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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA
PIANETA SCUOLA – VI ANNIVERSARIO – TERRITORIO – PROGETTO CULTURA – MONDO RAGGHIANTI – SOCIALE
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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA
3 Editoriale 4 Scuola e formazione 5 La scuola e le sfide della complessità: idee, buone pratiche, prospettive 9 Passo dopo passo. La scuola di oggi, la società di domani 10 Crescita giovanile: non solo scuola 12 Felice anniversario 13 Sei anni di San Francesco 22 Dal territorio 23 Pieve di Marlia: pronta per la rinascita 27 Passato, presente, futuro. Il Palazzo Pretorio e altri restauri a Pietrasanta 34 Piccolo è bello – Sul dolce crinale di San Gennaro… l’angelo di Leonardo 45 E poi – Storie di restauri e di vita futura dei beni 46 E poi – Ariosto ‘torna’ alla Rocca… grazie al genio di Possenti
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Progetto cultura Lucca, quasi 350 anni di teatro… e 200 per il ‘Giglio’ Dalla città, al borgo, alla frazione. Una terra di teatri Carnevale di Viareggio: un po’ di storia Carnevale 2019. Un successo declinato al femminile Mondo Ragghianti L’artista bambino, suggestioni di primo ’900 nel segno di Ragghianti Stamperia Angeli: la storia della litografia lucchese in mostra Le nuove acquisizioni: le opere di Rizzato e Sava Progetti nel sociale Coesione sociale: obiettivo formazione Coesione sociale: il punto sugli interventi Nel ricordo di Silvana, contro la sofferenza Novità editoriali La Madonna del latte. Tra umano e divino Giannetto Salotti: lo scultore professore Marlia tra passato e presente Un intellettuale da riscoprire
FCRL MAGAZINE 14 |2019 Maria Teresa Perelli direttore Marcello Petrozziello direttore responsabile Comitato di redazione Maria Teresa Perelli Marcello Petrozziello Andrea Salani
hanno collaborato a questo numero Marcello Bertocchini, Paolo Bolpagni, Luca Dal Poggetto, Barbara Ghiselli, Mauro Lovi, Lorenzo Maffei, Nadia Marchioni, Maria Pia Mencacci, Michele Morabito, Valentina Pierotti, Silvia Poli, Andrea Salani, Paola Taddeucci, Elisa Tambellini consulenza editoriale: Publied – Editore in Lucca progetto grafico e impaginazione: Marco Riccucci
in copertina: Viareggio, Corso mascherato 2019, il carro primo classificato L’ultima Biancaneve di Jacopo Allegrucci a pagina 2: Lucca, Liceo Musicale ‘A. Passaglia’ nei locali dell’ex Convento di Sant’Agostino
© 2019, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca
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Una delle peculiarità che da sempre caratterizzano le iniziative della Fondazione CRL, le sue scelte programmatiche, la sua capacità d’intervento, è la scelta di improntare la propria attività su linee-guida trasparenti e definite. Così è stato in passato e così è anche adesso. Un imprinting definito con chiarezza proprio dal Presidente Marcello Bertocchini durante il recente incontro che la Fondazione ha dedicato ai rappresentanti delle istituzioni e ai maggiori stakeholder della provincia, quando ha delineato le strategie messe a punto per gli anni avvenire, individuando tre parole-chiave in grado di riassumere i principi ispiratori di questa programmazione: solidità, sostenibilità, sussidiarietà. Solidità finanziaria, che corrisponde anche a una ampia capacità organizzativa e di gestione delle risorse umane: il tutto orientato a una progettazione coerente con i risultati che intendiamo perseguire. Sostenibilità nell’affrontare sempre nuove sfide in maniera realistica, sulla base di un’attenta valutazione delle varie opzioni in campo, creando le condizioni, laddove possibile, per attrarre nuove risorse per il co-finanziamento e la co-progettazione degli interventi. Ma soprattutto sussidiarietà. Nell’«Incontro con il territorio» si è parlato in tal senso di un ruolo attivo per la Fondazione, complementare e non sostitutivo rispetto a chi – enti pubblici e associazioni private – intende beneficiare dei contributi messi a disposizione dalla stessa Fondazione. Tre linee fondamentali, dunque, per il presente e per il futuro, lungo un percorso avviato nel recente passato. Un percorso che riconosciamo nelle pagine di questo Magazine. Non a caso abbiamo voluto aprire con una panoramica sul mondo della scuola e della crescita giovanile, settori ai quali la Fondazione, in questi anni, ha dedicato importanti progetti strategici basati sulla condivisione di idee e finalità con gli enti pubblici e col mondo dell’Istruzione. E riteniamo significativa anche l’indagine che fotografa, a distanza di sei anni dall’inaugurazione, l’impatto della riapertura del Complesso Conventuale di San Francesco nella zona est della città. Un’epopea di recupero estetico e funzionale sulla quale oggi tracciamo i primi bilanci. Ma è tutto il territorio il vero protagonista del Magazine, con le sue storie di restauro, di valorizzazione, con le attività della Fondazione Ragghianti, con i tanti progetti della Fondazione per la Coesione Sociale, uniti a piccole e grandi storie di solidarietà e di welfare. Desidero infine segnalare la nascita di una nuova rubrica, «E poi», dedicata a svelare ‘la vita futura’ di edifici, ambienti e monumenti storici, già recuperati o in fase di recupero, grazie al contributo della Fondazione. Una sorta di monitoraggio che corrisponde, in ultima analisi, all’attenzione che la Fondazione intende sempre più riservare allo proprie ‘grandi’ scelte.
Maria Teresa Perelli Direttrice della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca
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FORMAZIONE La scuola e le sfide della complessità: idee, buone pratiche, prospettive
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auro Ceruti, uno dei filosofi italiani più autorevoli del nostro tempo, noto per i suoi studi sul pensiero della complessità, in un articolo del 2017 si interroga sulle finalità e l’organizzazione che la scuola del terzo millennio deve darsi per rispondere alle sfide che oggi si pongono all’intero pianeta, ma anche a ciascun paese e a ciascun individuo. Le trasformazioni degli ultimi vent’anni hanno riguardato la condizione umana e la vita dei singoli, con una accelerazione tale da creare la sensazione di vivere in un continuo fluire, nel quale è difficile distinguere tra presente e futuro. In questa società ‘liquida’, per usare la definizione ormai famosa di Zygmunt Baumann, le nuove tecnologie per l’informazione, insieme al processo di globalizzazione, hanno sviluppato molteplici intrecci ed hanno trasformato le relazioni interpersonali, i rapporti con l’ambiente, le relazioni politiche ed economiche. Inevitabilmente, ed in modo davvero radicale, si sono trasformati il concetto di ‘cultura’ e i modi di produrre, trasmettere, rielaborare, interpretare e conservare le conoscenze. Lo stesso Baumann nel suo saggio del 2016 Per tutti i gusti: la cultura nell’età dei consumi sottolinea che con la «liquefazione dei confini», cioè la globalizzazione, e con la diffusione dei consumi usa e getta, la cultura è diventata una sorta di ipermercato nel quale il consumatore onnivoro cerca il soddisfacimento immediato e contingente dei propri bisogni individuali. In questo contesto risulta evidente una grave contrapposizione: da un lato i problemi che l’umanità deve affrontare sono sempre più globalizzati, complessi, strettamente interrelati; dall’altra l’approccio ai problemi si fa sempre più frammentato, granulare, individualizzante. Tanto più aumenta la complessità dei problemi, tanto più diventa impossibile comprenderli e affrontarli nella loro dimensione intrecciata. La sfida è sviluppare un sapere che consenta di affrontare la complessità: la scuola è la grande protagonista di questa sfida.
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Maria Pia Mencacci
Sviluppare sapere, creare rete. La scuola di oggi e il ruolo della Fondazione CRL
Fino alla fine del XX secolo, la scuola italiana nonostante i numerosi interventi normativi, è rimasta un sistema fortemente centralizzato, di derivazione napoleonica. Sotto la spinta delle trasformazioni cui si è già accennato e in stretta correlazione con le strategie per la crescita culturale elaborate dall’Unione Europea, agli inizi del XXI secolo si passa a un assetto più snello; per meglio rispondere alle nuove esigenze, viene istituita la scuola del’autonomia. Risulta ben chiaro che il sistema di istruzione non è ormai l’unica fonte di informazioni e formazione, ma, al contrario, deve porsi al centro di un crocevia in cui si incontrano e si intrecciano esperienze di apprendimento formale, non formale e informale, grazie alle quali la persona cresce e si sviluppa. La
scuola ha essenzialmente il ruolo di stimolare negli studenti, ai diversi livelli del loro percorso di crescita, la capacità di riflettere, rielaborare e sistematizzare le loro esperienze scolastiche ed extrascolastiche; essa deve rappresentare il luogo e il tempo in cui informazioni diversificate e conoscenze eterogenee sono ricomposte ed interconnesse attraverso l’elaborazione di un pensiero complesso. Come già osservato in precedenza, la frammentarietà delle esperienze e la tendenza ad isolare i problemi rappresentano l’ostacolo maggiore per l’individuazione e la soluzione dei problemi stessi. La scuola dell’autonomia tende ad una dimensione ormai comunemente definita ‘glocal’: da un lato assume, infatti, una prospettiva che si concretizza, per citare ancora Ceruti, nell’educazione alla condizione umana globale; dall’altro innesta valori, accoglie stimoli, risponde alle esigenze di un territorio con il quale deve entrare in un rapporto costruttivo di scambio reciproco. La scuola dell’autonomia partecipa, dunque, attivamente alla vita del territorio rispondendo ai bisogni sociali e accogliendo le richieste di formazione del contesto nel quale opera. Nella nostra società, le sfide si affrontano e si vincono se si lavora con una logica di rete, che offre soluzioni complesse a problemi complessi. La trasformazione della scuola, che è in atto da più di vent’anni, procede a velocità molto variabile, con accelerazioni e battute di arresto e con grandi divari tra ordini di scuola e territori diversi. Non è questa la sede per una riflessione articolata sulle cause di questo andamento irregolare, ci appare più interessante sottolineare che innovare è possibile, quando si creano alcune condizioni di partenza. Innanzitutto, l’innovazione didattica dovrebbe essere condivisa dagli insegnanti di uno stesso istituto; l’iniziativa del singolo, infatti, pur essendo certamente interessante, non è sufficiente a trasformare il processo di apprendimento/insegnamento.
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Lucca, Liceo Musicale ‘A. Passaglia’ nei locali dell’ex Convento di Sant’Agostino Barga, Istituto Alberghiero ‘F.lli Pieroni’ Fornaci di Barga, Scuola dell’infanzia Fornaci di Barga, Scuola primaria Coreglia Antelminelli, Scuola dell’Infanzia e primaria Borgo a Mozzano, Scuola Media
Infine, ma non ultimo, è necessario disporre di ambienti di apprendimento adatti al nuovo approccio didattico. Il concetto di «ambiente di apprendimento», introdotto dalla pedagogia costruttivista, fa riferimento ad uno spazio non solo fisico, ma anche relazionale e addirittura virtuale, propedeutico al processo di apprendimento. Risulta evidente però, che uno spazio fisico accogliente, adattabile a esigenze e attività diverse, dotato di strumentazioni tecnologiche adeguate rappresenta una precondizione essenziale alla creazione di un ambiente di apprendimento piacevole e funzionale.
Nella Provincia di Lucca, il processo di miglioramento/innovazione si è avviato e ha dato importanti risultati grazie soprattutto alla Fondazione CRL che ha fortemente creduto in questo presupposto e lo ha trasformato in una delle proprie priorità strategiche. La Fondazione si è impegnata concretamente su tutti i fronti ed ha contribuito a creare le condizioni necessarie per la crescita della scuola lucchese, ponendosi in un dialogo continuo e costruttivo con i diversi attori coinvolti a vario titolo nel processo stesso. Ricordiamo le attività di formazione: fin dagli inizi degli anni 2000, sono state proposte ai docenti e ai dirigenti di tutti gli ordini di scuola attività di formazione all’uso delle tecnologie nella didattica. Per rispondere alle esigenze ormai più mature del mondo scolastico lucchese, l’offerta si è ampliata anche grazie al lavoro svolto in questi ultimi anni dalla Fondazione UIBI, che ha rappresentato una parte importante di questo percorso. Tante le attività che hanno richiamato nella nostra città i più noti esperti internazionali di didattica e numerosi docenti provenienti da tutto il territorio nazionale (basta citare le edizioni del Festival della didattica digitale, organizzato in partnership con INDIRE, una delle esperienze più innovative nell’ambito dei festival italiani della didattica). Attività di formazione che si sono costantemente intrecciate con numerosi interventi per dotare le scuole di tecnologie adeguate, dalle LIM dei primi anni 2000 agli attuali monitor interattivi, in modo da offrire ai docenti l’opportunità di trasformare le teorie pedagogiche in pratica quotidiana.
Perché tutte le condizioni sopraelencate si verifichino, è necessario creare quella logica di rete di cui parlavamo poc’anzi, grazie alla quale diverse agenzie di uno stesso territorio, condividendo il presupposto di partenza che un’offerta formativa di qualità rappresenti il miglior investimento per la crescita civile, culturale ed economica di un territorio, costruiscono un percorso condiviso per concretizzarla.
Ma l’aspetto che deve essere sottolineato con forza è il ruolo svolto dalla Fondazione per la riqualificazione dell’edilizia scolastica, al fine di rendere gli ambienti di apprendimento sicuri, piacevoli e funzionali alle nuove esigenze. Dopo una serie di azioni destinate principalmente a risolvere situazioni di emergenza, a partire dal 2011 gli interventi sono diventati strutturali e hanno contribuito allo sviluppo di una sinergia positiva con le Amministrazioni
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Ne consegue che la formazione dei docenti assume un ruolo fondamentale, e anch’essa dovrebbe svolgersi in modo innovativo per rappresentare un momento di crescita gratificante per gli insegnanti stessi. Le nuove metodologie didattiche non dovrebbero sostituirsi in toto alla lezione frontale tradizionale, ma affiancarla ed integrarla. In questo modo l’innovazione può diventare parte strutturale dei percorsi didattici della scuola. Come è ovvio, un aspetto importante dell’innovazione è connesso con lo sviluppo di adeguate competenze digitali. Almeno nella prima fase dell’introduzione delle tecnologie nella didattica, queste competenze coincidevano quasi esclusivamente con l’abilità nell’uso degli strumenti ed il digitale era considerato il mondo della granularità, della parcellizzazione del sapere. Oggi, al contrario, ai nostri studenti è richiesto di affiancare alle capacità operative competenze logiche interpretative e argomentative. L’OCSE raccomanda di trasformare i nostri studenti da consumatori a «consumatori critici e produttori di architetture digitali».
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LA SCUOLA E LE SFIDE DELLA COMPLESSITÀ: IDEE, BUONE PRATICHE, PROSPETTIVE
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locali e le istituzioni scolastiche. L’impegno economico della Fondazione CRL per la messa in sicurezza, la ristrutturazione o talvolta la costruzione di nuovi edifici ha consentito alle Amministrazioni locali di impiegare risorse proprie e, soprattutto, di accedere ad ulteriori co-finanziamenti. Con l’ultimo bando sull’edilizia scolastica per il triennio 2019-2021 saranno destinate risorse per realizzare una cinquantina di interventi.
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Un esempio particolarmente significativo dei risultati straordinari di questo impegno è il recupero, nel centro storico della città, dell’ExConvento di Sant’Agostino, un’elegante struttura del XV secolo, sede dal gennaio del 2017 del Liceo Musicale. L’ex convento era in situazione di assoluto degrado. Grazie ad una convenzione tra il Demanio, ente proprietario, e l’Amministrazione Provinciale di Lucca firmata nel 2015, è
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stato possibile progettare la riqualificazione dell’immobile trasformandolo in un luogo adatto alle attività didattiche. Il significativo sostegno economico della Fondazione CRL all’iniziativa ha reso possibile il recupero di un bene architettonico prezioso per la città e lo ha trasformato in un luogo di formazione e cultura. La collaborazione con l’Amministrazione Provinciale ha consentito di accedere a ulteriori fondi (Fondi Bei e della
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stessa Provincia). Nel giro di un anno, la struttura fatiscente e malsana dell’ex convento, restaurata con materiali ecocompatibili, è diventata una scuola all’avanguardia, che molto spesso si apre anche al territorio in occasione di eventi musicali realizzati in rete con altre isti-
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tuzioni scolastiche o in collaborazione con le associazioni culturali della città. Dallo scorso anno, grazie al bando della Fondazione CRL dedicato all’innovazione scolastica, è stata completata, in tutte le classi del liceo, l’installazione di monitor interattivi che
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7. Forte dei Marmi, Scuola primaria 8. Lido di Camaiore, Istituto comprensivo ‘G. Gaber’ 9. Viareggio, Liceo classico ‘G. Carducci’ 10. Viareggio, Istituto ‘G. Marconi’
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hanno definitivamente mandato in soffitta le tradizionali lavagne nere. Una sfida vinta, grazie all’attenzione per il territorio e alla capacità di costruire buone pratiche da replicare e diffondere!
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Passo dopo passo. La scuola di oggi, la società di domani
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a Scuola è di tutti. È l’elemento che accomuna i componenti di una comunità al di là del genere, dell’origine, del censo, del credo religioso, ma non solo… Tutti siamo stati a scuola. Tutti, a titolo differente, per i legami familiari o di amicizia più disparati, abbiamo una connessione consistente ancora oggi con quel mondo. Guardare al futuro, immaginare la società di domani, significa automaticamente ragionare su questa tematica proprio perché è presente, quasi immanente, nella vita di ognuno. Educazione, istruzione, formazione. Questa è in realtà la triade con cui confrontarsi oggi. Educazione perché la Scuola è sempre più identificata come ‘comunità educante’, un ambiente in cui porre le basi su cui bambine e bambini, ragazze e ragazzi possano agire da protagonisti nello sviluppo di una società più giusta ed equa, diventare cittadini del mondo; ma non un mondo astratto, bensì quello in cui sono destinati a vivere e agire come adulti di domani. La parola ‘istruzione’, al di là della sua valenza in ambito scolastico, è definita dal vocabolario «opera di insegnamento o di addestramento pratico condotta nei confronti di qualcuno». In tal senso è particolarmente significativo il ruolo della Scuola, teso a fornire ai ragazzi le conoscenze e gli strumenti, logici, materiali e metodologici per affrontare la vita, il mondo del lavoro, la propria auto-definizione come individui. Nel concetto di ‘formazione’ si comprendono invece in maniera più ampia tutti quei processi scolastici ed extrascolastici che consentano agli studenti di acquisire specifiche competenze in grado di renderli protagonisti attivi nella società come persone, come lavoratori, come cittadini. È necessario prendere in considerazione ognuno di questi aspetti se si vuol pensare ad una Scuola che sappia affrontare in maniera preparata le sfide della complessità che la società moderna ci presenta. Questa la prospettiva dei ragazzi, delle generazioni che crescono, ma la Scuola è anche
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Marcello Bertocchini
Educazione, istruzione e formazione nella visione della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca
corpo docente, un piccolo esercito di insegnanti che vivono quotidianamente una realtà articolata e in continua mutazione; una categoria professionale con un compito delicato che necessita a sua volta di una formazione aggiornata, continua e funzionale. La Scuola che immagina la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca è quella in cui tutte queste prospettive convergano in un percorso unico e univoco. Aspirazione da perseguire secondo una programmazione realistica e graduale, che ha individuato un primo irrinunciabile punto di partenza: garantire a studenti e docenti di svolgere le attività in strutture sicure, antisismiche e dotate di una strumentazione utile a una didattica aggiornata e d’avanguardia. Per questo, anche attraverso bandi specifici dedicati, la Fondazione nel decennio 2011-
2021 ha stanziato oltre 42 milioni di euro per rinnovare i plessi scolastici della provincia di Lucca, con il notevole risultato di attrarre ulteriori risorse sul territorio – come co-finanziamenti ai progetti – ma soprattutto di aver contribuito a creare un mentalità attiva e intraprendente nelle istituzioni locali, che recentemente hanno primeggiato nella graduatoria regionale con la quale si assegnano contributi per l’edilizia scolastica: ben 9 scuole tra le prime 15 sono infatti lucchesi. Ma una scuola non è costruita solo su pareti, benché adesso più solide. Sono i contenuti e gli strumenti utili a divulgarli a fare la differenza. Di qui l’idea di perseguire l’innovazione scolastica garantendo dotazioni tecnologiche sempre più moderne e l’organizzazione di percorsi dedicati ai docenti per sviluppare forme efficaci e produttive di insegnamento, di trasmissione delle conoscenze e di coinvolgimento delle classi. Strategie che rispondono a una precisa convinzione. La Fondazione ha, per così dire, le idee ben chiare sull’importanza prioritaria di queste tematiche e sui gravi rischi a cui si espone una società se non rimedia o previene eventuali carenze educative. In un contesto di crisi è ormai acclarato come la povertà economica sia sempre più connessa alla cosiddetta ‘povertà educativa’ e a questo proposito la Fondazione CRL ha aderito alla creazione di un fondo promosso da ACRI a sostegno di progetti ideati per rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale, che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori. Risorse che hanno finanziato bandi nazionali nei quali sono stati premiati anche progetti ideati e realizzati in provincia di Lucca, uno dei quali, «L’ora di lezione non basta», ha addirittura una valenza nazionale e contribuirà allo sviluppo di nuove strategie didattiche. Tutto quindi va nella medesima direzione. Insegnanti più preparati e ragazzi posti nelle condizioni di apprendere in modo più immediato e costruttivo. Solo così è possibile per la comunità scolastica educare, istruire e formare.
