Competenze, scelte, protagonisti

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Competenze, scelte, protagonisti

Editoriale
Parola al Presidente
Parola al Direttore
Presentazione ATER Umbria
Intervista doppia al Presidente Vanessa Colosetti e Direttore Lorenzo Puzzi
Contributo di Ledo Prato, Segretario generale Associazione Mecenate 90
ATER Udine - La casa come spazio educativo e progetto di futuro
ATER Udine - La casa che sostiene anche l’economia del territorio
FOTONOTIZIA
Riflessione Federcasa su Piano Casa 2026
ANCI - Focus Piano Casa 2026
CONFEDILIZIA - Focus Piano Casa 2026
CONFARTIGIANATO - Focus Piano Casa 2026
SUNIA - Focus Piano Casa 2026
ASSOCASA - Focus Piano Casa 2026
URBIT - Focus Piano Casa 2026
Intervista al Presidente IVG Maria Cristina Urbani
ARTE Imperia
Presentazione iNCO
Convegno Roma - Edilizia residenziale pubblica e innovazione Ufficio Europa

Testi a cura dell’Ufficio Stampa e Relazioni esterne di Federcasa
Direzione creativa e progetto grafico MF

Giada di Miceli
Responsabile Relazioni esterne, dell’Ufficio stampa e della Segreteria
Questo numero di Effe è dedicato ad Ater Udine che quest’anno festeggia 105 anni, ma non è solo questo: ad Udine la casa non è mai solo un edificio, ma una risposta al bisogno fondamentale dell’abitare, un presidio di coesione, un punto di incontro tra istituzioni, comunità e persone. I numeri raccontano un sistema complesso e capillare: 8.745 unità abitative distribuite in 121 comuni della provincia di Udine. Dei quasi 9 mila alloggi gestiti, 8.360 sono destinati all’edilizia sovvenzionata, confermando la forte vocazione pubblica e sociale dell’Azienda. A questi si aggiungono 385 alloggi di altra edilizia, che testimoniano una gestione articolata e diversificata degli strumenti abitativi. Gli alloggi Ater ospitano oggi oltre 14 mila persone, circa il 3% della popolazione residente della provincia di Udine. La riqualificazione energetica rappresenta oggi una delle grandi sfide della casa pubblica. Non riguarda soltanto gli edifici, ma la qualità della vita delle persone che li abitano. In questa direzione si inserisce il nuovo piano di efficientamento energetico e riqualificazione urbana avviato da Ater Udine, che coinvolgerà 24 complessi residenziali per un totale di 480 alloggi, un intervento, dal valore complessivo di oltre 47,22 milioni di euro che punta a trasformare profondamente il patrimonio abitativo. Un investimento che guarda contemporaneamente a tre obiettivi: sostenibilità ambientale, riduzione dei consumi energetici e miglioramento del comfort abitativo.
Ovviamente non potevamo esimerci dal trattare il Piano Casa e abbiamo chiesto un po’ in giro a tutti quelli del settore: ci hanno risposto in tanti. Vi raccontiamo come ARTE Imperia, ha riassunto dieci anni di case, persone e comunità in un libro: siamo stati alla presentazione. il volume ripercorre un decennio di attività della Regione Liguria e dell’Azienda imperiese attraverso progetti, interventi e testimonianze che raccontano l’evoluzione dell’edilizia residenziale pubblica nel territorio imperiese.
Troverete inoltre un interessante articolo su INCO Association, un’associazione aperta per promuovere la modernizzazione del settore delle costruzioni; Il tema della modernizzazione, di cui il settore ha un gran bisogno, si incrocia con quello altrettanto attuale della residenzialità accessibile che costituisce ormai a livello europeo non solo una delle principali cause di disagio sociale, ma anche un pesante freno alla competitività delle città e conseguentemente allo sviluppo delle economie nazionali.
Invito tutti gli associati a consultare il Sito di Federcasa, sempre aggiornato con tutte le informazioni che riguardano la Federazione e vi ricordo di segnalarmi tutte le notizie che vorreste evidenziare inviandole all’indirizzo dimiceli@federcasa.it. Per restare sempre aggiornati sulle nostre pubblicazioni seguiteci su: issuu.com/federcasa.
Il Piano Casa varato dal Governo rappresenta un passaggio importante per riportare il tema dell’abitare al centro dell’agenda politica nazionale. Dopo decenni di sottofinanziamento del settore, l’intervento segna un cambio di passo che il sistema dell’edilizia residenziale pubblica attendeva da tempo. Tra i tre pilastri sui quali si fonda il Piano, particolare rilevanza assume quello dedicato al recupero e alla riqualificazione del patrimonio ERP. Lo stanziamento di 970 milioni di euro destinato al recupero degli alloggi sfitti costituisce infatti un risultato significativo e una risposta concreta a una problematica che Federcasa ha più volte evidenziato nelle interlocuzioni istituzionali con il Governo e con il Ministro competente.
Da anni la nostra Federazione richiama l’attenzione sulla necessità di investire nel recupero degli alloggi non utilizzabili a causa della carenza di risorse per le manutenzioni straordinarie. Restituire questi immobili alla loro funzione sociale significa aumentare rapidamente l’offerta abitativa pubblica, senza ulteriore consumo di suolo e con tempi decisamente più contenuti rispetto alla realizzazione di nuove costruzioni.
Si poteva fare di più? Probabilmente sì. Le esigenze del settore e il fabbisogno di interventi sul patrimonio ERP nazionale richiederebbero investimenti ancora più consistenti. Tuttavia, è doveroso riconoscere che i 970 milioni stanziati
rappresentano una base di partenza importante e un segnale politico chiaro. Da oltre trent’anni non si registrava un intervento di questa portata a favore della casa pubblica. Per questo motivo il provvedimento deve essere considerato come l’avvio di un percorso che auspichiamo possa consolidarsi e rafforzarsi nei prossimi anni.
Nel corso dell’iter parlamentare Federcasa ha inoltre avanzato alcune proposte emendative, raccolte e presentate da diversi parlamentari, con l’obiettivo di migliorare ulteriormente il testo e rafforzarne l’efficacia.
Particolarmente significativa è la proposta di esenzione dall’IMU per gli alloggi ERP, presentata dall’Onorevole Marco Osnato. Si tratta di una misura che la Federazione considera essenziale per garantire maggiore sostenibilità economica agli enti gestori. Oggi le aziende della casa operano con canoni sociali che rappresentano tra i più bassi d’Italia e che, per loro natura, non consentono margini economici significativi. In questo contesto, il peso di imposte come IMU e IRES riduce ulteriormente le risorse disponibili per la manutenzione e la riqualificazione del patrimonio abitativo. Federcasa ha inoltre proposto un emendamento all’articolo 4 relativo al Fondo per la morosità incolpevole. La posizione della Federazione è chiara: gli oneri derivanti da tale strumento non possono gravare sui bilanci degli enti gestori dell’edilizia residenziale pubblica. Le
aziende della casa svolgono una funzione sociale fondamentale e operano già in condizioni economiche particolarmente complesse. Caricare ulteriori costi su soggetti che gestiscono patrimoni destinati alle fasce più fragili della popolazione rischierebbe di compromettere la capacità di investimento e manutenzione degli immobili. Un ulteriore intervento è stato proposto sull’articolo 5, con l’obiettivo di chiarire in maniera inequivocabile che le vendite del patrimonio devono restare nei bilanci delle aziende come già avviene oggi con la legge 560/93. Già oggi le nostre aziende vendono patrimonio per necessità e ne utilizzano i proventi per le manutenzioni ordinarie. Così come formulato l’art. 5 trasferirebbe i fondi a copertura del debito degli enti territoriali o dello stato. Il confronto parlamentare rappresenta ora un’occasione importante per perfezionare il Piano e renderlo ancora più aderente alle esigenze del settore. Federcasa continuerà a offrire il proprio contributo tecnico e istituzionale affinché le misure previste possano tradursi in risultati concreti per le aziende associate e, soprattutto, per le migliaia di famiglie che attendono risposte sul fronte del diritto all’abitare.
Il Piano Casa costituisce dunque un segnale incoraggiante. Non rappresenta il punto di arrivo, ma certamente un punto di partenza. La sfida sarà ora quella di trasformare questo primo stanziamento in una strategia strutturale e pluriennale

capace di rilanciare definitivamente l’edilizia residenziale pubblica italiana e di restituire centralità alle politiche per la casa.
Il Piano Casa (DL 7 maggio 2026 n. 66) presentato dal Governo e in fase di conversione in Legge (comunque già operativo) assume per l’Edilizia Residenziale Pubblica un importante punto di arrivo e di ripartenza.
Di arrivo perché finalmente l’Agenda Politica/Governativa ha inserito nelle proprie priorità il Tema della Casa declinandolo nell’emergenza abitativa, negli alloggi a canoni sostenibili e nel recupero di quelli attualmente vuoti o sfitti.
Di ripartenza per l’importanza che finalmente la programmazione e la prospettiva pluriennale assumono. È una sfida che operativamente, finanziariamente ed economicamente impegna proprio per la necessità di rimanere coerenti e costanti nel perseguire l’obiettivo: cambiare il paradigma della concezione della residenzialità.
La casa sappiamo che da tempo non è più solo un luogo di semplice riparo o di rifugio.
Ha assunto negli anni un ruolo molto più articolato e complesso. La caratteristica stanziale degli Italiani legati al bene casa come conquista sociale e di investimento per il futuro si è sostituita, in parte non in tutto, in qualcosa che accompagna le persone nei vari momenti della vita.
Lo studio, il lavoro, lo svago hanno determinato che la casa sia un elemento che, pur essendo ancora un bene primario, ha caratteristiche più flessibili e dinamiche.
Investire sugli affitti, brevi o lunghi, che possono

produrre reddito ma anche opportunità accanto alla sempre maggiore difficoltà da parte dei giovani di acquisire mutui e quindi acquistare casa hanno o stanno producendo una diversa concezione e e significato della casa. Meno legato al luogo e più alle esigenze.
Quindi questo Piano Casa che si propone di sostenere le difficoltà di chi non può permettersi un acquisto introduce strumenti e proposte nuove, finanziari (Invitalia e Invimit con fondi dedicati) e di agevolazioni (Commissario Straordinario).
Certamente sarà una Legge che dovrà, come
tutte, essere tarata e soggetta a modifiche ma è innegabile che ha un pregio assoluto: mettere a terra i bisogni di una nuova residenzialità, tentare una programmazione pluriennale (cosa da noi sempre impegnativa) e cercare di introdurre il capitale privato. Una cosa però deve essere inalienabile e cioè che l’edilizia residenziale pubblica è e deve rimanere un valore sociale della collettività. La casa come valore, pur cambiando le condizioni nelle quali la propria funzione si esercita, deve rimanere un atto distintivo della nostra cultura. Penso, proprio per questo, che Federcasa con le proprie Aziende Associate avrà nello sviluppo d questo Piano Casa una funzione trainante e decisa sia per lo sviluppo che per la capacità di mantenere e difendere i principi sui quali si basa. Avanti così.

La casa come diritto, il territorio come responsabilità collettiva
Il Friuli Venezia Giulia, come scriveva Ippolito Nievo, è un “piccolo compendio dell’Universo”. Nel territorio dell’Ater di Udine questa intuizione diventa esperienza concreta: un sistema abitativo che si estende dal mare fino alle aree alpine, attraversando pianure, città, borghi e vallate. Un mosaico complesso e vivo, che racconta non solo la geografia di una regione, ma la sua identità sociale e civile.
Qui la casa non è mai solo un edificio. È una risposta al bisogno fondamentale dell’abitare, ma anche un presidio di coesione, un punto di incontro tra istituzioni, comunità e persone. Ogni intervento di edilizia residenziale pubblica si inserisce in una storia lunga oltre un secolo, che affonda le radici nei primi esperimenti di inizio Novecento, quando l’Italia industriale iniziava a interrogarsi sulla dignità dei lavoratori e sulle condizioni abitative urbane. A Udine, già nel 1913, prendevano forma i primi nuclei di edilizia popolare in Via Napoli e Via della Valle. Poi il primo dopoguerra, con i complessi di Via Ermes di Colloredo e Via Gorizia–Isonzo, segnò l’avvio di una stagione di sperimentazione urbanistica e sociale: dall’isolato urbano chiuso alla città-giardino, modelli diversi per rispondere a un bisogno comune. La casa popolare nasceva già allora come laboratorio di innovazione. Il secondo dopoguerra amplifica questa missione. La ricostruzione, l’emergenza abitativa, l’arrivo degli esuli istriani, i programmi UNRRA–

CASAS e poi INA-Casa e GESCAL: ogni fase racconta un Paese che si rialza attraverso l’abitare. Le case non sono solo costruite, ma assegnate, organizzate, vissute come strumenti di inclusione sociale. È in questi decenni che si consolida una visione pubblica dell’abitare come politica strutturale dello Stato sociale. Il terremoto del 1976 segna un’altra svolta. La ferita del Friuli diventa anche occasione di rinascita e innovazione. La ricostruzione non si limita a ripristinare ciò che è stato distrutto, ma introduce nuove tecniche, nuovi approcci, nuove idee

8.745 121 14.000 1.700 alloggi comuni inquilini
anziani over 75 che vivono soli _ www.udine.aterfvg.it
di qualità abitativa. Anche l’emergenza, in questo territorio, diventa progetto.
Oggi l’Ater di Udine continua questo percorso con una consapevolezza rinnovata. Le sfide contemporanee, sostenibilità energetica, rigenerazione urbana, mutamento demografico, nuove fragilità sociali, impongono un’evoluzione del concetto stesso di casa pubblica. Non più solo risposta al bisogno, ma infrastruttura di comunità. Non più solo costruzione, ma cura del territorio.
Gli interventi di riqualificazione, come quelli che integrano memoria storica e innovazione tecnologica, raccontano questa direzione: edifici efficienti, energie rinnovabili, riduzione dei consumi, ma anche spazi di relazione, verde condiviso, luoghi pensati per la vita quotidiana. La sostenibilità, qui, non è uno slogan, ma una scelta chiara.
In questo quadro, l’Ater di Udine si conferma un
soggetto pubblico radicato e dinamico, che interpreta il proprio ruolo non come semplice gestore patrimoniale, ma come attore delle politiche territoriali. Un’istituzione che attraversa epoche e trasformazioni mantenendo una coerenza di fondo: la casa come diritto, la comunità come orizzonte. Non è un caso che anche l’identità visiva dell’Ente, dai primi loghi IACP fino all’attuale ATER, racconti un’evoluzione continua: cambiamenti grafici che riflettono mutamenti istituzionali, sociali e culturali. E non è un caso che l’Ater di Udine sia stata riconosciuta Impresa storica d’Italia: perché la sua storia non è solo amministrativa, ma profondamente intrecciata con quella delle persone e del territorio. Oggi, in un tempo in cui le disuguaglianze abitative tornano al centro del dibattito pubblico europeo, l’esperienza dell’Ater di Udine conferma una verità semplice ma decisiva: l’abitare non è una questione privata, ma una responsabilità collettiva. E il territorio, quando è governato con visione pubblica e capacità di innovazione, diventa davvero quel “compendio dell’universo” capace di tenere insieme storie diverse in un’unica comunità.

