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FCRL Magazine n. 13-2018

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piega costola

RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA

VERSILIA – MONDO FONDAZIONE CRL – TERRITORIO – MOSTRE ANNIVERSARI – SOCIALE – PIANETA SCUOLA

piega costola


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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA

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Editoriale In primo piano: Versilia La Torre Matilde Nato libero e ribelle. Il ‘Premio Viareggio’ alla soglia dei novanta anni Mondo Fondazione L’anno che verrà. Scuola, cultura e sociale nel 2019 della Fondazione CRL Dal territorio Art bonus: dalle Mura al Tempietto del Nottolini «Una passeggiata romantica, quieta ed avventurosa» Ingegnere, architetto, urbanista: Lorenzo Nottolini a Lucca La ‘ruga’, la ‘torretta’, la ‘fossa nera’: storie di recupero e di archeologia a Porcari Piccolo è Bello – Vitiana e Tereglio: due paesi sul crinale

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Mostre Anniversari ‘La’ mostra sul Maestro: «per sogni e per chimere» Un concerto, un anniversario e una certa idea di mondo Il ‘profetico’ ritorno a casa della collezione ornitologica Gragnani-Rontani Progetti nel sociale Coesione sociale: il «dopo di noi» è adesso! Un caffè ‘slow’ tra sorrisi e inclusione: il ‘ritorno’ della ‘Pecora nera’ Speranza, futuro e solidarietà, tutto in un palazzo Cure con cura: il poliambulatorio di Altopascio Pianeta scuola L’ora di lezione non basta Novità editoriali Uno scrigno di tesori Metti una sera a Palazzo Il fotografo e la ‘fanciulla’

FCRL MAGAZINE 13|2018 Maria Teresa Perelli direttore Marcello Petrozziello direttore responsabile Comitato di redazione Maria Teresa Perelli Marcello Petrozziello Andrea Salani

hanno collaborato a questo numero Barbara Argentieri, Gilberto Bedini, Paolo Bolpagni, Giulio Ciampoltrini, Nadia Davini, Barbara Ghiselli, Pierina Magrofuoco, Brunella Menchini, Enrico Pace, Maria Teresa Perelli, Valentina Pierotti, Andrea Salani consulenza editoriale: Publied – Editore in Lucca progetto grafico e impaginazione: Marco Riccucci

in copertina: Lucca, Fondazione Ragghianti, allestimento della mostra Per sogni e per chimere. Giacomo Puccini e le in copertina: arti visive, 18 maggio - 23 settembre 2018 (foto Lucio Ghilardi)

© 2018, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca

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Augusto Biagioni, Alberto Silvestri


Magazine FCRL è ‘spazio’ di notizie, informazioni e resoconti in cui incontrare storie, idee, narrazioni di vita e di comunità. Si tratta normalmente di ‘racconti’, appunto, per lo più declinati al passato, perché l’intento principale è quello di proporre focus, valutazioni e panoramiche su attività e iniziative programmate dalla Fondazione o realizzate grazie al suo sostegno, con in più approfondimenti in grado di fornire una rappresentazione del nostro territorio sotto tutte le sfaccettature del sociale, della cultura, del costume e molto altro ancora. In questa occasione mi fa piacere parlare però di futuro. Perché ci sono importanti novità che riguardano il 2019. Novità che concretizzano una specifica volontà che la Fondazione ha già espresso negli ultimi anni: ovvero presentarsi al territorio di riferimento come un ente in grado di ‘ascoltare’ le esigenze delle comunità che lo compongono, programmare strategie di concertazione e seguire metodologie di assegnazione delle risorse sempre più partecipate e trasparenti. Ascolto. Perché è la base di ogni progettualità seria ed efficace. Per la prima volta abbiamo proposto alle realtà interessate di manifestare le proprie esigenze sul tema del rinnovamento degli impianti sportivi della provincia, in modo da confezionare un bando non generico ma puntuale e ben progettato sulle necessità reali delle infrastrutture. Partecipazione. Perché il dialogo con gli enti locali e l’associazionismo non si limita a concertazioni di carattere generale, ma alla creazione di una cultura del confronto in cui la Fondazione si propone come partner nella co-progettazione, anche con la finalità di catalizzare ulteriori risorse per il territorio. Trasparenza. Perché con oltre dieci bandi per l’assegnazione di contributi nel 2019 si attua una politica di distribuzione delle risorse fondata su un’attenta valutazione dei progetti proposti, sia prima che dopo la loro realizzazione, a garanzia di una prassi di erogazione basata sulla considerazione, attenta e consapevole, delle reali esigenze del territorio. Strategie e progettualità ormai concretizzate da anni in una forma di sussidiarietà attiva della Fondazione rispetto alle istituzioni. Un ruolo pienamente legittimo e, anzi, riconosciuto come decisivo. Mi fa piacere infatti concludere ricordando le parole del presidente del Consiglio regionale Toscano, che ha recentemente parlato di ‘Modello Lucca’, proprio riferendosi alle prassi collaborative e alle buone pratiche instaurate nella nostra provincia grazie all’operato della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. E anche in questo numero del Magazine troviamo infatti tante ‘buone pratiche’ del recente passato che ci proiettano verso il futuro con lo stimolo del miglioramento e della crescita.

Maria Teresa Perelli Direttrice della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca

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foto Tommaso Stefanelli

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PIANO: VERSILIA La Torre Matilde

La storia della Torre Matilde coincide con la storia di Viareggio: esempio di architettura militare del XVI secolo, da silenziosa guardiana della costa alla viabilità attuale, la torre è immobile testimone di secoli di vita che intorno a lei è cresciuta e mutata. È il simbolo della città: quella raccontata nelle pagine di Tobino, nei dipinti di Viani e di D’Arliano. La Viareggio pura, forse mai realmente esistita, di un passato mitico, che dal mare nasce e al mare si aggrappa, per crescere leggendaria come città di capitani coraggiosi e di maestri d’ascia e calafati: la città dove si fanno le barche più belle del mondo. Dopo alterne vicende e destinazioni d’uso, attualmente sede di attività culturali ed esposi-

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Brunella Menchini

foto Tommaso Stefanelli

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Nel dodicesimo secolo, in quella zona contesa tra lucchesi, fiorentini, genovesi e pisani, a salvaguardia di un qualche interesse si costruì una torre, una difesa. La torre si ergeva in mezzo alla palude; le dune dalla parte del mare, a ogni sconquassata di libeccio, mutavano la posizione del piccolo dorso come pecore che trotterellano qua e là impaurite. Per ogni raggio piccoli canali, fossi, acquitrinio. Intorno alla torre si radunarono in alcune capanne, che presto si trasformarono in casolari, delle persone che non avevano trovato ospitalità da altre parti. Erano quattrocento e per secoli rimasero dello stesso numero. I primi viareggini furono loro, e si attaccarono a quel suolo … Vivevano di una pesca rudimentale, fatta con barche leggere, reti tessute in casa dalle donne; vivevano coltivando quella terra tempestata di malaria, coltivando tra l’una e l’altra pozza un moggio di grano, i frutti dell’orto. La furia del libeccio si alternava al silenzio dei numerosi giorni sereni. Quattrocento i primi viareggini. Per sei secoli furono unici spettatori dello scintillante sole dell’estate, della primavera molle di sensualità, di sogni impossibili, di inverni dove i suoni si facevano puri quali il metallo, rarefatto dal tempo, colpito da una perla». Mario Tobino, Sulla spiaggia e di là dal molo

tive a carattere temporaneo, il monumento è di fatto inutilizzato dal 1945: chiuso e custode di se stesso, ha alimentato con la sola presenza, leggende e misteri. Primo fra tutti quello racchiuso nel suo nome, associato istintivamente a Matilde di Canossa che però è morta ben quattro secoli prima della costruzione della Torre viareggina. Il primo restauro, ad opera della Soprintendenza per i Beni Ambientali, Architettonici, Artistici e Storici di Pisa, data 1969. I lavori, interrotti e poi ripresi nel 1975, vengono ultimati nel 1982 e portano alla luce l’antica struttura costituita da muratura in opera grezza realizzata da pietre non lavorate con isolati conci sbozzati ai cantonali, provenienti questi quasi sicuramente da una costruzione militare ormai in disuso al momento della fabbrica della Torre. Il tutto è legato insieme da malta a base di inerte sabbioso di estrazione locale e calce aerea, posati in opera secondo filari orizzontali irregolari. Caratterizzata all’esterno dai beccatelli in pietra tipici dell’architettura militare del XVI secolo che la contornano per tutto il perimetro, all’interno «la Torre si presenta composta da tre piani più una terrazza e un vano destinato a cisterna per l’acqua piovana, posto sotto il piano terreno, a cui si accede per mezzo di una botola. I tre piani sono rappresentati da ampi stanzoni con volte e collegati fra loro mediante una scala in ferro e da un pozzo centrale delle dimensioni di mt 1,80x1,80. Le stanze hanno rispettivamente le dimensioni: piano terreno metri 7,70x7,70 con altezza massima di 6 metri. Primo piano metri 8,90x8,80 con altezza massima di metri 5,60. Piano secondo metri 8,80x8,60 con altezza massima di metri 5,80» (La Torre Matilde a cura di Paolo Fornaciari). Concluso il restauro la Torre viene riconsegnata alla Città il 30 aprile del 1983: in pochi giorni di apertura tutta Viareggio visita il suo monumento più rappresentativo. A distanza di 35 anni, pochissimi sono i lavori effettuati se non quelli di manutenzione ordinaria e, mentre l’interno è tuttora in buono sta-

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to, l’esterno richiede invece interventi urgenti. Il costo previsto dal progetto di restauro, attualmente oggetto di una raccolta fondi tramite Art Bonus, è di poco superiore ai 200mila euro. La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha deciso di sostenere l’iniziativa beneficiando essa stessa del meccanismo dell’Art Bonus, anche per proporsi come ente ‘catalizzatore’ per una generale ‘chiamata alle arti’ di tutta la società, aziende e privati compresi, verso il valore civico e condiviso della tutela del patrimonio. Il link per accedere alla pagina dedicata al restauro della Torre è: https://artbonus.gov.it/906-torre-matilde.html. LE ORIGINI

Raccontare la storia della Torre Matilde significa ripercorrere la storia di Viareggio: per farlo ci sono stati utili i preziosi documenti conservati nell’Archivio Storico del Comune di Viareggio e alcuni scritti che citeremo nel corso del testo e nella bibliografia finale.

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La prima notizia in nostro possesso risale alla prima metà del XII secolo quando i Lucchesi e i Genovesi, allora alleati, costruiscono un castello in riva al mare: è il Castrum de via Regia. Al suo posto qualche anno prima era stata eretta una piccola torre di legno come postazione di guardia. Il castello e il territorio circostante, a parte brevi periodi (dal 1221 al 1287 e dal 1437 al 1441), furono sempre in mano ai Lucchesi. Tuttavia Lucca inizia ad interessarsi seriamente del castello di Viareggio dopo la perdita del castello di Motrone e del relativo approdo a mare. Siamo nel 1441: iniziano i provvedimenti per bonificare il territorio e favorire lo sviluppo del borgo. La decisione di edificare la torre arriva più tardi, nel 1534. Nella prima metà del XVI secolo Viareggio è ben lontana dal potersi definire un centro abitato: le case erano misere, quasi sempre temporanee, di pastori, pescatori e contadini. I soli edifici in muratura erano una serie di magazzini costruiti dai commercianti lucchesi lungo la linea di costa: servivano da rimessa delle merci che andavano e venivano in quello che ormai era l’unico sbocco al mare di Lucca. Magazzini che però erano costantemente sotto la minaccia sia dei banditi locali sia dei pirati barbareschi, perché l’antico castello era diventato inutile per il continuo avanzare della spiaggia. Il Governo di Lucca decide quindi di costruire prima la Torre di Viareggio in prossimità dello sbocco della Fossa della Selice (attuale Burlamacca) e poi la linea di fortificazione a difesa dei preziosi magazzini. Con la praticità tipica dei Lucchesi, si fanno due conti, si trovano i soldi e si iniziano i lavori che vengono eseguiti sotto la sovrintendenza di Tommaso Montecatini, Jacopo Arnolfini, Martino Bonvisi, Bernardino Cenami, Filippo Calandrini e Francesco Balbani. «… Secondo le informatione chenoi habiamo non passerebbe la spesa di ducati quattromila incircha … Et perché giudichiamo che tucta dificultà habbi a consister sulla spesa … siamo andati cerchando tucti quelli modi e assignamenti che a noi paiano sufficienti et a proposito per complir dicta fabricha.

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foto Tommaso Stefanelli

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Che si intendi misso una gabella di quattrini uno per ogni staio di grano et di ogni altra biada da mangiare che si scharicherà alla dicta piaggia, la quale gabella incominci questo giorno ed duri anni sei proximi futuri. … Item che le gabelle che si pagano al presente a Viareggio per li grani di passo. … Item che le gabelle di quatrini 3 per ciascuno saccho di farina assegniato per al presente alla fabricha di San Paulino … si intendi per anni sei seguenti assegniato alla dicta fabricha» (Deliberazione del 5 giugno 1534). Dopo sette anni (nel 1542) la torre è operativa: la sua costruzione si conclude appena in tempo per salutare a colpi di cannone, l’arrivo

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dell’imperatore Carlo V nel settembre del 1541: «Un’imponente flotta di 50 galee gettò gli ormeggi e scese nientemeno che l’imperatore Carlo V, che proveniente da Genova, doveva recarsi a Lucca per incontrare il papa Paolo III. Per facilitare la sua discesa a terra si era provveduto a costruire un lungo pontile in legno, per evitare che gli stivali di un così importante personaggio non toccassero l’umile arenile di questo negletto approdo. Tappeti ovunque, carrozze e alabarde, drappi di seta al vento, armature lucenti, bandiere. Viareggio non si riconosceva più». Nella Torre viene insediata una guarnigione di soldati: non più di quindici persone. Negli anni

successivi viene costruito un palazzo che ospita il Commissario di Spiaggia, massima autorità con poteri penali e civili. Il palazzo viene collegato alla Torre con un loggiato. LA CAMPANA

Arriviamo così al XVII secolo. Alla Torre viene aggiunto un piano, poi abbattuto nel 1947 per ordine della Soprintendenza ai Monumenti di Pisa. Era dotato di campanile a vela con due campane, la più grande delle quali venne fusa nel 1699, ad opera dell’artigiano Francesco Azzi, e recava l’incisione «Temporis alma parens moderatrix facta sonantis adsis in auxilium mortis ut hora venit aes mo-

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per saperne di più RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

net quod es crebrius percutit ut et pulverem reddat». I suoi rintocchi hanno scandito la vita dei Viareggini per oltre 250 anni, dalle adunanze pubbliche, all’avvistamento degli incendi, alla chiamata alle armi, alle emergenze sanitarie: al suono della campana il 15 dicembre del 1810 tutti i fanciulli vennero condotti nella residenza municipale per essere vaccinati. Alla fine del 1600 sulla cima della Torre venne collocato anche un orologio, delle cui fortune parleremo più avanti in paragrafo dedicato, perché com’è ovvio, la campana segnava anche le ore: quante mattine laboriose avrà scandito, dai colpi dei martelli nelle primitive darsene, ai panni stesi nei lavatoi. Quanti sospiri delle giovani velaie sedute a terra sugli ‘sferzi’ di tela intente a cucire vele e storie

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Atti e corrispondenza del gonfaloniere, 1832, Centro documentario storico di Viareggio, serie VII, filza 20, foglio 501 Paolo Fornaciari, a cura di, Cenni di storia viareggina. La Torre Matilde, in «Quaderni del Centro Documentario Storico», n. 12, 2000 Zeffiro Rossi, Itinerario marino tra le darsene storiche del porto di Viareggio, 2008 Paolo Fornaciari, La Torre Matilde, 1986 Renzo Giorgetti, Orologi da torre nella Provincia di Lucca, 2000 Registro delle Sedute della Comunità di Viareggio 1779-1806 Mario Tobino, Sulla spiaggia e di là dal molo, 1966 Rolando Dini, Un borgo che diventa città, 1968 Francesco Bergamini e Marco Palmerini, Viareggio scalo marittimo dei lucchesi, 1864 Francesco Lenci, Viareggio dalle origini ai giorni nostri, 1941 Zibaldone lucchese dell’Abate Iacopo Chelini, manoscritto conservato nell’Archivio di Stato di Lucca

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foto Tommaso Stefanelli

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d’amore con i marinai lontani. Quante sere stanche, dagli interminabili tramonti, con la luce obliqua a segnare di un’ombra scura ogni pietra della Torre, ogni piega della rena. Oggi la campana è conservata al piano terra del Palazzo delle Muse (piazza Mazzini). LA TEMPESTA DEL 15 APRILE DEL 1780

«Volendo la nostra Comunità, ché per l’avvenire il giorno de’ quindici di aprile d’ogni anno, tener memoria della Grazia Ricevuta dall’Altissimo, per la terribile tempesta di folgori e grandine, dove doveva rovinare tutta la campagna, e resta fissato che in detto giorno infallibilmente, si faccia celebrare una Messa cantata e numero 6 piane Messe, che in tutte saranno sette, e l’elimosina sia di Lire sette soldi dieci, per la Messa cantata e Lire una per ogni Messa piana celebrata». Così riporta il Registro delle Sedute della Comunità di Viareggio alla data 16 aprile 1780. Ma cos’era successo di talmente tremendo per far istituire un voto perpetuo? Il giorno prima, il 15 aprile, si era scatenata su Viareggio una tempesta di tuoni, fulmini, vento e grandine, di quelle che anche adesso fanno tremare a suon di sferzate di libeccio le pareti e i tetti delle case. Ma non fu solo il temporale a spaventare a morte la Comunità, quanto lo scampato pericolo. Perché un fulmine colpì la Torre proprio vicino al deposito della polvere da sparo. Un boato così forte che lo spostamento d’aria fece cadere nel vuoto un soldato di guardia. Tuttavia la polvere non esplose e il popolo, ancora incredulo, si riunì nella chiesetta della Santissima Annunziata per supplicare la fine dell’uragano che poco dopo si placò. In ricordo della Grazia ottenuta venne stabilito il voto perpetuo che ogni anno si celebra il 15 aprile, da quel lontano 1780. IL CARCERE, IL TELEGRAFO, LO SCOPPIO DEL CANNONE

Nei primi anni del 1800 la Torre Matilde viene adibita a carcere per la prima volta. Tuttavia non è ritenuta adatta ad ospitare criminali ma solo detenuti per debiti o per correzione di

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polizia: lo stipendio del custode era pagato dalla Repubblica di Lucca ed ammontava a 144 scudi l’anno. Durante il dominio francese vi passarono numerosi detenuti quanto numerose furono le evasioni: nella parte più alta venne allestita anche una piccola cappella per le funzioni religiose. Nel 1810 sulla Torre viene installato il telegrafo: «Dovendo il telegrafo essere stabilito sopra il litorale Italico, Ella darà ordini che ravviserà necessari affinché non venga recato alcun disturbo né opposizione ai costruttori della torretta, che deve essere collocata nella camera della Torre di Viareggio», così recitava il dispaccio inviato dal Ministro dell’Interno al Maire di Viareggio. Il momento epico della Torre arriva nel dicembre del 1813, quando le truppe al comando di Lord Bentick sbarcano a Viareggio per invadere Lucca. La guarnigione di stanza alla Torre, comandata dal Capitano Ippolito Zibibbi, oppone un solo colpo di cannone sparato dal cannoniere Domenico Maffei, detto ‘Ampolletta’. Poi si ritira e lascia passare il nemico.

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Dopo alcuni giorni gli inglesi vengono espulsi da Lucca e tornano a Viareggio dove, dopo uno scontro con i napoleonici all’altezza del ponte di Pisa, riprendono la via del mare. Per non aver difeso Viareggio, Zibibbi viene condannato a morte, poi incarcerato a vita, infine riabilitato tanto da riottenere il grado di comandante della Piazza di Viareggio. L’episodio è narrato con dovizia di particolari nello Zibaldone lucchese dell’Abate Iacopo Chelini: «Il giorno 10 del mese di dicembre 1813 quando meno si poteva aspettare una truppa d’italiani al soldo dell’Inghilterra sbarcò a Viareggio. Alla custodia di quella Fossa vi era il Capitano Zibibbi con pochi cannonieri e pochi soldati, il quale parlamentando col comandante di quella truppa, e per non sagrificare tutta quella popolazione, credette così prudenziale, essendo gl’inglesi in numero di 1500 circa di ritirarsi colla pochissima sua truppa e lasciare il passo libero ai nemici. … Partita come dissi la truppa inglese il giorno dopo venne a Lucca la Principessa arrabbiata come un aspide ed intimò sulla piazza Napoleone la rivista di tutti i soldati ai quali dette molti titoli di vigliaccheria e di viltà …». Comunque andarono le cose, una cosa era lampante: la Torre non era utile come elemento difensivo. Si avvia così a diventare esclusivamente luogo di detenzione. Nel frattempo Viareggio è cambiata: il 23 maggio 1735, Bernardino Zendrini, «Matematico della Serenissima Repubblica di Venezia con la generale soprintendenza alle Acque», aveva presentato all’Offizio sopra la Foce di Viareggio la Relazione che concerne il Miglioramento dell’Aria e la riforma di quel Porto. I lavori vennero realizzati, nel corso di un secolo la palude scomparve e così la malaria. Il borgo cresce e nel 1820, la duchessa Maria Luisa di Borbone eleva Viareggio al rango di Città. Le strade sono tutte un cantiere, viene costruita la prima darsena: serve manodopera. Vengono impiegati i carcerati. All’inizio alloggiati nella Torre, nel 1823 sono trasferiti a Camaiore: la Torre viene adibita a Bagno dei Forzati fino al 1847. Dopo un tentativo di farne la sede della Guardia

Civile, fallito nel giro di un anno insieme alla Guardia Civile stessa, dal 1850 la Torre diventa definitivamente carcere pretorile, con un totale di sei celle – che potevano contenere fino a sei detenuti ciascuna – di cui tre adatte per ospitare detenuti pericolosi. Le celle si chiamavano Pontida, Napoli, Mantova, Venezia, Solferino e Legnano. La Torre mantenne questa funzione fino alla Seconda Guerra Mondiale. LE ALTERNE FORTUNE DELL’OROLOGIO DELLA TORRE

Come già detto, la Torre a partire dalla fine del XVII secolo ospitava un orologio e due campane: una grande e una più piccola. Ma mentre le campane restarono al loro posto fino all’abbattimento dell’ultimo piano, l’orologio conobbe una storia diversa, fra sostituzioni, costose riparazioni e dispute su chi se ne dovesse far carico. Il primo orologio pubblico di cui si ha notizia, si trovava sulla facciata del palazzo del Commissario e non si conosce con precisione l’anno in cui venne spostato sulla Torre: sappiamo però che la prima riparazione risale al 1625 per il costo di uno scudo e 45 lire. Successive riparazioni vennero effettuate nel 1673, 1675, 1676 e 1681. Nel 1691 l’orologio viene nuovamente sistemato per una spesa di si scudi. L’anno dopo viene tolto dalla Torre e trasferito sul campanile della chiesa di Sant’Antonio. Alla metà del XVIII secolo un secondo orologio e via alle riparazioni. La prima nel 1760 per il costo di 45 lire a carico della Comunità di Viareggio. Venti anni dopo viene commissionato un terzo orologio, la spesa fu di diciotto scudi, stavolta a pagare è l’Offizio sopra l’Entrate di Lucca. Nei successivi dieci anni, fra restauri del quadrante e riparazioni del congegno, si intervenne sull’orologio almeno dieci volte. Nel 1810 il funzionamento dell’orologio passa di competenza a Viareggio. Nel 1830 si valuta di sostituirlo con quello della chiesa di Sant’Antonio ma il progetto viene accantonato perché il meccanismo «tutto di ferro, molto antico e consumato non ammette di farvi al-

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cuna spesa di riattamento ed era impossibile il poterlo ridurre ad un uso anche mediocremente esatto», queste le parole del Gonfaloniere che prese in esame la questione. Quarto orologio: siamo nel 1832. Costo totale mille lire da pagare in più rate, compreso il ferro fornito dalla ditta Frediani di Lucca. Stavolta si sono fatte le cose in grande: «avrà la quadratura di spiaggia di ferro; tre corpi composti di rote d’ottone, aste di ferro, rocchetti d’acciaio, ingranature d’ottone, leve per dare il moto a ciascuno de corpi al momento di azione, il moto ad ancora ed il pendolo di ferro, … sonerà le ore con replica e tutti i quarti, replicando ad ognuno di essi le ore precisa-

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mente, come l’orologio della torre delle ore posto nella città di Lucca». (dagli Atti e corrispondenza del gonfaloniere, 1832, Centro documentario storico di Viareggio, serie VII, filza 20, foglio 501). Passano dieci anni e un fulmine si abbatte sulla Torre guastando orologio e congegno. Nel 1848 il restauro costa ben 441 lire. Si susseguono gli anni e gli interventi, circa otto, finché nel 1892 l’orologio è definitivamente guasto. Altro restauro radicale (300 lire), e l’anno successivo è di nuovo fermo. Nel 1899 il Consiglio comunale valuta la commissione di un quinto orologio, si chiedono preventivi ma poi non se ne fa di niente: me-

glio un restauro. 55 lire e altre 190 l’anno successivo. Arriviamo al 1928: altre 525 lire per sistemare l’orologio ma nel 1931 si chiede un nuovo intervento. Nel 1932 l’Amministrazione valuta di vendere quadrante e congegno a Massarosa ma poi la trattativa non si conclude. L’ultimo intervento è del 1934. Che fine fa l’orologio? Non lo sappiamo. Si dice sia stato distrutto dai bombardamenti del 1944 ma non è così certo. Una delibera del 1950 sopprime l’incarico del caricatore di pesi perché «non esistono più orologi pubblici in città poiché distrutti dalla guerra».

