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FCRL Magazine n. 12-2018

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piega costola

RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA

TERRITORIO – FESTIVAL EVENTI MOSTRE – SCUOLA E RICERCA – COESIONE SOCIALE – STORIA E COLORE

piega costola


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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA

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Editoriale In primo piano Il castello ‘nel’ paese. Coreglia riabbraccia il suo forte Piccolo è Bello – La montagna scende al mare: Seravezza e i suoi borghi Festival eventi mostre Festival di primavera La didattica, la tecnologia e il futuro nel segno della partecipazione Dillo in sintesi… in poche parole un successo Nuvole e sogni per Lucca Teatro Festival «Suonala ancora Sam». Altra edizione di successo per Lucca Film Festival e Europa Cinema Anno dopo anno Lucca è sempre più classica Antiche Camelie della Lucchesia: tra passato presente e… futuro «Il segno dell’avanguardia»: la grafica futurista in Fondazione Ragghianti Fondazione Ragghianti: la riscoperta di un grande artista toscano del Novecento Traghettati nel Mare Nostrum con Photolux Festival Il mestiere dell’arte. L’arte dei mestieri

65 Girolamo Scaglia, pittore d’ingegno accortissimo 68 Accorciamo le distanze! Due lucchesi inventano il motore a scoppio 74 Scuola e ricerca 75 IMT: sette giorni di appuntamenti con certezze e misteri del nostro cervello 80 ReviewLand: un ‘microscopio sociale’ contro le false informazioni sul web 84 Fondazione Coesione Sociale 85 Chi, come, dove, quando? 86 Factory Crea, ovvero casa, innovazione, solidarietà e lavoro nel cuore di Viareggio 89 Un modello da replicare: l’Aipd Versilia indica la strada 92 Storia e colore 93 Memorie di pietra 96 Novità editoriali 96 Storie di donne, donne nella Storia 98 Invito a teatro (della natura) 100 Lucida, Ilaria, Santa Zita, il Volto Santo… È a fumetti la Lucca di misteri e leggende 102 Una cultura italiana scolpita nella pietra

FCRL MAGAZINE 12 |2018 Maria Teresa Perelli direttore Marcello Petrozziello direttore responsabile Comitato di redazione Maria Teresa Perelli Marcello Petrozziello Andrea Salani

hanno collaborato a questo numero Barbara Argentieri, Corrado Benzio, Sara Berchiolli, Paola Betti, Paolo Bolpagni, Arianna Bottari, Nadia Davini, Iacopo Lazzareschi Cervelli, Francesco Parisi, Marinella Petrocchi, Marco Pomella, Andrea Salani, Nubia Salani, Elisa Tambellini consulenza editoriale: Publied – Editore in Lucca progetto grafico e impaginazione: Marco Riccucci

in copertina: Viareggio, monumenti ai caduti, opera di Lorenzo Viani e Domenico Rambelli (foto Tommaso Stefanelli)

© 2018, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca

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foto Luca Lupi


Sembra ieri. E invece sono già trascorsi cinque anni da quando la Fondazione Cassa di Risparmio, dopo un’imponente opera di restauro, ha restituito alla città il complesso conventuale di San Francesco. Cinque anni: un soffio di vento, rispetto ai nove secoli di storia del Complesso dedicato al Santo di Assisi. Una storia che il restauro ha riportato progressivamente alla luce, seguendo un unico filo conduttore che ha preso il nome di «nuovi spazi per la città». Un’esperienza esemplare che la Fondazione ha realizzato grazie alla proficua collaborazione con il Comune di Lucca e la Soprintendenza. È una storia lunga nove secoli, dunque, che sottolinea il legame tra la città di Lucca e San Francesco D’Assisi. Un legame non casuale: secondo la tradizione seicentesca, infatti, il Santo sarebbe appartenuto a un ramo della famiglia lucchese dei Moriconi, trapiantatasi anticamente in Umbria. Il convento si estende su una superficie di oltre 12.000 metri quadrati articolata in tre chiostri, un cortile e spazi verdi, in gran parte destinati a ospitare il Campus di IMT Alti Studi Lucca: sale studio e spazi meeting, variamente attrezzati a seconda delle esigenze di ricerca; il refettorio, la chiesa di San Franceschetto e la Sagrestia vecchia; una grande aula magna nella Cappella Guinigi, per oltre 120 posti a sedere; mensa ristorante e spazi di aggregazione nella ‘Ca Nova’, antico deposito del grano. Oltre agli spazi per la residenza: circa 100 posti letto suddivisi in camere doppie e singole, mini appartamenti per docenti con relativi servizi e spazi per incontri. Parte dei percorsi dei chiostri sono stati aperti al pubblico e connettono direttamente piazza San Francesco con il Giardino degli Osservanti e il parcheggio Mazzini. Oggi, come sempre nei cinque anni trascorsi, festeggiamo la riapertura di questo «nuovo spazio per la città» e, per la prima volta, la Fondazione ha deciso di legare l’evento ad uno scopo benefico, sostenendo l’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC). Una delle più importanti realtà nel panorama nazionale, che dal 1965 supporta in maniera costante la ricerca oncologica e, anche attraverso il lavoro di tanti giovani ricercatori, è impegnata in un’opera di sensibilizzazione e divulgazione scientifica sui temi della prevenzione e della lotta al cancro. Maria Teresa Perelli Direttrice della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca

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PIANO Il castello ‘nel’ paese. Coreglia riabbraccia il suo forte Nubia Salani

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li storici lo hanno definito misterioso ed enigmatico: il motivo va ricercato nella effettiva mancanza di veri documenti o carte che lo riguardino e nelle sue vestigia più volte modificate e deturpate, che suscitano fascino e testimoniano una vita plurisecolare. Infatti la datazione medioevale non è frutto di ricerche archivistiche, ma di analisi stilistiche: restano di questo periodo la sottile torre e l’intrico di stanze e camere, ricavate in murature di grande spessore. Durante

Un intervento nell’ambito del recupero di Rocche e Fortificazioni della valle del Serchio

l’epoca feudale e quella vicariale successiva, il Forte costituiva un avamposto meridionale del castello, di notevole importanza strategica. Si affacciava su un versante molto insidioso da un punto di vista morfologico e allo stesso tempo era una delle zone militari meno a rischio; quindi è probabile che la sua composizione rispettasse i dettami dell’architettura militare, ma che le sue forme fossero più dolci e modeste rispetto al fronte settentrionale, costantemente esposto all’insidia nemica. Non si pensa perciò ad una fortificazione imponente, ma piuttosto ad un solido complesso che fungesse da vedetta e che avesse le mire rivolte verso i castelli lucchesi per l’invio e la ricezione di messaggi strategici.

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1. Scorcio del centro storico di Coreglia 2. Coreglia, veduta zenitale 3. Disegno del castello di Coreglia ai primi del secolo XVII (da un quadro di Lorenzo Moni) 4. Veduta del prospetto sud, prima dell’intervento di restauro 5. Stemma gentilizio sulla facciata del forte 6. Il piazzale del forte 7. Il muro di recinzione in pietra del castello

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L’edificio era inoltre collegato ad alcune gallerie sotterranee, che attraversano tutt’oggi gran parte del borgo e la cui esistenza è stata provata ogni volta che venne smantellato il lastricato della via adiacente. Questi passaggi collegavano fra di loro le diverse piazzeforti del castello e, in particolare, una galleria venuta alla luce nel 1953 in località Porta a Ponte sembra puntare con un braccio della sua diramazione verso le mura del Forte. Nel Cinquecento l’edificio fu destinato ad essere caposaldo di uno dei bastioni. Venne quindi nuovamente incorporato nel sistema difensivo, sempre con il ruolo di sentinella avanzata; ma cambiò profondamente forme e sembianze poiché variò la composizione del borgo. Nacquero infatti delle nuove abitazioni lungo la via, affiancandosi al complesso del Forte; di conseguenza questo non era più un blocco sporgente del castello, ma si trovava in linea con gli altri edifici a comporre un fronte unico e continuo. Un elemento che modificava ulteriormente in maniera decisiva il panorama era anche il bastione sporgente, posizionato nei dintorni del fabbricato. Successivamente l’immobile fu trasformato in villa, adornato di affreschi interessanti e arredato con preziosi mobili rococò e impero.

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IL CASTELLO ‘NEL’ PAESE. COREGLIA RIABBRACCIA IL SUO FORTE

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Vi abitarono la famiglia Diodati e, in un secondo momento, quella Rossi. Nel secolo XIX infatti il patriota coreglino Matteo Rossi vi installò una collezione di oggetti provenienti dai viaggi degli emigranti figurinai in America, Russia, Germania, Brasile, Africa ed Estremo Oriente. Fu adibito, dopo l’ultimo conflitto mondiale, a colonia estiva e oggi il Forte è rimasto un nudo edificio, spogliato di tutti i suoi decori nel secolo scorso a causa di un’infelice campagna di lavori di ristrutturazione. Ancora nel nome conserva il ricordo della sua primitiva funzione e la sua storia è percepibile dalla trama e dallo spessore delle sue mura, dall’intreccio di stanze, dall’imponenza della cinta fortificata. Uno stemma in pietra, posto sul fronte meridionale, raffigura un animale rampante e delle strisce orizzontali: questo potrebbe rappresentare il cane della famiglia Castracani o il leone della famiglia Rossi, presente a Coreglia fino dal secolo XVI. Nonostante lo stato di degrado, negli ultimi anni il complesso architettonico ha ospitato nei suoi locali varie associazioni paesane, accogliendo durante la stagione estiva eventi organizzati dall’amministrazione comunale e dalle associazioni stesse. Il Forte costituisce uno degli spazi pubblici più grandi che il comune ha messo a disposizione dei suoi cittadini: al suo interno infatti convivono le quattro associazioni più rappresentative del borgo: la Polisportiva, il Gruppo Storico Archeologico, il Gruppo Alpini e la Filarmonica «Alfredo Catalani».

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GLI INTERVENTI DI RECUPERO PRECEDENTI

Il complesso è stato oggetto di due ristrutturazioni durante gli ultimi anni del secolo scorso, che hanno interessato l’ala ovest del palazzo e un locale, la limonaia, posto in adiacenza all’edificio principale. La prima riguarda tutte le sale collocate a occidente, dal piano primo seminterrato fino al tetto, ed è stata realizzata nel 2007 dal Comune di Coreglia Antelminelli. Il «Progetto di consolidamento delle strutture, interventi di 7

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8. Pianta del piano terreno 9. Il prospetto nord del castello 10. Il prospetto sud del castello 11. Il corridoio verandato

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IL CASTELLO ‘NEL’ PAESE. COREGLIA RIABBRACCIA IL SUO FORTE

miglioramento statico e restauro di porzione dell’edificio denominato “Palazzo il Forte” in Coreglia Antelminelli per la realizzazione di Centro Servizi per le imprese» è stato curato dal responsabile dell’Ufficio Tecnico, ingegnere Vinicio Marchetti, in collaborazione con lo studio di architettura di Damiano Claudio Cecchetti e Roberto Agnoli. L’opera di restauro è stata eseguita grazie a finanziamenti europei con l’obiettivo di creare una struttura destinata a incubatore per imprese. Operazioni di consolidamento strutturale dei solai e delle murature e una ridistribuzione funzionale degli spazi hanno permesso di rientrare dentro una parte del fabbricato rendendolo agibile e di nuovo disponibile al suo utilizzo da parte della cittadinanza. Il secondo restauro ha interessato l’edificio simbolo del Forte, cioè la dependance dalla singolare facciata ad orchi ogivali fronteggiante il fabbricato principale in corrispondenza dell’orto murato. La ristrutturazione della Limonaia ad opera dell’amministrazione comunale ha visto il rifacimento della copertura lignea, il ripristino e la pulitura delle murature lasciate internamente a vista, il risanamento degli intonaci esterni e nuovi impianti. Il recupero di questo spazio e l’annesso giardino, dove durante la stagione estiva vengono organizzate manifestazioni culturali ed eventi musicali, ha permesso che il complesso rimanesse attivo e vivace nonostante lo stato di abbandono e di incuria. IL RESTAURO DEL FORTE

Il percorso di restauro dell’edificio principale del Forte, iniziato nel 2013 e sviluppatosi in due tranches di lavori ha consentito di cambiare il volto della vecchia fortificazione, spogliandolo di quelle facciate degradate ed erose dal tempo, e ha ridato vita alla rete di stanze interne dove le associazioni cittadine adesso possono operare in spazi funzionali e sicuri. Il progetto si è inserito nel grande programma di recupero delle Rocche e Fortificazioni della Valle del Serchio che ha visto la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca dare il proprio contributo a fianco di ARCUS (Società per lo sviluppo dell’arte, della cultura e dello spettacolo del Ministero dell’Economia) per donare un volto nuovo alle più importanti vestigia medievali del territorio, rivitalizzando nel contempo un circuito virtuoso legato al turismo e all’economia locale. I due progetti di restauro del Forte, realizzati a cura dell’architetto Maurizio Gianassi, hanno interessato gran parte dell’edificio: le sale al piano terreno, il ballatoio esterno e le coperture di una buona porzione del tetto, mentre rimangono da ultimare la ristrutturazione dell’ultimo piano e di alcune stanze al piano seminterrato. Si è trattato di un restauro conservativo realizzato in conformità alle tipologie costruttive esistenti e cercando di privilegiare l’impiego di materiali scarsamente ‘impattanti’ con l’antico contesto architettonico. Il primo intervento ha riguardato il ripristino di una parte della copertura e del quadro fessurativo della muratura portante del piano sottostante. Previa demolizione di controsoffitti e pareti degradati, il solaio di 11

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storia di coreglia

12. Veduta della limonaia

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copertura è stato sottoposto a rifacimento e consolidamento senza alterazione di forme e dimensioni e con l’uso di tecniche e materiali tradizionali. Nella fase successiva si è mirato a realizzare la completa fruibilità delle stanze al piano terra, collegandole con la porzione di fabbricato già restaurata dal Comune di Coreglia. In particolare il ballatoio, che offre un suggestivo scorcio sulla valle, un ‘tuffo’ nel verde, è stato oggetto di un completo restauro comprensivo della sistemazione della copertura e della riapertura di un antico passaggio verso il giardino esterno. Per restituire la fortificazione al suo aspetto originario, elegante e imponente, tutte le facciate hanno subito un completo rifacimento partendo dalla rimozione di muffe ed efflorescenze fino alla realizzazione di una nuova intonacatura e tinteggiatura a calce con colori chiari. All’interno è stata rinnovata l’intera pavimentazione e ripristinati gli elementi artistici esistenti, eliminando le superfetazioni accumulatesi negli anni. Gli interventi hanno avuto come scopo il generale consolidamento dell’edificio, usando tutti gli accorgimenti necessari per renderlo solido, sicuro e fruibile. E proprio questa riacquistata fruibilità, anche se parziale, ha consentito un riutilizzo di vari locali, che già in precedenza erano sede di associazioni cittadine. L’auspicabile realizzazione dell’ultima fase di restauro consentirà il completamento del recupero e quindi l’ampliamento degli spazi a disposizione per le attività culturali e ricreative cittadine. Infatti l’inserimento del forte in un contesto fortemente inurbato consente di coniugare l’ampiezza degli spazi con la centralità geografica dell’edificio, che può dunque sviluppare grandi potenzialità come centro di aggregazione e luogo dell’arte e della cultura per Coreglia e il suo territorio. Quello che comunque importa è l’inserimento del restauro in un sistema, una campagna di ripristino non isolata ma funzionale alla creazione di un percorso tra le valli e le vette del corso del Serchio, caso esemplare del tanto celebrato ‘patrimonio diffuso’ di cui la provincia di Lucca è tanto ricca.

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Il toponimo ‘Corrilia’ è un termine della tarda latinità, che significa «terra di scorrimento». Questo borgo è stato infatti una zona di transito e ha rappresentato per secoli un punto di passaggio per coloro che scendevano nella Valle del Serchio o risalivano verso la Lombardia. Il paese è caratterizzato da un tessuto urbano di origine medioevale frutto di uno sviluppo urbanistico dettato dalla funzione di castello fortificato capoluogo di feudo, di vicaria e di contea e modificato a più riprese nel Cinquecento e nel Settecento. Secolo XI La prima testimonianza del borgo in un atto ecclesiastico reperibile all’Archivio Arcivescovile di Lucca conferma la presenza di una fortezza proprietà dei Rolandinghi. Il castello divenne poi una contea nelle mani della famiglia Antelminelli e, alla fine del secolo, capoluogo della «Vicaria di Garfagnana di qua dall’Ania», creata dalla Repubblica di Lucca. Secolo XII Venne nominato Capitano Generale della città di Lucca Castruccio Castracani degli Antelminelli, protagonista nello stesso anno di un assedio al castello di Coreglia durato cinquantotto giorni per disperdere i guelfi che l’avevano conquistato. Alla sua morte il territorio lucchese fu preda di numerose signorie e a Coreglia si successero al potere diverse personalità dei Mordecastelli e degli antichi Antelminelli. Nel frattempo era diventata snodo naturale e tappa principale di tutti i percorsi che conducevano oltre l’Appennino, in Garfagnana e in Val di Lima. Tali strade vedevano l’affannarsi di carbonai, boscaioli, pastori e contadini e, nelle ore notturne, accoglievano il passo furtivo dei bracconieri e dei contrabbandieri. Secolo XV Durante le guerre contro i Fiorentini, Lucca perse tutte le vicarie, compresa quella di Coreglia. Ma nel 1438, grazie all’avvenuta pacificazione fra gli Sforza e i Visconti, poté usufruire della tregua triennale di Pisa e, con la pace del 1441, si vide restituire i suoi possessi. Secolo XVI Il borgo continuò a svolgere un ruolo strategico di fondamentale importanza quale fortezza di appoggio a Castiglione e Minucciano e visse un momento di fioritura economica. Da centro di lotte politiche, assedi e scorribande tra contrapposte fazioni divenne luogo di pace e di lavoro. I mulini, le ferriere e le attività di tessitura e di lavorazione del legno e della pietra incrementarono la loro produzione e iniziò inoltre l’attività artigianale del gesso e la specializzazione nell’arte delle figurine, che divenne la principale attività dei suoi abitanti. Secolo XIX Coreglia, oltre ad essere stata la prima ad iniziare la vendita di statuine su scala mondiale, divenne famosa per la produzione di stampi di ottima qualità, ambiti da tanti maestri figurinai. Secolo XX Per la sua posizione geografica e la sua vocazione turistica, Coreglia è diventata un’apprezzata stazione di vacanza e di soggiorno estivo. Oggi il borgo è infatti una delle principali mete turistiche della Garfagnana e sede di numerose iniziative culturali.

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La montagna scende al mare: Seravezza e i suoi borghi

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foto Tommasi Stefanelli

i chiama ‘Piccolo è bello’ ed è una nuova rubrica che si ripromette di scovare nel piccolo, per l’appunto, la grande bellezza. Del resto, si sa, il bello è nei dettagli, nel particolare che colpisce, nella semplice quotidianità che profuma di vero e di casa. A volte ha più fascino un borgo medievale, aggrappato al fianco di una montagna, di una metropoli convulsa e confusa. A volte ha più fascino una facciata in pietra, recuperata dopo anni di incuria, rispetto a un’opera d’ingegneria ultramoderna. In sintesi, ecco l’obiettivo di ‘Piccolo è bello’: valorizzare, anche con le parole, i piccoli borghi storici che stanno ritrovando una nuova vita grazie al programma di interventi progettato e finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. E piccolo non è solo la dimensione del borgo stesso, spesso un crocicchio di case, strade e piazze, che nasconde storie e aneddoti tra gli interstizi delle pietre, tra un ciuffo e l’altro di parietaria. Piccola, se vogliamo definirla così, è anche l’entità dell’intervento compiuto, soprattutto se paragonata ad altri impegni economici ben più cospicui e complessi. Ma se piccola è l’entità, non lo è per niente la ricaduta che l’intervento ha sulla comunità interessata, sul futuro di questo o quel luogo e sull’andamento quotidiano del borgo preso di volta in volta in considerazione. Il viaggio alla ricerca della grande bellezza in miniatura si lascia alle spalle la Valle della Lima e Benabbio e prosegue alla volta di Seravezza, incuneata tra il mare e le Alpi Apuane. Qui, divisi tra mare e monti, sorgono solcati dai torrenti Serra e Vezza, piccoli, per l’appunto, borghi montani, custodi di storie, miti e tradizioni.

SERAVEZZA, CAGION DI FOLLIA

«Seravezza, sei troppo bella! Sei la cagion della mia follia». E se lo dice Enrico Pea, scrittore seravezzino, vuol dire che è proprio così. Seravezza, infatti, unisce in sé il fascino minuto dei borghi di montagna, annegati nel verde aspro delle Apuane, al salmastro e l’odor di mare che solo la Versilia sa regalare.

Scrive, infatti, Pea: «Il cielo è limitato da tre monti. Tre strade sulla costa di ogni monte si specchiano nei fiumi che fanno un delta, nella piazza del paese, ove a guardia c’era una statua di re, con in mano un rotolo di carte inutili e sulle spalle un mantello da carabiniere». Non è difficile riconoscere Seravezza in questa descrizione tratta da Il romanzo di Moscardino, considerando che tutta la raccolta delle peripezie di Moscardino e del mitologico nonno sono un continuo andirivieni tra finzione letteraria e potente autobiografia. Ma torniamo a Seravezza. La città, poiché di città si tratta, risale all’epoca longobarda: fu in questo tempo, infatti, che ottenne il nome di Sala Vetitia, che stava a indicare un centro di fiorenti scambi commerciali. Non sono quindi i torrenti ad aver ribattezzato la cittadina, ma viceversa sono i due corsi d’acqua ad aver ricevuto i nomi sulla base della tradizione longobarda. Se durante il medioevo Seravezza non conobbe libertà, la città ottenne lo status di libero comune nel 1515: fu in questo periodo, inoltre, che iniziò l’attività estrattiva del marmo, entrata poi in crisi nella metà dell’Ottocento. Come in molte altre zone dell’Alta Versilia e della Mediavalle, anche Seravezza subì le pesanti conseguenze della Seconda Guerra Mondiale: attraversata dalla Linea Gotica, la città fu oggetto di rastrellamenti, bombardamenti e rappresaglie che ne decimarono la cittadinanza. Nei dintorni del borgo principale si trovano innumerevoli frazioni e paesi della cosiddetta ‘montagna seravezzina’. Senza stare a scendere in particolari dettagli, ci corre l’obbligo di citarne alcuni: Pozzi, Minazzana e Giustagnana, Riomagno e Basati, al centro dei finanziamenti della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca per garantirne una complessiva riqualificazione e, in qualche modo, una rinascita. POZZI, tra quelle citate, è l’area più popolosa

e se ne trovano tracce già in epoca etrusca. Abbandonata dai suoi abitanti intorno al 1250, fu nuovamente e lentamente ripopolata a partire dalla fine del Seicento, quando un 1

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Monumento ai caduti della Prima Guerra Mondiale a Seravezza Intervento in via Tre Usci a Pozzi Intervento a Giustagnana Veduta di Seravezza foto Roberto Orsini

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foto Roberto Orsini

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gruppo composto da alcune famiglie tornò nella zona per dare vita a una comunità agricola. Pozzi, ad ogni modo, è rinomata per la coltivazione dell’olivo, avviata sul territorio proprio dagli etruschi. è possibile scorgere e ammirare piante di 400-700 anni: in via Sceltino, per esempio, e in via Santa Maria della Neve, dimorano due olivi con busti di 5 metri di circonferenza. Varie sono invece le interpretazioni che riguardano il paesino di GIUSTAGNANA, a 345 metri sul livello del mare, abitato da 180 persone (almeno fino al 2001). C’è infatti chi sostiene che tragga il suo nome da un gentilizio romano, Justinius, mentre altri portano avanti la tesi secondo cui il paese sia stato fondato, da un lato, da prigionieri di guerra e schiavi romani, dall’altro da coloni lunensi giunti in Versilia per un’azione di ripopolazione a seguito della deportazione di 47mila apuani ad opera dei romani. Ad ogni modo, si riscontrano tracce di Giustagnana fin dal 1333: negli anni successivi si trovano documentazioni che attestano la presenza di uliveti e appezzamenti di terra e prime forme di commercio, ovvero due segantini e quattro mugnai (anno 1536). Con il passare degli anni Giustagnana crebbe lentamente, sempre divisa tra pastorizia e agricoltura. Fu qui, durante la Seconda Guerra Mondiale, che un comando dell’esercito americano si acquartierò, in attesa della definitiva liberazione. rappresenta il paesino più piccolo dei tre citati. Piccolo, sì, ma tenace: nel 1824, quando Seravezza impose il pagamento di una tassa ai proprietari di terreni situati nei pressi delle cave di marmo, gli abitanti di Minazzana si ribellarono con tanta forza che furono esentati. A patto, però, che s’impegnassero a mantenere in buono stato la strada che conduceva in Arni, paese poco distante.

MINAZZANA

RIOMAGNO,

piccolo paese di 302 abitanti, è citato anche da Michelangelo Buonarroti, artefice dell’espansione del borgo che nel 1415

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LA MONTAGNA SCENDE AL MARE: SERAVEZZA E I SUOI BORGHI

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contava solo poche case e orti. Intorno alla fine del Settecento, tanta era l’attività intorno all’estrazione del marmo che Riomagno diventò sede dei primi opifici: segherie per tagliare e strumenti per rifinire e levigare i blocchi erano di casa. Riomagno, inoltre, è stato un glorioso protagonista della resistenza versiliese: i Rimagnesi combatterono con forza e coraggio, in particolar modo Amos Paoli, medaglia d’oro al valor militare. Di lui ci parla il busto in sua memoria finanziato dagli abitanti del posto: nonostante la malattia, era poliomielitico, all’indomani dell’8 settembre 1943 Paoli decise di entrare nella Resistenza con la mansione di staffetta. Nascondendo viveri, notizie, armi e munizioni in un doppio fondo ricavato sotto la seduta della sua carrozzina, Amos metteva in collegamento i familiari, il CLN e le varie squadre partigiane fra loro, passando generalmente inosservato per via della sua situazione: non solo, sentendosi sicuro di sé, per sviare sospetti, s’intratteneva spesso con le stesse pattuglie naziste incontrate ai posti di blocco. Fu fucilato e martirizzato dalle SS naziste il 27 giugno 1944, a 27 anni. BASATI,

infine, di etimologia sconosciuta, è famoso per il suo dialetto che si distingue da tutti gli altri dell’area versiliese. Un modo di

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parlare ‘stretto e tronco’, che qualcuno attribuisce a origini bresciane, altri addirittura ad alcuni esuli tirolesi. I LAVORI

Dopo aver ripercorso la storia di Seravezza, è possibile capire ancora meglio il titolo della rubrica. In questo comune, all’interno del Parco delle Alpi Apuane, esistono e resistono borghi, agglomerati di case, baluardi di un tempo e un’epoca lontani. Mantenere, riqualificare, valorizzare questi luoghi è un dovere sociale che non solo rende un servizio alla storia, ma che tiene in vita un’idea di società, di cittadinanza e di appartenenza che, altrimenti, andrebbe perduta. È per questo motivo che una banale ripavimentazione, in un luogo del genere, non è mai solo una ripavimentazione. È un passo avanti, un atto necessario, un gesto d’amore verso un territorio intero. Nel triennio 2015-2017 sono stati erogati al Comune di Seravezza 130 mila euro: 60 mila per il 2015, 40 mila per il 2016 e 30 mila per il 2017. I fondi sono serviti per co-finanziare un progetto ben più ampio, pari inizialmente a circa 247 mila euro, che ha impegnato l’amministrazione seravezzina per la valorizzazione dei borghi storici della montagna. A

Pozzi, per esempio, è stata rifatta la pavimentazione di via Tre Usci ed è stata riqualificata la piazzetta adiacente e la fontanella. Nel 2015, invece, l’Unione dei Comuni dell’Alta Versilia ha eseguito gli interventi che hanno interessato Giustagnana e Minazzana, per un importo complessivo di poco superiore a 65 mila euro. I lavori che hanno riguardato Riomagno si sono conclusi nel 2017: un intervento da 135mila euro che ha dato nuovo slancio a un’area degradata. Qui, infatti, sono stati ricavati 13 posti auto e 7 stalli per motocicli e ciclomotori. Inoltre, è stato realizzato un piccolo spazio pedonale e un nuovo impianto di illuminazione per tutta la zona. In totale, quindi, ad oggi sono stati investiti oltre 227 mila euro per i borghi di montagna. È invece in fase di definizione il progetto esecutivo «Echi michelangioleschi in Versilia – La via del Marmo» che, con un investimento di 90 mila euro per il secondo lotto, metterà in cantiere l’ampliamento di via Belvedere a Basati. L’ultimo progetto, ma non certo per importanza, riguarda il restauro di Palazzo Rossetti, in piazza Carducci, nel centro di Seravezza. L’edificio, che ha assunto le caratteristiche attuali nella seconda metà del XVIII secolo, oltre ad essere sede operativa e turistica del Parco Regionale delle Alpi Apuane, punta a diventare un polo culturale e artistico, in sinergia con il Palazzo Mediceo. Ecco, quindi, che finisce la seconda tappa del viaggio ‘Piccolo è bello’. Un viaggio breve, perché spesso basta guardare al di là della solita finestra per scovare paesaggi unici e mozzafiato; un viaggio semplice, perché Seravezza è proprio lì, al di là del monte, protetta dalle Apuane, ma accessibile e fruibile a tutti. Un viaggio, però, non banale né scontato, che ha il grande pregio di tracciare una nuova via, di gratificare il quotidiano, di rispondere a quelle piccole esigenze capaci di cambiare volto a un luogo, a una comunità, a uno stare bene insieme. S.B.