Una infrastruttura sociale che tiene insieme comunità e territorio
Nel 2025 Ater Udine si conferma una delle realtà pubbliche più importanti del Friuli Venezia Giulia per dimensione, presenza territoriale e funzione sociale. Non soltanto un ente che gestisce alloggi, ma una vera infrastruttura sociale capace di incidere sulla qualità della vita delle persone, sulla tenuta delle comunità e sull’equilibrio del territorio. I numeri raccontano un sistema complesso e capillare: 8.745 unità abitative distribuite in 121 comuni della provincia di Udine. Una presenza diffusa che rende Ater un presidio fondamentale non solo nei grandi centri urbani, ma anche nei piccoli comuni, nelle aree montane e nei territori più fragili. In un tempo segnato dall’aumento delle difficoltà economiche, dall’invecchiamento della popolazione e dal problema crescente dell’accesso alla casa, l’edilizia residenziale pubblica torna a essere uno degli strumenti principali delle politiche sociali. E Ater Udine, oggi, rappresenta uno dei pilastri di questo sistema.
Il ruolo della casa pubblica
Non solo abitazioni, ma coesione sociale
La funzione di Ater non può essere letta esclusivamente attraverso i numeri degli alloggi. La casa pubblica oggi rappresenta molto di più: è sicurezza sociale, stabilità per le famiglie, tutela delle persone anziane, sostegno alle fragilità e

possibilità di permanenza nei territori. Dei quasi 9 mila alloggi gestiti, 8.360 sono destinati all’edilizia sovvenzionata, confermando la forte vocazione pubblica e sociale dell’Azienda. A questi si aggiungono 385 alloggi di altra edilizia, che testimoniano una gestione articolata e diversificata degli strumenti abitativi.
La distribuzione territoriale degli alloggi evidenzia un dato politico importante: la maggior parte del patrimonio si trova fuori dal capoluogo. Sono infatti 5.674 gli alloggi presenti nel resto della provincia contro i 3.071 situati a Udine città.
Questo significa che Ater svolge un ruolo de-
cisivo anche nelle aree periferiche e montane, contribuendo concretamente al contrasto dello spopolamento e al mantenimento della presenza delle comunità locali. Nei piccoli comuni, infatti, la disponibilità di alloggi accessibili rappresenta spesso una condizione indispensabile per trattenere famiglie, lavoratori e anziani sul territorio.
Un patrimonio esteso e complesso
La sfida della manutenzione e della riqualificazione
Gestire un patrimonio di queste dimensioni significa confrontarsi quotidianamente con una realtà tecnica e gestionale di grande complessità. Per Ater Udine la manutenzione del patrimonio non rappresenta soltanto un’attività ordinaria, ma una vera responsabilità pubblica che incide direttamente sulla qualità della vita di migliaia di persone. Una parte rilevante degli edifici gestiti dall’Azienda risale infatti alla grande stagione di espansione dell’edilizia pubblica tra gli anni Settanta e Novanta: oltre 4.500 alloggi appartengono a quel periodo. A questi si aggiungono quasi 2 mila unità costruite tra il 1948 e il 1974 e più di 350 alloggi antecedenti al secondo dopoguerra. Un patrimonio ampio, diffuso e storicamente stratificato che richiede interventi continui di manutenzione straordinaria, adeguamento degli impianti, miglioramento sismico ed efficientamento energetico. Una sfida che negli ultimi anni Ater Udine ha affrontato con una visione orientata non soltanto alla conservazione degli immobili, ma alla loro progressiva riqualificazione. Proprio sul fronte energetico i risultati ottenuti sono particolarmente significativi. Gli interventi più completi — che comprendono cappotto termico, isolamento delle coperture, sostituzione dei serramenti e riqualificazione degli impianti di riscaldamento — hanno consentito riduzioni

dei consumi energetici superiori al 50%. Anche gli interventi di sola coibentazione e sostituzione dei serramenti hanno prodotto risparmi medi vicini al 40%. Si tratta di numeri che raccontano un cambiamento concreto. Dal 1991 a oggi, infatti, i consumi energetici complessivi monitorati risultano ridotti del 25%, nonostante l’estensione del patrimonio gestito e la crescente complessità degli edifici. Nel 2025 Ater Udine ha gestito 273 centrali termiche alimentate a gas naturale, 36 impianti con contratto servizio energia, 10 sistemi collegati al teleriscaldamento, oltre a impianti sperimentali e soluzioni basate su pompe di calore elettriche. Una rete articolata che testimonia l’impegno dell’Azienda verso modelli energetici sempre più sostenibili ed efficienti. L’efficientamento energetico oggi non rappresenta soltanto una scelta ambientale. Ha anche una forte dimensione sociale. Ridurre i consumi significa infatti contenere le spese di riscaldamento e alleggerire il peso delle bollette per le famiglie, soprattutto per quelle più fragili. Il tema energetico è quindi diventato uno dei nodi centrali della casa pubblica contemporanea: intervenire sugli edifici
significa migliorare il comfort abitativo, aumentare la qualità della vita degli inquilini e contrastare concretamente il rischio di povertà energetica.
Gli inquilini
Una fotografia della società contemporanea
Gli alloggi Ater ospitano oggi oltre 14 mila persone. Un dato che equivale a circa il 3% della popolazione residente della provincia di Udine. Dietro questi numeri emerge una composizione sociale estremamente articolata. Il 46% dei nuclei è composto da una sola persona, mentre cresce in modo significativo il numero degli anziani soli. Particolarmente rilevante il dato relativo agli over 75: oltre 1.700 persone vivono sole negli alloggi Ater, a cui si aggiungono quasi 270 coppie anziane. Questo elemento racconta come la casa pubblica sia diventata sempre più uno strumento di protezione sociale per le fasce più fragili della popolazione. Per molti anziani l’alloggio Ater rappresenta non soltanto una risposta abitativa, ma anche una garanzia di stabilità, sicurezza e dignità. Allo stesso tempo il patrimonio abitativo continua a ospitare nuclei familiari giovani, famiglie numerose e persone provenienti da contesti diversi, riflettendo l’evoluzione demografica e sociale del territorio.
L’innovazione amministrativa Servizi più semplici e vicini ai cittadini
Uno dei cambiamenti più significativi avviati da Ater Udine riguarda il processo di modernizzazione amministrativa e digitalizzazione dei servizi. L’introduzione del portale online per i bandi e delle procedure digitali punta a rendere il sistema più accessibile, efficiente e vicino alle persone.

In questo percorso un ruolo importante viene svolto anche dai facilitatori digitali realizzati con il supporto dell’associazione MEC nell’ambito dei progetti finanziati dal PNRR regionale. L’obiettivo non è soltanto tecnologico, ma sociale: aiutare le persone a orientarsi nei servizi, semplificare le procedure e ridurre le difficoltà burocratiche.
Anche il nuovo modello organizzativo basato sull’accorpamento dei comuni in comprensori territoriali omogenei nasce da questa visione. La riorganizzazione punta, infatti, a velocizzare le assegnazioni, migliorare la gestione delle graduatorie e programmare in modo più efficace manutenzioni e recuperi degli alloggi. Particolare attenzione viene dedicata alle aree montane, dove la disponibilità di abitazioni accessibili rappresenta uno strumento fondamentale per sostenere la permanenza delle comunità locali.
Il censimento 2025
Digitalizzazione e attenzione sociale
Tra le innovazioni più significative dell’ultimo
anno vi è sicuramente il nuovo sistema adottato per il censimento reddituale 2025. Per la prima volta gli inquilini non hanno dovuto presentarsi agli sportelli o consegnare documentazione cartacea. Ater ha acquisito direttamente gli attestati ISEE attraverso il portale INPS, riducendo costi, tempi di attesa e adempimenti burocratici. Una semplificazione concreta che ha prodotto effetti importanti anche sul piano amministrativo. A fine 2025 solo l’1,76% degli inquilini risultava non aver effettuato l’ISEE, una percentuale particolarmente contenuta rispetto agli anni precedenti. La digitalizzazione ha inoltre consentito un aggiornamento più preciso delle composizioni familiari e delle situazioni reddituali, migliorando l’equità del sistema dei canoni. Questa esperienza dimostra come innovazione tecnologica e attenzione alle persone possano procedere insieme, semplificando la vita degli utenti senza rinunciare alla correttezza amministrativa.
Il pronto intervento
Una presenza operativa continua, 24 ore su 24
Uno degli aspetti meno visibili ma più importanti dell’attività di Ater Udine riguarda il servizio di pronto intervento e manutenzione. Nel 2025 sono stati effettuati oltre 6 mila interventi complessivi tra attività svolte direttamente dalle squadre interne e interventi affidati a ditte esterne. Dietro questo numero c’è una struttura operativa che lavora quotidianamente per garantire sicurezza, funzionalità e vivibilità degli alloggi, con reperibilità attiva 24 ore su 24. Le squadre operative intervengono su problematiche molto diverse: guasti idraulici, impianti elettrici, spurghi, serramenti, coperture, fognature, sanificazioni, sgomberi e situazioni di emergen-
za. Particolarmente elevato il numero di interventi nei settori idraulico ed elettrico, che rappresentano le attività più frequenti e delicate nella gestione quotidiana di un patrimonio così ampio. Il pronto intervento rappresenta uno dei servizi più concreti e immediatamente percepiti dagli inquilini. È il volto quotidiano della presenza pubblica sul territorio: una struttura che interviene nei momenti di difficoltà e garantisce continuità ai servizi essenziali.
Accelerare le assegnazioni e ridurre i tempi di attesa
Accanto alla manutenzione ordinaria, Ater Udine sta lavorando in modo significativo anche sul recupero e sulla rimessa in disponibilità degli alloggi. Nel corso del 2025 sono state gestite centinaia di pratiche tra disdette, rilievi tecnici, computi, affidamenti e riatti degli appartamenti. Un’attività spesso poco visibile ma fondamentale per ridurre i tempi di attesa delle graduatorie e aumentare il numero di alloggi disponibili per le famiglie che attendono una risposta abitativa. Velocizzare il recupero degli alloggi significa infatti trasformare il patrimonio esistente in una risposta concreta all’emergenza casa, senza consumo di nuovo suolo e valorizzando il patrimonio pubblico già disponibile.
Professionalità, competenze e presenza femminile
Ater Udine conta oggi 114 dipendenti tra personale amministrativo, tecnico e operativo. La struttura aziendale evidenzia una presenza significativa di professionalità specializzate e
una buona stabilità dell’organico. Importante anche il dato relativo alla presenza femminile nella dirigenza, con tre dirigenti donne, segnale di un percorso di valorizzazione delle competenze e dell’equilibrio di genere. Dietro il funzionamento quotidiano dell’Azienda c’è infatti il lavoro di tecnici, operai, amministrativi e operatori che ogni giorno garantiscono servizi, manutenzioni, ascolto e gestione delle situazioni più complesse.
Gli interventi PNRR
Otto su otto: un risultato strategico e tecnico
Un capitolo centrale dell’attività 2025 riguarda il Piano Nazionale Complementare. Ater Udine ha completato 8 interventi su 8 finanziati, raggiungendo un risultato pieno che assume un valore non soltanto gestionale, ma istituzionale. Tutti i progetti, infatti, sono stati collaudati entro il 31 marzo 2026. In un contesto in cui la capacità di tradurre le risorse europee in opere concrete rappresenta una delle principali sfide della pubblica amministrazione, questo risultato testimonia capacità di programmazione, affidabilità esecutiva e tenuta organizzativa. Gli interventi hanno interessato diversi territori e tipologie di azione: dalla rigenerazione urbana alla riqualificazione energetica, fino alla demolizione e ricostruzione di edifici obsoleti. A Udine, in via Eritrea, la demolizione di tre fabbricati per 28 alloggi ha lasciato spazio a un nuovo edificio da 39 alloggi, segnando un passaggio netto verso standard abitativi più moderni e sostenibili. A Osoppo, in via Batterie, la demolizione di due edifici per 10 alloggi ha portato alla realizzazione di un nuovo fabbricato da 10 alloggi. Accanto agli interventi di nuova costruzione, un ruolo centrale è stato svolto dalla riqualificazione energetica di edifici esistenti: in via Divisioni Garibaldi Osoppo a Udine sono sta-
ti coinvolti complessivamente 159 alloggi, mentre ulteriori interventi hanno interessato Pavia di Udine e Tolmezzo. Nel complesso, il programma ha coinvolto oltre 270 alloggi, con un impatto diretto su efficienza energetica, qualità abitativa e riduzione dei consumi. Ma il dato più rilevante non è solo quantitativo. È il metodo. Il PNRR ha dimostrato che la casa pubblica può diventare un motore di rigenerazione urbana, capace di coniugare innovazione, sostenibilità e funzione sociale. Otto interventi su otto completati non è soltanto un risultato amministrativo: è la dimostrazione di una capacità di tenuta e di una visione pubblica che trasforma le risorse in risultati concreti.
La riqualificazione energetica rappresenta oggi una delle grandi sfide della casa pubblica. Non riguarda soltanto gli edifici, ma la qualità della vita delle persone che li abitano. In questa direzione si inserisce il nuovo piano di efficientamento energetico e riqualificazione urbana avviato da Ater Udine, che coinvolgerà 24 complessi residenziali per un totale di 480 alloggi. L’intervento, dal valore complessivo di oltre 47,22 milioni di euro, punta a trasformare profondamente il patrimonio abitativo attraverso opere di isolamento termico, sostituzione dei serramenti e conversione degli impianti verso sistemi centralizzati a pompa di calore. Un investimento che guarda contemporaneamente a tre obiettivi: sostenibilità ambientale, riduzione dei consumi energetici e miglioramento del comfort abitativo.
Le abitazioni interessate saranno più efficienti, più sostenibili e più adatte ad affrontare le nuove sfide climatiche ed energetiche. L’obiettivo dichiarato è ridurre i consumi di almeno il 30%, generando benefici concreti per le famiglie, so-
prattutto in un periodo in cui il costo dell’energia pesa in modo significativo sui bilanci domestici. Ma questo progetto racconta anche qualcosa di più ampio: la capacità di costruire nuove forme di collaborazione tra pubblico e privato per migliorare il patrimonio collettivo.
La transizione energetica, in questo senso, non viene vissuta soltanto come un intervento tecnico, ma come una politica sociale e territoriale. Migliorare gli edifici significa infatti migliorare la qualità della vita, ridurre le fragilità e rendere le comunità più resilienti.
Una sfida pubblica per il futuro Casa, sostenibilità e territorio
Il quadro complessivo del 2025 restituisce l’immagine di un’Ater sempre più chiamata a svolgere una funzione strategica dentro le trasformazioni sociali contemporanee. La questione abitativa oggi non riguarda soltanto la disponibilità di alloggi, ma temi molto più ampi: l’invecchiamento della popolazione, il costo dell’energia, la fragilità sociale, il diritto alla permanenza nei territori e la qualità della vita delle comunità.
Per questo il futuro della casa pubblica sarà sempre più legato alla capacità di coniugare sostenibilità ambientale, innovazione amministrativa, manutenzione del patrimonio e vicinanza alle persone.
A quasi un anno e mezzo dall’insediamento del nuovo Consiglio di Amministrazione, avvenuto il 9 dicembre 2024, Ater Udine traccia un primo bilancio di un percorso orientato alla valorizzazione del patrimonio abitativo pubblico, alla vicinanza con i territori e alla costruzione di comunità sempre più inclusive.
Il CdA, guidato dalla presidente Vanessa Colosetti, insieme al vicepresidente Enrico Parrotta e ai consiglieri Lorena Paschini e Giacomo Crismale, ha impostato il proprio lavoro su una visione chiara: fare dell’edilizia residenziale pubblica non soltanto una risposta abitativa, ma uno strumento di coesione sociale e rigenerazione territoriale. Per la presidente Vanessa Colosetti, il tema centrale resta quello della partecipazione e della dimensione umana dell’abitare: “Desidero che l’Ater diventi un’istituzione aperta e vitale: non solo edilizia, ma rigenerazione umana e culturale. Il mio impegno è trasformare i complessi residenziali in luoghi di partecipazione e inclusione, dove gli inquilini si sentano parte attiva di una comunità.” Una visione che interpreta il patrimonio pubblico come spazio di relazione e crescita collettiva, capace di rafforzare il senso di appartenenza e la qualità della vita degli assegnatari. Accanto alla dimensione sociale, il vicepresidente Enrico Parrotta evidenzia l’importanza di una gestione attenta ed equilibrata delle risorse: “Il mio apporto si focalizza sulla solidità gestiona -

le e sull’equilibrio operativo. Lavoro per garantire che l’efficienza amministrativa supporti ogni progetto di sviluppo, assicurando che le risorse siano utilizzate in modo strategico per il benessere degli utenti.” L’efficienza organizzativa e la sostenibilità economica rappresentano infatti elementi fondamentali per garantire continuità agli interventi e qualità ai servizi offerti ai cittadini. Particolare attenzione viene dedicata anche alle aree montane del Friuli, tema portato con forza all’interno del CdA dalla consigliera Lorena Paschini: “La mia missione è dare voce alle esigenze specifiche della Carnia e della montagna
friulana. Mi batto affinché le politiche abitative tengano conto delle fragilità dei territori montani, contrastando lo spopolamento attraverso servizi e alloggi dignitosi in quota.”
Una riflessione che si inserisce nel più ampio dibattito sul futuro delle aree interne e sulla necessità di mantenere vivi i territori attraverso servizi, infrastrutture e opportunità abitative adeguate. Sul fronte della qualità tecnica degli immobili e della manutenzione del patrimonio, il consigliere Giacomo Crismale sottolinea invece il valore della cura quotidiana degli edifici: “Mi concentro sul monitoraggio costante del patrimonio e sulla risposta tempestiva alle necessità manutentive. Il mio obiettivo è assicurare che la qualità tecnica degli alloggi rifletta il rispetto che l’ente ha verso chi li abita.” Un approccio che mette al centro sicurezza, decoro e attenzione concreta ai bisogni degli inquilini. A distanza di un anno e mezzo dall’avvio del mandato, il Consiglio di Amministrazione di Ater Udine conferma dunque la volontà di costruire un modello di edilizia pubblica sempre più moderno, vicino alle persone e capace di leggere le trasformazioni sociali del territorio. Una sfida che guarda al futuro dell’abitare pubblico come motore di inclusione, sostenibilità e comunità.

