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piega costola
rivista della fondazione cassa di risparmio di lucca
MOSTRE 2019 – DAL TERRITORIO – RICERCA E MEMORIA – GLI ANNIVERSARI
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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA
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Editoriale in ricordo 2019: un anno di mostre Museo della Follia: un’indagine nella dimensione del sogno Da Venezia a Lucca: Bernardo Bellotto 1740. Viaggio in Toscana Moses Levy a Viareggio. Ritornerà sul mare la dolcezza Dal territorio Piazza Aldo Moro: da ‘non luogo’ a luogo di vita Gioielli della Versilia tra luoghi della memoria e bellezza del presente La tradizione, i corsi, il museo. Il Carnevale fra storia e prospettive Piccolo è bello – Piazza al Serchio e la sua ‘costellazione’ di meraviglie Legno, vernice e linee bianche per il nuovo parquet del Palatagliate
44 Ricerca e memoria 45 Un patrimonio UNESCO: l’Archivio Diocesano di Lucca 51 Lo scrigno del sapere 56 L’archivio Ragghianti: un patrimonio della comunità 61 e poi… – Il Sant’Agostino rinasce con una nuova destinazione 64 Gli Anniversari 65 «Oltre le radici»: un monumento per l’emigrazione storica della lucchesia 68 Sei anni del San Francesco. ‘Anniversario in concerto’ con Raphael Gualazzi 72 Novità editoriali 72 Al servizio dei bambini 74 Motori d’altri tempi 76 «Diletto e svago» 78 Nella storia di una pieve, le vicende della comunità
FCRL MAGAZINE 15|2019 Iscrizione al registro stampa del Tribunale di Lucca n. 1/20 del 17 gennaio 2020
Maria Teresa Perelli direttore Marcello Petrozziello direttore responsabile Comitato di redazione Maria Teresa Perelli Marcello Petrozziello Andrea Salani
hanno collaborato a questo numero Alessandra Belluomini Pucci, Paolo Bolpagni, Marcello Brunini, Valentina Cappellini, Patrizia Lazzari, Lorenzo Maffei, Massimo Marsili, Andrea Mazzi, Michele Morabito, Maria Panattoni, Alessandro Petrini, Marcello Petrozziello, Francesca Maria Pozzi, Tommaso Maria Rossi, Andrea Salani, Nubia Salani, Vittorio Sgarbi, Paola Taddeucci, Gaia Elisabetta Unfer Verre consulenza editoriale: Publied – Editore in Lucca progetto grafico e impaginazione: Marco Riccucci
in copertina: Bernardo Bellotto, Piazza San Martino, Lucca, 1740, © York Museums Trust (York Art Gallery) a pagina 2: Lucca, Biblioteca IMT realizzata nella ex chiesa di San Ponziano
© 2019, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca
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foto Lucio Ghilardi
Progetti avviati e nuove sfide. La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca si affaccia a questo 2020 con il medesimo spirito che l’ha contraddistinta in questi anni, basando la propria attività su alcuni principi-cardine: solidità del patrimonio, da conservare e tutelare a favore delle generazioni future, sostenibilità degli interventi, sussidiarietà, intesa come modalità di azione finalizzata ad affiancare e sostenere le politiche delle istituzioni senza sostituirsi agli enti competenti. Un principio, quest’ultimo, teso a ‘radicare’ sul territorio un circuito virtuoso nel quale il ruolo della Fondazione si sviluppi sempre più come elemento catalizzatore di ulteriori risorse economiche e sempre meno come soggetto meramente finanziatore. Una strategia che riconosciamo anche in molte delle attività e dei progetti raccontati in questo Magazine, che, periodicamente, si propone di offrire un compendio – il più possibile gradevole - dei risultati delle numerose iniziative realizzate dall’ente, tutte riconducibili ad una attenta e specifica programmazione. Le linee-guida dell’attività istituzionale della Fondazione Crl sono contenute nel Documento programmatico-previsionale 2020, approvato in ottobre dagli Organi dell’ente; Documento che individua in oltre 21 milioni l’ammontare delle risorse messe a disposizione per l’anno in corso e in cui è possibile riconoscere i punti di forza dei grandi progetti strategici degli ultimi anni, in particolare nel settore dell’edilizia scolastica, che si affiancano a quelli per il recupero e la riqualificazione degli impianti sportivi, nuovo filone, questo, al quale la Fondazione ha destinato ben 4 milioni di euro tra 2019 e 2021. In quest’ottica, l’attività della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, alimentata da una gestione del patrimonio attenta e responsabile, si avvale di alcune modalità pratiche di intervento: dall’operating diretto (con risorse interne all’ente) e indiretto (attraverso appositi enti strumentali), al granting (assegnazione di contributi a terzi) e, in casi eccezionali, ai cosiddetti investimenti mission related, che per scelta presentano una redditività ridotta a fronte del raggiungimento di importanti obiettivi di tipo sociale ed economico a favore della collettività (ad esempio, l’housing sociale). Continua anche il processo che identifica sempre più nel ‘bando’ lo strumento privilegiato per accedere ai contributi. Una strada intrapresa dallo scorso anno, con la proposizione di bandi sempre più puntuali rispetto alle reali esigenze del territorio. Una procedura resa possibile dalla volontà di ‘ascoltare’ il territorio, per comprenderne appieno le urgenze e le problematiche endemiche, le necessità primarie e le aspirazioni per il futuro. Un futuro in cui la sfida per la Fondazione è di rimanere sempre un importante parametro per la comunità di riferimento, ma anche sempre meno indispensabile: sarebbe un segnale prezioso per la crescita del territorio, delle sue istituzioni e per il benessere generale.
Maria Teresa Perelli Direttrice della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca
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in ricordo Lo scorso novembre, all’età di 61 anni, ci ha lasciati per sempre il giornalista-scrittore, ma soprattutto amico, Corrado Benzio. Da qualche tempo aveva iniziato a collaborare con «FCRL Magazine», la rivista della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, alla quale, da profondo conoscitore della ‘sua’ Versilia, aveva regalato alcune pagine intrise di cultura e di bellezza. La prima, albergava in lui in modo naturale, quasi che non dipendesse dallo studio, dall’esperienza e da una curiosità senza limiti. L’altra era quella che riusciva sempre a trovare nell’anima delle persone e delle cose di cui gli piaceva raccontare: nel volto rugoso di un pescatore, come in un piatto di tagliolini al nero di seppia; nel marmo delle Apuane come in un’opera di Botero. Scriveva in modo graffiante, Corrado, senza mai rinunciare alla leggiadria di una Tersicore che, come lui, riusciva a danzare in punta di penna. Con Corrado Benzio abbiamo in sospeso una cena, tante volte promessa ma sempre dimenticata, quando da lui, quando dal collega Andrea Salani, quando, più spesso, da me. Ma, soprattutto, abbiamo in sospeso un’amicizia, perduta in un brutto giorno di novembre.
foto Roberto Paglianti
Marcello Petrozziello
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2019: un anno
Bernardo Bellotto, Piazza San Martino, Lucca, 1740, Š York Museums Trust (York Art Gallery)
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di mostre Museo della Follia: un’indagine nella dimensione del sogno Vittorio Sgarbi l museo della Follia è una sfida. Una sfida dei giovani contro i vecchi. Del bene contro il male. era stato concepito a salemi dopo il museo della mafia oggi rimasto ostaggio della mafia. avrebbe dovuto arricchire quella città, con le iniziative nate in occasione del 150° della Unità d’italia di cui salemi fu la prima capitale. Capitale di un sogno. ma non è stato possibile realizzare quel sogno. Le forze del male hanno prevalso. e la mafia, uscita dal museo, ha vinto.
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Grande successo per la mostra allestita alla ‘Cavallerizza’
ancora una volta la sua impresa è riuscita. Questa volta in modo beffardo. non sostituendosi allo stato. ma sostituita dallo stato. Dopo quella impresa, sara Pallavicini, giovanni Lettini e stefano morelli, che con Cesare inzerillo avevano realizzato il museo della mafia, hanno trovato ospitalità prima a matera, realizzando il museo della Follia negli spazi meravigliosi del Convicinio sant’antonio, poi al Palazzo della ragione di mantova e al Castello Ursino di Catania, dove il museo si è ampliato con le opere di Ligabue, poi ancora al museo di salò, a napoli nella Basilica di santa maria alla Pietrasanta, e infine alla Cavallerizza di Piazzale Verdi a Lucca. erano particolarmente motivati avendo potuto misurare, nell’esperienza di salemi, la follia de1
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gli uomini, la prepotenza dello stato, il rovesciamento di ogni regola, l’ansia di giustizia, il desiderio di ogni giovane di migliorare il mondo. si erano scontrati con una realtà brutale mascherata con la retorica della legalità e con l’unico obiettivo di mortificare, umiliare, punire la libertà e la fantasia. erano dunque predisposti a cercare liberazione e comprensione nella follia degli artisti in un luogo di miseria che con il tempo si è trasformato nella capitale europea della cultura. La fuga a matera è stata la prima risposta alla violenza subita. Volevano occupare anche la follia. ma la follia non si lascia occupare, non accetta regole e commissariamenti. L’esperienza fu singolare e formativa dando sostanza a quello che per molti è soltanto conoscenza letteraria. Con questo stesso metodo, in fondo, nacquero i manicomi, non per isolare i pazzi dai sani, e tantomeno per curare i malati, ma per piegare gli irriducibili, per impedire ai diversi di essere diversi, per non consentire che qualcuno si muovesse fuori dalle regole stabilite dall’ordine costituito. È per questo, per quanto di anomalo, di originale, di creativo, d’individuale l’arte rappresenta, che si è sempre evidenziato e analizzato il nesso tra arte e follia. Da Pontormo a Van gogh, gli artisti più grandi hanno avuto rapporti difficili con la società, accentuando il loro individualismo. in questi percorsi sarebbe stato impensabile immaginare un rapporto tra mafia e follia, se il potere non avesse manifestato il suo volto attraverso la diabolica invenzione della mafia, non quella reale ma quella immaginata, sospettata, inventata, per consolidare le sue forme attraverso l’affermazione di uomini meschini e vili. a Lucca la mostra ha indagato il legame tra arte e follia in un sorprendente allestimento. immagini, documenti, oggetti raccontano, a latere della umanità evocata da inzerillo, nel linguaggio della Classe morta di Kantor, le condizioni umilianti e dolenti dell’alienazione, le prescrizioni e le cure, i letti di contenzione e gli strumenti di costrizione. ed è un repertorio non dissimile da quello, doloroso, dei reperti dei profughi nei campi di concentramento. Frammenti che evocano infinite tristezze,
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MUSEO DELLA FOLLIA: Un’inDagine neLLa Dimensione DeL sogno
1-8. Vedute dell’allestimanto della mostra 9. silvestro Lega, L’adolescente
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isolati, anche nella loro innocua costituzione, come un cucchiaio, una fialetta odontalgica del Dott. Knapp, un pacchetto di alfa, una chiave. nulla di strano o di originale, nulla di specifico; tutto di doloroso. È l’introduzione al museo. Un repertorio, senza proclami, senza manifesti, senza denunce. Poi si entra nella stanza della griglia. e si incontrano le persone. Uomini e donne come noi, sfortunati, umiliati, isolati. e ancora vivi nella incredula disperazione dei loro sguardi. Condannati senza colpa, incriminati senza reati per il solo de-
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stino di essere diversi, cioè individui. inzerillo e marilena manzella te li mettono davanti, questi carcerati, con la divisa della loro malattia, che è la malattia della condizione umana e della psiche, con i segni di ciò che le è accaduto, degli incontri e delle occasioni. inzerillo dà la traccia, evoca inevitabilmente sigmund Freud e michel Foucault, a cui fisicamente assomiglia, e apre la strada a un inedito riconoscimento, a una poesia della follia che muove i giovani in questa impresa. sara Pallavicini, giovanni Lettini e stefano mo-
relli. Determinati, liberi, folli. Prima a matera, ora a Lucca. ed ecco il loro museo nella proposta di alcune mostre temporanee. Così, stanze, muri, pareti dell’ospedale psichiatrico abbandonato di teramo entrano nell’obiettivo di Fabrizio sclocchini che rianima quegli spazi desolati con omaggi floreali di delicata poesia come a ricordare quelli che vi furono, confinati, rimossi, cancellati. Una fabbrica del male, dove incontriamo i volti scuri e gli sguardi senza speranza degli umiliati pazienti di Vincenzo Baldini. nessuna cit-
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tà, nessuno spazio li accoglie. stanno nei ‘non luoghi’ della loro mente. ed ecco agostino arrivabene, dietro la maschera, e nei volti scoperti dei pittori amati: Leonardo, antonio Lòpez garcía, Lucian Freud, odd nerdrum. Questi fari nella notte gli indicarono che la strada c’era ancora, e la si poteva faticosamente percorrere. Poi arriva Lorenzo alessandri e la serie di Camere con sogni e visioni di un mondo parallelo. nel buio del corridoio, come in un incubo della notte, incontriamo il lucchese Pierucci, davanti alle maschere di Venturino Venturi, il quale rielabora e rivive la fiaba di Pinocchio aggiungendone poesia, in un tumultuoso delirio interiore. il manicomio, più del carcere, è il luogo dei rifiuti, dove vengono chiusi quelli che non si adeguano, che non sono disposti ad accettare l’ordine del mondo, quelli che urlano la loro indisponibilità. gino sandri, uno di loro, li osserva. su quei volti non c’è mai un sorriso, sono individui che hanno perso la loro identità, e la matita di sandri li carezza, li rianima e ne riconosce l’esistenza. Diverso è Carlo zinelli, che non guarda la realtà che vede ma trasferisce sulla carta i pensieri di un’anima turbata, le ossessioni, le ripetizioni, le processioni. il malato folle, che ha la ventura di esprimersi, si pone davanti a forme sempre nuove e insieme ripetitive attraverso le quali si documenta e si riconosce il
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rapporto tra follia e arte. ma non si può ignorare anche il rapporto ‘alto’ tra arte e follia, e cioè l’esaltazione del puro pittore come nel caso di enrico robusti, con i suoi paradossali personaggi intenti a sprecare la propria vita nei vizi e nei piaceri effimeri. allegoria di quella umanità che preferisce evitare, e che immagina a bordo di una nave senza rotta, passiva e ignara delle onde. sulle ceneri di questo mondo di emarginati, di abbandonati, di umiliati è fondamentale la presenza di mario tobino, che arriva al museo della Follia portando con sé maggiano: «sono nella mia piccola stanza dentro la quale respiro da circa dieci anni. in tutte quelle altre stanze che compongono questo enorme caseggiato respirano i deliri di 1040 matti. Dalla mia finestra, come nelle altre primavere, a quest’ora, alle sette di sera, è un intersecarsi di cinguettii di uccelli che saltellano o riposano tra i folti rami delle querce». (La mia casa è qui. Nel manicomio di Maggiano) il museo della Follia non è una storia della follia. È una serie di suggestioni, di paure, di prepotenze che dovranno riguardare anche noi, protetti e attratti dai matti. D’altra parte, non potendone fare a meno, li abbiamo fatti diventare artisti. se la follia vive nei sogni non ci possiamo liberare di lei. a Lucca, il museo si arricchisce di opere storiche, cercando di riconoscere documenti lu-
minosi dal nesso fra arte e follia, testimonianze di visioni, di allucinazioni, di turbamenti, di nevrosi che rendono le loro opere viaggi notturni, deliri. nati sotto saturno furono chiamati, e noi ne vediamo i loro occhi sofferenti, allucinati, e ne sentiamo la febbre nelle opere. silvestro Lega, lontanissimo dalla pittura storica, riesce a cogliere momenti fragili di una umanità sradicata, irrisolta, dolente, come si vede nell’Adolescente. D’altra parte, l’attenzione al vero, l’interiorizzazione della realtà domestica e del mondo rurale in cui l’artista era protetto, s’incrina con le costanti tragiche della sua vita, a partire dalla morte del fratello Dante, e pure dei casi di tisi che investono le donne di casa Batelli, con numerose morti, anche quella della amata Virginia. in alcuni momenti Lega incrocia la tragedia e la racconta con disarmata semplicità. il caso straordinario di antonio Ligabue costituisce uno dei cardini essenziali del museo della Follia. Una visionarietà lussureggiante che determina la creazione di un mondo originale, popolato solo dagli animali, domestici e selvaggi, oscillando fra l’idillio campestre e una foresta insidiosa, minacciosa. gli animali della foresta sono proiezioni di una rabbia, di un conflitto con il mondo, risolto soltanto nella pittura. ma nessuno, più di Fausto Pirandello, ha sentito ed espresso il pensiero e il tormento della materia con una continua lacerazione della forma. L’ultima espressione di umanesimo è rappresentata in questa mostra dall’opera di Francis Bacon. Lui non rinuncia al confronto con l’uomo, con la sua coscienza, con il suo turbamento e, quindi, non va oltre l’uomo, sta dentro l’uomo. nella storia dell’arte, anche prima dei casi clamorosi di Van gogh e di Ligabue, molti sono gli artisti la cui mente è attraversata dal turbamento, che si esprimono in una lingua visionaria e allucinata. ognuno di loro ha una storia, una dimensione che non si misura con la realtà, ma con il sogno. e quel sogno, con piena soddisfazione, oltre ogni tormento, rappresenta.
