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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA
SOCIALE – TERRITORIO – EVENTI – VIAREGGIO – PARTECIPATE
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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA
3 Editoriale 4 In primo piano 5 Sociale e disabilità, un anno di sfide. Intervista a Lucia Corrieri Puliti, vicepresidente della Fondazione per la Coesione Sociale 11 Parola d’ordine ‘inclusione’. I sogni di Anffas Lucca diventano realtà 20 Interventi sul territorio 21 Siamo tutti mecenati 23 La rinascita del Ponte del Diavolo 26 Palazzo Rossetti, nuova vita per gli edifici storici di Seravezza 34 Piccolo è bello 36 Benabbio: là dove il tempo lento torna a vivere
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Eventi di primavera Una nuova casa delle arti. Atto primo: Pontormo in 3D Mediterraneo, sterminato patrimonio di culture e di visioni Lucca è Comics … and Games Stones in Lucca: pietre rotolanti e mattoni rossi. Il Concerto dell’anno in una location storica Colore: Versilia noir Intervista a Giampaolo Simi Dalle partecipate Facce da M.A.D.E. Novità editoriali In viaggio con Piaggia La Seta. Tra cultura e commercio L’esercizio della memoria
FCRL MAGAZINE 11|2017 Maria Teresa Perelli direttore Marcello Petrozziello direttore responsabile Comitato di redazione Maria Teresa Perelli Marcello Petrozziello Andrea Salani
hanno collaborato a questo numero Barbara Argentieri, Corrado Benzio, Sara Berchiolli, Tania Buonatesta, Nadia Davini, Giacomo Lucarini, Michele Morabito, Gianfranco Pierotti, Andrea Salani consulenza editoriale: Publied – Editore in Lucca progetto grafico e impaginazione: Marco Riccucci
in copertina: «Il cortile di casa nostra», giugno 2015, posa della prima pietra; a p. 2 Il Ponte del Diavolo a Borgo a Mozzano
© 2017, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca
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Il 2018 si presenta come un anno di sfide importanti per la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Nell’intraprendere percorsi nuovi e nel confermare il nostro impegno in progetti ormai consolidati, sfogliare le pagine di questa rivista ci fornisce la misura di quello che è possibile ottenere attraverso una programmazione attenta, un atteggiamento di ascolto verso il territorio e una strategia che nasce dalla valutazione accurata di esigenze ed emergenze. Non è certo un caso se dedichiamo la nostra ‘apertura’ al mondo del cosiddetto terzo settore. Con la creazione della Fondazione per la Coesione Sociale abbiamo voluto dotarci di uno strumento in grado di intercettare in maniera più diretta ed efficace le istanze del territorio e, adesso, dopo oltre un anno di attività, siamo in grado di individuare chiaramente i numerosi benefici strumentali di questa scelta strategica. Per completare la panoramica degli argomenti trattati in questo undicesimo numero di FCRL Magazine, mi piace ricordare i servizi dedicati agli eventi che animano la vita culturale e sociale della provincia di Lucca, ma anche i grandi happening che, pur non vedendo la Fondazione direttamente coinvolta, ci permettono di gettare uno sguardo non autoreferenziale a ciò che ci circonda. In conclusione, desidero salutare la nascita della rubrica ‘Piccolo è bello’, dedicata ai paesi, ai borghi – veramente tanti – che hanno conosciuto una riqualificazione e talvolta una vera rinascita grazie al sostegno della Fondazione. Casi particolarmente esemplari in cui si coglie pienamente la natura diffusa e capillare degli interventi, rivolti allo sviluppo sociale, economico e culturale del nostro territorio di riferimento.
Maria Teresa Perelli Direttrice della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca
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PIANO Sociale e disabilità, un anno di sfide
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na delle più grandi sfide dell’età contemporanea è quella di programmare e mettere in pratica politiche legate al welfare in grado di assecondare le esigenze in evoluzione del tessuto sociale, i bisogni reali di una comunità. Stare al passo con questo percorso evolutivo è sempre più complesso, una difficoltà che si apprezza in maniera ancora più evidente se si parla di disabilità. Tanti i passi avanti fatti negli ultimi anni in questo campo, non solo in termini di ricerca scientifica, ma anche sotto il profilo dell’approccio e dei principi ispiratori delle politiche assistenziali.
Facciamo il punto con Lucia Corrieri Puliti, vicepresidente della Fondazione per la Coesione Sociale Per capire la complessità dell’argomento basterà ricordare come già nell’anno scolastico 2015-2016 l’ISTAT rilevava circa 156 mila alunni con disabilità, pari al 3% del totale degli iscritti. Più in generale, sempre nel 2015, si registravano oltre 2 milioni di persone che percepivano indennità d’accompagnamento, di cui 600 mila d’età inferiore a 65 anni e, sempre per comprendere la portata di questa problematica, solo nel 2013 lo Stato ha speso più di 1,7 miliardi per garantire adeguata assistenza con interventi e servizi sociali nei Comuni singoli e associati per l’area disabili. Se parliamo invece della provincia di Lucca, una ricerca realizzata da SINLOC ha rilevato una forte crescita degli accertamenti di casi di disabilità, che nella sola Piana di Lucca sono
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1-4. Gli ambienti dedicati all’autonomia residenziale da Factory Crea
passati da circa 2,27 mila nel 2007 a oltre 5mila nel 2012 (ultimo dato disponibile), con un significativo aumento degli handicap fisici. Cifre in crescita che pongono tante e sempre nuove questioni da affrontare. La risposta della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca è stata puntuale e ha visto la creazione di un ente strumentale in grado di approcciare queste problematiche ‘da vicino’, dotandosi delle competenze necessarie e di una specifica prassi operativa. Nell’autunno 2016 è infatti nata la Fondazione per la Coesione Sociale che, in poco più di un anno, ha già definito le necessarie strategie e dato avvio a progetti di grande rilievo. Ne parliamo con la vice presidente Lucia Corrieri Puliti, che ricopre anche il ruolo di vicepresidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e per lungo tempo è stata Direttrice dell’Unità Operativa Educazione e promozione della Salute presso l’Azienda USL 2 di Lucca.
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È da poco più di un anno che esiste la Fondazione per la Coesione Sociale. Una valutazione dei primi risultati. La mia valutazione è assolutamente positiva. In poco più di un anno si sono create importanti sinergie con istituzioni e associazioni che operano nel settore della disabilità. Ma è anche stato un anno di risultati concreti, di progetti avviati, fondamentale per la programmazione delle strategie che ci consentiranno di agire con efficacia ed efficienza, rispondendo con soluzioni a problemi reali. Tra i tanti interventi, penso al sostegno dato al progetto promosso dall’Anffas con la Società Semplice Agricola Carraia, che ha consentito la costruzione di nuove serre in cui circa trenta giovani provenienti dai servizi Anffas Progetto Lavoro e Casa Famiglia, coadiuvati da educatori, volontari ed esperti del settore, producono piante da fioritura e ortaggi. Penso alla costruzione del nuovo centro per la gestione del «Dopo di Noi» della Misericordia di Corsagna e al progetto del Gruppo Volontari della Solidarietà di Barga: una nuova sede con locali adeguati allo svolgimento di laboratori per soggetti diversamente abili. E ancora all’inizia-
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SOCIALE E DISABILITÀ, UN ANNO DI SFIDE
tiva «FACTORY CREA» orientata alla ricerca di forme di autonomia residenziale per disabili adulti, analogamente a quanto fatto dalla Fraternita di Misericordia di Borgo a Mozzano. Queste sono solo alcune delle iniziative che comunque ben rappresentano la direzione intrapresa: affrontare il mondo della disabilità, e del sociale in generale, attraverso il dialogo e la concertazione con le istituzioni e l’associazionismo, sempre promuovendo l’utilizzo di un approccio moderno e aggiornato. La Fondazione per la Coesione Sociale è nata come ente strumentale della Fondazione CRL. Lei, che ricopre anche il ruolo di vicepresidente della fondazione ‘madre’, può spiegare, probabilmente meglio di chiunque altro, perché si sia resa necessaria la creazione di un organismo specifico. I progetti e la programmazione non potevano essere portati avanti direttamente dalla Fondazione Cassa di Risparmio? Quello del ‘sociale’, e della disabilità in particolare, è un mondo ricco di complessità e sfumature, una ‘galassia’ da osservare prevedendo valutazioni preliminari strumentali alla progettazione di interventi efficaci e opportune verifiche ex post per determinare il reale impatto di quanto realizzato. Certo, la Fondazione Cassa di Risparmio nella sua storia ha maturato una notevole esperienza nel campo del sociale. Proprio per questo ha scelto di dar vita ad un ente strumentale. L’esperienza stessa ha chiaramente indicato la necessità di un organismo autonomo in grado di accogliere questa eredità di conoscenze e buone pratiche, traducendole in una organizzazione sempre più puntuale e specifica. La Fondazione per la Coesione Sociale infatti lavora non pubblicando bandi, ma su un’attenta valutazione di bisogni. L’attività è partita da due iniziali punti fermi: la realizzazione di un’indagine sulle problematiche e sulle necessità espresse dal territorio della provincia di Lucca e il rafforzamento delle sinergie tra istituzioni e associazionismo. Un binomio, quest’ultimo, nel quale ci dobbiamo inserire
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5-7. L’immobile del Gruppo Volontari della Solidarietà di Barga
come ‘facilitatori’ e finanziatori avveduti, secondo un principio di sussidiarietà orizzontale che consenta agli addetti ai lavori e agli stessi beneficiari di partecipare direttamente alle fase decisionali. Di sicuro la Fondazione Cassa avrebbe potuto portare avanti le proprie politiche nell’ambito del sociale. Ma è lei stessa ad aver intuito tutti i benefici di una regia così specifica e dedicata, in grado di fornire risposte dirette e programmare nel medio-lungo periodo. E poi c’è il ruolo di trustee o affidatario che la Fondazione per la Coesione Sociale può e deve svolgere, proponendosi quale ente credibile e punto di riferimento per il mondo del ‘dopo di noi’. In questo ambito specifico abbiamo l’occasione di promuovere una piccola ‘rivoluzione culturale’ e dar vita a prassi di solidarietà realmente innovative.
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Nel concreto, in che modo vi mettete ‘in contatto’ col territorio? Al di là delle indagini di settore sulle necessità, che sono il primo strumento di valutazione, è la nostra stessa organizzazione a prevedere una forma di continuo scambio e confronto. Nella Fondazione esiste infatti un Comitato consultivo composto dai sindaci in rappresentanza delle tre conferenze zonali in cui è suddivisa la provincia: Lucca e Piana, Versilia e Valle del Serchio. Il Comitato comprende inoltre tre tra le realtà più rappresentative dell’associazionismo nelle medesime aree: l’ANFFAS di Lucca, l’ARCA di Viareggio e la Misericordia di Corsagna. L’obiettivo è chiaramente quello di un dialogo serrato per non perdere mai di vista lo stato reale delle cose. Abbiamo ottimi propositi e molte idee per realizzarli, ma non possiamo permetterci di indulgere in un approccio troppo teorico; dobbiamo sempre rivolgerci al ‘contesto’ in maniera opportuna e ragionata. La legge sul ‘dopo di noi’ ha dato il via ad una catena di iniziative. Come si inserisce all’interno di questo circuito la Fondazione per la Coesione sociale? La legge nazionale 112 del 2016, la cosid-
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il percorso legislativo Con la legge 22 giugno 2016, numero 112 si sono fornite «Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno famigliare», dando corpo a una normativa da tempo attesa nell’ambito del cosiddetto «durante e dopo di noi». Punto cardine del provvedimento è la costituzione di un fondo per l’assistenza e il sostegno ai disabili privi dell’aiuto della famiglia e agevolazioni per privati, enti e associazioni che decidono di stanziare risorse a loro tutela (articolo 3): come strumenti sono previsti sgravi fiscali, esenzioni e incentivi per la stipula di polizze assicurative, trust e su trasferimenti di beni e diritti postmortem. Il decreto attuativo vede la luce il 23 novembre 2016 definendo le priorità e rendendo di fatto concreto quanto specificato all’interno della legge. Il 10 luglio 2017 la Regione Toscana delibera a sua volta un programma attuativo regionale in cui definisce le modalità di applicazione della Legge 112/2016 e del suo decreto attuativo. In particolare si specifica la ripartizione dei fondi stanziati (11.250.000) tra le varie aree della regione e le linee guida per l’impiego delle risorse.
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detta legge del ‘Dopo di noi’, ha finalmente disciplinato una materia cui la stessa Fondazione Cassa di Risparmio aveva prestato attenzione da tempo. Applicando la normativa, la Regione Toscana ha approvato un finanziamento triennale di 11.250.000 euro da impiegare nelle politiche sociali nell’ambito della disabilità. Di questi, oltre 1,1 milioni di euro sono stati assegnati alle aree della Provincia di Lucca, con l’invito a prevedere una progettazione specifica per impiegare queste risorse. La Fondazione per la Coesione sociale si inserisce in questo circuito innanzitutto stanziando ulteriori 1,3 milioni di euro e sedendosi in prima persona ai ‘tavoli’ in cui si determinano le strategie d’impiego per questi fondi che nel complesso ammontano a oltre 2,4 milioni. Lo spirito con cui partecipiamo a questa fase organizzativa è assolutamente quello di una sussidiarietà orizzontale. Siamo partner di questi progetti e promuoviamo una selezione degli interventi che parta in primo luogo dalle richieste dei beneficiari stessi. Cosa intende concretamente con ‘sussidiarietà orizzontale’? Innanzitutto si tratta di aggiornare e far evolvere modelli di assistenzialismo ormai obsoleti. Essere sussidiari significa partecipare in maniera attiva, ma mai impositiva, ai processi decisionali. La co-progettazione deve diventare un vero e proprio ‘paradigma culturale’ secondo cui declinare le varie branche di un sistema di welfare locale dinamico e capace di dare soluzioni. Nel concreto andiamo sempre più verso il superamento di forme di cosiddetta ‘assistenza pura’, in cui l’azione di supporto o donazione arriva ‘dall’alto’ e il beneficiario resta poco più di un fruitore passivo dell’iniziativa. Quello che ci sta a cuore è proprio eliminare le parole ‘fruitore’ o ‘utente’ dal vocabolario dell’assistenzialismo. Creare un percorso di valutazione collegiale in cui il disabile, la sua famiglia – e in generale il ‘beneficiario’ – partecipi al procedimento decisionale che lo riguarda diret-
tamente svolgendo un ruolo da cittadino attivo che si confronta con la società. Nei vostri progetti qual è l’aspetto che occupa uno spazio maggiore? In primis quello delle infrastrutture. È una nostra precisa convinzione che costituiscano la base imprescindibile per la buona riuscita delle iniziative. Si tratta di un retaggio in parte ereditato dalla Fondazione Cassa di Risparmio, che da anni ha individuato proprio in questo aspetto un elemento di riferimento per i suoi principali progetti strategici, come l’housing sociale e l’edilizia scolastica. In presenza di ambienti sicuri e funzionali allo scopo per cui sono stati realizzati – o talvolta recuperati – ogni forma di programmazione assume connotati differenti, soprattutto laddove la disponibilità di spazi si presenta come una condizione minima. Ma nella prassi, quali sono le maggiori difficoltà nella promozione e realizzazione dei progetti? Potrà sembrare strano ma uno dei maggiori ostacoli nella definizione di programmi dedicati al benessere dei disabili è il superamento di barriere culturali e di atteggiamenti che riguardano da vicino i soggetti per cui di fatto vengono realizzati i progetti. Una delle difficoltà più grosse riguarda l’evoluzione del rapporto tra il disabile e la propria famiglia. Molte iniziative infatti nascono per promuovere la crescita di autonomia, per un inserimento nel contesto sociale, formativo e talvolta anche lavorativo. In maniera innata, secondo un naturale e più che comprensibile istinto di protezione, molte famiglie, spesso senza neppure rendersene conto, fanno una certa resistenza alla concreta realizzazione di questa autonomia. Qui si tratta di stimolare una crescita culturale, di abitudini e convinzioni, ma non solo. È necessario fare breccia in questo muro fatto di piccole diffidenze e grandi paure attraverso una sempre maggiore credibilità. L’efficacia dei progetti, la bontà dei risultati, la serietà del personale addetto ai lavori: questi i punti fondamentali che possono veramente vincere
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gli interventi della fondazione per la coesione sociale
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anche le ritrosie più intime e spontanee, radicate nel semplice fatto di essere coniuge, figlio, genitore. Al di là del ‘dopo di noi’, quali sono gli altri ambiti nei quali un ente con le caratteristiche della Fondazione per la Coesione Sociale può dare il suo apporto con efficacia e concretezza? Innanzitutto la Fondazione, che al momento – come accennavo – si è dedicata alla progettazione e al sostegno di iniziative di terzi, sta mettendo in cantiere alcune idee per operare direttamente. In particolare stiamo pensando a interventi nell’ambito della formazione, svolti sempre in collaborazione con gli enti e le associazioni.