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Nato libero e ribelle. Il ‘Premio Viareggio’ alla soglia dei novanta anni

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Valentina Pierotti

Volevamo, noi che lo fondammo, un premio che avesse più respiro del Bagutta, circoscritto ad una vita di cenacolo … costituire, con la prudenza della situazione, una possibilità di incontro e riconoscimento di tutte quelle forze, di quelle testimonianze che avessero subito la pressione ideologica della dittatura perché il premio apparisse anticonformista e convogliasse verso di esso le simpatie di coloro che la dittatura stava isolando prima di paralizzarli ed in seguito, asservirli».

Scriveva così lo scrittore calabrese Leonida Rèpaci, il suo fondatore, parlando della nascita del ‘Premio Viareggio’: un auspicio che si trasformò in una profezia perché il ‘Viareggio’ assunse presto il carattere della sua città, schietto, intollerante ai soprusi, aperto, come solo una città di mare può essere. Un premio nato per riflettere che mantiene ancora oggi questo suo carattere così disinibito ed irriverente, di una città che abituata attraverso la satira carnevalesca a leggere il presente in maniera mai banale, mai allineata al politico del momento e mai ossequiosa verso il potere.

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NATO LIBERO E RIBELLE. IL ‘PREMIO VIAREGGIO’ ALLA SOGLIA DEI NOVANTA ANNI

1. Alberto Moravia 2. Elsa Morante 3. Natalia Ginzburg

LE ORIGINI

Dopo il ‘Bagutta’, ideato da Orio Vergani nel 1926, il ‘Viareggio’ nasce in Versilia nel 1929 sulla spiaggia e «sotto un ombrellone» per iniziativa di tre amici: Leonida Rèpaci, che aveva una moglie fiorentina con albergo a Viareggio, il Margherita in piazza Puccini, e altri due intellettuali, Carlo Salsa e Alberto Colantuoni. Audace e battagliero, sanguigno, socialista e antifascista, schierato dalla parte degli oppressi e nemico dello sfruttamento, Rèpaci volle un premio aperto e libero, lontano dai cenacoli al chiuso e da quegli spazi letterari autoreferenziali caratterizzati da idee rattrappite su se stesse, tipiche di una cultura letteraria italiana che andava sempre più chiudendosi. Ideò il ‘Viareggio’ a cavalcioni di un patino, col petto cotto dal sole e dal salmastro; amava sfoggiare la sua mascolinità, ammiccare alle bagnanti declamando poesie e romanzi, che erano la sua vera attività assieme al giornalismo politico. «Fece il Premio per conquistare, coi libri, le bellissime annoiate sotto gli ombrelloni, per coinvolgerle nei grandi balli al Principe, per mostrare alla città dorata, come i cervelli migliori, romanzieri, saggisti, studiosi, non fossero sempre e per forza dei paludati parrucconi sedentari, ma potessero anche conquistare, affascinare, sconvolgere ricce testoline frastornate, sulle rotonde del Balena, del Nettuno, del Nereo, dai soliti gagà cicisbei». Viareggio fu scelta perché «noi fondatori intendemmo contraccambiare la bella spiaggia di quell’amore che aveva saputo accendere nel fondo di noi, da quando avevamo associato il suo nome a quello di Shelley, il ricordo di un tonfo di risacca…». Il ‘Premio Viareggio’ raccolse subito successo e in breve divenne un evento nodale per cultura e mondanità. Rèpaci sentì la necessità di superare con il suo Premio la cultura dominante del tempo che, piegata al Fascismo, aveva invaso tutti gli ambiti della società: quella cultura che dopo qualche anno di regime si adeguò a tutto

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fino ad avallare la nuova cultura, dando alle legge razziali un supporto pseudo scientifico con il manifesto della razza firmato da decine di intellettuali. Cercando di essere diverso, cercando, pur tra le mille peripezie, di costruire uno spazio libero di discussione, in anni in cui si poteva finire al confino per un commento non allineato detto per strada incautamente, anche il ‘Viareggio’ dovette però chinare la testa al regime: il carattere schietto del Premio, il suo spirito di luogo di incontro e di confronto non passarono inosservati e ben presto il regime mise da parte Rèpaci, ritenuto un avversario e affidò al genero del Duce, Galeazzo Ciano, la supervisione, che senza quel suo fuoco originario finì per spegnersi e perdere di senso. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale il premio fu interrotto per poi rinascere per volontà di Rèpaci che lo tenne in vita con forte tenacia fino alla morte avvenuta nel 1985. Nel 2019 si celebreranno i novanta anni dalla idea originaria di Rèpaci di tradurre in premio questo spirito, questa necessità di colpire chi cerca di stravolgere i valori di libertà ed uguaglianza, di asservirli, di usare il potere per controllare le folle, educarle. Ed è come se da allora nulla fosse cambiato. LEONIDA RÈPACI

Il ‘Premio’ ha sempre mantenuto quel carattere originario del suo fondatore che ne fu più che mai il demiurgo e in un certo senso padre e padrone, come accadde in parte anche per i suoi successori. Le premiazioni erano infatti sempre costellate da polemiche vivaci perché Rèpaci spesso interveniva in modo pesante nelle decisioni prese dalla giuria. Come quando nel 1946, la giuria aveva deciso di dare il premio a Umberto Saba: quando Rèpaci venne a conoscenza del fatto che Giacomo Debenedetti aveva dato la notizia al poeta prima della premiazione, volle riconvocare la giuria e la tenne ‘blindata’ fino a che non si arrivò a un giudizio di equità tra Il canzoniere di Saba e Pane duro di Silvio Micheli, entrambi pubblicati da Einaudi. Nel 1947 Leonida Rèpaci forzò il regolamento per pre5

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NATO LIBERO E RIBELLE. IL ‘PREMIO VIAREGGIO’ ALLA SOGLIA DEI NOVANTA ANNI

4. Pier Paolo Pasolini e Leonida Rèpaci 5. Carlo Emilio Gadda 6. Alda Merini

miare le Lettere dal carcere di Antonio Gramsci, anche se il regolamento diceva che dovevano essere premiati solamente autori viventi e Gramsci era morto dieci anni prima. Polemiche, come quando Oriana Fallaci vinse per un libro che non era stato ancora pubblicato, e grandi rifiuti come quello di Italo Calvino che volle essere escluso «ritenendo definitivamente conclusa l’epoca dei premi letterari … istituzioni ormai svuotate di significato», così come quello di Carlo Emilio Gadda. Retroscena del Premio, raccolti nelle carte lasciate da Gabriella Sobrino, storica segretaria del premio, che dopo la morte avvenuta nel 2016, sono state recentemente trasferite a Villa Paolina, dove dallo scorso anno risiede la manifestazione. Il Viareggio oggi presieduto da Simona Costa, ha sentito forte il segno lasciato dai suoi presidenti che dopo la morte di Repaci gli succedettero. Personalità carismatiche come Natalino Sapegno, Cesare Garboli e Rosanna Bettarini. La prima edizione si componeva della sola sezione ‘Narrativa’ e fu vinta a pari merito da Lorenzo Viani con Ritorno alla patria pubblicato dalla Alpes e da Anselmo Bucci con Il pittore volante. Già dalla seconda edizione furono istituiti premi minori, poi oltre al primo premio della ‘Narrativa’ furono inseriti il secondo e terzo premio e vari altri riconoscimenti. Dopo la Guerra fu inserita nel 1946 la sezione ‘Poesia’ e dal 1950 il ‘Premio’ crebbe ancora con l’introduzione della ‘Saggistica’ e ‘Opera prima’, come è oggi. Fu in questa sua dimensione che il ‘Viareggio’ assunse sempre più il luogo di confronto e di spazio per nuove idee. Via via furono introdotti secondo la volontà di Rèpaci premi speciali, fino al 1972 quando fu inserito il ‘Premio del Presidente’ che diventerà una costante della storia del ‘Premio’ fino ad oggi. Questa aspirazione a essere qualcosa di più e non solo un ‘Premio’, quanto piuttosto uno spazio di denuncia, riflessione, anche polemica e provocazione si tramuta nell’idea di Rèpaci di aprire uno sguardo verso l’estero,

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quasi a denunciare l’autoreferenzialità del mondo letterario che invece, si bea della propria bellezza senza sporcarsi le mani nella società, che la guarda dall’alto con distacco e senza impegno. Nel 1959 quel «respiro internazionale» si avverte mediante l’assegnazione di premi a due autori non italiani: Marek Hlasko (L’ottavo giorno della settimana) e Will Grohmann (Kandinsky); ma è un episodio isolato, un fatto non istituzionale. IL PREMIO INTERNAZIONALE

Soltanto nel 1967 nasce il ‘Premio Internazionale’, che entra ufficialmente nello Statuto del 5 aprile 1975 con il nome definitivo di ‘Premio Internazionale Viareggio-Versilia’. Il riconoscimento è attribuito «ad una personalità di fama mondiale che abbia speso la vita per la cultura, l’intesa tra i popoli, il progresso sociale, la pace». Pablo Neruda apre l’albo d’oro del Premio, che annovera tra le sue pagine Alexandros Panagulis, Pietro Nenni, Gunther Grass, Cesare Musatti, Norberto Bobbio, Altiero Spinelli, Goffredo Petrassi, Gustaw Her-

ling, Zoya, Jean Daniel, Abraham Yehoshua. Sono gli anni della presidenza di Cesare Garboli scomparso nell’aprile nel 2004. Un Viareggino, nato un anno prima della nascita del Viareggio, saggista, critico, traduttore, tra le figure di spicco e fondamentali per la cultura del nostro Paese, egregio traduttore per il teatro di Shakespeare, Molière, Merivaux, Gide e Pinter. Aveva collaborato a lungo con Eduardo De Filippo, per il suo epistolario, che non sarà mai dato alle stampe. Nel 2017 il Premio Internazionale è andato a don Luigi Ciotti, anima dell’associazione ‘Libera’, «per il lungo impegno nel sociale a sostegno degli emarginati e la sua battaglia contro la criminalità organizzata e la corruzione» e nel 2018 a Gian Carlo Caselli, come a dire che un Premio non può non occuparsi di ciò che sta succedendo nel mondo, non può non fare i conti con la cronaca di tutti i giorni. Una cultura che si rinchiude in una torre di avorio non è utile, è avulsa, fine a se stessa, come una prosa che guarda solo alla forma e trascura la sostanza.

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FCRL IN PRIMO PIANO

6-9. Alcuni momenti delle premiazioni 2017 e 2018

I VINCITORI

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Vincitori e membri della Giuria disegnano a pieno la storia della letteratura, della saggistica, della poesia in Italia. Nella Poesia hanno vinto oltre al già citato Saba, Sibilla Aleramo, Corrado Govoni, Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni, Carlo Betocchi, Giacomo Noventa, Sandro Penna, Pier Paolo Pasolini, Salvatore Quasimodo, Alfonso Gatto, Diego Valeri, Giovanni Giudici, Nelo Risi, Ignazio Buttitta, Leonardo Sinisgalli, Dario Bellezza, Tommaso Landolfi, Mario Luzi, Andrea Zanzotto, Luciano Erba, Maria Luisa Spaziani, Vittorio Sereni, Antonio Porta, Valerio Magrelli, Raffaello Baldini, Franco Marcoaldi, Giovanni Raboni, Alda Merini, Giuseppe Conte, Silvia Bre. La Saggistica ha visto partecipare e vincere Jemolo e Ernesto De Martino, Giorgio Levi Della Vida e Santo Mazzarino, Manara Valgimigli e Bruno Migliorini, che hanno scritto opere che i più credevano destinate agli specialisti, e che invece il Premio Viareggio (senza preoccuparsi del famoso interrogativo che circola nelle giurie: «Ma chi li legge?») ha affidato all’attenzione di un pubblico diverso da quello cui sembravano destinati. Nel catalogo amplissimo dei giurati, sempre uomini e donne di grande statura: Luigi Pirandello, Concetto Marchesi, Roberto Longhi, Francesco Flora, Luigi Russo, Massimo Bontempelli, Antonio Baldini, Alfredo Schiaffini, Giovanni Macchia, Maria Luisa Astaldi, Anna Banti, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Guido Piovene, Franco Antonicelli, Giacomo Debenedetti, Natalia Ginzburg, Natalino Sapegno, Carlo Salinari, Ezio Raimondi, Roman Vlad, Manlio Cancogni, Cesare Garboli, Adriano Prosperi, Pier Vincenzo Mengaldo … Per lunga tradizione molti premiati sono poi entrati in giuria. Ma il ‘Viareggio’ ha sempre trovato nel romanzo la sua massima e più nitida espressione con quella capacità di scoprire e valorizzare nuovi talenti a cui era dedicata una sezione speciale del premio. Nel citare i vincitori del Viareggio si snocciola di fatto un decalogo sulla letteratura italiana: da Viani, Bacchelli, Bellonci, Palazzeschi, Morante, Gadda, Carlo

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NATO LIBERO E RIBELLE. IL ‘PREMIO VIAREGGIO’ ALLA SOGLIA DEI NOVANTA ANNI

Levi, Calvino, Bassani, Moravia, Cancogni, e nei tempi nostri Baricco con Oceano mare, Tabucchi con Sostiene Pereira, Sandro Veronesi con La forza del passato, Ammaniti Io non ho paura e infine Fabio Genovesi con Il mare dove non si tocca, premiato nell’edizione 2018. Con lo scrittore fortemarmino si chiude simbolicamente un cerchio che ha visto alla prima e a quest’ultima edizione un versiliese sul tetto del Viareggio e anche questa volta con un ex aequo. IL ‘VIAREGGIO’ OGGI

Il ‘Premio’, ormai noto anche come il ‘Rèpaci’, è attualmente suddiviso in quattro sezioni (‘Opera prima’, ‘Narrativa’, ‘Poesia’, ‘Saggistica’). Per ciascuna sezione vengono designati un numero variabile di finalisti, tra i quali vengono quindi scelti cinque titoli (le storiche ‘cinquine’) e infine tra questi viene proclamato il vincitore. Il ‘Viareggio’ per rilanciarsi è tornato alle origini se è vero che, come si diceva, Rèpaci ideò il premio a cavalcioni di un patino, con il petto cotto dal sole. La serata finale, tolta dai salotti di qualche albergo alla moda, è stata portata nell’edizione appena conclusa, con grande successo, sul Belvedere delle Maschere in Piazza Mazzini. Una festa della cultura, vista mare, di fronte a uno dei tramonti più belli del Mediterraneo con la partecipazione di Tiberio Timperi come conduttore della serata. Riscoprire la piazza dove si celebrano tutti i grandi eventi della città, dal carnevale ai concerti, alle feste popolari ai festeggiamenti per le vittorie sportive, è un piccolo ritorno a quello spirito originario del Viareggio. Significa forse, averlo di nuovo tolto alle formalità di cerimoniale per rilanciarlo in una serata di fine estate con la brezza che viene dal mare nel suo spirito di spazio di incontro e di confronto al di fuori dai cenacoli che lo fecero nascere in contrapposizione al ‘Bagutta’: per rilanciare quell’anticonformismo, quello slancio di denuncia, quella insofferenza cronica verso le ingiustizie che è il marchio della città del Carnevale, in cui la sostanza non prevale sulla forma, ma indissolubilmente l’accompagna e la completa.

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FONDAZIONE L’anno che verrà. Scuola, cultura e sociale nel 2019 della Fondazione CRL Maria Teresa Perelli

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cuola, cultura, sociale. Non cambiano nel 2019 le priorità della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca che destinerà ben 21 milioni di euro agli interventi. Non cambia neppure l’impegno e l’atteggiamento con cui la Fondazione ha deciso di impiegare le sue risorse, secondo una strategia puntuale e precisa, fondata in prima battuta sull’ascolto delle esigenze del territorio e sull’analisi delle priorità, in un confronto continuo e costruttivo con le istituzioni locali.

Uno sguardo al Documento Programmatico Previsionale

LA SCUOLA E GLI IMPIANTI SPORTIVI

È ancora una volta la scuola a occupare i primi posti nei pensieri della Fondazione, accompagnata in questi anni da una ‘meravigliosa ossessione’: contribuire a una grande campagna di recupero e messa in sicurezza delle strutture scolastiche – di ogni ordine e grado – nella provincia di Lucca. Un’idea che ha preso corpo anni fa con il primo bando per l’edilizia scolastica grazie al quale sono stati aperti cantieri su oltre sessanta plessi scolastici, con lavori di ristrutturazione, efficientamento energetico, adeguamento sismico e finanche realizzazione di scuole ex novo.

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L’impegno prosegue con un nuovo bando, cui si sommano interventi per 5 milioni di euro già concordati con la Provincia e con alcuni comuni della Valle del Serchio. In tutto sono 10 i milioni di euro impegnati dalla Fondazione in questo settore nel quadriennio 2018-2021 che consentiranno un ulteriore passo in avanti nell’adeguamento strutturale e didattico delle nostre scuole. Una strategia collaudata, che verrà applicata – addirittura ‘perfezionata’ – anche in altri ambiti. Altro impegno previsto è infatti quello per il rinnovamento delle infrastrutture sportive della provincia non appartenenti a edifici scolastici. In questo caso la Fondazione, che intende investire 4 milioni di euro nei prossimi tre anni,

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ha preliminarmente attivato una procedura affinché i proprietari degli impianti esprimano da subito una manifestazione d’interesse. Una strategia che consente di mappare quantitativamente e qualitativamente l’ammontare delle necessità e quindi confezionare un bando ad hoc. Come ha più volte ricordato il presidente Bertocchini, il compito della Fondazione è quello di intercettare le necessità del territorio, valutare le priorità, anche attraverso il confronto con gli enti locali e l’associazionismo, e tradurre queste analisi preliminari in strumenti efficaci per distribuire le risorse in maniera razionale, seguendo principi di equità e prospettiva. Il tutto rivestendo sempre più un ruolo di facilitatore nella redazione di progetti

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L’ANNO CHE VERRÀ. SCUOLA, CULTURA E SOCIALE NEL 2019 DELLA FONDAZIONE CRL

e di catalizzatore di ulteriori risorse, monitorando e valutando con le istituzioni tutte le possibili opportunità per accedere a finanziamenti, bandi regionali e nazionali, forme di credito vantaggiose. Nella redazione del Documento programmatico previsionale 2019 abbiamo operato la precisa scelta metodologica di privilegiare appunto strumenti in grado di ‘interrogare’ direttamente il territorio e le sue esigenze: il primo passo da parte nostra deve sempre essere quello dell’ascolto. LA FONDAZIONE PER LA COESIONE SOCIALE

Questo ente strumentale, creato dalla Fondazione CRL per garantire un approccio diretto

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e competente nei settori dell’assistenza sociale e socio-sanitaria, si è ormai affermato come punto di riferimento nel territorio, confermando la necessità, correttamente interpretata due anni fa, di dar vita a realtà che abbiano l’opportunità di intercettare in maniera immediata emergenze ed esigenze del proprio contesto di pertinenza. Ma il valore aggiunto di questa Fondazione di scopo risiede nel ruolo che si sta ritagliando anche nelle fasi di co-progettazione degli interventi. È infatti partner degli enti che hanno partecipato al bando per l’assegnazione dei contributi stanziati dalla Regione (1,1 milioni sulla provincia di Lucca), garantendo non solo un supporto finanziario ma anche collaborazione nell’elaborazione delle proposte proget-

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foto Luca Lupi

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tuali, definendo in particolare l’entità del co-finanziamento della parte infrastrutturale dei progetti finalizzata alla realizzazione di alloggi per soggetti portatori di handicap. La Fondazione per la Coesione Sociale sarà attore diretto poi nell’attuazione dei singoli progetti. UNA SCELTA DI ASCOLTO E TRASPARENZA: I ‘NUOVI’ BANDI

Ecco la grande novità per il 2019. Ammontano in tutto a 6 milioni le risorse destinate alla realizzazione di bandi per l’assegnazione di contributi. Molti bandi, perché la Fondazione ha voluto concretizzare un sostanziale mutamento strategico nelle modalità di erogazione:

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si eliminano di fatto le «Iniziative di terzi concordate», individuando nel ‘Bando’ lo strumento privilegiato, secondo una linea che dà più spazio alle richieste della comunità e garantisce una sempre maggiore trasparenza nell’assegnazione dei contributi. Un percorso che la Fondazione ha da anni intrapreso autonomamente e che le consente oggi di conformarsi in maniera ancor più puntuale alle indicazioni contenute nel Protocollo ACRI-MEF del 2015. Ma vediamoli nel dettaglio questi bandi, pensati per ‘interrogare’ di fatto in modo più immediato i bisogni delle tante anime che compongono la comunità, il territorio: dalle istituzioni all’associazionismo, dalle grandi or-

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L’ANNO CHE VERRÀ. SCUOLA, CULTURA E SOCIALE NEL 2019 DELLA FONDAZIONE CRL

ganizzazioni culturali alle imprese sociali, dal volontariato al mondo della ricerca. Ben tre sono i bandi rivolti, in maniera più o meno diretta, al mondo della Cultura: il Bando «Eventi e iniziative rilevanti», pensato per sostenere grandi eventi in ambito culturale, ma anche iniziative nell’ambito dello sviluppo locale e del volontariato; il Bando «Progetti e Attività culturali»: dedicato invece a iniziative di tipo culturale di entità minore, che andrà incontro alle esigenze delle realtà impegnate nella creazione di un circuito culturale diffuso e capillare; e infine il bando «Sviluppo del territorio», rivolto alle manifestazioni realizzate per promuovere e valorizzare il territorio. Il Bando «Categorie Sociali deboli e salute pubblica» sosterrà invece le progettualità negli ambiti dell’Assistenza agli anziani, sanità, volontariato e crescita giovanile, mentre il bando «Innovazione scolastica» darà continuità all’impegno della Fondazione a sostegno dell’adeguamento tecnologico e didattico delle scuole di ogni ordine e grado della provincia. C’è poi il Bando «Ricerca», triennale, sul quale ‘pioveranno’ le richieste relative a progetti di ricerca scientifica e tecnologica, e il cosiddetto bando «Generico», pensato per le piccole iniziative soprattutto di carattere ricreativo, che accoglierà le richieste negli ambiti della formazione, dello sviluppo locale e della crescita giovanile, comprese anche quelle relative alla promozione dello sport. A questi 7 bandi (9 in realtà considerando anche quelli per «Edilizia scolastica» e «Impianti sportivi») se ne aggiungono altri 2 che verranno attivati nel corso del 2019 compatibilmente con le risorse disponibili: il bando «Infrastrutture e dotazioni strumentali», per la realizzazione di lavori di pubblica utilità, anche nell’ambito del volontariato e della beneficenza e il bando «Interventi su Beni culturali», dedicato a interventi di recupero, tutela e valorizzazione di beni culturali presenti sul territorio della provincia di Lucca. Tessere che compongono un mosaico ben definito, fatto di tanti colori e di molte sfumature. La Fondazione è infatti impegnata in una

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sorta di evoluzione, moderata ma costante, che la propone in maniera netta come ente in grado di dialogare con il contesto di riferimento, promuovendo la condivisione delle prospettive e la concertazione dei progetti. Non solo un soggetto ‘erogante’ ma un elemento di inclusione e incontro tra le tante anime di una comunità ampia e articolata come quella della provincia di Lucca. È in questa realtà che negli anni si sono costruite col lavoro, la pazienza e l’ascolto alcune prassi operative che anche le istituzioni del territorio hanno reso proprie, favorendo circuiti virtuosi alimentati dal quelle che oggi si definiscono ‘buone pratiche’.

