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FCRL Magazine n. 10-2017

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piega costola

RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA

MURA – TERRITORIO – EVENTI FESTIVAL PREMI MOSTRE – HOUSING SOCIALE

piega costola


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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA

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Editoriale In primo piano «Le mura ritornano alla città» Il restauro Monumentorum Urbis Lucae Interventi sul territorio Archeologia a Lucca Mercato del Carmine: destinazione futuro San Martino: la restituzione della memoria Un gioiello di tanta nobile grazia Le due pinete: così uguali così diverse La Pineta di Ponente: ossigeno verde di Viareggio La valle del Serchio in una stanza: il museo multimediale delle rocche e fortificazioni Eventi di primavera Sei grandi festival per una città che sa valorizzarsi La scuola del futuro Lucca Teatro Festival

69 E la città divenne un red carpet: Lucca film festival e Europa cinema 73 Lucca Classica… è oltre: Lucca Classica Music Festival 77 L’ombrellone e la platea. Il rilancio della Versilia attraverso i grandi eventi 80 Premio Letterario Massarosa: settanta pagine di storia 83 Una storia d’arte La Fondazione Ragghianti e Lucca 90 Disagio sociale: nuove soluzioni 91 Nuovo Housing sociale con Abitare collaborativo 96 Una mano tesa da trent’anni: il Gruppo volontari della solidarietà 98 Novità editoriali 98 Nascita di un capolavoro 100 Folklore tra usanze e valori 102 Sguardi inediti sulla città

FCRL MAGAZINE 10|2017 Maria Teresa Perelli direttore Marcello Petrozziello direttore responsabile Comitato di redazione Giorgio Tori Maria Teresa Perelli Marcello Petrozziello

hanno collaborato a questo numero Gilberto Bedini, Corrado Benzio, Sara Berchiolli, Caterina Briganti, Giulio Ciampoltrini, Nadia Davini, Angelica Giorgi, Adolfo Lippi, Sandra Lischi, Don Mauro Lucchesi, Pierina Magrofuoco, Daniela Micheletti, Marcello Petrozziello, Claudio Rovai, Andrea Salani consulenza editoriale: Publied – Editore in Lucca progetto grafico e impaginazione: Marco Riccucci

in copertina: le statue di Igor Mitoraj, Ikaro alato e Ikaria collocate sulle Mura nell’ambito della mostra Il passo sospeso (Lucca, 24 giugno-3 settembre 2017) organizzata dalla Fondazione Ragghianti (foto Lucio Ghilardi)

© 2017, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca

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foto Luca Lupi


Nell’assumere la carica di Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca sono perfettamente consapevole della complessità del compito che mi attende. Compito arduo e stimolante ad un tempo, che intendo condividere a pieno con gli Organi della Fondazione, in primis con il Consiglio d’Amministrazione e con l’Organo di Indirizzo. In questi anni, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha conseguito risultati importanti, come confermano i dati pubblicati periodicamente dall’ACRI sull’andamento delle fondazioni associate. Il dato fondamentale che emerge da questo confronto è di una sostanziale solidità che ha consentito di mantenere l’integrità del patrimonio e di erogare cospicue risorse al territorio di riferimento. Se nel 2006 il patrimonio della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca corrispondeva al 2,4% di quello complessivo di tutte le fondazioni, il suo peso, nel 2015, è cresciuto fino al 3%. Nello stesso periodo, l’Ente ha visto incrementare il proprio peso percentuale sul sistema anche relativamente all’avanzo di gestione e alle erogazioni, che nel 2015 rappresentavano il 3,1% del totale erogato dalle Fondazioni di origine bancaria, contro il 2% del 2006. Il percorso sul quale dovrà svilupparsi l’attività della Fondazione è in parte già tracciato. Il documento programmatico pluriennale 2017-2019 ha infatti individuato alcuni punti fermi, riferimenti verso i quali si concentreranno gli sforzi della Fondazione. Il sostegno al mondo dell’Istruzione e della Formazione si concretizzerà nel proseguire il processo di riqualificazione dell’edilizia scolastica provinciale, nel dare impulso all’innovazione pedagogico-didattica, anche attraverso la Fondazione UiBi, e nel contrastare la povertà educativa minorile mediante un fondo nazionale condiviso con altre fondazioni. La Scuola di Alti Studi IMT continuerà ad essere il nostro punto di riferimento nell’ambito della ricerca scientifica e tecnologica, con un ruolo sempre più definito quale fattore attivo di sviluppo economico, sociale e culturale del territorio. Alla consueta attenzione per il patrimonio storico e artistico, che deve essere recuperato, tutelato e valorizzato, si affianca l’impegno rivolto al settore socio sanitario, e ciò anche attraverso l’altro nostro ente strumentale, la Fondazione per la Coesione Sociale. Molti degli interventi che ci apprestiamo a programmare, quindi, si caratterizzano per la complementarietà con quanto realizzato finora. Insomma, stiamo per affrontare una sfida lunga quattro anni, durante i quali il nostro principale obiettivo sarà la ricerca del benessere dell’intera comunità provinciale, in uno spirito di stretta collaborazione con le istituzioni e con il mondo associativo, in cui la cittadinanza si riconosce. Il tutto all’insegna della massima trasparenza e di un dialogo continuo con tutti gli attori in campo. Mi sia concesso dunque di rivolgere ai Consiglieri che mi affiancano in questo impegno e a me stesso, i migliori auguri di buon lavoro. Marcello Bertocchini Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca

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PIANO «Le mura ritornano alla città» Nadia Davini

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a fine di un’epoca? Piuttosto l’inizio di una grande avventura. Le Mura, infatti, tornano alla città. Come uno zelante architetto consegna le chiavi della dimora ristrutturata e tirata a lucido al legittimo proprietario, allo stesso modo la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha celebrato con una giornata di festa la riconsegna metaforica del monumento-simbolo della città alla città. Un impegno durato più di 4 anni e che ha attirato su Lucca l’attenzione e gli investimenti

Un sistema-cultura che funziona e che fa scuola

di molti. A fare da traino, proprio la Fondazione, ente membro di quel protocollo d’intesa siglato insieme a Comune di Lucca, Regione Toscana e Provincia che punta a cambiare volto alla città. Tra i progetti strategici previsti, infatti, oltre al restauro delle Mura, anche la riqualificazione della Pineta di ponente a Viareggio e la ristrutturazione delle scuole della provincia. Un circolo virtuoso, quindi, animato dalle ingenti risorse dell’Ente di San Micheletto che ha attirato sul territorio anche i finanziamenti pubblici del Mibact e della Regione Toscana. Un percorso che, potremmo dire, ha anticipato di qualche anno ciò che sta avvenendo a livello nazionale e sovranazionale, dove fon-

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foto Lucio Ghilardi

1. Uno scorcio delle mura urbane 2. La cerimonia di ‘riconsegna’ nella Chiesa di San Francesco 3. Arturo Lattanzi presidente della Fondazione Cassa di Risparmio e Alessandro Tambellini sindaco di Lucca 4. Lo spettacolo degli sbandeiatori in piazza San Francesco

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dazioni bancarie e amministrazioni pubbliche, finanziatori e creatori di cultura sempre più collaborano su progetti e investimenti specifici per fare massa critica e aumentare le potenzialità, economiche e non solo, di un territorio. Dall’affermazione cara a qualcuno «con la cultura non si mangia» di strada ne è stata fatta, a livello locale e nazionale: la rotta si sta invertendo e sempre più sta emergendo la convinzione secondo cui interpretare l’arte, la formazione e il sociale come beni materiali, da mettere sul mercato al meglio, è il primo passo per creare un sistema-cultura che sia di successo ed economicamente solido, purché accessibile a tutti. Ed è proprio grazie alla solidità della Fondazione e alle potenzialità della città di Lucca, che l’attrattività delle proposte cittadine, siano esse legate alla cultura, alla formazione e al sociale, hanno preso e continuano a prendere maggiormente corpo e sostanza. Al punto da intercettare e stanziare ingenti finanziamenti. Basti considerare l’esempio delle Mura di Lucca. La Fondazione, a partire dal 2013, ha investito oltre 12 milioni di euro (12milioni e 680mila, per l’esattezza). A questi sono andati ad aggiungersi ulteriori 3,4 milioni provenienti dalla Regione Toscana e 800mila euro dal Mibact: un esempio semplice che, conti alla mano, ha generato investimenti in città per un totale di quasi 17milioni di euro. Alla base di tutto, comunque, resta la credibilità del progetto. Come lo è stato quello che ha interessato il monumento più famoso di Lucca. Un’opera colossale attesa da tempo e giunta a compimento in tempi record. In poco più di 4 anni, infatti, sono state restaurate la Casa del Boia, la Casermetta San Salvatore, quella San Pietro e la San Regolo. Quattro gli ingressi della città che hanno be-

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«LE MURA RITORNANO ALLA CITTÀ»

neficiato di un restyling completo: Porta Elisa, Porta Santa Maria, Porta San Jacopo e Porta San Donato. L’asfalto è stato ridotto e il paramento esterno delle Mura è stato ripulito e aggiustato laddove necessario. Importante anche l’intervento sull’illuminazione: sono stati sostituiti i lampioni su tutti i 4.200 metri di passeggiata. All’esterno è stata realizzata una pista ciclabile in asfalto natura, in sostituzione dei viali in ghiaia, che corre a fianco delle alberature. Lavori importanti, necessari e all’altezza della meraviglia della città che si sono idealmente conclusi sabato 22 aprile, con la cerimonia di consegna delle Mura da parte dell’ex presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Arturo Lattanzi al Sindaco, Alessandro Tambellini. LA CERIMONIA

L’ultimo atto dell’opera di riqualificazione delle Mura, e in un certo senso di tutta la città, è stato l’inaugurazione del bar-ristorante nei locali delle ex scuderie della Caserma Mazzini, nel Giardino degli Osservanti. I festeggiamenti sono poi proseguiti con l’esibizione degli sbandieratori e dei figuranti curata dalla Compagnia Balestrieri e dalla performance degli studenti dell’Istituto Musicale Boccherini. Per celebrare la rinascita delle Mura, durante la giornata sono state inoltre organizzate numerose visite guidate ai luoghi interessati dagli interventi di restauro. Per tutto il pomeriggio la Chiesa e i Chiostri di San Francesco sono rimasti aperti ai visitatori, come anche la Casa del Boia, l’Oratorio dell’Angelo Custode e Casa Puccini. Ampio spazio anche all’arte, con le visite alla mostra «Una storia d’arte», nella Fondazione Ragghianti con la possibilità di partecipare al tour nei «Giardini della scultura di Pier Carlo Santini» di San Micheletto.

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il bar del sorriso

6. L’inaugurazione dei locali ricavati dalle ex Scuderie nel Giardino degli Osservanti

Regalare un sorriso e favorire un processo di inclusione sociale: questo l’obiettivo del bar-tavola calda che sorgerà nei rinnovati ambienti delle ex Scuderie nel Giardino degli Osservanti. L’ultimo edificio dell’area che necessitava di una completa riqualificazione è adesso diventato un ambiente luminoso e accogliente, dove tutte le utenze sono predisposte per accogliere un punto ristoro che sarà gestito dall’ANFFAS di Lucca. Qui persone affette da differenti forme di disabilità potranno acquisire nuove competenze, imparare un mestiere e calarsi in una realtà che li ponga a diretto contatto col mondo, sviluppando le necessarie attitudini alla conversazione, allo stare insieme e alla condivisione. Mettersi in gioco per crescere e migliorare e cogliere un’importante opportunità. Questa è la speranza nata con il progetto stesso, che, finalità sociali a parte, offre anche un punto di riferimento in un’area magnificamente riqualificata ma che necessitava di un luogo di ritrovo vicino al frequentatissimo parco giochi, in grado di rappresentare anche un elemento catalizzatore, utile a rendere ancora più sicura l’area anche nelle ore serali. Avanti tutta dunque e buon lavoro!

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Il restauro

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aranti della sicurezza, elemento di confine e luogo del buon vivere, le Mura furono edificate dalla Repubblica lucchese che, a partire dal 1513, vi impegnò uno straordinario sforzo finanziario e le portò a termine oltre un secolo dopo.

Gilberto Bedini

In concomitanza con i cinquecento anni dall’inizio della loro edificazione la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha inserito tra i suoi progetti strategici il pieno recupero estetico e strutturale del complesso architettonico, dando seguito a un’esigenza comunemente condivisa tra istituzioni e cittadinanza. GLI INTERVENTI OTTOCENTESCHI

Ad un osservatore frettoloso le mura di Lucca possono apparire una fortificazione che si è conservata intatta nel tempo e gli interventi di restauro e di manutenzione che sono stati realizzati o sono in corso, siano funzionali alla conservazione del suo assetto originario. Ma, a ben vedere, sia il complesso delle mura che le aree interne ed esterne al suo perimetro hanno avuto nel tempo usi, sistemazioni e forma diversa. Gli interventi realizzati in questi anni dall’Opera delle Mura e dal Comune di Lucca con il sostanziale contributo e la guida delle operazioni effettuato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, si collocano in quella dimensione temporale che è propria della città ‘stratostorica’ (come la definì Eugenio Luporini) e consentono una valutazione delle trasformazioni avvenute sulle mura e nelle aree adiacenti. Gli interventi ottocenteschi hanno un loro particolare significato perché l’intera cinta fortificata da struttura difensiva assunse, in quell’epoca, la destinazione di parco urbano stabilendo un nuovo rapporto tra le mura, la ‘città antica’ e la ‘città nuova’ che cominciava a svilupparsi fuori della cerchia murata a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.

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Perpetuando attenzioni e saperi per il monumento-simbolo di Lucca

Gli interventi sulle Mura Il momento sostanziale del cambiamento si deve ad una brillante visione della principessa Elisa Baciocchi (1805-1814) che volle trasformare la «muraglia» in un vero e proprio parco urbano a servizio dei cittadini e dette formalmente inizio alla ristrutturazione dell’antico complesso architettonico per adibirlo a «pubblico passeggio». Per la verità le mura erano usate anche prima degli interventi di Elisa quale «passeggiata per dame e cavalieri» come si legge in un documento inedito della prima metà del Settecento, nel quale si accenna anche alla descrizione delle mura stesse corredate da alberature («un piacevole boschetto»). Ma è all’inizio dell’Ottocento che venne programmata una serie di progetti organici e vennero realizzati numerosi interventi proseguiti, anche dopo la caduta del principato napoleonico, con Maria Luisa di Borbone. Quest’ultima istituì una commissione per i «pubblici abbellimenti» della città e curò anche ulteriori interventi sulle Mura. Il figlio Carlo Ludovico, successivamente, con un decreto del 1828, istituì la Deputazione degli Edili, incaricata di dirigere e sorvegliare tutti i lavori di «abbellimento» degli edifici della città, compresa la passeggiata delle Mura. Da allora, con continuità, la comunità lucchese ha sempre curato ed è sempre intervenuta, fatti salvi alcuni periodi, a restaurare, a migliorare, a rendere più fruibile la cinta murata e i percorsi alla sua sommità. La passeggiata, corredata di alberature, fu subito dotata del Caffè delle Mura, ottenuto dalla ristrutturazione di una antica casermetta di guardia. Il «pubblico passeggio» venne progressivamente arredato con panchine, cancellate, lampioni, monumenti. Si citano: il monumento a Vittorio Emanuele II sul piazzale del Caffè delle Mura (1885); il monumento a Mazzini sul Baluardo San Regolo (1890); il monumento a Cairoli sul Baluardo della Libertà (1893).

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1. Il restauro della Casa del Boia 2. Il restauro della Casermetta del Salvatore 3-4. I lavori al nuovo tratto di ciclopedonale nell’area di Porta Elisa

Numerose sono state le professionalità della cultura architettonica di Lucca che hanno contribuito alla realizzazione degli interventi; basti ricordare le figure di Giovanni Lazzarini, Lorenzo Nottolini, Cesare Lazzarini, Giuseppe Pardini e i loro interventi di «abbellimento» condotti in vari anni.

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Gli interventi all’interno del perimetro delle Mura Altri interventi si localizzarono nella porzione urbana orientale e in quella occidentale, nelle aree cioè che, rimaste racchiuse nella cerchia murata cinque-seicentesca, erano caratterizzate da un impianto urbanistico più dilatato. Nel settore orientale del perimetro urbano fu aperta la Porta Elisa (1809-1911) e proposto il nuovo disegno dell’ingresso in città, in forma di emiciclo con portici e arcate (molto simili a quelle della Rue de Rivoli parigina), in parte realizzate sul fronte meridionale della strada. Gli interventi comportarono la demolizione del Convento dei Cappuccini, che si trovava tra il monastero di San Ponziano e il complesso di San Micheletto, e avviarono una ingente opera di ristrutturazione urbanistica. Nel 1819, l’area della Piaggia Romana venne destinata all’Orto Botanico. Altre sostanziali modifiche della zona sono avvenute anche in epoche successive. Se ne citano alcune: fra il 1881 e il 1892 fu realizzata la tramvia a vapore che dalla stazione ferroviaria di Lucca raggiungeva Ponte a Moriano, aggirando la città sul lato orientale interno alle Mura (l’opera comportò l’esecuzione di un nuovo ‘buco’ nella cerchia murata nei pressi del laghetto dell’Orto Botanico) e suggerì il tracciato della Via dei Bacchettoni che, dopo la disattivazione del servizio di trasporto su ferro, utilizzò quel percorso. Nel 1930, lungo la via che arrivava alla nuova porta San Jacopo (aperta nel 1931), fu realizzato il maneggio coperto (1929-1931), poi utilizzato come palestra comunale, nota come ‘la Bacchettoni’. Nel settore occidentale della città avvennero trasformazioni analoghe. Si pensi alla costruzione della cavallerizza coperta a piazzale San

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Donato (1863); alla costruzione della Fornace dei Vetri sui ruderi dell’antico baluardo di San Donato (1839); all’Anfiteatro per le corse dei cavalli (1826); alla sistemazione a parco dell’area al ‘Prato di Porta San Donato’ (1876); all’apertura della Porta Sant’Anna (1911); alla realizzazione del Parco della Rimembranza dei Caduti della prima guerra mondiale (1919). Ma anche altre porzioni urbane furono interessate da opere di adeguamento e rifacimento: basti citare le aree adiacenti alla Porta San Pietro e alla sistemazione dei piazzali interni ed esterni alla Porta Santa Maria. Gli esempi citati, seppur limitati nel numero rispetto alle opere realizzate, consentono di sottolineare la costante attenzione che la collettività lucchese ha riservato alle mura di Lucca adeguando edifici, spazi e superfici agli usi che man mano si mostravano necessari. Gli interventi fuori delle mura Dal 1844 al 1846 venne costruita la ferrovia Lucca-Pisa, che fortunatamente non intaccò la cinta murata, come è successo invece per tante altre città italiane. Per accedere alla stazione ferroviaria fu realizzata una strada fuori della Porta San Pietro e, nel 1886, venne redatto il primo piano di ampliamento della città che delineò l’inizio dell’espansione della città fuori le Mura. Le forme di tale sviluppo edificatorio furono caratterizzate dalla realizzazione di alcuni isolati urbani, nella zona tra la Porta e la stazione, ancora oggi esistenti. La Porta San Pietro venne modificata realizzando i passaggi pedonali, laterali rispetto al fornice centrale. Nel 1887 le aree esterne alla Porta ebbero una prima sistemazione, modificata nel 1891, con la realizzazione del Piazzale per le carrozze. Intanto, nel 1866, il Comune di Lucca aveva acquistato dal demanio statale gli spalti e le Mura della città: operazione culturalmente rilevante, ma anche importante sul piano finanziario perché, grazie alla nuova disponibilità di aree, venne avviata una serie di vendite di porzioni più o meno vaste, racchiuse nel pe-

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5. Porta Elisa

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foto Luca Lupi

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6. Il restauro di Porta San Jacopo 7-10. Il restauro di Porta San Donato

rimetro della Via delle Tagliate, riuscendo così a finanziare la spesa per la realizzazione dei nuovi viali di circonvallazione. GLI INTERVENTI DEGLI ANNI 2000

La costruzione delle mura si deve alla grande paura dei cittadini di essere aggrediti e a quanto gli Anziani riferivano ritenendo la città «pericolosa e indifendibile», ma oggi possono definirsi oggetto di sereno godimento. Scriveva a tal proposito Mario Tobino: «Oggi le mura sono un guanciale per il lucchese, a quel tempo urlavano guerra, gridavano ferocia». Ma, già nel Settecento, come abbiamo visto, Ferdinando Martini raccontava del passeggio sulle mura e del loro uso da parte dei vari ceti della cittadinanza. Merita ancora notare quanto Tobino scriveva: «Le mura di Lucca […] accolgono familiarmente bambini, giovani e anziani, ma anche rimormorano le storie dei secoli passati, l’ardore, la prudenza, le audacie dei cittadini nei diversi secoli, come riuscirono a farsi forti nei mercati di Europa […]. Raccontano le mura di Lucca quanto profonda fu la storia della città». Gli interventi realizzati negli ultimi anni con il sostanziale contributo tecnico e finanziario della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca si collocano in questo contesto storico culturale e sono tesi a perpetuare nel tempo le strutture e gli usi di questo straordinario complesso. L’investimento della Fondazione Il progetto nasce con l’approvazione del Documento programmatico-previsionale 2012 nel quale sono individuati i progetti strategici per il quadriennio 2012-2015 che riguardano, oltre al restauro delle Mura di Lucca, la realizzazione di un ponte sul fiume Serchio e l’edilizia scolastica. In vista del cinquecentesimo anniversario dell’inizio della costruzione della Mura di Lucca, in data 7 gennaio 2013 è stato sottoscritto tra la Fondazione ed il Comune di Lucca un Protocollo d’Intesa per la riqualificazione delle Mura. 6

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11-14. Gli interventi sulla muratura del paramento esterno

A questo ha fatto seguito, in data 3 marzo 2013, un Protocollo d’Intesa tra Regione Toscana, Provincia di Lucca, Comune di Lucca e Fondazione, con il quale ai tre progetti suddetti è stata riconosciuta una priorità da parte degli Enti firmatari, che si sono inoltre impegnati a garantire un sostanziale equilibrio tra risorse rese disponibili dalla Fondazione e risorse pubbliche. Il 27 maggio 2013 sono iniziati a cura della Fondazione i lavori di restauro della Casa del Boia, cui hanno fatto seguito gli altri interventi. Successivamente, conformemente alla definizione del ruolo e dei compiti dei diversi attori istituzionali, nel Documento programmaticoprevisionale 2014 è stato reso noto che la Regione Toscana si sarebbe accollata interamente il costo per la realizzazione del ponte sul fiume Serchio stanziando l’importo di duemila quattrocentocinquanta milioni di euro, quale contributo per il restauro delle Mura a favore del Comune, ed erogando l’ulteriore cifra di novecentomila euro per la valorizzazione della Casa del Boia e della Casermetta San Salvatore. Inoltre, è stato stanziato dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo un importo di ottocentomila euro per il restauro di un tratto del paramento delle Mura, con direzione dei lavori da parte della Soprintendenza di Lucca e Massa Carrara. Nel 2015 la Fondazione ha previsto uno stanziamento aggiuntivo, portando l’entità dell’intervento ad oltre undici milioni e, nel 2016, per il completamento dei lavori si è aggiunto uno stanziamento necessario al completamento del quarto ed ultimo lotto della riduzione dell’asfalto, alla sostituzione dell’illuminazione sulla passeggiata ed al completamento del restauro con l’integrazione degli impianti nella Casermetta San Regolo. Lo stanziamento complessivo è risultato pari a dodici milioni e seicento ottanta mila euro. I principali interventi Merita ricordare i principali interventi, delicati e rigorosamente condotti, come di seguito elencato: – Il restauro dell’ottocentesca Porta Elisa, con importanti lavori di consolidamento, impermeabilizzazione e un complessivo rinnovamento della pavimentazione dei passaggi pedonali e dell’impianto di illuminazione; – Le opere per la riduzione dell’asfalto e la sostituzione dei corpi illuminanti su tutti i quattro chilometri e duecento metri della passeggiata; – Il restauro dei portoni e l’imbiancatura di Porta Santa Maria; – Il restauro del complesso della Casa del Boia con il pieno recupero materiale e storico e gli adeguamenti per consentire la fruizione dell’immobile anche da parte dei disabili. Si deve anche notare che per questo complesso la Regione Toscana ha stanziato novecentomila euro per l’allestimento di un museo virtuale della Francigena negli ambienti recuperati; – La ristrutturazione della Casermetta del Salvatore, nota anche come ‘ex canile’, limitrofa alla Casa del Boia, con il recupero funzionale e 11

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l’installazione di bagni e locali di servizio per il pubblico, ricavati attraverso lo scavo del locale centrale che ha consentito la realizzazione di un piano interrato; – Il restauro della Casermetta San Pietro con la messa in sicurezza del solaio di copertura, il rinnovo degli impianti e la realizzazione di una nuova pavimentazione al primo piano; – Il restauro del paramento esterno delle Mura. Dopo il ripristino sperimentale di un tratto di circa settecento ottanta metri lineari nel luglio 2014; la Fondazione ha provveduto all’esecuzione dei lavori su due dei tre lotti in cui è stata suddivisa la cerchia (i lavori sul terzo lotto sono di spettanza della Soprintendenza, grazie all’erogazione di un contributo di ottocentomila euro concesso dal Ministero dei Beni Culturali); – Il nuovo percorso di pista ciclopedonale esterna alle Mura, nel tratto che collega Piazzale Ricasoli – dove è situata la Stazione ferroviaria – a Porta Elisa. In tutto millecento metri in cui il percorso in ghiaia è stato sostituito con asfalto natura della larghezza di due metri e mezzo, posto a fianco delle alberature presenti; – Il restauro delle Porte San Jacopo e San Donato; – Le opere di manutenzione straordinaria e restauro della copertura della casermetta dell’Orto Botanico. Nell’esecuzione dei lavori alle Mura sono stati eseguiti anche altri lavori collegati ai precedenti per un importo di circa quatrocentotrentamila euro che si possono elencare: – l’asfaltatura di Via della Quarquonia e Via dei Bacchettoni, – ricalibratura di un tratto del poggio della passeggiata tra Porta Elisa e Casermetta San Salvatore, – l’installazione di due defibrillatori, – la realizzazione della nuova biglietteria dell’Orto Botanico, – la manutenzione alla Porta Santa Maria, – l’incremento dei punti di ripresa degli impianti di videosorveglianza della città, – la redazione e la consegna al Comune di Lucca di tre progetti di restauro di tre sotterranei (Baluardi San Paolino, San Martino e Santa Croce) con relative autorizzazioni, che hanno consentito, secondo gli accordi sottoscritti con la Regione Toscana, la concessione di un contributo di due milioni e quattrocentocinquantamila euro.