Nel cuore della storia del Friuli esiste una data che continua a vivere nella memoria collettiva come una ferita profonda e insieme come l’inizio di una straordinaria rinascita: il 6 maggio 1976. Una notte che cambiò per sempre il volto del territorio, spezzando vite, distruggendo case, scuole, chiese e paesi interi. Ma fu anche il momento in cui il Friuli mostrò al Paese intero la propria forza morale, la capacità di reagire e la volontà di ricostruire senza perdere la propria identità. A cinquant’anni dal terremoto, quella memoria non appartiene soltanto al passato. Vive ancora nei racconti delle famiglie, nelle piazze ricostruite pietra dopo pietra e nelle comunità che hanno scelto di restare unite. Il terremoto del Friuli è diventato molto più di un evento drammatico: è stato una prova collettiva che ha trasformato una tragedia in un modello di responsabilità, partecipazione e ricostruzione condivisa. Il cosiddetto “modello Friuli” nasce proprio da questa scelta: non abbandonare i territori colpiti e ricostruire mantenendo vivo il legame con la propria terra. Una ricostruzione non soltanto edilizia, ma profondamente umana e sociale. Le comunità non vollero semplicemente ricostruire le case; vollero ricostruire la vita, i legami e il senso di appartenenza. In questo percorso collettivo, anche Ater Udine — allora IACP — ebbe un ruolo centrale. Nei mesi successivi al sisma, il tema dell’abitare divenne immediatamente es -

senziale: restituire una casa significava restituire dignità, sicurezza e speranza. Dietro ogni intervento e ogni cantiere vi erano persone che lavoravano senza sosta per permettere alle famiglie di tornare nei propri luoghi e ricominciare.
Tecnici, amministrativi, operai e dirigenti dello IACP di Udine affrontarono quell’emergenza con senso del dovere e profonda umanità. Molti di loro vivevano personalmente il dramma del terremoto, ma nello stesso tempo erano chiamati a contribuire alla ricostruzione del territorio. È anche grazie al loro lavoro se migliaia di persone poterono ritrovare un punto fermo nel momento
più difficile. Per questo motivo, nel cinquantesimo anniversario del sisma, Ater Udine ha scelto non soltanto di commemorare, ma di costruire un vero percorso di memoria condivisa. Nasce così “Le chiavi di casa”, il programma di iniziative promosso per il 2026. Un titolo simbolico: le chiavi rappresentano infatti molto più di un’abitazione. Sono il segno del ritorno, della sicurezza ritrovata e della possibilità di ricominciare. Il percorso è iniziato il 21 aprile 2026 presso l’Atelier del Maestro Giorgio Celiberti con un evento pubblico dedicato alla memoria del terremoto. La serata inaugurale è stata aperta dal reading commemorativo “6 maggio 1976 – La notte che cambiò il cielo”, ideato all’interno di Ater Udine e affidato alle voci di colleghe e colleghi dell’ente. Il reading non è stato una semplice cronaca del terremoto, ma una restituzione collettiva della memoria, un intreccio di emozioni, immagini e testimonianze capace di riportare al centro le persone. Un omaggio rivolto a chi ha perso i propri cari, a chi ha vissuto nelle tendopoli e a tutte quelle donne e quegli uomini che operarono tra le macerie: volontari, tecnici, amministratori e cittadini comuni.
Attraverso parole e musica, il reading ha raccontato non solo la distruzione, ma soprattutto il coraggio e la solidarietà che permisero al Friuli di rialzarsi. Perché il terremoto del 1976 non ha lasciato soltanto dolore: ha generato una straordinaria esperienza collettiva di responsabilità e appartenenza che ancora oggi rappresenta un esempio riconosciuto a livello nazionale.
Ad accompagnare le iniziative del cinquantesimo anniversario sarà l’opera “Sogno che si avvera” del Maestro Giorgio Celiberti, scelta da Ater Udine come immagine simbolo dell’intero percorso commemorativo. L’opera racconta visivamente ciò che il Friuli ha vissuto dopo il terremoto: le superfici materiche richiamano le ferite lasciate dal sisma, mentre i due cuori evocano la comu -

nità e la solidarietà che hanno permesso di ripartire. Accanto agli eventi pubblici, Ater Udine ha promosso anche una raccolta di testimonianze intitolata “Le chiavi di casa”. Nei mesi scorsi sono stati raccolti racconti, fotografie e documenti provenienti da cittadini, inquilini ed ex dipendenti dello IACP di Udine. Materiali preziosi che restituiscono uno sguardo autentico sugli anni della ricostruzione. Particolarmente significativo è il coinvolgimento degli ex dipendenti dell’ente che parteciparono direttamente alle attività di emergenza e ricostruzione. Le loro testimonianze permettono di comprendere quanto il lavoro svolto allora non fosse soltanto tecnico o amministrativo, ma profondamente umano.
Tra gli appuntamenti più significativi del 2026 vi sarà anche “Dalle macerie alle case – Le mani che hanno ricostruito”, iniziativa realizzata insieme ad Ater Pordenone per rendere omaggio agli ex dipendenti protagonisti della ricostruzione post terremoto e valorizzare il ruolo delle Ater nella costruzione della casa come bene sociale. Un momento centrale del programma sarà inoltre l’incontro “Il confine che insegna”, previsto a
Venzone, luogo simbolo della rinascita friulana dopo il terremoto. La scelta di Venzone assume un valore profondamente simbolico e transfrontaliero: la città rappresenta infatti uno degli esempi più significativi di ricostruzione identitaria e culturale, capace di trasformare le macerie in un modello riconosciuto a livello internazionale. L’iniziativa metterà in dialogo Italia e Slovenia sui temi della prevenzione sismica, della gestione delle emergenze e dell’abitare nei territori montani e di confine. Il confine non sarà visto come elemento di separazione, ma come spazio di collaborazione, scambio di competenze e costruzione di una memoria condivisa. Attraverso il confronto tra istituzioni, tecnici, amministratori e comunità locali, l’evento intende valorizzare il ruolo delle aree transfrontaliere come laboratori di cooperazione europea, capaci di affrontare insieme le sfide della sicurezza territoriale, della tutela delle comunità e della ricostruzione sostenibile. In questo senso, il Friuli Venezia Giulia si conferma ponte naturale tra culture diverse e territorio capace di trasformare la propria esperienza storica in occasione di dialogo e crescita comune. Le celebrazioni si concluderanno nel novembre 2026 con il convegno nazionale “Le chiavi di casa – Friuli 1976-2026”, dedicato al tema dell’abitare pubblico e delle sfide future della ricostruzione.
Ricordare il terremoto del Friuli significa custodire una lezione civile ancora attuale. Significa comprendere che la ricostruzione non riguarda soltanto edifici e infrastrutture, ma la capacità di una comunità di restare unita, aiutarsi e guardare avanti insieme.
È questo il messaggio che Ater Udine vuole consegnare nel cinquantesimo anniversario del sisma: la casa non è soltanto un luogo fisico, ma uno spazio di vita, memoria, dignità e futuro. Cinquant’anni dopo, il Friuli continua a essere esempio di resilienza, concretezza e orgoglio

condiviso, trasformando una grande ferita in una straordinaria storia di rinascita collettiva.
C’è un’Azienda che in Friuli sta cercando di cambiare il modo di parlare di edilizia pubblica. Più vicina ai territori, più attenta alle persone, più moderna nel modo di progettare il futuro.
Ater Udine oggi si racconta attraverso due figure che lavorano fianco a fianco: la presidente Vanessa Colosetti e il direttore Lorenzo Puzzi. Lei porta la visione politica e sociale, lui quella tecnica e operativa. In mezzo, una sfida comune: trasformare l’abitare pubblico in uno strumento di qualità della vita, innovazione e comunità. Ne nasce un’intervista doppia dal ritmo veloce, concreta ma anche piena di entusiasmo.

Vanessa Colosetti
Presidente ATER Udine
Il Friuli oggi?
“Un territorio orgoglioso che chiede risposte concrete e dignità abitativa.”

Lorenzo Puzzi
Direttore ATER Udine
“Una sfida logistica: gestire un patrimonio vasto che va dalla montagna alla pianura.”
Cos’è Ater nel 2026?
“Non solo ‘mura’, ma un pilastro di coesione sociale e welfare attivo.”
“Un motore tecnico che trasforma investimenti in efficienza e sicurezza sismica.”
E il vostro rapporto di lavoro?
“Di grande sintonia: io traccio la rotta politica, lui governa la macchina.”
“Complementare: la visione legale e sociale della Presidente guida i nostri obiettivi tecnici.”
“Il Friuli è casa nostra”
Dietro i numeri e i cantieri, c’è un legame forte con il territorio. La presidente Colosetti insiste molto su questo aspetto: “Il Friuli è la nostra casa. Il mio obiettivo è far sì che Ater non sia percepita come un ente distante, ma come un alleato delle amministrazioni locali.” E aggiunge un tema centrale per il futuro della regione: “Dobbiamo presidiare anche i piccoli comuni delle comunità montane e delle Valli, contrastando lo spopolamento attraverso un’offerta abitativa moderna che rispetti l’identità del luogo.”
Dal punto di vista tecnico, il direttore Puzzi sottolinea invece la complessità del lavoro quotidiano: “Il territorio friulano è eterogeneo. Stiamo lavorando duramente sulla manutenzione del patrimonio esistente.” Ma il focus è chiaro: “La nostra priorità è l’adeguamento energetico: meno costi in bolletta per i nostri inquilini significa più ossigeno economico per le famiglie friulane.”
Superbonus e PNRR: “Una corsa contro il tempo”
Quando si parla di cantieri, l’intervista entra nel vivo. E il tono si fa orgoglioso.
“Vantiamo un bilancio estremamente positivo: abbiamo trasformato il territorio non solo esteticamente, ma funzionalmente.” E precisa: “Non si è trattato meramente di recupero ed efficientamento, ma di una vera rigenerazione strutturale.”
Il Superbonus, racconta, è stato il primo acceleratore: “Grazie agli incentivi, abbiamo riqualificato il patrimonio edilizio residenziale, abbattendo le emissioni e restituendo dignità a molti quartieri che erano fermi agli anni ’70.” Poi il passaggio decisivo: “Posso dirlo con orgoglio: 8 interventi su 8 portati a termine.”
Dal lato operativo, Puzzi racconta cosa abbia significato stare dentro quella macchina organizzativa: “È stata una corsa contro il tempo.”
E ancora: “Abbiamo gestito un volume di cantieri senza precedenti, garantendo standard qualitativi elevati nonostante le crisi dei materiali.”
Con risultati concreti: “Meno consumi per le famiglie e un valore immobiliare del territorio cresciuto mediamente del 15-20%.”
Scuole, giovani e comunità: “La sfida del cuore”
Tra i progetti più innovativi c’è quello che porta le scuole dentro il mondo ATER.
Per Vanessa Colosetti: “Questa è la sfida del cuore.” L’obiettivo è chiaro: “Dobbiamo spiegare ai ragazzi che l’edilizia sovvenzionata è un bene comune da rispettare.” E soprattutto: “Ater deve essere un hub culturale, non solo un ufficio che assegna chiavi.”
Uno sguardo al futuro
“Sogno un’Ater capace di abbattere lo stigma legato alle ‘case popolari’. Devono diventare ‘case di qualità’ dove la parola chiave è dignità.”
Anche il direttore Puzzi vede in questo percorso un valore importante: “Vedere l’interesse degli studenti per le nuove tecnologie costruttive, come il legno o il fotovoltaico, è gratificante.”
Sul fronte comunità, aggiunge: “Stiamo costruendo percorsi di partecipazione che potranno generare un nuovo senso di appartenenza.”
“Il futuro è l’innovazione digitale e la sostenibilità.” E conclude: “Stiamo digitalizzando i processi per rispondere più velocemente alle richieste di intervento.”
Un aggettivo per Ater?
“Responsabile.”
Un messaggio ai cittadini?
“Ogni giorno nuovo ci pone sfide nuove. Garantiamo il massimo impegno per farvi fronte, perseguendo il nostro primario obiettivo, il vostro diritto all’abitare.”
“Solida.”
“Lavoriamo ogni giorno per rendere le vostre case più sicure ed efficienti.”
In occasione dell’evento “Educare lo sguardo, rigenerare la città” del 20 marzo 2026 nel Quartiere
Aurora di Udine, tra i protagonisti dell’incontro dedicato ai temi della cultura, della comunità e della rigenerazione urbana vi è stato anche Ledo Prato, da anni impegnato nella riflessione sul rapporto tra città, partecipazione e bene comune.
Nel dialogo promosso dal Direttore di Ater Udine Lorenzo Puzzi e dalla Presidente dell’Ordine degli
Architetti di Udine Francesca Rizzani, Prato ha offerto una lettura profonda dei processi di trasformazione urbana, sottolineando come la rigenerazione non possa limitarsi al recupero degli spazi fisici, ma debba coinvolgere le relazioni umane, la cultura e il senso di appartenenza delle comunità. Attraverso il racconto delle esperienze maturate con Mecenate 90 e delle sfide affrontate nel corso della sua attività professionale, Prato ha richiamato il valore della sperimentazione, della responsabilità collettiva e della costruzione di città inclusive, capaci di generare partecipazione, diritti e nuove possibilità di futuro.
Ne proponiamo alcuni passaggi sotto forma di intervista.
Dottor Prato, nel suo intervento ha sottolineato che le città non cambiano soltanto attraverso l’urbanistica. Cosa intende?
“Le città non si trasformano davvero solo modi-

ficando gli spazi fisici. Cambiano profondamente quando cambiano le relazioni tra le persone, i significati dei luoghi e la cultura che li attraversa. La rigenerazione urbana non può limitarsi al recupero di edifici o piazze: occorre ricostruire il legame tra spazi e comunità, restituendo ai cittadini la possibilità di riconoscersi nei luoghi che abitano. La rigenerazione urbana deve essere anche rigenerazione umana.”
Quale ruolo assume oggi la cultura nei processi di rigenerazione urbana?
“Un ruolo fondamentale. La città non è fatta soltan-
to di infrastrutture materiali, ma anche di infrastrutture culturali e civili. La cultura contribuisce alla crescita delle persone, consolida la coesione sociale, favorisce l’esercizio dei diritti fondamentali dei cittadini e delle cittadine. Coltivare la città significa prendersene cura, accompagnarne la crescita nel tempo e assumersi una responsabilità condivisa nel governo delle trasformazioni. È un processo lungo che coinvolge istituzioni, professionisti, imprese, associazioni e cittadini.”
Nel suo libro “Cultura è cittadinanza. Esperienze Pratiche e Futuri possibili” ricorre spesso il tema della sperimentazione. Quanto è importante?
“Nella mia esperienza professionale ho cercato di innovare e sperimentare, mettendo in conto anche il fallimento. Ma sempre con l’idea che ogni esperienza potesse essere utile alle amministrazioni pubbliche e alle comunità dove abbiamo operato. Il nostro obiettivo non è costruire modelli da replicare. Siamo contro il “modellismo”. Il carattere policentrico del nostro Paese, la sua ricchezza, le sue diversità sono uno stimolo potente per generare esperienze comunitarie in relazione ai diversi contesti sociali, culturali ed economici.”
Lei ha raccontato anche le difficoltà incontrate nel portare avanti questa visione.
“Sì, perché per molti anni ci chiedevano sempre “da che parte state?”. La nostra risposta era semplice: siamo al servizio del Paese e delle istituzioni. Non c’era nulla di retorico. La vera difficoltà era far comprendere che si possono costruire progetti pensando all’interesse generale e non a logiche di appartenenza o convenienza.”
Nel suo intervento ha richiamato anche la sua formazione personale e culturale.
“La mia formazione cattolica ha certamente orientato le scelte che ho fatto, il mio modo di lavorare e di condividerne gli esiti. E la fiducia nelle persone, nel futuro è guidata dal dono gratuito