È in questa realtà che oggi l’impegno della Fondazione prosegue, con l’obiettivo di coinvolgere nel mosaico sempre più tessere ‘attive’, diffondendo l’idea che la società, in tutte le sue componenti, debba contribuire in maniera diretta e concreta a far crescere un senso di comunità e di bene comune sempre più percepito come necessario.

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TERRITORIO Art bonus: dalle Mura al Tempietto del Nottolini

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on Art bonus ha preso il via una nuova stagione di collaborazione tra pubblico e privato. Nuovi strumenti per promuovere nel cittadino senso di responsabilità, appartenenza e identità con il patrimonio artistico nazionale che è elemento fondante del nostro DNA culturale. L’Art bonus è una misura che prevede un credito di imposta del 65% recuperabile in tre anni sulle erogazioni liberali a favore del patrimonio pubblico. Donazioni dunque finalizzate alla manutenzione, alla protezione, al restauro dei beni culturali pubblici o al sostegno a istituti e luoghi della cultura (biblioteche, archivi, aree e parchi archeologici e altro ancora), delle fondazioni lirico sinfoniche e dei teatri di tradizione, alla realizzazione, al restauro e al potenziamento delle strutture e istituti pubblici dello spettacolo.

Uno ‘strumento’ per chi sostiene la cultura di cui la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha largamente usufruito, contribuendo alla realizzazione e alla progettazione di molti interventi: dal progetto di restauro del Ponte del Diavolo alla riqualificazione delle Mura di Lucca, i recuperi dei monumenti, quello equestre in piazza Risorgimento e quello ai Caduti della Prima Guerra Mondiale a San Vito. Grazie a questi e ad altri interventi la Fondazione figura tra i mecenati più ‘generosi’ sul sito www.artbonus.gov.it con donazioni spesso oltre i centomila euro a progetto. Ma il percorso è solo all’inizio: con il progetto di restauro del Tempietto del Nottolini, simbolico monumento che collega città e territorio grazie all’acquedotto, prosegue infatti la campagna con cui si unisce tutela e recupero del patrimonio architettonico con un’opera continua di ‘sponsorizzazione’ che la Fondazione fa dello strumento Art bonus. Individuato come ideale opportunità per avvicinare il mondo del ‘privato’ ad una sempre maggiore considerazione delle bellezze artistiche e delle iniziative culturali come patrimonio condiviso, l’Art bonus potrebbe davvero rappresentare un’occasione particolare per diffondere in maniera solida e ampia il concetto di ‘bene comune’ e di collaborazione di tutte le anime della società per la sua conservazione, valorizzazione e promozione.

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«Una passeggiata romantica, quieta ed avventurosa» Gilberto Bedini

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’opera che più di ogni altra sintetizza il valore e il metodo di lavoro di Lorenzo Nottolini è l’acquedotto. In esso si trovano applicate le numerose doti e capacità dell’architetto: l’intervento nel paesaggio, la funzionalità dell’opera, la definizione formale dell’intervento nel suo complesso e in ogni dettaglio, l’attenzione alle preesistenze sia territoriali che urbane. È l’opera in cui la sua cultura progettuale si intreccia e dialoga in maniera chiara con il contesto urbano e territoriale dato.

L’acquedotto di Nottolini e il progetto di recupero del tempietto

Di questo mirabile intervento merita esaminare le tre parti principali di cui si compone: le opere di captazione a monte, la serie delle arcate definite dalle due opere architettoniche (la cisterna a monte e il tempietto di San Concordio a valle), infine la realizzazione delle fontane nella città murata. Nelle opere a monte – notava Pier Carlo Santini1 – «muri, scarpate, sterri, apparecchiature di ispezione, scalinate, ponti, cordonature, lastricati, sbarramenti; i piccoli armonici edifici a pianta ottagonale: tutto è situato, sistemato dislocato sul terreno in modo tale che ne scaturisce un paesaggio d’artificio popolato di forme varie e mutevoli, ora quasi assorbite dalla naturalità del terreno, ora capaci di ordinarne e di correggerne le irregolarità, ora di

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foto Gilberto Bedini

«UNA PASSEGGIATA ROMANTICA, QUIETA ED AVVENTUROSA»

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1. Il ‘tempietto di San Concordio’ allo stato attuale 2. La cisterna a monte dell’Acquedotto in una fotografia della seconda metà dell’Ottocento 3. Il ‘tempietto di San Concordio’ in una fotografia della seconda metà dell’Ottocento

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emergerne nettamente […] come una stupenda passeggiata romantica, quieta ed avventurosa insieme. Le forme, gli ‘oggetti’ che troviamo sul percorso divengono rapidamente familiari, e quasi se ne indovina e se ne attende l’incontro. Ma c’è sempre qualcosa di nuovo, di diverso di inatteso». A valle degli episodi descritti si sviluppano le condutture interrate, affiancate dalla strada di guardia e da bottini d’ispezione che portano le acque alla cisterna posta all’inizio della lunga serie degli archi. Dalla loro sommità le ac-

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que scendono in lieve pendenza fino alla città, in due condotti distinti, affiancati: uno per le acque di ‘utilità’ (le acque potabili) e uno per le acque di ‘lusso’ (per l’abbellimento delle vasche della città), terminanti a valle, nell’area di San Concordio, in un ‘tempietto’ a forma cilindrica coperto a cupola e colonnato di ordine dorico al suo intorno. Infine un condotto interrato dal tempietto porta l’acqua all’interno della cinta delle mura: soluzione adottata nel rispetto delle disposizioni vigenti che vietavano costruzioni e ingombri visivi per la sicurez-

za del sistema difensivo e tale da non interferire con il sistema paesaggistico delle aree verdi esterne alle mura. È difficile percepire oggi il valore e l’importanza di questa impronta sul territorio, in zone in cui la prolificazione edilizia, dal dopoguerra ad oggi, poco ha risparmiato e poco ha tenuto conto delle preesistenze. Per apprezzare la nitidezza del segno architettonico e il rapporto dell’opera con la piana di Lucca occorre oggi recarci in quelle poche ‘isole’ rimaste inedifi-

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«UNA PASSEGGIATA ROMANTICA, QUIETA ED AVVENTUROSA»

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cate ed è necessario rifarci ad immagini d’epoca o affidarci a ricostruzioni ideali per riacquistare la visione complessiva che l’acquedotto determinava nella piana a sud della città murata e in relazione alla dimensione delle sue mura. Era così rilevante la presenza dell’acquedotto nel paesaggio lucchese che divenne tema dibattuto da parte della élite culturale lucchese e oggetto di elaborazioni grafiche e pittoriche degli artisti e degli illustratori. Basti citare: la litografia di Lorenzo Bandoni eseguita nel 1843 per la Guida di Lucca

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di Antonio Mazzarosa; la veduta dell’acquedotto dal baluardo Santa Maria di Gherardi, pubblicata nel 1845 nell’Atlante illustrato di Attilio Zuccagni Orlandini; i disegni e la litografia di Giuseppe Matraia realizzati nel 1850. Tra i vari problemi che il Nottolini incontrò, oltre quelli propriamente tecnici, vi fu quello di affrontare il largo spazio che davanti a lui si prospettava all’arrivo dell’acquedotto in città. Conclude così il tema delle arcate con il tempietto (che ha, tra l’altro, la funzione di contenere la spinta degli archi situati in leggera di-

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4. Prospetto occidentale dell’Acquedotto e del tempietto con il disegno della cancellata (Archivio storico del Comune di Lucca) 5. Il paesaggio agreste fuori delle mura, con la nuova presenza dell’Acquedotto (quadro di ignoto della fine dell’Ottocento) 6. Sistemazione del rio a monte dell’Acquedotto, nell’area delle opere di captazione delle sorgenti

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scesa da monte a valle) e da qui le acque vengo avviate in condutture interrate, che proseguono sulla direttrice degli archi, penetrando le mura al baluardo di San Regolo e procedere a servire le fontane della città. La intatta compagine delle Mura, con i suoi spazi esterni non ancora alterati, infatti, in virtù di antiche leggi legate alla difesa della città si presentava definita dalla «linea delle tagliate» per cui non si potevano far crescere né arbu-

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sti, né alberi, né tanto meno costruzioni, per una certa superficie intorno ad esse. Si deve, peraltro notare come fosse possibile operare nell’ambito delle opere pubbliche e nella amministrazione di un piccolo Stato come quello di Lucca. Il mondo che Lorenzo Nottolini ebbe intorno – fa notare Gabriele Morolli2 – «fu quello artificialmente quieto, riposato e sonnolento di un piccolo stato Ancien Régime, puntigliosamente autosufficien-

te per il costante timore di una fagocitazione da parte del più ben vivo e potente Granducato di Toscana, ed obbligato ad una modesta e casalinga autarchia ideologica, culturale e sociale proprio per il suo essere, in pratica, una emarginata fortezza assediata. Ma paradossalmente proprio per questa sua posizione di isolamento, di collocazione come ai confini del mondo civilmente vitale, all’interno di quest’isola tanto spesso felicemente disim-

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«UNA PASSEGGIATA ROMANTICA, QUIETA ED AVVENTUROSA»

5 foto Gilberto Bedini

pegnata, si erano anche potute sviluppare e crescere tutta una serie di iniziative, di avventure intellettuali orientate nel senso della più aggiornata cultura illuministica». È l’ambiente che, paradossalmente, porta alla stampa dell’Encyclopèdie di Diderot, ma è anche un luogo in cui gli ideali architettonici sono concretamente rivolti a risolvere i problemi quotidiani e a prevedere quelli futuri. L’architetto con disinvoltura e duttilità spirituale – come si è detto – si occupava oltre che dei grandi problemi infrastrutturali, anche della attuazione e costruzione di opere edilizie, di restauro e di arredo; dai piani per un acquedotto per la città all’arginatura del Serchio, alla bonifica delle zone paludose, così come di una panchina, di una fontana o della costruzione di un edificio. Tutto ciò ci fa pensare quanto ancora oggi può essere riproposto alla società attuale, per un futuro migliore, in termini di grandi progetti e piccole opere che giorno per giorno contribuiscono a migliorare quella qualità di vita così spesso invocata. L’intervento di restauro del tempietto di San Concordio costituisce un esempio dello spirito positivo che anima la città e le sue istituzioni in questo momento storico; si pone nell’articolato programma di interventi di valorizzazione e recupero promossi dal Comune di Lucca e realizzati con il contributo finanziario del Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, restituendo alla fruizione di tutti l’opera architettonica – quasi un simbolo per molti cittadini – e il suo intorno, fino a comprendere la fontana lungo la via Nottolini (appunto!) alla quale quotidianamente una fila di persone attinge l’acqua preziosa e salubre delle sorgenti di Guamo.

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P.C. Santini, Nottolini a Lucca, in M. Dezzi Bardeschi et Alii, Lorenzo Nottolini architetto a Lucca, ed. Cassa di Risparmio di Lucca, 1970. 2 G. Morolli, L’attività giovanile di Lorenzo Nottolini a Lucca, Actes du Colloque «Florence et la France, Rapports sous la révolution et l’Empire», Publications de Institut Français de Florence, IV série Historie de l’art n.1; Firenze-Paris. 6

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foto Gilberto Bedini

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MARIAE ALOISIAE BORBONIE LUCENSIUM DUCIS MEMORIA DECUSQUE PERENNIS QUOD CIVIUM INCOLUMITATI INSTAURANDAE DE AQUARUM DUCTU SOLLICITA OPUS DECREVIT INCAEPIT HEU FATA TERRIS RAPUERE CAROLUS LUDOVICUS MATERNAE VIRTUTIS ET BORBONIDUM MUNIFICENTIAE HAERES LOCUPLETISSIMUS CCCC SESTERT. MILLIBUS CONSTITUTIS TANTAE MOLIS FASTIGIUM FELICITER ABSOLVIT CIVIBUS UNIVERSIS PLAUDENTIBUS ACTUM ANNO REP SAL MDCCCXXXII NICOLAO GIORGINIO CIVITATIS PRAEFECTO CURANTE LAURENTIO NOTTOLINIO ARCHITECTO

L’iscrizione dedicatoria sul fronte a valle del tempietto di San Concordio Memoria e perenne ornamento di Maria Luisa di Borbone, duchessa dei Lucchesi, poiché provvedendo all’acquedotto per procurare la salute dei cittadini decretò e incominciò l’opera: ohimè, il destino la strappò al mondo. Carlo Ludovico, erede ricchissimo della virtù materna e della generosità dei Borbonidi, stanziati quattrocentomila sesterzi, condusse a termine felicemente tanto rilevante opera, con il plauso di tutti i cittadini, nell’anno della salvezza recuperata 1832 essendo prefetto della città Nicolao Giorgini, a cura dell’architetto Lorenzo Nottolini.

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Ingegnere, architetto, urbanista: Lorenzo Nottolini a Lucca

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orenzo Nottolini (1797-1851) in giovanissima età viene assunto come collaboratore dell’architetto Giovanni Lazzarini che – come è noto – ha operato, insieme agli architetti francesi, alla realizzazione di piazza Napoleone e, sempre nell’ambito urbano, alla realizzazione di opere come il Teatro del Giglio e il Caffè delle Mura. Ma la formazione culturale di Nottolini avviene in virtù dei contatti con l’ambiente culturale del neoclassicismo, prima a Bologna, con l’architetto Giovanni Antonio Antolini e poi soprattutto con Valadier a Roma nel 1812. Nominato nel 1818 da Maria Luisa di Borbone architetto Regio del Ducato di Lucca, fino al 1847 opera con una eccezionale professionalità e straordinaria sensibilità sia a scala territoriale che nel contesto della città antica. La cura e la professionalità del Nottolini nella progettazione e nella realizzazione delle opere sono documentate nei numerosi disegni conservati nell’Archivio di Stato di Lucca e spaziano dagli interventi di arredo urbano, quali ad esempio le fontane nella città e i lavori alle Mura, all’architettura degli interni (vedi la scala e la galleria del Palazzo Ducale), fino ai vari caminetti e decori e alle opere di restauro, come quelle della chiesa di Sant’Alessandro e nel Castello di Nozzano. Si contano poi numerose le edificazioni di chiese (esemplare quella di Limmerich e la Cappella Orsetti al cimitero di Lucca), conventi (come quello ‘dell’Angelo’ sulle colline della Brancoleria), edifici pubblici (come la cavallerizza coperta, le scuderie reali e gli stabilimenti per bagni pubblici a Bagni di Lucca), ville (come quella di Marlia ed il Casino di Caccia di Bellosguardo), ponti (il ponte ‘delle catene’ a Fornoli e quello di Rivangaglio), e strade (la Ludovica e altre minori), oltre a una vera e propria opera di pianificazione territoriale e di sistemazione paesaggistica quali i lavori lungo il Serchio, il «gran progetto» della bonifica della piana di Lucca, la sistemazione dell’area delle prese dell’acquedotto di Guamo e di urbanistica, con il piano regolatore di Viareggio.

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L’architettura intesa come connubio tra strutture dell’uomo e paesaggio naturale

L’acquedotto di Lucca può essere considerato come il suo opus magnum proprio perché dimostra la capacità di padroneggiare una grande diversità di tecniche sia come ingegnere sia come architetto. Nottolini può definirsi l’ultimo sensibile interprete della città e del territorio lucchese. La sua opera si svolge in un arco di tempo di circa trenta anni, dal 1818 al 1847 e si estende dalla sistemazione paesaggistica delle vallate del monte Pisano a Guamo per le opere di captazione dell’acqua, fino al delicato inserimento di fontane nelle piazze della città. Nottolini opera – e lo fa con somma maestria – nella grande dimensione e nel tema più minuto. Ma l’interesse per la sua figura va oltre la sua capacità professionale; sembra opportuno, proprio oggi, nel contesto territoriale e culturale in cui operiamo, ricordare il rigore, la fermezza e la capacità di affrontare le difficoltà nel rapporto con una opinione pubblica e con gli ambienti di governo che spesso mettevano in discussione il suo operato. Nottolini è consapevole che il progetto è impresa collettiva e intima, dialogo all’interno di vincoli, obbiettivi, interessi, culture, ostacoli, conflitti che si ripresenteranno puntualmente a ogni fase del progetto, anche dopo la sua conclusione. Ma egli dimostra indubbia capacità professionale e organizzativa evidente nel progetto di sistemazione idraulica di tutta la piana di Lucca, che fu giustamente chiamata il «gran progetto», «con globalità di vedute, volontà di domare, piegare la natura agli utili dell’uomo».1 È questa un’opera a cui lavorò senza interruzione fino alla fine della sua vita modificando, perfezionando, rivedendo la materia, con ferreo metodo di lavoro, con attenzione dedicata ai minimi fatti orografici o idrogeologici dell’ambiente, verificando continuamente la possibilità di realizzazione col minimo numero di operazioni artificiali quali ponti, argini, condotte sotterranee, chiuse e così via. Tutto ciò permette di capire quanto nell’architetto fosse superata la fase delle proposte della grande ingegneria dell’illuminismo, dove colline, fiumi, montagne e boschi venivano or-

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foto Carlo Cantini

1. Il convento dell’Angelo sui colli della Brancoleria

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dinati e piegati al volere dell’uomo. Nella sua opera si può notare il desiderio di raggiungere un profondo accordo tra l’architettura e il dato naturale anche e soprattutto quando l’intervento avviene non per mimesi, ma come integrazione e sovrapposizione di forme; una vera e propria ‘amicizia’ tra l’uomo e la sua opera. Le realizzazioni di Nottolini quali l’Acquedotto, sono collocate in maniera perentoria in un contesto paesaggistico rurale e con una evidenza formale che sottolinea, secondo i dettami del neoclassicismo, il predominio dell’opera dell’uomo sulla materia. Ma egli va anche al di là dello spirito neoclassico; nel suo lavoro si possono cogliere i segni che parlano di un nuovo modo di concepire l’ar-

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chitettura: elaborata non solo a tavolino con bei disegni, ma verificata con i continui sopralluoghi fatti a piedi, a cavallo, in barchino; la ricerca di soluzioni che non comportino traumatici interventi esterni, come i canali che propone per il «gran progetto» che vuole tutti incassati nel terreno naturale. Ne è prova una lettera del 14 agosto 1851 nella quale scrive che la natura non ha mai creato canali con argini e cataratte. G.B. 1

G. Morolli, L’attività giovanile di Lorenzo Nottolini a Lucca, Actes du Colloque «Florence et la France, Rapports sous la révolution et l’Empire», Publications de Institut Français de Florence, IV série Historie de l’art n. 1; Firenze-Paris.

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La ‘ruga’, la ‘torretta’, la ‘fossa nera’: storie di recupero e di archeologia a Porcari Giulio Ciampoltrini

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foto Jurji Filieri

oniugare recupero funzionale e tutela dei valori storico-culturali è, nell’esperienza di chi scrive, una costante dell’attività dell’Amministrazione comunale di Porcari, e l’attenzione profusa nella valorizzazione del cuore stesso dell’agglomerato del centro storico, nella Ruga, non ha derogato a questo principio.