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Da Venezia a Lucca: Bernardo Bellotto 1740. Viaggio in Toscana Paolo Bolpagni ’ultima mostra della Fondazione ragghianti, con il catalogo che l’ha accompagnata, ha portato un contributo di conoscenza ragguardevole nell’ambito degli studi su Bernardo Bellotto (1722-1780), uno dei massimi vedutisti del settecento, e della storia delle città che lo accolsero nel suo primo e determinante viaggio al di fuori della natìa Venezia, ossia Firenze e Lucca, che fu protagonista della vicenda. era il 1740, come di-
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La mostra-evento della Fondazione Ragghianti. Disegni originali per la prima volta usciti dalle collezioni reali inglesi
mostrato con inoppugnabili prove documentarie dalla curatrice Bożena anna Kowalczyk, e il giovane nipote dell’eccelso Canaletto aveva soltanto diciotto anni. non è ingenuo né sbagliato stupirsi di fronte alla precocità del pittore, che eseguì in toscana quelli che possono essere considerati i suoi autentici capolavori d’esordio, qui radunati per la prima volta insieme. Questa mostra, realizzata con il contributo della Fondazione Cassa di risparmio di Lucca e grazie al supporto di Banco BPm come main partner, è stata al contempo un grande evento espositivo e un momento di studio e approfondimento, presentandosi quale un’occasione unica per ammirare alcune opere preziosissime e rare mai viste insieme, tra cui il più
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bernardo bellotto Bernardo Bellotto nasce a Venezia nel 1722, terzogenito di Lorenzo Bellotto e di Fiorenza Canal, sorella di Canaletto. allievo dello zio fin da giovanissimo, dimostra un talento precoce come vedutista. nel 1738 si iscrive alla corporazione dei pittori veneziani. nel 1740 intraprende il viaggio a Firenze e Lucca, invitato dalla nobiltà toscana e probabilmente nel 1742 si reca a roma, su suggerimento dello zio e maestro Canaletto. Un altro suo viaggio italiano importante è quello in Lombardia, dove dipinge vedute di milano, Vaprio e gazzada su commissione dei conti simonetta, Perabò e dell’arcivescovo Pozzobonelli, e a torino, dove realizza due magnifiche vedute della città per la corte sabauda. a Verona nel 1745-1746 dipinge l’adige dal ponte nuovo e il ponte delle navi per un committente inglese. La prima biografia dell’artista è dovuta all’amico Pietro guarienti, pittore veronese e ispettore della galleria reale di Dresda. Bellotto si distingue dal maestro per il rigore prospettico, uno spiccato realismo e l’interesse per la resa precisa delle strutture architettoniche; le città dipinte da questo geniale allievo sono immerse in una luce argentata, le sue figure sono caratterizzate con cura e le ombre sono più scure, dai netti contorni. nel 1747 è invitato da augusto iii, elettore di sassonia e re di Polonia, che lo nomina un anno più tardi pittore di corte. Le vedute di Dresda, Pirna e Koenigstein, realizzate tra il 1747 e il 1758 per augusto iii e per il suo primo ministro conte Brühl, appartengono ai capolavori della pittura europea del settecento. alla fine del 1758, quando in sassonia imperversava la guerra dei sette anni, lo troviamo a Vienna con il figlio Lorenzo; qui lavora per l’imperatrice maria teresa d’austria e per i principi Kaunitz e Liechtenstein. nel 1761 è a monaco di Baviera e all’inizio del 1762 ritorna a Dresda, trovando la sua casa, la collezione e la magnifica biblioteca distrutte dal bombardamento prussiano. i suoi mecenati, il re e il primo ministro, muoiono nel 1763, e nel clima culturale cambiato la sua pittura non trova più il successo. nel 1764 è nominato professore di prospettiva all’accademia delle Belle arti, ma soltanto a Varsavia, alla corte del re stanislao augusto Poniatowski, dove si trasferisce nel 1767, trova il giusto riconoscimento come artista. Le ventisei vedute della città e del castello di Wilanów sono state preziose come modelli per la ricostruzione della città dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Bernardo Bellotto muore a Varsavia 17 ottobre 1780.
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importante dipinto della storia avente come soggetto la città di Lucca, capolavoro di Bellotto, e cinque suoi disegni prestati straordinariamente dalla British Library. L’artista ricevette la propria formazione nello studio di Canaletto quando quest’ultimo era al culmine della sua fama, alla fine degli anni trenta del settecento. Bernardo assorbì i modelli e le tecniche compositive dello zio con una capacità di emulazione tale da ingannare gli stessi contemporanei. L’eredità del maestro è alla base di tutta la sua opera, ma non appena il giovane iniziò a viaggiare fuori da Venezia – e il soggiorno in toscana fu appunto il primo e fondamentale a questo riguardo – sviluppò il proprio stile espressivo in maniera originale, accentuando il rigore prospettico e il realismo della rappresentazione. Come anticipato, i più recenti studi archivistici hanno permesso di datare il viaggio di Bellotto al 1740, due anni prima rispetto a quanto si ritenesse, evidenziandone così l’importanza come manifesto della precocità dell’artista. La documentazione riscoperta ha consentito anche di vedere in lui il pioniere della pittura di veduta a Firenze e a Lucca, al servizio dell’aristocrazia toscana. «Una concorrenza di idee coraggiose e brillanti» – spiega Bożena anna Kowalczyk, curatrice della mostra, tra i maggiori studiosi al mondo di Canaletto e Bellotto – «è all’origine del viaggio di Bellotto a Firenze nel 1740. La prima, e fondamentale, è quella architettata dal marchese andrea gerini (1692-1766) con il conoscitore e antiquario veneziano anton maria zanetti di girolamo (1680-1767), suo amico e consigliere, di dar vita al vedutismo fiorentino. La seconda è quella di conferire al nascente vedutismo fiorentino del settecento la modernità illuminista di Canaletto, invitando a Firenze il suo nipote e allievo Bernardo Bellotto, come maestro di prospettiva e tecnica pittorica, riconoscendone, benché giovanissimo, il genio». il focus della mostra della Fondazione ragghianti era il nucleo di vedute di Lucca, con il dipinto che raffigura piazza san martino proveniente dalla York art gallery e i cinque disegni di diversi luoghi intorno alla cattedrale e alla chiesa di santa maria Forisportam eccezionalmente concessi dalla British Library. Questo gruppo di opere, mai esposte insieme – i disegni, incollati in un album del primo ottocento già di proprietà del re giorgio iii d’inghilterra, e poi di giorgio iV, sono stati per la prima volta staccati – fornisce una documentazione straordinaria della città di Lucca nel settecento. «i cinque disegni di Lucca e il dipinto Piazza San Martino con la cattedrale del museo di York – afferma Bożena anna Kowalczyk – costituiscono l’unica documentazione nota del viaggio di Bellotto nella città toscana. La stretta vicinanza stilistica e tecnica del dipinto di Lucca alle due vedute di Firenze, eseguite con dimensioni simili, rare per l’artista, L’Arno al Tiratoio con il Ponte Vecchio e L’Arno dalla Vaga Loggia, con San Frediano in Cestello, di collezione privata – che si confermano commissionate da gerini, eseguite dunque nell’estate 1740 –, indica una data del viaggio di poco successiva, a settembre o a ottobre
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Da Venezia a LUCCa: BERNARDO BELLOTTO 1740. VIAGGIO IN TOSCANA
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di quell’anno; Piazza San Martino con la cattedrale riprende inoltre, perfezionandola, la composizione prospettica e luministica della Piazza della Signoria, Firenze, nel 1741 registrata nella collezione di riccardi, amico strettissimo di gerini». Bellotto dunque giunge a Lucca all’inizio dell’autunno del 1740, probabilmente sempre grazie a zanetti e gerini e all’intervento di un misterioso collezionista, certamente un nobile lucchese di dimensione europea, forse uno degli illuminati sostenitori di Pompeo Batoni, come Francesco Conti, nipote di stefano – celebre collezionista di Canaletto e Carlevarijs – a contatto con i marchesi gerini e riccardi. «Certo è che Bellotto a Lucca lavora da privilegiato» – spiega ancora Bożena anna Kowalczyk: «un giovane pittore innovativo, all’avanguardia, che descrive la cattedrale e la sua struttura, al centro della curtis ecclesiae della città e, ricercando quattro punti di vista diversi, si muove liberamente tra le stanze dell’arcivescovado, sale persino sul tetto, accede al piano nobile del Palazzo Bernardi e s’affaccia alla finestra della chiesa di san giuseppe. il solo 2
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Bernardo Bellotto, Piazza San Martino con la cattedrale, Lucca, 1740, Londra, British Library Bernardo Bellotto, Santa Maria Forisportam, Lucca, 1740, Londra, British Library Bernardo Bellotto, L’Arno verso il Ponte Vecchio, Firenze, 1743-1744, Cambridge, Fitzwilliam museum Bernardo Bellotto, Piazza della Signoria, verso est, Firenze, 1740, Budapest, szépművészeti múzeum Veduta dell’allestimento della mostra
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dipinto eseguito, Piazza San Martino con la cattedrale, rimane in una collezione lucchese almeno fino ai primi anni dell’ottocento – per riapparire soltanto alla fine del secolo in inghilterra –, ammirato e copiato da artisti locali». il dipinto proveniente da York risulta quindi l’unica veduta dipinta a Lucca, di straordinaria bellezza e armonia, con una luce argentata che diventerà poi la cifra stilistica dell’artista. Prospetticamente ricorda le opere dello zio Canaletto, ma variano il taglio della composizione, la vivacità del tocco, le figure con le ombre allungate dai netti profili, il cielo con nuvole soffici: Bellotto crea un’atmosfera particolare e unica. si tratta di un capolavoro assoluto, di cui non si conosce, a oggi, il committente ufficiale: la curatrice Bożena anna Kowalczyk auspica dunque che, grazie alla mostra, qualche archivio privato possa fornire nuovi dati per far pienamente luce su questa vicenda. il rapporto di Bellotto con la toscana è anche affettivo: il fratello michele è un importante tipografo che da Firenze passa poi al servizio del vescovado ad arezzo; il più giovane, Pietro, viaggia con lui ed è un promettente pittore; la madre Fiorenza, sorella di Canaletto, si trasferisce anche lei ad arezzo. accanto alle opere di soggetto lucchese sono inoltre state presentate, nella mostra della Fondazione ragghianti, alcune delle vedute conosciute di Firenze realizzate da Bellotto durante e a seguito della sua visita in toscana, come Piazza della Signoria, Firenze e L’Arno dal Ponte Vecchio fino a Santa Trinità e alla Carraia, entrambe del 1740, provenienti dal szépművészeti múzeum di Budapest; L’Arno verso il Ponte Vecchio, Firenze e L’Arno verso il ponte alla Carraia, Firenze, ambedue del 1743-1744, prestate dal Fitzwilliam museum di Cambridge; e il disegno a penna e inchiostro Capriccio architettonico con un monumento equestre del 1764, dal Victoria & albert museum di Londra, che documenta la visita di Bellotto a Livorno. L’autonomia conquistata in questo primo viaggio fuori dalla città natale è alla base dei futuri sviluppi della carriera di Bellotto, al ritorno a Venezia come
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foto Lucio Ghilardi
Da Venezia a LUCCa: BERNARDO BELLOTTO 1740. VIAGGIO IN TOSCANA
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nei viaggi a roma e in italia del nord, e più tardi, a partire dal 1747, nell’europa centrale. nella mostra erano inoltre presenti anche altri magnifici dipinti di Luca Carlevarijs, altro vedutista tra i primi pittori veneziani collezionati dal nobile mercante stefano Conti (16541739), di giuseppe zocchi (1717-1767), pittore di casa gerini di cui è stato esposto il ritratto di gerini e zanetti, e di alcuni anonimi ma talentuosi artisti che, a Lucca, eseguirono copie dell’eccezionale veduta di piazza san martino realizzata da Bellotto, a testimonianza della ricaduta che la presenza fondamentale di quest’opera ebbe in città.
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altro manufatto di grande valore e interesse è la camera ottica in legno, vetro e specchio usata da Canaletto e concessa in prestito dal museo Correr di Venezia. il viaggio di Bellotto fu, come abbiamo visto, patrocinato dal conoscitore e antiquario veneziano anton maria zanetti di girolamo, in stretto contatto con i più importanti collezionisti toscani. Bellotto ebbe peraltro occasione di vedere a Lucca quattro magnifiche vedute di Venezia di suo zio Canaletto, commissionate nel 1725 da stefano Conti. Questa fitta rete di relazioni artistiche, che assicurò il successo del giovane pittore, è stata illustrata in
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foto Lucio Ghilardi
6. Veduta dell’allestimento della mostra 7-8. inaugurazione della mostra
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mostra da una serie di documenti originali dell’epoca: libri, lettere, ricevute di pagamento per commissioni di opere, provenienti dalla Biblioteca statale di Lucca. Per avere uno sguardo contemporaneo sul celebre quadro di Bellotto su piazza san martino sono stati chiamati due giovani fotografi selezionati grazie alla collaborazione con il Photolux Festival: Jakob ganslmeier (monaco di Baviera, 1990) e Jacopo Valentini (modena, 1990), ospitati ‘in residenza’ estiva alla Fondazione ragghianti. alla fine del percorso della mostra sono stati esposti i loro lavori, realizzati negli stessi luoghi che Bellotto vide nel 1740. L’allestimento, raccolto e prezioso, con una sala nei toni del blu di Prussia dove ammirare
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la splendida opera lucchese di Bellotto e i disegni della British Library, è stato firmato dalla nota architetta veneziana Daniela Ferretti. La mostra era accompagnata da un catalogo pubblicato da silvana editoriale ed edizioni Fondazione ragghianti studi sull’arte, a cura di Bożena anna Kowalczyk, con saggi sull’artista e sulla sua produzione in toscana, nuove e inedite ricerche storiche e archivistiche svolte per questa esposizione, nonché i risultati delle analisi più innovative riguardanti la tecnica e i procedimenti utilizzati da Bellotto per la realizzazione dei suoi dipinti e disegni, qui per la prima volta confrontati. Lo sforzo e il lavoro preparatorio alla base di questa nuova realizzazione della Fondazione ragghianti sono stati straordinari. L’obiettivo era di riportare a Lucca, dopo secoli, il più im-
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Da Venezia a LUCCa: BERNARDO BELLOTTO 1740. VIAGGIO IN TOSCANA
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portante dipinto di sempre avente come soggetto la città stessa, raffigurata e in un certo senso emblematizzata nella piazza di san martino, e i cinque disegni del grande artista veneziano sono stati concessi in via eccezionale dalla British Library. tutti i prestiti, comunque, sono di assoluto prestigio, a conferma della volontà di operare ai massimi livelli per offrire un’occasione unica e irripetibile. Questa mostra, nel migliore spirito dell’insegnamento di Carlo Ludovico ragghianti e di Licia Collobi, è stata frutto di un’approfondita ricerca storico-artistica, ponendosi al contempo come un evento espositivo di richiamo e un’occasione di approfondimento.
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moses Levy a Viareggio. Ritornerà sul mare la dolcezza Alessandra Belluomini Pucci al 3 febbraio al 15 settembre 2019, la galleria d’arte moderna e Contemporanea Lorenzo Viani ha ospitato la mostra moses Levy Ritornerà sul mare la dolcezza. Un ricco repertorio di opere che racconta il complesso e articolato vissuto artistico di Levy, unendo lo sfondo europeo e nord africano della sua cultura e delle sue esperienze nei diversi paesi in cui ha vissuto. Un insieme di esperienze eterogenee, in luo-
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Un grande successo per la mostra della GAMC dedicata al pittore che a Viareggio trovò la via della luce e del colore ghi diversi, che ha consentito al pubblico di entrare in contatto con la luce e i colori di Viareggio, e quindi le sue spiagge, il suo mare, le pinete, i suoi storici locali, e, al contempo, ammirare i colori e i paesaggi di altri meravigliosi luoghi del mediterraneo: la magia dei deserti, dei mercati e delle danze arabe. L’esperienza pittorica di moses Levy si contraddistingue per il carattere decisamente moderno della visione artistica, volta a esaltare l’autonomia della resa della forma e del colore, indipendenti dalla imitazione del vero di natura. su questa via lo hanno indotto le esperienze macchiaiole, prima, e, successivamente, ne hanno definito il carattere le ricerche correlate alle coeve avanguardie pittoriche, che lo portano dal superamento del
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moses LeVY a Viareggio. RITORNERÀ SUL MARE LA DOLCEZZA
divisionismo, verso la conquista di una sintesi di tipo espressionista, come lui stesso afferma in una intervista nel 1964: «Ho simpatizzato, sempre, con la pittura d’avanguardia, a volte, dicono che sono stato anche un precursore. sono passato attraverso l’esperienza di una pittura che veniva dai macchiaioli, vista però in modo più nuovo; ben presto però me ne staccai e da quella maniera a valori tonali, mi volsi, nel ’33, a un genere più dinamico, espressionista, non limitato. Cercavo di dare e di rendere la libera e vibrante sintesi della bellezza». La vicenda artistica di moses è invero singolare: trascorre i primi dieci anni di vita a tunisi, dove nasce nel 1885 da un’agiata famiglia ebrea che successivamente, nel 1895, si trasferisce in italia, prima a Vallombrosa, poi a Firenze, e nel 1899 si stabilisce infine a rigoli dove dipinge i primi quadri, come la Raccolta delle olive che gli vale l’ingresso ufficiale nello scenario nazionale con l’ammissione alla Biennale di Venezia del 1907. nel dipinto il rimando diretto è a nomellini, protagonista in quei primi anni del secolo del cenacolo di torre del Lago, come nelle Bambine in giardino, del 1909, dove il colore restituisce la vivacità divisionista-fauves in un impianto compositivo nelle quali le figure sono ritratte con la raffinatezza dell’arabesco di gusto Liberty. se i disegni realizzati nel 1902 documentano una chiara derivazione fattoriana, nei fogli successivi degli anni 1905-1906 si scorge il tratto e la cifra stilistica personale, come ne La bambina con piatto in testa, in cui l’immagine rimanda a una struggente iconografia in cui il segno leggero, che delinea la figura, si suddivide nelle molteplici notazioni della scena in cui essa è inquadrata. suggestive sono le interpretazioni dei temi della tradizione locale del maghreb, come nella trilogia del Corteo nuziale, Bus Sadia, Mariage arabe, del 1911, o nelle più tarde Prostitute, del 1913, nelle quali emerge il raffinato equilibrio della massa cromatica e della costruzione formale degli elaborati. alla fine degli anni Dieci, il maestro si pone all’attenzione del pubblico con Folla di sera
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Donna con ombrellino Bambine nel giardino Folla di sera sul lungomare Meriggio al mare Mareggiata
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sul lungomare di Viareggio, Il tram n. 7, il Cinema Eolo, l’inedito Donne al Caffè; le opere attestano la propensione per la scansione dello spazio in zone cromatiche giustapposte, con una raffinatissima semplificazione delle forme e con una concezione del tutto mentale e ‘astratta’, pittore del ‘momento presente’. appartengono al 1920 capolavori come Anna e l’amica (1920), – ritratto dell’amata moglie sposata proprio in quell’anno – caratterizzato da una severa scansione formale: un’opera singolare, un’inquadratura fotografica nella quale la geometria della struttura, è costruita con il colore. nel grande formato della Mareggiata (1920) i bagnanti sono inquadrati in uno scenario balneare che pare un teatro, con il sottofondo costante delle onde che nascono e si spezzano con ritmo incessante, e creano con la luce del sole un mare vibrante e armoniosamente blu; mentre in Meriggio (1921) la asimmetrica disposizione, in primo piano, delle ragazze sedute sulla spiaggia in bianco levyano fa da contraltare ai folti agglomerati di forme e colori sullo sfondo, la composizione rimanda alla cifra penetrante di Léger, diffusa estesamente sui fascicoli di «Valori Plastici». nel 1924 moses lascia Viareggio e rientra a tunisi; l’evento chiude il ciclo delle spiagge e apre, un rinnovato incontro con il mondo magrebino e un nuovo inizio caratterizzato da una serie di viaggi che lo vedranno peregrinare nei paesi del mediterraneo: la spagna, il Portogallo, l’algeria, il marocco; lontano da Viareggio, che avrebbe poi lasciato nel 1928 per trasferirsi a Parigi. i dipinti dedicati a Parigi ribaltano la visione solare e gaia delle spiagge viareggine, moses ritrae Tabarin de La Cicogna (1930), Affiches a Parigi di notte (1933), Affiches a Parigi (1937); immagini in cui la composizione formale rimanda a una staticità insolita, un senso di spaesamento e di lieve turbamento sino allora ignoto nella sua produzione; appartengono a questo periodo ‘nomade’: Paesaggio spagnolo (1930), San Roque (1930), Gaucin
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(1932), i raffinatissimi Venezia (1934), Venezia San Marco (1934). a tunisi moses, riconosciuto come la figura guida della giovane scuola tunisina, partecipa insieme agli artisti Boucherle, Corpora e Lellouche, all’istituzione, nel 1936, del Groupe des Quatre. il nuovo gruppo rivendica un’autonomia e una individualità espressiva non solo nei confronti della pittura europea ma anche a sostegno dell’eterogeneità di ogni singolo appartenente al gruppo. L’uso sintetico del colore condotto secondo una combinazione di superfici cromatiche variamente accordate, in cui l’elemento figurale e il fondo hanno lo stesso valore, prevalendo su entrambi il fine ultimo della composizione, trova nei soggetti tunisini di Levy il luogo ideale per la sua applicazione, in particolare nei dipinti della fine degli anni trenta e degli inizi del Quaranta quali Piazza di Tunisi (1939), Arabi nel Suk (1940) e infine Mercato Arabo (1940).
