del patrimonio genetico del collettivo animale tutto), unita a beat asciutti e ridotti ai minimi termini e all’uso della campionatura con funzione descrittiva. Lo scarto maggiore tra Tomboy e tutta la sua produzione precedente, sta soprattutto nella scelta del sound globale. Volutamente poco dinamico, senza bassi 4


feedback - APRILE 2011

RECENSIONI Electro-poetry

ANNE-JAMES CHATON Événements 09

[Raster-Noton, 2011]

Chaton è uno scrittore e performer francese, classe 1971. Lui si definisce un soundpoèt ed è proprio da qui che possiamo partire per parlare della sua nuova fatica. Il suo studio sulla poesia e sulla società lo porta a parlare di avvenimenti e di oggetti della vita quotidiana, come l’investitura di Barack Obama, la lettura di biglietti del treno e della metro, le frasi di giornale (ambiente già esplorato in coppia con Andy Moor con Le Journaliste). Chaton però non si definisce un musicista, un compositore, dice di scrivere il suono con le stesse tecniche delle composizioni letterali. I suoi testi si costruiscono intorno alla poor literature, alla letteratura di tutti i giorni e ai suoi (s)oggetti. In questo disco, che costituisce una summa del suo lavoro del 2009, non si sente affatto la mancanza del funambolico Andy Moor anzi, Chaton riesce a creare delle hit da dancefloor al confine tra la techno e la dance costruendo delle basi dai beat accentuati che viaggiano in pendant con la voce. E così l’ossessivo ritornello di Événements 20 “L’investiture de Barack Obama” non sfigurerebbe in una discoteca di radical chic. E così anche per il resto delle composizioni con la loro ipnotica lettura poetica, corrispondenze tra parola e groove, carambole stordenti e buffi qudretti. Questi momenti sono davvero ossessionanti costringendovi ad un ascolto massiccio come per i migliori dischi elettronici. Un’opera che riesce a coadiuvare poesia e musica in maniera semplice e lineare, senza troppi orpelli e che arriva dritta al cervello. Complimenti a Chaton. 8 - matmo The Burial Sound/Dubstep

BURIAL Street Halo EP [Hyperdub records, 2011]

Pura eccitazione attende a chi si avvicina a questo Street Halo EP, ultima fatica di William Bevan, ovvero Burial. Essì, perchè tra la cospicua folla di appassionati del nostro, nessuno si aspettava nuovo materiale in così breve tempo. Tutto merito del boss dell’etichetta hyperdub, tale Kode9, il quale ha costruito l’hype svelando il materiale in esclusiva per la radio BBC (nel programma di Benji B). Strategie di marketing (Radiohead anyone?) a parte, questa folla è da tanto tempo che aspetta il terzo lavoro con la bava nella bocca. Quattro anni son passati da Untrue. E a quanto sembra toccherà aspettare ancora. Va bene, ma quanta classe in questo EP, composto da tre pezzi: chi conosce bene Burial sa che non si troverà davanti a tre semplici tracce. Sono tre atmosfere, tre micromondi

indipendenti e autosufficienti. Così come i due storici album sono organismi viventi. Storici, proprio così, perchè Burial si studia, pochi cazzi. E si insegna pure. L’influenza (da intendersi anche come febbre) che il nostro ha lasciato in relativamente poco tempo è enorme. Tutto il fenomeno che viene chiamato dubstep è merito della mente di Kode9 e del genio di Burial. Chiunque deve fare i conti con loro. Ma passiamo alla musica. La prima traccia (Street Halo), omonima all’album, riprende il discorso lasciato da Untrue: atmosfera club culture, ovviamente molto fumosa e obliqua. Vengono presi di peso suoni e stilemi house e techno, ma quello che ne esce è completamente diverso dalla semplice somma dei due generi. NYC, la successiva, si concentra meno sui beat e più sulla densa nebbia ambient. Leggere ma abrasive voci soul, dal timbro alieno in pieno stile Burial, si intromettono come flash di neon. Poi arriva il colpo finale, la traccia capolavoro che stringe lo stomaco: Stolen Dog. Vero leitmotiv un raffinatissimo arabesco in sottofondo, una melodia lontana che riesce sia a dare direttive sulla strada da prendere, che a sconcertare perchè grumosa, oscura e avvolgente. E poi piccoli e silenziosi microcambiamenti, nutrimento mentale per chi ascolta attentamente. 8 - mr. potato Songwriter

BILL CALLAHAN Apocalypse [Drag City, 2011]

In un’intervista Callahan, che ha da tempo abbandonato l’alias di Smog, ha dichiarato di aver messo fine alla sua crisi identitaria accettando completamente il suo ruolo di entertainer. Coerentemente con quanto detto, si presenta con un nuovo disco che non lascia alternative se non un ascolto attento, dimostrando che l’intrattenimento può lasciare spazio alla bellezza e alla riflessione. Improvvisi cambi di ritmo e crescendo operistici accentuano il magnetismo di ciascuna delle sei storie narrate. Questi quaranta minuti richiedono un piacevole sforzo soprattutto per quando riguarda i testi, così raffinati e poetici, da non poterci permettere di tralasciare nemmeno una singolo verso. In Drover ci accoglie un’inconfondibile voce profonda, quasi baritonale, messa a contrasto con improvvise infiorescenze di flauto e violino. Il risultato è sorprendete, sebbene nel complesso sia molto usuale per questo artista, che, dopo vent’anni di carriera, continua a sorprendere con il suo stile e la sua ricercatezza. Nella terza traccia dell’album Callahan ci racconta l’America!, brano fulcro dell’intero lavoro, chiaramente destinato a trascinare il disco in vetta alle classifiche del 2011. Si tratta di una vera indagine sociale esposta cantando su un incalzante ritmo di chitarre funky, in una sorta di ironica marcia trionfale. In One Fine Morning si chiarisce che l’apocalisse in questione è qualcosa di puramente interiore. Il disco assume i contorni

di un viaggio, da compiersi nella più rigorosa solitudine, alla ricerca della purificazione o solo di un temporaneo distacco dal quotidiano. 8 - comyn Folk

FLEET FOXES Helplessness Blues [Sub Pop, 2011]

“Less poppy, less upbeat and more g r o o v e - b a s e d ”, questa era l’idea di Pecknold (cantante e chitarrista della band statunitense) per l’upcoming album Helplessness Blues, già disponibile sul web ma annunciato per il 3 maggio 2011. Un disco dalla forte componente folk che si avvicina però al genere country (Bedouin Dress) sperimentando nuovi sound. Un album che trae ispirazione dai cantautori della vecchia America ormai lontana (il quintetto di Seattle ha infatti affermato in un’intervista di essersi ispirato ai lavori di Van Morrison) riuscendo a mantenere l’originalità e trasportando il genere ai giorni nostri, rendendolo attuale e apprezzabile dal grande pubblico. Le tracce memorabili? Grown Ocean, Helplessness Blues, Bedouin Dress, Lorelai. 6/7 - zuma Experimental Hip Hop

GHOSTPOET Peanut Butter Blues and

Melancholy Jam [Brownswood, 2011]