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Una delle priorità è rappresentata dall’aggiornamento degli operatori che lavorano nel settore della disabilità. Strutture che in precedenza garantivano questa continua evoluzione oggi non organizzano eventi formativi, se non molto raramente; in ragione di questo è allo studio un programma orientato a garantire corsi e workshop dedicato agli operatori del privato sociale. La formazione è il futuro, non un corollario alle altre attività. Insieme alla realizzazione di infrastrutture adeguate è probabilmente il secondo pilastro su cui fondare il sociale di domani: personale di alto livello in strutture d’avanguardia. La strada è tracciata, non ci resta che crescere.
Coprogettazione e compartecipazione Tanti gli interventi che hanno visto il sostegno della Fondazione per la Coesione Sociale, che ha indirizzato i suoi sforzi principalmente verso il mondo della disabilità. Ad esempio, grazie alla Fondazione, l’A.I. P.D. Versilia darà il via alla costruzione di un complesso polifunzionale con laboratori per i ragazzi affetti dalla Sindrome di Down. Molti poi gli interventi che hanno consentito di sviluppare progetti volti a incentivare spazi di autonomia personale e professionale per soggetti disabili. In tal senso va «Verso l’indipendenza: abitare in autonomia», l’iniziativa dell’Associazione Down Lucca che promuove l’educazione all’autonomia abitativa o ancora l’impegno analogo della Cooperativa CREA nell’area versiliese. La Fraternita di Misericordia di Camporgiano ha invece attivato tre laboratori (coltivazione, trasformazione e confezionamento) per dar vita a un percorso di formazione e inclusione in un ciclo produttivo, in ambiente lavorativo protetto, di persone con disabilità; una prassi adottata anche dalla Misericordia di Borgo a Mozzano con il progetto denominato «L’officina della solidarietà» che a sua volta ha messo in cantiere tre laboratori attraverso i quali si prende confidenza col mondo del lavoro mediante l’elaborazione di prodotti derivati da agricoltura sociale e il riciclaggio di materiali di recupero e restauro, con particolare riferimento alla lavorazione della carta. Questi alcuni degli interventi, alcuni realizzati, altri in fase di ultimazione, resi possibili dai contributi della Fondazione per la Coesione Sociale, che ha inoltre pensato all’implementazione delle strutture a disposizione delle associazioni, in particolare per il «Durante e dopo di noi».
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Parola d’ordine ‘inclusione’. I sogni di Anffas Lucca diventano realtà Barbara Argentieri C’è una casa speciale, a Lucca, dove ogni giorno decine di ragazzi altrettanto speciali condividono il loro tempo e le loro emozioni, lavorando, giocando e crescendo assieme. Il grande edificio, giallo come il sole, sorge a San Pietro a Vico e ospita un centro diurno per ragazzi disabili. Si chiama «A casa nostra» ed è stato sognato e realizzato proprio come una casa per tutti, dove i tanti ragazzi assistiti da Anffas Lucca, una volta concluso il percorso scolastico, trascorrono le loro mattinate, condividendo ciò che sono e ciò che sono capaci di dare. «A casa nostra» è il cuore di un piccolo grande sistema solare i cui pianeti sono sparsi in tutta la Piana di Lucca. Da questa struttura infatti ogni mattina partono alcuni dei ragazzi che lavorano alle serre del progetto di agricoltura sociale dell’associazione, che ha sede a Carraia e dove viene portato avanti anche un progetto di integrazione sociale con persone in stato di svantaggio sociale o economico. Nel 2013, l’inaugurazione del centro ha rappresentato per Anffas la realizzazione di un grande sogno (uno di quelli alimentati dal coraggio e dalla responsabilità), il primo di una serie di importanti traguardi che l’associazione in questi ultimi quattro anni è riuscita a tagliare. IL «CORTILE DI CASA NOSTRA», UNA PALESTRA DI VITA APERTA A TUTTI
Accanto alla grande casa gialla di San Pietro a Vico i ragazzi, gli operatori, i volontari e le famiglie di Anffas da sempre hanno immaginato un altro spazio di accoglienza da poter utilizzare come centro di aggregazione dove organizzare servizi e attività sempre migliori per le persone con disabilità. È così che nell’ottobre del 2016 è stato tagliato il nastro de «Il cortile di casa nostra». Il fabbricato sorge a lato della grande casa che ospita i due centri diurni semiresidenziali ed è stato realizzato al posto di alcuni manufatti ormai inutilizzabili. L’edificio è costituito da un unico piano di forma rettangolare suddiviso
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1-2. «Il cortile di casa nostra»: la posa della prima pietra, giugno 2015
in due aree, un’ampia sala rettangolare che ospita le attività del centro, l’ingresso e i servizi. Un ambiente molto luminoso, con grandi porte-finestre che affacciano sul giardino della struttura. Oltre ad essere uno spazio bello e accogliente, «Il cortile di casa nostra» è stato realizzato con le più avanzate tecniche di risparmio energetico, con un impianto fotovoltaico che integra il fabbisogno di energia elettrica e con un collettore solare in grado di coprire più del 50% del fabbisogno annuo di acqua calda sanitaria. Inoltre la struttura è stata dotata di un modernissimo impianto domotico con il quale è possibile gestire i punti luce, controllare l’impianto di climatizzazione e l’allarme. L’investimento è stato di oltre 400mila euro. Un impegno economico reso possibile grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e ai genitori dell’associazione che si sono fatti carico del mutuo necessario per finanziare la nascita dell’intero complesso di San Pietro a Vico e arrivare così ad avere – per la prima volta nella storia di Anffas Lucca – una struttura di proprietà, nata per accogliere i loro figli e quante più persone con disabilità possibile. «“Il cortile di casa nostra” – affermò il giorno dell’inaugurazione Vania Nottoli, allora presidente di Anffas Lucca – sarà un luogo di accoglienza e socialità, a disposizione di tutti i ragazzi disabili del territorio e non solo di quelli di Anffas. Durante i pomeriggi qui si svolgeranno i progetti e i corsi già avviati dall’associazione, mentre la mattina il centro ospiterà nuovi utenti per offrire a tutti i ragazzi in uscita dall’obbligo scolastico uno spazio adeguato, in attesa dell’entrata nel mondo del lavoro o dell’accesso ai centri diurni». E così è stato. Nel gennaio 2017 infatti ha preso il via il progetto chiamato «Palestra di vita». Un centro di socializzazione dove i ragazzi con disabilità intellettiva e/o relazionale si ‘allenano’ ogni giorno per migliorare la consapevolezza di sé, imparare a lavorare in gruppo, fare esperienze di creatività e progredire nel percorso di autonomia.
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PAROLA D’ORDINE ‘INCLUSIONE’. I SOGNI DI ANFFAS LUCCA DIVENTANO REALTÀ
cooperativa «cose e persone»
3-4. «Il cortile di casa nostra»: l’inaugurazione, ottobre 2016
L’associazione Anffas Onlus di Lucca dal 1983 gestisce il Servizio Progetto Lavoro al quale partecipano persone con disabilità intellettiva e relazionale. Questo servizio si basa su una metodologia ergoterapica in cui il lavoro ha un ruolo fondamentale per migliorare la qualità della vita delle persone, rafforzando l’autonomia e la partecipazione sociale. «Cose e Persone» è una cooperativa sociale che dal 1990 si occupa di inserire al lavoro giovani con disabilità. La maggior parte dei ragazzi è impegnata in laboratori di falegnameria, ceramica, confezionamento e floricoltura mentre alcuni di loro si occupano anche di servizi di pulizie e manutenzione di giardini. Gli oggetti realizzati da «Cose e Persone» vengono poi esposti e venduti nel negozio di piazza dell’Anfiteatro dove i ragazzi stessi, accompagnati da operatori e volontari, hanno la possibilità di stare in contatto con il pubblico. 3
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5. «Il cortile di casa nostra»: l’inaugurazione, ottobre 2016 6. Le nuove serre, inaugurazione, giugno 2017
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Qui i ragazzi che hanno terminato il percorso scolastico e non hanno potuto trovare immediata accoglienza nei servizi istituzionali o non hanno al momento servizi adeguati alle loro esigenze, ogni mattina sono i protagonisti di una serie di attività progettate in base alle loro necessità. Quello che viene offerto è un percorso educativo, condiviso con i genitori e supervisionato da specialisti che lavorano a stretto contatto con gli operatori e con lo staff di Anffas Lucca, con laboratori di arte e creatività, di scrittura e di giornalismo, attività di teatro e di danza-terapia. Da qui i ragazzi partono anche per fare esperienze di autonomia, per andare a visitare una mostra o fare una passeggiata all’aria aperta. Dopo alcuni mesi di prova durante i quali il centro era aperto solo tre giorni a settimana, visti gli incoraggianti risultati pedagogici e il riscontro molto positivo delle famiglie, da settembre «Il cortile di casa nostra» è attivo tutti giorni, dal lunedì al venerdì per venti ore settimanali, e ora accoglie 13 ragazzi con diversa disabilità, seguiti quotidianamente da operatori, professionisti e volontari dell’associazione. «La nostra “Palestra di vita” – afferma Gabriele Marchetti che da novembre è il nuovo presidente di Anffas Lucca – è nata per dare una risposta concreta all’esigenza delle famiglie di avere un servizio di accoglienza a cui i ragazzi potessero accedere dopo il termine dell’obbligo scolastico, senza che si creassero vuoti di assistenza. Ora che abbiamo raggiunto un significativo numero di utenti, la sfida è riuscire a stabilizzare il progetto a livello istituzionale, in modo da garantire la necessaria continuità. Da troppi anni ormai – continua Marchetti – la nostra capacità di accogliere nuovi utenti nei servizi gestiti in convenzione con i comuni della Piana di Lucca è di fatto bloccata dai limiti finanziari che derivano dalle restrizioni di bilancio dei Comuni stessi. Per questo, nel pieno rispetto della missione di Anffas nazionale, nel corso di quest’anno anno avvieremo alcuni nuovi progetti con contributi privati e con risorse proprie, per superare questa situazione di stallo e ampliare i servizi da offrire alle famiglie con figli disabili».
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PAROLA D’ORDINE ‘INCLUSIONE’. I SOGNI DI ANFFAS LUCCA DIVENTANO REALTÀ
società agricola carraia La Società «Agricola Carraia» è una realtà di florovivaismo e orticoltura integrata nata 34 anni fa per dare a ragazzi con handicap intellettivo e/o relazionale la possibilità di impiegare, valorizzare e potenziare le proprie risorse in un progetto di agricoltura sociale. Il progetto attualmente vede impiegati regolarmente circa 20 utenti provenienti dai laboratori del servizio Progetto Lavoro di Anffas Lucca, coadiuvati da educatori, volontari ed esperti del settore. In totale sono 36 le persone che lavorano in questo che è uno dei pochissimi progetti di agricoltura sociale attivo sul territorio lucchese, l’unico che prevede l’integrazione tra ragazzi con disabilità e altre categorie sociali deboli. L’agricola infatti garantisce accoglienza a realtà diverse come le persone provenienti dall’ambito dei servizi socialmente utili e quello dei migranti, fino a comprendere le persone con problemi psichiatrici. Tutti percorsi effettuati in convenzione con gli enti di competenza che hanno garantito la possibilità di arricchire il percorso e le esperienze giornaliere dei ragazzi disabili. L’agricola produce piante da fiore primaverili e invernali e una trentina di varietà diverse di aromatiche, dalle più classiche alle più rare. Recentemente sono state sperimentate nuove colture come quella dello zafferano e del granturco con grani antichi che viene poi fatto macinare a pietra. L’orto produce verdure di stagione, coltivate con prodotti fitosanitari ammessi dall’agricoltura biologica.
7. Le nuove serre, inaugurazione, giugno 2017 8. «Il cortile di casa nostra»: novembre 2017
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9. La «palestra di vita» 10. Un assaggio della ‘fattoria sociale’
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L’«AGRICOLA CARRAIA», UN PROGETTO DI AGRICOLTURA SOCIALE … PER COLTIVARE L’INTEGRAZIONE
Nel corso del 2017 si è concretizzato anche un altro sogno di Anffas Lucca. Un sogno che nasce dal basso, dalla terra di un orto che da anni dà prodotti sorprendenti. Dal 1983, infatti, a Carraia, nel comune di Capannori, è attivo un interessante progetto di integrazione sociale rivolto alle persone con disabilità intellettiva e relazionale nelle cui serre giorno dopo giorno i ragazzi imparano a rispettare incarichi e scadenze, a essere parte attiva di un gruppo di lavoro e acquisire sempre maggiore fiducia in se stessi. Nel giugno scorso l’«Agricola Carraia» (questo il nome della società che sviluppa il progetto educativo di Anffas Lucca) si è potuta finalmente trasferire in una nuova sede, più accogliente e funzionale. Qui lavorano ogni giorno i ragazzi disabili, gli operatori e i volontari e con loro ci sono anche tante persone con condizioni socio-economiche svantaggiate, accolte per contrastare la discriminazione e l’emarginazione. Quando, nel 2012, i terreni ottenuti in concessione dalla ASL 2 e utilizzati fin dai primi anni Ottanta sono divenuti edificabili e quindi non più utilizzabili per l’agricoltura, Anffas Lucca ha deciso di mettere in moto
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tutte le risorse possibili per acquistare alcuni terreni (un ettaro dedicato esclusivamente ad orto e una serie di terreni per serre, parcheggi e tunnel) in cui trasferire le vecchie serre situate nella storica sede dell’ex dipartimento di prevenzione e dare nuova vita al progetto. Il trasferimento è stato molto complesso e per dirsi conclusi i lavori si richiederà ancora un po’ di tempo, ma dall’estate scorsa l’Agricola può contare su due nuove serre da oltre 200 metri quadri l’una, entrambe con impianti a gestione elettronica, con percorso per disabili e bancali per la coltivazione di piante, fiori e piante aromatiche. La struttura è fornita di un multi tunnel ed è corredata da terreni con due tunnel freddi, adatti alle coltivazioni invernali. Il progetto prevede ora il rifacimento dell’ex capannone artigianale che verrà destinato a fattoria sociale e all’accoglienza dei ragazzi disabili. In totale, per questa prima parte dei lavori, l’associazione si è impegnata con un investimento di circa 400mila euro, cui dovranno aggiungersi ulteriori risorse per circa 300mila euro per la creazione del centro diurno. Costi che, anche grazie al contributo stanziato dalla Fondazione per la Coesione sociale, l’associazione ha potuto affrontare diluendo nel tempo il proprio impegno.