e generoso della speranza operosa. C’è una frase che mi accompagna da sempre: tutto ciò che una persona fa per il bene comune contribuisce alla costruzione di un mondo migliore, anche quello più prossimo. È un pensiero che attribuisce grande responsabilità all’agire umano e al valore delle comunità.”
Tra le esperienze più significative del suo percorso c’è Mecenate 90. Come nacque?
“L’idea nacque alla fine degli anni Ottanta insieme a Giuseppe De Rita e all’imprenditore Ovidio Jacorossi, una figura visionaria e appassionata d’arte contemporanea. Volevamo creare un luogo di confronto tra imprese, amministrazioni pubbliche e mondo della cultura. All’epoca esisteva una forte incomunicabilità tra pubblico e privato, soprattutto nel settore culturale. L’obiettivo era dimostrare che una collaborazione equilibrata e trasparente fosse possibile. Oggi possiamo dire che, nonostante il perdurare di alcune resistenze, il rapporto pubblico/privato e privato sociale è diventato pratica diffusa.”
Uno dei primi progetti fu il recupero del Palazzo delle Esposizioni di Roma.
“Sì, fu la prima esperienza italiana di partenariato pubblico-privato in ambito culturale. Il Palazzo era chiuso da dieci anni. In sei mesi riuscimmo a recuperarlo e riaprirlo con tre grandi mostre in occasione dei Mondiali di calcio del 1990. Non fu solo un intervento edilizio: nacque un nuovo modello di gestione culturale, con libreria, cinema, teatro, caffetteria e spazi aperti alla città.”
Quell’esperienza suscitò molte discussioni.
“Assolutamente sì. Oggi ci sembra normale trovare una libreria o una caffetteria in un museo, ma allora venne vista quasi come una “mercificazione della cultura”. Eppure, quell’esperienza dimostrò che rendere vivi e aperti i luoghi culturali era la strada per avvicinare le persone alla cultura, non per impoverirla. Certo non bastano i sevizi al pubblico. C’è ancora un grande lavoro da fare per assicurare l’esercizio del diritto alla cultura per tutti e per tutte.”
Guardando alle città contemporanee, quale pensa sia la sfida principale?
“La sfida è costruire comunità inclusive. Possiamo avere città bellissime dal punto di vista architettonico, ma senza relazioni, partecipazione e senso civico rischiano di essere spazi usati ma non vissuti, senza anima. Parafrasando Calvino, non esistono città felici in forma assoluta o duratura. E’ il desiderio, l’immaginazione di chi le abita che può cambiarle e renderle felici. Rigenerare le città significa creare luoghi nei quali le persone possono riconoscersi, incontrarsi e sentirsi parte di una comunità per costruire insieme futuri possibili. Non è facile perché le città sono complesse, si trasformano continuamente, sono “plastiche” ma è la sfida che ha accompagnato le città sin dalla loro nascita.”.
La collaborazione tra Ater Udine, il mondo della scuola e l’università rappresenta oggi uno degli strumenti più efficaci per costruire una nuova cultura dell’abitare, capace di unire formazione, cittadinanza e attenzione al territorio.
L’Ater di Udine opera in un contesto ampio e articolato, che attraversa città, periferie e piccoli comuni del Friuli Venezia Giulia. In questo scenario, la casa pubblica non è soltanto un edificio da amministrare, ma uno spazio sociale che richiede ascolto, progettazione e partecipazione. Per questo motivo il dialogo con scuole, enti di formazione e università assume un valore strategico: permette di avvicinare le nuove generazioni ai temi della sostenibilità, della rigenerazione urbana e del diritto all’abitare.
Negli ultimi anni sono nate collaborazioni concrete che hanno coinvolto studenti e docenti in percorsi educativi e progettuali legati ai quartieri e agli spazi pubblici.
Tra le esperienze più significative di quest’ultimo anno rientrano i progetti di stage con l’ITIS “Arturo Malignani” dedicati alla progettazione del giardino di via Eritrea. Un’attività che ha consentito agli studenti di confrontarsi con uno spazio reale, sviluppando proposte di riqualificazione e riflettendo sul valore del verde urbano come luogo di incontro e socialità. Importante anche la collaborazione con l’Istituto “Stringher” per la collaborazione durante eventi istituzionali. Un’esperienza

che ha valorizzato le competenze professionali degli studenti, creando un collegamento diretto tra formazione scolastica e attività pubblica. La Scuola primaria “San Domenico” ha partecipato al Festival dello Sviluppo Sostenibile attraverso attività dedicate ai temi dell’ambiente, della qualità dell’’abitare e della responsabilità verso il territorio, coinvolgendo i bambini in un percorso educativo sui valori della sostenibilità.
Con la Scuola secondaria di primo grado “Bellavitis” è stata realizzata una passeggiata poetica tra i murales dell’artista Simone Mestroni, capace di unire arte urbana, memoria e quartiere. Un
progetto che ha permesso agli studenti di osservare gli spazi abitativi attraverso linguaggi creativi e culturali. La collaborazione con la Scuola secondaria “Marinoni” si è sviluppata attraverso un percorso di avvicinamento all’’Ater e il “Gioco dei quartieri”, iniziativa che ha aiutato gli studenti a comprendere il funzionamento dei quartieri e dei borghi gestiti da Ater, il ruolo delle istituzioni e il significato sociale della casa pubblica.
Accanto a queste attività si inseriscono le collaborazioni con il mondo universitario, attraverso ricerche e studi dedicati ai temi dell’edilizia residenziale pubblica, della sostenibilità energetica e della rigenerazione urbana. Le università contribuiscono così a offrire strumenti di analisi e progettazione utili per leggere i cambiamenti sociali e abitativi contemporanei.
Un ruolo importante è svolto anche dal Centro di Formazione Professionale con il progetto “Le scuole in cantiere”, che avvicina gli studenti ai processi concreti di manutenzione e recupero degli edifici, facendo conoscere da vicino il valore tecnico e umano del lavoro sul patrimonio pubblico. A questo si aggiunge il laboratorio di falegnameria della Fondazione Casa dell’Immacolata di don Emilio de Roja, dove gli studenti sono stati protagonisti di un progetto davvero speciale legato al cantiere degli alloggi Ater Udine di via Eritrea. Grazie alle risorse risparmiate dall’impresa durante i lavori, sono stati acquistati i mate -
riali utilizzati dai ragazzi per creare gli scacchi, progettati dagli alunni dell’ITIS “Arturo Malignani”.
L’esperienza in corso dimostra che quando le politiche abitative incontrano la formazione, si genera valore pubblico aggiunto: si rafforzano le competenze, si alimenta la partecipazione, si costruisce una maggiore consapevolezza del ruolo delle istituzioni. In altre parole, si lavora non solo sulle case, ma sulle persone e sulle comunità.
Per Ater Udine la casa non rappresenta soltanto una risposta abitativa, ma un luogo di relazioni, crescita e inclusione. Coinvolgere il sistema educativo significa quindi investire nel futuro delle comunità, costruendo una visione condivisa dell’abitare come bene collettivo e progetto di futuro.
Quando si parla di edilizia residenziale pubblica, spesso si pensa soprattutto agli alloggi e alla risposta ai bisogni abitativi delle famiglie. Ma il ruolo di Ater Udine va ben oltre la gestione delle case: ogni investimento, ogni manutenzione, ogni servizio attivato produce infatti effetti concreti anche sull’economia locale, sostenendo imprese, lavoro e sviluppo del territorio.
I dati del 2025 raccontano con chiarezza questa dimensione. Nel corso dell’anno Ater Udine ha generato una spesa per forniture e servizi pari a oltre 13,2 milioni di euro, confermando non solo la capacità operativa dell’Azienda, ma anche il suo forte radicamento nel contesto regionale.
L’aspetto più significativo riguarda proprio la destinazione di queste risorse: l’84% della spesa resta in Friuli Venezia Giulia, per un valore superiore agli 11 milioni di euro. Una quota molto alta, che testimonia la scelta concreta di valorizzare il tessuto economico locale, privilegiando imprese e fornitori del territorio.
È un dato che assume un significato importante soprattutto in una fase economica ancora complessa, nella quale sostenere le attività locali significa contribuire alla stabilità occupazionale, alla crescita delle competenze e alla tenuta delle filiere produttive regionali.
Il modello di Ater Udine si fonda infatti su una rete consolidata di collaborazioni con aziende del territorio, capaci di rispondere in modo ef-

ficace alle esigenze legate alla manutenzione, alla riqualificazione e alla gestione del patrimonio abitativo. La quota destinata a fornitori del Triveneto si attesta all’11%, mentre il ricorso ad aziende del resto del Nord Italia è limitato al 3%. Residuale, invece, la spesa verso il Centro-Sud. Questi numeri raccontano una scelta precisa: mantenere il più possibile sul territorio il valore generato dalla spesa pubblica. Una strategia che non riguarda soltanto l’efficienza gestionale, ma che rappresenta anche una forma concreta di responsabilità sociale ed economica.
Ater Udine, del resto, opera su una scala ampia
e articolata. Con il suo patrimonio immobiliare, l’Azienda rappresenta oggi uno dei principali presìdi pubblici del territorio regionale. Una presenza capillare che richiede interventi continui, manutenzioni, servizi tecnici e investimenti, attivando ogni anno un sistema economico diffuso che coinvolge imprese, professionisti e operatori locali. In questo senso, il patrimonio abitativo pubblico non è soltanto una risposta al bisogno di casa, ma diventa anche uno strumento di sviluppo territoriale. Ogni intervento di manutenzione o riqualificazione genera infatti ricadute positive sull’economia locale, creando lavoro e contribuendo alla vitalità delle comunità. Particolarmente rilevante è anche il tema della riqualificazione del patrimonio esistente. Una parte consistente degli edifici gestiti da Ater Udine è stata costruita tra gli anni Settanta e Novanta, e richiede oggi interventi sempre più orientati all’efficienza energetica, alla sostenibilità ambientale e al miglioramento della qualità dell’abitare. Anche sotto questo profilo, gli investimenti dell’Azienda producono effetti che vanno oltre la dimensione abitativa, sostenendo innovazione, edilizia specializzata e nuove competenze professionali. Il quadro che emerge è quello di un’Azienda pubblica profondamente integrata nel territorio, capace non solo di garantire un servizio essenziale come la casa, ma anche di generare valore economico e sociale diffuso. Una realtà
che, attraverso scelte orientate alla prossimità e alla sostenibilità, continua a rappresentare un punto di riferimento per le comunità locali e per l’intero sistema regionale.
Nel lavoro quotidiano di Ater Udine c’è un elemento che i numeri non raccontano mai fino in fondo: le persone. Quelle che abitano gli alloggi, ma anche quelle che ogni giorno li fanno funzionare, li mantengono, li gestiscono e li rendono possibili. La casa pubblica non è soltanto un patrimonio immobiliare. È una rete viva di relazioni, competenze e responsabilità che tiene insieme utenza, struttura tecnica, amministrazione e operai. È lì, dentro questo lavoro quotidiano spesso invisibile, che si costruisce il significato più profondo dell’abitare pubblico.

Qui si gestiscono bandi, graduatorie, contratti, dati reddituali, volture, ospitalità e servizi agli inquilini. Negli ultimi anni la digitalizzazione ha semplificato molte procedure, con servizi online e acquisizione automatica dei dati ISEE che hanno reso il sistema più accessibile e vicino alle persone. Ma dietro ogni pratica resta sempre una storia umana: una famiglia che cerca stabilità, un anziano che ha bisogno di sicurezza, una persona che chiede una risposta concreta.
Dietro ogni edificio c’è un lavoro continuo fatto di manutenzioni, controlli, cantieri e interventi sul territorio. Impianti, coperture, serramenti, reti idrauliche ed elettriche richiedono attenzione quotidiana e capacità di intervenire rapidamente nelle emergenze. È un lavoro spesso poco visibile, ma fondamentale per garantire qualità dell’abitare e sicurezza agli inquilini. Qui la tecnica non è soltanto competenza: è responsabilità pubblica e cura concreta del patrimonio collettivo.

Direzione, segreteria, ragioneria, personale, controllo di gestione, Ced, ufficio legale, appalti, affidamenti e gestione del patrimonio rappresentano il motore organizzativo che tiene insieme l’intera struttura. È il lavoro silenzioso che permette ai servizi di funzionare ogni giorno, coordinando procedure, risorse e attività indispensabili per garantire efficienza e continuità operativa.


Gli operai rappresentano il volto più diretto della presenza di Ater sul territorio.
Sono le persone che intervengono nelle case quando qualcosa si rompe, che affrontano emergenze e ripristinano sicurezza e funzionalità insieme ai colleghi del pronto intervento.
Nel 2025 il servizio ha garantito migliaia di interventi con reperibilità attiva 24 ore su 24.
Dietro questi numeri c’è una realtà semplice e concreta: Ater Udine non si ferma mai.
Gli operai non sono soltanto esecutori di lavori, ma parte essenziale di una funzione pubblica che ogni giorno garantisce case sicure, dignitose e vivibili.
Guardando insieme queste realtà emerge un’unica immagine: quella di un sistema umano prima ancora che organizzativo. La casa pubblica non è mai soltanto un edificio. È un intreccio di vite, competenze e responsabilità che si incontrano ogni giorno per uno stesso obiettivo: garantire il diritto all’abitare. Dietro ogni casa, davvero, ci sono persone.
Focus PIANO CASA 2026
Il Consiglio dei ministri che si è riunito giovedì 30 aprile 2026 ha approvato un pacchetto di misure per contrastare l’emergenza abitativa che definiscono il nuovo Piano Casa, volto ad incrementare l’offerta di alloggi attraverso un programma di riqualificazione del patrimonio pubblico di edilizia residenziale pubblica (ERP) e sovvenzionata e un pacchetto di interventi per promuovere l’edilizia integrata. L’obiettivo dell’intervento è rendere disponibili, complessivamente, circa centomila alloggi in dieci anni.
Le misure previste dal decreto-legge poggiano su tre pilastri. Il primo pilastro prevede un programma straordinario di interventi per il recupero e la manutenzione del patrimonio attuale di edilizia residenziale pubblica e sovvenzionata. L’obiettivo del programma è recuperare e rendere disponibili circa 60 mila alloggi popolari , ora non assegnabili perché in condizioni non adeguate e che richiedono interventi di ristrutturazione e rifacimento degli impianti essenziali.
Per l’attuazione di tali interventi si prevede un pacchetto di semplificazioni e la nomina di un Commissario straordinario che dovrà attuare il piano di recupero e manutenzione, dopo aver definito gli interventi insieme agli Enti che gestiscono gli alloggi popolari. Inoltre, si realizzerà un programma di riscatto di immobili ERP da parte degli assegnatari e la realizzazione di nuove case popolari, senza consumo di suolo, per la lo -