Pochi fronzoli e rileccature, poche esplosioni e pochi luccichii ma tanta sostanza che si ripercuote nel suono e nei testi di Ghostpoet, la più bella sorpresa di questo caldo Aprile. Il “poeta fantasma” racconta le melanconiche situazioni dei sobborghi londinesi con un mix musicale che affonda le basi nell’ hip-hop ma si sviluppa in ogni direzione (sopratutto elettronica, ma anche blues e afro) riuscendo a trasformare il classico rap da ghetto in qualcosa di introspettivo e personale che risulta completo in ogni aspetto. Molti i momenti in cui la musica diventa un sottofondo leggerissimo cedendo lo spazio a testi recitati e parlati che descrivono con grande emotività le situazioni, le complicazioni e le soluzioni di uno scuro percorso nelle strade di periferia. Una grande qualità dell’album è quella di essere unito ed inseparabile e questo perchè Obaro Ejimiwe (vero nome dell’artista) scrive e produce sia i testi che la musica. Con un laptop ed una loop-station crea percorsi elettronici liberi, che ripropongono tutto il suo bagaglio musicale come una sorta di diario così da rievocare i propri scenari e le proprie sensazioni; il suo rap sperimentale intriso di dubstep non è aggressivo ma lento e ragionato perchè proviene dal cuore e al cuore arriva. Sicuramente non ci farete i ganzi a finestrini aperti ma ascoltatelo comunque, pacatamente troverete quello che cercate. 7 -w 5


feedback - APRILE 2011 Ecstatic Folk-Rock

THE DODOS No Color [Frenchkiss Records/Wichita Records, 2011]

I Dodos, quattro album ad oggi, sono Meric Long e Logan Krowber, duo californiano votato a un certo folkpop molto ritmato. Influenzati tanto dalle sonorità più acustiche/caotiche degli Animal Collective quanto dalla scuola folk “moderna” di Fleet Foxes e soci, questo No Color accoglie sia la componente animalesca del complesso newyorkese (cadenze tribali annesse), sia la freschezza folk-rock più “convenzionale” dei cugini montanari. Dopo che i fan avevano accolto in maniera poco entusiasta il precedente Time to Die, attribuendogli una sostanziale mancanza del nerbo cui erano abituati, appare dunque evidente la volontà di riprendere il discorso iniziato con Visiter tre anni fa (a partire dallo stesso produttore del disco, John Askew, ora di nuovo in console). A rendere ancora più intrigante il tutto ci pensa Neko Case (The New Pornographers), la cui voce fa capolino in quattro pezzi; nell’iniziale Black Night, ad esempio, scandita da secchi colpi di cassa e rullante, o in Don’t Stop (probabilmente l’episodio più riuscito di No Color), che sulla falsariga di Panda Bear e soci ci fa conoscere la bellezza di essere animali liberi. La melodia frammentata di Going Under ricorda invece gli Why? di Alopecia, ricca com’è di intermezzi sognanti e corali, per poi trasformarsi nel finale in una fuga strumentale sostenuta dal solito drumming cadenzato. Un’irrequietezza mascherata in parte dalla malinconia in Hunting Season o in Companions. Arpeggi estatici, sortite elettriche, qualche spolverata di piano e archi qua e là: la formula si rinnova e funziona. Che si mantengano su questi livelli, il prossimo potrebbe essere il loro capolavoro. 7 -zorba

Avant-pop metafisico

GABLÈ Cute Horse Cut [LoAF, 2011]

I Gablè sono un combo francese allucinante quanto misterioso. Non molte le notizie su di loro, sappiamo solo che sono francesi, sono in quattro e il loro primo disco è del 2002 e soprattutto sono quanto inaspettati e quanto stravolgenti. La loro musica è fondamentalmente pop, ma un pop personale e decostruito. I Gablè non riescono a nascondere l’amore per la popular music ma riescono a stravolgerla, creando ponti immaginari tra punk, musica da camera, folk, elettronica e jazz. Il suono ricorda a tratti gli Animal Collective più freak e la folktronica del terzo millennio, il tutto costruito tramite strumenti musicali canonici e giocattoli più o meno musicali e diavolerie di ogni sorta. Brick Trick e Who Tells You? Sembrano dei semplicissimi pezzi pop ma 6

gli infiniti e irriconoscibili innesti sonori conferiscono toni e sfumature davvero geniali, tra banjo, stop and go e elettronica cheap. E cosa pensare ascoltando Bunch? Un pezzo folle che si regge su una filostrocca scandita da una voce profonda, contrappuntata da una celestiale voce femminile, guidate entrambe da un ritmo tanto sghembo quanto efficace con i bambini urlanti e gioiosi sopraffatti dallo smarmittare di una moto. In quasi tutti i loro pezzi i Gablè si nascondono, non ci dicono tutto, non ci fanno capire dove vogliono andare, e questa sensazione di instabilità non puo’ che catturare in virtù di pezzi come Pills, un gioco electro/fisarmonico in crescendo o la seconda versione di Bunch racchiusa in un folle gioco ritmico. Il disco è meraviglioso, il pop destrutturante dei francesi è portentoso, era tempo che non si sentiva un disco “pop” come questo. La chiave di volta per innamorarsi di questo disco sta nell’entrare nel gioco di Jumanji di questi meravigliosi ragazzi d’Oltrealpe. Non ne vorrete uscire più. 8 - matmo Deep/Meditative House

ART DEPARTMENT The Drawing Board

[Crosstown Rebels, 2011]

Gli Art Department sono due canadesi, Kenny Glasgow (già titolare di un progetto solista) e Johnny White, titolare della label No. 19, etichetta che aveva pubblicato il lavoro di Glasgow. La grande sorpresa di questo disco è non tanto nelle strutture ritmiche perfette ma nella voce di Kenny Glasgow, una voce caldissima, una voce grave e plumbea che porta alla mente niente di meno che Scott Walker. Già la prima traccia Much Too Much è da brivido, una base caracollante su cui si innestano synth acidi e poi la voce, la voce di Kenny che piange lacrime amare parlando di amore après coup, dopo il colpo finale. A fare da controcanto a questo incipit una delle perle del disco, We Call Love dove oltre ai canadesi troviamo Soul Clap alle macchine e a duettare nella voce con Kenny, Osunlade in un ghirigoro di inebriante misticismo e sogno. E poi via fino in fondo con il cuore in gola, per un disco che non ha cali, ma regge benissimo la durate (più di un’ora e un quarto!) e ti spinge a risentirlo subito dopo. E così ci muoviamo tra Vampire Nightclub, già uscito come singolo, tra vampate spettrali e house astratta, tra Tell Me Why Part II, un delirio di tastiere irrangiungibili in salsa free, dove la voce c’è e non c’è e costituisce più la cornice che il soggetto, per arrivare alla conclusione I C U, dove torna questa meravigliosa voce con toni smithsiani mentre fuori imperversano sghembe traiettorie estatiche di tastiere e beat. Un disco che segna un altro punto per la Crosstown Rebels dopo l’uscita del mese scorso del gioiellino di Deniz Kurtel. Un disco, questo dei canadesi, di house profondissima e meditativa che oltre a muovere il corpo muove anche la mente, con una voce che è un sogno ad occhi aperti. 8 - matmo

Electro-Synth-Pop

FACTORY FLOOR Lying A Wooden Box [Blast First Petite, 2010]