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Crescita giovanile: non solo scuola
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ltre la scuola. La formazione dei ragazzi è un percorso articolato in cui le ore trascorse tra banchi e lavagne ricoprono solo una porzione – fondamentale, s’intende – di un grande mosaico, composto da interessi, impegni, emozioni e, ovviamente, piccole e grandi gioie e sofferenze. Un territorio, con le sue istituzioni, con le associazioni, con le comunità, deve saper esprimere una scuola in grado di garantire a tutti una conoscenza teorica e pratica, ma soprattutto spendibile e funzionale a una crescita personale e collettiva. Una preparazione che deve integrarsi e armonizzarsi con attività extra-scolastiche in grado di completare questo processo, contribuire a definire ogni individuo non solo come ‘studente’, ma come ‘persona’. La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca nel decennio 2011-2021 ha stanziato oltre 42 milioni di euro per il miglioramento delle strutture scolastiche della provincia, dando un segnale strategico preciso: il futuro prima di tutto. Di qui anche l’idea di non far mancare il sostegno alle tantissime iniziative che negli ambiti dello sport, della cultura e dello svago, propongono a bambini e adolescenti un mondo di opportunità, momenti di socializzazione e talvolta fondamentali occasioni di inclusione. Senza dubbio il progetto più significativo che la Fondazione Crl da anni dedica ai giovanissimi è l’organizzazione, in collaborazione con la Provincia di Lucca, dei soggiorni estivi gratuiti per bambini e ragazzi che vivono situazioni di disagio o comunque un contesto economico familiare complesso. Un’iniziativa che vede la Fondazione agire in prima persona e che negli anni ha decisamente ampliato i propri orizzonti. Nel 2018 sono partiti per destinazioni marittime e montane ben 469 ragazze e ragazzi (il ‘record’ sono 529 del 2015), soddisfacendo praticamente quasi tutte le domande pervenute all’interno di un bando specifico, emanato per
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produrre in maniera corretta una graduatoria basata sull’ISEE. Mare e montagna anche nel 2019, con soggiorni che vanno dalla vicina Marina di Massa a Policoro, in provincia di Matera, da Igea Marina a Pelago, nel Fiorentino, fino alle suggestive vacanze in barca a vela nell’Arcipelago Toscano e nel Mediterraneo. Tante mete per tanti bambini e ragazzi cui l’iniziativa consente di accedere a un diritto fondamentale e inalienabile, quello appunto, di vivere ‘da bambini’ e ‘da ragazzi’ le loro ferie estive. I giovani hanno bisogno di spazi per lo svago, dunque, ma anche di luoghi dove organizzare
Bambini, adolescenti, giovani. Il sostegno della Fondazione CRL per mondo dei ragazzi
le proprie conoscenze, dove apprendere il concetto di lavoro di gruppo e affinare il proprio metodo di studio. Per queste necessità, ma in realtà per molte altre ancora, è nato il Cantiere Giovani, nei locali dell’ex Ostello della Via del Brennero a Lucca. Sostenuto nelle attività dalla Fondazione e gestito dall’amministrazione provinciale, il ‘Cantiere’ vuole essere un luogo non solo di ritrovo, ma anche di proposta e partecipazione. Qui grazie alle aule studio si è realizzato un luogo di condivisione del sapere, ma anche più semplicemente un ambiente confortevole dove studiare e socializzare. La sala polivalente consente lo svolgimento di molte attività, tra cui un seguitissimo cineforum e vari incontri, molti dei quali orientati a sensibilizzare i ragazzi su te-
matiche molto delicate, quali le forme di dipendenza (vecchie e nuove) e la prevenzione in ambito sanitario. Un importante centro di riferimento dunque per adolescenti e giovani studenti che in pochi anni di attività si è affermato come una delle strutture più frequentate del territorio. Ma un capitolo importante in questo ambito lo ricopre certamente lo sport che, soprattutto per i giovani e i giovanissimi, si presenta spesso come l’unica opportunità di socializzazione al di fuori dell’ambito scolastico. Con sport intendiamo tutto quanto di buono, di sano, una disciplina sportiva può trasmettere al di là della valorizzazione del talento individuale e della trasmissione di competenze tecniche che possono essere acquisite. Confidando in un ruolo educativo dello sport, sia civile e di cura della propria salute, strettamente integrato con l’insegnamento scolastico, la Fondazione sostiene le attività di che molte società sportive della provincia organizzano per i più giovani: formazione, training-camp, competizioni, meeting e tutto quanto costituisce parte integrante dell’apprendimento sportivo. Le discipline sono tra le più disparate e vanno dall’atletica leggera alla pallavolo, dal basket al tennistavolo, dall’equitazione alla vela al nuoto fino a gruppi sportivi dedicati a podismo e trekking. Un sostegno, quello della Fondazione, che si rivolge in maniera capillare alle tante società sportive che sono disseminate nei comuni della provincia. Aree differenti dove la pratica di una determinata disciplina si è spesso intrecciata con le tradizioni locali ed è diventata essa stessa elemento identitario, occasione di aggregazione condivisa da tutta una comunità, anche da chi non pratica più, o non ha mai praticato. Le società sportive diventano quindi anche per la Fondazione un veicolo diretto per poter sostenere la crescita giovanile proprio in virtù della loro diffusione e delle loro capacità attrattive rispetto all’interesse dei più giovani. Lo sport è poi occasione di inclusione, di crescita e di divertimento anche per ragazze e ragazzi disabili che possono sperimentare for-
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CRESCITA GIOVANILE: NON SOLO SCUOLA
1-2. Soggiorni estivi 3. Cantiere Giovani
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me di autonomia, strategie di gestione delle proprie risorse, di superamento dei propri limiti. Di qui l’attenzione della Fondazione per tutte le realtà – non solo società sportive – che promuovono l’avvicinamento di questi adolescenti alle discipline, programmando percorsi in grado di stimolare la motricità, facilitare la socializzazione e utilizzare l’attività fisica come strumento di crescita individuale. Sono tante le realtà che propongono un ampio ventaglio di opportunità a giovani e giovanissimi della provincia. A queste si aggiungono i numerosi progetti programmati dalle amministrazioni comunali, dalle parrocchie, dalle associazioni e altro ancora che si impegnano nella realizzazione di iniziative dedicate al mondo degli under 18, che vanno dai laboratori musicali o teatrali all’organizzazione di vacanze estive alla promozione delle tradizioni locali. Un universo ampio e variopinto che profuma di futuro. 3
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ANNIVERSARIO Sei anni di San Francesco Barbara Ghiselli
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uale zona del centro storico di Lucca può vantare una storia lunga nove secoli, comprende una splendida chiesa, ed è stata restituita alla città dopo un’imponente opera di ristrutturazione il 6 luglio del 2013? Chiaramente, si tratta del Complesso conventuale di San Francesco che, grazie a tutti gli interventi di restauro, portati avanti interamente dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, ha restituito alla città nuovi spazi per la realizzazione di eventi dall’alto profilo culturale e dalla notevole valenza sociale.
Cosa è cambiato? La voce di chi vive il quartiere
Il San Francesco è infatti ad oggi una realtà viva e dinamica, una struttura storica visitata da migliaia di turisti e il luogo ideale per eventi che ormai costituiscono un insostituibile punto di riferimento nel panorama culturale del territorio. Del restauro del complesso conventuale San Francesco ha beneficiato l’intera zona, che così è stata riqualificata e recuperata, come dimostrano le testimonianze dei titolari delle attività commerciali raccolte nella piazza e nelle vicinanze. «Sono venuto qui dieci anni fa – racconta Luciano Landucci, titolare del bar La piazzetta – e, in quel periodo, il complesso conventuale era chiuso e i pochi turisti che venivano qui, arrivavano per errore. Dopo il restauro invece
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foto Tommaso Stefanelli
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Da oltre un anno, ogni mercoledĂŹ, si svolge in piazza San Francesco un mercato ortofrutticolo esclusivamente biologico dove coltivatori della Lucchesia vendono i loro prodotti.
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SEI ANNI DI SAN FRANCESCO
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le cose sono cambiate: ora c’è un gran flusso di turisti che vengono qui proprio per visitare il convento di San Francesco o per assistere ai grandi eventi in programma nella chiesa». Il signor Luciani aggiunge poi che, abitando nelle vicinanze, quando la sera passa davanti alla chiesa di San Francesco non può fare a meno di notare le numerose iniziative di altissimo livello tra concerti, convegni, la maggior parte delle quali sono tutte sold out. Un’ulteriore prova dell’interesse della cittadinanza per eventi di qualità.
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SEI ANNI DI SAN FRANCESCO
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Sul retro del complesso, nel Giardino degli Osservanti, il parco-giochi è frequentato quotidianamente da molti bambini. Da un anno, in quest’area, è iniziata l’attività del bar ‘La Pecora nera’ gestito dall’ANFFAS di Lucca.
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Uno scorcio di via della Quarquonia con l’ingresso al Museo nazionale di Villa Guinigi.
A pochi metri dal complesso, il ‘Francigena Entry Point’ nella Casa del Boia.
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SEI ANNI DI SAN FRANCESCO
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La Casa del Boia vista dalla passeggiata delle Mura.
Dello stesso parere Alexandru Petrovics, socio dell’Osteria San Francesco, che spiega come la decisione di aprire un’attività qui, quattro anni fa, è stata conseguente al restauro del complesso conventuale. «Abbiamo deciso di investire in un’attività commerciale dopo aver visto la riqualificazione della piazza e devo dire che siamo stati fortunati: questo è un ottimo luogo perché al viavai di studenti dell’IMT si affiancano anche gli spettatori dei vari eventi, oltre naturalmente ai numerosi turisti». Maria Sole e Stefano De Ranieri, titolari del ristorante Il Mecenate in via del Fosso, sulla scia di questa «rivoluzione positiva» per la piazza, che ritengono un vero colpo di fortuna per le attività del luogo, hanno deciso addirittura di ingrandirsi aprendo l’Osteria dello Stellario che si affaccia proprio su San Francesco. Sottolineano infatti come sia stato fondamentale per gli esercizi commerciali nei
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dintorni il restauro del complesso, che ha attirato così i turisti, gli studenti che ruotano intorno all’IMT e gli stessi abitanti di Lucca. Un altro commento positivo è quello di Samuele Patassini, titolare della pizzeria e del bar tabacchi Marameo: «Sono qui da vent’anni e devo dire che la differenza tra il prima e il dopo il restauro è evidente: infatti in passato era un quartiere dimenticato, invece oggi è una zona ricca di attività fiorenti, un punto di ritrovo e di incontri culturali di eccellenza. Gli spettatori al termine dei vari eventi, vengono spesso nel mio locale e mi fa veramente piacere ascoltare i loro commenti positivi ed entusiasti sugli spettacoli a cui hanno partecipato e la voglia di tornare al più presto nella splendida chiesa di San Francesco per assistere ad altre iniziative». Il dottor Angelo Parpinelli, presidente del Museo di Arte Contemporanea Lu.C.C.A. di via della Fratta, sottolinea un aspetto particolare
di questa piazza, simile alle agorà della Grecia classica, luogo d’incontro e scambio culturale e punto di aggregazione principale della città. Parpinelli ha poi aggiunto di essere particolarmente affezionato a questo luogo anche perché il museo di cui è presidente, ha contribuito insieme ai Lions Club Lucca Le Mura a rifare la facciata della chiesa di San Francesco tramite un’asta benefica dei pezzi donati da vari artisti. «La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, restaurando il complesso conventuale di San Francesco, ha ridato prestigio a una piazza che prima era dimenticata, è riuscita a valorizzarla in ogni sua peculiarità e l’ha resa viva grazie agli eventi in calendario e alla presenza del campus dell’IMT di respiro internazionale: un ottimo lavoro quindi che è sotto gli occhi di tutti».
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foto Tommaso Stefanelli
foto Tommaso Stefanelli
I chiostri del San Francesco, sede del Campus IMT.
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foto Tommaso Stefanelli
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foto Tommaso Stefanelli
SEI ANNI DI SAN FRANCESCO
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foto Andrea Salani
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TERRITORIO Pieve di Marlia: pronta per la rinascita
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on è né San Michele in Foro né San Frediano la chiesa della Lucchesia più grande dopo la Cattedrale di San Martino, ma quella intitolata ai Santi Maria Assunta e Giovanni Evangelista a Marlia. Sì, una pieve battesimale di quel contado che è storia e identità, forza produttiva e determinazione paesaggistica. Le prime testimonianze dell’esistenza di questo edificio religioso in Terra di Marilla (antico nome del paese di Marlia) sono contenute nei documenti contabili ecclesiastici agli inizi del X secolo. Era il 918 quando il vescovo di Lucca affidò a Leo detto anche Cillo, figlio di Gumfrido, la cura delle anime e delle rendite di due pievanie indipendenti tra loro: San Pancrazio con Santi Maria Assunta e Giovanni evangelista. Va da sé che l’edificio sacro, a quella data, esisteva già, se è vero – come è documentato – che il pievano venne ordinato sacerdote proprio tra le pareti della chiesa di Marlia. E sono sempre le carte conservate nell’Archivio diocesano a raccontare di numerosi ampliamenti e ristrutturazioni. Nei primi decenni del Cinquecento la fabbrica venne alzata e la facciata ridisegnata, mentre sul finire del secolo anche il campanile fu oggetto di lavori di restauro. Nel 1672 fu ampliato il vecchio coro e nel 1712, come leggiamo dal resoconto di una visita pastorale, la Pieve viene descritta con un impianto a croce latina. Questo assetto verrà modificato, sebbene parzialmente, durante i lavori di ristrutturazione del 1824. Ma è a partire dal 1833 che la chiesa inizia ad assumere le sembianze con le quali è conosciuta oggi, con la realizzazione di un progetto dell’architetto Giuseppe Pardini – da poco rientrato a Lucca, al servizio del Ducato borbonico. Il cantiere durò ben undici anni: tanti ne servirono per rendere la pieve di Marlia, insieme al vicino convento dell’Angelo, l’espressione più ineccepibile del cosiddetto ‘classicismo romantico’ a Lucca. Un modello di architettura destinato a fare scuola per la capacità di sintetizzare forme dell’antichità greca e romana con le innovazioni del-
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Elisa Tambellini
Arrivano a conclusioni i restauri della chiesa lesionata dal terremoto del 2013
l’arte rinascimentale, restituendole attraverso l’utilizzo di un linguaggio pulito e nitido. Una ‘scrittura’ che si rivela, al contempo, decisa nelle proprie scelte cromatiche e decorative. Ne risulta un ambiente interno percorso da linee che seguono una geometria impeccabile: un’armonia quasi naturalmente ‘rotta’ da episodi che interpellano, personalmente, il sentimento del visitatore. Complici dell’esperienza, i colori chiari scelti per le pareti della pieve e il marmo dell’arredo. Una volta completato il ridisegno dell’edificio religioso, Pardini – divenuto, nel mentre, anche professore di architettura, prospettiva e ornato al Regio Liceo di Lucca – si dedicò negli anni successivi alla realizzazione degli altari a parete, del pulpito e dell’organo. Sua anche la progettazione e la supervisione dei lavori al campanile e alla nuova canonica. Oltre all’architetto, furono incaricati al completamento del restyling il pittore Pollini, il decoratore e pittore Landucci, il bozzettista e pittore Borrelli (che, nello specifico, si dedicò al coro) e lo stucchinaio Papeschi. Il progetto per il nuovo pulpito, realizzato nel 1878, porta infine la firma dell’architetto Augusto Passaglia, diretto allievo di Pardini. Anche la facciata della pieve di Marlia risente dell’impronta neoclassica di Pardini, con le sue quattro colonne sormontate da un timpano. Sulla cima dell’edificio, tre statue personificano le virtù teologali: fede, speranza e carità. La merlatura del campanile, eretto in pietra tra il XII e il XIII secolo, è ghibellina, con la sommità, quindi, a coda di rondine. Su uno dei muri esterni è ancora visibile la lapide sepolcrale, verosimilmente di origine romana, della famiglia Vagilia. Tra le opere d’arte custodite nella pieve di Marlia, spicca senza dubbio la pala di Michelangelo di Pietro Membrini, datata 1509. Originariamente conservata nella chiesa di San Donnino, raffigura una Madonna in trono con Bambino in mezzo a due santi: una composizione lineare e serena, in grado di comunicare il raffinato equilibrio della scuola fiorentina.