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PAROLA D’ORDINE ‘INCLUSIONE’. I SOGNI DI ANFFAS LUCCA DIVENTANO REALTÀ
11-12. Il progetto della nuova «Pecora nera» nel giardino degli Osservanti a Lucca
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LA NUOVA “PECORA NERA” SARÀ UN BAR NEL GIARDINO DEGLI OSSERVANTI
Il nuovo anno, infine, vedrà la ripresa di un progetto a cui Anffas Lucca ha creduto moltissimo. Un progetto coraggioso di inclusione sociale e lavorativa che riparte con una nuova formula. A maggio 2018, infatti, riaprirà «La pecora nera» e sarà bar e tavola calda. Il locale sorgerà nel Giardino degli Osservanti, dietro il Complesso conventuale di San Francesco, in un fondo che Anffas ha ottenuto in comodato gratuito dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Conclusa l’esperienza del ristorante, si apre una nuova avventura per i ragazzi dell’associazione che presto, insieme a personale specializzato e volontari, potranno cimentarsi con la gestione di un nuovo locale che Anffas si augura possa diventare un luogo speciale di aggregazione e di socialità per l’intera comunità lucchese. 12
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SUL TERRITORIO Siamo tutti mecenati Tania Buonatesta
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n poco meno di tre anni, in Italia, sono stati realizzati 1.309 interventi di restauro sul patrimonio culturale pubblico o di sostegno ad archivi, biblioteche, teatri di tradizione, fondazioni liriche e a enti di spettacolo. Merito di circa 6.255 mecenati che, con una donazione complessiva di 191milioni e 670mila euro, hanno scelto di investire nella bellezza del Paese.
Gli effetti dell’Art bonus Il bonus fiscale per chi sostiene la cultura con donazioni in denaro, fortemente voluto dall’ex Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, e sostenuto dal Governo che l’ha reso misura stabile – sono concreti e sotto gli occhi di tutti. Nella stessa Lucchesia gli esempi da citare sono diversi: il primo in assoluto è proprio il progetto di restauro del Ponte del Diavolo, ma seguono subito le Mura di Lucca, il monumento Equestre in piazza Risorgimento e quello ai Caduti della Prima Guerra Mondiale a San Vito; il restauro di Palazzo Ducale, del complesso di Sant’Agostino, del Liceo artistico «Passaglia», della pavimentazione di piazza San Michele, e, ancora, l’area archeologica di Massarosa, la Fortezza di Montalfonso, solo per citarne alcuni. Molti di questi interventi sono realizzati con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca che figura più volte tra i top mecenati sul sito www.artbonus.gov.it con donazioni spesso oltre i centomila euro a progetto. L’istituto, da decenni, ben prima dell’avvento del «nuovo mecenatismo», è un fondamentale partner economico delle amministrazioni pubbliche per la conservazione, il recupero, il restauro e la valorizzazione del patrimonio culturale locale. A Firenze, invece, il marmo della fontana del Nettuno, il Biancone, di Bartolomeo Ammannati, simbolo della città, torna a risplendere grazie alla maison Salvatore Ferragamo; l’intervento di restauro, del valore di 1,5 milioni di euro, è stato abilmente portato avanti dall’amministrazione comunale come un progetto di
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condivisione con la cittadinanza e di promozione del capoluogo di regione toscano: un cantiere aperto, visite guidate gratuite prenotabili su un sito internet apposito (www.nettunofirenze.it per seguire anche il procedere dei lavori), e un piano di comunicazione social con il profilo Instagram @ilbiancone. I ‘sentimenti’ che accompagnano l’erogazione liberale delle grandi aziende italiane, in assoluto primi mecenati, seguiti dalle Fondazioni bancarie, sono la riconoscenza al territorio che le ospita, la volontà di partecipare al recupero e alla valorizzazione del patrimonio culturale inteso non soltanto come patrimonio identitario da trasmettere alle generazioni future, ma come attrattore turistico e leva di sviluppo economico e di occupazione. A fianco dei grandi brand dell’alta moda italiani come Ferragamo – che ha anche contribuito ai costi per la manutenzione straordinaria delle Gallerie degli Uffizi (600mila euro) – Fendi, Prada, Bulgari, e Cucinelli, figurano importanti imprese dei più diversi settori, da Manifatture Sigaro Toscano Spa al Pastificio Garofalo, da San Pellegrino a Star hotels. La misura fiscale L’Art bonus è una misura fiscale istituita con D.L. 31.5.2014, n. 83, «Disposizioni urgenti per la tutela del patrimonio culturale, lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo»,
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convertito con modificazioni in Legge n. 106 del 29.7.2014, che prevede un credito di imposta del 65% recuperabile in tre anni sulle erogazioni liberali a favore del patrimonio pubblico. Le donazioni devono essere finalizzate alla manutenzione, alla protezione, al restauro dei beni culturali pubblici o al sostegno a istituti e luoghi della cultura (biblioteche, archivi, aree e parchi archeologici…), delle fondazioni liricosinfoniche e dei teatri di tradizione, alla realizzazione, al restauro e al potenziamento delle strutture e istituti pubblici dello spettacolo. Le donazioni possono avvenire tramite bonifico o carte di debito, di credito o prepagate, assegni bancari e circolari. Non sono ammessi invece erogazioni in contanti dal momento che non offrono le necessarie garanzie di tracciabilità. Da gennaio 2016, l’Art bonus è stato esteso ai beni ecclesiastici delle zone colpite dal terremoto. Il ruolo delle P.A. È la pubblica amministrazione ad avere il ruolo fondamentale in Art bonus: spetta agli enti pubblici proporre i progetti ‘cantierabili’ da finanziare, ma anche coinvolgere la cittadinanza in un concorso di partecipazione diffusa. Il Comune di Prato nel 2015 ha presentato cinque progetti importanti e ha pro-
mosso sul proprio sito, dopo una serie di incontri pubblici con la cittadinanza, un sondaggio per scegliere quello prioritario al quale far destinare le erogazioni liberali. Il Comune di Novara ha invece avuto il sostegno di associazioni culturali no profit che si sono impegnate con iniziative ed eventi per la raccolta fondi. Fa parte dei presupposti fondanti della misura Art bonus diffondere la cultura come patrimonio comune, sviluppare il senso civico e di appartenenza alla comunità, avere l’obiettivo di diffondere il mecenatismo anche tra singoli cittadini: del resto, come efficacemente ha esemplificato il Comune di Torino, con una donazione di 20 euro, se ne recuperano 13. Rimane infatti difficile sperare nel mecenatismo se il soggetto pubblico si limita a pubblicare un progetto – a volte neppure troppo dettagliato – sul proprio sito o su quello di Art bonus. L’Art bonus ha una regola da social, funziona laddove è condiviso, dunque comunicato. Solo allora si scopre quanto concorrano alla salvaguardia del patrimonio pubblico anche i piccoli mecenati: una coppia di sposi ha addirittura inserito in lista di nozze il restauro di un bene. Oggi, per agevolare il sistema delle donazioni si sta lavorando all’ipotesi di adottare sistemi per l’erogazione diretta online, utile soprattutto a incentivare le donazioni dei singoli cittadini, già numerosi nell’elenco dei mecenati italiani. Siamo tutti mecenati Si è inaugurata con Art bonus una nuova stagione per la collaborazione tra pubblico e privato che è proseguita con la semplificazione delle procedure di sponsorizzazione e di parternariato per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale previste nel nuovo codice degli appalti pubblici. L’obiettivo politico, oltre la mera raccolta di fondi, è promuovere senso di responsabilità, appartenenza e orgoglio del patrimonio culturale che è elemento fondante dell’identità italiana. Ecco perché «siamo tutti mecenati», come cita la campagna di comunicazione di Art bonus.
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La rinascita del Ponte del Diavolo
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l Ponte del Diavolo – che in realtà si chiamerebbe della Maddalena – è forse uno dei monumenti più riconoscibili di tutto il territorio provinciale. Una struttura imponente e sottile allo stesso tempo. Chiunque la guardi non può evitare di chiedersi come avranno fatto a realizzare un capolavoro simile, e infatti c’è il Diavolo di mezzo. La leggenda, ormai, è nota a tutti: un costruttore in seria difficoltà si affida al re degli Inferi che accetta, di buon grado, di aiutare lo sventurato. Ma a un costo: il sacrificio della prima anima che avrebbe attraversato il fiume. Dopo un fitto conciliabolo, ecco la soluzione: spedire sull’altra sponda del Serchio un cane. Che, si narra, ancora si aggiri nei dintorni del ponte. Storie e tradizioni a parte, il Ponte del Diavolo rappresenta la porta di accesso alla Valle del Serchio. Un gioiello architettonico che, come ogni cosa preziosa, ha bisogno di cure e continua manutenzione. Infatti, nonostante la struttura, voluta dalla Contessa Matilde di Canossa e poi ricostruita da Castruccio Castracani nei primi anni del 1300, non riveli problemi di stabilità, si è reso necessario, nell’immediato, procedere con un intervento di pulizia della vegetazione e delle patine biologiche che si sono stratificate nel corso degli anni, per poi passare alla fase di riqualificazione e restauro vero e proprio della struttura e dei paramenti murari. Diverse le strade che il Comune di Borgo a Mozzano ha deciso di intraprendere per riportare il suo monumento più famoso a risplendere in tutta la sua maestosità e, tra queste, spicca proprio l’Art bonus. Degli oltre 100mila euro raccolti, infatti, una parte provengono dai privati (i signori Luca Bianchi e Giuseppe Cabriolu Puddu, la cooperativa sociale Nuovi Orizzonti, le imprese Smurfit Kappa Ania e Asfalti Duemme) che hanno deciso di aderire allo strumento previsto dal Governo. Un’altra buona fetta, circa 80mila euro, invece, sono stati stanziati dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. L’obiettivo, ora, è continuare sulla strada delle donazioni tramite l’Art
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Sara Berchiolli
Art Bonus, fondi governativi, fondi europei: ecco la ricetta sperimentata anche dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca
bonus per arrivare a centrare il primo obiettivo: raggiungere la cifra necessaria per poter riqualificare nella sua interezza il Ponte del Diavolo. Una volta conclusi i lavori al monumento, poi, l’amministrazione comunale vorrà concentrarsi su tutto ciò che circonda il Ponte: da un sistema di parcheggi a una passeggiata panoramica, dalla riqualificazione architettonica e paesaggistica alla realizzazione di due parchi. Per questo motivo paiono ancora più strategiche le risorse che, notizia recente, il Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) ha stanziato per la valorizzazione e la maggiore fruibilità delle strutture fortificate e degli antichi sistemi viari della Mediavalle del Serchio e della Garfagnana. Un milione e 990mila euro per gli interventi in Lucchesia, tra i quali rientra anche il Ponte del Diavolo. Due sono i binari da seguire, dunque: da una parte l’Art Bonus, lo strumento governativo che permette a chiunque di donare una cifra qualsiasi per recuperare un bene artistico e architettonico, secondo il principio per cui se versi 100, te ne vengono restituiti 65 dallo Stato sotto forma di sgravi fiscali. E dall’altra la partecipazione a bandi governativi ed europei per reperire i fondi necessari e dare nuova linfa al percorso di rinascita del patrimonio architettonico storico e dell’antica rete infrastrutturale, come nuovo tessuto connettivo degli itinerari di fruizione turistica del territorio, riguardante le risorse ambientali, culturali e produttive. IL PROGETTO
Il progetto di riqualificazione del Ponte del Diavolo, realizzato dagli architetti Marco Del Monte e Valentina Chiocca di Studiodiffuso, è molto articolato e prevede un impegno di spesa di circa 235mila euro. Il primo lotto è stato completato nel 2017 e per la prima fase l’attenzione si è concentrata sugli archi minori del Ponte. Il progetto prevede interventi di riqualificazione e restauro vero e proprio della struttura e dei paramenti murari. Dopo un’analisi dettagliata delle patologie presenti e di come queste si
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sono sviluppate e propagate negli anni in assenza di interventi di manutenzione, le azioni da prevedere sono suddivisibili in due categorie: opere impellenti di manutenzione (che dovrebbe essere poi ordinaria) e opere straordinarie che richiederanno di procedere per gradi e inizialmente su piccole porzioni in modo da effettuare analisi dirette e poter stabilire le modalità ottimali di intervento. Tra le prime si collocano gli interventi da effettuare sul paramento murario per la rimozione delle piante presenti (tra le quali si è sviluppato anche un fico), erbacce e muschi. Successivamente, saranno programmati i vari interventi volti al restauro e alla conservazione vera e propria della struttura nelle varie parti. Tra questi, la rimozione delle malte e porzioni incongruenti e la sostituzione con materiali idonei, il ripristino di parti mancanti, la stuccatura, la pulizia delle pietre e rimozione di macchie e croste, dopo averle opportunamente campionate e dopo aver valutato le cause della loro formazione. Le problematiche riscontrate sulla struttura, infatti, riguardano la perdita di pietre e la presenza di vegetazione e patine biochimiche. A queste si aggiungono il distacco di parti minime delle pareti che creano una generale situazione di degrado, presenza di macchie, croste e fenomeni di erosione, esfoliazione e fessurazione delle pietre. Infine, da segnalare anche la presenza di ferri arrugginiti che devono essere puliti. Dal paramento, quindi, saranno rimosse le piante presenti, tra le quali anche un fico, le erbacce e i muschi. Inoltre saranno rimosse le malte e le porzioni incongruenti e saranno sostituite con materiali idonei. Saranno ripristinate le parti mancanti, la stuccatura e saranno ripulite le pietre dalle macchie e le croste. LA VALORIZZAZIONE
Insieme al restauro, Studiodiffuso ha ipotizzato un percorso di valorizzazione e riqualificazione complessiva di tutta l’aria circostante il Ponte. Uno spazio che, attualmente, presenta problemi logistici di spazio: il parcheggio, per esempio, non è adeguato al sempre maggior
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foto Matteo Viviani
LA RINASCITA DEL PONTE DEL DIAVOLO
afflusso di turisti e visitatori che si fermano per ammirare la tipica architettura a ‘schiena d’asino’. Il Ponte, infatti, è una tappa pressoché obbligata per chi va o torna dalla Garfagnana. Le strade sono due, la Lodovica o il Brennero, e da entrambi i lati è possibile ammirarlo, immerso com’è in quell’atmosfera irreale. E non è raro avvistarlo da lontano e vederlo già punteggiato da curiosi, famiglie, stranieri che non resistono alla tentazione – giustissima! – di salire fino in cima. Per questo c’è bisogno di un’area che sia attrezzata ad accogliere al meglio il pubblico che si ferma ad ammirare il ponte. Oltre all’infopoint già attivo che è punto di riferimento per gli eventi, le escursioni e i luoghi da visitare, sarà proprio il parcheggio a dover essere ri-
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pensato. Offrire la possibilità di un’area attrezzata e adeguata alle esigenze dei turisti, infatti, contribuisce alla credibilità e alla diffusione stessa del luogo da visitare. Inoltre, per collegare l’area antistante il Ponte e la zona parcheggi, si pensa di realizzare un corridoio ecologico, una passeggiata panoramica lungo il corso del fiume dove camminare o sostare in totale sicurezza. La passeggiata, infatti, sarà riparata dalla strada sulla quale, a volte, viaggiano auto a velocità eccessiva: realizzata in modo da integrarsi con il paesaggio circostante, la passeggiata diventerebbe parte integrante di un parco urbano che comprenderebbe le due sponde del fiume e, ovviamente, il Ponte. Sul lato ovest, infatti, più vicino al centro di Borgo a Mozzano è stata ipotizzata
la creazione di un parco pubblico: punto di ritrovo e aggregazione, l’area supera anche su questo lato la scomodità e la pericolosità della strada provinciale, diventando zona godibile e fruibile anche per i cittadini residenti. Sul lato opposto, invece, il progetto prevede un parco giochi naturale e interattivo, con alberi, collinette, servizi igienici e giochi adatti a bambini di età diverse. Tutto questo, però, è soltanto sulla carta. Un primo passo, grazie soprattutto al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, è stato fatto: un passo verso un diverso modo di intendere i monumenti e i luoghi-simbolo del territorio. Non più, quindi, muti testimoni di un’epoca passata, ma co-protagonisti della modernità e della vita di ogni giorno.