La partenza del disco (Lying) scandita da un ritmo in due quarti in cui quattro bit di sedicesima scandiscono, a due a due, note e toni ripetitivi. Sotto questa base sbuca una voce femminile, di quelle da buona e sana new wave, di quelle che ricordano Laetitia Sadier, riverberata come l’incredibile e androgina voce di Colin Newman. Ma, ricordi a parte, il pezzo si sviluppa degno di essere ballato sulle migliori dance floor degli alternative clubs. Ritmo semplice, elementare. Cassa in battere, rullante in levare, charleston sincopato a coppie, ricordando un ingenuo shuffle. Su questo meccanismo salgono walls of sound (di non ho capito cosa: chitarra, white noise? Boh) presi a braccetto da crash di batteria. Voce che evoca, e base musicale che non si lascia intimidire da nulla. Stessa cosa nel secondo pezzo, dal titolo 16-16-9-20-1-14-9-7. Meccanismo in sedicesimi, due quarti ossessivi (il brano dura dieci minuti), modificati nel procedere dallo sviluppo del decay e di altri piccoli suoni, con architetture di piani su piani riguardanti piccoli dettagli. Il terzo brano (A Wooden Box) in trentaduesimi riconferma l’isoritmia degli altri brani, con cassa che si spiega in levare, e blocchetti di noise insieme al rullante con effetto clapping. Questa fa da sfondo ad una voce maschile riverberata e, come per la prima voce femminile, non ci si interessa di linea vocale, melodia, ma solo di una voce che deve riempire il procedimento (armonico?...mah) ritmico del pezzo in cui si inserisce anche la voce femminile. Ogni tanto due schitarrate di pennate lasciate andare. Poi esplosione noise finale. E poi l’ultima traccia che all’inizio lascia interdetti :fischi noise aleatori, che poi si fanno risuonanti a tempo a mo’ di radar effect. Pian piano che si ascolta subentrano anche altri suoni (amplificatori che frusciano, tappeti lievi ed eterei, palm mute con delay). Insomma, il titolo la dice tutta sulle intenzioni del gruppo: Solid Sound. Ciao grammatica della musica. Vogliamo solo il suono. Tirando le somme è un disco piacevole, ma con poca sostanza. Ricordano un po’ gli Screen Vynil Image. Ideale per essere ballato (ultima traccia a parte) su piste berlinesi o britanniche (o industriali….Factory Floor?). Un disco che se contestualizzato in questi ambiti diventa “utile”, altrimenti “non s’ha da fare”, o, se si fa, ci se ne dimentica presto. 5 - gorot


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ROVISTANDO IN SOFFITTA Jazz/Post-Bop

CHARLES MINGUS Mingus Ah Um [Columbia, 1959]

Personaggio singolare Charles Mingus: meticcio d’origine, ossessionato dagli atteggiamenti razzisti nei suoi confronti, matura ben presto un’insana spinta a primeggiare e decide di diventare il miglior contrabbassista sulla scena. La sua musica è il risultato di questo suo complesso del “bastardo”: viscerale, poco immediata, talvolta rabbiosa; del tutto imprevedibile, e dunque appropriata a un“negro giallo” (come si definì lo stesso Mingus, che oltre a compositore, arrangiatore, pianista e cantante fu anche veemente biografo di se stesso). Perennemente alla ricerca di una sorta di riscatto, passa dalle iniziali collaborazioni con mostri sacri del Bebop (Charlie Parker, Bud Powell) ai primi arditi lavori personali (Pithecanthropus Erectus, 1956), fino ad arrivare, nel giro di pochi anni, a comporre le straordinarie suite orchestrali (rigorosamente in forma free) di The Black Saint and The Sinner Lady. Mingus Ah Um è innanzitutto un grande omaggio alla tradizione jazz e ai suoi numi tutelari: Duke Ellington, al quale viene reso onore nella fastosa Open Letter to Duke, ricca di eleganti cambi di tono; Lester Young, il cui sax tenore prende vita nei morbidi, delicatissimi, fraseggi notturni di Goodbye Pork Pie Hat; Jelly Roll Morton, egocentrico pianista d’inizio secolo autodefinitosi “inventore” del jazz, omaggiato nel gustoso tema orchestrale

conclusivo. In Better Git It In Your Soul Mingus si ispira invece ai gospel e ai sermoni assaporati durante l’infanzia, a Los Angeles; batteria sovraeccitata, pianoforte martellante, handclapping finale (e urla di incitamento del nostro) concorrono a creare un’atmosfera assolutamente festosa e spensierata. Più irrequieta è invece Bird Calls, nella quale due sax si rincorrono rapidissimi imitando uccelli impazziti, salvo poi addomesticarsi fino al tema conclusivo. In Ah Um Mingus riversò tutto il suo amore per la musica con cui era cresciuto e che l’aveva ispirato. Ottenne un lavoro, per quanto sofisticato, di una genuinità spiazzante. Un’opera delicata e, allo stesso tempo, muscolare, che arriva dritto al cuore (e allo allo stomaco) dell’ascoltatore. - zorba Free-rock

STORM AND STRESS Under Thunder And Fluorescent Lights [Touch & Go, 2000]

In giugno sarà pubblicato il nuovo album dei Battles e a sentire il singolo Ice Drop c’ha acchiappati la nostalgia: cos’è ‘sta roba? Facciamo un salto in soffitta e riposiamoci un po’. Nel 2000 Ian Williams, leader dei Battles, dava vita al secondo capitolo di una vicenda che rappresenta uno dei vertici nel nobile catalogo Touch & Go, e cioè quella degli Storm and Stress. Il ragazzo

era in fuga dai Don Caballero, un gruppo di hardcore coltissimo e minimalista, che adagiava una matassa di reiterazioni chitarristiche sulle poliritmie astruse del batterista Damon Che. Gli Storm and Stress apparivano come la sconfessione di quell’operazione lì, e infine del post-rock tutto. Se il primo disco, registrato da Steve Albini, li faceva assomigliare a una cover di Cecil Taylor suonata dagli U.S. Maple, il secondo procedeva spedito verso una negazione totale dei canoni del rock. La chitarra di Williams, sputata da un amplificatore per basso, accumulava stecche su stecche in un fluire ipnotico, tra Robert Fripp e Arto Lindsay. Il basso di Erich Emm, anch’egli nei Caballero, dava un contrappunto inquietante e atonale. La batteria di Kevin Shea, futuro eroe di Talibam!, Puttin on the Ritz e Mostly Other People Do The Killing, rotolava su tempi impossibili. Di tanto in tanto spuntava una voce tremula a declamare versi cosmici, talvolta trafugati dalla tradizione egizia e talvolta soltanto idioti. I tre dialogavano come nel free-jazz, in un diluvio di gag strumentali (Meet me in the Space…) e spiritualità (Perpetuate The Beautiful), e a differenza dell’esordio grande spazio era offerto ai silenzi, all’attesa e alla compostezza. La produzione di Jim O’Rourke suggellava un disco sobrio e mellifluo, un’allucinazione bianchiccia ed eterea che riusciva a irridere le ottusità del rock e quelle del jazz. Questo è il Williams migliore, almeno secondo noi. - bobi raspati