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foto Lucio Ghilardi
1. Marlia, pieve di Santa Maria Assunta e San Giovanni Evangelista (1833-1844), facciata 2. Marlia, Archivio parrocchiale, Terrilogio del 1718, c. 1, veduta in pianta e in alzato della pieve e della ‘chiusa’ 3. Marlia, pieve di Santa Maria Assunta e San Giovanni Evangelista, veduta dell’interno verso l’ingresso
DUE TERREMOTI
La pieve di Marlia ha subito i contraccolpi di due episodi sismici che si sono verificati a distanza di circa un secolo l’uno dall’altro. Il primo è il grande terremoto del 7 settembre 1920, quello «della terra che si accavalla come un’onda», che devastò la Lunigiana e la Garfagnana e che venne avvertito distintamente da Bologna a Siena. Un evento che mise a dura prova la resistenza dell’antica torre campanaria di Marlia, tanto che l’anno successivo si resero necessari urgenti lavori di ripristino delle scale interne – rigorosamente realizzate in pietra di Matraia. Ma anche la struttura della chiesa stessa subì importanti lesioni, tanto che rimase chiusa e inagibile per circa un anno. Le cronache dell’epoca parlano di due bracci del transetto che «si staccarono» dal corpo della chiesa. Vennero quindi messe in opera catene trasversali alla navata, in corrispondenza del transetto; anche la cupola sopra l’altare fu cerchiata con delle catene e le decorazioni furono stuccate e restaurate. È storia recente l’altro terremoto, sempre con epicentro in Garfagnana, del 25 gennaio 2013. La scossa. di magnitudo 4,8, percepita fino a Milano, ha costretto la parrocchia di Marlia a tenere chiusa la chiesa, fino alla parziale riapertura del 17 aprile 2014, per i seri danni riportati: lesioni alle volte della navata principale, alla cupola e ai cornicioni longitudinali; fessurazioni diffuse alle diverse membrature dei muri portanti della pieve. Problemi generali di staticità, insomma, dati anche da una struttura in laterizio non connessa in modo adeguato, fatta di elementi fratturati o comunque non più coesi per l’eccessivo carico sopportato. RESTAURO E RISANAMENTO: LA FONDAZIONE CRL FA LA SUA PARTE
Restituire alla comunità di Marlia e alla Lucchesia un edificio identitario. È stato questo obiettivo a muovere l’intervento diretto della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca che, confermando la sua sensibilità per la cura della bellezza del territorio, ha investito 1
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PIEVE DI MARLIA: PRONTA PER LA RINASCITA
foto Lucio Ghilardi
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450mila euro in tre anni per i lavori di restauro e risanamento conservativo della pieve. Ulteriori 300mila euro sono stati messi a disposizione dalla Cei, 100mila dalla parrocchia – grazie a uno storno di fondi inizialmente destinati al piazzale – e altrettanti dalle donazioni di abitanti e aziende. L’importo complessivo dei lavori è di 1 milione e 442mila euro. Il parroco, don Agostino Banducci, nel novembre 2018 ha acceso due mutui da 350mila euro ciascuno e conta di estinguerne una buona parte anche grazie alle libere donazioni. Da cronoprogramma l’antica pieve vedrà com-
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pletati i lavori di recupero complessivo all’inizio di questa estate. Gli interventi, eseguiti sotto la responsabilità dell’ingegnere Tiziano Suffredini, hanno contribuito a ricomporre, per quanto possibile, anche il distacco esistente tra il corpo della chiesa e il campanile: cesura determinata non tanto dalla scossa di terremoto, quanto dalla ripetuta flessione della torre a ogni rintocco della campana: situazione che, negli anni, aveva finito con il lesionare pareti ben poco elastiche. Nel dettaglio, si è reso necessario smontare e rifare la copertura lignea dell’edi-
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ficio, consolidare gli archi in muratura e le coperture a volta. È stata quindi reintegrata la continuità muraria delle pareti con interventi localizzati di cucitura e scucitura, impiegando materiali di ripristino come calce ed eco-pozzolana. La connessione tra gli archi, le lunette laterali e le altre strutture a volta è stata rafforzata, così come quella tra gli elementi fratturati del cornicione. Le lesioni di media entità sono state sanate attraverso iniezioni di miscele fluide per il riempimento dei vuoti, mentre i giunti che presen-
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foto Lucio Ghilardi
foto Lucio Ghilardi
4-5. Marlia, pieve di Santa Maria Assunta e San Giovanni Evangelista, Maestro Giuseppe Venturini orafo, Croce parrocchiale, recto e verso (1555)
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tavano materiale particolarmente degradato sono stati ristilati in profondità con malta nuova. Laddove necessario, infine, sono stati posti in opera tiranti trasversali. I ponteggi, fino allo scorso novembre utili al consolidamento della pieve, sono oggi bottega della squadra di restauro degli affreschi. Un lavoro appassionato, di visibile bellezza, che – imprevisti permettendo – dovrebbe essere completato giusto in tempo per permettere a don Agostino di festeggiare debitamente i suoi 50 anni di sacerdozio.
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Passato, presente, futuro. Il Palazzo Pretorio e altri restauri a Pietrasanta Michele Morabito
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orna a nuova vita il Palazzo Pretorio di Pietrasanta con un restauro della copertura resa possibile da un contributo di 300mila euro della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca: un edificio che fa parte del cuore pulsante della città, la piazza del Duomo, uno dei più antichi di Pietrasanta, oggi sede non solo del Teatro Comunale, ma anche degli Uffici della Pietrasanta Sviluppo e di alcune associazioni cittadine.
Luogo del potere, pretura, prigione, teatro, cinema. Un edificio, molte ‘vite’
Il Palazzo Pretorio ha poco della sua facciata originale: fu anticamente sede del Banco dei Vicari e dei Capitani di Giustizia. Nel vestibolo e in facciata, come d’usanza, presentava numerosi stemmi delle famiglie che governarono Pietrasanta, solo alcuni dei quali ancora visibili all’esterno: molti sono, invece, conservati internamente come ricordo del passato illustre di questo edificio. La struttura nel corso degli anni ha assunto diverse tipologie di utilizzo: palazzo di giustizia, carcere, ufficio postale sotto il fascismo e pretura, e teatro comunale e cinema nella destinazione attuale, seguendo le vicende della città e le sue trasformazioni. Alcune curiosità sull’edificio ce le racconta nel suo Almanacco Versiliese il più longevo degli
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foto Tommaso Stefanelli
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storici versiliesi, Giorgio Giannelli: tra le tante, si legge, ad esempio, che nel XIII secolo di fronte all’immobile fosse piantato, secondo l’usanza nordeuropea, un olmo sotto il quale si riuniva il consiglio municipale. Il Palazzo è legato alle più importanti famiglie italiane: vi svolse il ruolo di giudice Filippino Gonzaga, chiamato a decidere su una controversia di territorio tra Pisa e Firenze, alleata quest’ultima di Galeazzo Visconti di Milano. Il Palazzo fu della moglie di Castruccio Castracani, che fece costruire la fortificazione della Rocchetta; poi divenne, in parte, patrimonio,
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della famiglia lucchese degli Antelminelli, mentre un’aquila imperiale, rinvenuta nel 2001, rimanda alla determinazione dell’imperatore Ludovico Il Bavaro che sancì il possesso di Pietrasanta sul Lago di Porta. Fino al 1560 la piazzetta antistante era mantenuta a prato e serviva per esporre alla berlina i condannati per reati su minori che venivano colpiti con dei colpi di corda, prima ancora che lo stabile fosse trasformato in un carcere nel 1768: ai piani più alti si trovavano le segrete, mentre al piano terra si trovavano le celle ordinarie. Una torretta, oggi visibile at-
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foto Tommaso Stefanelli
foto Tommaso Stefanelli
PASSATO, PRESENTE, FUTURO. IL PALAZZO PRETORIO E ALTRI RESTAURI A PIETRASANTA
traverso le vestigia di un abbaino, consentiva un affaccio su tutta la piazza del Duomo. A seguito dell’annessione della Repubblica di Lucca nel novembre 1847 al Granducato, a cui Pietrasanta già apparteneva dal 1513, ed il successivo riordino del territorio, il Vicariato di Pietrasanta venne soppresso e sostituito da una Pretura di seconda classe comprendente le comunità di Pietrasanta e Stazzema. La Pretura di Pietrasanta, inquadrata nel Compartimento di Lucca, faceva capo ad un Pretore in qualità di giudice ordinario minore civile e criminale, ufficiale di polizia giudiziaria
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e ufficiale di polizia amministrativa. Con l’annessione al Regno d’Italia le preture granducali vennero sostituite da preture italiane, ma Pietrasanta mantenne la sua indipendenza e il suo ruolo, quando poi la Pretura di Pietrasanta, destinata negli anni precedenti a una crescita, venne chiusa definitivamente. Durante il fascismo nel palazzo furono portati anche gli uffici della posta e del telegrafo e, da almeno trecento anni, l’immobile ospita anche il Teatro Comunale. Il primo ambiente adibito a teatro a Pietrasanta fu «lo Stanzone delle Commedie» allestito nel 1674. L’ingres-
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so del Teatro dava sulla attuale via del Teatro appunto e solo più tardi l’accesso fu spostato con affaccio sulla Piazza del Duomo, in condivisione con il Palazzo Pretorio. Nessun documento ce lo descrive, sappiamo solo che ne fu decretata l’abolizione nel 1775 in seguito a radicali lavori di restauro all’interno del palazzo stesso. Nel 1783 un gruppo di dodici nobili locali si costituì in accademia, con il nome di Aerostatici, con l’intento principale di costruire un nuovo e vero teatro per la città. Il nuovo teatro, realizzato dall’ingegner Domenico Svanascini era costituito da un’ampia sala su cui si affacciavano tre ordini di palchi, edificato in un’area libera posta a ridosso del Palazzo Pretorio e adiacente a un frantoio, che accompagnava da secoli la vita del Palazzo con non poche lamentele per gli odori emanati: nonostante i continui appelli il frantoio proseguì le proprie attività sino al 1860 quando fu definitivamente chiuso. Il Teatro fu inaugurato nel 1785 e si pensa che la sua attività fosse legata alle manifestazioni tipiche del periodo carnevalesco con recite e feste da ballo che si ritrovano nelle rappresentazioni carnevalesche e nelle canzonette che da sempre animano il Teatro a partire dal dopoguerra. I primi interventi di manutenzione e miglioria vennero eseguiti nel 1826 per rendere la struttura più adeguata ai tempi. Fu necessario, in seguito, chiudere il vicino frantoio sia per il disagio del continuo rumore che non favoriva l’attività teatrale sia per le consistenti infiltrazioni di umidità che danneggiavano l’interno del Teatro. La cessione del Teatro da parte degli Areostatici al Comune avvenne nel 1928, con la condizione che fossero fatti i lavori di restauro e ammodernamento che furono prontamente eseguiti: non era gradita agli Aerostatici la nuova forma di espressione che da inizio secolo si andava affermando, ovvero il cinematografo. Solo però nel 1935 il Teatro divenne proprietà comunale e nel dopoguerra assumerà la fisionomia attuale, con una prima tra-
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sformazione con due terrazze e le relative colonne, poi la decisione di costruire un’unica galleria in modo da avere una platea più ampia, più accogliente e più comoda. L’ingresso fu definitivamente spostato sulla piazza con la realizzazione della porta di accesso indipendente della Pretura. La riapertura del nuovo Cinema Teatro, dopo i lunghi anni di ristrutturazione, a seguito delle nuove norme di sicurezza, avvenne nel 1991, con un concerto dell’Orchestra Regionale Toscana. Fino agli anni Settanta Pretura e Teatro hanno condiviso l’unico portone sulla piazza, poi venne realizzata la porta di accesso sulla sinistra della facciata che prima conduceva appunto in Pretura con un accesso separato e oggi conduce agli Uffici della Pietrasanta Sviluppo che gestisce alcuni servizi comunali e agli uffici di alcune associazioni. Le carceri proseguirono le loro attività fino agli anni Settanta, fino a quando una razionalizzazione delle preture ha portato alla chiusura: il pretore sino a quel momento aveva competenza per reati fino ai tre anni di reclusione, ma erano più consuete le condanne per piccoli reati: il regime carcerario era improntato alla condivisione di alcuni locali, con la presenza di un piccolo spaccio interno e attività per il recupero dei condannati. Un sistema di protezione delle finestre impediva la visibilità dalla strada dei carcerati e invece consentiva la penetrazione della luce. La sua destinazione rimane oggi in alcune tracce di alcuni ambienti al secondo piano: il Teatro Comunale svolge ancora le proprie attività sotto l’egida della Fondazione La Versilia con una apprezzata stagione invernale di prosa, il Festival della Canzonetta e del Teatro dialettale Pietrasantino, una rinnovata ed apprezzata gestione del cinema: tutto ciò grazie ai lavori che sono stati realizzati con il finanziamento di 300mila euro stanziati dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca con i quali è stata messa in sicurezza la copertura.
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PASSATO, PRESENTE, FUTURO. IL PALAZZO PRETORIO E ALTRI RESTAURI A PIETRASANTA
altri restauri
foto Tommaso Stefanelli
foto Tommaso Stefanelli
PIETRASANTA
È grazie a tre finanziamenti, per un valore complessivo di 130mila euro, che si sta provvedendo alla sistemazione del campanile della chiesa del SS. Salvatore a Pietrasanta e alla copertura della biblioteca. La chiesa di San Francesco e l’annesso convento furono costruiti nel XVI secolo a opera dei Padri Francescani che si trasferirono qui dal romitorio di Santa Maria delle Grazie alla Stregaia. Nel corso del XVII secolo furono edificati il loggiato antistante la chiesa, l’ala occidentale del convento, la cappella dedicata a Sant’Antonio da Padova (cui si accede da una porta a destra del loggiato) e la soprastante biblioteca conventuale. La navata e il coro furono ampliati nel secolo XIX. Il chiostro del convento, con colonne di marmo e volte a crociera negli ambulacri, presenta al centro del cortile lastricato un pozzo sormontato da due colonne e da un architrave in marmo. Il campanile in mattoni è stato costruito nel XVII secolo.
foto Tommaso Stefanelli
la chiesa del ss. salvatore
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MARINA DI PIETRASANTA
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Con un contributo di 150 mila euro la Fondazione CRL ha di fatto restituito alla comunità di Marina di Pietrasanta la Chiesa di Sant’Antonio da Padova dopo un restauro di due anni. I lavori sono stati realizzati dopo che, nel settembre 2013, la Chiesa fu colpita da un fulmine durante un violento temporale, anche se di fatto già versava in condizioni critiche a causa di infiltrazioni d’acqua e impianti datati e spesso non ancora a norma. Un intervento di recupero che ha visto dotare la struttura e il porticato di una nuova copertura ventilata, mentre le pareti esterne ed interne sono state ripulite, sanificate e ridipinte, i marmi pericolanti sono stati messi in sicurezza, il cotto rovinato dal tempo è stato sostituito, i pezzi mancanti dei numerosi mosaici sono stati reintegrati e le vetrate sono state restaurate e inserite in nuove finestre in ferro. Un intervento completato con la pulizia dei marmi degli altari, una complessiva lucidatura del pavimento, oltre all’allestimento di un nuovo impianto di illuminazione moderno.
foto Tommaso Stefanelli
foto Tommaso Stefanelli
foto Tommaso Stefanelli
la chiesa di sant’antonio da padova
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altri restauri
foto Tommaso Stefanelli
la chiesa di san rocco CAPEZZANO MONTE
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foto Tommaso Stefanelli
Nel novembre 2016 un fulmine ha scoperchiato la cupola della Chiesa di San Rocco a Capezzano Monte: la Fondazione CRL è intervenuta con due finanziamenti per complessivi 75mila euro che contribuiscono al recupero di questo immobile sacro sorto nel Cinquecento, quando Capezzano assunse autonomia da Pietrasanta. Nel 1637 l’oratorio fu elevato a rango di Rettoria. Nel 1786 fu deciso di costruire una canonica e una sacrestia alla destra dell’oratorio. A fine Settecento furono messe le prime pietre del campanile a sinistra della chiesa con proprie fondamenta con l’elevazione, sancita dal Granduca, a Pievania. Il 22 marzo 1829 l’oratorio dopo due progetti fu ampliato a crociera con lavori che durarono dieci anni. Il 13 agosto 1922 per la festa di San Rocco fu inaugurata la Campana maggiore (est del campanile), dedicata al Santissimo Sacramento e pesante 10,91 quintali. A riempire l’unico finestrone vuoto rimasto venne donata, nel 1924, la quarta campana, la più piccola, dal padre cappuccino Giovanni Bresciani. La chiesa fu rivestita di marmo e decorata nel 1946-1947 e il 10 agosto 1947 fu consacrata dal vescovo Barbieri, vicario capitolare di Pisa, come ricorda una lapide posta a destra all’ingresso della chiesa.
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foto Guido Sodini e Michele Quilici
Tra morbide colline, palazzi e tanta storia c’è una pieve e un tesoro nascosto
Sul dolce crinale di San Gennaro… l’angelo di Leonardo Paola Taddeucci
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utto, da quelle parti, richiama la bellezza. Vigneti e oliveti che si alternano in perfetta armonia a boschi, borghi, case in pietra, ville, parchi, giardini, orti, chiese e campanili. Come se la mano dell’uomo, nel corso dei secoli, non avesse avuto altra preoccupazione che rendere bello ciò che aveva intorno, per viverci e per lavorarci. È il biglietto da visita di San Gennaro, la frazione del Comune di Capannori adagiata a quasi 300 metri di altitudine sulle propaggini meridionali delle Pizzorne. Colline dai contorni dolci, modellate da poggi e terrazzamenti che si lasciano docilmente baciare dal sole e nutrire da corsi d’acqua sapientemente regimati: due dei fattori che ne hanno fatto luoghi ideali per le colture agrarie, soprattutto vigne e olivi. Un paesaggio del genere non poteva che attirare qualcosa di veramente speciale. Anzi, qualcuno: nientemeno che Leonardo da Vinci, il più grande genio dell’umanità di cui nel 2019 ricorrono i cinquecento anni dalla morte, avvenuta ad Amboise, in Francia, dove viveva dal 1517. Secondo Carlo Pedretti, massimo studioso di Leonardo scomparso a gennaio 2018, l’artista-scienziato è l’autore di una statua custodita nella pieve di San Gennaro: l’ormai celebre Angelo di terracotta, attribuibile agli anni giovanili del genio. Pedretti si spinse addirittura oltre, arrivando a ipotizzare un vero e proprio soggiorno di Leonardo nel paese collinare. Ma prima di addentrarci in questo racconto, è bene ripartire dall’inizio, ossia dallo stesso borgo, per conoscerne le origini e la storia.