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Palazzo Rossetti, nuova vita per gli edifici storici di Seravezza Michele Morabito
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eravezza e la cultura. Un binomio recente, ma che affonda in radici lontane, e in continua ascesa, che negli ultimi dieci anni sembra inarrestabile dopo la scelta di scommettere sul Palazzo Mediceo, non solo come spazio di rappresentanza, ma come luogo di creazione della cultura. Prima le grandi mostre fotografiche e di pittura, poi la scelta più che mai indovinata di eliminare il campo da calcio «dei Platani» per la creazione di un percorso a giardino che ricollegasse il Palazzo alle Scuderie Granducali, già cinema agli inizi del XX secolo, e oggi apprezzato spazio teatrale dove da due anni sono tornate anche le luci del cinematografo con una rassegna di film d’autore ben selezionati dalla attuale e illuminata gestione. Nel mezzo, il riconoscimento Unesco del complesso Mediceo all’interno della salvaguardia di tutte le ville della più famosa famiglia toscana, i Medici. Un complesso che sino a oggi ha vissuto un po’ separato dal paese di Seravezza, forse anche per la collocazione un po’ scansata del Palazzo a protezione dell’imbocco della valle del Serra, con il fiume che, anche per la viabilità, ha sempre creato una cesura tra le due aree del paese. Quest’ultimo solo in parte ha beneficiato dei tanti visitatori delle mostre e delle attività culturali che si svolgono nella zona del Palazzo. Oltre al Palazzo Mediceo, però, sono altri i percorsi di rinascita che Seravezza ha conosciuto negli anni scorsi. Fra queste rientra la piazza Carducci, restituita alla comunità come luogo di socializzazione, grazie anche alla pedonalizzazione dell’area. Mancava tuttavia qualcosa che dovrebbe arrivare a breve, ovvero il recupero del Palazzo Rossetti, il cui cantiere si chiuderà in tempi stretti. Sulla destinazione finale dell’intero immobile si dibatte ancora nell’Amministrazione Comunale di Seravezza, anche se la scelta avverrà in tempi piuttosto contenuti, visto che dovrà guidare l’arredamento interno del Palazzo. La parte di competenza del Parco Regionale Alpi Apuane
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PALAZZO ROSSETTI, NUOVA VITA PER GLI EDIFICI STORICI DI SERAVEZZA
è già funzionante. Su quello che resta e sul giardino si dovrà intervenire a breve a seconda delle scelte di utilizzo. «Non sembra in discussione la volontà di far entrare il Palazzo Rossetti – commenta l’assessore ai lavori pubblici Giuliano Bartelletti – in contatto con il complesso del Palazzo Mediceo e delle Scuderie per completare quella tendenza che si è avviata da alcuni anni, che vede sempre di più le persone che visitano il Palazzo recarsi poi anche nel centro di Seravezza. Si sta creando un turismo culturale che prima non sfiorava il paese, ma si limitava al Palazzo, alle sue mostre, alle sue attività. Il Palazzo Rossetti potrebbe essere l’anello di congiunzione, l’elemento che ci permetterà di fare un salto di qualità e che consentirà una ricaduta positiva su tutto il territorio». Si è parlato di una pinacoteca, di una sala di rappresentanza, di un luogo anche di accoglienza per ospiti: diverse ipotesi che hanno come filo conduttore il legame e l’interazione con il Palazzo Mediceo, sfruttando il traino di cui è capace quel luogo. Il recupero del Palazzo Rossetti è iniziato dopo che il Comune di Seravezza, proprietario dell’intero edificio, ha venduto il secondo piano al Parco Alpi Apuane, incassando 430mila euro, di cui 200mila sono stati subito utilizzati per il cofinanziamento dei lavori per il primo lotto di restauri del Palazzo Rossetti. Da quel momento è iniziato un percorso di riqualificazione, che vede operare sull’edificio in contemporanea Comune e Parco, che a sua volta ha investito per la parte di sua competenza altri 180mila euro. Il secondo lotto del restauro di Palazzo Rossetti, in piazza Carducci a Seravezza, è già interamente coperto dal finanziamento della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, per interventi che riguarderanno due particolari aspetti: la messa in sicurezza del giardino e l’abbattimento delle barriere architettoniche. «Senza la Fondazione – commenta l’Amministrazione di Seravezza – non ce l’avremmo fatta». Ma per capire meglio quello che il Palazzo Rossetti potrà diventare, occorre fare un salto
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all’indietro. Nel Cinquecento Seravezza era un paese di lunga storia, come testimonia il nome di origine romana che niente ha a che vedere con il nome dei due fiumi che si incontrano proprio lì. Ma giusto 500 anni fa, nel 1518, Michelangelo Buonarroti fu invitato dal Papa Leone X, il Papa del Lodo che, cinque anni prima, aveva portato quelle zone sotto l’influenza e la dominazione medicea, a ricer-
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care l’oro bianco in Versilia, il marmo. In realtà, il genio di Caprese nella Valtiberina già nel 1517 aveva effettuato un primo sopralluogo in queste terre, ma solo nel 1518, nella convinzione che nel territorio del Capitanato di Pietrasanta vi fossero giacimenti di marmo bianco, la Signoria di Firenze e lo stesso Leone X si dettero da fare per ottenere dalle Comunità di Seravezza e della Cappella due
separate deliberazioni, opportunamente predisposte e rogate da un notaio, nelle quali veniva stabilito di donare al popolo fiorentino il Monte Altissimo, il Monte di Ceragiola e tutti gli altri monti nei quali vi fossero marmi da cavare. Le due deliberazioni furono assunte dalle Comunità, nel rispetto delle procedure e delle consuetudini, il 18 maggio 1518. Dunque, se Michelangelo aspirava ad assumere
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PALAZZO ROSSETTI, NUOVA VITA PER GLI EDIFICI STORICI DI SERAVEZZA
su di sé l’impresa della facciata del San Lorenzo, doveva servirsi dei marmi di Seravezza e avviare le escavazioni anche nei giacimenti vergini di Trambiserra e del Monte Altissimo. Fu così che agli inizi del 1518 Michelangelo decise di trasferirsi a Pietrasanta per occuparsi delle nuove cave dell’Opera di Santa Maria del Fiore. Il 15 marzo di quello stesso anno Michelangelo aveva stipulato in Pietrasanta con un gruppo di scalpellini di Settignano, ai rogiti del notaio Giovanni Badessi, il primo di una serie di contratti per l’allogazione di tutti i marmi destinati alla facciata di San Lorenzo.1 Il Cinquecento si annuncia come un secolo d’oro per Seravezza: si concludono i lavori per l’edificazione del Duomo dedicato ai SS. Lorenzo e Barbara iniziati nel 1422 su un’area dove probabilmente sorgeva una chiesa più antica (come attesta un’iscrizione in caratteri semigotici collocata presso il campanile) e che dopo numerose interruzioni e modifiche fu finalmente consacrata nel 1569. Molte sono le opere pregevoli che vi si possono ammirare: il Fonte Battesimale, opera attribuita a Stagio Stagi, in marmo ornato di notevoli bassorilievi; la croce astile capitolare comunemente detta Croce d’oro del Pollaiolo, attribuita a Francesco Marti (XV secolo); la Cappella della Madonna del Soccorso in stile barocco che conserva una pittura ad olio su lavagna; l’altare maggiore del 1570, ricco di marmi policromi, rinnovato nel 1683 da Jacopo Berti; il pulpito di marmi intarsiati. Sempre nel Cinquecento prese forma l’Oratorio della Santissima Annunziata all’interno della chiesa della Misericordia (un’organizzazione volontaria di soccorso e assistenza fondata e operante ormai dal 1589), dove sono custoditi una splendida tela di Pietro da Cortona, le Marie al Sepolcro e un bassorilievo di Donato Benti raffigurante la Vergine con Bambino. Sotto il loggiato, sul muro, una lapide ricorda ai posteri che Michelangelo, cedendo al volere di Leone X, apriva le cave del Monte Altissimo e «… ne’ tre anni durati a domare l’asprezza dei luoghi e l’imperizia de la gente» abitò in quel luogo.
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Tra il 1518 e il 1536 fu abbellita la Pieve di San Martino a La Cappella con un porticato ionico che si dice disegnato, neanche a dirlo, dallo stesso Michelangelo (andato purtroppo distrutto durante la Seconda guerra mondiale), con una cornice intorno al tetto e con un rosone chiamato «Occhio di Michelangelo», anch’esso attribuito al maestro aretino. All’interno della chiesa si ammirano un bassorilievo (sul pavimento nel centro della chiesa), un’acquasantiera decorata con quattro figure che rappresentano le età della vita e un tempietto tabernacolo. A fianco della Pieve si trovano altri edifici tra i quali l’Oratorio della SS. Annunziata situato all’inizio della vecchia mulattiera, un edificio costruito probabilmente nel 1700; il tetto mancante, le mura disadorne e il grande altare marmoreo conferiscono a questa chiesa un aspetto suggestivo e misterioso. Ma soprattutto nacque il Palazzo Mediceo edificato per volontà di Cosimo I dei Medici, duca di Firenze, tra il 1561 e il 1565, come residenza temporanea del duca durante le sue frequenti visite alle miniere di argento del Bottino e alle cave di marmo. Dall’architettura semplice, quasi severa di villa rustica fortificata, è stata per molti anni la residenza estiva dei Medici, degli Asburgo-Lorena e di altre facoltose famiglie toscane: Francesco di Lorena vi stabilì la sede amministrativa e il magazzino delle miniere della Magona Medicea. In questo clima di grande fervore culturale e imprenditoriale, Seravezza si elevava appena dietro, in ordine di importanza, al capoluogo del Capitanato che si trovava a Pietrasanta: e a questi anni risale la costruzione del Palazzo Rossetti. Una costruzione assai interessante per la sua collocazione nei pressi della Chiesa principale della città, in posizione perpendicolare a essa che porta a numerosi interrogativi. Non vi è una datazione certa, ma si dice risalente al XVI secolo: senza dubbio è uno degli immobili più importanti e pregiati, dal punto di vista storico e architettonico, del comprensorio versiliese. Purtroppo le fonti archivistiche non hanno permesso a oggi di ricavare notizie circostanziate relative all’esatto periodo di costruzione, alla committenza originaria e alle fi-
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gure professionali che vi lavorarono. L’assenza di documentazione è giustificata dalla natura privata della proprietà che negli archivi pubblici ha lasciato molto poco. Il progettista del restauro che riporterà allo splendore il Palazzo nel corso del prossimo anno, l’architetto Nicola Gallo, nutre alcuni dubbi sul fatto che sia nato ex novo successivamente alla costruzione del Duomo, che fu completata solo nella seconda metà del Cin-
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quecento, proprio perché quasi ne impedisce la visuale della facciata, relegando la chiesa principale dell’abitato di Seravezza in un angolo nascosto della piazza. Da un punto di vista planimetrico, sottolinea ancora l’architetto Gallo, le ampie dimensioni del fabbricato contrastano con il tessuto urbano tardo medievale che costituisce il perimetro della piazza. Anche la collocazione del duomo non sembra essere particolarmente felice e coerente con
un allineato e organizzato programma edilizio urbano: infatti il Palazzo Rossetti occlude quasi interamente la vista del sagrato. È probabile che le autorità ecclesiastiche si siano opposte al progetto di realizzazione di un fabbricato. Sembra pertanto plausibile che in questo periodo potessero essere presenti dei fabbricati medievali, solo successivamente ristrutturati, che sono andati a costituire il Palazzo così come è giunto a noi. Quando e in
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PALAZZO ROSSETTI, NUOVA VITA PER GLI EDIFICI STORICI DI SERAVEZZA
che forme la ristrutturazione abbia avuto luogo non è noto. Indicativamente potrebbe risalire a un periodo compreso tra la metà del secolo XVI e la metà del secolo XVII.2 Anche l’entità della ristrutturazione non è nota: gli antichi edifici potrebbero essere stati completamente rasi al suolo, oppure potrebbero essere stati parzialmente riutilizzati. La veduta più antica, datata 1623, che è giunta a noi, che riguarda la piazza di Seravezza, è poco
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significativa perché si sofferma sul Duomo come punto principale, mentre la rappresentazione del resto dei fabbricati risulta essere grossolana e quasi sproporzionata al cospetto del Duomo stesso, che invece viene posto al centro del disegno. Il Palazzo appare quasi per magia nei catasti ottocenteschi, con la mappa dell’edificio e l’annesso giardino. Le rappresentazioni ottocentesche hanno una certa utilità nel dimo-
strare che l’impianto originario non ha subito significative variazioni negli ultimi due secoli. Il catasto Leopoldino riproduce l’ingombro che corrisponde all’attuale, con il cavedio centrale e la scala interna. C’è anche il collegamento voltato con il giardino su via Sant’Antonio e la porzione di fabbricato che affaccia sulla strada. Si tratta di un Palazzo di pregio al cui piano nobile sono presenti anche opere pittoriche
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murarie con un giardino monumentale di grande importanza. La famiglia Rossetti, che ha rilevato il Palazzo dalla famiglia Bonamini, ha lasciato un archivio storico familiare che è depositato presso l’Archivio Storico del Comune di Pietrasanta. Tra le carte di famiglia si conserva un terrilogio risalente al secolo XIX, con la raffigurazione planimetrica del palazzo. Anche in questo caso non si rilevano significative variazioni rispetto allo stato attuale e alla rappresentazione del catasto Leopoldino, salvo una rappresentazione più dettagliata del giardino. Il Palazzo è stato per secoli un edificio privato e prende il nome di oggi dall’ultima famiglia che ne ebbe la proprietà sino alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, quando l’Amministrazione Comunale di Seravezza l’ha acquisito. Si arriva ai giorni nostri e al restauro con la scelta, apparsa arguta, di vendere parte del secondo piano e delle soffitte al Parco Regionale delle Alpi Apuane: i due Enti proprietari – Comune e Parco – hanno così condiviso un progetto di recupero dell’immobile, che potrebbe essere destinato a sede di rappresentanza istituzionale del Comune e a sede operativa e turistica del Parco. Sembra così completarsi il percorso che ha portato il Palazzo Mediceo a divenire patrimonio Unesco e al recupero del Palazzo Rossetti come ulteriore spazio culturale di una cittadina, Seravezza, che negli ultimi anni si è costruita un nome nel panorama culturale nazionale con gli spazi espositivi del Palazzo Mediceo, la stagione culturale e il ritorno del cinema nelle Scuderie Granducali. Si sono conclusi il primo e secondo lotto dei lavori: il primo ha riguardato essenzialmente il recupero della struttura, il secondo la messa a norma della stessa e interventi sul giardino non previsti in partenza, a causa di un cedimento di parte dell’area, che ha di fatto reso necessario anticipare l’apertura del cantiere. Con il primo lotto, si legge nella relazione del progettista, si è provveduto alla rimozione del materiale incoerente e all’individuazione di un supporto sano per l’ancoraggio di un nuovo intonaco civile a base di calce idraulica natu-
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rale. Data la presenza di forte umidità nella parte bassa del Palazzo si propone una zoccolatura con malta a base di calce di tipo ‘antiumido’. Una volta effettuate le riprese murarie si è proceduto ad eseguire una stabilitura per l’intera facciata andando a conguagliare le varie superfici e cercando di uniformare il tutto.3 Il secondo lotto del restauro di Palazzo Rossetti è stato reso possibile da un finanziamento per circa 200 mila euro concesso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e ha previsto lavori già interamente coperti, per interventi che riguarderanno due particolari aspetti: la messa in sicurezza del giardino e l’abbattimento delle barriere architettoniche. Per il piano nobile non sono previsti interventi strutturali, salvo il ripristino del solaio tagliato per il passaggio del vano autoportante dell’ascensore, ma il progetto è finalizzato al restauro delle peculiarità architettoniche dell’edificio: restauro del salone e ripristino dei valori coloristici messi in luce dai saggi stratigrafici, rimozione dei tamponamenti della soggetta, demolizione del volume aggiunto nel cavedio con smontaggio e trasporto a discarica della copertura in cemento amianto.4 L’Amministrazione Comunale di Seravezza ha modificato la programmazione degli interventi anticipando in parte quelli al giardino, inclusi nel terzo e ultimo. Il progetto prevede l’esecuzione di una paratia di contenimento realizzata con micropali interrati – e quindi del tutto invisibili a lavoro ultimato –, l’installazione provvisoria di reti paramassi, la rimozione dei detriti e la conservazione delle pietre riutilizzabili nella successiva fase di restauro. L’altra parte dell’intervento riguarderà l’interno del Palazzo e in particolare l’installazione dell’ascensore a servizio sia degli spazi di proprietà comunale sia di quelli del Parco delle Apuane all’ultimo piano dell’edificio. L’ascensore avrà un ingresso specifico in grado di raggiungere tutti i piani dell’edificio in modo da permettere l’abbattimento delle barriere architettoniche. L’ascensore avrà una struttura autoportante con castelletto metallico interno protetto da vetri, del tipo già impiegato nel vicino Palazzo Mediceo. In questo modo l’ascensore non avrà
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foto Luca Lupi
PALAZZO ROSSETTI, NUOVA VITA PER GLI EDIFICI STORICI DI SERAVEZZA
alcun impatto visivo sul centro storico.5 Sarà recuperata la stanza degli affreschi e, chissà, potrebbe essere il centro di rappresentanza del Comune di Seravezza o parte di una pinacoteca per un percorso culturale che leghi Palazzo Rossetti col Mediceo, con un unico biglietto per poter visitare i due poli espositivi. L’intervento fa seguito al primo pacchetto di opere realizzate dal Comune, dai privati proprietari di alcune parti dell’edificio e dal Parco per la sistemazione del tetto e delle facciate.