cazione a lunga durata con la facoltà di riscatto predefinita
Il secondo pilastro del Piano prevede la concentrazione, in un apposito strumento finanziario gestito da INVIMIT SGR, delle risorse di derivazione europea e nazionale che sono oggi destinate all’housing sociale e all’emergenza abitativa nei vari livelli di governo. Nell’ambito del Fondo di investimento verranno creati comparti specifici dedicati a ciascuna Regione o Provincia autonoma, in modo da garantire che le risorse vengano utilizzate per le esigenze specifiche del territorio di riferimento. Complessivamente, le risorse
pubbliche messe a disposizione dell’intervento sono pari a oltre dieci miliardi di euro.
Il terzo pilastro crea le condizioni per attivare gli investimenti privati nell’attuazione del Piano Casa, con l’obiettivo prioritario di costruire alloggi da affittare o vendere ai cittadini a prezzi calmierati. Si introducono quindi semplificazioni burocratiche e procedure rapide per gli investitori e si prevede, tra l’altro, per gli investimenti superiori al miliardo di euro, l a nomina di un Commissario straordinario che dovrà rilasciare un provvedimento unico di autorizzazione. A fronte di tali semplificazioni, il privato dovrà in cambio garantire, su 100 alloggi realizzati, almeno 70 alloggi in edilizia convenzionata, da vendere o affittare a un prezzo scontato di almeno il 33% rispetto a quello di mercato. Le procedure semplificate e accelerate saranno applicate esclusivamente alla quota di alloggi di edilizia integrata , mentre sulla restante quota si continuerà ad applicare la disciplina ordinaria.
Il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente Giorgia Meloni e del Ministro della giustizia Carlo Nordio, ha approvato un disegno di legge con dichiarazione d’urgenza volto a introdurre disposizioni in materia di rilascio degli immobili. Il provvedimento introduce misure per rendere più efficace e più rapida la liberazione degli immobili occupati abusivamente, compresi i casi di scadenza del contratto di affitto o di morosità
dell’affittuario. Si interviene sulle procedure di notifica e di esecuzione dello sfratto, con una riduzione dei tempi per le esecuzioni e con l’introduzione di una procedura d’urgenza che prevede l’emissione di un decreto di rilascio dell’immobile entro 15 giorni dal ricorso. È prevista anche una penale per il ritardo pari all’1% del canone mensile per ogni giorno di occupazione oltre il termine fissato dal giudice.
Focus PIANO CASA 2026
Semplificare le relazioni tra i Comuni e le Aziende associate a Federcasa, in particolare su iniziative di valorizzazione e gestione del patrimonio pubblico destinato all’edilizia residenziale pubblica e sociale, ma anche studiare misure ed azioni comuni, da sottoporre soprattutto a Governo e Parlamento, per contrastare i fenomeni di degrado e tensione sociale sviluppando l’edilizia sociale pubblica. Questi alcuni degli ambiti di collaborazione previsti dal protocollo intesa stipulato dai presidenti di Anci Gaetano Manfredi di Federcasa Marco Buttieri.
L’accordo prevede anche una collaborazione per definire ipotesi risolutive, progetti, soluzioni condivise in merito alle principali criticità del comparto delle case popolari destinate alle fasce più deboli della popolazione, anche in riferimento alle opportunità di sostegni europei, nazionali e regionali. Anci e Federcasa, inoltre, si impegnano ad approfondire il tema delle politiche per l’abitare, con particolare riguardo al Social Housing, alla sicurezza, manutenzione ed adeguamento funzionale, all’efficientamento del patrimonio edilizio, nonché all’attuazione del Piano Casa, alla pianificazione urbanistica della rigenerazione urbana per l’aumento degli alloggi pubblici, del patrimonio pubblico destinato all’edilizia residenziale pubblica e a quella sociale.
“La casa è il fulcro della dignità umana, il fondamento della stabilità sociale e il punto di par-

tenza per la realizzazione personale e collettiva. Garantire un alloggio adeguato e sicuro per tutti i cittadini è un imperativo etico, sociale ed economico che non possiamo ignorare” sono le parole del presidente di Anci, Gaetano Manfredi, che aggiunge: “La grande emergenza abitativa che viviamo in Italia ci impone di perseguire azioni e politiche integrate per dare una risposta concreta alle esigenze di tutti coloro che faticano a trovare soluzioni abitative sul libero mercato, promuovendo al contempo la coesione sociale e la rigenerazione urbana”. “La collaborazione con Federcasa va in questa direzione: investimenti mirati e
creazione di modelli abitativi accessibili, inclusivi e sostenibili. Affrontare questo tema per noi sindaci è priorità ineludibile” conclude Manfredi. “Siamo riusciti nell’intento di porre all’attenzione dell’agenda politica il tema della Casa in Europa, con il nuovo Commissario e la Commissione speciale sulla crisi abitativa, e in Italia, con il Piano Casa in prossima discussione e le risorse del PNRR destinate come mai finora alla riqualificazione del patrimonio edilizio pubblico” afferma il presidente Federcasa Marco Buttieri, che aggiunge “ I nostri inquilini sono la nostra vera priorità e per garantire loro un’abitazione che costituisca una vera casa a misura d’uomo, dove poter vivere con dignità, lavoreremo in sinergia con i Comuni italiani per reperire risorse da investire e ridurre soprattutto il peso dei costi della gestione ordinaria sull’economia familiare. Solo così potremo dire di aver svolto in modo pieno il nostro ruolo di Aziende al servizio della Comunità”
Focus PIANO CASA 2026
La Confedilizia esprime una valutazione positiva del Piano Casa varato dal Governo, ritenendolo un intervento organico e realistico capace di affrontare il tema dell’abitare nella sua complessità. I provvedimenti intervengono infatti su più fronti: il recupero del patrimonio di edilizia residenziale pubblica oggi inutilizzato, la promozione di programmi integrati pubblico-privati destinati a chi non riesce ad accedere alle case popolari e il rilancio del mercato dell’affitto attraverso maggiori garanzie per i proprietari. Particolarmente apprezzata è la scelta di destinare risorse alla riqualificazione degli alloggi pubblici oggi inagibili a causa di gravi carenze manutentive. Si tratta di un intervento necessario e non più rinviabile, considerato il paradosso di migliaia di famiglie in graduatoria per una casa popolare mentre un numero elevato di immobili resta inutilizzato. A questo si aggiunge il tema delle occupazioni abusive degli alloggi pubblici, fenomeno che richiede risposte rapide ed efficaci per restituire gli immobili a chi ne ha effettivamente diritto.
La Confedilizia valuta positivamente anche il coinvolgimento degli investimenti privati nei programmi di edilizia convenzionata.
La possibilità di destinare una quota degli interventi al mercato libero e la previsione di procedure amministrative semplificate rappresentano strumenti concreti per attrarre capitali, italiani e

internazionali, e favorire nuovi interventi abitativi. Sul fronte delle locazioni, il Piano Casa e il collegato intervento sugli sfratti rappresentano un segnale importante per ristabilire fiducia nel mercato dell’affitto. La riduzione dei tempi e la maggiore certezza delle procedure di rilascio degli immobili possono contribuire ad aumentare l’offerta abitativa e, conseguentemente, a favorire un contenimento dei canoni. Le modifiche al sistema delle esecuzioni, comprese le nuove possibilità di affidamento a soggetti specializzati, vanno nella direzione di rendere più efficiente un settore oggi fortemente penalizzato da lentezze e carenze or-
ganizzative. Resta tuttavia necessario accompagnare queste misure con interventi di carattere fiscale. In particolare, la Confedilizia ritiene prioritario prevedere l’azzeramento dell’Imu per gli immobili locati a canone concordato e rafforzare progressivamente i fondi destinati al sostegno degli inquilini. Solo attraverso un equilibrio tra incentivi ai proprietari, tutela delle famiglie e maggiore efficienza amministrativa sarà possibile affrontare in modo strutturale la tensione abitativa e rilanciare il mercato della locazione.
Marco Granelli Presidente CONFARTIGIANATO
Il Piano Casa Italia, varato con il D.L. 66/2026, rappresenta una straordinaria occasione per affrontare in modo strutturale al disagio abitativo e, allo stesso tempo, per riportare al centro il valore sociale della casa e della comunità. È evidente, dunque, che oggi parlare di politiche abitative significa affrontare non soltanto un tema edilizio, ma una questione complessa che coinvolge i temi della coesione sociale, l’equilibrio territoriale, la sostenibilità economica delle famiglie e il futuro stesso delle città e delle comunità locali. Una sfida che richiede, necessariamente, risorse certe e un quadro normativo stabile. Il mercato immobiliare, la sostenibilità economica delle famiglie, la disponibilità di alloggi accessibili, la rigenerazione urbana, la transizione energetica degli edifici e, più in generale, la tenuta sociale dei territori sono elementi sempre più interconnessi, che impongono un approccio integrato e di lungo periodo. In questo contesto, come organizzazione di rappresentanza, caratterizzata da una presenza capillare su tutto il territorio nazionale e portatrice degli interessi di migliaia di artigiani e piccole imprese, riteniamo fondamentale che gli interventi previsti dal Piano Casa siano progettati e strutturati in modo da garantire condizioni che consentano una reale partecipazione anche alle micro e piccole imprese, specialmente quelle radicate nei territori. Ciò in controtendenza rispetto alle precedenti misure, spesso basate su requisi-
ti dimensionali e modalità di affidamento tali da favorire prevalentemente i grandi operatori economici. Per gli amministratori degli Enti gestori, questo scenario rappresenta certamente un impegno rilevante, ma apre al tempo stesso alla possibilità di una programmazione e progettazione degli interventi di manutenzione più efficaci, capaci di attivare filiere locali come elemento strategico per migliorare l’efficienza degli interventi e incidere positivamente sulla qualità e vivibilità degli alloggi. Del resto, la riqualificazione di circa 60.000 alloggi popolari oggi inutilizzabili per carenze manutentive e impiantistiche richiede una forza lavoro diffusa, qualificata e profondamente radicata nei contesti territoriali. È in questa prospettiva che noi parliamo di interventi a “Km 0”, perché le imprese artigiane sono diffuse nei quartieri e nelle periferie e possono garantire qualità, rapidità di intervento, continuità operativa e una conoscenza diretta del patrimonio edilizio. Accanto alle risorse finanziarie, dunque è indispensabile valorizzare “il sapere delle mani” e la flessibilità operativa delle imprese: elementi che rappresentano una condizione essenziale per il successo degli interventi. Come Confartigianato Imprese, ci presentiamo sia con imprese in grado di gestire autonomamente gli appalti, sia attraverso consorzi e reti di impresa capaci di operare in ambiti complessi, garantendo una vasta gamma di competenze e specializzazioni (impiantistica,
efficientamento energetico, adeguamenti normativi, opere murarie, serramenti, impermeabilizzazioni). Il tutto con il vantaggio di squadre agili e flessibili, capaci di adattarsi a contesti articolati e di intervenire anche su singole unità abitative. La sfida, dunque, è costruire un modello di collaborazione più evoluto tra amministrazioni e sistema produttivo. In questa direzione, appare strategico promuovere accordi quadro pluriennali per la manutenzione e le micro-riqualificazioni, affiancati dalla creazione di albi fornitori fondati su criteri di competenza, regolarità amministrativa, rispetto dei contratti collettivi nazionali sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative a livello nazionale, affidabilità e capacità di gestione di cantieri diffusi. Allo stesso tempo, è fondamentale rafforzare il principio della suddivisione degli appalti in lotti funzionali e prestazionali, che dovrebbe rappresentare la modalità ordinaria di affidamento dei lavori. La mancata suddivisione, al contrario, dovrebbe costituire un’eccezione puntualmente motivata. Nei partenariati pubblico-privati, inoltre, sarebbe opportuno limitare il subappalto a cascata, salvo per le opere super-specialistiche. Il contributo delle imprese artigiane, grazie alla loro capacità di offrire interventi puntuali e su misura, è determinante per realizzare abitazioni più sicure, efficienti e dignitose, soprattutto a beneficio delle fasce più vulnerabili della popolazione.
Parallelamente, emerge con forza anche il tema della corretta attribuzione degli alloggi e della necessità di una ricognizione accurata sul loro effettivo utilizzo, affinché le politiche abitative possano rispondere in modo mirato alle esigenze delle persone realmente in difficoltà o di chi necessita di soluzioni temporanee in un percorso di integrazione e stabilizzazione sociale e lavorativa. Il Piano Casa, dunque, non rappresenta soltanto un’opportunità di recupero straordinario del patrimonio esistente, ma una leva strategica per garantirne la qualità e la durabilità nel tempo. In questo senso, la manutenzione programmata, affidata a imprese artigiane qualificate, si configura come lo strumento più efficace per prevenire nuovi fenomeni di degrado.
Per rispondere alle esigenze di sicurezza, salubrità, inclusione, democrazia energetica e qualità dell’abitare, è necessario che il Piano Casa diventi anche un’occasione per consolidare un rapporto virtuoso tra amministrazioni pubbliche e sistema dell’artigianato e piccola impresa.
Un’alleanza basata su competenza, prossimità territoriale e capacità di garantire interventi continui e di qualità, elementi indispensabili per accompagnare in modo concreto e duraturo la rigenerazione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica
Focus PIANO CASA 2026
Stefano Chiappelli
Segretario Generale SUNIA
Dopo mesi di annunci, il Governo ha finalmente presentato il proprio Piano Casa attraverso un decreto-legge che, nelle intenzioni dichiarate, dovrebbe affrontare l’emergenza abitativa del Paese: oltre 350 mila domande inevase di casa popolare, circa 100 mila alloggi di edilizia pubblica non abitabili, canoni di locazione ormai insostenibili per salari bassi e medi, una fascia crescente di cittadini troppo “ricchi” per accedere all’edilizia popolare ma troppo poveri per sostenere il mercato privato.
Il Governo annuncia la realizzazione di 100 mila alloggi in dieci anni, il recupero di 60 mila alloggi pubblici sfitti, incentivi all’acquisto e alla locazione a canoni ridotti del 30%, la costituzione di un fondo per la morosità incolpevole e procedure straordinarie per accelerare gli interventi edilizi finanziati da fondi privati, Cassa Depositi e Prestiti ed enti previdenziali. Ma leggendo concretamente il testo del decreto emergono profonde contraddizioni. Le risorse stanziate per il recupero degli alloggi ERP risultano insufficienti. I finanziamenti previsti, distribuiti nell’arco di cinque anni che consentiranno realisticamente il recupero di meno di 30 mila alloggi, mentre nel Paese gli alloggi pubblici sfitti sono circa 100 mila e il numero è in continuo aumento e degrado. Si vende il patrimonio ERP a prezzo di mercato i cui eventuali proventi dovranno innanzitutto servire a ripianare i deficit degli enti gesto -
ri e le eventuali eccedenze saranno destinate al fondo per l’ammortamento del debito pubblico. Si tratta di una scelta profondamente sbagliata. Si dimentica che oltre il 60% degli assegnatari è pensionato, che resta vigente la legge 560/93 e che il Governo non ha mai attuato l’articolo 3 della legge 80/2014. Si ignora inoltre che le Regioni mantengono precise competenze in materia abitativa. Altro che aumento del patrimonio pubblico: si riduce ulteriormente l’edilizia sociale, si indebitano le famiglie e si continua ad alimentare il degrado dei quartieri popolari.
Anche il nuovo fondo per la morosità incolpevole destinato agli assegnatari ERP presenta elementi fortemente critici. Le risorse previste - 22 milioni per il 2026 e appena 2 milioni per il 2027 - verranno sottratte al fondo nazionale per il sostegno all’affitto destinato agli inquilini del mercato privato. Inoltre, il fondo dovrà essere alimentato anche da quote dei canoni ERP.
Ciò significa ridurre ulteriormente gli aiuti alle famiglie già schiacciate dall’aumento degli affitti e, allo stesso tempo, sottrae risorse alla manutenzione del patrimonio pubblico ed inevitabilmente spinge le Regioni ad aumentare i canoni di locazione producendo nuova morosità sociale. Sul piano istituzionale si nominano due commissari straordinari per due anni con risorse certe per la loro retribuzione e poteri speciali e derogatori rispetto alla pianificazione urbanistica comu -
nale e regionale. Si centralizzano le decisioni e si svuotano di funzioni Comuni e Regioni.
Inoltre, non è chiaro se gli interventi sono programmati nell’arco di dieci anni chi gestirà concretamente le opere dopo il termine del commissariamento.
Il Governo affida il finanziamento della realizzazione degli alloggi a fondi immobiliari privati partecipati da Cassa Depositi e Prestiti, prevedendo immobili da vendere o affittare a prezzi ridotti del 30% rispetto al mercato. Ma il problema reale resta il salario del lavoratore è l’impossibilità di poter accedere ad un mutuo. Con un reddito netto di euro 1800 mensili si ha la capienza per un mutuo trentennale di 170 mila euro ed una rata mensile di circa 700 euro.
Ci facciamo una domanda a quanto si vende l’alloggio o a quale canone si intende locare?
È legittimo chiedersi a chi sia realmente rivolto questo Piano Casa. Non alle famiglie in difficoltà, non ai giovani, non ai lavoratori precari, non ai genitori separati. Questo provvedimento sembra piuttosto orientato a favorire la speculazione edilizia, la dismissione del patrimonio pubblico e nuove forme di indebitamento delle famiglie.
Dal Piano Casa ci saremmo aspettati interventi strutturali completamente diversi: il rifinanziamento del fondo sostegno affitti, una riforma del sistema delle locazioni private, interventi fiscali per favorire l’immissione sul mercato degli alloggi
sfitti, una legge quadro di riforma dell’edilizia residenziale pubblica e soprattutto un confronto reale con le organizzazioni sindacali degli inquilini. Al contrario, ancora una volta il Governo sceglie di destinare risorse a fondi e operatori privati, marginalizzando gli enti pubblici ex IACP che possiedono invece competenze, strumenti ed esperienza per realizzare e recuperare alloggi destinati alla locazione stabile e sociale.
Sull’onda dell’emergenza si interviene ancora in deroga alla pianificazione urbanistica per incentivare interventi privati orientati alla vendita, mentre si indebolisce progressivamente il ruolo pubblico nelle politiche abitative.
Le amministrazioni locali vengono lasciate senza strumenti adeguati per sostenere interventi sociali e politiche efficaci per il diritto alla casa.
Il paese ha bisogno di una politica abitativa pubblica, strutturale e orientata alla locazione sociale sostenibile.
Focus PIANO CASA 2026
Gaetano Vassallo
Segretario Nazionale Assocasa
Il Piano casa varato dal governo con DL n. 66 del 7 maggio 2026 è stato accolto da più parti come tifoserie durante una partita di calcio con chi plaudeva, senza se e senza ma, all’operato del Governo e chi invece, strumentalmente, contestava in toto l’apparato del decreto-legge con le più svariate motivazioni; noi come Assocasa riteniamo che, come la maggior parte dei provvedimenti legislativi, anche il piano ha aspetti positivi ed aspetti quanto meno discutibili o inefficaci. Sicuramente è da apprezzare la volontà del Governo di porre il problema casa strategico per i cittadini, bisognevoli di interventi strutturali risolvibili solo con interventi statali e con introduzione di pacchetti strategici per contrastare l’emergenza abitativa in Italia. I dati richiamati nello stesso dossier parlamentare allegato al decreto raccontano di una situazione estremamente grave con centinaia di migliaia di famiglie che sono in graduatoria e attendono una casa popolare, migliaia di sfratti ogni anno, un numero enorme di alloggi pubblici inutilizzabili per mancanza di manutenzione e una crescente difficoltà di accesso al mercato privato della locazione. In questo contesto, il Piano Casa rappresenta sicuramente un segnale politico importante dopo anni nei quali il tema dell’abitare è stato sostanzialmente marginalizzato, quando non ignorato o peggio ancora utilizzato solo come tema da campagna elettorale.