LEGGENDA E RELIGIONE
La leggenda narra che a fondare San Gennaro furono alcuni sopravvissuti all’eruzione del Vesuvio che nel 79 d.C. distrusse Pompei, Ercolano e altre città del golfo di Napoli. Scampati miracolosamente alla furia del vulcano e dopo un viaggio interminabile, sulle colline lucchesi trovarono il posto ideale per coltivare viti, olivi e per ritrovare la propria iden-
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foto Carlo Cantini
1. Panorama notturno di San Gennaro 2. L’affaccio da San Gennaro verso la Valdinievole e la Piana di Lucca 3. La pieve di San Gennaro
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tità religiosa, che nelle generazioni successive s’identificò soprattutto nella devozione per San Gennaro, il famoso martire patrono di Napoli. Così i discendenti dei sopravvissuti intitolarono le terre della loro rinascita al loro santo per eccellenza. La fantasia popolare finisce qui, ma qualcosa di verosimile, in questo racconto, resta. Anche se non sono note con certezza le origini del borgo, è probabile infatti che i suoi primi abitanti fossero partiti dalla Campania per sfuggire alle persecuzioni contro i cristiani, di cui lo stesso Gennaro era stato vittima ai tempi dell’imperatore Diocleziano. Racconti di verità e di fantasia che hanno popolato e popolano la vita di una comunità che, comunque, nella religione ha uno dei ca-
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ratteri fondanti. Non a caso è in questo ambito che si trovano le prime notizie certe relative al paese; arrivano dalla pieve, intitolata al santo martire, che viene citata per la prima volta in un documento del 980, anche se esisteva già nel VI secolo. Ricostruita tra il 1000 e il 1100, duecento anni dopo raggiunse il massimo dell’armonia architettonica con tre navate, tre absidi e una facciata di tipo spiovente. Fu allora che, intorno alla chiesa, si sviluppò l’abitato, favorito dalla posizione geograficamente strategica al confine tra la Piana lucchese e la Valdinievole. SUL CRINALE DEL COLLE
La pieve, appunto, è il perno dell’organizzazione urbanistica del paese, sulle cui caratte-
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foto Lucio Ghilardi
SUL DOLCE CRINALE DI SAN GENNARO… L’ANGELO DI LEONARDO
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ristiche ha compiuto un’accurata analisi l’architetto Gilberto Bedini nel corposo volume a più mani edito da PubliEd nel 2007 e dedicato alla frazione capannorese. «Il piazzale, qualificato dalla facciata della chiesa – scrive l’urbanista –, costituisce uno spazio dilatato e aperto sul paesaggio agricolo e sul borgo sottostante; è il punto di arrivo, è il luogo verso il quale si sale o si scende; qui tutti si ritrovano per le funzioni religiose». Alla pieve si sale dal Borgo, ci si scende dal Castello: sono le altre due componenti principali di un abitato che, nel paesaggio collinare, è facilmente riconoscibile per la forma allungata sul crinale. Ma se il Borgo – informa Bedini – è caratterizzato da un fitto e serrato edificato, con una strada prevalentemente rettilinea, un dislivello
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costante ed edifici perfettamente allineati, al Castello la stratificazione architettonica si presenta più articolata, con un reticolo stradale libero e definito da ville e palazzi impreziositi da giardini su vari livelli. Questo assetto urbanistico è rimasto pressoché invariato, eccetto per alcuni interventi – realizzati nel secondo dopoguerra e in anni più recenti – relativi alla costruzione di nuove strade per aggirare l’antico nucleo del paese. Dove, oltre alla pieve, ci sono altri luoghi storici molto interessanti. IL ‘LABORATORIO GOURMET’
Venendo da valle il primo monumento che s’incontra è una piccola costruzione a pianta rettangolare e dalla facciata in pietra: l’oratorio delle Anime purganti o di San Filippo Neri. Già
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foto Luca Lupi
4. Palazzo Boccella sede della scuola Made 5. Villa Pera, Bartoli 6. Villa Fatinelli, Nannini-Denoth 7. Palazzo Buonvisi, Guidi
foto Luca Lupi
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documentato alla fine del 1500, venne rimaneggiato agli inizi del 1700. Poco più avanti si trova Casa Landi dove abitava Aurelia, la madre di Santa Gemma Galgani. Salendo verso il Castello c’è invece il cinquecentesco Palazzo Boccella, oggi un laboratorio per gourmet. Nel 1998, dopo una lunga serie di passaggi di proprietà e cambi di destinazione, fu acquistato dal Comune di Capannori, che nel 2002 promosse la costituzione della Fondazione Boccella – di cui fa parte anche la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca – con la missione di restaurarlo e valorizzarlo attraverso attività legate alla promozione dei prodotti del territorio. Dal 2014 è sede – durante i mesi invernali – della scuola Made (Management dell’accoglienza e delle discipline enogastronomiche), affidata in gestione alla Fondazione Campus e destinata a neo diplomati negli istituti tecnici per il turismo e alberghieri. D’estate, poi, è anche una struttura ricettiva. Nel 2016 l’intero complesso – oltre 1200 metri quadrati – si è ulteriormente allargato con l’acquisto del cosiddetto ‘Orto’, composto da un ex frantoio e da un grande giardino. Grazie al finanziamento del Comune di Capannori e della Fondazione Cassa di Risparmio – che già avevano permesso l’acquisizione – i nuovi spazi sono stati ristrutturati e oggi sono utilizzati per le varie attività. I PALAZZI DEI VESCOVI
Tra le bellezze di San Gennaro c’è poi da segnalare Palazzo Bove, sulla strada panoramica per Petrognano e Tofori. Nobile dimora della prima metà del XV secolo, fu anche residenza estiva di Giuseppe Palma, arcivescovo di Lucca dal 1743 al 1761, che è ricordato nell’epigrafe di marmo bianco posta sulla facciata principale. A valle del palazzo, come una terrazza naturale aperta sul paesaggio collinare, si estende l’area dell’antico giardino e degli orti. Oggi l’edificio e il parco sono diventati una location per chi sceglie di organizzare il proprio matrimonio in villa e per manifestazioni di vario genere. Un’altra nobile residenza fu abitata da alti prelati: il palazzo dei Buonvisi, tra le famiglie luc5
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foto Guido Sodini e Michele Quilici
SUL DOLCE CRINALE DI SAN GENNARO… L’ANGELO DI LEONARDO
foto Luca Lupi
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foto Luca Lupi
8. Villa-Fattoria di Fubbiano, Schiller 9. Palazzo Bove 10. Pieve di San Gennaro: Angelo annunziante (fine XV, inizio XVI secolo)
foto Guido Sodini e Michele Quilici
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chesi più ricche e influenti che sicuramente nel 1615 – la data è scolpita su una pietra della cantina – fecero ristrutturare l’edificio già esistente dagli inizi del 1500. Si sa che vi abitarono i cardinali Girolamo e Francesco Buonvisi, entrambi vescovi di Lucca: nel 1658 il primo, che dieci anni dopo fu anche tra i candidati al papato, mentre Francesco ebbe la nomina nel 1690. Di fronte al sontuoso palazzo un piccolo campanile a vela – quelle strutture sottili tipiche delle chiese romaniche, gotiche e francescane – sormonta l’Oratorio della Maddalena: due stili opposti che però dialogano in armonia. Sul campaniletto ci sono due campane, una delle quali porta la data del 1667: ossia quarant’anni dopo l’inaugurazione della chiesa-oratorio, avvenuta il 29 ottobre del 1628, come ricorda Bedini nel suo saggio. L’architetto informa inoltre dei successivi interventi all’edificio, tra cui l’ampliamento del 1728, che gli conferì le attuali dimensioni, e la ristrutturazione del 1985. ANDAR PER VILLE
San Gennaro è anche zona di ville. E che ville! Almeno tre vantano una storia secolare, animata da ‘castellani’ illuminati che, per le loro dimore, scelsero le migliori soluzioni architettoniche, esteticamente accattivanti oltreché funzionali: d’altra parte, non poteva che essere così in un territorio – come abbiamo visto – naturalmente votato al bello. E allora andiamo a scoprirle, queste residenze padronali. Molto antica è villa Fatinelli, il cui nucleo originario potrebbe essere anteriore al 1000 e coincidere con il primo castello fortificato del paese. Di certo esisteva prima del 1664: lo testimonia un documento del 1720 dove è contenuta anche la rappresentazione grafica della proprietà, che permette di seguire le modifiche apportate nei secoli all’edificio e al grande parco. Ottocentesca è, invece, villa Pera, tipico esempio di dimora signorile di campagna articolata su vari piani, corredata dal giardino e dai suoi annessi rurali. In posizione panoramica, immersa tra vigneti e oliveti è infine la villa-fattoria di Fubbiano, di cui le
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SUL DOLCE CRINALE DI SAN GENNARO… L’ANGELO DI LEONARDO
foto Lucio Ghilardi
prime notizie risalgono al 1694, anno in cui vi si recò in visita l’arcivescovo di Lucca. Pianta rettangolare, su tre piani e scala esterna a doppia rampa, la casa si rifà alle forme consuete delle ville lucchesi. A valle del giardino si trova un ‘bosco di delizie’, corredato da alcune sedute in pietra e da un ninfeo, il cui recinto – incassato nel terreno – è modellato da nicchie ornate di mosaici con statue e fontane: un esemplare – sottolinea l’architetto Bedini – di notevole forza evocativa. L’ANGELO DI LEONARDO
Ed eccoci alla pieve e a Leonardo. In questo anno di celebrazioni la statua attribuita al genio di Vinci è temporaneamente fuori sede essendo in restauro all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Dell’illustrissima paternità il professor Pedretti cominciò a parlare per la prima volta nel 1998: si disse certo che Leonardo aveva realizzato l’angelo quando era allievo di Andrea del Verrocchio a Firenze. Al maestro e alla sua celebre bottega, peraltro, Palazzo Strozzi e il Museo del Bargello di Firenze dedicano fino al 14 luglio 2019 una grande mostra, sempre nell’ambito dei 500 anni, con oltre 120 opere. In seguito Pedretti ribadì la sua convinzione più volte, argomentandola con quelle che riteneva prove inconfutabili della mano di Leonardo perché – così spiegava – fornite dalla stessa opera: il drappeggio del braccio, l’impostazione del corpo e il dettaglio anatomico dei piedi. E ancor più leonardeschi, a suo giudizio, devono considerarsi la capigliatura e il volto dell’angelo, nel quale il professore disse di riconoscere i tratti dei primi disegni, poi ripresi dal genio nelle opere più tarde. Nel corso di una nota trasmissione televisiva, alcuni anni fa, lo studioso aggiunse inoltre che Leonardo potrebbe aver sostato a San Gennaro, al tempo degli studi di idraulica: tracce della visita si troverebbero in una mappa dove, segnalò Pedretti, compaiono sia la pieve sia il paesaggio circostante. Altri esperti, invece, non credono all’attribuzione leonardesca, facendo risalire la statua alla mano dello scultore fiorentino Benedetto Buglioni. 10
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foto Lucio Ghilardi
11. Pieve di San Gennaro: navata centrale 12. Pieve di San Gennaro: ambone, opera di maestro Filippo, datato 1162 13. Pieve di San Gennaro e Palazzo Boccella
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foto Lucio Ghilardi
SUL DOLCE CRINALE DI SAN GENNARO… L’ANGELO DI LEONARDO
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Al di là delle diatribe fra studiosi – inevitabili quando si parla di attribuzioni così importanti – l’angelo di terracotta, però, non è la sola opera di pregio che si trova all’interno della chiesa. Oltre a un dipinto cinquecentesco di Vincenzo Frediani, degno di nota è il pulpito marmoreo risalente al 1162: pur avendo perso molte delle sue parti originarie, viene considerato uno dei più significativi esempi di arte romanica presenti fuori dalla città di Lucca. Riguardo alla storia della pieve, come abbiamo accennato probabilmente esisteva già nel
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VI secolo, ma il documento più antico che ne parla è del 980. Ricostruita tra l’XI e il XII secolo, nel 1400 fu al massimo del suo splendore e poi, nel corso dei secoli, subì diverse modifiche. Nel 1600 l’abside centrale e quella a sud furono distrutte e sostituite da costruzioni di forma diversa; anche la facciata venne rimaneggiata con la perdita di alcune decorazioni e la trasformazione di altre. Il campanile, che sorge isolato a nord dell’edificio, fu ricostruito nel 1840 – come attesta un’iscrizione murata – perché il preesistente era pericolante.
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E poi. Storie di restauri e di vita futura dei beni n bellissimo progetto di restauro. Un bene di grande pregio architettonico, storico e artistico viene recuperato in maniera magistrale. E poi? In questa semplice domanda risiede un concetto di grande importanza. La necessità di pianificare gli interventi secondo una precisa idea di priorità. Tante sono infatti nel nostro Paese le storie di grandi e costose campagne di restauro terminate felicemente, ma che hanno visto il bene recuperato ammalorarsi lentamente per il mancato utilizzo, per una carenza di manutenzione. La continua e programmata fruizione del bene garantiscono monitoraggio e attenzione verso le sue condizioni e prolungano i benefici del restauro a lungo nel tempo. Al di là di questo è sempre avvilente veder giacere inutilizzati spazi importanti rimessi a nuovo, soprattutto in una congiuntura storica in cui esiste un associazionismo numeroso e attivo che potrebbe dare nuova vita a palazzi storici, castelli, residenze.
La rubrica ‘E poi’ all’interno del «FCRL Magazine» nasce proprio come piccolo osservatorio della vita futura (che un domani si spera diventi il presente, il quotidiano) degli edifici, degli ambienti, dei monumenti storici che la Fondazione ha contribuito o sta contribuendo a recuperare. Un monitoraggio che è già elemento integrante delle valutazioni che l’ente fa prima di sostenere un’iniziativa di restauro, nella convinzione che il nostro patrimonio vada tutelato, privilegiando progetti che propongano prospettive concrete di utilizzo di una struttura, con ricadute positive sul territorio in cui è situata.
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Ariosto ‘torna’ alla Rocca… grazie al genio di Possenti Andrea Salani
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on sarebbe emozionante se uno dei pittori più creativi della contemporaneità interpretasse le pagine di un mostro sacro della letteratura italiana? Ma tutto questo è già realtà, perché Antonio Possenti, prima di lasciarci, ci ha regalato una commovente e onirica interpretazione dell’Orlando Furioso di Ariosto. Un intreccio tra due lucide follie in grado di produrre mondi paralleli in cui alberga una vibrante umanità, trasognata in Possenti, sublimata in Ariosto.
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Tutto questa è realtà anche grazie a una accurata campagna di restauro e un bellissimo gesto. Immaginiamo infatti quale sarebbe la collocazione ideale per questa serie di opere sul territorio della provincia di Lucca. In quale ambiente allestire una collezione del genere se non nella Rocca ariostesca di Castelnuovo Garfagnana dove il poeta ferrarese trascorse un periodo tribolato, ma molto significativo, della sua esistenza?
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E POI. STORIE DI RESTAURI E DI VITA FUTURA DEI BENI
Un progetto, quest’ultimo, che sta prendendo forma grazie a una perfetta triangolazione di generosità, sensibilità e strategia. L’allestimento che arricchirà a breve gli ambienti della Rocca ariostesca è infatti il frutto di un percorso virtuoso che dovrebbe costituire un vero e proprio modello. La Rocca di Castelnuovo Garfagnana è oggetto di un’importante campagna di restauro sostenuta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca proprio per dar vita a un luogo speciale, nuovo fulcro culturale per un intero territorio. Il progetto di recupero era infatti ideato per risanare le criticità strutturali ed estetiche di questo monumento che domina l’ingresso all’antico borgo, monolitico ma elegante, ma già dalle prime progettazioni si è sempre ragionato in una prospettiva di funzionalità e fruibilità. Per restituire alla comunità un simbolo, un luogo della memoria, dell’arte che sappia proiettarsi nel futuro e diventare teatro di nuove socialità, di inclusione, di aggregazione per la comunità. Nello specifico i progetti avevano individuato da subito alcune priorità e urgenze: il tetto, i solai di alcuni locali, le volte a vela dell’atrio e la colonna di sostegno della cella campanaria. Ma apparivano necessari interventi anche al colonnato adiacente alla camera di Ludovico Ariosto e al monumentale portale di accesso alla Rocca. Di fatto queste emergenze si sono tramutate in un’opportunità: nell’occasione di operare un generale recupero del bene, e di immaginare le possibili destinazioni d’uso. Mostre, collezioni permanenti, ambienti dedicati agli incontri e ai convegni. In una parola un punto di riferimento nella geografia cultura di tutta l’area, che possa fornire spazi adeguati alle associazioni, ai cittadini e nel contempo stimoli tutta la società a creare e diffondere cultura. Un’opportunità afferrata, che ha visto nascere una tra le più innovative opere di riqualificazione mai realizzate in Toscana, ultimo progetto firmato dal professor Dezzi Bardeschi, tra i massimi esperti italiani nel settore della conservazione e dell’intervento di recupero 2
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Antonio Possenti, L’assedio di Parigi Antonio Possenti, La malinconia di Ludovico Ariosto n. 2 Antonio Possenti, Ippogrifi La Rocca di Castelnuovo
del patrimonio costruito, recentemente scomparso. È in questo luogo che le 34 tele sull’Orlando Furioso realizzate da Antonio Possenti ritornano a Castelnuovo, grazie alla donazione della famiglia Bertolani, storici imprenditori dell’Antica Valserchio. Un gesto di liberalità con cui il Comune di Castelnuovo ha acquistato le opere che infatti erano state esposte nel 2016 – anno della scomparsa di Possenti – alla Fortezza di Mont’Alfonso, nella mostra Altrove e altri luoghi. Occasioni e suggestioni dell’Orlando Furioso, nell’ambito delle celebrazioni del Furioso in occasione del cinquecentenario della prima edizione del poema. Ecco dunque i tre vertici di questa triangolazione di buone pratiche, un’esemplare dimostrazione che è possibile creare cultura, portare benefici concreti al territorio coinvolgendo le diverse anime che lo compongono, lo tutelano, lo abitano e vivono quotidianamente. L’intervento della Fondazione è infatti nato da una concertazione avviata da tempo con l’amministrazione comunale proprietaria del bene, che ha portato alla partenza dei lavori. Un intervento in cui la Fondazione ha erogato 450 mila euro, usufruendo dello strumento «Art bonus» per recuperare il 65% di quanto donato come credito d’imposta. Un decisivo contributo che ha comunque attratto ulteriori fondi da parte di privati e che, a completamento di questo percorso, ha convinto i titolari dell’Antica Valserchio a mettere la proverbiale ‘ciliegina sulla torta’, aiutando a definire in maniera tempestiva una destinazione d’uso per alcuni ambienti della Rocca. Sussidiarietà, «Art Bonus», coinvolgimento del tessuto produttivo locale: elementi che assemblati in una corretta strategia compongono un quadro esemplare, un’esperienza che fa ben sperare nel segno della parola ‘futuro’.
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foto Andrea Salani
E POI. STORIE DI RESTAURI E DI VITA FUTURA DEI BENI
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CULTURA Lucca, quasi 350 anni di teatro… e 200 per il ‘Giglio’ foto Andrea Simi
Silvia Poli
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er il Teatro del Giglio il 2019 assume, all’interno di una storia di 344 anni di vita, un importante valore simbolico: proprio quest’anno, esattamente il 22 settembre, ricorrono infatti i duecento anni dal decreto con il quale Maria Luisa di Borbone, allora sovrana della città di Lucca, assegnò al teatro il nome di «Giglio», richiamando così il nome dei gigli che adornano lo stemma borbonico.