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Con il terzo e ultimo lotto, ancora in fase di progettazione e per i quali si cercheranno adeguate e specifiche fonti di finanziamento in relazione anche alla finalità per cui gli spazi saranno destinati, resteranno da fare le opere di restauro definitivo del giardino e degli spazi interni detenuti dal Comune al primo e al secondo piano. L’obiettivo è che Palazzo Rossetti abbia un ruolo nel sistema culturale del centro di Seravezza quale spazio espositivo in sinergia con
Palazzo Mediceo nel solco del lavoro impostato fino ad oggi. E Seravezza rafforza il suo ruolo di città della cultura. 1
Costantino Paolicchi, «Il Tirreno» 22 gennaio 2017. Esiste un fondo archivistico presso l’Archivio storico del Comune di Pietrasanta, dove sono collocati alcuni terrilogi di epoca tarda ai quali si farà riferimento in seguito. Dalla «Relazione del progetto di restauro» dell’architetto Nicola Gallo. 3 Ibidem. 4 Ibidem. 5 Ibidem. 2
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Borghi, paesi, frazioni: conservare e ripopolare gli scrigni della nostra memoria
Piccolo è bello La ricchezza del patrimonio artistico italiano non sta solo nella Cappella degli Scrovegni o nella Sistina. Ma è fatto di tante piccole chiese, tanti palazzotti medievali, in pievi dove trovi Madonne di scuola duccesca o Sacri Monti. La ricchezza non è solo e soltanto Lucca, peraltro splendida Pompei medievale, ma nelle decine e decine di borghi sparsi sulle colline e sulle montagne che dalle Apuane e dall’Appennino guardano alla Piana e vedono le possenti (e in qualche modo invitte) mura cinquecentesche. Salvare i piccoli borghi, rivitalizzarli, magari riuscire anche a ripopolarli significa salvare vita e anima della terra di Lucca e della Versilia. Molti magari hanno bisogno anche di una strada al minimo carrozzabile. Ma di questo devono occuparsi le istituzioni. La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha invece immaginato di aiutare i piccoli borghi della provincia a recuperare tradizioni e spazi, edifici e luoghi simbolo. Certo l’economia è cambiata da quando i borghi della Garfagnana erano vivi e pulsanti, con i bambini che giocavano nell’aia. Ma qualcosa si può ancora fare, aiutando la vita sociale e impedendo che il patrimonio (edilizio ma non solo) degradi definitivamente. Può sembrare una fatica di Sisifo, ma non lo è. Anzi il mondo moderno, 2.0 o 4.0, potrebbe e darà una grossa mano a rendere meno lontane le distanze, a immaginare una vita piena anche lontana dai grandi centri. Da qui la scelta della Fondazione di investire sui piccoli borghi come fossero tutte capitali di un unico, moderno stato. Da qui la scelta, a partire da questo numero, di dedicare una rubrica ai paesi interessati di volta in volta dagli interventi di riqualificazione.
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Benabbio: là dove il tempo lento torna a vivere Gianfranco Pierotti
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ransitando dalla via del Brennero è impossibile notarla, perché la frazione di Benabbio, nel comune di Bagni di Lucca, è una delle poche a restare nascosta. Arrivati al paese, però, è immediato l’impatto con una delle visioni panoramiche più belle di sempre: di fronte, infatti, appaiono i numerosi paesi della Val di Lima e della Valle del Serchio, incorniciati dall’Appennino e dalle Alpi Apuane. Una bellezza che deve essere condivisa. Gli interventi che la Fondazione Cassa di Ri-
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sparmio di Lucca ha finanziato in questi ultimi anni nel paese di Benabbio sono di un’importanza storico-culturale e di un livello finanziario di notevole rilevanza. Si tratta di interventi che hanno contribuito a dare un volto nuovo alle attrazioni del paese. Iniziative che non sono passate inosservate e hanno fornito una spinta apprezzabile all’economia turistica, che ultimamente ha avuto una considerevole crescita.
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PICCOLO È BELLO BENABBIO: LÀ DOVE IL TEMPO LENTO TORNA A VIVERE
1. Veduta di Benabbio 2. Chiesa di San Michele in Castello
La Chiesa di San Michele Era in pieno svolgimento una campagna di scavi archeologici nel castello di Benabbio portati avanti dalla Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa, quando la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca decise di finanziare il recupero della chiesa di San Michele, edificio perfettamente integrato nel castello, essendo un muro laterale della chiesa inglobato nelle mura della fortificazione stessa. Il castello, a forma di semiluna, asseconda la morfologia del terreno: arrivò in passato
a occupare seimila metri quadri di superficie (200 metri di lunghezza per trenta di larghezza) e ricoprì un ruolo importante in epoca medievale. La fondazione della chiesa di San Michele coincise molto probabilmente con la prima edificazione del castello, ma fu portata a termine nel 1218, come riportato su una pietra inserita nel muro esterno. La chiesa, un po’ per l’incuria, un po’ per gli agenti atmosferici e per alcune scosse di terremoto, si presentava pericolante. A seguito di una relazione e di un progetto redatti da esperti professionisti nel 2010,
sono stati eseguiti e portati a termine i lavori di consolidamento e la copertura del tetto. Attualmente la chiesa è tornata fruibile, è meta di turisti e luogo di ritrovo in occasione di eventi organizzati dalla locale Pro Loco tra i resti delle mura del castello. L’Oratorio della SS. Trinità (attuale sede del Museo di Arte Sacra) La chiesa parrocchiale di Benabbio, al cui interno è custodito insieme ad altre opere d’arte un prezioso trittico del 1469, opera di Baldassarre di Biagio da Firenze, è circondata da tre oratori che ospitavano le ‘Com-
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3. Uno scorcio dell’Oratorio del SS. Sacramento 4. Il Museo ricavato nell’Oratorio della SS. Trinità 5. Museo. Gruppo dell’Annunciazione in legno, XIV secolo
pagnie’ o Confraternite: l’Oratorio del SS. Sacramento, edificato nel 1608, che ha come pala d’altare una pregevole Ultima Cena opera di Giovanni Maria Corsetti (1712), e l’Oratorio della SS. Trinità. L’attività edificatoria a Benabbio infatti non si esaurì col tramonto del Medioevo. Nel 1581 venne realizzato il primo oratorio, dedicato alla SS. Trinità, patrona dell’omonima compagnia che, oltre a svolgere funzioni religiose e assistenza agli ammalati, esercitava anche l’ospitalità in alcune stanze adiacenti. Col passare dei secoli, queste pratiche sono man mano venute meno, fino ad arrivare ai nostri giorni dove le funzioni rimaste erano quelle di seguire gli eventi religiosi, indossando la ‘cappa’ della propria compagnia. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale l’emigrazione ha, di fatto, spopolato i paesi ed è cessato l’uso frequente di questi oratori. Fortunatamente, a metà degli anni Sessanta, con l’arrivo di un nuovo parroco fu affrontato il problema di come custodire e conservare gli innumerevoli oggetti d’arte che erano presenti nelle cappelle e negli oratori del paese. In considerazione del fatto che l’Oratorio della SS. Trinità non era più utilizzato fu deciso di adibirlo a ricovero delle innumerevoli opere presenti sul territorio della parrocchia. Naturalmente fu una operazione a ‘costo zero’, nel senso che quadri, statue, paramenti, argenti e molto altro ancora furono catalogati e sistemati in maniera ordinata per una migliore conservazione, ma senza nessun restauro di cui in realtà c’era un urgente bisogno. Passarono un po’ di anni prima che, grazie anche all’impulso dato da importanti mostre organizzate a Lucca dalla Soprintendenza, alcune opere fossero restaurate per essere esposte in questi contesti. Un nuovo interesse che si è rivelato chiave di volta per innescare una serie di effetti. Il più importante è di certo quello rappresentato dalla Soprintendenza che, in particolare nella persona della dottoressa Antonia d’Aniello, ha con3
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centrato gli sforzi sul recupero, vista la quantità e la qualità del materiale, individuando l’Oratorio, dove già erano custodite le opere, quale sede definitiva per un piccolo Museo, che comunque necessitava di adeguati interventi per servire pienamente a questa funzione. Ma sicuramente tutto non sarebbe cominciato se l’attuale parroco don Mario Tolomei, amante dell’arte, fin dal suo arrivo ai primi degli anni Settanta non avesse preso a cuore tutto il materiale trovato in parrocchia e con tanta pazienza e coraggio non avesse iniziato questa bellissima sfida che cominciò verso i primi anni Ottanta a vedere i suoi frutti. Un concorso di buone pratiche che, tra l’altro, in concomitanza con il lavoro della Soprintendenza, vide un gruppo di amici del paese cominciare ad autotassarsi – pratica ancora attuale – per raccogliere fondi da destinare alla parrocchia per il restauro di materiale artistico. Tutti uniti quindi per la conservazione del patrimonio. A questo punto è stato determinante l’intervento della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, che ancora una volta si è dimostrata sensibile alle richieste del territorio. Non è un caso se dal giorno in cui l’allora Presidente della Fondazione, l’Avvocato Giovanni Cattani, lo inaugurò nel 2010, il Museo di Benabbio è diventato meta di visitatori provenienti da tutto il mondo e motivo di orgoglio per tutti i paesani. Oratorio della Visitazione della Vergine La Compagnia della Visitazione, oltre a essere aggregata a quella della SS. Vergine del Rosario presso l’altare omonimo nella Parrocchiale, anticamente aveva un proprio Oratorio sotto la canonica, a sinistra di Santa Maria (con porta maggiore a ponente). La Compagnia disponeva di notevoli entrate e grazie a esse fece edificare altri due Oratori. Il primo a Novelleto, in direzione Bagni di Lucca e l’altro verso Boveglio. Questo oratorio, di notevoli dimensioni, è stato l’ultimo a essere interessato dai lavori
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6-8. Museo. Particolari dell’altare seicentesco, edificato sopra un affresco precedente 9. Interni della Chiesa di Santa Maria Assunta 10. Resti della cinta muraria del castello
di recupero finanziati dalla Fondazione Cassa. Da molto tempo non vengono celebrate funzioni religiose, ma comunque è stato utilizzato per iniziative della parrocchia, facendo interventi di piccola manutenzione. Da alcuni anni, a causa della tromba d’aria che ha colpito la zona bassa del paese, e in seguito alle recenti scosse di terremoto, si sono verificate infiltrazioni d’acqua dal tetto che avevano compromesso la sicurezza della struttura. Grazie all’interessamento della parrocchia, ma soprattutto all’intervento della Fondazione, la comunità è tornata a utilizzare questo luogo e a coltivare la speranza di vederlo tornare agli splendori che merita per l’importanza storica che rappresenta.
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Il Teatro Eden (1780) Ma a Benabbio non ci sono solo testimonianze di epoche antiche. Con l’inizio del XVIII secolo si diffonde infatti la passione per l’arte filodrammatica, riallacciandosi alle idee illuministiche che si prefiggevano di rinnovare culturalmente la società attraverso l’arte, la musica il teatro e le lettere. Fu un fiorire di Accademie in Italia e in Toscana: a livello locale si possono citare le Accademie dei Rassicurati di Montecarlo, dei Differenti di Barga, degli Assillanti di Pescia, dei Provvidi di Bagni di Lucca, della quale faceva parte il Teatro di Benabbio. L’Accademia non dipendeva né dallo Stato né dal Comune, ma era una libera associazione filantropica, tanto che le compagnie di attori benabbine erano molto famose nel
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territorio della Vicaria e oltre. Dal Teatro ebbe vita la Società filodrammatica composta da attori non professionisti che si esibirono con successo, come risulta da notizie dell’epoca, alla presenza delle Altezze Imperiali, Elisa e Felice Baciocchi nei loro soggiorni a Bagni di Lucca tra il 1805 e il 1814. Da ricordare le grandi compagnie che hanno calcato le tavole del palcoscenico di Benabbio da Ermete Zacconi a Gastone Monaldi, così come le tournée che le compagnie benabbine recitavano in giro per la provincia e protrattesi fino agli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso. Nel 1878 nasceva la Filarmonica di Benabbio su un già esistente corpo musicale. Nel 1884 la Filarmonica stupiva per la bravura dei pezzi eseguiti al Teatro di Bagni di Lucca, come riportavano vari giornali dell’epoca. La struttura architettonica della costruzione appare caratteristica nella sua facciata a forma trapezoidale, con una sola falda di tetto, mentre il lato sud ha una forma più logica. La prima trasformazione dell’immobile risale al 1863, come riporta una data incisa vicino alla porta dei palchetti. Ci sono stati nel tempo degli interventi di piccole modifiche come quelli del 1935 e quello del 1985, dopo che un incendio distrusse le tavole del palcoscenico. L’ultimo intervento, con il rifacimento del tetto e la messa in sicurezza dell’intero immobile, grazie all’intervento della Fondazione Cassa di Risparmio, ha consentito di far rivivere il glorioso Teatro Eden anche come luogo di aggregazione del paese.