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nel 1947 Levy insieme a Yahia turki, ammar Farhat, michel miranda, Pierre Boucherle, il figlio nello Levy, emanuele Bocchieri, edgar naccache, Jules Lellouche e marie goyerautray istituiscono il Groupe des Dix, naturale ampliamento del precedente Groupe des Quatre. in occasione della creazione del nuovo gruppo danno vita a quello che può essere considerato il manifesto dell’arte tunisina d’avanguardia Création à dix mains del 1946. L’artista, a partire dagli anni trenta, scopre la passione per la cinepresa e la utilizza per fissare, in brevi sequenze, impressioni di viaggi che variano a seconda del soggetto, dell’ora, della situazione atmosferica. Valgano come esempio gli scorci prospettici de La Hara del 1940, le vedute ‘metafisiche’ del Marabut del 1939, i ritratti delle Giovani donne ebree (1940), colti nei loro caratteri essenziali; un memoriale di forme, superfici colorate, soggette alle variazioni atmosferiche e luministiche che moses fissa nei fotogrammi come
nella pittura, rifuggendo da ogni rappresentazione oleografica e folkloristica, a favore di una resa emozionale ed evocativa dell’ambiente tunisino. Da ora in poi l’attività di Levy si esprime con libertà in una corrente di immagini ora condensate di colore – Giostra con vaso di pesci (1948) o nel Luna Park (1949) – o in un lessico conciso come nel Venditore di uccelli (1948) e nell’Autoritratto del 1953: arriva al traguardo di questo lungo e articolato percorso convinto che «il dipingere è un totale che esprime se stesso».
alessandra Belluomini Pucci è il direttore della galleria d’arte moderna e Contemporanea di Viareggio
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foto SkySurveying
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territorio Piazza aldo moro: da ‘non luogo’ a luogo di vita sservare quello che succede oggi in piazza aldo moro, davanti al municipio di Capannori, è molto interessante. Si vedono ragazzi in bicicletta che provano a fare diversi metri su una ruota sola, poco più in là qualche papà che gioca a calcio con il figlio piccolo, e ancora qualche giovane con il cane che passeggia guardando divertito quello che accade intorno a lui. allo stesso tempo, non manca chi ancora cammina sul bordo della piazza per andare da una parte all’altra, allungando il percorso. Probabilmente si tratta di un automatismo, di un’abitudine, visto che fino a pochi mesi fa la piazza non esisteva, era soltanto un parcheggio. C’è chi si è buttato a capofitto nella novità, godendosela, gridando quasi «finalmente, questo adesso è il nostro posto» e chi invece non essendo abituato a qualcosa di bello in quell’area del territorio, ci si muove intimorito, come se dovesse capire come ci si comporta in uno spazio del genere. Quello che è certo è che la nuova piazza aldo moro non lascia indifferenti. Fin dal primo giorno in cui l’amministrazione comunale ha annunciato la sua realizzazione, la piazza ha fatto discutere. Ha suscitato interesse, speranze, desiderio di cambiamento. Ha suscitato anche riflessioni, approfondimenti, difficoltà a immaginare cosa avrebbe comportato. del resto, dopo lo spostamento della sede del municipio da piazza del Suffragio di lucca a Capannori, avvenuta quaranta anni fa, la zona intorno al Comune è rimasta senza una vera idea progettuale di sviluppo, soprattutto perché Capannori è un territorio talmente vasto che la sola casa municipale non bastava per far ipotizzare soluzioni urbanistiche differenti. È negli ultimi 15-20 anni che l’area intorno al municipio diventa un’area direzionale, accogliendo numerosi uffici pubblici a cui i cittadini si rivolgono. oltre agli uffici comunali, adesso in piazza aldo moro c’è la polizia municipale, il distretto socio-sanitario, le politiche sociali. dal punto di vista del trasporto pubblico, è da piaz-
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za aldo moro che oggi parte la navetta che va all’ospedale San luca e alla città di lucca con cadenza regolare, ogni trenta minuti. Piazza aldo moro, quindi, è nata nel tempo e, probabilmente, è figlia di questo tempo. Un tempo in cui non si è abituati a sentirsi al centro dell’attenzione, un tempo in cui è difficile credere che le istituzioni facciano davvero qualcosa per te, un tempo in cui si convive con un individualismo e con un senso di solitudine che l’idea di un ampio spazio dedicato all’incontro fra persone fa quasi provare ansia, perché è come se con la sua esistenza, poi obbligasse tutti a nuove riflessioni e consapevolezze. Prima dell’aprile 2019, infatti, piazza aldo moro non era davvero una piazza. Si chiama ‘piazza’ ma è uno slargo adibito a parcheggio con tanto di strisce per la sosta. il sindaco luca menesini, durante l’inaugurazione, ha detto: «da posto per le macchine, a luogo per le persone». Una frase semplice e diretta che mette al centro la persona. la persona come essere umano che ha bisogno di spazi per esprimersi, per socializzare, per lavorare, per pensare, per divertirsi. la persona che ha più valore di qualsiasi oggetto e per la quale è stata creata ad hoc una grande piazza da riempire, colorare, vivere. e come sempre accade in una comunità, ci sono i temerari che hanno subito iniziato a chiedere quell’immenso spazio per iniziative e manifestazioni, e chi ha preferito aspettare un po’, preferendo prima passarci del tempo seduto sotto il gazebo giocando a carte o guardando qualcosa al computer. «Piazza aldo moro è la piazza di tutti» è l’altro concetto chiave che la comunità di Capannori ha condiviso e sentito tale: il giorno dell’inaugurazione, infatti, cittadini provenienti da tutti i quaranta paesi del territorio erano presenti per partecipare al taglio del nastro. Piazza aldo moro, quindi, oggi esprime anche l’alto valore simbolico di Capannori come una grande comunità. Quaranta paesi, certo, ma una sola e coesa comunità. l’identità capannorese è tutt’oggi un processo in corso, a cui l’amministrazione comunale
Maria Panattoni
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1. il sindaco luca menesini durante l’inaugurazione 2-7. il progetto 8-9. la realizzazione
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sta lavorando con grande cura, sia con opere concrete come piazza aldo moro, sia con il racconto e la valorizzazione delle tradizioni, della storia e delle particolarità di ciascun paese. nella narrazione della nuova piazza di fronte al Comune gioca un ruolo significativo l’essere proprio la piazza del municipio, ovvero la piazza collegata alla casa di tutti i cittadini. in quest’ottica, nel giugno 2019 la piazza ospita «tutti in gioco», una manifestazione sportiva
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che coinvolge i ragazzi di tutte le età, trasmettendo loro valori fondamentali come la solidarietà, il gioco di quadra, la passione per il rispetto delle regole. a settembre, inoltre, la piazza diventa il palcoscenico di una delle manifestazioni più amate di Capannori, la «Festa dell’aria». Si tratta di un’iniziativa dove le mongolfiere di tutto il mondo volano nel cielo sopra Capannori, regalando a grandi e piccini tutto il fascino suggestivo che i palloni aerostatici possiedono.
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Persone di tutte le età, quindi, si trovano sempre più spesso in piazza aldo moro, per un evento o per un altro. Piazza aldo moro riesce pertanto a dare concretezza alla frase «sono di Capannori» che diventa, piano piano, sempre più pronunciata con orgoglio dai tanti abitanti di un territorio bellissimo, solo poco raccontato per tanto tempo o raccontato più per funzioni che per la magia che sprigiona.
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Piazza aldo moro: da ‘non lUogo’ a lUogo di vita
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Una piazza, alla fine, è soltanto un luogo. averlo o non averlo, però, fa la differenza. Una differenza che si capisce soltanto quando la piazza c’è, perché ci si abitua a fare a meno di tante cose, figurarsi se non ci si abitua a fare a meno di un luogo di incontro o di manifestazioni. È impressionante vedere quando il luogo nasce e diventa reale come subito si scatena la capacità di fantasticare e immaginare propria
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di una comunità come quella Capannorese, ricca di un passato vivo e sano, che ha saputo fare dell’associazionismo una forma di espressione vivace e coinvolgente, ancora oggi il cuore pulsante di Capannori, perché ha guardato alle sfide del cambiamento dei tempi con coraggio e voglia di fare. realizzando piazza aldo moro, l’amministrazione comunale ha dato fisicità all’orgoglio di Capannori, ha detto a una comunità di quasi 48.000 cittadini che vive in quaranta paesi dif-
ferenti che c’è un ‘teatro all’aperto’ tutto per lei, per giocare, suonare, dipingere, cantare, dire ‘sì’, dire ‘no’, pensare, sognare e chi più ne ha più ne metta. Con la nascita di piazza aldo moro comincia quindi un lungo e desiderato percorso di cambiamento, che Capannori sta facendo e continuerà a fare con la coesione e la naturalezza di chi è consapevole della grandezza del proprio passato e della bellezza che riserva il futuro.
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gioielli della versilia tra luoghi della memoria e bellezza del presente Michele Morabito re patrimoni che tornano a vivere, pezzi di storia di comunità che per anni sono rimasti inaccessibili e che presto torneranno accessibili al pubblico: la versilia ha tradizioni millenarie, terra di passaggio e di conquiste e di profonda cultura e religiosità. la rupe della rocca di Corvaia, la torre del Salto della Cervia nel comune di Pietrasanta e il Santuario della madonna del Piastraio a Stazzema sono luoghi che ci raccontano storie lunghe un millennio. oggi sono chiusi, ma non più per molto.
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La Rocca di Corvaia, il Salto della Cervia, il Santuario del Piastraio. Evidenze architettoniche sulla via del recupero
la rocca di Corvaia vive in alcuni ruderi, ma se ne coglie facilmente l’importanza, osservando la topografia, posta com’è alla bocca della vallata che immette della gola di Seravezza e della montagna. Controllare quella gola significava controllare la montagna retrostante, la sua economia legata alla raccolta dei frutti della terra, ma anche di quella estrattiva delle miniere e delle cave poi. il Comune di Seravezza ha iniziato un progetto per il recupero della rupe di Corvaia come Parco archeo Urbano: un progetto ambizioso che vedrà il passaggio al patrimonio pubblico di oltre cinque ettari di terreno e il recupero da parte del privato di alcuni manufatti ormai in disuso
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1 foto Michele Morabito
che saranno utilizzati in funzione dell’accoglienza. oggi del castello rimane ben poco da vedere, solo qualche traccia di mura nella boscaglia ma tanto da scoprire e valorizzare. il castello di Corvaia era abitato dagli omonimi nobili e si guardava con il suo gemello, anch’esso perduto, posto, sopra vallecchia, che vive solo nei toponomi del luogo, posto dall’altra parte della gola creata dal passaggio del fiume oggi chiamato versilia. il tempo e le guerre hanno fatto sì che il castello divenisse presto il luogo da cui attingere materiale costruttivo per altri edifici di tutta la zona circostante. l’amministrazione comunale di Seravezza ha voluto scommettere sul recupero di tutta la collina che passerà al patrimonio pubblico nell’ambito di una perequazione che consentirà il recupero da parte del privato di tre manufatti ormai ridotti a ruderi consistenti nella cosiddetta villa galanti, rappresentato da un edificio principale e dei due manufatti annessi e accessori (villa Panorama e il fabbricato ex rocchi). i manufatti recuperati saranno parte del Parco e saranno al servizio per l’utenza e degli escursionisti, visto che l’obiettivo è proprio il recupero della sentieristica per una migliore fruizione del parco, valorizzando quindi la rocca e i punti panoramici di crinale. altro cantiere partito è quello che riguarda la torre del Salto della Cervia, la porta del Capitanato di Pietrasanta e del granducato di toscana, da cui sarà passato chissà quante volte, michelangelo alla ricerca dei marmi di Carrara e ha visto passare merci ed eserciti con quell’aura di mito e leggenda che ha fatto conoscere la torre Beltrame con il nome più affascinante di torre del Salto della Cervia, che deriva da una leggenda riportata da padre lorenzo Berti (seravezzino vissuto tra il Xvii e il Xviii secolo) secondo la quale una cerva inseguita da un cacciatore, trovò rifugio nei pressi di un tabernacolo vicino a una rupe. l’uomo vedendola impossibilitata a scappare, pensando di averla ormai in pugno, si preparò ad ucciderla, ma la cerbiatta, grazie a un miracolo della madonna, trovò la via di fuga spiccando un salto sulla rupe retrostante, la-
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gioielli della verSilia tra lUogHi della memoria e Bellezza del PreSente
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il Santuario della madonna del Piastraio, facciata il Santuario della madonna del Piastraio, interno la gola dove sorgeva la rocca di Corvaia la torre del Salto della Cervia in restauro foto Michele Morabito
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sciando sulla roccia le sue impronte, che divennero oggetto di un vero e proprio culto. Su quel luogo nacque la chiesa della madonna di Porta Beltrame distrutta, si racconta, dal passaggio dell’esercito di napoleone. la torre Beltrame faceva parte di un sistema di fortificazioni che mirava alla protezione della costa e del lago Beltrame, oggi lago di Porta, assai più vasto dell’attuale oggetto di contesa lungo la via Francigena per la sua pescosità e per la sua posizione strategica. la zona faceva parte dei territori dei nobili di Corvaia, poi contesa tra genova, lucca e Firenze, passò definitivamente sotto i medici con il lodo del 1513, che costruirono sul precedente sistema fortilizio risalente al mille, la torre la cui costruzione partì sotto Cosimo i e si concluse sotto Ferdinando i nel 1588. da allora ha mantenuto il suo carattere di strategico presidio militare. i locali principali, dove risiedeva il capo della guarnigione, si trovavano al primo piano ed erano gli ambienti più belli, con un ampio camino e l’accesso al pozzo che si alimentava dalle sorgenti fiorenti che si trovavano e si trovano nei pressi della prospiciente porta, le cui ultime vestigia sono appena visibili nei pressi della torre. nei locali al piano terra vi erano le prigioni, mentre al secondo vi erano i locali in legno per l’osservazione del territorio e per i soldati andati perduti da molto tempo. la torre con il passare dei secoli ha mantenuto la sua funzione militare, ma con l’Unità italiana perse la sua funzione di dogana, scemando nella sua importanza strategica e passando ai privati fino alla rapida decadenza. durante la Seconda guerra mondiale anche l’esercito tedesco aveva occupato la torre e due cannonate americane hanno ferito, ma non distrutto la torre, lasciando evidenti tracce sull’esterno. a distruggere la torre ci è quasi riuscita l’incuria e la dimenticanza del dopoguerra: negli anni la torre è stata abbandonata, nelle vicinanze è proliferata una discarica, e sul fianco lato monte è stato costruito ed appoggiato un laboratorio di marmo prima e una officina meccanica poi, offendendo la storia millenaria della torre. oggi il recu-
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Un altro patrimonio pronto a tornare aperto al pubblico è il Santuario della madonna del Piastraio, che non avrà una storia millenaria, ma è un luogo di lunga devozione popolare. il Santuario si trova a poche centinaia di metri dal paese di Stazzema, scendendo dalla Pieve di Santa maria assunta, forse, la più bella della versilia, e dal Saldone, lungo una mulattiera. immerso nei boschi il Santuario della madonna del Piastraio (con annessa Casa del Pellegrino), detta anche madonna del Bell’amore, prende il nome dalla vicina cava già attiva in epoca romana. l’escavazione divenne intensa nel tardo Cinquecento quando il vasari fu inviato in versilia da Cosimo i. Sul luogo del Santuario e al posto di esso, un tempo sorgeva una ‘marginetta’ (edicola) con l’immagine della madonna del Bell’amore. date le cattive condizioni del dipinto, Bartolomea Bertocchi, paesana che si occupava dell’accoglienza dei pellegrini, commissionò al pittore guglielmo tommasi una nuova immagine della madonna con il Bambino (1772). in seguito alle grazie concesse ad alcuni pellegrini dall’immagine della madonna, la devozione mariana al Piastraio assunse sempre più importanza e molti ex-voto furono donati alla chiesa, oggi trasferiti presso la Pieve. data la crescente affluenza dei fedeli, don Costantino apolloni decise di costruire il santuario sul luogo della marginetta. attualmente il Santuario è chiuso al pubblico per le cattive condizioni di conservazione: l’umidità ha creato ingenti danni. nel maggio 2016 il Comune
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foto Michele Morabito
pero con un cantiere inaugurato dal Comune di Pietrasanta, divenuto proprietario del bene nel 2004. Questo primo intervento di circa 200 mila euro, è finanziato per tre quarti con risorse comunali e la restante parte, circa 32mila euro, con un finanziamento regionale. Per restaurare e recuperare il Salto della Cervia sarebbero necessari poco meno di 600 mila euro, ma questo primo intervento pone freno al rischio più grande che era quello del cedimento della struttura.