Il teatro cittadino festeggia i due secoli dell’intitolazione voluta da Maria Luisa di Borbone
Volendo però risalire alle origini della storia del nostro teatro, quindi alla seconda metà del XVII secolo, bisogna ricordare che in città c’erano già i Teatri di Corte e due sale (Sala del Podestà a Palazzo Pretorio e la seconda al Palazzo dei Borghi) che venivano utilizzate per attività teatrali. Ma l’esigenza di dotarsi di un ‘vero’ teatro, adatto a ogni genere di spettacolo, era assai sentita in città, tanto che il Consiglio della Repubblica della città, il 19 agosto del 1672, decise per l’operatività e fu individuato un convento che si trovava a fianco della chiesa di San Girolamo: il nuovo teatro avrebbe utilizzato – dopo appositi interventi – le vecchie strutture del convento dei Gesuati non più in funzione. Il progetto fu affidato a Francesco Buonamici e la costruzione a Giovanni Maria Padredio. L’attesa fu 1
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foto Andrea Simi
1. Il Teatro del Giglio visto dal Palco Reale 2. Teatro del Giglio, uno scorcio 3. Teatro del Giglio, la sala prima della ristrutturazione della platea (foto dall’Archivio Storico del Teatro del Giglio) 4. Teatro del Giglio, la sala
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breve: il teatro, detto Pubblico, a pagamento, fu inaugurato, con i suoi quarantotto palchi, il 14 gennaio 1675, con l’opera Annibale in Capua di Niccolò Berengani, su musica di Pietro Andrea Ziani. Ma anche il ‘nuovo’ teatro lucchese fu accomunato alla sorte di moltissime altre sale teatrali: il 16 febbraio 1688, al termine della rappresentazione dell’opera L’amore innamorato di Matteo Noris, su musica di Carlo Pallavicino, il sipario prese fuoco e le fiamme divorarono l’intera struttura, fino al tetto. Quattro anni dopo, nell’agosto del 1692, si decise di ricostruire il teatro nella stessa area dell’ex convento di San Girolamo, lavorando sul progetto originario. Per la seconda inaugurazione, avvenuta il 29 dicembre 1693, fu scelta l’opera Il Giustino su libretto di Niccolò Berengani, su musiche di Giovanni Legrenzi. Rispetto all’edificio originario, il nuovo teatro aveva quattro ordini di palchetti (non più tre), per un totale di 67 (contro 48). Manutenzione e amministrazione erano seguite da un particolare ufficio detto «Cura sopra il Teatro». Nel 1799, il 22 gennaio, Napoleone e i soldati francesi entrarono in città, e Lucca perse la propria indipendenza; insieme a Piombino,
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Lucca entrò a far parte del nuovo Principato che Bonaparte destinò alla sorella Elisa, moglie di Felice Baciocchi. In questo periodo mutarono anche le sorti del teatro lucchese: fra il 1799 e il 1805 il Teatro Pubblico cambiò infatti denominazione, e fu chiamato Teatro Nazionale, secondo l’usanza francese. Elisa rimase a Lucca fino al 1814. La programmazione teatrale, tra opera e danza, continuò, sebbene un po’ stancamente, anche in quegli anni, ma fu con l’arrivo a Lucca di Maria Luisa di Borbone, dopo il Congresso di Vienna, che il Teatro Nazionale divenne oggetto di un importante ripensamento. In città esistevano già altri teatri – il Castiglioncelli in via del Moro, il Pantera in via Fillungo, cui si aggiungevano altre sale più piccole – ma era avvertita da molti la necessità di un rinnovamento radicale del grande teatro pubblico. Il progetto di restauro del teatro, che si inseriva in una nuova configurazione dell’area urbana, fu firmato nel 1817 dall’architetto Giovanni Lazzarini, che alla sua morte, avvenuta il 5 gennaio 1834, fu sostituito dal figlio Cesare, che completò i lavori fra il 1863 e il 1864. Per l’inaugurazione del ‘nuovo’ Teatro del Giglio furono messi in cartellone tre titoli: La rosa bianca e la rosa rossa di Simon Mayr, programmata il 17 agosto del 1819 e La famiglia araba di Francesco Schoberlechner, in scena il 20 settembre, cui seguì il 4 ottobre Aureliano in Palmira di Gioachino Rossini su libretto di Gian Francesco Romanelli, opera che aveva debuttato al Teatro alla Scala nel 1813. Da allora, l’elegante teatro dal nobile prospetto neoclassico ha ospitato sulla sua ribalta le migliori compagnie e le opere più belle dei grandi protagonisti del melodramma, tanto da meritare, nel 1985, l’ambito riconoscimento ministeriale di ‘Teatro di Tradizione’. Tra i divi che hanno calcato le tavole del palcoscenico del Teatro del Giglio, ricordiamo tra tutti il tenore Nicola Tacchinardi e l’acclamatissima Maria Malibran che, giunta a Lucca nell’estate del 1834, si esibì incantando il pubblico in ben tre opere: Sonnambula, Capuleti e Montecchi e Norma. E se un solo spettacolo basterebbe a fare del Giglio un
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foto Tommaso Le Pera
LUCCA, QUASI 350 ANNI DI TEATRO… E 200 PER IL ‘GIGLIO’
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teatro ‘leggendario’ – fu durante la prima italiana di Guglielmo Tell di Rossini nella versione italiana di Callisto Bassi, presentata a Lucca il 17 settembre 1831, che il tenore francese Gilbert Louis Duprez ‘inventò’ il do di petto –, non meno rilevanti, e altrettanto leggendarie, sono le tracce di Giacomo Puccini nel teatro della sua città natale. Dopo i successi ottenuti nei grandi palcoscenici italiani e internazionali, il Maestro amava infatti sovrintendere i lavori della messa in scena delle sue creazioni nel teatro della sua città. Ben sei furono le opere – Edgar, Manon Lescaut, La bohème, Tosca,
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Madama Butterfly e La fanciulla del West – il cui allestimento Puccini seguì personalmente nel teatro della ‘sua’ Lucca. IL ‘GIGLIO’ OGGI
Oggi il Teatro del Giglio cura con particolare attenzione la propria ‘vocazione pucciniana’, proponendo al suo pubblico opere pucciniane durante la Stagione Lirica. A ciò si aggiunge il festival Lucca Puccini Days, nato nel 2013 su indicazione del Comune di Lucca per studiare, celebrare e divulgare l’opera del Maestro; realizzato in collaborazione con la
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foto Andrea Simi
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Fondazione Giacomo Puccini e grazie al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, il festival fa sì che da Lucca prendano il via nuove produzioni e programmi esclusivi e di grande prestigio. Alla Stagione operistica e ai Puccini Days, il Teatro del Giglio affianca spettacoli di Prosa e Danza, cui si aggiunge Lucca Classica (festival concertistico realizzato con l’Associazione Musicale
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Lucchese) e attività di formazione con iniziative e laboratori rivolti al pubblico e al mondo della scuola. Normalmente coincidente con l’anno scolastico è la programmazione del Teatro Ragazzi, rassegna di spettacoli per gli spettatori più piccoli. Ogni attività del Teatro del Giglio trova il suo naturale supporto nella Biblioteca, che ha sede nell’edificio del teatro e che offre un servizio di consultazione e pre-
stito a chi desideri approfondire ogni tipo di conoscenza sul mondo dello spettacolo. All’interno del teatro trova inoltre ospitalità il Teatro Del Carretto, compagnia di teatro di prosa e di ricerca, con la quale il Teatro del Giglio, da oltre trenta anni, co-produce spettacoli conosciuti e amati in tutto il mondo, come Biancaneve, Romeo e Giulietta, Sogno di una notte di mezza estate, Iliade.
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Dalla città, al borgo, alla frazione. Una terra di teatri
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eatro. Forse una delle arti più antiche, un’esigenza avvertita in maniera precoce dall’umanità. Teatro come ‘arte’ appunto, con rappresentazioni, prosa, musica e tutto un universo di declinazioni del verbo ‘interpretare’. Ma alla parola ‘teatro’ nel nostro immaginario corrispondono quasi sempre, in maniera quasi spontanea, i lineamenti di un edificio, sia esso la splendida cavea di Siracusa o gli sfavillanti palchetti della Scala milanese. Teatri come strutture, come luoghi. In una penisola che ha accolto le tradizioni elleniche nella Magna Graecia e secoli dopo ha dato i natali, tra i tanti, a Verdi e a Puccini, il teatro è stato luogo della cultura per eccellenza; ma nella storia del nostro Paese queste strutture, ora eleganti e magniloquenti, ora più raccolte e spartane, hanno avuto un ruolo eccezionale nell’ambito della socialità di grandi e piccole comunità. Il teatro è infatti ricerca di evasione, di mondi diversi, ma, come ricorda sempre Gigi Proietti, «tutto a teatro è finto, ma niente è falso» e da secoli le platee, le gallerie e le piccionaie si affollano di un’umanità variegata che a sua volta ricerca altra umanità, quella raccontata sul palcoscenico, s’intende, ma pure quella che occupa il palchetto accanto. I teatri sono luoghi d’incontro forse prima ancora che luoghi di cultura. Basterà pensare all’incredibile valore civile e religioso delle rappresentazioni per la Grecia antica, quando nell’Atene del V secolo a.C. si proponevano come strumento di diffusione di idee e problematiche nella vita politica e culturale della polis. Finalità che caratterizzarono in parte anche l’epoca romana, in cui il teatro venne consegnato a una dimensione più ludica, senza mai perdere le valenze sociali che torneranno, rimodulate e modificate, a partire dall’epoca rinascimentale e poi nell’età moderna, quando anche la musica, con dignità propria, fece il suo ingresso sul palcoscenico e, più di frequente, nel golfo mistico. Cambiano le esigenze, cambiano le strutture. Dal XVII secolo servono ambienti sempre più
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foto Tommaso Le Pera
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versatili con capienze importanti e nasce il teatro moderno, con la, per noi ‘classica’, modulazione in platea, galleria e palchetti. L’Italia vede fiorire questa tipologia architettonica consolidata nel Settecento e ogni città, ma non solo, si dota progressivamente di una struttura propria. I teatri, di dimensioni varie e con caratteristiche differenti, sono una realtà architettonica importante anche in un territorio dalla forte densità culturale come la provincia di Lucca. La Fondazione Cassa di Risparmio ha percepito, sin dalla sua nascita, il valore trasversale di queste grandi e piccole istituzioni, sostenendo in molti casi lo svolgimento delle attività artistiche ordinarie e supportando le campagne di restauro, che negli anni si sono rese necessarie per queste strutture, meravigliose ma anche bisognose di piccole e grandi manutenzioni. A Lucca parlare di teatro significa ovviamente parlare del Teatro del Giglio, che proprio nel 2019 festeggia i duecento anni di questa prestigiosa intitolazione. Si tratta di uno dei teatri pubblici più antichi d’Italia, edificato durante il XVII secolo in due occasioni. Nel 1675 venne
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infatti realizzata la prima struttura che, come ogni teatro che si rispetti, fu vittima di un rovinoso incendio nel 1688 e quindi ricostruito già nel 1695. La struttura attuale è quella ideata durante la dominazione francese e poi inaugurata nel 1819 sotto Maria Luisa di Borbone col nome di Teatro del Giglio. Un teatro di tradizione di notevoli dimensioni che da sempre ospita spettacoli di livello nazionale e che ha sviluppato con gli anni attività parallele alla programmazione delle stagioni. In tal senso ha ricoperto una grande importanza la grande operazione di restauro e riconversione con la quale la chiesa di San Girolamo, a partire dal 1998, è stata riconvertita ad auditorium, un elegante e suggestivo spazio recuperato a una funzione pubblica anche grazie al contributo della Fondazione CRL. Di certo uno degli interventi più significativi da parte della Fondazione sul territorio riguarda il Teatro Alfieri di Castelnuovo di Garfagnana. Una ‘storia’ questa che inizia addirittura nel 1994 e trova il suo punto di arrivo con una nuova inaugurazione nel 2006, dopo che la struttura era stata chiusa sin dal 1990. Grazie ai contributi della Fondazione il Comune di Ca-
stelnuovo ha potuto acquistare la struttura e procedere a un’accurata campagna di restauro che l’ha riguardata in tutte le parti. Oggi questo capoluogo amministrativo e culturale della Valle del Serchio vanta una programmazione teatrale regolare e di tutto rispetto, tassello fondamentale per mantenere viva e duratura la fiamma della cultura in un’area che non può contare su molti altri punti di riferimento. L’Alfieri, con il Giglio, è uno dei grandi teatri della provincia, ma la caratteristica di questo territorio è la diffusione capillare di piccole strutture che anche nei luoghi più impensabili hanno per anni, o talvolta per secoli, sostenuto e accolto la vita culturale di una comunità. Basterà pensare al Teatro dei Differenti di Barga, dove, fra l’altro, un contributo della Fondazione ha consentito nel 2007 la ristrutturazione della piazzetta antistante l’ingresso e permesso di creare una spettacolare prospettiva – si direbbe appunto ‘teatrale’ – per chi dalle strette vie del borgo si affaccia sulla scalinata. Determinanti anche i contributi che tra 2001 e 2002 hanno consentito al Teatro dei Rassicurati di Montecarlo di acquisire nuovi ambienti e di ristrutturare le sue magiche e suggestive architetture e decorazioni e, sempre nel 2001, è stato poi il Teatro dell’Olivo di Camaiore a conoscere importanti lavori di riqualificazione. Un’attenzione continua quindi che ha visto la Fondazione CRL monitorare e intervenire in maniera capillare sul tutto il territorio, contribuendo, tra l’altro, anche ad alcuni interventi integrativi di piccole realtà, grazie ai quali le comunità locali hanno potuto programmare una stagione o semplicemente rendere una struttura idonea alle esigenze della comunità stessa. Capitolo a parte merita il piccolo gioiello custodito a Vetriano, il teatro più piccolo d’Europa, che negli anni, grazie al costante impegno del FAI, si è imposto come una delle attrattive turistiche più interessanti della Media Valle del Serchio A.S.
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DALLA CITTÀ, AL BORGO, ALLA FRAZIONE. UNA TERRA DI TEATRI
foto Irene Taddei
teatro alfieri CASTELNUOVO DI GARFAGNANA
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foto Irene Taddei
Era il 1860 quando un manipolo di maggiorenti locali particolarmente illuminati, come il conte Giovanni Carli e Antonio Vittoni, sentirono l’esigenza di una struttura teatrale moderna. E fu lo stesso conte Carli a progettare l’edificio ispirandosi liberamente alle caratteristiche del Teatro del Giglio di Lucca, matrice dell’architettura teatrale ottocentesca per tutta la provincia. Castelnuovo vantava già un piccolo teatro accademico al centro del paese, l’ex oratorio del Suffragio, ma si scelse un terreno esterno alla rocca per accogliere un grande fabbricato finalmente in grado, grazie ad un ampio palcoscenico, quinte e a una spaziosa ‘buca’ per l’orchestra, di ospitare spettacoli moderni quali l’opera e il melodramma. Fu La straniera di Vincenzo Bellini a inaugurare, il 22 agosto 1860, questa struttura dotata di un ampio ed elegante atrio, una platea a forma di ferro di cavallo, tre ordini di 17 palchi più il loggione. Per ingentilire e alleggerire la massa muraria esterna venne costruito il loggiato frontale che dava accesso alla biglietteria, al foyer e alla sala, con prospetti ornati di festoni, statue in terracotta dipinte e finto marmo in cui si effigiarono celebri musicisti e commediografi. Nel secondo dopoguerra il teatro venne reintitolato a Vittorio Alfieri, fungendo anche da sala cinematografica con rare rappresentazioni di prosa, fino alla sua totale chiusura avvenuta nel 1990. Dopo importanti restauri che hanno restituito al teatro l’antico splendore, oggi l’Alfieri ospita eventi di rilevanza nazionale e un’annuale e prestigiosa stagione di prosa.
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foto Lucio Ghilardi
teatro san girolamo foto Gilberto Bedini
teatro dei differenti
BARGA
Nasceva il 23 aprile del 1668 a Barga l’Accademia degli Indifferenti, di lì a poco rinominata ‘dei Differenti’, con l’intento di incrementare la passione per il teatro e la cultura in generale nel piccolo centro della Valle del Serchio. Risale al 1689 la costruzione di un piccolo teatro, poi abbattuto e riedificato nel 1793 sotto la direzione architettonica di Michele Lippi. All’interno vennero realizzati tre ordini di palchi e per le decorazioni fu interpellato nientemeno che Francesco Fontanesi, pittore e scenografo teatrale di grido all’epoca. Un teatro ricco di storia, inaugurato nel 1795 con Il matrimonio segreto di Cimarosa e che, nel 1911, vide sul palcoscenico Giovanni Pascoli, pronto a declamare il suo celebre discorso La grande proletaria si è mossa. Di lì una serie di stagioni con alterne vicende, che videro rivitalizzare le attività grazie alla creazione di Opera Barga nel 1967 e alla crescita d’interesse per le stagioni di prosa. Chiuso nel 1982 per problemi di sicurezza, la struttura diventa di proprietà comunale e vive una campagna di restauro che nel 1998 lo riconsegna al suo ruolo di riferimento per tutta la vita culturale della Valle del Serchio.
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LUCCA
Raro esempio di architettura sacra rinascimentale lucchese. Costruita per l’ordine dei Gesuati e consacrata solennemente il 12 giugno del 1446, si limitava originariamente all’aula centrale della chiesa attuale, coperta da una travatura a capriate senza cappelle laterali. Entro la prima metà del Cinquecento fu costruita la cupola, la prima inserita a Lucca in un edificio sacro a pianta longitudinale. Il 2 febbraio 1671 l’Offizio delle Entrate della Repubblica di Lucca comprò tutto il convento a esclusione della chiesa e di poche altre stanze limitrofe con il proposito di realizzarvi il nuovo teatro pubblico. Contestualmente l’edificio fu restaurato, arricchito di stucchi e regolarmente utilizzato fino all’indemaniamento napoleonico. Maria Luisa di Borbone la restituì al culto e nel 1844 subì un restyling neoclassico che le ha consegnato l’aspetto attuale. Usata come magazzino dopo la definitiva chiusura degli anni Ottanta del Novecento, la sua nuova ‘vita teatrale’ è una storia recente iniziata nel 1998.
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DALLA CITTÀ, AL BORGO, ALLA FRAZIONE. UNA TERRA DI TEATRI
teatro dell’olivo foto Carlo Cantini
teatro dei rassicurati
MONTECARLO
Difficile indovinarne la collocazione se non la si conosce. Il Teatro dei Rassicurati riscatta il suo aspetto esterno assolutamente anonimo, nascosto tra le abitazioni del borgo, con la bellezza dei suoi interni. Suggestiva la sua pianta ellittica, tipicamente settecentesca circondata da ventotto palchi suddivisi in due ordini, per un totale di centottanta posti. Gli arredi sono impreziositi da decorazioni policrome di gusto eclettico della metà dell’Ottocento, restaurate negli anni Settanta. Risalgono al 1702 le prime notizie di un teatro montecarlese, ma l’Accademia dei Rassicurati provvedette solo nel 1795 alla realizzazione di una struttura in cui si inaugurò un secolo di grandi stagioni liriche. Il primo restauro del 1894 consentì un ampliamento del palcoscenico, ma il XX secolo rappresenterà un continuo calvario per le vicende della struttura, che nel 1928 rischiò la demolizione, nel 1966 fu dichiarata «a rischio sismico», fino alla definitiva chiusura del 1990 e la grande campagna di recupero che nel 1994 lo riportò a nuova vita.
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CAMAIORE
Nel 1649 l’Accademia dei Deboli, associazione formata da un gruppo di cittadini di Camaiore, chiese di aprire uno spazio per mettere in scena commedie e altre rappresentazioni sceniche in uno stabile che aveva ospitato un tiratoio della lana dal Cinquecento. A partire dal 1720 vennero costruiti i primi palchetti e fu realizzato il palcoscenico, mentre nel 1753 furono aggiunti 12 palchetti nel primo ordine e 5 nel secondo ordine. L’anno chiave nella storia di questa struttura è il 1772, quando nasce la Compagnia del Teatro dell’Olivo, che nel suo atto costitutivo proclama di scegliere «un ramoscello carico di Olive per simbolo della società» nata con l’intento di «formare e conservare un buon teatro, e una buona comica, di adombrar pretesimo». L’aspetto attuale del teatro è frutto di interventi che negli anni si sono susseguiti: nel 1880 è stata aggiunta una terza fila di palchetti, poi eliminata nel 1920, e prende forma il loggione, in seguito tramutato nell’attuale galleria. Fu il camaiorese Dino Spelta a eseguire i decori del soffitto nel 1927. Punto di aggregazione amatissimo, dal 1930 al 1942 divenne un cinema teatro, chiuso però nel 1944 per lo scoppio di alcune mine all’interno dell’edificio. Aperto nuovamente per un breve periodo, fu definitivamente chiuso nel 1955 e a seguito di un’accurata ristrutturazione, il Teatro dell’Olivo è stato riaperto ai cittadini nel 2003.
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Carnevale di Viareggio: un po’ di storia
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i tenne nel cuore della città vecchia la prima sfilata di carrozze addobbate, nella storica Via Regia. Era il 1873 e furono i giovani della Viareggio ‘bene’ a maturare l’idea di questa iniziativa tra i tavoli del Caffè del Casinò. Quasi una ‘ragazzata’, nata ovviamente per gioco – e sennò che carnevale è?! – da mettere in pista per il giorno successivo, il Martedì Grasso. Alcuni però ricordano, ma non abbiamo fonti a riguardo, che la sfilata venne organizzata anche con un intento polemico. Questi ‘virgulti’ della classe borghese intendevano – pare – protestare per un’eccessiva pressione fiscale che colpiva il loro censo. Non è certo questa la sede per stabilire quale sia la verità storica sulle origini della festa, ma di certo in entrambe le versioni si incontrano tutte le caratteristiche sedimentate in oltre un secolo: il gioco, lo scherzo, la satira, la protesta sociale.