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Più di dieci anni fa un’impresa per certi aspetti parallela – il restauro e il recupero di quanto restava dell’antica torre del castello dei Porcaresi prima, e della Repubblica di Lucca poi: la Torretta – fu condotta con metodi paralleli, mettendo a punto un’applicazione ante litteram della prassi della cosiddetta ‘archeologia preventiva’ oggi codificata da una minuziosa normativa procedurale. Rinunciando a ormai obsolete campagne di scavo estensive, che

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Una veduta della Piana dalla cima della Ruga di Porcari La chiesa di San Giusto alla sommità dell’erta prima dell’intervento di restauro La Ruga restaurata Una veduta complessiva dell’intervento

il restauro della ‘ruga’ Il progetto nasce dalla volontà di dar vita a una campagna di risanamento del selciato lapideo che, con una suggestiva salita, conduce alla chiesa di San Giusto a Porcari. Attraverso un’opera di smontaggio, pulizia e ripristino del selciato, la ‘Ruga’ ha visto rinascere quel bellissimo acciottolato che la contraddistingue. Con la realizzazione dei marciapiedi esterni si è migliorata la fruibilità dell’erta, che ha visto chiudere e mettere in sicurezza anche quelle parti della fossa che corre lungo la strada. Ma sin qui si è parlato di una fase puntuale di un progetto di recupero orientato a riqualificare in generale la zona della ‘Ruga’, con interventi di risanamento in via della Chiesa, con il ripristino dell’acciottolato che dal piazzale della chiesa sale a via della Torre e con la realizzazione di un parcheggio nell’area del Monumento ai Caduti. scheda a cura di Jurji Filieri architetto, progettista del restauro

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poco avrebbero aggiunto alla massa delle informazioni concessa dalle fonti documentarie e iconografiche, si decise tuttavia di sondare estensivamente i ruderi della torre medievale. Fu dunque possibile certificarne la cronologia e intuire nelle tecniche murarie le metamorfosi di un monumento che si volle riproporre, dopo un’adeguata documentazione di quanto era stato riconosciuto, nella veste che aveva progressivamente acquisito, e non con un ritorno ad un ipotetico aspetto medievale; questo sarebbe sicuramente piaciuto negli anni Settanta del secolo scorso, nella lunga tradizione ottocentesca codificata da Viollet-leDuc ma oggi decisamente superata proprio dal progresso dell’indagine filologica sui monumenti medievali. Il debito con la comunità di Porcari per le risorse investite nell’indagine archeologica è stato assolto con la recente pubblicazione, dovuta a chi scrive e a Consuelo Spataro (Il poeta e i boscaioli. Porcari nel Cinquecento: un itinerario archeologico), che dà conto sia della storia della Torretta, che di un singolare episodio del tardo Cinquecento, con la deposizione al suo interno di medaglie e placchette in terracotta voluto da un enigmatico personaggio che si presentava come Giovan Francesco Tinti, nobile e poeta di San Miniato. E ancora lo stesso metodo ha guidato in un’altra impresa che chi scrive ha avuto la fortuna di seguire fino al 2017: la creazione e la conservazione di un percorso archeologico che dipanandosi dalle sale ‘archeologiche’ del Complesso Cavanis guidasse fino al cuore della Bonifica compreso nel territorio di Porcari: l’area archeologica di Fossa Nera. La strutturazione di un’area archeologica è procedura complessa, che richiede – ovviamente nell’opinione di chi scrive – un equilibrio fra risorse da investire e risultati programmati e che, soprattutto, impone una ‘leggerezza’ nelle infrastrutture di servizio. Nel caso di un patrimonio archeologico – come quello di Fossa Nera – che giace in un contesto di straordinario valore paesaggistico e ambientale, la sobrietà era necessaria a prescindere dai finanziamenti che Amministra-

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foto Jurji Filieri

LA ‘RUGA’, LA ‘TORRETTA’, LA ‘FOSSA NERA’: STORIE DI RECUPERO E DI ARCHEOLOGIA A PORCARI

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zione comunale e Provincia, avvalendosi anche di finanziamenti europei, erano riuscite ad accumulare. Questi hanno tuttavia permesso di attivare un tracciato che parte dall’‘immersione’ nella vita quotidiana di una comunità vissuta intorno al 1200 a.C. nel territorio di Porcari, ricostruita in una sala del Cavanis intorno alle testimonianze archeologiche che ne restano (i reperti), ed è poi guidato da una sequenza di sobri pannelli – quasi filo d’Arianna nella storia del territorio – per una strada che conserva il pieno sapore della sua genesi al servizio della bonifica e degli insediamenti agricoli ‘di frontiera’ che vi fiorirono dal Cinquecento fino alla seconda metà del secolo scorso.

A questo itinerario si potrà ora aggiungere, in alternativa o immaginandolo in continuum, anche un percorso che attraverso il centro storico di Porcari guidi a riconoscere i segni del borgo medievale vissuto ai piedi del castello, lungo la Via Francigena, alla chiesa, al luogo del potere della famiglia Poggi, protagonista – con i contadini e i boscaioli della Piana di Lucca – della pacifica e impegnativa opera di riconquista delle terre al margine del lago. Spetterà ancora alle sale del Cavanis (ci si augura) narrare sobriamente questo capitolo di storia porcarese, da vivere inerpicandosi per la Ruga e fino alla Torretta.

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foto Alessio Gigli

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Vitiana e Tereglio: due paesi sul crinale Andrea Salani

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el 1818 la duchessa Maria Luisa di Borbone decise in accordo col duca di Modena Francesco IV la costruzione di una strada che, valicando gli Appennini nell’area di Foce a Giovo, sotto lo sguardo imperioso del Monte Rondinaio, collegasse Lucca con il capoluogo emiliano, evitando i dazi doganali del Granducato di Toscana. Su questa via, conosciuta infatti come ‘Strada dei Duchi’ o ‘Via Ducale’, incontriamo ancora oggi, sa-

Coreglia Antelminelli e i suoi borghi ‘arroccati’

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lendo dalla Val Fegana, due bivi. Due deviazioni che conducono in un paio di piccoli borghi del comune di Coreglia Antelminelli ‘arrampicati’ sulle coste appenniniche, Vitiana e Tereglio. Due realtà che, come altre della Valle del Serchio, raccontano bene della dicotomia tra il mondo delle ‘alture’ e quello del fondovalle, un rapporto in evoluzione continua che ha visto un tempo i centri più arroccati prevalere per prestigio e importanza strategica. Si pensi che la frazione di Calavorno, che vede risalire il proprio nome all’epoca medievale, tra la fine dell’Ottocento e i primi del

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foto Irene Taddei

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VITIANA E TEREGLIO: DUE PAESI SUL CRINALE

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Novecento era nota semplicemente come la località di Capanne di Vitiana, a testimoniare la marginalità dei centri del lungo-Serchio rispetto ai nobili agglomerati di montagna. Così è stato per il capoluogo, Coreglia, e per molti altri casi nell’area della Media e Alta Valle, Garfagnana compresa. Oggi è il fondovalle a conoscere una sempre maggiore centralità, come dimostrato dalla crescente densità in termini sia di popolazione sia di sviluppo commerciale e del terziario. Spesso questi centri, situati in luoghi talvolta impervi, ma che un tempo si proponevano come fulcro della vita sociale dell’area, combattono una quotidiana lotta contro lo spopolamento. Luoghi, ricchi di storia e di ricordi, non si configurano però come scrigni romantici di un passato svanito, ma ospitano ancora comunità che vivono il paese e guardano dall’alto la frenesia della vita ‘di pianura’. A Vitiana in realtà si arriva anche da una stradicella che proprio da Calavorno sale ripida, tornante dopo tornante, attraversando località dai nomi ora comuni ora aspri e montagnini: Trigneto, Camponelli, Le Prata, Monti di Sopra e, inevitabilmente, Monti di Sotto. Il paese

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è collocato su due livelli, due nuclei di cui il più basso accoglie una piazzetta dalla forma irregolare che da sempre rappresenta il luogo dell’incontro, delle manifestazioni e, un tempo, delle attese feste tradizionali. Ma, salendo da Calavorno, si arriva direttamente nella zona alta, si piegano gli specchietti retrovisori dell’auto per attraversare strettissime stradine tra le case e si giunge alla chiesa di San Silvestro, nella via della Porticcia, in località ‘Ai campi’, con il suo rude campanile e l’austera canonica anticipata da un sagrato ‘a balcone’, che costituisce una sorta di soglia erbosa che introduce all’edificio. All’interno si accede attraverso un elegante portone ligneo a due ante, decorato con formelle a bassorilievo raffiguranti San Silvestro Papa e San Pantaleone. Le tre navate accolgono un altare maggiore e due minori. Al XVIII secolo risale un’importante fase di ristrutturazione di questa chiesa medievale, che vide arricchire il proprio arredo con una preziosa acquasantiera in marmo e con lo splendido organo, opera di quel Michelangelo Crudeli che a metà del Settecento era attivo nell’area lucchese.

foto Andrea Salani

foto Andrea Salani

Tereglio, Croce dipinta in Santa Maria Assunta Tereglio, la torre divenuta campanile Tereglio, la Porta del Fortino Tereglio, via di Castello foto Andrea Salani

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Un piccolo tesoro lo conserva però la cella campanaria. Tre campane, la più ‘giovane’, decorata con un crocifisso, è un bronzo del 1729, mentre le altre sono due splendide ‘gemelle’ fuse nel 1401, solcate da preziosi fregi: sui lati opposti, l’arcangelo Michele e la Madonna e nella parte centrale tre croci sovrapposte, di cui una grande collocata su tre gradini, interamente avvolta dalla vite, allusiva simbologia legata al nome di Vitiana. Ma è nella parte ‘bassa’ che il paese conserva il suo gioiello probabilmente più prezioso, un oratorio rinascimentale, esternamente forse un po’ anonimo, ma decorato all’interno da un ciclo d’affreschi tanto ‘breve’ quanto significativo, restaurato anni fa grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Il ciclo è di fatto un ‘tripudio’ di santi, disposti sui due lati in una sorta di ideale processione verso l’altare centrale, dove una Vergine col bambino è assunta in cielo tra Silvestro Papa e Pantaleone. Tanti i rimandi ai santi la cui devozione era particolarmente forte: troviamo, tra gli altri Leonardo, protettore di Calavorno, Silvestro e Pantaleone appunto, cari a Vitiana, e Pellegrino, in riferimento ai

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6-7. Vedute di Vitiana 8. Vitiana oratorio, ciclo di affreschi, particolare

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tanti viandanti che raggiungevano l’Emilia passando da questi valichi. Tutte testimonianze di una comunità che nei secoli passati ha vissuto momenti di grande benessere, analoghe a quelle che troviamo anche nella vicina Tereglio. Borgo che si dipana letteralmente sul crinale come un lungo serpente, una biscia, viste le ‘frequentazioni rettili’ dell’area, adagiata sulla montagna. Qui caratteristico è proprio questo saliscendi che, attraverso la stretta via centrale, conduce all’area dell’antico castello, la cui torre è stata reimpiegata come campanile, distaccato, della chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta. Questa, già edificata alla metà del Duecento, come evidenziano alcuni elementi decorativi superstiti della struttura originale, venne rinnovata e ingrandita tra XVI e XVII secolo e poi ulteriormente ampliata durante l’Ottocento, fino a comporre l’aspetto attuale con la facciata in pietra, scandita da quattro lesene, e la suddivisione interna a tre navate. Tra queste pareti si conserva una delle testimonianze artistiche più significative dell’intera Valle del Serchio, la Croce dipinta, con una attribuzione che oscilla tra i due Berlinghieri (Bonaventura e Berlinghiero) in collaborazione con il Maestro della Croce n. 434, e riferibile alla metà del Duecento. Un esemplare straordinario della tipologia più arcaica del genere, quella che, prima delle grandi rivoluzioni di Cimabue, Giotto e Giunta Pisano, proponeva una raffigurazione idealizzata e poco realistica della figura di Cristo, non sofferente e morente (come avverrà più avanti), ma ieratica e frontale, il cosiddetto Christus triumphans. Il Berlinghieri (qualunque dei due fosse) era autore ricercato e molto conteso nell’area di Lucca e Pisa: averlo ingaggiato per questa commissione è di per sé un riconoscimento notevole per l’importanza delle comunità di

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VITIANA E TEREGLIO: DUE PAESI SUL CRINALE

quell’area. Infatti la Croce probabilmente proviene da un abitato poco distante, ‘Bori’, situato ‘all’Alpe’ e progressivamente abbandonato in quei secoli. Ma tante sono anche le testimonianze d’arte e cultura materiale disseminate su queste pendici, in questa ‘via di crinale’ che lega le frazioni alte alla stessa Coreglia. Nei boschi di Vitiana troviamo infatti l’oratorio di San Pantaleone, di cui sopravvivono oggi solo i muri perimetrali, la marginetta del Volto Santo, scendendo verso Calavorno, l’edicola di Santa Barbara su una mulattiera e il bellissimo oratorio di San Francesco, ricavato in un muro perimetrale all’ingresso del paese. Da Tereglio, dove interessante è anche la chiesa della Foce col suo bel campanile, si raggiungono invece rapidamente numerose marginette e poi l’oratorio di Sant’Apollonia, su un cucuzzolo a cinquecento metri dal paese, la cappella di Maria Santissima, in direzione Foce a Giovo, e, nei pressi dell’abitato di Gromignana e a due chilometri dall’altra frazione, Lucignana, il suggestivo romitorio di Sant’Ansano, risalente al XII secolo, dotato di chiesa e canonica che dal XVI secolo divenne appunto zona di sosta e ristoro. Non un mero elenco questo, ma uno sguardo d’insieme per comprendere e la capillarità con cui le testimonianze della fede, ma anche del potere politico, si ‘spargessero’ anche su questi terreni, spesso inospitali, per garantire un copertura totale di aree all’epoca efficacemente controllate dagli abitati di riferimento. Per noi oggi tutto questo si traduce in una ricchezza: di evidenze artistiche e architettoniche prima di tutto, ma anche di cultura locale, tradizioni, storie e novelle e ricordi tramandati dalle generazioni che hanno mantenuto questa montagna viva, vissuta e tenacemente abitata.

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ANNIVERSARI ‘La’ mostra sul Maestro: «per sogni e per chimere»

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al 18 maggio al 23 settembre 2018 la Fondazione Ragghianti ha ospitato una delle mostre più importanti e ambiziose organizzate negli ultimi anni: Per sogni e per chimere. Giacomo Puccini e le arti visive, coordinata da chi scrive e da me curata insieme con Fabio Benzi, Maria Flora Giubilei e Umberto Sereni. Quasi centocinquanta pezzi esposti, provenienti da ben sessanta prestatori (trenta istituzioni e altrettanti privati); il raffinato e spettacolare allestimento ideato da Margherita Palli, una delle massime scenografe oggi attive in ambito internazionale (‘suo’ l’Andrea Chénier che ha inaugurato la stagione lirica del Teatro alla Scala il 7 dicembre 2017); un catalogo bilingue, italiano-inglese, di 392 pagine, contenente dodici saggi scritti per l’occasione da dieci studiosi (oltre a me, in ordine rigorosamente alfabetico, Alessandra Belluomini Pucci, Fabio Benzi, Gabriella Biagi Ravenni, Silvestra Bietoletti, Giovanna Ginex, Maria Flora Giubilei, Marco Mei, Eleonora Barbara Nomellini e Umberto Sereni); un ampio comitato scientifico e numerose collaborazioni istituzionali di alto livello; un finissage fantastico, con la partecipazione dell’attore Giancarlo Giannini e del pianista Simone Soldati; molti visitatori d’eccezione, come il direttore d’orchestra Nicola Luisotti e l’artista Markus Lüpertz; turisti e appassionati venuti da ogni parte del mondo: tutto ciò ha contribuito a rendere unica questa iniziativa espositiva, impegnativa sotto il profilo organizzativo, scientifico ed economico, coronata da un notevole successo di pubblico (è stata la mostra della Fondazione Ragghianti più visitata negli ultimi cinque anni) e da un’attenzione straordinaria da parte dei media nazionali e stranieri (la rassegna-stampa conta molte centinaia di articoli, cui aggiungere le trasmissioni televisive e radiofoniche sui canali Rai e su altre reti). Per sogni e per chimere, realizzata dalla Fondazione Ragghianti con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, è nata in collaborazione con la Fondazione Giacomo Puccini, con il Centro studi Giacomo Puccini

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Paolo Bolpagni

Storica mostra della Fondazione Ragghianti su Giacomo Puccini e le arti visive

e con la Fondazione Simonetta Puccini per Giacomo Puccini di Torre del Lago, e con il patrocinio della Regione Toscana, della Provincia di Lucca e dei Comuni di Lucca, Viareggio, Massarosa e Pescaglia (che ospitano tutti i principali luoghi pucciniani). Numerosi, peraltro, sono stati i rapporti instaurati, in un’ottica di sistema e di marketing territoriale: con l’Associazione Musicale Lucchese, con il Teatro del Giglio, con l’Associazione Lucchesi nel Mondo, con il Festival di Torre del Lago e con la Fondazione Banca del Monte di Lucca. La figura di Giacomo Puccini, grazie a questa mostra e al monumentale catalogo che l’ha accompagnata (esso stesso un successo editoriale, per qualche settimana fra i libri d’arte più venduti in Italia), si è rivelata in una prospettiva nuova e originale attraverso l’indagine del suo rapporto privilegiato con molti pittori: in un primo tempo i toscani raccolti a Torre del Lago intorno al Club ‘La Bohème’ (Ferruccio Pagni, Francesco Fanelli, Angiolo e Lodovico Tommasi), poi Plinio Nomellini, Luigi De Servi, Leonetto Cappiello; infine, in special modo, Galileo Chini. Senza tralasciare il legame con lo scultore Paolo Troubetzkoy e altri contatti con importanti artisti, da Giovanni Boldini a Luigi Conconi, da Gaetano Previati a Duilio Cambellotti, da Adolf Hohenstein a Lionello Balestrieri, da Antonio Discovolo ad Arturo Rietti e Lina Rosso. Non ci si è affatto limitati alle informazioni già note, ma, sulla base di lunghe e attente ricerche d’archivio, si è investigata l’esistenza di relazioni di Giacomo Puccini con il mondo delle arti che non erano finora conosciute, analizzando inoltre il suo gusto visivo e l’evoluzione che esso subì nel corso del tempo, e le vicendevoli connessioni tra l’estetica del musicista e quella della pittura e scultura italiane dagli anni Ottanta dell’Ottocento fino alla metà del terzo decennio del XX secolo. Ne è emerso per la prima volta un quadro non episodico, ma che ha delineato i tratti di una sensibilità e di un clima espressivo di cui Puccini fu di volta in volta interprete, talora ispiratore, spesso intuitivo e geniale tramite.

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foto Lucio Ghilardi

1. Edoardo Gelli, Ritratto di Giacomo Puccini, 1902, Lucca, Museo Nazionale di Palazzo Mansi 2. Gaetano Previati, Notturno (Il silenzio), 1908, Gardone Riviera (Brescia), Fondazione Il Vittoriale degli Italiani

L’itinerario della mostra è partito dal tardo-naturalismo e dall’ultima stagione scapigliata di quella Milano in cui il giovane compositore studiò e riportò i primi successi, ha attraversato il paesaggismo post-macchiaiolo dei bohémiens toscani, conoscendo momenti fondamentali in un certo Simbolismo sognante d’inizio Novecento, in un filone artistico versiliese-ligure e nelle propaggini italiane del modernismo internazionale, per culminare nell’esotismo orientaleggiante che avrà la sua massima ed estrema espressione musicale in Turandot. La mostra ha offerto nuove ed esaltanti scoperte, che hanno permesso di presentare opere straordinarie e molti inediti. Tra questi, un rilievo in marmo di Edoardo De Albertis, il cui gesso è tuttora nella villa di Puccini a Torre del Lago. Oppure il Ritratto di Giacomo Puccini di Luigi De Servi, del 1899, rimasto agli eredi di Fosca Leonardi, figliastra di Giacomo Puccini, e mai esposto prima. Inoltre è stato possibile ammirare, grazie a un prestito eccezionale concesso dalla Fondazione Musei Civici di Venezia, la Sinfonia della luna, un enorme dipinto di Plinio Nomellini presentato alla Biennale di Venezia del 1899, e dal 1902 alla Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro: capolavoro di preziosità e importanza assolute, così come le tele di Gaetano Previati prestate dal Vittoriale degli Italiani di Gardone Riviera, il Notturno e La danza. Dunque c’erano dipinti, sculture, disegni e incisioni ispirate a Puccini e ai personaggi dei suoi melodrammi, ritratti del Maestro, opere di artisti da lui amati e collezionati, fotografie d’epoca, oggetti, documenti, manifesti, mobili, cimeli, che hanno consentito l’ingresso nel mondo del compositore e svelato anche – cosa nuova e curiosa – la sua passione per il disegno e la caricatura, praticati in modo scherzoso a beneficio di amici e parenti, oltre che l’attenzione messa nell’arredo delle proprie case. Di grande suggestione, inoltre, il raro filmato del 1924, girato a Viareggio e sul lago di Massaciuccoli, concesso dal Puccini Museum di Lucca, in cui si vede il musicista al pianoforte, a caccia e in altri momenti della sua quotidianità. Una mostra dovrebbe sempre nascere da un lavoro di ricerca. In questo caso, è anche il risultato di una sorta di sfida, di un problema critico che io e i colleghi co-curatori ci siamo posti con la consapevolezza che l’obiettivo non poteva essere la conferma di un assunto aprioristicamente dato (è esistita una pittura ‘pucciniana’?), bensì la verifica di un’ipotesi, di un’intuizione, sulla base di riscontri documentari, investigazioni storiche e ricostruzioni filologiche, da cui far discendere l’indispensabile sintesi. Nell’Italia di fine Ottocento e dei primi decenni del XX secolo la figura e la personalità di Giacomo Puccini (così come di Gabriele d’Annunzio, per portare un esempio paragonabile) furono talmente rilevanti, presenti e pervasive che era necessario considerarle anche dall’angolo di prospettiva delle arti visive. Lo sforzo compiuto è stato questo, senza la pretesa di dimostrare una tesi, ma con la volontà di offrire nuovi elementi e spunti d’indagine.

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‘LA’ MOSTRA SUL MAESTRO: «PER SOGNI E PER CHIMERE»

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Bisogna osservare che l’ispirazione di Puccini è molto visiva: pochi compositori drammatici, al pari di lui, hanno posseduto a un tale grado la capacità di ricreare un’atmosfera storica e geografica, di delineare nel dettaglio le ambientazioni delle proprie opere, anche nel loro immaginario collettivo, oltre che nelle psicolo-

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gie individuali dei personaggi: come Tosca esprime lo spirito della Roma papalina scossa dai fremiti napoleonici, Madama Butterfly è la summa di certa mentalità nipponica, di un ethos compreso e trasfigurato artisticamente con assoluta ricerca dell’autentico (diversamente che in Iris di Mascagni, dove incontria-

mo un Giappone inventato, terra di sogno e di pura fantasia). Peraltro è un dato acquisito che la visione della scena, per Puccini, iniziasse assai presto, agli albori della genesi di un’opera, e che anzi fosse, in certi casi, la scintilla che faceva scattare l’interesse per un soggetto, magari poi abbandonato. Questa

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foto Enrico Corli

foto Enrico Corli

3. Lionello Balestrieri, Manon, post 1905, Cetona (Siena), Fondazione Lionello Balestrieri 4. Lionello Balestrieri, Il gelo, senza data, Cetona (Siena), Fondazione Lionello Balestrieri 5. Turop [Libero Andreotti], Autoritratto, 1900, copertina della rivista «Lucca», collezione privata 6-7. Due vedute dell'allestimento della mostra, progettato da Margherita Palli in collaborazione con Alice De Bortoli ed Eleonora Peronetti

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fascinazione poteva nascere sfogliando una delle riviste cui il Maestro era abbonato, imbattendosi in immagini, riproduzioni, disegni, fotografie che lo colpivano o incuriosivano, che destavano la sua attenzione. È il caso, giusto per citare un esempio, di una tavola fuori testo del periodico «Emporium» dell’agosto del 1904: Puccini, archiviato il successo della ‘resurrezione’ di Madama Butterfly al Teatro Grande di Brescia il 28 maggio, era già alla ricerca di spunti e idee per una nuova opera, e vide sul numero fresco di stampa del mensile dell’Istituto italiano di arti grafiche quattro riproduzioni – a corredo di un articolo di Vittorio Pica – di disegni della serie della Corte dei miracoli di Alberto Martini, eseguiti nel 1897, quando l’artista veneto era poco più che ventenne. Ritagliò la pagina e la mandò al suo librettista di fiducia Luigi Illica, acclusa a una lettera inviata il 27 luglio da Torre del Lago. Non è che uno dei molti casi che potrebbero essere menzionati. Peraltro, come si anticipava, Giacomo Puccini inoltre ebbe molte frequentazioni con gli artisti: lo testimonia il suo

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carteggio. Il catalogo di una mostra curata nel 1982 al Museo Teatrale alla Scala dalla nipote Simonetta riportava lettere scambiate con Ferruccio Pagni e Francesco Fanelli, Plinio Nomellini, Luigi De Servi, Leonetto Cappiello e Lina Rosso. Ancora Pagni e Fanelli compaiono come destinatari nei Carteggi pubblicati da Eugenio Gara nel 1958, insieme con lo scenografo Antonio Rovescialli. Il primo volume dell’Epistolario ordinato dall’Edizione Nazionale delle Opere di Giacomo Puccini, comprendente gli anni compresi fra il 1877 e il 1896, registra scambi di missive con gli onnipresenti (almeno fino a un certo momento) Pagni e Fanelli, ma anche con il ticinese Luigi Rossi. Nel secondo, di ormai imminente uscita, fanno la loro apparizione, come destinatari di lettere, Leonetto Cappiello, Luigi De Servi, Plinio Nomellini ed Ettore Ximenes, fermi restando i nomi di Pagni e soprattutto di Fanelli. Nell’archivio della Villa Museo di Torre del Lago, del resto, troviamo lettere di vari artisti: di Lino Selvatico, che nel 1910 ritrasse il Maestro in un’incisione su richiesta di quest’ultimo, contattato per il tramite di Giulio Ricordi; di Giovanni Boldini, conosciuto a Parigi nella primavera del 1898, in occasione della messa in scena della Bohème all’Opéra Comique prevista per il 13 giugno: un rapporto nato allora, da cui scaturì il piccolo ritratto esposto nella mostra della Fondazione Ragghianti, ma che proseguì anche successivamente, come testimoniato, per esempio, da una breve lettera spedita dall’artista nel gennaio del 1911, durante un altro soggiorno di Puccini, con la famiglia, nella capitale francese. Significativo e fino ad oggi rimasto ignoto è il legame di reciproca conoscenza fra il compositore e Filippo Tommaso Marinetti, allora poeta in lingua francese di stampo simbolista e dannunziano, ancora lontano dall’idea di fondare il Futurismo: nella biblioteca personale di Puccini a Torre del Lago ci sono infatti due suoi libri con dedica, che denotano la profonda ‘devozione’ del letterato per il musicista (chi l’avrebbe detto, qualche anno più tardi?) e, a distanza di un biennio l’una dall’altra, il passaggio dalla semplice ammirazione

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‘LA’ MOSTRA SUL MAESTRO: «PER SOGNI E PER CHIMERE»

foto Lucio Ghilardi

a una sorta di rivendicata amicizia. Si tratta delle edizioni a stampa del poema epico La Conquête des Étoiles (1902), con iscrizione dell’autore sul verso del foglio di guardia («Poesia / Via Senato 2 / Milano») e dedica sull’occhiello («à Giacomo Puccini / hommage / de son admirateur / F.T. Marinetti»), e di Destruction. Poèmes lyriques (1904), con analogo impianto (sul verso del foglio di guardia l’iscrizione «Poesia / Via Senato 2», sulla pagina dell’occhiello la dedica «à Giacomo Puccini / hommage / d’admiration fervente / son ami dévoué / F.T. Marinetti»).