errata VIAGGI EXTRASONORI - corrige

THE WRESTLER IN GONNELLA Prendete un film a caso sulla danza e spogliatelo delle finte carinerie, della leziosità del rosa confetto, dei cuoricini e delle nuvolette, del feticismo dei tutù e delle pirouettes, delle immagini rileccate, di tutti i cliché superficiali e ipocriti: alla fine avrete (o quasi, se non altro Aronofsky ci ha provato) Il Cigno Nero, quinto film del precedentemente citato regista del quale conoscerete molto probabilmente il celeberrimo Requiem for a Dream. Nel suo ultimo lavoro le scarpette di raso si trasformano in strumenti di tortura da piegare, tagliare, levigare perchè si adattino meglio ai poveri piedi scorticati delle ballerine, che vengono in esse imprigionati durante esercizi al limite dell’umano, con come conseguenze unghie lacerate e dita purulente. Le altre ragazze della compagnia diventano rivali, sciacalle invidiose e pettegole e Thomas Leroy, il direttore-coreografo, si trasforma in uno spietato seduttore, in un’esagerazione al negativo nella quale viene immersa la figura della candida Nina, la protagonista inizialmente ingenua e pura della vicenda che uscirà contaminata più degli altri da quell’ambiente duro e ostile. Il regista ripete sul corpo di Natalie Portman l’operazione sadica già effettuata sul Mickey Rourke del suo The Wrestler, Leone d’oro a Venezia. La faccia gonfia e pestata del lottatore, i suoi muscoli pompati e gonfiati da

ogni ormone e ogni sostanza alterante possibile equivalgono specularmente alla schiena graffiata di Nina, ai lembi di pelle strappati, ai piedi martoriati e gonfi. Un bel giorno alla ragazza viene affidato il ruolo di prima ballerina in una rappresentazione rivista del Lago Dei Cigni, per la quale dovrà impersonare il ruolo della sua vita, l’immacolata protagonista Odette, la quale è stata trasformata in cigno dal malvagio Rothbart, ma anche la sua gemella cattiva, la sensuale e sfrontata Odile che nella favola di Čajkovskij cerca di ingannare il principe per sostituirsi a Odette. Nina è perfetta per il ruolo del cigno bianco ma manca di accattivanza e fascino per interpretare al meglio il cigno nero, realtà che la perseguita e la imprigiona in una spasmodica ricerca della perfezione dal finale tragico. Inizia così una lenta metamorfosi del personaggio, una contaminazione peccaminosa della donna la quale si districa in un vortice di pazzia e vizio che la sommergerà fino a controllarla. La parte di sé più nascosta, quella che ha tentato di celare per così tanto tempo e che ha finito per non riconoscere più come sua fa sentire, con prepotenza, la sua presenza e pretende la parte, il ruolo, che le compete fino a prendere il sopravvento e la ballerina “ nella morte trova la liberazione”, finalmente. L’artista deve quindi confondersi con il ruolo che gli è affidato per

poterlo interpetrare al meglio, citando lo stesso Leroy “L’artista per raccontare se stesso, per essere grande, deve perdersi”. L’arte, quindi, non presuppone un’aggiunta, ma una perdita. Una perdita di sé che, dopo il dilaniamento interiore ed esteriore che c’è stato prima, si tramuta in un nulla incorporeo, dove tutto, però, sembra avere il giusto peso, il piacere puro dell’estasi dell’oblio incontaminato e assoluto. Uno stato che presuppone, come già detto, l’annullamento di se stessi e la morte dell’artista, che il questo caso coincide con la morte del personaggio. L’impronta stilistica aronofskyana è quantomai evidente in questo suo ultimo lavoro: la solita camera all’inseguimento dei personaggi e le pulsazioni irregolari del montaggio ne sono la prova. Il procedimento di editing si è però notevolmente affinato nel corso degli anni (se confrontato con gli eccessi “videoclippari” di Pi: Il Teorema del Delirio e Requiem for a Dream) rendendo quindi il film particolare e attraente. Aronofsky è però scivolato sui dialoghi, un paio dei quali piuttosto banali. Il Cigno Nero è quindi un film che ha soddisfatto le aspettative, sorvolando quasi del tutto le ovvietà e concentrandosi in modo abbastanza approfondito sul dramma descritto, reso al meglio dalla recitazione di un’ottima Portman. -zuma 7


feedback - APRILE 2011

DEEP INSIDE I.

La Sagra della Primavera (Igor Stravinsky) si apre su note arcane pronunciate da un fagotto lontano: la sensazione è di caos, di insensatezza, sfere infuocate e meteore vorticano nel buio. Che accade? Ma sì, quello è il nostro pianeta Terra, o almeno qualcosa del genere. Vulcani dappertutto, fiumi di lava, i flauti continuano a danzare. Cataclismi, scontri di elementi; crollano montagne e si aprono crepacci. Ma c’è ancora qualcosa che vive, cellule nel brodo primordiale; piano piano la vita popola il pianeta. Sono animali bellicosi, spesso in lotta, gli abitanti di questa Terra, ma dotati di sentimenti: tutti pronti a fuggire all’arrivo di un comune nemico. Uno di loro ne fa le spese, sulle note tese di una cerimonia sacrificale per la sopravvivenza della specie. Ciò che li accomuna è la loro fine: stremati dalla siccità, soccombono tutti, dai più forti ai più deboli, in un ultima marcia di morte. Il ciclo del mondo è ormai pronto a ricominciare: quando sembra ormai che la Terra debba avvolgersi su se stessa e scomparire, torna la quiete. Non è un episodio come gli altri: la capacità di Disney di prendere un pezzo complesso su tutti i punti di vista come l’opera del genio russo e piegarlo completamente alle proprie esigenze narrative ha dell’incredibile. Il ciclo della vita è raccontato in maniera commovente, specchio di quella dell’uomo nei suoi punti essenziali; in quanto a immagini, inoltre, i risultati ottenuti non sono inferiori a quelli che, per esempio, conseguirà Kubrick con il suo 2001: Odissea Nello Spazio. I bambini (del cui punto di vista non ci dobbiamo mai dimenticare) sono galvanizzati, ve lo posso assicurare: sempre che non siano di quella strana e rara razza di bambini ai quali non piacciono i dinosauri e i getti di lava. Non si può dire lo stesso per la quinta parte, che inserisce la Sinfonia Pastorale di Beethoven nel contesto di un mondo ispirato a quello greco antico, dove la fanno da padrone centauri, Dei ubriachi persi e ninfette. La corrispondenza audio/video è come sempre superba, ma le invenzioni sono un po’ scarse e se non si è appassionati del Ludovico Van l’episodio potrebbe risultare noioso. L’unico picco di interesse è forse quello che corrisponde al quarto movimento della sinfonia, con l’apparizione di uno Zeus deciso a punire i partecipanti alla festa via fulmini & saette. Nella Sesta parte tocca alla Danza Delle Ore di Amilcare Ponchielli subire il trattamento Disney, che stavolta mira alla parodizzazione e alla messa in ridicolo della partitura musicale: sebbene i movimenti sulla scena si limitino, stavolta, a dei balletti (tranne nel finale), l’invenzione eccezionale è stavolta la scelta dei “danzatori”. Nella cornice di una villa neoclassica si alternano e si mescolano, col passare delle ore, finissimi struzzi che ballettano sulle punte, ippopotami al servizio della loro regina ed elefanti che si ammantano di bolle di sapone 8