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I primi carri di notevoli dimensioni compariranno solo sulla fine del XIX secolo e ai primi del Novecento la sfilata trasloca nella cornice della passeggiata a mare, più idonea ad accogliere le strutture sempre più maestose dei carri e suggestiva nell’eccitare la fantasia dei carristi. È negli anni Venti che la manifestazione comincia ad arricchirsi di alcuni dei suoi connotati più riconoscibili. Del 1921 è infatti la celebre Coppa di champagne, inno ufficiale della rassegna, e la musica trova il suo spazio nella sfilata, con una banda a bordo di un carro. Nel 1923 invece Umberto Giampieri pensò di far sbattere le ciglia al suo Pierrot e nacque così il primo carro in movimento, mentre il 1926 vide stampare il primo di una lunga serie di manifesti promozionali del Carnevale. Ma il 1925 è l’anno ‘spartiacque’, quando cioè, alla ricerca di un materiale leggero e funzionale a creazioni artistiche sempre più ardite, si iniziò a utilizzare la cartapesta, lo strumento diventato simbolo del
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CARNEVALE DI VIAREGGIO: UN PO’ DI STORIA
1. Il carro di Pierrot, 1925 2. Filtro magico di Pietro Baroni, 1955 3-5. Storiche sfilate del Carnevale
Carnevale di Viareggio insieme alla sua maschera per eccellenza che vide la luce proprio alla fine di questo decennio d’oro. È nel 1930 che il pittore e grafico futurista Uberto Bonetti creò ‘Burlamacco’, già presente nel manifesto dell’anno seguente assieme a ‘Ondina’. I colori degli ombrelloni anni Trenta, bianco e rosso, il mantello in stile Balanzone, un cappello che ricorda quello di Rugantino e la maschera è servita. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il Carnevale di Viareggio rinacque nel 1946 e piano piano entrò nelle case di tutti gli Italiani. Nel 1954 infatti venne ritenuto anche grande evento mediatico guadagnandosi la prima diretta televisiva in esterna della neonata Rai. Quattro anni dopo la telecronaca fu addirittura in Eurovisione. Una visibilità che crebbe anche grazie all’abbinamento tra la Lotteria nazionale di Viareggio e il concorso dei carri di prima categoria e che ‘esplose’ letteralmente nel biennio 1988-1989, quando il sabato sera televisivo di RaiUno vedeva protagonisti proprio i coriandoli viareggini. Interessante anche la vicenda dei luoghi di costruzione dei carri. Nel 1960 andarono in fumo in un terribile incendio i baracconi di via Cairoli, dove venivano costruiti i carri, che per quarant’anni sono stati poi realizzati negli hangar di via Marco Polo. Risale infatti al 2001 l’inaugurazione dei grandi e moderni sedici hangar della Cittadella del Carnevale, che con la sua gigantesca piazza ellittica, si è affermata anche come arena per grandi spettacoli all’aperto in estate e centro di conservazione della memoria del Carnevale con i suoi due musei: uno dedicato alla storia dei carri del Carnevale e l’altro al Carnevalotto, preziosa collezione di opere d’arte di grandi firme contemporanee ispirate alla manifestazione viareggina. Ma oltre i grandi corsi mascherati c’è molto di più. C’è il fermento di una città, l’entusiasmo della preparazione, la malinconia della conclusione, e le tante attività collaterali come le grandi feste dei ‘rioni’, questi ‘sambodromi nostrani’ all’aperto in cui si estrinseca forse la versione più pura e genuina del Carnevale viareggino.
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Carnevale 2019. Un successo declinato al femminile Valentina Pierotti
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n’edizione eccezionale quella del Carnevale di Viareggio 2019, che verrà ricordata non solo per il record di presenze sui viali a mare e per il risultato del botteghino, che ha superato la cifra di 3 milioni di euro, ma anche e soprattutto per l’alto livello qualitativo dei giganteschi carri di cartapesta e delle splendide mascherate, che nelle cinque sfilate hanno stupito centinaia di migliaia di spettatori.
Edizione record per Viareggio. L’ambiente e il coraggio delle donne i temi più presenti
Con i corsi mascherati, gli spettacoli pirotecnici, le feste, i veglioni, le rassegne teatrali, gli appuntamenti gastronomici e i grandi eventi sportivi, la città di Viareggio si è trasformata tra febbraio e marzo in una vera e propria ‘Fabbrica Italiana del divertimento’ grazie al suo Carnevale, che si è distinto ancora una volta come grande evento internazionale, capace di richiamare pubblico da ogni dove e affascinare con i carri allegorici più grandi del mondo. Fil rouge dell’intera manifestazione è stato quello dell’universo femminile, ovvero la celebrazione della donna e i suoi successi conseguiti in ambito economico, politico, culturale e scientifico. A questo importante tema la Fondazione Carnevale e la Città di Viareggio hanno voluto dedicare l’edizione dei 146
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CARNEVALE 2019. UN SUCCESSO DECLINATO AL FEMMINILE
anni di Carnevale con numerosi eventi, mostre d’arte, appuntamenti musicali convegni e flash mob che hanno costellato tutto il periodo carnevalesco, per celebrare la donna e le tante donne che attraverso le proprie carriere hanno saputo eccellere, affermando in pieno il proprio valore nella famiglia e nella società e al tempo stesso per sensibilizzare il pubblico sul drammatico tema della violenza di genere. Da sempre infatti il Carnevale di Viareggio, grazie alla creatività dei maestri costruttori e alla sua grande capacita di comunicazione, si fa sostenitore, verso il pubblico e i media, di importanti tematiche d’attualità, in modo pungente e giocoso al tempo stesso così come si addice allo spirito del Carnevale e all’anima della sua città. Così, l’edizione 2019, anche stavolta sostenuta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, non si è sottratta a questa regola, con le gigantesche costruzioni di cartapesta dedicate a grandi donne e la presenza di tante ospiti a cui la Fondazione Carnevale ha voluto offrire un riconoscimento, a partire da Carla Fracci, ‘Signora della danza’ insignita del Premio ‘Ondina’, maschera femminile ufficiale insieme a Burlamacco, premio attributo in questa edizione anche a tante altre grandi personalità femminili. «Il Carnevale – come ha dichiarato la presidente della Fondazione Marialina Marcucci – è una festa popolare la cui tradizione affonda nella celebrazione della vita che rinasce. Sancisce la fine dell’inverno e apre le porte alla primavera, stagione in cui la terra rifiorisce e genera nuova vita, proprio come le donne, portatrici di vita». Dal triplice colpo di cannone che il 9 febbraio ha dato il via ufficiale al primo dei cinque corsi mascherati, sui Viali a mare di Viareggio hanno sfilato nove carri di prima categoria e cinque di seconda, nove mascherate in gruppo e nove maschere isolate, realizzati dai maestri costruttori viareggini, creativi capaci di dar vita ai sogni, che in molti casi hanno ereditato dai padri e dai nonni le abilità di un mestiere unico al mondo, ‘discendenti’ degli antichi maestri d’ascia e calafati della cantieristica viareggina.
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L’ultima Biancaneve di Jacopo Allegrucci, primo classificato Adelante di Lebigre e Roger, secondo classificato Alta marea di Roberto Vannucci, terzo classificato Il Pa-Drone di Fabrizio Galli La teoria del kaos di Umberto, Stefano e Michele Cinquini Medea di Alessandro Avanzini
I CARRI VINCITORI
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Veri e propri teatri viaggianti, colorati, imponenti, capaci di sorprendere, di far ridere e riflettere, i carri di Viareggio, dominati dagli enormi mascheroni, si sono animati – come per magia – tra impressionanti movimenti, musica e danze dando vita ad uno spettacolo unico, e a una tradizione che la città di Viareggio custodisce gelosamente dal 1873. Alti oltre 20 metri, tanto da superare in altezza gli imponenti palazzi liberty affacciati sul mare, e larghi dodici, i carri di Viareggio sono creati per stupire il pubblico e la giuria che ogni anno stila la classifica. A conquistare il primo posto per i carri di prima categoria è stato L’ultima Biancaneve di Jacopo Allegrucci, che ha trionfato per la magistrale realizzazione e soprattutto per il messaggio: il richiamo a una delle fiabe più popolari, con la celebre mela stregata divenuta il pretesto per denunciare l’inquinamento e le discariche abusive che contaminano le coltivazioni, con la mente che subito corre alla Terra dei Fuochi e alle ecomafie. Sul podio in seconda posizione Adelante, il carro firmato dalla famiglia Lebigre Roger, omaggio al coraggio dell’artista messicana Frida Khalo: un inno alla femminilità e all’uguaglianza e un incitamento ad andare oltre le convenzioni. Terzo posto per Alta Marea di Roberto Vannucci, che ha colpito e scosso le coscienze con la gigantesca balena morente, soffocata da cumuli di plastica e immondizia. Tema molto sentito dunque quello dell’inquinamento, con la Fondazione e Carnevale e la amministrazione cittadina che hanno voluto dare un taglio deciso alla plastica, bandendola dal circuito e prediligendo l’utilizzo di bicchierini e piattini rigorosamente biodegradabili. Vittoria, come da pronostico, in seconda categoria, per Freedom, la costruzione dedicata a Emma Bonino da Priscilla Borri e Antonino Croci. Al secondo posto Prigioni di Luciano Tomei, terzo Moon Dream di Luca Bertozzi. Fra le mascherate di gruppo successo per Un cane andaluso di Libero Maggini, mentre
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CARNEVALE 2019. UN SUCCESSO DECLINATO AL FEMMINILE
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fra le maschere isolate ad aggiudicarsi il primo premio è stato Stefano Di Giusto con LampMedusa. UN MONDO DI IDEE
Meno satira politica e più denuncia sociale come accade, ormai da qualche anno, sintomo forse di una politica che ha perso i suoi leader, in una direzione imboccata ormai da parecchio tempo. Sui grandi carri resiste il presidente USA Donald Trump, che il costruttore Fabrizio Galli ha piazzato sul proprio carro dal titolo Il Pa-Drone, in una versione imponente e di dimensioni mastodontiche, che ha spopolato sui social, sui giornali e le tv di tutto il mondo da Fox News ai prestigiosi rotocalchi «Newsweek» e «Time». L’universo femminile, oltre ad Adelante, è stato al centro anche della costruzione di Alessandro Avanzini che ha rievocato il mito di Medea «amante, madre, barbara, straniera, maga e sacerdotessa». Non mancano figure femminili pure in La teoria del kaos di Umber-
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to, Stefano e Michele Cinquini: corpi di donne con schermi televisivi al posto del volto, primo caso di videowall a bordo di un carro, con le immagini della caotica attualità in cui viviamo. L’inganno della sirena di Luigi Bonetti, ci ha riportato nel mondo marino, ‘ripescando’ il mito delle sirene di Ulisse per metterci in guardia dall’aspetto ingannevole e ammaliatore dei pericoli della vita quotidiana. Doppia citazione, poi, per Carlo Lombardi con Per chi suona la campana, celebre romanzo di Hemingway e i quattro Cavalieri dell’apocalisse in quello che suona come un monito a liberarci dall’individualismo. Un altro tema delicato e di grande attualità e quasi mai trattato dai carri di Viareggio è stato il bullismo nelle scuole in questa edizione affrontato dei fratelli Massimo e Alessandro Breschi con il carro intitolato Branco: da un grande libro avanzavano i volti inquietanti e famelici di un branco di iene, che quasi sembravano balzare sul pubblico. Se carri e mascheroni in cartapesta sono la grande attrazione, una nota di merito, all’in-
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terno della imponente parata del Carnevale, va riservata anche alle mascherate che hanno accompagnato ciascun carro, un esercito danzante colorato, festoso, trascinante ed emozionante. Un altro spettacolo nello spettacolo. Uomini, donne, ragazzi e bambini, facce colorate, costumi sgargianti, come un unico coro, tutti a danzare al ritmo di musica e pronti a inscenare storie e narrazioni in una grande coreografia che coinvolge ed emoziona gli spettatori. Insomma il Carnevale di Viareggio con i suoi carri, le maschere e i tanti eventi ha ancora una volta saputo far centro con il suo sguardo pungente e ironico, trasformando la città in una vera e propria ‘fabbrica del divertimento’. E mentre scoppiavano in cielo i fuochi artificiali la Fondazione Carnevale già si prepara al prossimo anno, quando si tornerà a ballare e riflettere assieme, guardare la realtà sotto la lente di ingrandimento dei carri per costringere tutti a fermarsi a pensare.
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foto Lucio Ghilardi
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RAGGHIANTI L’artista bambino, suggestioni di primo ’900 nel segno di Ragghianti
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l problema dell’arte infantile tra il ’900 e il ’920, tanto fuori d’Italia quanto in Italia, è uno di quelli che esigono una ricerca e una precisazione, tra tante altre ancora da compiere per un periodo che ha acquistato così rapidamente una distanza archeologica». Le parole di Ragghianti, scritte nel suo fondamentale saggio Bologna cruciale 1914, apparso sulla rivista «Critica d’arte» nel 1969, hanno promosso una ricerca che lo storico dell’arte aveva intrapreso, delineando i tratti fondamentali dell’affascinante argomento di cui egli stesso avvistava la vastissima e sfuggente portata. In omaggio a Carlo Ludovico Ragghianti, la mostra organizzata dalla Fondazione intitolata al suo nome e a quello della moglie Licia Collobi, aperta dal 17 marzo e fino al 2 giugno, si è proposta di fornire, seguendo la traccia da lui segnata, una serie di esempi che possano stimolare nuove aperture e approfondimenti: «naturalmente occorrerà un lavoro organico di documentazione per poter ricostruire la valenza di questa componente nella cultura non solo pedagogica, ma artistica italiana: credo però che sin da ora si possa affermare che essa ebbe più peso di quanto al momento riesco a ricostruire, e che non è stato sospettato», scriveva ancora Ragghianti nel 1969. La mostra L’artista bambino propone una nuova apertura sul problema, una nuova tessera per ricomporre un mosaico storico critico estremamente vario e complesso, mirando a documentare e analizzare alcune esperienze apicali dell’interesse da parte degli artisti per il disegno infantile, nel tentativo di individuarne l’origine, la prima affermazione nella pittura e la sua più intensa accoglienza critica, nel contesto del più generalizzato fenomeno delle avanguardie artistiche che dalla fine dell’Ottocento inseguivano la modernità attraverso un processo di semplificazione formale. Se questa ricerca, in Francia, implica soprattutto un’attenzione per le culture extraeuropee, in Italia si avvale del ritorno allo sguardo infantile sul mondo, in alcuni casi filtrato dal ricorso alla cultura medievale, giottesca e pregiottesca, che sarà un’ulteriore linea di
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Nadia Marchioni*
Energia, stupore, libertà, semplicità. Tra primitivismi e semplificazione formale, in mostra una pagina meno nota dell’arte ‘intorno’ alla Grande Guerra
* Curatrice della mostra L’artista bambino. Infanzia e primitivismi nell’arte italiana del primo ’900.
sviluppo verso una sorgiva espressione formale, proposta in mostra come fenomeno che precede e, successivamente, affianca l’istanza popolare e incolta sperimentata e teorizzata specialmente da Ardengo Soffici. Energia, stupore, libertà, semplicità e affrancamento dalle convenzioni sociali e artistiche sono le caratteristiche che creano un particolare legame fra l’artista e il bambino, visto talvolta come depositario di una speciale qualità: «le preoccupazioni pratico-funzionali sono estranee al bambino, che guarda ogni cosa con occhio non assuefatto e ha ancora integra la facoltà di percepire la cosa come tale», scriveva Kandinskij sulle pagine del celebre almanacco Il cavaliere azzurro nel 1912; «c’è nel bambino un’immensa forza inconscia, che si manifesta nei suoi disegni e li pone sullo stesso piano (e spesso anche più in alto) di quelli delle opere degli adulti». La medesima idea di uno sguardo primigenio, pronto a rivelare la poesia del reale e a far risuonare le più profonde corde interiori della nostra anima, è espressa dal 1897 nello scritto di Giovanni Pascoli Il fanciullino, secondo cui «è dentro di noi […] il fanciullo eterno, che vede tutto con meraviglia, tutto come per la prima volta. […] I primi uomini non sapevano niente; sapevano quello che sai tu, fanciullo. Certo ti assomigliavano, perché in loro il fanciullo intimo si fondeva, per così dire, con tutto l’uomo quanto egli era. [… ] Or tu, fanciullo, fai come loro, perché sei come loro. […] Tu sei antichissimo, o fanciullo! E vecchissimo è il mondo che tu vedi nuovamente! E primitivo il ritmo […] col quale tu, in certo modo, lo culli o lo danzi! […] Sappiate che per la poesia la giovinezza non basta: la fanciullezza ci vuole!». Seguendo queste suggestioni, la mostra della Fondazione Ragghianti ripercorre le riflessioni degli artisti e degli intellettuali sedotti da questi richiami, esordendo con l’antefatto ancora tutto ottocentesco di Adriano Cecioni, le cui opere mostrano l’intensità del suo sguardo verso l’universo infantile e la familiarità con i prodotti grafici dei bambini.