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Liberto Andreotti, pesciatino, nella seconda metà degli anni Novanta, quand’era dedito soprattutto all’illustrazione, entrò invece, benché con un ruolo non protagonistico, nel Club ‘La Bohème’ di Torre del Lago, grazie principalmente al tramite di Alfredo Caselli, figlio del proprietario della drogheria-caffè di via Fillungo a Lucca frequentata, tra gli altri, da Pascoli e da Puccini, che lo cita in una lettera del 14 aprile 1898 indirizzata allo stesso Caselli, il quale era in contatto anche con lo scultore Paolo Troubetzkoy grazie al legame avuto con 7

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foto Lucio Ghilardi

Alfredo Catalani, scomparso qualche anno prima. È una fitta trama biografica che costituì un vivace ambiente di discussioni artistiche, divertimenti conviviali e scambi amicali. Una frequentazione non episodica, attestata da lettere comprese fra il 1918 e il 1924, fu quella di Puccini con la pittrice veneziana Lina Rosso, già allieva di Angelo Maria Crepet e di Luigi Nono all’Accademia di Belle Arti della sua città, avviata a una buona carriera (espose a Ca’ Pesaro nel 1909, ebbe importanti rapporti con la famiglia Cadorin e con Beppe

ed Emma Ciardi), poi interrotta dalla Prima guerra mondiale. Dopo la disfatta di Caporetto, con le truppe austriache dilaganti nel Veneto, Lina Rosso, insieme con i genitori e le due sorelle, si trasferì a Viareggio, dove aprì un piccolo atelier in piazza Pacini e prese parte attivamente alla vita artistica versiliese. Fu l’amico pittore Edoardo Gelli a convincere Puccini a visitare lo studio della Rosso il 25 aprile 1918. Il musicista ne apprezzò i lavori e comprò un’opera. Anzi, le consigliò di stabilirsi a Torre del Lago, dove la donna andò in effetti ad alloggiare, affittando una stanza nella casa dei Manfredi, proprietari del ristorantepalafitta sul lago di Massaciuccoli. Del tutto priva d’implicazioni sentimentali, fra l’artista, Giacomo Puccini (che la chiamava amichevolmente «Rossina») e la di lui famiglia si stabilì una relazione di cordialità e simpatia, che perdurò fino a dopo la scomparsa del Maestro, anche se nel frattempo la Rosso era rientrata a Venezia. Resta un discreto corpus di suoi dipinti e disegni legati a questo rapporto: quelli del 1918 hanno per soggetto il compositore e la sua villa di Torre del Lago (uno, Puccini al piano, fu esposto in una personale tenuta nel luglio del medesimo anno al Kursaal di Viareggio), mentre sono di qualche mese posteriori uno schizzo e il relativo olio su tavola che ritraggono il baritono Carlo Galeffi nei panni di Gianni Schicchi in occasione della prima del Trittico al Teatro Costanzi di Roma l’11 gennaio del 1919, cui furono presenti sia la Rosso sia ovviamente lo stesso compositore. Insomma, emerge chiaro come non sia stato affatto estrinseco affrontare il tema dei rapporti fra Puccini e le arti del proprio tempo. La sua ispirazione fortemente visiva e le intense frequentazioni con un variegato mondo di pittori, scultori, disegnatori e cartellonisti (non si scordi, peraltro, l’impegno da lui profuso nel promuovere la vendita di opere degli amici – in primis Pagni e Fanelli –, spesso tramite l’intermediazione del fidato Carlo Vimercati, agente di cambio che nel 1884 aveva partecipato alla sottoscrizione per la messa in sce-

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‘LA’ MOSTRA SUL MAESTRO: «PER SOGNI E PER CHIMERE»

8. Plinio Nomellini, Partecipazione di nozze di Giacomo Puccini, 1903, Lucca, Puccini Museum - Casa natale di Giacomo Puccini 9. Giacomo Puccini, Lettera alla sorella Ramelde con autoritratto autografo, 20 settembre 1910, Pescaglia (Lucca), Museo di Celle dei Puccini, Associazione Lucchesi nel Mondo 10. Giacomo Puccini, Lettera alla sorella Ramelde con disegni autografi, 8 ottobre 1893, Pescaglia (Lucca), Museo di Celle dei Puccini, Associazione Lucchesi nel Mondo 11. Giacomo Puccini, Lettera a Carlo Marsili con rebus (tuttora insoluto), 31 gennaio 1910, Lucca, Puccini Museum - Casa natale di Giacomo Puccini

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na delle Villi, e successivamente diventato suo consulente finanziario) sono di per sé una ragione sufficiente a giustificare una simile prospettiva di ricerca, pur senza voler certo istituire comparazioni velleitarie e forzate. Puccini non fu soltanto un compositore di successo, ma un musicista colto, curioso, inquieto, consapevole, culturalmente avvertito, portatore di una precisa visione estetica. È naturale che il mondo delle arti visive potesse guardare a lui, e viceversa. È bene stare in guardia dal non enfatizzare troppo tale aspetto, ma sarebbe discutibile negarlo. Tanto più ch’egli fu anche un appassionato committente d’arte: pensiamo all’estrema cura messa nella decorazione delle proprie case, affidata a personaggi del calibro di Nomellini, Chini, De Servi e De Albertis. Per concludere, mette conto focalizzare l’attenzione su una delle scoperte più rilevanti fatte grazie a questa mostra della Fondazione

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Ragghianti: nel 1912 Puccini cercò di programmare, in occasione della propria presenza a Milano, una visita allo studio di uno dei massimi pittori dell’epoca, il divisionista Gaetano Previati, per il tramite del mercante Alberto Grubicy, scrivendo a quest’ultimo, il 17 settembre 1912, sulla carta intestata del Grand Hôtel & de Milan, una breve lettera restata inedita fino alla sua pubblicazione sul catalogo di Per sogni e per chimere: «Carissimo Grubici [sic] / mi duole ma io debbo partire domattina – e oggi avrei voluto passare dallo studio di Previati ma non mi è riuscito trovare il tempo essendo stato occupatissimo. / Mi saluti il nostro grande artista». In verità Puccini, due anni prima, era stato uno dei sottoscrittori della ‘Società per l’arte di Gaetano Previati’, il cui atto costitutivo gli fu inviato da Alberto Grubicy il 1° ottobre 1910. Il 27 giugno Carlo Vimercati gli aveva consigliato di aderire all’impresa: «Caro Giacomo, / Venne infatti da me il Grubicy, che mi intrattenne lun-

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gamente sul suo affare, che io già avevo avuto l’occasione di studiare e a fondo. / […] Ora, io non ho l’opinione che questa possa essere una cattiva speculazione […] / il Previati mi pare che meriti l’appoggio morale e materiale di ogni artista italiano. E tu che sei dei primi, dovresti porgergli la mano!». A quella di Vimercati era acclusa una lettera dello stesso Grubicy (anche questa rimasta inedita fino alla nostra mostra), il quale così si esprimeva: «Ci tengo assai ad averla e Previati pure sarà lieto di apprendere che Ella ha avuto fede nell’arte sua collocando un piccolo capitale nell’impresa». Puccini accettò, cominciarono via via a essergli recapitati documenti conseguenti alla propria sottoscrizione, e nell’autunno del 1912, dopo aver visto in estate, alla Biennale di Venezia, il Notturno e La danza, ora al Vittoriale di Gabriele d’Annunzio, acquistò due opere di Gaetano Previati, purtroppo andate poi disperse o comunque al momento non ancora identificate.

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foto Lucio Ghilardi

12. Veduta dell'allestimento della mostra 13. Un momento della presentazione della mostra nella Sala conferenze ÂŤVincenzo da Massa CarraraÂť, Lucca, 18 maggio 2018 14-15. Due momenti dell'inaugurazione della mostra alla Fondazione Ragghianti (si riconoscono, tra gli altri, Paolo Bolpagni, Gabriella Biagi Ravenni, Alessandra Belluomini Pucci, l'assessore Stefano Ragghianti, Fabio Benzi, Luigi Ficacci), Lucca, 18 maggio 2018

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14 foto Lucio Ghilardi

Se su questo affaire non era finora stata fatta luce, non è mai stato sondato nemmeno il rapporto tra Giacomo Puccini e l’artista toscano – ma napoletano di formazione, e poi trapiantato a Parigi – Lionello Balestrieri. Eppure, nel novero di dipinti, incisioni e disegni esplicitamente ispirati a personaggi e situazioni dei melodrammi del compositore, il suo nome sopravanza gli altri, perlomeno per quantità di esiti. Nel 1898, mentre La bohème trionfava in Europa, l’artista rappresentò in un olio su tela la scena culminante del melodramma, La morte di Mimì, intingendo il pennello in un fedele descrittivismo. Ancora il richiamo a Puccini tornerà in una gouache di cui si è persa traccia, Tosca, e in un’acquatinta derivata da una tela (a oggi irreperibile) del 1905, Manon, in cui il pittore evoca il tragico epilogo della vicenda, quando Des Grieux, avendo scelto di condividere la sorte dell’amata, la segue nel confino americano, nella sterminata landa della Louisiana. Viene da domandarsi se Balestrieri e Puccini si conoscessero. Non risultano scambi epistolari tra i due, ma, da una fotografia del Maestro con dedica datata all’artista, possiamo dedurre che almeno un incontro sia avvenuto nell’autunno del 1903 a Parigi, dove il compositore soggiornò per circa un mese (dalla fine di settembre alla fine di ottobre) per le rappresentazioni di Tosca e di Bohème all’Opéra. Significativo è il testo della dedica («Al grande artista / del sentimento / Lionello Balestrieri / [con] ammirazione / ed amicizia / Giacomo Puccini / Paris / 26. 10 903»), che coglie il lato romantico e patetico della vena del pittore.

foto Lucio Ghilardi

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Un concerto, un anniversario e una certa idea di mondo foto Giulia Raja

Andrea Salani

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uinto Anniversario in Concerto per il San Francesco, ovvero la serata delle ‘prime volte’. La prima volta di Ezio Bosso a Lucca. La prima volta di Bach e ajkovskij nella Chiesa di San Francesco. La prima volta in cui l’evento si è legato ad un’operazione di beneficenza raccogliendo oltre settemila euro da destinare alle attività dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC). Ma andiamo con ordine. Tutto parte da una scelta singolare: festeggiare il quinto anniversario della riapertura del Complesso monumentale di San Francesco con un ospite sui generis, un ospite che, generalizzando, molti hanno definito, con suo profondo disappunto, un ‘personaggio’. Ma Ezio Bosso è tutt’altro che un personaggio meramente mediatico. Direttore artistico della StradivariFestival Chamber Orchestra, Sony Classical International Artist dal 2016, Steinway Artist, Testimone e Ambasciatore internazionale dell’Associazione Mozart14, eredità ufficiale dei principi sociali ed educativi del Maestro Claudio Abbado. Questi solo alcuni dei ‘credits’ che il maestro torinese può vantare, lui che è stato anche direttore dell’Orchestra Filarmonica del Teatro La Fenice di Venezia e dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna. Ma tra le righe del curriculum di Ezio Bosso non troviamo la sua particolarità più peculiare e caratterizzante: l’immenso trasporto, passionale e fisico, verso la musica intesa come strumento universale di comunicazione, di espressione diretta e non filtrata dell’Io. Una fisicità che lui stesso individua come fulcro della performance artistica: «Beethoven – ha dichiarato in una recente intervista – si arrabbiava tantissimo e diceva: se non usi il corpo, non puoi suonare. La musica sono le dita, il respiro, le braccia con cui avvolgi lo strumento. Se suono solo con le mani e la testa, suono male. Io sono un pianista improprio, con due dita che non funzionano, e at-

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foto Giulia Raja

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traverso il mio piano scopro i miei limiti: ci ascoltiamo sempre io e lui». Musica è vita, Musica è studio e applicazione, comprensione del valore universale della melodia. Di qui anche il grande impegno didattico e sociale del maestro, che si sviluppa non solo nella sua intensa attività di divulgazione, sempre ribadita anche nelle sue apparizioni concertistiche, nella disponibilità costante ad aprire, dove possibile, tutte le prove orchestrali o cameristiche – primo direttore a farlo – e nelle sue lezioni aperte a tutti. Per non parlare dell’attività svolta con Opera Pia Barolo e Medicina a misura di donna a Torino.

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Ezio Bosso è tutto questo e molto di più, è musica connessa all’emozione. E così è stato anche nella serata con cui la Fondazione Cassa di Risparmio ha voluto celebrare i primi cinque anni della nuova vita per il Complesso di San Francesco. Una prima volta anche per Bach e ajkovskij, come si diceva, che ha coinvolto il pubblico delle grandi occasioni in un circuito di emozioni positive. Il Maestro ha spesso accompagnato le sue esibizioni, al piano e dal podio, con brevi e densi commenti sui pezzi in esecuzione, sulle scelte compiute in qualità di direttore e sulle personalissime sensazioni suggerite dalle differenti melodie.

Applauditissime anche le esecuzioni di due brani dello stesso Bosso, Split, Postcards from Far Away, Rain e In Your Black Eyes, con cui ha confermato, se ce ne fosse stata necessità, la sua fama di compositore pluripremiato ed eseguito in tutto il mondo, autore di best sellers particolarmente apprezzati nel segmento classico del mercato discografico. Ad accompagnarlo la StradivariFestival Chamber Orchestra, un progetto nato nell’ottobre 2017 per lo STRADIVARIfestival, sotto la sua stessa supervisione, al fine di creare un gruppo orchestrale d’archi da portare al debutto nell’ambito della prestigiosa rassegna intitolata al più grande liutaio della storia.

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foto Giulia Raja

UN CONCERTO, UN ANNIVERSARIO E UNA CERTA IDEA DI MONDO

Un ensemble che raccoglie musicisti provenienti dalle migliori orchestre e compagini cameristiche italiane ed europee, capace di spaziare con disinvoltura nei repertori, negli stili e nel tempo. Ma soprattutto un gruppo di appassionati che condividono quel principio così caro al maestro: il «fare musica insieme», l’unica vera strada per arrivare alla musica come gesto liberatorio, di crescita sociale ed individuale, di abbattimento delle barriere di ogni tipo, fondamentale per l’esistenza umana e per la musica stessa. Un’occasione speciale dunque, cui è stata associata una finalità speciale. Per la prima volta infatti la Fondazione Cassa di Risparmio

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di Lucca ha deciso di legare un evento da lei prodotto ad uno scopo benefico. Il proventi della serata, una cifra di circa settemila euro, hanno consentito di sostenere alcuni progetti dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC). Una scelta non casuale per due ragioni. Innanzitutto, alla Fondazione, che ha dedicato progettualità e destinato risorse in molte attività di ricerca, è apparso coerente individuare un ente nazionale impegnato in questi campi quale destinatario della donazione. Ma soprattutto l’AIRC è fra le più importanti realtà nel panorama nazionale che dal 1965 supporta in maniera costante la ricerca oncologica, con particolare attenzione ai giovani ri-

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cercatori, ed è impegnata in un’opera di sensibilizzazione e divulgazione scientifica sui temi della prevenzione e della lotta al cancro. Quindi musica, cultura, impegno nella divulgazione e altro ancora. Tutti temi cari alla Fondazione che nel giorno dell’anniversario più importante non potevano che essere presenti. Anche perché una serata del genere, a partire dallo straordinario messaggio di vita e tenacia di cui è portatore lo stesso Ezio Bosso, è stata in grado di raccontare una certa ‘idea di mondo’ cara alle progettualità della Fondazione stessa. Un’idea fondata sul consolidamento di alcuni aspetti cardine in grado di sostenere una co-

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munità, un territorio, anche nelle congiunture storiche meno felici. Un’idea fondata sulla convinzione dell’importanza della cultura, come sorgente di conoscenza e garanzia di memoria e futuro. E poi la solidarietà intesa come programmazione accurata e non come ‘elemosina’, declinata nell’impegno a costruire strategie per migliorare il presente. Il tutto affiancato e ‘sostenuto’ dalla bellezza, elemento motore e catalizzatore. La bellezza della musica, la bellezza della condivisione di esperienze di vita eccezionali, la bellezza dell’inclusione e dell’aggregazione sotto elementi identitari trasversali e condivisi. Tutto in una serata. Tutto in un anniversario.

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Pierina Magrofuoco

foto Lucio Ghilardi

foto Lucio Ghilardi

Il ‘profetico’ ritorno a casa della collezione ornitologica Gragnani-Rontani E uccelli, uccelli, uccelli, col ciuffo, con la cresta, col collare uccelli usi alla macchia, usi alla valle scesi, dal monte, reduci dal mare con l’ali azzurre, rosse, verdi, gialle di neve, fuoco, terra, aria le piume con dentro il becco pippoli e farfalle. Giovanni Pascoli

La collocazione della collezione nell’antico Opificio La Brilla. Un vecchio sogno di Gustavo Rontani

Si potrebbe dire che, come un vero e proprio stormo di uccelli, la collezione ornitologica Gragnani-Rontani ha, momentaneamente, concluso il suo volo migratorio tornando al luogo d’origine. La collezione infatti, dal 16 giugno 2018, è stata posizionata, ed è visitabile, nei locali dell’Antico Opificio La Brilla, a Quiesa, oggi ‘porta’ del Parco Naturale Migliarino San Rossore Massaciuccoli. Un trasferimento reso possibile grazie ad una convenzione in comodato gratuito di tre anni stipulata dalle amministrazioni di Lucca, proprietaria della collezione e Massarosa, al termine dei quali tornerà nella piena disponibilità del comune di Lucca. Grande l’interesse suscitato nella comunità massarosese e non solo, da questa collezione che, grazie ad una sapiente collocazione

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foto Lucio Ghilardi

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e un attento trasferimento eseguito da Antonella Grazzini biologa e Giovanni Pensabene della Cooperativa Studio Naturalistico Lucchese, è adesso pienamente fruibile in un contesto assolutamente compatibile. «La collezione ornitologica Gragnani Rontani fu iniziata, nella seconda metà del diciannovesimo secolo (1870), dai Conti Spada – scrive il professor Paolo Emilio Tomei nell’articolo Un prezioso documento sulla avifauna della “Bassa Versilia”, la Collezione GragnaniRontani, pubblicato nel 1976 negli atti della

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Società Toscana di Scienze Naturali di Pisa. Cacciatori appassionati, durante i soggiorni nelle loro proprietà di Quiesa, ebbero modo di effettuare diverse battute di caccia sia nel bacino del Massaciuccoli che nei terreni limitrofi. Reputando opportuno far imbalsamare le prede più significative ne dettero incarico a Raimondo Gragnani, tassidermista del luogo. Questo preparatore, lo stesso che si ritrova tra i collaboratori del Giglioli per la Inchiesta ornitologica Italiana (Giglioli 1890) oltre che impagliare gli animali si occupava della «cura

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IL ‘PROFETICO’ RITORNO A CASA DELLA COLLEZIONE ORNITOLOGICA GRAGNANI-RONTANI

foto Lucio Ghilardi

foto Lucio Ghilardi

della raccolta» come lui stesso riferisce (Gragnani 1897) e quando i Conti decisero di disfarsene ne divenne proprietario. Dopo la sua morte la collezione, inizialmente rimasta per alcuni anni agli eredi, fu passata al rag. Gustavo Rontani …». Gustavo Rontani, imprenditore e appassionato cacciatore, la conservò per qualche anno finché, nel 1988, decise di farne dono al Comune di Lucca. Come prima collocazione fu scelto il Gabinetto di Scienze Naturali del Liceo Classico Machiavelli, fu poi trasferita a Villa Bottini, successivamente in una sala in via della Cavallerizza e infine al Foro Boario, all’interno del Parco Fluviale del Serchio. Il Comune di Lucca finanziò, nel 2003, uno specifico progetto di restauro per la conservazione e la fruibilità della collezione. Le operazioni furono curate dallo Studio Naturalistico Lucchese, con il coinvolgimento di volontari di varie associazioni sia venatorie che ambientaliste (CPA, WWF e LIPU). Tutti gli esemplari furono determinati e catalogati, aggiornando l’elenco contenuto nello studio del professor Tomei. Tutte le basi e gli animali furono puliti, mentre quelli il cui stato di conservazione era ritenuto critico, furono restaurati dai tecnici della società Naturalier di Capannoli (Pisa) e per ogni animale fu predisposta una scheda completa con tutti i dati a disposizione. LA COLLEZIONE

«La collezione ornitologica – spiega Luca Puglisi del Centro ornitologico toscano (COT) – comprende esemplari raccolti nell’area del Massaciuccoli e nei suoi dintorni con una particolare attenzione a rarità di diverso tipo. In alcuni casi testimoniano la presenza in Italia o in Toscana di specie che vi capitano in maniera eccezionale, in quanto il loro areale normalmente non comprende il nostro territorio; è il caso ad esempio della Strolaga maggiore, una specie nordica la cui presenza in Italia è accidentale, o dell’Aquila di Bonelli, un rapace oggi estremamente raro, attualmente vive solo in Sicilia ma un tempo nidificava anche in Sardegna, la sua presenza in Toscana era, e

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antico opificio la brilla foto Lucio Ghilardi

1. L’antico Opificio La Brilla-Quiesa, Lucca 2. L'inaugurazione, da sinistra: il Presidente del Parco Naturale Migliarino San Rossore Massaciuccoli, Giovanni Maffei Cardellini; i Sindaci di Vecchiano, Massarosa e Lucca, Massimiliano Angori, Franco Mungai e Alessandro Tambellini e il Presidente del Consiglio Regionale Toscano, Eugenio Giani

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a maggior ragione adesso è occasionale. Altrettanto interessante la presenza di alcune specie esotiche, di cui risulta ignota la provenienza, come la Pecilorinca. Ma i reperti più interessanti sono quelli che ci raccontano di ecosistemi più estesi, ricchi e diversificati: Schiribilla grigiata e Pagliarolo oggi non nidificano neanche più in Italia, mentre il Gobbo rugginoso, che qui capitava in migrazione, ha oggi una popolazione mondiale molto ridotta. A questa anatra è andata decisamente meglio del Chiurlottello, di cui da alcuni anni non si osserva più nessun esemplare al mondo e si ritiene quindi definitivamente estinto. Purtroppo l’assenza di elementi su data e località di provenienza non ci permette di inquadrare bene la cattura di alcuni esemplari quali, ad esempio, quelli di Gufo reale: questa specie oggi è probabilmente scomparsa dalla Toscana e testimonianze esatte della sua passata presenza sarebbero molto importanti. La collezione annovera molti esemplari con anomalie di colorazione, parziali o totali. La frequenza di questi esemplari è molto maggiore di quella presente in natura ed indica una specifica attenzione, tipica di tutti i tipi di collezionismo, di raccogliere elementi eccezionali o almeno inusuali».