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15-16. La Casermetta San Regolo dopo l’intervento di restauro 17-18. Opere di restringimento del tratto in asfalto e sostituzione dei corpi illuminanti 19. La sortita San Paolino 20. La sortita San Martino

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Monumentorum Urbis Lucae Si è ritenuto utile – e costituisce un nuovo contributo alla storia della città e delle sue mura la traduzione di alcuni significativi brani del testo, raro, pochissimo conosciuto e mai tradotto, del Compendium Monumentorum Historicorum Urbis Lucae, Libri Quinque che Martini Manfredi, erudito lucchese poi trasferitosi a Genova, scrisse quale capitolo, riguardante Lucca e la sua storia della vastissima opera Thesaurus Antiquitatum et Historiarum Italiae curata dal classicista e filologo olandese Johann Georg Graeve, più noto negli ambienti intellettuali come Graevius. L’opera, in sette volumi, pubblicata a Leida (Lugduni Batavorum) nel 1704, nei tipi del famoso stampatore Pieter Van Der Aa (Petrus Vander A), rappresenta una Summa, sontuosa dal punto di vista tipografico, di tutto ciò che l’Europa colta agli inizi del secolo del Gran Tour voleva conoscere dell’Italia. Poco si sa della personalità di Martini Manfredi, più noto come autore di vite di santi che come storico. Ad esso si devono tuttavia le nitide pagine in lingua latina che qui riportiamo tradotte e che fanno parte della sua narrazione della storia Lucchese, dalle origini ‘etrusche’ della città al 1660. Nel suo Proemio, il Manfredi dedica la sua opera al Volto Santo, la veneratissima Croce protettrice dei Lucchesi (Deo Crucifixo, Regi Regum et Domino Dominantium … urbisque Lucee peculiari Patrono. Divinae Maiestati tuae, Rex aeterne ac onnipotens, offero et consecro hoc opus.). La forte religiosità convive tuttavia nel Manfredi con una visione realistica e disincantata delle dinamiche sociali e politiche della piccola Repubblica e degli interessi, spesso in conflitto fra loro, che determinano le scelte della sua classe dominante. Da tutto ciò emerge un quadro vivido delle vicende della città ed una sintesi storica di straordinario interesse. Luca, «Urbs Provinciae Etruriae […]», è posta al centro di una pianura circondata da monti e colline, alcuni bellissimi, altri dalle pendici

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a cura di Claudio Rovai

Un nuovo contributo alla storia della città

fertili e coltivate ed è dotata di una bella cinta di nuove mura che forma intorno ad essa un ammirevole teatro […]. Le mura hanno il lato esterno rivestito di mattoni mentre all’interno sono rafforzate da un solidissimo terrapieno, che costituisce uno spazio utile per lo schieramento dei soldati e può essere anche utilizzato come passeggiata da dame e cavalieri. Un piacevole e gradevole boschetto di alberi piantati su quel terrapieno serve tanto per proteggere (dai proiettili, con l’intreccio dei

suoi rami) gli edifici della città, quanto per fornire materiale per nuove difese e fortificazioni, in caso di attacco. Dai lati di queste mura sporgono dieci grandi opere ante murarie (baluardi) delle quali alcune, dotate di uno spazio piano, sono ornate di alberi […]. E infine la parte più esterna è difesa da un’area lacustre che raccoglie non solo le acque del fiume Serchio, ma anche quelle di varie altre fonti che in essa si riversano e da dodici opere di difesa che, dalla loro forma, prendono il nome di ‘mezzelune’ e che sono dotate di percorsi protetti [...]. Ann. 1570. Dopo la riforma del sistema politico, la Repubblica volse la sua attenzione alle cose militari ed a fortificarsi in tempo di pace, di modo che nessuna guerra la cogliesse priva di difese. Pertanto si provvede ad organizzare un esercito di presidio, stabilendo che i cittadini dai diciotto anni fino ai cinquantaquattro, con la sola esclusione dei chierici e dei dottori, fossero iscritti a tali liste. A tutti fu dato inoltre l’ordine di tenersi pronti e forniti di armi adatte per le ispezioni generali che dovevano tenersi due volte ogni anno: la prima a maggio o ad aprile e poi a settembre o ad ottobre secondo la decisione del Senato [… ]. La Repubblica, sempre attenta alla propria difesa ed alla sicurezza dai nemici esterni, dispose poi che la Magistratura addetta valutasse se la città non fosse diventata vulnerabile ed insicura a causa del rapido evolversi dei sistemi di fortificazione: opinione questa condivisa da molti condottieri e architetti esperti di arte militare. La stessa Magistratura doveva poi stabilire se non fosse opportuno, per l’utilità e l’onore della Repubblica che la città venisse trasformata in una vera e propria piazzaforte, come già si era cominciato a fare in qualche parte della cinta muraria. Il Consiglio Generale giudicò la cosa importante e degna della massima attenzione ed affidò ad un certo numero di cittadini il compito di approfondire sollecitamente la materia, riferendo poi il proprio parere.

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MONUMENTORUM URBIS LUCAE

Il rapporto presentato da costoro fu affermativo ed approvato dal Consiglio. Fu presa quindi la decisione di procedere alla realizzazione del nuovo sistema di fortificazione, anche se molti si opposero a tale decisione considerando le grandi spese che la Repubblica avrebbe dovuto sopportare (e che allora erano stimate in circa duecentomila scudi). Ma i più esperti di architettura, resi edotti della pratica, si rendevano conto che le spese sarebbero state maggiori del doppio e del triplo, come in realtà accadde; infatti, valutate anche le ultime fortificazioni portate a termine negli anni tra il 1625 e il 1648, fu chiaro che la Repubblica aveva dovuto spendere circa seicentomila scudi. Coloro che erano contrari alla decisione del Consiglio sostenevano che se tutto questo denaro, destinato al rifacimento delle Mura, fosse stato versato nel pubblico Erario, ciò sarebbe stato di maggiore opportunità e utilità per la Repubblica in tempo di guerra. Infatti con quest’ ultimo si sarebbero potuti arruolare soldati, per respingere il nemico lontano dalla città e per conservare il possesso delle campagne, alla cui perdita, come nella maggior parte dei casi, seguiva la resa anche delle città fortificate. Inoltre a queste critiche si aggiungeva la considerazione che, se era vero che mura così potenti non sarebbero state superate neppure con l’aiuto di scale o con altre tecniche di guerra, tuttavia se la città fosse stata sottoposta ad un lungo ed ostinato assedio, essa non di meno avrebbe dovuto cedere, anche se dotata delle fortificazioni più aggiornate e trasformata in piazzaforte. Si proseguì comunque con l’esecuzione di questo decreto dando l’avvio alla costruzione di nuove fortificazioni e mura, opere che terminate dopo un lungo arco di anni, ed integrate ad altri ulteriori, presidi che prendono il nome di mezzelune, ed altri ancora più esterni, resero grande la fama della Repubblica lucchese ed innalzarono la stima di essa presso gli altri Principi, dando nello stesso tempo alla città la rinomanza in tutta Europa di grandissima e munitissima piazzaforte.

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INTERVENTI

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SUL TERRITORIO Archeologia a Lucca

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ensibilità crescente per il patrimonio culturale e normative sempre più stringenti – seppur talora espresse in termini che richiedono alte capacità ermeneutiche – hanno fatto sì che la tutela delle testimonianze della storia antica conservate dal sottosuolo (il ‘patrimonio archeologico’) sia sempre più efficace. Chi, come lo scrivente, opera a Lucca da trentasei anni nella soprintendenza che, cambiando più volte nome e infine anche sede, è l’organo periferico dell’Amministrazione Statale incaricato di questo compito, può serenamente riconoscere di essere passato dal rovistare nella terra di risulta accumulata nei cassoni dei motocarri pronti al viaggio in discarica, per salvarne qualche frammento ceramico, come spesso accadeva nei primi anni Ottanta del secolo scorso, a seguire su Whatsapp le campagne di scavo preventive o contestuali alle opere di movimento terra, in proprietà pubblica ma anche privata, affidate a provetti archeologi professionisti. Le pagine che sul Notiziario della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, per un decennio, fino alla soppressione del 2016, hanno dato conto di gran parte dell’opera di tutela condotta a Lucca e nel territorio sono testimoni, anche nell’esemplare corredo di documentazione grafica e fotografica, dell’‘eccellenza’ della scuola nata e maturata a Lucca, nei cantieri di tutela, fin dalla fine degli anni Ottanta. Se dunque la dispersione di dati storici e di testimonianze materiali che un tempo doveva essere evitata o almeno ridimensionata con faticose peregrinazioni in città e ricognizioni nel territorio, e poi con mediazioni estenuanti, è ormai da considerare episodica, ristretta nella percentuale di inefficienza che anche i più solidi sistemi devono accettare, forse più onerosa di quanto poteva essere trent’anni fa è oggi l’altra faccia della medaglia del lavoro sui ‘beni culturali’: la ‘valorizzazione’. Termine questo in realtà improprio o riduttivo, che implica una considerazione mercantilistica del patrimonio storico, da sostituire con un artigianale ‘fare cultura’; questa sì capace di dare

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Giulio Ciampoltrini

L’impegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca per la ‘comunicazione’ e la divulgazione

frutti reali, anche in termini misurabili nelle scale monetarie. Negli anni Ottanta, in effetti, il tessuto del volontariato culturale permetteva di raggiungere capillarmente una società interessata al suo passato, ai monumenti, agli oggetti che lo facevano riconoscere e percepire come proprio; in senso inverso, proprio in questo diffuso sentire civile maturava la vivacità dell’associazionismo e la partecipazione delle istituzioni elettive alla ‘comunicazione’ – come si dice oggi – di ritrovamenti, di studi, di sogni. È difficile evitare di ripetere che quel mondo, in cui si progettavano musei comunali, si cercavano – spesso anche trovavano – fondi per campagne di scavo che vedevano la partecipazione di volontari e appassionati, e poi conferenze si susseguivano a mostre, è tramontato. Paradossalmente, la formazione di un ceto di ‘professionisti dei beni culturali’ ha coinciso con la progressiva scollatura fra società e memoria del passato; o, meglio, dovrebbe dirsi, non la ‘memoria del passato’ in assoluto, ma la ‘memoria del proprio passato’. In effetti Egizi Impressionisti Caravaggio, e nel campo dell’archeologia dei nostri orizzonti geografici, gladiatori e ‘sangue nell’arena’ conservano o vedono accrescere il loro richiamo; ma oggi la folla che a Castelnuovo di Garfagnana dei primi anni Ottanta si accalcava, coinvolta dall’associazionismo locale, all’inaugurazione della mostra sul Mesolitico della Garfagnana è un’immagine molto più che vintage. I quindicenni innamorati (più spesso innamorate) dell’Egitto non curano di una occhiata le ceramiche degli anni di Tutankhamon trovate a qualche chilometro da casa loro. In questa congiuntura, chi ancora crede che la conoscenza del passato che matura nella prassi di tutela non debba essere confinata agli archivi e alle cantine delle soprintendenze o di qualche magazzino sempre più malvolentieri elargito dal Comune di turno, ma ‘ricadere’ nel territorio che illumina, con l’analisi dei materiali, l’elaborazione storica, la pubblicazione a stampa – ora anche digitale – infine la concreta presentazione nella fisicità di mo-

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1. La pagina web per la mostra Munere mortis di Lucca nel sito del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. 2. La mostra Munere mortis nella Casermetta del Museo Nazionale di Villa Guinigi in Lucca. 3. La mostra Gli Etruschi nelle valli del Serchio e dell’Arno nella Casermetta di Villa Guinigi. 4. Gli spazi espositivi per l’archeologia del San Francesco nell’area absidale della chiesa.

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stre e musei di ciò che la terra ha restituito, si trova ad affrontare gli stessi paesaggi desolati nei quali si muoveva intorno al 1981 o al 1985 quando braccava i motocarri per le vie di Lucca o percorreva i campi arati della Bonifica del Bientina: «faticose peregrinazioni» e «mediazioni estenuanti», per ripetere quanto si è appena detto. Non le vie della città, o i campi, ma gli uffici degli amministratori locali – oggi sempre più spesso i funzionari in luogo degli eletti – e le sofferenze condivise con i responsabili dei musei locali. Non sempre è così, sia chiaro, ma spesso dagli incontri si esce con la consapevolezza di aver incontrato un mero assenso di facciata. Se dunque a Lucca, nonostante l’eclissi dell’interesse per la storia del passato ‘locale’ che ha trovato, in Toscana, una triste prova nella scomparsa di riviste che avevano per oggetto proprio questo tema – le Microstorie tanto vezzeggiate fra anni Settanta e Ottanta, riferite al mondo antico o medievale – è stato ancora possibile continuare a ‘valorizzare’, con mostre pubblicazioni musei, le storie raccontate dalla terra, moltissimo si deve alla sensibilità della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Istituzioni che altrimenti sarebbero rimaste afone hanno trovato nel flusso di finanziamenti assicurato annualmente modo di farsi sentire, di testimoniare alle istituzioni e alla società civile che il dialogo con gli ‘organi di tutela’ non ha come tema solo la tutela, che la tutela non è monacale custodia delle memorie sepolte, ma verte anche sul presente e sul futuro, che nel passato si radicano, inevitabilmente. La mostra Munere mortis. Complessi tombali d’età romana nel territorio di Lucca, tenuta al Museo Nazionale di Villa Guinigi di Lucca nell’autunno del 2010, ancora testimonia, nella pagina web del MiBACT (fig. 1: http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBA C/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Eventi/visualizza_asset.html_269322564.html), l’inizio di un trittico di eventi espositivi che ha fatto della Casermetta del Museo – completato nel percorso espositivo in quello stesso volgere di tempo, dopo un decennale impegno finan-

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ziario della Fondazione – il palcoscenico in cui sono state ‘rappresentate’, fino al 2013, le nuove acquisizioni dell’archeologia in città e nel territorio. La concorde azione delle due strutture ministeriali attive su Lucca – per l’archeologia e nella gestione dei musei – non sarebbe stata possibile senza le risorse della Fondazione, che tanto aveva creduto e concorso al rinnovamento sia di Villa Guinigi, sia di Palazzo Mansi. Il lineare percorso espositivo (fig. 2), integrato da pubblicazioni e dalla ‘comunicazione’ in rete, preparato per la mostra del 2010 è stato rinnovato due volte: nel 2011 presentando lo straordinario complesso della tomba ligure apuana di Vagli Sopra, con le dotazioni della Fanciulla di Vagli, scavata e restaurata grazie ancora alle integrazioni offerte dalla Fondazione ai finanziamenti del Comune di Vagli Sotto e della Soprintendenza per i Beni Archeologici; nel febbraio 2013 documentando la vita quotidiana e la storia dell’abitato etrusco della Murella a Castelnuovo di Garfagnana, punto di partenza di un viaggio nella vita degli Etruschi nelle valli del Serchio e dell’Arno (fig. 3). Se i materiali della Murella – un crocevia degli itinerari transappenninici del V secolo a.C. – possono oggi essere apprezzati solo nel volume che corredò la mostra (Gli Etruschi e il Serchio. L’insediamento della Murella a Castelnuovo di Garfagnana), oltre che nelle pagine web che puntualmente hanno corredato le mostre in Villa Guinigi (http://www.segnidellauser.it/muneremortis; http://www.segnidellauser.it/fanciulladivagli/; http://www.segnidellauser.it/etruschidellamurella), ancora grazie al supporto della Fondazione il corredo della fanciulla ligure apuana morta ai piedi del versante garfagnino delle Apuane intorno al 180 a.C. ha potuto far ritorno a Vagli Sopra, nell’estate del 2013, che ha segnato l’apogeo della divulgazione della ricerca archeologica nel territorio di Lucca. Nel luglio di quello stesso anno, in effetti, si concludeva il percorso di tutela delle testimonianze archeologiche sepolte condiviso tra Fondazione e Soprintendenza nel grande cantiere del complesso conventuale di San

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5. La mostra Bianco conventuale: veduta dell’allestimento negli spazi espositivi del San Francesco. 6. Il passo di Gentucca: copertina del volume per la mostra negli spazi espositivi del San Francesco. 7-8. La mostra Il passo di Gentucca: vedute dell’allestimento. 9. Boccale con stemma francescano e data 1713 dallo scavo del complesso conventuale di San Francesco. 10. La Signora con l’Anello: copertina del volume. 11. Lo scavo del Bastardo/Baluardo San Salvatore: veduta.

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Francesco. Dopo la prima fase dell’opera di restauro e recupero funzionale, nella Stecca, completata nel 2009, dal 2010 al 2013 il San Francesco veniva rigenerato e, nello stesso tempo, raccontava la storia sua e quella della città di cui, per otto secoli, è stato specchio spesso fedele. Dalla fondazione negli anni Venti e Trenta del Duecento, alle celebrazioni delle grandi famiglie cittadine – in primo luogo i Guinigi – sino al rinnovamento del Quattrocento e alle imprese edilizie degli anni della Controriforma che hanno conferito al complesso l’aspetto felicemente ritrovato e reso disponibile nell’estate 2013: questa la storia che quattro anni di scavo hanno raccontato. Un racconto grezzo, in dati affidati a schede, rilievi, fotografie, ad una massa immensa di reperti: su questi si è concentrata la sinergia fra Fondazione e Soprintendenza, già nel momento conclusivo dello scavo, per far sì che la sinfonia dei vari strumenti potesse essere apprezzabile al pubblico dei ‘tecnici’ e a quello di chi, semplicemente, è curioso del passato

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della sua terra o dei monumenti che visita. Con la geniale intuizione progettuale dell’architetto Stefano Dini, e la consueta fiducia della Fondazione e dei suoi tecnici – e in primo luogo occorre rammentare Franco Mungai, con i collaboratori ‘anziani’ Angelo Paladini e Marco Lucchesi – i volumi disponibili sul tergo dell’abside del San Francesco sono stati rimodulati per divenire lo spazio in cui si potessero rivivere le vicende del San Francesco nei suoni prodotti dalla terra (fig. 4). Un progetto di medio periodo, che ormai sta avviandosi a conclusione: l’inaugurazione del 2013 è stata segnata dal Bianco conventuale delle suppellettili da mensa con cui gli Osservanti, appena giunti a Lucca nel 1454, vollero dare l’austero segno del loro stile di vita conventuale (fig. 5); la torrida estate del 2015 ha visto raccontate genesi e metamorfosi del convento fra Duecento e Trecento, vissute seguendo nella città – idealmente – il Passo di Gentucca (figg. 6-8), la gentildonna lucchese che tanto fu cara a Dante e la cui storia

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12. Locandina dell’incontro Lucca, le mura, l’archeologo, Cappella Guinigi, 9 ottobre 2015. 13. Anamorfosi di un paesaggio: copertina del volume per gli scavi dell’area dell’Ospedale San Luca. 14. Antraccoli, lavori per la viabilità di accesso all’Ospedale San Luca: sarcofago in piombo in corso di scavo.

si intreccia con quella del San Francesco, luogo di sepoltura dei Morla e dei Fondora (rispettivamente le famiglie di provenienza e del marito). La terza mostra ha invece documentato il profondo rinnovamento del convento nei decenni di passaggio fra Cinquecento e Seicento, e le testimonianze della vita conventuale affidate alla suppellettile da mensa prodotta su commissione francescana: i Segni e simboli francescani (fig. 9). Racconta invece il momento forse più emozionante dello scavo il volume con le immagini della tomba scavata nella ‘cappella Guinigi’ – la chiesa di Santa Lucia – il 1° ottobre 2010 (fig. 10): la ‘Signora con l’Anello’, forse una delle mogli di Paolo Guinigi, punto di partenza, grazie all’anello d’oro con diamante e al sigillo in piombo papale che l’avevano accompagnata nella tomba, di una brillante indagine di antropologia forense che ha permesso a Gino Fornaciari di ipotizzare che in una delle tre ‘signore’ interrate ai lati dei cassoni familiari dei Guinigi si debba riconoscere Ilaria del Carretto. Rimane da scrivere l’estremo capitolo: la vita del convento tra Illuminismo e Restaurazione, fino alla scomparsa nella città post-unitaria, una storia che vede ancor più serrato il convergere dei segni nella terra e dei documenti, e che chi scrive spera di poter raccontare ancora una volta avendo come sfondo la vivace città del tardo Settecento e del nuovo volto neoclassico. Vent’anni di ‘tutela’ fanno leggere il secolo che si conclude con la fine di Lucca come città-stato in una prospettiva ‘dal basso’, dalle cantine di edifici privati e dagli scavi nelle grandi opere pubbliche. Non meno entusiasmante e impegnativa per l’archeologo, e foriera di preziosissime acquisizioni, è stata anche la campagna di interventi che ha preso avvio – un passaggio di staffetta – nella primavera 2013, quando alla conclusione del restauro del San Francesco si è dato inizio ai lavori che hanno innovato la vita del circuito delle mura. Il complesso formato dall’ottocentesca Casa del Boia, dal Baluardo San Salvatore e dal torrione cinquecentesco che vi è inglobato –

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il Bastardo – ha visto lo splendido recupero funzionale dei volumi sedimentati in cinque secoli di storia arricchirsi delle acquisizioni archeologiche. Nuova luce per le successive trasformazioni di questo lato delle mura, e, soprattutto, occasione compiutamente colta per apprezzare nella loro fisica struttura le ‘mura dei borghi’, sin qui marginali nell’evidenza archeologica e monumentale, divenute invece singolare documento della ritrovata vitalità del Comune di Lucca dopo il ritorno della Libertas, nel 1370 (fig. 11). La documentazione integrale della trecentesca torre inglobata nel Bastardo – conservata nel percorso che, opportunamente strutturato, farebbe del Baluardo San Salvatore il più esauriente itinerario nella storia delle mura di Lucca fra Tardo Medioevo e Rinascimento – è stata presentata in un’appassionate giornata di studi nella Cappella Guinigi, ed è confluita nel volume degli atti – Le mura e il palazzo. Lucca fra Cinquecento e Seicento: un itinerario archeologico – la cui presentazione, il 9 ottobre 2015 (fig. 12), è stata occasione per informare tempestivamente il pubblico lucchese dei ritrovamenti che, con le indagini condotte in sinergia fra Fondazione, Comune di Lucca, Soprintendenza, hanno significativamente integrato il quadro delle conoscenze sulla cerchia urbana fra XII e XV secolo. ‘Vocazione alla comunicazione’, intesa come momento ineludibile della crescita culturale: questo è, dunque, il filo che serra tanti anni di collaborazione fra il San Micheletto e l’ufficio della tutela archeologica. Se è inopportuno fare nomi, in una strategia collettiva e condivisa, di certo chi scrive non può dimenticare il personale apporto del presidente dott. Arturo Lattanzi, anche per risolvere difficoltà solo apparentemente marginali nel percorso di ‘comunicazione’; non si può dimenticare che la conclusione del percorso archeologico allestito nella sala dell’Ospedale San Luca, nel novembre 2014, conseguito con l’impegno scientifico della Soprintendenza e un considerevole sforzo finanziario della ASL 2 di Lucca, sarebbe rimasta priva

di una pubblicazione che desse conto dei risultati del quinquennio di attività di tutela condotta all’Arancio. Fu grazie al contributo prontamente concesso che poté essere completato l’allestimento e dato alle stampe lo snello volume (fig. 13) che si è proposto di raccontare tremila anni di storia della Piana di Lucca attraverso i materiali esposti nel San Luca. E perché il sarcofago in piombo, d’età tardoantica, emerso ancora nel ciclo di opere connesse al San Luca, nel 2014, ormai in avanzato stato di restauro a Firenze (fig. 14), possa trovare collocazione pubblica – nello stesso San Luca, si direbbe – non resta che sperare che ancora nei tempi prossimi, seppur sempre più difficili, il dialogo fra istituzioni possa continuare, nella reciproca apertura che ha caratterizzato questi anni.