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di Stazzema ha aderito all’iniziativa del governo che aveva stanziato 150 milioni per il recupero dei luoghi della cultura dimenticati presentando un progetto per il recupero dell’accesso e della struttura del Santuario della madonna del Piastraio e dell’annessa Casa del Pellegrino. il progetto di valorizzazione del Santuario prevede di farne uno snodo di un percorso della via dei Pellegrini che salivano da Pontestazzemese e provenivano da tutta la versilia. il progetto prevede il recupero dell’interno della Chiesa, il recu-
pero della Casa del Pellegrino da attrezzare per l’accoglienza ai viandanti, il recupero di un tratto di sentiero. i lavori cominceranno presto, rendendo omaggio alla plurisecolare devozione per la madonna del Bell’amore: nel 2021 ricorrerà il bicentenario della costruzione del Santuario e l’auspicio è quello che possa tornare a essere quel luogo di devozione di fronte al quale chinavano il capo migliaia di fedeli che affidavano le proprie preghiere alla madonnina del Bellamore, ringraziandola per aver vegliato sul bene della loro famiglia.
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la tradizione, i corsi, il museo. il Carnevale fra storia e prospettive e entrando in un hangar della Cittadella, travolti dal caos creativo e variopinto fatto di maschere e colori, sentirete parlare della poppa o della prua di un carro allegorico del Carnevale di viareggio, non dovrete stupirvi. Un carro è un po’ come una nave: fatto per solcare un mare, ma di folla. e forse il ricorrere a termini così particolari è la testimonianza più diretta delle origini marinare di quell’arte viareggina, unica al mondo, di costruire gigantesche macchine allegoriche. Un’arte che i maestri della cartapesta di oggi hanno ereditato dai carpentieri navali della darsena viareggina, maestri a loro volta, ma d’ascia. Se poi riuscissimo ad entrare nella pancia di un carro, durante le ore di sfilata, allora sì che sembrerebbe di essere in una nave. vedremmo un movimento continuo di corde, pulegge, carrucole, pesi e contrappesi. Un guazzabuglio in fermento, con i lanci di coriandoli come sbuffi delle onde del mare in burrasca e il fumo colorato che parrebbe il vapore di un vecchio piroscafo. in mezzo a quell’artistica confusione stanno con gli addetti ai movimenti, come una squadra di marinai, intenti a sfidare i mari durante una navigazione, mettendo a regime i motori. e in mare, come nel carro, il lavoro di squadra è il segreto del successo, sotto lo sguardo attento (e le urla, quando servono) del maestro costruttore, capitano della creatività. in fin dei conti quello di viareggio è un Carnevale che viene dal mare. e al mare ritorna, portando ogni anno il carosello dei Corsi mascherati sui due viali, che corrono paralleli alla spiaggia. ma se quello è il lato spettacolare che ogni anno viareggio mette in scena nei giorni di sfilata (sei dal 2020, con l’uscita straordinaria del giovedì grasso), c’è un luogo in cui la creatività del Carnevale non finisce mai e sfugge alla legge dell’effimero, che invece vuole che tutto si bruci in una manciata di giorni, di ore. È la Cittadella. Qui il Carnevale si fa serio. Perché vive tutto l’anno ed è testimonianza tangibile del patrimonio di lavoro, arte, storia, cultura, tradizioni che rappresenta
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Andrea Mazzi
Parte l’avventura del Museo del Carnevale: la rassegna tra passato, presente e futuro
per la città di viareggio. Un patrimonio ereditato – come detto – per la carpenteria dai maestri d’ascia e calafati, e per l’estetica e il gusto artistico da alcuni tra i migliori pittori e scultori locali e tra i più abili decoratori, che all’inizio del novecento hanno contribuito a dare l’impronta liberty a viareggio. da quel nucleo di artisti-artigiani è nata la figura dei maestri costruttori di oggi, molti dei quali, impegnati nelle categorie di concorso (carri di prima e seconda categoria, maschere in gruppo e singole), sono figli o nipoti dei grandi costruttori del passato. non a caso il Carnevale 2020 vuole celebrare le generazioni in tutti i campi, partendo proprio da quella dedizione, impegno e passione generazionale che ha garantito e garantisce longevità alla più grande manifestazione folcloristica italiana. il Carnevale è arte, ma è soprattutto fatica, sudore e lavoro. È nei mesi invernali che i maestri mettono a frutto quanto sognato, pensato e progettato in primavera, e danno vita a quegli editoriali, che da viareggio raccontano l’italia e il mondo. non usano la penna per comporli e firmarli, ma la cartapesta. Con la fine dell’estate la squadra si mette al lavoro, seguendo il programma improntato dal maestro costruttore. Si preparano le strutture in ferro, lo scheletro che sorreggerà il castello di cartapesta. Si modellano le figure in argilla, sulle quali si formano i calchi in gesso destinati ad essere riempiti di carta di giornale impastata di colla fatta di acqua e farina. e sebbene la modernità abbia portato nuovi materiali e nuove possibilità tecniche, la ricetta tradizionale della carta a calco (comunemente chiamata cartapesta) è rimasta quella messa a punto dal pittore e costruttore antonio d’arliano nel 1925. le ultime settimane a ridosso dell’inizio del Carnevale sono quelle del bagno di colore e dell’assemblaggio. e spesso capita che persino i grandi hangar della Cittadella siano troppo stretti per accogliere i giganti di cartapesta. la narrazione di questo mondo fantastico ed affascinante, oggi, è nel nuovo museo del Carnevale, al centro del grande progetto cul-
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la tradizione, i CorSi, il mUSeo. il Carnevale Fra Storia e ProSPettive
turale di valorizzazione della Cittadella, che la governance della Fondazione Carnevale ha voluto, per conservare e custodire un patrimonio arrivato ai 147 anni di storia. il museo è un unicum perché gli spazi ad esso destinati convivono con le strutture nelle quali ogni anno il Carnevale prende forma. Per effetto di questa congiunzione, o meglio integrazione, la Cittadella diviene il luogo nel quale il passato e il presente, la memoria e l’esperienza, trovano quella sintesi che consente di cono-
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scere il Carnevale come evento dotato di una sua effettiva e ben visibile vitalità. in piena aderenza allo spirito del Carnevale, che è il mondo alla rovescia, il museo si caratterizza proprio per il ribaltamento degli schemi e dei criteri che regolano i luoghi museali. Se l’accezione diffusa vuole che il museo sia uno spazio dedicato alla raccolta e alla conservazione di documenti e testimonianze sedimentati nel passato e per questo ormai privati della loro vitalità, ciò viene qui negato e
ribaltato per affermare quelle connessioni che stanno nella ragione fondante del Carnevale: un passato che non passa; un presente che si alimenta di memoria; un futuro che ogni giorno nasce per l’opera di decine di artisti. il fatto poi che la Cittadella garantisca una fruizione ininterrotta per tutto l’anno, offrendo ai visitatori l’occasione di una esperienza conoscitiva fortemente coinvolgente sul piano emozionale, sottrae il Carnevale alla sua congenita dimensione di evento stagionale e con-
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sente alla Cittadella di svolgere quel ruolo di polo culturale capace di attrarre flussi turistici che stava nel suo progetto originario. il museo propone ai visitatori due percorsi. il primo racconta, attraverso foto, modellini e bozzetti originali, l’arte della cartapesta. al piano terra del museo, con la linea del tempo e testimonianze artistiche, si sviluppa la narrazione della tradizione e dello spirito carnevalesco dal Cinquecento fino al 1873 quando inizia la storia del Carnevale di viareggio.
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il percorso al primo piano, che sarà oggetto della prossima fase di riallestimento, inizia con un’ideale sfilata di modellini di carri allegorici di prima categoria (i vincitori delle ultime edizioni). Una serie di bacheche in legno, come una sorta di banchi da lavoro artigianali, contengono opere originali di alcuni noti artisti che hanno lavorato per il nostro Carnevale fra cui: lucio venna, moses levy e Uberto Bonetti, ideatore delle maschere Burlamacco e ondina, al quale è dedicato ampio spazio a testi-
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la tradizione, i CorSi, il mUSeo. il Carnevale Fra Storia e ProSPettive
monianza del suo lungo e intenso rapporto con il Carnevale di viareggio. e poi c’è la cartapesta. o meglio carta a calco. la semplicità dei mezzi utilizzati nella lavorazione come la carta di giornale, la colla di farina, la creta, il gesso, i giunchi, costituisce, fin dal 1925, la caratteristica della tecnica viareggina che si esprime in modo straordinario e unico nella costruzione dei grandi carri allegorici. la visita si completa con l’espace gilbert, lo spazio espositivo accolto nell’Hangar 16, in
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cui la grande ballerina, vincitrice dell’edizione 2004 sul carro di arnaldo galli, gilbert lebigre e Corinne roger, introduce i visitatori nel mondo della cartapesta. nell’espace rivivono alcune opere realizzate dai maestri artisti del Carnevale per le ultime edizioni, qui proposte con allestimenti nuovi e tematici. Ci si trova immersi nella satira politica, con i protagonisti dei Palazzi caricaturati dai maestri del Carnevale, in mondo campestre in mezzo alla natura e nello spazio, popolato da creature fan-
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tastiche e nel mondo del cinema. Un’area dedicata ai bambini accoglie personaggi delle fiabe. la speciale sala con la ricostruzione dei luoghi del Carnevale testimonia, invece, le fasi della storia della manifestazione: dalle sfilate in via regia, al legame con la cantieristica della darsena, fino alle prime sfilate sui viali a mare e agli spazi in cui si realizzavano i carri un tempo, sotto le logge del mercato, i baracconi di via Cairoli e gli hangar di via marco Polo. al secondo piano un’interessante testimonianza del legame tra arte e Carnevale. Sono esposte le strutture in ferro e giunchi usate per realizzare una mascherata in gruppo che si rifanno al Guernica di Picasso, mentre grandi dromedari fantastici invitano a trasferirsi in un mondo onirico. Se questa è la narrazione della storia, il futuro è già dietro l’angolo con la nuova imminente
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edizione in cui viareggio celebrerà i 147 anni del suo Carnevale. lo farà in grande stile con sei Corsi mascherati, tutti in febbraio: sabato 1, domenica 9, sabato 15, giovedì grasso 20, domenica 23 e martedì grasso 25. i temi delle opere in concorso sono già svelati da tempo. la social mania, l’avanzata economica della Cina, i disastri ambientali contro cui si è schierata greta thunberg con la sua mobilitazione internazionale, il no alle corride, l’ispirazione a una frase di luciano de Crescenzo per lanciare un abbraccio collettivo, l’impegno per un amore senza discriminazione, la cultura minacciata dal centauro dell’ignoranza e, i nuovi idoli del momento, saranno tradotti in cartapesta e diventeranno le straordinarie costruzioni allegoriche che invaderanno i viali a mare per sei imperdibili occasioni.
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Piazza al Serchio e la sua ‘costellazione’ di meraviglie Paola Taddeucci costellato da piccoli borghi che hanno alle spalle una lunghissima storia, molti dei quali ultramillenaria. del resto esso stesso vanta antiche origini, addirittura prima dei romani che poi ne fecero un punto nevralgico sulle vie di comunicazione; in seguito divenne un importante presidio longobardomedievale, condividendo più o meno la sorte di altre località di quel territorio immerso tra i monti e i boschi. ma Piazza al Serchio, il co-
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Tra le bellezze, la Chiesa di Sant’Anastasio, recentemente restaurata col contributo della Fondazione CRL mune dell’alta garfagnana compreso tra le alpi apuane e l’appennino tosco-emiliano, ha qualcosa in più: entro i suoi confini prende vita l’unico fiume della provincia di lucca, il terzo più lungo della toscana dopo l’arno e l’ombrone. È il Serchio, come svela il nome del paese: tra l’altro Piazza, insieme con Pontasserchio, è l’unico – lungo i 110 chilometri del percorso, dalle montagne fino al mare – ad avere un riferimento al suo nome. in realtà nella parte iniziale non è un solo fiume, ma due: il primo – chiamato Serchio di gramolazzo – nasce sulle apuane, tra i monti Cavallo e Pisanino (il più alto della catena); l’altro – conosciuto come Serchio di Soraggio – ha origine sulle cime dell’appennino, sopra Sillano. i due bracci confluiscono proprio a Piazza al Serchio dando vita a un unico
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foto Lucio Ghilardi
1. Castelvecchio di sala 2. doglioni 3. locomotiva
corso che, nella sua discesa verso sud, diventa più grande, impetuoso e ricco d’acqua: il Serchio è infatti il maggiore fiume toscano per regolarità di regime e di portata minima estiva. laddove i due torrenti si incontrano, dal letto si ergono i ‘doglioni’, imponenti formazioni di materiale vulcanico che sembrano maestose sentinelle a dare il benvenuto ai visitatori e costituiscono sicuramente una delle particolarità da scoprire a Piazza al Serchio e nelle sue frazioni. Ce ne sono molte altre, alcune davvero inaspettate: tra queste un prezioso trittico di Pietro da talada, il pittore quattrocentesco più prolifico in garfagnana, e un bassorilievo ritenuto la testimonianza più antica del Cristianesimo in garfagnana. Prima, però, conosciamo un po’ la storia del territorio. Dai RoMani agLi esTensi
foto Lucio Ghilardi
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la posizione di Piazza, in tempi antichi militarmente strategica e di grande importanza commerciale al confine tra toscana, emilia e liguria, fa supporre che l’area sia stata abitata fin dall’epoca preromana, anche se l’esiguità dei reperti archeologici trovati non conferma la presenza di popolazioni stabili. nel periodo romano fu certamente un punto obbligato di passaggio lungo la via Clodia, la strada che per la prima volta collegò la garfagnana con il resto del mondo. la certezza dei primi veri e propri nuclei abitativi arriva con i longobardi, grazie appunto alla posizione strategica e alla vicinanza ai corsi d’acqua. Piazza al Serchio, quindi, si consolida come nodo comunicativo principale dell’alta garfagnana: la necropoli dell’inizio del vii secolo e altri ritrovamenti permettono di ritenerlo un luogo predominante per il controllo del territorio; inoltre viene ritenuto comunemente la sede del longobardo Castellum de Garfagnana, da cui sarebbe derivato il nome della subregione. a quel tempo l’area era nelle mani dei vescovi di lucca, annessa poi alla repubblica: fu un periodo di stabilità economica e di crescita. nel corso del Xiii secolo vi furono contese tra diverse città (Pisa, Firenze e modena), ma nonostante i vari tentativi di conquista, lucca riu-
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scì a mantenerne il possesso fino al 1700, quando la famiglia degli este se ne impadronì, annettendola al ducato di modena entro cui rimase fino all’unità d’italia nel 1861. il nome attuale è relativamente recente: gli fu dato nel 1923, quando dalla provincia di massa passò a quella di lucca. Fino a quel momento si chiamava Piazza massese. l’origine del nome sembra derivare dallo ‘spiazzo’ davanti all’antica Pieve di Castello, intitolata a San Pietro e oggi scomparsa. era una chiesa potente, che ne aveva sotto di sé altre trenta, estendendo la sua giurisdizione ecclesiastica su molta parte della garfagnana. di essa non rimane che la campana, risalente alla seconda metà del duecento, ritrovata nel corso di scavi e posta nel campanile della chiesa costruita successivamente e sempre intitolata a San Pietro. non si può concludere il breve excursus sulla storia del comune senza ricordare alcuni dati. gli abitanti odierni sono circa 2500; il massimo storico è stato raggiunto nel 1951 con quasi tremila. Una quindicina le frazioni e le località, tutte di grande interesse e a un’altitudine compresa tra i 500 e gli oltre 700 metri: San michele, nicciano, Cortia, gragnana, Sant’anastasio con Petrognola e Colognola, Cogna, Borsigliana, San donnino, Petrognano, livignano e vergnano. andiamo dunque alla scoperta di alcune, cominciando dal capoluogo. ‘Piazza’: iL CasTeLLo e iL TReno a vaPoRe
oltre ai ‘doglioni’, a Piazza al Serchio merita visitare i resti di uno dei più antichi castelli della garfagnana, conosciuto come Castelvecchio di Sala e adagiato proprio su una delle imponenti formazioni vulcaniche. Si trova nella località di Sala, originario insediamento longobardo ormai inglobato nel centro abitato del capoluogo: il più antico villaggio della regione, quartier generale della curtis longobarda. la fortezza, risalente al 1100, è stata per molto tempo un importante presidio difensivo fino alla decadenza del ruolo politico-militare della contea vescovile; a partire
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Piazza al SerCHio e la SUa ‘CoStellazione’ di meraviglie
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dall’epoca rinascimentale fu progressivamente abbandonata e convertita in terreno agricolo e castagneto. Con il tempo venne sommersa dalla vegetazione che ne rese irriconoscibili i resti, ma un grande lavoro di restauro ne ha permesso di nuovo la fruizione pubblica. a poca distanza c’è un altro reperto, in questo caso più recente: è la locomotiva 940002, il treno a vapore che prestò servizio sulla linea lucca-aulla dal 1922 fino agli anni Settanta del 1900. al momento di andare in pensione, invece di essere rottamata venne sistemata ed esposta all’ingresso del paese: un inconsueto monumento a perenne memoria dell’importanza che la ferrovia ebbe per la valle del Serchio e per quella lunigianese, ponendo fine al loro isolamento. da non dimenticare, infine, la chiesa di San Pietro, dove si trova la campana dell’antica pieve di Castello. a una navata e con un’abside a scarsella, cioè di piccole dimensioni e
a pianta rettangolare, fu costruita nella parte alta del paese intorno al 1600 e ha avuto vari rimaneggiamenti nel secolo successivo. e ora andiamo a scoprire alcuni gioielli custoditi nelle frazioni comunali. i Paesi Dei TRiTTiCi
la prima tappa è a Borsigliana, paese a oltre 700 metri di quota e menzionato per la prima volta nel 1020. Qui, nella chiesa intitolata a Santa maria assunta, si trovano il trittico di Pietro da talada e l’antico bassorilievo. della seconda metà del 1400, l’opera del pittore emiliano (talada è un piccolo paese dell’appennino) rappresenta la Madonna con Bambino con santi e apostoli. Per molto tempo venne attribuito al cosiddetto maestro di Borsigliana, poi identificato con da talada grazie alla fotografia di un altro trittico presente nella chiesa di rocca Soraggio, sempre in garfagnana, andato completamente perso dopo un furto avvenuto nel 1926. Su di
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foto Irene Taddei
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esso era scritto, oltre all’anno di esecuzione, il 1463, il nome del committente, Joannes Calesblarius de Soragio, e l’autore, da talada appunto. dopo averlo analizzato, gli esperti non ebbero dubbi e lo collegarono al corpus di opere, tra le quali la Madonna con Bambino della chiesa di Santa maria assunta e altre sparse in garfagnana, che nel frattempo erano state aggregate intorno all’anonimo maestro di Borsigliana. Quello di talada, tuttavia, non è l’unico trittico custodito nella chiesa: in controfacciata ce n’è uno, cinquecentesco e di gusto tardo gotico in legno, attribuito al pittore ferrarese lorenzo Costa. alla fine degli anni Sessanta del novecento anch’esso fu rubato, poi fortunatamente recuperato dalla guardia di Finanza e fatto restaurare dalla Soprintendenza di lucca che nel 1979 lo restituì a Borsigliana. murato sulla facciata, a sinistra, c’è infine il bassorilievo in pietra arenaria: quattrocentesco, per gli studiosi si tratta della scultura di ispirazione cristiana più antica della garfagnana. della fine di quel secolo è, poi, il trittico della chiesa di Sant’anastasio, nell’omonima frazione. Spesso indicato erroneamente come opera di Filippo lippi, ne è autore il lombardo Bernardino del Castelletto, artista che per trent’anni operò nella toscana settentrionale, scegliendo massa come luogo di adozione. l’accostamento al maestro fiorentino – uno dei massimi pittori del Quattrocento – probabilmente si deve ad alcune caratteristiche, non solo lippiane, che Bernardino riprende nei suoi dipinti, come gli sguardi sospesi e malinconici dei personaggi oppure le folte capigliature spartite in ciocche marcate, come se fossero intagliate nel legno. da maggio 2019 i fedeli e i visitatori possono finalmente rivedere l’opera rinascimentale dopo la riapertura della chiesa – intitolata anche a San vincenzo –, chiusa nel 2013 per gli ingenti danni subiti dal terremoto che allora si verificò in alta garfagnana e lunigiana. i lavori di restauro sono stati in gran parte finanziati dalla Fondazione Cassa di risparmio di lucca.