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Questo antico opificio, oggi porta del Parco Naturale Migliarino-San RossoreMassaciuccoli, dalla solida pianta rettangolare, fu fatto costruire nel 1846 dal Conte Carlo Minutoli Tegrimi, su progetto dell’ingegnere bolognese Scarabelli. L’edificio fu inizialmente destinato alla brillatura del riso, anche di quello rosso di Massarosa, una varietà particolarmente pregiata, attraverso un meccanismo azionato dalle acque della gora di Quiesa che con una gigantesca ruota ed un complesso sistema di ingranaggi e cinghie facevano brillare il riso. A questo edificio hanno bussato più volte la piccola e la grande Storia. Dagli operosi contadini e operai che coltivavano, raccoglievano e lavoravano il riso, alla guerra che nel 1944 fece irruzione tra queste tranquille mura. Era il 16 settembre 1944, infatti, quando la Força Expedicionaria Brasileria, liberò il comune di Massarosa partendo proprio da questo edificio. Dopo anni e anni di abbandono La Brilla, che era stata acquistata dal comune di Massarosa, fu data in comodato gratuito al Parco Migliarino San Rossore Massaciuccoli, che iniziò un’imponente opera di restauro e di recupero di archeologia industriale. Adesso i 1800 mq. disposti su più quattro piani sono gestiti dall’associazione Città Infinite e ospitano un centro visite, un ostello/foresteria con 25 posti letto, un’area ristorazione, una sala convegni, vaste sale espositive e, naturalmente, anche la collezione ornitologica Gragnani Rontani. Un vero e proprio sistema integrato di visita alle ricchezze del territorio.

Complesso La Brilla via Pietra a Padule 1182 55054 Quiesa (Lucca) Per informazioni sui giorni e orari di visita: tel. 342 6187476 email: foresteria@labrilla.eu

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IL ‘PROFETICO’ RITORNO A CASA DELLA COLLEZIONE ORNITOLOGICA GRAGNANI-RONTANI

foto Lucio Ghilardi

La collezione Gragnani-Rontani fu acquistata, subito dopo la guerra, da Gustavo Rontani, un grande imprenditore massarosese, che come racconta lui stesso in una lettera del 2007, aveva visto molte volte a casa del suo amico Pietro, nipote di Raimondo Gragnani. «Pietro – scrive – mi portava spesso in soffitta a vedere quelli che lui chiamava “gli uccelli del mi’ nonno”. Fu così che fui preso e ammaliato da quei piccoli animali, bellissimi, tutti colorati e pieni di misteriose storie che Pietro mi raccontava. Storie delle loro migrazioni da paesi lontanissimi come le steppe della Siberia o i laghi finlandesi, e di come scendessero a riposare nel nostro lago per poi proseguire il loro viaggio per altre migliaia di chilometri verso i Paesi caldi dell’Africa. Non dimenticai mai quelle visite e quando, dopo la guerra, Pietrino Gragnani venne ad offrirmi di acquistare la collezione ornitologica del nonno, fui ben felice di concludere la transazione. Fu un lavoro non facile trasportare quelle preparazioni fragili e delicate. Dovetti abbandonare le vecchie teche molto malandate e farne fabbricare di nuove, tenendo conto delle superfici dei locali alla mia casa che potevano accoglierle. Il tutto strappando il tempo al mio lavoro che era già molto impegnativo. Quando poi si trattò di por mano alle necessarie opere di ripristino, di manutenzione, di pulizia e infine di catalogazione, fui costretto ad arrendermi e ad affidarmi a qualcuno più competente di me. Fui fortunato nella ricerca della persona adatta e che riuscii a trovare … Mi occupai personalmente della manutenzione e della buona conservazione ancora per molti anni, ciò fino al 1980 quando, per ragioni familiari, mi vidi costretto a trasferire altrove il mio domicilio. Affidai la raccolta a mia moglie che ne prese buona cura. Contemporaneamente mi adoperai per trovare una sistemazione più consona alla sua importanza da un punto di vista scientifico e culturale, possibilmente aperta al pubblico. Scartai subito l’ipotesi di donarla alla Università degli Studi di Pisa, perché aveva in passato declinato una possibile offerta per mancanza di disponibilità 2

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3. Il tassidermista Raimondo Gragnani all’opera

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finanziarie sia per poterla adeguatamente sistemare e provvedere alla sua conservazione. Pensai allora che il luogo più adatto ad accogliere la collezione sarebbe stato lungo le rive del Lago di Massaciuccoli. Esisteva ed esiste ancora oggi, proprio lungo la via che costeggia il lago, una vecchia e dignitosa costruzione che a suo tempo accoglieva una bella azienda agricola per la brillatura del riso. Ai primi del Novecento il riso era una delle risorse economiche più importanti per la zona, ma dopo la guerra le risaie erano state abbandonate e la ‘Brilla’ – come veniva chiamata quell’azienda – venne chiusa. I proprietari erano disposti a vendere l’immobile. Questo aveva bisogno di molte spese di ristrutturazione. Ne parlai al Sindaco di allora, il dottor Giovanni Frati, che conoscevo bene e stimavo. Egli si disse entusiasta di una possibile donazione da parte mia. Conosceva la collezione, ne valutava l’importanza per il territorio del nostro Comune e mise perciò allo studio un progetto di fattibilità del quale parlammo a lungo. Le difficoltà sorsero come al solito quando si affrontò il problema del finanziamento della spesa che comportava per il Comune un impegno economico troppo pesante. D’altra parte io, oltre a donare la collezione con tutte le vetrine per l’esposizione e oltre ad assumermi tutte le spese per il trasferimento e la sistemazione nella nuova sede, non potevo fare di più. Lasciammo il progetto in stand bay per oltre un anno e poi fummo costretti ad abbandonarlo con nostro grande rammarico».

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IL ‘PROFETICO’ RITORNO A CASA DELLA COLLEZIONE ORNITOLOGICA GRAGNANI-RONTANI

tra artigiano e artista: il tassidermista Il mestiere del tassidermista di una volta chiamato impagliatore o imbalsamatore – ci spiega il professor Giovanni Pensabene – consiste nel preparare le pelli di animali, prevalentemente mammiferi e uccelli, facendoli apparire come se questi fossero ancora vivi. Gli esemplari tassidermizzati andranno poi a finire nelle vetrine di un museo, di una collezione privata o saranno inseriti in un diorama, cioè la rappresentazione di un ambiente naturale, con finalità prevalentemente didattiche. La tassidermizzazione si riduce a una serie di operazioni in sequenza: viene costruita una struttura di supporto sulla quale montare l’animale, spesso si usa il filo di ferro e vari materiali di riempimento, prima si usava la paglia o il cotone idrofilo, ora il poliuretano o il polistirolo espanso, che hanno l’indubbio vantaggio di essere imputrescibili e non commestibili. Per gli esemplari più grandi, a volte, i tessidermisti preferiscono fare ‘statue’ in fibra di vetro che andranno rivestite della pelle, già conciata e trattata con insetticidi, per preservare, anche nel futuro, l’animale dai danni dei parassiti; che viene montata e cucita sul supporto in maniera da simulare le sembianze dell’animale vivo, magari in un atteggiamento tipico della sua specie. Della povera bestia, oltre la pelle restano di solito le zampe con le ossa, così come le ali, il cranio, tutto o in parte, se c’è da far vedere i denti o il becco. Gli occhi sono ovviamente di vetro e vanno scelti in un ampio campionario per non sbagliare dimensioni, colore e forma della pupilla. Le difficoltà di queste tecniche, che avvicinano il tassidermista più a un artista che a un artigiano, consistono nel dare la forma giusta all’animale nelle sue dimensioni rispettando le proporzioni e dando plasticità al movimento. Infatti le preparazioni più antiche si riconoscono perché decisamente più statiche, meno dinamiche, i soggetti sono sistemati come in posa su piedistalli spesso sempre uguali, inoltre gli animali più esotici sono poco riconoscibili; succedeva che all’impagliatore arrivavano le pelli da montare e questi non aveva la più pallida idea dell’aspetto dell’animale vivo, quindi si arrangiava come poteva, di solito gonfiando la pelle dell’animale più del dovuto.

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PROGETTI

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NEL SOCIALE Coesione sociale: il «dopo di noi» è adesso!

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Barbara Ghiselli

Tutti i fiori di ogni domani si trovano nei semi di oggi». Questo proverbio indiano sembra fatto apposta per poter comprendere quanto sta facendo la Fondazione per la Coesione Sociale, ‘braccio operativo’ della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca nel settore della solidarietà e coesione sociale e, in particolar modo, nell’ambito del cosiddetto «dopo di noi». Tale progetto è considerato infatti la prima grande sfida accettata dalla Fondazione per la Coe-

I progetti in corso, il trustee, la formazione. Intervista al Presidente Maido Castiglioni

sione Sociale per assicurare ai genitori di persone affette da disabilità che i loro figli avranno un futuro sereno. Con il «dopo di noi», vengono date infatti risposte concrete alle famiglie che si trovano ad affrontare i dubbi e i problemi legati a cosa accadrà ai loro cari quando verranno meno le possibilità di occuparsene. Grazie a questo progetto verranno sempre garantiti il sostegno, l’amore e la cura ai loro congiunti anche attraverso l’adozione di modelli alternativi al ricovero nelle residenze come esperienze di domiciliarità al di fuori dell’ambito familiare e percorsi di autonomia personale. Infatti, tra i principali scopi della Fondazione in questo ambito, ci sono l’ampliamento della disponibilità di strutture

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foto Marco Pomella

destinate all’assistenza residenziale delle persone disabili, nel momento in cui le loro famiglie non siano in grado di assicurarla. Altro fine della Fondazione è quello di partecipare ai tavoli di co-progettazione territoriale effettuando, in tal modo, un monitoraggio continuo e puntuale delle politiche socio-sanitarie del territorio. Per comprendere meglio quando è iniziato il progetto del «dopo di noi», i risultati e gli obiettivi per il futuro, abbiamo posto alcune domande al dottor Maido Castiglioni, presidente della Fondazione per la Coesione Sociale. Quando la Fondazione per la Coesione Sociale ha iniziato a interessarsi del progetto «dopo di noi» e perché? Fin dalla sua costituzione, avvenuta il 14 settembre 2015; lo Statuto, infatti, prevede che la Fondazione si prefigga esclusivamente finalità di solidarietà e coesione sociale promuovendo e definendo la realizzazione su tutto il territorio provinciale di un sistema diffuso e articolato di servizi finalizzati all’accrescimento dell’autonomia, del benessere e dell’integrazione sociale delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare o, in previsione, del venir meno della rete genitoriale e familiare, anche attraverso la definizione di soluzioni per l’abitare. Ci siamo occupati di questa particolare tematica anche perché, in seguito a un’indagine sulle criticità e bisogni nel territorio, è emersa la forte necessità di pensare a soluzioni in questo particolare ambito. Qual è stato l’investimento della Fondazione per la Coesione Sociale per il progetto del «dopo di noi»? La Fondazione ha riservato, sin qui, la somma complessiva di 1,5 milioni di euro per interventi di supporto alla domiciliarità in soluzioni alloggiative aventi le caratteristiche disposte dalle normative nazionali e regionali. La Fondazione per la Coesione Sociale da sempre si è fatta paladina dell’importanza di creare una rete per la buona riuscita dei

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COESIONE SOCIALE: IL «DOPO DI NOI» È ADESSO!

il panorama nazionale Da evidenziare l’interesse per la tematica del «dopo di noi» a livello nazionale, testimoniato dalla Legge 112/2016, entrata in vigore il 25 giugno 2016 ed emanata per favorire il benessere, la piena inclusione sociale e l’autonomia delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare, per il raggiungimento dei quali il legislatore ha previsto importanti strumenti pubblici e privati, questi ultimi accompagnati da significativi sgravi fiscali. Obiettivi sono, altresì, la protezione, la cura, l’assistenza, la deistituzionalizzazione, l’autonomia e l’indipendenza delle persone disabili. Proprio in merito a ciò è stato istituito un apposito fondo pubblico di assistenza, rivolto ai disabili gravi privi del sostegno familiare, per favorire percorsi di deistituzionalizzazione ed impedirne l’isolamento, che ha avuto una dotazione triennale di 90 milioni di euro per il 2016, 38,3 milioni per il 2017 e 56,1 milioni di euro dal 2018. In seguito alla Legge 112/2016 la Regione Toscana ha poi fatto una delibera il 10 luglio 2017 nella quale è stato approvato un programma attuativo regionale in cui sono state definite le modalità di applicazione della suddetta Legge.

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progetti; con quali enti e associazioni avete collaborato per il progetto del «dopo di noi»? Quello di favorire la promozione di una rete e, quindi, l’integrazione e la collaborazione tra tutti gli ‘attori’ presenti sul territorio coinvolti nei servizi rivolti alle persone con disabilità è una della ambizioni principali della Fondazione. Per quanto riguarda il «dopo di noi» la Fondazione collabora con l’Azienda USL Toscana Nord Ovest nelle sue tre articolazioni zonali (Piana di Lucca, Versilia e Valle del Serchio) con particolare riferimento ai progetti presentati in esecuzione della normativa regionale scaturita in attuazione della Legge 112/2016 che, come noto, dispone in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare. La Fondazione ha chiesto e ottenuto di essere partner dei progetti assieme alle amministrazioni comunali, e alle organizzazioni del terzo settore coinvolte. Un altro progetto finanziato dalla Fondazione è quello della Fraternita di Misericordia di Corsagna per l’acquisto e la ristrut-

turazione di un immobile da destinarsi al «dopo di noi». Non va però dimenticato che il «dopo di noi» deve essere preceduto da una fase di accompagnamento per l’uscita della persona disabile dal nucleo familiare di origine, quindi verso un percorso di autonomia che potremmo definire del «durante noi». In questo senso la Fondazione collabora a progetti di attività abitative, anche diurne, e laboratoriali propedeutiche alle fasi residenziali ed a progetti per la realizzazione di cicli di giornate e/o week-end fuori casa, finalizzati all’accrescimento dell’autonomia e all’apprendimento della gestione delle relazioni interpersonali e del management domestico. La Fondazione partecipa a progetti promossi da AIPD (Associazione Italiane Persone Down) – Versilia Onlus, ANFFASS Onlus di Lucca, ADL (Associazione Down Lucca), C.RE.A. Coop. Sociale. G.V.S. (Gruppo volontari della Solidarietà) Barga, Fraternita di Misericordia di Borgo a Mozzano.

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Quali risultati avete raggiunto da quando è nato il progetto? Tra i vari interventi sostenuti dalla Fondazione potremo enumerare il progetto promosso dall’ANFFAS di Lucca con la Società Semplice Agricola Carraia, che ha consentito la costruzione di nuove serre in cui circa trenta giovani, coadiuvati da educatori, volontari ed esperti del settore, producono piante da fioritura e ortaggi; la costruzione del nuovo centro per il Gruppo Volontari della Solidarietà di Barga, una nuova sede con locali adeguati allo svolgimento di laboratori per soggetti svantaggiati; il progetto ‘Factory Crea’ a Viareggio destinato alla promozione dell’autonomia residenziale per disabili adulti; la già citata Fraternita di Misericordia di Corsagna; la Fraternita di Misericordia di Borgo a Mozzano per la realizzazione di laboratori di attività artigianali ed artistiche e di elaborazione di prodotti derivati dalle attività di agricoltura sociale già in essere; la costruzione di un centro polifunzionale per l’ AIPD Versilia e altro ancora. Uno degli ambiti d’interesse del «dopo di noi» è quello del trust, può spiegarci in cosa consiste e quali vantaggi può avere chi si affida a voi? Con la già ricordata Legge 112/2016 il Legislatore ha espressamente previsto la possibilità di costituire un trust in favore di persone con disabilità grave. Il trust è un istituto di origine anglosassone con il quale il titolare di uno o più beni o diritti (detto disponente) li separa dal suo patrimonio e li mette sotto il controllo di una persona fisica o giuridica (il trustee) affinché quest’ultimo li amministri nell’interesse di un beneficiario o per un fine specifico. È un istituto non molto diffuso in Italia verso il quale la Fondazione è, comunque, interessata. A tale scopo stiamo conducendo analisi e studi di fattibilità per assumere il ruolo di trustee. I vantaggi per i disponenti sareb-

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bero quelli di affidare il patrimonio conferito ad un ente senza fini di lucro di sicura affidabilità e garanzia. Quali sono gli obiettivi che avete nell’ambito del progetto per il futuro? Gli obiettivi sono quelli di portare a termine i progetti avviati sia per il «durante» che per il «dopo di noi» e rafforzare il ruolo che la Fondazione si è data di soggetto promotore di una rete tra associazioni ed istituzioni finalizzata ad una progettazione condivisa. In quest’ottica si collocano anche alcune iniziative che la Fondazione ha allo studio riguardanti la formazione. In particolare stiamo programmando, con la collaborazione del CESVOT, una serie di incontri sul territorio per sostenere le associazioni nell’individuare i propri fabbisogni formativi e programmare eventuali percorsi di consolidamento e sviluppo associativo adeguati alle loro esigenze reali. Si tratta di un progetto dal forte carattere interattivo e con caratteristiche innovative, che si prefigge di coinvolgere tutte quelle realtà associative che a vario titolo operano nell’ambito della disabilità e/o della salute mentale. Questi incontri si avvalgono dell’aiuto di esperti e formatori, che operano per promuovere un confronto e sollecitare una riflessione condivisa tra tutti i partecipanti. Mi sembra importante evidenziare che il progetto formativo ha un duplice obiettivo: fornire un quadro di riferimento normativo e metodologico del «sistema salute» a livello nazionale, regionale e locale sottolineandone pregi e difetti da migliorare e allo stesso tempo costruendo un punto di ascolto. È fondamentale inoltre la rilevazione dei fabbisogni formativi individuando aree di interesse comune per il consolidamento e lo sviluppo dei propri servizi. Il progetto sarà ripetuto in tre sedi ed in tre aree diverse: Valle del Serchio, Versilia e Piana di Lucca.

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Un caffè ‘slow’ tra sorrisi e inclusione: il ‘ritorno’ della ‘Pecora nera’

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a ‘Pecora nera’ ha riaperto i battenti e adesso è un bar e tavola calda nel parco del Giardino degli Osservanti, dietro alla chiesa di San Francesco, nel cuore della città. Dopo un anno di sospensione dell’attività, il progetto di inclusione lavorativa e sociale di Anffas Lucca dedicato ai ragazzi disabili è ripartito con una nuova energia, ricca di contagiosa umanità. A confermare la sua vitalità c’è il viavai di avventori che fin dai primi giorni di apertura, a fine maggio, hanno eletto questo bar ‘speciale’ a loro locale preferito per un caffè o un pranzo di lavoro; lo confermano anche le famiglie che portano qui i bambini per la merenda o per festeggiare un compleanno, approfittando della

Barbara Argentieri

Aperto nel Giardino degli Osservanti il bar gestito da Anffas Lucca

bella sala messa a loro disposizione e del parco giochi in cui sorge la struttura. Lo dimostrano infine i ragazzi (di Anffas ma non solo) che per alcuni pomeriggi a settimana si ritrovano alla ‘Pecora nera’ per fare attività ricreativa e condividere momenti di socializzazione, a stretto contatto con i clienti del bar e immersi nel flusso di lucchesi e turisti che frequentano questo angolo verde della città. Entrando nel locale nelle ore centrali e più affollate del giorno si incontrano alcuni giovani con disabilità indaffarati dietro al bancone a fare caffè e offrire brioche, oppure impegnati a servire pranzi e preparare i tavoli. A oggi sono tre, Nevila, Luciano e Cesare, ma il sogno di Anffas è quello di riuscire a coinvolgerne sempre di più.

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1. La «Pecora nera» nel Giardino degli Osservanti 2. Il taglio del nastro il 24 maggio 2018 3. Gabriele Marchetti presidente dell’Anffsas di Lucca e Marcello Bertocchini presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca 4-7. L’inaugurazione della «Pecora nera»

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UN CAFFÈ ‘SLOW’ TRA SORRISI E INCLUSIONE: IL ‘RITORNO’ DELLA ‘PECORA NERA’

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Per questi ragazzi quello al bar non è un passatempo ma un’esperienza di avvicinamento al lavoro, nata dopo uno stage legato al progetto Onda (Opportunità Nuove di Accompagnamento), un programma di inserimento lavorativo dedicato alle persone con disabilità e ai soggetti vulnerabili, coordinato dal Comune di Lucca in collaborazione con moltissime realtà del territorio e che adesso continua grazie alle borse lavoro messe a disposizione dal distretto della Piana di Lucca dell’Azienda Usl Toscana Nord Ovest. Lavorare in un locale come questo richiede attenzione e una certa rapidità e gli stimoli che arrivano dal contatto con i clienti sono davvero tanti; ma proprio in questo si concretizza

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la sfida che la Pecora nera sta vincendo, perché il lavoro di Nevila, Luciano e Cesare è commisurato alle loro caratteristiche e al contempo li sprona a fare sempre meglio. Grazie anche alla presenza di Adolfo, Maria Teresa, Anna e Veronica che ogni giorno li aiutano dietro il bancone e in cucina e fanno sì che tutto sia ‘slow’ e fatto con il cuore. Nata come ristorante nel 2007 (al tempo fu tra i primissimi locali in Italia gestiti insieme a persone con disabilità intellettiva), la ‘Pecora nera’ ha cambiato sede, non è più un ristorante ma lo scopo del progetto che la anima resta invariato: dimostrare la capacità di questi ragazzi di stare in ambienti delegati alla relazione, favorire la loro inclusione sociale e

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8-11. I ragazzi protagonisti dei laboratori di pittura, teatro e musica

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lavorativa e creare uno spazio di aggregazione e socialità. Per questo motivo a fianco del bar c’è una grande sala a vetri, luminosa e accogliente, dove per due o tre pomeriggi a settimana un gruppo composto da una ventina di persone con disabilità si ritrova per trascorrere qualche ora in compagnia. In questo ambiente che è un po’ circolo ricreativo e un po’ centro diurno (un unicum a livello regionale), assieme ad alcuni operatori dei centri diurni di Anffas Lucca e ai volontari e con la supervisione di uno psicologo, i ragazzi sono protagonisti di laboratori di pittura, di lettura e di teatro, si dedicano alla musica assieme a musicisti e musicoterapeuti e da qui partono per importanti esperienze di autonomia in giro per il centro storico. Quello che viene proposto a loro e alle famiglie è un vero e proprio percorso educativo che include anche concerti, spettacoli, piccole mostre di pittura e altri eventi aperti alla città, ideati per coinvolgere quante più persone possibile e abbattere le barriere che ancora separano il mondo della disabilità dal resto della comunità. La partecipazione a

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queste attività è gratuita e in questo modo il bar ‘restituisce’ alla comunità un profitto che da economico diventa sociale. I locali del bar sono stati messi a disposizione di Anffas Lucca dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca che da sempre supporta l’attività dell’associazione. Il comodato d’uso gratuito grazie al quale la ‘Pecora nera’ ha riaperto i battenti è uno degli ultimi esempi in ordine di tempo di una collaborazione tra Anffas e la Fondazione, nata con la presidenza di Arturo Lattanzi e portata avanti con attenzione ed entusiasmo dall’attuale presidente Marcello Bertocchini. Grazie alla Fondazione, nel tempo, Anffas ha visto ristrutturare il centro diurno ‘A casa nostra’ a San Pietro a Vico (che si è poi arricchito con la costruzione della struttura di socializzazione del ‘Cortile’), ha potuto dar vita alla realtà delle nuove serre dell’Agricola Carraia e, grazie alla Fondazione per la Coesione sociale, ha pensato il progetto, ora in corso di realizzazione, del nuovo centro diurno con punto vendita e laboratorio sempre alle serre di Carraia.