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2017 Una nuova casa delle arti. Atto primo: Pontormo in 3D
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uove prospettive nel segno della tecnologia e della divulgazione. Questo in sintesi lo spirito con cui la Fondazione è intervenuta potenziando la dotazione tecnologica della Chiesa di San Franceschetto. L’aula, già accuratamente ristrutturata nell’ambito dei lavori al Complesso di San Francesco, è adesso infatti un ambiente versatile che può accogliere mostre e proporre la proiezione di filmati anche in 3D. Qui si è voluto creare una sorta di interfaccia multimediale accessibile a tutti, in grado di veicolare messaggi di conoscenza e fare da ‘bacheca culturale’ per altre realtà del territorio o per nuove iniziative che qui possano trovare uno spazio di visibilità. Proprio in quest’ottica è stata realizzato Pontormo in 3D, un allestimento incentrato sulla docu-fiction Pontormo e il giovinetto, realizzata da Infinity Blue con sceneggiatura di Andrea Salani, creata proprio per valorizzare il patrimonio artistico dei Musei nazionali di Lucca e, in particolare, il Ritratto di giovinetto conservato nella sede di Palazzo Mansi, probabilmente una delle opere più significative dell’arte rinascimentale e manierista presenti a Lucca. Una storia a due voci con la quale si tenta di raccontare le vicende dell’opera intrecciandola con i tormenti umani e artistici dell’autore. Un pittore atipico, schivo e burbero che, assieme al contemporaneo Rosso Fiorentino, fu protagonista di una piccola ma significativa ‘rivoluzione anticlassica’ che agli inizi del Cinquecento si oppose al dogma rinascimentale imperante. Un’occasione per conoscere meglio l’autore, i cardini della sua esperienza artistica, ma anche per approfondire gli avvenimenti, spesso fortuiti, che hanno condotto l’opera d’arte nella sua attuale collocazione. Avvenimenti cui ha dato voce proprio lo stesso giovinetto, che nella finzione ha perso cognizione della propria identità – in effetti per noi ancora incerta – fondendo la propria personalità con quella del ritratto stesso, di cui narra i vari ‘passaggi di mano’.
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Perché raccontare tutto questo in San Franceschetto? Per creare un ponte immaginario tra quest’area della città, sempre più affermata come polo culturale, e le ricchezze custodite nei nostri musei, nelle pievi, nelle private stanze. I buoni risultati in termini di pubblico di questa esperienza hanno una volta di più testimoniato il forte interesse che suscitano iniziative originali e basate su solidi contenuti culturali. L’area Est della città si è ormai sempre più affermata come luogo della cultura e dell’arte, con la presenza di istituzioni come la Fondazione Ragghianti o il Lu.C.C.A. Museum, e con il forte impulso derivato dalla riapertura del San Francesco, centro nevralgico dei più importanti avvenimenti cittadini. C’è una strategia precisa dunque anche dietro a questo ‘upgrade tecnologico’ della piccola chiesa. Il San Franceschetto è una nuova casa delle arti che, sia accogliendo opere, sia promuovendo conoscenza e territorialità, rafforza il concetto di cultura trasversale e inclusivo da anni condiviso tra la Fondazione e tutte le realtà, istituzionali e non, della provincia.
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Mediterraneo, sterminato patrimonio di culture e di visioni Andrea Salani
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l Mediterraneo del passato e quello del presente. Forse esistono pochi altri argomenti altrettanto suggestivi. Parlare del Mare Nostrum significa mettersi faccia a faccia con la storia della nostra civiltà, con il fascino della vicenda artistica occidentale, con le crude cronache dell’attualità. «Il Mediterraneo è un immenso archivio e un profondo sepolcro». Questa è la bellissima, inquietante, frase dello scrittore slavo Predrag Matvejevič che il Photolux Festival 2017 ha
Le Conversazioni in San Francesco del 2017 sono state dedicate al Mare Nostrum
scelto per rappresentare il tema della biennale internazionale di fotografia. Sì, perché «Mediterraneo» è anche il titolo della rassegna di fotografia che si è svolta a Lucca tra novembre e dicembre e che ormai sta battendo tutti i record, attestandosi sul panorama internazionale come manifestazione di riferimento. Come già due anni fa, con «Sacro e profano», si è dunque ripetuta questa felice sinergia tra il Festival e le Conversazioni, che non a caso si sono concluse proprio con un evento comune, una grande e virtuale ‘tavola rotonda’ sui temi dell’attualità. Ma andiamo con ordine. L’edizione 2017 delle Conversazioni in San Francesco sono partite il 21 ottobre con una ‘new entry’: negli anni precedenti non era in-
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foto Alcide
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fatti mai stato proposto un incontro che avesse per protagonista l’architettura. Con Abitare Mediterraneo anche questa espressione concreta di arte, vita, costumi e abitudini ha fatto il suo debutto con due ospiti d’eccezione. Un grande architetto italiano, Luca Molinari, che nel 2010 è stato curatore del Padiglione Italiano alla XII Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia e dal 2012 fa parte del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e Paesaggistici, e Pietro Novelli, anche lui architetto, esperto delle procedure nelle valutazioni di impatto ambientale e delle politiche per lo sviluppo sostenibile. Un’occasione per approfondire i temi sociali, artistici e culturali del ‘costruire’, prendendo spunto da un’importante iniziativa, chiamata proprio «Abitare mediterraneo», che LUCENSE (Organismo che svolge attività di ricerca industriale, sviluppo sperimentale, trasferimento tecnologico e divulgazione) sta portando avanti, sostenendo l’innovazione della filiera edile e la promozione di un’edilizia a basso impatto ambientale ed elevate prestazioni energetiche, pensata e studiata per il clima mediterraneo. Un viaggio nell’architettura del passato e sulle tracce delle tante sfide del costruire moderno, con i temi del rispetto ambientale, del restauro architettonico e delle problematiche relative al consumo del suolo. Una storia non solo di ‘edifici’, ma dell’evoluzione di una civiltà comune e comunque condivisa che, come altre nel mondo, ancora oggi riconosce come iconiche e rappresentative del suo passato le proprie realizzazioni architettoniche. Basterà ad esempio un’immagine del Partenone per suggerire molto più di un semplice collegamento a una antica religione, ma innanzitutto il simbolo di un patrimonio filosofico, letterario e sociale che è tra le basi più genuine del pensiero dominante europeo. Una bella serata di approfondimento dunque, alla ricerca, tra piramidi e architravi, delle nostre radici più riconoscibili. Una serata seguita immediatamente, il 22 ottobre, dall’ormai consueto appuntamento con la musica di Lucca
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Jazz Donna, che anche nel 2017 ha portato una grande voce sul palco del San Francesco. Dopo Noa e Dee Dee Bridgewater è stata la volta di Amii Stewart, la cantante statunitense che ha ormai scelto l’Italia come sua seconda patria. Una ‘mediterranea d’adozione’ che vive in Sardegna e conosce bene il valore di quel mare nella nostra cultura, come è emerso dall’interessante incontro-intervista che ha preceduto il suo concerto: un’ora di melodie nelle superbe e potenti interpretazioni di Amii, che ha presentato successi del passato e i suoi progetti più recenti come Lady D e Around Gershwin. Tra il 10 e il 12 novembre le Conversazioni hanno poi proposto una full immersion nella cultura mediterranea, tra scienza e storia. Dapprima è stata la volta del matematico e scrittore Piergiorgio Odifreddi, che ha accompagnato il pubblico in un viaggio, originale e un po’ dissacrante, nella storia delle conquiste delle scienze matematiche nel bacino mediterraneo. Da Euclide a Pitagora fino ai giorni nostri, un racconto di numeri, di scoperte, ma anche di filosofia e di radicali mutazioni del modo di vedere il mondo. Una prospettiva inusuale per ripercorrere la storia della nostra civiltà che ha fatto da brillante preambolo all’appuntamento della domenica con lo storico Franco Cardini. Affiancato dallo studioso lucchese Alessandro Bedini e stimolato dalle domande di Piero Ceccatelli, caporedattore del quotidiano «La Nazione» per la cronaca di Lucca, Cardini ha immaginato e proposto un lungo percorso a ritroso, ricco di digressioni e approfondimenti. Un filo conduttore che dalle dinamiche degli eventi passati è giunto sino ai giorni nostri, delineando le possibili evoluzioni dello scenario mondiale che di certo non ha più nel Mediterraneo, come un tempo, il suo centro nevralgico. Un bacino che per secoli è stato teatro principale della storia mondiale. Una grande parabola narrativa che ha sciolto i nodi fondamentali della nostra storia. Il dominio dell’Impero romano, poi bizantino, l’avvento prima del Cristianesimo e poi dell’Islam e ancora avanti attraverso l’età medievale e
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moderna, fino all’apertura del Canale di Suez, forse uno dei più importanti avvenimenti che hanno progressivamente tolto centralità al ruolo del Mare Nostrum. Un grande fine settimana di cultura che ha trovato una sua ideale continuazione nella serata del 24 novembre, quando Alessandro Baricco è salito sul palco del San Francesco per raccontare la sua personale storia d’amore con uno dei romanzi mediterranei per eccellenza: Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. «Quando leggi Gadda pensi com’era bravo lui, quando leggi Calvino pensi come sei scarso tu, ma quando leggi il Gattopardo quello che pensi è: com’è bello l’italiano. Niente potrà mai togliere a quel libro questa magica capacità di incarnare non il talento di uno scrittore, ma quello di una lingua, e di certa civiltà letteraria». Così Baricco celebra la scrittura asciutta, efficace e comunque evocativa dello scrittore siciliano. Un’idea che ha costituito il leitmotiv della serata, passata in un’alternanza di ricordi intimi e personali dell’autore dei vari Castelli di rabbia, Seta e Oceano mare, sulle letture giovanili e sulle sue ‘riletture’ più recenti, con una costante attenzione all’analisi del testo, quasi ossequioso di due figure meravigliosamente ingombranti, quella reale del Tomasi, ma anche quella letteraria del Principe di Salina. Tante le note sulla tecnica narrativa, sulla capacità di approfondire con due virgole e poche parole tutti i concetti, senza mai appesantire la struttura delle frasi. Un maestro di pura lingua italiana Tomasi di Lampedusa, raccontato da Baricco anche nelle sue vicissitudini editoriali alquanto strane, che, non a caso, hanno visto la pubblicazione postuma del romanzo, proprio settant’anni fa. Con Baricco e Tomasi di Lampedusa si è quindi indagato un altro capitolo della storia del Mediterraneo, completando un racconto diacronico sul suo progresso nelle scienze e nella letteratura, che doveva per forza di cose giungere alla cronaca dei giorni nostri, all’attualità che i telegiornali riportano quotidianamente.
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È per questo che, nella serata del 2 dicembre, si sono incontrati in San Francesco tanti protagonisti di storie, nel contempo ordinarie e straordinarie, in grado di trasmettere informazioni, sensazioni ed emozioni che fotografano il Mediterraneo di oggi. E proprio la fotografia è stata l’ospite d’onore della serata, organizzata in collaborazione col Photolux Festival; la fotografia come testimonianza, col suo potere evocativo, con la crudezza della sua verità.
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Nell’incontro, dal titolo Prospettive mediterranee. Racconti di migrazioni, fotografia e vita, attorno a un’ideale tavola rotonda hanno dialogato il Comandante Cosimo Nicastro, Capo Ufficio Stampa della Guardia Costiera italiana, Giovanni Maria Bellu, presidente dell’Associazione Carta di Roma, Stephane Jaquemet, delegato per il Sud Europa dell’Alto Commissario per i rifugiati, Vittorio Di Trapani, giornalista di Rai News 24, Alessandro Penso, fotografo italiano che ha documentato le vite
e gli sbarchi dei migranti in tutto il Mediterraneo e Perla Azzurra Buonaccorsi, infermiera dei team sanitari del CISOM – Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta, a bordo delle navi e motovedette della Guardia Costiera. Il Mediterraneo, quindi, come scenario nel quale negli ultimi anni si sta consumando l’emergenza umanitaria legata ai flussi migratori verso le coste europee, una delle più gravi per le sue proporzioni in termini di persone coinvolte e per le ripercussioni sul sistema di
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© Federico Scoppa, Lesbo, Grecia, 2015
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© Alessandro Penso, Lesbo, Grecia, 18 ottobre 2015
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valori e sull’identità dell’Europa. Una serata toccante, composta da testimonianze dirette e non mediate, genuine, dalle quali è emersa l’urgenza, sempre più avvertita, di tornare a interrogare il Mare Nostrum e la sua storia, di trovare un nuovo dialogo tra le culture. Questo un po’ l’intento dell’edizione 2017 delle Conversazioni. Rendere evidente quel filo conduttore che lega in maniera innegabile le condizioni del presente agli eventi del passato. Il Mediterraneo di oggi, il suo scenario politico e sociale, è infatti il prodotto di un processo storico fatto di vicende, cultura, arte e filosofia senza la comprensione del quale risulta impossibile interpretare il presente e tanto meno formulare ipotesi e – perché no – soluzioni per il futuro. Un tuffo nell’attualità che ha concluso la rassegna, consegnando all’autunno 2017 un’altra stagione di incontri interessanti che continuano, anche grazie alla positiva risposta del pubblico, a ribadire la necessità di cultura, intesa sempre come nutrimento indispensabile per la società e occasione di divulgazione, inclusione e arricchimento personale e collettivo.
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Giacomo Lucarini
foto Stefano Dalle Luche
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Lucca è Comics … and Games
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chi mi chiedesse qual è la domanda che mi sono sento rivolgere più spesso negli ultimi dieci anni, risponderei senza esitazioni: «Dove posso trovare un posto dove dormire nei giorni di Lucca Comics & Games?». Da giornalista e, spesso, addetto ai lavori, ho visto crescere a dismisura la partecipazione a quello che oggi è l’evento italiano e internazionale più importante per quanto riguarda fumetti, giochi e cultura di massa nelle sue varie sfaccettature, dai libri al cinema. Dalla Versilia alla provincia di Pisa, sono tanti gli imprenditori del settore turistico che si baciano i gomiti (a volte letteralmente) perché riescono a riempire le loro strutture per una settimana intera, spesso con prenotazioni in anticipo di un anno, durante l’attesissimo ponte tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre. Alcuni di loro, increduli, a volte si lasciano sfuggire un: «Ma perché ha così tanto successo, questa benedetta Lucca Comics & Games?». La mia riposta è ogni volta, in modo naturale, «Perché Lucca è Lucca»: un involontario omaggio allo slogan di un noto festival canoro, che però non deve suonare come una banale tautologia. C’è un motivo se Lucca Comics & Games per tutti è semplicemente «Lucca». Ci vediamo a Lucca? Chi sarà presente come ospite a Lucca quest’anno? Quali sono le novità e le cose nerd da comprare a Lucca? Lucca, prima ancora che un evento imperdibile, primo d’Europa e al top nel mondo per importanza, è, come si dice, ‘uno stato mentale’. Lucca è l’Isola che c’è, il Sottosopra ma senza Demogorgone, l’Interzona dei nerd, il Nirvana dei videogamer, il Jumanji di chi ama i giochi in scatola. Lucca è una delle poche realtà del comicdom (regno comico) che ha fatto della sua identità cittadina un valore aggiunto. Solo Lucca è
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«Lucca»… gli altri sono generici Comics/Convention e via dicendo. Tutto, a Lucca, parla di Comics. E da quando l’evento si è spostato all’interno delle Mura è stata l’apoteosi: gli occhi e il cuore si riempiono di gioia nel veder spuntare tavole di fumetti, peluche e locandine all’interno dei negozi; vetrine addobbate con disegni di balloon e onomatopee; commessi e baristi in costume da (super)eroi; canzoni a tema che risuonano dappertutto. Dai Comics ai Games, l’evoluzione è stata inesorabile: dal semplice collezionismo di fumetti si è passati al business delle edizioni speciali, delle copertine create ad hoc, delle offerte irripetibili; la parola ‘games’, dal canto suo, è passata dall’essere sinonimo dei giochi da tavolo, di carte e di ruolo ad assumere sempre più i contorti di ‘intrattenimento’ a 360 gradi. Pur rimanendo una componente fondamentale e necessaria dell’evento lucchese, i giochi old school tanto in voga negli anni Settanta e Ottanta sono stati affiancati dai loro eredi diretti, le trasposizioni videoludiche di avventure, rompicapo, mondi immaginati. I videogiochi, passati dall’essere uno svago demonizzato dai genitori allo status di opere d’arte capaci di far ‘smanettare’ generazioni diverse fianco a fianco, fatturare miliardi di dollari nel mondo e influenzare la cultura popolare, sono diventati una colonna portante dell’offerta di Lucca Comics & Games. Mai come nell’edizione 2017, Lucca è stata teatro di quella liquida e affascinante categoria definita transmedialità: star delle serie tv che rendevano pubblica la propria passione per un videogioco di culto, rapper che arringavano le folle con il loro flow a favore dei protagonisti di una saga elettronica fatta di storia, enigmi e salti nel vuoto, gamer che si sono trasformati in eroici soldati della Seconda guerra mondiale e hanno sfilato sulle mura storiche accompagnati da mezzi da battaglia per uno dei brand più amati tra i videogiochi ‘sparatutto’ in soggettiva. Ma Lucca è anche il regno delle sorprese, delle scoperte, delle inevitabili polemiche e della vivacità culturale.