Alcuni si aspettavano con il dl 66/26 un nuovo Piano INA CASA (entrambi condividono l’emergenza abitativa) senza tener conto del contesto storico, delle modalità di attuazione e degli strumenti finanziari disponibili.
Il DL 66/26 si pone principalmente tre obiettivi: il primo è quello del recupero del Patrimonio Pubblico senza consumo di nuovo suolo, il secondo potremmo identificarlo come social housing unificato con interventi di privati con riserva di edilizia convenzionata e gestione diretta di Invimit che dovrebbe coordinare le risorse Europee e nazionali; terzo ed ultimo obiettivo sono i program -
mi infrastrutturali di edilizia integrata con privati che prevedono una riserva di almeno il 70% delle nuove costruzioni destinato a prime case, residenze per studenti fuori sede o alloggi per lavoratori privati a prezzi calmierati.
Per il raggiungimento dei predetti tre obiettivi il governo ha giustamente pensato di attuare una serie di ulteriori interventi, previsti all’interno del decreto per semplificare ed accellerare le procedure e quindi ha previsto:
. un Commissario Straordinario a cui affidare ruoli di coordinamento politico amministrativo ed i cui poteri straordinari possono arrivare a derogare alle vigenti normative (salvo quelle antimafia, quelle del codice dei beni culturali e quelle di diritto penale);
. una cabina di monitoraggio degli interventi presieduta dal Presidente del Consiglio dei ministri o dal Ministro delle Infrastrutture o da un suo delegato e completata con la presenza dell’Autorità politica delegata in materia di politiche di coesione, del Commissario straordinario, dei Sindaci dei Comuni e Presidenti delle Regioni interessate dagli interventi ed infine dai rappresentanti delle Associazioni rappresentative degli enti di Edilizia Residenziale Pubblica e sovvenzionata; Sempre nel piano è giustamente normata una accellerazione delle procedure che prevede:
. per gli interventi di ristrutturazione urbanistica, edilizia, di demolizione e ricostruzione l’utilizzo
della SCIA e quindi non più Permesso a Costruire;
. facilitazioni sul cambio di destinazione d’uso degli immobili;
. riduzione a 30 giorni o al massimo 40 giorni per concludere le conferenze di servizi;
. silenzio assenso per le amministrazioni che non si esprimono nei termini previsti o che formulano dissensi non motivati o estranei all’oggetto della conferenza.
Condivisibile appare inoltre il tentativo di collegare le politiche abitative alla rigenerazione urbana e al recupero di immobili pubblici inutilizzati, superando una visione meramente emergenziale dell’edilizia popolare.
Detto tutto quanto sopra e preso atto della buona volontà del Governo ad una soluzione integrata del problema emergenza abitativa, non possiamo sottacere che in realtà esistono problemi di non poco conto nell’attuazione del programma delineato dal DL ed in particolare:
. le somme stanziate appaiono ancora insufficienti rispetto alla dimensione del disagio abitativo nazionale, ai costi attuali delle ristrutturazioni e alla necessità di incrementare realmente il patrimonio pubblico disponibile, per cui Il rischio concreto è quello di realizzare interventi importanti ma limitati, incapaci di incidere in maniera strutturale sull’emergenza casa, sollevando quindi qualche perplessità sulla reale sostenibilità economica del piano;
. molte delle misure innovative ed importanti sono subordinate all’emanazione di decreti ministeriali attuativi, non ancora emessi e questo con aggravio sui reali tempi di sblocco dei progetti;
. possibili conflitti istituzionali o ricorsi da parte delle Regioni che potrebbero vedersi scavalcare sulle competenze urbanistiche accusando il governo centrale di marginalizzarle;
. una criticità che Assocasa considera particolarmente grave è l’assenza di un rifinanziamento strutturale del Fondo sostegno affitti e delle misure contro la morosità incolpevole. Vero che nel piano sono stati appostati 22.000.000 euro per far fronte alla morosità incolpevole ma oggi milioni di famiglie vivono nel mercato privato della locazione e continuano a subire aumenti dei canoni, precarietà lavorativa e crescenti difficoltà economiche. Senza un sostegno concreto e strutturato nel tempo agli inquilini del mercato privato oltre che a quelli di ERP, nessun Piano Casa potrà realmente affrontare il disagio abitativo nel suo complesso;
. il decreto interviene sulle risorse ma non affronta in maniera sufficiente il tema della gestione dell’Edilizia Pubblica Residenziale; restano irrisolti i problemi storici degli enti gestori: ritardi nelle assegnazioni, carenza di manutenzione programmata, inefficienze burocratiche e tempi amministrativi incompatibili con l’emergenza sociale. Senza una riforma organizzativa profonda degli enti che gestiscono il patrimonio ERP e che, allo stato, operano solo sulla base dei trasferimenti da parte degli enti proprietari ma incapaci di recuperare risorse aggiuntive sul mercato, esiste il rischio concreto che gli immobili recuperati tornino rapidamente in condizioni di degrado; . scarsa attenzione alla dimensione complessiva dei quartieri popolari perchè riqualificare gli edifici è certamente importante, ma non basta, servono parallelamente interventi sui servizi, sulla sicurezza, sui trasporti, sulla manutenzione ur-
bana e sui presidi sociali e sanitari. Rigenerare le case senza rigenerare i quartieri rischia di produrre risultati solo parziali e temporanei. Per questo riteniamo che sarebbe utile integrare il Piano casa con i Contratti di Quartiere che hanno rappresentato, in molte realtà italiane, esperienze positive di riqualificazione urbana integrata, capaci di intervenire non solo sugli edifici ma anche sul tessuto sociale dei quartieri popolari. I contratti di quartiere, attraverso il coinvolgimento diretto di Comuni, associazioni e cittadini, hanno consentito il recupero di alloggi, spazi pubblici e servizi, favorendo inclusione sociale e qualità della vita; pur con limiti e ritardi attuativi, hanno dimostrato che le politiche abitative funzionano davvero quando rigenerazione urbana e intervento sociale procedono insieme.
• Azzardato pensare ad una destinazione diversa da quella del riutilizzo da parte degli Enti proprietari dei fondi ricavati dal riscatto degli alloggi di Edilizia Pubblica Residenziale esistenti. (vedi art. 5 DL 66 / 26).
Per quanto predetto come sindacato Assocasa valutiamo, in generale, positivamente il piano nel suo complesso ed:
. apprezziamo la scelta di concentrare una parte significativa degli interventi sul recupero degli alloggi ERP attualmente sfitti e non assegnabili; scelta condivisibile sia dal punto di vista sociale che urbanistico, perché consente di recuperare patrimonio esistente senza ulteriore consumo di suolo e, soprattutto, permette di dare risposte più rapide alle famiglie in attesa di assegnazione.
. apprezziamo anche il tentativo di affrontare il problema della cosiddetta “fascia grigia”, cioè quella parte crescente della popolazione che non possiede i requisiti per accedere all’edilizia residenziale pubblica ma che, allo stesso tempo, non riesce più a sostenere i costi del libero mercato.
L’introduzione di strumenti di edilizia sociale, canoni calmierati e formule di housing sociale costi-
tuisce un passaggio importante che riconosce un disagio sociale ormai diffuso anche tra lavoratori, giovani coppie, studenti e famiglie monoreddito. Riteniamo però doveroso rappresentare la necessità che il Piano venga rafforzato attraverso un incremento stabile delle risorse pubbliche destinate all’abitare, il rifinanziamento permanente del Fondo affitti, una vera riforma degli enti gestori dell’edilizia pubblica, la semplificazione delle procedure di assegnazione e un maggiore coinvolgimento delle Organizzazioni Sindacali e delle realtà sociali presenti sui territori.
In conclusione, il Piano Casa 2026 rappresenta certamente un passo avanti rispetto al vuoto di politiche abitative registrato negli ultimi anni ma non può essere ancora considerato una riforma strutturale del diritto all’abitare, siamo comunque certi che il Governo, una volta affrontato seriamente il problema emergenza abitativa con il proprio Decreto Legge, saprà ben superare le possibili perplessità legate alla effettiva messa in campo di tutte le risorse finanziarie necessarie superando con i decreti attuativi tutte le eventuali difficoltà che si andranno a riscontrare nell’attuazione del piano.
Per Assocasa la casa deve tornare ad essere un diritto sociale fondamentale e non una semplice variabile di mercato. Per questo continueremo a promuovere il confronto istituzionale e sociale affinché il Piano possa essere migliorato e reso realmente capace di rispondere ai bisogni delle famiglie italiane
Focus PIANO CASA 2026
Il governo Meloni, con qualche ritardo, ha finalmente varato il Piano Casa. Un piano che si propone di mettere sul mercato degli alloggi per le famiglie più deboli almeno 100.000 alloggi in dieci anni. Recuperando almeno 60.000 alloggi di Edilizia Residenziale Pubblica e realizzando ex novo 40.000 alloggi di nuova costruzione per un importo totale di 10 miliardi di € in 10 anni.
Una proposta che prevede anche il coinvolgimento dei soggetti privati per la realizzazione di questi nuovi alloggi prevedendo che almeno il 70% delle nuove proposte inserite nel piano casa siano destinate a edilizia sociale. Una proposta quindi articolata e di lungo respiro che ha al suo interno una buona idea e alcune debolezze strutturali che dovranno essere gestite con attenzione nelle fasi attuative. La buona idea è la condizione posta per il recupero degli alloggi pubblici non utilizzabili. In un sistema paese dove l’ERP costituisce poco più del 3% del patrimonio residenziale italiano recuperare anche solo circa l’8% del patrimonio pubblico appare significativo.
Le debolezze strutturali possono essere sommariamente indicate come segue. In primo luogo, le risorse messe a disposizione in 10 anni non sembrano adeguate agli obbiettivi dichiarati. Se valutiamo che i costi di costruzione di edilizia sociale sono stimati in almeno 2.000 €/mq vuol dire che un alloggio medio di 70/80 mq avrà un costo stimato di almeno 140/160 mila € senza contare

il costo del terreno. Quindi per costruire 40.000 alloggi di edilizia sociale, ipotizzando che il costo del terreno sia pari a zero, saranno necessari almeno fra 5,6 a 6,4 miliardi di €. Ad oggi queste risorse non sono disponibili e dovranno essere trovate nei bilanci dei prossimi anni. Le sole risorse effettivamente spendibili nell’immediato sono quelle destinate al recupero dell’Edilizia Residenziale Pubblica pari a circa 1 mln di euro che appare una cifra esigua per il recupero stimato di circa 40.000 alloggi. Anche in questo campo di attività occorrerà recuperare altre risorse aggiuntive dai prossimi bilanci dello stato. In secondo luo -
go, la struttura del provvedimento appare molto dirigistica e poco capace di coinvolgere le realtà territoriali. Ora è abbastanza chiaro come l’edilizia sociale sia strettamente legata alle condizioni socioeconomico del territorio, come sa bene Federcasa. Quindi il coinvolgimento del sistema territoriale appare fondamentale per la buona riuscita del provvedimento. Anche in questo caso occorrerà una buona gestione attuativa che recuperi il ruolo dei territori e che utilizzi anche il nuovo strumento ipotizzato e cioè il Commissario ad acta come strumento giuridico che sia capace di recepire le esigenze espresse dai territori coinvolgendoli direttamente pur all’interno di una logica commissariale.
Infine, un ultimo elemento di criticità che dovrà avere una particolare attenzione in fase gestionale è quello della dimensione urbana. Dove saranno realizzati questi nuovi 40.000 alloggi di edilizia sociale? Riusciranno a costituire non solo nuove abitazioni ma nuovi brani di città? Perché l’urbanistica è praticamente assente dal provvedimento che tratta solo di semplificazioni e di commissari. Ma i cittadini vivono nelle città e non solo negli alloggi.
E? su questo aspetto dell’attuazione del provvedimento che si gioca molto la sua capacità di dare risposte alle domande di alloggi inseriti in un contesto urbano adeguato.
Insomma, il piano casa annunciato dal governo
costituisce un primo passo ma che dovrà essere attentamente gestito per una sua concreta attuazione. In questo contesto il ruolo dei principali attori del settore sarà fondamentale.
Presidente, può spiegare ai lettori di Magazine
EFFE chi è l’Associazione Nazionale Istituti Vendite Giudiziarie e quale realtà rappresenta?
“L’Associazione Nazionale Istituti Vendite Giudiziarie nasce nel 2001 con l’obiettivo di rappresentare, assistere e supportare gli Istituti Vendite Giudiziarie nello svolgimento delle loro funzioni istituzionali. Oggi l’Associazione riunisce gli IVG presenti su gran parte del territorio nazionale e costituisce un punto di riferimento stabile nei rapporti con il Ministero della Giustizia, le Corti d’Appello e gli altri soggetti istituzionali. Ma soprattutto rappresenta una rete di operatori che svolgono quotidianamente attività essenziali per il sistema giudiziario: vendita di beni mobili e immobili, gestione dei beni, custodia e liberazione degli immobili. Gli IVG sono soggetti autorizzati e vigilati dal Ministero della Giustizia, con personale qualificato e strutture specializzate dedicate al supporto dell’autorità giudiziaria e degli enti istituzionali.”
Quali sono le caratteristiche che rendono peculiare il ruolo degli IVG?
“Gli IVG si distinguono per tre elementi fondamentali: istituzionalità, professionalità e presenza territoriale. L’istituzionalità deriva dal fatto che gli IVG operano sulla base di un’autorizzazione ministeriale e sono sottoposti a un rigoroso sistema di vigilanza pubblica da parte del Ministero della Giustizia e dell’autorità giudiziaria. Questo garan-