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FCRL FESTIVAL EVENTI MOSTRE

foto Alcide

FESTIVAL

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EVENTI MOSTRE Festival di primavera

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a fine dell’inverno e l’inizio della primavera. Questo il periodo dell’anno in cui Lucca vede ‘sbocciare’ le sue rassegne più caratteristiche. Quelle che la connotano come luogo della cultura e teatro di eventi significativi e intelligenti. Rassegne che partono dal territorio, si radicano nel territorio, ma non si pongono confini, portando a Lucca personaggi di rilievo mondiale e esportando l’immagine della città a livello internazionale.

Lo testimoniano anche le indagini di mercato relative al settore turistico: Lucca, le sue colline, la sua riviera, le sue montagne, sono ormai aree ben note a chi intende concedersi giornate immersi nella quiete e nella bellezza, ma anche nel fermento culturale – garbato s’intende, come travdizione vuole – di tante manifestazioni dotate ognuna di una sua specificità, ma inserite in una rete che abbraccia un ampio lasso temporale e attraversa trasversalmente tutte le forme dell’arte.

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La didattica, la tecnologia e il futuro nel segno della partecipazione

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ostruire il futuro. Insieme. Poche e incisive le parole chiave del Festival della Didattica Digitale 2018. Una rassegna che si è caratterizzata per le tante occasioni di collaborazione e condivisione. Nessun monologo ma tanti laboratori ‘veri’, della durata minima di due ore, in cui studenti e docenti hanno partecipato direttamente ai lavori, dando il proprio apporto da protagonisti. I temi? Quelli più generali della didattica innovativa, delle tecniche di insegnamento, dell’inclusione e del sostegno ai disturbi dell’apprendimento, ma anche tanta tecnologia e innovazione: robotica, realtà aumentata, classi virtuali, l’uso dei device nelle aule e altro ancora. Ma quali classi, quali aule? Tema centrale della rassegna anche gli ambienti di apprendimento del futuro, cui è stato dedicato uno specifico convegno nazionale e che rappresenta uno dei ‘pallini’ della Fondazione UiBi, organizzatrice del festival e storicamente impegnata nello studio e nell’analisi di soluzioni utili alla definizione di ambienti didattici innovativi e che configurano le aule del domani, la scuola del futuro. Quattro giornate di lavoro, progettazione, impegno e confronto. Quattro giornate di idee: realizzabili, futuribili e talvolta avveniristiche, ma sempre orientate a definire in maniera concreta soluzioni, possibilità e strategie. Sono stati oltre cento gli eventi, tutti completamente gratuiti, di questa, sempre più articolata e internazionale, edizione del Festival. La terza e sicuramente la più proiettata verso il futuro, che, dopo il successo delle prime edizioni, non poteva che crescere diventando una delle attività più importanti della Fondazione UiBi, l’ente per la formazione e l’innovazione pedagogico-didattica creato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Un festival organizzato con la collaborazione di INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa), ormai storico partner scientifico nella definizione di un percorso attraverso l’innovazione tecnologica e didattica, orientato a creare

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Andrea Salani

Il Festival della Didattica Digitale organizzato dalla Fondazione UiBi

opportunità uniche di formazione per docenti e ragazzi. Una vocazione sempre più internazionale per questa manifestazione che rimane comunque ben radicata sul territorio, come ha fatto notare anche il Presidente della Fondazione UiBi Paolo Razzuoli: «Se è vero che la dimensione nazionale e internazionale della rassegna si sta accentuando con ospiti importanti e con oltre il 60% dei partecipanti provenienti da fuori della Toscana, il festival mantiene tutto il suo originario legame con Lucca e con il suo territorio. Qui la Fondazione UiBi continua il suo impegno nell’alta formazione, nella progettazione di nuovi ambienti didattici e, appunto, nella realizzazione di questo festival». E proprio quello del territorio, dei confini – reali e virtuali – e delle nuove frontiere è stato il tema centrale di queste quattro giornate, dedicate nell’edizione 2018 al fenomeno contemporaneo delle culture partecipative. ‘PARTECIPAZIONE’: THINK MADE KNOW

«Intendiamo ‘partecipazione’ includendo trasversalmente le pratiche educative, i processi creativi, la vita di comunità e la cittadinanza democratica. Il nostro obiettivo è di orientare i giovani a sviluppare le competenze, le conoscenze, i quadri etici e l’autostima necessari per partecipare pienamente alla cultura contemporanea». Questa l’approccio al tema dell’accademico americano Henry Jenkins, la cui visione fotografa bene lo spirito con cui l’argomento è stato affrontato durante il festival, in particolare nella sezione Think Made Know dedicata a sviscerare quattro diverse prospettive del concetto di partecipazione. Partecipazione è immersività: un processo di entrata che, attraverso processi come la narrazione, crea spazi fisici e temporali, combina linguaggi, connette idee e persone attivando competenze intellettive e sociali. Questo deve esser la scuola, esperienza di connettività. Partecipazione è etica. Un’etica secondo la quale apprendere significa anche imparare a comprendere, rispettando pensieri e modalità di agire diversi dai propri, e quindi acquisendo gli strumenti mentali per relazionarsi consape-

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LA DIDATTICA, LA TECNOLOGIA E IL FUTURO NEL SEGNO DELLA PARTECIPAZIONE

partnership Il festival della Didattica Digitale è organizzato dalla Fondazione UiBi con la collaborazione scientifica di INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa). Sempre più ampia la rete di connessioni che oltre a partner istituzionali come il Comune di Lucca, la Provincia e gli Uffici scolastici della Regione e di Lucca Massa Carrara, annovera anche il Photolux Festival e MED (Associazione Italiana per l’Educazione ai Media e alla Comunicazione) oltre a collaborazioni aziendali con, tra gli altri, Microsoft, Google, Acer, Ifixit, Apple, Samsung e SamLabs.

volmente in un mondo interconnesso e interculturale, destinato a cambiare rapidamente. Partecipazione è anche ideazione. Perché collaborare è processo fatto di prove ed errori, in cui si stimolano ulteriori conoscenze e si forgiano nuovi strumenti con cui possiamo indagare la realtà e sperimentare soluzioni diverse, in una parola ideare. Gioco. Sì infine partecipazione è anche processo ludico. Una situazione in cui si crea un contesto protetto dove sperimentare forme di conoscenza e strategie di risoluzione di problemi con importanti implicazioni intellettive e sociali. Nel gioco, è possibile favorire l’adattabilità dei comportamenti all’interno di scenari complessi e variabili, sfruttando le componenti di motivazione intrinseca del giocatore e le meccaniche di funzionamento del gioco stesso.

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Tutto questo è partecipazione. Tutto questo è il leitmotiv di un festival che ha individuato nell’inclusione e nella dimensione esperienziale della didattica una fondamentale chiave di lettura per progettare la scuola del futuro. GLI OSPITI

Laboratori aperti dunque, ma anche lectio magistralis e le cosiddette ‘interviste’ con ospiti di grande rilievo internazionale, per condividere prospettive e visioni per il futuro dell’apprendimento. Tutte testimonianze della rapida evoluzione in atto nel mondo dell’e-learning che mette in relazione innovazione tecnologica e strategie di insegnamento-apprendimento. Ed ecco dunque Brittany McCrigler, direttrice degli Educational Services di IFixit per spiegare l’importanza delle competenze manuali, Arana Shapiro, direttrice della School Design at Institute of

Play di New York, ente che da oltre dieci anni sostiene la progettazione innovativa di scuole pubbliche e private, Joachim Horn, Amministratore delegato dei SAM Labs di Londra, esperti di coding in grado di creare collegamenti di software e hardware con piani di lezioni che coprono una vasta gamma di argomenti. E poi ancora Ulla Engeström fondatrice e Amministratore delegato di ThingLink, leader nell’uso dell’immagine come strumento di apprendimento, e Verònica Gebhardt di CS First, il comparto che Google ha dedicato all’organizzazione di corsi per computer coding dedicati a bambini e ragazzi. Tutto pensato per unire: persone, luoghi, ma anche tempi diversi, perché qui nasce il collegamento diretto tra presente e futuro.

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Dillo in sintesi… in poche parole un successo

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reve ma incisivo. Poco ma buono. Essere di poche parole… potremmo continuare a lungo nell’elenco delle espressioni che, nella lingua italiana rappresentano un elogio della sintesi. Modi di dire che, soprattutto nell’ambito della comunicazione e nel giornalismo sono dei veri propri ‘mantra’, soprattutto in un mondo mediatico dove la velocità e la sclerotizzazione dei tempi è all’ordine del giorno.

Il Festival delle brevità intelligenti alla sua terza edizione

Ma la brevità, il culto della brevità, trova radici ‘nobili’ anche in campo artistico. Negli anni Sessanta il Movimento Fluxus imperversava con i suoi eventi impostati sul concetto della performance, unica e breve, e dell’happening, tutto votato a cercare l’arte, la creatività, in un atto che si sviluppava secondo casualità e improvvisazione. Arte, comunicazione, sintesi e mezzi di espressione. Tutte tematiche che hanno animato l’edizione 2018 di «Dillo in sintesi» il Festival delle brevità intelligenti promosso e organizzato dall’associazione «Dillo in sintesi» con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e della Fondazione Banca del Monte di Lucca e la collaborazione di Comune di Lucca, Ufficio Scolastico Provinciale e Fondazione UIBI. Dieci incontri in tre giorni, dedicati alla brevità nella musica, nel cinema, nella televisione e

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DILLO IN SINTESI… IN POCHE PAROLE UN SUCCESSO

1 foto Antonio Clerici

poi ancora scienza, giornalismo e altro ancora. Un percorso trasversale non solo per costruire una «celebrazione della sintesi», ma proprio per capire cosa siano le brevità intelligenti e come la buona e la cattiva sintesi abbiano modificato – e stiano ancora modificando – la nostra percezione dell’informazione, la nostra modalità di fruizione dei rapporti sociali e gli strumenti di interconnessione tra noi e la società in cui viviamo. Una specifica sezione del Festival è stata dedicata ai Ted Talks (acronimo per Technology Entertainment Design), la conferenza che si tiene ogni anno a Monterey, in California, frequentata da relatori dell’eccellenza: scienziati, geni della tecnologia, grandi comunicatori, artisti, pensatori, scrittori che raccontano la propria esperienza, la storia di un’idea e ne presentano il valore intrinseco e potenziale, con interventi di poco meno di 20 minuti e video al massimo di 10 minuti. Enorme è il successo che i video tratti da questa iniziativa stanno avendo sul web e «Dillo in sintesi» ha portato per la prima volta a Lucca questo fenomeno mondiale e lo ha proposto ai più giovani, coinvolgendo TEDxYouth@Bologna, il concorso nazionale nato dal protocollo d’intesa firmato nel 2016 dal MIUR e l’organizzazione americana no profit TED nella speranza di attivare un circuito virtuoso di brevità e intelligenza. Poi spazio al cinema, in questo caso inteso come arte di raccontare una storia e trasmettere suggestioni nei pochi minuti di un ‘corto’, nei pochissimi del trailer, nei secondi di un teaser. Protagonista in questo caso la giovane regista lucchese Cristina Puccinelli con due cortometraggi, Stella amore e Koala, quest’ultimo presentato al Festival del Cinema di Roma, e una nuova versione del trailer del suo ultimo lavoro Stones in Lucca. Formati brevi, snelli, in cui raccontare diventa talvolta difficile, ma certamente più incisivo, alla ricerca di una forma di comunicazione diretta e non mediata, che non rimanda mai la concretezza ma la coglie ottimizzando idee e espressione artistica. Questi i temi della serata, discussi con la regista, che ha tra l’altro

foto Antonio Clerici

1. Giorgio Simonelli, Daniela Marcheschi, Piero Dorfles 2. Giorgio Simonelli e Gene Gnocchi 3. Taci ‘minimodramma’ per voce e orchestra al Teatro del Giglio

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foto Antonio Clerici

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dillo in sintesi… a scuola

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realizzato il video Non di solo genio. Quando l’artigianato diventa arte, efficace compendio della mostra dedicata a Girolamo Scaglia realizzata dalla Fondazione CRL, e ulteriore esempio di sintesi funzionale. Spaesante e provocatorio è stato l’appuntamento del Festival con la musica. Al Teatro del Giglio è andato in scena Taci, ‘minimodramma’ per voce e orchestra scritto dal compositore lucchese Girolamo Deraco, che è entrato nella storia della musica come l’opera lirica più breve mai scritta ed eseguita. Di fatto l’opera più breve del mondo, «gesto lirico assoluto» come l’ha definito il suo autore, che ha proposto questa istantanea di musica della durata di 8 secondi con l’Orchestra Sinfonica Città di Grosseto diretta dal maestro Diego Sánchez Haase (direttore dell’Orquesta Sinfónica Nacional del Paraguay) e il soprano Maria Elena Romanazzi. Una significativa celebrazione della poetica del cosiddetto ‘qui e ora’, in cui Deraco costruisce intorno al monito «Taci!», molto usato nel melodramma italiano, una composizione a dir poco essenziale, che gli ha regalato il Primo premio al concorso di composizione operistica «Bartok plusz» al Miskolci Operafesztivál in Ungheria, nel giugno del 2013, e che – si capisce facilmente il perché – vanta anche il primato dell’opera più eseguita in una sola serata, con ben 17 repliche. Tanti poi gli incontri con ospiti di primo livello come Piero Dorfles, con cui si è parlato – ov-

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viamente – di libri, più precisamente dei cento capolavori che meglio rappresentano il nostro immaginario letterario condiviso e ineludibile. Quindi una sorta di sintesi del pensiero dominante europeo raccontato in cento volumi, che certamente sembrano molti, ma costituiscono di fatto un breve sunto rispetto ai miliardi di pagine scritte nella storia della letteratura. Un’attenzione particolare è stata dedicata alla televisione. Il giornalista sportivo Giorgio Simonelli è stato infatti protagonista di una tavola rotonda con la critica letteraria Daniela Marcheschi, il giornalista Aldo Vitali, direttore del settimanale «TV Sorrisi e canzoni», e Nanni Delbecchi, giornalista e critico televisivo del «Fatto quotidiano». Chiusura della rassegna nella Chiesa di San Francesco, con Sconcerto rock recital 2018: Gene Gnocchi ha portato sul palco il suo spettacolo che propone il tragicomico ritorno sulle scene del cantante ‘The Legend’. Tra gag, battute e travestimenti, Gnocchi, accompagnato dal chitarrista Diego Cassani, ha proposto un viaggio surreale nella mente e nelle azione del fantomatico ‘The Legend’, sprovveduto artista, bravo solamente a piegare la propria arte nell’uso del momento. L’artista emiliano, maestro della sintesi nel suo Rompipallone quotidiano sulla «Gazzetta dello Sport», è salito sul palco nella doppia veste di attore e cantante, regalando un grande finale alla manifestazione. A.S.

Sono quattro gli appuntamenti mattutini dedicati agli studenti delle scuole superiori, due dei quali incentrati sul TED. Al Liceo scienze delle applicate «Fermi-Giorgi», è intervenuto Fabio Ferri, multimedia editor della casa editrice Mondadori, che ha tenuto una lezione su come si prendono appunti e come si fa una sintesi efficace, anche con metodi come le mappe mentali. Al Liceo Scientifico «Vallisneri», Jacopo Teneggi, membro del team di TEDxReggioEmilia e collaboratore di TEDxYouth@Bologna, ha invece introdotto i ragazzi al Ted talk e alle sue modalità espressive e divulgative, con un intervento dal titolo Come trasformare la tua passione in un’idea di valore. Ancora TED al Liceo Classico «Machiavelli», con Humans to Humans. Il confronto tra generazioni diverse, nell’era della comunicazione digitale moderato da Valentino Magliaro, Civic Leader della Fondazione Obama e PR Manager del gruppo editoriale Spaggiari, per un evento realizzato in collaborazione con la Fondazione UIBI. E poi lo sport. Al Liceo sportivo «Fermi», Giorgio Simonelli, critico televisivo, docente di Giornalismo radiofonico e televisivo e di Storia della radio e della televisione all’Università Cattolica di Milano, ha tenuto una conferenza dal titolo Sintesi e creatività negli highlights calcistici. Un’occasione unica per i ragazzi per addentrarsi nei segreti del giornalismo sportivo con uno dei massimi esperti italiani di storia della televisione, ospite e opinionista della trasmissione di approfondimento TvTalk.

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Nuvole e sogni per Lucca Teatro Festival

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he cosa sono le nuvole? Una domanda che ormai ci facciamo da qualche anno e che siamo tornati a porci nel 2018 quando il Lucca Teatro Festival ha concluso un’edizione da record. Sono infatti oltre cinquemila le persone portate a Teatro (oltre quattromila bambini) dalla manifestazione che ha trovato proprio in Cosa sono le nuvole? la sua iconica domanda di presentazione. Un successo che quest’anno è dovuto anche alla sezione -in tour, con spettacoli in scena anche a Pisa, La Spezia, a Santa Croce Sull’Arno e a Castelnuovo Magra.

Il Teatro ‘intelligente’ per la formazione dei più giovani

Ma la rassegna è principalmente un evento di Lucca, realizzato da La Cattiva Compagnia in collaborazione con Teatro del Giglio, Comune di Lucca e Provincia di Lucca e con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Una manifestazione in continua crescita, sia nel numero di spettatori, che nella quantità e qualità degli appuntamenti e delle location. In tal senso è stato fondamentale anche il coinvolgimento del Comune di Capannori, che ha ospitato alcuni eventi dedicati alle scuole al teatro Arté, e del Comune di Porcari, che in collaborazione con la Fondazione Cavanis ha inserito nel Lucca Teatro Festival il cartellone degli eventi del ‘Teatro per famiglie’, che sono andati ad affiancarsi al Comune di Castelnuovo Garfagnana e soprattutto del Comune di Capannori.

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foto LTF

1. Biblioteca Agora, workshop 2. Sogni in scatola, concorso artistico 3. Becco di rame, incontro

La territorialità della rassegna non solo è stata ampiamente tutelata, ma addirittura rinvigorita grazie alla progressiva trasformazione della kermesse in una manifestazione di area vasta. Un profilo tra l’altro sempre più in linea con le aspirazioni e le intenzioni della Fondazione Crl, particolarmente interessata alla definizione di percorsi culturali in grado di coinvolgere più realtà del suo territorio di riferimento, la provincia di Lucca. Famiglie, scuole e giovani al centro degli oltre venti gli appuntamenti tutti intensamente partecipati, con spettacoli, incontri e laboratori: con l’obiettivo dichiarato di divertirsi, ma anche di affrontare insieme importanti tematiche che aiutano la crescita, individuale e collettiva, e la nascita di una cultura del dialogo. Porcari è stata la sede di alcuni eventi di anteprima con ‘Aspettando il Lucca Teatro Festival’, una manifestazione nella manifestazione che ha ospitato personaggi come il comico Antonio Cornacchione. E poi tanta fantasia. Tanti spettacoli che, attraverso un linguaggio accessibile ma tutto teatrale, hanno saputo veicolare messaggi, idee e tanti sogni. Proprio di questo si parlava, ad esempio, in Sogni in scatola, suggestiva performance, realizzata e prodotta da Matteo Mazzei ed Elena Fresch, ambientata in una scena invasa da scatole di cartone e montagne di imballaggi, simboli di un mondo in cui al consumo corrisponde la pratica dell’usa e getta. Tutto per i due protagonisti è titanico, esagerato, fuori misura, come spesso il mondo appare agli occhi di un bambino. Niente può fermare la loro immaginazione e il loro divertimento, difendendosi con il gioco e con l’espressione della fantasia più sfrenata dall’avanzata inarrestabile degli scarti. Ogni trasformazione avviene usando tecniche di manipolazione, di mano a mano e clownerie, e con esse i due piccoli e buffi personaggi hanno dato forma a realtà sorprendenti, trasportando il pubblico in un viaggio surreale e magico. E poi un evergreen con La Bella e la Bestia, in una rivisitazione di Marco Zoppello interpre-

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2 foto Lorenzo Breschi

tata da Sara Allevi, Giulio Canestrelli e Matteo Pozzobon. Tante novità dunque ma anche tanti graditi ritorni. È il caso dei Flexus, già ospiti alla terza edizione del Lucca Teatro Festival, che hanno presentato la seconda ‘puntata’ di La storia del Rock proponendo un itinerario musicale raccontato e suonato interamente dal vivo. I cambiamenti musicali, tecnici, culturali e storico-sociali del rock dagli anni Settanta-Ottanta. Il rock che rinasce e rivendica le proprie radici musicali, diventando ancora più aggressivo: Led Zeppelin, Deep Purple e poi il glam rock di David Bowie e dei Queen fino al punk dei Sex Pistols e dei Clash, capaci di esprimere il malcontento di un’intera generazione di giovani ragazzi inglesi. Un percorso proseguito con i ruggenti anni Ottanta dei Police, U2 fino alla generazione MTV. Tutto molto suggestivo con canzoni eseguite all’interno dello spettacolo strettamente collegate alle importanti rivoluzioni dal punto di vista dello stile musicale, ma anche dei testi, del contesto socioculturale, della moda e delle possibilità tecniche del periodo, senza tralasciare aneddoti e curiosità, per condurre lo spettatore in un viaggio teatrale ma soprattutto emozionale. Molte anche le occasioni di dibattito e di aggiornamento su tematiche di grande attualità. È certo il caso di Dislessia un’opportunità di parlare dei disturbi dell’apprendimento, con particolare riferimento alla dislessia, in un’ottica di sensibilizzazione e di diffusione di buone pratiche. Inusuale l’approccio proposto, votato ad un’analisi del ‘versante positivo’ di queste situazioni, punto di partenza per strutturare percorsi non convenzionali di crescita non solo culturale, ma anche personale.

foto Lorenzo Breschi

NUVOLE E SOGNI PER LUCCA TEATRO FESTIVAL

Sono solo pochi esempi, ma significativi, che riescono a raccontare come attraverso storie semplici si riesca ad arrivare diretti alle emozioni, alla fantasia delle persone, grazie a quel potere evocativo che solo il teatro, con la sua immediatezza, con il suo rapporto privilegiato attore-pubblico, riesce a sviluppare. A.S. 3

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«Suonala ancora Sam» Altra edizione di successo per Lucca Film Festival e Europa Cinema

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n manipolo di persone, determinate e animate da un grande amore per il cinema. Questo è il segreto di Lucca Film Festival e Europa Cinema che ha festeggiato la sua quattordicesima edizione con una programmazione di altissimo livello. Già, perché la rassegna ha la grande particolarità di essere nata e cresciuta grazie all’impegno di persone di Lucca e del suo territorio e con risorse, in primis quelle stanziate dalla Fondazione Cassa di Risparmio, anch’esse provenienti dall’area lucchese. Perché sebbene il Festival rappresenti una realtà che sem-

Tra gli ospiti Martin Freeman, Anton Corbijn, Stephen Frears e Laura Morante

pre di più guarda al panorama internazionale, portando il Mondo a Lucca e Lucca nel Mondo, le sue radici sono ben piantate nel suolo della Lucchesia e della Versilia. Un percorso che inorgoglisce, pensando alla manifestazione nata come una piccola avventura e cresciuta grazie alla determinazione di tanti giovani che hanno saputo crearsi una credibilità anche ben al di fuori dei confini provinciali. Quattordicesima edizione dicevamo. Parole d’ordine star system, trasversalità, approfondimento, storia del cinema. Star system perché quando in una romantica città della Toscana sbarca il protagonista di alcuni dei più fortunati blockbuster del cinema recente si srotolano automaticamente i red carpet.

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«SUONALA ANCORA SAM». ALTRA EDIZIONE DI SUCCESSO PER LUCCA FILM FESTIVAL E EUROPA CINEMA

Martin Freeman è un attore inglese bravo, preparato e amatissimo anche dai giovani appassionati di cinema fantasy e di fantascienza. Protagonista assoluto della saga Lo Hobbit (spin off del Signore degli Anelli), acclamato interprete del moderno Watson nella seguitissima serie TV Sherlock, Freeman ha presentato in anteprima il suo ultimo Ghost Stories, raffinatissimo horror movie in stile puramente britannico in cui le tematiche del soprannaturale sono affrontate in maniera intelligente e non scontata, nella migliore tradizione del cinema inglese di genere. Bagno di folla per questo attore che ha passato il testimone ad un regista di culto per gli amanti della musica rock-alternative degli anni Novanta: Anton Corbijn è infatti dietro la cinepresa dei videoclip più iconici delle ultime tre decadi. Depeche Mode, Radiohead, Joy Division, U2, Red Hot Chili Peppers, solo per citare alcune delle band che hanno colpito il nostro immaginario, con la musica certo, ma aiutati dal potere comunicativo dell’immagine, che nella cosiddetta generazione MTV vede-

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va una simbiosi inscindibile tra canzone e videoclip. Corbijn si è aperto col pubblico in una masterclass veramente illuminante, in cui è stato possibile scoprire il mondo, tutto fatto di pellicole e istantanee, di un fotografo prestato alla macchina da presa. Maturato dunque nel culto dell’immagine e convinto che questa accresca le proprie possibilità qualora combinata con la musica, laddove l’immagine stessa diventa quasi preponderante e determina il successo di una canzone a prescindere dal suo valore intrinseco. È stata dunque la volta di Rupert Everett. Attore legatissimo all’Italia, dove agli esordi interpretò uno dei suoi primi film. A Lucca Everett ha presentato il suo ultimo lavoro dove svolge il duplice ruolo di regista e di attore protagonista, con una magistrale interpretazione del mostro sacro della cultura british, Oscar Wilde. La proiezione di Il Principe felice è stata indubbiamente uno dei momenti più alti della manifestazione, grazie alla profondità delle pellicola e alla grande disponibilità del-

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foto LFF

1. Cinema d’arte. Dietro le quinte delle produzioni artistiche di Sky, Lucca, Mezzanino della Fondazione Ragghianti 2. Luchino Visconti. Alla ricerca del tempo perduto. Storia di un film mai realizzato, Lucca, Palazzo Ducale 3. Red carpet per Martin Freeman 4. Anton Corbijn con i fan

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3 foto LFF

l’attore, generoso con il pubblico e con i fan. Anche l’ospite probabilmente più atteso è arrivato dalla profonda Inghilterra – Leicester per l’esattezza – per tenere delle vere proprie lezioni di cinema e non solo. Stephen Frears è regista dai mille volti, forse tra i più bravi a raccontare la mentalità britannica, spesso sospesa tra necessità di tradizione e voglia di modernità. L’Inghilterra delle piccole manie, di perbenismi malcelati, ma anche l’Inghilterra dei grandi avvenimenti che ne hanno segnato storia e mentalità. Una filmografia che dunque dal delizioso Tamara Drew. Tradimenti all’inglese arriva sino ai tormenti più intimi di Elisabetta II nel celebratissimo The Queen. Poi i riusciti adattamenti da best seller della letteratura contemporanea, come il freschissimo Alta Fedeltà, felice restituzione filmica dell’omonimo successo di Nick Hornby, piaciuto moltissimo anche ai suoi più irriducibili ed esigenti lettori. Con Frears si è parlato molto di cinema, ma anche del ruolo del cinema nella contemporaneità, nel contesto geopolitico a dir poco complesso dei nostri giorni, che vive di grandi sommovimenti politici ma anche di grandi tragedie umanitarie quotidiane. Ma il Festival ha parlato – e tanto – anche al femminile. In apertura e in chiusura due personaggi a dir poco carismatici. Il primo incontro della rassegna infatti ha visto protagonista Sabina Guzzanti: attrice, comica, regista, opinionista e molto altro ancora, ma anche personaggio talvolta discusso e icona provocatoria degli anni a cavallo tra i due secoli. Con lei infatti si è parlato molto anche di comunicazione, di veicolazione dei messaggi, del mondo della TV e del Cinema moderno ricco di rischi ma anche di opportunità. Chiusura in bellezza con la solare Laura Morante, una delle più versatili attrici italiane, capace di passare da ruoli drammatici a commedie leggere con una naturalezza che le ha fatto meritare il ruolo di icona internazionale del nostro cinema degli ultimi vent’anni. «Ho avuto tanti maestri, da Moretti a Monicelli e chiaramente Bertolucci», ha dichiarato l’artista, originaria della zona dell’Amiata, che ha ri-

foto LFF

«SUONALA ANCORA SAM». ALTRA EDIZIONE DI SUCCESSO PER LUCCA FILM FESTIVAL E EUROPA CINEMA

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foto LFF

5. Rupert Everett 6. Laura Morante

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cordato, tra i molti aneddoti, l’esperienza dura ed emozionate vissuta interpretando la scena del funerale nel film La stanza del figlio di Nanni Moretti «che ci chiese di non piangere ma di vivere quella scena con austerità e severità». Una conversazione a tutto tondo, anche sullo stato di salute del cinema italiano e che si è conclusa con l’annuncio di un libro scritto dall’attrice, dal titolo Brividi immorali, «racconti con vari personaggi spesso umoristici». Ma non finisce qui. Tutta al femminile anche la tavola rotonda che si è svolta nell’Auditorium San Micheletto, che ha visto protagoniste Concita De Gregorio, Martha De Laurentiis, Paola Ferrari De Benedetti, Cinzia TH Torrini, Laura Mancuso e Stefania Ippoliti. Giornaliste, filosofe, registe e altro ancora riunite dalla giornalista Silvia Bizio per un incontro dal titolo Donne che oltrepassano barriere, in cui in una discussione tra letteratura, cinema e realtà sociale sono stati affrontate tematiche ‘calde’ della nostra attualità.