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ARCHEOLOGIA A LUCCA

Bibliografia Munere mortis. Complessi tombali d’età romana nel territorio di Lucca, a cura di Giulio Ciampoltrini, Bientina 2009 Giulio Ciampoltrini, Paolo Notini, La Fanciulla di Vagli. Il sepolcreto ligure-apuano della Murata a Vagli Sopra, Bientina 2011 Giulio Ciampoltrini, Silvio Fioravanti, Paolo Notini, Consuelo Spataro, Gli Etruschi e il Serchio. L’insediamento della Murella a Castelnuovo di Garfagnana, Bientina 2012 Bianco conventuale. I servizi da mensa del San Francesco in Lucca fra XV e XVI secolo, a cura di Giulio Ciampoltrini, Lucca 2013 Il passo di Gentucca. Il San Francesco di Lucca nel Medioevo: un itinerario archeologico, a cura di Giulio Ciampoltrini e Consuelo Spataro, Lucca 2014 Anamorfosi di un paesaggio. Gli scavi nell’area dell’Ospedale San Luca e la storia della Piana di Lucca dagli Etruschi al Novecento, a cura di Giulio Ciampoltrini, Pisa 2014 Segni francescani. Il complesso conventuale di San Francesco in Lucca fra Cinquecento e Settecento: un itinerario archeologico, a cura di Giulio Ciampoltrini e Consuelo Spataro, Bientina 2015 Le mura e il palazzo. Lucca fra Cinquecento e Seicento: un itinerario archeologico, a cura di Giulio Ciampoltrini, Bientina 2015 Giulio Ciampoltrini, La ‘Signora con l’Anello’. Il complesso conventuale di San Francesco e Lucca nell’autunno del Medioevo (13701490): un itinerario archeologico, in corso di stampa

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Mercato del Carmine: destinazione futuro Marcello Petrozziello Andrea Salani

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n chiostro caro a tutti i Lucchesi. Sono tante infatti le generazioni che hanno almeno un ricordo, seppure sbiadito, di questo luogo magico; il Mercato del Carmine, dove il profumo forte di ortaggi appena colti dalla terra si mescolava con la fragranza intensa di chicchi di caffè, con l’acre odore di carni appena macellate e con i proverbiali, e talvolta più obliqui, ‘aromi’ della pescheria. Quell’orologio bianco su quella torre rossa di mattoni era un simbolo per la città, per i cittadini, di un luogo d’incontro e di aggregazione, ma anche di una realtà commerciale viva e articolata, che coinvolgeva non solo Lucca, ma tutto il territorio provinciale, da cui provenivano buona parte dei prodotti in vendita. Per questo luogo dei ricordi si aprono finalmente orizzonti insperati e prospettive concrete. Si avvia infatti alla sua conclusione un percorso di riqualificazione strutturale e funzionale che consentirà, in un certo senso, un ritorno al passato con vista sul futuro. Sì, perché se di certo il Carmine non potrà tornare a quella destinazione commerciale che lo caratterizzava ancora negli anni Ottanta del Novecento, per quanto affascinante e romantica, diventerà di certo una più moderna declinazione di quella realtà, in cui attività commerciale, valorizzazione del territorio e promozione turistica troveranno una felice convergenza. Con la presentazione dell’ultima e conclusiva fase dei lavori programmati, questo percorso entra nel suo ultimo step, dando continuità ad un’ampia progettualità condivisa tra la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e l’amministrazione comunale. Un percorso che si completerà con l’individuazione, da parte del Comune, di uno o più soggetti privati in grado di far diventare questa storica struttura uno

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MERCATO DEL CARMINE: DESTINAZIONE FUTURO

1. Il mercato del Carmine in una foto d’epoca

dei maggiori poli di attrazione della città: attività commerciali, botteghe artigianali orientate a promuovere le eccellenze del territorio e un centro turistico-ricettivo d’avanguardia, sul modello dei grandi mercati storici europei, come la Bouqueria di Barcellona, il Markthal di Rotterdam o lo stesso Mercato di San Lorenzo a Firenze. Attraverso un bando pubblico, infatti, l’amministrazione comunale valuterà le possibili soluzioni in termini di destinazioni d’uso compatibili, interventi di riqualificazione e sistemi di gestione, tutelando anche gli attuali operatori presenti nella struttura. GLI INTERVENTI REALIZZATI

Tra il 2014 e il 2015 sono stati realizzati i lavori di riqualificazione delle coperture del portico rettangolare e del vecchio chiostro. Recuperando il portico, valorizzato anche con l’apertura di un lucernario lungo la linea del colmo, si è creata l’opportunità di utilizzare i locali posti attorno al terrazzo-ballatoio, da dove è adesso possibile, come in origine, godere di un suggestivo scorcio sulla piazza centrale coperta. Il Carmine ‘che verrà’ sarà infatti un’area articolata in spazi differenti, dove anche il gioco inconsueto dei volumi permette di progettare un ambiente di grande varietà e vivacità: un obiettivo raggiunto anche mediante la demolizione delle tamponature in vetro-cemento degli archi e la realizzazione di infissi a chiusura nelle aperture laterali tra la nuova copertura e i tetti esistenti sul lato di Via Nuova e Piazza del Carmine. La copertura della piazza centrale ha visto l’utilizzo di nuove capriate in ferro realizzate secondo la tipologia di quelle già esistenti e, in entrambi gli interventi, si è privilegiato l’impiego di materiali omogenei e scarsamente ‘impattanti’ col contesto architettonico preesistente. Il 2016 ha poi visto la messa in sicurezza proprio della struttura-simbolo del mercato: il campanile si presentava infatti in condizioni estremamente fatiscenti e il pericolo di cedimenti era effettivamente concreto. 1

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Planimetria della zona del Carmine al 1873 Pianta del piano terra, progetto del 1873 Progetto per il mercato coperto, sezione (1932) Pianta del piano terreno con il progetto di disposizione dei banchi (1932)

WORK IN PROGRESS

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Un percorso, abbiamo detto, che entra nella sua fase conclusiva, ma anche fondamentale e decisiva per le sorti future del complesso. I principali lavori, tra quelli realizzati e quelli in programma, beneficiano uno stanziamento complessivo di 3 milioni di euro, messo a disposizione dalla Fondazione Crl. Hanno finalmente preso il via interventi rilevanti sugli ambienti della Chiesa del Carmine, cuore dell’antico convento che da tempo versa in condizioni precarie. Il tetto delle navate laterali della chiesa verrà demolito e sostituito con pannelli in rame analoghi a quelli utilizzati per la copertura del chiostro, ma non solo. Infatti questa fase dei lavori è particolarmente orientata a un generale consolidamento statico di tutta la struttura, col necessario adeguamento antisismico, per cui, sempre alla chiesa, vedremo l’applicazione di contrafforti esterni in acciaio e il recupero del piano interrato con placcaggio delle murature esistenti mediante intonaco armato. Nella medesima ottica, la porzione di tetto del lato sud-est sarà consolidata con l’inserimento di tiranti in acciaio e verrà realizzata la ‘cucitura’ delle murature della facciata lato Piazza del Carmine. All’interno, dove verrà rinnovata l’intera pavimentazione, si provvederà al ripristino degli elementi artistici (affreschi, pitture ecc.) e all’eliminazione delle superfetazioni accumulatesi negli anni. Qui una struttura in acciaio bullonata e smontabile è stata identificata come soluzione ideale per sostituire un solaio da tempo inagibile; struttura pericolante proprio come la volta a crociera in laterizio, posta nell’estremità est della navata sinistra, oggetto di una specifica campagna di consolidamento. Tutti lavori che si concentrano contemporaneamente sul generale consolidamento strutturale del Mercato, con l’interessamento dei locali interrati, del piano terra, del primo piano, di un mezzanino e di un piccolo secondo piano, provvedendo a tutti gli accorgimenti necessari a fare del complesso un ambiente

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MERCATO DEL CARMINE: DESTINAZIONE FUTURO

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Gli spazi in cifre

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Il recupero interessa complessivamente i locali interrati, il piano terra, il primo piano, un mezzanino e un piccolo secondo piano, per una superficie complessiva di oltre 3800 metri quadrati. Le superfici utili nette, allo stato attuale, sono corrispondono ad oltre 3600 metri quadrati: la somma dei quasi 1000 metri quadrati della Chiesa del Carmine, degli oltre 1700 metri quadrati dell’area corrispondente all’ex Convento e dei circa 900 metri quadrati suddivisi tra la piazza coperta e i relativi portici.

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MERCATO DEL CARMINE: DESTINAZIONE FUTURO

moderno, variamente fruibile, ma soprattutto solido e sicuro. Interventi che riguardano sia una prospettiva d’insieme che i singoli dettagli, secondo un progetto complesso che consegnerà alla città un immobile aperto a più soluzioni architettoniche, molte delle quali reversibili, in base alle differenti destinazioni degli ambienti. UNA FINESTRA SUL FUTURO

Proprio quella della destinazione rappresenta la sfida più importante, perché il progetto di recupero del Carmine nasce in sostanza da una visione, una progettualità urbanistica, commerciale e promozionale che potrebbe ridefinire il volto di questa parte del Centro storico. L’area del mercato si è infatti storicamente sempre rapportata con quella dell’Anfiteatro dove erano svolte le attività del ‘mercato all’ingrosso’, ma si relazionava anche con Palazzo Guinigi, un tempo sede di alcuni uffici pubblici e oggi frequentata meta turistica con la sua celebre Torre alberata. La storia ritorna: il rilancio di questa struttura potrebbe infatti proporre un punto di collegamento, attivo e vitale, tra le aree più frequentate del Centro storico – dal Fillungo a San Michele fino ad arrivare al Duomo – con la zona Est della città, che sta vivendo una fase di pieno sviluppo e rinascita, a seguito dei tanti interventi di riqualificazione portati avanti proprio dalla Fondazione Cassa di Risparmio assieme al completo restauro delle Mura. Un cerniera dunque, ma anche un nuovo cuore pulsante, del cui ‘battito’ potranno beneficiare tante realtà culturali, turistiche e commerciali di tutto il territorio. L’intera area si dovrà proporre come un vero e proprio distretto commerciale, entrando nell’immaginario collettivo come luogo di aggregazione a forte valenza turistica ma, anche, come sede di nuove – e meno nuove – attività mercantili: dal mercato ambulante dell’artigianato e dell’arte a una fiera florovivaistica permanente, dall’area dedicata ai ‘giochi di piazza’ a inusuale e suggestiva location per

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eventi vari. Se si concretizzeranno anche i vari progetti di progressiva pedonalizzazione della Piazza del Carmine e della Via e Piazza San Gregorio, si arriverà alla piena e completa fruibilità dell’area dell’antico orto retrostante e degli edifici circostanti: in quest’ottica si pensa anche alla riconfigurazione dello spazio intorno ai cosiddetti ‘bagnetti’, dove bambini e anziani avranno a disposizione un vero e proprio giardino pubblico, con percorsi pedonali collegati anche con l’adiacente giardino del palazzo Guinigi, anch’esso a breve oggetto di interventi che ne rivoluzioneranno l’accessibilità. Ogni considerazione deve comunque considerare che il Mercato del Carmine non è al momento un’area in disuso. Vi sopravvivono attività commerciali che, negli ultimi decenni, hanno superato anche le problematiche del degrado, testimonianza tenace del valore intrinseco della struttura e della sua collocazione strategica. Proprio partendo da qui verranno ottenute superfici commerciali nel chiostro, caratterizzate per target d’uso non tradizionali nell’ambito della ristorazione e della vendita di prodotti agroalimentari. Le navate della ex chiesa potranno invece garantire locali ad uso commerciale di dimensioni notevoli, quindi decisamente appetibili per gli operatori della media distribuzione, che con la loro presenza funzioneranno da elemento catalizzatore, facendo da traino per tutta l’area. Il progetto ovviamente non trascura la vocazione originale del complesso e prevede di mantenere un’ampia superficie a destinazione mercatale, dove soddisfare le esigenze dei piccoli produttori agricoli per la vendita dei prodotti tipici e di filiera corta del territorio lucchese. Le nuove botteghe che si affacceranno su via Mordini, su Piazza del Carmine e su via San Gregorio vedranno dominare i saperi pratici, con esercizi di vicinato, artigianato di servizio e piccolo artigianato di produzione, mentre al primo piano saranno ricavati spazi per la vendita e l’esposizione di prodotti alimentari. Un ruolo fondamentale verrà assegnato al

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MERCATO DEL CARMINE: DESTINAZIONE FUTURO

piano seminterrato, con strutture ricettive, attrezzate anche per ospitare eventi temporanei di promozione turistica e attività culturali, mentre ovviamente nelle navate della ex chiesa, pur prevedendo l’inserimento del piano soppalcato, si dovrà tener conto della particolarità del luogo valorizzandone il suo apparato decorativo. Un grande progetto e prospettive di assoluto interesse dunque: rivitalizzare un pezzo importantissimo del centro storico attraverso una misurata combinazione di tradizione e innovazione, integrando il mercato nella vita lucchese e curando, attraverso un’attenta politica urbanistica, la promozione dell’area, mediante il marketing delle strade di accesso e un’adeguata contestualizzazione. Il Carmine non è mai stato una struttura ‘chiusa’ e il successo di una sua rinascita ha la sua chiave proprio nel trovare gli strumenti per farlo ‘dialogare’ col resto della città.

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La storia Il complesso dell’attuale Mercato del Carmine è nato sulla struttura preesistente del convento dei Carmelitani Scalzi che lo hanno retto fino agli inizi del Novecento. Le origini storiche risalgono all’anno Mille e le principali fasi di ampliamento e modifica della struttura conventuale sono già documentate intorno al 1342, quando i carmelitani ricevettero dal vescovo Guglielmo II la chiesa di San Pier Cigoli. L’edificio subì vari interventi di trasformazione per adattare l’antica chiesa risalente al XII secolo alle nuove esigenze conventuali: impegno che i religiosi portarono avanti anche nei secoli successivi, dando vita al complesso immobiliare attuale costituito dall’ex chiesa del Carmine e dal chiostro dell’ex convento con l’annesso orto. Nel 1866, dopo la soppressione degli ordini religiosi, il monastero sembra destinato ad accogliere varie funzioni pubbliche, quali la Pretura, l’accettazione dei soldati di leva e un mercato coperto dei cereali. È intorno al 1932, vista l’inadeguatezza igienico-sanitaria dell’esistente mercato delle vettovaglie in Piazza Anfiteatro, che viene elaborato un progetto, portato a termine nel 1936, di costruzione di un mercato all’interno della struttura monastica, dotato di 31 negozi, 200 banchi di vendita, 30 banchi per il pesce, 6 magazzini all’ingrosso e due vani per la vigilanza sanitaria e l’amministrazione. Nel 1952, terminato il periodo della concessione, il Mercato è tornato di proprietà del Comune ed è stato attivo e fiorente fino al 1974, quando le attività ambulanti del mercato settimanale che si svolgevano nelle vie adiacenti e nella piazza del Carmine iniziarono a non apparire idonee al contesto urbano.

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foto Lucio Ghilardi


San Martino: la restituzione della memoria Don Mauro Lucchesi

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avel Florenskij (1882-1937) persona tra le più geniali della storia – filosofo, scienziato, matematico, fisico e teologo – afferma: «la cultura, come risulta chiaro anche dall’etimologia, è un derivato del culto, ossia un ordinamento del mondo secondo le categorie del culto. La fede determina il culto e il culto la concezione del mondo, da cui deriva la cultura» (da La filosofia del culto, 2016). Infatti nell’edificio di preghiera si manifesta la visione che una comunità ha del mondo, di Dio, dell’umanità e ciò viene espresso con tutti i linguaggi che l’arte mette a disposizione. Entrare in Cattedrale, anche per un visitatore non credente, significa entrare in un universo che racconta una visione del mondo, una storia, una città che nel nostro caso non è più visibile nelle sue radici nel VI secolo, e neppure nella consacrazione della rinnovata ricostruzione del 1070. Ma la storia visibile che oggi San Martino mostra è quella di un periodo felice per l’arte che nella seconda metà del XIV secolo e nella prima metà del XV diede all’impianto romanico dell’edificio quelle strutture e ornamenti gotici che suscitano tanta meraviglia a chi, anche oggi, innalza lo sguardo. Metter mano – e finanziamento, come ha fatto la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca – al restauro di una tale opera non è una semplice operazione di pulitura e neppure un semplice aiuto dato a sostegno di una chiesa, ma è operazione culturale rilevantissima perché permette la riappropriazione della memoria che spesso si perde. Il lungo restauro ha costituito un’occasione preziosa che ha messo in dialogo prospettive diverse, è stata l’opportunità di ripercorrere la storia dell’arte lungo i secoli, ha costituito un’operazione culturale di grande rilievo per la città: anche quando la città stessa restasse indifferente a una tale operazione, il suo valore rimarrebbe intatto. L’operazione è stata lunga e silenziosa, contrassegnata di tanto in tanto da atti di ‘restituzione’ delle parti riportate alla loro bellezza.

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foto Luca Lupi

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1. La facciata del Duomo 2. L’altare di San Regolo

Nel mese di aprile è stato completato il restauro del transetto nord, luogo che era chiuso dalla metà degli anni Novanta per problemi inerenti la staticità e che aveva costretto anche a spostare il monumento di Ilaria del Carretto nella sacrestia. Nel mese di aprile del 2016 erano state terminate le due campate occidentali e riaperta la porta esterna. Mancavano però le due campate occidentali e la cappella del santuario che sono stati restituiti alla città, che è stata fortemente presente il 3 aprile all’evento inaugurale. I monumenti di particolare interesse artistico in questa zona interessati al restauro sono stati la Cappella del Santuario e il monumento ai vescovi Guidiccioni. La Cappella è l’ultimo grande intervento architettonico realizzato in Cattedrale. Fu costruita tra il 1626 e il 1657 per raccogliervi le reliquie che si trovavano nei vari altari e cappelle che erano stati rimossi in quegli anni. Nel corso dei secoli ha incontrato diversi problemi soprattutto per infiltrazioni di umidità. Il restauro è stato molto impegnativo: sono state risanate le strutture murarie, recuperati gli intonaci e gli stucchi, restaurate le decorazioni pittoriche e le cromie originali nonché gli arredi liturgici presenti (altare, tombe, stalli lignei e inserti scultorei). Tutto questo lavoro ha permesso di accogliere e ricollocare sull’altare la pala della Madonna con il Bambino tra i santi Giovanni Battista e Stefano, opera di Fra Bartolomeo del 1509 che era stata asportata da questa sede all’inizio dei lavori nella zona del transetto oltre 20 anni fa. L’altro elemento architettonico recuperato e ora visibile in tutta la sua luminosità è il monumento funebre dei vescovi Guidiccioni, una scenografica architettura marmorea del XVII secolo riconducibile al disegno di Muzio Oddi.

Don Mauro Lucchesi è l’attuale Rettore della Cattedrale di San Martino. 2

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Un gioiello di tanta nobile grazia

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La fabbrica però in cui le nuove forme dell’arte maggiormente appariscono, è la cattedrale di Lucca». Così esordisce Enrico Ridolfi nella sua ottocentesca guida Le basiliche medioevali della città di Lucca affermando per il San Martino un primato assoluto: quello di presentarsi come un abile e stratificato insieme di stili, armonizzati in una struttura unica e comunque fortemente omogenea. Insomma, per dirlo sempre con le parole del Ridolfi, «un’ingegnosa e sapiente mischianza del lombardo, dell’ogivale non mai interamente abbandonando le tradizioni latine, che produsse quello stile gotico-toscano di tanta nobile grazia». Una grazia che identifica appunto da secoli una delle più apprezzate cifre stilistiche della città e dei suoi tanti monumenti. Una grazia che era necessario preservare, recuperare e riportare a nuova vita, perché il Duomo non è soltanto uno dei siti più ammirati e visitati della città, ma soprattutto un luogo di culto insostituibile per la devozione lucchese, per la sua storia quasi millenaria e per la presenza del Volto Santo, icona sacra al centro della più importante festa religiosa cittadina. Una chiesa che è poi simbolo di una dimensione ‘internazionale’ di Lucca: dedicata a un santo straniero e in grado di accogliere molte innovazioni stilistiche e architettoniche d’oltralpe, caso raro in una Toscana che tra XII e XIII secolo ha continuato a parlare fieramente il linguaggio autoctono del Romanico; una chiesa scrigno di capolavori opera di artisti non lucchesi, da Fra’ Bartolomeo a Tintoretto, passando da quello Jacopo della Quercia che ci ha regalato la nostra immortale Ilaria. Tutti elementi che hanno concorso alla creazione del ‘bello’, indipendentemente dalla loro provenienza, e che ci raccontano di una Lucca centro di relazioni internazionali, abile nel commerciare e capace di recepire il nuovo che viene da fuori. Per questi e per tanti altri motivi la Cattedrale rappresenta uno dei simboli della città, probabilmente assieme alle Mura il monumento che meglio qualifica e identifica l’indole operosa, innovativa e vivace che ha caratterizzato nei

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Andrea Salani

secoli Lucca, i suoi abitanti e le sue istituzioni. Il San Martino è da circa vent’anni al centro di un’imponente e capillare opera di restauro delle sue strutture e arredi interni che ha coinvolto innumerevoli maestranze, con le più disparate competenze, e che è recentemente giunta alla sua conclusione con il completo recupero del braccio settentrionale del transetto e con la riqualificazione estetica e funzionale del campanile. Ma andiamo con ordine. Infatti questi due specifici interventi arrivano a concludere un ‘cantiere’ che negli ultimi dieci anni ha visto la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca

stanziare oltre 9 milioni di euro per consentire il pieno recupero degli ambienti interni del San Martino. La parola ‘cantiere’ è più che mai utilizzata a proposito in questo caso, poiché sono state impiegate maestranze di vario genere, con competenze e capacità differenti, esattamente come nei cantieri medievali, dove convivevano architetti, maestri d’ascia, sapienti vetrai, scalpellini e molti altri ancora. In ogni area delle navate e del transetto ogni elemento ha conosciuto un ritocco, un restauro, una ripulitura: arredi lapidei, pavimentazione, vetrate, affreschi, dipinti e varie tipologie di suppellettili che rappresentano talvolta infinitesimali dettagli. Proprio quei particolari che contribuiscono, in una visione d’insieme, alla creazione di un grande ambiente maestoso, in cui ricchezza e sobrietà si sposano in un perfetto connubio che non esiteremmo a definire tipicamente lucchese. Tra gli interventi realizzati in questi ultimi dieci anni va segnalato il restauro delle navate e la riqualificazione del tempietto del Volto Santo. Particolarmente significativo quest’ultimo cantiere che ha consentito il recupero della preziosa cappella a pianta centrale che Matteo Civitali realizzò nel 1484 per custodire la maggiore reliquia lucchese. A fine 2011 partirono i lavori sulle superfici esterne, dalla lanterna dorata fino alla base delle colonne. Grazie alla corretta metodologia messa in atto dai restauratori sotto l’attento controllo della Soprintendenza, l’intervento conservativo della struttura originale e delle consapevoli trasformazioni apportate nel tempo, ha riportato in luce lo splendore dei marmi, il volume degli ornati, la lucentezza delle maioliche e delle dorature, restituendo cosi una corretta lettura del monumento. Il percorso è poi proseguito con il restauro del basamento della cappella e delle superfici decorate al suo interno, dell’altare, delle lampade votive e dei lampadari. Anche qui un’operazione meticolosa con cui la Santa Croce ha visto rinnovare e riqualificare lo scrigno che per secoli l’ha accolta e protetta. Di capitale importanza è stato senza dubbio

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foto Lucio Ghilardi

3. Il transetto nord al termine dei lavori di consolidamento

il definitivo consolidamento strutturale del braccio settentrionale del transetto, per anni vera spina nel fianco per la stabilità dell’intera basilica, dato che questa situazione di perenne precarietà aveva condizionato l’utilizzo della Cattedrale, sia sotto il profilo dell’accoglienza turistica che del completo regolare svolgimento delle liturgie. Con la ritrovata solidità delle murature e la stabilizzazione antisismica anche delle quattro campate che compongono il braccio è stato dunque possibile procedere alla riqualificazione degli interni che si è svolta tra il 2016 e il 2017, in due interventi differenti. Il primo ha riguardato le due campate occidentali e ha consentito la tanto agognata riapertura del portale laterale di accesso alla chiesa. Come nel resto della Cattedrale si è provveduto al restauro delle decorazioni pittoriche sulle volte, eseguite nel 1881 da Enrico Ridolfi e Michele Marcucci, e al risanamento di membrature lapidee come pilastri, capitelli, pareti, trifore ed altri elementi scultorei. Sono state inoltre restaurate le porte lignee nei tre portali principali della facciata, testimonianze dell’arte rinascimentale eseguite tra la fine del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento, e – sempre in questa campagna di lavori – è stato portato a termine il recupero di due altari tardo cinquecenteschi nelle navate laterali e il restauro della vetrata. Interventi molto simili a quelli realizzati anche nelle due campate orientali durante il 2017, che hanno segnato il completamento delle operazioni di recupero di quest’area così articolata e ricca di elementi d’interesse: basterà pensare che in tempi relativamente recenti proprio qui potevamo ammirare il cenotafio di Ilaria del Carretto. Lavori che hanno restituito finalmente alla piena fruizione l’intero transetto nord e che, come negli altri cantieri, hanno visto all’opera maestranze eterogenee: dai restauratori delle decorazioni pittoriche sulle volte a quelli che hanno risanato le membrature lapidee, dagli intagliatori che hanno curato gli stalli lignei ai mastri vetrai che si sono occupati delle vetrate del transetto.