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Mentre una volta tutto ciò rimaneva confinato nel suo microcosmo e in qualche fanzine a bassa tiratura, lo sviluppo del web e la competenza degli appassionati, usciti dai forum per conquistarsi uno spazio nella Rete divenuto in molti casi un lavoro a tutto tondo, dai siti di informazione ai relativi social media e canali video, ha reso l’impatto dell’evento di portata universale. Chi passa da Lucca, inoltre, difficilmente dimentica l’esperienza vissuta. E non solo per l’acquisto di edizioni limitate o cofanetti di fumetti, l’incontro con firmacopia del guru della narrativa o il selfie con lo Youtuber di turno. L’esperienza di vivere una città immersa in ogni atomo all’interno del clima giocoso, ma estremamente ‘serio’ della passione per la multimedialità si dimostra la marcia in più, molto difficile da replicare e da ritrovare altrove, di un evento memorabile. Quando ho incontrato Robert Kirkman, il creatore di The Walking Dead, uno dei fenomeni più eclatanti dell’ultimo decennio (fumetto di culto, serie TV record di ascolti, fonte di giochi, libri, gadget…) non mi ha sorpreso trovare un ragazzone di neanche quarant’anni che bighellonava per Lucca come fosse un parco giochi, incantato dall’atmosfera rilassata nella sua frenesia così diversa dagli anonimi padiglioni e tendoni delle convention americane. Prima di rintanarsi nello stand di uno dei videogame più attesi dell’anno per reclamare un joypad e concedersi un’ora di relax tra una sessione di autografi e l’altra, Robert non fa altro che sottolineare quanto la città sia una meraviglia e una location spettacolare e unica per una manifestazione culturale. Già, culturale. Sono lontani i tempi dove, confinati ‘fuori dalle mura’, negli angusti (e soffocanti) spazi del palazzetto dello sport e il fango dei tendoni, i nerd nati negli anni Ottanta come me erano al settimo cielo al cospetto di fumetti introvabili nelle edicole o nelle ‘lontane’ fumetterie e gioivano per l’arrivo in VHS dell’ultimo fenomeno degli anime giapponesi. Adesso le nostre passioni sono entrate di prepotenza nella cultura di massa: numeri di presenze, spettatori e dati di vendita non
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foto Stefano Dalle Luche
LUCCA È COMICS … AND GAMES
mentono. Abbiamo vinto la nostra battaglia, anche se forse perso la guerra nel mantenere il gusto ‘elitario’ di certi prodotti. E Lucca ha svolto un ruolo cruciale, con il suo potere mediatico e l’accortezza di affiancare sempre l’arte ai nomi e alle opere ‘alla moda’. Attraverso le migliori graphic novel, spesso premiate dai Gran Guinigi per la loro qualità di scrittura e illustrazione, si scoprono autori, poesie, movimenti artistici e il gusto della narrazione fuori dagli standard. Con i videogiochi ci si cala in simulazioni fantasmagoriche che passano dalla storia immaginata e vissuta come grande avventura alla competizione dove il più abile trionfa, e solo facendo funzionare il cervello si ottiene una strategia vincente. La storica, recente, aper-
tura del Comitato Olimpico agli e-sport (attività elettroniche) come vere e proprie forme di attività sportiva parla chiaro. E con il grande intrattenimento dei film dedicati a Batman, Iron Man e le rispettive compagnie ‘Super’, si rivive ogni volta il brivido di un racconto mitico declinato in forme semplici, che sanno parlare ai piccoli e ai grandi, indistintamente, e consacrare l’emozione come potenza che connette intere generazioni. Se c’è un merito che va riconosciuto a Lucca e ai suoi Comics & Games, è proprio questo: rendere per una manciata di giorni il mondo un posto più bello, più vivo, più ricco di curiosità, e permettere ai figli di immergerci dentro i genitori… o ai genitori di trascinare i figli, ovvio!
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Stones in Lucca: pietre rotolanti e mattoni rossi. Il Concerto dell’anno in una location storica foto Andrea Salani
Andrea Salani
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on capita certo tutti i giorni di uscire di casa, fare una passeggiata all’ombra delle Mura e, dopo aver preso un caffè al proprio bar preferito, mettersi in coda per assistere a un concerto straordinario, del quale probabilmente si parlerà per decenni. Sul palco nientemeno che la storia del Rock: quattro mostri sacri, di certo non più giovanissimi, ma ancora in grado di presentare al meglio un repertorio leggendario e per niente intenzionati a porre un freno alla loro vena creativa, come dimostra il loro recente ritorno a uno dei primi amori, il blues. La storia del rock, appunto, e la storia di Lucca che si sono incontrate in una giornata memorabile all’interno di un contesto irripetibile. Già perché la location del concerto era delle più suggestive, a ridosso delle Mura urbane per una cornice architettonica paragonabile ad altre esibizioni cult, come quelle dei Pink Floyd a Pompei e nella laguna di Venezia. Eventi in cui le performance artistiche si arricchiscono di un’atmosfera unica, vera e propria alchimia di storia e contemporaneità. Eventi che rappresentano un’imperdibile occasione per veicolare l’immagine di una città e del suo territorio nel mondo, con un incalcolabile ritorno in termini di visibilità e di propaganda a fini turistici. I Rolling Stones, almeno così si dice, hanno ‘scelto’ Lucca. Proprio il contesto fatto di architettura e natura, il rosso antico dei laterizi e l’incantevole cornice ‘arborata’ li hanno convinti a mettere in scena qui l’unica data italiana di un selezionatissimo tour europeo, il quarantottesimo di una carriera infinita. Amburgo, Barcellona, Stoccolma, Amsterdam, Parigi e… Lucca. Ma c’è anche un po’ di Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca nel successo di questa grande operazione organizzata dal Summer Festival. Già perché è grazie a uno dei suoi più importanti progetti strategici che le Mura sono oggi un monumento diffuso ma ben individuato, recuperato in maniera capillare sia
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foto Andrea Salani
STONES IN LUCCA: PIETRE ROTOLANTI E MATTONI ROSSI. IL CONCERTO DELL’ANNO IN UNA LOCATION STORICA
sotto l’aspetto estetico che sotto quello funzionale. Proprio in quell’angolo di città, dove un tempo sorgeva lo storico ‘Campo Balilla’ è tra l’altro iniziata una delle fasi più importanti e delicate del restauro: il recupero del paramento esterno. Un’operazione lunga e complessa che, anche grazie all’impegno della Soprintendenza, responsabile della realizzazione di uno dei tre lotti in cui è stata suddivisa la cerchia, ha visto in parallelo la pulitura e messa in sicurezza di tutte le pareti esterne e l’avvio di campagne di studio ornitologiche e botaniche di grande interesse. Si è colta l’occasione, forse per la prima volta nella loro storia, di considerare le Mura come ‘ecosistema’, luogo del buon vivere cittadino, dunque fortemente antropiz-
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zato, ma anche polmone verde della città e, quasi inaspettatamente, rifugio di tanti esemplari di fauna e flora, ormai abituali inquilini di pareti e baluardi. Questo il teatro dello show, ma anche il suggestivo contesto delle passeggiate dei molti fan che hanno trascorso la giornata – in certi casi ‘le’ giornate – in città. Una pacifica invasione di ‘linguacce’ che ha trasformato uno spettacolo per 55mila persone in una grande festa collettiva che ha colorato la città e ha fatto risuonare qua e là le note dei brani di Jagger e soci. Un tiepido sole settembrino ha fatto il resto, regalando quegli scorci struggenti che i Lucchesi conoscono bene e una temperatura ideale per stare all’aria aperta.
E poi il concerto, o meglio, lo spettacolo. Due ore ininterrotte di musica ed emozioni con cui ripercorrere cinquant’anni di successi dall’immancabile apertura con Sympathy for the devil alla notissima Satisfaction, dalla sempre attualissima Gimme shelter a pezzi mitici come Miss You, che nel 1978 anticipò – e come! – il sound degli anni Ottanta, fino all’adrenalinica conclusione con Jumpin’ Jack flash. Quindi i fuochi d’artificio e tutti sulla via di casa. Tante le aspettative per questo show, tantissimi i commenti che lo hanno seguito. Al di là delle mille voci che si sono sovrapposte per descrivere, criticare o esaltare la serata, rimane comunque la netta sensazione, ben distinta, di aver attraversato due ore di Storia.
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VERSILIA NOIR Intervista a Giampaolo Simi Corrado Benzio
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n Versilia si può vivere, e anche bene. Ma è un posto dove si può anche morire. Giampaolo Simi è lapidario quando giudica la terra dove è nato e dove ha ambientato buona parte dei suoi romanzi gialli. Perché la Versilia è anche terra di confine, soprattutto fra il bene e il male. C’è l’immagine da cartolina, quella per i turisti, ma spesso insanguinata da delitti, tragedie collettive, morti cruente. Di questa Versilia nera ne parliamo con Giampaolo Simi, reduce dal tour promozionale del suo ultimo romanzo La ragazza sbagliata, edito da Sellerio, il secondo romanzo con l’editore palermitano dopo Quel che resta del giorno, anche questo ambientato a Viareggio. Quel che resta del giorno ha fruttato a Simi oltre ventimila copie vendute e il premio intitolato a Giorgio Scerbanenco, pioniere del giallo italiano. Ma La ragazza sbagliata sta andando oltre le ventimila copie. Motivo di grande soddisfazione per Simi che proprio in questo periodo è tornato a vivere a Viareggio dopo una lunga parentesi livornese. «La Versilia si presta ad ambientare qualsiasi tipo di intreccio, anche giallo – spiega Simi al tavolo del ristorante Giorgio di Viareggio, scelto anche per la lunga storia di frequentazioni letterarie, da Tobino a Garboli – è un luogo da vertigine, con le montagne a pochissimi chilometri dal mare. E con la presenza veramente di tutto. Ci sono i turisti e ci sono i faccendieri, ci sono i grandi artisti ma anche gente che continua a vivere quasi alla giornata. Il mio ultimo romanzo, La ragazza sbagliata, è ambientato fra gli scultori di Pietrasanta». Non riveliamo la trama, ma c’è un omicidio che vedrà un colpevole condannato, ma poi scagionato vent’anni dopo. Si può invece dire, ormai non è più un segreto, che l’omicidio è ambientato nel 1993, nei giorni caldi dell’attentato a via dei Georgofili. «Io qui ho immaginato un fatto che è nelle carte del processo. Che nei giorni degli attentati di mafia che sconvolsero l’Italia, a Forte de Marmi aveva af-
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fittato una villa e ci abitava Matteo Messina Denaro. Di fatto quello di Forte è l’ultimo domicilio conosciuto di quello che oggi è considerato il capo della mafia. Può sembrare incredibile ma è così». Quindi niente in Versilia può essere incredibile e tutto può essere verosimile. E poi la storia troppo spesso è passata di qui. A partire dalla strage di Sant’Anna di Stazzema che è la base per il primo romanzo di Simi. E poi via via. «Immaginiamo di contrapporre storia, costume, delitti. Siamo dei precursori e con un andamento ventennale. Pensiamo al 1969, il caso Lavorini. È il primo rapimento di un bambino, l’Italia ne esce sconvolta. Ma prima ancora, il 31 dicembre del 1968 c’è stata la contestazione del Capodanno alla Bussola. Ci scappa anche il ferito grave perché qualcuno spara. E il caso Lavorini non sarà solo un tentativo di rapimento con riscatto poi finito tragicamente. Sarà anche al centro di trame eversive poi sancite dalle sentenze». Altra vicenda che segna il costume dell’Italia avviene giusto vent’anni dopo. È il caso dell’estate l’omicidio di Luciano Iacopi, ricco possidente di Forte dei Marmi. Accusata e poi condannata all’ergastolo la cosiddetta Circe della Versilia, Maria Luigia Redoli, insieme al giovane amante Carlo Cappelletti, carabiniere a cavallo. «Anche la Circe anticipa i tempi. Non mi soffermo sulla copertura mediatica che non arriverà comunque mai agli accenti esasperati di oggi. La Redoli, assassina o meno, è il prototipo di una donna che si affermerà poco dopo. È la donna di cinquanta anni che non ha paura a farsi biondo platino e ad indossare sempre e comunque minigonne, magari leopardate. Al di là dell’omicidio del marito c’è un
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INTERVISTA A GIAMPAOLO SIMI
1. Il Sacrario di Sant’Anna di Stazzema 2. La «Bussola» a Forte dei Marmi, 1968 3. 29 giugno 2009, la Strage di Viareggio
modo nuovo di vivere. La Mantide, ovvero Gigliola Guerinoni, ha amanti, ma tutti più anziani di lei. La Redoli invece non ha problemi ha farsi quello che oggi si definirebbe un ‘toy boy’, un ragazzo giocattolo. Non ha problemi a stare con lui e portarlo a giro insieme ai due figli. Poi certo la storia intriga per tanti motivi. Non solo per la figura di lei, ma perché tutto questo avviene in piena estate (e che estate il 1989!) e a Forte dei Marmi, una delle località balneari più alla moda». Restano sul caso tanti misteri, nonostante le condanne. Lo stesso Simi si chiede come gli inquirenti non siano riusciti a trovare una breccia nei due figli che in qualche modo portasse a quello che alla fine manca: la pistola fumante. Vent’anni dopo e siamo al 2009. Un altro anno e un giorno tragico per la Versilia, soprattutto per Viareggio. Nella notte del 29 giugno avviene la tragedia della stazione. I morti sono 33, centinaia i feriti. Non c’è un omicidio volontario, non esiste il giallo, ma anche qui Giampaolo Simi individua qualcosa di nuovo. «È l’idea che spunta fuori, che anche la sicurezza, sia in treno o su strada, ha dei costi, oltre i quali enti e aziende, anche pubbliche, non possono andare. Pensiamo non solo alla manutenzione mancata, ma anche alla stessa velocità del convoglio e magari anche ai contratti per far viaggiare quei vagoni-cisterna. Per la prima volta ci sentiamo dire che non esiste una sicurezza assoluta, totale. Che la sicurezza è figlia delle condizioni economiche e insomma che se volessimo veramente più sicurezza dovremmo accettare anche biglietti e tariffe più alte. È un disvelamento a cui non eravamo poi così tanto abituati. E anche in questo caso la Versilia, nella tragedia totale di quel treno, fa veramente da apripista».
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n progetto di restauro, una programmazione didattica, un percorso indirizzato sempre verso la crescita e lo sviluppo. In queste poche parole sta la breve – per ora – ma intensa storia della Fondazione Palazzo Boccella e della Scuola MADE diretta e gestita dalla Fondazione CAMPUS. Un acronimo che si scioglie in Management dell’Accoglienza e delle Discipline Enogastronomiche e rappresenta ormai nel panorama nazionale un sinonimo di eccellenza e una garanzia sul piano della formazione. In un’era in cui l’arte culinaria si è fatta spettacolo, con gli chef che si impongono come star televisive, alla MADE, grazie a un supporto di conoscenze ricco e ben indirizzato, si parla concretamente di accoglienza nella sua accezione più ampia e completa, formando giovani nei mestieri che in Italia rappresentano cultura, tradizione e arte. Nella cornice, quasi fiabesca, delle colline di San Gennaro, ultimo ‘avamposto’ est del comune di Capannori, è nata una scuola che segue l’impostazione dei college americani, in cui gli studenti vivono, cucinano, apprendono insieme, con lavori di gruppo, laboratori pratici, organizzazione di eventi. Il palazzo, accuratamente restaurato cinque anni fa e reso funzionale per la destinazione didattica e di accoglienza, ha tra l’altro visto di recente un incremento delle proprie pertinenze con l’acquisto dell’Orto di Palazzo Boccella e si presenta adesso come un articolato complesso perfettamente integrato nella realtà del paese. Qui ha preso il via la quarta edizione del corso MADE, che ha quest’anno arricchito la propria offerta, consentendo agli studenti di partecipare attivamente al 56° Congresso Euhofa, il meeting che riunisce l’eccellenza in ambito hotellerie e management e che in questa occasione è stato organizzato da Fondazione Campus. Un’ulteriore opportunità professionale altamente formativa e qualificante per i curriculum degli studenti, che si aggiunge a una proposta formativa la cui efficacia è facilmente leggibile nei numeri del job placement.