tisce terzietà, trasparenza e affidabilità nello svolgimento delle attività delegate. La professionalità nasce invece dall’esperienza maturata negli anni nella gestione delle procedure giudiziarie: vendite e custodie, mobiliari e immobiliari. Gli IVG operano quotidianamente nelle procedure esecutive, occupandosi, fra l’altro, della conservazione, amministrazione e liberazione degli immobili, spesso in contesti delicati che richiedono competenze tecniche, equilibrio e capacità organizzativa. Infine, vi è la territorialità: gli IVG sono presenti in maniera capillare presso i circondari dei Tribunali italiani. Questo consente interventi rapidi, conoscenza del
territorio e interlocuzione diretta con le istituzioni locali.”
Il tema della tutela del bene casa è oggi centrale nel dibattito pubblico. Quale contributo possono offrire gli IVG?
“Gli IVG possono offrire un contributo concreto e immediato nell’attuazione delle politiche abitative, soprattutto con riferimento alla gestione dei rilasci degli immobili e al recupero della disponibilità degli alloggi occupati. L’esperienza maturata nelle procedure esecutive immobiliari ha consentito agli IVG di sviluppare competenze specifiche nella gestione delle liberazioni, garantendo il rispetto delle procedure, la tutela delle persone coinvolte e la corretta riconsegna degli immobili. Si tratta di attività svolte quotidianamente nell’ambito delle esecuzioni immobiliari, con modalità operative già collaudate e pienamente integrate nel sistema giudiziario. In questo senso, gli IVG rappresentano una risorsa organizzativa e professionale che può supportare le istituzioni e gli enti che operano nel settore della casa, contribuendo a rendere più efficaci e tempestivi gli interventi di rilascio e recupero degli immobili.”
Quale può essere, quindi, il rapporto tra gli IVG e il sistema Federcasa?
“Riteniamo che possa svilupparsi una collaborazione molto positiva. Gli enti che gestiscono il
patrimonio di edilizia residenziale pubblica si confrontano quotidianamente con esigenze complesse: tutela del patrimonio, recupero degli alloggi, rapidità degli interventi e garanzia della legalità. Gli IVG, grazie alla loro natura istituzionale, alla presenza sul territorio e all’esperienza maturata nella gestione delle custodie e dei rilasci, possono rappresentare un supporto qualificato per il raggiungimento degli obiettivi della politica abitativa.
L’obiettivo comune è garantire l’effettività della tutela del bene casa: da un lato assicurando il corretto utilizzo del patrimonio abitativo pubblico, dall’altro favorendo procedure efficienti, trasparenti e rispettose delle garanzie previste dall’ordinamento, in tempi rapidi.”
Qual è il messaggio che desidera lasciare agli associati Federcasa?
“Gli IVG sono realtà istituzionali già operative al servizio della giustizia e del territorio. Mettiamo a disposizione delle istituzioni esperienza, organizzazione e professionalità maturate sul campo, con l’obiettivo di contribuire in modo concreto alla tutela del patrimonio abitativo e alla gestione efficace delle procedure di rilascio. Per valorizzare pienamente questo patrimonio di competenze ed esperienza, potrà essere utile avviare una riflessione anche sul piano normativo, così da consentire agli IVG di offrire il proprio supporto operativo in maniera sempre più efficace.
Grande partecipazione per la presentazione del libro “ARTE Imperia, dieci anni di case, persone e comunità”, tenutasi oggi presso la sala Consiliare della Provincia di Imperia. Il volume ripercorre un decennio di attività della Regione Liguria e dell’Azienda imperiese attraverso progetti, interventi e testimonianze che raccontano l’evoluzione dell’edilizia residenziale pubblica nel territorio imperiese. A introdurre l’iniziativa l’assessore regionale alle Politiche abitative e coordinatore in materia per la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome Marco Scajola, l’amministratore unico di Arte Imperia Antonio Parolini, il presidente di Federcasa Marco Buttieri, i senatori della Repubblica Gianni Berrino e Maurizio Gasparri. È stato inoltre condiviso il messaggio del presidente della Regione Liguria Marco Bucci, che ha voluto testimoniare il proprio apprezzamento per il lavoro svolto da ARTE Imperia. L’evento, a cui hanno presenziato gli amministratori del territorio e i rappresentanti di diverse aziende casa italiane, ha rappresentato un importante momento di confronto istituzionale e tecnico sui temi dell’abitare pubblico, della sostenibilità e della rigenerazione urbana, evidenziando il ruolo centrale della casa come strumento di dignità, integrazione e crescita delle comunità.
“La presentazione del libro dedicato ai 10 anni di attività di ARTE Imperia ha permesso di ripercorrere investimenti, interventi e progettualità che

hanno cambiato il volto delle politiche abitative nel territorio imperiese – ha spiegato l’assessore regionale all’Edilizia e alle Politiche abitative e coordinatore in materia della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome Marco Scajola. In questi anni Regione Liguria, in stretta sinergia con ARTE Imperia, ha stanziato circa 40 milioni di euro tra manutenzioni, efficientamento energetico, rigenerazione urbana, nuove acquisizioni e riqualificazioni del patrimonio abitativo, con opere diffuse dalla costa all’entroterra. Abbiamo portato avanti un modello di edilizia residenziale pubblica moderno e inclusivo, integrato
nei contesti cittadini e capace di diventare uno strumento di coesione sociale e valorizzazione dei quartieri. Anche il 2025 ha confermato questo percorso con circa 10 milioni di euro di interventi e 150 alloggi coinvolti, mentre per il 2026 sono già programmati oltre 6,5 milioni di euro di investimenti. Il lavoro svolto da ARTE Imperia, grazie anche alla guida dell’amministratore Antonio Parolini, ha consentito all’azienda di rafforzare il proprio ruolo a livello regionale, nazionale ed europeo. Il volume presentato oggi racconta numeri, risultati e progetti concreti che testimoniano un impegno costante verso il territorio e le comunità locali, ma rappresenta anche uno sguardo rivolto al futuro: nuove sfide, ulteriori investimenti e una visione sempre più orientata alla qualità dell’abitare, alla sostenibilità e alla crescita sociale dei territori”.
“Questo volume rappresenta molto più di una raccolta di progetti e interventi: è il racconto di dieci anni di lavoro al servizio delle persone e delle comunità del nostro territorio – ha dichiarato l’amministratore unico Antonio Parolini-. Il libro non racchiude soltanto gli interventi tecnici realizzati da ARTE Imperia, ma anche il grande operato sociale svolto quotidianamente dall’ente accanto agli assegnatari e alle famiglie. In queste pagine emerge una visione dell’edilizia pubblica che mette al centro le persone, la qualità della vita, l’inclusione e il senso di comunità. Abbiamo

investito sulla riqualificazione, sull’innovazione e sulla sostenibilità, con la convinzione che la casa pubblica debba essere uno strumento concreto di crescita e coesione sociale”.
“Desidero innanzitutto ringraziare ARTE Imperia per questo momento di riflessione collettiva.
Un libro che racconta dieci anni di case, persone e comunità non racconta soltanto edifici o interventi amministrativi: racconta un pezzo di vita dei territori”, dichiara Marco Buttieri Presidente nazionale di Fedeecasa, che prosegue: “Come Federcasa abbiamo il compito di valorizzare le esperienze dei territori, mettere in rete compe -
tenze e promuovere una visione dell’abitare pubblico moderna, sostenibile e inclusiva.”
Nel corso della tavola rotonda sono intervenuti: il direttore di Federcasa Patrizio Losi, il dirigente del settore Programmi urbani ed Edilizia della Regione Liguria Silvia Risso, il dirigente di Arte Imperia Grazia Ricca, il responsabile del Settore tecnico Anna Gamantes e l’amministratore delegato di Bluenergy Alberta Gervasio, I relatori hanno approfondito i temi legati allo stato attuale dell’edilizia residenziale pubblica, agli interventi di riqualificazione energetica, ai nuovi modelli di housing sociale e alle prospettive future del comparto. Particolare attenzione è stata dedicata ai progetti di efficientamento energetico, alla sostenibilità ambientale e ai percorsi innovativi di recupero e valorizzazione del patrimonio pubblico, con uno sguardo rivolto alle nuove sfide dell’abitare e alle opportunità di finanziamento per il futuro.
A concludere l’incontro sono stati i saluti finali del Presidente della Provincia di Imperia e sindaco Claudio Scajola. Il volume rappresenta non solo il bilancio di dieci anni di lavoro, ma anche una testimonianza concreta di come l’edilizia pubblica possa diventare motore di inclusione, innovazione e qualità della vita. Un ringraziamento speciale è stato rivolto all’Accademia di Belle Arti di Sanremo, alla Professoressa Sofia Tonegutti e alla studentessa Elisa Mambrini per il contributo alla realizzazione grafica del libro.

L’Industry delle costruzioni soffre da tempo di problemi strutturali, che la collocano nelle ultime posizioni tra i settori economici: basso tasso di innovazione e digitalizzazione, produttività ridotta e decrescente nel tempo, carenza di manodopera qualificata, scadimento della qualità, elevata conflittualità, impennata dei costi negli ultimi anni. Le attività di costruzione e gli immobili sono inoltre responsabili di oltre un terzo dell’impatto ambientale globale, tra produzione di rifiuti, emissione di gas climalteranti e consumo di energia. Il tema della modernizzazione, di cui il settore ha quindi estremo bisogno, si incrocia con quello altrettanto attuale della residenzialità accessibile (Affordable Housing), che costituisce ormai a livello europeo non solo una delle principali cause di disagio sociale, ma anche un pesante freno alla competitività delle città e conseguentemente allo sviluppo delle economie nazionali, per la difficoltà di garantire un alloggio a prezzi sostenibili ad ampie fasce di popolazione: studenti, giovani lavoratori, lavoratori essenziali, ma anche a una classe media progressivamente impoverita. Oltre a un crescente numero di anziani e individui o famiglie in condizioni di fragilità sociale. Dal 2013 al 2024 i prezzi di vendita sono aumentati di oltre il 60%, a fronte di un potere d’acquisto cresciuto mediamente del 22%, ma in Italia addirittura diminuito del 4%.
I report prodotti dall’Unione Europea alla fine

dello scorso anno per rispondere alla crisi abitativa (Housing Advisory Board recommendations, European Strategy for Housing Construction e European Affordable Housing Plan), individuano nella debolezza del settore delle costruzioni uno dei problemi su cui occorre intervenire per incrementare l’offerta di alloggi a prezzi accessibili, attraverso la digitalizzazione dei processi e il sostegno a metodi costruttivi industrializzati. Particolare attenzione è rivolta alla sostenibilità ambientale e al risparmio energetico, per abbattere i costi di gestione degli edifici. Anche il governo italiano ha posto il tema della re -
sidenza al centro della propria agenda, attraverso un insieme di interventi legislativi denominati Piano Casa.
Nel 2026 le strategie individuate si dovrebbero concretizzare in una serie di provvedimenti di carattere sia finanziario che tecnico-regolatorio: in questo contesto, la Commissione ha espresso l’esigenza di confrontarsi con soggetti associativi, che rappresentino in forma unitaria le aziende e gli enti che nei singoli paesi operano nell’ambito dell’industrializzazione delle costruzioni e dei servizi che l’abilitano, quali la digitalizzazione.
Questa richiesta ha dato una spinta alla costituzione di INCO, un’associazione che si propone come una piattaforma aggregativa e trasversale; che non vuole quindi rappresentare gli interessi di qualche specifica categoria o settore della vasta e articolata filiera che ruota attorno al mondo delle costruzioni, ma aperta a tutti i soggetti (aziende, enti, istituzioni) che operano e si riconoscono in quelli che l’associazione ha individuato come i quattro pilastri della modernizzazione del settore: l’Industrializzazione dei sistemi costruttivi, la Digitalizzazione dei processi, la Sostenibilità ambientale, sociale ed economica, e la Collaborazione come base dei rapporti contrattuali (leggi Accordi Collaborativi).
“Industrializzazione delle costruzioni” è un concetto volutamente ampio, corrispondente alla definizione europea di Modern Methods of Construction (MMC): ovvero un insieme di tecnologie costruttive e di componenti avanzati che, partendo da una progettazione sviluppata in BIM, mirano a razionalizzare e a ridurre il più possibile le operazioni di cantiere spostando la produzione nelle fabbriche (da On-site a Off-site Construction), fino ai più avanzati livelli della costruzione per componenti (Design for Manufacturing and Assembly) o per moduli ripetibili (Modular Construction). Sistemi che garantiscono qualità controllata, forte riduzione dei tempi, maggior
benessere e sicurezza dei lavoratori, maggiore sostenibilità ambientale, ottimizzazione dell’uso delle risorse, circolarità e riduzione del life cycle cost.
L’associazione, presente anche a Bruxelles, intende operare per:
• garantire una rappresentanza unitaria presso le istituzioni europee e italiane per presidiare i numerosi dossier aperti, riguardanti l’adeguamento e l’armonizzazione delle normative tecniche, gli strumenti digitali, la definizione degli standard e il sostegno finanziario ai Modern Methods of Construction;
• difendere e valorizzare l’approccio italiano all’off-site, basato su flessibilità, antisismicità, robustezza e ibridazione dei materiali;
• favorire l’accesso ai fondi europei dedicati allo sviluppo del settore e all’Affordable Housing;
• promuovere la diffusione dei quattro pilastri della modernizzazione (Industrializzazione, Digitalizzazione, Sostenibilità e Collaborazione), e di buone pratiche, attraverso la partecipazione a convegni e la produzione di position papers;
• condividere conoscenze ed esperienze attraverso la partecipazione a progetti di ricerca e partenariati strategici;
• promuovere la formazione delle nuove professionalità e lo sviluppo delle competenze necessarie per utilizzare e gestire Modern Methods of Construction;
Tutto questo rafforzando la credibilità e la visibilità delle aziende associate.
INCO si propone quindi, al contempo, di contribuire allo sviluppo del settore delle costruzioni e alla soluzione di problemi sociali ed economici, costruendo questo percorso attraverso gli associati e una collaborazione sinergica con ogni altra associazione, ente o istituzione che persegua gli stessi obiettivi.
Al Nyx Hotel di Via Cicerone, si è svolto il Convegno EDILIZIA RESIDENZIALE PUBBLICA E INNOVAZIONE organizzato da Federcasa in collaborazione con PA ENERGIA e PRELIOS entrambe leader nel settore. Inevitabilmente Federcasa ha approfittato dell’appuntamento per aprire un focus sul Piano Casa 2026 a cui hanno preso parte il Presidente del GSE Alfredo Maria Becchetti, il Presidente di Invimit Mario Valducci, il Presidente di Consap Sestino Giacomoni; tutti protagonisti di questa partita importantissima per l’Edilizia Residenziale Pubblica. Nella tavola rotonda finale si sono confrontati sempre sul tema del giorno, l’Onorevole Andrea De Maria, componente della Commissione d’inchiesta sulle periferie, Giovanni Gagliani Caputo responsabile delle relazioni istituzionali di Confedilizia e Gaetano Vassallo, Presidente Nazionale di Assocasa. Nel settore dell’energia, esperienza, competenza e capacità di innovare fanno la differenza. Su questi valori si fonda Pa Energia, con oltre dieci anni di esperienza nel mercato Power & Gas e punto di riferimento per la Pubblica Amministrazione piemontese. L’azienda si distingue per un approccio basato su metodo, consulenza e innovazione, elementi che hanno permesso di costruire importanti collaborazioni con associazioni di categoria, enti pubblici e realtà del territorio. Oggi questo percorso si rafforza grazie a un accordo strategico con ANCI Piemonte, fina -