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UN GIOIELLO DI TANTA NOBILE GRAZIA

La Cattedrale San Martino ottenne il titolo di chiesa cattedrale nell’VIII secolo, ma la struttura che ammiriamo oggi venne realizzata dal 1060 in stile romanico con pianta basilicale e progressivamente eretta nelle forme attuali a partire dalla fine del XII secolo, quando forti erano le influenze delle novità architettoniche pisane. Col cantiere della facciata si affermò dunque il cosiddetto secondo stile del Romanico lucchese, che, confrontato col Romanico pisano, presenta una decorazione più articolata e intrecciata delle colonne. Rispetto ad altri esempi contemporanei la chiesa propone inoltre un imponente portico, un tempo importante punto di aggregazione sociale, nel quale spicca la splendida Deposizione di Nicola Pisano (ca. 1260). L’interno presenta, su una pianta a croce latina, tre navate sormontate da due falsi matronei dove incontriamo archi a sesto acuto tipicamente gotici, testimonianza della grande ricettività dell’ambiente lucchese. L’abside, luminosa grazie alle ampie monofore – stavolta romaniche – conclude un felice connubio di istanze differenti in cui il dettaglio e il maestoso si combinano in perfetta armonia.

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Una equipe composita e perfettamente coordinata, che ha consentito di riportare alla luce brani importanti della storia dell’arte lucchese. Proprio grazie a quest’ultima fase dei lavori sono tornati infatti visibili il monumento funebre dei vescovi Guidiccioni, scenografica architettura marmorea del XVII secolo, e la suggestiva e bellissima Cappella del Santuario. Il recupero della Cappella, costruita tra 1626 e il 1657, è stato uno degli interventi più impegnativi, ma di certo rappresenta una delle note più liete. Con la revisione della copertura, il risanamento delle strutture murarie, il recupero degli intonaci e degli stucchi e il restauro delle decorazioni pittoriche, anche questo ambiente, dotato di una sua particolarissima luminosità, torna visibile e soprattutto idoneo ad accogliere nuovamente la rinascimentale pala della Madonna con il bambino fra i santi Giovanni Battista e Stefano, dipinta da Fra’ Bartolomeo nel 1509, tolta dalla sua collocazione in Cattedrale oltre venti anni fa, prima dell’inizio dei lavori, e per tutto questo tempo ospitata nel Museo Nazionale di Villa Guinigi. Un capolavoro del maestro fiorentino che dunque torna ad arricchire il patrimonio artistico del Duomo, accentuando la sua doppia vocazione. Sì, perché San Martino è un eccezionale testimonianza architettonica, ma anche un bellissimo esempio di collezione di opere d’arte contestualizzate. I capolavori inseriti negli ambienti di una chiesa rispettano infatti un preciso disegno da parte della committenza o dei gestori dell’istituto. Sia che un dipinto – come una statua, un reliquiario o altro ancora – si trovi nella sua collocazione originaria, sia che venga nei secoli spostato, nelle navate, nelle cappelle o sugli altari, troverà sempre una ubicazione “parlante”, in grado cioè di raccontarci qualcosa di più sulla storia, sulla fortuna e sul significato dell’opera. E in San Martino, oltre al Fra’ Bartolomeo e alla celebre Ilaria, si contano molte opere d’arte ben contestualizzate, come la toccante Ultima cena del Tintoretto, il San Sebastiano di Matteo Civitali e la Madonna in trono di Domenico Ghirlandaio.

Entrare nella Cattedrale oggi significa dunque riabbracciarla in tutta la sua bellezza, in tutta la luminosità del suo soffitto fatto di azzurro, stelle e immagini sacre, in tutta la varietà delle espressioni artistiche che accoglie da quasi mille anni. Grazie al contributo della Fondazione è stato possibile anche intervenire sul campanile, la torre che assieme alla facciata della chiesa costituisce un iconico unicum, sempre più conosciuto in tutto il mondo. Qui è stata eliminata l’erba che cresceva tra le pietre chiare e tra quelle più scure, completamente ripristinata la scala interna e costruito un soppalco tra la base dell’ultimo piano e le campane, in modo da rendere più semplice la manutenzione delle stesse, ma anche per consentire ai visitatori di godere di una vista davvero suggestiva. Nelle aperture sono state montate reti per ‘difendere’ il monumento dall’invadenza dei piccioni, mentre al piano terra sono adesso disponibili i servizi igienici. Ma la grande novità è quella di un’inedita apertura al pubblico, sicuramente attesa non solo dai turisti ma anche dai Lucchesi, che per la prima volta hanno potuto godere del panorama cittadino da una prospettiva fino all’ora mai sperimentata. Una scelta felice, dato che in tantissimi negli ultimi mesi hanno percorso i duecento scalini che portano alla cima, gettando così uno sguardo sui tetti rossi di Lucca e sui profili montani che la circondano. Tanti interventi dunque con un unico obiettivo: riconsegnare alla città, ai fedeli e ai turisti una Cattedrale nel pieno della sua bellezza. Un risultato ottenuto attraverso un percorso che non ha nascosto, ma anzi sottolineato le stratificazioni presenti – vero valore aggiunto – restituendo una leggibilità delle fasi, delle modifiche e delle tante mani che qui hanno lavorato e contribuendo a creare questo esempio unico in cui ancora oggi si respirano certo eleganza e grazia, ma soprattutto un’intensa spiritualità.

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foto Luca Lupi

Non solo Ilaria I ‘gioielli’ del San Martino San Sebastiano Matteo Civitali, 1484 Vero gioiello incastonato nel tempietto del Volto Santo, questa statua di piccole dimensioni che illustra perfettamente l’interpretazione raffinata ma concreta che Civitali seppe dare della scultura fiorentina. La delicatezza dell’incarnato e l’attenzione per una definizione quasi lineare dei contorni testimonia tutta l’attenzione dello scultore anche per la pittura dell’epoca, con particolare riferimento alle opere del Perugino. [4] Madonna in trono col Bambino e santi Domenico Ghirlandaio, 1479 Attenzione maniacale per la cromia dei panneggi, cura dei dettagli, utilizzo razionale degli arredi per definire le linee prospettiche. Ecco alcuni degli elementi fondamentali dello stile del Ghirlandaio presenti in quest’opera, che nella navata sinistra della Cattedrale si impone come una finestra di luce, in cui, tra colori vivaci, le figure si impongono plastiche, impostate in maniera ieratica e certamente desunta dalle sculture dell’epoca. [5] Ultima Cena Tintoretto, 1590 Jacopo Robusti, detto Tintoretto proprio perché figlio di un tintore lucchese migrato a Venezia, era già, col coevo Veronese, l’artista più ambito della Serenissima quando, nel 1590, realizzò questa eccentrica Ultima cena, abbinando alle sue scelte cromatiche nette, talvolta inquietanti, l’utilizzo di una prospettiva decentrata e inusuale, riconoscibile anche in altre opere della sua maturità. La tela era originariamente collocata nel transetto meridionale, quasi ‘a specchio’ con la tela di Fra’ Bartolomeo. Un ‘contorno’ niente male per l’altare maggiore… [6] Madonna con il bambino fra i santi Giovanni Battista e Stefano Fra’ Bartolomeo, 1509 Torna in chiesa dopo vent’anni quest’opera, prima della lunga serie di Sacre Conversazioni di Fra’ Bartolomeo, che deve averla realizzata interamente di proprio pugno. Si riconoscono infatti il delicato cromatismo, soprattutto nella definizione delle luminosità e del chiaroscuro che conferiscono volumetria e plasticità ai personaggi: inequivocabile cifra stilistica di questo dotatissimo autore, protagonista di quel clima di rottura nel percorso della pittura rinascimentale che cadde nel primo decennio del XVI secolo. [7] La Deposizione Nicola Pisano, 1260 Nella lunetta del portale di sinistra Nicola Pisano mette in scena un vero e proprio dramma sacro in cui appare evidente la spinta innovatrice di uno scultore che per primo coniugò la passione per le eleganti realizzazioni francesi con un interesse tutto nuovo per il mondo classico. Attenta è la definizione dei particolari, realistici e proporzionati, struggente è la ‘discesa’ del Cristo dalla Croce, piegato nella posa sofferente che caratterizzava le croci dipinte dell’epoca. Un brano fondamentale per comprendere l’evoluzione dell’arte italiana di quel periodo. [8]

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Le due pinete: così uguali così diverse Adolfo Lippi

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iareggio ha due pinete: una, a ponente, è paciosa, accomodata, un parco-ristoro per anziani che sospirano l’ombra e per bambini che sgambettano su biciclettine a ruote e ruotine; l’altra, a levante, è selvaggia, misterica, disabitata, passeggiata per ambientalisti e zona di lavoro per viados e donnine di vita. Le due pinete, sono per i cultori, due cuori verdi, due polmoni necessari, ma la scenografia, fatta di pini, platani, olmi, lecci è diversa perché diversi sono gli usi che se ne fa: da un parte ormai la Pineta è un parco innestato in una città cementificata da generazioni, dall’altra è un residuo di boschi leggendari e, nonostante molte speculazioni, la vegetazione resiste per essere studiata e da qui provengono ancora i pinugliori per le baldorie dell’8 settembre (Festa della Madonna), i ginepri per l’albero di Natale, la borragine per i presepi, i pinoli per le torte di Pasqua, le leggende su Puccini che sparacchiava e imbandiva pingui tavolate di cacciagione proibita. Qui vi sono ancora i cinghiali. A Ponente, invece, non vi sono più guardie forestali e la storia recente si faceva inseguendo spacciatori che imperterriti continuavano a smerciare tra giostre stracariche di bimbetti e ballo-lisci di anziani vogliosi. Anche il passato delle due pinete è particolare e non si somiglia. E merita un excursus. Viareggio (che era un povero borgo di capanne) nacque a fine Medioevo incastrato in acquitrini malarici e boschi immensi che da Marina di Pisa raggiungevano le falde a nord delle Apuane. Erano boscaglie di piante mediterranee, lecci tantissimi e querce e macchie basse fiorite che quando pioveva (ed allora pioveva più di oggi) si trasformavano in marcite poiché gli alberi cadevano schiantati dal libeccio e nessuno provvedeva a toglierli dalle pozze. Così le malattie galoppavano e facevano stragi. Altre stragi erano provocate dalle risse continue tra Pisani, Lucchesi, Genovesi, tra eccidi, incendi, devastazioni di col-

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LE DUE PINETE: COSÌ UGUALI COSÌ DIVERSE

ture, tutti protesi a conquistare il castello di Motrone che faceva da confine ai vari potentati e garantiva dal porticciolo il commercio di grani e legumi con la Sicilia. Orbene le vicende poi si chiarirono. I fiorentini, illustri intrusi, presero Pietrasanta (e dopo anche il porto di Pisa) ed ai lucchesi rimase, pei commerci, il porto appena sorto a fine Quattrocento, a Viareggio. Da qui iniziarono i lavori per rendere salutare l’acquisita costa e con la prima urbanizzazione attorno alla vecchia torre Matilde si presero a disboscare le dune, dividendole tra quelle a ponente, dal canale Burlamacca fino alla fossa dell’Abate, e quelle a levante, che dal canale Burlamacca si spingevano fino al lago di Massaciuccoli ed a Marina di Pisa. E per fare di Viareggio una città si puntò decisamente e bonificare il ponente; sicché Lucca, prima nel Cinquecento con un ingegnere Fiammingo, Guglielmo Rael, poi con il veneziano Sebastiano Roccatagliata (si era nel Seicento), infine con Bernardino Zendrini, anch’egli veneto, nel 1700 e oltre, risanò la sua marina e Viareggio, a ponente, divenne già con l’Ottocento, la perla delle vacanze. Dobbiamo ricordare che lo Zendrini abbatté più di quarantamila alberi e i terreni acquisiti vennero lottizzati tra i Lucchesi benestanti mentre a insegnare la marineria ai Viareggini venivano dei maestri da Genova. E con tanta legna a disposizione si costruirono i primi bastimenti. MARIA LUISA E PAOLINA BONAPARTE

Con la caduta di Napoleone venne a dominare Lucca un Borbone, Maria Luisa, bigotta, spagnoleggiante, tutta palazzo ducale e chiesa. Che però s’innamorò perdutamente di Viareggio. Mentre i suoi predecessori, i Baciocchi (parenti strettissimi di Napoleone) avevano preferito Livorno, Maria Luisa concentrò le sue smanie urbanistiche ed architettoniche sul modesto porto viareggino, fece aprire una darsena attorno alla torre Matilde, e, soprattutto, avendo a disposizione un architetto di genio, il Nottolini, smaniò una fantastica reg-

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gia da collocarsi, vedi un po’, non nella Pineta di Ponente, già regredita a spazio urbano, ma nella lussureggiante macchia di levante. Per questa sua pretesa la Maria Luisa s’appropriò dell’intera zona fino alla marina di Torre nel Lago ed i Viareggini pur mugugnando, dovettero accettare di perdere questa proprietà (che Napoleone aveva loro concesso). Per fortuna il regno dei Borboni durò poco. Ed i Viareggini non videro sorgere l’infausta reggia (poi confinata in via Regia), sicché quando Giacomo Puccini cominciò a frequentare Torre del Lago (per stare in pace e cacciare) la Pineta di Levante era tornata regno di cinghiali e caprioli e semmai vi restava una piccola costruzione che poi accolse i Borboni cacciati dalla Spagna (detti carlisti). Paolina Bonaparte, invece, s’invaghì, al suo ritorno da confino all’Isola d’Elba, della Viareggio balneare. Che raggiunse in veliero approdando sul moletto. E siccome aveva una cotta per il Musicista Giovanni Pacini (già maestro di cappella della Baciocchi, sorella di Paolina) decise di farsi una villa, un vero palazzetto-garçonnier, a nord della Burlamacca. Il Palazzo sorse proprio dirimpetto al mare, così Paolina, dicono le leggende, scendeva in acqua totalmente nuda (come l’aveva scolpita Canova) sconvolgendo i rari pescatori che frequentavano la zona. Perché merita rammentare questa villa? Perché col giardino confinava direttamente con la Pineta di Ponente e l’attuale via Zanardelli, non a caso, si chiamava via della Pineta. Sempre da queste parti, usando rami di pino, venne allestito il rogo per bruciare la salma di Percy Shelley, il poeta inglese folgorato da questo mare e annegato per un fortunale nei pressi del Gombo. E Lord Byron venne apposta da Pisa cavalcando boscaglie e dune per presenziare al rogo, che innalzò effluvi di incenso e di ragia di pino in una specie di stupendo rito romantico. RILKE E ENRICO PEA

Anche per poeti vi sono tuttavia vari modi di godere ed usufruire della natura. La Versilia

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LE DUE PINETE: COSÌ UGUALI COSÌ DIVERSE

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foto Lucio Ghilardi

foto Lucio Ghilardi

come Eden, come paesaggio fiabesco, già due secoli fa venne scoperta, dipinta e narrata, da molti artisti europei. Uno, addirittura, il pittore inglese Blake Richmond dipinse un Near Via Reggio where Shelley ’s body was found che tutt’ora fa bella mostra alla Royal Academy di Londra. Chi profittò del silenzio della pineta (di ponente) fu poi il poeta praghese René Maria Rilke (l’incarnazione della Poesia secondo Marina Cvetaeva) che ammalato d’ansia e di depressione girovagò parecchio per l’Europa prima di approdare all‘Hotel de Russie (oggi Plaza) in piazza D’Azeglio, davanti al gran Caffè Margherita. Si era alla fine dell’Ottocento e Viareggio stava conquistando gli spiriti più sensibili (e più fragili) del continente. Ebbene Rilke non si limitò a respirare l’aria balsamica dei giardini ma prese a camminare (ed a sostare) nella pineta di ponente e qui scrisse due straordinari racconti, magici e raccolti, che fanno immaginare come egli non fosse circondato da un piazzone delle merende, gite familiari, corse sfrenate di ragazzi, partite a tennis, a calcetto, più o meno quello che tutt’ora, poco poeticamente, domina. Ma se Rilke poté poetare ancora in un paradiso d’alberi e d’erbe (che poi avrebbero spalancato alla fama Gabriele D’Annunzio con La pioggia nel pineto), Enrico Pea, versiliese di Seravezza, appena tornato da Alessandria d’Egitto, guardò semmai il lato teatrale dei pini-scena. E a partire dal 1938 prese a richiedere un teatro da installare proprio al centro della Pineta di ponente. Pea era scrittore notissimo e autore di sapide commedie. Le autorità (Benedetto Croce era ministro dell’lstruzione) nicchiarono. Erano lontani i tempi (che poi sarebbero sciaguratamente tornati) dell’abbattimento selvaggio degli alberi. Vi fu un intelligente difensore del patrimonio, l’onorevole Rosadi, che si mise in mezzo e bloccò per anni il sogno di Pea. Al grido: «la natura non si sfrutta!». E poi però, a fascismo imperante, Pea l’ebbe vinta e ci costruì prima un teatrino stagionale, in legno, poi un vero teatro in muratura. In questo brutale insediamento di mattoncini

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foto Lucio Ghilardi

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venne rappresentata un’eccezionale Turandot, omaggio a Puccini. E due successive rappresentazioni raccolsero per cinquantamila spettatori. Un trionfo per Pea, una catastrofe per metà pineta che da lì in poi venne invasa da chioschi di gazzose, polverosi accampamenti di biciclette, per non dire ciò che, dopo la guerra, avvenne con concessioni date a decine. Per arrivare all’oggi quando in pineta si fa anche mercato di cipolle e biancheria intima. Per fortuna, però, si incontrano ancora strenui difensori ed amanti del paesaggio. Rammenterei i lavori predisposti, con molta intelligenza, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca (commissione composta da Franco Mungai, Glauco Borella, Antonio Dalle Mura, Pierfrancesco Lunardini). E gli studi sulle pinete e le bonifiche di Corrado Benzio, dell’istituto Professionale «Marconi» di Viareggio, dal professor Paolo Emilio Tomei, da Italia Nostra. Tutti costoro ed altri immaginano che Viareggio, anche nel futuro, debba possedere ancora i due cuori verdi che tanto piacquero agli artisti (basti pensare ai quadri di Nomellini, Pagni, Paltrinieri, Viani, Marcucci, Francesconi, Pardini, Tofanelli, Bini ecc.). Ma se non stiamo accorti lì dove cresce l’erba (come malinconicamente cantava Celentano) possano venir su bruttissimi insediamenti. (E già se ne sono avuti assaggi alla città giardino e al lungomare, uno scempio a ponente e l’altra, contenuta, a levante).

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La Pineta di Ponente: ossigeno verde di Viareggio

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iareggio si riappropria della sua pineta. Grazie al protocollo d’intesa siglato dal Comune cittadino con la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, dopo tre anni di lavori di riqualificazione e recupero, torna alla sua città l’immenso cuore verde che la caratterizza e la rende unica. Un cuore verde che si estende sino a Torre del Lago Puccini, adagiato tra la passeggiata a mare e il centro storico, amato da viareggini e villeggianti, che sembra essere lì da sempre, anche se così non è. Era il 1747 quando la pineta venne piantata. Un decennio prima, per difendere la zona dalla malaria, era stata rasa al suolo una distesa, oggi diremmo un patrimonio, di 44mila lecci, che si spingevano fino al mare, favorendo certo la diffusione della malattia, ma proteggendo anche l’entroterra da sabbia e salsedine che, portate dal vento di libeccio e maestrale, trasformarono di lì a poco i campi fertili in terreni aridi e bruciati. Così si decise di correre ai ripari e di piantare la pineta, che facesse di nuovo da barriera ai venti. Fu il primo esempio, nel Settecento, di bosco pinetato sul litorale tirrenico. Un polmone che pur non essendo nato con Viareggio, ne ha comunque caratterizzato e marcato il tessuto, respirando all’interno della città per oltre un quarto di millennio. Con tutte le derive e le conseguenze del caso. Negli ultimi anni, infatti, erano arrivati degrado ed abbandono, e salvare questo parco urbano, la Pineta di Ponente, era diventata una priorità, un obiettivo improcrastinabile. Fondamentale per raggiungere questo scopo è stata la volontà della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, che nell’estate del 2014 firmò un decisivo protocollo d’intesa con l’amministrazione comunale. Un milione e mezzo i fondi stanziati, 250 mila il primo anno, altri 250 nel 2015 e infine un milione nel 2016, che si è concluso con uno degli interventi più attesi: la rinascita del ‘Laghetto dei cigni’, che è stato svuotato, ripulito e ripopolato di piante e fiori. Adesso devono solo tornare i pesci e i germani, ancora ospitati in alcune oasi per animali

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Caterina Briganti

selvatici. E prima del ripristino del laghetto, c’era stato tutto il resto. Dalle più semplici operazioni di pulizia, potatura delle siepi, ripristino dell’illuminazione, dei percorsi dissestati e delle panchine divelte, alla sfoltitura delle chiome degli alberi, con la rimondatura ed eliminazione dei rami pericolanti, l’abbattimento degli arbusti infestanti a ridosso dei marciapiedi e con la rimozione dei rifiuti e delle infrastrutture fatiscenti sparse un po’ ovunque. Infine gli interventi cosiddetti ‘strutturali’, per riportare finalmente la vita nel parco: l’implementazione della rete pubblica di illuminazione e dei servizi, la realizzazione di impianti di sorveglianza, la sistemazione degli accessi, degli attraversamenti e dei percorsi interni di mobilità; la regimazione dei fossi delle acque superficiali, l’installazione di nuovi elementi di arredo urbano e la manutenzione e valorizzazione degli edifici. E oggi davvero dalla pineta può tornare la vita, riallacciando la storia di oggi a quella di ieri, nell’attesa che arrivi quella di domani. «O Viareggio più bella dell’oriente / che nell’immacolato celeste delle tue sere / esali l’acuto profumo dell’oleandro / in te son nato / in te spero di morire». Così scriveva Mario Tobino, che a Viareggio, appunto, era nato nel 1910. Nei suoi versi affettuosi, culla e riparo di una vita, ci mette l’aria della sera, i colori del riverbero, oltre l’orizzonte nella fuga del mare, e il profumo degli oleandri. È inevitabilmente città marina, Viareggio, col lungomare versiliese che la abbaglia. Lo stesso Tobino, in Sulla spiaggia e di là dal molo, nel 1966 mette sulle pagine il suo desiderio: «Tornai dalla guerra e cominciai a sognare di scrivere un libro sul mio paese, narrare se possibile la gloria marinara dei viareggini, naviganti e costruttori di barche». Viareggio però, inquadrata dall’alto, confonde le acque e pulsa di terra, di fronde, di macchie, ossigeno verde, fruscio di pineta, eco frastagliato, aghi fitti come foglie d’autunno, ombre, silenzi, frinire di cicale assorto nel meriggio. E’ circondata dagli alberi, che formano un sotterraneo e intricato cruciverba, dal Parco naturale di Migliarino, San Rossore, Massaciuccoli; armonici guardiani

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di pause oziose dalle pinete di Levante e di Ponente, grumi di bosco impiantati dall’uomo nella seconda metà del Settecento. Un’area chiusa tra le case, un Central Park senza grattacieli da skyline e mitologia cinematografica, ma altrettanto unica nel suo genere. Un polmone verde? Certo, ma anche qualcosa di più. Un sistema identitario, una rete di attracchi artistici e quotidiani, un diversivo, un fuori pista, come la spiaggia, come il lido, i bagni, che – e non poteva essere altrimenti – la fecero da padroni nell’immaginario mondano, turistico, vacanziero del Novecento. Giacomo Puccini, però, da Torre del Lago, nel 1919 si trasferì qui, comprò casa nel quartiere Marco Polo, in viale Buonarroti a due passi dalla pineta di Ponente, cui, non solo idealmente, lo collegava il giardino della villa coi suoi pini, coi suoi lecci, e lì si rifugiò in cerca della tranquillità da cui sarebbe nato l’ultimo spettacolo, Turandot, capolavoro postumo. Poi il Maestro arricchì la fama del luogo di più prosaiche occasioni, battute di caccia e tavolate di prede proibite. Non sorprende quindi se la Lazzi – la società che gestiva il trasporto pubblico locale in Toscana, destinazione Versilia – fin dagli anni Trenta, ‘usava’ quei profili verdi come veicolo pubblicitario: sui manifesti infatti Viareggio campeggia, in sintesi, attraverso alcuni grandi alberi, che stavano appunto ad indicare le due pinete, di Ponente e di Levante. La storia continua e si riempie d’altre storie. Tessere di un mosaico ora opaco, ora scintillante, ora dissestato. Mosse oblique, scarti impropri, giri di valzer. Dicono che Paolina Buonaparte, di ritorno dal confino elbano, invaghita di Giovanni Pacini – prolifico compositore di chiara derivazione rossiniana, ch’era nato a Catania nel 1796 e sarebbe morto a Pescia nel 1867 – si installasse a Viareggio

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LA PINETA DI PONENTE: OSSIGENO VERDE DI VIAREGGIO

in un palazzotto garconnière in faccia al mare, a nord della Burlamacca, il cui giardino confinava direttamente con la Pineta di Ponente, e da lì scendesse nuda in acqua sotto l’occhio, immaginiamo incredulo, di qualche pescatore. Poi ci sono i poeti, coi loro versi, e le loro vite, a concimarne le radici: le piogge dannunziane, la cenere del rogo di Percy Shelley (incarnazione romantica che più furibonda non si può), la fantasia errante di Rainer Maria Rilke che, qui vagabondando, si nutrì d’aria balsamica. Un paradiso a Ponente d’alberi e d’erbe (pini, platani, olmi, lecci), per feste laiche e religiose, svaghi e manifestazioni sportive. Nel 1924 uno spazio recintato fa da ippodromo per le corse al trotto e sul finire degli anni Trenta, poco oltre, si accesero anche le luci della ribalta. Enrico Pea, letterato di grido, versiliese di Seravezza, già ‘vociano’, volle infatti un teatro all’aperto, che fu battezzato dal «Nessun dorma» pucciniano il 13 agosto 1938. Atti questi, l’ippodromo e il teatro, preludio ad altri ‘cedimenti’, concessioni incontrollate e licenze a iosa, un fenomeno apparentemente redditizio per il Comune che raggiunge l’apice nel dopoguerra, fra il 1947 e il 1955, un diluvio di chioschi, mercatini, luna park, giochi e parchi giochi, carrozzelle e biciclette, locali d’ogni sorta, baracche e baracchini, ambulanti e derivati, con progressivo, inevitabile degrado e impoverimento ambientale e naturalistico, smantellamento di funzioni ludico ricreative, dismissione di finalità civico sociali ma soprattutto perdita di identità. Quell’identità ‘cittadina’, di cuore verde aperto fra le case, che aveva accompagnato la crescita e lo sviluppo (certo anche i cambiamenti) del territorio viareggino e dei suoi stili di vita.