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Questo solo una panoramica ‘flash’ sulle principali attività del Festival, che ha vissuto anche di tante altri happening in grado di coinvolgere la città sotto diverse forme; come l’ormai tradizionale festa di chiusura con Effetto Cinema Notte. Una sorta di carnevale cinefilo che ormai da anni colora le vie del centro storico con un coinvolgimento diretto anche degli esercenti, con un logico e positivo indotto per le attività commerciali. Già, perché la rassegna è tutto questo: manifestazione culturale che ha collocato Lucca sulla carta geografica del mondo del cinema, ma anche un’importante occasione di sviluppo e crescita economica per il territorio, come dimostrano i tanti prestigiosi sponsor che ogni anno contribuiscono assieme alla Fondazione alla realizzazione di un festival sempre più internazionale e brillante… senza mai dimenticare le solide radici su cui si basa. A.S.

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i concorsi foto LFF

7. Il regista Stephen Frears in visita alla Casa natale di Giacomo Puccini 8. Incontro con Stephen Frears

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È il brasiliano Cannibal Club di Guto Parente il film vincitore del Concorso Internazionale dei lungometraggi del Lucca Film Festival e Europa Cinema 2018. La giuria, composta dai registi Daniele Gaglianone, Irene Dioniso e Paola Randi, ha voluto premiare la pellicola «per la feroce ironia – si legge nelle motivazioni della giuria – con la quale racconta la violenza del potere utilizzando il genere horror come chiave di lettura della realtà». I protagonisti del film sono una coppia molto ricca che organizza fastose cene sul proprio yatch in cui offre ai propri ospiti carne umana: una metafora horror che affronta da un punto di vista inedito la situazione politica del Brasile. Il riconoscimento della giuria studentesca – composta da studenti provenienti da tutte le università d’Italia – è andato invece al lungometraggio Gutland (Germania, 2017) di Govinda Van Maele, noir rurale ambientato in un piccolo paesino della campagna tedesca, d’improvviso sconvolto dall’arrivo di uno sconosciuto che farà emergere segreti nascosti nel passato. Verdetto unanime invece per la giuria studentesca e per quella di qualità, composta dal regista Luca Ferri, la visual artist e disegnatrice Laurina Paperina e Astra Zoldnere, regista e curatrice del 2Annas Riga International Film Festival. Verdetto unanime per il Premio al Miglior Cortometraggio, selezionato anche dalla Giuria studentesca, andato allo spagnolo Hoissuru (Spagna, 2017) di Armand Rovira. «Un film in bianco e nero meravigliosamente realizzato, che unisce musica, poesia, dramma e misticismo. Un film che coniuga perfettamente da un lato il racconto del mondo dell’arte contemporanea, e dall’altro il ricordo di grandi maestri del cinema come Bergman e Chris Marker. Mostrandoci una visione personale e decisamente indipendente Arman Rovira porta lo spettatore in un’altra dimensione».

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Anno dopo anno Lucca è sempre più classica

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e prime note di Lucca Classica Music Festival sono ‘uscite’ dal violoncello di Silvia Chiesa, in un simbolico passaggio di testimone con la terza edizione, che si era conclusa con i 100 violoncelli di Giovanni Sollima e Enrico Melozzi. Dopo, una quattro-giorni di emozioni, bellezza e tanta musica di qualità: gli ingredienti che in soli quattro anni hanno consacrato la rassegna come nuovo evento di riferimento nel panorama italiano. Ancora un successo per una manifestazione che, promossa da Associazione Musicale Lucchese, Teatro del Giglio e Fondazione

Edizione spettacolare con Uto Ughi, Eleonora Abbagnato e Beatrice Venezi

Cassa di Risparmio di Lucca, ha animato le giornate e le serate di Lucca con oltre novanta appuntamenti, con un’attesa che anche quest’anno si è confermata grande e febbrile. Tanto che, ormai piacevole consuetudine, anche in questa edizione sono state proposte alcune anteprime in grado di creare giusta attesa per l’evento: e poi tanta musica, protagonista nei palazzi, nelle piazze, nelle chiese e ancora negli auditorium e nei musei della città. Musica sì, ma anche parole. Tante parole spese in nome della musica stessa e oltre, con artisti, ma anche scienziati, musicologi, attori e uomini di cultura.

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foto Alcide

1. Betrice Venezi dirige a Palazzo Ducale 2. Il coro della scuola primaria ‘C. Sardi’ di Sant’Alessio al Teatro del Giglio 3. Uto Ughi durante il concerto in San Francesco

Tutto su un grande palcoscenico diffuso, ruolo che ormai la città di Lucca vive come naturale e assolutamente sostenibile. LE ANTEPRIME

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Quattro gli appuntamenti. All’Auditorium Istituto Superiore di Studi Musicali «L. Boccherini» spazio ai giovani con i vincitori delle borse di studio offerte all’istituto dall’Associazione Musicale Lucchese in memoria di Carol Mac Andrew, primo presidente dell’associazione, con un concerto fresco e ricco di contenuti tecnici interessanti. Poi la musica in tour e un tour nella musica: «Segui il quartetto!» è una visita guidata alla scoperta dei luoghi della musica e dei musicisti della città, accompagnata da esibizioni musicali itineranti che hanno visto protagonisti ancora una volta i giovani, in particolare gli allievi dell’istituto. Ma il tour non si è fermato a Lucca perché nel terzo appuntamento di anteprima Lucca Classica si è ‘spostata’ al Museo Pucciniano di Celle dei Puccini, con un’altra visita guidata a cura dell’Associazione Lucchesi nel Mondo, arricchita dal concerto della flautista Agnese Manfredini. Chiusura delle anteprime nuovamente all’Istituto Boccherini con una ‘caccia al manoscritto’, o meglio una presentazione dei manoscritti di Luigi Boccherini, Alfredo Catalani e Giacomo Puccini contenuti nella biblioteca dell’Istituto, veri tesori che testimoniano il legame di questi grandi compositori con la città. IL FESTIVAL

La prima giornata, come accennavamo, è iniziata nel segno del violoncello di Silvia Chiesa, accompagnata da Maurizio Baglini, che col suo pianoforte vanta oltre duecento esibizioni al fianco della ‘cellista’ italiana. Una personalità carismatica quella di Silvia, tra le più apprezzate interpreti italiane, dotata di una cifra stilistica molto personale che combina passionalità raffinata a un repertorio vario e ricco di scelte inusuali. Come dimostrato anche nella sua esibizione lucchese è il repertorio solistico del Novecento italiano il suo ambito di riferimento, che ha contribuito in prima per2

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ANNO DOPO ANNO LUCCA È SEMPRE PIÙ CLASSICA

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sona a rilanciare con le sue tante apparizioni sulla scena internazionale, spesso caratterizzate da composizioni che maestri come Azio Corghi e Matteo D’Amico hanno realizzato appositamente per lei. Più di 20 appuntamenti hanno animato la giornata di venerdì 4 maggio, tra i quali spiccano le performance dei violoncelli della classe di Enrico Bronzi al Mozarteum di Salisburgo, e la prova aperta con Beatrice Venezi e Giovanni Bietti. Personaggio assolutamente magnetico la Venezi, giovanissima direttrice d’orchestra di 28 anni, votata al progresso ma con le radici ben

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piantate nella consapevolezza della tradizione, come confermava lei stessa in un’intervista di poco tempo fa a «Vanity Fair»: «Innovare per me significa recuperare quello spirito originale della materia che è andato perduto nel processo evolutivo, tornare al materico sottratto al pensiero speculativo così tipico dei giorni nostri, in cui l’oggetto integro torni a essere in primo piano nella sua originalità: la purezza della lingua, l’integrità della materia antica, l’arte sottratta alla teoresi. Ritorno non significa involuzione, bensì riappropriarsi di un’enorme ricchezza, unico vero ponte innogetico verso il futuro. Io personalmente credo

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4-5. Lucca Classica Brass Band in concerto nel loggiato di Palazzo Pretorio 6. I violoncellisti della classe di Enrico Bronzi al Mozarteum di Salisburgo suonano nella sacrestia della cattedrale 7. Alessandra Aitini (flauto), Lorenzo Lombardo (viola) e Dora Scapolatempore (arpa) in San Micheletto 8. Il Laboratorio Orchestrale Lucchese ‘Fratel Arturo Paoli’ si esibisce in San Cristoforo 9. Eleonora Abbagnato e Luigi Bonino al Teatro del Giglio

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ANNO DOPO ANNO LUCCA È SEMPRE PIÙ CLASSICA

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che la tradizione sia l’unico vero motore verso l’innovazione. Noi siamo figli di una grande tradizione». Nicola Campogrande ha poi proposto al Teatro del Giglio il suo «concerto per pubblico e orchestra», seguito all’auditorium dell’ISSM «Boccherini» dal sorprendente «concerto al buio». Qui le melodie di Bach sono state combinate con sensazioni nuove e mai provate, grazie alla sperimentazione di condizioni di ascolto ‘particolari’, con la sala completamente buia e il pubblico totalmente immerso nella musica e nelle armonie del violoncello di Enrico Bronzi. Non solo musica. Nella giornata del 5 maggio anche la scienza ha reclamato il suo palcoscenico con un insolito workshop alla scoperta delle onde gravitazionali sulle note della Sonata n. 1 per violino di J.S. Bach, gioco coreografico a cura di Margherita Cappelletto del CNR di Pisa che ha visto il pubblico interprete in scena grazie alle coreografie di Evelin Facchini e al violino di Tommaso Bruno. E poi ancora anteprime mondiali con inediti di Giacomo Puccini e di Gioachino Rossini, la cerimonia di consegna del Premio Lucca Classica 2018, assegnato a Brunello Cucinelli, l’imprenditore umbro, «re del cachemire» e moderno mecenate, e l’atteso ritorno al Festival del pianista Pietro De Maria. Sabato sera d’eccezione con il violino ‘magico’ del maestro Uto Ughi, artista da sempre impegnato nella divulgazione della cultura musicale, che ha presentato il suo ultimo lavoro discografico, accompagnato al pianoforte da Andrea Bacchetti, nella bellissima cornice del San Francesco con musiche di Mozart, Čajkovskij, Saint-Saëns e De Sarasate. La domenica gran finale con la stella, o meglio l’étoile, Eleonora Abbagnato, che ha incontrato il pubblico del Teatro del Giglio per parlare della sua straordinaria esperienza di vita, arte e professionalità. Quindi chiusura con l’anteprima di Lucca Bass Europe 2018, la manifestazione che si svolgerà a Lucca il prossimo agosto. Protagonisti i celebri Solisti Veneti diretti da Claudio 9

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Scimone, insieme a Alberto Bocini e Gabriele Ragghianti e infine tutti al Teatro del Giglio, per il galà di danza che ha visto la stessa Abbagnato esibirsi con il Corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma. Un grande successo di pubblico ha consacrato ulteriormente la manifestazione che ha coinvolto la città a trecentosessanta gradi, uscendo nelle piazze, proponendo eventi aperti, sempre senza dimenticare nessuno. Come sempre infatti Lucca Classica ha dedicato una specifica programmazione ai bam-

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bini e alle famiglie, in collaborazione con la Fondazione Giacomo Puccini e il Centro studi Luigi Boccherini e attraverso una speciale edizione del Gianni Schicchi a cura del Teatro del Giglio. Nessuno escluso, tutti inclusi. Il festival infatti è nato con una naturale vocazione alla condivisone del progetto, alla ricerca di sinergie convergenti. Istituzioni, associazioni, appassionati e addetti ai lavori lavorano insieme per regalare a Lucca un happening che sta sempre più connotando la sua stagione primaverile.

Un evento che pone le basi nelle genuine radici di un territorio che ha la musica, quella di qualità, nel suo più intimo DNA, ma che, attraverso rivisitazioni, spirito innovativo e ricerca del nuovo, riesce a rinfrescare la sua immagine mantenendola sempre attuale e aggiornata. Infatti, riecheggiando i claim degli scorsi anni, Classica è ‘vita’, Classica è ‘oltre’, ma soprattutto Classica è Lucca! A.S.

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Antiche Camelie della Lucchesia: tra passato presente e… futuro

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iunta alla soglia della trentesima edizione Antiche Camelie della Lucchesia è una manifestazione che riesce a unire un vasto territorio, sotto un unico tratto storico, culturale, ambientale e botanico di respiro internazionale: il grande patrimonio delle dimore gentilizie della Repubblica di Lucca, con i parchi di delizia, le chiuse delle ville circondate da ordinate coltivazioni che suggestionarono i viaggiatori del Gran Tour. Nacque così la passione per l’orticoltura e per il collezionismo botanico che trasformò i parchi di quelle ville in altrettanti laboratori di selezione e acclimatazione per piante che giungevano da lontano e che potevano, non solo abbellire aiuole e il paesaggio ma anche offrire nuove materie prime e nuovi prodotti alimentari. Il ‘grande giardino diffuso’ definito anticamente ‘Sei Miglia’ è oggi rappresentato in gran parte dal territorio di Capannori, che si estende dalle verdi pendici delle Pizzorne fino a quelle altrettanto ordinate e lussureggianti dei Monti Pisani e del Monte Serra dove si trovano Pieve di Compito e Sant’Andrea di Compito, il ‘Borgo delle camelie’. In questo territorio collinare fertile e ricco di acque e di sorgenti le camelie, un genere di arbusti originari di Cina, Corea e Giappone, ha trovato una seconda patria già dalla prima metà del secolo XIX arrivando, grazie al paziente lavoro di selezione dei collezionisti locali, a costituire una vera e propria stirpe di cultivar storiche lucchesi dai fiori spettacolari, che ancora oggi riempiono, con esemplari monumentali, i giardini ombrosi delle residenze più belle del territorio.

DALLE ‘INDIE’ ALL’EUROPA

La Camellia japonica non è una semplice pianta ornamentale ma porta dietro sé l’epopea di un periodo di scoperte ed esplorazioni nel lontano e impenetrabile Oriente e coinvolse nella sua lunga avventura, commercianti, cacciatori di piante, botanici, aristocratici e infaticabili giardinieri. Fu vista e descritta per gli occidentali per la prima volta in Giappone nel 1689 da Andreas

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La storica mostra arriva al traguardo della XXIX edizione

Cleyer, un medico e naturalista tedesco a servizio della Compagnia olandese delle Indie. Esemplari essiccati di tre specie differenti di camelie raggiunsero Londra nel 1700 spediti dall’isola di Chusan dal medico della Compagnia britannica delle indie orientali James Cunningam. Ma l’arrivo di piante vive, o più probabilmente di semi, trasportati via nave attraverso gli oceani fu determinato, secondo la leggenda, dal morboso interesse degli Inglesi verso la camelia da tè, ossia la Camellia sinensis. La preziosa bevanda che aveva conquistato gli europei era infatti ottenuta con i giovani germogli di questa specie ed era monopolio esclusivo costudito con grande attenzione dal Celeste impero. Desiderosi di sperimentare la coltivazione del tè nelle loro colonie e di rendersi autonomi in produzione e commercio, gli Inglesi chiesero semi e piantine, ma secondo la leggenda, sarebbero stati consegnati loro semi e esemplari della Camelia japonica, inservibile per fare il tè ma sorprendentemente generosa nel produrre grandi fiori, rossi, rosa, bianchi o screziati che sicuramente lenirono l’inganno subito. Tornando dalla leggenda nella storia, il primo europeo a coltivare una Camellia japonica dai fiori vistosamente rossi e semidoppi fu Lord Robert James Petre VIII barone di Writtle nella serra di Thorndon Hall, in Essex, poco dopo il 1740. Da semi e talee di questa prima pianta le camelie giunsero nel vivaio di Londra di James Gordon, giardiniere di Lord Writtle a Thorndon Hall. Altre piante germinate da semi giunsero probabilmente nell’Europa del XVIII secolo ma non furono purtroppo altrettanto documentate. La prima Camellia japonica arrivò ufficialmente in Italia nella Reggia di Caserta intorno al 1760, proprio dai vivai britannici; questa pianta ancora vivente dai fiori semplici e rosa intenso è chiamata ‘Celebratissima’ o ‘Maria Carolina’, in onore della regina di Napoli e di Sicilia, ed è una delle attrazioni botaniche più famose del Giardino inglese della grande residenza reale campana.

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DALL’INGHILTERRA A LUCCA

Resta da capire come e quando arrivarono le camelie a Lucca. La prima camelia segnalata dai documenti in Toscana è quella posseduta dal conte fiorentino Leopoldo Galli nel 1794. Il silenzio dei documenti è rotto da Elisa Bonaparte Baciocchi, divenuta nell’estate del 1805 Principessa di Lucca e Piombino: la nuova sovrana dopo aver acquistato la villa di Marlia dalla famiglia Orsetti, assunto un giardiniere scozzese fatto venire direttamente da Parigi, dette disposizioni per trasformare l’antico giardino barocco in un parco all’inglese di paesaggio dotato di ogni tipo di rarità botanica. Per realizzare un progetto tanto ambizioso sarebbero serviti anni, in Italia non esistevano ancora vivai commerciali e quelli più ricchi e forniti in questo senso erano quelli dei ‘perfidi’ nemici britannici. Non solo non sarebbe stato opportuno per la sorella di imperiale acquistare piante inglesi, ma il Blocco continentale, istituito da Napoleone dal 1806, chiudeva fuori anche il commercio delle piante rare. Ma Elisa trovò velocemente la soluzione: si rivolse al fratello Giuseppe re di Napoli per farsi mandare centinaia di piante dai vivai della Reggia di Caserta che erano i più ricchi e famosi della penisola ed erano stati rimpinguati dagli Inglesi di essenze e piante rare nell’ultimo scorcio del Settecento. Nella primavera del 1808 le piante furono scelte, inserite in casse, caricate su un bastimento nel porto di Napoli e inviate a Livorno. Poi con carri furono trasportate fino a Marlia. Fra queste c’era la rara Camellia japonica, che era forse un esemplare nato da seme o da talea, o una tipologia derivata direttamente dalla ‘Maria Carolina’. Questa pianta fu senza dubbio la decana documentata del territorio lucchese. Riprodotta a sua volta sarà poi introdotta da Marlia nel nascente Orto Botanico di Lucca fondato nel 1820. Finiti i blocchi commerciali, l’arrivo di camelie proseguì poi con crescente intensità nei primi anni della Restaurazione con nuove cultivar dai fiori doppi, semidoppi, variegati o di differenti intensità di rosa, rosso e bianco.

Nel 1824 Gaetano Savi, direttore dell’Orto botanico di Pisa ne conosceva già circa 28 varietà che diceva tutte introdotte dagli inglesi. Egli stesso ne aveva collezionato un certo numero, ma la rarità di queste piante e la scarsa esperienza nella coltivazione consigliavano massima prudenza: le piante venivano ancora coltivate in vaso e ritirate nelle limonaie quando il freddo era troppo intenso. Ci si accorse presto però della buona resistenza al freddo di questi arbusti nel clima mediterraneo, tanto da iniziare presto ad impiantarle direttamente a terra. Nel 1835 lo stesso Savi poteva registrare gli ottimi successi di coltivazione e popolarità di questa pianta, ottenendo nuove cultivar dalla semina e notando che «si va la camelia progressivamente addomesticando al nostro clima» mentre i cataloghi dei vivaisti contavano un centinaio di nomi di selezioni. ANGELO BORRINI, ‘PADRE’ DELLE CAMELIE LUCCHESI

Era iniziata l’epoca d’oro della camelia italiana e Sant’Andrea di Compito, grazie alla presenza di un singolare collezionista, selezionatore e coltivatore, divenne uno dei punti di riferimento italiani più importanti. Angelo Borrini fu medico personale del duca di Lucca Carlo Ludovico di Borbone e viaggiò spesso nel suo seguito in Europa riportando indietro dal Belgio e dalla Germania semi di camelie che fece germinare e poi piantò nella chiusa della sua villa a Sant’Andrea di Compito. Borrini non si accontentò di fare crescere queste piante e di portarle a fioritura, selezionò quelle che avevano fiori più belli, iniziò a eseguire ibridazioni per ottenere caratteri migliorativi, si dilettò di innesti per rafforzare esemplari dalle radici poco vigorose, riuscì ad ottenere piante dal patrimonio genetico più ricco e dalle caratteristiche più appariscenti. Le selezioni più meritevoli ottennero nomi: Oscar dai grandi fiori doppi, bianchi macchiati di rosso e di rosa fu ottenuta nel 1835 e dedicata al figlio; nel 1837 ottenne un’altra camelia di un intenso colore rosso ciliegia con rade marmorizzazioni bianche che dedicò alla

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ANTICHE CAMELIE DELLA LUCCHESIA: TRA PASSATO PRESENTE E… FUTURO

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figlia Ida. In questi anni grazie a acquisti, semine, baratti il dottor Borrini mise assieme una notevole collezione contagiando con la sua passione anche gli altri proprietari di ville della zona, facendo nascere la fama del ‘Borgo delle camelie’. Queste piante bellissime divennero oggetto anche di furti e di gelosie fra coltivatori. È il caso della Stella di Compito, una varietà rosa chiaro doppia, ottenuta dall’appassionato fiorentino Cesare Franchetti con semi ricevuti in dono da Borrini. Riprodotta per talea, la nuova pianta per sbaglio finì in possesso di un altro collezionista lucchese che non aveva particolare simpatia per il medico-giardiniere a cui negò perfino una talea. Fu così che Borrini attese una notte ventosa per spedire a Lucca un suo collaboratore di fiducia, a bordo di una carrozza tirata da un cavallo dagli zoccoli fasciati, per non fare troppo rumore; così si fece portare alcune rametti che riuscì a far radicare rientrando in possesso della pianta. La fortuna di queste piante raggiunse l’apice con il Risorgimento italiano, quando per i colori di foglie e fiori la camelia divenne una metafora del tricolore italiano: fra i nomi altisonanti della nobiltà a cui erano spesso intitolate le nuove cultivar, comparvero anche riferimenti all’indipendenza nazionale come 22 Marzo dedicata alle Cinque giornate di Milano del 1848, Re d’Italia, Carbonara, Bella Romana, Roma Risorta, Vittorio Emanuele II e alla fine anche Garibaldi ebbe la ‘sua’ camelia. Il catalogo di vendita del collezionista e vivaista fiorentino Franchetti, stampato a Lucca nel 1855, contava più di quattrocento varietà differenti. Approdata agli onori delle arti, nella letteratura, nella poesia e nella musica, la camelia fu tuttavia sorpassata dalla moda per altre piante esotiche che nel Novecento ne determinarono la marginalizzazione nella cultura collettiva. Le secolari camelie lucchesi restarono però vive e prospere, custodite nelle chiuse delle antiche ville come un enorme tesoro segreto di biodiversità e di storia in attesa di essere riscoperte.

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1. Sant’Andrea di Compito 2. Coltivazione di te nell’antica chiusa Borrini

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mentali di camelie in fiore. La terza edizione vide la creazione di diversi itinerari e l’introduzione di mostre collaterali e manifestazioni artistiche di vario genere; l’esposizione dei fiori recisi delle cultivar assunse un’importanza maggiore e criteri di catalogazione scientifica. L’evento oltre a valorizzare l’intero sistema delle ville di Capannori e Lucca negli anni Novanta iniziò a realizzare importanti collaborazioni con altre associazioni internazionali incentrate sulla Camelia: quella di Nantes nel 1992, la Tea Exporters Association di Shizuoka nel 1997, quella del Giardino di Boboli (Firenze) nel 1998, quella di Saõ Miguel nel 2004 e quella del Castello di Pillnitz (Dresda) e Pontevedra nel 2005.

LA MOSTRA: ANTICHE CAMELIE DELLA LUCCHESIA

Nel 1989, sotto la spinta di alcuni soci, il Centro Culturale Compitese decise di organizzare un’esposizione dedicata alla camelia: era la prima edizione della mostra Antiche Camelie della Lucchesia, svoltasi nel mese di aprile per soli tre giorni all’interno di una piccola sala, dove erano raccolte alcune delle cultivar tipiche del Compitese. La manifestazione riscosse un tale successo che il Comune di Capannori aderì immediatamente; la manifestazione crebbe velocemente negli anni affermandosi sia a livello nazionale che internazionale. Già dalla seconda edizione, nel 1990, grazie alla collaborazione dell’Orto Botanico di Lucca, della ex Comunità Montana e delle amministrazioni di Capannori e Lucca, la mostra non prevedeva più soltanto l’esposizione delle cultivar, ma anche una serie di visite guidate ad alcune ville (tra cui la storica Villa Borrini) che ospitano nei loro giardini piante monu-

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Il vero salto di qualità è stato rappresentato nel 2002 dalla fondazione del Camelietum Compitese. Grazie all’impegno delle comunità di Sant’Andrea e di Pieve di Compito, di concerto con l’amministrazione comunale di Capannori in quell’anno è stato fondato un giardino pubblico di sole camelie. Il Comune acquistò così un terreno terrazzato abbandonato, che un tempo ospitava alcuni orti, attraversato da un corso d’acqua alimentato da sorgenti naturali di ottima qualità. Il Centro Culturale Compitese si è fatto poi carico della bonifica e della riqualificazione del terreno, ricostruendo i muri a secco crollati e iniziando a mettere a dimora esemplari di Camellia japonica provenienti da ville locali, toscane e italiane, con intento didattico e finalizzato alla conservazione delle specie e del germoplasma. Nei primi tre anni vennero messe a dimora circa 400 cultivar nella porzione del terreno terrazzato. Nel 2008 il Centro Culturale Compitese acquisì una collezione importante di camelie antiche mentre il Comune, con l’acquisto del bosco limitrofo, triplicò la superficie disponibile per la collezione. Il numero di piante ospitate supera oggi i mille esemplari. Oltre alla japonica nel giardino sono presenti altre specie come Camellia sasanqua, Camellia sinesis, Camellia rusticana, Camellia reticulata, Camellia fraterna, Camellia cuspidata oltre a ibridi interspecifici. Nel marzo del 2016

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ANTICHE CAMELIE DELLA LUCCHESIA: TRA PASSATO PRESENTE E… FUTURO

3. Camellia japonica «Marmorata» 4. Camellia japonica «Ida Borrini» foto Iacopo Lazzareschi Cervelli

al camelieto è stato riconosciuto il prestigioso titolo di International Camellia Garden of Excellence dalla International Camellia Society, un titolo che condivide con solo altri 39 giardini in tutto il mondo. L’EDIZIONE 2018

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La XXIX edizione di Antiche Camelie della Lucchesia si è svolta con grande successo di pubblico in quattro weekend successivi (10 e 11, 17 e 18, 24 e 25 marzo) e in quello di pasqua (31 marzo, 1 e 2 aprile 2018). La grande mostra scientifica del fiore reciso ha visto la partecipazione di delegazioni straniere, con le camelie del Castello di Pillnitz, del parco di Villa Reale e del Giardino di Boboli (Firenze). Numerosi gli eventi di anteprima realizzati a Lucca nei mesi di febbraio e marzo con la mostra Nostalgia di Giappone. ‘Temari’ antica forma d’arte popolare giapponese, a cura dell’associazione Iroha nella sede dei Lucchesi nel Mondo, a Porta San Pietro (poi trasferita a Sant’Andrea di Compito). A Villa Bottini si è svolta invece la 12esima edizione Mostra di pittura e disegno botanico, la quarta edizione della Mostra di pittura e arte contemporanea e il secondo Concorso pittoricoscultoreo riservato ai Licei d’arte della Toscana. Occasione particolare per la giornata internazionale della donna, festeggiata a Palazzo Pretorio con la distribuzione di camelie da parte dei Comuni di Capannori e Lucca. Infine sempre a Palazzo Pretorio, il 5 marzo si è tenuto il convegno dedicato a Pietro Porcinai e il paesaggio, a cura dell’Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti in collaborazione con l’Osservatorio locale del paesaggio lucchese, mentre al Museo Athena di Capannori è stata allestita la mostra Petali di devozione, i fiori nelle piccole immagini della devozione popolare a cura dell’Associazione «Il Ponte». Oltre alle visite nelle ville (Borrini, Orsi e Torregrossa), alla salita sulla antica torre di segnalazione medievale, al biglietto unico con Villa Reale, ai percorsi guidati nel Camelietum Compitese alla scoperta delle nuove collezioni e a quelli dedicati alle ricchezze naturalisti-

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6. Il Camelietum Compitese

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che e paesaggistiche della zona, il ‘Borgo delle camelie’ ha riservato come sempre grande attenzione alla Camellia sinensis, ossia la pianta del tè e alla grande tradizione orientale a cui è legata con un seminario dedicato al tè giapponese, la cerimonia del tè cinese e come novità la cerimonia del tè coreano. Sant’Andrea di Compito ospita infatti l’unica vera piantagione di tè in produzione esistente in Italia. Questa singolare coltivazione ha destato meraviglia in tutta Europa in quanto la pianta del tè è abbastanza delicata e i tentativi di acclimatarla in altre zone furono sempre complessi e costellati di fallimenti come seppe bene Robert Fortune, il botanico inglese

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spedito nel 1848 in Cina dalla Compagnia britannica delle indie orientali, alla stregua di un agente segreto, con il compito di carpire segreti di coltivazione e lavorazione, attrezzi, semi e talee delle preziosissime piante da tè. La piantagione di tè all’interno dell’antica chiusa Borrini è frutto dell’altrettanto avventuroso impegno, lungo di trent’anni, di Guido Cattolica, uno dei massimi conoscitori europei di camelie. Dopo il memorabile inverno del 1985 con temperature di –20° che misero in crisi perfino le coltivazioni di olivo, ci si accorse che in una aiuola dell’Orto botanico di Lucca era sopravvissuta senza problemi una vecchia pianta di tè. Con semi di quella pianta, che con-

servavano un patrimonio genetico molto rustico, negli anni Cattolica ha selezionato un ecotipo resistente al freddo con cui ha realizzato una coltivazione di circa 2500 piante nel cuore di Sant’Andrea di Compito: oggi con cinque raccolti all’anno, si produce un totale di 15-16 chili di tè di qualità, conosciuto e apprezzato dai massimi conoscitori della bevanda orientale che lo hanno paragonano alle migliori qualità indiane. Antiche Camelie della Lucchesia tornerà per l’edizione del trentennale nei weekend fra 16 e 31 marzo 2019 preceduta dalla seconda edizione della Mostra delle camelie autunnali sasanqua il 20 e 21 ottobre 2018 con il primo olio nuovo dei famosi frantoi del Compitese.