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4. Pietro da talada, trittico, Borsigliana (Piazza al Serchio), chiesa di Santa maria assunta 5. Chiesa di San Pietro 6. Cogna
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7. Sant’anastasio 8. Petrognola 9. il ponte medievale a San michele 10. Petrognano
iL ResTauRo Di sanT’anasTasio
l’intervento ha riguardato la riparazione dei danni causati dal sisma del giugno 2013 e il consolidamento dell’edificio nelle fondamenta e nelle elevazioni murarie. Particolarmente significativo è stato l’intervento di riparazione delle volte in muratura che ha riguardato la rimozione degli intonaci e il consolidamento degli elementi decorativi (stucchi e pennacchi) al fine di conservare l’apparato che caratterizza la chiesa. Completato l’intervento di riparazione e rinforzo, si è proceduto con la reintegrazione degli intonaci mediante applicazione di malte a base di calce. Un lavoro complesso ma necessario, che ha restituito alla comunità un edificio sicuro e recuperato anche nelle sue evidenze artistiche. TRa anTiCo e MoDeRno
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nella frazione di Sant’anastasio ci sono poi le località di Colognola e Petrognola. nonostante le modeste dimensioni, la prima è tra le più antiche del comune. le sue prime notizie risalgono ad un documento arcivescovile del 782: sottoposta da sempre alla parrocchia di Sant’anastasio, fece parte della contea vescovile di Piazza e Sala, condividendone anche la sorte. oggi ha sfruttato la sua posizione lungo la strada ex SS445 della garfagnana per diventare il centro artigianale e commerciale del comune. destino simile per Petrognola, paese molto attivo nell’agricoltura e nella trasformazione dei prodotti tipici, in particolar modo del farro: è nato e ha sede qui, tra le due località, il birrificio artigianale Petrognola, celebre per le bevande a base del cereale principe della garfagnana. invece a San michele, incastonato su un piccolo poggio, tutto sa ancora di antico. a cominciare dal ponte in pietra a schiena d’asino, di origine trecentesca, che collega le due parti del paese.
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Piazza al SerCHio e la SUa ‘CoStellazione’ di meraviglie
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Sulla parte destra sorgeva una torre, poi rafforzata da una cinta muraria e da una rocca: un castello che nel corso dei secoli subì vari rimaneggiamenti e di cui si vedono ancora oggi le mura. non meno suggestivi livignano, dove il tempo sembra essersi fermato a secoli fa, quando era feudo dei vescovi di lucca, e nicciano dove, camminando tra le strette vie abbellite da portali e scale in pietra, si può ammirare la chiesa romanica dedicata a San matteo. Una campana miracolosa e i ruderi che rimandano a un passato remotissimo: è gragnana, località sulle pendici di un colle isolato. Secondo una leggenda il suono della campana, duecentesca, aveva il potere di scacciare la peste; i ruderi sono quelli dell’antico complesso del castello e della chiesa di Santa margherita. la leggenda circonda anche il minuscolo borgo di Petrognano: si narra che dalla chiesetta di San Biagio, risalente al X-Xi secolo e incastonata nella roccia rossa, il Cristianesimo si sia diffuso in tutta la garfagnana. ma sono solo racconti popolari; certo è, invece, che questo piccolo luogo di culto nel 1300 pagava già da tempo un tributo alla Santa Sede, come risulta in un documento dell’epoca. Piccolissimo e con una veduta spettacolare è infine Cogna, nascosto tra montagne e colline. Ci sono i resti di una torre, chiamata ‘castelletto’, avanzo di un’antica opera di difesa. ma ci sono anche tragici ricordi legati al Secondo conflitto mondiale. nei pressi del paese, infatti, il 1° febbraio 1945 sei partigiani furono fucilati per rappresaglia: uno dei numerosi eccidi compiuti dai nazifascisti nell’ultimo, terribile, anno di guerra. Sul luogo dell’uccisione un cippo ricorda i sei partigiani e tutti i caduti per la libertà: il 25 aprile di ogni anno si svolge la cerimonia di commemorazione.
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legno, vernice e linee bianche per il nuovo parquet del Palatagliate rentaquattro anni dopo la sua inaugurazione, il Palatagliate di lucca ha un nuovo parquet. Si passa dal fondo scuro con le aree pitturate in verde, ai colori chiari con le aree rosse, colori iconici che vanno a richiamare quelli della città. l’evoluzione non è soltanto dal punto di vista cromatico, ma ha piuttosto una valenza strutturale perché il vecchio fondo era eccessivamente duro e sovraccaricava troppo le articolazioni degli atleti, mentre quello nuovo è morbido e maggiormente performante, perfettamente in linea con le esigenze di un impianto che vuole essere al passo coi tempi e ospitare manifestazioni di alto livello sia nazionali sia internazionali. tutto questo è stato possibile grazie anche alla volontà della Fondazione Cassa di risparmio di lucca di supportare il patrimonio sportivo del territorio individuando ogni anno un intervento di straordinaria manutenzione. Per perseguire questo obiettivo è stata siglata una partnership pluriennale con gli amici della Pallacanestro – luca del Bono onlus in cui i due enti si impegnano reciprocamente a collaborare e a integrare le risorse finanziarie. «la nostra associazione è nata nel 2014 e una delle prime cose che abbiamo promosso è stata la rinascita del trofeo lovari, una manifestazione che dal 1960, per 32 anni, aveva animato il Settembre lucchese e portato a lucca durante la preseason i maggiori club di pallacanestro italiani e tanti campioni europei e americani – spiega la presidente Patrizia Pecchia –. nelle ultime edizioni i giocatori e le squadre si erano lamentati per la durezza del parquet, un problema che a lucca chi fa pallacanestro conosce bene e da parecchi anni. Questo rischiava di mettere a repentaglio il futuro della manifestazione e così era inevitabile che la nostra prima proposta alla Fondazione Cassa di risparmio fosse per la sostituzione del fondo del Palatagliate. Per noi è stato un sogno cullato a lungo che alla fine si è realizzato». Così è iniziato il percorso di gestazione con l’elaborazione del progetto e la scelta della dit-
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Alessandro Petrini
Un restyling voluto dagli Amici della Pallacanestro – Luca Del Bono onlus e sostenuto dalla Fondazione CRL
ta esecutrice degli appalti – la trevigiana dalla riva, che è certificata dalla Fiba e realizza i parquet per i migliori campi in europa – e il tutto è stato presentato al Comune di lucca, che è proprietario del Palatagliate. a quel punto il percorso è stato piuttosto veloce perché dalla presentazione ufficiale del progetto alla stampa, il 24 giugno, i lavori sono stati ultimati il 10 luglio, in largo anticipo per l’inizio della preparazione delle squadre di pallacanestro della città, il Basket le mura lucca e il Basketball Club lucca. ma soprattutto in tempo per l’edizione 2019 del trofeo lovari, la più importante di sempre, che ha portato a lucca il meglio del basket europeo in circolazione, con la partecipazione dei vicecampioni d’europa dell’efes Pilsen, dell’olympiakos Pireo – tre volte campione d’europa –, dell’olimpia milano – tre volte campione d’europa e 28 volte campione d’italia – e degli attuali campioni d’italia della reyer venezia. Un vero parterre de roi che, solo per quanto riguarda gli allenatori, ne ha portati in città oltre 400, provenienti anche da fuori regione, per la lezione tecnica tenuta dai coach delle quattro squadre, tra i migliori e più competenti del mondo. Un successo tecnico e anche di pubblico che è stato possibile anche grazie all’intervento per il nuovo parquet, che ha scongiurato che questi top team preferissero altri tornei e altri impianti dove le articolazioni dei giocatori sarebbero state meno sollecitate e quindi meno soggette al rischio infortuni. Fondamentale il ruolo della Fondazione, soprattutto dal punto di vista del coordinamento con il Comune. oltre al contributo finanziario che ha coperto un terzo dei 95mila euro necessari per realizzare l’intervento. la progettualità e il resto della copertura economica sono arrivate invece dagli amici della Pallacanestro – luca del Bono onlus. Questo è il primo passo della collaborazione con gli amici della Pallacanestro che proseguirà anche i prossimi anni con la programmazione dei prossimi interventi prescelti. «Per noi riuscire a far ripartire il lovari è stato un altro grande sogno che si è realizzato – prosegue Patrizia Pecchia –. l’evento è una
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foto Comune di Lucca
legno, verniCe e linee BianCHe Per il nUovo ParQUet del Palatagliate
vetrina e una festa per l’intero movimento di casa nostra con i bimbi del minibasket che scendono in campo, la partecipazione di tutte le società e il passaggio dal Palatagliate di campioni del presente e del passato. Questa è la base della cultura cestistica lucchese e quello che costruiamo ora poi ce lo ritroveremo in futuro. anche perché tutte le entrate che arrivano da questa manifestazione, al netto delle spese vengono poi interamente
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riversate per lo sviluppo e il sostegno della pallacanestro sul territorio con il supporto al basket, uno sport inclusivo con una forte valenza sociale, e con il contributo per l’iscrizione dei bambini al minibasket per le famiglie in difficoltà economica. tutto nella speranza di allargare il più possibile la platea». anche perché questa è la stagione del centenario della pallacanestro a lucca, visto che in un documento ritrovato nell’archivio storico
comunale si parla di un criterium polisportivo a carattere nazionale che si è svolto il 28 settembre 1919, si parla di esibizioni di palla vibrata, tamburello, basketball e tiro alla fune. Uno dei primi, se non il primo torneo nazionale di pallacanestro in italia, si svolse quindi presso l’allora Campo di marte.
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Ricerca
Il Volto Santo tra i santi Paolino e Regolo, sullo sfondo la cittĂ di Lucca (A.S.D.L., B.C.F., 157, c. 2r)
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e memoria Un patrimonio UneSco: l’archivio Diocesano di Lucca Marcello Brunini Valentina Cappellini Tommaso Maria Rossi Gaia Elisabetta Unfer Verre ’archivio Storico Diocesano di Lucca conserva documenti di varia natura che insieme delineano la storia della chiesa lucchese e delle comunità diocesane. Una caratteristica fondamentale del patrimonio documentario è la sua straordinaria continuità: a partire dall’anno 685 le serie archivistiche si succedono ininterrottamente fino ai primi anni del XXi secolo. oltre tredici secoli di storia che rappresentano la memoria e la testimonianza di un passato ma anche di un presente che può diventare stimolo per il futuro. È questa una delle principali missioni costitutive degli archivi e, in particolare, anche del Diocesano di Lucca che si pone a servizio delle comunità del territorio cittadino in collaborazione con le istituzioni pubbliche e private locali. Un altro elemento che contraddistingue l’archivio è la pluralità della documentazione custodita: non solo quella riconducibile alle attività della curia arcivescovile, ma anche dei canonici e dei beneficiati della cattedrale, delle parrocchie urbane ed extraurbane, degli istituti di vita consacrata, delle confraternite e delle congregazioni religiose. Data la rilevanza di questa documentazione, nel 2007 l’archivio è stato notificato dal sovrintendente archivistico per la Toscana, antonio Dentoni Litta, il quale ha dichiarato l’archivio «bene culturale» in quanto ente conservatore di un patrimonio inestimabile e imprescindibile per la conoscenza della storia della chiesa di Lucca nonché della città e del suo territorio. Successivamente, il 27 luglio 2011, le pergamene altomedievali dell’archivio sono state inserite nel memory of the World register dall’UneSco: primo archivio ecclesiastico italiano a ottenere un così significativo riconoscimento internazionale. molti altri documenti, inoltre, meritano di essere ricordati per la loro unicità e per le sin-
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1. Lucca, Palazzo arcivescovile, Biblioteca arcivescovile 2. Lucca, Palazzo arcivescovile, Studiolo del vescovo (particolare della parete di levante) 3. Placito della contessa matilde, nel quale viene confermato all’abate di Santa maria di Serena, in diocesi di Volterra, il possesso della metà del borgo e del castello di Cumullo e i beni sono sottoposti a banno regio, sottraendoli alle pretese illegittime dei figli di Tedice, Ugo e gerardo. (a.S.D.L., a.a.L., Diplomatico, * m 98, 1100 aprile 28; Lucca e Matilde 2016, pp. 91-92) 4. Il Volto Santo tra i santi Paolino e Regolo, sullo sfondo la città di Lucca, iniziale decorata S(upra) e lo stemma del committente amfione Benedetti; niccolò Tedeschi, Lectura supra V libro Decretalium, Venezia, Johannes de colonia et Johannes manthen, 1477 (a.S.D.L., B.c.F., 157, c. 2r) 5. rappresentazione di sant’agostino nell’atto di consegnare la regola alle monache agostiniane (a.S.D.L., B.a., 50, p. 1) 6. Frontespizio dello Statuto del monastero di San giuseppe in Lucca dell’anno 1626, decorato con il nomen sacrum e quattro serafini (a.S.D.L., archivio del monastero di San giuseppe, Statuti, 12, c. 2r)
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golari caratteristiche che li contraddistinguono: tra tutti si menzioni il famoso codice 490 della Biblioteca capitolare, databile tra l’Viii e il iX secolo, e noto agli studiosi di tutto il mondo per i suoi testi, le sue scritture e la sua particolare vicenda compositiva. I FondI doCUmentaRI e LIBRaRI deLL’aRChIVIo dIoCesano dI LUCCa
Similmente alle altre curie diocesane, anche quella lucchese ha prodotto e accumulato nei secoli un’ingente mole documentaria che, nel caso specifico, ha iniziato a sedimentarsi dal Vii secolo. Fin dall’alto medioevo, infatti, le realtà ecclesiastiche che operavano nella Diocesi hanno contribuito alla produzione di do-
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cumenti che, in via del tutto naturale, sono confluiti nei luoghi del potere religioso cittadino. all’interno del palazzo vescovile di Lucca, sito nel cuore della città, ha sede il prezioso archivio Storico Diocesano, il cui nucleo principale è costituito proprio dal fondo arcivescovile: vi sono le scritture della cancelleria vescovile (oltre 4.300 unità dal 1256 al XXi secolo), del Tribunale ecclesiastico nelle sue due sezioni civile e criminale (1.100 unità, XiVXiX secolo), della mensa arcivescovile (1.600 unità, XiV-XiX secolo), degli enti religiosi soppressi in epoca napoleonica (oltre 4.000 unità di conventi, monasteri e altri soggetti di città e diocesi, Xii-XViii secolo), dell’operaro maggiore (225 unità, XV-XX secolo), etc.