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Per gestire l’attività della ‘Pecora nera’, dopo un’attenta valutazione dell’esperienza fatta con il ristorante, il consiglio direttivo di Anffas ha costituito un’Impresa sociale a responsabilità limitata con socio unico. Una scelta in qualche modo avveneristica, che precorre i tempi e i contenuti della riforma del Terzo settore, fatta per avere uno strumento di gestione capace di garantire all’associazione il raggiungimento degli obiettivi sociali ed etici del progetto. La società è amministrata a titolo gratuito da due genitori e soci di Anffas, Maria Teresa Baldassari e Adolfo Ragghianti, e da Manuel Graziani, attuale direttore dell’associazione. A poco meno di sei mesi dall’inaugurazione, la ‘Pecora nera’ ha ritrovato le vecchie amicizie e ne ha fatte tante di nuove. Il bilancio di questa nuova avventura a marchio Anffas Lucca è più che positivo e l’entusiasmo e il calore che hanno caratterizzato la festa inaugurale vibrano ancora nel locale. La pecora nera è tornata. Lunga vita alla Pecora nera!

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Speranza, futuro e solidarietà, tutto in un palazzo

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Buongiorno Pina, cosa le serve?» «Veramente io sarei venuta a dare…». Questo in sintesi lo scambio di parole tra Franco Mungai, Responsabile tecnico della Fondazione CRL, e la signora Giuseppina Micheletti. Franco e Pina si conoscono da una vita e lui sa bene quale sia l’impegno della signora nell’ambito del volontariato. Una sua visita prelude sempre a qualche iniziativa, ma di certo nessuno poteva immaginare cosa bollisse in pentola… In realtà il suo proposito era tanto sbalorditivo quanto semplice: donare un intero edificio di quasi mille metri quadrati alla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca.

L’eccezionale donazione della signora Pina Micheletti

Inizia così la storia di un ‘regalo’ del tutto singolare. La signora Giuseppina Micheletti ha infatti donato alla Fondazione il palazzo che porta il nome della sua famiglia, uno tra i più belli di tutto Borgo Giannotti. «Ho sentito – ha dichiarato – di dover fare qualcosa per la mia città. Per me è stato naturale individuare nella Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca il soggetto che potesse dare forma concreta al mio desiderio di condividere». Un caso unico in Italia, la donazione da un privato a una Fondazione di origine bancaria, una donazione specificamente vincolata a un utilizzo di tipo sociale che dopo un periodo di

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tutti ne parlano Un caso veramente singolare. Un atto di generosità che ha prima catturato l’attenzione del «Corriere della Sera» – una pagina intera sull’inserto «Buone notizie» – e poi ha incuriosito anche gli autori del programma di Rai 1 «La vita in diretta», che hanno realizzato una diretta, appunto, da Palazzo Micheletti intervistando la signora Pina e le responsabili dei centri diurni aperti nel primo piano della struttura.

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1-3. Gli ambienti dei centri diurni

allestimento ha da poco accolto i progetti realizzati da due associazioni lucchesi. Si tratta dell’Associazione ‘La Luna’ e dell’Istituto ‘Carlo del Prete’. ‘La Luna’ è da quasi venti anni impegnata nella prevenzione e nella lotta a ogni tipo di violenza di genere e nel sostegno alle donne che in un particolare momento della vita si trovano a affrontare situazioni di difficoltà personale, familiare e professionale. L’associazione ha progettato nelle stanze spaziose del primo piano del palazzo un centro diurno in cui metterà a disposizione risorse e competenze utili a dare vita a laboratori di sartoria per favorire il reinserimento nel mondo lavorativo e nella vita sociale di donne che hanno subito violenze o che, comunque, provengono da esperienze difficili e traumatiche. L’Istituto ‘Carlo del Prete’, è invece da anni noto a Lucca per aver creato un’importate Comunità per minori, punto di riferimento sul territorio nell’ambito dell’accoglienza a ragazzi e bambini che vivono in situazioni svantaggiate. Il primo piano di Palazzo Micheletti è pronto ad ospitare anche il centro diurno che l’Istituto ha programmato per sostenere minori che ancora vivono in famiglia, ma che presentano situazioni con problematiche di vario genere. Una sorta di articolato dopo-scuola per bambini e ragazzi fino agli undici anni, che troveranno sostegno e serenità nelle giornaliere attività di svolgimento dei compiti e di

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SPERANZA, FUTURO E SOLIDARIETÀ, TUTTO IN UN PALAZZO

svago nel tempo libero: in una parola, vivere la quotidianità in un contesto di serenità e condivisione. Progetti decisamente ben pensati e perfettamente aderenti alle esigenze più chiare ed evidenti della nostra società, ma la vera ‘notizia’ rimane «l’inaspettato quanto gradito – come ha detto il presidente FCRL Bertocchini – atto di generosità della signora Micheletti». Non si ha infatti per ora in Italia un riscontro rispetto a questa donazione. Donazioni certo ce ne sono e ce ne sono state con finalità benefiche e rivolte al ‘sociale’, ma ancora oggi pare che la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca sia stata la prima a beneficiare della piena fiducia di un soggetto privato intenzionato a lasciare un segno positivo nella storia della generosità. «Quello della signora Micheletti – ha aggiunto il presidente della Fondazione Crl Marcello Bertocchini – è stato un gesto inaspettato che ci ha sinceramente meravigliato. Il risultato raggiunto è l’apertura di due centri diurni legati che possono diventare punti di riferimento per il territorio in due ambiti del sociale che si riferiscono a tematiche su cui c’è grande attenzione». «La scelta delle associazioni e dei progetti – ha proseguito Bertocchini – è stata fatta di concerto con la signora Micheletti, che non si è limitata a donare, ma si è resa parte attiva e collaborativa dei processi decisionali. Non credo che finiremo mai di ringraziarla».

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4. La signora Micheletti firma la donazione 5. L’inaugurazione. Marcello Bertocchini presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Nelita Nelli (Istituto Carlo del Prete), Lucia Corrieri Puliti vicepresidente della Fondazione CRL, Daniela Elvira Caselli (Associazione La Luna) e Giuseppina Micheletti

LA DONAZIONE

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Il caso risulta ancora unico in Italia. Un privato che sceglie una Fondazione di origine bancaria per una donazione. Una scelta che viene fatta unicamente per un motivo di ‘fiducia’, perché questa è la parola scelta dalla signora Micheletti. L’immobile, denominato Palazzo Micheletti, si sviluppa su quattro piani oltre a un piano seminterrato, per complessivi 970 metri quadrati, ed è corredato da un piccolo fabbricato a fianco della resede privata interamente recintata. Con la donazione della nuda proprietà del palazzo la signora Giuseppina si è riservata vita naturale durante il diritto di usufrutto dell’edificio a eccezione del primo piano, che da subito sarà nella disponibilità della Fondazione e dove hanno preso vita i due centri diurni. Al piano seminterrato la cantina; il pianoterra è composto da due locali a uso commerciale con accesso diretto su Borgo Giannotti, mentre centralmente si trova un grande androne, attraverso il quale, mediante scala o ascensore, si accede ai piani superiori e al piano seminterrato. Un dono, quello di ‘Pina’ che va ben oltre la cessione materiale di un immobile. La natura più intima del suo gesto è ben sintetizzata nelle sue parole: «Posso solo augurare a queste ragazze e a questi bambini – ha dichiarato commossa – di trovare tra queste mura la serenità che ancora io trovo nei tanti ricordi che mi legano a queste stanze».

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Cure con cura: il poliambulatorio di Altopascio

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isponde alle esigenze delle persone che vivono ai margini, di chi non ha più una casa, di chi ha un lavoro precario e fatica ad arrivare a fine mese, ma anche di chi una casa ce l’ha ma non può più permettersi di affrontare alcun tipo di spesa. Compresa quella sanitaria, trascurando così indizi di patologie che andrebbero curate. Disabili, migranti, famiglie indigenti o mono-stipendio con figli, disoccupati, ceto medio scivolato nella crisi: il poliambulatorio specialistico di Altopascio, che da più di un anno garantisce prestazioni sanitarie di alto livello a prezzi popolari, risponde a queste esigenze e prova a creare soluzioni. Soprattutto nei confronti delle persone più fragili, malate o in difficoltà economica. E lo fa nel comune che, per composizione sociale, multiculturalità, crisi economica che ha colpito uno dei settori maggiormente trainanti del territorio, quello dell’edilizia, mostra maggiori necessità e più difficoltà. Secondo i dati forniti dall’Ufficio statistica della Provincia di Lucca e dal centro per l’impiego, infatti, una famiglia altopascese su quattro è a rischio povertà. L’articolo 32 della Costituzione italiana istituisce il diritto alla salute dei cittadini indiscriminatamente, ma sempre più spesso la qualità delle cure e alcuni settori della medicina dipendono dalle possibilità economiche del paziente. È anche per supplire a queste mancanze che sono nati i poliambulatori specialistici sociali: veri e propri centri sanitari che offrono prestazioni a prezzi contenuti e in tempi brevi. Il primo, e l’unico, della provincia di Lucca si trova proprio ad Altopascio. Nato a settembre 2017, il presidio specialistico deve tutto alla Misericordia di Altopascio, che l’ha creato secondo criteri non profit per coniugare la qualità con tariffe sostenibili. Un progetto che ha visto la luce grazie anche al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, che ha investito 100mila euro nella struttura, del Comune di Altopascio, e di R.A.MI, la rete ambulatoriale delle Misericordie. Un progetto, dunque, innovativo, sotto molteplici punti di

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Nadia Davini

Attivo da oltre un anno il primo, e unico in provincia di Lucca, poliambulatorio specialistico a prezzi popolari

vista, che rappresenta un unicum sul nostro territorio: non a caso in poco più di anno sono circa 1500 gli appuntamenti effettuati e altrettanti cittadini che si sono rivolti, e che si rivolgono ogni giorno, al Poliambulatorio. «La crisi economico-finanziaria – come spiegano dalla Misericordia di Altopascio – porta inevitabilmente a una progressiva riduzione anche delle risorse destinate alla sanità e sempre più persone non sono in grado di seguire le cure, ma la salute è un diritto anche per chi vive in stato di povertà. E la qualità deve essere accessibile a tutti, non solo a chi può permetterselo». Sono loro, i volontari, i medici, gli infermieri, lo staff al completo della Misericordia di Altopascio, guidati dal presidente Salvatore Bono e supportati dall’amministrazione comunale, a rappresentare il cuore pulsante del progetto, del Poliambulatorio e, più in generale, dell’associazione. Loro che stanno fra la gente, ogni giorno, con servizi, soluzioni, progetti, sportelli di ascolto: un’azione solidale fatta di contatti, di relazioni, di umanità e anche di tanta buona volontà, perché non è affatto scontato guadagnarsi la fiducia di chi, per i motivi più diversi, vive una condizione di disagio sociale. «Lavoriamo molto sul versante dell’assistenza – continuano – Ma anche su quello della prevenzione: garantire visite specialistiche a prezzi calmierati risponde anche a questo obiettivo. Ci sono malattie che se diagnosticate in tempo e prima che i sintomi diventino importanti sono curabili e in molti casi guaribili». Anche di qui, l’idea della Misericordia di Altopascio di intitolare il progetto ‘Ci prendiamo cura della tua salute’, perché è proprio questo gesto, il dedicare attenzione all’altro, metterlo al centro della propria attività, a rappresentare il motore trainante dell’associazione e a tracciarne il cammino. La struttura, posta nella centralissima via Marconi, fornisce servizi e visite specialistiche con medici professionisti, ma a prezzi calmierati e popolari. C’è da segnalare poi la posizione strategica. Altopascio, infatti, è un crocevia tra tre province, Pisa, Pistoia e Firenze:

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foto Tommaso Stefanelli

FCRL PROGETTI NEL SOCIALE

l’apertura del polo sanitario ha già di fatto trasformato la cittadina del Tau in un centro attrattivo che richiama continuamente l’attenzione degli abitanti dei territori vicini. Il progetto affonda le sue radici nel 2014, epoca in cui la Federazione Regionale delle Misericordie aprì il bando per aderire al progetto R.A.MI. Il progetto complessivo ammonta a 220 mila euro: ai fondi stanziati dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e dal Comune di Altopascio, è stata aggiunta dalla Misericordia la parte restante. Il percorso è proseguito con

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l’avvio dell’iter per organizzare il poliambulatorio: il lungo procedimento è andato avanti grazie alla collaborazione e all’aiuto della Misericordia di Campi Bisenzio, della Tecnoservizi e dello Studio Guidi. Il centro offre prestazioni nell’ambito delle principali specializzazioni: allergologia, angiologia, cardiologia, chirurgia vascolare, chirurgia generale, dermatologia, ecografia, endocrinologia, ginecologia, nutrizionista, oculistica, ortopedia, otorinolaringoiatria, pneumologia, podologia, psicologia, urologia-andrologia. Un edificio di circa 250 metri quadrati fornito delle attrezzature più all’avanguardia e moder-

ne per offrire un servizio completo. All’interno del poliambulatorio, infatti, trovano spazio sia medici di base, sia medici specialisti con un unico grande obiettivo: offrire ai cittadini l’eccellenza in ambito sanitario a un prezzo abbordabile, accessibile a tutti. Il poliambulatorio è diretto dall’urologo dottor Francesco Lunghi e ospita la dottoressa Sandra Bianucci, allergologa, il dottor Pierluca Carbone, cardiologo, il dottor Muzzio Muzzi, chirurgo generale, e il dottor Giuseppe Branca, chirurgo vascolare e angiologo. E ancora: un’endocrinologa, la dottoressa Lia Franca Giusti, un oculista, il dottor Francesco Ferrara,

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foto Tommaso Stefanelli

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CURE CON CURA: IL POLIAMBULATORIO DI ALTOPASCIO

due ortopedici, i dottori Guido Marconi e Maurizio Migliorini, e due otorinolaringoiatri, la dottoressa Belinda Bini e il dottor Carmelo La Greca. Presenti anche la dottoressa Kinga Polak, ginecologa ed ostetrica, il dottor Gianfranco Puppo, pneumologo, le dottoresse Annalisa Tommasi e Nicoletta Baldacci e il dottore Gianmarco Cellini, psicologi, e infine la dottoressa Jessica Giardini, nutrizionista. A completare il team, anche due infermieri, Luciano Pardini e Marta Brogi. Per le visite specialistiche serve sempre la prenotazione, ma i costi sono estremamente contenuti: il controllo più caro, infatti, non supera i 48 euro. Attraverso la collaborazione con i servizi sociali del Comune di Altopascio, inoltre, vengono regolarmente effettuate visite a prezzi ancora più bassi per persone in difficoltà economica. Inoltre, per chi ne fa richiesta, un mezzo della Misericordia può andare a prendere il paziente, accompagnarlo gratuitamente alla visita e riportarlo a casa. Non solo: all’interno del Poliambulatorio è attivo anche il progetto Ausilium, nato dall’associazione tra professionisti e infermieri, che si occupa di assistenza domiciliare e servizi alla persona. Attraverso questa iniziativa, i pazienti o le famiglie che ne avranno bisogno saranno sempre sicuri di avere a disposizione personale preparato e attento. Il poliambulatorio, aperto tutti i giorni, dal lunedì al venerdì (dalle 8,30 alle 12,30 e dalle 14,30 alle 18,30) rappresenta quindi una risposta concreta e immediata ai bisogni più impellenti e primari dei cittadini: quelli della salute, di un’assistenza completa e attenta, della competenza e della sicurezza. E sembra davvero sentir riecheggiare quello che dovrebbe essere l’obiettivo primario del nostro tempo: tutti i cittadini sono uguali e tutti devono avere le medesime possibilità. Per prenotare le visite specialistiche è possibile chiamare allo 0583.264426, mentre per avere informazioni più dettagliate scrivere a rami.altopascio@misericordie.org

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SCUOLA L’ora di lezione non basta Enrico Pace

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a scuola scopre ogni giorno delle nuove frontiere. Lo fa grazie alle conoscenze che riguardano la didattica e la sua efficacia, lo fa grazie alla consapevolezza di alcuni insegnanti ‘illuminati’ che non si fermano alle sane e vecchie regole del «perché così è sempre stato» ma guardano oltre. All’evoluzione della società, e con essa delle tecnologie, alle nuove esigenze degli studenti, degli insegnanti, dei genitori e, in definitiva, anche del futuro mercato del lavoro. Fra i capostipiti di una nuova idea di didattica, da applicare nelle scuole, è l’associazione ‘Senza Zaino per una scuola comunità’, presieduta dal professor Marco Orsi. Con ‘Senza Zaino’, e i progetti collegati, si sono affermati concetti nuovi come l’educazione alla responsabilità e l’approccio globale al curricolo che si sono sostanziati simbolicamente nell’addio allo zaino sulle spalle degli studenti delle scuole aderenti alla rete. Adesso ‘Senza zaino’ è pronto a fare un passo ulteriore. Come capofila del progetto ‘L’ora di lezione non basta’ assieme a tante scuole del territorio nazionale. Il progetto è risultato fra i destinatari dei fondi del bando ‘Nuove Generazioni 2017’ dell’impresa sociale ‘Con i bambini’, con un contributo complessivo di oltre 2,3 milioni di euro. L’impresa sociale è finanziata con il fondo per il contrasto della proprietà educativa minorile cui contribuisce anche la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Le scuole, per alunni dai 5 ai 14 anni come previsto nel bando, che sono interessate al progetto rappresentano tutto il territorio nazionale. Si va dall’istituto comprensivo Lucca 5 al comprensivo Don Milani di Viareggio. Ma ci sono anche le scuole Vico di Taranto, Carrara e Paesi a Monti (Massa Carrara), Ciuffelli-Einaudi a Todi (Perugia), Capponi a Milano, Don Milani a Giffoni (Salerno), Revello a Cuneo, Santa Venerina a Catania, Giovanni XXII di Acireale (Catania), comprensivo di Gonars (Udine), Giovanni XXIII di Statte (Taranto), Don Montemurro di Gravina di Puglia, San Giovanni Paolo II – Anna Frank di San Marzano sul Sarno (Salerno) e comprensivo di San Rocco di Marano (Napoli). Ma tanti sono anche i partner non scolastici del progetto. Fra queste la Fondazione Uibi, Lucca Crea, la Caritas di Lucca,

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il fondo di contrasto alla povertà educativa La povertà educativa è ormai considerata la madre di tutte le diseguaglianze. Di qui la necessità di risorse importanti da assegnare a progetti mirati e innovativi e l’impegno delle Fondazioni bancarie e le associazioni del Terzo Settore che, insieme a scuole ed enti locali, sono il motore di una vera e propria sfida. Il ‘Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile’ è nato da un accordo tra Fondazioni di origine bancaria e Governo, cui ha aderito anche la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Sono stati pubblicati quattro bandi rivolti a organizzazioni del terzo settore e al mondo della scuola, dedicati alla prima infanzia (0-6 anni), all’adolescenza (11-17 anni), alle nuove generazioni (5-14 anni) e l’ultimissimo bando ‘Un passo avanti’ ideato per stimolare la presentazione di nuove idee e soluzioni sui temi dell’istruzione e dell’inclusione. La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha stimolato fortemente le realtà del territorio affinché le risorse stanziate ‘tornassero’ anche a beneficio della provincia di Lucca. Con buoni risultati si direbbe, dato che oltre al progetto ‘L’ora di lezione non basta’ il Fondo ha premiato altri due progetti presentati dal nostro territorio.

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l’associazione Oikos di Lucca, il Comune di Lucca, la società di comunicazione Genau, la casa editrice Erickson, il Centro studi musicali e sociali Maurizio Di Benedetto, l’associazione Flipnet, Ist Cnr, Ebico, l’associazione italiana istituti di terapia familiare, Il Gabbiano Srl e l’associazione Alcatraz di Iacopo Fo. Perché l’ora di lezione non basta? Il progetto nasce da premesse legate ai dati riguardanti la povertà educativa in Italia, che vanno dalle carenze formative, alla dispersione scolastica, alla elevata percentuale di giovani tra i 15 e i 27 anni che non studiano e non cercano lavoro (i cosiddetti Neet). ‘L’ora di lezione non basta’ parte proprio dall’obiettivo di migliorare l’attività scolastica, traendo le basi dall’esperienza del movimento ‘Senza Zaino’ e andando oltre. Si parte, infatti, dal concetto che l’apprendimento, la formazione, non passa solo dalla scuola, ma la scuola deve diventare il centro di una rete che mette in connessione la comunità che ruota intorno ad essa. Non più una scuola, quindi, isolata dal territorio, ma che innerva la comunità in cui è incardinata e in un certo senso ne diventa punto di riferimento. E non più un docente che è solo un ‘impartitore di nozioni’ ma che progetta, prepara, organizza e poi affianca gli alunni accrescendone competenze, consapevolezza e stimolandone le attitudini. Una vera e propria ‘rivoluzione’ della didattica, che passa da alcuni elementi fondamentali: i tre modelli per la didattica, i sette aspetti chiave della didattica, la nascita di un manuale della scuola, la realizzazione delle mappe della comunità locale e dello studente, i sette luoghi della comunità educante e una governance ben strutturata dell’interno progetto. A parlare del progetto, al di là dei lati meramente tecnici, è il professor Marco Orsi, ideatore della rete delle scuole ‘Senza Zaino’, presidente dell’omonima associazione adesso capofila del progetto finanziato dal Fondo contro la Povertà educativa. «Prima di tutto – dice – mi preme di chiarire un aspetto fondamentale. Le discipline per

noi sono e restano importanti e la riuscita nelle stesse degli alunni è fondamentale. Ma il tema non è tanto il cosa insegniamo ma il come insegniamo e come interessiamo questi ragazzi alle cose che insegniamo. Sulla base dell’esperienza della rete delle scuole Senza Zaino con questo progetto abbiamo come obiettivo quello di migliorare i modi di insegnare, renderli più coinvolgenti per gli studenti». Una novità che si realizza anche a partire dagli spazi: «L’arredo – prosegue Marco Orsi – per noi è importante perché deve essere funzionale e bello per il lavoro dello studio e della ricerca, deve essere tenuto bene, non di lusso, ma dignitoso. Funzionale, inoltre, significa tenere conto che l’attività didattica non si fa con un alunno che sta in un banco monoposto davanti alla cattedra. C’è il lavoro autonomo, personale, eccetera, certamente, ma anche il lavoro in coppia, la realizzazione di piccoli laboratori e di momenti per l’approfondimento e per la ricerca». Importante, per questo, anche la centralità del ruolo del docente: «Il docente – dice ancora il professor Orsi – organizza, prepara e pianifica. Normalmente quando si parla di una scuola attiva si parla di affiancamento, aiuto e sostegno ma ci deve essere anche una organizzazione delle attività da parte dell’insegnante, che significa avere idea di come pianificare la didattica e lo spazio in cui si lavora». Ad essere coinvolti nel progetto sono solo alcuni istituti che fanno parte della rete ‘Senza Zaino’: «Abbiamo scelto situazioni – spiega Orsi – dove ci sono contesti di povertà educativa. Non ci sono grandi città, laddove ci sono maggiori risorse, ma istituti periferici e decentrati, con contesti di povertà e forte emigrazione. Noi, come progetto, facciamo formazione e consulenza su un duplice aspetto, quello della didattica e quello dell’animazione della scuola nella comunità educante. Facciamo in modo, insomma, che scuola e ambiente interagiscono, perché la scuola deve essere inserita nella comunità del territorio. Una comunità che deve coinvolgere tutti, non solo i docenti, ma anche gli alunni e i genitori».