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«Il segno dell’avanguardia»: la grafica futurista in Fondazione Ragghianti

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e, in generale, la bibliografia sul Futurismo è una delle più ampie e il movimento fra i più indagati dalla critica, altresì vi sono ancora numerosi suoi aspetti che presentano tuttora ampi margini di studio. Fra questi vi è certamente la rivoluzionaria produzione grafica e tipografica futurista che, negli ultimi anni, ha visto numerosi interventi volti ad esplorarne il vasto mondo che, attraverso l’illustrazione e la ricca costellazione di riviste e pubblicazioni, davano voce al movimento anche nelle province più culturalmente isolate. Mancava però ancora, ad oggi, un’indagine completa, specifica e aggiornata sull’incisione futurista, limitata cioè alle sole opere grafiche stampate da una matrice eseguita dall’artista che escludesse quindi tutti i procedimenti fotomeccanici di cui si avvalevano molti artisti per decorare i volumi, depliant e manifesti. La mostra Il segno dell’avanguardia. I Futuristi e l’incisione, recentemente organizzata dalla Fondazione Ragghianti, si pone dunque come un importante nuovo punto di partenza per l’analisi di questo aspetto del movimento, soprattutto se si considera che – escludendo gli interventi monografici – l’ultimo studio più completo sull’argomento fu redatto nell’ormai lontano 1965 da Tullio Fait che censì però soltanto quattordici opere realizzate secondo i principi del Futurismo. Da quella data, grazie al crescente interesse per la grafica presso il pubblico fino ai cataloghi generali sui singoli artisti, sono emerse numerose opere incise dei protagonisti di quell’avventura che ha consentito ai due curatori, chi scrive e Giorgio Marini, una quasi completa ricognizione del fenomeno, fornendo così un ulteriore tassello alla comprensione di un movimento che, con la sua vigorosa polemica antiformalista, costituì la spina dorsale di molte avanguardie europee. Già ad una prima, nuova ricognizione il numero di opere incise realizzate secondo i precisi dettami della sintesi plastica futurista che possiamo riassumere nell’assunto di Boccioni – «L’interno e l’esterno appaiono in simultanea compene-

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Francesco Parisi

I Futuristi e l’incisione. Una mostra originale organizzata dalla Fondazione Ragghianti dal 23 febbraio al 15 aprile

trazione. Sintesi di colore e forma. Dinamismo – Soggetto – Stato d’animo-plastico» – non si è rivelato poi così esiguo, tanto da consentire una lettura dell’argomento ben più estesa. Nonostante alla ricerca siano corse in aiuto alcune recenti monografie, non si deve però dimenticare che lo studio della produzione grafica presenta ancora oggi problematiche di oggettiva difficoltà di ricerca a causa della minore eco espositiva della produzione incisa rispetto a quella pittorica e, non ultimo, il fatto che spesso le notizie sulle opere di incisione si concludevano nelle laconiche note dei cataloghi ufficiali nonostante l’ingente quantità di occasioni espositive, pubbliche e private, nazionali, internazionali o locali: non si contano i cataloghi in cui le opere grafiche sono stringatamente indicate come «due opere in bianco e nero» o simili, senza nessun’altra indicazione che possa essere d’aiuto ai ricercatori. Bisogna inoltre considerare che l’estetica modernista fu una sorta di metalinguaggio per la presenza, contrastante e complementare assieme, di una miriade di costellazioni comprese quelle che precedettero il Futurismo. Il movimento di Marinetti non si era costituito cioè esclusivamente con una convergenza attorno a precisi concetti, quanto piuttosto come una raccolta eterogenea di intenzioni. Trascorsa la prima fase eroica del movimento, fu quindi inevitabile che molti artisti si convertissero a ulteriori aggiornamenti di linguaggio così come avvenne ad esempio per Carlo Carrà, Anselmo Bucci, Romolo Romani, Mario Sironi, Ardengo Soffici, Aroldo Bonzagni, Leonardo Dudreville e Giorgio Morandi che coltivarono l’incisione sia, seppur episodicamente, secondo i prestabiliti canoni del Futurismo, sia secondo modelli di più stretta osservanza novecentista. È forse questo uno dei motivi che hanno portato la critica a liquidare questo aspetto del movimento con giudizi tanto lapidari quanto, spesso, ingenerosi: da Luigi Mallè che riteneva che «i membri del movimento non si dedicarono alle tecniche dell’incisione con penetrazione assoluta né con mestiere costante e disciplinato» a Luciana Tabarroni che non col-

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1. Leonardo Dudreville, Composizione, 1917, xilografia a colori 2. Nicola Galante, Sintesi di paese, 1915, xilografia 3. La mostra allestita alla Fondazione Ragghianti

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se «[…] in nessun artista, né in alcun foglio anche isolato o premonitore, nessun afflato di tempi nuovi […]». Delle tendenze più marcatamente futuriste, del resto, non si fece rappresentante neanche uno degli artisti-simbolo del Futurismo, Umberto Boccioni: se Lamberto Vitali nel suo fondamentale testo sull’incisione del Novecento ne aveva sottolineato la «personalità inconfondibile e generosa atta a cavar fuori tutto un carattere con acuta sensibilità», va però ricordato che lo fece basandosi sulle prove all’acquaforte di tutt’altro tenore realizzate dall’artista fra il 1907 e il 1910. E sono proprio le opere di artisti simbolisti come Max Klinger, Otto Greiner, ma anche Josef Uhl ad aprire la mostra di Lucca, sottolineandone così il ruolo di maestri e ispiratori di molti futuristi italiani, da Gino Severini, a Giacomo Balla, a Carlo Erba. Il passaggio dal simbolismo al prefuturismo è dunque rilevato dalla presenza di fogli importanti che, oltre a confermare il progressivo interesse nei confronti del Bianco e Nero iniziato nei primi decenni del novecento, evidenziano alcuni episodi di rilievo nell’ambito dello sviluppo del movimento. Esemplare, in questo senso, agli albori del Futurismo, la comune vicinanza e la rispettiva influenza di Luigi Russolo e Umberto Boccioni, a partire dalla vicenda di Profumo, soggetto che Russolo affronta sia in forma pittorica che in acquaforte della quale palmari rimandi si ritrovano nell’opera di Boccioni Testa femminile, a testimonianza di un rapporto di dare e avere tra i due artisti. E se il lavoro di Russolo come incisore si arresterà con i fogli Movimenti simultanei di una donna e la dispersa (?) Una e tre teste, più vari sono i rimandi che porteranno all’evoluzione delle acqueforti di Boccioni, che molto deve all’imagerie simbolista mitteleuropea studiata dall’artista a Roma e a Milano grazie alla diffusione delle riviste mitteleuropee. Nel gioco dei richiami e delle assonanze fra le voci appartenenti al Futurismo e al simbolismo si colloca, in una sostanziale omogeneità di tono al manifesto Contro Venezia Passatista

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«IL SEGNO DELL’AVANGUARDIA»: LA GRAFICA FUTURISTA IN FONDAZIONE RAGGHIANTI

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(27 aprile 1910) firmato da Marinetti, Boccioni, Carrà, Russolo, il volumetto di Alessandro Stella dal titolo La canzone sacra al colore e al dolore di Venezia (1905), illustrato dalle incisioni di Guido Balsamo Stella, figliastro dell’autore. La dimensione prettamente pittorica della prima affermazione del Futurismo è in parte alla base del progressivo disinteresse di alcuni artisti, fra cui appunto Boccioni e Russolo, per la pratica incisa. Il ‘complementarismo’ congenito dell’ipotesi tecnica della pittura futurista trova, infatti, nel colore il principale mezzo espressivo, come riportato nel manifesto tecnico dell’aprile del 1910: «le nostre sensazioni pittoriche non possono essere mormorate. Noi le facciamo cantare e urlare nelle nostre tele che squillano fanfare assordanti e trionfali». Ugualmente multiforme, quanto a motivi ispiratori, è la produzione incisa di molti altri artisti coinvolti nel movimento: gli esperimenti futuristi di Rosai, ad esempio, risalgono al 1912 con opere come Bottiglia+Zantuntun e Bar San Marco, ma alla mostra fiorentina organizzata due anni dopo da Ferrante Gonnelli l’artista espose due acqueforti di chiara impronta simbolista, La cattedrale e Notturno, due scorci caratterizzati da un senso d’incombenza e verticalità visionaria delle costruzioni che arieggiavano non solo l’ascendenza del suo maestro d’incisione Celestino Celestini, ma anche dell’inglese Edward Gordon Craig. Il primo vero tentativo di Ottone Rosai con l’incisione dalle caratteristiche grammaticalmente futuriste arriverà nel 1919 quando l’artista intagliò sul legno Mescita di vino e liquori. Oltre alla variegata ‘pattuglia’ di artisti che avevano tentato l’uso delle punte, delle sgorbie e degli acidi con scarsa dedizione e fugaci esperimenti, esaminando le centinaia di esposizioni organizzate dalle articolate compagini regionali del movimento si registra la presenza d’incisioni realizzate anche da artisti che per la grafica avevano avuto un interesse costante e non effimero come Lorenzo Viani, Enrico Prampolini, Nicola Galante e Roberto Marcello ‘Iras’ Baldessari. 3

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4. Roberto Iras Baldessari, Ballerina, 1919, acquaforte 5. Umberto Boccioni, Dinamismo di un corpo umano, 1913, litografia 6-7. La mostra allestita alla Fondazione Ragghianti

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Lorenzo Viani si definì addirittura, in un’occasione, «futurista recidivo specifico», per quanto all’ampio catalogo dell’opera incisa, manchino specifiche prove realizzate secondo gli assunti futuristi. Ardengo Soffici, che aveva esordito proprio come xilografo a Parigi nel 1903 intagliando fregi per la rivista «La Plume», dopo un’iniziale influenza di De Carolis era approdato a quella sintesi tutta futurista con le xilografie de L’Almanacco purgativo (1915), eseguite a sgorbiate veloci su legni di risulta già sperimentate con Piani e Linee di una donna che si pettina ‘dal vero’ (1912).

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Enrico Prampolini, le cui prime prove in xilografia furono pubblicate sulle pagine della rivista «L’Eroica», divenne nel volgere di pochi anni uno dei più innovativi incisori su legno d’avanguardia e direttore di uno dei più importanti organi del movimento futurista e dadaista, la rivista «Noi», su cui pubblicò decine di xilografie anche policrome. Lo stesso Prampolini organizzò nel 1920 presso la sua «Casa d’Arte Italiana» la mostra di un altro xilografo, Nicola Galante, che aderì alla galassia futurista e che a seguito dei contatti con Ardengo Soffici, aveva già pubblicato due xilo-

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grafie su «Lacerba» portando di fatto la xilografia in seno al Futurismo. Il successo della xilografia tra la compagine avanguardista era dovuta alle qualità intrinseche della stampa a rilievo che si risolveva attraverso la riduzione della forma a puro ‘metro grafico’, ma soprattutto per la più immediata vulnerazione della matrice ed una altrettanta agile modalità di stampa a mano. I Futuristi utilizzarono la xilografia mossi principalmente dalla ricerca di progressi formali e da un adeguamento alle mode internazionali: quest’indugio sull’intaglio su legno è necessario per individuare nella centripeta diffusione di questa tecnica l’effettivo binomio tra Futurismo e incisione, tanto che alla xilografia si dedicarono anche Lucio Venna, Primo Conti, Giorgio Carmelich, Osvaldo Bot, Sandro Biazzi, Julius Evola, Virgilio Marchi e Fortunato Depero. Al pari di ogni altro aspetto della creatività del movimento le indicazioni per una ‘grafica’ effettivamente futurista trovarono la loro enunciazione nel Manifesto dell’Aerosilografia (1940) firmato da Renato Di Bosso, in cui si teorizzava la sostituzione dei «noti e complicati arabeschi con masse plastiche portate a quel massimo di riassunto che si conclude fatalmente nella sintesi». Favorita anche dal felice connubio fra la pratica incisoria su legno e la tipografia, con il ricco proliferare di riviste regionali che aderivano al Futurismo e che ospitarono sulle proprie pagine le prove di moltissimi artisti e così ampiamente praticata da essere ritenuta una vera e propria epidemia come scrisse Cipriano Efisio Oppo in un celebre articolo, la xilografia trovò dunque nel Futurismo il modo di superare non solo i segni classici, ma anche gli istinti di derivazione naturalista. Le suggestioni derivate dalla pratica xilografica condotta in maniera violenta e apparentemente senza cura da artisti come Lorenzo Viani, Emilio Mantelli e in misura ridotta anche Arturo Martini, che aveva soppiantato pressoché definitivamente il «bel taglio» della scuola decarolisiana, non potevano passare inosservate tra le file dei Futuristi soprattutto dopo la feroce invettiva marinet-

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tiana proprio sull’estetica del libro dannunziano e quindi, di conseguenza, sulla xilografia ispirata ai canoni michelangioleschi di Adolfo De Carolis. Nonostante una più tradizionale formazione da calcografi numerosi artisti futuristi si avvicinarono al legno proprio negli anni del loro appoggio al movimento, da Leonardo Dudreville, la cui complessa xilografia policroma a cinque matrici Il bosco dei castagni, derivata dall’omonimo dipinto realizzato nel 1916, venne esposta alla Esposizione Nazionale di Brera di quell’anno, costituendo un elemento di scandalo nella rassegna, ma riuscendo significativamente ad attrarre l’elogio di Margherita Sarfatti (che la definì un «buonissimo studio di forme vegetali irradiate e trasfigurate nella luce»), a Gino Severini, che realizzò in linoleumgrafia alcuni intagli futuristi poi confluiti su riviste d’avanguardia come «Sic» e «XXe Siècle», fino ad Achille

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Lega, che distillò la propria personale visione della ribellione artistica attraverso il filtro di «Lacerba» e «Strapaese» eseguendo xilografie di gusto vianesco con contadini ricurvi, vecchie case e paesaggi stilizzati, eseguite nel biennio 1914-1915 e pubblicate sulla rivista «La Tempra». Allo stesso modo va però rilevato che assai spesso le prove all’incisione eseguite da molti artisti che aderirono al Futurismo si rivelano copie palmari di corrispettivi dipinti tradotti con l’ausilio della xilografia o dell’acquaforte: opere cioè realizzate a scopo di decorazione editoriale o per collaudare una tecnica più che per effettive necessità espressive o affinità con le tecniche incisorie. Non operando quindi con uno specifico ed autonomo linguaggio, ma mantenendo la stessa morfologia che costituiva la versione pittorica, l’opera perdeva necessariamente quella forza che il colore aveva restituito alle linee dinamiche o alle masse.

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8-10. La mostra allestita alla Fondazione Ragghianti

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Anche in ambito editoriale, se Arnaldo Ginna con la copertina in xilografia del suo saggio Pittura dell’avvenire aveva creato quell’accordo fra la stilizzazione di elementi grafici e concetti già intravisto da Soffici, è pur vero che molti artisti futuristi non colsero appieno queste potenzialità limitando così la portata rivoluzionaria di una tecnica che aveva accompagnato in parallelo gli sviluppi di molta pittura d’avanguardia europea. Appare comunque evidente, pur alla luce di certi circoscritti perimetri, come l’attenta analisi della produzione grafica riveli numerosi ed ulteriori spunti di riflessione e approfondimento, facce di un prisma che non si mostra più solamente multicolore e ‘pitturocentrico’, per usare una felice dizione di Enrico Crispolti, ma anche decisamente in bianco e nero. Una rivoluzione, quella attuata dall’incisione futurista, che è riuscita a trasformare i grafismi delle sensazioni in pure linee e masse.

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Fondazione Ragghianti: la riscoperta di un grande artista toscano del Novecento Paolo Bolpagni

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al 29 settembre 2017 al 7 gennaio 2018 la Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti ha presentato al pubblico una grande retrospettiva antologica su Mario Nigro, in occasione dell’anniversario del primo centenario del pittore, nato a Pistoia nel 1917 e scomparso a Livorno nel 1992. Curata da chi scrive insieme con Francesca Pola, responsabile scientifica dell’Archivio Mario Nigro, la mostra, intitolata Gli spazi del colore, è ora, in una ver-

«Mario Nigro: gli spazi del colore». Una mostra coraggiosa tra scelte originali e impegno civile

sione più ridotta per numero di opere esposte, alla Fondazione Ghisla Art Collection di Locarno, dove resterà allestita fino al 2 settembre. Il catalogo bilingue (in italiano e inglese), pubblicato dalle Edizioni Fondazione Ragghianti Studi sull’arte, è stato peraltro presentato con pieno successo al Museo del Novecento di Milano il 27 novembre 2017, con gli interventi di Danka Giacon, Tommaso Trini e Bruno Corà, oltre che dei due curatori. Insomma, con questa mostra la Fondazione Ragghianti ha decisamente varcato i propri confini, cominciando a perseguire una politica di prestigiose collaborazioni con importanti enti museali, anche in prospettiva internazionale. Mario Nigro. Gli spazi del colore è infatti la prima mostra che, partita dalla Fondazione

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Mario Nigro, Pittura: fuga, 1952, olio su tavola, 68 × 178 cm Mario Nigro, Vibrazioni modulari verdi e blù, 1964, tempera e collage su tela, 130 × 97 cm Mario Nigro, Agamennone, 1977, tempera su tela, 178 × 110 cm Mario Nigro, Il terremoto (dalla Tempesta), 1980, acrilico su tela, 200 × 228 cm

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Ragghianti, è poi approdata in un’altra qualificata sede espositiva. La scelta di dedicare un’ampia retrospettiva a questo grande artista toscano – dopo quelle organizzate dalla Peggy Guggenheim Collection di Venezia e dalle Kunstsammlungen di Chemnitz qualche anno fa – è nata dalla volontà di porre nella giusta prospettiva, con rigore storiografico e critico, l’opera di uno degli autentici protagonisti della pittura italiana e della sua rinascita a partire dall’immediato secondo dopoguerra, il quale seppe dar vita a un astrattismo fortemente personale, in cui coniugò struttura e colore, rigore e inventiva. Mario Nigro è una figura di spicco dell’arte italiana della seconda metà del XX secolo, capace di creare un universo d’immagini costantemente caratterizzate da una forte originalità e pregnanza, dense di contenuti e significati che rimandano a esperienze, idealità ed emozioni. In lui non c’era affatto quella ricerca di assolutezza, oggettività e rigore impersonale che si riscontra in molti esponenti dell’astrattismo. Lo capiamo, per esempio, dai titoli dei dipinti, che raramente in Nigro posseggono quella ‘neutralità’ tipica di altri suoi contemporanei concretisti, cinetici-programmati e Minimal, mentre non temono di alludere a contenuti psicologici, a esperienze umane e intime (la solitudine, l’incontro, l’amore), persino a personaggi mitologici, a paesaggi ed eventi naturali, cioè a riferimenti esterni ben individuati, pur senza intenzioni imitative né tanto meno figurali (salvo che in rari casi). Con una costante: l’impegno civile, la volontà di non separare mai la ricerca artistica dai problemi del mondo, dall’esserci in un determinato contesto geografico, temporale, sociale e politico. Tralasciando la fase giovanile e di formazione, contrassegnata dalle prime prove influenzate dalla tradizione post-macchiaiola livornese, la produzione di Mario Nigro può essere suddivisa in periodi e cicli: le libere sperimentazioni ed esplorazioni astrattiste del 1947-1949, la svolta geometrica delle griglie modulari del 1950-1951 (scaturita in buona misura dalla

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FONDAZIONE RAGGHIANTI: LA RISCOPERTA DI UN GRANDE ARTISTA TOSCANO DEL NOVECENTO

meditazione sull’ultimo Mondrian), il momento di passaggio rappresentato dalle Costruzioni, dalle Variazioni e da opere intrise di riferimenti musicali e ritmici (come Pittura: fuga del 1952), dove domina il tema della giustapposizione di elementi combinati obliquamente, fino all’approdo, nel 1952-1953, ai celebri Spazi totali, autentica conquista di un marchio di piena riconoscibilità, con le loro superfici reticolari intrecciantesi in differenti piani e inclinazioni. È una serie che prosegue fino alla seconda metà degli anni Sessanta, con qualche successiva sporadica propaggine, ma inframmezzata e interrotta, a partire dal 1956, da soluzioni ulteriori, come i dipinti ‘drammatici’ del 1956 (in cui le griglie si allargano, si stemperano, si intensificano cromaticamente, suggerendo situazioni di tensione e contrasto), la difficile fase di ripensamento compresa tra il 1956 e il 1959 (con un nucleo di opere, tra il gestuale e il materico, nelle quali si avverte, forse davvero per l’unica volta nel percorso di Nigro, l’influsso passeggero dell’Informale), le fini modulazioni dei ‘collage vibratili’ (dal 1961 al 1965) e, dal 1964, la conquista della tridimensionalità, con i primi lavori ‘componibili’ (Spazi totali assemblati in progressioni e variazioni ‘musicali’) e poi veri e propri interventi ambientali, come le 4 colonne prismatiche del 1966 e la Passeggiata ritmica del 1967-1968, presenti nella mostra alla Fondazione Ragghianti. Con queste ultime opere si è nel frattempo compiuto – sancito anche dalla partecipazione alla contrastata e contestata Biennale di Venezia del 1968 – il tragitto concettuale dallo Spazio totale al Tempo totale, che si traduce nei Tralicci a rombi progressivi, nelle Strutture fisse con licenza cromatica e in tutti quei lavori costruiti per iterazioni e variazioni minimali di sottili linee o aste colorate stese in senso obliquo su fondi piatti perlopiù bianchi (solo talvolta verdi, gialli, azzurri, violetti), secondo ritmi più o meno regolari, con procedimenti seriali e ‘narrazioni’ sequenziali: è ormai un nuovo Mario Nigro, che attribuisce a queste opere indifferentemente titoli descrittivo-formali, oppure implicanti rimandi di carattere politico,

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5. Mario Nigro al lavoro nel suo studio in viale Certosa a Milano, 1967, fotografia di Orazio Bacci 6. Mario Nigro, Variazioni alternate, 1971, tempera su tela, 100 × 100 cm 7. La mostra allestita alla Fondazione Ragghianti 8. La mostra allestita alla Fondazione Ragghianti 9. La mostra allestita alla Fondazione Ragghianti

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personale, psicologico, sentimentale, emozionale, mitico-archetipico, musicale, naturalistico e persino erotico. Questa stagione dura fino al 1980, ma, conformemente a quanto già osservato nella carriera dell’artista, è accompagnata, a cominciare da un certo punto, anche da altre esperienze: tra il 1976 e il 1977 il segno grafico si fa ancora più rarefatto ed essenziale, e nascono le ‘linee’: semplici rette che attraversano la composizione da parte a parte, in maniera verticale o più spesso obliqua (ma mai esattamente diagonale), dando vita a costruzioni ideali fondate sulla sezione aurea, senza soluzione di continuità, tendendo a un infinito spazio-temporale. Dal 1980 la retta si interrompe e si spezza, dapprima suddividendosi in due segmenti di diversa inclinazione, poi trasformandosi in una traiettoria zigzagante, che nel ciclo dei Terremoti (originato anche dalla forte impressione suscitata dal sisma in Irpinia) si fa drammatica e lacerante, oppure rievoca il fulmine della Tempesta di Giorgione, mentre altrove allude al percorso accidentato della storia. Si tratta comunque, pur sempre, di analisi della linea e di volontà comunicativa espressa tramite il segno e il colore. A partire dal 1982 assistiamo a una nuova evoluzione: càpita che la retta, tendente ormai all’orizzontalità, si arresti, e che quindi, entrando nel campo visivo invariabilmente da sinistra, finisca la sua corsa nella zona destra del dipinto, verso i tre quarti, come un fiume che si fermi e prosciughi nel deserto. Il riferimento è, in chiave figurativa, all’orizzonte, ovvero, in prospettiva psicologica, al tema della solitudine; in taluni casi, addirittura, la linea perde il proprio ordine geometrico e, cosa che di rado è accaduta nella carriera dell’artista, da dritta si fa increspata, come a seguire un profilo di dolci colline; fino a che, sempre più evanescente, smarrisce anche la sua continuità e, dal 1984, diventa un tratteggio costituito da punti, all’inizio piccoli e precisi, poi via via più spessi e irregolari. I tocchi verdi sfrangiati e imperfetti degli ultimi Orizzonti rappresentano una sorta di principio generatore della penultima fase della produ-

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foto Beatrice Speranza

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zione artistica di Nigro, che, dal 1987 al 1989, è inaspettatamente contrassegnata da cromie vigorose e stesure gestuali, che, sopra i fondi bianchi uniformi, strutturano prima ‘isole’ e poi ‘cadute’ di colore dense d’energia, per così dire ‘assemblate’ mediante pennellate forti e decise. Tale modo di costruire la composizione accomuna, pur con qualche distinzione, le tre serie realizzate in questi anni, ossia, in successione, le Orme, i Ritratti e i Dipinti satanici (ciclo di opere nato da un moto di ribellione verso l’oscurantismo fanatico e violento di cui era frutto la fatwa di Khomeyni contro Salman Rushdie, autore del romanzo The Satanic Verses), dove dominano i toni dei verdi, dei gialli, dei rossi e poi dei neri. Se questo periodo è da molti accostato a certi esiti del Neoespressionismo, l’ultima svolta del percorso di Mario Nigro, dal 1990 fino alla morte avvenuta nell’estate del 1992, riconquista una maggiore pacatezza, con le Meditazioni, con gli altri dipinti articolati per riquadri di colore tracciati a intervalli irregolari (una sorta di ritorno, in prospettiva ‘ribaltata’ e inversa, alla griglia di Mondrian) e con le Strutture, in cui i rettangoli sono formati da pennellate incrociate e da segni sempre più rarefatti. Mario Nigro è stato anche in rapporto con Carlo Ludovico Ragghianti, come testimoniato da tre lettere, una delle quali (del 2 ottobre 1955) conservata nell’archivio della Fondazione, mentre le altre due (del 15 dicembre 1966 e del 14 febbraio 1967) in possesso della famiglia Ragghianti, cui sono rimasti anche due superstiti acquerellini augurali spediti dall’artista al critico lucchese. La seconda missiva è particolarmente significativa, perché con essa Nigro risponde positivamente all’appello di Ragghianti a donare una propria opera per il Museo d’Arte Contemporanea che si sarebbe dovuto costituire a Firenze dopo l’alluvione del 4 novembre 1966, nonché alla richiesta di segnalare colleghi ritenuti validi ed idonei. Dal tono, oltre che dall’uso del ‘tu’, si evincono una certa confidenza e dimestichezza tra il pittore e lo studioso, come notato da Francesco Ragghianti.