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Un PaTrimonio UneSco: L’archiVio DioceSano Di LUcca
il complesso documentario afferente all’arcivescovato risulta, inoltre, essere il più antico: la sua collezione diplomatica raccoglie circa ottomila pergamene, delle quali 1.844 anteriori all’anno mille. a confermare l’importanza di questo ragguardevole patrimonio basti citare i seguenti dati: ben 156 carte risalgono all’epoca longobarda, cioè oltre la metà dei documenti esistenti al mondo per l’arco cronologico che va dal 685 al giugno 774 (caduta del regno con la conquista di Pavia da parte del re dei Franchi carlo magno); 311 documenti dei secoli Vii e Viii, ovvero un quinto di quelli oggi conservati al mondo per quel periodo; 788 atti rogati tra l’anno 801 e la fine del iX secolo che corrispondono alla metà di quelli esistenti in italia. altri quattro fondi membranacei (capitolo della cattedrale di San martino, convento e Università dei Beneficiati della cattedrale, Decanato di San michele in Foro, collezione giuseppe martini) completano la raccolta diplomatica del Diocesano per un totale di oltre 13.000 pergamene. il patrimonio dell’archivio si compone ancora di 72 fondi documentari: accanto ai consistenti complessi dell’arcivescovato e del capitolo della cattedrale di Lucca, sono stati depositati numerosi archivi di parrocchie cittadine ed extraurbane nonché di confraternite, conventi e monasteri distribuiti nel territorio diocesano. Sono presenti, infine, tredici archivi di persone e famiglie i cui soggetti produttori hanno scelto il Diocesano di Lucca come luogo di conservazione perpetua della propria memoria. infine, l’archivio custodisce anche due preziosi nuclei librari: la Biblioteca capitolare Feliniana e quella arcivescovile. Le attIVItà e Le InIzIatIVe IntRapRese daL dIoCesano dI LUCCa
L’archivio Storico Diocesano di Lucca svolge regolare apertura secondo i giorni e gli orari previsti e disponibili sul sito internet archivio.diocesilucca.it. gli archivisti provvedono alla registrazione degli utenti, a soddisfare le richieste di consultazione degli studiosi, non2
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ché a curare il prelievo e la ricollocazione del materiale documentario e librario richiesto. il numero degli utenti registrati si è accresciuto notevolmente nel corso degli ultimi anni, con punte massime di quindici utenti al giorno. i fruitori dell’archivio sono in gran parte docenti e ricercatori, dottorandi e laureandi italiani e stranieri (paesi europei, Stati Uniti, giappone, ecc.), appassionati di storia locale, sacerdoti, ma anche semplici cittadini. negli ultimi anni, gli archivisti sono stati chiamati ad assistere le ricerche di un numero sempre crescente di utenti, in loco e in remoto, talvolta privi delle competenze specifiche necessarie al reperimento delle informazioni, permettendo così di accedere a una conoscenza che sarebbe stata altrimenti loro preclusa. a questo impegno devono aggiungersi le numerose richieste relative a ricerche genealogiche, utili ai fini del perfezionamento delle domande di cittadinanza. in questi anni, l’archivio ha acconsentito l’accesso a molti gruppi di visitatori appartenenti ad associazioni ed enti culturali italiani e stra-
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nieri, attraverso aperture speciali quali la notte Bianca, annualmente organizzata in città nel mese di agosto, o eventi nazionali come «aperti al maB» a cura della conferenza episcopale italiana. Sono stati rafforzati e incrementati, inoltre, le collaborazioni con la Biblioteca Statale e l’archivio di Stato di Lucca, per consentire alla città una maggiore conoscenza della ricchezza documentaria e libraria custodita nelle sue principali istituzioni culturali, nonché i contatti con le Università di Pisa e di Firenze ospitando numerosi studenti in visita o per attività di tirocinio. a partire dall’anno scolastico 2015-2016, l’archivio ha aderito al «Progetto di alternanza Scuola-Lavoro» coinvolgendo gli studenti degli istituti di istruzione superiore della Provincia, con l’intento di aumentare i servizi offerti al territorio. in considerazione dei diversi indirizzi di studio, sono state predisposte specifiche attività sotto la supervisione degli archivisti. rivolgendo sempre uno sguardo al mondo della Scuola, l’archivio dal 2007 cura una specifica sezione ‘didattica’ che prevede cir-
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Un PaTrimonio UneSco: L’archiVio DioceSano Di LUcca
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ca venti incontri e accoglie ogni anno oltre quattrocento studenti di istituti cittadini, provinciali e del territorio limitrofo accompagnati dai loro docenti. i responsabili dell’area didattica hanno predisposto un percorso di base dal titolo L’archivio e il documento, nel quale vengono presentati sommariamente i principali fondi documentari e i manoscritti delle biblioteche. il percorso di approfondimento, invece, rappresenta un vero e proprio laboratorio di lettura delle fonti documentarie, in particolare delle Visite Pastorali e degli stati delle anime della cattedrale. ConVegnI, eVentI e pUBBLICazIonI
ormai da diversi anni, oltre all’attività didattica e alle visite guidate, gli archivisti prendono parte attiva a convegni e mostre con proprie relazioni e pubblicazioni. ne sono un esempio il volume L’Archivio della Compagnia della Santissima Pietà della Badia di Camaiore, 1512-1976: introduzione-inventario, curato da Valentina cappellini ed edito nel 2015 (presentato poi il 9 aprile del 2016 nella gre-
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mita Sala dell’arazzo del museo di arte Sacra di camaiore), e la mostra dedicata a Vincenzo Busdraghi (1524-1601): uno stampatore europeo a Lucca (Biblioteca Statale 2-26 ottobre 2016), un evento promosso dal comune di Lucca in collaborazione con la Biblioteca Statale di Lucca, l’archivio di Stato di Lucca e il nostro istituto. nelle oltre centocinquanta opere esposte in quell’evento, hanno trovato risalto numerosi volumi appartenenti alla Collezione Martini, il fascicolo relativo al processo condotto dal Vescovo nei confronti dell’editore Vincenzo Busdraghi e una raccolta di leggi e decreti della repubblica lucchese confezionata da un giureconsulto seicentesco, che gli archivisti hanno identificato durante il riordino di alcuni documenti nei depositi. in occasione dell’iniziativa, il 15 ottobre si è tenuta una giornata di Studio, coordinata dal prof. edoardo Barbieri dell’Università cattolica di milano, a cui hanno partecipato studiosi internazionali. il personale dell’archivio ha collaborato attivamente alla mostra proponendo i pezzi da esporre, curando tutta la procedura
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per lo spostamento delle opere, prevedendo il percorso espositivo, provvedendo all’installazione ed infine predisponendo le schede del catalogo, pubblicato e presentato il 21 aprile 2017. ancora nel 2016, gli archivisti sono stati impegnati nell’allestimento e nella redazione della mostra Lucca e Matilde di Canossa tra storia e mito, tenutasi sempre nei locali della Biblioteca Statale di Lucca dall’8 novembre al 10 dicembre. in questa occasione sono stati esposti molti documenti e volumi provenienti dai fondi del nostro archivio; fra questi, le pergamene autografe di matilde di canossa e di sua madre Beatrice (appositamente restaurate), codici miniati della Biblioteca capitolare Feliniana e un cartulario altomedievale proveniente dal monastero di San Ponziano. il catalogo della mostra, curato dal prof. raffaele Savigni dell’Università di Bologna, ha ospitato le schede redatte dagli archivisti. Tra gli eventi che hanno visto la collaborazione dell’archivio Storico Diocesano di Lucca si annovera anche l’Xi giornata di studio della Fondazione culturale michel De montaigne di Bagni di Lucca intitolata Missionari e religiosi nativi di Brandeglio in Val di Lima, che ha visto il patrocinio della Fondazione cassa di risparmio di Lucca, del comune di Bagni di Lucca e della locale sezione dell’istituto Sto-
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rico Lucchese. oltre a quella del prof. marco Lenci dell’Università di Pisa, sono state presentate tre relazioni inedite su personalità del paese di Brandeglio: Francesco da Brandeglio (gaia elisabetta Unfer Verre), giammaria di Sant’ignazio (Tommaso maria rossi) e raffaello da Brandeglio (Valentina cappellini). il volume contenente gli atti della giornata, Esempi di vita religiosa e civile in Val di Lima nei secoli XVII, XVIII e XIX, è stato poi presentato il 17 novembre 2018 a Bagni di Lucca. il 20 ottobre 2017, presso i Saloni monumentali della Biblioteca Statale di Lucca, si è tenuta la presentazione degli atti del convegno Da Lucca a New York a Lugano Giuseppe Martini libraio tra Otto e Novecento (Lucca, 17-18 ottobre 2014), curati dal prof. edoardo Barbieri e pubblicato da Leo S. olschki editore. Si ricorda, inoltre, la partecipazione alla Xiii edizione di LuBec, tenutasi nei giorni 12 e 13 ottobre 2017, con il coinvolgimento nella tavola rotonda «Memory of the World» Unesco: opportunità per la valorizzazione in rete con un intervento volto a presentare il patrimonio documentario conservato in archivio e le iniziative avviate negli ultimi anni allo scopo di tutelarlo e valorizzarlo. La tavola rotonda ha coinvolto tutte le istituzioni il cui patrimonio è stato iscritto nel prestigioso progetto Unesco e si è dimostrata essere un’occasione unica
per confrontarsi con gli altri membri italiani e valutare i problemi e le prospettive comuni. il 6 e 7 dicembre 2018, gli archivisti hanno preso parte con il proprio contributo Un secolo di restauri sui documenti del fondo Diplomatico Arcivescovile di Lucca: la prospettiva del conservatore al convegno Effetto Tempo. Riflessioni e studi applicati al mutamento dei materiali e conseguenze sul restauro svoltosi presso il complesso di San micheletto su organizzazione dell’Università di Pisa e dietro il patrocinio della Fondazione cassa di risparmio di Lucca e dell’italian group international institute for conservation (igiic). nel giugno 2019, in adesione all’iniziativa «aperti al maB», promossa dalla conferenza episcopale italiana, l’archivio ha organizzato e allestito la mostra Tredici secoli in mostra. L’Archivio Storico Diocesano di Lucca dal VII al XX secolo (2-26 giugno 2019), con l’obiettivo di far conoscere ai cittadini di Lucca e ai visitatori pezzi unici e rari, meno noti ma allo stesso tempo rappresentativi dell’eccezionalità documentaria e libraria dell’archivio. il 21 giugno è stato infine presentato il volume Un archivio, un palazzo, una città. L’Archivio Storico Diocesano di Lucca dal VII al XX secolo, curato da don marcello Brunini, nel quale sono presenti alcuni contributi inediti sulla documentazione e i locali dell’archivio.
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Lo scrigno del sapere Nubia salani uello della chiesa di San Ponziano è stato uno dei restauri più avveniristici mai realizzati nel territorio lucchese. non si è trattato solo di un ripristino strutturale e decorativo di un edificio storico, ma di una vera e propria riprogettazione degli spazi, finalizzata a un radicale cambio di destinazione d’uso dell’immobile.
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La Biblioteca IMT tra architettura e conoscenza
Tutto è partito da alcune domande che la Scuola imT e gli architetti incaricati si sono posti: dove individuare un complesso utile alla realizzazione di una biblioteca e una sala studio multifunzionale? Se la risposta si è trovata nella chiesa di San Ponziano, questa soluzione ha generato una nuova domanda: come adattare a queste esigenze uno spazio come un edificio di culto? Lo ‘sCRIgno’
il problema si è posto proprio perché, come ogni edificio a pianta basilicale, la chiesa di San Ponziano presentava una distribuzione dei volumi caratterizzata da un limitato sviluppo longitudinale e da una concentrazione della cubatura in maggior parte in altezza. Tale complessità degli spazi è stata risolta e anzi è divenuta un punto di forza nel progetto messo a punto dall’architetto Stefano Dini, progettando una differenziazione degli interni
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Lo Scrigno DeL SaPere
foto Lucio Ghilardi
il patrimonio librario Una Babele libraria. Le opportunità regalate dalle risorse della Biblioteca imT rappresentano un importante ‘giacimento’ di conoscenza e di studio per la città di Lucca e per tutto il territorio. non solo i dottorandi della Scuola possono avere accesso agli spettacolari ambienti del San Ponziano. Qualsiasi studente può sfruttare l’aula studio e accedere agli scaffali della biblioteca. il corpus che costituisce il nucleo librario dell’istituto rispecchia pienamente la vocazione multidisciplinare di imT che negli anni ha individuato il proprio marchio di fabbrica nello studio dei sistemi complessi, puntando decisamente sull’interazione di fattori economici, sociali, fisici e culturali che a una prima analisi potrebbe apparire totalmente irrelati. Una disponibilità di volumi che afferiscono alle più varie discipline, il tutto corredato da un sito internet dedicato particolarmente funzionale e ricco di opportunità. attraverso il Discovery Service, con un’unica interfaccia, semplice o avanzata, è possibile realizzare ricerche su tutto il patrimonio della biblioteca. Lo strumento consente di recuperare i dati bibliografici dei materiali cartacei presenti in biblioteca (permettendo la loro localizzazione), o accessibili online (permettendo la loro visualizzazione e download). La biblioteca imT aggiunge un tassello determinante al panorama archivistico e librario del territorio lucchese, dove tradizione e modernità si incontrano nel segno della continuità.
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foto Lucio Ghilardi
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in micro-ambiti spaziali. il progetto si è tradotto in una vera e propria riflessione su comuni denominatori e differenze tra funzione liturgica e ricerca scientifica, tra preghiera e studio, per risolvere le logiche e inevitabili conflittualità derivanti da un cambio di destinazione d’uso così radicale. Di qui la necessità di una soluzione senza compromessi, che, rinunciando alla spazialità tradizionale della chiesa, proponesse una diversa percezione del volume architettonico. Protagonista di questa ‘rivoluzione’ è lo scrigno di cristallo, in cui spazi più angusti, quasi claustrofobici, di raccoglimento individuale, si alternano a spazi aperti capaci di trasmettere senso di leggerezza – quasi di vertigine – come la sala collettiva sommitale. il nuovo involucro aggiunto permette una nuova fruizione a più livelli della navata centrale e consente di apprezzare prospettive inedite sull’architettura interna. mentre da una parte viene ostacolata la percezione tradizionale di profondità dal basso, dall’altra si acquistano nuove angolazioni visive inusuali, che permettono di scoprire dettagli e particolari degli ornamenti originali fino ad ora nascosti. Lo ‘scrigno’ è una costruzione in acciaio e vetro eretta nel centro della navata centrale e
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costituita da tre impalcati di travi, impostati su 12 pilastri che scaricano il loro peso a terra tramite una nuova platea di fondazione. i solai di interpiano, realizzati in lamiera grecata e gettati in opera, permettono una distribuzione degli ambienti su quattro livelli di uguale dimensione, a cui si accede tramite due scale poste alle estremità della struttura o mediante un ascensore vetrato. i livelli funzionali della struttura si differenziano in modo ascensionale a partire da un deposito di libri posto a piano terra, per passare poi attraverso spazi per la lettura individuale e per attività di ricerca dei piani primo e secondo, fino in sommità con una spaziosa e aperta sala di lettura. Le pareti trasparenti che circondano lo ‘scrigno’ sono realizzate con cristalli stratificati temperati ad alta resistenza e rappresentano il diaframma tra antico e contemporaneo, tra interno ed esterno, tra raccolto e aperto, in una visione della biblioteca e dello studio in progressivo divenire di crescita culturale. Le cappelle laterali e l’area presbiteriale, riservate a postazioni di lettura, mantengono le caratteristiche originali della chiesa e fungono da sfondo all’opera d’arte centrale, permettendo di apprezzarla da diverse distanze e garantendo spazi di respiro volumetrici.
IL CantIeRe
La biblioteca è stata completata in diciotto mesi, comprensivi della progettazione. nei primi sei mesi sono stati realizzati i restauri delle parti esterne, della copertura e gli scavi archeologici; nell’anno successivo la struttura in vetro e acciaio e la posa in opera di tutti gli allestimenti interni. Le maggiori difficoltà incontrate nelle varie fasi operative sono dovute per lo più alla ristrettezza degli spazi e dei tempi disponibili per la realizzazione dell’intervento. il corpo di acciaio e vetro infatti risulta molto ingombrante nello spazio disponibile della chiesa, perciò la sua costruzione ha richiesto una progettazione e un coordinamento delle lavorazioni attento e minuzioso. ad esempio per la movimentazione dei diaframmi in cristallo, di dimensioni ragguardevoli, è stato necessario progettare un’apposita gru a cavalletto che riuscisse a sollevarli per posizionarli in opera in uno spazio di manovra ridotto. il risultato? Una superficie utile di circa 1513 metri quadrati, suddivisi in una sala di lettura di oltre 900 metri quadrati, un deposito libri che può contenere oltre 45.000 volumi in 114 metri quadrati e 24 aule studio per una superfice totale di 354 metri quadrati.
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Lo Scrigno DeL SaPere
foto Lucio Ghilardi
dai monaci alle educande. dieci secoli di storia Quasi milleduecento anni di storia. È almeno dal iX secolo infatti, probabilmente dall’832, che un insediamento religioso occupa l’area del complesso di San Ponziano. alle origini si parla di una chiesa e di un monastero intitolati ai Santi Filippo e giacomo, che ben presto finì sotto l’orbita benedettina. Le fortune dell’istituto arrivarono a partire dal 1099, quando il vescovo rangerio assegnò la chiesa alle dipendenze dei monaci cluniacensi di Polirone, oggi San Benetto Po in provincia di mantova. i secoli centrali del medioevo videro un ampio afflusso di pellegrini, molti dei quali attratti dalle reliquie del martire Ponziano (ii secolo) e dalla leggendaria presenza del Preziosissimo Sangue, giunto a Lucca con l’effigie del Volto Santo. La grande devozione verso le spoglie del Santo portarono alla costruzione di un hospitale per accogliere i fedeli e a una nuova dedicazione dell’istituto ai Santi Ponziano, Filippo e giacomo, che dal XV secolo passò prima sotto le dipendenze dell’ospedale di San Luca e poi dei monaci olivetani. È sotto la loro gestione che l’antico edificio di culto venne abbattuto e i monaci si spostarono con le reliquie presso la rinnovata San Bartolomeo in Silice, rinominata nell’occasione come chiesa dei Santi Ponziano e Bartolomeo e curata dagli olivetani fino al 1808, quando i napoleonici rivoluzionarono l’assetto urbanistico-ecclesiale della città. La realizzazione dell’edificio nella forma attuale si deve alla ricostruzione del 1728, resa necessaria dopo un crollo avvenuto 1720. nel XiX secolo furono tanti i cambi di destinazione del complesso, che prima ospitò le suore gesuate e le Domenicane, poi venne adibito a lazzaretto e infine a istituto per educande, intitolato a maria Teresa nel 1839 e denominato regio istituto di San Ponziano a partire dal 1859. L’educandato rimase attivo sino al 1907 e in seguito trovarono alloggio nel convento alcune realtà formative della città come la Scuola Professionale Femminile (dal 1925 al 1936) e l’istituto musicale Boccherini (dal 1926 al 1993). Tra 1941 e 1942 anche il Liceo scientifico «Vallisneri» e la Scuola media «carducci» occuparono parte dell’area. il primo rimase fino al 1963 mentre la seconda tutt’oggi alloggia nel complesso e si propone come erede della tradizione educativa del vecchio istituto. La Scuola di alti Studi imT occupa l’area nord-est del complesso con il suo centro direttivo e, ovviamente, la chiesa con l’avveniristica biblioteca e sala studio.