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foto Lucio Ghilardi

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La valle del Serchio in una stanza: il museo multimediale delle rocche e fortificazioni Sandra Lischi

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na lezione universitaria all’interno del Museo Multimediale delle Rocche e delle Fortificazioni, a Barga: il 12 maggio scorso studenti (ma anche parte del personale universitario coinvolto nel progetto) dell’Ateneo pisano hanno partecipato a un incontro nell’ambito del corso di «Documentario sull’arte e sullo spettacolo», laurea specialistica in «Storia e forme delle arti visive, dello spettacolo e dei nuovi media». Il corso ha come docente Gianluca Paoletti, uno dei ricercatori del gruppo che ha dato vita al percorso – attualmente in via di ampliamento – del Museo.

La sede espositiva è quella della Volta dei Menchi, in Palazzo Pancrazi, nel centro di Barga: uno spazio avvolgente, articolato in più sale, che ospita nella prima stanza una panoramica generale, per poi svilupparsi nelle successive, in via di completamento, con approfondimenti e “focus” particolari. Il progetto è nato nel 2013 per volontà dei committenti, l’Unione dei Comuni della Media Valle del Serchio, col determinante contributo finanziario della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca; e si è sviluppato con una formula innovativa, anche per la ‘buona pratica’ attuata nel rapporto con la ricerca universitaria. È stato infatti individuato come interlocutore il Dipartimento di Civiltà e forme del

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Il progetto «Bacino culturale della Valle del Serchio» sapere dell’Ateneo pisano, in particolare per gli studi che, anche pionieristicamente, da tempo vi si conducono sulla multimedialità, l’interattività, la videoarte. Frontiere dell’immagine, nel rapporto con lo spettatore-visitatore, ormai ineludibili anche nei percorsi espositivi e museali, che vogliono porsi non solo come luoghi di conservazione ma anche come luoghi di narrazione viva e, appunto, partecipata. Grazie alla convenzione con l’Ateneo è stato così possibile bandire borse di studio e di ricerca e costituire, con i laureati e dottori di ricerca particolarmente esperti nei vari aspetti del progetto, un gruppo di lavoro in cui il dialogo necessario con le tecnologie ha visto al primo posto l’efficacia comunicativa, la bellezza delle immagini dei luoghi, l’inventività dei dispositivi di relazione fra visitatore e proposte visivo-sonore relative ai luoghi da ‘narrare’. Il gruppo, coordinato da me come docente di audiovisivi, videoarte e multimedialità ha visto quindi un video-maker (Gianluca Paoletti), una curatrice dei testi e delle didascalie esplicative (Andreina Di Brino), un esperto di interattività (Marco Bigliazzi). Ai tre si è aggiunto poi Giuseppe Cassaro, anche lui laureato nell’Ateneo pisano, per le musiche e la concezione sonora. Per l’Unione dei Comuni il progetto è stato seguito in particolare da Laura Risaliti e Fabrizio Salani. Nell’ottobre 2015 è stata inaugurata la prima sala. Qui, un touchscreen al centro funge da ‘mappa’ e consente al visitatore di selezionare i contenuti, che scorrono sulle pareti: «sulla parete di fondo, rispetto all’ingresso, ci sono due proiezioni affiancate; sulle pareti laterali altre due proiezioni, una per parte, sono meno visibili perché le immagini sono proiettate non su di uno schermo ma direttamente sul muro dipinto di nero: mentre sul fondo appaiono i video principali, dunque, lateralmente appaiono altre immagini del territorio che hanno la funzione di far sentire il visitatore coinvolto in un contesto immersivo». In attesa che il visitatore faccia la sua scelta tematica, scorrono immagini sui vari aspetti della Valle, mentre le aree specifiche del per-

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Mura, bastioni, capolavori d’arte, ma anche volti, mestieri e tantissime suggestioni, in una parola un vero e proprio viaggio: questo il «Museo multimediale delle rocche e fortificazioni della Valle del Serchio» allestito a Barga nei locali della Volta dei Menchi. L’intervento di recupero dei locali, poi destinati a Centro di Documentazione sulle Rocche e Fortificazioni presenti nell’intera area del della Valle del Serchio, è stato realizzato nell’ambito del progetto «Bacino culturale della Valle del Serchio», finanziato da ARCUS, la Società per lo sviluppo dell’arte, della cultura e dello spettacolo creata dal Ministero dell’Economia, le Unioni dei Comuni di Mediavalle e Garfagnana, la Fondazione Monte dei paschi di Siena e la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Un progetto imponente mirato a dar vita a un sistema integrato, una rete di castelli, fortezze e torrioni sparsi in molti punti strategici della Media e Alta Valle del Serchio: da Camporgiano al Bargiglio, da Coreglia ad Isola Santa, la Valle del Serchio è costellata da molteplici testimonianze di un passato che la vedeva come terra di confine, fatta di presidi da difendere, di strade da controllare. Di qui la particolare conformazione di molti borghi della Valle e la presenza di eccezionali strutture fortificate, oggi inglobate nei paesi o diroccate in ambienti impervi. Il progetto ha consentito il riassesto strutturale delle fortificazioni che minacciavano rovina e la creazione di un circuito interconnesso di valorizzazione delle singole evidenze monumentali come parte di un complesso e ingegnoso sistema di difesa. Una destinazione d’uso che ha influenzato in maniera decisiva la conformazione di quasi tutti i borghi della Valle, determinando l’attuale aspetto del paesaggio, armoniosamente antropizzato. La Fondazione Crl ha contribuito alla realizzazione del progetto con un intervento pluriennale che ha visto un complessivo investimento di oltre 1 milione di euro su un totale di oltre 4 milioni stanziati dagli enti coinvolti. Ben 20 gli interventi realizzati su una superficie corrispondente a ben 17 comuni della Valle e che ha riguardato meraviglie architettoniche come la Fortezza di Montalfonso a Castelnuovo Garfagnana, la Torre di Ghivizzano, i ponti medievali di Fabbriche di Vallico e il Castello di Minucciano.

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LA VALLE DEL SERCHIO IN UNA STANZA: IL MUSEO MULTIMEDIALE DELLE ROCCHE E FORTIFICAZIONI

corso di questa sala, vero e proprio ‘ingresso’ nella storia e nella bellezza dei luoghi, sono l’architettura, la natura, l’uomo. Quindi le rocche e le chiese nel primo caso, il paesaggio fra monti, boschi, corsi d’acqua nel secondo, infine volti di abitanti e antichi mestieri. La ricerca ha riguardato anche una riflessione sul rapporto fra testo, immagini e musica: nel caso delle rocche e delle chiese erano ineludibili delle sintetiche scritte informative con elementi storici e storico-artistici, mentre per paesaggio e natura è la suggestione di suono e musica ad accompagnare i video. I quali, a loro volta, sono stati realizzati non tanto con un’ottica classicamente illustrativa e documentaria ma con attenzione alla suggestione poetica, alla bellezza di singoli dettagli e di specifiche e incantate luminosità, all’emozione della geografia dei volti e dei gesti come sospesi nel tempo. Senza niente togliere, ovviamente, alla necessità di una documentazione fedele di architetture e di luoghi. Il gruppo ha per questo lavorato con numerosi e ripetuti sopralluoghi, in maniera coesa, in un vero e proprio dialogo di ricerca e approfondimento sui vari aspetti, coniugato con una professionalità che attinge alle frontiere d’avanguardia dei ‘musei di narrazione’ odierni. Ora le prossime sale, di imminente apertura, dedicate più specificamente alle Pievi (la seconda sala) e ai personaggi storici (la terza). Ognuna con uno specifico dispositivo interattivo e con un diverso allestimento: in particolare alla terza sala hanno collaborato studiosi e specialisti della storia della Valle e dei suoi insigni protagonisti. È un museo dedicato agli abitanti, ai turisti, alle scuole: luogo da abitare, da cui farsi avvolgere, a cui attingere emozioni insieme a elementi di conoscenza. Sandra Lischi è il Presidente del Corso di Laurea in Discipline dello Spettacolo e della Comunicazione dell’Università di Pisa e responsabile scientifica del progetto.

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DI PRIMAVERA Sei grandi festival per una città che sa valorizzarsi

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a Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha ‘adottato’ sei grandi manifestazioni culturali che, se lette insieme e affiancate alla programmazione culturale generale del comune di Lucca, danno vita a un percorso che attraversa mesi e stagioni, dando nuova linfa anche a quei periodi dell’anno solitamente considerati più ‘difficili’ dal punto di vista turistico. Lucca, infatti, custodisce in sé un patrimonio di eccezionali talenti, di inventiva e creatività. Un patrimonio che si concretizza nei sei eventi individuati dalla Fondazione e direttamente sostenuti dall’ente. Veri e propri cardini della vita culturale lucchese, alcuni emozionanti e ricchi di fascino, altri utili e sempre aggiornati; alcuni rivolti al grande pubblico, altri pensati per una platea formata o di settore: tutti, però, uniti da una qualità che sa crescere di anno in anno. Ecco quindi Festival della Didattica Digitale, Lucca Teatro Festival, Lucca Film Festival, Lucca Classica Music Festival, Dillo in Sintesi e Photolux. La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, da sempre orientata a sostenere la vita culturale della città, si conferma in questo modo come punto di riferimento per l’arte, l’esperienza emotiva e le grandi manifestazioni che, anno dopo anno, attirano un pubblico sempre crescente. Un ambito d’azione, quello della cultura, che rappresenta una grande fetta dei contributi che l’Ente di San Micheletto eroga. Non solo sociale, ricerca e scuola o immobili, a partire dai beni architettonici, da recuperare e restituire alla città: la Fondazione ha deciso di far passare la propria azione sussidiaria di sostegno e incentivo alla cultura e alla formazione del territorio anche attraverso i sei ap-

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Nadia Davini

Sei grandi eventi, sei modi diversi di raccontare e fare cultura e una sola città.

puntamenti che caratterizzano Lucca come una città attiva, vivace e attrattiva. Sei momenti, quindi, e un solo filo conduttore: l’esperienza vissuta con gli occhi, con le orecchie, con l’intelletto; l’esperienza che emoziona e lascia uno strascico di sé e, magari, la voglia di ritornare, in un’epoca successiva, per partecipare ancora una volta a nuova edizione. Il calendario annuale inizia con il Festival della Didattica Digitale, un viaggio all’interno dell’innovazione dell’insegnamento e del fare scuola. Spazio ai giovani curiosi con Lucca Teatro Festival – Cosa sono le nuvole? Una serie di incontri, workshop, spettacoli e concorsi interamente dedicati ai ragazzi e ai bambini che fanno dell’esperienza teatrale un mezzo espressivo unico, capace di promuovere occasioni di crescita personale e comunitaria. Anteprime, star internazionali, red carpet: ecco il Lucca Film Festival, cresciuto negli anni e diventato uno dei punti di riferimento della cinematografia internazionale. Nel sistema integrato degli eventi anche Lucca Classica Music Festival, un concentrato di musica che nel 2017 ha dato vita con oltre 300 artisti a più di 50 ore di concerti, e Dillo in Sintesi, prima manifestazione italiana dedicata alla sintesi e alle brevità intelligenti. Il calendario si chiude, infine, con Photolux, il festival internazionale di fotografia che attira ogni anno centinaia di visitatori da tutta Italia. La cultura diventa così una delle colonne portanti di una città che ha saputo, intelligentemente, valorizzare i suoi talenti innati. Quattro di questi festival occupano la stagione primaverile e hanno già registrato notevoli successi di pubblico e critica: vediamoli nel dettaglio.

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La scuola del futuro

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lbert Einstein un volta affermò: «Non ho mai insegnato ai miei allievi; ho solo cercato di fornire loro le condizioni in cui possano imparare», ponendo fortemente l’attenzione sull’importanza del contesto e degli strumenti che accompagnano le fasi dell’apprendimento e dell’insegnamento. Nell’affermazione dello scienziato, da quasi cento anni icona del genio per eccellenza, si nasconde certo anche un’intima propensione per il libero pensiero, propria, appunto, del genio e di chi, come lui, tra i banchi di scuola non ottenne certo i risultati migliori. Ma le sue parole, ‘trasferite’ ai giorni d’oggi non possono che farci riflettere sull’importanza, di certo ora molto più pronunciata rispetto a un secolo fa, della strumentazione di cui docenti e allievi possono disporre nel loro comune percorso didattico e del contesto in cui la stessa didattica si svolge. Una convinzione che costituisce l’humus culturale della Fondazione UiBi e quindi del Festival della Didattica Digitale giunto alla seconda edizione dopo il grande successo del suo ‘numero zero’ nel 2016. Un risultato replicato anche quest’anno, con una rassegna che ha proposto un percorso attraverso l’innovazione tecnologica e didattica, garantendo un’opportunità unica di formazione per docenti e ragazzi, con oltre 180 eventi completamente gratuiti tra laboratori, talk e conferenze. Riproposto il format che aveva debuttato nel 2016 imponendosi come assoluta novità tra i vari festival nazionali dedicati alla Scuola: un modello di contenuti e organizzazione nato grazie alla collaborazione tra la Fondazione UIBI, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e Indire (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa), partner scientifico della manifestazione.’I cosiddetti ‘saperi pratici’ hanno rappresentato il tema al centro di questa seconda edizione: i know-how oggi indispensabili per favorire l’accesso alla conoscenza, sono infatti un argomento di grande attualità su cui la Fondazione UIBI ha concentrato il proprio impegno

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nell’ultimo anno e che ha fatto da filo conduttore per i molti approfondimenti di tematiche trasversali alle competenze digitali dei docenti. Secondo una struttura collaudata il Festival si è articolato in tre macro-sezioni principali: Didattica, Ricerca e Bump. In pratica veri e propri pacchetti di formazione tematici a loro volta suddivisi in una miriade di incontri che hanno costituito il grande mosaico contenutistico della rassegna. Nella sezione Didattica sono stati proposti workshop e conferenze sulle avanguardie educative con focus su metodologie didattiche e sugli ambienti di apprendimento, ma gran parte dell’attenzione è stata catturata dagli appuntamenti legati al Next Learning: marketing scolastico e portali didattici al centro di questa branca sperimentale, che intende sostanzialmente immaginare e quindi realizzare la scuola del futuro. Dopo i riscontri positivi della passata edizione, ampio spazio è stato dato anche alle attività avanzate come lo storytelling, l’utilizzo dei libri digitali, l’evoluzione del concetto di cittadinanza digitale, i progressi tecnologici della realtà aumentata, l’affascinante design learning e altro ancora. In tema di ‘saperi pratici’, grande il successo delle cosiddette ‘attività makers’ in cui scuole di ogni ordine e grado sono state coinvolte in laboratori di robotica educativa per discipline STEAM (scientifiche e umanistiche), coding, tikering ed elettronica educativa. Sul fronte della ‘Ricerca’ i temi affrontati sono ovviamente stati centrati sull’attività della Fondazione UIBI e della sua ‘creatura’, la Scuola Superiore San Micheletto, con particolari riferimenti al progetto Craft-ed (http://craft-ed. sssm.it/), piattaforma web nata con l’obiettivo di studiare come l’accesso alla conoscenza sia implementato attraverso il coinvolgimento attivo delle persone in esperienze artigianali. Su questa falsariga tanti gli appuntamenti legati a storie di studio e di lavoro che possono condurre a un approccio artigiano, non necessariamente dei progetti o dei materiali da realizzare con un’applicazione pratica, ma

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LA SCUOLA DEL FUTURO

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FCRL EVENTI: FESTIVAL, PREMI, MOSTRE

una progettualità che intenda guardare, osservare e capire cosa possiamo imparare da questo ambito. Al centro del ragionamento le mani come strumento del conoscere e i vari approcci legati al sapere artigiano, in questo caso finalizzati ad immaginare situazioni, ossia ambienti di apprendimento con cui l’utente interagisce attraverso un’esplorazione che può essere guidata in maniera strutturata o lasciata libera. Grande novità è invece la sezione ‘Bump’ che ha proposto una serie di laboratori e conferenze tenute dalle più innovative start-up italiane in tema di portali didattici e realtà virtuale, selezionate attraverso un apposito contest. Sono le stesse start-up, sulla base della loro esperienza nelle scuole, ad aver raccontato come, a fronte di differenti bisogni e differenti

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modalità di apprendimento da parte degli studenti, sia sempre necessario progettare i propri interventi rivedendoli interamente secondo nuove prospettive. Il tutto a comporre un programma ampio, per un approccio che in maniera globale ha sempre previsto un’evidente ricerca della trasversalità, non intesa come superficiale conoscenza di competenze diverse, ma soprattutto come consapevole e critica volontà di desumere da campi differenti, per contenuti e know-how, gli elementi funzionali a uno specifico percorso di formazione. Contenuti di altissimo profilo, discussi e spiegati in una tre-giorni che ha favorito incontri tra studenti e docenti, interessati a intravedere e toccare con mano il futuro dell’istruzione. Un’occasione notevole per creare ulteriori

connessioni e dare luogo a confronti su problematiche concrete e attuali, come quella, sempre delicata, dei bisogni educativi speciali e dei disturbi dell’apprendimento. Il Festival è tra l’altro un’iniziativa di aggiornamento riconosciuta dall’Ufficio Scolastico Regionale per la Toscana come attività di formazione, ma soprattutto una manifestazione che si è già imposta come appuntamento fisso in grado di aprire ogni anno una finestra, non solo sul futuro della didattica, ma della nostra stessa società. Un’occasione di aggiornamento, confronto e discussione sulle priorità del mondo scolastico, sulle sue prospettive, per porre le basi di un domani solido ed efficiente per la Scuola, quindi un domani certamente migliore per il Paese stesso.

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I

n una società caratterizzata da profonde trasformazioni, dal pericolo sempre presente delle nuove forme di emarginazione e devianza, il Teatro può contribuire a costruire una nuova dimensione formativa dell’educazione alla solidarietà, promuovendo occasioni di crescita personale e comunitaria e favorendo una reale esperienza di partecipazione alla vita civile. Questa riflessione è uno dei presupposti che hanno dato vita alla manifestazione Lucca Teatro Festival – Che cosa sono le nuvole?, rassegna rivolta principalmente a un pubblico di bambini e ragazzi, realizzato da La Cattiva Compagnia in collaborazione con Teatro del Giglio, Comune di Lucca e Provincia di Lucca e con il sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Nell’orizzonte dell’evoluzione umana quest’arte è sempre stato un rito fondamentale, utile a garantire il confronto sociale, la coesione e la riflessione. Un’eredità che arriva dalla storia antichissima del Teatro stesso e che si rinnova istituendo una realtà innovativa, dal valore pedagogico, con una manifestazione in grado di avvicinare bambini e ragazzi al mondo teatrale, fornendo loro gli strumenti idonei a comprenderlo, guidandoli attraverso l’analisi degli spettacoli proposti e aiutandoli a formarsi un’autonomia critica pertinente sulla qualità artistica del prodotto visto e sul livello attoriale degli interpreti. Obiettivo centrato, con una serie di appuntamenti variegati e in grado di valorizzare l’essenza stessa dell’interpretazione teatrale e delle sensazioni ed emozioni che una rappresentazione può suscitare. Sul palcoscenico di tante location lucchesi molti i momenti dedicati ai bambini, come Il tamburo magico, spettacolo ispirato dalla fiaba Il tamburino magico di Gianni Rodari e realizzato con gli studenti di musica della fascia di età 8-13 anni, riuniti nell’orchestra interprovinciale delle Scuole Medie a indirizzo musicale. O ancora I brutti anatroccoli, in cui la celebre fiaba di Andersen diventa un archetipo dove la narrazione si modifica per parlare al nostro presente. Tra papere con gli oc-

foto Lorenzo Breschi

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Lucca Teatro Festival

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foto Lorenzo Breschi

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chiali, strumenti musicali, divertenti e poetiche suggestioni, lo spettacolo ha emozionato veicolando l’idea che tutti, ma proprio tutti, possano cercare di rendere la propria debolezza una forza. Sulla scena quindi le paure e le inadeguatezze dei bambini e possibili chiavi di lettura per superarle, con il palcoscenico come luogo di emancipazione ideale per esorcizzare grandi e piccoli dèmoni. E poi ci sono gli ‘adulti’ che dal teatro cercano spesso emozioni diametralmente opposte: dalla comicità alla tragedia, dall’impegno sociale alla frivolezza. Grande successo per la storia del rock, una lezione-concerto per tutte le età, raccontata e suonata dal vivo dai Flexus, vera rock band che ha accompagnato il pubblico in un itinerario musicale dal blues delle origini ai primi anni Settanta, attraversando cinquant’anni di cambiamenti musicali, culturali e sociali. Le tante canzoni eseguite all’interno della lezione sono strettamente collegate alle importanti rivoluzioni riguardanti lo stile musicale, i testi, il contesto socioculturale, la moda e le possibilità tecniche del periodo, senza tralasciare aneddoti e curiosità, con l’obiettivo di stimolare un dialogo continuativo e costruttivo con il pubblico dei più giovani e non solo. Un’intensa Nicoletta Braschi ha poi interpretato Winnie in Giorni felici, di Samuel Beckett con la regia di Andrea Renzi. Tragicomico racconto di una donna che, aspettando un’inesorabile morte, sepolta col marito da un cumolo di sabbia, parla ininterrottamente, in un’alternanza insensata di momenti e sensazioni che sono il cuore della straordinaria esplorazione beckettiana della vita ai margini della follia.

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LUCCA TEATRO FESTIVAL

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foto Lorenzo Breschi

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La stessa Nicoletta Braschi è stata anche protagonista, con Andrea Renzi, di un’interessante incontro nella Chiesa di San Francesco. Infatti non si è solo fatto teatro, ma si è parlato tanto di teatro proprio con i protagonisti, fedeli a un’impostazione ormai irrinunciabile, secondo cui la divulgazione e l’approfondimento rappresentano la chiave per la diffusione e un sempre maggiore apprezzamento delle espressioni artistiche. Finalità perseguite anche con un rapporto privilegiato con le scuole. Come negli anni precedenti si è infatti svolto anche il concorso artistico che ha proposto categorie differenziate a seconda del grado scolastico. Per le Scuole dell’infanzia e le Primarie hanno partecipato unicamente intere classi, presentando una sola opera nelle forme artistiche del disegno, del testo scritto, della fotografia o di un contributo audiovisivo. Stesse categorie espressive anche per le Scuole Secondarie di primo e secondo grado, per le quali hanno partecipato sia i singoli studenti che i gruppi. Una manifestazione dunque che si rivolge in maniera più esplicita alle nuove generazioni, ma che veicola una serie di messaggi, tutti positivi, che non possono essere trascurati. Forse l’idea stessa di proporre un nuova pedagogia teatrale racchiude in sé la forte necessità di dare nuove basi ad un società che – è banale dirlo quanto tristemente reale – vive la crisi di tanti suoi valori un tempo condivisi. Ripartire dai più piccoli e favorire una nuova alfabetizzazione che passi per espressioni artistiche formative può rappresentare una strada originale, ma di certo è un’ipotesi concreta da valutare e perseguire.