FAN-TA-ZEE-AH

parte secoonda: Rivelazione e Celebrazione

uscite dalla proboscide e le fanno volteggiare (e di conseguenza finiscono spazzati via insieme a loro). Nella parte conclusiva, è poi la volta dei coccodrilli, animati da intenti non meglio precisati nei confronti della regina degli ippopotami che dorme. La scena si risolve in una serie disordinata di inseguimenti e di scomposti balletti dove ricompaiono tutti i personaggi precedenti. Forse la scena più famosa dopo L’Apprendista Stregone, con quest’ultima condivide la colorata giocosità e la supera in finezza di movimenti, spingendosi fin quasi al livello de Lo Schiaccianoci. Solo apparentemente trasfigurato, in realtà il pezzo mantiene tutta la delicatezza originaria, pronta a trasformarsi in spregiudicatezza nel finale. La Settima e ultima parte spinge gli spettatori adulti a chiedersi perchè mai la Disney, in certe occasioni (si veda la scena della morte della mamma in Bambi), provi un certo sadico piacere a terrorizzare i bambini. Infatti, fanno la sua comparsa in questo episodio il soprannaturale e il demoniaco: è proprio un demone (gigantesco, nero dagli occhi gialli, con

le ali spalancate) il protagonista. Un demone che si risveglia, appollaiato sulla cima di un monte, e, dopo aver steso le sue nere mani sul paesino sottostante, evoca a sé legioni di spiriti dal cimitero vicino. Le esplosioni e le implosioni del pezzo di Mussorsky costringono la scena a mutare in un balletto infernale eseguito prima dagli spiritelli, poi da figure di donna “scolpite” nel fuoco pronte di nuovo ad abbrutirsi e ad assumere forme animali e diaboliche. La giostra infernale continua fin quando, lontano, vago e inaspettato, giunge il suono della campana del paese. Questi rintocchi sono segno di sconfitta per il demone, che deve di nuovo accoccolarsi in cima al monte, mentre i suoi spiriti ritornano da dove sono venuti. La pace ritorna con la fine della Notte sul Monte Calvo, che si lega meravigliosamente all’Ave Maria di Schubert, dando luogo al momento finale e forse più toccante del film. Una lenta processione di figure avanza nella notte, tenendo in mano un lume per rischiarare la notte che presto lascerà il posto all’alba. Passano attraverso schiere di alberi filiformi che declinano dolcemente sulla costa di un laghetto, mentre il coro declama

l’inno sacro con il suo incedere fuori dal tempo. L’immagine di un’alba che si intuisce da dietro il profilo dei monti fa da sfondo alle ultime battute, lasciando che Fantasia si chiuda in un’atmosfera di inesprimibile dolcezza, che culla i nostri bambini (dopo tanto spavento!) verso un meritato sonno popolato di dinosauri, tulipani danzanti e maghi pasticcioni.

II.

E’ stato detto più volte, tante che è diventata quasi una formula di riferimento, che in Fantasia “la protagonista è la colonna sonora”. Ed è vero: ciò che udiamo esercita un ruolo di preminenza rispetto a ciò che vediamo. Tuttavia la musica viene trattata in modo ancora più alto: essa non solo non è determinata dagli eventi, ma li determina. Agisce in questo senso come una buona sceneggiatura, che sa dosare gli eventi e distribuirli al momento opportuno, senza creare fasi di stallo né sovraccaricare lo spettatore con informazioni. Si veda come, ad esempio, ne L’Apprendista Stregone, il ritorno del tema e delle cadenze iniziali imponga a Mickey un brusco ritorno alla realtà e il risveglio del sogno; si veda come il ritornare ciclico dei passaggi nella Sagra della Primavera imponga agli eventi di esaurirsi e ricominciare (la musica come ordine naturale del mondo?!); si veda come la furia del demone sia forzatamente interrotta non da componenti materiali e tangibili, ma semplicemente dalla musica, che con il suo mutare annulla ogni arbitrio. La componente musicale non è più degradata al rango di colonna sonora, insomma, ma è vera e propria ossatura su cui si vanno a incastrare con manovre millimetriche i tasselli (visivi, stavolta) pensati dagli artigiani Disney. Come conseguenza naturale di questo piegare gli eventi alla forza determinante della musica, ciò che vediamo su schermo appare una protuberanza della musica stessa, un suo volersi spingere più in là della sfera puramente uditiva. Già prima di Fantasia la Disney aveva lavorato sperimentando sulla musica, fin dagli albori della sua storia: la serie delle Silly Symphonies in questo senso aveva già ottenuto risultati ragguardevoli, specie con i suoi primi episodi (uno su tutti, la Skeleton Dance del ‘29, il primo in assoluto, che come struttura ricorda da vicino l’ultimo episodio di Fantasia). Tuttavia, in quei casi si trattava ancora di musica composta per combaciare con certe immagini, e quindi successivamente ad esse, o al massimo in simultanea: la scelta di prelevare i pezzi dal repertorio dei grandi compositori classici eleva immensamente il grado di difficoltà a cui sono sottoposti i disegnatori e tutto lo staff di Disney. Da questo sforzo inedito (piegare il proprio ingegno al servizio delle rigide leggi musicali) nasce allora il senso più alto di Fantasia: la musica come forza armoniosa naturale, impossibile da giudicare e da comprendere, difficile da seguire e da generare, ma degna di un amore sconfinato. - samgah