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Traghettati nel Mare Nostrum con Photolux Festival Nadia Davini

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i siamo divertiti, per le settimane che lo hanno preceduto e per i giorni stessi della manifestazione, a definire Photolux la Cannes della fotografia. La biennale internazionale dedicata all’ottava arte – quella che ancora manca all’appello e alla consacrazione definitiva – è riuscita infatti a trasformare Lucca in una passerella di assoluto prestigio e di grande qualità, un po’ come Cannes per il cinema appunto, ambita da artisti, accompagnatori, ospiti d’onore e cura-

«Quel Paese, per me, è il Mediterraneo, che è sterminato patrimonio di culture e di visioni»

tori. Un salto in avanti che non è passato inosservato al grande pubblico, se è vero che nel 2017 la rassegna ha polverizzato i record registrati nel 2015, con un aumento del 10 per cento di presenze, per un totale di 8.500 biglietti e di oltre 12.500 visitatori. Il festival, quindi, conferma la sua vocazione e la sua missione: aprire le porte della città per mostrarne le bellezze, in una sorta di percorso museale che conduce il visitatore a scoprire esposizioni e fotografi e, al contempo, la cornice suggestiva che li ospita. Attraverso di loro, poi, Photolux scopre, analizza, indaga e interroga il pubblico sull’attualità e sul mondo che lo circonda. Per la Biennale del 2017 è stato il Mediterraneo al centro della scena, o per meglio dire

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TRAGHETTATI NEL MARE NOSTRUM CON PHOTOLUX FESTIVAL

1. © Ermanno Rea, Il bacio, Napoli 1955 2. © Albert Watson, Wall at the Medina, Marrakech, 1998

dell’obiettivo: tra migrazioni e tradizioni, straordinario e ordinario, la culla della civiltà è stata raccontata, letta, musicata e mostrata dai più diversi punti di vista. «Photolux – commenta il direttore artistico Enrico Stefanelli – ha cambiato passo. Abbiamo ingranato un’altra marcia, proponendo progetti unici e innovativi, come la mostra I-VMIGRAZIONI, transmediale e multimediale, in grado di essere vissuta anche dai portatori di disabilità. Inoltre, i riconoscimenti internazionali hanno raggiunto tutto un altro livello. Nel 2017, infatti, abbiamo ottenuto l’alto patrocinio del Parlamento Europeo, che certifica la dimensione internazionale del nostro Festival, visto come mezzo per comunicare lo spirito e l’idea di pace, convivenza, comprensione reciproca, solidarietà e accettazione che sono alla base del concetto stesso di Mediterraneo». La spinta internazionale di Photolux è già confermata anche per questo 2018. Il festival ha imparato con gli anni a farsi conoscere, e riconoscere, a livello internazionale, costruendosi, mostra dopo mostra, la reputazione di punto di riferimento italiano ed europeo. Si è cominciato lo scorso 20 marzo da Houston, con il FotoFest 2018, una delle biennali di fotografia più importanti degli Stati Uniti: il direttore artistico di Photolux, Enrico Stefanelli, infatti, è stato chiamato per svolgere alcune letture portfolio insieme ad altri grandi nomi della fotografia internazionale. Prossimi appuntamenti in Nuova Zelanda all’Auckland Festival of Photography e al Festival de la Luz, a Buenos Aires. Nel mezzo, ci sarà la tappa, imprescindibile, con Les Rencontres d’Arles, l’equivalente degli Oscar per la fotografia, con una grande novità: per la prima volta, infatti, Photolux entra a far parte del circuito ufficiale della manifestazione, con la mostra «Cadetti» di Paolo Verzone. «Il Mediterraneo è un immenso archivio e un profondo sepolcro». Ad affermarlo è stato Predrag Matvejevič, autore nel 1987 di Breviario mediterraneo, lavoro fondativo della

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© Liu Bolin, Memory Day, 2015 (courtesy Box Art Gallery, Verona) © Nick Hannes, Adana, Turkey © Burhan Ozbilici, An Assassination in Turkey, The Associated Press © Marie Hudelot, Camouflage Aux Plumes, Heritage

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storia culturale della regione del Mediterraneo, tradotto in oltre venti lingue. Le parole di Matvejevi risuonano, nella loro assoluta attualità, espresse da molte delle mostre e riecheggiate dagli appuntamenti di Photolux 2017. «Dedicare Photolux al Mediterraneo – ha detto il direttore Stefanelli – è stata una scelta dettata dall’attualità, dalla necessità di scoprire e comprendere ciò che sta succedendo. Il Mediterraneo è lo scenario nel quale negli ultimi anni si sta consumando l’emergenza umanitaria legata ai flussi migratori verso le coste europee, una delle più gravi per le sue proporzioni in termini di persone coinvolte e per le ripercussioni sul sistema di valori e sull’identità dell’Europa. E oggi più che mai si avverte l’urgenza di tornare a interrogare il Mediterraneo e la sua storia, di trovare un nuovo dialogo tra le culture. Per questo l’edizione 2017 di Photolux Festival è stata dedicata ai fotografi del Mediterraneo e a quelli che del mare nostrum hanno fatto l’oggetto del proprio sguardo, per dare luogo a inedite contaminazioni e per provare a raccontare un mare dove da millenni si incontrano e scontrano civiltà che ne arricchiscono e complicano la storia». IL FESTIVAL IN NUMERI

Nelle tre settimane che dal 18 novembre al 10 dicembre 2017 hanno animato la città, in nove diverse location del centro storico sono rimaste aperte 24 mostre, per un totale di 1.500 fotografie. Di queste, cinque esposizioni erano produzioni inedite, realizzate appositamente per Photolux, come, appunto, la collettiva I-VMIGRAZIONI. L’esposizione, allestita nelle sale di Palazzo Ducale, proponeva un lungo viaggio attraverso le epoche, dai primi esodi degli italiani nel Novecento, fino alla crisi umanitaria contemporanea. Tra foto, sculture e pitture, spiccava il carattere accessibile della mostra, che poteva essere fruita sia da nonudenti che da non-vedenti: i primi, grazie alla presenza della Pedana Sensoriale e 4

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mostre e … Un argomento tanto vasto quanto lo è il Mediterraneo merita un’attenzione tutta particolare, giustificata dall’innumerevole quantità di spunti, angolazioni, spigolature che offre. Photolux ha raccolto tutte queste visioni, differenti e complementari, per raccontare la storia, gli uomini, le rotte che hanno tracciato il corso del Mediterraneo. I-VMIGRAZIONI Una complessa e inedita collettiva ospitata nelle sale di Palazzo Ducale e curata dal direttore artistico di Photolux, Enrico Stefanelli, insieme con Chiara Ruberti, Chiara Dall’Olio e Flavio Arensi. Tra fotografie, video, installazioni, dipinti e sculture, la transmedialità dell’esposizione ha offerto una riflessione sul fenomeno dell’emigrazione, e dell’immigrazione – da cui il titolo – partendo dalla prima diaspora degli italiani all’inizio del Novecento. La mostra, realizzata con la collaborazione dell’associazione Carta di Roma, UNHCR e la Fondazione Paolo Cresci è stata il vero valore aggiunto di Photolux 2017. Tra i quasi 50 fotografi che hanno partecipato alla collettiva, ci sono anche Gianni Berengo Gardin, Giulio Piscitelli, Massimo Sestini, Alessandro Penso. «Vestiges» di Josef Koudelka: un viaggio degno di quello di Ulisse alla scoperta della vera essenza della storia dell’uomo. Fotografando oltre 200 siti archeologici, Koudelka ha estratto l’anima più profonda dell’antichità attraverso limpide immagini in bianco e nero. Il viaggio di Koudelka, iniziato nel 1991 e ancora in corso, ha come protagoniste le rovine della cultura greca e romana che, con un minimalismo di grande impatto, rappresentano un messaggio di speranza per l’attualità. «Diary of a century» Una ricerca e un linguaggio completamente diversi quelli di Jacques-Henri Lartigue, che si è concentrato sull’alta società, sulla ricchezza, sulla patina luminosa della nobiltà: Lartigue, uno dei più influenti e prolifici fotografi del Novecento, ha ritratto tutto questo.

apposite visite guidate nella lingua dei segni; i secondi grazie a stampe 3d e laboratori tattili, ai quali hanno partecipato oltre 40 persone. Bernard Plossu, ospite d’onore dell’edizione 2017, con la mostra «L’Heure immobile. Métaphysique méditérranéenne» a Villa Bottini, a cura di Ricardo Vazquez e Walter Guadagnini, trasfigura il Mediterraneo trasformandolo in un luogo misterioso e metafisico. Josef Koudelka, maestro del fotogiornalismo e testimone oculare della Primavera di Praga nel 1968, ha compiuto con «Vestiges» un viaggio attraverso 19 paesi del Mediterraneo, visitando più di 200 siti archeologici greci e romani. Paolo Verzone ha proposto «Cadetti», un lungo percorso che lega le Accademie Militari dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. «Diary of a Century», con gli scatti di Jacques-Henri Lartigue, ha messo in mostra il mondo dell’alta società tra gli anni Venti e Cinquanta del Novecento. Il Marocco è stato al centro del lavoro di Albert Watson, che ne ha ricercato i tratti più tipici, mentre Nick Hannes con «Mediterranean. The continuity of man» ha raccontato il mare dell’uomo, tra ghetti, villaggi turistici e viaggi della speranza. Con «Concrete Abstract», invece, l’artista israeliano Shai Kremer ha unito fotografia e pittura: scatti sovrapposti e immagini ripetute danno vita a quelli che potrebbero sembrare quadri futuristi della ricostruzione del World Trade Center. E ancora Francesco Fossa che ha ripercorso i passi del nonno, alpino in Libia negli anni Trenta, con l’esposizione «Lybia, the captain and me», mentre Marie Hudelot si è concentrata sulle tradizioni delle sue origini franco-algerine nel progetto «Heritage Natif». Sogni, immaginazioni e visioni hanno avuto la meglio per Polixeni Papapetrou, come la donna nelle opere di Rania Werda che lega le figure femminili ai fiori e all’elaborazione grafica. E ancora: le identità marocchine di Leila Alaoui, fotografa morta nel 2016 a seguito dell’attentato a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, e il cibo e

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… mostre …

7. © Francesco Malavolta, Mar Libico, novembre 2016 8. © Giulio PIscitelli, Mar Mediterraneo, 2011 9. © Paolo Verzone, Academia General Militar, Zaragoza, Spain

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«Maroc» Una serie di Albert Watson per raccontare la dualità del Mediterraneo, inteso come spazio umano e non solo fisico, in cui ha condensato trentanove giorni di viaggio, mostrando, attraverso un bianco e nero emozionante e caldo, la grazia, la gentilezza, l’accoglienza e il calore del Marocco. «L’heure immobile. Métaphysique méditérranéenne» Bernard Plossu, uno dei super-ospiti dell’edizione 2017, ci ha portato invece in luoghi mistici e misteriosi. Contrariamente a Watson, Plossu indaga il mistero, la metafisica, i sogni: in prendono vita luoghi deserti e fluttuanti, come in un quadro di De Chirico. «Mediterranean. The continuity of man» Diametralmente opposta è la visione che merge dalle immagini di Nick Hannes, che racconta il Mediterraneo degli uomini, dei villaggi vacanze, delle botteghe nelle città portuali. Colori accessi, quasi urlati, raccontano l’altra faccia del mare nostrum: quella della quotidianità. «Cadetti» Paolo Verzone porta nell’obiettivo una quotidianità molto più composta, scandita quasi da intervalli regolari, in un’esposizione a Palazzo Guinigi in cui proporre istantanee della vita all’interno delle Accademie militari affacciate sul Mediterraneo. Curata da Enrico Stefanelli, la mostra di Verzone, fotografo scelto per ritrarre i candidati alle ultime elezioni presidenziali francesi, gioca sulla luce, sulle posizioni, richiamando le atmosfere dei set di moda.

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TRAGHETTATI NEL MARE NOSTRUM CON PHOTOLUX FESTIVAL

la gastronomia mediterranea nell’esposizione a cura del magazine Cook_inc. Immancabili, poi, il World Press Photo, con lo scatto, primo premio assoluto, di Bhuran Ozbilici, che ha immortalato l’attentatore che nel 2016 uccise ad Ankara l’ambasciatore russo Andrei Karlov, e il Leica Oskar Barnack Award. Nel programma espositivo c’erano anche il Prix Pictet 2017, vinto da Richard Mosse, il Photolux Award 2017, vinto da Domingo Milella, lo Young Curators Photolux Contest 2017, assegnato a Cristina Sanchez Blazquez, e PhotoBoox Award vinto da Mayumi Suzuki, Intarget Photolux Award 2017, con l’esposizione delle opere dei numerosi autori selezionati. Ma non solo: Photolux è anche indagine sociale, attraverso le mostre composte dalle immagini realizzate da giovanissimi fotografi incontrati nelle scuole: Scatta la Notizia, in collaborazione con Neapolis.Art e con il sostegno di Canon Italia; Photolux per le popolazioni colpite dal terremoto, in collaborazione con la Diocesi di Ascoli Piceno. Come sempre, spazio anche all’approfondimento, con i Leica Talk inaugurati, nell’edizione del 2017, dalla foto-simbolo della lotta alla mafia. È stato infatti Tony Gentile a tagliare idealmente il nastro di Photolux 2017: sullo sfondo, come cornice ideale e punto di riferimento culturale ed etico quotidiano, la famosa foto che ritrae i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino seduti uno accanto all’altro mentre sorridono. Era il 27 marzo del 1992, Falcone e Borsellino si trovavano a Palermo per una conferenza a sostegno della candidatura di Giuseppe Ayala, collega magistrato, alle elezioni politiche. Tony Gentile, che all’epoca aveva 28 anni e lavorava per «Il Giornale di Sicilia», si appostò proprio di fronte al tavolo dei relatori e cominciò a scattare, fino a quella ‘sequenza 15’ destinata a diventare l’immagine della sua vita. Fu anche scartata in un primo momento, ma dopo le stragi di Capaci e di Via D’Amelio, divenne la foto simbolo dei siciliani e, in generale, di tutti coloro che lottano contro la mafia. 9

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… e mostre

10-11. © Leila Alaoui, dalla serie Les Marocains

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In totale i talk a ingresso libero sono stati 27, oltre all’incontro conclusivo degli Stati Generali della Fotografia, promosso dal MiBACT e organizzato in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, per un ammontare complessivo di 1.740 minuti di conversazioni sulla fotografia. Sono stati 5, invece, i workshop che hanno visto la partecipazione di 47 studenti e 13 le ‘postazioni’ per le letture portfolio: esperti internazionali hanno consigliato, suggerito e discusso il lavoro di 111 fotografi professionisti e non solo. Oltre 300 persone, invece, hanno partecipato all’ormai tradizionale Photolux Party mentre sono stati 250 gli studenti delle scuole primarie e secondarie delle province di Lucca, Pistoia e Firenze che, accompagnati da 25 insegnanti, hanno visitato le mostre.

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Infine, un appuntamento d’eccezione: nella settimana inaugurale del festival, dal 18 al 26 novembre, lo studio di Massimo Vitali si è trasformato in una temporary gallery, ospitando gallerie ed esposizioni italiane e francesi. E mentre si ripercorrono i momenti più alti dell’edizione 2017, la macchina creativa e organizzativa di Photolux è già all’opera per l’appuntamento del prossimo novembre. Una versione ridotta e condensata – come tutte quelle degli anni per così dire pari – nell’attesa della grande biennale del 2019, che, tuttavia, non mancherà di stupire e affascinare il pubblico. Confermata anche per quest’anno (17 novembre – 9 dicembre), infatti, la presenza del World Press Photo con il suo viaggio all’interno del fotogiornalismo e dell’attualità mondiale.

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Un capitolo a parte lo merita Leila Alaoui: i suoi lavori, esposti nella Chiesa di Santa Caterina, sono stati spesso incentrati sui temi dell’identità, dell’incrocio complesso ma spesso salvifico di culture, del Mediterraneo nelle sue diverse sfumature linguistiche e nelle sue possibili accezioni culturali, delle migrazioni e dell’antica e quanto mai attuale necessità di superare le frontiere. Proprio sull’identità marocchina ha incentrato uno dei suoi lavori più celebri: Les Marocains. Aveva 33 anni quando, lavorando per Amnesty International a Ouagadougou (Burkina Faso), rimase ferita negli attentati del 15 gennaio 2017. Morirà pochi giorni dopo.

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Il mestiere dell’arte. L’arte dei mestieri Andrea Salani

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na ‘casa delle arti’ l’avevamo definita. Un nuovo polo multimediale che grazie ad un implemento tecnologico si sta imponendo come nucleo fondamentale per la diffusione della cultura, per la divulgazione e la promozione del nostro patrimonio artistico. Questo è il ‘nuovo corso’ della Chiesa di San Franceschetto, gioiello nel gioiello, inserita nel Complesso Monumentale di San Francesco. Anche ‘vetrina parlante’ l’avevamo chiamata, per il suo ruolo di promotrice di piccoli e grandi tesori, talvolta nascosti o poco accessibili e conosciuti. Un ruolo svolto in maniera efficace con «Pontormo in 3D», quando la docu-fiction incentrata sul Ritratto di Giovinetto aveva creato un ideale ponte tra la chiesa e il Museo di Palazzo Mansi. Stessi intenti ma formula ancora diversa per «Girolamo Scaglia pittore d’ingegno accortissimo», la personale dedicata all’artista protagonista del Seicento lucchese e incentrata su una commovente Allegoria della Musica recentemente acquistata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e restaurata da Massimo Bonino. E proprio da una riflessione sul concetto di restauro, condivisa con la Fondazione dallo stesso Bonino, è nata l’idea di un allestimento sui generis: da un lato un corpus di opere dell’artista, arrivate anche grazie alla disponibilità di alcuni collezionisti privati, in grado, sotto l’attenta curatela di Paola Betti, di raccontare la natura eclettica e raffinata della sua produzione. Dall’altro la realizzazione di un documentario ideato proprio per rispondere a una specifica domanda, o meglio a due: come nasceva, grazie a quali abilità, un’opera d’arte? E oggi, con quali metodi e strumenti è possibile portare a termine una campagna di restauro? Il percorso di restauro dell’Allegoria della Musica diventa così espediente per fare il punto su tutte le conoscenze, le manualità e le

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1-2. Fotogrammi dal documentario Non di solo genio. Quando l’artigianato diventa arte di Cristina Puccinelli

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competenze artigiane che consentono ancora oggi di riportare alla brillantezza di un tempo una tela e una cornice martoriata dai secoli. Sotto la supervisione tecnica di massimo Bonino ha coadiuvato in quest’opera di ricerca una giovane regista lucchese, Cristina Puccinelli, che ha documentato, passo dopo passo, la ‘rinascita’ del dipinto di Scaglia an-

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dando nel contempo a ‘scovare’ i professionisti, le aziende, gli artigiani, che sul territorio di Lucca – e non solo – conservano ancora i segreti di un lavorare antico. È nato così Non di solo genio. Quando l’artigianato diventa arte, un breve documentario che in pochi minuti è riuscito a condensare in un unico racconto tante storie che si intrec-

ciano. Storie del presente, ma con radici antiche. Storie di aziende affermate, come l’ARTES di Castelnuovo Garfagnana che oggi lavora con moderne tecnologie, ma non dimentica e anzi conserva strumenti e conoscenze sull’uso di vecchi telai, fondamentali per creare supporti per la pittura. Ma anche storie ‘romantiche’ come quella di Carlo Gal-

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IL MESTIERE DELL’ARTE L’ARTE DEI MESTIERI

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gani, personaggio ‘mitologico’ della Val Pedogna nella cui bottega è l’acqua ad alimentare il movimento degli strumenti e sono le sue mani ruvide a impugnare martelli e a far vibrare le incudini. Un percorso che dunque spiega – e svela talvolta – tante curiosità, tante prassi sconosciute ma che soprattutto impone una riflessione

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ampia sul concetto di opera d’arte, ridefinendola non più solamente come produzione elevata, esclusiva e avulsa dal mondo terreno. È il fascino di trovare una relazione tra lo sforzo altissimo e intellettuale di un delicato pittore del Seicento e le manovalanze, ora più ruvide ora raffinatissime, che allora gli fornirono i chiodi, il legno, le tele e i materiali per poter

produrre il colore. L’opera d’arte diventa quindi, in un certo senso, anche oggetto della cultura materiale, e studiarne la genesi obbliga a un tuffo in un passato in cui la reperibilità di materiali, la loro preparazione e adattamento alle necessità dell’artista costituivano un segmento fondamentale nel processo di realizzazione di un capolavoro.

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foto Lucio Ghilardi

3. Girolamo Scaglia, Allegoria della Musica, olio su tela, cm 89 x 119,5 (particolare), Lucca, Collezione Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca

Oggi forse le difficoltà che incontra il restauratore sono di ben altro tipo: alla praticità di alcuni accorgimenti che la moderna tecnologia consente, si sommano le difficoltà nella costante ricerca di strumenti ed elementi strutturali dell’opera che devono consentirne il recupero senza intaccarne la genuinità. Cristina Puccinelli ha raccolto la sfida di raccontare tutto questo in una manciata di minuti, attratta anche dall’opportunità di condurre una ricerca nel nostro territorio, a ‘caccia’ di quelle realtà artigianali che, ancora oggi come un tempo, fabbricano gli elementi necessari al completamento dell’opera. Passando attraverso le botteghe, i laboratori, le piccole aziende, dove si può ancora oggi trovare un sapere tramandato o riscoperto, faticosamente tenuto in vita, replicato e riproposto. Gli ingredienti ci sono tutti. Un pittore che negli ultimi anni ha visto crescere la sua fortuna critica. Il fascino del mito. La storia concreta e attuale dell’artigianato artistico. La chiesa di San Franceschetto continua nella sua mission, quella, in un certo senso, di costruire dei ponti. Con Pontormo in 3D il collegamento era tra una docu-fiction e il Museo di Palazzo Mansi, con la mostra su Scaglia si persegue su binari differenti un’altra forma di relazione: si tratta di connettere Lucca ai protagonisti del suo passato artistico e di proporre nuove strade per l’alfabetizzazione culturale di generazioni vecchie e nuove.

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Girolamo Scaglia pittore d’ingegno accortissimo Paola Betti

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’idea di dedicare una mostra a Girolamo Scaglia (1620 ca. – 1686) è nata sull’onda dell’entusiasmo scaturito dal recente acquisto di un’Allegoria della Musica del pittore, che va ad arricchire la collezione d’arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. L’«ingegno accortissimo» che all’inizio del Settecento, quindi pochi anni dopo la sua scomparsa avvenuta nel 1686, viene riconosciuto a Scaglia dall’erudito Desiderio Arisi nell’Accademia de’ pittori cremonesi, un manoscritto conservato presso la Biblioteca Statale di Cremona, ha costituito ai nostri occhi una definizione così calzante e significativa da spingerci a sceglierla per presentare in sintesi l’immagine di questo poliedrico personaggio, rimasto fino a poco tempo fa ai margini degli studi sulla cultura figurativa lucchese del Seicento. Una definizione di tono elogiativo del tutto giustificata visto che, come bene è emerso dall’osservazione delle tele esposte in San Franceschetto, Girolamo sa maneggiare il pennello con destrezza, riuscendo a captare le varie sollecitazioni linguistiche con cui viene a contatto, dimostrandosi perspicace e prensile, quindi, e abile nell’uso degli strumenti che il mestiere gli mette a disposizione. Così, ad esempio, alla frequentazione di Paolo Biancucci, di cui forse per un certo tratto fu anche discepolo, si deve l’impronta culturale emiliana riconoscibile in alcune opere del pittore, influssi di Ludovico Carracci nel San Pier Toma già nella chiesa del Carmine e oggi a Villa Guinigi, oppure il Guercino, Guido Reni e Francesco Gessi per il tono classicheggiante che connota gran parte delle sue creazioni, come la raffinata Allegoria delle Arti, già sul mercato antiquario londinese. Se l’origine cremonese del padre poté favorire l’accostamento di Scaglia agli esponenti del panorama artistico lombardo dell’epoca – primo tra tutti Luigi Miradori – numerosi sono anche i punti di contatto con l’ambiente figurativo fiorentino. Si pensi all’album di disegni capricciosi, con

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foto Massimo Bonino

1. Girolamo Scaglia, Paesaggio con cavalieri, olio su tela; cm 104 x 142, Lucca, collezione privata 2. Girolamo Scaglia, Paesaggio: guado del torrente, olio su tela, cm 104 x 140,5, Lucca, collezione privata 3. Girolamo Scaglia, Giuditta e l’ancella Abra con la testa di Oloferne, olio su tela, cm 124 x 162,5, Lucca, collezione privata

foto Massimo Bonino

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illustrazioni di carri trionfali di gusto barocco, progetti di scenografie e costumi teatrali, un tempo nella collezione del marchese Giacomo Sardini e oggi all’Archivio di Stato di Lucca, che oltre a indicare i rapporti del pittore con il mondo della musica e dello spettacolo, ne dimostrano la conoscenza del linguaggio caricato e giocoso di Baccio del Bianco, Stefano della Bella e del lorenese Jacques Callot, attivo per un decennio nella capitale del Granducato. Secondo una consolidata tradizione costituitasi sulla falsariga delle fonti storico artistiche lucchesi di fine Settecento, Scaglia si sarebbe formato a stretto contatto con Pietro Paolini, rimanendo poi «seco lui pel corso di quaranta anni» (Giacomo Sardini). Alla luce delle conoscenze acquisite grazie agli studi condotti a partire dagli anni novanta del secolo scorso, questa frequentazione andrà invece intesa non alla stregua di un prolungato rapporto di dipendenza dell’allievo nei confronti del maestro, come si tendeva a credere fino a qualche tempo fa, quanto piuttosto come un legame fatto di scambievoli stimoli e spunti di ispirazione. Se fino a tempi recenti il pittore era conosciuto quasi soltanto per la sua produzione di argomento sacro – destinata in prevalenza agli altari delle chiese cittadine o sparse sul territorio della Repubblica, ma anche delle zone vicine come Pistoia, Pescia e Pisa – negli ultimi anni sono riemersi lavori di contenuto allegorico, letterario e mitologico, commissionati da membri della nobiltà o da rappresentanti del mondo culturale lucchese. Ed è su quest’ultimo aspetto del suo repertorio che – con l’eccezione della tela dedicata al tema biblico di Giuditta e Oloferne, interpretato però secondo accenti profani e blandamente teatrali – abbiamo inteso soffermarci mediante la selezione delle opere da presentare in mostra, provenienti da collezioni private e quindi di solito non accessibili, per restituire dignità a questa figura di artista, rimasta finora nell’ombra a causa della leadership esercitata dal Paolini. All’interno del San Franceschetto, naturalmente, pieno risalto è stato conferito all’Alle-

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GIROLAMO SCAGLIA PITTORE D’INGEGNO ACCORTISSIMO

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goria della Musica, dove la personificazione dell’arte dei suoni e dell’armonia appare abbandonata nel sonno, un sonno lieve e ristoratore come suggerisce l’espressione rilassata dei lineamenti, un’immersione nell’oblio, uno dei molteplici stati emotivi che la musica è in grado di produrre nell’animo umano. Accanto alla fanciulla dormiente fa bella mostra di sé una composizione di fiori dai colori sgargianti che adombra un’attività di Girolamo nel settore della natura morta, interesse confermato dai brani di naturalia presenti in altri numeri del suo catalogo, il Re Saul di Collezione Mazzarosa, la Cena in Emmaus di ubicazione sconosciuta, la Vanitas appartenente a una raccolta privata milanese, o ancora il Volto Santo tagliato al busto e inserito entro una lussureggiante corona di tulipani, mughetti, rose, narcisi e altro ancora (Lucca, collezione privata) A sottolineare la versatilità del pittore è stata esposta anche una macabra Caducità della

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vita e del potere terreno, sempre di pertinenza della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, un’opera di deciso tono moraleggiante e spunto per una riflessione sulla transitorietà dei beni materiali, ben comprensibile in un uomo e in un artista attivo in un secolo difficile, tormentato, fatto di luci e ombre, come fu il Seicento. Dalla tela trapela un’inclinazione per il macabro e l’orrido che trova riscontro in altri quadri di Scaglia, come nella Vanitas della collezione Koelliker, che potrebbe derivare dalla conoscenza di Jacopo Ligozzi, pittore di origine veronese ma attivo in Toscana e anche a Lucca, e del fiorentino Giovanni Martinelli. Unanime apprezzamento hanno riscosso anche i due ariosi Paesaggi, l’uno con cavalieri – e qui la presenza dello stemma cittadino parrebbe suggerire una commissione ufficiale della Repubblica – e l’altro con viandanti, entrambi siglati e datati 1660, che allo stato attuale delle conoscenze costituiscono un unicum nella produzione pittorica lucchese del

tempo, dato che, come sembra, quale genere autonomo e fine a se stesso il paesaggio non venne localmente coltivato fin ben addentro il secolo successivo. Ai dipinti finora ricordati, appartenenti ai filoni tematici più diversi, sulle pareti del San Franceschetto era infine accostata una ristretta ma significativa serie di personificazioni di scienze e di arti che evidenziano l’inclinazione di Girolamo per la rappresentazione di figure femminili tagliate al busto. Di tono accattivante per l’avvenenza e gli accenti sensuali emanati dalle forme tornite da un morbido chiaroscuro, queste allegorie rivelano la cura dedicata dal pittore alla descrizione delle vesti e delle acconciature. Come ricorda Arisi, «Con la sua vaga maniera [Scaglia] arrichiva gli abiti d’ori, di gioie, ed altre capriciose invenzioni. Aveva galant.mo colorito; e le sue Femine, anco le Sante, e le Vergini sono da far venir tentazione. Osservava le più belle Giovani della Città, e di quelle secondo le occasioni faceva il Ritratto ne’ quadri, tenendone a mente l’aria con maraviglia di conservarle». Come spesso accade, in concomitanza della mostra – che ha finalmente permesso non solo agli addetti ai lavori, ma anche agli appassionati, di focalizzare l’attenzione su Scaglia – sono emerse altre opere che vanno ad accrescere il già cospicuo catalogo del pittore, definendone più compiutamente la personalità e i contorni stilistici, dipinti che mi propongo di presentare in una prossima occasione. Una nuova, importante, iniziativa offerta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca che ne sottolinea l’impegno profuso con costanza nell’incremento numerico e qualitativo della propria collezione e l’interesse per la valorizzazione del patrimonio storico artistico cittadino.