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1. Veduta dell’allestimento della mostra, progettato da Arrigoni Architetti 2. Alberto Magri, Il soldatino morto, 1915, collezione privata 3. Adolfo Balduini, Bambine che raccolgono fiori, 1919, collezione privata 4. Ottone Rosai, Omino e cavallo, 1918, collezione privata 5. Veduta dell’allestimento della mostra
Un approfondimento è poi dedicato al pionieristico libro dello storico dell’arte Corrado Ricci, L’arte dei bambini (1887), fondamentale in ambito internazionale per i successivi studi sulla psicologia evolutiva, e immediatamente accolto, con il suo ricco apparato iconografico di disegni infantili, nell’opera di Vittorio Matteo Corcos, Ritratto di Yorick (1889, Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno), dove, sul muro giallo che fa da sfondo alla figura del personaggio effigiato, campeggiano in bella vista disegni infantili tratti direttamente dalle pagine del libro di Ricci o dalle riflessioni in esso contenute sul meccanismo psicologico che presiede alla creazione grafica infantile. Un analogo interesse per il disegno dei bambini è esplicitato nel celebre dipinto di Giacomo Balla Fallimento (1902), di cui sono in mostra il bozzetto preparatorio e uno studio dal vero su carta (prestato dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma), che confermano l’attenzione dell’artista per questo universo. Una vasta sezione è dedicata all’approfondimento dei legami fra alcuni artisti toscani che, dalla metà del primo decennio del Novecento foto Daniele Bonaccorsi
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foto Lucio Ghilardi
L’ARTISTA BAMBINO, SUGGESTIONI DI PRIMO ’900 NEL SEGNO DI RAGGHIANTI
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e fino alla Prima guerra mondiale, avviarono un’intensa riflessione sulla semplificazione formale di ascendenza medievale, infantile e mutuata dall’illustrazione per l’infanzia, che proprio in quel momento dilagava sui libri e giornali per ragazzi, come sottolineato in mostra dalla presenza del celebre Giornalino di Gian Burrasca (1912), pubblicato a puntate dal 1907 sul «Corriere dei Piccoli». Alberto Magri, artista rarissimo ed eletto, che accolse il plauso del futurista Umberto Boccioni nell’esposizione delle proprie opere alla Famiglia Artistica Milanese (per la quale l’amico Lorenzo Viani eseguì i manifesti, presenti nella mostra della Fondazione Ragghianti), con i suoi vasti bucolici polittici dipinti a tempera su tavola preparata a gesso, unisce all’ispirazione infantile quella dai maestri del Due e Trecento, in poetiche georgiche eseguite nella cittadina di Barga, in Media Valle del Serchio, dove poté cogliere da vi-
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cino il messaggio del Fanciullino di Pascoli, che vi risiedé dagli ultimi anni dell’Ottocento. Attorno al suo esempio sono riuniti gli artisti che, citando ancora Ragghianti, «senza essere né un cenacolo né un gruppo […] sono e restano in circolo nel periodo anteriore al 1914, e gli scambi sono dichiarati», protagonisti di una «silenziosa avanguardia» consapevolmente antitetica a quella futurista, fra cui Adolfo Balduini, Spartaco Carlini e Lorenzo Viani. Fra il 1910 e il 1916 Ardengo Soffici e Carlo Carrà avallarono criticamente la ricerca in direzione di un’arte sorgiva, infantile e popolare, con gli scritti pubblicati sulle riviste «La Voce» e «Lacerba», cui fanno eco i loro dipinti, che si allontanano, con l’entrata in guerra dell’Italia, dalle scomposizioni futuriste e cubiste, essendo più legati, nel caso di Soffici, a una prospettiva popolare, e stimolati invece da un’arte infantile e dall’esempio del Doganiere
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foto Collezione Iannaccone
6. Renato Birolli, Tassì rosso, 1932, Milano, collezione Giuseppe Iannaccone
Rousseau (che interessò anche Morandi) nella fase ‘antigraziosa’ di Carrà. L’invito dei due critici e artisti a ritornare alla semplificazione e compattezza formale di ispirazione medievale, popolare e infantile sembra essere accolto, specie in quest’ultima chiave, negli anni della Prima guerra mondiale e immediatamente successivi da artisti come Carlo Erba, Ottone Rosai, Alberto Salietti, Tullio Garbari e Gigiotti Zanini, mentre la stampa propagandistica diffondeva su quotidiani, cartoline e giornali di trincea un’iconografia infantile talvolta realizzata con linguaggio volutamente semplificato da artisti come Duilio Cambellotti, Piero Bernardini, Giorgio de Chirico, Cipriano Efisio Oppo e Alberto Sironi. Nonostante il monito lanciato da Carrà nel 1921 dalle pagine della rivista «Valori Plastici» («è finita da un pezzo l’epoca dell’arte bambina»), la mostra della Fondazione Ragghianti presenta alcuni notevoli episodi di resistenza in senso infantile e ‘primitivo’ negli anni Venti, cui non sfugge lo stesso Carrà, assieme a Fillide Levasti, Riccardo Francalancia e Ottone Rosai, mentre è segnalata una ripresa dell’attenzione per il linguaggio espressivo dei bambini negli anni Trenta, complice anche l’impegno del critico Edoardo Persico: la seduzione per un’arte ingenua torna attuale grazie ad artisti come Renato Birolli, Cesare Breveglieri e Gianfilippo Usellini, presente con Il carnevale dei poveri, opera del 1941 con la quale si conclude, cronologicamente, il percorso della mostra.
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Stamperia Angeli: la storia della litografia lucchese in mostra Mauro Lovi
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al 23 novembre 2018 al 6 gennaio 2019 si è svolta alla Fondazione Ragghianti la mostra Angeli, litografi a Lucca. È stata un’occasione importante per ripercorrere la storia di una stamperia d’arte che, grazie al titolare Giuliano Angeli, dagli anni Sessanta fino alla chiusura nel 2011 svolse un’importante attività legata ai nomi di molti pittori, italiani e non. La stamperia Angeli era nata, in realtà, nel 1948, in via della Zecca a Lucca, fondata dal padre di Giuliano, Giulio Angeli, che poté mettersi in proprio grazie alla vincita di una piccola somma alla Sisal (quello che poi si sarebbe chiamato Totocalcio), che gli permise
di acquistare un torchio litografico e di lavorare coinvolgendo tutta la famiglia, realizzando etichette per ditte e aziende commerciali di filati, vini, liquori, olio e altro ancora. Giuliano Angeli prese in mano la stamperia negli anni Sessanta e cominciò a operare con i pittori lucchesi che si avvicinavano alla tecnica della litografia, ossia del disegno su pietra, vista la necessità di rendere più accessibile l’arte e di rispondere così alla curiosità, manifestata da una sempre più ampia platea di appassionati. Il ricorso a questa forma di stampa si diffuse fra i pittori di Lucca e dintorni proprio grazie alla disponibilità e alla perizia di Giuliano, il quale riuscì a raggiungere un gra-
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1. Anne Flore (Bielefeld, Germania, 1954), litografia a sette colori, 1998 2. Ennio Morlotti (Lecco, 1910 – Milano, 1992), litografia a sei colori 3. Giuseppe Bartolini (Viareggio, 1938), litografia a sei colori 4. Gianni Dova (Roma, 1925 – Rigoli, Pisa, 1991), litografia a nove colori 5-6. Veduta dell’allestimento della mostra, progettato da Mauro Lovi
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foto Lucio Ghilardi
STAMPERIA ANGELI: LA STORIA DELLA LITOGRAFIA LUCCHESE IN MOSTRA
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do di esecuzione notevole, tecnicamente ineccepibile. La Litografia Angeli divenne così una delle migliori stamperie d’arte italiane, producendo centinaia di litografie firmate da grandi pittori: da Uberto Bonetti a Robert Carroll, da Primo Conti a Gianni Dova, da Omar Galliani a Mino Maccari, da Sebastian Matta a Ennio Morlotti, da Antonio Possenti a Riccardo Tommasi Ferroni, da Ernesto Treccani a Renzo Vespignani, giusto per citarne alcuni tra i moltissimi. Nella mostra della Fondazione Ragghianti sono state esposte circa sessanta litografie, tra le più significative e tecnicamente complesse stampate da Angeli, degli artisti elencati sopra e di altri, e inoltre una serie di stampe progressive dei colori di una litografia ed edizioni
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di cartelle litografiche. Protagonista era inoltre il torchio a stella con l’attrezzatura per la stampa, gli inchiostri, gli strumenti e la carta Magnani. Nella sezione documentaria sono state presentate circa cento fotografie degli artisti al lavoro nella stamperia. Non è mancata una panoramica di etichette commerciali, soprattutto degli anni Cinquanta. Durante la mostra si sono svolti alcuni partecipatissimi workshop sulla tecnica litografica, tenuti dal giovane artista Giuseppe Renda e dallo stesso Giuliano Angeli. Nella Lucca dei primi anni Settanta mi aggiravo ventenne in cerca di nutrimenti per la mia passione per l’arte. Stavo finendo il liceo artistico e frequentavo librerie e gallerie, piut-
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7. Giuseppe Bartolini (Viareggio, 1938), litografia a sette colori 8. Giuliano Angeli durante una dimostrazione di stampa litografica 9. Incontro con le scuole
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tosto numerose in quegli anni. Scoprivo sul campo autori e artisti; una delle mete era la Libreria Baroni, in via Fillungo, con la presenza autorevole di Pier Carlo Santini, quando c’era, con il suo sigaro immancabile; con lui scambiavo impressioni e opinioni sui libri, sugli autori, sull’arte. Di gallerie ce n’erano molte, con proposte diverse, sia di pittori emergenti, sia di maestri locali e artisti importanti. Quella che attirava maggiormente la mia attenzione era la Blue Chips di Omero Biagioni, che, alcuni anni dopo, mi chiese di fare una litografia. Fu così che conobbi personalmente Giuliano Angeli. Finalmente entrai in un luogo di cui sapevo l’esistenza, ma che non avevo mai avuto l’occasione di visitare, uno dei più suggestivi e interessanti dell’arte a Lucca, il laboratorio accessibile dove nascevano lavori artistici di grande creatività. Ci incontravi tutti, e tutti potevano venire a curiosare quando lavoravi sulla pietra; si avvicinavano sempre con rispetto e curiosità, quasi in punta di piedi; con le mani dietro la schiena, per non interferire con il tuo campo d’azione, ti chiedevano che cosa stessi disegnando e quanti colori usassi per la litografia, e così via. Si lavorava in un’atmosfera serena, fattiva, ma con disciplina e metodo: una modalità che si percepiva proveniente più dalla consuetudine del saper fare artigianale con scioltezza che dall’imposizione di rigidi tempi e canoni. Quest’aria mi permetteva di controllare i miei gesti, che dovevo eseguire netti e senza tentennamenti o ripensamenti. La pietra trasferisce sulla carta tutto quello che ci metti, è un sismografo dell’emotività e della volontà nell’esecuzione. Nella mostra della Fondazione Ragghianti ho cercato di ricreare quel clima di laboratorio: ho voluto far vedere il lavoro del litografo: un’attività che si pone fra arte e artigianato, presente ormai in rare realtà nazionali. È stato un modo di mostrare, in un oggi in cui tutto nasce in modo immateriale dai bit elettronici, la bellezza di saper gestire e apprezzare i gesti di una tecnica artistica affascinante.
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Le nuove acquisizioni: le opere di Rizzato e Sava Paolo Bolpagni
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egli ultimi mesi la collezione artistica della Fondazione Ragghianti si è arricchita di varie importanti opere, tra cui due di particolare interesse, donate dai rispettivi autori, esposte stabilmente al pubblico dalla metà di dicembre del 2018: si tratta di un dipinto del 1969 del milanese (ma uzzanese d’adozione) Romano Rizzato, intitolato Percorso successivo D.L.P.I.A. 123 (acrilico su tela, 100 x 100 centimetri) e di una grande scultura (di 160 x 253 centimetri) in acciaio inox, ferro zincato e pietra leccese del salentino Salvatore Sava, Metamorfosi mediterranee, iniziata nel 2013 e portata a termine nel 2018 appositamente per gli spazi del secondo chiostro del complesso monumentale di San Micheletto, nell’ambito dei ‘Giardini della scultura Pier Carlo Santini’ (che, nel corso del 2018, avevano già accolto due opere del lucchese Luciano Pera, lasciate in donazione a seguito della mostra organizzata nella primavera del 2017 dalla Fondazione Cassa di Risparmio). Il dipinto di Romano Rizzato (Milano, 1936) è un tipico esempio di Arte Cinetica degli anni Sessanta, ossia del ‘momento d’oro’ di questa corrente basata su un linguaggio formale astrattista e matematico-geometrico di forte dinamismo, apparentabile per certi versi al genere Optical. Rizzato, che è stato a lungo attivo anche come illustratore e grafico di successo per importanti case editrici, sviluppò le proprie ricerche artistiche a partire dall’incontro con il grande esponente dell’astrattismo comasco Mario Radice e, lungo la sua carriera, ha esposto in Italia, Svizzera, Olanda, Francia, Germania, Bulgaria, Austria, Venezuela e Giappone. Ha fatto inoltre parte del ‘Work-Group for Constructive Art’ di Anversa e Bonn. Il dipinto donato alla Fondazione Ragghianti è stato collocato nel vestibolo d’ingresso che dà accesso alla biblioteca, che è stato recentemente oggetto di un restyling che l’ha reso più accogliente ed elegante. Salvatore Sava (Surbo, Lecce, 1966) è uno degli scultori oggi più interessanti del panorama italiano. Docente all’Accademia di Belle Arti di Lecce, dal 1983 espone regolarmente le sue opere in importanti mostre collettive e personali. Ha partecipato alla XIV Quadriennale di Roma e ha conseguito numerosi riconoscimenti (tra cui il Premio internazionale di scultura ‘Terzo Millennio’ e il Premio Umberto Mastroianni). Nel 2010 ha presentato oltre cinquanta opere al Castello Sforzesco di Milano all’interno della grande mostra dedicata al celebre cuoco Gualtiero Marchesi, che è stato un suo estimatore e appassionato collezionista. Ragguardevoli anche le più recenti personali al MUSMA di Matera e a Lecce e le monografie dedicategli da storici dell’arte di fama, tra cui Luciano Caramel. L’opera realizzata da Salvatore Sava per i ‘Giardini della scultura Pier Carlo Santini’ della Fondazione Ragghianti è frutto di un ragionamento formale sulle facoltà dei materiali, ma è anche un atto di denuncia ecologista: si presenta come una sorta di arbusto disseccato, in cui la natura vegetale è stata sostituita dal metallo e dalla pietra, come a seguito di una metamorfosi dovuta alla desertificazione e alla catastrofe ambientale che ci minaccia.
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Romano Rizzato (Milano, 1936), Percorso successivo D.L.P.I.A. 123, 1969, collezione Fondazione Ragghianti
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LE NUOVE ACQUISIZIONI: LE OPERE DI RIZZATO E SAVA
Salvatore Sava (Surbo, Lecce, 1966), Metamorfosi mediterranee, 2013-2018, collezione Fondazione Ragghianti
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PROGETTI
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NEL SOCIALE Coesione sociale: obiettivo formazione Lorenzo Maffei
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na delle esigenze che la Fondazione per la Coesione Sociale, l’ente strumentale creato dalla Fondazione Crl, cerca di affrontare è quella relativa alla formazione di personale specializzato sulla disabilità. Infatti, dal confronto con gli enti territoriali preposti e le varie associazioni, è emerso quanto siano prevalentemente gli anziani i soggetti svantaggiati cui è maggiormente dedicata la formazione infermieristica e degli operatori socio sanitari. Invece, viste
Work in progress per un programma formativo dedicato a chi accudisce i disabili
le prerogative statutarie della Fondazione, formare personale volto a soddisfare i bisogni primari della persona disabile per il suo benessere e una sua maggiore autonomia, anche al di fuori del contesto familiare nel quale vive, è quanto mai urgente. Al momento l’ente si sta impegnando su vari fronti, volti anche al riconoscimento di una formazione specifica da parte della Regione Toscana con la quale ci sono stati incontri ai massimi livelli, che hanno dato luogo, poi, alla formalizzazione di una ‘proposta formativa’ orientata ad aggiornare e formare le figure socio-sanitarie che si trovano a più stretto contatto quotidiano con le persone oggetto degli interventi legati al «durante e dopo noi». La finalità che si è posta la Fondazione per la Coesione sociale è quella di arrivare a dare a
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queste figure cognizioni di tipo trasversale su argomenti non necessariamente affrontati nei loro corsi di studio standardizzati. La ‘Coesione sociale’, quindi, si è messa a disposizione della Regione per progettare, nelle tre zone sociosanitarie della ex USL 2 e Versilia del Servizio Sanitario Regionale, corsi specifici facendosene carico dal punto di vista finanziario. Ha, inoltre, avviato con il Centro Servizi Volontariato Toscana (CESVOT) una proficua collaborazione per comprendere i bisogni delle varie realtà, per fare rete e, in particolare, tentando di favorire una regia su attività sociali, di co-progettazione e co-programmazione in armonia con i Comuni e le Zone Distret-
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to della Ausl. Sono stati realizzati incontri di consulenza collettiva sul territorio dove, con la partecipazione di esperti relatori, si è trattato del ‘sistema salute’ a livello nazionale, regionale e locale evidenziando punti di forza, criticità, ambiti di sviluppo e di possibili investimenti. Si è anche costruito un punto di ascolto e rilevazione dei fabbisogni formativi individuando aree di interesse comune e metodologie condivise per il consolidamento e lo sviluppo dei propri servizi. È intenzione della Fondazione proporre agli istituti professionali che abbiano tra i loro obiettivi la formazione di competenze specifiche in ambito socio-sanitario un progetto for-
mativo dedicato sia agli studenti che agli insegnanti, sul trattamento della disabilità concertando, con la dirigenza scolastica, le migliori forme di realizzazione, naturalmente, facendosi carico degli oneri finanziari derivanti. Una proposta, questa, che preveda sia un corso che un tirocinio. Infine c’è stato anche un incontro con l’Università di Pisa per verificare la possibilità di concordare l’offerta di pacchetti formativi al fine di preparare insegnanti di sostegno predisposti e professionalmente preparati alla gestione di un disabile.
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Coesione sociale: il punto sugli interventi
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a Fondazione Coesione Sociale è una realtà giovane, ma ha già percorso molta strada. Un percorso ben definito frutto di un approccio diretto alle problematiche e soprattutto di una pianificazione strategica basata su idee molto chiare.
DOPO DI NOI
Da questa impostazione derivano obiettivi puntuali e prassi che vanno sempre più consolidandosi. La Fondazione si è infatti dedicata principalmente alla questione del «Dopo di noi», individuando nella realizzazione o nel recupero di infrastrutture adeguate un primo passo fondamentale per dare concreta attuazione a percorsi di autonomia e di accoglienza per i disabili. Tanti i progetti realizzati, in fase di attuazione e programmati. Il centro semiresidenziale dell’Associazione Italiana Persone Down Versilia Un importante progetto su cui FCS ha stanziato 400 mila euro riguarda la costruzione di un complesso polifunzionale di circa 550 metri quadri organizzato su due piani. Al piano terreno saranno realizzati laboratori per i ragazzi affetti dalla Sindrome di Down, impegnati sia in attività lavorative che nella realizzazione di programmi ludico ricreativi, e ambulatori specialistici con segreteria e accettazione. È prevista anche la creazione di una cooperativa sociale di tipo ‘B’, o di altro soggetto del terzo settore, inclusa l’impresa sociale, nell’ottica della progettazione di percorsi di autonomia sociale ed economica dei destinatari del progetto. La cooperativa, operando all’interno dei laboratori e nell’ambito della gestione del complesso polifunzionale potrà offrire una fonte di reddito e prospettive di autofinanziamento del progetto stesso. Al primo piano è prevista la realizzazione di un complesso residenziale dove i ragazzi, con la supervisione di un tutor, possano sperimentare percorsi di vita autonoma provvedendo alle proprie esigenze.
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Infrastrutture per la disabilità, co-progettazione e molto altro ancora
«Verso l’indipendenza: abitare in autonomia»: un progetto dell’Associazione Down Lucca FCS ha sostenuto con 12 mila euro l’Associazione Down Lucca, che, in partenariato con il Comune di Capannori e l’Azienda USL Toscana nord-ovest, realizza attività di avviamento ed educazione all’autonomia abitativa. Occasioni fondamentali per persone affette dalla Sindrome di Down per affrontare i diversi aspetti della quotidianità: dalla cura di sé alla cura della casa, dalla capacità di fare la spesa alla preparazione dei pasti, il tutto in uno spirito di gruppo basato sulla capacità di collaborare con il gruppo e la partecipazione alla vita culturale e sociale del territorio. Il progetto offre la possibilità ad un numero significativo di persone di alternarsi e vivere più volte nel corso dell’anno l’esperienza dell’abitare in autonomia. Nel medio periodo i gruppi ‘più pronti’ potranno sperimentare permanenze più lunghe nella casa (dal lunedì al venerdì, con rientro in famiglia nei fine settimana) dove vivere una quotidianità più dilatata, fatta non solo di attività domestiche ma anche di mobilità da e verso il luogo di lavoro o dalle attività che li impegnano durante la giornata. Le autonomie residenziali di C.RE.A a Viareggio «FACTORY CREA – Laboratorio residenziale per sperimentare autonomie» è il progetto, sostenuto da FCS con 146 mila euro, che propone percorsi di autonomia nella residenzialità per disabili adulti, valutati dalla competente Unità Valutativa Multidimensionale (UVM) dell’ASL, come possibili fruitori e sperimentatori di attività e strumenti volti al miglioramento e al potenziamento dell’autonomia personale. La cooperativa mette a disposizione l’immobile acquistato nell’aprile 2015 per una sperimentazione avviata nel novembre 2015. Un’esperienza che, fino ad oggi, ha accolto 44 ospiti in forma residenziale – con soggiorni di almeno una notte – e 25 ospiti in forma di soggiorno diurno per intraprendere percorsi di autonomia.