Don Caballero Storm & Stress

David Grubbs Steve Albini

Ci avviciniamo alla fine di questa summa del post-rock e i suoi derivati, un’esperienza breve ma intensa, ed è per questo che da questa puntata inizierà una lista di dischi consigliati per vivere i momenti fondamentali di questo movimento. Entriamo nel vivo ricordando che l’ultima volta siamo arrivati a parlare del catalogo Kranky, che quindi già si discostava dal suono più post-rock oriented. Oggi voltiamo pagina, per quanto sia possibile, salutando il post-rock più duro e puro ed avvicinandosi alle derive più avant, al cosiddetto post-post-rock (!) che come una fenice prende vita dall’essere che esisteva prima. Dopo il post-rock, quali erano le vie successive? Un ritorno a ciò che c’era prima? Ma ciò che c’era prima era stato cancellato? No, tutto prende spunto da ciò che esisteva prima (ancora la nostra fenice) e quindi ciò di cui parliamo non è che una ramificazione eccessiva di quello che era in passato, dal punk al post-post-rock, forse con l’unica differenza che qui la perizia tecnica (soprattutto nel math-rock) non è affatto secondaria. Una precisazione però è necessaria. La musica è cambiata, non avremo più movimenti universali, che guidano orde di giovani, ma movimenti spezzettati, in piccole congreghe a numero chiuso. Parliamo ora di math-rock, una delle derive più interessanti e originali del calderone. Come dice il nome, si parla di rock matematico quindi presuppone una estrema precisione e un grande calcolo. Un calcolo fondamentale nei tempi della batteria, nel caos di rullanti e piatti (soprattutto piatti, tanti piatti), nei labirintici giri di basso e nelle rasoiate di chitarra, il tutto in pezzi che possono essere più o meno diluiti, più o meno furiosi. I riferimenti si sprecano, per la grande perizia strumentale il primo paragone che salta alla mente è quello con i King Crimson di Red, per la furia che viene direttamente dall’hardcore i Black Flag il tutto annaffiato da dosi massicce di This Heat. Quindi riassumendo voli jazzistici, follie hard e straripanza ritmica. Il gruppo che meglio incarna questo stile sono i Don Caballero (per gli amici Don Cab). Uno dei leader Mike Banfield dice “Mi piacciono i King Crimson. Poi roba come i Bitch Magnet, i Bastro e il jazz”. Tutto chiaro. Banfiel è affiancato dall’altro chitarrista Ian Williams (Battles) e Damon Che Fitzgerald. Il gruppo di Pittsburh è accasato da sempre presso la Touch & Go. L’esordio risale al 1993 ma è nel 1995 che con 2 raggiungono il loro apice esempio di jazz hardcore con sorprendenti innesti lisergici. Anche il successivo What Burns Never Returns risulta molto bello anche se sembra che il combo abbia leggermente tirato le briglie, che viaggi con il freno a mano tirato, con meno spontaneità. Resta comunque un disco fondamentale, riassunto nella conclusiva, meravigliosa “June Is Finally Here”. Di grande rilievo anche il progetto collaterale di Ian Williams, Storm & Stress, anche loro pubblicati da Touch & Go. Le atmosfere sono molto diverse rispetto a quelle del gruppo madre, resta però un filo rosso che li unisce. I loro dischi si muovono attraverso lunghe suite in cui a dettare legge è la batteria con il suo sferragliare e i suoi colpi sui piatti che non si preoccupa di trovare un timing ma crea soltanto uno skyline dove si possano abbandonare chitarra e basso, anch’essi molto liberi. Riesce qui Williams a creare un ponte tra il free-jazz e la musica rock. Quando si parla di math rock non possiamo non parlare del guru della musica indipendente americana, Steve Albini titolare dei gruppi più importanti degli anni ‘90 come i Big Black o Rapeman dove, in particolare con i primi, getta le basi del math-rock che esplica con il suo gruppo più importante gli Shellac di (ovviamente) Chicago. Non ci troviamo la carica più progressive, ma troverete tutti gli altri stilemi del math partendo dalle impalcature ritmiche per arrivare alla violenza sofferta delle chitarre. Per concludere questa carrellata matematica possiamo parlare di alcune ipotesi math, di gruppi come i Laddio Bolocko che con due dischi fondamentali rileggono i Don Cab in chiave This Heath. Dai Laddio Bolocko nascono i Dazzling Killmen, che con solo due album uniscono il post-rock con le influenze più math, creando una musica furiosa e potentissima, e i Colossamite, combo formato da tre chitarre, una batteria ed un basso che si cimenta in una musica noise, con intrecci di chitarra tecnicamente sopraffini, il tutto annegato in un suono molto intellettuale (che è un po’ il trait d’union tra questi gruppi, la consapevolezza di fare qualcosa d’altro, qualcosa di intellettuiale, partendo dal modo di suonare gli strumenti, impensabile ai tempi del punk, ai concept dei dischi). BORSA DELLA SPESA

parte 4

Shellac

POST ROCK

feedback - APRILE 2011

● Squirrel Bait - Skag Heaven (1987) 8 ● Main - Hertz (1996) 8/9 ● Slint - Spiderland (1989) 9 ● Gastr De Sol - Upgrade & Afterlife (1996) 9 ● Tortoise - Tortoise (1994) 8/9 ● Rodan - Rusty (1994) 8 ● June of 44 - Anatomy Of Shark (1997) 9 ● Mogwai - Young Team (1998) 8 ● Explosions In The Sky - Those Who Tell the Truth Shall Die, Those Who Tell the Truth

Shall Live Forever (2001) 8 ● Labradford - Prazison (1993) 9 ● Stars Of The Lid - The Tired Sound Of 9

- matteom

Dazzling Killmen

(i dischi non sono del tutto in ordine cronologico, ma in ordine di apparizione nelle diverse puntate)

9


feedback - APRILE 2011

VIAGGI EXTRASONORI

L’ ASFISSIA

DELLE MURA DI CASA Esistono muri reali e muri psicologici. Il muro di Berlino c’è stato veramente, costruito per impedire. Impedire alle persone (ma non solo) di uscire entro i confini stabiliti della Berlino divisa. Ma era anche un muro simbolo di due stati/ potenze/modi d’intendere che non si sono mai voluti capire e accettare. Nel medioevo venivano erette muraglie per difendere le città dall’esterno, dall’altro. Pure ora, nella contemporaneità, esistono tanti muri, più o meno silenziosi, più o meno percepiti. Anche dove i muri non vengono volontariamente rappresentati (l’affascinante scenografia di Dogville di Lars Von Trier), vengono comunque percepiti in tutta la loro oppressione. I muri separano il pubblico dal privato. I muri separano, tengono a debita distanza realtà differenti. L’arroccarsi è difesa violenta ove non c’è ne possibilità ne volontà alcuna di comunicazione con l’esterno. E’ un rifiuto totale. Ma anche un’arma a doppio taglio: gli abitanti di una città presa sotto assedio venivano costretti alla resa proprio perchè eliminati anche gli ultimi contatti con l’esterno, adibiti al sostentamento della città stessa. Chi stava “dentro” moriva di fame, di malattie e quant’altro. Alla faccia della tanto sbandierata autosufficienza. Il confronto con l’”altro” non lo eviti. Detto questo, evito ulteriori divagazioni e mi concentro nel descrivere un possibile trait d’union tra vari lavori cinematografici. Voglio iniziare proprio con Nodo alla gola, 1948, diretto da Alfred Hitchcock. Il film viene ricordato soprattutto per motivi tecnici poiché è stato il primo film del regista a colori e perchè tutto girato in un unico piano-sequenza. In realtà è falso: non era possibile per limitazioni della lunghezza delle bobine da ripresa; poco importa perchè i tagli tra una scena e l’altra sono resi il più possibile invisibili. Il perchè di tutta questa ostinazione è semplice, il regista così facendo rende il tempo della storia uguale al tempo del racconto. Si tenta una profonda adesione (fattore tempo, in primis) alla realtà attraverso il massimo dell’artificio. Ma ciò provoca anche una maggiore adesione psicologica. Claustrofobia, in quanto

tutto il film si svolge dentro le mura di una casa. Protagonisti due giovani studenti, presentati subito nell’atto di strangolare un loro coetaneo. Per non destare sospetti, nascondono il cadavere dentro una cassapanca e la sera stessa danno un party nel luogo del delitto. Invitati la promessa sposa della vittima, i suoi genitori e l’ex professore dei protagonisti (attento osservatore e vero antagonista). Il ritmo del film diviene incalzante 10

e permeato da humor nero: si scopre infatti che il professore è promotore di un nietzschianesimo distorto (chi vuole può vederci la nascita del nazismo), il cui pensiero è stato preso alla lettera dai due protagonisti e distorto oltremodo. Per cui il movente non esiste, o semmai non va oltre il semplice gusto nel commetterlo. Il professore (interpretato da un bravo James Stewart) assiste involontariamente a una reale critica del suo pensiero. Sarà proprio lui a scoprire cosa è successo al ragazzo scomparso. Nel finale, per avvisare la polizia, aprirà la finestra della grande vetrata ben visibile in tutto il film (con tanto di passaggio dal giorno alla sera), lasciando così entrare l’esterno attraverso i suoni della città e delle sirene dentro una stanza troppo a lungo lasciata chiusa, ammorbata dalla volontà e dalla realtà distorta dei due protagonisti. “Io, voglio dire, io e te. Noi due chiusi, protetti nel nostro rifugio, nella nostra tana. E quelli fuori? Niente, quelli fuori non ci interessano. Noi, solo noi, i più puliti, i più uniti, i migliori. No ma guarda che anche a noi è successo... Silenzio! Che resti fra di noi, zitti! Noi lottiamo, resistiamo, avvinghiati disperatamente l’uno all’altra. Scusa, io dovrei andare un attimo... Vengo anch’io! Allora non ci vado. Giusto! Qui, fermi, seduti sulle nostre due comode poltrone.” Giorgio Gaber (La famiglia - prosa) Anche L’angelo Sterminatore, film di Bunuel del 1962, conserva lo stesso dramma psicologico: Una famiglia dell’alta borghesia insieme ad alcuni ospiti invitati per una cena rimangono intrappolati nel salotto della villa. Nessuna costrizione visibile li blocca, la porta è aperta ma nessuno degli invitati riesce a uscire e nessuno fuori dalla villa riesce a varcare la porta di casa. Ma già prima dell’accadimento/incantesimo erano percepibili avvisaglie di “pericolo”: i servitori, invece che preparare la cena, cominciavano ad allontanarsi, a fuggire senza motivo apparente. La prima portata viene