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Accorciamo le distanze! Due lucchesi inventano il motore a scoppio Elisa Tambellini

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tutta lucchese l’intuizione che ha condotto alla nascita dell’automobile. Da Pechino a New York, da Buenos Aires a Londra, chiunque giri le proprie chiavi in un cruscotto ha un piccolo debito con due nostri concittadini: Padre Eugenio Barsanti e Felice Matteucci. Sono stati loro a depositare all’Accademia dei Georgofili di Firenze, il 6 giugno 1853, il progetto del primo motore a scoppio a quattro tempi. Ed è sulla base di quel prototipo che, 33 anni dopo, Nikolaus Otto, as-

Riaperto il museo dedicato a Eugenio Barsanti e Felice Matteucci

sociandosi a Karl Benz, dette vita alla Benz Patent Motorwagen – la prima vettura con motore a scoppio. L’invenzione dei due scienziati lucchesi venne invece utilizzata nella nautica, come propulsore del battello Il Veloce, della compagnia di navigazione Lariana di Como. Due i motori costruiti: il primo però, da 20 Cv, si rivelò inefficace; il secondo invece, da 8 Cv, centrò l’obiettivo, tanto che i due dettero vita alla società che prese il loro nome per la produzione del motore a scoppio. IL MUSEO. Ha riaperto i battenti lo scorso 28 marzo il Museo del motore a scoppio intitolato a Barsanti e Matteucci e situato nell’antica loggetta dei Guinigi, al civico 58 di via San-

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ACCORCIAMO LE DISTANZE! DUE LUCCHESI INVENTANO IL MOTORE A SCOPPIO

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foto Tommaso Stefanelli

foto Tommaso Stefanelli

t’Andrea, all’angolo con via Guinigi e a pochi passi dalla torre alberata. Una riapertura che è segno di un’attenzione che la città tutta, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e Automobile Club in primis, tributa a queste due figure del XIX secolo, menti vivaci e curiose, che hanno dato il la all’invenzione che ha rivoluzionato i tempi e accorciato le distanze. Torna così a nuova vita uno spazio che si propone di interagire con le scuole, in particolare con gli istituti tecnici e i licei scientifici, ma anche con le facoltà universitarie di ingegneria e le case automobilistiche: già avviati i contatti col Museo Enzo Ferrari di Maranello, e in prospettiva ci sono quelli col Museo Piaggio di Pontedera, con la volontà di fare rete per un percorso museale tutto italiano dedicato a scienza e motori. La Fondazione Barsanti e Matteucci ha affidato la gestione del Museo alla Cooperativa TeMP e alla sua Agenzia di Viaggi di Incoming Segni di Viaggio, che si occuperanno della biglietteria e dell’attività didattica. «Il Museo è stato chiuso per circa un anno – commenta Giovanni Ricci, presidente della Fondazione Barsanti e Matteucci – e oggi, grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e col supporto dell’Aci, può tornare a rappresentare un punto di riferimento per i turisti e per tutti quei lucchesi che forse non sanno che il motore a scoppio è nato dall’ingegno di due loro concittadini». «Una storia – prosegue Ricci – che ha iniziato ad affascinarmi nell’ormai lontano 1996, quando ebbi modo di vedere in un’esposizione a Vorno i brevetti dei primi prototipi di motore a scoppio messi a punto da Barsanti e Matteucci. Qualche anno più tardi, nel 2000, durante una manifestazione dell’Automobile Club di Lucca lanciai l’idea: perché non impegnarci per restituire dignità alla paternità di questa invenzione? Le due Fondazioni bancarie cittadine raccolsero la proposta e tre anni dopo, il 6 giugno 2003, giorno seguente alle celebrazioni per i 150 anni dalla data dell’invenzione, nacque la Fondazione Barsanti e Matteucci». «Da allora – continua Ricci – il nostro impegno è stato incessante: la più grande soddisfazione è stato

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foto Tommaso Stefanelli

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il riconoscimento da parte del Deutsches Museum di Monaco, che ha dedicato ai nostri una sala. Lo stesso direttore ha dovuto ammettere che Otto e Langen avevano sostanzialmente ‘copiato’ dai disegni di Barsanti e Matteucci. Abbiamo cercato in tutta Europa i vari prototipi depositati dai due lucchesi e sulla base dei disegni allegati abbiamo riprodotto le macchine che il Museo oggi espone».

foto Tommaso Stefanelli

PADRE EUGENIO BARSANTI. A

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Pietrasanta si scolpiva il marmo delle Apuane: di questo viveva la famiglia Barsanti quando, il 12 ottobre 1821, nacque il piccolo Niccolò. Mamma Angela nemmeno voleva mandarlo a scuola, quel bambino mite dalla corporatura troppo esile – perché si sa, gli studi minano la salute. Di diverso avviso il padre Giovanni, che non vedeva alternative per il figlio: d’altronde, gracile com’era, sarebbe stato impensabile portarlo con sé a lavorare il marmo. Ma non fu solo questo il motivo che condusse il bambino a varcare la soglia dell’istituto delle Scuole Pie nel convento di Sant’Agostino: il padre ci credeva veramente che l’istruzione potesse rappresentare un’opportunità per una vita migliore. E così Niccolò, dai 6 ai 17 anni, si formò nell’insegnamento dei padri Scolopi, dimostrando un’attitudine spiccata nelle scienze esatte, soprattutto in fisica e matematica. Terminati gli studi superiori, il destino del giovane Barsanti sembrava ormai indirizzato verso l’Università di Pisa, per coronare il proprio percorso con una laurea in ingegneria o medicina. E invece Niccolò spiazza tutti. Vuole prendere i voti, diventare anche lui uno Scolopio, e lo comunica al Padre Rettore prima che alla famiglia, nel giorno stesso in cui va a ritirare il diploma di maturità liceale. Consapevole delle resistenze che avrebbe incontrato, è a lui che chiede di riferire la decisione a papà Giovanni. L’intermediazione funziona: sebbene dopo lunga riflessione, Niccolò ottenne dal padre il permesso di intraprendere la strada del noviziato. Ne fu felice, invece, la madre. Il 17 luglio 1838 il giovane Barsanti, accompagnato da Padre Bottari, partì per Firenze, dove trascorse due anni all’istituto del Calasanzio di via Bolo-

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ACCORCIAMO LE DISTANZE! DUE LUCCHESI INVENTANO IL MOTORE A SCOPPIO

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foto Tommaso Stefanelli

gnese, tra preghiere e studi religiosi, cambiando il suo nome in Eugenio dell’Addolorata. Concluso il noviziato, Barsanti proseguì il suo percorso di ricerca al collegio San Giovannino, frequentando l’Osservatorio Ximeniano che, all’epoca, era diretto da Padre Giovanni Inghirami. È questa una figura chiave nella vita del giovane: è lui che lo indirizza verso l’insegnamento, intuendone il genio nelle scienze. Non ancora sacerdote, Padre Eugenio Barsanti viene così inviato a Volterra, per insegnare fisica e matematiche elementari al collegio di San Michele. «Credevo, Padre, che mi avesse chiamato per farmi vedere il cielo stellato, invece… Non tema; riconosco che sono giovane, ma se lei mi giudica adatto per questo incarico, farò del mio meglio»: con queste parole Barsanti accettò la nuova sfida. A vederselo arrivare, così giovane e imberbe, il Rettore Padre Alessandro Sarri temette il peggio: la differenza d’età tra docente e studenti era minima e c’era il forte rischio che il nuovo maestro non venisse preso sul serio. E invece la passione di Padre Barsanti conquistò tutti. Nella primavera del 1843 il ‘maestrino’, come veniva chiamato dai suoi studenti, entrò in classe con uno strumento che si era personalmente fabbricato per un esperimento. Si trattava di una pistola di Volta, un barattolo con un lungo collo: Padre Barsanti lo riempì di idrogeno e aria e quindi lo chiuse in modo ermetico usando un tappo di sughero. Agli estremi della sbarretta di ottone isolata che terminava con due sferette fece scoccare una scintilla elettrica. Quello che accadde è l’inizio della storia che vogliamo raccontare. Un fragoroso scoppio fece saltare il tappo, che andò a scagliarsi con violenza contro il soffitto. Ai ragazzi, un po’ impauriti, Padre Barsanti spiegò immediatamente cosa era successo: la scintilla elettrica aveva incendiato il miscuglio di gas causandone l’aumento di volume che aveva prodotto lo scoppio. Ancora oggi, a Volterra, è conservato questo rudimentale strumento usato dallo scienziato. Fu questo esperimento a convincere Barsanti che fosse possibile utilizzare l’esplosione di un miscuglio di gas per generare forza utile al moto continuo di una

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foto Tommaso Stefanelli

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macchina. Un’alternativa alla macchina a vapore, insomma. In un documento conservato all’Archivio Ximeniano è scritto: «Il Padre Eugenio Barsanti aveva ripetutamente osservato che l’apparecchio subiva, al momento dell’esplosione, un riscaldamento tanto maggiore quanto più fortemente era calcato il turacciolo e che questo riscaldamento giungeva al maximum allorché il turacciolo stesso veniva così fortemente calcato che l’esplosione della mescolanza detonante non valeva a cacciarlo via. Da questa osservazione deduceva che la forza esplosiva dei miscugli composti di idrogeno e di aria non era così violenta come l’avrebbe fatto supporre il rumore che si ode quando il turacciolo viene slanciato, e che si poteva regolarne gli effetti dinamici obbligandolo a trasformarsi in parte o anche totalmente in calorico». Appare chiaro che per Barsanti il concetto di energia termica ed energia meccanica fossero pressoché equivalenti. Gli esperimenti del ‘maestrino’ al Collegio di Volterra si protrassero, soprattutto nelle ore notturne, tanto che per i frequenti scoppiettii iniziò a correre

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voce che in quel luogo mite di cultura e meditazione, insospettabile, si creassero in realtà armi segrete. Barsanti venne ordinato sacerdote nel settembre del 1845 e tornò a casa, a Pietrasanta, per celebrare la sua prima messa nella chiesa di Sant’Agostino. Rimase tre anni nel luogo che gli aveva dato i natali, fino a che nel 1848 venne chiamato a insegnare filosofia morale e geometria prima e matematica e fisica poi al Collegio di San Giovannino di Firenze. In seguito Padre Barsanti fu nominato lettore di meccanica e idraulica nell’Istituto Ximeniano: trascorse la vita tra doveri ecclesiastici e il continuo studio di perfezionamento del suo motore. Morì in Belgio, il 19 aprile 1864, a causa di una grave forma di febbre tifoide, proprio nel momento in cui stava per essere ripagato dei suoi studi con l’avvio, a Seraing, della costruzione in serie del suo motore. La sua salma arrivò a Livorno il 24 maggio di quell’anno e fu tumulata in un primo momento nella villetta della Rosa a Compiobbi. Più tardi, nel 1910, le spoglie di Padre Barsanti vennero

trasportate nella chiesa di San Giovannino degli Scolopi a Firenze; infine, il 24 ottobre 1954, i suoi resti hanno trovato sede nella basilica di Santa Croce. FELICE MATTEUCCI. Abitava in piazza del Gi-

glio, di fronte al Palazzo del governo cittadino, la famiglia di Felice Matteucci. Quando venne al mondo, il 12 febbraio 1808, Lucca era un principato ed era guidato da Elisa Bonaparte e Felice Baciocchi. Fu quindi forse in onore del principe che l’avvocato Luigi, suo ministro della giustizia, decise di chiamare Felice suo figlio. Ma gli anni napoleonici lasciarono presto il passo a quelli della Restaurazione e Lucca diventò un ducato borbonico. L’avvocato Matteucci assunse un ruolo di primo piano anche in questa fase politica: rappresentante del granduca dal re di Francia. E così Felice, che già a undici anni si era fatto notare negli studi componendo poesie di un qualche garbo, dal 1824 lo troviamo studente del Real Collegio Borbonico di Parigi, dove si distinse per le sue attitudini nelle materie scientifiche. È in questa città che avviò i suoi studi in meccanica e idraulica, per completarli a Firenze quando dovette tornare in Italia per una malattia molto seria che aveva colpito il fratello, Francesco. Una volta terminati gli studi, Felice Matteucci prese in mano le redini delle proprietà agricole di famiglia: due ville, una a Vorno e una a Colle di Compito. Il padre, d’altronde, era in altre faccende affaccendato: nominato consigliere dell’Alta Corte di Giustizia del granduca Leopoldo II stava lavorando in quegli anni alla compilazione del Codice penale toscano – testo destinato a fare scuola per il diritto postunitario. Durante un soggiorno nella casa di Colle di Compito, il giovane Felice iniziò a maturare il progetto che lo accompagnò per tutta la vita: il prosciugamento della palude di Bientina. Uno studio di idraulica diligente e meticoloso, figlio dell’osservazione quotidiana del movimento delle acque del lago di Sesto. Avevano in passato affrontato la questione anche Ximenes, Larga e Nottolini, senza tenere però conto della pendenza naturale della campagna lucchese,

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che declina dalla riva sinistra del Serchio verso l’Arno. Il lago di Sesto, quindi, non avrebbe potuto smaltire le proprie acque nel Serchio, perché le acque non possono essere mandate in salita. L’errore fu chiaro a Boscovich, Tommaso Perelli e Giuseppe Manetti: tuttavia, nessuno dei tre strutturò un progetto risolutivo e preciso. Ci volle Felice Matteucci: con passione e scrupolo eseguì tutte le misurazioni necessarie, tutti i calcoli utili a mettere in luce i motivi che avevano determinato, finora, i fallimenti delle ipotesi avanzate: studiata l’altezza del lago e la pendenza del terreno arrivò, infine, al progetto della costruzione di un canale – che avrebbe preso il suo nome, ovviamente – per dare scolo alle acque fino al mare, seguendo la pendenza del terreno lungo la riva destra dell’Arno. Un progetto, quello di Felice Matteucci, che avrebbe comportato lavori complessi ma giudicati fattibili, come la rettifica del corso dell’Arno a San Giovanni alla Vena e Uliveto. Matteucci era certo dell’efficacia dei suoi studi: la costruzione del canale avrebbe garantito il prosciugamento effettivo del lago. Chiese quindi il parere dell’ingegner Giuseppe Venturoli, autorità indiscussa in materia, che ebbe a scrivere: «Io porto opinione che il progetto del signor Matteucci, perché tende a utilissimo scopo, e perché sceglie i mezzi più acconci a conseguirlo, sia degnissimo di considerazione e di incoraggiamento; e lo reputo superiore agli altri, dei quali finora ho notizia, perché apre il campo a un più esteso e perfetto bonificamento del lago di Bientina». Il principe russo Demidoff, venuto a conoscenza del progetto di Matteucci, si convinse a costituire una società che realizzasse le opere necessarie. Quando tutte le pratiche erano pronte, Demidoff tornò sui suoi passi. Ma Matteucci non si dette per vinto e presentò il suo grandioso progetto al governo granducale, che tra i suoi obiettivi aveva giustappunto la bonifica del Bientina. A decidere quale idea potesse essere realizzata fu una commissione alla quale prese parte anche Padre Eugenio Barsanti: a spuntarla fu il progetto del commendadore Alessandro Manet-

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foto Tommaso Stefanelli

ACCORCIAMO LE DISTANZE! DUE LUCCHESI INVENTANO IL MOTORE A SCOPPIO

ti, direttore dei lavori d’acque e strade. La delusione che Matteucci dovette incassare fu un boccone troppo amaro da mandare giù, convinto com’era della bontà e perfezione tecnica del suo progetto. Da quel momento Matteucci abbandonò l’idraulica e, stretta amicizia con Padre Eugenio Barsanti, decise di investire il suo ingegno nella meccanica entrando in associazione col religioso. È così che i due legano i loro nomi a quello del motore a scoppio, che insieme progettano, sviluppano, collaudano. L’associazione divenne rapidamente società. L’equilibrio psichico di Matteucci, messo duramente alla prova dalla

conferma del fallimento del progetto di bonifica del Bientina che era stato preferito al suo dal Granduca, è tuttavia labile: l’ingegnere si vide costretto ad abbandonare la società pochi anni dopo la sua fondazione a causa di un brutto esaurimento nervoso. Con la morte di Barsanti, nel 1864, anche Matteucci abbandona gli studi di perfezionamento sul motore a scoppio. Morirà il 13 settembre 1887, dopo una ricaduta del suo esaurimento nervoso. È sepolto a Campi Bisenzio, nella cappella gentilizia della villa posseduta dalla sua famiglia. Nel 1932 è stata posta una lapide sulla facciata di palazzo Matteucci a Lucca.

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SCUOLA E

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RICERCA IMT: sette giorni di appuntamenti con certezze e misteri del nostro cervello

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on i suoi 100 miliardi di neuroni e un numero incalcolabile di connessioni, un ‘linguaggio’ fatto di minime correnti elettriche e una cinquantina di sostanze chimiche, non è solamente l’organo più misterioso del nostro corpo, ma probabilmente l’oggetto più complesso dell’intero Universo. Si tratta del cervello umano, 1300-1500 grammi di tessuto da cui dipendono coscienza, emozioni, affettività, memoria, movimento, volontà, linguaggio. «Noi siamo il nostro cervello» ha esordito il prof. Pietro Pietrini, neuroscienziato e psichiatra e Direttore della Scuola IMT, inaugurando la Settimana dentro quello che ha definito un viaggio infinito nel Cervello alla ricerca della Mente. Si stima che siano circa centomila all’anno le ricerche scientifiche dedicate al cervello (non solo quello umano) e la sua esplorazione rappresenta una delle frontiere più avanzate della scienza. Tutto per capire questo organo meraviglioso che, come un direttore d’orchestra, anima la nostra vita. Negli ultimi trent’anni le neuroscienze hanno rivoluzionato lo studio del cervello e sebbene molto ancora rimanga sconosciuto, sono tante le scoperte che hanno contribuito a rendere un po’ meno misterioso il suo funzionamento. È per avvicinare coloro che non sono addentro a tali ricerche che l’organizzazione internazionale Dana Foundation promuove ogni anno la Brain Awareness Week, la Settimana del cervello. Per il terzo anno consecutivo la Scuola IMT Alti Studi ha aderito all’iniziativa, proponendo a Lucca, dal 12 al 18 marzo, otto incontri scientifici divulgativi per avvicinare il grande pubblico alle ricerche che si occupano del cervello e che toccano, a volte inaspettatamente per chi non fa parte della comunità scientifica, gli ambiti più diversi. Le neuroscienze cognitive e sociali rappresentano infatti uno degli ambiti di ricerca alla Scuola IMT. I settori principali di studio comprendono la percezione multisensoriale, la rappresentazione concettuale del mondo esterno, gli stati di sonno e di veglia, la neu-

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Barbara Argentieri e Arianna Bottari

SETTIMANA DEL CERVELLO 2018: grande successo per l’iniziativa promossa dalla scuola Alti Studi Lucca

roplasticità e l’apprendimento, la neurolinguistica, le basi cerebrali e psicologiche del comportamento sociale e antisociale, i rapporti tra neuroscienze, filosofia ed etica, i processi decisionali in economia e nella giurisprudenza. Ad aprire la Settimana del cervello, introdotto dal direttore della Scuola IMT, Pietro Pietrini, è stato uno studioso di fama mondiale, un grande punto di riferimento per chi si interessa all’ambito delle neuroscienze: Lamberto Maffei, professore emerito di Neurobiologia alla Scuola Normale Superiore e presidente emerito dell’Accademia dei Lincei. Una vita dedicata a studiare come il cervello si sviluppa e come interagisce con l’ambiente, quella di Maffei, che con i suoi studi sulla plasticità neuronale ha aperto nuove strade alla ricerca dimostrando che gli stimoli esterni – come ad esempio il contatto fisico, lo sport, imparare a fare qualcosa di nuovo, ascoltare musica, stare in relazione con le persone – siano attività fondamentali per il nostro cervello, durante l’intera esistenza. Nell’infanzia, per la crescita e la maturazione delle connessioni nervose; nell’età avanzata, per ritardare l’invecchiamento cerebrale. Durante la conferenza Maffei ha ripercorso lo sviluppo delle sue ricerche con un racconto che ha affascinato e coinvolto il pubblico che affollava l’auditorium Cappella Guinigi. E quando il cervello ‘non vede’ l’ambiente che lo circonda, cosa succede? Se ne è parlato a Un altro vedere: nuova luce nell’oscurità, appuntamento realizzato in collaborazione con l’Unione italiana ciechi e ipovedenti – Consiglio regionale della Toscana, al quale hanno partecipato Emiliano Ricciardi, professore di Psicobiologia e Psicologia fisiologica alla Scuola IMT Alti Studi, Davide Bottari, ricercatore in Neuroscienze cognitive a IMT, Barbara Leporini, ricercatrice in Informatica all’Istituto di scienza e tecnologie dell’informazione «Alessandro Faedo» (Area della ricerca CNR di Pisa) e Antonio Quatraro, presidente Consiglio regionale Toscano Unione italiana ciechi e ipovedenti. Negli ultimi anni, infatti, lo studio del ‘cervello non vedente’ si è rivelato

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1. Un incontro nella Biblioteca di San Ponziano 2. Auditorium Cappella Guinigi, saluti iniziali 3. Alessandro Arduino, Walter Mazzei, Nicola Lattanzi e Massimo Mazzone

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uno dei campi più promettenti nelle scienze della mente, in quanto osservare il comportamento e le risposte cerebrali nei ciechi ha portato a meglio comprendere il funzionamento del cervello e a ripensare il modo stesso in cui esso elabora le informazioni sensoriali e formula un concetto. L’équipe del professor Pietro Pietrini collabora da anni con l’Uici e i suoi studi stanno dimostrando come il cervello sviluppi la sua organizzazione e le sue modalità di funzionamento indipendentemente dall’esperienza visiva e come per molte funzioni mentali vedenti e non vedenti abbiano un’identica attività cerebrale e un modo simile di rappresentarsi il mondo esterno. Molto seguiti e apprezzati gli appuntamenti che la Scuola IMT ha dedicato ai giovani e agli studenti. Il primo è stato un viaggio attraverso le profonde trasformazioni alle quali va incontro il cervello durante l’adolescenza, uno dei periodi senza dubbio più turbolenti della vita, caratterizzato da ancora immature capa-

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cità di controllo della mente e del corpo, sottoposti a un’improvvisa accelerazione dello sviluppo. Un periodo relativamente breve, significativamente modellato dalle esperienze degli anni precedenti, ma in grado di influenzare in profondità le fasi successive della vita e che da sempre rappresenta un rebus per i neuroscienziati ma anche – e forse in modo più diretto – per i genitori, gli educatori e i ragazzi stessi. Ed erano davvero tanti gli insegnanti e i genitori (ma anche i nonni) presenti alla conferenza tenuta da Luca Cecchetti, ricercatore in neuroscienze cognitive alla Scuola IMT, che ha guidato il pubblico in questo viaggio al tempo stesso affascinante e complesso attraverso l’età che Victor Hugo definì «la più delicata delle transizioni». Ancora dedicata ai ragazzi, questa volta addirittura come protagonisti, la conferenza Quante razze umane? Tante quanti i colori dell’arcobaleno. Nell’ambito delle iniziative promosse dalla Regione Toscana per l’80° anniversario della promulgazione delle Leggi Raz-

ziali, Emiliano Ricciardi e il lucchese Luca Pagni, ricercatore in Antropologia molecolare all’Università degli studi di Padova, hanno fatto luce su come il cervello percepisce e interpreta le caratteristiche delle diverse razze umane, coinvolgendo gli studenti riuniti nell’Auditorium Cappella Guinigi in un esperimento condotto attraverso i telefoni cellulari dei ragazzi e che ha prodotto risultati inaspettati e che ha fornito lo spunto per una lunga e partecipata riflessione guidata dal professor Pagni. Quali sono i meccanismi nervosi che aiutano a trovare nuove idee? Alla Settimana del cervello lo abbiamo scoperto con Fabrizio Doricchi, professore di Neuropsicologia all’università «La Sapienza» di Roma, e una conferenza tutta dedicata alla serendipità, neologismo inventato nel Settecento dallo scrittore inglese Horace Walpole per indicare quelle scoperte fatte in modo del tutto casuale durante una ricerca (scientifica, ma non solo) finalizzata ad altri scopi, una via di mezzo tra la coincidenza fortunata e il guizzo del più

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IMT: SETTE GIORNI DI APPUNTAMENTI CON CERTEZZE E MISTERI DEL NOSTRO CERVELLO

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4. Marco Paggi e Fabrizio Doricchi 5. Pubblico a uno degli incontri della rassegna

puro ingegno. Abbiamo così scoperto che le patatine fritte, i raggi X, la penicillina, il primo psicofarmaco, il principio di Archimede, il microonde, ma anche il romanzo Dr. Jekyll e Mr. Hyde, la scoperta di Urano e dei neuroni specchio sono tutte conseguenze della serendipità, ovvero della capacità di fare scoperte inaspettate mentre si sta cercando qualcos’altro. Tra aneddoti e dati scientifici, Doricchi ha illustrato al pubblico come lui e il gruppo di ricercatori dell’Università La Sapienza di Roma di cui fa parte stiano cercando di dimostrare quali sono le basi neurali di questo meccanismo misterioso che tanta influenza ha avuto sullo sviluppo scientifico e culturale dell’umanità. Non è mancata l’economia alla Settimana del cervello, cui sono stati dedicati due incontri. Al centro del primo, la ‘spinta gentile’ di Richard Thaler, economista statunitense, noto per i suoi studi e il suo contributo all’economia comportamentale e vincitore del premio Nobel nel 2017. L’economia comportamentale è quella disciplina che, impiegando concetti tratti dalla psicologia, elabora modelli alternativi rispetto a quelli formulati dalla teoria economica standard. E da qui deriva il concetto di ‘spinta gentile’, un metodo ideato da Thaler per stimolare le persone (quindi i vari gruppi sociali) a seguire un comportamento (che

può essere civico, igienico come economico) positivo per l’individuo e per la società, senza utilizzare prescrizioni o divieti ma – appunto – tramite la ‘spinta gentile’ di piccoli incentivi, nel rispetto della libertà della scelta. Ad approfondire questo tema, in una gremita Biblioteca di IMT (nella chiesa di San Ponziano), sono stati Ennio Bilancini, professore di Economia, Gustavo Cevolani, ricercatore di Logica e Filosofia della Scienza, e Massimo Riccaboni, professore di Economia e Management, tutti e tre docenti della Scuola IMT. Come è stato provato durante la conferenza, che si tratti di comprare un oggetto di poco valore o di accendere un mutuo decennale o di scegliere se e quale assicurazione pensionistica sottoscrivere, le nostre scelte sono tutt’altro che puramente razionali e il nostro cervello le compie non con la ragione, come sostenuto dal pensiero economico tradizionale, ma con l’istinto e, talvolta, l’irrazionalità delle emozioni. Da qui l’importanza di una visione multidisciplinare dell’economia, che tenga conto della complessità delle spinte che muovono l’agire umano. I comportamenti individuali hanno un’influenza rilevante non solo sulle scelte dei singoli, ma anche su quelle della comunità, compresa quella economico-finanziaria. La tutela dell’economia tra mercato e comportamenti individuali è stato l’argomento del secondo appuntamento con l’economia, che ha visto protagonisti Alessandro Arduino, co-direttore del Programma Security & Crisis Management alla Shanghai Academy of Social Sciences, Walter Mazzei, comandante del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della guardia di finanza di Lucca e Massimo Mazzone, comandante provinciale della guardia di finanza di Lucca. L’incontro introdotto da Nicola Lattanzi, professore di Management e Strategia alla Scuola IMT, ha stimolato numerose riflessioni e domande dal pubblico. La Settimana del cervello è sì organizzata dalla Scuola IMT, ma importante è la collaborazione con molte realtà locali, come quella con l’Ufficio scolastico territoriale, che ogni anno

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permette di coinvolgere centinaia di ragazzi. Tra queste collaborazioni è stata confermata per il terzo anno consecutivo quella con il Cineforum Ezechiele 25,17, che, grazie anche all’impegno della Brain Research Fondazione Onlus, ha permesso la realizzazione dell’incontro con il regista Fabrizio Maria Cortese, autore di Ho amici in paradiso, pellicola del 2016 che affronta il delicato tema della disabilità intellettiva e di come questa venga percepita e approcciata da chi con la disabilità non ha mai avuto a che fare. Ospite della serata, insieme al presidente di BRF, Armando Piccinni, e alla responsabile ricerche della Fondazione, Donatella Marazziti, anche don Pino Venerito, direttore del Centro di Riabilitazione della Casa San Giuseppe Opera Don Guanella di Roma i cui ospiti sono gli straordinari co-protagonisti del film. Le iniziative proposte dalla Scuola IMT in occasione della Settimana mondiale del cervello hanno interessato e incuriosito centinaia di persone, attratte dalla possibilità di condividere con ricercatori e scienziati scoperte e orizzonti di questo viaggio alla ricerca della mente, incredibile avventura scientifica in cui un organo – di fatto – cerca di svelare i suoi stessi misteri. Se è vero che non esistono colonne di Ercole a limitare la conoscenza, è vero anche, come scriveva la poetessa Emily Dickinson, che «la mente è più grande del cielo – perché se li metti fianco a fianco – l’una contiene l’altro – facilmente». È forse l’intuizione (se non la consapevolezza) di questa immensità a rendere così affascinante (e ‘necessario’) comprendere e indagare tutto ciò che riguarda la mente e il cervello. «La Scuola IMT è fortemente impegnata nella cosiddetta ‘terza missione’ delle Università, vale a dire nella valorizzazione della conoscenza per contribuire allo sviluppo sociale, culturale ed economico della Società. – afferma il prof. Pietro Pietrini, Direttore della Scuola – L’interesse della cittadinanza verso le iniziative di divulgazione scientifica e di promozione della ricerca ci incoraggia a proseguire nel nostro impegno».