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L’archivio ragghianti: un patrimonio della comunità Francesca Maria pozzi ’archivio di carlo L. ragghianti, insieme a quello di sua moglie Licia collobi, in via di ordinamento, unitamente alla loro raccolta libraria e a quella fotografica, è parte sostanziale della donazione che lo studioso ha voluto lasciare come propria eredità intellettuale alla Fondazione da lui creata nella sua città natale. L’istituzione nasce come centro Studi nel 1981 e viene riconosciuta Fondazione dalla regione Toscana nel 1984 come
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L’eredità di Carlo Ludovico Ragghianti, ma soprattutto uno strumento insostituibile per gli studiosi
centro documentario e scientifico che rappresenta un punto di riferimento per studenti e studiosi, individuati su indicazioni di ragghianti nell’area toscano-tirrenica, per poi espandersi verso tutti coloro che abbiano interesse verso le arti visuali. La stoRIa
L’avvio del progetto vide come interlocutore di ragghianti l’allora cassa di risparmio di Lucca, nella persona del suo Presidente, l’ingegner giuseppe Sodini. gli archivi della Fondazione ragghianti conservano lettere che testimoniano gli scambi epistolari riguardanti l’istituzione del centro nel complesso monumentale di San micheletto, nella parte est di Lucca, tuttora la parte più ricca di complessi
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L’archiVio ragghianTi: Un PaTrimonio DeLLa comUniTà
monastici della città, che era ed è di proprietà della cassa di risparmio (ora Fondazione cassa di risparmio di Lucca). L’ente lo aveva acquistato dal comune di Lucca a cui l’avevano ceduto le suore clarisse, che lo abitarono fino alla fine degli anni Settanta. il complesso viene identificato come migliore contenitore possibile per la conservazione della nascente raccolta documentaria e per la vocazione di centro d’arte in senso lato che si voleva costituire, che avrebbe ospitato mostre, conferenze, incontri culturali, come poi è avvenuto nel corso della ormai più che trentennale attività della Fondazione. oltre all’ingegner Sodini, il centro deve molto anche a Pier carlo Santini (1924-1993), già
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allievo di ragghianti, figura nota di critico d’arte, anch’egli nato a Lucca, Direttore scientifico dell’istituzione dalla sua nascita fino al 1993, che ha avviato le attività della Fondazione con eventi espositivi e incontri con artisti di interessante rilievo, nonché la costituzione di una collezione di opere d’arte, oggi parte importante del patrimonio del centro, in gran parte visibile nei chiostri del complesso di San micheletto, secondo un opportuno itinerario voluto dall’attuale direttore Paolo Bolpagni. all’apertura del centro studi, ancora in vita ragghianti, il materiale archivistico rimase presso l’abitazione di via del gioiello, sua residenza fiorentina. È solo nel 1999 che il figlio Francesco ragghianti, figlio dello studioso e
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detentore insieme ai fratelli rosetta, giacomo e anna, della sua eredità intellettuale, spedisce un primo nucleo di carte alla Fondazione. Successivamente, fino al 2017, il materiale continua a arrivare per il susseguirsi degli invii da casa ragghianti. L’arrivo dell’archivio ragghianti, ancora non ordinato, ebbe un’eco notevole e si rese necessario rendere possibile le ricerche in vari ambiti, per non disattendere a lungo le esigenze di chi aveva avuto notizie dell’arrivo presso la Fondazione di questo materiale imprescindibile per alcuni studi. Per un lungo periodo gli studiosi hanno potuto accedere alle carte tramite elenchi di consistenza e riordinamenti mirati alle più diverse esigenze di studio, in attesa che venissero predisposti mezzi adeguati per poter riordinare scientificamente i materiali. Si provvide a isolare le cartelle monografiche per lettera alfabetica e, all’interno di esse, a organizzare il materiale cronologicamente; venne raccolto quanto più materiale possibile riguardante lo stesso argomento (mostre, pubblicazioni…), e archiviato materiale riguardante temi specifici che si presentavano nelle carte, esaminando le scatole, in modo da integrarlo, alla luce di temi analoghi, con quello già visionato; venne inoltre creato un elenco di consistenza con date, nomi e riferimenti, perché fosse possibile, nella fase di transizione, risalire alla presenza o meno nelle carte di personaggi e situazioni. Durante questo lungo periodo di transizione il problema maggiore era quello di non poter assicurare la completezza delle ricerche, vista la quantità di materiale che non era ancora possibile organizzare. non era raro il caso in cui una lettera, o una minuta, si correlavano ad altre al momento sepolte nella vastità del fondo. il materiale degli invii successivi era più organizzato. Francesco ragghianti, aveva riordinato una parte della corrispondenza, e il materiale è arrivato dopo essere passato dal suo vaglio critico, legato anche alla sua ricca memoria personale. D’altro canto Francesco ragghianti, memoria storica della figura del
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L’archiVio ragghianTi: Un PaTrimonio DeLLa comUniTà
padre, aveva negli anni lavorato sulle carte sia per esigenze proprie, sia per soddisfare richieste di studiosi che gli si rivolgevano direttamente. Le ultime scatole pervenute riportavano maggiori indicazioni, frutto di un suo riordino, grazie alle quali si sono potute raggruppare più facilmente alcune corrispondenze e alcuni temi.
ragghianti non fu solo uno storico dell’arte illustre, ma come antifascista prese parte alla resistenza, contribuendo alla liberazione di Firenze, fu Sottosegretario alle belle arti nel 1945 nel governo Parri, prese parte a numerose commissioni governative per la promozione della rinascita italiana del dopoguerra e insegnò a lungo presso l’Università di Pisa.
I doCUmentI
L’aRChIVIo
Le carte, ordinate per serie, consentono di ricostruire le attività di carlo L. ragghianti durante l’arco della sua vita, dai rapporti con i maggiori esponenti della vita culturale e politica italiana dagli anni Trenta in poi, alle attività cui ragghianti partecipò o dette vita personalmente.
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Le Serie sono state suddivise per argomento, secondo le attività dello studioso. oltre alla serie del carteggio generale, troviamo: alluvione di Firenze 1966; arte moderna in italia 1915-1935; attività politica; Biennale di Venezia; caDma – commissione assistenza Distribuzione materiali artigianato; contenziosi
e querele; convegni, conferenze e altre collaborazioni; criterio; critica d’arte; critofilm; editori; edizioni U; emporium; expertises, perizie e pareri critici; Fondazione centro Studi Licia e carlo Ludovico ragghianti; giurie e commissioni; istituti ed associazioni; L’arte in italia; La Strozzina; mostre e progetti espositivi; musei e Donazioni; Patrimonio artistico; Progetti per l’arte e la cultura; Pubblicazioni e scritti; ricostruzione di Firenze e convegno Sorgane; riviste; Scuola e università;«selearte»; Studio italiano di Storia dell’arte – mostre; UneSco; Università di Pisa e istituto di Storia dell’arte. La ricchezza dell’archivio ragghianti è innegabile; anche solo a colpo d’occhio, infatti, anche visivamente si apprezza la quantità di
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spazio che occupa (si tratta di 700 buste circa), con il susseguirsi delle serie riconducibili alle più varie iniziative da lui intraprese nel corso della sua vita. La peculiarità dell’archivio sta, ovviamente oltre alla validità del contenuto, anche nella ricca documentazione in copia minuta delle lettere inviate o in risposta, che ragghianti ha spesso conservato. esse permettono agli studiosi di poter rendere conto quasi sempre compiutamente degli scambi tra gli interlocutori e di darne correlazione specificamente nei propri lavori. Un LUngo peRCoRso dI CataLogazIone
con l’arrivo delle archiviste Laura macchi e Sara meoni nel 2012 l’ordinamento è proceduto speditamente ed è giunto alla sua con-
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clusione. il carteggio generale (che raccoglie 30.000 lettere di 3.000 corrispondenti) e le serie più significative sono state descritte e inserite sul sito della Fondazione ragghianti a disposizione di studenti e studiosi. nella sezione archivio del sito ogni serie dell’archivio ragghianti è introdotta da una descrizione approfondita sul contenuto, correlata da notizie storiche. L’organizzazione dell’archivio ha permesso in questi ultimi anni di far circolare numerosi studi, in molti ambiti diversi, università italiane e estere, che hanno permesso di approfondire molti aspetti dell’attività di ragghianti, da quella politica, a quella intellettuale, a quella di docente universitario, nonché di avviatore o sostenitore di svariati progetti culturali nel corso del secolo passato. al 2018 la famiglia ha inviato tutto quanto era in suo possesso. gli studiosi che giungono
alla Fondazione sono invitati comunque a contattare la famiglia ragghianti, la quale, oltre a supportare notizie di rilevanza storica, può dar conto di suggestioni e memorie utili per le ricerche. recentemente l’archivio è stato notificato dalla Soprintendenza archivistica di Firenze come archivio di notevole interesse storico. La ricchezza dell’archivio ragghianti ha già dato molti frutti grazie ai ricercatori, ed è legittimo credere che andando avanti ancor più ne darà, ma è utile sottolineare che la Fondazione ragghianti raccoglie e conserva anche altri archivi depositati presso i suoi spazi nel corso degli anni: i due più significativi sono quello di Licia collobi (1914-1988, 44 buste) e di Pier carlo Santini (1924-1993, 45 buste), che con ragghianti ha collaborato a lungo e che verranno riordinati conseguentemente a quello di ragghianti. Questi due fondi in particolare potranno dare agli studiosi una visione più completa dei rapporti intercorsi tra i vari interlocutori e accrescere le notizie sui progetti avviati da ragghianti. inoltre, la Fondazione conserva gli archivi di ida cardellini (storica dell’arte, 1954-1980, 62 buste), Silvio coppola (graphic designer, 1965-1987, 55 buste), Leonardo Baglioni (grafico, 1944-2010, 2 buste), Lorenzo guerrini (artista, 1943-2002, 18 buste), gabriele meschi (Studio ai granai, 90 buste), hugh honour (storico dell’arte, recentemente acquisito e ancora da quantificare), Università internazionale dell’arte, Firenze (recentemente acquisito e ancora da quantificare), che verranno ordinati secondo i tempi necessari. L’archivio di carlo Ludovico ragghianti (Lucca 1910-Firenze 1987), depositato presso la Fondazione Licia e carlo L. ragghianti di Lucca, è inventariato e ordinato ed è a disposizione degli studiosi. L’elenco delle carte è visibile sul sito www.fondazioneragghianti.it nella sezione archivi. La consultazione è possibile tramite appuntamento.
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il Sant’agostino rinasce con una nuova destinazione Lorenzo maffei uno di quegli edifici lucchesi, nel centro della città, che resta nascosto ai più. il complesso dell’ex-monastero di Sant’agostino però, dopo un periodo di abbandono, dal 2017 è rinato con una vocazione nuova, piena d’arte e tutta dedicata ai giovani: è la sede del Liceo musicale Passaglia. in questi ultimi anni sono stati eseguiti ulteriori lavori, anche per ricavare altre due aule ad esempio. ma, considerata anche l’esperienza
È
Un restauro finalizzato a dotare l’Istituto Passaglia di nuovi ambienti per la didattica
didattica che lì ora si svolge, è possibile parlare di un autentico vanto, per Lucca e gli enti coinvolti, nella riqualificazione di un edificio che giaceva in generale decadimento. L’operazione, tra l’altro, è stata inserita nel XViii rapporto di Legambiente Ecosistema Scuola come esempio di edilizia scolastica innovativa e sostenibile. ma andiamo per gradi. Tutto è partito nell’autunno del 2013 quando la Provincia di Lucca colse l’occasione delle nuove norme nazionali che consentivano il trasferimento gratuito di una parte dei beni demaniali, come il Sant’agostino, agli enti locali. insieme alla Soprintendenza di Lucca e massa carrara, la Provincia ha poi elaborato un progetto che ha visto un investimento comples-
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sivo di 1 milione e 818mila euro. risorse in gran parte provenienti dal contributo della Fondazione cassa di risparmio di Lucca (1 milione circa), da stanziamenti statali (647mila euro), e per la parte residua (166mila euro) da fondi diretti della Provincia. i lavori, che hanno riguardato una superficie di 1.200 metri quadrati, hanno visto per ciò che riguarda gli esterni, il recupero complessivo degli ingressi (principale e secondario), le murature, il chiostro (al centro del quale ora c’è un pratino all’inglese), il porticato con il pavimento in cotto, il colonnato e il cortile. ma senza dubbio più delicati, in particolare per la fruizione didattica e per le scelte innovative e
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sostenibili, sono stati i lavori eseguiti per gli spazi interni. Dalla sala per la musica d’insieme di oltre 100 mq, alla sala riunioni dei professori di 24 mq. Da un’aula di tecnologie sonore di 40 mq, a 5 aule per la didattica tra i 36 e i 50 mq di superficie e ben 9 aule per le lezioni di strumento, di grandezza compresa tra i 9 e i 26 mq. a questi si aggiungono anche due ampi spazi al piano terra (54 e 58 mq con soffitti alti) per le prove di strumento, mentre negli ampi corridoi dell’antico immobile sono stati ricavati locali per i docenti e spazi per incontri con i genitori e per la sosta (anche un angolo con macchinette per snack e caffè). a far assurgere questa operazione
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foto Tommaso Stefanelli
iL SanT’agoSTino rinaSce con Una nUoVa DeSTinazione
ad esempio di livello nazionale per Legambiente, come dicevamo all’inizio, sono le misure adottate per la sicurezza statica dell’edificio, rispetto agli effetti di eventi sismici, i criteri di efficienza energetica e l’impiego di materiali eco-compatibili; le strategie per garantire un’elevata protezione dei fenomeni acustici, trattandosi di un Liceo musicale. Proprio su quest’ultimo punto gli enti si sono avvalsi della professionalità dello studio tedesco di monaco di Baviera, gerhard müller, specializzato in ingegneria sonora che, tra l’altro, ha collaborato alla realizzazione dell’auditorium del Parco della musica di roma progettato da renzo Piano. Tutte queste scelte
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innovative e di alto livello sono state eseguite prestando particolare attenzione al recupero e al restauro di tutti gli elementi storico-architettonici della struttura originaria del 1300. infine, questa operazione può definirsi in qualche misura anche ‘partecipata’. Perché, al netto dell’impegno degli enti preposti, docenti e studenti a più riprese sono stati convocati in un comitato tecnico per condividere il più possibile esigenze e idee. ecco dunque che un edificio per lo più nascosto, nel tempo pure da molti dimenticato, è rinato e oggi riqualifica quella parte del centro di Lucca che sorge attorno alla chiesa di Sant’agostino e alle vestigia dell’antico teatro romano.
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Anniversari «Oltre le radici»: un monumento per l’emigrazione storica della lucchesia ’anno 2018 ha segnato il 50° anniversario della fondazione dell’associazione lucchesi nel Mondo, che giusto dal 1968 tiene vive e alimenta le relazioni con le comunità di lucchesi espatriati nel corso di oltre 150 anni della storia dell’emigrazione, che ha interessato lucca e i suoi territori. la Fondazione nei propri documenti strategici aveva previsto per l’anno 2018 un progetto volto alla valorizzazione dell’arte contemporanea attraverso la collocazione di una scultura in un contesto urbano o periurbano. la storica aspirazione dell’associazione lucchesi nel Mondo di dedicare un monumento al ricordo dell’emigrazione e l’attenzione per l’arte contemporanea della Fondazione trovarono la loro sintesi nell’emanazione nel marzo 2018 di un bando denominato Arte, memoria e spazio urbano – L’emigrazione storica della Lucchesia, coordinato nella sua redazione da Paolo Bolpagni, direttore della Fondazione Carlo ludovico e licia ragghianti. il bando diffuso presso gli istituti e le accademie d’arte, i Dipartimenti universitari e la stampa specializzata chiedeva ai partecipanti di affrontare senza indicazione vincolante di linguaggi, di forme e di materiali il tema dell’emigrazione storica della lucchesia. l’obiettivo consisteva quindi nel ricordare la storia della migrazione lucchese valorizzandone il significato, i valori, il legame con la cultura d’origine e al contempo l’inserimento nelle nuove realtà nazionali e le vicende singole e collettive. il riferimento al fenomeno specifico dell’emigrazione storica dalla lucchesia era considerato in senso proprio ed esteso per attivare una riflessione creativa anche sui concetti di confine, di viaggio e di incontro fra culture: temi vecchi e contemporanei allo stesso tempo. alla data di presentazione dei progetti le candidature di artisti italiani e stranieri furono 93. la Commissione di valutazione venne costituita nelle persone di alessandro Tambellini, sindaco di lucca; luigi Ficacci, soprintendente di lucca; Paolo Bolpagni, direttore della Fondazione ragghianti, Massimo Marsili per la Fondazione Cassa di risparmio di lucca e
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Massimo Marsili
L’opera di Stefano Pierotti è stata collocata nel Piazzale Boccherini, di fronte a Porta Sant’Anna
direttore della Fondazione giacomo Puccini; alessandro romanini, critico d’arte e docente dell’accademia di Carrara e ilaria del Bianco, Presidente dell’associazione lucchesi nel Mondo. Dopo un lungo lavoro di analisi vennero selezionati 22 progetti di opere ritenute o particolarmente valide o comunque meritevoli di un’approfondita analisi rispetto alla risoluzione del tema, all’impiego dei materiali e agli aspetti formali dei progetti, nonché all’inserimento proposto nel contesto urbano. la Commissione individuò una rosa ancora più ristretta di cinque progetti e al termine dei lavori, la Commissione ritenne all’unanimità di premiare l’opera Oltre le radici, presentata dall’artista stefano Pierotti. Questa la motivazione: «la giuria del concorso, dopo un lungo e meticoloso lavoro di analisi dei progetti pervenuti, ha deciso di premiare quello di stefano Pierotti come il più rispondente a tutti i criteri enunciati dal bando: la qualità estetica, l’espressione compiuta e intellegibile del tema proposto, la capacità di inserirsi armoniosamente nel contesto urbano al quale l’opera è destinata e le caratteristiche tecniche tali da renderla sostenibile e compatibile con l’ambiente circostante, oltre che durevole nel tempo. Pierotti ha ideato un albero che attraversa una barriera inclinata: simbolicamente è l’espressione di una gente che, pur con le radici ben salde nel terreno d’origine, ha varcato confini – in senso proprio e figurato – per portare la propria cultura e un preciso modo di riferirsi al mondo, con varie e diverse declinazioni, emblematizzate dai rami che, ognuno diverso dall’altro, si sviluppano e dipartono con la naturalezza di un organismo vivente che si adatta all’ambiente, pur conservando i propri tratti peculiari». la Commissione di valutazione ritenne poi per la qualità e originalità delle rispettive proposte di attribuire quattro menzioni speciali ai progetti La forma del tempo di Carlo Bernardini, Qui e altrove di Chiara Camoni, Luce migrante nel mondo di Francesco Candeloro e Figure di Flavio Favelli. stefano Pierotti è un artista di scuola pietrasantina, che ha nel tempo sperimentato di-
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verse tecniche: creta, fusione, marmo, resine e legno. Tra le sue opere, si ricordano il monumento ad Ayrton Senna, posto alla curva del Tamburello dell’autodromo di imola; la statua a Giovanni Paolo II collocata nel parco dell’Ospedale gemelli, luogo delle ripetute cure somministrate al sommo Pontefice; il recente monumento a Luciano Pavarotti eretto dinanzi al Teatro Comunale di Modena, intitolato al grande tenore, nonché la famosa opera intitolata Il Cristo di Tor Vergata, che tanto scalpore e attenzione critica ha suscitato per la risoluzione formale ed espressiva. Oltre le radici, inaugurata nel piazzale luigi Boccherini il 13 settembre alla presenza delle autorità civili e religiose cittadine e provinciali, del Ministero degli affari esteri e a una nutrita rappresentanza di comunità di emigrati rap-
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presentati dai vertici dell’associazione lucchesi nel Mondo, è un articolato complesso scultoreo dal forte valore simbolico. realizzata in COr-ten, materiale fortemente resistente alla corrosione, le cui particolari tonalità cromatiche bene accompagnano il colore dei paramenti delle Mura, la scultura intreccia un grande muro che reca inciso un planisfero ed un albero, che da un lato è piantato con le proprie radici nella terra e dall’altro con la propria chioma attraversa quello stesso muro per cercare la vita e la luce oltre i confini e ogni possibile ostacolo. l’albero, quale elemento centrale della composizione, rimanda alla presenza concreta e all’allusione letteraria di uno dei temi identitari della nostra terra, anch’esso simbolo della cinta muraria e delle antiche torri cittadine.