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E la città divenne un red carpet: Lucca film festival e Europa cinema

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eter Greenaway, David Lynch, David Cronenberg, George Romero. Quattro nomi di protagonisti delle scorse edizioni che aiutano a capire cosa sia diventato in questi anni Lucca Film Festival – Europa Cinema. Una rassegna di assoluto rilievo nel circuito nazionale e internazionale, dove si celebrano le grandi carriere di artisti di primo piano e, attraverso i concorsi, si getta uno sguardo sul presente aprendo anche una finestra sul futuro. Anche l’edizione 2017 si è chiusa con un gran successo di pubblico: oltre 130 film proiettati, 20 ospiti, due mostre, quattro lezioni di cinema con le star internazionali. Altri nomi di spicco che vanno ad aggiungersi a quelli sopra citati, da Oliver Stone a Willem Dafoe, da Valeria Golino a Sergio Castellito. La Fondazione Cassa di Risparmio è da anni il primo partner del Festival anche sotto il profilo progettuale e logistico, col preciso obiettivo di contribuire alla costituzione di una rassegna unica nel suo genere, capace di mantenere negli anni l’omogeneità necessaria alla sua più ampia riconoscibilità in ambito nazionale e internazionale. Fondamentale è la continuità con cui vengono proposte un’offerta culturale di alto livello, sempre attenta a soddisfare diversi pubblici, e la ferma intenzione di consolidare la collaborazione tra Lucca e Viareggio, legame che ha dato alla rassegna la dimensione di festival di area vasta, in grado di influenzare positivamente tutto il territorio della provincia, sia sul piano della promozione culturale che su quello della rivitalizzazione delle economie locali. Ma questa tanto necessaria continuità sembra garantita da una macchina organizzativa sempre più rodata e da un percezione di generale soddisfazione e benessere largamente diffusa tra i tanti ospiti d’onore del Festival. Nemmeno il grande Oliver Stone si è risparmiato quest’anno, animando molti appuntamenti della manifestazione e visitando, a titolo personale, tante realtà culturali e imprenditoriali del territorio.

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Il successo della rassegna si regge infatti sulla validità delle scelte artistiche fatte, sulla generosità dei talent che intervengono e sulla capacità di creare sempre nuovi e variegati legami con le diverse realtà della Lucchesia: perché il Festival è sempre più internazionale, scala le graduatorie e si impone nel calendario a livello italiano ed europeo, ma le su radici sono ben piantate in questo suolo e da un saggia alimentazione di queste radici dipende buona parte del suo futuro. I principali eventi del festival hanno visto impegnati Oliver Stone, Valeria Golino, Sergio Castellitto, Julian Temple e Willem Dafoe in premiazioni, lectio magistralis, presentazioni di retrospettive. Tanto cinema da vedere e tanto cinema da ascoltare: sempre più numerosa infatti la partecipazione alle lezioni tenute dagli ospiti, a testimonianza che, al di là del brivido di incontrare le star, gli appassionati hanno fame di conoscenza, voglia di arricchire di notizie, aneddoti e storie il proprio immaginario legato al mondo dei film. E allora si va ad ascoltare Oliver Stone che afferma il suo amore per il cinema italiano: «Amo il cinema italiano, mi fa sognare, soprattutto il neorealismo. Ho visto almeno dieci volte Novecento di Bertolucci con le musiche di Morricone, sono posseduto da quel film». Oppure per scoprire la genesi dei suoi capolavori e il rapporto che intrattiene con il loro successo mondiale: «Considero Platoon una vera autobiografia sotto mentite spoglie, parlo proprio della mia esperienza personale in Vietnam, mentre Nato il 4 luglio vuole raccontare un altro capitolo, ovvero, il ritorno in America dopo la guerra. Quella pellicola mi portò il mio secondo Oscar come regista. Ma Hollywood è un ‘covo di vipere’ e quei premi a qualcuno davano fastidio. Evidentemente io avevo ricevuto troppo in troppo poco tempo». E ancora c’è stata l’opportunità di sentire Sergio Castellitto parlare del complesso rapporto tra cinema e psicologia, dominante in tante sue pellicole e tema della serie TV In treatment, che lo vede protagonista: «Recitare è come andare da uno psicoterapeuta. È un gesto confessionale e a volte è un grande pri-

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vilegio trovarsi in questa posizione» ha detto, concludendo con una battuta, «non sono mai andato in terapia ma ho fatto l’attore per 30 anni e quindi praticamente l’ho fatta gratis». Occasioni dunque ma anche, tante proiezioni e non solo retrospettive. Allo storico concorso dei corti, per il secondo anno consecutivo, si è aggiunto anche il concorso lungometraggi, vinto dal film Dao Khanong di Anocha Suwichakornpong, una riflessione ispirata dai fatti tragici della repressione finita nel sangue durante la protesta studentesca del 1976 in Thailandia. Il film si è aggiudicato il premio come ‘Miglior film’ per un valore di tremila mila euro al regista, ma la giuria professionale che ha assegnato il riconoscimento, composta da Cristi Puiu, Angela Baraldi e Pietro Reggiani, ha assegnato anche una menzione speciale per la miglior fotografia al film Dayveon di Amman Abbasi. Il neonato premio miglior film europeo, assegnato da una giuria di studenti universitari, è andato a Butterfly Kisses di Rafael Kapelinski, che si è aggiudicato anche la menzione d’onore assegnata dalla giuria popolare, organizzata per la prima volta nel 2017 grazie alla collaborazione con il Circolo del Cinema di Lucca e Cineforum Ezechiele 25,17. La giuria del tradizionale concorso di cortometraggi internazionale, che quest’anno ha visto esprimersi i giurati Cristina Picchi, Claudio Capanna e Cristina Grosanè, ha assegnato invece il premio ‘Miglior cortometraggio’ a Death in a day di Lin Wang e la menzione speciale al cortometraggio Movements Arising from different Relationships / Between Regularity and Irregularity II di Masahiro Tsutani. E poi le mostre, due iniziative che hanno perpetrato la tradizionale trasversalità della manifestazione. Alla GAMC di Viareggio è stata allestita la mostra Il Viaggio di Mastorna. Il sogno di un film messo in scena, curata da Alessandro Romanini e Francesco Frigeri e prodotta dal Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Un omaggio a Federico Fellini ideato dando vita al suo film mai realizzato attraverso

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E LA CITTÀ DIVENNE UN RED CARPET: LUCCA FILM FESTIVAL E EUROPA CINEMA

le tavole esecutive delle scene, come se tutto fosse pronto per girare la nuova pellicola del maestro riminese. Un film mai nato sì, ma divenuto leggendario, che Fellini aveva iniziato a pensare nei primi anni Sessanta, scrivendo note, disegnando scene e costumi, abbozzando la sceneggiatura e addirittura facendo i provini agli attori. Ha continuato a pensarci per tutta la vita e, come spesso accade, proprio per il suo essere rimasta incompiuta, l’ombra di Mastorna ha continuato ad aleggiare, in piccoli particolari narrativi, scenografici o musicali, in tutte le pellicole del maestro. Gli studenti del Corso di Scenografia e Costume del Centro Sperimentale di Cinematografia, dopo un’analisi scrupolosa della sceneggiatura, hanno elaborato bozzetti e disegni tecnici degli ambienti e dei costumi dei personaggi, traducendo tutto questo in immagini esposte sotto forma di 50 tavole esecutive delle varie scene del film, con la supervisione del professore Francesco Frigeri e del corpo docente del corso di scenografia. Presenti inoltre alcuni bozzetti di costumi, realizzati dal corso di Costume con la supervisione di Maurizio Millenotti, e una colonna sonora, realizzata in collaborazione con gli allievi del corso di recitazione e di suono, che ha accompagnato il visitatore durante tutto il percorso. La mostra Punk-Dada Situation ha invece tenuto a battesimo i rinnovati ambienti del “mezzanino” della Fondazione Ragghianti, con l’inaugurazione alla presenza di John Tiberi, fotografo ufficiale e road manager dei Sex Pistols, di Julien Temple, leggendario regista musicale autore di video musical per i Sex Pistols e di un documentario a loro dedicato, La grande truffa del rock ’n roll. Una mostra che ha consentito finalmente di osservare un Sid Vicious e un Johnny Rotten diversi. Lontani dalle telecamere, i ‘ragazzacci’ inglesi si rivelano al pubblico come un gruppo di giovani amici, quasi una famiglia. Alessandro Romanini, curatore della mostra, ha raccontato infatti del legame ‘familiare’ dei Pistols, dovuto al fatto che tutti loro proveni-

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vano da situazioni e quartieri disagiati, con genitori poco presenti o addirittura assenti. Oltre a questo, la mostra ha offerto una grande retrospettiva dedicata a Julien Temple e alla musica punk, avvalendosi di strumenti video e audio e di alcune lettere e documenti autografi che legano i Sex Pistols al mondo della pubblicità e del consumo. Non poteva poi certo mancare il consueto appuntamento con Effetto Cinema Notte che quest’anno si è proposta in una forma ‘diluita’, con eventi tutte le sere del festival e una grande festa di chiusura. La città si è presentata come una sorta di set a cielo aperto, con il coinvolgimento di praticamente tutte gli esercizi di ristorazione del centro storico. Una nota di colore e di allegria dedicata ai più giovani, per una manifestazione che nasce giovane e che giovane sta rimanendo, rinnovandosi di anno in anno e mantenendo quella freschezza necessaria a un successo duraturo.

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Lucca Classica… è oltre: Lucca Classica Music Festival

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a terza edizione ha definitivamente consacrato Lucca Classica come rassegna di riferimento per la cultura musicale lucchese e non solo. Un evento capace di coinvolgere il grande pubblico e offrire una fruizione nuova della musica, proponendo contemporaneamente anche opportunità ‘alternative’ di conoscere la città, sempre più confermata nella sua dimensione di capitale della musica. Se addirittura Sandro Cappelletto, uno dei maggiori critici musicali italiani, ha parlato su Radio3 Rai di «una delle più significative realtà musicali italiane», il progetto non solo è decollato, ma viaggia a velocità di crociera, regalando grandi soddisfazioni agli organizzatori: l’Associazione Musicale Lucchese, con la collaborazione del Teatro del Giglio, e chi in questa avventura ha creduto da subito. La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha infatti sostenuto la nascita e i prima passi della rassegna intravedendo alcuni punti di forza che hanno caratterizzato sin dall’inizio anche la fase creativa: dare vita ad un festival di tipo divulgativo, in grado di avvicinare alla musica con attività non convenzionali ma comunque improntate su un alto livello di studio e scientificità. Già perché anche se alcune attività palesemente ‘fanno l’occhiolino’ al grande pubblico tramite format originali e coinvolgenti, di sicuro a Lucca Classica la musica non ‘si svende’, ma la si propone in cornici diverse, con interpreti inusuali, facendo dell’evento un’esperienza unica e irripetibile, dove l’idea della libertà d’interpretazione si combina con il gusto dell’happening. Ma partiamo dai numeri. Sono oltre 12 mila gli spettatori che hanno segnato un vero e proprio record di presenze, animando la città durante i giorni del festival. Più di 300 musicisti coinvolti, circa 90 eventi in quattro giorni, 25 diverse sedi insolite e suggestive per concerti e conferenze. Cifre che testimoniano l’esistenza di un vero “movimento”, confermato anche dai tanti ospiti che hanno partecipato: Giovanni Sollima con i 100Cellos, l’étoile dell’Opera di Pa-

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rigi Eleonora Abbagnato, il fisico Guido Tonelli, il violoncellista Mario Brunello, il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti, i pianisti Andrea Lucchesini e Pietro De Maria, gli attori Amanda Sandrelli, Sonia Bergamasco e Giuseppe Cederna. E poi tanta musica, ovunque. Grande entusiasmo per i 100Cellos, l’ensemble aperto composto da talenti, appassionati, dilettanti, giovani leve e, in genere, da chiunque sappia tenere in mano un violoncello. Protagonisti per tutta la durata del Festival con esibizioni nelle strade e nelle piazze della città e al Teatro del Giglio con il concerto finale di domenica 7 maggio. Intensi e suggestivi gli appuntamenti musicali nel duomo di San Martino dedicati a Ilaria del Carretto, toccante la performance di Giuseppe Cederna, che ha proclamato i versi di Giacomo Leopardi sulle note di Schubert, ma il pubblico ha gradito anche i molti incontri di approfondimento in cui si è parlato di musica e di molto altro ancora. Tra le conversazioni più interessanti, da segnalare quella col sociologo Domenico De Masi su emozioni e regole, l’intervento sull’empatia del neuroscienziato, scopritore dei neuroni specchio, Giacomo Rizzolatti e poi il bellissimo spettacolo tratto da romanzo di Amelie Nothomb, “Metafisica dei tubi”, interpretato dalla voce recitante di Sonia Bergamasco, il pianoforte di Emanuele Arciuli con la musica composta da Nicola Campogrande. Affollatissimi i concerti serali che hanno idealmente chiuso le giornate. Un’altra ulteriore contaminazione per l’appuntamento di giovedì 4 maggio nella chiesa di San Francesco con La musica nel cinema, quando l’Orchestra e il coro dell’Istituto Superiore di Studi Musicali Luigi Boccherini, diretti da GianPaolo Mazzoli, hanno proposto brani tratti dalle colonne sonore di John Williams per Star Wars, The Phantom Menace, Battle of the Heroes, Salvate il soldato Ryan, Harry Potter. Venerdì 5 maggio la chiesa di San Pietro Somaldi è stata la cornice dell’evento più atteso: la prima esecuzione mondiale di musiche per

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LUCCA CLASSICA… È OLTRE: LUCCA CLASSICA MUSIC FESTIVAL

organo di Giacomo Puccini, eseguite dal celebre musicista Liuwe Tamminga, organista titolare della Basilica di San Petronio a Bologna. Ventuno brani composti da Puccini per un allievo organista e ritrovati grazie ad un accurato lavoro di ricerca, revisione e approfondimento storico-musicologico effettuato dal Centro Studi Giacomo Puccini. Sabato 6 maggio l’étoile Eleonora Abbagnato ha ricevuto il Premio Lucca Classica, assegnato ad artisti di diverse discipline e a personaggi della cultura di rilievo internazionale. Un altro grande nome dopo la compositrice Sofia Gubaidulina (2015) e il soprano Raina Kabaivanska (2016). Concerto finale ancora con i 100Cellos dedicato a Luigi Boccherini in un omaggio a Lucca capitale del violoncello con musiche di Geminiani, Boccherini, Puccini, Sollima e dei Pink Floyd. Ma, al di là del nutrito programma, forse per spiegare l’unicità della rassegna è sufficiente considerare un fatto: a Lucca la musica ha incontrato il ‘bello’. Tra i luoghi che hanno ospitato gli eventi la cattedrale di San Martino, le sale monumentali di Palazzo Ducale, i musei nazionali di Villa Guinigi e Palazzo Mansi, le Mura urbane e i loro sotterranei, l’Orto botanico, il Teatro del Giglio, il complesso di San Micheletto, la chiesa barocca di Santa Caterina, piazza San Michele, la chiesa di San Francesco e la casa natale di Giacomo Puccini. E ancora, come ha ricordato al termine della rassegna il Presidente dell’Associazione Musicale Marco Cattani, è stato importante percepire «il ‘circuito emozionale’ che si è creato durante e intorno al Festival. Una partecipazione emotiva che ha coinvolto il pubblico ma anche gli stessi protagonisti, musicisti, giornalisti, attori, scienziati, che in molti casi si sono trattenuti a Lucca per partecipare alla manifestazione». Un successo prezioso per Lucca, che adesso vede arricchito il suo patrimonio di conoscenza, trovandosi inoltre in un circuito di livello internazionale destinato a portare visibilità e reputazione a una città che vede

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sempre crescere la propria offerta culturale. Importante sarà non disperdere questo tesoro, ma anzi rilanciare con convinzione e, dove possibile, alzare anche l’asticella. Sta già prendendo forma infatti Lucca Classica 2018, che si svolgerà dal 3 al 6 maggio e proporrà anche la novità del Lucca Classica Off, quattro giorni di eventi (dal 29 aprile al 2

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maggio) che introdurranno il festival vero e proprio. Guardare avanti sempre, con la consapevolezza che quanto sinora costruito è base e stimolo per il futuro, da realizzare, come sin qui fatto, in un’ottica di sistema in grado di premiare tutte le realtà e le anime del territorio.

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L’ombrellone e la platea. Il rilancio della Versilia attraverso i grandi eventi Corrado Benzio

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u un numero di marzo di «Sette», il magazine del «Corriere della Sera», il ministro della Cultura Dario Franceschini lo rimarca con forza: «Il turismo balneare è quello che soffre di più perché qui è maggiore la concorrenza». Una affermazione lapalissiana, quasi banale ma che ben pochi finora hanno capito o comunque recepito. Per il titolare della Cultura il senso totale della frase era questo: il turismo culturale regge, perché il Colosseo e Piazza dei Miracoli li abbiamo solo noi, ma quello della spiaggia e della tintarella di luna un po’ meno. Da qui la necessità di innervare l’offerta dell’ombrellone con quella di un posto in platea. Senza falsi moti d’orgoglio (e va detto con poca dimostrazione di forza) la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca da anni ormai ha capito che il turismo balneare, soprattutto in una realtà come la Versilia, va aiutato. Soprattutto iniettando finanziamenti nella non facile gestione di festival, manifestazioni, premi ed eventi. Cosa sarebbe, del resto, la Versilia, senza Festival Pucciniano e Versiliana. Oppure cosa sarebbe la seconda stagione di Viareggio, ovvero la primavera, senza lo strombazzare di trombe e tamburi del Carnevale? Qualcuno immagina su Pucciniano o Versiliana clientele e sprechi. Possono esserci, ma senza queste serate di pura cultura e divertimento, sarebbe complicato fare la concorrenza a Rimini (meno cara) o alla Sardegna dal fascino maggiore. Ripetiamo in tempi non sospetti e non badando – per fortuna – alle critiche, la Fondazione è sempre stata al tempo stesso oculata ma generosa con la Versilia. Anche per permettere il funzionamento della GAMC, la Galleria d’arte moderna, e per evitare il totale oblio sul premio letterario Viareggio. Una fatica di Sisifo in certi suoi aspetti. Soprattutto quando sono per primi i Versiliesi a credere poco nella potenzialità dell’offerta. E

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foto Aldo Umicini

1. 62° Festival Puccini di Torre del Lago: La bohème con la regia di Ettore Scola 2. Lucca film festival ed Europa Cinema: la mostra Il Viaggio di Mastorna, un progetto di Federico Fellini 3. La Versiliana e i suoi «Incontri al Caffè»

foto Archivio LFFEC

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allora basta affacciarsi ad una serata del Pucciniano per capire come più della meta del pubblico non parli la lingua di Dante, ma venga da Austria, Germania, Francia, Inghilterra. Lo stesso vale quando sul palco della Versiliana si esibiscono grandi ballerini come Bolle o la Zakarova. Poi, certo, i numeri del pubblico alle serate di teatro all’ombra dei pini sono desolanti. Ma si sa che il teatro di prosa è in crisi da tempo. Crisi di pubblico ma anche crisi di talenti, di mattatori, di nuovi testi, di scrittura moderna. Allora che fare, abbandonare Pirandello e Shakespeare perché non ci sono più i Gassman e i Romolo Valli, gli Albertazzi e la Proclemer. Niente di tutto questo, la Versiliana continua a proporre prosa, la Fondazione continua nel suo aiuto. Costante. Non si può cancellare una e più stagioni che hanno fatto della Versilia il centro della cultura nazionale. Siano i primi anni del Novecento, con artisti e pittori intorno al genio di Giacomo Puccini. O, in tempi più recenti, quando Eugenio Montale e Carmelo Bene erano ospiti della stessa famiglia. E a loro si aggiungevano nei pomeriggi al mare o in villa Carla Fracci ed Henry Moore, Pietro Barilla ed il grande giornalista Ruggero Orlando. Questo background fa sì che il Caffè della Versiliana continui e prosperi anche dopo la morte di Romano Battaglia, fondatore e conduttore per quasi un trentennio. Questo mentre altri importanti tentativi di imitazione hanno ceduto e chiuso. Si pensi solo a Cortinaincontra guidato per un paio di decenni da Enrico Cisnetto, già potente capo ufficio stampa della Fiat di Torino. Lo stesso Pucciniano tira la cinghia e va avanti. Due stagioni fa ci ha deliziato con una grande Bohème firmata dal maestro Ettore Scola (poi scomparso ed amareggiato in vita dalla contestazione alla sua cittadinanza onoraria avuta da Viareggio). La stessa Bohème che l’anno dopo aprirà la stagione del Carlo Felice, il grande teatro d’opera di Genova. Torre del Lago va avanti, grazie anche alla Fondazione, mentre il tempio della lirica estiva, l’Arena di Verona, continua a perdere

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foto Archivio Fondazione La Versiliana

L’OMBRELLONE E LA PLATEA. IL RILANCIO DELLA VERSILIA ATTRAVERSO I GRANDI EVENTI

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spettatori (l’occupazione dei posti è calata al 60%) e si scopre commissariata per un buco da 40 milioni di euro e oltre 350 dipendenti fissi, ovvero da pagare tutto l’anno. Anche quando non si canta all’Arena. In questo clima di crescente difficoltà, con lo Stato lontano e i Comuni dissanguati, senza la Fondazione sarebbe complicato immaginare stagioni e anche programmazioni future. Pensare che i nostri possano ancora godere, un domani, dell’offerta culturale che ancora oggi la Versilia, senza dovere emigrare, magari solo a Firenze per assistere ad un concerto o visitare una mostra. I contributi dati al Lucca Film Festival e Europacinema di Viareggio, da un paio di stagioni sapientemente uniti, ci hanno permesso recentemente di ammirare alla GAMC di Viareggio una mostra unica. È la ricostruzione, attraverso i suoi schizzi, di una serie di scene legate al progetto di un film per tanto tempo covato e progettato da Federico Fellini. Si tratta del mitico Il viaggio di G. Mastorna. Do-

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veva essere il seguito del fortunatissimo, anche a livello popolare, dei Vitelloni. Ma mai si è visto un solo ciak. Nella mostra viareggina, si è finalmente capito cosa volesse fare il Genio di Rimini. Grazie alla Fondazione abbiamo ascoltato le storie di cinema raccontate da un premio Oscar come Oliver Stone, e seguito le vicende di Valeria Golino, fra Cinecittà ed Hollywood (la ricordate a fianco di due mostri sacri come Tom Cruise e Dustin Hoffman in Rain Man). Ma tutto questo non significa solo attrazione turistica, ma crescita per la gente di Versilia. Significa alimentare vocazioni verso l’arte. Stefania Sandrelli, grande attrice viareggina, spiega in un’intervista a «Repubblica» come nasce la sua vocazione. E lo fa in maniera semplice e divertita: «A Viareggio c’erano più cinema che chiese». Una frase semplice ma che dice tutto. E neanche blasfema. Se si pensa quando la Capannina al Marco Polo o l’arena estiva del Garden chiedevano le sedie

a San Paolino per far fronte al pubblico della grandi occasioni. Viareggio e la Versilia non si sono mai sentite provincia, anche per le grandi frequentazioni. E anzi se c’è un problema fra Torre del Lago e il Cinquale è proprio riuscire a valorizzare tutto. Si pensi solo alla musica leggera. Quando vanno ricordati i tempi d’oro della Bussola ma anche non dimenticare dei geni seppure diversi, delle canzonette come Giorgio Gaber e Beppe Bigazzi (autore, fra l’altro, delle musiche del film Mediterraneo, Oscar come migliore pellicola straniera). Opera, prosa, cinema, musica popolare, letteratura. I soldi non bastano mai, ma intanto sono importanti idee ed attenzioni. Ed alla fine, pensiamo a chi regge le sorti della Fondazione, come è affascinante dover discriminare, ovvero scegliere, fra tanta varietà e altrettanti tesori.