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IMT: SETTE GIORNI DI APPUNTAMENTI CON CERTEZZE E MISTERI DEL NOSTRO CERVELLO

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4 foto Alcide

Neuroscienze, robotica, architettura e psicologia. Due studiosi IMT premiati dalla Società italiana di psicofiosiologia Due giovani studiosi della Scuola IMT Alti Studi Lucca si sono aggiudicati i prestigiosi premi assegnati dalla Società Italiana di Psicofisiologia per i loro studi che fondono neuroscienze, robotica e architettura. Si tratta del ricercatore Andrea Leo, membro dell’unità di ricerca MoMiLab (Molecular Mind Laboratory), e dello studente Paolo Papale, allievo del secondo anno del corso di dottorato di ricerca. Due riconoscimenti che attestano il valore della multidisciplinarietà che caratterizza la ricerca alla Scuola IMT e confermano la ‘naturale’ trasversalità delle neuroscienze. Andrea Leo si è aggiudicato il Premio Junior 2017 della SIPF, dedicato ai ricercatori under 35, per la pubblicazione di un articolo sulla prestigiosa rivista internazionale «eLife». Lo studio, condotto da un team multidisciplinare internazionale, riguarda il modo in cui il cervello controlla i movimenti delle mani. La ricerca dimostra come tutte le azioni, dalle più semplici come impugnare una penna, alle più complesse, come suonare il pianoforte, siano ‘scritte’ nel cervello come gesto completo e non come movimento delle singole dita della mano. Una scoperta che ha implicazioni importanti per sviluppare nuove strategie di riabilitazione nei pazienti con lesioni cerebrali, per esempio dopo un ictus, come pure nella bio-robotica per la messa a punto di programmi di interfaccia cervello-computer per la gestione delle protesi. Lo studio è stato condotto nell’ambito di una collaborazione tra il gruppo di ricerca MoMiLab di IMT, diretto dal professor Pietro Pietrini, e il Centro E. Piaggio dell’Università di Pisa, diretto dal professor Antonio Bicchi, con la partecipazione dell’Arizona State University. Paolo Papale è uno dei quattro vincitori del Premio SIPF Giovani per la presentazione del suo studio sui meccanismi cerebrali che permettono la visione e il riconoscimento dei dettagli. Laureato in architettura, allievo del corso di Dottorato in Neuroscienze Cognitive, Computazionali e Sociali alla Scuola IMT, Papale sta sviluppando un originale percorso di ricerca multidisciplinare su come il cervello distingue gli aspetti di primo piano, quelli che ‘catturano’ l’occhio, dallo sfondo. I risultati di questo connubio tra neuroscienze, psicologia e architettura stanno aprendo nuovi ambiti nella progettazione di edifici e degli spazi cittadini.

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news dal campus

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ReviewLand: un ‘microscopio sociale’ contro le false informazioni sul web Marinella Petrocchi e Michela Fazzolari *

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nalizzare e interpretare le recensioni disponibili online su Lucca e provincia, pubblicate sui principali portali web di viaggi, come Booking e Trip Advisor, per offrire un ‘microscopio sociale’ e per rilevare recensioni ‘sospette’. Sono questi gli obiettivi dell’innovativo progetto ‘ReviewLand’, partito nel settembre 2016 e coordinato dall’Istituto di informatica e telematica del CNR di Pisa, col supporto di IMT Scuola alti studi Lucca e Lucense SCaRL, grazie al co-finanziamento della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca.

Un sistema informatico per scovare le false recensioni sui siti per cercare hotel e ristoranti

Internet in generale e i social media in particolare offrono una grande quantità di dati, prodotti giornalmente da milioni di utenti di tutto il mondo. I temi sono i più disparati: si va da apprezzamenti e critiche a politici e celebrità del mondo dello spettacolo, commenti su eventi pubblici, suggerimenti riguardo acquisti di prodotti, opinioni su viaggi, vacanze, alberghi, ristoranti e luoghi di interesse. Spesso, questa grande quantità di dati può essere difficile da interpretare, eppure in essa si nascondono informazioni preziose, che possono essere utilizzate sia dal fornitore di un servizio, sia dal consumatore. Il primo, infatti, può

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foto Luca Lupi

REVIEWLAND: UN ‘MICROSCOPIO SOCIALE’ CONTRO LE FALSE INFORMAZIONI SUL WEB

beneficiarne per creare delle campagne di marketing ad hoc; il secondo può ottenere utili indicazioni su un determinato servizio. Ad esempio, comprendere che un albergo ha recensioni scarse perché è distante dall’aeroporto può suggerire all’albergatore di predisporre un servizio di shuttle gratuito. Negli ultimi anni, le recensioni online hanno preso il posto del passaparola: sono migliaia gli utenti che tramite lo smartphone consultano quotidianamente i siti di recensioni per trovare un ristorante vicino, pianificare un viaggio, scegliere un hotel. È in questo ambito che si colloca il progetto ReviewLand, che in-

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tende studiare e innovare le metodologie attualmente esistenti per estrarre, elaborare e interpretare le recensioni online. Le analisi si concentrano principalmente sui dati disponibili per il territorio di Lucca e della sua provincia: sono state considerate tutte le recensioni disponibili dal 2011 al 2017 riguardanti le strutture turistiche presenti in tutta la Lucchesia sui siti di Booking e TripAdvisor. Nella fase iniziale del progetto, i ricercatori hanno collezionato le recensioni e da esse hanno estratto informazioni interessanti sulle attività dei visitatori di Lucca e provincia: il team di studiosi ha analizzato circa 380.000 re-

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censioni, per fornire una panoramica dell’indice di gradimento del territorio e per identificare le caratteristiche dei visitatori. I primi risultati sono stati presentati nell’ultima edizione di Bright-La notte dei ricercatori, svoltasi nei chiostri di IMT lo scorso settembre: i ricercatori hanno raccontato cosa piace ai turisti che visitano la città, e perché, da dove proviene la maggior parte dei visitatori e che storia hanno, ricreando i loro itinerari turistici in giro per il mondo.Ad esempio, è stato rilevato che la maggior parte dei visitatori stranieri proviene soprattutto dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti, a seguire i vicini paesi europei. Inoltre, il numero di recensioni ha un andamento ciclico negli anni, in relazione con i periodi di maggiore affluenza. Le zone preferite dai visitatori sono la Lucchesia e la Versilia e la maggior parte dei turisti associa la visita della città di Lucca con la visita di una delle località di mare, quali Viareggio, Lido di Camaiore, Pietrasanta, Forte dei Marmi. Analizzare automaticamente un gran numero di recensioni è reso possibile grazie all’applicazione di tecniche all’avanguardia per il data mining, che permettono l’estrazione automatica di conoscenza da grandi quantità di dati, e di tecniche per l’elaborazione del linguaggio naturale, che permettono di trattare in maniera automatica i testi delle recensioni scritti in linguaggio naturale. Il notevole vantaggio dell’utilizzo di tecniche automatiche sta nel fatto che è possibile analizzare in poco tempo una grande quantità di dati disponibili online, evitando così di appoggiarsi a tradizionali sondaggi e interviste puntuali. La seconda fase del progetto è tuttora in corso e terminerà ad agosto 2018. Il secondo problema affrontato riguarda l’identificazione di recensioni sospette, note anche come ‘fake reviews’ (false recensioni). È, infatti, noto che le recensioni online hanno un peso sempre maggiore sia in termini di reputazione di un’azienda, ma ancora di più in termini di vendite e guadagno della stessa; perciò, è di grande importanza che le informazioni fornite siano quanto più attendibili possibili. Nono-

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stante ciò, negli ultimi anni il fenomeno dei falsi in rete è dilagato, con conseguenze negative sia per albergatori e ristoratori che si trovano a dover combattere con la cattiva fama digitale, sia per l’utente comune che non può fare affidamento sulle recensioni online. I cosiddetti fake sono utenti (virtuali o meno) che diffondono informazioni false su strutture di accoglienza o anche su determinati prodotti, con lo scopo di influenzarne – positivamente o negativamente – la reputazione, minando la credibilità dei siti di recensioni online. Attualmente esistono alcuni metodi scientifici per analizzare il testo delle recensioni, tentando di identificare e segnalare quelle fasulle, ma l’approccio portato avanti da ReviewLand è innovativo. Lo strumento in via di sviluppo da parte dei ricercatori del CNR è in grado di identificare i testi il cui contenuto presenta delle discrepanze rispetto al voto associato al testo stesso: se un giudizio sostanzialmente buono è associato a un voto basso, allora c’è qualcosa che non va. Questo tipo di recensione non viene considerata falsa, ma sicuramente presenta una anomalia e merita di essere analizzata ulteriormente, per esempio verificando le altre recensioni scritte dallo stesso autore. Contemporaneamente, i ricercatori stanno realizzando un nuovo studio, con lo scopo di costruire il cosiddetto ‘DNA digitale’ del recensore, cioè una sequenza di caratteri che ne descriva il comportamento nel tempo. Ciascuna sequenza è ottenuta associando un carattere ad ogni azione svolta dal recensore sul sito di recensione (azioni quali, ad esempio, postare una recensione, creare e/o arricchire il profilo, etc.). Analizzando le caratteristiche delle sequenze, con lo scopo di riconoscere sequenze uguali tra loro, è possibile contrassegnare gruppi di recensori caratterizzati da un alto grado di automazione: il loro comportamento porta a pensare che siano stati ‘programmati’ per scrivere recensioni ad hoc, per cui tali recensori sono considerati sospetti. Il progetto è portato avanti da un consorzio interdisciplinare di tre unità, coordinato dall’Istituto di Informatica e Telematica del CNR di Pisa, che si occupa di acquisire i dati, implementare

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REVIEWLAND: UN ‘MICROSCOPIO SOCIALE’ CONTRO LE FALSE INFORMAZIONI SUL WEB

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foto Luca Lupi

tecniche per l’analisi delle preferenze e delle attività dei recensori e realizzare metodologie volte a identificare gli utenti e le recensioni più affidabili. È inoltre responsabile della disseminazione dei risultati tramite pubblicazioni scientifiche internazionali. L’analisi preventiva degli interessi delle imprese beneficiarie del progetto è stata realizzata da Lucense, una società che svolge attività di ricerca industriale e trasferimento tecnologico. La società si occupa inoltre dell’analisi automatica del testo delle recensioni, tramite la tecnologia Lunet Discovery, in maniera da estrarre i temi più rilevanti e da suggerire temi di interesse che meritano di essere approfonditi. Infine, il gruppo SysMA di IMT, coopera all’elaborazione dei dati e ha come obiettivo quello di estendere la piattaforma Discovery utilizzata per l’analisi dei dati. La metodologia sviluppata all’interno del progetto, una volta validata, permetterà di abbattere i costi ed i tempi relativi alle indagini di mercato, facendo in modo che tutti i soggetti coinvolti nella domanda e offerta di servizi turistici e commerciali nel territorio di Lucca possano avvalersi di informazioni credibili, personalizzate a seconda delle esigenze individuali. Inoltre, l’approccio utilizzato nel progetto potrà essere facilmente applicato ad altri ambiti, ad esempio per analizzare recensioni di prodotti non necessariamente riferiti al territorio lucchese, o trasferito a temi complementari, quali l’identificazione di profili malevoli/keyword sospette, o la profilazione degli utenti per fornire pubblicità personalizzate.

* Istituto di Informatica e Telematica, CNR, Pisa

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COESIONE SOCIALE Chi, come, dove, quando? Marco Pomella

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arantire un futuro, assicurarsi che qualcuno si prenda cura del proprio figlio quando papà e mamma saranno troppo anziani per poter continuare ad accudirlo, è una delle preoccupazioni maggiori di ogni genitore. Un cruccio che aumenta se si è genitori di un ragazzo fragile e bisognoso di assistenza. Ecco perché da anni due associazioni del territorio della provincia di Lucca, la Crea e l’Aipd, si battono perché questa ansia si tramuti in una rassicurante certezza. I loro sforzi si stanno concretizzando tramite due progetti sul ‘Dopo di noi’ e per mezzo del sostegno della Fondazione Coesione Sociale che ne sta supportando la realizzazione. Presto il futuro di queste persone bisognose di assistenza sarà meno incerto.

Saper fare comunità: Factory Crea e Aipd Versilia. Due storie a confronto, un obiettivo comune: il ‘Dopo di noi’

A chi lascerò le cure di mio figlio quando io genitore non ci sarò più? Come fronteggiare un’emergenza improvvisa? A chi affidarsi se per lavoro o per malattia non riesco più ad occuparmi come vorrei di mio figlio? Di certo le preoccupazioni di un genitore sono molte. Ma se si tratta di un figlio fragile questa insicurezza si moltiplica. Un ragazzo disabile, fisico o mentale, o una persona con sindrome di down ha infatti bisogno di un’assistenza, un aiuto e un sostegno quotidiano e straordinario. Ed è per questo che, anni fa, sul territorio di Lucca, in Versilia in particolare, sono sorte due associazioni che si muovono in questa direzione. La Crea – Cooperativa realizzazioni artigianali – onlus che si occupa di handicap, minori, anziani e stranieri, con sede a Viareggio; e la Aipd – Associazione italiana persone down –, realtà che muove i primi passi a Capezzano Pianore, nel comune di Camaiore. Le due onlus hanno storie diverse, ma si muovono su binari paralleli e, a cavallo tra il 2017 e il 2018, dopo anni di impegno sul campo e di analisi delle rispettive problematiche, propongono due progetti specifici per il ‘Dopo di noi’. L’obiettivo è lo stesso: creare un alloggio, una struttura, capace di ospitare persone fragili, soprattutto per quando non avranno più assistenza familiare.

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Factory Crea, ovvero casa, innovazione, solidarietà e lavoro nel cuore di Viareggio

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iareggio e la Crea hanno un legame profondo, storico. Tutto nasce nel 1982 per iniziativa di don Sirio, don Beppe e don Luigi: i cosiddetti ‘preti operai’ prendono un vecchio capannone nella darsena viareggina, in mezzo ai cantieri nautici, e lo trasformano in officina artigianale. Da subito si crea un legame particolare prima col quartiere, poi con la città. Il capannone diventa punto di riferimento per le famiglie operaie e qui viene avviata una sperimentazione di terapia occupazionale: lavoro come base di partenza per il riscatto e l’integrazione sociale. Con gli anni diventa anche punto di incontro per mamme e papà con ragazzi disabili. E nel 1987 si struttura come cooperativa per il sostegno ai soggetti con handicap. Con gli anni le persone che si avvicinano alla Crea aumentano, così come cresce il ventaglio delle problematiche sociali di cui comincia ad occuparsi la cooperativa: nel 1991 apre la prima comunità-alloggio per minori, nel 1995 avvia in contemporanea due centri diurni, uno a Stazzema e uno a Pietrasanta. Centri che si moltiplicano negli anni successivi tra Viareggio, Pietrasanta, Camaiore, Massarosa (Stiava), e in Garfagnana. Nel 2018 gli interventi della Crea spaziano dai servizi domiciliari, territoriali e scolastici per minori, anziani e disabili, alla gestione dei centri diurni e di aggregazione per anziani e adulti disabili, dalla gestione delle comunità residenziali e semiresidenziali per minori ai servizi per l’infanzia, senza tralasciare i servizi di accoglienza, informazione e mediazione per migranti e cittadini stranieri. È nel 1999 che nasce il primo embrione di idea del ‘Dopo di noi’. Che, per Crea, si concretizza subito nel concetto di «durante e dopo di noi». A Viareggio la prima intuizione prende corpo grazie anche alla collaborazione tra Crea e un’altra onlus, Arca, la Casa per l’handicap, in via dei Comparini. Si tratta di una vera e propria struttura residenziale che riesce ad accogliere sedici persone non autosufficienti grazie ad una convenzione con

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FACTORY CREA, OVVERO CASA, INNOVAZIONE, SOLIDARIETÀ E LAVORO NEL CUORE DI VIAREGGIO

l’Asl. Le persone che gravitano attorno a Crea sperimentano così per la prima volta una vita indipendente, in un ambiente che li possa seguire e aiutare. L’esperimento funziona, e dura diverso tempo. Poi arrivano gli anni della crisi e dei tagli. E la necessità di evolvere e trasformare il progetto diventa urgente: i fondi pubblici per gestire una struttura del genere non bastano più, bisogna inventarsi qualcosa. Ma in realtà, a guardare bene, non c’è da inventare nulla. Quali sono le necessità dei soggetti deboli della provincia di Lucca, quali le difficoltà delle famiglie, quali e quante sono le strutture dedicate a queste persone e alle loro famiglie, quali sono le reali aspettative, problematiche, criticità del settore sociale Crea lo sa benissimo. E lo sa da tempo. Nel 2010 infatti aveva concluso un importante e minuzioso lavoro di ricerca proprio dal titolo ‘Dopo di noi’: settimane di indagini, incrocio di dati, interviste sul territorio per arrivare ad avere un quadro completo della situazione. I volontari di Crea intervistano i loro stessi volontari, le persone con handicap, anziani fragili, minori, le loro famiglie. Prende i dati di tutti i casi di necessità di assistenza degli ultimi anni. E stila un preciso rapporto che presenta nel dicembre 2010: un’analisi a tutto tondo, che spazia dalla Piana di Lucca alla Valle del Serchio fino, ovviamente, alla Versilia. Ne emerge un quadro critico, con oltre 6.675 persone bisognose di assistenza. Sono oltre 2.000 i minori con handicap (854 psichico, 543 fisico, 121 sensoriale, 509 plurihandicap) e più di 4.650 le persone con handicap tra i 19 e i 65 anni (849 psichico, 1.882 fisico, 251 sensoriale e 2.175 plurihandicap). Tutto ciò, a livello provinciale, viene gestito da 83 associazioni o cooperative (34 nella Piana di Lucca, 13 in Mediavalle e Garfagnana, 36 in Versilia). Ma dallo studio emerge soprattutto un aspetto che non può essere racchiuso in un numero: lo stato d’animo dei soggetti direttamente o indirettamente interessati. Inquietudine, ansia, paura, angoscia, preoccupazione. A rappre-

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foto Marco Pomelia

1. Aipd Versilia, i corsi di cucina 2. Attività presso la ‘Casa per l’handicap’ di Viareggio

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sentare motivo di disagio è l’insicurezza: cosa succede di fronte ad un evento imprevedibile, per esempio se la mamma di una ragazzo disabile che lo accompagna tutti i giorni a scuola e a sport si infortuna e non può più accudire il figlio? Cosa capita a un papà o una mamma su cui stress e stanchezza prendono il sopravvento? Cosa succede al mio ragazzo con handicap quando noi genitori non ci saremo più? Madri, padri, sorelle e fratelli di disabili sono accomunati da una cosa: affermano di sentirsi soli, e questo nel rapporto appare chiaro. Le reti informali (associazioni, amici, famiglia) e quelle formali (cooperative, istituzioni) lasciano troppi buchi, troppe incertezze. Da lì, quindi, matura la necessità in Crea di trovare e fornire soluzioni ancora più incisive, nell’immediato, ma soprattuto in prospettiva. E qui nasce l’idea del ‘durante/dopo di noi’. Le famiglie di ragazzi disabili concordano su un punto: servono strutture, magari piccolemedie strutture, dove cominciare a fare vivere ai propri figli un’esperienza di vita indipendente. Per oggi, per acquistare autonomia. E per

domani, quando chi li ha accuditi fino a quel momento non ci sarà più. Prende così vita il percorso che porterà alla costituzione della Crea Factory, ossia della prima ‘Casa per l’handicap’ a Viareggio. La Crea trova l’immobile: è un vecchio casolare in via Migliarina, in una zona periferica e semi-agricola di Viareggio, ideale per creare, accanto alla struttura, un piccolo orto. La onlus accende un mutuo ed acquista l’immobile. Poi interviene la Fondazione Coesione Sociale che, tramite la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, dopo aver studiato il progetto e sposato le finalità, si sobbarca gli oltre 200 mila euro necessari alla ristrutturazione di tutto l’immobile: viene ristrutturato il tetto, costruito un ascensore, sistemato bagno e giardino, rifatto l’impianto elettrico e di riscaldamento. «Ci siamo mossi – spiega Vera Caruso, presidente della Crea – partendo dal report sul ‘dopo di noi’, cercando di capire dalle famiglie e dagli operatori quali fossero i reali bisogni. Siamo partiti da una necessità: quella di trovare soluzioni alternative al totale finanziamen-

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3-4. La ‘Casa per l’handicap’ in via della Migliarina a Viareggio

to pubblico. Una formula che oggi sta dando i suoi frutti, anche se tra tante difficoltà».

foto Marco Pomelia

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Nasce così la Crea Factory che rappresenta «il nostro cammino – spiega Caruso – verso il futuro, accanto ai famigliari delle persone disabili, nella progettazione e nella ricerca di risposte ai loro bisogni e di modelli nuovi di servizi». La struttura ha cinque posti dedicati alla sperimentazione dell’autonomia in residenzialità e due posti per accoglienza e per ricoveri di sollievo. «Il progetto ha visto l’inserimento nel solo 2016 di 34 persone, realizzando sei soggiorni e 44 giornate di autonomia. I partecipanti hanno iniziato a sperimentare, insieme ai compagni e guidati dagli operatori, percorsi di autonomia legati all’abitare. La casa ha un ampio giardino, un piccolo orto, una stanza per i lavori manuali e persino una sala del benessere dove si svolgono attività aperte a tutti». L’esperimento si sta rivelando un successo ma ovviamente i 5 posti letto disponibili sono solo una goccia nel mare. Ecco perché, di recente, Crea ha preso in gestione altri due centri diurni a Pieve Fosciana e Fornaci di Barga. Ed ecco perché, accanto alla problematica della residenzialità delle persone con handicap, Crea non ha mai abbandonato la vocazione per il mondo del lavoro. Da una costola di Crea è nata infatti Crea Impresa, che si occupa proprio di trovare piccoli impieghi alle persone che gravitano attorno alle varie realtà che gestisce. «Ci sono persone – continua la presidente – che lavorano ormai da 15 anni. Certo, si tratta di piccoli lavori, saltuari. Ma non si immagina neanche quale valore terapeutico possa avere sulle persone disabili. La Factory vuole essere residenza, palestra, fattoria, centro di incontro e di elaborazione». Ovviamente per Crea resta molto da fare. «Alla Factory – conclude Vera Caruso – ci sono piccoli interventi di manutenzione quotidiana, ma anche lavori più importanti, tra i quali ultimamente la costruzione dell’ascensore. Cerchiamo di capire i bisogni e le esigenze degli ospiti della casa, per poi trovare la chiave per intervenire. Ci piacerebbe, per esempio, trasformare il piccolo silos che si trova accanto all’edificio in una sorta di teatro all’aperto: la struttura si presta, ma servono fondi. Così come siamo molto interessati ad ampliare l’orto, che insieme rappresenta lavoro e sostentamento per i disabili, economia circolare insomma: qui accanto è pieno di campi incolti, ci piacerebbe acquistarli… Ma molto resta da fare anche al di là della Factory. I numeri provinciali sulle persone con handicap ci dicono chiaramente che le strutture e le risorse a disposizione non bastano mai». MP

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Un modello da replicare: l’Aipd Versilia indica la strada

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foto Marco Pomelia

iversa, ma per certi versi simile, la storia dell’altra associazione versiliese che sul ‘Dopo di noi’ sta investendo forze e risorse: l’Associazione italiana persone down sezione Versilia. L’Aipd Versilia nasce ufficialmente nel luglio 2009 e sceglie come sede legale e operativa una piccola stanza offerta gratuitamente dalla Misericordia di Capezzano Pianore nella stessa sede della confraternita in via Sarzanese 155. A costituire la onlus sono genitori e famigliari di persone con sindrome di down, uniti dalla volontà di fare sistema per gestire le diverse problematiche che sorgono nel gestire figli fragili. La struttura prende il nome di «Sezione Versilia» perché ubicata nel comune di Camaiore, ma in realtà fin da subito il suo campo d’azione si estende anche fuori provincia: si tratta, infatti, dell’unica sede Aipd da Massa a Livorno ed è in questo bacino che opera. Assistenza psicologica, inserimento scolastico, insegnamento di piccoli lavori manuali. Ma anche l’accompagnamento dei ragazzi per fare attività sportiva, sostegno di operatori qualificati, gite sociali. Tante le attività che contraddistinguono Aipd Versilia fin da subito. «Il nostro statuto – spiega la presidente Angela Bertacchi – prevede che ci si occupi del corretto sviluppo psico-fisico della persona con sindrome di Down, dall’infanzia all’età adulta, favorendone anche l’inserimento scolastico, sociale, lavorativo facendo opera di persuasione, se necessario, nei confronti delle istituzioni ai vari livelli, sempre con spirito di collaborazione e di aiuto reciproco. Dovremo occuparci di dare alle famiglie un supporto psicologico, ma anche informativo e di favorire la diffusione di una corretta conoscenza della sindrome di Down anche organizzando convegni, dibattiti, corsi di preparazione». Per fare tutto ciò ci si appella al buon cuore della popolazione accettando donazioni libere, raccogliendo il 5 per mille (come Crea, del resto) e avviando alcune iniziative che vedono i ragazzi down protagonisti. Si organizzano, per esempio, corsi di cucina, durante i quali i

ragazzi confezionano biscotti o cioccolatini che poi vengono venduti in fiere e mercatini per raccogliere fondi. E, tutti gli anni, Aipd presenta il calendario dell’associazione (altro strumento per raccogliere contributi): 12 scatti che immortalano i ragazzi di Aipd alle prese con attività quotidiane o durante gli incontri con star del mondo dello sport, dello spettacolo, della musica che hanno prestato la loro notorietà per la causa Aipd. Proprio nell’edizione 2018 del calendario, per esempio, accanto ai ragazzi down appaiono Paolo Vallesi e Marcello Lippi, Francesco Gabbani e Maurizia Cacciatori, Roberto Farnesi, Francesco Chicchi e Paolo Ruffini, solo per citare alcune delle personalità che hanno preso parte all’iniziativa. Non mancano, nella ricerca fondi, l’adesione a bandi e progetti di crowfounding, ma neanche l’organizzazione di ‘camminate sportive’ o di concerti a scopo benefico. L’attività quotidiana di Aipd è fatta di tante piccole azioni. Avere una sede per riunirsi, poter socializzare, poter imparare a fare piccoli lavori manuali è un primo punto di partenza. Ma sono anche tante altre le occasioni che vedono protagonista l’associazione. Come le cene sociali, organizzate per raccogliere fondi e che ogni volta si trasformano in grandi feste con centinaia di partecipanti. Ultimamente i ragazzi hanno fatto un ulteriore salto di qualità: grazie al corso di cucina organizzato con un’associazione locale sono stati gli stessi giovani di Aipd a preparare parte della cena all’hotel Joseph di Marina di Pietrasanta. Il corso di cucina meriterebbe un discorso a sé: dal 2016 infatti l’Aipd ha stretto contatti con l’associazione che racchiude albergatori, balneari e commercianti di Lido di Camaiore. E, con le competenze di questi ultimi, da due anni si tengono con gran successo di partecipanti dei corsi di cucina per insegnare ai ragazzi a fare il pane e le pizze, i dolci di Carnevale e quelli di Natale. Ma è sempre e soprattutto un’occasione per stare insieme, divertirsi, crescere. Ma non finisce qui: dal connubio riuscito tra le due associazioni, infatti, è nata una storia che potrebbe diventare la prima di una lunga serie. È la storia di Fe-