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Percorsi verso l’indipendenza strutturati per gradi, partendo da attività di socializzazione diurne, brevi soggiorni, fino ad arrivare a esperienze di residenzialità più lunghe (fino a 2/3 mesi). In questa forma di residenzialità prevale l’autogestione, con la presenza soprattutto di personale educativo che garantirà la collaborazione degli ospiti alla gestione della propria giornata e degli spazi da vivere. Il centro di integrazione del Gruppo Volontari della Solidarietà di Barga È uno dei progetti più significativi, sostenuto da FCS con 300 mila euro. Con la costruzione di un nuovo edificio, il Gruppo Volontari della Solidarietà (G.V.S.) di Barga ha potuto disporre di una nuova sede e di locali adeguati per realizzare nuovi laboratori espressivo-artigianali per persone disabili. Si tratta di un importante e indispensabile centro di integrazione, di interscambio culturale ed esperienziale tra le realtà presenti nella zona (scuola, parrocchia, attività sportive, servizi socio-sanitari, ambiente naturale circostante) e tra le persone che vi gravitano (ragazzi, giovani, adulti, nonni, famiglie, educatori e catechisti). Si tratta dunque di due edifici (G.V.S. e Oratorio), separati e indipendenti ma al tempo stesso uniti da una grande tettoia, che consente un facile e riparato accesso per i diversamente abili e per i loro mezzi di trasporto. Il complesso così strutturato nel suo insieme diventerà un punto di riferimento e un polo di aggregazione per accogliere giovani e diversamente abili della Valle. «L’officina della solidarietà»: i laboratori della Misericordia di Borgo a Mozzano Con 70 mila euro FCS contribuisce alla realizzazione del progetto «L’officina della solidarietà» con cui la Misericordia di Borgo a Mozzano intende dar vita a tre laboratori dedicati a soggetti disabili, sia sociali che sanitari, con particolare attenzione alle persone affette da autismo. Tre percorsi articolati su 15 ore settimanali, che prevedono un’officina di elaborazione di prodotti derivati da agricoltura sociale, soprat-
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COESIONE SOCIALE: IL PUNTO SUGLI INTERVENTI
tutto distillazione degli oli essenziali da pianti officinali; un laboratorio di riciclaggio di materiali di recupero e restauro, con particolare riferimento alla lavorazione della carta; e corsi con attività ludico motorie. L’intervento della FCS si concretizza nell’adeguamento di alcuni locali posti a pianterreno del Convento di San Francesco, proprietà della Fraternita di Misericordia di Borgo a Mozzano. La struttura residenziale per il «Dopo di noi» della Misericordia di Corsagna Grazie al contributo di 200 mila euro di FCS verranno realizzati 3 appartamenti modulari basati sul principio del social housing, una struttura residenziale per la gestione del «Dopo di noi». Il progetto prevede la realizzazione di una serie di moduli abitativi che garantiscano non solo ad ognuno un proprio spazio personale, ma anche spazi comuni per la vita di relazione e attività di riabilitazione sociale. Tre appartamenti modulari basati sul principio del social housing che, per le loro caratteristiche, si presteranno all’utilizzo, in caso di necessità, anche per nuclei familiari o singoli in particolari difficoltà abitative anche temporanee. Il tutto in collegamento con la Casa Famiglia per Anziani «Don Alessio Bachini» dove poter usufruire di vari servizi come la mensa, occasioni di animazione, e varie forme di assistenza con operatori qualificati. AGRICOLA CARRAIA: L’AVVENTURA CONTINUA
Questi ragazzi non si fermano più! Proseguono i progetti di agricoltura sociale di ANFFAS Lucca nelle serre di Carraia con una novità. Grazie a un contributo di 250mila euro della Fondazione per la Coesione Sociale, ANFFAS ha potuto acquistare terreni a Carraia per la realizzazione delle nuove serre, dove giovani provenienti dai servizi ANFFAS, coadiuvati da educatori, producono piante da fioritura annuale ed ortaggi. Ma non solo, il contributo ha infatti permesso la riqualificazione di un capannone destinato all’accoglienza stabile degli utenti.
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la co-progettazione
Proprio qui è stata inaugurata la nuova fattoria didattica «Terra nostra» che segna un importante passo avanti per il programma di agricoltura sociale integrata per la disabilità, legata al Progetto Lavoro Floricoltura di ANFFAS Lucca, attivo dal 1983. Il centro sorge sui terreni di ANFFAS gestiti dall’azienda emanazione «Agricola Carraia» e accoglierà stabilmente più di 20 persone, oltre a educatori e volontari. Attraverso un recupero a tempo di record, si è concluso il rifacimento di un ex capannone artigianale di circa 300 metri quadri, che adesso ospita un confortevole ambiente per
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l’accoglienza dei ragazzi disabili oltre che dei visitatori e dei clienti dell’azienda agricola. A questo si aggiungerà, nel terzo e ultimo lotto di lavori, un vero punto vendita gestito dai ragazzi disabili. Sono stati realizzati inoltre dei locali per la lavorazione dei prodotti che qui vengono coltivati, unitamente a locali tecnici e quelli per la cella frigo, indispensabili in questo tipo di attività. Grazie al nuovo centro, i ragazzi avranno un laboratorio confortevole dove portare avanti anche nelle stagioni più fredde o più calde l’attività didattica legata all’agricoltura, senza doverle sospendere come accadeva in questi anni.
In ottemperanza alla legge sul «Dopo di noi», la Regione Toscana nel 2017 ha emanato una deliberazione con cui ha distribuito risorse nelle differenti aree del territorio, a sostegno di progetti inerenti a questa specifica problematica. In particolare – nel triennio 2017-2019 – sono stati assegnati alle Valle del Serchio 161.250 euro, alla Piana di Lucca 483.750 euro e alla Versilia 483.750 euro, individuando, quali soggetti beneficiari delle risorse, le Società della salute e, in loro assenza, il soggetto pubblico individuato allo scopo dalla Conferenza zonale integrata dei Sindaci. In questo ambito la Fondazione per la Coesione Sociale (attraverso la sottoscrizione di una manifestazione d’interesse) si è proposta per la partecipazione all’attività di co-progettazione in qualità di partner dei soggetti proponenti, riservando una cifra complessiva nel triennio di 1,3 milioni e privilegiando il finanziamento della parte infrastrutturale dei progetti. Nelle tre zone i progetti riguardano: Valle del Serchio – ristrutturazione di un immobile situato nel Comune di San Romano in Garfagnana da destinare a «Comunità Alloggio Protetta». Piana di Lucca – ristrutturazione della ex scuola elementare di Tassignano, di proprietà del Comune di Capannori, da destinare ad «Appartamento per il Durante e Dopo di noi». Versilia – ristrutturazione di un immobile nel Comune di Massarosa da destinarsi ad «Appartamento per il Durante e Dopo di noi» secondo i requisiti previsti dalla vigente normativa.
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Nel ricordo di Silvana, contro la sofferenza Luca Dal Poggetto
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chi non è del mestiere o, per sua fortuna, non ha avuto un caro ammalato di tumore, forse il nome Silvana Sciortino non dirà molto. Ma a Lucca l’associazione che porta il nome di questa ragazza scomparsa nel 1990 è una vera e propria istituzione. L’associazione Silvana Sciortino infatti da quel 6 gennaio di 29 anni fa non ha mai smesso di aiutare chi soffre. E lo fa con grande dedizione, senza secondi fini: i membri del direttivo dell’associazione non hanno
L’Associazione Silvana Sciortino e le sue numerose attività di sostegno a chi è affetto da tumore
interesse ad avere visibilità. Tutto il loro impegno è rivolto ad aiutare chi ne ha bisogno. Certo, in questi trent’anni non sono mancate le occasioni di confronto, anche pubblico ma quello che interessa ai membri dell’associazione è la lotta alle malattie neoplastiche e assistere chi è affetto da questa terribile patologia. Purtroppo, in questo momento storico, la crisi ha messo in ginocchio tutti: sia i pazienti, le vittime, sia la stessa azienda sanitaria, che spesso non è in grado di erogare tutti quei servizi di cui queste persone avrebbero bisogno. Ed è qui che entra in campo l’associazione che, anche grazie all’indispensabile sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Luc-
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ca, offre una serie di servizi per le persone in difficoltà. L’associazione è nata il 25 gennaio del 1990 dalla volontà di alcuni amici di ricordare Silvana, una donna che ha vissuto la malattia e la lunga degenza in ospedale con lucidità e coraggio straordinarie, con quella generosa attenzione ai problemi degli altri che caratterizzò anche il suo impegno politico. Questo progetto ha trovato radici anche nella certezza che la lotta alle malattie tumorali richiede un forte impegno civile e sociale. L’associazione ha infatti come fini principali l’informazione e la prevenzione dei tumori ed è in costante collegamento con le organizzazioni di volontariato, con l’obiettivo di affrontare le molteplici problematiche relative alle malattie oncologiche. Nessuna voglia di visibilità o di rivalsa, si diceva all’inizio, ma amore e passione, quelle non mancano. Lo scopo principale che gli amici di Silvana si sono dati è quello di fare da ‘pungolo’ per l’avanzamento degli studi e il potenziamento dei servizi sanitari e degli ambienti ospedalieri, cui offre spesso anche donazioni. «Quando abbiamo iniziato trent’anni fa – raccontano –
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l’oncologia a Lucca non esisteva. Le persone venivano curate in ambienti di fortuna ricavati da altri reparti». Fu grazie anche al lavoro dell’associazione che venne aperto il reparto di oncologia e iniziarono ad arrivare anche i primi macchinari per la cura dei tumori. E poi ancora l’associazione ebbe un ruolo nella creazione dell’Hospice San Cataldo a Maggiano, dove vengono erogate cure intermedie e si fanno gli screening per la diagnosi precoce. L’attività dell’associazione non si esaurisce qui: uno dei punti cardine della propria attività, è, si diceva, fare da stimolo concreto per l’avanzamento degli studi e delle cure e in questo senso l’associazione ha dato un contributo concreto partecipando e contribuendo ad organizzare vari convegni sul tema, l’ultimo dei quali si è tenuto nel febbraio dove erano presenti anche il dottor Aroldo Marconi, responsabile del reparto di chirurgia oncologica e ricostruttiva del seno, e il dottor Marcello Mignona, direttore della radioterapia oncologica. Da una parte il rapporto con gli enti, dall’altra il supporto ai pazienti, specie quelli più deboli dal punto di vista socio-economico. Sono molti infatti i servizi che l’associazione offre gra-
tuitamente. Tra questi c’è il fondo di solidarietà dedicato a quei pazienti particolarmente indigenti. In questi casi l’associazione mette a disposizione piccole somme che riesce a raccogliere con varie iniziative e le dona ai pazienti che vengono segnalati dalle strutture sociosanitarie. «Quasi mai infatti – spiegano i volontari dell’associazione – le persone richiedono il nostro supporto dal punto di vista economico. Probabilmente perché si vergognano ad ammettere di essere in difficoltà. Di solito sono gli operatori socio sanitari che ci segnalano i casi più difficili. In questi casi cerchiamo di pagare le bollette o di contribuire all’affitto. Il tutto però per un periodo limitato». Un altro aspetto molto importante curato dall’associazione è quello del supporto psicologico ai pazienti. In questo senso sono state istituite, grazie al supporto della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, borse di studio finalizzate a coprire o comunque potenziare un servizio che, spesso e volentieri, l’azienda sanitaria non è in grado di erogare per mancanza di personale, ma che invece è di fondamentale importanza. Altro servizio di fondamentale importanza, quello legato alle parrucche che vengono offerte, grazie alla collaborazione con l’Associazione volontari Ospedalieri (AVO) di Lucca, a tutte le donne che si sono dovute sottoporre alle cure chemio-terapiche. E poi ancora i colloqui informativi, i corsi di yoga e perfino un piccolo giardino creato all’hospice che i volontari curano a proprie spese. Insomma, l’associazione Silvana Sciortino racchiude dentro di sé un piccolo mondo che ha dato un contributo sensibile al mondo dell’oncologia, lucchese ma non solo. «Il nostro impegno è tutto a favore degli altri, non ci interessa apparire né avere dei tornaconti. – dicono i membri dell’associazione – Viviamo esclusivamente grazie al contributo dei nostri 390 soci e delle donazioni di singoli enti come la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, che ringraziamo per il supporto che non ci ha fatto mai mancare in questi 30 anni, un supporto senza il quale niente di tutto questo sarebbe stato possibile».
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NEL RICORDO DI SILVANA, CONTRO LA SOFFERENZA
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La Madonna del latte. Tra umano e divino Tra devozione e arte, tra religione e storia del gusto. Un’opera d’arte non è mai solo un oggetto d’arte e un’opera sacra non può mai essere valutata solo da una prospettiva religiosa. In questo volume Raffaele Domenici non trascura nessuno di questi aspetti e anzi trova probabilmente la giusta chiave per un’interpretazione più trasversale, e per questo più esaustiva, di uno specifico soggetto devozionale. Si tratta di un ampio excursus sulla raffigurazione della Madonna del latte, tema dai grandi risvolti devozionali e tra i più rappresentati per il potere evocativo di una figura femminile che nutre il suo bambino. Un’immagine in cui le figure sacre si umanizzano in un gesto semplice, naturale e quotidiano: umano appunto. In questo volume che l’Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti ha voluto dare alle stampe con la preziosa curatela di Maria Pacini Fazzi editore, Domenici affronta un percorso di respiro europeo, senza mai dimenticare le radici lucchesi, ma anzi giustificando e motivando il percorso di alcune tradizioni iconografiche che a Lucca, e da Lucca, sono arrivate. Un viaggio quindi, tra chiese, conventi e collezioni private alla ricerca di testimonianze di fede e di bellezza, ma sempre con una puntuale attenzione al rapporto tra umano e divino e alla sua materiale restituzione nel marmo, su una tela o su una pagina di un manoscritto. Raffaele Domenici, Madre e Madonna. Tra arte e sentimento, Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti, Maria Pacini Fazzi editore, Lucca 2018
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Giannetto Salotti: lo scultore professore Un catalogo che nasce come doveroso omaggio a Giannetto Salotti nel centenario della sua nascita, ma che si presenta in realtà come una testimonianza necessaria, una raccolta imprescindibile per esplorare l’opera e la costante ‘fame sperimentale’, sempre in cerca di linguaggi nuovi. In un volume era necessario fare emergere il ruolo di artista, la produzione, le influenze recepite ed esercitate, ma anche la ‘coabitazione’ di questo ruolo con la professione di insegnante, esercitata sempre con un approccio aperto e innovativo. Tutto questo è riconoscibile tra le pagine di questo catalogo curato in una preziosa pubblicazione bilingue (italiano/inglese) da Arianna Baldoni per Maria Pacini Fazzi editore; un catalogo nel quale sono ricostruiti i percorsi tecnici, le vicende espositive e il continuo dialogo tra la figura di artista ammesso alle grandi mostre internazionali e il professore legato alla sua terra, cui ha saputo trasmettere molto della dimensione internazionale ‘respirata’ in contesti frequentati da grandi autori del Novecento. Una nuova pagina della cultura lucchese che meritava di essere raccontata in maniera così puntuale ed evocativa. Catalogo delle opere di Giannetto Salotti, a cura di Arianna Baldoni, Maria Pacini Fazzi editore, Lucca 2019
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Marlia tra passato e presente È la natura ‘antropizzata’ della Piana di Lucca la grande protagonista di questo volume che racconta una frazione grande e ricca di storia, collocata al crocevia tra strade che conducono in tutte le aree maggiori della provincia. Paesaggi e architetture raccontati dalla penna di Gilberto Bedini, Giuseppe Ghilarducci, Giorgio Tori e Paolo Bottari, a definire i contorni di una zona ricca di storia e di bellezza. La Pieve dei SS. Maria Assunta e Giovanni Evangelista, la Specola, la Villa Reale e le altre ville che impreziosiscono questa terra ricca anche di tanti scorci suggestivi, con le Pizzorne a fare da sfondo e la piana capannorese verso est. Il tutto esposto con un occhio alla disposizione urbanistica delle evidenze architettoniche, le loro funzioni, le stratificazioni della storia. Ma non solo. Anche la dimensione sociale è raccontata focalizzando l’attenzione sulla nascita e lo sviluppo di una comunità, con le sue tradizioni e caratteristiche; una tra tutte il pronunciato associazionismo che storicamente è peculiare delle genti del luogo, con attenzione alle dimensioni dello sport, dello svago e dell’assistenza ai più bisognosi. Pagine di passato e pagine di presente, che Publied ha confezionato e impreziosito grazie a un apparato fotografico di alta qualità. ‘Marchio di fabbrica’ dell’editore. Marlia. Comunità, storia e territorio, a cura di Gilberto Bedini, Giuseppe Ghilarducci, Giorgio Tori e Paolo Bottari, PubliEd, Lucca 2018
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Un intellettuale da riscoprire Di Giacomo Sardini, a torto, si è sentito parlare poco nel novero dei personaggi lucchesi di primo piano. Una grave lacuna, perché una volta entrato nell’universo culturale di questo singolare intellettuale si potrà difficilmente credere di poter riassumere le qualifiche e le competenze che lo caratterizzarono in un solo volume. E questa è la ‘missione possibile’ che la casa editrice PubliEd ha affidato a Paolo Bertoncini Sabatini e a Paola Betti, autentiche autorità nel campo della storia sociale, dei costumi e dell’arte del periodo settecentesco, e non solo. Era in effetti un’impresa non priva di difficoltà produrre una biografia ’parlante’, ovvero ricca di contenuto ed esaustiva, su un collezionista, critico d’arte, esperto d’architettura e urbanistica e molto altro ancora. Ne risulta il profilo di un uomo dotato di una naturale propensione a pensare in grande, con una prospettiva multidisciplinare e perfettamente calata nel clima di grande fermento culturale che stava attraversando l’Europa a cavallo tra XVIII e XIX secolo. E infatti il più grande merito di questa pubblicazione non risiede semplicemente nell’aver saputo definire gli ampi confini degli interessi di Sardini, quanto nell’aver specificato, e sotto certi aspetti quasi ‘riabilitato’, i meriti che questi può certamente vantare nel processo di europeizzazione di Lucca nel periodo napoleonico. Una storia lucchese, uno strumento di conoscenza e perfetto supporto per studiosi e appassionati. Paolo Bertoncini Sabatini e Paola Betti, Giacomo Sardini. 1750-1811, PubliEd, Lucca 2019
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Periodico della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca Autorizzazione del Tribunale in corso
Finito di stampare nel mese di giugno 2019 da Tipografia Tommasi Referenze fotografiche: Archivio fotografico Comune di Camaiore; Archivio fotografico Comune di Castelnuovo di Garfagnana; Archivio fotografico Fondazione Carnevale di Viareggio; Archivio fotografico Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca; Archivio fotografico Fondazione Ragghianti, Lucca; Archivio fotografico Maria Pacini Fazzi editore; Archivio fotografico Publied Editore; Archivio fotografico Teatro del Giglio, Lucca; Gilberto Bedini; Alessandro Biascioli, Shutterstock; Serhii Bobyk, Shutterstock; Daniele Bonaccorsi; Carlo Cantini; Collezione Iannaccone; Lucio Ghilardi; Denis Kuvaev, Shutterstock; Tommaso Le Pera; Luca Lupi; Gianni Quilici; Andrea Salani; Andrea Simi; Guido Sodini e Michele Quilici; Tommaso Stefanelli; Irene Taddei La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, scusandosi anticipatamente per l’involontaria omissione di referenze fotografiche, è disponibile ad assolvere eventuali diritti.
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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA
PIANETA SCUOLA – VI ANNIVERSARIO – TERRITORIO – PROGETTO CULTURA – MONDO RAGGHIANTI – SOCIALE
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