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Premio Letterario Massarosa: settanta pagine di storia

Era una stupenda sera del settembre 1947. Le diecimila lire in palio andarono a L’albero morto di Anna Maria Checchi di Pontedera. Gli inviati speciali della stampa si precipitarono a Massarosa ed entrarono allo Chalet Le Lucciole, pieno di gente e di luci. Al termine di un ennesimo boogie-woogie suonato da una brillante orchestrina, il sindaco di Massarosa, Eusebio Girolami, aprì e presentò al pubblico la manifestazione letteraria, mentre il pittore viareggino Renato Santini faceva le caricature ai membri della giuria». Così scrive Pier Luigi Pierini, storico massarosese e testimone di questo premio fin dalla prima edizione, raccontando il lungo cammino del Premio Letterario Massarosa, nato appunto nel 1947, su iniziativa di alcuni giovani Scapigliati tra i quali ricordiamo: Vasco Giannini, Eusebio Girolami, Romano Pelosini, Sauro Meneghetti, Piero Del Zoppo, Bruno Bertacchi, Benito Angeli e Santi Baroni, proprietario del locale dove si svolse la prima edizione del premio, che trovarono il caloroso e sentito sostegno anche dell’illustre professor Carlo Pellegrini, presidente della prima giuria del Premio. Un premio alla cui giuria aderirono immediatamente grandissimi letterati italiani come Mario Tobino, Giovanni Spadolini, Guglielmo Petroni, Arrigo Benedetti, Felice Del Beccaro, Enrico Pea, Guglielmo Lera, Leone Sbrana e molti altri. Il Premio Letterario Massarosa è il terzo premio più antico d’Italia, preceduto solo dal Bagutta (1927), dal Viareggio (1930) e contemporaneo allo Strega. Il Premio si interruppe nel 1970, periodo durante il quale le contestazioni erano molto forti. Il suo cammino riprese con maggior vigore nel 2004 e da allora, ogni anno, il suo prestigio si consolida e si rafforza. La formula è rimasta invariata nel tempo: opera prima di narrativa. Anche il format con il quale si svolge la serata finale è in un certo senso rimasto invariato: il Premio Letterario Massarosa è nato in uno

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Pierina Magrofuoco

Si celebrano quest’anno i settanta anni di uno dei premi letterari più antichi d’Italia

Chalet con tanto di orchestrina e di validi presentatori. Così è sempre stato e così, in parte, è ancora oggi. La serata finale, durante la quale viene assegnato in diretta il premio, si svolge infatti con una sapiente miscela di musica, recitazione e interviste ai protagonisti. Ogni anno a seguito di un bando, le case editrici, dalle più piccole alle più prestigiose, inviano le loro opere prime. Una giuria tecnica composta dal presidente Giuliano Pasini e dai membri esperti Stefano Santini, Valentina D’Urbano, Elena Francesconi e Paolo Casadio, legge le opere e ne seleziona cinque. Il compito passa poi ai giurati popolari, quaranta lettori selezionati in base a sesso ed età per rappresentare la società civile e culturale massarosese. La giuria popolare ha il compito di selezionare il vincitore, che viene proclamato durante la serata finale, in programma quest’anno al teatro Vittoria Manzoni di Massarosa, il 14 ottobre. Durante la serata finale vengono inoltre assegnati, da qualche anno, il Premio della giuria tecnica e il premio alla miglior grafica di copertina. In occasione del 70° anniversario del Premio, l’Amministrazione comunale di Massarosa ha voluto dare un nuovo e maggiore impulso all’evento, nominando un Comitato promotore, che sta lavorando alacremente per organizzare eventi collaterali, che si svolgeranno in diverse località, per porre il Premio Letterario Massarosa e gli autori partecipanti al centro del panorama culturale italiano. UN PREMIO LETTERARIO SOCIAL

Per festeggiare al meglio il 70° compleanno del Premio Letterario Massarosa il comune di Massarosa, in collaborazione con il comitato promotore, ha deciso di puntare anche sulle nuove tecnologie: al Premio si sono aperte le porte del web. È infatti on line il sito del premio letterario, www.premioletterariomassarosa.it per rimanere sempre aggiornati su tutte le novità che riguardano la manifestazione.

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PREMIO LETTERARIO MASSAROSA: SETTANTA PAGINE DI STORIA

Premio Letterario Massarosa

Albo d’oro 1947-2016 1947 1948 1949 1951 1953 1954

Anna Maria Checchi, L’albero morto Marianello Marianelli, Memoriale di Lia Bruna Minardi Belardi, Donne Giuliano Bimbi, La fuga Mario Ricci, Inverno ad Ancona Maria Cometto, Il fondo, Premio speciale Apice (libro); Massarosa, dalle origini ai giorni nostri di Paolo Dinelli, Edizioni Vallecchi 1955 Mauro Senesi, Il paese dei cattivi 1956 Gino Luporini, Figli di contadini 1957 Italo Pizzi, Leggenda del lago 1958 Maria Chiappelli, La riga storta 1961 Massimo Grillandi, Le statue 1963 Giannina Prato, Bandiera per noi 1965 Cesare Matteucci, Il soldato Cafolla, Edizioni Rizzoli, opera prima narrativa 1966 Mimi Zorzi, I nemici in giardino, Edizioni Mondadori, opera prima narrativa 1967 Palmiro Pinagli, Romanticismo di Verdi, Edizioni Vallecchi, opera prima saggistica 1968 Ranieri Varese, Lorenzo Costa, Edizioni Silvana, opera prima saggistica 1969 Claudio Marabini, Gli anni Sessanta narrativa e storia, Edizioni Rizzoli, opera prima narrativa 2004 Lorella Pagnucco Salvemini, Gli occhi sul samovar, Edizioni Marsilio, opera prima narrativa 2005 Francesca Romana De Angelis, Solo per vedere il mare, Edizioni Studium opera prima narrativa 2006 Sara Moscardini, Giovanna, storia di un’ausiliaria fascista, Edizioni Il Molo, opera prima narrativa 2007 Leonard Morava, Le rose si vendicano due volte, Edizioni Effequ, opera prima narrativa 2008 Salvo Sottile, Maqeda, Edizioni Baldini C.D., opera prima narrativa 2009 Christian Frascella, Mia sorella è una foca monaca, Edizioni Fazi, opera prima narrativa 2010 Donato Carrisi, Il suggeritore, Edizioni Longanesi, opera prima narrativa 2011 Alessandro Mari, Troppo umana speranza, Edizioni Feltrinelli, opera prima narrativa 2012 Giuliano Pasini, Venti corpi nella neve, Edizioni Time Crime, opera prima narrativa 2013 Riccardo Gazzaniga, A viso coperto, Edizioni Einaudi, opera prima narrativa 2014 Novita Amadei, Dentro c’è una strada per Parigi, Edizioni Neri Pozza, opera prima narrativa Premio speciale giuria tecnica: Novita Amadei 2015 Andrea Maggi, Morte all’Acropoli, Edizioni Garzanti, opera prima narrativa; Premio speciale giuria tecnica e Premio speciale per la grafica: Carmen Pellegrino, Cade la terra, Edizioni Giunti 2016 Paolo Casadio, La quarta estate, Edizioni Piemme, opera prima narrativa; Premio speciale giuria tecnica: Lorenza Pieri, Isole Minori, Edizioni da e/o; Premio speciale per la grafica: Simone Giorgi, L’ultima famiglia felice, Edizioni Einaudi

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Oltre ad un excursus sulla storia del premio, sul sito sono presenti anche sezioni sempre aggiornate su eventi ed appuntamenti da non perdere legati al premio oltre, ovviamente, a tutte le novità che riguardano l’edizione 2017. Foto gallery ed interviste ai protagonisti istituzionali e non, rendono il tutto più vivace ed interessante. Non solo il sito, però: per questa edizione, amministrazione e comitato hanno pensato anche ai social, sempre più parte integrante della vita di ognuno di noi. Facebook e Twitter ed un canale YouTube dedicato affiancheranno così il più istituzionale sito internet con curiosità tutte da condividere per un PLM 2.0.

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FCRL EVENTI: FESTIVAL, PREMI, MOSTRE

1. I finalisti dell’edizione 2016 del Premio 2. Presentazione del Premio «Massarosa: l’Opera di domani» al Pucciniano di Torre del Lago

VERSO NUOVI ORIZZONTI

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Il Premio Letterario Massarosa si apre all’opera Il 70° anniversario del Premio Letterario Massarosa, si caratterizza anche per un’importante e prestigiosa novità: la nascita del premio «Massarosa, l’Opera di domani» che sarà assegnato ad un nuovo libretto d’opera inedito. Un’intuizione concretizzata grazie alla sinergia nata con la Scuola Internazionale di Pittura del Paesaggio, già operante presso l’antico Opificio La Brilla, con il Comitato promotore e la Fondazione Festival Pucciniano di Torre del Lago. Il premio «Massarosa, l’Opera di domani», che sarà assegnato per la prima volta nel 2018, è riservato a giovani poeti librettisti italiani e stranieri che non abbiano ancora compiuto 40 anni di età e autori di un’opera originale o comunque non soggetta ai diritti di autore, mai rappresentata in pubblico, in lingua italiana, che sarà sottoposta al giudizio di una giuria qualificata composta da cinque membri. In palio mille euro per il vincitore e la possibilità di far conoscere la propria arte a una fitta rete di realtà operistiche.

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Una storia d’arte La Fondazione Ragghianti e Lucca

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sicuramente una ‘storia d’arte’ quella della Fondazione Ragghianti, nata nel 1981 con la donazione di Carlo Ludovico Ragghianti e di sua moglie Licia Collobi, della loro biblioteca, della fototeca e dell’archivio alla Cassa di Risparmio di Lucca. Una storia d’arte in quanto nata dal desiderio di Carlo Ludovico Ragghianti di creare «un organismo culturale destinato a svolgere funzioni diverse finalizzate alla diffusione della cultura figurativa e alla comprensione dell’arte considerata come esperienza fondamentale per l’uomo». È proprio questa storia d’arte ad essere stata ripercorsa all’interno della mostra organizzata dalla Fondazione Ragghianti nei mesi di marzo e aprile 2017, in occasione dell’anniversario dei trent’anni dalla scomparsa di Carlo Ludovico Ragghianti, uno dei massimi storici, critici e teorici dell’arte italiani del XX secolo. La mostra, curata dal direttore Paolo Bolpagni, è stata un momento importante per ripensare al lungo percorso che dal 1981, ha portato la Fondazione Ragghianti a diventare quello che oggi è e rappresenta per la città. Il suo operato, iniziato come Centro Studi e le numerose attività che si sono susseguite in quasi trentasei anni di lavoro hanno rispettato gli intenti che si prefiggeva il suo fondatore: realizzare un ‘laboratorio aperto’ attraverso il quale presentare e far conoscere opere e fenomeni oltre ogni specialismo limitativo. Il primo direttore scientifico del Centro Studi, Pier Carlo Santini, nell’introduzione al catalogo della mostra Scultura italiana nel nostro tempo del 1982 (anno successivo all’inaugurazione del Centro), scrisse che «la massima che Ragghianti ha trasmesso fin dall’inizio “Prima vedere e poi leggere” potrà essere assolta dal Centro Studi, quanto più dinamica e articolata sarà la sua attività, più estesa la sua capacità di comunicare, più grande la quantità di fenomeni da far conoscere e di opere da proporre permanentemente o periodicamente all’attenzione del pubblico». E così è stato: in questi decenni si sono succeduti direttori, presidenti, iniziative, mostre,

Angelica Giorgi

allestimenti, pubblicazioni, incontri, presentazioni, attività che hanno lasciato un segno profondo nell’esistenza e nella fisionomia della Fondazione Ragghianti e ripercorrerli, tramite questa mostra, ha significato anche suscitare un rinnovato entusiasmo e una spinta propositiva verso il futuro. Un’altra lezione che discende da Ragghianti è quella dell’aver posto sullo stesso piano ideale la pittura e il cinema, l’urbanistica e lo spettacolo visuale, l’architettura e le arti decorative, la scultura e l’arredamento, il disegno industriale e la tipografia. In questi trentasei anni di lavoro infatti le scelte critiche e operative compiute dai diversi direttori sono state rivolte a molte e svariate tematiche: oltre alle mostre di pittura e scultura, molte sono state quelle dedicate al design, alla fotografia, alle arti decorative, all’architettura e alle arti visuali in genere. Negli anni Ottanta gli incontri organizzati da Pier Carlo Santini alla Fondazione Ragghianti, con artisti contemporanei quali Mattioli, Dorazio, Cascella, Sassu, Vespignani, Pomodoro, Bodini, Somaini, Tommasi Ferroni, Munari, Veronesi e designer quali Mangiarotti, Zanuso, Frattini, Koenig, sempre a colloquio con storici e critici di fama nazionale, furono di fondamentale importanza per la crescita culturale della città. Gli interessi di Giovanni Fanelli, direttore dal 1995 al 1998, furono rivolti soprattutto alla storia dell’architettura, alla storia urbana, alla storia della grafica e della fotografia e indirizzarono la Fondazione verso lo sviluppo di iniziative di ricerca scientifica quale una impegnativa analisi sull’iconografia urbana di Lucca che portò alla pubblicazione nel 1998, di due volumi Lucca. Iconografia della città, che sono tutt’oggi un contributo fondamentale alla storiografia della città. Sotto la direzione di Vittorio Fagone (20002007), noto critico e storico dell’arte contemporanea, storico del design e studioso del rapporto tra arti visuali e nuovi media elettronici, iniziò per la Fondazione Ragghianti un periodo di grande attività dedicato soprattutto alle esposizioni. Molte furono le collaborazioni con 1

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FCRL EVENTI: FESTIVAL, PREMI, MOSTRE

foto Luciano Ceccotti

1. Carlo Ludovico Ragghianti 2. Il monastero di San Micheletto prima delle ristrutturazioni 3. Inaugurazione della personale dello scultore Vittorio Tavernari allestita per l’inaugurazione del Centro Studi, 1981 4. La mostra Scultura italiana del nostro tempo, 1982 5. Il chiostro di San Micheletto oggi

foto Cortopassi di Luciano Ceccotti

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musei e enti nazionali e internazionali: dalla mostra Öyvind Fahlström, con il MACBA di Barcellona ad Arte del video, con il Museo di arte contemporanea di Villa Croce di Genova, il video-art festival di Locarno e il Museo Cantonale di Lugano, alla mostra Alberto Sartoris: visioni di architettura moderna con il Vitra Design Museum e il Politecnico di Losanna. La Fondazione Ragghianti in questi anni estese la sua notorietà a livello nazionale. Dal 2002 con la mostra sulle fotografie di Man Ray, la Fondazione dedicò varie esposizioni ad alcuni tra i più importanti fotografi italiani, Berengo Gardin, Ferdinando Scianna e Gabriele Basilico. Altre esposizioni furono dedicate all’architettura e al design: Adolfo Natalini, Ugo La Pietra, Richard Neagle; ed altre ancora alle arti multimediali o a temi di particolare interesse come la scenografia pucciniana. Con Maria Teresa Filieri, storico dell’arte nei ruoli del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, già direttore dei Musei Nazionali di Lucca e direttore scientifico della Fondazione Ragghianti dal 2008 al 2015, la Fondazione continuò la programmazione di manifestazioni espositive di alto livello culturale e scientifico, oltre alla promozione di convegni e conferenze e a un incremento dell’attività editoriale. Nel 2010 per celebrare il centenario della nascita di Carlo Ludovico Ragghianti, fu da lei promossa una grande mostra per ricordare la peculiare visione di Ragghianti sul Medioevo, cercando di non riprodurre pedissequamente le opinioni del Maestro ma di farne propri il metodo e lo spirito. Sempre sotto la sua direzione, nel 2013, fu organizzata l’esposizione La forza della modernità, una importante rassegna delle arti decorative in Italia dal 1920 al 1950, preludio alla nascita del design italiano, tema affrontato nelle due successive esposizioni Arte del quotidiano e Creativa produzione. Due sono stati gli intenti principali di questa mostra, da un lato ripercorrere la storia d’arte della Fondazione Ragghianti, attraverso le sue molteplici attività nel solco dell’insegnamento di Carlo Ludovico Ragghianti, dall’altra dimo-

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4 foto Lucio Ghilardi

strare l’importanza della ‘progettualità’ che si cela dietro ad ogni attività espositiva. Nell’introduzione al catalogo della mostra del 1982, Pier Carlo Santini scrive che tutte le iniziative che saranno realizzate dal Centro Studi «debbono esprimersi in una forma tale da possedere essa stessa un proprio significato: i luoghi, i percorsi, gli arredi e i restauri, le sistemazioni e l’utilizzo degli spazi interni ed esterni, le collocazioni delle opere, i modi di comunicazione tramite una corporate image rigorosa e chiara saranno realizzati tenendo conto del loro valore esemplare». Quindi già il primo Centro Studi di Ragghianti e di Santini attribuiva un particolare valore alla ‘cultura del progetto’ che deve sottendere non solo a qualsiasi evento espositivo, ma anche alla sistemazione degli spazi, al modo di comunicare tramite la grafica ecc. Il logo della Fondazione Ragghianti, disegnato dal noto grafico Silvio Coppola, ne è un esempio. Da allora tutti gli architetti che hanno realizzato gli allestimenti delle mostre e i grafici che hanno collaborato con la Fondazione Ragghianti hanno sempre anteposto uno studio accurato a tutti i loro progetti. Un ultimo intento della mostra – che è esplicitato nel sottotitolo: La Fondazione Ragghianti e Lucca – è anche quello di voler mettere in luce il rapporto tra la Fondazione e la città. Dal primo giorno di apertura del Centro Studi nel 1981, la biblioteca specializzata in storia dell’arte, architettura, design, fotografia, teatro, videoarte, – che vanta più di settantamila volumi e oltre 800 testate di riviste di cui un centinaio in continuazione oltre agli archivi e alla fototeca di Carlo Ludovico Ragghianti – è sempre rimasta aperta al pubblico ad uso di tutti gli studenti e gli studiosi di storia delle arti. Gli incontri con artisti, storici e critici, le conferenze, le proiezioni di film sull’arte, le presentazioni di volumi sono state per oltre trentacinque anni appuntamenti fissi che hanno contribuito a trasmettere valori culturali ed educativi a tutti coloro che hanno voluto partecipare. Le mostre sono sempre state offerte gratuitamente al pubblico, non perché fossero di

foto Umberto Saba

UNA STORIA D’ARTE LA FONDAZIONE RAGGHIANTI E LUCCA

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FCRL EVENTI: FESTIVAL, PREMI, MOSTRE

6. Pier Carlo Santini, Carlo Ludovico Ragghianti e Licia Collobi con Amintore Fanfani in occasione dell’inaugurazione del Centro Studi 7. L’inaugurazione della mostra Fra il Tirreno e le Apuane, 1990 8-9. Sale espositive della mostra Una storia d’arte, 2017

poco valore, ma conseguenza di una scelta culturale fortemente voluta, per far sì che la cultura entri ogni giorno nella vita di ogni cittadino. I laboratori didattici ed educativi, proposti gratuitamente a tutte le scuole materne, elementari e medie di Lucca e della provincia, hanno avuto lo scopo di far conoscere e divulgare, da più di dieci anni, i molteplici aspetti del ‘contemporaneo’, avvicinando le nuove generazioni ai linguaggi espressivi del XX e XXI secolo. Tutto ciò dimostra lo stretto rapporto che fin dall’inizio la Fondazione Ragghianti ha tessuto con la città e con tutti coloro che, per studio, per interesse personale o per passione hanno contribuito alla sua storia. IL PERCORSO ESPOSITIVO DELLA MOSTRA

foto Cortopassi di Luciano Ceccotti

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Il percorso espositivo della mostra Una storia d’arte. La Fondazione Ragghianti e Lucca, è iniziato con un omaggio ai fondatori, Carlo Ludovico Ragghianti e a Licia Collobi, ritratti in momenti pubblici e privati della loro giovinezza e prima maturità, attraverso alcune fotografie d’epoca. Dal loro primo incontro nel 1937 (poi sposati a Firenze il 30 novembre 1938), la loro vita è stata una piena condivisione di ideali, di progetti culturali e di esperienze di vita. Si è passati poi a ripercorrere sinteticamente la multiforme attività di Carlo Ludovico Ragghianti: fondazione e direzione di importanti riviste («Critica d’Arte», «seleArte», «Criterio», «Sound Sonda»), pubblicazione di volumi e monografie, invenzione e realizzazione di 21 documentari d’arte da lui stesso definiti critofilm, organizzazione e curatela di memorabili mostre: La casa italiana nei secoli (1948), Frank Lloyd Wright (1951), Le Corbusier (1963), Alvar Aalto (1965) e Arte moderna in Italia 1915-1935 (1967). Il percorso della mostra è continuato raccontando la nascita e l’inaugurazione del Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti nel 1981 (con la presentazione di una personale dello scultore Vittorio Tavernari), la

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UNA STORIA D’ARTE LA FONDAZIONE RAGGHIANTI E LUCCA

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sua trasformazione in Fondazione nel 1984 e le attività – mostre e incontri con artisti – svolte sotto la direzione di Pier Carlo Santini (direttore scientifico dal 1981 fino alla scomparsa nel 1993) e la presidenza di Pier Luigi Del Frate (1981-1994). Un approfondimento è stato riservato a quattro mostre particolarmente rappresentative tenutesi in quegli anni: Scultura italiana del nostro tempo (1982), Emilio Greco (1987), Fra il Tirreno e le Apuane (1990) e Ruskin e la Toscana (1993). Un focus particolare è stato dedicato al complesso di San Micheletto, nel quale il Centro Studi ha avuto sede fino dall’inizio, tramite bellissime fotografie del convento, dei chiostri e degli spazi verdi in cui sopravvivevano tracce della vecchia conduzione a orto, vigna e frutteto. Pier Carlo Santini nell’introduzione al catalogo della mostra del 1982, Scultura italiana nel nostro tempo, scrisse che la quiete dei chiostri e gli spazi interni dell’antico convento si dimostrarono essere un ambiente particolarmente adatto

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alla dislocazione delle sculture e delle opere d’arte. La mostra è passata poi a ripercorrere l’attività della Fondazione Ragghianti dalla metà degli anni Novanta a oggi. Dopo la scomparsa di Pier Carlo Santini nel 1993 si sono succeduti alla direzione Giovanni Fanelli (dal 1995 al 1998), Vittorio Fagone (dal 2000 al 2007), Maria Teresa Filieri (dal 2008 al 2015) e Paolo Bolpagni (a partire dal 2016), mentre alla presidenza della Fondazione si sono alternati, dopo Pier Luigi Del Frate, Gian Carlo Giurlani (dal 1994 al 1997), Giovanni Cattani (dal 1997 al 2011), Romano Silva (dall’aprile all’ottobre 2011), Arturo Lattanzi (dall’ottobre 2011 al marzo 2012) e, a partire dal 2012, Giorgio Tori. Le mostre realizzate in questo lungo arco di tempo, che testimoniano l’evoluzione e la vivace originalità della proposta culturale costantemente elaborata dalla Fondazione Ragghianti, sono state documentate con l’esposizione di tutti i manifesti, opera di valenti grafici, di fotografie degli allestimenti, planimetrie, disegni progettuali, schizzi e modelli

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in legno di elementi espositivi. Molti disegni e schizzi presentati sono progetti degli architetti Marco e Fabrizio Arrigoni che da lunghissimo tempo hanno collaborato con la Fondazione Ragghianti e si sono occupati con grande passione degli allestimenti delle mostre. Sulle pareti anche i progetti allestitivi degli architetti Mauro Lovi e Stefano Dini. Il grande ‘tavolo di lavoro’ al centro della sala, su cui erano poggiate le scatole – una per ogni esposizione –, contenenti la planimetria del progetto espositivo e le immagini e i disegni degli allestimenti delle mostre, ha voluto dimostrare la particolare attenzione che da sempre è stata riservata all’alta qualità della ‘progettualità’ sottesa ad ogni esposizione: dalla progettazione all’allestimento, dalla grafica alla fotografia. Il grande tavolo voleva inoltre rappresentare quel «laboratorio permanente di studi e cento di esperienze culturali» di cui parlava Ragghianti e testimoniare la grande passione che ha animato tutti coloro che, per vari motivi, hanno fatto parte di questa ‘storia d’arte’.