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foto Marco Pomelia

1. Aipd Versilia, festa per la posa della prima pietra 2. Maido Castiglioni, Angela Bertacchi, Alessandro Del Dotto alla presentazione del progetto 3. Attività nella sede Aipd di Capezzano

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derico, uno dei ragazzi down che da sempre è seguito dall’Aipd. Da due anni Federico lavora in hotel. O meglio da due anni effettua uno stage retribuito nella hall di un’importante struttura alberghiera tre stelle di Lido di Camaiore. Un progetto di integrazione lavorativa che si è rinnovata di anno in anno per due stagioni e che a breve potrebbe trasformarsi in un posto di lavoro vero e proprio, definitivo. «Qui mi trovo bene, mi hanno accolto bene. E lavorare qui mi diverte e mi piace molto», racconta Federico. E non è l’unico. Anche Sergio, un altro ragazzo down seguito dall’associazione versiliese, da un paio di anni circa lavora per un’azienda nella zona artigianale delle Bocchette, a Camaiore. Un impiego a cui si è arrivati grazie ad una segnalazione di Aipd nazionale da Roma. Potrebbe tramutarsi in un’occupazione vera anche la speranza di un’altra ragazza, che, per scaramanzia, fino a quando non avrà in mano il contratto (con una grande

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azienda di Capezzano Pianore) preferisce non figurare. «Il lavoro – continua Bertacchi – è riscatto. Non solo per i soldi che i nostri ragazzi riescono a mettere da parte, ma soprattutto perché rappresenta la possibilità concreta di organizzare il proprio tempo e i propri impegni in modo autonomo. E questo li fa crescere molto». Occasione di crescita è anche lo sport. «Non soltanto per un discorso fisico e di salute, visto che molti dei nostri ragazzi naturalmente tendono all’obesità. Ma anche perché facendo sport – aggiunge la presidente – vivono e imparano concetti fondamentali, come la sconfitta e la vittoria durante le gare, a stare insieme, ad aiutarsi tra di loro e con gli altri, a socializzare con tutti gli utenti dell’impianto sportivo. Lo sport li fa crescere e li forma come persone». E infatti sono numerose le discipline in cui i ragazzi di Aipd sono impegnati. Sciano – e alcuni di loro, come Sergio, che partecipa alle gare dei Giochi nazionali Special Olympics –, giocano a bowling, vanno in palestra e in piscina. Il tutto sempre grazie alla bontà delle associazioni locali, che mettono

a disposizione le loro strutture per le esigenze dei ragazzi. Ma le spese, per fare sport, sono molte: servono attrezzature, istruttori qualificati e preparati. Servono, in caso di gare, mezzi e soldi necessari per portare i giovani atleti sui campi di gara e spesso pernottare fuori uno o due giorni. Ecco perché, di recente, Aipd ha partecipato ad un bando di crowdfunding avviato dalla Fondazione Vodafone a livello nazionale. La campagna si chiama OSO, Ogni Sport Oltre, e prevede la raccolta, da parte dell’associazione di 6 mila euro per vedersi riconosciuti dalla Fondazione altri 6 mila euro e poter così portare avanti il progetto per lo sport. Ma fin qui stiamo parlano di quello che è il presente di Aipd. L’associazione però guarda soprattutto al futuro. Il progetto del ‘Dopo di noi’ dell’associazione è ambizioso, si potrebbe definire un sogno, ma la prima pietra è già operativa e il desiderio sta per trasformarsi in realtà. Qualche anno fa infatti Aipd, un po’ come la Crea a Viareggio e più o meno nello stesso periodo, ha iniziato a interrogarsi su quanto sia stato fatto e quanto, invece, resti da fare. Le attività quotidiane, seppur tra mille difficoltà economiche, burocratiche, di tempo e forze, riescono a essere svolte ormai con regolarità. Quello che manca invece è la prospettiva. La questione che attanaglia ogni genitore di un ragazzo con sindrome di down è sempre la stessa: cosa succederà a mio figlio quando non ci saremo più. Nasce così l’idea, come detto, molto ambiziosa: costruire una casa per il ‘Dopo di noi’ con le sole forze dell’associazione. Nel giro di pochi mesi l’idea diventa concreta e l’associazione fa il primo importantissimo passo: acquista un terreno che si trova in via Aurelia a Lido di Camaiore, proprio di fianco alla Misericordia. Ecco che prende vita il progetto di Aipd Versilia per il primo centro polifunzionale per ragazzi con sindrome di down della zona: mini-appartamenti, laboratori didattici e formativi, ambulatori, aree ludiche e foresteria sociale. Tutt’intorno si forma e si sviluppa una vera e propria squadra, che agisce e inter-

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viene per aiutare e supportare l’associazione: le due Misericordie (quella di Capezzano che da anni ospita la sede dell’Aipd e quella di Lido che sposa il progetto), il Comune di Camaiore (che approva in tempi celeri una variante urbanistica necessaria per trasformare la destinazione d’uso del terreno, approvata nel marzo 2018), e la Fondazione Coesione Sociale che si prende l’onere di finanziare un terzo del progetto e delle spese necessarie. Tutta l’operazione infatti ha un costo insostenibile per una piccola associazione come Aipd: 1 milione e 275 mila euro circa, tra progettazione, acquisto del terreno e costruzione dell’immobile. Durante la presentazione del progetto (avvenuta nell’ottobre 2017 durante una conferenza stampa) era presente anche Maido Castiglioni, presidente della Fondazione per la Coesione Sociale. «Siamo molto soddisfatti di questo progetto –dichiara il presidente della Fondazione per la Coesione Sociale, Maido Castiglioni – e siamo certi che questa struttura porterà importanti benefici agli ospiti, alle loro famiglie e alla comunità». «Il nostro progetto – aggiunge Bertacchi – è quello di avere uno spazio residenziale e ricreativo a disposizione dei nostri ragazzi, anche e soprattutto in previsione del ‘Dopo di noi’, ossia del momento in cui noi genitori non potremmo più seguirli». All’interno ci saranno tra l’altro 8 mini-appartamenti per la residenzialità o semi-residenzialità con bagni separati, cucine, spazi comuni, un laboratorio polifunzionale. «Per l’amministrazione Comunale – chiosa il sindaco, Alessandro Del Dotto – è un traguardo significativo, perché da un lato si realizza il progetto che porta a compimento la principale aspirazione dell’Aipd Versilia e dall’altro è un modo per rendere tangibili gli effetti della legge sul ‘Dopo di noi’. È una buona notizia per tutta la comunità, che potrà contare su uno spazio dedicato alla solidarietà, parola che in questo caso si trasforma concretamente in servizi a tutela e supporto dei più deboli». Per completare l’opera però mancano ancora oltre 800 mila euro. E qui entra in gioco la

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UN MODELLO DA REPLICARE: L’AIPD VERSILIA INDICA LA STRADA

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campagna fondi dedicata al ‘Dopo di noi’ lanciata da Aipd, dal titolo «Campagna del Mattone». Basta fare una piccola donazione per vedere il proprio nome stampato su una parete di mattoncini che costituirà una parte dell’immobile. «Chiunque vorrà – spiegano dall’associazione – potrà partecipare attivamente alla realizzazione di questo centro polifunzioanle che ospiterà i ragazzi con sindrome di down di tutta la Versilia». Cittadini, imprese, associazioni, enti, tutti possono contribuire al progetto, anche con piccole e piccolissime offerte economiche. Un’intera parete, nell’ingresso della casa famiglia, sarà quindi decorata con tanti mattoncini che riporteranno i nomi di chi avrà lavorato attivamente alla realizzazione di questo sogno. La strada è ancora lunga, ma ormai le basi sono state gettate. La prima pietra della Casa del ‘Dopo di noi’ è stata simbolicamente messa. L’occasione è arrivata con la Camminata Solidale, organizzata dall’Aipd per celebrare la Giornata mondiale della la sindrome di Down. Durante la settimana i volontari dell’associazione hanno distribuito, nelle scuole di

Camaiore, Massarosa e Viareggio, oltre 1.000 bigliettini sui quali gli studenti hanno riportato messaggi di solidarietà e speranza. Domenica 25 marzo i numerosi ragazzi partecipanti si sono ritrovati presso il pontile a Lido di Camaiore, attaccando il proprio messaggio a un palloncino colorato. Da lì l’allegra carovana colorata si è incamminata fino al terreno acquistato dall’Aipd e, dopo aver liberato in aria tutti i palloncini, è stata deposta la prima pietra. Per Aipd e per Crea si prospettano anni delicati e intensi. I due progetti per il ‘Dopo di noi’ – uno per le persone con handicap, l’altra per soggetti con sindrome di Down – sono ambiziosi, ma necessari. Servono fondi, ne servono molti. La Fondazione Coesione Sociale, in entrambi i casi, si sta dimostrando sensibile e attenta, perché l’obiettivo principale, adesso, è passare dalle parole ai fatti. E farlo insieme. M.P.

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foto Tommaso Stefanelli

STORIA

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E COLORE Memorie di pietra Monte Grappa tu sei la mia Patria sei la stella che addita il cammino Cantavano dopo la guerra. Un masso del Grappa si trova, come monumento, nel pieno centro a Viareggio. Alle sue spalle quella che è comunemente detta piazza Piave (il fiume e il monte furono il perno della disperata difesa dell’Esercito Italiano dopo la disfatta di Caporetto nel 1917), ma un tempo parco della Rimembranza. Ogni albero, si tratta di querce, rappresenta un soldato viareggino morto nella Grande Guerra, di cui quest’anno si celebrano i 100 anni della sua fine. La Prima Guerra Mondiale scoppia nel 1914, ma il Regno d’Italia entra in guerra solo il 24 maggio del 1915 dopo feroci polemiche nelle piazze e in Parlamento. La guerra finì il 4 novembre del 1918: nel 1922 si decise che in ogni città importante dovevano nascere questi parchi ed era compito e dovere di scolari e studenti – qui c’è l’intento anche pedagogico – di custodire e mantenere questi parchi. Il sottosegretario del governo Mussolini, Dario Lupi, decide che i Caduti dovevano essere onorati nel «simbolo vivente di una pianta». «Questo Ministero ha stabilito che le scolaresche d’Italia si facciano iniziatrici dell’attuazione di un’idea nobilissima e pietosa: quella di creare in ogni città, in ogni paese, in ogni borgata, la Strada o il Parco della Rimembranza. Per ogni caduto nella grande guerra dovrà essere piantato un albero». Prendiamo la citazione dal bel libro di Quinto Antonelli, storico contemporaneo, intitolato Cento anni di Grande Guerra, edito da Donzelli. Di questo spirito, di queste memorie restano la pietra e le piante, ma quasi nessun senso o spirito del ricordo. In Versilia come a Lucca e in tutta la provincia. Sono passati 100 anni e sono morti i nostri nonni che avevano sofferto e combattutto sul Carso o sul Sabotino, sbandati a Caporetto, erranti sul Piave. Eppure l’idea di memoria della Grande Guerra come la sviluppò il Fascismo ha caratteri quasi unici, soprattutto lungo la riviera. Pervasivi ma anche nobili e con senso del gusto. In-

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Corrado Benzio

Un identikit dei monumenti ai caduti della Grande Guerra in Versilia nel centenario della fine del Primo conflitto mondiale

tanto per il carattere fortemente artistico, e non era facile. Il monumento di Pietrasanta, seppure squilibrato nei suoi rapporti, è un felice esempio di tardo Liberty. Fu il primo ad essere inaugurato, opera di Abele Jacopi. Era il 1925. Nel 2017 è stato restaurato, soprattutto per la grave mutilazione che riportava la Vittoria, che aveva perso un braccio in seguito allo scoppio di una bomba. Oggi si trova in piazza Statuto, ridotta a parcheggio. Di fatto è diventanto una sorta di rotonda. Ben diversa la storia del monumento di Seravezza, inaugurato quattro anni dopo nell’allora piazza Vittorio Emanuele III, oggi piazza Carducci. Il monumento si intitola l’Apuano e rappresenta un colosso che scaglia un grosso macigno. L’autore era Cornelio Palmerini da Camaiore, che non vide la fine della sua opera. Lo scultore si ispirò a un episodio della guerra italo-turca per la conquista della Libia (1911). L’impresa coloniale ha fra le sue battaglie l’assalto delle truppe ottomane a una ridotta di alpini a Derna. Il quarto reggimento alpini, finite le munizioni, si salvò cominciando a lanciare pietre contro il nemico. Episodio diventato leggenda. L’opera fu terminata, fra gli altri, da Arturo Dazzi, grande scultore apuano e cantore del Regime (da qui una damnatio memoriae che dura ancora oggi). Il marmo, un bianco di Seravezza, fu donato dalla ditta Henraux. Dazzi, va ricordato, è fra gli autori di opere collocate nel famoso e contestatissimo monumento alla Vittoria che Mussolini volle piazzare all’ingrezzo di Bolzano: perenne monito ai sudtirolesi su chi fosse il padrone. L’opera, un grande arco trionfale con i fasci e l’arca per ricordare i martiri, a partire da Cesare Battisti, era firmata da Marcello Piacentini, l’architetto del Regime per eccellenza. Piacentini collaborò a lungo con Arturo Dazzi, i cui due marinai sono esposti sul lungomare di Forte dei Marmi, altro esempio di opere del ricordo dall’assoluto valore artistico. Diversa l’origine del basamento di pietra del monumento ai caduti di Viareggio. La pietra arrivava dall’altipiano di Asiago, altra zona di

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1-3. Il monumento in piazza Garibaldi a Viareggio, opera di Lorenzo Viani e Domenico Rambelli 4. Il monumento di Abele Jacopi in piazza Statuto a Pietrasanta 5. Il monumento l’Apuano di Cornelio Palmerini in piazza Carducci a Seravezza foto Tommaso Stefanelli

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cruente battaglie. L’opera di piazza Garibaldi è firmata da Lorenzo Viani e Domenico Rambelli. Viani era grande pittore espressionista viareggino, prima anarchico poi, anche per motivi alimentari, amico del Duce. Rambelli era romagnolo, autore del monumento a Francesco Baracca a Lugo. Anche lui fascista, anche lui come Viani, con frequentazioni parigine. Il monumento è datato 1927, ma già il 5 novembre 1918, all’indomani dell’armistizio con gli austro-ungarici, il sindaco di Viareggio aveva annunciato la realizzazione di un’opera che ricordasse il sangue versato dai fanti e dai marinai viareggini. Nonostante il momento, l’opera che ne uscì fu da subito

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fortemente antiretorica e quasi pacifista (si parva licet), dove il senso del dolore è quasi palpabile. Il seminatore, figura centrale, rappresenta la Vittoria, ma soprattutto il futuro. Il fante e il marinaio in terra sono il simbolo dei Caduti, in qualche modo del passato. Finito sui libri di storia dell’arte ed esaltato da un critico come Vittorio Sgarbi, peraltro grandissimo estimatore dello scultore romagnolo. Le polemiche sul monumento, scelto tramite concorso nazionale, furono feroci, anche Mino Maccari – famoso pittore e polemista – si scagliò in maniera pesante contro l’opera di Viani e Rambelli. A salvare il progetto sembra sia stato Mussolini in persona. Fatto sta che

all’inaugurazione venne il segretario nazionale del Fascio. Ma poi, ancora nel Quaranta, a guerra dichiarata, i fascisti proposero di fondere le sculture per avere materia prima per i cannoni. I viareggini, poi, confermarono tutta la loro rusticità ribattezando lo spazio del monumento come ‘piazza delle paure’ (sic). Insomma, il monumento agli occhi di retori e di popolo non rappresentava a sufficienza lo spirito del Re Soldato e delle Terza Armata, di Battisti e Oberdan. Il centenario di Vittorio Veneto dovrebbe portare alla ribalta cosa fu, nel Ventennio fascista, il ricordo del primo conflitto mondiale. Ma anche di quanto fu pervasiva la memoria (si

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foto Tommaso Stefanelli

MEMORIE DI PIETRA

4 foto Tommaso Stefanelli

erigerà un monumento in ogni frazione) per quella che fu effettivamente la prima guerra combattuta da tutta l’Italia. E allora i monumenti vennero alzati ovunque, perché tutti ebbero i caduti fra i 660mila morti e dispersi sul fronte che andava dal Trentino all’Adriatico. E tutti ebbero un commilitone morto. Basti pensare che il Regno d’Italia gettò nel combattimento quasi 5 milioni di soldati, con una percentuale tragica di vittime: più del 10%. Più di uno su dieci, la terribile proporzione si usava per le esecuzioni sommarie, la famosa decimazione decisa per mandare all’assalto soldati ormai consci di essere carne da macello. Stanley Kubrik racconterà quella guerra in uno dei suoi capolavori: Orizzonti di Gloria. Noi dovremo aspettare La Grande Guerra di Mario Monicelli e poi Uomini contro di Francesco Rosi, tratto dal romanzo di Emilio Lussu Un anno sull’altipiano. Ma parliamo di tempi recenti. Quale guerra verrà raccontata da monumenti e parchi, targhe e tombe? Quella della gloria sul campo e non quella delle decimazioni e delle carneficine. Che dire, ad esempio, del famoso estratto del Bollettino della Vittoria che troviamo ancora in comune a Pietrasanta come nella vecchia scuola media «Euro Menini» di Viareggio. Quel Bolllettino che si concludeva con la celebre frase: «I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo, risalgono senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza». Altrettanto celebre la firma in calce: quel ‘Firmato Diaz’ che un popolo di semianalfabeti interpretò in ‘Firmato’ come il nome prorpio del generale Diaz, che in realtà si chiamava Armando, era napoletano e forse massone. L’uomo che sostituì Luigi Cadorna, il generalissimo che ritroviamo poi a Lucca ad inaugurare il parco della Rimembranza con Costanzo Ciano, l’eroe della beffa di Buccari con i Mas della Regia Marina. Livorno dedicherà un mausoleo (mai terminato) al conte Ciano. E Lucca? Tantissimi i monumenti e tantissime le targhe, una in ogni frazione. Tutto o quasi affidato, come fu deciso un po’ ovunque in quegli anni, a scultori e artisti locali. Questo spiega, a distanza di quasi un secolo, la pochezza della qualità artistica, ma anche di espressione, dei monumenti lucchesi: città tradizionalista e conservatrice, che male avrebbe sopportato un’opera come quella di Viareggio. Ma anche la Versilia, dopo la Seconda Guerra Mondiale è riuscita ad abbassare, in maniera totale, la qualità delle opere in ricordo dei caduti. Il clima è profondamente cambiato, a perpetrare la memoria dei caduti si prodigano solo le associazioni combattentistiche e d’arma, le cui disponibilità economiche, purtroppo, non sono mai all’altezza della generosità di intenti. E così, se vogliamo ritrovare il senso della vera monumentalità dobbiamo tornare alle opere degli anni Venti e Trenta. Ai Viani e ai Rambelli, quando anche la retorica e la drammaticità, fosse essa spietata o fintamente erorica, avevano un’espressione fisica, concreta, materica. Così fu, e così è.

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FCRL NOVITÀ EDITORIALI

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Storie di donne, donne nella Storia Continua l’avventura della Casa editrice Maria Pacini Fazzi nel mondo al femminile con nuove pubblicazioni nella collana «Italiane», biografie di donne che hanno segnato la storia del nostro Paese. Un’avventura iniziata nel 2016 con il volume dedicato a Maria Cristina Trivulzio, scelta d’esordio già particolare e significativa, ma che in tre anni ha visto crescere in maniera esponenziale impegno ed entusiasmo verso questo filone letterario. Intellettuali, politiche, sportive, scienziate, donne. Tra il 2017 e il 2018 hanno infatti visto la luce storie che attraverso la singolare biografia hanno permesso di comporre un mosaico collettivo, non solo del mondo al femminile ma anche di una società intera attraverso oltre cinquant’anni di evoluzione. La storia della famiglia, della solidarietà e della nascita del welfare nella vita politica di Maria Eletta Martini, raccontata da Rosa Jervolino Russo. La donna che si emancipa e primeggia nella scienza, Rita Levi Montalcini, ma che si batte fino alla fine contro ogni discriminazione di genere, in una interessante analisi di Marcella Filippa. Nadia Verdile ha poi raccontato l’impegno pubblico e l’acutissima intelligenza di Matilde Serao, Sarina Biraghi ci ha fatto conoscere in una prospettiva diversa la prima donna ad abbattere il ‘muro’ dei due metri nel salto in alto, Sara Simeoni. E poi ancora la storia di resistenza e impegno politico di Miriam Mafai vista da Lidia Duberto e la verità storica su Lina Merlin, personaggio legato ad una celebre legge che porta il suo nome, ma che poco racconta – anche secondo l’autrice del volume, Laura Ceserano – della dimensione politica e anticipatrice di questa ‘donna del Polesine’. Un mosaico, dicevamo, fatto di tante tessere che in una visione d’insieme delineano in maniera nitida e inequivocabile il profilo dell’Italia di ieri che è diventata l’Italia di oggi, in cui il ruolo di queste donne, intelligenti, coraggiose, fuori dal coro, appare evidente e incredibilmente concreto. ITALIANE

Una collana di Maria Pacini Fazzi editore Laura Cesarano Jouakim, Lina Merlin, Lucca 2017 Sarina Biraghi, Sara Simeoni, Lucca 2017 Rosa Jervolino Russo, Maria Eletta Martini, Lucca 2017 Nadia Verdile, Matilde Serao, Lucca 2017 Marcella Filippa, Rita Levi Montalcini, Lucca 2018 Lidia Luberto, Miriam Mafai, Lucca 2018

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Invito a teatro (della natura) Un volume molto atteso, naturale conseguenza del precedessore Ville Lucchesi. Le delizie della campagna: Giardini lucchesi. Il teatro della natura tra città e campagna, edito da PubliEd e disponbile anche in inglese e francese, continua il viaggio tra architettura e armonie naturali delle residenze storiche lucchesi. Con i testi di Maria Adriana Giusti, professore Ordinario al Dipartimento di architettura e design del Politecnico di Torino, e le suggestive fotografie di Luca Lupi, la pubblicazione celebra il patrimonio di bellezza e magia che punteggia le colline lucchesi, concentrando l’attenzione sui giardini, protagonisti a tutti gli effetti del ‘bello’. Un invito a palazzo, quindi, per visitare luoghi spesso segreti, inaccessibili, con il privilegio di un racconto organico che permette di apprezzare ancora di più le diversità, le particolarità e i primati di questi teatri naturali che cambiano e si rinnovano col passare del tempo e delle stagioni. Dall’hortus conclusus o verziere, dal locus amoenus al teatro della natura, il Giardino, e la sua organizzazione estetica e spaziale, racconta l’evoluzione della società, i cambiamenti storici e politici, mostrando, a chi sa guardare, un’altra interpretazione della storia dell’uomo. Il Giardino completa e compenetra l’architettura della villa, diventando parte integrante del suo arredamento ed elemento eversivo, che vive e sopravvive per se stesso. Come in un ipotetico catalogo, il volume presenta le varietà paesaggistiche ed estetiche: il giardino all’inglese, selvaggio nella sua puntigliosità, e quello all’italiana, geometrico e formale, giochi d’acqua, fontane e laghi, grotte, ninfei e figure di sogno. E ancora: quinte verdi, teatri di verzura, viali nascosti e boschi. Maria Adriana Giusti, Giardini lucchesi. Il teatro della natura tra città e campagna, PubliEd Editore, Lucca 2017

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Lucida, Ilaria, Santa Zita, il Volto Santo… È a fumetti la Lucca di misteri e leggende La tragica storia di Lucrezia Buonvisi, la monaca assassina, il celebre patto demoniaco di Lucida Mansi che ha terrorizzato generazioni di bambini lucchesi. E poi ancora la straordinaria leggenda della gemma benefica che da secoli protegge Lucca, la pietra di San Michele, Santa Zita, la santa dei fiori e della carità e la storia del Volto Santo: il vero volto di Cristo giunto a Lucca attraverso il mare più di 1400 anni fa. E ancora l’amore che sfida l’oblio del tempo, eternato nel cenotafio di Ilaria del Carretto, simbolo di bellezza immortale e esempio di altissima arte scultorea. Sei storie, sei misteri e leggende della città di Lucca per la prima volta tradotte nel linguaggio veloce, potente e incisivo del fumetto. Nasce da un’idea di Rugiada Salom questa coraggiosa pubblicazione di Maria Pacini Fazzi Editore, ‘casa’ sempre attenta all’evoluzione del linguaggio e della comunicazione, che ha intuito il potere divulgativo delle ‘strisce’, in particolare in un ambiente fertile come la Lucca dei Comics. Un’idea dicevamo, declinata in disegno dalle abili mani di Riccardo ‘Ruggine’ Pieruccini e Pierfrancesco Buonomo, coadiuvati per la stesura dei testi da Antonio De Rosa. Un’idea divenuta realtà di successo, tanto da convincere la Pacini Fazzi a pubblicare anche una versione in lingua inglese, sempre nel nome della divulgazione e della concezione inclusiva del mestiere di editore. ‘Penne’ e ‘matite’ diverse dunque per comporre un viaggio variegato attraverso storie in alcuni casi arcinote ai Lucchesi ma mai prima d’ora raccontate in questa chiave e con questi strumenti. Lucca a fumetti. Misteri e leggende, da un’idea di Rugiada Salom, tavole di Riccardo ‘Ruggine’ Pieruccini e Pierfrancesco Buonomo, testi di Antonio De Rosa, Maria Pacini Fazzi editore, Lucca 2017

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Una cultura italiana scolpita nella pietra L’OMA, l’Osservatorio dei mestieri d’arte, ha voluto dedicare un volume a due dei materiali più preziosi del nostro paese: la pietra. Nel libro Le Pietre dell’identità italiana. Materiali, lavorazioni, design, questo il titolo, Daniele Turrin racconta, in un viaggio che attraversa il paese da nord a sud, come questi prodotti rappresentino veramente le fondamenta dell’essere italiani. Quasi tutte le regioni d’Italia, infatti, presentano una straordinaria ricchezza e varietà di pietre e lavorazioni. Blocchi poveri che, grazie all’opera di saggezza artistica di artigiani, scultori, architetti e designer, vengono nobilitati ed elevati al ruolo di protagonisti. Se l’arte italiana trova, da sempre, la sua realizzazione nella pittura, è la scultura, la lavorazione della pietra, la capacità di plasmare blocchi rigidi in forme morbide e seducenti, che conferma il genio del Bel Paese. Materiali, dunque, che hanno alimentato culture progettuali e produttive uniche, cariche di valenze identitarie non solo per gli artigiani locali. Il volume restituisce così uno spaccato significativo di culture materiali e identità litiche, analizzando la geografia dei siti estrattivi, le caratteristiche tecniche ed espressive delle pietre, le lavorazioni e le applicazioni storiche e contemporanee. Davide Turrini, Le pietre dell’identità italiana. Materiali, lavorazioni, design (XIV volume della Collana «I Mestieri d’arte. Quaderni d’artigianato»), Edifir, Firenze 2018

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Periodico della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca Autorizzazione del Tribunale in corso

Finito di stampare nel mese di giugno 2018 da Tipografia Tommasi Referenze fotografiche: Archivio fotografico Associazione Musicale Lucchese; Archivio fotografico Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca; Archivio fotografico Fondazione Ragghianti; Archivio fotografico Lucca Film Festival; Archivio fotografico Lucca Teatro Festival; Archivio fotografico Maria Pacini Fazzi editore; Archivio fotografico Photolux Festival; Archivio fotografico Publied Editore; Massimo Bonino; Lorenzo Breschi; Antonio Clerici; Foto Alcide Lucca; Lucio Ghilardi; Iacopo Lazzareschi Cervelli; Luca Lupi; Marco Pomelia; Professional Studio MWS; Andrea Salani; Nubia Salani; Beatrice Speranza; Tommaso Stefanelli La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, scusandosi anticipatamente per l’involontaria omissione di referenze fotografiche, è disponibile ad assolvere eventuali diritti.

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piega costola

RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA

TERRITORIO – FESTIVAL EVENTI MOSTRE – SCUOLA E RICERCA – COESIONE SOCIALE – STORIA E COLORE

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