lizzato ad aiutare i Comuni a individuare sprechi energetici e ottimizzare i costi di energia elettrica e gas. Il modello operativo di Pa Energia si basa su due principi fondamentali: la capacità di intervenire anche su voci di costo considerate tradizionalmente non modificabili e una remunerazione esclusivamente a risultato. L’ente pubblico sostiene infatti costi solo dopo l’effettiva verifica del risparmio ottenuto. I risultati raggiunti hanno portato l’azienda a operare anche a livello nazionale, fino alla collaborazione con Federcasa come partner tecnico. Un impegno che, oltre all’aspetto economico, ha una forte valenza sociale, contri-
buendo a ridurre i costi energetici del patrimonio di edilizia pubblica. Con oltre 20.000 utenze analizzate e una rete di partnership istituzionali in continua crescita, Pa Energia conferma il proprio ruolo di riferimento per una gestione energetica pubblica orientata a trasparenza, efficienza e sostenibilità. Prelios, nel corso delle sue presentazioni ha puntato sulla rigenerazione urbana, come leva della transizione energetica. La rigenerazione urbana rappresenta oggi una leva decisiva per la transizione energetica: è nelle città - che occupano solo il 4% del territorio europeo ma consumano oltre il 60% dell’energia e producono circa il 75% delle emissioni - che si concentra il maggior potenziale di cambiamento. In Italia questa sfida assume un carattere peculiare: a fronte di un patrimonio edilizio ampio ma spesso inefficiente, si registra una significativa disponibilità di aree dismesse. Un apparente paradosso che può trasformarsi in opportunità, consentendo di rigenerare suolo già urbanizzato senza ulteriore consumo di territorio. Intervenire sull’esistente — in particolare sul patrimonio di edilizia residenziale pubblica - significa ridurre i consumi ed incidere su fenomeni come la povertà energetica, che interessa oggi circa il 7-9% delle famiglie italiane. Nonostante questi benefici, la rigenerazione urbana sconta ancora criticità rilevanti: costi più elevati rispetto alla nuova costruzione, complessità tecnica e, soprattutto, iter autorizzativi lunghi e incerti, che ne riducono l’attrattività per gli investitori. È necessario, pertanto, un cambio di paradigma: semplificare le procedure, ridurre i tempi e rendere la rigenerazione economicamente più conveniente rispetto all’edificazione su nuovo suolo. Le recenti politiche nazionali - dal Piano Casa ai fondi dedicati - muovono in questa direzione, ma richiedono una piena e coerente attuazione. In tale prospettiva, accanto alle grandi trasformazioni urbane, assume un ruolo centrale la rigenerazione diffusa, fondata su interventi più

circoscritti ma maggiormente scalabili. La rigenerazione urbana non è più soltanto una questione urbanistica, ma un processo economico e sociale complesso, che richiede competenze specializzate, capacità gestionali e un solido coordinamento tra soggetti pubblici e privati. In definitiva, non si tratta di un vincolo, ma di un’opportunità concreta per coniugare sostenibilità ambientale, equità sociale e sviluppo economico. Con l’entrata in vigore del Conto Termico 3.0 (D.M. 7 agosto 2025), ci si aspetta che la riqualificazione energetica del patrimonio pubblico entri finalmente in una fase davvero decisiva. Dati alla mano, la Pubblica Amministrazione gestisce un patrimonio ampio e obsoleto: oltre il 56% degli edifici pubblici si colloca nelle classi energetiche meno efficienti, con un tasso di riqualificazione inferiore all’1% annuo, a fronte dell’obiettivo del 3% previsto dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) (Fonte: TEHA 2025). È in questo scenario che il Conto Termico 3.0 potrebbe - e dovrebbe - giocare un ruolo determinante: uno strumento operativo e immediatamente attivabile, gestito dal noto GSE, pronto a erogare contributi in conto ca -
pitale fino al 65% delle spese ammissibili, con la possibilità - nei casi espressamente previsti dalla normativa - di raggiungere il 100% per specifiche categorie di edifici pubblici, tra cui quelli dei Comuni con popolazione inferiore a 15.000 abitanti, nonché scuole e strutture sanitarie. Il potenziale applicativo è particolarmente rilevante per il comparto dell’edilizia residenziale pubblica (ERP), che in Italia conta oltre 823.000 alloggi gestiti da enti pubblici, pari a circa il 2,3% dello stock abitativo nazionale (Fonte: Osservatorio Nazionale ERP Federcasa–Nomisma 2024/2025). Si tratta di un patrimonio tanto essenziale sotto il profilo sociale quanto caratterizzato da criticità significative. Un dato particolarmente rilevante è che circa il 7,7% degli alloggi risulta attualmente inutilizzato, prevalentemente a causa della necessità di interventi manutentivi straordinari che non si riescono a completare (Fonte: Report ERP 2024/2025). Parallelamente, il contesto sociale evidenzia una crescente pressione sulla domanda abitativa e sui consumi energetici. In Italia, oltre 2,2 milioni di famiglie (8,4%) vivono in condizioni di povertà assoluta, mentre la povertà energetica interessa circa 2,3 milioni di nuclei familiari, pari al 9% del totale (Fonte: ISTAT 2024 e OIPE 2024). Una tale mole di interventi richiede l’integrazione con strumenti di partenariato pubblico-privato (PPP) e potrebbe beneficiare, quale elemento facilitatore, degli ormai consolidati contratti di rendimento energetico (EPC), che consentono il trasferimento del rischio operativo dalla Pubblica Amministrazione al soggetto privato, come ad esempio le ESCo (Energy Service Company), realtà che conoscono bene oneri e opportunità di questa tipologia di operazioni. Questa integrazione tra incentivo pubblico e capacità di investimento privata rappresenta una delle principali leve per superare i vincoli finanziari delle amministrazioni e accelerare la realizzazione degli interventi. Un’opportunità di rigenerazione urbana ed energetica la cui
efficacia dipenderà dalla capacità delle amministrazioni di affrontarla e integrarla all’interno di una strategia di lungo periodo.

Emergenza abitativa in Europa: Bruxelles prova a costruire un nuovo “diritto all’abitare”
L’evento, ospitato dal Comitato speciale del Parlamento europeo sulla crisi abitativa (HOUS) insieme alla Housing Task Force della Commissione, ha riunito istituzioni europee, sindaci, rappresentanti della società civile, banche di sviluppo e organizzazioni giovanili per discutere il nuovo Piano europeo per l’abitare.
Il messaggio emerso con forza dai lavori è che la questione abitativa non può più essere considerata soltanto una competenza nazionale o locale: la crescita dei prezzi delle case, degli affitti e dei mutui ha assunto infatti una dimensione europea, con effetti diretti sulla coesione sociale, sulla competitività economica e persino sulla fiducia dei cittadini nel progetto europeo stesso. La stessa Presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha sottolineato che “una casa non è solo quattro mura, è dove si costruiscono le vite”, ricordando che quando l’abitazione diventa irraggiungibile “tutto il resto diventa più difficile”. I dati confermano la gravità del problema: secondo Eurostat, tra il 2010 e il 2023 i prezzi delle abitazioni nell’UE sono aumentati del 48%, mentre gli affitti sono cresciuti del 22%, con dinamiche particolarmente critiche nelle grandi aree urbane e turistiche. Oltre un europeo su dieci spende or-
mai quasi metà del proprio reddito per l’alloggio, mentre il numero di persone senza fissa dimora continua ad aumentare: in molte città europee, giovani lavoratori, studenti e famiglie a reddito medio faticano a trovare abitazioni accessibili, con effetti che incidono anche sul mercato del lavoro e sulla capacità delle città di attrarre competenze. L’evento di Bruxelles si inserisce nel percorso avviato dalla Commissione europea con il Piano europeo per l’edilizia abitativa accessibile, presentato nel dicembre 2025, e rafforzato dalla risoluzione approvata dal Parlamento europeo nel marzo 2026. Per la prima volta, le istituzioni europee stanno cercando di definire una strategia comune che includa investimenti, regole sugli affitti brevi, revisione degli aiuti di Stato e sostegno alla costruzione e ristrutturazione di alloggi sociali e sostenibili. Tra i temi centrali del dibattito vi è stata la necessità di mobilitare enormi risorse finanziarie. I sindaci presenti hanno stimato che servano oltre 150 miliardi di euro all’anno per affrontare adeguatamente l’emergenza abitativa nell’Unione europea e secondo numerosi partecipanti, non basta rendere l’edilizia abitativa “ammissibile” ai finanziamenti europei: occorre trasformarla in una priorità esplicita del prossimo bilancio UE, con fondi dedicati e strumenti specifici. Un altro punto cruciale riguarda il rapporto tra diritto alla casa e la transizione verde, infatti molti edifici europei sono energivori e obsoleti, pertan -
In diretta dall’Europa to ristrutturare il patrimonio immobiliare significa non solo ridurre le emissioni, ma anche abbattere i costi energetici per le famiglie.
Tuttavia, le nuove normative ambientali rischiano di produrre ulteriori rincari se non accompagnate da investimenti pubblici adeguati e da misure di sostegno sociale. Per questo, durante il confronto di Bruxelles, è stata ribadita la necessità di coniugare sostenibilità ambientale e accessibilità economica. Grande attenzione è stata dedicata anche al tema degli affitti brevi turistici, indicati da molte amministrazioni locali come uno dei fattori che stanno comprimendo l’offerta abitativa nei centri urbani: la Commissione europea sta valutando nuove regole comuni per limitare gli effetti distorsivi delle piattaforme di locazione breve e per rafforzare la tutela degli inquilini.
Parallelamente, si discute di semplificare le procedure edilizie e di sostenere la costruzione di milioni di nuove abitazioni in tutta Europa, con le proposte del Parlamento che parlano di un vero e proprio “Piano Casa europeo”, capace di favorire fino a 10 milioni di nuovi alloggi.
L’impressione generale è che l’Unione stia cercando di compiere un salto politico significativo, passando da un ruolo marginale nel settore abitativo a una funzione di coordinamento strategico. Non sarà semplice, perché la politica della casa resta formalmente competenza degli Stati membri, tuttavia, la dimensione transfrontaliera della
crisi rende ormai necessario un ruolo europeo più forte. L’incontro di Bruxelles non ha prodotto decisioni definitive, ma ha segnato un cambio di paradigma: la casa non viene più considerata soltanto un bene economico, bensì un diritto sociale essenziale e un elemento chiave per la stabilità democratica europea, diventando uno dei principali terreni su cui si misurerà la capacità dell’Unione di rispondere concretamente alle esigenze dei cittadini.

Dott.ssa Elisabetta Maggi
Responsabile Rapporti Istituzionali presso ISPRO Istituzioni e Progetti S.r.l.
Piano Casa e ddl
Il nuovo Piano Casa 2026, contenuto nel decreto-legge n. 66 del 7 maggio 2026, rappresenta il più rilevante intervento organico sulle politiche abitative degli ultimi anni, con l’obiettivo dichiarato di incrementare l’offerta di alloggi accessibili sia attraverso il recupero di quelli inagibili che la costruzione di nuove case destinate ai soggetti più fragili, impossibilitati ad accedere al mercato immobiliare. Per il sistema dell’edilizia residenziale pubblica (ERP), e per le Aziende aderenti a Federcasa, il provvedimento assume una centralità strategica, non solo per le risorse stanziate ma anche per il nuovo modello di governance e per il ruolo attribuito agli operatori pubblici nella fase attuativa.
Iter parlamentare
Come previsto dall’articolo 77 della Costituzione, il Decreto-legge “Piano Casa” è entrato in vigore lo scorso 7 maggio, immediatamente dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, ma dovrà essere convertito in legge entro 60 giorni, con scadenza fissata all’inizio di luglio 2026. Il provvedimento ha iniziato il suo iter dalla Camera dei deputati, dove è stato assegnato alla Commissione Ambiente, con Relatori gli on.li Dario Iaia (FdI), Erica Mazzetti
(F.I.), ed Elisa Montemagni (Lega). Data la rilevanza della materia, prima di entrare nel merito della discussione, la Commissione ha svolto una lunga serie di audizioni da cui sono emersi spunti importanti, volti ad affinare il testo del Governo. Al di là del contributo di Federcasa, per la quale il Piano Casa rappresenta senza dubbio un’occasione irripetibile di rilancio dell’ERP, nonché un banco di prova per la capacità del settore di operare in logica industriale e innovativa, molto importanti sono risultati i contributi di Invitalia (soggetto attuatore del Piano), Invimit ed ANCI. Tra i principali temi emersi (anche nei tavoli tecnici precedenti) si segnala, da parte di Invitalia, la necessità di definire criteri chiari di selezione dei progetti e di focalizzare l’attenzione alla capacità amministrativa degli enti locali. Invimit ha proposto un sistema unitario di gestione finanziaria, la centralità della valorizzazione del patrimonio pubblico inutilizzato e lo sviluppo di modelli di social housing e rigenerazione urbana. ANCI, invece, ha richiesto un maggiore coinvolgimento dei Comuni nella governance, un coordinamento con i programmi di rigenerazione urbana e una particolare attenzione alla sostenibilità sociale degli interventi. La maggior parte degli stakeholder auditi ha evidenziato la necessità di evitare un eccesso di centralizzazione, garantendo al contempo tempi certi ma anche qualità progettuale e rafforzando la cooperazione tra pubblico e privato. Una volta
concluso il ciclo delle audizioni la Commissione Ambiente ha fissato il termine per la presentazione degli emendamenti alle ore 14 di 27 maggio 2026. Le proposte modificative saranno probabilmente molte e si tratterà di capire quanto la maggioranza di Governo sarà disposta ad apportare correttivi al Piano Casa, che arriva a quasi un anno dall’annuncio del Presidente del Consiglio nel corso della sua partecipazione al Meeting per l’amicizia dei popoli di Rimini ed è stato fortemente voluto dal Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Per Federcasa è fondamentale che venga garantito il pieno coinvolgimento degli enti gestori ERP, valorizzare il patrimonio esistente come infrastruttura sociale ed assicurare stabilità e continuità delle risorse nel tempo.
Disegno di legge sugli sfratti: complemento strutturale al Piano Casa Accanto al decreto-legge sul Piano Casa, il Governo ha varato, nello stesso Consiglio dei Ministri dello scorso 30 aprile, un disegno di legge collegato sugli sfratti e sul rilascio degli immobili, che interviene su un aspetto complementare ma decisivo delle politiche abitative: la disponibilità effettiva degli alloggi. Il provvedimento evidenzia come, accanto all’aumento dell’offerta abitativa, sia necessario rendere effettivo il turnover e il riuso del patrimonio esistente, intervenendo su situazioni di occupazione abusiva, morosità e
difficoltà nei procedimenti di rilascio. Tale provvedimento è stato presentato al Senato dove ha assunto il numero S. 1896, ma non è ancora stato assegnato alla Commissione competente che sarà presumibilmente la Commissione Giustizia, probabilmente per creare una corsia preferenziale al decreto-legge. Nel quadro di un complessivo intervento volto ad incidere in maniera innovativa sul disagio abitativo, le misure previste dal disegno di legge “sfratti” supportano il recupero del patrimonio ERP, evitando che gli alloggi ristrutturati restino indisponibili e contribuiscono a creare condizioni di maggiore attrattività per gli investimenti privati nell’edilizia convenzionata. Tuttavia, il tema è particolarmente sensibile e, sul piano sociale, si intreccia con la tutela delle fasce più fragili, mentre, sul piano operativo, richiede un forte coordinamento con i servizi sociali e con gli enti gestori ERP. Per gli operatori Federcasa, la sfida sarà proprio quella di riuscire a trovare un equilibrio tra il principio di efficienza nella gestione del patrimonio e la necessità di proteggere i nuclei in condizioni di vulnerabilità. Per l’edilizia residenziale pubblica, grazie ad entrambi questi provvedimenti di iniziativa governativa, si apre una fase nuova: non si parla più solo di gestione del disagio, ma è prevista la costruzione di una politica industriale dell’abitare, in cui il patrimonio ERP diventa leva strategica per la coesione sociale e lo sviluppo urbano.

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