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FCRL EVENTI: FESTIVAL, PREMI, MOSTRE

foto Giovanni Romboni

10-12. Sale espositive della mostra Una storia d’arte, 2017 11. Carrellata dei manifesti delle mostre organizzate dalla Fondazione Ragghianti (1998-2016)

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UNA STORIA D’ARTE LA FONDAZIONE RAGGHIANTI E LUCCA

Elenco delle esposizioni 1998-2016 Lucca Medievale. La decorazione in laterizio, 21 novembre 1998 - 17 gennaio 1999 Tempo sul tempo. Carlo Ludovico Ragghianti e il carattere cinematografico della visione, 28 novembre 1999 - 30 gennaio 2000 Öyvind Fahlström. Un altro spazio per la pittura, 18 marzo - 15 maggio 2001 Lucca e le porcellane della Manifattura Ginori. Commissioni patrizie ed ordinativi di corte, 28 luglio - 21 ottobre 2001 Ugo La Pietra. Terre mediterranee, 15 dicembre 2001 - 17 febbraio 2002 Man Ray. L’immagine fotografica. 160 opere fotografiche selezionate dall’artista, 15 giugno - 8 settembre 2002 Adolfo Natalini Architettore, 23 novembre 2002 - 26 gennaio 2003 Giò Pomodoro 1930-2002. Un omaggio della Fondazione Ragghianti, 8 marzo - 11 maggio 2003 La scena di Puccini, 20 settembre 2003 - 11 gennaio 2004 Arte del Video. Il viaggio dell’uomo immobile. Videoinstallazioni videoproiezioni, 21 marzo - 23 maggio 2004 Gianni Berengo Gardin. Toscana gente e territorio. 61 fotografie, 17 luglio - 10 ottobre 2004 Grattacieli. Architetture per il XXI secolo, 5 febbraio - 3 aprile 2005 Richard Neagle. Industrial design progetti e prodotti 1938-1992, 1 giugno - 28 agosto 2005 Mino Maccari. Opere grafiche nelle collezioni d’arte della Fondazione Ragghianti, 2 dicembre 2005 - 29 gennaio 2006 Ferdinando Scianna. Fotografie 1963-2006, 8 luglio - 1 ottobre 2006 Alberto Sartoris. Visioni di architettura moderna. Le fotografie della collezione Sartoris in dialogo con gli oggetti del Vitra Design Museum, 28 novembre 2006 - 18 febbraio 2007 Oltre il paesaggio. Gabriele Basilico 1978-2006, 20 aprile - 29 luglio 2007 Michael Snow. Cinema, installazioni, video e arti visuali, 29 settembre - 4 novembre 2007 L’alibi dell’oggetto. Morandi e gli sviluppi della natura morta in Italia, 16 novembre 2007 - 20 gennaio 2008 Viaggio nell’arte a Lucca. La collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, 7 maggio - 13 luglio 2008 Jonas Mekas. 6 opere di Jonas Mekas, 11 ottobre - 2 novembre 2008 Faces. Ritratti nella fotografia del XX secolo, 15 novembre 2008 - 31 gennaio 2009 Arte del Quotidiano. Un percorso tra arte e design, 18 giugno - 20 settembre 2009 Robert Cahen. Passaggi. Video-installazioni 1979-2008, 23 ottobre 2009 - 10 gennaio 2010 Lucca e l’Europa. Un’idea di Medioevo V-XI secolo, 25 settembre 2010 - 9 gennaio 2011 Ritmi visivi. Luigi Veronesi nell’astrattismo europeo, 9 ottobre 2011 - 8 gennaio 2012 Scatizzi. L’ipotesi della pittura, 30 giugno - 4 novembre 2012 La forza della modernità. Arti in Italia 1920-1950, 20 aprile - 6 ottobre 2013 Umberto Prencipe e la Toscana. Tra modernità e tradizione, 28 febbraio - 22 giugno 2014 Creativa produzione. La Toscana e il design italiano 1950-1990, 13 giugno - 1 novembre 2015 Esporre Le Corbusier. Ragghianti e la mostra fiorentina del 1963, 27 novembre 2015 - 10 gennaio 2016 Sguardi paralleli. Ballocco Morellet, 24 marzo - 26 giugno 2016 12

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FCRL DISAGIO SOCIALE

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NUOVE SOLUZIONI Nuovo Housing sociale con Abitare collaborativo Daniela Micheletti

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e caratteristiche della crisi socioeconomica mondiale ormai in atto da oltre un decennio rendono evidente che non ci troviamo di fronte ad un fenomeno temporaneo bensì ad una profonda trasformazione sociale con la quale dobbiamo tutti confrontarci. Il cambiamento strutturale del mercato del lavoro, la crisi dei sistemi di welfare, i nuovi flussi migratori, colpiscono anche nel nostro paese i soggetti più fragili: i giovani, le donne sole con figli e quindi i minori, i migranti e ancora gli anziani, i diversamente abili e altri soggetti svantaggiati. La paura e l’incertezza che prendono il posto dei grandi ideali europei (la pace, la solidarietà, la libera circolazione di persone e merci) generano insofferenza e intolleranza verso le nuove emergenze umanitarie a tutti livelli della società. In questo contesto è rilevante l’emergenza abitativa che arriva a coinvolgere anche settori della società non tradizionalmente abituati a fronteggiare questo tipo di difficoltà. È quella che è stata definita ‘fascia grigia’, che ha capacità reddituali non equiparabili a fasce storicamente oggetto di intervento sociale, ma che al tempo stesso non riesce più a sostenere i canoni di affitto di mercato o ad acquistare una casa in proprietà. La vulnerabilità delle famiglie sul mercato abitativo oggi è maggiore anche per le caratteristiche specifiche delle stesse: anziani soli, famiglie monogenitoriali con minori a carico, lavoratori stranieri, famiglie monoreddito, single, lavoratori atipici. Il disagio abitativo incide sul senso di precarietà e di incertezza e impedisce la costruzione di progetti di vita soprattutto per i più giovani, ma anche processi di mobilità territoriale che potevano affiancare la flessibilità di accesso al lavoro. Le politiche abitative sono tornate al centro dell’attenzione delle istituzioni e dei cittadini sia in termini di diritto all’accesso ad un alloggio adeguato, sia sul piano della pianificazione territoriale ed urbanistica. Il tema della riqualificazione delle periferie e della sosteni-

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FCRL DISAGIO SOCIALE

Comune di Barga, frazione Mologno

bilità dello sviluppo delle città, il coinvolgimento dei cittadini nei processi decisionali e l’utilizzo dei nuovi strumenti di comunicazione (smart cities) sono temi centrali degli assi di intervento comunitari. Oggi più che mai è evidente che sono necessarie nuove politiche di cittadinanza nel tentativo di sostenere in maniera più stabile le famiglie e offrire percorsi effettivi di inserimento sociale, lavorativo e abitativo. Il tema della casa diventa centrale nell’ottica di costruire nuovi percorsi di inclusione sociale e di ricostruzione delle comunità che partono dalla persona, dalle sue relazioni vitali, dal suo benessere. La casa è il luogo simbolico di accoglienza e del diritto ad una vita dignitosa, luogo dell’intimità personale e familiare dove si costituiscono e si ricompongono le identità personali, un diritto umano di base e punto di partenza per la riattivazione personale e della comunità stessa. Dal punto di vista del crescente fabbisogno abitativo e della sua differenziazione si rendono necessarie soluzioni differenziate sul piano dell’offerta. Gli affitti a canone calmierato sono senza dubbio una risposta fondamentale accanto all’edilizia residenziale pubblica; ma anche nuove sperimentazioni sull’abitare, nel contesto generale di scarsità di risorse sia pubbliche che private, si sono diffuse soprattutto nell’ultimo decennio nei diversi paesi europei. L’ESPERIENZA DI LUCCA

Comune di Borgo a Mozzano, frazione Dezza

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La Fondazione Casa Lucca, costituita nel 2007, trae le sue origini proprio dalla ricerca di nuove strategie a sostegno delle politiche abitative sia per volontà di alcuni enti pubblici (Provincia e Comuni) che di soggetti privati del Terzo Settore che si trovavano a fronteggiare i nuovi fenomeni di emergenza abitativa e di crescente povertà e disagio sociale. La sinergia tra pubblico e privato ha rappresentato un modello di governance positivo che ha potuto sperimentare azioni rilevanti per il territorio. Nel 2010, su questo modello di rete, la collaborazione con la Fondazione Cassa di Ri-

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NUOVO HOUSING SOCIALE CON ABITARE COLLABORATIVO

sparmio di Lucca ha dato vita ad un primo progetto innovativo di housing sociale «Per una rete dell’alloggio sociale in provincia di Lucca», basato su un protocollo di intesa sottoscritto anche con la Provincia e la Regione Toscana. Grazie a questo partenariato tra diversi soggetti pubblici e del terzo settore, è stato possibile acquisire e successivamente ristrutturare un ampio patrimonio immobiliare invenduto, sfitto oppure di proprietà della Diocesi di Lucca (parrocchie) senza ulteriore consumo di suolo. Con oltre cento alloggi resi disponibili per diverse soluzioni abitative sparsi su otto comuni da parte di Fondazione Casa Lucca e Fondazione Cassa di Risparmio Lucca, questo progetto ha impattato in misura significativa sul territorio della Provincia. In gran parte sono state messe a disposizione abitazioni a canone sostenibile assegnate con avviso pubblico, ma si inseriscono in questo intervento anche degli alloggi ‘transitori’ in risposta a situazioni di emergenza abitativa che necessitano di risposta immediata e temporanea, ed un cohousing per anziani dove si sperimenta la condivisione di spazi comuni e la sinergia e lo scambio reciproco di capacità e ‘competenze’ finalizzate allo sviluppo della solidarietà e al sostegno di un invecchiamento attivo.

Comune di Lucca, frazione Picciorana

IL NUOVO PROGETTO ABITARE COLLABORATIVO

Confermando il proprio impegno a sostegno di interventi di housing sociale la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha rinnovato la sua collaborazione con la Fondazione Casa Lucca, accogliendo la proposta di un nuovo progetto sperimentale che si pone in continuità con il sopracitato «Per una rete dell’alloggio sociale». Abitare Collaborativo mira a individuare, recuperare e rivitalizzare piccoli borghi rurali e collinari al fine di migliorare la qualità della vita e di favorire lo sviluppo sociale di queste aree. Attraverso la predisposizione di servizi per la comunità e interventi di ristrutturazione delle abitazioni improntanti al risparmio energetico,

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Comune di Massarosa, frazione Stiava

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Comune di Massarosa, frazione Ficaia

Comune di Capannori, frazione Carraia

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si vuole inoltre incentivare uno sviluppo equilibrato e sostenibile del territorio da un punto di vista non solo sociale ed economico ma anche ambientale. L’obiettivo che questo progetto si pone è la creazione di un insieme di alloggi a canone calmierato con destinazioni d’uso differente in cui, con la presenza di servizi socio-culturali e ricreativi si possano creare i presupposti per un’integrazione dell’esigenza abitativa con sviluppo sociale e il miglioramento della qualità della vita. Il progetto, che si estende su diverse zone della provincia, prevede non solo alloggi a canone sostenibile; ma anche esperienze di cohousing attingendo prevalentemente al patrimonio immobiliare invenduto e favorendo altresì l’apporto di idee, esperienze, risorse e competenze di soggetti pubblici e privati che a vario titolo operano nel territorio lucchese. Anche in questo progetto sono resi disponibili degli immobili di proprietà della Diocesi, con cui Fondazione Casa ha sottoscritto un protocollo d’intesa «A braccia aperte» volto proprio al recupero, per finalità sociali, di proprietà immobiliari inutilizzate e in stato di abbandono. I soggetti coinvolti sono in primis la Fondazione Casa Lucca, ente attuatore e soggetto promotore insieme con Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, ed i partners che sono gli altri enti pubblici e del privato sociale, soci della Fondazione Casa stessa. Tenuto conto che il progetto ha un raggio di azione provinciale e riguarda i borghi collinari e le periferie (spesso accumunate dalla stessa carenza di servizi), la ristrutturazione degli immobili è mirata anche al superamento della carenza di servizi adeguati, della difficoltà di mobilità delle persone, dell’isolamento e quant’altro, cercando di combattere i fenomeni di degrado e dell’ abbandono; grazie all’aiuto delle comunità locali e alla loro riattivazione si possono rivitalizzare borghi abbandonati e edifici dismessi contrastando fenomeni di marginalità. L’idea è di dar vita a forme di housing sociale che riguardino fasce diverse della popolazione: non solo la ‘fascia grigia’ cui accennavamo in precedenza ma anche situazioni di

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NUOVO HOUSING SOCIALE CON ABITARE COLLABORATIVO

Housing Sociale Un progetto ‘modello’ a livello nazionale

Comune di Capannori, frazione Camigliano

maggiore fragilità che si trovano a rischio povertà (anziani, padri separati, giovani con lavoro precario, famiglie numerosi monoreddito, ecc.), oppure persone in situazioni di marginalità che hanno concluso positivamente percorsi di recupero e che spesso si trovano senza un’abitazione da cui ripartire. Si tratta quindi di un’iniziativa che mette la casa al centro di un processo ben più ampio di rivitalizzazione del tessuto sociale ed economico, vedendo i cittadini coinvolti come soggetti attivi nell’individuazione e nell’elaborazione delle proposte di riqualificazione. Si prevede la ristrutturazione di circa 25 soluzioni abitative, dislocate su comuni differenti con uno sviluppo di progettualità diversificate. L’investimento previsto ammonta ad oltre 2 milioni di euro, per la precisione a 2 milioni e 205mila euro derivanti dal contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca (1,6 milioni di euro), dalla quota della Fondazione Casa Lucca (circa 370mila euro) e dal restante cofinanziamento dei soci della Fondazione per circa 237mila euro. I beneficiari di questa azione sono potenzialmente in grado di sostenere un canone calmierato e remunerare quindi l’investimento iniziale effettuato, anche se in misura contenuta. Alcuni interventi di ristrutturazione degli edifici da recuperare sono già in corso. In contemporanea sono previsti incontri con le comunità locali per la presentazione dei progetti e la condivisione della loro definizione Finite le ristrutturazioni degli immobili si passerà alla fase di allestimento degli arredi e, successivamente, all’inserimento delle famiglie (o delle singole persone) negli alloggi. Quest’ultima

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procedura sarà curata dalla Fondazione Casa Lucca in collaborazione con i Comuni interessati attraverso avvisi pubblici. Secondo il programma della Fondazione Casa gli interventi di ristrutturazione e allestimento delle abitazioni dovrebbero concludersi progressivamente nel corso del prossimo biennio. Gli immobili oggetto dell’intervento sono situati nelle frazioni di: Antisciana (Castelnuovo Garfagnana), la Ficaia (Massarosa), Arsina (Lucca), Oneta (Borgo a Mozzano) e Tassignano (Capannori). Abitare collaborativo ha già in previsione un ulteriore fase di sviluppo, basata sugli stessi criteri di intervento, su altrettanti immobili siti a Ponte a Moriano (Lucca), a Borgo a Mozzano, Barga, Gallicano e Camaiore. Elemento innovativo del progetto apportato dalla Fondazione Casa è infine l’azione di «accompagnamento all’abitare» svolta nell’ambito più ampio delle attività di mediazione sociale. Operatori specializzati affiancano le famiglie in tutte le fasi dell’inserimento abitativo (dal trasloco alle pratiche burocratiche di residenza, utenze, conoscenza del vicinato, regole condominiali, ecc.) con lo scopo di alimentare le buone relazioni all’interno degli edifici e laddove è possibile, favorire il raggiungimento di una maggiore autonomia. Mediante i servizi di accompagnamento si vuole rispondere non solo al bisogno di ‘casa’ offrendo una buona accessibilità economica ma anche fornire il terreno fertile per la nascita spontanea di buone relazioni di vicinato e di comunità.

A partire dal 2011 la Fondazione Crl ha stanziato 9,8 milioni di euro per l’acquisto e la riqualificazione di 53 alloggi distribuiti in maniera capillare su tutto il territorio della provincia di Lucca, sia per evitare la creazione delle cosiddette ‘sacche di disagio’ e sia per facilitare una più serena integrazione delle famiglie all’interno della comunità. Grazie a questo investimento e in virtù del vincolo di 25 anni rispetto al canone sostenibile, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha poi ottenuto dalla Regione Toscana un contributo pari al 48% del valore medio per metro quadrato rilevato dall’Osservatorio di Mercato Immobiliare (OMI) dell’Agenzia del Territorio per i fabbricati. Contributo di oltre 4 milioni di euro per il quale la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha chiesto ed ottenuto il riconoscimento direttamente a favore della Fondazione Casa Lucca, che lo ha utilizzato per la realizzazione o ristrutturazione di ulteriori alloggi da destinare alla locazione a canone sostenibile, al cohousing e alla conduzione transitoria. Tramite la ristrutturazione i nuclei familiari sono stati ospitati in tempi ragionevolmente brevi, evitando inoltre un ulteriore consumo di suolo. Queste abitazioni, gestite dalla Fondazione Casa sono state assegnate temporaneamente anche a persone e famiglie con elevato disagio sociale, prive di risorse e che versano in condizioni di particolare difficoltà anche con l’obiettivo di fronteggiare il fenomeno degli sfratti. Si sono aggiunte quindi altre 50 soluzioni abitative che si sommano a quelle già individuate e create dalla Fondazione Crl e che portano lo stanziamento ad un totale di circa 14 milioni di euro.

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Una mano tesa da trent’anni: il Gruppo volontari della solidarietà Sara Berchiolli

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ostenere la solidarietà e aiutare chi aiuta. In questo modo, e solo così, si crea un circolo virtuoso capace di migliorare la vita di un’intera comunità. È quello che è successo, e sta succedendo da più trent’anni, a Barga con il Gruppo Volontari della Solidarietà. Nato quasi per gioco, il gruppo è cresciuto negli anni, si è strutturato, ha cambiato sede, ma mai la sua missione fondamentale: integrare e dare uno spazio ai portatori di disabilità.

Oggi, nel 2017, il GVS ha a disposizione una sua sede, ancora in fase di costruzione, che a breve potrà accogliere le 15 persone diversamente abili e i 40 volontari attivi che ogni giorno offrono un servizio e regalano un sorriso. Grazie al contributo di 300mila euro messo a disposizione dalla Fondazione per la Coesione Sociale, ente strumentale della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, infatti, il GVS ha potuto costruire una struttura interamente nuova, nata sul terreno concesso loro in comodato d’uso dalla parrocchia barghigiana. La nuova vita del Gruppo, è proprio il caso di dirlo, inizia lì, vicino all’Oratorio Sacro Cuore, anch’esso interessato da opere di ristruttura-

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UNA MANO TESA DA TRENT’ANNI: IL GRUPPO VOLONTARI DELLA SOLIDARIETÀ

zione finanziate dalla Caritas Diocesana, tra i campi di calcio e gli spazi adeguati ad accogliere necessità diverse e bisogni sempre nuovi. A raccontare la storia di questo lungo percorso durato oltre trent’anni è l’attuale presidente, Myrna Magini: «Il GVS ha cambiato tante sedi che, per motivi diversi, non erano all’altezza della nostra missione. Il solo salone dell’Oratorio, per esempio, non era sufficiente, mentre la sede che avevamo trovato a Barga Castello oltre ad essere scomoda da raggiungere, dal 2013 non era più sicura, in seguito alle forti scosse sismiche che hanno spaventato buona parte della Mediavalle. Dopo tanto peregrinare abbiamo trovato questa soluzione: una struttura che sia solo nostra, adiacente all’Oratorio, e completamente ristrutturata».

comunità. Bastava giocare insieme, inventarsi un’attività, trascorrere qualche ora all’aperto per riconsegnare loro un sentimento di famiglia. Con il passare degli anni il Gruppo si è ampliato, ha trovato sempre maggior sostegno e ha incluso un numero crescente di persone e di volontari. L’associazione, una onlus che fonda il suo cammino sul vero significato della parola volontariato, ha gradualmente coinvolto anche tante competenze: c’era chi era bravo a lavorare con il gesso, chi con la ceramica, chi poteva impartire lezioni di ginnastica e chi dedicava il suo tempo alle gite e alle uscite del venerdì. Sono passati trent’anni e da allora il GVS ha all’attivo 100 soci, 40 volontari attivi e un nucleo di 15 persone con disabilità che quotidianamente frequentano il centro. Ad oggi il GVS ha sette laboratori espressivo-artigianali attivi. Chi frequenta il Gruppo può partecipare a corsi teatrali, di pittura, di decoupage, di telaio a mano durante i quali vengono realizzati tappeti. Sono attivi anche due corsi di alfabetizzazione informatica e di attività motoria, tutti condotti da personale esperto e preparato. I manufatti prodotti vengono venduti in quelle che si chiamano Botteghine della Solidarietà, veri e

LE ATTIVITÀ.

Il GVS nacque a metà degli anni Ottanta a Barga per rispondere a una necessità. Tante, infatti, le famiglie con persone portatrici di disabilità, molte le situazioni di disagio e di mancata integrazione che acuivano il senso di esclusione e abbandono. Una fortunata intuizione portò alla nascita del Gruppo: far uscire di casa questi ‘ragazzi’ e lentamente inserirli nel tessuto sociale della LA STORIA.

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propri centri di autofinanziamento per le attività del Gruppo. Numerosi sono anche gli eventi che vengono organizzati nel segno della solidarietà, dell’integrazione e del coinvolgimento. Nel mese di maggio, da ormai 28 anni, si tiene la Settimana della Solidarietà: sette giorni dedicati a incontri, giochi, laboratori e uscite ai quali partecipano persone dalle tante associazioni vicine alla onlus. Intenso è anche il rapporto con le scuole, nato per avviare un percorso rivolto all’ascolto e all’integrazione. Con l’ISIA di Barga, infatti, sono stati molti gli incontri organizzati con i temi più vicini ai giovani come la violenza, il cyberbullismo e l’emarginazione ai quali hanno preso parte personaggi di calibro nazionale come Don Luigi Ciotti, fondatore dell’Associazione Libera contro i soprusi delle mafie in tutta Italia, e Roberta Bruzzone, criminologa e psicologa. Durante il periodo natalizio, inoltre, ancora tante attività e spettacoli con l’evento Natale Insieme e, infine, il GVS è l’associazione capofila del progetto «Opportunità per un tempo più libero» che unisce gruppi e organizzazioni dell’alta Garfagnana attente alle esigenze della disabilità.

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Nascita di un capolavoro Un nuovo libro sulla più celebre opera di Jacopo della Quercia. Un libro ‘necessario’ perché il suo autore, Marco Paoli, aveva, per così dire, un ‘conto aperto’ con Ilaria, l’obbligo di approfondire alcuni aspetti non ancora affrontati nelle sue precedenti pubblicazioni sull’argomento. Innanzitutto Paoli propone un interessante focus sul contesto storico in cui Paolo Guinigi e Ilaria del Carretto unirono le rispettive casate col loro matrimonio, regalandoci un affresco di una situazione politica, ma anche di una temperie culturale che Lucca visse per un breve periodo della sua storia, l’unico che l’ha vista, a cavallo tra XIV e XV secolo, dominata da una vera e propria signoria. Un affresco che restituisce anche considerazioni di carattere generale sul ruolo delle donne in questi ‘giochi di potere’ delineando la figura della ‘madre’ come garante della continuità dinastica. E poi troviamo, ovviamente, un ampio excursus sulle ragioni di questa singolare committenza e sulle istanze che portarono Jacopo della Quercia a realizzare il cenotafio in questa forma. L’analisi di Paoli si sofferma in particolare sugli elementi di novità presenti nell’opera, sottolineando come l’artista abbia compiuto una «scelta realistica» del tutto inedita «rispetto alla tradizione scultorea trecentesca e protoquattrocentesca con destinazione sepolcrale, e che finirà per risultare eccezionale anche considerando la restante produzione del maestro senese». Anche alla luce di quest’ultima considerazione si spiega l’urgenza e la necessità di questa elegante pubblicazione proposta da Maria Pacini Fazzi, che cerca proprio di spiegare come a Lucca, nei primi anni del Quattrocento, si crearono condizioni uniche e irripetibili che portarono alla nascita di un capolavoro oggi conosciuto in tutto il mondo: qui la committenza, le capacità dell’artista e un contesto del tutto eccezionale permisero a Jacopo di realizzare l’impresa più importante della sua carriera. Marco Paoli, Ilaria Maior, Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca 2016

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Folklore tra usanze e valori «Il nostro modo di pensare e di comportarci è il risultato della sommatoria di esperienze, di credenze, di paure, di superstizioni, e dei fatti, vissuti e provati dalle tante generazioni di uomini e donne appartenuti alla nostra famiglia, che ci hanno preceduto». È una storia di eredità questo volume di Giampiero Della Nina, edito da PubliEd, basata sulla convinzione che «vivere per secoli negli stessi luoghi crea nelle persone, pur non appartenenti alla stessa famiglia, affinità molto marcate». Così nasce una Comunità, in cui la condivisione degli interessi, delle suggestioni, dei valori, delle priorità, dei metodi di lavoro, porta inevitabilmente alla creazione di una specifica identità. Della Nina mette l’accento sulle prassi che inducono gli appartenenti a determinati nuclei a uniformare i propri comportamenti al ripresentarsi di situazioni simili, e a trasmettere ai figli, paure, credenze, metodi, e rimedi così come ricevuti ed appresi. Un’analisi scientifica e al contempo gustosa, applicata sulle tante realtà della Lucchesia che vantano numerose tradizioni secolari: celebrazioni, feste e comportamenti umani influenzati da antiche passioni, credenze, paure e superstizioni, ripetute nel tempo. Si tratta di tradizioni, in parte ancora vive ed in parte dimenticate: tutte, in ogni caso, meritano di essere conosciute, sorprendendo il lettore e inducendolo forse a interrogarsi per capire fino a qual punto quel modo di pensare gli appartenga. Giampiero Della Nina, La lucchesia e il suo folklore, Publied editore, Lucca 2016

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Sguardi inediti sulla città Franco Bellato ha sempre saputo trovare la chiave giusta per raccontare la magia dei luoghi, delle atmosfere. Attento alle sfumature, anche stavolta, tra i molti modi di raccontare la città di Lucca, ha individuato una perfetta combinazione, unendo scorci celebri e prospettive meno conosciute. Un patrimonio intero rivive nelle istantanee di questa pubblicazione in cui ogni scatto è frutto di un’attenta selezione. Tutto per mostrare una Lucca ‘rivelata’, ora a colori ora in bianco e nero, nei suoi luoghi simbolo e nelle sue vie più nascoste, in cui ogni muro, ogni cornicione può ‘raccontare’ qualcosa di inedito, di inaspettato. Un omaggio a una città che ha visto il suo patrimonio architettonico prendere nuova vita grazie anche ai molti interventi realizzati dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca negli ultimi anni; recupero che proprio in queste foto viene valorizzato e contestualizzato opportunamente. Il volume, edito da Pezzini, non nasce dunque dalla mera volontà di proporre una ‘vetrina’, ma scaturisce dalla ricerca attenta e sorvegliata dei soggetti, il tutto con l’unico fine di presentare, al di là di ogni retorica, una città in tutto il suo splendore. Franco Bellato, Lucca. La Bellezza di una città, Pezzini, Viareggio 2016

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Periodico della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca Autorizzazione del Tribunale in corso

Finito di stampare nel mese di luglio 2017 da Tipografia Tommasi Referenze fotografiche: Archivio fotografico Associazione Musicale Lucchese; Archivio fotografico Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca; Archivio fotografico Fondazione Ragghianti; Archivio fotografico Lucca Film Festival; Archivio fotografico Lucca Teatro Festival; Archivio fotografico Maria Pacini Fazzi editore; Archivio fotografico Publied Editore; Comune di Lucca; Ufficio stampa Comune di Massarosa; Ufficio stampa Festival Puccini di Torre del Lago; Ufficio stampa La Versiliana

La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, scusandosi anticipatamente per l’involontaria omissione di referenze fotografiche, è disponibile ad assolvere eventuali diritti.

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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA

MURA – TERRITORIO – EVENTI FESTIVAL PREMI MOSTRE – HOUSING SOCIALE

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