rovesciata dal maggiordomo, nonostante tutti pensino in uno scherzo, un posacenere viene scaraventato contro una finestra, delle pecore e un orso passeggiano indisturbati nel palazzo.

Lasciati completamente da soli, come i bambini ne Il signore delle mosche in balia di se stessi, scoppiano tragedie una dopo l’altra: litigi, deliri, morti e suicidi. L’asfissia è ben percepibile nei protagonisti, portandoli all’esasperazione. Tutto il film è permeato di simboli e allegorie in pieno stile surrealista ma la regia è condotta in massima parte con un realismo violento, frontale e duro, in un bianco/nero asciutto che non fa sconti con nessuno. E’ chiara l’interpretazione in chiave allegorica (che non è certo sfuggita ad Alberto Moravia): la villa stregata è una critica alla borghesia “condannata all’impotenza dalle proprie contraddizioni”: è paralizzata e chiusa in se stessa. Un altro film che possiede il tema portante di quest’articolo è La Grande Abbuffata di Marco Ferreri. Anche qui protagonisti quattro amici borghesi, annoiati dalla propria vita, rappresentati rispettivamente da quattro grandi attori: Philippe Noiret, Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni e Michel Piccoli. Il gruppo decide di organizzare all’interno di una villa quello che all’apparenza sembra un tranquillo weekend per scacciare la monotonia delle loro vite: in realtà l’intenzione comune è il suicidio. Mangiare fino a morire, una tragedia consumata portata dopo portata, boccone dopo boccone. Estremamente decadente (l’ambientazione esterna alla casa, la stanza cinese), iconoclasta, esplosiva ma elegante la regia di Ferreri. Il sesso e il cibo si mescolano continuamente in un fremito onnivoro rendendo molti passaggi al limite del grottesco. Il tempo scandisce l’autodistruzione lenta che i quattro portano avanti, silenziosamente e senza troppi ripensamenti, scardinando completamente qualsiasi logica borghese e sociale. Lo sguardo di Ferreri è molto pessimista, in quanto centrale la dolorosa accettazione che tutto si riduce in vanità (viene spesso ripetuta dai protagonisti la frase “vanitas vanitatum”). Ciò scaturisce un nichilismo portato all’estreme conseguenze, senza possibilità di salvezza o di uscita. Un muro blocca la fuga. - mr. potato


feedback - MARZO 2011

I FUMETTI DI DANIEL CLOWES

RISATE A DENTI STRETTI In questi giorni esce negli Stati Uniti il nuovo libro del fumettista Daniel Clowes, intitolato Mr. Wonderful, che raccoglie e integra una serie di tavole pubblicate originariamente sul New York Times. Pare questa una buona occasione per dire due parole su un autore vicino al mondo del rock, animatore della scena garage della Chicago degli anni ’80 e ’90, tra copertine di dischi, locandine di concerti e chilate di fanzine. Scrittore sarcastico nonché disegnatore citazionista e sgangherato, debitore del fumetto underground quanto di quello commerciale degli anni ’50 e della rivista Mad, Clowes rappresenta appieno lo spirito del rock indipendente che in questa rivista intendiamo celebrare. È roba scema? No, è invece un’opera delicata e intimista come un racconto di Carver, una riflessione dolorosa e profonda sul peso delle convenzioni sociali e sulle età della vita, sull’arte e sull’industria culturale. È roba seriosa? Nient’affatto, vi farà sbellicare come solo Andrea Pazienza o Vasco Brondi. Nato a Chicago in un giorno qualsiasi degli anni ’60, Daniel Clowes si laurea come illustratore in una scuola d’arte di New York, esperienza traumatica ma formativa alla quale dedicherà una storia breve da morirci dal ridere e un film mediocre – sua prima sceneggiatura originale –, entrambi intitolati Art School Confidential. Se i primi lavori sono su commissione, già nel 1986 una sua storia viene pubblicata dalla Fantagraphic Comics di Seattle sulla gloriosa rivista Love and Rockets dei fratelli Hernandez. Si tratta della prima avventura di Lloyd Llewellyn, biondo detective invischiato in intrighi interstellari e in sciocchezze terrene, in una esilarante parodia dei romanzi hard-boiled degli anni ’50 così come del revisionismo alla American Graffiti. Tra il 1986 e il 1988 proprio a Lloyd Llewellyn viene dedicato un albo omonimo, le cui storie migliori saranno raccolte in Italia dall’editore Telemaco in un’antologia tradotta dal fan sfegatato Daniele Luttazzi. Dal 1989 fino al 2004 iniziano le stampe di Eightball, albo nel quale si vedranno affiancati i capitoli dei suoi romanzi a fumetti e altre storie di più breve respiro narrativo ma di pari spessore – anch’esse antologizzate nella raccolta Twentieth Century Eightball e nello struggente Caricature. La prima opera composita a trovare voce ha il titolo di Like a Velvet Glove Cast in Iron (come tutti gli altri romanzi di cui parleremo è edita in Italia dalla Coconino Press) ed è un lungo delirio orrorifico sulle corde di David Lynch, che racconta di un’America perduta tra snuff movie e rituali oscuri, in cui convivono cani senza orifizi e freak malinconici, polizia degenerata e santoni rinchiusi nel cesso di un cinema porno. Un altro ciclo speciale è quello dedicato a Dan Pussey, feroce parodia del transatlantico del fumetto seriale Marvel e DC e dei suoi ebeti timonieri. Se in questo periodo Clowes è totalmente riverso nella sua bile (si ricorda il binomio I Hate You Deeply e I Love You Tenderly, veri e propri manifesti