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sei anni del san Francesco. ‘anniversario in concerto’ con raphael gualazzi Andrea Salani he cosa ha significato per il quartiere e per la città il recupero del Complesso di san Francesco? la risposta migliore a questa domanda la troviamo probabilmente facendo una passeggiata nella piazza dedicata al santo di assisi e nelle vie limitrofe, nel tardo pomeriggio o in una tiepida sera di inizio estate. rispetto a dieci anni fa la zona è frequentata da moltissimi turisti, ma
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sono soprattutto i cittadini, attraverso le attività commerciali, le occasioni di aggregazione, il vissuto della quotidianità, a essersi riappropriati di una porzione di lucca che non versava certo in grave stato di degrado, ma sicuramente risultava tra le meno appetibili del centro storico. era proprio questo uno degli obiettivi perseguiti dalla Fondazione Cassa di risparmio quando prese il via nel 2011 l’ambiziosa campagna di restauro che, già il 6 luglio del 2013, ha riconsegnato alla città uno dei monumenti più rappresentativi e dotato la scuola di alti studi iMT di un campus universitario d’avanguardia.
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un obiettivo solo apparentemente secondario, ma che figurava proprio tra le motivazioni prioritarie di quell’intervento che, non a caso, ha avuto la sua naturale prosecuzione con il recupero e la valorizzazione delle Mura urbane. a distanza di sei anni sono finalmente tangibili tutti gli effetti di queste campagne di restauro, che in una prospettiva storica più ampia risulteranno di certo ancora più evidenti. È anche per questo che festeggiando la riapertura del Complesso la Fondazione ogni anno vuole anche celebrare una piccola ‘rinascita sociale’. e nel 2019 lo ha fatto – in una serata, a dire il vero, più torrida che tiepida – con un grande interprete, un protagonista eccezionale: la voce cristallina di raphael gualazzi. un ‘anniversario in concerto’ con una vera star della musica internazionale e un tutto esaurito, l’ennesimo, per questo atteso appuntamento dell’estate con cui ogni anno la Fondazione Cassa celebra la riapertura del Complesso conventuale di san Francesco. un must, durante il quale, negli anni, si sono esibiti, tra gli altri, la Filarmonica della scala diretta da Daniel harding, il Coro del Teatro san Carlo di napoli, il premio Oscar nicola Piovani e il compositore e direttore d’orchestra ezio Bosso. nel 2019 ancora musica d’autore, con uno dei giovani artisti più apprezzati del panorama italiano e internazionale. Classe 1981, raphael gualazzi è un autore poliedrico che ‘naviga’ serenamente tra la cultura pop e la musica
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colta. giovanissimo, ha visto inserire la sua interpretazione di Georgia on my mind in una compilation a fianco di nomi come norah Jones, Diana Krall, Duke ellington e ray Charles, ma ha anche saputo vincere in maniera trionfale la categoria ‘giovani’ e il ‘Premio della critica’ al Festival di sanremo (2011). una carriera strepitosa che l’ha visto affermarsi come autore e interprete jazz di fama mondiale e, nel contempo, in grado di scalare le hit parade con motivi più popolari, come L’estate di John Wayne che, nel 2016, divenne Disco d’oro in poche settimane. Tecnica, creatività e una voce calda e delicata. un campione della musica di qualità, che ha saputo fondere le tante suggestioni d’oltreoceano – dal blues, al jazz, al soul – con le proprie radici mediterranee, dando vita a sonorità originali ed emozionanti. un’altra ‘grande firma’ per festeggiare il ‘compleanno’ del san Francesco nel segno della grande musica, come ormai avviene da sei anni. un’occasione di festa, dunque. non solo per la Fondazione, ma per tutta la comunità. un compleanno che coinvolge tutti coloro che, in maniera più o meno diretta, vivono quotidianamente il quartiere e la città, concorrendo allo sviluppo di un tessuto sociale, economico e culturale sempre più denso e basato sulla condivisione e la valorizzazione del concetto di ‘bene comune’.
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NOVITÀ EDITORIALI a cura di Patrizia Lazzari
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al servizio dei bambini tra l’agosto e l’ottobre dello scorso anno, si è tenuta presso il Centro Civico di Camporgiano, una mostra di pittura infantile, dedicata a una figura femminile di eccellenza della garfagnana: la maestra giovanna Fiorani, una donna che dell’insegnamento aveva fatto un’arte, oltre che una ragione di vita. L’arte di fare la maestra è il perfetto titolo scelto per la sopra citata esposizione e del relativo, bellissimo catalogo, pubblicato dalla casa editrice lucchese, maria Pacini Fazzi. la mostra ha compreso 112 opere ed è stata organizzata dal Comune e dalla Pro loco di Camporgiano, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico territoriale di lucca e massa Carrara, la Fondazione internazionale PinaC di Brescia, l’Unione dei Comuni della garfagnana, la Fondazione Cassa risparmio di lucca e con il supporto dell’impresa guidi gino, S.p.a. ampio spazio nel volume è dedicato alla dettagliata biografia di giovanna Fiorani, scritta dalla nipote Stefania, figlia del fratello giovanni: una narrazione che delinea il ritratto umano e professionale della maestra, anche attraverso foto di famiglia e dei momenti più significativi della sua carriera. giovanna Fiorani, nata nel 1929 a Pieve Fosciana, trascorse gli anni della sua prima formazione scolastica in provincia di Pescara, dove il padre lavorava; annualmente passava i periodi estivi, nel luogo di origine dei genitori, Casatico, nel comune di Camporgiano. Frequentò il ginnasio a Sulmona e, dopo l’interruzione dovuta alla guerra ed essere ritornata stabilmente, con la famiglia, a Casatico, completò gli studi magistrali a Barga. iniziò a sperimentare l’insegnamento con supplenze in alcuni paesini della garfagnana, poi, nel 1951, vinse un concorso e si trasferì in Sardegna, non senza disagio per la sofferta lontananza dalla sua famiglia. nell’isola, dove rimase per otto anni, incontrò un mondo rurale, ricco di tradizione e cultura, ma si scontrò contro l’alto livello di evasione scolastica, accettata passivamente dalle istituzioni come inevitabile e radicata realtà sociale: da sempre, i bambini saltavano la scuola per andare a pascolare le pecore. nel 1959 rientrò in toscana, a Camporgiano, ed ebbe l’incarico di maestra nella scuola elementare di Casciana. Qui i ragazzi venivano mandati volentieri a scuola dalle famiglie che, negli anni del boom economico, cominciavano a intravedere, nell’accesso all’istruzione dei loro figli, una possibilità di riscatto sociale. Che cosa costituisse una delle basi dell’esperienza pedagogica di giovanna Fiorani, lo spiegò lei stessa, in vari articoli e pubblicazioni: lo stimolo all’espressione grafica; ciò perché lo sviluppo estetico e creativo del bambino va di pari passo con quello intellettivo ed emotivo. non riteneva, però, che il suo compito di maestra d’arte fosse quello di ottenere dei bei disegni dai suoi allievi, insegnando loro il migliore uso di tempere, pastelli e matite, ma di stimolare la loro creatività, capacità e curiosità di cogliere, esplorare e riela-
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borare l’ambiente che li circondava, anche attraverso la conoscenza dei più grandi protagonisti della pittura. nelle tempere e nelle scene corali di alcuni suoi allievi si ritrovano tratti tipici di Picasso, matisse e ligabue. a giovanna Fiorani, che aveva imparato a leggere a tre anni sull’«intrepido» e sul «Corriere dei Piccoli» e aveva usato i suoi primi guadagni per comperarsi libri, in particolare i classici della letteratura, non sfuggiva, di certo, la stretta relazione tra l’arte figurativa e quella letteraria. i disegni realizzati nei laboratori d’arte della maestra Fiorani, ben presto si fecero notare in concorsi nazionali e internazionali e in mostre di pittura infantile. il Comune di Camporgiano iniziò a sostenere finanziariamente le iniziative dell’insegnante che, tra le tante collaborazioni, legò a lungo la propria esperienza alla Pinacoteca internazionale dell’età evolutiva di rezzato (Brescia). nel 1973 giovanna Fiorani ricevette il diploma di benemerenza di terza classe, e nel 1993, il diploma di benemerenza di prima classe per la scuola, la cultura e l’arte; il prestigioso riconoscimento, controfirmato dall’allora ministro della Pubblica istruzione, rosa russo Jervolino, le fu attribuito dal Presidente della repubblica, oscar luigi Scalfaro. Che la maestra Fiorani sia stata una di quelle insegnanti che non si dimenticano mai, lo testimoniano, ancora oggi, i suoi ex allievi. alcuni dei loro ricordi sono riportati nel volume della Pacini Fazzi e ci raccontano di una maestra che, una volta, arrivò a scuola a dorso di mulo perché le strade erano bloccate dalla neve; che aveva istituito il ‘tempo pieno’ di sua iniziativa, senza retribuzione supplementare, per dedicare più tempo al laboratorio di pittura; che spesso provvedeva, di tasca propria, ad acquistare colori, libri e altro materiale didattico; che accostava ai vecchi sussidiari, testi contemporanei di narrativa per ragazzi, illustrati da grandi disegnatori dell’epoca. Senza dubbio, un’insegnante all’avanguardia, se consideriamo il periodo e il contesto sociale e territoriale in cui ha operato, ma anche legata a metodi pedagogici più tradizionalisti, in base ai quali, forzava i mancini a usare la mano destra e, non di rado, distribuiva qualche sonoro scapaccione. oltre ai già citati contributi, il volume contiene anche testi, appunti e riflessioni del Sindaco di Camporgiano, Francesco Pifferi guasparini; della dirigente dell’Ufficio Scolastico di lucca e massa Carrara, donatella Buonriposi; della dirigente Scolastica reggente dell’istituto Comprensivo di Castelnuovo di garfagnana, giovanna Stefani; della Presidente della Fondazione PinaC, mariella Foresti; della Pro loco di Camporgiano; degli ex allievi Sisto Bertacchi, marilena magnani e donatella rossi; dell’amministratore delegato della guidi gino S.p.a., andrea guidi. Giovanna Fiorani. L’arte di fare la maestra. Esperienza figurativa nell’età evolutiva, maria Pacini Fazzi editore, lucca 2019
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motori d’altri tempi nel volume Automobilismo a Lucca nel ’900 pubblicato da maria Pacini Fazzi editore sono raccolte le immagini esposte nella omonima mostra fotografica, organizzata alla fine del 2016, a lucca, dall’associazione amici dell’archivio Fotografico lucchese «arnaldo Fazzi». Per l’occasione era stato stampato solo un piccolo opuscolo, oggi, questa ampia rassegna fotografica, colma quella lacuna. Potrebbe sembrare improbabile il sodalizio tra i motori e lucca, tra il rombo delle auto da corsa e la città murata, tanto gelosa delle proprie tradizioni e identità. e invece, a partire dal secolo scorso, lucca e le auto, si sono unite in una storia di successi e popolarità, contrassegnata da trofei e rally automobilistici nazionali, record di velocità, inventori e vicende di personaggi famosi. il via, a questa unione, lo dettero i due scienziati lucchesi eugenio Barsanti e Felice matteucci, che intorno al 1850 brevettarono il primo motore a scoppio. e poi giacomo Puccini, che fu uno dei primi proprietari di auto in italia: dal 1901 al 1924 ne acquistò, addirittura, tredici. tra queste un modello fuoristrada, costruito appositamente per lui, da vincenzo lancia: telaio rinforzato e ruote artigliate, col quale il musicista poteva raggiungere gli appostamenti di caccia. dal 1935 al 1938, si tennero a lucca le quattro edizioni del Circuito automobilistico di lucca – Coppa edda Ciano. la corsa si svolgeva su un circuito ad anello che correva tra la cortina della mura sopra il Campo Balilla e il viale di circonvallazione adiacente lo stesso campo sportivo (la medesima zona dove si tengono, oggi, i grandi eventi del Summer Festival.) a queste gare partecipavano i migliori piloti delle più importanti scuderie automobilistiche italiane, richiamando oltre 30.000 spettatori per ogni edizione. molto interessanti, alla fine del volume, le foto dei primi distributori di benzina lucchesi e dei primi mezzi di soccorso della città: ambulanze e automezzi dei vigili del fuoco. Automobilismo a Lucca nel ’900, a cura di giovanni Pacini, maria Pacini Fazzi editore, lucca 2019
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«diletto e svago» la pubblicazione Mura di Lucca. Storia e restauro, a cura di Francesco Paolo Cecati, edito da Publied, offre al lettore una narrazione delle mura di lucca che non solo appaga l’interesse per la storia di questo straordinario monumento, ma fornisce anche informazioni dettagliate, chiare ed esaustive, sulla recente straordinaria opera di recupero e riqualificazione, effettuata grazie alla sinergia tra vari enti e con l’importante contributo della Fondazione Cassa di risparmio di lucca. molte le firme che, ciascuna per il proprio ambito di competenza, hanno contribuito alla realizzazione del volume e che, per la parte illustrata comprende, tra l’altro, fotografie delle mura prima e dopo gli interventi di restauro, riproduzioni di stampe e disegni d’epoca, planimetrie, progetti di recupero di casermette, della Casa del Boia e delle varie sortite; quest’ultime, rese ora completamente agibili, e utilizzate anche come comodo collegamento pedonale dai parcheggi esterni alle mura al centro della città. la Sintesi cronologica dei principali interventi e dell’utilizzo delle mura quale parco della città, a cura di Silvia dinelli, consente al lettore una rapida contestualizzazione degli eventi che hanno interessato le mura fin dal 1546 e il capitolo La passeggiata di Elisa, di Franco Puccetti, suggerisce di rivolgere un pensiero grato a elisa Bonaparte Baciocchi, dato che a lei, principessa di lucca dal 1805 al 1814, si deve l’idea di trasformare una struttura bellica cinquecentesca in uno splendido parco, affinché la cittadinanza cittadina potesse usufruirne per il proprio «diletto e svago». la pubblicazione dà anche ampio spazio alla descrizione del patrimonio naturalistico delle mura, dalle varie specie di alberi – la chioma de «l’arborato cerchio», e che secondo mario tobino sono «come le anime degli antichi lucchesi» – alle colonizzazioni biologiche sui paramenti murari e di tutta la biodiversità rilevata sulle mura. Mura di Lucca. Storia e restauro, a cura di Francesco Paolo Cecati, Publied, lucca 2019
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nella storia di una pieve, le vicende della comunità la Pieve di San gennaro si propone come uno dei ‘gioielli della corona’ nel firmamento degli edifici romanici della piana di lucca: una trama di edifici religiosi che si configurano pienamente come veri e propri musei diffusi nel contesto della provincia. la Pieve, all’interno di questo firmamento, presenta a sua volta caratteristiche e peculiarità che trasformano ogni visita in una particolarissima esperienza estetica e conoscitiva tra i capisaldi delle tecniche costruttive e decorative del romanico lucchese. il bellissimo edificio religioso è oggi noto a molti perché, in particolare, conserva un’opera attribuibile a leonardo da vinci: una statua in terracotta raffigurante l’arcangelo gabriele. oltre a questo Angelo annunciante, un’altra scultura in terracotta che raffigura la Madonna del parto, e un meraviglioso pulpito marmoreo medievale, costituiscono gli straordinari arredi della chiesa. Una delle evidenze architettoniche più rilevanti del territorio meritava dunque una trattazione specifica e un volume di approfondimento che colmasse una lacuna vistosa nella bibliografia lucchese. necessità interpretata in maniera efficace dalla casa editrice Publied, che ha dato vita a una pubblicazione in cui il rigore scientifico si coniuga con il piacere del racconto e con un opportuno taglio divulgativo. tra le pagine di questo volume troviamo la storia di una comunità attiva e produttiva, di un paese che già prima dell’anno 1000 era in grado di esprimere la propria religiosità e la propria condizione sociale in un edificio religioso di grande rilievo nel territorio, poi modificato nei secoli e giunto a noi nella sua riedificazione dell’Xi secolo, più volte reinterpretata sino al Xiii. San Gennaro. La Pieve romanica e il suo paesaggio, curato da maria teresa Filieri, offre uno studio scientifico approfondito del monumento, mettendolo in relazione col territorio in cui sorge e dalla cui storia non può prescindere. infatti il volume parte dallo studio del contesto dell’insediamento religioso e abitativo nel territorio collinare tra la piana e le Pizzorne e quindi prende in esame le relazioni storico-artistiche della Pieve con le evidenze medievali di un’area vasta ma connessa da un comune linguaggio architettonico: San Cassiano di Controne, Pieve di Controne, Pieve di Pescia, Pieve di Castelvecchio di valleriana. la curatrice, nella sua introduzione, non rinuncia comunque a evidenziare in modo netto le preoccupanti attuali condizioni della pieve, dovute a diversi fattori e circostanze: la posizione scoscesa, i lavori di restauro e ripristino effettuati senza tenere conto delle condizioni generali dell’edificio, nonché alcuni specifici interventi interni che, in taluni casi, hanno peggiorato la situazione generale. l’analisi compiuta dagli autori non tralascia nessun aspetto, con un riferimento importante al paesaggio. infatti l’edificio deve molto della sua unicità proprio al contesto, al borgo, alle montagne e allo splendido panorama che si gode dal piazzale antistante; il volume riesce infatti a delineare i termini di questo incontro tra la bellezza della natura e i manufatti dell’uomo, che sulle pendici delle Pizzorne si risolve in un unicum armonioso. numerosi quindi gli elementi di interesse, che meritavano un apparato fotografico adeguato, in modo da ‘sostenere’ la narrazione testuale con le immagini più suggestive, funzionali sempre a supportare le valutazioni storiche e scientifiche dell’autore e, al contempo, indispensabili nel restituire al lettore le bellezze della Pieve. San Gennaro. La Pieve romanica e il suo paesaggio, a cura di maria teresa Filieri e con il contributo di gilberto Bedini, Patrizia giusti maccari, laura Speranza, Publied, lucca 2019
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Periodico della Fondazione Cassa di risparmio di lucca autorizzazione del tribunale in corso
Finito di stampare nel mese di febbraio 2020 da tipografia tommasi referenze fotografiche: archivio fotografico archivio diocesano di lucca; archivio fotografico Comune di Capannori; archivio fotografico Comune di lucca; archivio fotografico Fondazione Cassa di risparmio di lucca; archivio fotografico Fondazione ragghianti, lucca; archivio fotografico Publied editore; lucio ghilardi; michele morabito; roberto Paglianti; andrea Salani; SkySurveying; Beatrice Speranza; tommaso Stefanelli; Studio video&video; irene taddei; Silvia vercelli La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, scusandosi anticipatamente per l’involontaria omissione di referenze fotografiche, è disponibile ad assolvere eventuali diritti.
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rivista della fondazione cassa di risparmio di lucca
MOSTRE 2019 – DAL TERRITORIO – RICERCA E MEMORIA – GLI ANNIVERSARI
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