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Andrea Salani
Al via il quarto anno di corsi della Scuola di Palazzo Boccella
L’81,8% degli studenti di Scuola MADE trova un impiego entro sei mesi dal conseguimento del titolo e molti di essi hanno riscontrato l’utilità del loro percorso di studi non solo ai fini della ricerca di un impiego ma anche in termini di crescita personale. «Scuola MADE non è solo una scuola», racconta infatti Camilla, che dai fornelli di Palazzo Boccella è passata a quelli del ristorante Sikelaia a Milano, un’istituzione per gli amanti della cucina siciliana, ha dunque gestito autonomamente il laboratorio di una pasticceriagelateria e infine è stata selezionata dal prestigioso Four Seasons di Firenze.
«Per me – prosegue Camilla – è stata una esperienza di vita. I docenti ti preparano a quello che ti aspetta una volta fuori, condividendo consigli e aneddoti. E poi l’opportunità di sperimentare, di costruirsi un curriculum ancora prima di uscire dalla Scuola è fondamentale. Il Career Service mi ha dato l’opportunità di fare uno stage al Forte Village Resort, in Sardegna; professionalmente è stata un’esperienza decisiva, che mi ha sicuramente favorito nella ricerca di altri lavori, permettendomi di vantare una collaborazione in una struttura conosciuta in tutto il mondo. È stato quello il momento in cui ho capito che ce l’avrei fatta. Certo per raggiungere questi obiettivi mi sono dovuta impegnare e specializzare. Sono serviti forza di volontà e disciplina. Oggi non posso fare a meno di ripensare con orgoglio al percorso fatto». Ma lo studio è anche crescere nella capacità di organizzazione e di gestione delle proprie risorse: «La struttura, la validità degli insegnanti – racconta Carlotta, adesso assunta all’Hotel Rome Cavalieri Waldorf Astoria – alla MADE sono eccellenti, ma anche le amicizie e l’esperienza di vita, la puntualità e la capacità di lavorare in team. Sono questi gli elementi appresi a Scuola che mi hanno permesso di raggiungere un importante traguardo professionale». «Alla MADE Ho imparato a gestire i tempi in cucina. Lì l’ingrediente fondamentale – racconta Joshua, oggi cuoco al Forte Village Resort in Sardegna – è il tempo, se sbagli quello non c’è niente che tenga. Altro insegnamento prezioso: mettere in conto anche l’ansia. Oggi passo 10 ore al giorno dietro ai fornelli di uno dei ristoranti più rinomati al mondo, una struttura che in alta stagione può ospitare oltre 1700 clienti. Tutto deve essere impeccabile». «Nei sei mesi passati a Scuola – continua Joshua – si cresce, si cambia, si matura, ci si prepara per affrontare il mondo del lavoro e alla fine ci si scopre pronti. È bello contare su una solida preparazione. Quando arrivi in una nuova cucina sei sempre un po’ intimidito. I colleghi ti chiedono da dove vieni, che percorso hai fatto. Rispondi loro che hai fre-
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FACCE DA M.A.D.E.
quarto anno quentato Scuola MADE. Gli altri cuochi la conoscono, sanno che chi esce da quella scuola sa stare in cucina e tu torni subito ad essere più sicuro di te stesso». Per Beatrice invece il percorso didattico ha significato maturità, responsabilità e indipendenza, anche grazie a un format che prevede 6 mesi di lezioni in cui ragazzi fanno un’esperienza di vita comune sotto lo stesso tetto, sperimentando ‘gioie e dolori’ della convivenza e della lontananza dal ‘tetto materno’. «In meno di un anno la mia vita è cambiata. Dopo il diploma all’alberghiero – spiega Beatrice – ho lasciato la mia casa a Carrara per trasferirmi a Palazzo Boccella e poi da lì sono volata in Sicilia, a Sciacca, dove ora ricopro il ruolo di commis de rang al prestigioso Verdura Resort. Dietro a tutto questo riesco a vedere un percorso non solo di crescita professionale, ma anche personale. L’esperienza di vita in comune con altri ragazzi si è rivelato un plus utile per fare team building. In questo lavoro non si è mai davvero soli: il successo o l’insuccesso di un ristorante dipende da tutta la squadra, cucina e sala sono una sola brigata». L’importanza del lavoro di squadra è infatti forse l’insegnamento più profondo che la Scuola riesce a trasmettere. «Gli iscritti vivono insieme supportandosi e a volte sopportandosi: è una grande lezione di vita». Ricorda Emanuele, studente della terza edizione, che adesso lavora a Madrid, nella cucina del ristorante 3 stelle Michelin DiverXo. «Al momento sono responsabile della preparazione di primo rango, sous chef al reparto antipasti. Cucinare è quello che amo fare e sono anche piuttosto bravo. Ma poterlo fare in uno dei migliori ristoranti in Europa è anche merito di Scuola MADE e del Career Service, che ha creduto in me e si è impegnato per trovarmi le migliori opportunità professionali». In un percorso di successo è logica la riconoscenza di questi ragazzi verso il career service di MADE, che ha sempre cercato di coniugare la soluzione prestigiosa con il giusto senso pratico e un’attenta valutazione delle inclinazioni degli studenti.
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Queste opportunità sono i punti di forza di Scuola MADE anche secondo Marco, adesso cuoco al ristorante Tambra in Trentino. «Il mio lavoro prevede che mi occupi di diverse mansioni dagli ordini alla gestione della partita. Ma soprattutto io cucino. Scuola MADE mi ha permesso di preparami al meglio. Ho conosciuto professori e professionisti del settore da cui ho cercato di apprendere quanto più possibile. E poi le opportunità. Grazie al Career Service ho avuto la possibilità di fare il mio stage in un ristorante stellato, un’occasione decisiva per un’intera carriera». Ma il futuro può essere un impiego immediato, perché ci si sente pronti e si ha voglia di tuffarsi nel mondo, oppure può ancora esserci sete di conoscenza, voglia di apprendere e migliorarsi. È di certo il caso di Arianna, che dopo l’esperienza a Scuola MADE, in cui ha deciso di dedicarsi maggiormente all’aspetto dell’ospitalità e dell’accoglienza, ha lavorato come SPA receptionist all’hotel Gran Melia Tenerife e adesso ha deciso di arricchire ulteriormente il proprio curriculum e la propria preparazione iscrivendosi al corso di Laurea triennale in Scienze del Turismo di Fondazione Campus. La parola d’ordine è quindi ‘prospettiva’. La scuola, e l’istruzione nella sua versione ideale almeno, a questo serve in generale, a suggerire un’idea di futuro ai propri studenti, a indirizzarli sulla strada migliore per la propria personale realizzazione considerando la crescita del singolo come parte di una crescita globale, di un movimento, di un’idea, della società tutta. È con questo spirito che è iniziato anche il quarto anno di lezioni: quello di proporre conoscenza, know-how, competenze specifiche e metodo. Insieme a tutto questo c’è pure la volontà di far vivere, comunque sia, un’esperienza formativa nel senso più ampio del termine, in grado di suggerire strade e strumenti per la propria crescita personale, necessaria e propedeutica ad una soddisfacente realizzazione professionale.
Una bella giornata quella in cui si è svolta la cerimonia di inaugurazione del quarto anno di Scuola MADE. Nelle ‘sale nobili’ di palazzo Boccella sono stati infatti presentati i nuovi studenti e sono stati consegnati i diplomi ai protagonisti del corso 2016-2017. Un simbolico passaggio di testimone tra chi ha iniziato a realizzare i propri sogni e chi intraprende solo ora un percorso fatto di dedizione, disciplina e tanta fantasia. Oltre al Presidente della Fondazione Palazzo Boccella, Romano Citti, la mattinata ha visto l’intervento del Sindaco di Capannori, Luca Menesini, del presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Marcello Bertocchini e del Direttore generale della Fondazione Banca del Monte di Lucca, Giuseppe Bartelloni. Il tutto sotto il coordinamento della Direttrice di MADE Enrica Lemmi dell’Università CAMPUS, che segue il progetto da vicino e ha presentato tutti i ragazzi presenti in sala, stimolandoli a raccontare le proprie esperienze, le proprie aspettative, i propri sogni.
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In viaggio con Piaggia Quattro anni di lavoro, oltre duemila pagine divise in due volumi che compongono il sunto dell’attività esplorativa di Carlo Piaggia in Africa. Luca Lupi, fotografo e scrittore, ha confezionato l’imponente monografia Carlo Piaggia e le sue esplorazioni africane (1851-1882), grazie anche al contributo di numerosi studiosi ed esperti. La pubblicazione racconta le vicende di Carlo Piaggia, illustre concittadino lucchese, originario di Badia di Cantignano, pervaso dall’istinto della scoperta, del viaggio, dell’avventura. Poco più che ventenne lascia Lucca e inizia a lavorare tra Tunisi e Alessandria. Pochi anni dopo, nel 1856, compie la prima esplorazione, percorrendo il corso del Nilo da Khartoum a Gondokoro. Il richiamo della scoperta è troppo forte e di lì a breve si avventurerà in Sudan, dove compirà studi approfonditi sulle popolazioni e sulla geografia dei luoghi, in Eritrea e Etiopia. Viaggi impossibili, in terre spesso inesplorate e inospitali che rispondevano al bisogno più alto della conoscenza. Piaggia, infatti, rappresenta un unicum tra gli esploratori ottocenteschi, poiché ha orientato la sua ricerca all’apertura di nuove vie di comunicazione, affrontando il nuovo, il diverso con un’umanità e una sensibilità rare per il tempo. Piaggia studiò a lungo le popolazioni africane, imparandone le culture – frequentò anche la tribù cannibale dei Sandè – riuscendo anche a conquistarsi la fiducia dei governi locali, per i quali condusse numerose spedizioni in seguito alla sua esperienza con la Società Geografica Italiana. I due volumi sono completati dalle riproduzioni integrali dei documenti e testi originali di Piaggia, quali memorie, lettere, appunti, e dalle carte e cartografie dell’epoca, raccontate e commentate. All’interno dei libri, quindi, sono riportati aree geografiche e itinerari, fotografie, immagini, fonti e tavole esplicative, oltre a box di approfondimento che accompagnano il lettore nel viaggio. Luca Lupi, a cura di, Carlo Piaggia e le sue esplorazioni africane (18511882), Tagete Edizioni, Pontedera 2017
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La Seta. Tra cultura e commercio «Uno grande esercitio et guadagno». Così Giovanni Sercambi definiva l’industria serica lucchese, lamentando, agli inizi del Quattrocento, una progressiva decadenza di questo settore. Quello sulla storia della seta e un racconto che viaggia in parallelo con l’evoluzione del commercio, del benessere e della produttività lucchese, vicende che si incrociano, si allontanano e si ritrovano. La seta, a Lucca ha rappresentato ‘il’ commercio per eccellenza. Una produzione che ha consentito l’espansione dei mercati, l’allargamento delle prospettive e, non ultimo, una lunga e agiata situazione economica che ha garantito a Lucca le basi per un’indipendenza duratura. La storia, le tecniche, la diffusione tutto e il ‘sottobosco socio culturale’ ad essi connesso emergono in maniera esauriente e divulgativa da Lucca. Una città di seta, uno degli ultimi ‘nati’ in casa Maria Pacini Fazzi. Un volume necessario, che indaga in maniera analitica e approfondita le dinamiche sociali ed economiche di una storia produttiva di altissima qualità, che ha consentito a Lucca di intessere rapporti commerciali, ma anche diplomatici, con molte corti e piazze commerciali europee, accreditando la manifattura lucchese come una tra le più eleganti ed efficienti realtà del continente durante il tardo Medioevo. È grazie alla al lavoro meticoloso di Ignazio del Punta e Maria Ludovica Rosati che questo libro ha visto la luce; due studiosi accurati che hanno interpretato alla perfezione l’indirizzo che da anni caratterizza le pubblicazioni dell’Editore, sempre attento ad affrontare temi e percorsi della storia locale con una declinazione in cui esattezza scientifica e gusto della narrazione hanno sempre camminato a fianco. Ignazio del Punta, Maria Ludovica Rosati, Lucca una città di seta. Produzione, commercio e diffusione dei tessuti lucchesi nel tardo medioevo, Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca 2017
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L’esercizio della memoria Un censimento difficile, sofferto, che ad ogni pagina pretende memoria. Un censimento, che, ad ogni pagina, ripete «Mai più», allena il ricordo, stimola la civiltà e rafforza la libertà. Zone di guerra, geografie di sangue, pubblicato da Il Mulino nel 2016, chiude, e per certi versi consacra, il lungo lavoro di raccolta svolto da Paolo Pezzino e Gianluca Fulvetti, che hanno ricostruito e catalogato 5400 stragi, per un totale di 23mila vittime, compiute dalle truppe naziste e fasciste tra l’8 settembre 1943 e il 1945. Una catalogazione mai compiuta prima che affianca agli eccidi già noti, come quello di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema e delle Fosse Ardeatine, episodi altrettanto tragici, ma spesso sconosciuti. Cittadini innocenti, uomini, donne e bambini estranei alla lotta partigiana, rastrellamenti, spedizioni punitive: nell’Atlante delle stragi trovano spazio memoria e ricordo, drammatiche incursioni in uno dei capitoli più tragici della storia italiana. Il risultato è un’analisi lucida delle strategie di guerra utilizzate dai nazisti e dai loro alleati, i fascisti della Repubblica sociale. L’Atlante, inoltre, fornisce una mappa dettagliata delle stragi, illustrandole sotto gli aspetti storici e geografici, interpretandone le ricadute sociali e politiche. Accanto a ogni episodio, infatti, sono indicati il contesto storico, i luoghi, il ruolo dei carnefici e dei partigiani: in questo modo, l’Atlante crea una rete di interpretazioni più ampia e più fitta allo stesso tempo. Il volume è completato da una ricca cartografia che illustra le diverse fasi della Seconda guerra mondiale, comparandole con la cronologia delle stragi. Il capillare racconto intessuto con la cura di Gianluca Fulvetti e Paolo Pezzino è uno strumento intelligente e fondamentale per conoscere un capitolo di storia imprescindibile. Un libro, quindi, che con piglio scientifico colpisce, emoziona e compie un esercizio fondamentale per l’umanità: l’esercizio della memoria. Gianluca Fulvetti, Paolo Pezzino, a cura di, Zone di guerra, geografie di sangue. L’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia (1943-1945), Il Mulino, Bologna 2016
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Periodico della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca Autorizzazione del Tribunale in corso
Finito di stampare nel mese di marzo 2018 da Tipografia Tommasi Referenze fotografiche: Archivio fotografico Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca; Stefano Dalle Luche, Foto Alcide, Lucio Ghilardi, Alessandro Penso, Andrea Salani, Federico Scoppa, Matteo Viviani La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, scusandosi anticipatamente per l’involontaria omissione di referenze fotografiche, è disponibile ad assolvere eventuali diritti.
FCRLMAGAZINE 11| 2017
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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA
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