comici delle sue sociopatie), a partire dal 1993 si apre per Eightball e per i suoi lettori una nuova fase. Inizia infatti la pubblicazione di Ghost World, massimo successo dell’autore e per alcuni vetta del nuovo fumetto americano. È l’amoroso ritratto di due diciottenni nell’estate del diploma, colte a crogiolarsi nelle bassezze della provincia americana, in piena crisi di identità, terrorizzate e divise dalle responsabilità che il crescere ci impone. Se dal punto di vista grafico lo stile di Clowes si dimostra maturo e composto, e persino il canonico bianco e nero delle riviste indipendenti trova un nuovo equilibrio in un’elegante bicromia, la crescita dell’autore si fa apprezzare soprattutto per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi, terribilmente umani nella loro sguaiatezza, tanto raffinata da far lievitare una trama esile a commovente poema generazionale. Il fumetto sarà portato nei cinema, con una collaborazione dello stesso Clowes alla sceneggiatura, in un buon film con Scarlett Johansson e Steve Buscemi. Tra il 1998 e il 2000 vengono pubblicati i tre capitoli di David Boring, secondo capolavoro dell’autore. Clowes torna a cavalcare il registro del grottesco e del fantastico per tratteggiare una storia d’amore e di guerra di ispirazione cinematografica, il cui improbabile eroe, un venticinquenne in balia delle proprie idealizzazioni erotiche, assurge a simbolo di una civiltà assediata da un nemico invisibile e incapace di combattere la noia. Ultimo romanzo ad apparire su Eightball è il divertente Ice Haven, nel quale un rapimento mai avvenuto sconvolge la vita di una cittadina americana sonnolenta e spiona. Sebbene si tratti di un episodio minore nella bibliografia di Daniel Clowes, l’opera porta alcune novità dal punto di vista stilistico e narrativo: il fumetto è infatti composto nella sua interezza da strisce autoconclusive, ciascuna disegnata secondo uno stile grafico differente, che descrivono in maniera discontinua e allusiva lo svolgersi dei fatti e le emozioni dei personaggi. La stessa tecnica trova pieno compimento in Wilson, ultima opera di Clowes pubblicata in Italia e primo suo romanzo a nascere come tale. Wilson è un misantropo spaventato dallo scorrere degli anni, litigioso e solitario, disperato e assieme inconsapevole del proprio scoramento. Pagina dopo pagina, tra ellissi narrative e il contrappunto beffardo delle scelte grafiche, la storia assume corpo e le sorprese che Clowes ci schiaffa davanti non fanno che approfondire la psicologia del protagonista. Se anche stavolta appare difficile che Wilson coincida appieno col suo disegnatore, così come in Ghost World è impossibile non immedesimarsi nelle sue pulsioni e nelle sue ridicolaggini, tanto personali da suscitare simpatia e tanto universali da suscitare ripulsa. Quanti scrittori riescono oggi a fare altrettanto? - bobi raspati 11


feedback - APRILE 2011

ADORNO

il primo passo dell’im-pensabile

Può un filosofo essere in grado di dire l’indicibile? Può essere in grado di non dirlo comunicandolo? Può fare vedere l’invisibile nella manifestazione più palese? Non ci può essere risposta se parliamo di Theodor Wiesengrund Adorno. Ha fatto dell’impossibilità del dire la bandiera del proprio comunicare. Che paradosso! Una comunicazione sull’impossibilità del dire. Eppure nello scritto Dialektik Negative (1966) ha proprio portato avanti questa istanza. Una dialettica che non parla di progresso (intesa come pro-gradius), ma che faccia emergere, o almeno, che faccia intravedere nella fanghiglia scura dei concetti ciò che concettualizzabile non è. Proprio perché nel concetto è insito il suo veramente altro: l’interdetto. L’interdetto non è colui che rimane in silenzio perché impossibilitato a parlare, ma colui che sta nel detto, nel bel mezzo del rumoreggiare delle parole, e che non può essere ascoltato. Non è nel significato che risiede il senso, ma nel suono del linguaggio, nella poesia, nella musica, nella costellazione multiprospettica del panoramico fluire. La parola identifica, appiattisce ciò a cui si riferisce mostrandone l’esemplare, il modello, lo stampino. Non lascerà mai mostrare la vera esperienza nella sua concretezza... Proprio perché la “vera” esperienza non esiste. Essa è già da sempre mediata dai concetti. Non arriviamo mai diretti ed immediatamente sui fenomeni; passano dal filtro del linguaggio, del concetto. Interrogando il medium si scopre ciò che mediato non è, perché si trova da un’altra parte, nell’orizzonte del pensare aperto, come qualcosa di aggiuntivo. L’arte ha la pretesa di ritrarre, di essere mimesis. Ma attraverso l’opera mimetica si svela il tentativo fallito: ciò che è creduto ritratto si mostra come irraggiungibile proprio perché in rapporto con il mezzo che ritrae.

Vuole esserci un modello ideale e una cosa tra le cose. L’opera d’arte sta lì nel mezzo. Tra il perpetuo e il caduco, tra l’eterno e il mortale. Sarà solo trampolino per la parabola ascendente che vedrà il fondo, e che quando discenderà si affaccerà su quel modello che se ne sta bello in alto sul monte fatato dell’ideale immacolato, puro, inattaccabile. Il pensiero ha sempre avuto, e sempre avrà, la tentazione di parlare col

facciamo altro che bloccare in immagini che devono essere affrontate, o come strumento per qualcos’altro, o, ancor peggio, come fine ultimo? Il telos, lo scopo, la riuscita; al suo opposto il fallimento. E l’alternativa tra questi due? Andare al di là del bene e del male? La bugia che rivela, la verità stessa che rivela comunque la sua menzogna, sono da tenere in considerazione. Ogni identico porta al suo non-identico, proprio

pensiero, cioè di non parlare. Tenta di pensare l’uguaglianza e la differenza composta tra le cose; confrontare e paragonare. Ma al di là di questo rapporto a-simmetrico statico vi sarà mai la possibilità di pensare alle cose minuscole non considerate fino ad ora? A quei piccoli esseri che se ne stanno nel sottosuolo del silenzio che abita il rumore di quei giganti che si chiamano concetti, ragione, identità, differenze, confronti? Sarà mai possibile cogliere il fluire nel pensiero immobile e schematico sul quale tutti i giorni ci affacciamo e col quale abbiamo la pretesa di esprimerci, quando, in realtà, non

perché la luce, tutta uguale, filtra dal prisma che ne dis-vela infiniti colori. Ad ogni grido della ragione vi è il sussurro. Ancor peggio: ad ogni urlo di disperazione per la fuga dalla gabbia, vi è il carceriere che mormora che fuggire non si può. Dove stare quindi? Da ambo le parti? Pensare ciò che è e che non è? Pensare la più bella e illogica contraddizione nella sua infinità (e non totalità). Il continuo essere sballottati, o meglio, il fluttuare nel cielo stellato della cupola del pensiero....

Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno

(Dedicato a matmo)

- gorot

Avviso ai lettori: il sito di Feedback Magazine è momentaneamente offline per manutenzione. Per permettere comunque la lettura e il download in pdf, tutti i numeri sono disponibili su http://issuu.com/feedbackmagazine.it. Errata corrige: nelle sezione Viaggi Extrasonori dello scorso mese, l’articolo The Wrestler in gonnella scritto da zuma è stato pubblicato solo parzialmente per un errore di impaginazione. Lo riproponiamo quindi in versione corretta a pagina 7. Ci scusiamo con l’autrice e con i lettori.

Articoli, recensioni e monografie a cura di Matteo Moca, Andrea Lulli, Riccardo Gorone, Marco Vivarelli, Michele Luccioletti, Claudio Luccioletti, Samuele Gaggioli, Angela Felicetti, Alessia Mazzucato, Jacopo Incani, AlessandroRuocco, Lorenzo Maffucci, Francesco Belliti. Grafica e impaginazione a cura di Francesco Gori. Rivista autofinanziata, non a scopo di lucro, stampata in proprio nell’aprile 2011. Per informazioni, critiche e consigli: info@feedbackmagazine.it 12

#7 Aprile 2011  

Aprile 2011

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