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L’ORA DI LEZIONE NON BASTA

l’ora di lezione non basta #1

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i modelli per la didattica

gli aspetti chiave il manuale della scuola della didattica

Sono tre i modelli educativi di riferimento del progetto ‘L’ora di lezione non basta’. Modelli che confermano la necessità di contaminare il dentro e fuori la scuola, mettendo in connessione e facendo dialogare mondi diversi. I tre modelli sono il modello dell’artigiano, il modello drammaturgico e il modello del gioco. Il modello dell’artigiano ha a che fare con il ruolo del dimostrare, del far vedere e dell’incoraggiare in un’ottica di affiancamento dell’alunno e si estrinseca in luoghi tutti da attrezzare all’interno delle scuole per essere funzionali all’attività della creazione, con uno stretto collegamento con il mondo del commercio, dell’artigianato e dell’industria. Il modello drammaturgico ha l’obiettivo di trasmettere, attraverso l’uso della voce, del corpo e dei gesti la passione per la conoscenza e per la cultura in tutte le sue forme. Il modello del gioco infine, offre stimoli legati alla sfida e alla simulazione, ma anche all’adesione alle regole e all’importanza del gruppo. Anche in questo caso sono molte le possibilità di entrare in contatto con realtà del territorio che possano ampliare l’orizzonte di apprendimento.

Sono sette, secondo il progetto ‘L’ora di lezione non basta’ gli aspetti chiave della didattica, in cui si sostanziano i modelli prima descritti. La ‘rivoluzione culturale’ di un modello che va oltre le mura dell’edificio scolastico significa anche una modifica delle abitudini e delle modalità con cui si fa lezione. Si parte da una ridefinizione del concetto stesso di aula, da riorganizzare per poter attuare i modelli educativi e da arricchire con adeguati modelli didattici. La stessa valutazione formativa, a quel punto, non è legata solo ai risultati e ai voti ma è legata al miglioramento e all’incoraggiamento dei singoli studenti. In questo molto conterà anche la scelta delle attività didattiche che siano in grado di sostenere la crescita di ciascun ragazzo. L’insegnamento, a quel punto, risulterà differenziato, nei metodi e negli strumenti didattici, valorizzando le diversità e le esigenze degli alunni. Anche la stessa struttura scolastica risulterà rovesciata: gli stimoli e gli approfondimenti, come nel modello della scuola ‘Senza Zaino’, arriveranno in classe e non con le esercitazioni a casa, lasciando l’autonomia ai singoli alunni delle esercitazioni fuori dall’orario scolastico. La stessa comunità dei docenti avrà un’apertura verso il territorio, il paese, il quartiere dove vive, in un perenne dialogo con la comunità. La finalizzazione delle attività didattiche diventa a quel punto il compito di realtà che aiuta gli studenti a capire il senso dell’imparare e li mette in condizione di praticare le competenze.

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Tutti questi processi sono inseriti in un vero e proprio manuale, consultabile anche in formato digitale e a disposizione di tutti, il Manuale della Scuola. All’interno sono contenute le decisioni, le regole, gli organismi e anche la storia della comunità scolastica e della comunità locale. Viene compilato da un comitato di gestione composto dal dirigente, dai genitori, dai docenti, dai rappresentanti degli alunni e delle agenzie del territorio. Quattro le parti contenute nel manuale. In quella organizzativa sono inseriti il piano formativo e le regole della vita scolastica e delle attività. Ci sono poi la sezione propriamente didattica con le progettazioni annuali, le pratiche e i metodi, la sezione amministrativa con tutti i documenti per il funzionamento dell’istituto e la sezione storica che riguarda non solo la scuola ma anche la comunità locale.

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i luoghi della comunità educante Fondamentale all’interno del progetto è anche il cambiamento del paradigma spaziale. La scuola non è solo aula ma anche laboratori, alcuni dei quali fuori dalle mura scolastiche e fuori dall’orario di lezione. Oltre alle aule didattiche nelle varie scuole dovranno essere realizzati l’Agorà, la fabbrica degli strumenti didattici e il cantiere degli spazi. Anche in questo caso ritorna il numero sette. Sette, infatti, sono i luoghi della comunità educante. Il luoghi del lavoro, della comunicazione, del mercato e dello scambio, della discussione, delle risorse, delle arti e del gioco, dell’ascolto e della cura. I luoghi del lavoro sono quelli delle attività d’aula e laboratoriali, ma anche delle attività sociali, economiche e culturali e quindi le aule didattiche, le aule docenti, i laboratori di cucina e artigianali anche aperti alla cittadinanza. I luoghi della comunicazione sono quelli della produzione delle presentazioni delle esperienze interne alla scuola. Le proposte, in questo senso, riguardano anche la possibilità di realizzare forme di comunicazione come giornali scolastici, siti e blog. I luoghi del mercato sono quello dello scambio dei prodotti realizzati nelle attività laboratoriali scolastiche. In questo senso è possibile immaginare la realizzazione di un mercatino ambulante in collaborazione con

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le associazioni locali e un workshop annuale, una fiera delle idee, che promuova e diffonda le pratiche didattiche. I luoghi della discussione sono quelli del confronto fra studenti, docenti e genitori. Ecco quindi l’idea dell’Agorà, spazio interno o esterno alla classe e alla scuola per favorire la partecipazione anche della comunità locale. I luoghi delle risorse sono invece quelli della produzione e fornitura di strumenti didattici, anche in questo caso interni o esterni alla scuola. All’interno della scuola è così possibile pensare a una fabbrica di strumenti didattici, intesa come vero e proprio laboratorio (che unisce il modello dell’artigiano con quello del gioco), un cantiere degli spazi per migliorare arredi e attrezzature ed eventualmente un ‘furgone dell’inclusione’, un mezzo mobile fornito dal Cnr di Pisa per progetti a favore degli alunni con disabilità. I luoghi delle arti e del gioco riguardano la scuola ma anche la comunità locale e sono gli spazi dedicati ai giochi, al teatro, alla musica e allo sport, anche al di fuori dell’edificio scolastico. Infine ci sono i luoghi dell’ascolto e della cura per chi è in difficoltà ed ha bisogno di sostegno. Le proposte sono quelle della realizzazione di uno sportello di ascolto e di orientamento e di una ‘bottega delle relazioni’ per insegnare anche la gestione dei conflitti.

Il progetto è quadriennale e partirà a gennaio 2019 nelle scuole selezionate. «Il bando prevede che ci sia un soggetto responsabile – spiega Orsi – che è l’associazione ‘Senza Zaino per una scuola di comunità’, i risultati poi saranno affidati a un ente valutatore che è il dipartimento di psicologia dell’Università di Firenze». Spazio anche a un ruolo per la Fondazione Uibi, emanazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca: «Con loro – spiega Orsi – stiamo collaborando da tempo. Con loro cureremo la dimensione degli allestimenti degli spazi scolastici come arredi e tecnologie e poi avvieremo anche un gruppo di ricerca e sviluppo. La Fondazione Uibi avrà anche una parte nella formazione del personale». Alla fine del percorso l’idea è quella di creare un vero board nazionale di contrasto alla povertà educativa: «L’idea, accolta nel progetto, ci è arrivata da Donatella Turri della Caritas di Lucca. Vorremmo fare una start up mettendo a frutto le competenze e vedere se è possibile mettere insieme la rete delle scuole, associazioni, enti locali e regioni per un board nazionale per il contrasto alla povertà educativa, in modo che il progetto non finisca nell’orizzonte quadriennale. Se in questi quattro anni riusciamo a coinvolgere capacità in più speriamo di poter dare un contributo importante a questo obiettivo». Quali sono i possibili ostacoli di questo progetto? «Gli ostacoli del progetto – conclude Orsi – possono essere di carattere culturalepedagogico. Tutti insieme, le scuole, ma anche i tanti partner del progetto, dobbiamo riuscire a condividere una prospettiva. Se siamo tutti motivati è facile raggiungere gli obiettivi. Ovviamente ci saranno impedimenti anche di natura burocratica ma l’importante è tenere salda la visione di insieme».

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Pubblichiamo il capitolo introduttivo del volume su gentile concessione dell’editore

Uno scrigno di tesori Il vasto territorio della Valle del Serchio a monte di Lucca, tradizionalmente oggetto di brillanti studi eruditi, ha conosciuto negli ultimi tre decenni più strutturate ricerche a carattere storico-sociale; ne sono importante testimonianza i volumi promossi dalla Aedes Muratoriana di Modena, in cui anche specifiche questioni archeologiche e storico-artistiche hanno trovato un naturale spazio di approfondimento. Tuttavia, a differenza di quanto accaduto per la città di Lucca e il suo contado, mancava fino ad oggi un volume che offrisse una panoramica sul ricchissimo patrimonio artistico di quel territorio che abbraccia l’alta e la media valle del Serchio con i suoi affluenti apuani e appenninici. Questa vasta porzione della Provincia di Lucca annovera ben venti Comuni: Bagni di Lucca, Barga, Borgo a Mozzano, Coreglia Antelminelli, Pescaglia (associati nella Unione dei Comuni Media Valle del Serchio), Camporgiano, Careggine, Castelnuovo di Garfagnana, Castiglione di Garfagnana, Fabbriche di Vergemoli, Fosciandora, Gallicano, Minucciano, Molazzana, Piazza al Serchio, Pieve Fosciana, San Romano in Garfagnana, Sillano Giuncugnano, Villa Collemandina (associati nella Unione Comuni Garfagnana) e Vagli Sotto. L’area, che oggi ricopre un ruolo strategico per l’economia e la cultura dell’intera Provincia, non è sempre stata politicamente e amministrativamente legata alla città di Lucca. Come ben noto, buona parte della Garfagnana rimase assoggettata al dominio estense dalla metà del xv secolo fino all’Unità d’Italia, dopo la quale passò alla Provincia di Massa-Carrara per essere poi assegnata definitivamente a quella di Lucca nel 1923. Sorte analoga, nella Mediavalle, conobbe la città di Barga, governata da Firenze fin dal Trecento ed entrata a far parte del territorio lucchese solo nel 1849 con l’istituzione leopoldina del Compartimento di Lucca. Era dunque necessario un volume che, coprendo l’intera estensione geografica della Valle del Serchio, ne presentasse il patrimonio in modo esaustivo. Ciò non significa che questo sia rimasto sconosciuto sino ad oggi. Alcuni episodi artistici maggiori non hanno mancato di suscitare studi: è il caso delle fiorenti botteghe dei Civitali e dei Della Robbia, le cui opere punteggiano gran parte della valle, come anche quello del pittore quattrocentesco Pietro da Talada, vero e proprio artista di valico tra Emilia e Toscana, autore di pale d’altare ancora conservate nelle chiese di piccoli borghi e divenute espressione identitaria di quelle comunità. Soprattutto deve essere ricordata la pionieristica e capillare catalogazione condotta sin dagli anni Settanta del secolo scorso dalle Soprintendenze di Pisa e Lucca, ingente lavoro cui si è affiancata, in anni più recenti, quella curata dalla cei (Conferenza Episcopale Italiana). Tali attività sono state accompagnate spesso da interventi di restauro che, talvolta, hanno assunto la dimensione di vere e proprie campagne. È il caso del recupero della chiesa di San Cassiano di Controne, conclusosi nel 2000, grazie al quale lo straordinario edificio medievale rifulge oggi nel nitore delle sue pietre e nella raffinatezza delle sue sculture; oppure dell’ambizioso progetto di restauro delle sculture lignee pre-

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rinascimentali culminato nella mostra tenutasi nel 1995 al Museo di Villa Guinigi. In tale occasione il pubblico poté apprezzare quell’eccezionale pezzo di bravura che è il cosiddetto Cavaliere di San Cassiano. La statua è oggi ospitata nel Museo d’Arte Sacra attiguo alla chiesa romanica, piccola ma preziosa raccolta fortemente voluta dalla comunità parrocchiale e realizzata con la decisiva collaborazione del Comune di Bagni di Lucca. Questa virtuosa sinergia non è un caso isolato nella Valle del Serchio: basti citare il piccolo Museo d’Arte Sacra annesso alla chiesa parrocchiale di Benabbio o il Deposito Museale d’Arte Sacra di Castiglione di Garfagnana, aperto nel 2014 per ricoverare le opere della chiesa castellare di San Pietro, e che andrà ad ospitare, tra l’altro, il dipinto del pittore castiglionese Bernardo Santini raffigurante San Paolino (1799), il cui restauro è stato appena completato.

Queste iniziative attestano una sensibilità diffusa tra le comunità, le quali spesso si fanno carico della cura quotidiana di un patrimonio disseminato in un contesto geografico difficile perché lontano dai maggiori centri cittadini e che è stato ulteriormente messo alla prova dai recenti eventi sismici. Ci piace sottolineare come nello svolgimento del nostro lavoro abbiamo riscontrato una partecipazione concreta ed emotiva da parte degli abitanti che, volontariamente e animati da sincero interesse, si sono prodigati non solo nell’agevolare le nostre ricognizioni, ma anche nel trasmetterci l’entusiasmo profuso nel preservare e valorizzare un patrimonio inteso come bene comune e che – senza un’adeguata conoscenza – rischia seriamente di disperdersi. Non possiamo infatti tacere il fatto che durante le nostre ricerche abbiamo constatato come un gran numero di opere versino in uno stato di conservazione preoccupante, che non potrà che peggiorare se non verranno prese le adeguate misure di tutela.

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Il rischio idrogeologico, i ripetuti eventi sismici, ma anche e soprattutto l’abbandono dei piccoli centri montani, minano fortemente questo territorio, che non a caso è incluso tra le cosiddette ‘Aree interne’ della Regione: tema delicato, perché un progetto di rilancio economico di un’area così complessa che non tenga conto del suo ambiente e della sua storia, rischia di ottunderne la vera vocazione e dunque di compromettere quel delicato equilibrio tra natura e cultura che si rende manifesto nei suoi straordinari paesaggi. Le opere d’arte che presentiamo in questo volume non sono gioielli isolati, ma ciò che concorre alla loro oggettiva bellezza è proprio il legame storico con il luogo per il quale furono realizzate, che si tratti dell’imponente duomo di Barga, come delle tante, minuscole chiese montane in cui non è raro trovare veri capolavori. La volontà di ricostruire questa relazione tra opera e ambiente storico ha guidato il nostro lavoro, che si è basato innanzitutto su una ricognizione capillare delle opere, spesso di non immediata individuazione. Ha supportato il nostro studio – ed anzi ne è stata parte integrante – l’accurata campagna fotografica curata da Irene Taddei, che ha coperto l’intero territorio ed è stata spesso condotta in condizioni non agevoli, ma il cui alto valore documentario ed estetico auspichiamo possa essere percepito dal lettore. Questa vasta ricerca non avrebbe potuto realizzarsi senza l’imprescindibile collaborazione degli Enti religiosi; determinante è stato l’aiuto degli Uffici Beni Culturali delle Curie di Lucca e di Pisa, nonché di tutte le parrocchie ed altri istituti religiosi, che hanno da subito compreso la finalità del progetto, teso allo studio ed alla valorizzazione di opere ed oggetti suntuari non sempre facilmente accessibili. Analoga risposta positiva abbiamo ottenuto dalle tante realtà della società civile, in primis gli Enti locali, che molto hanno fatto negli ultimi decenni per valorizzare il proprio patrimonio monumentale e artistico, e che hanno scorto nel presente volume un’opportunità ulteriore di visibilità; grazie alla congiunta edizione in italiano ed in inglese, il volume si rivolge infatti anche a quegli stranieri (e sono tanti) che hanno eletto la Mediavalle e la Garfagnana a loro luogo di residenza o di vacanza. Obiettivo del nostro volume è stato proprio quello di ricostituire il patrimonio artistico della Valle del Serchio nella sua interezza e specificità culturale, essendo consapevoli che non vi può essere valorizzazione senza una profonda conoscenza. Abbiamo dunque ritenuto opportuno affidare a storici dell’arte specialisti la redazione dei nove saggi in cui si articola l’opera e che, spaziando dall’alto medioevo al Novecento, prendono in considerazione architettura, scultura, pittura ed arti applicate (oreficerie, legni, tessuti). La visione globale della produzione artistica che ne scaturisce dimostra come quest’area sia stata culturalmente legata ai maggiori centri di produzione – su tutti Lucca e Firenze –, ma al contempo ne manifesta le peculiarità e le intersecazioni culturali tipiche delle aree di collegamento geografico. Il Serchio, con la sua valle, ma anche lo stesso arco appenninico, con i suoi molti valichi aperti già in epoca antica, hanno infatti da sempre costituito importanti vie di flussi e relazioni col Nord Italia, determinando i caratteri culturali della Garfagnana storica. Ci auguriamo che la lettura di questo volume susciti il desiderio di conoscere direttamente il patrimonio artistico della Valle del Serchio, territorio cui non è pertinente l’epiteto di ‘periferico’, ma che invece costituisce un vivace crocevia di uomini e culture, come la sua storia conferma.

Annamaria Ducci, Stefano Martinelli, a cura di, Arte nella Valle del Serchio. Tesori in Garfagnana e Media Valle dall’Alto Medioevo al Novecento, Publied Editore in Lucca, Lucca 2018

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Metti una sera a Palazzo La storia è servita! Un libro delizioso – sotto tutti i profili – per raccontare una parte della storia sociale e culturale della Lucca che fu. Perché il cofanetto predisposto con la consueta eleganza dalla Maria Pacini Fazzi editore rappresenta una full-immersion in un mondo particolarissimo, quello della quotidianità e dell’eccezionalità della vita di una famiglia attraverso documentazioni precise e affidabili: la vita sociale che si svolgeva a palazzo è documentata in due diari, due quadernetti rivestiti in pelle rossa, scritti dal marchese Raffaello Mansi tra il 1892 e il 1947 circa, oggi gelosamente custoditi da Marcello Salom, suo discendente da parte di madre. Decisamente indicativi anche i titoli dei due testi: Resoconti di Balli, Serate e Ricevimenti in Casa Mansi dal 1892 al 1907 e Resoconti di Balli Serate e Concerti in Casa Mansi dal 1908 al … Raffaello Mansi in questi graziosi volumi non tanto pensò di lasciarci un testimonianza viva e diretta di quel contesto storico e culturale – aspetti che tra le righe comunque emergono – quanto intendeva formulare un preciso manuale di comportamento per le tante occasioni mondane in cui si ritagliò un ruolo ben definito di regista occulto, di maître nascosto. Tutto è descritto, tutto è commentato. Questo ‘mondo’ arriva a noi in una preziosa edizione, curata da Patrizia Giusti Maccari e Rosanna Morozzi, in cui ritrovare prescrizioni di ogni genere, fino al ‘gustoso’ e amplissimo volumetto dedicato al ricettario. Patrizia Giusti Maccari, Rosanna Morozzi, a cura di, Resoconti di Balli, Serate e Ricevimenti in Casa Mansi – Claudio Casini, a cura di, Note di cucina. Il ricettario di Casa Mansi, Maria Pacini Fazzi editore, Lucca 2018

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Il fotografo e la ‘fanciulla’ Cogliere una nuova prospettiva per raccontare Ilaria è cosa per niente semplice, una sfida per la quale erano necessarie l’esperienza e l’abilità di un fotografo capace ed esperto; in grado di suggerire sfumature e prospettive originali ma non manieriste. Parliamo di Ilaria, monumento visto, rivisto, commentato e approfondito. Un’icona della statuaria rinascimentale, quella pura del primo Quattrocento, ancora intrisa di eleganze internazionali ma concreta e solida. Ci voleva Nino Migliori per ‘rileggere’ questa pagina della storia dell’arte sotto una chiave nuova, sotto una luce mai usata prima. E proprio la luce è l’altra protagonista di questo volume, curato con grande eleganza da PubliEd. Una luce orchestrata ad arte per delineare nuovi scorci sul cenotafio, sui lineamenti sereni e gentili, sui dettagli studiati, sulle preziose ma delicate decorazioni laterali della struttura. Scelte che raccontano anche elementi già noti, già analizzati, come una storia nuova, secondo un’impostazione che dalla mostra si è tradotta in questo bellissimo catalogo, necessario complemento di un’esposizione emozionante e particolarissima, in grado di dire qualcosa di diverso, originale e genuino. Un catalogo curato sapientemente da Paolo Bertoncini Sabatini e che viene preceduto da un’ampia ed efficace introduzione uscita dalla penna di Luigi Ficacci, dove immergersi nel mondo di Migliori, tra artificio e realismo, tra ombre e luci. Nino Migliori, Lumen. Ilaria del Carretto, a cura di Paolo Bertoncini Sabatini e Luigi Ficacci, Publied Editore in Lucca, Lucca 2018

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Periodico della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca Autorizzazione del Tribunale in corso

Finito di stampare nel mese di dicembre 2018 da Tipografia Tommasi Referenze fotografiche: Archivio fotografico Comune di Porcari; Archivio fotografico Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca; Archivio fotografico Fondazione Ragghianti; Archivio fotografico Maria Pacini Fazzi editore; Archivio fotografico Premio Viareggio; Archivio fotografico Publied Editore; Augusto Biagioni; Gilberto Bedini; Carlo Cantini; Enrico Corli; Jurji Filieri; Lucio Ghilardi; Luca Lupi; Marco Pomelia; Giulia Raja; Andrea Salani; Alberto Silvestri; Tommaso Stefanelli; Irene Taddei La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, scusandosi anticipatamente per l’involontaria omissione di referenze fotografiche, è disponibile ad assolvere eventuali diritti.

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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA

VERSILIA – MONDO FONDAZIONE CRL – TERRITORIO – MOSTRE ANNIVERSARI – SOCIALE – PIANETA SCUOLA

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